Categoria: Storie

Eugenio Bertozzi: il fisico musicista vincitore del premio per la didattica della Fisica nel 2007

In occasione dei bandi per i premi della Società italiana di Fisica, la Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze dei precedenti vincitori. Ecco quella di Eugenio Bertozzi, che nel 2007 si è aggiudicato quello per la Didattica o la Storia della Fisica, e oggi a 32 anni è direttore scientifico del museo del Balì. Sono di Saltara, un piccolo centro della provincia di Pesaro-Urbino. Dopo essermi diplomato nel 1997 al liceo scientifico di Fano, seguendo un certo trend dell’epoca che sembrava prescrivere successo e carriera agli ingegneri e stenti e calamità ai fisici e ai matematici mi ero iscritto ad Ingegneria prima a Bologna e poi ad Ancona, ma con poca convinzione. Finalmente al terzo anno mi sono deciso a passare a Fisica, a Bologna. Gli esami – pochini – che avevo fatto mi sono stati convalidati: mi sono laureato a marzo 2004 con una tesi in fisica teorica dal titolo “Self-similarità e collasso gravitazionale in relatività generale”. Quasi sette anni per laurearsi non sono pochi, ma di mezzo c’è stato un po’ di tutto: oltre al cambio di facoltà, gli studi di violino, pianoforte e composizione ai conservatori di Pesaro (dove mi sono diplomato in violino) e Bologna. In particolare l'esame di VIII corso nel 1999 e il diploma in violino nel 2001, per cui studiavo anche otto ore al giorno! E poi avevo i concerti con l’orchestra - insomma, per molte persone come me gli ultimi anni di conservatorio (i più duri perché oltre lo strumento c’era il quartetto, l’orchestra, la musica da camera…) coincidevano con i primi anni di una facoltà scientifica (fisica, ingegneria o medicina… ancora i più duri!) e il binomio era esplosivo.Appena laureato, al primo colloquio ricevetti una proposta lavorativa da una società di consulenza di Milano. Mi offrivano 1200 euro netti come primo stipendio. E… Rifiutai. Per fare la SISS, cioè la scuola di specializzazione per l'insegnamento secondario! Anatema generale: la SISS, a Bologna, ti occupava quasi tutti i pomeriggi per due anni, allo stesso prezzo delle tasse universitarie,  senza sicurezza di lavorare e senza un minimo di rimborso (io in effetti per mantenermi facevo il tutor di matematica e fisica in una scuola privata); tuttavia sentivo che, al di là del risvolto immediato, potesse fare al caso mio. E così è stato: fu una delle esperienze migliori che mi siano capitate.  Penso che come insegnante me la caverei bene: l’abilitazione, che non ho mai sfruttato, mi ha fatto conoscere un approccio alla fisica più riflessivo e maturo. Da lì ho capito in che gruppo avrei potuto fare il dottorato di ricerca.Nel 2006 ho tentato quindi questa carta, ho vinto il concorso e sono diventato dottorando nel gruppo di ricerca di didattica della Fisica con una borsa di studio inizialmente di 848 euro al mese, poi lievitata a mille euro. Col dottorato è arrivata anche l’esperienza all’estero, tre mesi presso l’università Ebraica di Gerusalemme, toccante dal punto di vista umano e importante da quello professionale: nel mio settore, la science education, lì c'è uno dei  gruppi di ricerca più attivi e interessanti al mondo. Mi ha aiutato ad affrontare le spese una borsa Marco Polo dell’università: qualche centinaio di euro in più che sono servite per il viaggio e l’alloggio a Gerusalemme, città abbastanza cara. E proprio quando ero in Israele ho saputo, via Skype, di essere stato nominato dalla Fondazione «Villa del Balì»  direttore scientifico del museo… Ma qui devo fare un passo indietro. Dopo la laurea avevo iniziato a lavorare come animatore scientifico al neonato museo del Balì, un science centre di ultima generazione con planetario e osservatorio aperto proprio nel paesino di Saltara. Il mio compenso era "a chiamata" con una media di poche centinaia di euro al mese - e lo integravo con le lezioni di tutorato alla scuola privata e qualche minuscola ma intraprendente operazione in borsa  per pagare affitto della casa e rate della SISS; insomma, dal punto di vista economico, non è che si facesse sempre in pari.  Col passare del tempo l’attività mia e del museo è aumentata e nel 2006 ho avuto una borsa di studio di 10mila euro netti all'anno dalla provincia di Pesaro-Urbino per condurre un lavoro di ricerca sulla figura di Giuseppe Occhialini - fisico dei raggi cosmici nato a Fossombrone, ad un tiro di schioppo dal museo, che sfiorò per due volte il premio Nobel. Ne nacquero una mostra e una serie di attività che nel 2007 celebrarono il centenario della nascita, col coinvolgimento delle università milanesi Statale e Bicocca, dell'Istituto nazionale di Fisica nucleare, dell'Istituto nazionale di Astrofisica, dell'Agenzia spaziale italiana, della European Space Agency e dell'Alcatel Alenia Space Italia. Oggi mi occupo del "benessere" scientifico di tutto il museo del Balì: mi piace molto, ma non voglio "chiudermi" in una struttura museale; ho concluso il dottorato nel maggio scorso e mi piacerebbe continuare la carriera universitaria, tentando per esempio il concorso per ricercatore. Ho partecipato per la prima volta al congresso SIF nel 2006, a Torino. Da lì sono sempre stato aggiornato via mail dei vari premi e ogni tanto davo un’occhiata al sito; appena ho visto quello sulla didattica e la storia della Fisica ho partecipato e ho vinto l’edizione 2007. Cosa ho fatto dei tremila euro di premio? Una vita piena di attività è anche piena di spese, quindi non mi ci sono potuto comprare una moto: li ho investiti in quello che stavo facendo. Mi sento refrattario alle definizioni, sono un fisico ma anche un musicista. Dopo il diploma ho appeso il violino al chiodo per nove anni e mi sono concentrato sul pianoforte. Ma proprio qualche mese fa, non so proprio perché - le vie dell’inconscio sono proprio imperscrutabili - l’ho ripreso in mano e ora lo suono tutti i giorni.testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Montepremi di 20mila euro per giovani laureati in Fisica: aperti fino al 25 giugno i bandi della Sif- Fisica che passione: la testimonianza di Marco Anni, vincitore del premio Sergio Panizza nel 2009

Fisica che passione: la testimonianza di Marco Anni, vincitore del premio Sergio Panizza nel 2009

In occasione dei bandi per i premi della Società italiana di Fisica, la Repubblica degli Stagisti raccoglie le testimonianze dei precedenti vincitori. Ecco quella di Marco Anni, classe 1976, che si è aggiudicato nel 2009 il premio «Sergio Panizza». Oggi è ricercatore presso il dipartimento di Ingegneria dell'innovazione dell'università del Salento.Ho studiato Fisica nella mia città, Lecce, in quella che oggi si chiama università del Salento. Mi sono laureato con lode nel luglio del 1998: avevo soltanto 22 anni perchè sono anticipatario – mi ero iscritto a 18 – e perchè ci ho messo solo tre anni e mezzo a finire. Tre mesi dopo la laurea ho cominciato un dottorato nel settore di ricerca della Fisica della materia: tre anni, con una borsa di studio che allora ammontava a un milione di lire. Studiavo alcune molecole simili alle plastiche in grado di emettere luce in determinate condizioni: quella tecnologia che, per capirci, sta alla base delle tv led e dei laser. Fino alla fine del 2000 ho vissuto con i miei, poi mi sono trasferito in una casa tutta mia. Concluso il dottorato nel 2001, a 25 anni, ho partecipato a un concorso e sono diventato ricercatore a contratto; dopo i tre anni di prova sono stato confermato in ruolo e quindi ricercatore a tempo indeterminato. Continuo a fare ricerca e parte del mio tempo la dedico alla didattica, anche se è un malcostume dell’università italiana che i ricercatori debbano insegnare: una legge del 1980 dice che non lo dovremmo fare se non su nostra espressa richiesta... Ma all’epoca in cui ho fatto il concorso io era stato appena introdotto il 3+2 ed erano stati attivati nuovi corsi di laurea, quindi l’università aveva bisogno di più docenti e aveva fatto con noi ricercatori un accordo: vi assumiamo, ma voi vi prendete anche l’impegno di fare alcune ore di didattica. I fondi sono quelli che sono: io fino al 2006 ho fatto parte di un gruppo di ricerca molto grande che fortunatamente aveva a disposizione cospicui finanziamenti e strumentazioni adeguate, ma non bisogna dimenticare che ci sono tanti altri studiosi bravi e meritevoli che fanno molta più fatica, e lo status di «ricercatore» spesso diventa perenne. Per esempio ora io, a 34 anni e con quasi un decennio di esperienza alle spalle, potrei ambire a un posto da professore associato: peccato però che i concorsi siano rarissimi! Per i circa 150 fisici della materia oggi esistenti in Italia sono stati messi a bando solamente nove posti dal 2004 a oggi.Il mio lavoro mi piace moltissimo: all’inizio ero capace di passare anche 12 ore al giorno in laboratorio. Del resto si sa che i fisici sono stakanovisti... Ora però non reggo più quei ritmi: forse sono  un po' invecchiato, e poi ho anche messo su famiglia. Del mio stipendio non mi lamento, mi permette di vivere dignitosamente. Certo però il mio "gemello di dottorato", che è andato a lavorare nell’industria, oggi guadagna almeno dieci volte più di me. E non parliamo poi dell’estero…Del premio Panizza ho saputo via internet, sul sito della Società italiana di fisica. Mi sono candidato nell'edizione del 2009 e ho vinto: a fine settembre, in occasione del congresso annuale della Sif a Bari, sono stato premiato con un assegno di 2mila euro netti [nell'immagine, un momento della premiazione]. La motivazione della mia vittoria dice così: «Per gli originali risultati ottenuti nello studio di eterostrutture epitassiali monodimensionali (Quantum Wires), di materiali organici coniugati e di nanocristalli colloidali di semiconduttori». Facendo un primo bilancio, posso dire di essere contento di aver studiato Fisica e di averla studiata qui, a Lecce, perchè c’è un’università di eccellenza: prova ne sia che molti di quelli che si laureano qui fanno strada, sia in Italia sia all’estero. Certo è un periodo difficile per questo mestiere: le università sono in affanno, ogni cinque professori anziani che vanno in pensione ne viene assunto solamente uno giovane, e andando avanti di questo passo non so che fine faremo. Comunque il consiglio principale che mi sento di dare ai giovani, specialmente ai molti che spesso si ritrovano indecisi tra le facoltà di Fisica e di Ingegneria e tendono a scegliere quest’ultima perché pensano che porti più lavoro, è questo: scegliete quello che vi appassiona di più. La passione non lascia rimpianti.testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Montepremi di 20mila euro per giovani laureati in Fisica: aperti fino al 25 giugno i bandi della Sif- Eugenio Bertozzi: il fisico musicista vincitore del premio per la didattica della fisica nel 2007

Valeria Setti: «Da Rovereto a Vienna per mettere la diplomazia al servizio dei diritti umani: la mia esperienza alla Fundamental Rights Agency»

Scade oggi il bando per candidarsi per uno dei tirocini da mille euro al mese presso la Fundamental Rights Agency (FRA) di Vienna. Per l'occasione, la Repubblica degli Stagisti ha raccolto la testimonianza di una giovane italiana che sta facendo questa esperienza.Mi chiamo Valeria Setti, ho 24 anni e sono di Rovereto, in provincia di Trento. Dopo il liceo scientifico mi sono iscritta al corso di laurea triennale in Scienze internazionali e diplomatiche presso l’università di Trieste, nella sede di Gorizia: durante il terzo anno ho fatto anche un Erasmus a Nantes, in Francia.  Nessuno nella mia famiglia ha fatto carriera internazionale: la mia è stata una scelta indipendente, nata da una passione per i viaggi, le lingue e le esperienze in paesi diversi. Tra l’altro al momento dell’iscrizione pensavo solo alla carriera diplomatica: poi invece ho scoperto le tante possibilità che una laurea in relazioni internazionali può offrire, e ho maturato un interesse per le organizzazioni internazionali.Dopo la laurea – nel luglio del 2007, a 21 anni – anzichè la specialistica ho deciso di fare un master biennale in Advanced international studies presso l’Accademia Diplomatica di Vienna. La retta ammontava a 7mila euro all'anno – il primo me l’hanno pagato i miei, per il secondo invece grazie ai miei voti ho ottenuto una borsa di studio dall'Accademia. Durante il master ho fatto anche un tirocinio Mae-Crui di tre mesi alla Rappresentanza permanente d’Italia presso le Organizzazioni internazionali a Vienna. Collaboravo con il delegato per l’ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il crimine (UNODC), avevamo un buon rapporto, ma chiaramente dato che questo ufficio era gestito dal ministero degli Esteri non c’è stata nessuna possibilità di assunzione alla fine dello stage. Comunque è stata un’esperienza interessante: ho potuto vedere come funziona l’ONU – di cui, forse non tutti lo sanno, Vienna è il secondo quartier generale in Europa dopo Ginevra. Seguivo riunioni, scrivevo report e documenti per il ministero, facevo ricerca su tematiche specifiche… Purtroppo questo programma di stage non prevede rimborso spese. A mio parere dovrebbe essere strutturato diversamente: accogliere meno stagisti, ma offrire loro un periodo formativo più lungo e un rimborso.Ho conseguito il diploma di master nel giugno del 2009, a 23 anni, e dopo sono subito entrata come stagista nella l’ONG per i diritti umani Human Rights Watch, a Parigi. Quattro mesi nel settore advocacy e fundraising/comunicazione con un rimborso spese che prevedeva la copertura dei pasti (per un massimo di 10 euro al giorno) e l’abbonamento della metropolitana: in tutto circa 350 euro mensili, chiaramente non sufficienti a coprire tutti i costi della vita parigina. Lo stage però è stato davvero interessante, anzi direi illuminante per me: lì ho preso la decisione di voler lavorare nel settore dei diritti umani –da cui la mia domanda alla FRA. Avendo studiato a Vienna per due anni la conoscevo bene, e avevo utilizzato qualche sua pubblicazione per la mia tesi. Ho fatto domanda a novembre 2009, ed i primi giorni di gennaio 2010 ho ricevuto una email con l’esito positivo della mia application. In quel momento vivevo a Parigi, dove stavo terminando lo stage presso Human Rights Watch; avendo già dei contatti a Vienna, ho trovato casa facilmente. Vivo nell’ottavo distretto, uno dei più centrali: divido un appartamento grande e carino con altre due persone, un ragazzo che lavora come consulente all’ONU ed una ragazza che studia all’Accademia Diplomatica. Pago 350 euro spese e internet inclusi. Fortunatamente il rimborso erogato dalla FRA permette di mantenersi autonomamente, senza dover rinunciare ad uscire la sera: Vienna è una città piuttosto economica, e si può vivere bene anche con un budget limitato.   Alla FRA lavoro nel dipartimento di Relazioni esterne e networking: in particolare seguo un progetto sulla multi-level governance e uno sulla violenza sulle donne. Finora sono molto contenta dello stage, sia per quanto riguarda il lavoro che mi è stato assegnato sia a livello interpersonale: i miei due supervisor mi affidano compiti di responsabilità  e mi inseriscono in tutte le attività riguardanti i progetti su cui lavoro. Per il futuro, ancora non so se preferirei far parte di una ONG o di un’istituzione. Dopo lo stage a Human Rights Watch e quello alla FRA, mi piacerebbe fare un’esperienza sul campo in un paese in via di sviluppo, magari combinando questo con un progetto tipo UNV (United Nations Volunteers) o JPO (Junior Professional Officer) presso le Nazioni Unite. Le possibilità nel settore delle organizzazioni internazionali sembrano moltissime, ma in realtà questo è un campo dove la competizione è elevatissima – per ogni posizione competono persone provenienti dal mondo intero. Indipendentemente dal settore, i requisiti per intraprendere una carriera internazionale sono molti: però è una vita piena di stimoli, interessante, che ti permette di crescere moltissimo da un punto di vista personale. I cervelli italiani in fuga? Io me ne sono andata dall’Italia già dopo la laurea triennale, per ovvi motivi legati alla mia scelta professionale, e anche perchè, seppur molto contenta del percorso universitario a Gorizia, ritenevo che per intraprendere una carriera internazionale sia necessario studiare all’estero,  o quanto meno studiare in lingua straniera, in una classe dove ci si possa confrontare con studenti provenienti da altri paesi e con altri background, e questo a Gorizia mancava un pochino. Non penso tornerò, almeno non a breve: le prospettive nel settore delle organizzazioni internazionali in Italia sono limitate, come del resto in tutti gli altri settori. Il problema principale dell’Italia è che un giovane di 24 anni non viene nemmeno lontanamente considerato come un adulto, come una persona che ha conseguito un titolo accademico e che si merita di iniziare una vera e propria carriera professionale. Siamo abituati a laureati di 30 anni, che vivono ancora in famiglia… all’estero la mentalità è diversa, un 24enne con un buon master in mano ha tutte le carte in regola per ottenere un impiego di responsabilità .Ai miei coetanei mi sento di dare un consiglio: studiate all’estero, o comunque uscite dall’Italia per fare esperienza, e imparate veramente bene le lingue straniere.testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage da mille euro al mese alla Fundamental Rights Agency di Vienna: candidature aperte fino al 7 giugno- Stage all'estero, Mae-Crui ma non solo: attenzione all'assicurazione sanitaria

Stagisti col bollino / Laura Pagani: «Durante il primo stage lavoravo tantissimo e non prendevo un euro. Ho ritentato e sono stata più fortunata: in Nestlé mi hanno anche assunto!»

In occasione del primo compleanno dell'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella di Laura Pagani, oggi dipendente di Nestlé.Mi chiamo Laura Pagani e sono di Brescia. Ho 26 anni e da quando ho cominciato l’università vivo divisa tra Brescia e Milano. Una volta diplomata al liceo scientifico ho tradito il mestiere di famiglia (entrambi i miei genitori sono medici) e mi sono iscritta alla triennale in Relazioni pubbliche e pubblicità alla Iulm: mi sono quindi trasferita a Milano, andando a vivere con mio fratello in una casa che è della nostra famiglia. In quel periodo ho fatto sporadicamente qualche piccolo lavoretto, ma erano comunque i miei a mantenermi. Ho proseguito poi con la specialistica in comunicazione e strategia della marca, laureandomi a marzo 2009. Mentre ancora studiavo ho fatto il mio primo stage nell’ufficio stampa di un’agenzia di comunicazione di Brescia, trovato tramite un annuncio su internet. Tre mesi, zero rimborso spese. Mi occupavo di realizzare e diffondere comunicati stampa ed elaborare la rassegna stampa, ma anche di copywriting e di organizzazione di eventi. Il mio tutor era una persona molto occupata, quindi devo dire che non mi seguiva molto… ma avevo un buon rapporto con gli altri colleghi e se avevo bisogno di aiuto c’era sempre chi mi dava una mano.Alla fine dei tre mesi mi hanno offerto un contratto a progetto di altri quattro mesi, part time per mia esplicita richiesta: in quel periodo stavo scrivendo la tesi e volevo concentrarmi su quello. La retribuzione era di 500 euro netti al mese. Alla fine del cocopro ho scelto di lasciare l’agenzia: ormai avevo capito che lì non avrei avuto prospettive di crescita professionale. E poi volevo avere l’occasione di provare altre realtà lavorative, più grandi e stimolanti.Ed è così che sono arrivata in Nestlé: ho risposto a un annuncio su internet, ho fatto i tre step della selezione (colloquio di gruppo, colloquio con il responsabile recruiting e infine colloquio con il mio futuro responsabile) e alla fine mi hanno proposto uno stage di sei mesi nella direzione Relazioni esterne di Nestlé Italiana, nella sede di Milano. Il rimborso spese mensile ammontava a 710 euro netti, e tra i benefit c’erano la mensa gratuita e l’accesso alla palestra.Ho cominciato a giugno 2009: mi occupavo del supporto alle attività di relazioni esterne sia corporate sia di brand, del monitoraggio delle attività di corporale social responsability e della diffusione interna della rassegna stampa. Ho avuto l’opportunità di collaborare all’organizzazione di diversi eventi, tra cui la conferenza stampa del lancio di Latte Perugina, e di partecipare a convegni come il Salone della responsabilità sociale d'impresa. Questi sei mesi sono stati molto intensi e produttivi, ho imparato tantissimo e sono stata subito coinvolta in progetti importanti. Poco prima del termine del mio stage si è aperta una posizione, sempre all’interno della divisione Relazioni esterne, e mi è stato offerto un contratto di apprendistato della durata di 24 mesi, partito a metà gennaio di quest’anno. Con molta soddisfazione quindi sto proseguendo il mio percorso qui in Nestlé. Guadagno 23mila euro lordi all’anno, più o meno 1300 euro netti al mese: dato che fortunatamente non devo pagare l'affitto posso dire di essere completamente indipendente.Quello della comunicazione esterna è un settore che mi appassiona, ma in futuro mi piacerebbe anche avere l’opportunità di vivere un’esperienza in altri ambiti, come il marketing ad esempio. Penso che lavorare in una grande multinazionale come Nestlé  permetta di avere maggiori possibilità di crescere professionalmente e di job rotation.Il problema principale dello stage oggi in Italia è che il più delle volte gli stagisti, laureati e spesso anche con master, ricevono un rimborso spese irrisorio, se non nullo, per svolgere mansioni che a mio avviso sono al pari dei dipendenti assunti. Mi è capitato più volte di sentire di esperienze di stage in cui la formazione era totalmente assente, e in cui i tutor pretendevano esperienza e conoscenze, ma al tempo stesso senza offrire retribuzione né garanzie di assunzione. Penso che questa sia una situazione inaccettabile. Ho scoperto la Repubblica degli Stagisti un anno e mezzo fa in un articolo su un giornale: l’ho trovata un’iniziativa importantissima e sono molto contenta che qualcuno dia finalmente voce a tutti gli stagisti d’Italia. Così come è importante, sia per le aziende che per i ragazzi in cerca di lavoro, avere un attestato di riferimento come quello del Bollino OK Stage che certifichi il rispetto dei diritti dello stagista e al tempo stesso valorizzi le aziende più virtuose. Il caso ha voluto che oggi sia proprio io ad occuparmi del Bollino, dato che Nestlé fa parte di questa iniziativa ormai da più di un anno, ed ha appena rinnovato l’adesione!testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Buon compleanno alla Carta dei diritti dello stagista e al Bollino OK Stage, e avanti tutta per il futuro- La testimonianza di Alberto Riva: «Un master, sei mesi di stage e ora un contratto in M&G, una delle aziende del Bollino»

Stagisti col bollino / La testimonianza di Alberto Riva: «Laurea, master e sei mesi di stage: ecco il mio percorso per arrivare al contratto in M&G»

In occasione del primo compleanno dell'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella di Alberto Riva, oggi dipendente di M&G - Chemtex.Mi chiamo Alberto Riva, ho 28 anni e sono di Arquata Scrivia in provincia di Alessandria. Ho studiato al liceo scientifico tecnologico di Novi Ligure e poi mi sono iscritto ad Ingegneria biomedica a Genova: praticamente non ho neanche preso in considerazione altri corsi di laurea, perché questo sembrava garantire buone possibilità di trovare lavoro una volta terminati gli studi. Negli anni universitari facevo il pendolare, dedicando il tempo libero agli allenamenti legati all’attività ciclistica agonistica – che pratico tuttora. Il mio corso di laurea non prevedeva periodi di stage, tranne il caso in cui la tesi venisse svolta presso qualche azienda esterna. Io l’ho fatta in laboratori dell’università sia per la triennale (voto finale 109/110), sia per la specialistica (107/110). Nel dicembre 2007, tre mesi dopo la laurea, venni a conoscenza del master in Scienza e tecnologia dei polimeri organizzato dal consorzio Proplast ad Alessandria. Prevedeva quattro mesi di lezioni in aula condotte sia da professori che da tecnici con una lunga esperienza nel campo delle materie plastiche, seguiti da tre mesi di stage in aziende iscritte allo stesso consorzio. Non avendo ancora trovato lavoro nel campo biomedico, decisi di presentarmi alle selezioni e fui preso.Il master, che si svolgeva nella sede del politecnico di Alessandria, era finanziato da Proplast e quindi fortunatamente gratuito per i 14 partecipanti. Per quanto riguarda il programma e la didattica penso che fosse organizzato molto bene, meno bene l’organizzazione degli stage in quanto ci ritrovammo con meno aziende ospitanti del previsto – infatti alla fine io venni mandato in stage presso un socio “storico” di Proplast che però attualmente ha come campo principale di ricerca i biocarburanti e non i polimeri: la M&G (azienda leader nella produzione di PET). Mi occupai di ricerca brevettuale sulla produzione di etilen glicole da fonti rinnovabili. Ricevevo un rimborso spese di 450 euro mensili più ticket restaurant. Al termine dei tre mesi di stage legati al master, mi furono proposti altri tre mesi di stage durante i quali iniziai ad occuparmi di argomenti legati al nuovo filone di ricerca intrapreso dall’azienda: la produzione di bioetanolo di seconda generazione come sostituto della benzina. Iniziai così ad occuparmi soprattutto degli aspetti logistico-agronomici e di life-cycle analysis del bioetanolo da biomasse lignocellulosiche. Terminato il secondo periodo di stage nel dicembre 2008, mi furono offerti quattro contratti ponte (sempre presso M&G) di un mese ciascuno tramite agenzia interinale, in quanto c’era stato il blocco delle assunzioni per la crisi; questi mi traghettarono verso un contratto di tre anni. Da maggio 2009 sono assunto come impiegato a tempo determinato: mi occupo di logistica, life-cycle analysis, studi di fattibilità, ambiti nei quali non è strettamente necessario essere chimici o ingegneri chimici. Ci sono aspetti del mio lavoro sicuramente interessanti, essendo legati alla ricerca anche se in un ambito diverso da quello dei miei studi universitari. Non nascondo che a volte questa distanza fra esperienza di studio e lavorativa mi pesa e mi rende difficile il coinvolgimento nelle questioni più tecniche (che rappresentano quelle di maggior interesse per me). Cerco comunque di vedere il lato positivo, la possibilità di allargare le mie conoscenze e lavorare nel campo della ricerca.  Penso che i prossimi due anni saranno importanti a livello di esperienza e nel definire la mia figura all’interno dell’azienda.Uno dei problemi maggiori dell’utilizzo dello strumento dello stage in Italia è legato al fatto che spesso lo stagista viene sfruttato dalle aziende per procurarsi dipendenti temporanei a costi irrisori, senza garantire agli stessi alcuna garanzia per il futuro. Ovvio che in questi casi anche il percorso di crescita che lo stage dovrebbe offrire passa in ultimo piano. Secondo me agli stagisti, perlomeno a quelli che già hanno terminato gli studi, dovrebbero essere riconosciuti sia un rimborso spese sia i contributi come agli altri dipendenti… Ma questo richiederebbe una grande riforma!testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Buon compleanno alla Carta dei diritti dello stagista e al Bollino OK Stage, e avanti tutta per il futuro- Prima assunzione attraverso il sistema degli annunci "protetti" della Repubblica degli Stagisti

Cosimo Beverelli, ex stagista al Wto: «La domanda di tirocinio? L'ho fatta per caso e mi ha portato lontano»

«La domanda di tirocinio al Wto l’ho fatta un po’ per caso. Avevo fatto un colloquio per un lavoro di sei mesi presso un’altra organizzazione internazionale a Ginevra, ma non era andato a buon fine. Visto che ero alla ricerca di una pausa dal PhD prima di iniziare l’ultimo capitolo, ho pensato di fare domanda per il Wto. La scelta si e’ rivelata indovinata: il tirocinio era molto interessante ed è stato molto utile sia per finire il PhD, sia per gli sbocchi lavorativi seguenti». Cosimo Beverelli, 32 anni, è originario di Manfredonia, in provincia di Foggia. Dopo aver studiato relazioni internazionali con specializzazione in economia internazionale all’università di Bologna, nella sede di Forlì, ha conseguito un master in economia all’Universitat Pomeu Fabra di Barcellona e un dottorato in economia internazionale al Graduate institute di Ginevra. Cosimo è sportivo - fa sci, mountain bike e tennis - ma la sua prima passione è l’economia. «Per fortuna si tratta di una passione che posso esercitare ogni giorno sia al Wto, sia all’università di Ginevra, dove ho un contratto come “lecturer”». Dall’aprile del 2009, infatti, Cosimo lavora presso la divisione di ricerca economica dell'Organizzazione per il commercio mondiale, la stessa dove aveva svolto il suo tirocinio tra l’ottobre del 2007 e la fine del gennaio 2008. Com'è andata la selezione per il tirocinio? Avviene per gradi. Tutte le domande vengono prima analizzate dalle risorse umane, poi le migliori application vengono fatte pervenire alla divisione di interesse del candidato, e infine il responsabile seleziona i profili più adatti. Di cosa si è occupato durante lo stage? È stato come se lo aspettava? La maggior parte degli stagisti della divisione di ricerca lavorano come collaboratori al World trade report. Fanno ricerche sulla letteratura esistente, ma anche raccolta ed analisi dati ed analisi econometriche se necessario. Sia nel mio caso, sia nel caso dei tirocinanti che ho visto succedersi da noi, credo che lo stage corrisponda alle aspettative. Quello che colpisce é il fatto che gli stagisti partecipano in modo attivo e significativo alle attività della divisione di ricerca. Questo é importante soprattutto perché i ragazzi possono mettere in pratica le proprie capacità e farsi conoscere.   Ritiene che questa esperienza sia utile? Sicuramente: penso che in generale sia un tirocinio molto formativo anche se ci si ritrova a lavorare su argomenti che già si conosce a fondo. I partecipanti imparano come si lavora in un’organizzazione internazionale, dove sono rappresentate in pratica tutte le nazionalità. Nel mio caso, poi, è stato utile anche per la mia carriera: infatti sono tornato a lavorare al Wto, prima come consulente e poi come membro dello staff, anche e soprattutto grazie alla buona impressione lasciata durante il tirocinio. Com'è la vita a Ginevra? Ginevra é una città interessante, piccola ma con grande spirito internazionale. C’é molto movimento di persone che ci vivono per brevi periodi ed é facile incontrare gente interessante praticamente di tutto il mondo. E poi offre molte attività all’aria aperta, sia d’estate sia d’inverno, avendo il lago ed essendo vicina a moltissime stazioni sciistiche delle Alpi. Qualche consiglio utile? Il tirocinio al Wto é una possibilità che consiglierei ai lettori che abbiano fatto studi di economia, diritto o relazioni internazionali. Rispetto a molti altri tirocini, é pagato - circa 1200 euro al mese - costituisce un buon investimento per la carriera e figura bene sul curriculum vitae. Inoltre, é importante per stabilire e mantenere contatti che possono sempre essere utili, anche per ottenere lettere di raccomandazione quando ci si candiderà per posizioni. Conosco molta altra gente che, partendo da un tirocinio, ha poi continuato con contratti di consulenza. Anche se chiaramente il tirocinio non é condizione necessaria, né ovviamente sufficiente, per conseguire un posto di lavoro stabile al Wto.   Andrea Curiat   Per saperne di più, leggi anche:- Alessandro Fusacchia: «Così, a cavallo dell'11 settembre 2001, lo stage al Wto mi ha cambiato la vita»- Wto, a Ginevra gli stagisti sono pagati 1200 euro al mese (e non serve la laurea). Candidature aperte tutto l'anno

Giovanni Padovani, ex stagista al Parlamento europeo: «Ancora oggi i disabili devono affrontare, oltre alle barriere architettoniche, anche quelle occupazionali»

Ultimo giorno utile per candidarsi a due programmi di stage ben pagati al Parlamento europeo: 140 posti disponibili nell'ambito del programma di tirocini Schuman e sette posti per quello riservato alle persone disabili. Per l'occasione la Repubblica degli Stagisti ha raccolto la testimonianza di Giovanni Padovani.Dopo la laurea in Scienze politiche all'università di Padova, nel 2007 ho partecipato alla prima edizione del progetto di tirocini per persone con disabilità promosso dal Parlamento europeo, dall’inizio di marzo alla fine di luglio, con sede di lavoro a Lussemburgo. Verso la fine del tirocinio mi è stato proposto di rimanere in qualità di "agente contrattuale" e dopo quasi due anni mi trovo ancora qui. La mia giornata-tipo da stagista, non molto diversa da quella di adesso, era di otto ore al giorno, dal lunedì al venerdì dalle nove di mattina alle sei di sera. Dopo l’iniziale periodo di adattamento, ho potuto svolgere attività molto interessanti: per esempio ho collaborato all’organizzazione di un seminario sull’occupazione di persone con disabilità nelle istituzioni europee. Gli edifici del Parlamento fortunatamente sono perlopiù privi di barriere architettoniche: quando si è verificata una situazione di mancanza temporanea di accessibilità, ho sollevato la questione e le autorità competenti in seno al Segretariato generale si sono mosse con discreta celerità. Dei mesi di tirocinio non vorrei cambiare niente: anche gli errori che ho commesso mi hanno spinto a progredire professionalmente. Mi piacerebbe continuare questa esperienza a Lussemburgo ancora per qualche anno e poi mettere  le competenze acquisite come membro del Comitato giovani dell’European Disability Forum  a disposizione della mia comunità locale e nazionale. Insomma, mi piacerebbe fare politica!Ad oggi, cinquanta persone con le più svariate tipologie di disabilità hanno preso parte ai tirocini presso il Segretariato generale del Parlamento europeo e tutte hanno portato a termine i loro cinque mesi di stage senza difficoltà. In Italia penso che non siano attivi progetti simili nelle pubbliche amministrazioni: ho perciò proposto al comune della mia città, Verona, di lanciare su scala ridotta un’iniziativa simile, e farò altrettanto col Parlamento nazionale e altri organi centrali. Secondo stime europee, circa il 10% della popolazione dei 27 Paesi membri ha una disabilità o una malattia di lungo corso ma sono ancora tanti i pregiudizi e gli stereotipi che precludono un accesso spontaneo di questa specifica categoria al mercato del lavoro. Non è vero, ad esempio, che la disabilità implichi costi supplementari per i datori di lavoro, dal momento che le soluzioni di accessibilità che (raramente) si rendono necessarie, sono economicamente del tutto ragionevoli. Il punto è che non c’è una vera cultura della diversità sul luogo di lavoro, valore che invece molte grandi imprese internazionali hanno fatto proprio, partendo dall’assunto che un’impresa, più rappresentativa è, più clienti raggiunge. Spesso, invece, le assunzioni sono dovute più che altro a obblighi legali da rispettare per evitare sanzioni. Ai giovani disabili italiani, laureati e no, che sentono l'esigenza di impiegare le proprie capacità nella società consiglio di informarsi, chiedere, a volte rompere anche le scatole per raggiungere il proprio obiettivo. Esigere che, in ogni campo, la propria disabilità non sia un ostacolo. Vivere la vita tout court, non fermarsi alle inadeguatezze di un sistema, non adeguarsi a esse, lottare per correggerle. Viaggiare, fare esperienza all’estero, imparare delle lingue, avere una marcia in più rispetto agli altri, con o senza disabilità. Io otto anni fa, a 22 anni, ho subito un'amputazione della gamba destra al livello della coscia. La mia forza credo sia stata quella di non volermi far cambiare la vita da questo evento, continuando, dopo l'inevitabile periodo di riabilitazione, a fare la vita che facevo prima. A neanche due mesi dall'amputazione, ancora senza protesi ma con le stampelle, sostenevo esami a Padova e andavo allo stadio di Verona a seguire le partite. Cinque anni dopo l'incidente, non è stato facile lasciare la mia famiglia, i miei amici, la mia rete di sostegno e partire per vivere, da solo, all'estero. È stata una scelta coraggiosa ma che mi ha ripagato. Consiglio a tutti di provare questa esperienza: se proprio non funziona, si può sempre tornare indietro.testo raccolto da Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Opportunità di tirocinio per disabili al Parlamento europeo: oltre mille euro di rimborso spese, candidature aperte fino a sabato 15 maggio - 140 stage da mille euro al mese al Parlamento europeo: al via il nuovo bando per i tirocini Schuman, candidature aperte fino al 15 maggio- Un lettore alla Repubblica degli Stagisti: grazie a voi ho vinto un tirocinio Schuman al Parlamento europeo

La testimonianza di Carlo: «Sono diventato pubblicista scrivendo gratis: ma almeno le ritenute d’acconto me le hanno pagate»

Mi chiamo Carlo, ho 23 anni e frequento la facoltà di Scienze della comunicazione all’università “La Sapienza”. Concilio lo studio con il lavoro in una copisteria, dove mi occupo dell’impaginazione di un giornale, di cui scrivo anche alcuni articoli. Per entrambe le mansioni sono regolarmente retribuito. Ho un contratto a tempo determinato di 300 euro mensili, che mi permette di pagarmi gli studi. Alla fine del 2008, dopo il classico iter di due anni e circa 90 articoli pubblicati, sono diventato pubblicista presso l’Ordine regionale del Lazio. Ho ottenuto l’agognato “tesserino” lavorando per una testata aziendale, cioè un giornale pubblicato da un’impresa e incentrato prevalentemente su tematiche aziendali, di cui preferisco non citare il nome. La redazione era composta di circa 10 persone, la maggior parte collaboratori. La mia era di fatto una collaborazione a distanza: scrivevo gli articoli da casa e non sono mai entrato direttamente a contatto con l’editore. Diventare pubblicista era per me il modo più semplice e meno oneroso per conoscere un mestiere che mi affascinava fin dai tempi del liceo. Avere il tesserino, poi, non mi avrebbe impedito di svolgere altri lavori. Per certi aspetti, la mia storia non è molto diversa da quella di tanti aspiranti giornalisti: pezzi scritti e non pagati, in barba alla legge, che parla di “attività regolarmente retribuita”. Retribuzione ovviamente certificata, dichiarando il falso, dall’editore nell’attestato richiesto dall’Ordine per l’iscrizione all’albo. A completare la documentazione, la ritenuta di acconto sui soldi che teoricamente avrei dovuto ricevere. Una prassi purtroppo molto diffusa, che colpisce la dignità di chi si avvicina a questo mondo. Tuttavia mi ritengo in qualche modo fortunato. Nonostante tutto, ho avuto dei privilegi in più rispetto a tanti colleghi: un rimborso spese per i miei spostamenti e per alcuni acquisti, come abiti in caso di partecipazione a particolari eventi, e il regolare pagamento dei contributi. Posso assicurare che non è poco: diversi amici e conoscenti hanno intrapreso l’attività giornalistica completamente a spese loro. Che tradotto significa non solo non essere pagati, ma anche versare i contributi di tasca propria, altrimenti niente tesserino. Devo riconoscere, inoltre, di aver avuto l’opportunità di fare esperienza in una realtà stimolante, che mi ha aiutato ad apprendere i trucchi del mestiere e a crescere professionalmente.Il mio racconto lascia qualche speranza in più rispetto a tante altre vicende, ma non basta.Il problema principale è che anche l’editore più onesto è costretto a fare i conti con continui tagli. E a farne le spese sono inevitabilmente i costi materiali e di tempo impiegati per formare e pagare un aspirante giornalista.Il tutto all’interno di un sistema “malato”, che andrebbe abbattuto e ricostruito. A partire da nuove basi: innanzitutto stabilendo come criterio principale per il tesserino il possesso di una laurea o il diploma della scuola di giornalismo, in modo da portare nelle redazioni persone qualificate e non “scrittori ancora da formare”, a costo zero. È fondamentale tutelare la dignità di chi fa parte di questo mondo, sia da apprendista che da professionista. E poi bisognerebbe ripristinare i tariffari minimi dei giornalisti, aboliti nel 2008, e controllare che vengano rispettati: questo permetterebbe a chi scrive di avere la giusta ricompensa per il proprio lavoro.Carlo** Carlo è un nome di fantasia, per proteggere l'identità della persona che ha affidato alla Repubblica degli Stagisti la sua testimonianzaTesto raccolto da Chiara Del PriorePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Disposti a tutto pur di diventare giornalisti pubblicisti: anche a fingere di essere stati pagati. Ma gli Ordini non vigilano?- Da 250 a 500 euro: quanto costa diventare pubblicista e quali sono le altre differenze tra le varie regioni- L'avvocato Gianfranco Garancini: «Chi falsifica la documentazione pur di entrare nell'albo dei giornalisti pubblicisti commetto reati penali»- La testimonianza di Franca: «Dopo una serie di stage logoranti, la scelta di pagarmi da sola i contributi da pubblicista»E anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»

La testimonianza di Franca: «Dopo una serie di stage logoranti, la scelta di pagarmi da sola i contributi da pubblicista»

Ho 26 anni e il giornalismo è la mia grande passione: compro cinque-sei quotidiani ogni giorno, leggo di tutto e mi informo su qualsiasi argomento. Se potessi lavorare per Report vedrei avverarsi un sogno. Per diventare pubblicista, ho accettato di pagarmi da sola i contributi scrivendo per un blog online con incarichi da freelance ufficialmente retribuiti. In realtà, il mio direttore mi rilascia le ritenute d’acconto e io gli restituisco i soldi in contanti. Ovviamente non ho nessuna retribuzione: di fatto, pago in tasse circa 160 euro ogni sei mesi e in più lavoro gratuitamente per scrivere gli 80 articoli in 2 anni richiesti dall’Ordine del Lazio [nell'immagine qui a fianco, l'homepage del sito dell'ordine]. Come sono arrivata a questo punto? La mia storia è semplice: mi sono laureata nel 2007 alla facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma. Avevo già in mente l’obiettivo del giornalismo, ma ho voluto evitare la laurea in scienze delle comunicazioni perché è considerata un po’ un “parcheggio” e perché qui a Roma c’erano già migliaia e migliaia di iscritti con lezioni tenute nei cinema. I miei sono della provincia, quindi ho anche i problemi e le spese di chi vive fuori sede. Dopo la laurea mi sono messa in cerca di annunci da parte di giornali disposti a pagare le ritenute d’acconto per diventare pubblicista. Ho trovato soltanto un quotidiano che però non pagava gli articoli, neanche in nero: ne ho approfittato per fare più o meno un anno di pratica in redazione, a titolo totalmente gratuito, e nel frattempo mi sono cercata uno stage. Sono stata tirocinante in una grande emittente televisiva per circa 6 mesi, dove mi sono occupata dell’ufficio stampa di una trasmissione d’informazione, poi sono stata per qualche altro mese in una radio della capitale, e infine ho iniziato uno stage in un’agenzia stampa. Me ne sono andata subito, però, perché ormai avevo capito l’andazzo ed ero proprio stufa: anche qui facevano moltissima leva sul lavoro dei ragazzi, chiedendoci di lavorare per nove ore al giorno, il tutto senza nessuna retribuzione o rimborso spesa, neanche i ticket per la mensa. La buona notizia è che, grazie ai contatti che mi ero procurata nei mesi di stage, sono riuscita ad avere un contratto a progetto (retribuito!) per fare rassegna stampa. La cattiva notizia è che l’agenzia che mi aveva impiegato, dopo un po’, ha rischiato di fallire e ha dovuto fare tagli al personale. Mi sono ritrovata di nuovo disoccupata, ma nel frattempo avevo preso contatti con il direttore del blog sul quale ancora scrivo. È andata così: ho trovato l’ennesimo annuncio, ho risposto, e il direttore mi ha chiesto di fare un servizio di prova. Sono andata a seguire un evento di cronaca bianca presso il Municipio di Roma, provvista di registratore e pc – il tutto acquistato ovviamente di tasca mia. Ho inviato l’articolo in redazione e il direttore è rimasto contento: “c’è qualcosa da migliorare”, mi ha detto, “però penso che tu possa imparare bene come si scrive di cronaca e politica”. Alla fine l’ho incontrato, il direttore: un ragazzo giovane, ben ammanicato in certi ambienti politici. Mi ha fatto un discorso che in parte capisco anche: per mantenere l’indipendenza del blog, ha rifiutato di avere qualsiasi finanziamento e adesso se la deve cavare con le sue forze. “Quindi, per la pratica da pubblicista non c’è problema, purtroppo però non posso pagarti. Facciamo così: io ti faccio le ritenute d’acconto, e tu mi dai i soldi per pagarle”. Cosa avrei dovuto fare? Ho accettato. Non è che mi aspetti che cambi molto nella mia situazione, una volta diventata pubblicista. Il tesserino rappresenta più un punto saldo, un’ancora simbolica che voglio raggiungere come obiettivo personale. Nel frattempo mi guadagno da vivere come segretaria part-time o come hostess nei ricevimenti: ci sono mesi in cui non ho nessuna retribuzione. Ho, però, il supporto dei miei genitori che ovviamente sono preoccupati per il mio futuro. Cerco di vivere la vita coltivando le mie passioni: sto imparando a usare una macchina da presa, perché credo che dia davvero un valore aggiunto a un giornalista e che un reportage sia in grado di trasmettere fatti ed emozioni in maniera più efficace della semplice carta stampata. Quando ho un weekend libero mi do all’equitazione o al canyoning, una specie di arrampicata al contrario in cui ci si cala da pareti scoscese. E ovviamente penso a come pagare il prossimo articolo che dovrò scrivere. Franca** Franca è un nome di fantasia, per proteggere l'identità della persona che ha affidato alla Repubblica degli Stagisti la sua testimonianzaTesto raccolto da Andrea Curiat Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Disposti a tutto pur di diventare giornalisti pubblicisti: anche a fingere di essere stati pagati. Ma gli Ordini non vigilano?- L'avvocato Gianfranco Garancini: «Chi falsifica la documentazione pur di entrare nell'albo dei giornalisti pubblicisti commetto reati penali»- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

La richiesta di aiuto di Alessandro: «Da Globalpress vaghe promesse e la certezza di dover pagare per un lavoro»

Ho 26 anni e sono nato in Umbria, ma vivo a Roma ormai da molto tempo. Mi sono laureato in Scienze della comunicazione alla Sapienza in giornalismo ed editoria. Quella di provare a entrare nel settore dell'informazione è stata una scelta maturata durante la triennale, in cui ho studiato la comunicazione sotto vari aspetti: media, cinema, tv, marketing... Però all'università tutti i giornalisti più o meno affermati che figuravano tra il corpo docente non perdevano occasione per scoraggiare gli studenti che aspiravano ad una professione nell'informazione: «È un mondo chiuso», ci dicevano, «non arriverete mai, per fare il giornalista ci sono le scuole e anche lì non è detto». Ho ritenuto ugualmente che questa fosse la mia strada e adesso, anche se  sono ancora in cerca di un lavoro nel campo, quantomeno l'ho imboccata! Forse il tempo mi darà ragione, per il momento mi mantengo con lavori saltuari (anche come cameriere) e qualche collaborazione per blog professionali. Scartabellando tra i vari annunci di lavoro a gennaio mi sono imbattuto, sul sito Studenti.it, in quello della Globalpress Italia, dal promettente titolo "La Globalpress Italia cerca giornalisti da assumere in redazione dopo stage". Conoscevo già il nome del service editoriale GlobalPress - Kronoplanet, così come l'omonima agenzia di stampa per gli italiani all'estero e il suo direttore Alfredo Iannaccone, perché avevo incontrato più volte tempo addietro le loro proposte per stage di sei mesi con successiva assunzione, presso la stessa agenzia o presso un'altra di news locali su Roma, Quartierionline. Forse le precedenti selezioni non avevano portato buoni frutti, visto che c'era una nuova offerta. Di nuovo si proponeva uno stage, stavolta però di soli tre mesi, con l'aggiunta di un costo di trecento euro (che io avrei dovuto attingere dai miei risparmi). Ho inviato la mia richiesta di Help alla Repubblica degli Stagisti e ho voluto informarmi ugualmente di persona per fornire la mia testimonianza. Ho quindi inviato una e-mail ad Alfredo Iannaccone, che nell'annuncio veniva segnalato come il responsabile dell'iniziativa: nella sua risposta lui mi ha spiegato chiaramente che la proposta consisteva prima di tutto in tre mesi di intenso lavoro, e non tanto in un corso di formazione. Un tuffo nella pratica giornalistica, con la possibilità di vedere i miei articoli pubblicati e letti da persone importanti. Ha aggiunto che la maggior parte delle “lezioni” ai 20-30 stagisti previsti [ora lievitati addirittura a cento, ndr] sarebbe stata tenuta dai membri della redazione, per spiegare agli stagisti come fare al meglio l'effettiva attività giornalistica, lanci e quant'altro, per tre, quattro ore quotidiane, spesso da casa. E allora, ho chiesto io, i trecento euro a testa? Iannaccone me li ha giustificati come copertura dei costi di qualche lezione tenuta da non meglio precisati giornalisti esterni alla redazione. Insieme alla vaga promessa – per un'esigua e non specificata fetta di partecipanti (uno? di più? a seconda dei risultati) – di una qualche possibilità di inserimento lavorativo. Insomma, sembra che il normale aspetto formativo che qualsiasi stage prevede per definizione, in cui i tutor introducono e seguono i tirocinanti nel lavoro, venga considerato da Globalpress un qualcosa di al di fuori dello stage, ed è quindi venduto a pagamento. Possibile che così spesso in Italia quello che è un lavoro a tutti gli effetti, intenso, prezioso, spesso ingrato, raggiunto a volte faticosamente da laureati stra-competenti, venga liquidato come un favore che l'azienda fa all'aspirante giornalista? In questo modo il tirocinante finisce per pagare il proprio lavoro, imparando non a valorizzarlo ma a svalutarlo. E non è giusto.[ndr: Il nome "Alessandro" è di fantasia. Il lettore ci ha chiesto di proteggere la sua identità]testo raccolto da Andrea Curiat Per saperne di più, leggi anche:- Aspiranti giornalisti, attenzione agli annunci di stage a pagamento in Rete: la richiesta di help di tre lettori- Globalpress, Kronoplanet, Servicepress: radiografia delle società e cronologia degli annunci in Rete- Vito Bruschini, direttore e amministratore di Kronoplanet: «Nessuna promessa di assunzione. I 300 euro che chiediamo ai ragazzi? Soltanto un rimborso spese»E anche:- Stage a pagamento: un lettore chiede «help» alla Repubblica degli Stagisti- Stage al museo con volantinaggio, la richiesta di help di un lettore arrabbiato