Categoria: Approfondimenti

Scuole di giornalismo: oggi costano meno di un tempo, ma la crisi del settore riduce le prospettive di lavoro

In Italia esistono dodici scuole di giornalismo, che nell’ultimo biennio hanno messo a disposizione trecento posti per aspiranti giornalisti: in media arrivano un migliaio di candidature per biennio (l'ultimo dato è 800), anche se poi i posti effettivamente assegnati sono poco più del 75% di quelli disponibili (235, per esempio, l'anno scorso). Un business che vale quasi un milione e 800mila euro all'anno.Le scuole sono diventate, per molti, l’unico accesso possibile alla professione. Anche se qualcosa in futuro potrebbe cambiare. Il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti ha, infatti, dato il via libera il 16 ottobre dello scorso anno alla propria riforma e inviato al dipartimento per l’editoria della Presidenza del Consiglio il testo approvato. Il progetto di riforma, fortemente sostenuto dal presidente Carlo Verna, in carica dal 2017, introduce tra le altre cose modifiche alla pratica giornalistica, riconosciuta anche all’interno di un corso universitario annuale.Le scuole potrebbero avere le ore contate? Non proprio, ma se la pratica venisse riconosciuta anche all’università i master sarebbero costretti almeno in parte a modificarsi. E probabilmente, per motivi di mercato, anche dal punto di vista economico.Sette anni fa la Repubblica degli stagisti aveva fatto un'inchiesta approfondita sulla professione per capire se le scuole fossero solo per i figli dei ricchi. E il quadro emerso aveva dimostrato come l’accesso al mondo giornalistico costasse alle famiglie italiane cifre dagli otto ai 20mila euro solo per la retta di iscrizione.Oggi le scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine nazionale sono dodici, dopo la riapertura di una scuola simbolo come quella di Bologna, in passato chiusa per carenza di domande. E chi decidesse di tentare questa carta per diventare professionista, non sconfortato dagli esiti occupazionali, dovrà mettere in conto di spendere cifre che vanno dagli 8mila ai 21mila euro solo per la retta, a cui si aggiungono tutti i costi connessi: vitto e alloggio per i fuori sede e durante i mesi di stage (spesso lontani dalla sede della scuola), oltre alle spese per partecipare all’esame di Stato. La scuola in assoluto più costosa è la Luiss, con una richiesta di 21mila euro per il biennio in corso. Segue la Lumsa a 20mila: qui l’ultimo biennio è partito nell’ottobre scorso. Si passa poi ai 19mila euro per la Iulm e 18mila per il master a Torino, entrambi fermi al costo di sette anni fa, seguiti dall’università Cattolica a Milano a 17mila.A questo punto le cifre iniziano a diventare un po’ più abbordabili, con il master del Suor Orsola Benincasa a Napoli che per il biennio iniziato nel 2017 chiedeva 14.400 euro, seguito a ruota a 14mila dalla scuola di giornalismo Walter Tobagi dell’università di Milano, nata nel 2009 in seguito a un accordo tra il master dell’università Statale di Milano e l’Ifg Carlo De Martino, che era la più antica scuola di giornalismo italiana e fino al biennio 2005-2007 anche l'unica ancora completamente gratuita: poi la Regione Lombardia ha chiuso i rubinetti dei fondi, e si è resa opportuna la “incorporazione” dell'IFG all'interno della Statale.A quota 12mila euro si assestano, invece, tre scuole: il master in giornalismo dell’università di Bologna, la scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia e l’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, fondato nel lontano 1990. Chiudono la classifica due scuole del sud, entrambe con una retta di 8mila euro: Salerno, dove nel 2012 si spendevano per il biennio 15mila euro, e Bari.  I guadagni delle scuole, però, non si fermano solo alle rette per i due anni, perché a queste si aggiungono anche le spese relative alle varie fasi della selezione e che coinvolgono una platea più ampia di soggetti. Si va dai 50 euro a candidato della scuola Walter Tobagi ai 100 di Torino, dai 150 euro del master di Bari e della Luiss fino ai 250 per i test di Perugia, suddivisi tra domanda di ammissione e successivo pagamento per la selezione.E le borse di studio? In questo campo la situazione è decisamente migliorata rispetto al passato, quando ad esempio il Suor Orsola aveva solo tre borse di studio ognuna da 5mila euro e il master a Salerno non ne prevedeva. E il merito va al Quadro di indirizzi per il riconoscimento, la regolamentazione e il controllo delle scuole di formazione al giornalismo, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti nel dicembre 2016 e riconfermato anche nel nuovo quadro di indirizzi del settembre 2018. Il documento prevede, infatti, all’articolo 5 che «ciascuna scuola garantisce un numero di borse di studio pari come minimo al 15 per cento delle somme versate a qualsiasi titolo dagli allievi». E infatti, leggendo i bandi, tutte le scuole si sono adeguate prevedendo borse di studio e, in alcuni casi, introducendo anche delle convenzioni con alcune banche in modo da consentire l’accesso al prestito d’onore a copertura parziale o totale della retta, come per la scuola di Perugia e di Urbino.Ma se i soldi investiti dai praticanti giornalisti creano per le scuole un introito non indifferente, il tempo e il denaro investiti non sempre valgono la candela. Già una ricerca effettuata nel 2010 mostrava come i collaboratori di testate nazionali e locali venissero pagati anche meno di 3 euro a pezzo. A dimostrazione che una volta raggiunto l’agognato titolo di “professionista”, il mercato non era più così esaltante. Adesso ci sono dati aggiornati che danno un quadro ancora più fosco.Secondo il Rapporto sulle dinamiche occupazionali nel settore giornalistico: confronto con il sistema paese e l’ambito comunitario dell’Inpgi, presentato lo scorso maggio in Commissione lavoro e tutela occupazionale, «negli ultimi cinque anni sono andati persi 2.704 posti di lavoro nel mondo giornalistico, un calo di oltre il 15%». Un dato giudicato in controtendenza sia rispetto alla crescita dell’occupazione registrata in Europa che in Italia. E i giovani sembrano averlo imparato. Prova ne sia che, nonostante in molti tentino la carta di quello che Albert Camus definiva il mestiere più bello del mondo, le domande di ammissione nelle scuole diminuiscono. Tanto che più di un master si è trovato ad avere meno studenti di quanti previsti dal bando nell’ultimo biennio, costretto a rispettare un’altra regola imposta dall’Ordine dei giornalisti, e specificata all’articolo 22 del quadro di indirizzi già del 2016, quella secondo cui «Il numero di allievi ammessi al corso non può essere superiore alla metà di coloro che hanno completato le prove di selezione». Alcuni esempi: il master a Torino prevedeva un massimo di venti posti e alla fine gli studenti sono 15, la Lumsa aveva il target massimo a 30 e si ritrova con 24 praticanti, stesso limite da bando anche per il Suor Orsola a Napoli che alla fine ha solo 11 studenti, mentre Bari ne ha addirittura uno in meno.Scuole, quindi, un po’ meno mangiasoldi, visto il maggior numero di borse di studio e le rette in molti casi abbassate. Ma che, visti i numeri della crisi editoriale, possono garantire sempre meno l’ingresso sul mercato del lavoro. Marianna Lepore

Formazione, giovani e lavoro in tv: su Rai3 la trasmissione Il Posto giusto parla alle famiglie

È alla quinta edizione e va in onda tutte le domenica alle 13 (presto anche in replica in tarda serata) il programma di Rai Tre Il posto giusto condotto da Federico Ruffo e dedicato ai temi del lavoro. Testimonianza di come negli ultimi tempi si stia facendo largo una maggiore presenza in radio e tv di dibattiti collegati alla questione occupazionale, anche se non è la prima volta che un programma televisivo è dedicato all'argomento: «In passato per moltissimi anni, dal 1998 al 2000 circa, c'è stato 'Okkupati', format storico da me ideato e realizzato insieme a Maurizio Sorcioni, che oggi è dirigente all'Agenzia nazionale per il lavoro Anpal» racconta alla Repubblica degli Stagisti l'autore del programma Romano Benini [nella foto sotto], 53 anni, docente di Politiche per il lavoro alla facoltà di Sociologia alla Sapienza e consulente in materia di occupazione. Questi temi insomma piaccono al pubblico: anche se in realtà più le famiglie che i diretti interessati, ovvero i giovani. «A quell'ora di domenica i neet dormono» scherza l'autore, ma è «normale che lo share sia composto soprattutto dalle famiglie, quindi mamme e nonne, perché è il format che è pensato in questo modo ed è anche un orario in cui il pubblico è di quella tipologia». E poi non c'è solo approfondimento in trasmissione, bensì «alterniamo fasi di informazione tecnica con momenti di svago per creare un contesto più godibile».Oltretutto «le famiglie cominciano a capire – con dieci anni di ritardo – che il lavoro ha a che vedere con la realtà delle aziende, che cercano competenze più che titoli di studio». Nel nostro paese «c'è un generale disorientamento verso strumenti e regole per avvicinarsi al mercato del lavoro» argomenta Benini. E allora Il Posto Giusto «in un'ora a settimana prova a fare da bussola, sopperendo a quella mancanza di orientamento colpa della scuola e verso cui le famiglie sono impreparate». Il filo conduttore del programma «è dare le linee guida su quello che richiede il mercato del lavoro e sulla promozione dell'autoimpiego, con attenzione particolare al mismatch tra offerta e domanda di lavoro». Operiamo come «servizio pubblico, fornendo istruzioni per l'uso: a ogni puntata mostriamo per esempio video di colloqui reali, per poi analizzarli con l'aiuto di tutor e consulenti». Sono tantissimi gli errori in cui si cade in queste occasioni, «ci si presenta spesso dalle aziende senza conoscerne il profilo» evidenzia l'autore, e così noi «diamo trucchi e dritte per essere più apprezzati».Ospiti politici non ce ne sono e nemmeno storie di denuncia, bensì «storie esemplari e che funzionano» spiega Benini, «proprio in ragione del fatto che noi illustriamo quanto va bene per far emergere quello che non va». Ad esempio la prima puntata, «in cui abbiamo festeggiato l'acquisizione di un'azienda casertana uscita così dalla crisi, o i racconti di giovani stabilizzati dopo l'apprendistato, e ancora facciamo vedere attorno a ogni attività quanti mestieri ruotino». Si parla anche di stage, «che non ha una buona fama ma che per noi deve essere fatto in un certo modo per portare ad assunzioni». Per non restare vittime del mercato e di certe distorsioni, i ragazzi  dovrebbero imparare a individuare «dove sono le opportunità, non pensando al lavoro solo dopo aver conseguito il titolo di studio, ma scegliendo un percorso che sia in grado di portare a un rapporto con le imprese». Bisogna pensare che «mancano ogni anno centinaia di migliaia di figure tecniche, perché di fatto siamo il settimo paese manufatturiero al mondo».I telespettatori del Posto giusto «sono intorno a quota 450mila, oltre ai 150mila che si aggiungono alla replica serale, con contatti [chi finisce sul canale facendo zapping, ndr], che vanno oltre i 200mila» chiarisce Benini. «Circa il 2,6% di share, una percentuale che supera la media della rete» fa sapere, «e che è salita rispetto alle prime edizioni, quando si registravano circa 380mila spettatori a puntata». Numeri che peraltro non tengono conto dei dati dei social network collegati al programma. Ma «i segnali sono buoni: dalla pagina Facebook riusciamo a capire quante visualizzazioni ci sono su Rai Play». Risultati che consentono di dire che «la trasmissione è cresciuta: contiamo di arrivare a 700mila contatti» auspica Benini.Per il momento tuttavia di lavoro sui mass media non si parla molto. Il motivo è secondo l'autore che «in Italia manca un giornalismo specializzato in questo ambito, ci sono solo giornalisti economici o con conoscenze in ambito statistico». Nella redazione de Il Posto Giusto «lavorano una ventina di persone tra cui circa sette giornalisti e sei videomaker, oltre a tutto il personale tecnico e la struttura dello studio in cui registriamo che è a Torino». Il programma conta poi su un finanziamento proveniente da stanziamenti europei: «si tratta del Fondo sociale europeo, destinato anche alla comunicazione per la promozione del lavoro, inclusi programmi come il nostro». La sovvenzione  ricevuta dalla trasmissione per quest'anno «è circa 8-900mila euro per venti puntate» (ne mancano undici alla fine) e che vengono pilotati tramite l'Anpal. «Con questa e con la Rai costruiamo il programma in una sorta di triangolazione». Per offrire ai telespettatori una trasmissione di vero "servizio pubblico", nella migliore tradizione Rai, focalizzata sull'impegnativo tema dell'occupazione giovanile.Ilaria Mariotti

Blue Book Traineeship, aperte fino al 4 febbraio le selezioni per i tirocini da 1200 euro al mese alla Commissione UE

Con l’anno nuovo tornano le selezioni per i tirocini per laureati alla Commissione Europea. Come ogni anno, infatti, anche nel 2019 l’esecutivo europeo organizza – nell’ambito del programma Blue Book Traineeship – due sessioni di stage da cinque mesi ciascuna, rivolte a 1.300 laureati complessivamente. Come sempre le sessioni si terranno a partire da marzo e da ottobre. Se per marzo le selezioni si sono già svolte lo scorso autunno, mentre quelle per ottobre saranno aperte sino al 4 febbraio.Si tratta di selezioni che si riferiscono a 665 posizioni, tra cui vi sono incarichi nell’amministrazione o come interpreti/traduttori. I tirocini potranno avere luogo sia presso le sedi di Bruxelles e Lussemburgo sia presso le rappresentanze della Commissione dislocate in giro per l’Europa.Possono presentare la propria candidatura i laureati in tutte le discipline. La Commissione selezionerà poi i trainne in base alle proprie necessità. Aspetti interessanti ed apprezzati del Blue Book Program sono il fatto che non esistano limiti di età per potersi candidare e il generoso rimborso spese garantito ai tirocinanti. Rimborso spese che, per il 2019, è stato aumentato dai 1.175 euro mensili degli scorsi anni a 1.196 euro. Sono previste anche coperture per le spese mediche e per quelle di viaggio, oltre che degli eventuali costi necessari per ottenere i visti (benefit previsto soprattutto a vantaggio degli extra-comunitari, i quali possono prendere alle selezioni). Per quanto riguarda il paese di provenienza, come spesso succede con i tirocini nelle istituzioni internazionali e in particolare in quelle europee, la nazione più rappresentata è l'Italia. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto e ottenuto i dati specifici sulle candidature, perché il sito riporta solo quelli aggregati 2015-2017 – quasi 100mila candidature, 98.589 per la precisione – di cui poco meno di 10mila per posti da interprete e le altre per l’amministrazione, e senza dettagli sulle nazionalità dei candidati.Dalle informazioni ottenute, emerge come nelle ultime selezioni di agosto 2018,  sono arrivate alla Commissione 8.668 application  per 665 posti. Di questi, i candidati italiani sono stati 1.569, ossia poco più del 18%. Dato che conferma l'Italia al primo posto tra le nazioni da cui provengono le candidature. Staccata, e di molto, la seconda, ossia la Francia con 558 candidati. Si tratta di un dato estremamente significativo, che denota ancora una volta la “fame” dei giovani laureati italiani di esperienze all'estero. Soprattutto, a pesare è l’aspetto del compenso, di gran lunga al di sopra degli standard del nostro paese.Un simile gradimento agevola anche le probabilità - comunque non altissime data la concorrenza agguerrita - di essere selezionati. Dalla Commissione, infatti, spiegano che le posizioni sono ripartite tra i vari Stati membri UE a seconda della popolazione e del numero di candidature ricevute da ciascuno di essi. Le selezioni iniziate ad agosto sono ancora in corso, ma dalla Commissione hanno assicurato che per gli stage - che inizieranno il prossimo 1° marzo - gli italiani avranno riservati 188 posti nel settore dell'amministrazione e 3 come traduttori/interpreti.Come detto, non vi sono limiti di età per potersi candidare. Caratteristica che, se denota una maggiore inclusività rispetto ad altri tirocini, rende le selezioni più dure in quanto ad età più avanzate corrispondono spesso curriculum più ricchi. La fascia anagrafica più rappresentata è quella tra i 25 e i 30 anni, con 59mila candidati negli ultimi due anni. Seguono gli over 30 con 23mila e, in fondo, i ragazzi tra 20 e 25 anni, che si fermano a poco più di 16mila. Tra i candidati interpreti, il 2,48% è stato selezionato, mentre i tirocinanti ammessi nell’amministrazione sono stati il 3,90%. Di seguito qualche spiegazione sul processo di selezione. Si inizia con l’application attraverso il sito internet della Commissione, a cui è necessario registrarsi. Prima di presentare la propria candidatura, gli aspiranti stagisti possono completare un questionario di dodici domande finalizzato a fornire una valutazione delle possibilità che ciascuno ha di superare la prima fase di screening. Una volta creato il proprio account e, eventualmente, compilato il questionario di self-assessment, gli interessati dovranno quindi presentare la candidatura attraverso la loro pagina personale. Da notare come l’application debba essere per forza presentata in una delle tre lingue procedurali dell’UE: inglese, francese o tedesco.Prima di tutto, il candidato deve indicare l’area di interesse per il tirocinio (se amministrativo o da interprete) e, quindi, la lingua procedurale scelta per l’application. Le prime informazioni personali richieste attengono ai pre-requisiti necessari per l’application, ossia una laurea (almeno triennale), una certificazione di livello C1 o C2 di una delle tre lingue lavorative UE e il non aver già lavorato o svolto stage presso altre istituzioni o agenzie europee. Superato questo step, occorre inserire i propri dati anagrafici e di contatto prima di caricare le informazioni relative al curriculum. Nello specifico, è richiesto di riempire dei campi relativi alla formazione universitaria già completata, ad eventuali seminari o corsi di durata superiore a quattro settimane, a programmi exchange/erasmus e a studi ancora in via di completamento. Per quanto riguarda le esperienze lavorative, bisogna indicarne tre al massimo, che abbiano avuto una durata superiore a 43 giorni. Tra le esperienze è possibile citare volontariato, attività nelle ONG o in partiti politici, tirocini con o senza compenso slegati dalla formazione universitaria.Ai candidati UE è richiesta la conoscenza avanzata (C1 o C2) di una delle 24 lingue ufficiali dell’Unione e di una delle tre procedurali. Per i cittadini di stati terzi è sufficiente conoscerne una tra inglese, francese e tedesco. Alla  pagina skills, invece, si devono indicare le proprie competenze informatiche, abilità comunicative ed organizzative (da descrivere in 250 parole) più eventuali paper o pubblicazioni rilevanti.Nell’ultima pagina del form va inserita una breve lettera di motivazione. Per i candidati a tirocini amministrativi la lettera deve essere scritta nella lingua selezionata all'inizio della procedura e deve avere una lunghezza massima di mille caratteri. Bisogna inoltre scegliere tre sedi preferite per svolgere lo stage – direttorati generali, agenzie, servizi – e la propria area disciplinare di interesse, spiegando le motivazioni di tali scelte in duemila caratteri. I candidati per un tirocinio da interprete, invece, devono scrivere una lettera motivazionale nella propria lingua madre (che deve però essere una delle 24 lingue ufficiali UE).Come detto, il termine ultimo per presentare la propria application è il 4 febbraio. Dopo  inizierà la selezione vera e propria. I candidati che passeranno il primo screening saranno chiamati per dei colloqui conoscitivi. È possibile che un candidato venga contattato da recruiter di più di un ufficio e, in quel caso, si seguiranno le preferenze espresse durante l’application. In questa fase il candidato dovrà fornire tutta la documentazione necessaria, ossia copia di un documento d’identità valido e il certificato di laurea, nonché dei documenti che siano in grado di provare quanto dichiarato nella compilazione del form per le candidature. L’esito positivo della candidatura si ha unicamente con l’offerta ufficiale, che può essere una sola per sessione di stage e che il candidato può anche decidere di rifiutare. Per i candidati selezionati i tirocini inizieranno dal 1° ottobre 2019 e termineranno il 29 febbraio 2020.Giulio Monga

Altro che abolita, l'alternanza scuola lavoro andrebbe potenziata: le buone pratiche lo dimostrano

Nel 2018 l'alternanza scuola lavoro ha coinvolto un milione e mezzo di ragazzi. «Se, come risulta dai sondaggi, sono 100mila quelli che si sono trovati male» calcola Antonello Giannelli, presidente dell'associazione nazionale presidi Anp [nella foto a destra] a un convegno romano ospitato dal Cnel, «allora vuol dire che oltre il novanta per cento si è trovato bene». Ma il governo in carica sembra pensarla diversamente, e nella legge di bilancio appena approvata i fondi destinati a questa attività sono stati più che dimezzati, scendendo da 125 milioni a 50 per l'intero pacchetto. Stessa sorte per il monte ore complessivo, passato da 400 a 210 per gli istituti professionali, da 400 a 150 per i tecnici e da 200 a 90 per i licei. Una scelta che secondo Giannelli riflette un «modo non corretto di approcciare ai problemi» perché a rigor di logica «se ci basassimo sull'esito nefasto delle ore di matematica in Italia, allora anche lì dovremmo dimezzare il numero!». Le esperienze positive di alternanza sono invece per Giannelli di gran lunga superiori ai casi negativi: «Ci sono studenti mandati nella Valle dei Templi di Agrigento a spazzolare cocci di reperti greci insieme agli archeologi» esemplifica. «Per me questo non è sfruttamento: io avrei pagato per maneggiare materiale risalente a 2500 anni fa!». E le opinioni degli ospiti alla conferenza sono tutte un coro unanime in tal senso. All'obiezione per esempio che il tessuto imprenditoriale italiano sia composto per lo più da piccole e medie imprese, in cui si fatica a inserire uno studente, Giannelli ribatte: «La legge 107 ha ampliato il numero di aziende presso cui si può svolgere l'alternanza: oggi sono inclusi anche musei e studi professionali» più adatti al percorso di un liceale. E dove «possono svilupparsi quelle famose competenze trasversali fondamentali al lavoro». Pensare che un tempo si diceva «se non studi ti mando a lavorare» ironizza Caterina Cantaloni di Unioncamere. E invece «è dalla fine degli anni Novanta che non si ragiona più di scuola e apprendimento come cose separate, e noi come Camere di commercio siamo facilitatori di questo dialogo». L'alternanza, oltre a «rendere consapevoli delle proprie difficoltà e a rafforzare le capacità per entrare nel mondo del lavoro», funge anche «come orientamento» afferma. E «consente, come dimostrano alcuni studi, di trovare un lavoro migliore» fa eco Tiziano Treu, presidente del Cnel. Per Angela Nava di Genitori democratici quello contro cui bisogna combattere «è un pregiudizio che alberga nell'animo dei docenti e connota la nostra cultura, e cioè l'idea che la funzione dell'istruzione sia quella del sapere come valore assoluto, con una separazione netta tra l'otium e il negotium latini». Non va dimenticato come la prima risposta all'introduzione dell'alternanza «da parte di moltissime scuole sia stata una alzata di scudi: questa è la pancia profonda della scuola italiana, con cui bisogna fare i conti». Le best practice a cui guardare invece sono diverse. Lo racconta il dirigente scolastico dell'Iti Severi di Gioia Tauro Giuseppe Gelardi [nella foto a sinistra]: «Noi calabresi abbiamo un territorio particolare, dove la piccola e media impresa è molto presente ma il tasso di disoccupazione è al 55 per cento» racconta. Nel timore di continuare a sfornare disoccupati, Gelardi decise di mettersi all'opera molto prima della legge sulla Buona scuola. «Andai a bussare alle porte delle aziende, mi misi a fare file, bisognava convincere tutti» ricorda. Oggi sono 450 gli studenti impegnati nei percorsi di alternanza per un totale di 300 ore all'anno (contro le 400 a triennio previste in precedenza dalla 107). E i risultati in termini occupazionali ci sono perché «stiamo riuscendo a ottenere anche contratti a tempo indeterminato». E ancora l'Istituto tecnico Mita di Scandicci, i cui studenti seguono ogni anno appositi corsi di formazione pensati con aziende «socie come Fendi, Prada, Ferragamo» spiega Massimiliano Guerrini, presidente dell'omonima fondazione. «Loro ci chiedono un determinato corso e noi in cambio prendiamo una loro risorsa da usare come tutor». I ragazzi «dopo un biennio, di cui un anno e mezzo in laboratorio, iniziano stage in cui non si va a fare fotocopie» sottolinea, «perché si sono investiti un sacco di soldi e si è studiato un iter sulla base di quello che serve». Così, nelle ultime due edizioni, si è raggiunto «il 100 per cento di occupati». E poi le aziende, come Almaviva Group, gruppo da 42mila risorse che utilizza l'alternanza dal 2015. «Gli studenti vengono inseriti nel nostro secondo filone di business, relativo alle tecnologie di frontiera per istituti bancari e amministrativi» racconta il direttore Risorse umane Marina Irace. E vengono messi al lavoro «sui droni e sulla realtà aumentata, non come sui banchi di scuola dove si studiano programmi spesso vetusti».Eppure il destino dell'alternanza scuola lavoro sembra segnato. Nel Def, come detto, i fondi stanziati sono stati più che dimezzati, così come il monte ore minimo. Certo, «le scuole se vorranno potranno introdurre più ore» specifica alla Repubblica degli Stagisti Andrea Marchetti dell'Anp. Ma attingendo a fondi interni, e affrontando prevedibilmente bordate dalla rumorosa minoranza di studenti ostili al progetto. Qualcuna riuscirà davvero a farlo?Ilaria Mariotti 

Tirocini e dichiarazione dei redditi, ecco quali sono gli obblighi degli stagisti

Anche gli stagisti sono tenuti alla presentazione della dichiarazione dei redditi. Infatti il reddito derivante da stage e borse di studio è un reddito assimilato a quello di lavoro dipendente. Categoria nella quale rientrano «le somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio per fini di studio o di addestramento professionale, se il beneficiario non è legato da rapporti di lavoro dipendente nei confronti del soggetto erogante», come stabilito dall’art. 50 del Testo unico delle imposte sui redditi (il cosiddetto “Tuir”). Al pari del lavoratore dipendente, quindi, lo stagista deve presentare la dichiarazione dei redditi se il reddito complessivo da lui percepito è superiore agli 8.145 euro l’anno, ovvero a circa 678 euro al mese. A differenza dei redditi da lavoro subordinato, i rimborsi spese non sono invece soggetti a contribuzione previdenziale.L’Irpef prevista fino a 15mila euro è anche per i tirocinanti al 23%. Ad esempio, su un rimborso spese complessivo di 5mila euro per uno stage della durata di dodici mesi, l’Irpef al 23% dovrebbe decurtare 1.150 euro, ma grazie alle detrazioni previste dal Tuir, la somma rimane invariata, dunque non vengono attuate trattenute fiscali.«La soglia di esenzione dipende dai mesi lavorati» spiega Benedetta Rizzi, ricercatrice di diritto tributario presso la Fondazione nazionale commercialisti: «Se ad esempio lo stage dura sei mesi la “no tax area” si riduce a 6mila euro». La base imponibile è costituita da tutti gli importi, in denaro o in natura, a qualsiasi titolo corrisposti, in relazione all'erogazione delle borse e dei premi di studio anche sotto forma di rimborso spese. Pertanto rientrano nell'ammontare le spese di viaggio, di alloggio, di vitto etc. – tranne che nell'ipotesi in cui siano collegate ad una trasferta – o il valore normale e/o "convenzionale" delle prestazioni in natura qualora offerte gratuitamente dal soggetto erogante. Possono essere riconosciute anche le detrazioni per familiari a carico, ove richieste dal tirocinante.Sono esenti dall’obbligo di dichiarazione gli studenti universitari percettori di borse di studio erogate dalle Regioni e dalle università per dottorati di ricerca, ricerca post dottorato ed Erasmus Plus.Ma come si fa a presentare la dichiarazione? Le opzioni per compilare il modello 730 sono varie. «Nel caso in cui il “datore di lavoro” presti assistenza fiscale, ci si può rivolgere a quest’ultimo per la presentazione della dichiarazione. In alternativa» illustra Rizzi: «Lo stagista può rivolgersi a un professionista abilitato – tra cui, i commercialisti –  o a un Caf-dipendenti o ancora, nel solo caso del 730 precompilato, può presentare la dichiarazione autonomamente tramite il sito internet dell’Agenzia delle entrate».Molto spesso agli stagisti capita di percepire altri redditi. «Nel caso dei redditi di lavoro autonomo occasionale oppure dei redditi derivanti dal possesso di fabbricati lo stagista in linea generale può presentare il 730 precompilato compilando gli appositi quadri del modello, come il quadro D per le prestazioni occasionali, inserendo i dati contenuti nella Certificazione unica rilasciata dal sostituto d’imposta, e il quadro B per i redditi da fabbricati». Per quanto riguarda i giorni di lavoro, in presenza di più redditi di lavoro dipendente o assimilati, va indicato il numero totale dei giorni compresi nei vari periodi, tenendo conto che quelli compresi in periodi contemporanei devono essere considerati una volta sola. Va poi indicato l'ammontare delle ritenute Irpef subite. E, dato che sullo stage non ci sono imposte alla fonte, ci si affiderà al Caf o un professionista per effettuare i conteggi sull'eventuale conguaglio da pagare. Il modello 730 per il 2018 dovrà essere presentato al proprio sostituto d’imposta entro il 7 luglio del 2019 oppure entro il 23 luglio al Caf, al professionista abilitato o direttamente all’Agenzia delle entrate nel caso del modello precompilato. Insomma, anche se lo stagista non è considerato un lavoratore e il suo rimborso spese non è equiparato a uno stipendio, non bisogna dimenticare che egli è ugualmente tenuto ad adempiere agli obblighi fiscali.Rossella Nocca

Due milioni e mezzo di euro contro la disoccupazione giovanile, ma il progetto Drop'pin non è mai decollato

Circa tre anni fa è stato lanciato il progetto pilota Drop’pin, la piattaforma di job matching voluta da Eures, la rete europea dei servizi per l’impiego, per aiutare i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni a muovere i primi passi nel mercato del lavoro. Il nome è il contrario di drop out, espressione associata a chi non completa il percorso di studi, ma è anche un gioco di parole. L’obiettivo era infatti quello di invitare i giovani a “saltar su”, a salire (mentre to drop significa “scendere, far cadere”) sul carro delle opportunità e allo stesso tempo le aziende a mettere in vetrina le proprie offerte, fissandole idealmente con uno spillo (to pin).A tre anni dalla presentazione del progetto, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto ai promotori un resoconto dell’attività svolta. E, a dispetto di due milioni e mezzo di euro investiti dall’Unione europea, i numeri sono fallimentari. «Ad oggi sono registrate 814 aziende», è la risposta di Lidija Globokar, responsabile del progetto Drop’pin, «e attualmente sono pubblicate 2.318 opportunità. A settembre 2018 le visite sono state 5.600, a ottobre 7.200». Impossibile, invece, sapere quanti incroci tra giovani e aziende sono stati finalizzati.Le cifre raggiunte sono ben lontane da quelle prospettate nel dicembre 2015, dopo i primi mesi di “rodaggio”. «Entro giugno prossimo speriamo di avere almeno mille aziende registrate, 10mila offerte e almeno 100mila visite mensili al sito», aveva dichiarato infatti Pascale Woodruff, consulente per la comunicazione del portale Eures, all’interno della Direzione generale Occupazione della Commissione Ue. Dunque i risultati raggiunti sono meno di un decimo di quelli auspicati.«In totale, tra il 2013 e il 2018, sono stati assegnati a Drop’pin 2,5 milioni di euro» conferma Sara Soumillion dell’Ufficio stampa per l'occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità del lavoro della Commissione «che sostengono il personale che lavora sulla piattaforma, la diffusione e i vari progetti di sensibilizzazione, come i nuovi tirocini per opportunità digitali». La Repubblica degli Stagisti avrebbe voluto sapere in che modo e quante persone hanno lavorato alla piattaforma in questi anni e se, alla luce di un bilancio oggettivamente negativo, è stato previsto un nuovo budget, ad esempio per la comunicazione o per nuove risorse umane. Ma le domande sono rimaste senza risposta: nessuna disponibilità da parte dei responsabili a fornire queste informazioni. «Non sono previsti ulteriori investimenti, fino a quando non sarà stata effettuata un’analisi più approfondita del funzionamento del progetto», si limita a dichiarare Lambert Kleinmann, vice capo unità della Direzione generale Occupazione della Commissione europea. Kleinmann comunica inoltre che – ufficialmente per migliorare il servizio – dal 2017 Drop’pin è stato integrato nel portale Eures, dove i giovani in cerca di occupazione possono reperire in unico spazio tutte le offerte disponibili e le aziende contare su un database unico, accedendo dallo stesso account. Eures conta su una rete di 1.000 consulenti ai servizi di mobilità professionale e raccoglie oltre 3 milioni di offerte, e alla luce di questi numeri dovrebbe “trainare” anche Drop’pin.Per il periodo 2018-2020 a Drop’pin si accompagnerà inoltre l’iniziativa Digital Opportunity traineeships, progetto pilota destinato a creare fino a 6mila tirocini transfrontalieri per studenti e neo-laureati. Finanziati da Orizzonte 2020 e messi in atto tramite Erasmus+, i tirocini in questione permettono ai giovani selezionati – a fronte di un’indennità mensile di 500 euro – di migliorare le proprie competenze informatiche in campi quali sicurezza informatica, big data, tecnologia quantistica, apprendimento automatico, marketing digitale e sviluppo di software. Anche qui la sensazione è che si tenti di camuffare il fallimento della piattaforma associandola a nuovi progetti.Ma come funziona il portale oggi? Gli annunci delle aziende, per essere pubblicati, devono rispettare alcuni requisiti. «Devono essere opportunità formative e non offerte di lavoro, provenire da società stabilite nell’Unione europea» precisa Globokar «e nello Spazio economico europeo, essere scritte in una delle lingue dell’area Ue, fornire informazioni sullo scopo e sulla durata dell’esperienza e non comportare alcun costo per il candidato, se non in casi eccezionali e comunque con importi bassi».«Facciamo tutto il possibile per verificare che le organizzazioni registrate su Drop’pin siano serie» si legge nel messaggio che appare all’apertura della pagina di ogni offerta «e che le opportunità da loro offerte ai giovani siano reali e sicure. Tuttavia, non possiamo garantire che l’integrità del sito web non sarà mai compromessa da possibili truffatori, che potrebbero persino riuscire a pubblicare sul sito web false opportunità». I gestori invitano quindi a segnalare i casi di contenuti inappropriati rispetto alle finalità del portale. Le principali categorie sono: apprendistati, tirocini, programmi di formazione, corsi di apprendimento online, formazione linguistica, sostegno alla mobilità, affiancamento, tutoraggio. I campi vanno da tecnologie dell’informazione e della comunicazione a business e amministrazione, da scienze sociali e comportamentali a matematica e statistica, passando per ingegneria e lingue.I paesi sono tutti quelli dell’area Ue, ma a prevalere sono al momento gli annunci provenienti da: Regno Unito, Spagna, Francia e Italia. Guardando ad esempio alle offerte per il nostro paese, l’annuncio più recente propone un tirocinio come digital consumer behavior analyst intern presso la multinazionale Nielsen, a Milano. La posizione è ben esplicata, ma resta l’interrogativo sul rimborso spese erogato. La trasparenza degli annunci non è tuttavia l’unica perplessità legata alla gestione della piattaforma. Ad esempio si nota facilmente che il portale conserva offerte di lavoro scadute, per cui non tutti gli annunci al momento disponibili si traducono in altrettante opportunità.A tre anni e mezzo dal lancio, la sensazione è che il progetto – mosso dalla sfida sin troppo ambiziosa di contrastare la disoccupazione giovanile in Europa – non sia mai realmente decollato e che il ri-assorbimento nel portale Eures sia solo un malcelato tentativo di nasconderne il fallimento. Rossella Nocca

Parlare di lavoro in radio funziona: «l'interesse del pubblico sta aumentando»

Di mercato del lavoro non si parla spesso sui media. E quando succede «lo si fa in modo superficiale e noioso» esordisce Valeria Manieri, da oltre dieci anni conduttrice della trasmissione Lavorare.info (in onda il sabato alle 19.30 e in replica il martedì alle 6) su Radio Radicale. «Sicuramente è presente più di prima però, a giudicare dal numero di trasmissioni sul tema: da questo deduco che l'interesse e la sensibilità degli ascoltatori sia cresciuto, almeno rispetto a dieci anni fa». Anche i dati di ascolto - «che però sono riservati» - , lo rivelerebbero, considerando «la quantità di podcast scaricati, le interazioni sui social e le visualizzazioni, che allineano questi approfondimenti alle tematiche più nazional-popolari» fa notare.Saranno gli effetti del precariato, dei bassi stipendi, o del generale caos legislativo in cui è immerso di chi lavora a far avvicinare il pubblico a questo genere di trasmissioni: «La nostra mi piace considerarla un po' un osservatorio sul mondo del lavoro, dell'economia e del welfare, e noi come radio – e quindi slow media – abbiamo modo di dedicare tempo al ragionamento». L'obiettivo è «creare un'economia della conoscenza, come avrebbe detto Marco Pannella e ancora prima Einaudi quel "diritto al sapere per poi deliberare" come cittadino». L'esperimento sembrerebbe funzionare perché «dai commenti e dagli interventi scopriamo di avere un target molto variegato, fatto per esempio di molti tassisti, operai, pensionati e non solo di persone "seriose" o classici intellettuali». Che oltretutto si dimostrano molto preparati, come emerge «quando facciamo il filo diretto, con le chiamate in trasmissione: lì escono domande davvero ben fatte». Gli ospiti sono spesso personalità del mondo accademico, tra cui ad esempio Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro, o Fabio Pammoli, ordinario di Economia, «per sviscerare materie più ostiche». Ma non mancano neppure i politici, «di ogni provenienza» sottolinea la conduttrice, perché «Radio Radicale è di tutti», e che vengono «di volta in volta selezionati in base alle proprie competenze specifiche». Non sempre si riscontra una preparazione impeccabile, con eccezioni virtuose «come ad esempio l'ex ministro del lavoro Enrico Giovannini e il senatore Pietro Ichino» dice Manieri: «Spiace dover dire poi che spesso quelli più meritevoli sono anche quelli che non vengono riconfermati nelle successive legislature». E non è detto che le competenze accademiche siano meglio dell'esperienza sul campo: «La scuola di Radio Radicale mi ha insegnato che serve molto di più sbattere il muso sulle questioni ed essere scrupolosi, e non necessariamente aver studiato all'università». Tante anche le donne invitate al parterre di Lavorare.info. «I personaggi femminili non hanno spazio su temi difficili come quelli dell'economia» riflette la conduttrice. «Ce ne sono di bravissime in grado di fornire molte più sfumature: l'economista Veronica De Romanis, la statistica Linda Laura Sabbadini, la deputata PD Ileana Piazzoni, solo per citarne alcune».Gli argomenti trattati in trasmissione spaziano a 360 gradi: «Andiamo per cicli» racconta. «Ultimamente ci stiamo occupando molto di nuovo welfare e del Pilastro sociale europeo [strumento adottato dalla Commissione europea con il fine di creare un quadro di riferimento per monitorare e rafforzare i sistemi di protezione sociale degli Stati membri, ndr], così come del reddito di cittadinanza. In altre fasi abbiamo affrontato la questione dei talenti italiani in giro per il mondo che inventavano lavori all'estero, e degli startupper». Anche lo stage ha fatto parte del dibattito. Soprattutto quelli realizzati nell'ambito di «Garanzia giovani: un'occasione mancata per questo Paese, legata a tutto l'universo dei centri per l'impiego». Lì dovrebbe esserci «lo Stato a supervisionare e a 'garantire' appunto la qualità e soprattutto la legalità delle offerte». Ma non sempre è così. In tanti anni poi sono state numerosissime le segnalazioni e le denunce. In modo particolare, sottolinea Manieri, «ricordo il racconto di una freelance con un problema oncologico che si ritrovò sprovvista di coperture sul piano previdenziale per affrontare la malattia» – una delle tante mancanze dal punto di vista delle tutele a scapito dei lavoratori autonomi, da anni denunciate dall'associazione Acta. E ancora «le storie della crisi economica, di aziende sopravvissute», e per finire anche «le esperienze positive di tanti giovani, che mostrano capacità di unire ingegno e creatività, caratteristica molto italiana e spesso sottovalutata».  Il mondo occupazionale di oggi la conduttrice lo ha vissuto sulla propria pelle, essendo a sua volta giovane: ha 34 anni, ed era ancora all'università – Scienze politiche – quando «sono stata rapita dal partito Radicale» scherza. Del mercato odierno pensa che sia «un disastro, schizofrenico anche nelle modalità con cui viene regolamentato». Si pongono i temi «in modo vecchio, senza guardare al presente e al futuro, che cambiano alla velocità della luce». Tuttora «si continua a parlare di lavoro dipendente con lo stesso Jobs Act, quando siamo nel pieno della gig economy, con lo smart working e il lavoro autonomo che andrebbero messi finalmente al centro della discussione». Allo stesso tempo ci sono però tante opportunità. Il consiglio ai giovani è allora di «provare a rischiare di più, perché oggi si può fare: con due lire e una buona idea si crea un'impresa», cosa impensabile in passato. «Senza aver paura di accettare le proposte che arrivano nel frattempo: perché il lavoro dei sogni difficilmente si trova». Ilaria Mariotti 

Una scuola superiore vale l'altra? Il progetto Eduscopio aiuta i ragazzi (e le loro famiglie) nella scelta

Se la scelta dell’ateneo in cui iniziare la propria carriera universitaria rappresenta da sempre un dilemma che attanaglia gli studenti all’uscita dalla scuola superiore, anche la scelta di quest’ultima fa registrare, in ragazzi e genitori, una bella preoccupazione. Nasce allora dal tentativo di facilitare questo passaggio Eduscopio, il programma della Fondazione Agnelli giunto quest’anno alla sua quinta edizione, che permette agli studenti usciti dalla scuola media e alle loro famiglie di confrontare, una volta scelto l’indirizzo di studio, gli istituti secondari della propria area di residenza, al fine di individuare quello che meglio risponde alle proprie aspettative. Dando un'occhiata alle graduatorie delle grandi città pubblicate nella nuova edizione del programma (che prende in considerazione oltre 7mila indirizzi di studio) si può vedere, ad esempio, come tra i licei classici di Roma si piazzi al primo posto il liceo Tasso, seguito, a quattro punti di distanza, dal Vivona, e poi dal Mamiani; tra i licei scientifici spicca invece il liceo Righi, seguito dal Virgilio e dal Mamiani. A Milano, la classifica dei licei classici vede al primo posto il Carrel, che si distanzia tuttavia di pochissimo dal secondo classificato, il Sacro Cuore, e dal terzo, il Giovanni Berchet; per gli scientifici, si trova invece al primo posto l'Alessandro Volta, seguito dal Da Vinci e dal Sacro Cuore. Tra i licei classici di Napoli spicca invece il Sannazzaro, seguito dall'Umberto I e dal Vittorio Emanuele II, mentre per gli scientifici domina il liceo Mercalli, di sei punti superiore al secondo classsificato, il Leon Battista Alberti, e al terzo, l'Eleonora Pimentel Fonseca. L’idea da cui prende avvio il programma della Fondazione è infatti quella di registrare i risultati ottenuti dai diplomati dei vari istituti in ambito universitario e lavorativo tramite una serie di indicatori che permettono poi di fare un’efficace comparazione delle scuole di provenienza: per i percorsi universitari dei diplomati, spiegano sul sito, Eduscopio «guarda agli esami sostenuti, ai crediti acquisiti e ai voti ottenuti dagli studenti al primo anno di università», indicatori che permettono di valutare «la qualità delle “basi” formative, la bontà del metodo di studio e l’utilità dei suggerimenti orientativi acquisiti nelle scuole di provenienza», mentre per i risultati conseguiti all’interno del mondo del lavoro il portale si occupa di verificare «se i diplomati hanno trovato un’occupazione, quanto rapidamente hanno ottenuto un contratto di durata significativa e se il lavoro ottenuto è coerente con gli studi compiuti o se invece è un lavoro qualsiasi». L’edizione di quest’anno ha portato però all’aggiunta di un nuovo criterio, come ha spiegato a Repubblica degli Stagisti Marco Gioannini [nella foto], responsabile della comunicazione per la Fondazione Agnelli: «si tratta dell’"indice di regolarità dei diplomati”, il quale ci dice per ogni scuola superiore quanti studenti iscritti al primo anno hanno raggiunto senza bocciature il diploma cinque anni dopo. Questo indice evidenzia due punti interessanti: uno per le famiglie che, al momento della scelta, possono ipotizzare la severità di una scuola rispetto ad un’altra; l’altro per l’intero sistema scolastico italiano: negli anni passati è stato infatti rimproverato ad Eduscopio il fatto che, nella graduatoria, risultassero avvantaggiate le scuole che operavano una maggiore scrematura prima della maturità, arrivando così all’esame finale con gli studenti migliori che, anche all’università, conseguivano poi risultati migliori. L’inserimento di questo ulteriore indicatore ci mostra che non è affatto così: anzi, stando ai numeri, sembra che le scuole che effettuano una minore scrematura nel corso del quinquennio, cercando di accompagnare tutti i propri studenti sino alla fine del percorso scolastico, facciano poi uscire ragazzi che, alla prova dell’università, ottengono risultati migliori. Questo risultato ci piace, perché mostra che si può essere inclusivi come scuola, essendo comunque efficaci». A questa novità nell’edizione 2018/19 se ne aggiunge poi una ulteriore, più “di servizio”: per la prima volta sono infatti presentati i risultati dei licei scientifici delle scienze applicate scorporati da quelli dei licei scientifici tradizionali, così come i risultati dei licei delle scienze umane-opzione economico sociale scorporati da quelli degli altri licei delle scienze umane: «questo perché, essendo uscita adesso la prima ondata di diplomati dopo la riforma Gelmini del 2010, non era stato finora logicamente possibile prendere in considerazione tali dati».Ma come accedere a queste informazioni? I passi da compiere sono pochi: basta andare sul sito e registrarsi al portale scegliendo tra l’opzione “cerco una scuola che mi prepari al meglio per l’università”, nel qual caso si otterrà la lista dei vari indirizzi di studio liceali, o “cerco una scuola che mi prepari al meglio per il mondo del lavoro”, così da accedere alla lista degli indirizzi tecnici e professionali; bisogna poi selezionare una tra le opzioni “studente”, “genitore” o “insegnante”: il programma non si rivolge infatti solo agli studenti e alle loro famiglie, ma anche agli insegnanti e ai dirigenti scolastici che, accedendo al portale, possono verificare direttamente i risultati ottenuti dai diplomati del proprio istituto. Una volta ottenuto l’accesso, è sufficiente inserire il particolare indirizzo di studio a cui si è interessati, la propria città di residenza e la distanza nei limiti della quale si è disposti a spostarsi, che va da un minimo di 10 a un massimo di 30 km, in quanto «i confronti hanno senso solo a parità di condizioni di sviluppo economico e sociale dell’area di riferimento». A questo punto, cliccando su “vai alla lista”, si ottiene una vera e propria graduatoria delle scuole superiori della propria zona sulla base degli indicatori sopra descritti mentre, selezionando un determinato istituto tra quelli comparati, si accede alla scheda singola, in cui sono indicati i tassi di iscrizione e di abbandono dei diplomati di quella scuola che si iscrivono all’università, le aree disciplinari da questi più gettonate e gli atenei in cui si immatricolano con maggior frequenza. In rari casi, tuttavia, alla testa di una graduatoria si trova un istituto nettamente superiore rispetto al secondo classificato: spesso le scuole che occupano le prime posizioni si trovano a un soffio l’una dall’altra: «un caso emblematico è quello dei primi quattro licei classici di Torino che, in base ai punteggi ottenuti, risultano essenzialmente indistinguibili» spiega Gioannini. «Totalmente differente, anche se caso raro, è invece la situazione dei licei scientifici di Genova, dove il primo in graduatoria, il liceo Cassini, si distanzia dal secondo posizionato di ben tredici punti. Qui è evidente che la differenza è significativa».Guardando alle risorse impiegate, il budget destinato alla realizzazione di Eduscopio per questa edizione è ammontato a 228mila euro, «una cifra tendenzialmente stabile, rispetto alle passate edizioni, che include l’acquisizione delle banche dati, la consulenza, i costi di comunicazione e quello del personale: dietro a questi dati si trova infatti il lavoro immane dei nostri ricercatori», precisa Gioannini. «Tuttavia non riceviamo e non abbiamo mai ricevuto contributi pubblici o dagli sponsor. La promozione del programma avviene attraverso campagne di comunicazione sui media tradizionali e sui social networks. Non facciamo mai inserzioni pubblicitarie, né andiamo solitamente a eventi organizzati dalle scuole, a meno che non siano loro ad invitarci. Spesso sono le scuole stesse a segnalare sul loro sito e ai loro open days la loro posizione in Eduscopio». Il successo del programma emerge infatti chiaramente dai dati: «Dal suo lancio, nel novembre 2014, ad oggi, Eduscopio è stato usato oltre 2milioni di volte da 1milione e trecento utenti unici, con un incremento annuale dell'8,4 per cento. L'ultima edizione è stata utilizzata, solo nella prima settimana, da oltre 160mila utenti». Giada Scotto

Premio nascita e non solo, cosa offre l'Inps ai neogenitori

Oltre all'indennità versata dalla Gestione separata, esistono altre misure su cui le madri lavoratrici autonome possono contare, ma può risultare complicato districarsi. La Repubblica degli Stagisti ha provato a metterle in fila. La prima è il cosiddetto premio alla nascita, pari a 800 euro e introdotto con la legge finanziaria del 2016. In vigore dal primo gennaio 2017, viene corrisposto dall’Inps, senza applicare nessuna tassazione, per la nascita o l’adozione di un minore su domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza o alla nascita, adozione o affido (c'è poi tempo fino a un anno per richiederlo a partire dall'evento).Un contributo a cui hanno diritto tutti, senza limite di reddito. Per accedervi basta insomma essere in gravidanza o aver iniziato l'iter per l'adozione o l'affido. Dopo un inizio un po' zoppicante con erogazioni che stentavano a partire (la procedura è diventata operativa solo lo scorso 4 maggio), il sistema è al momento funzionante fino a data da destinarsi. «Le domande pervenute sono state quasi 445mila nel 2017» precisa alla Repubblica degli Stagisti l'ufficio stampa Inps, mentre il 2018 ne sono arrivate oltre 200mila («ma il dato è in fase di consolidamento»). C'è poi il bonus bebé (anche detto 'assegno di natalità' e per la cui proroga si è in attesa dell'approvazione della legge di Bilancio 2019): un assegno mensile per famiglie con un figlio nato, adottato o in affido preadottivo e con un Isee non superiore a 25mila euro. Le richieste accolte lo scorso anno «sono state più di 50mila» fa sapere l'Inps, «circa la metà quest'anno». L’assegno viene corrisposto ogni mese fino al primo anno di vita del bambino. Questa volta però il reddito familiare conta perché, come chiarisce l'Inps sul sito, spettano 960 euro l’anno (80 euro al mese per 12 mesi) con un Isee fra i 7mila euro ed i 25mila euro annui; 1.920 euro l’anno (160 euro al mese per 12 mesi) con un Isee non superiore a 7mila euro annui».E ancora il bonus asilo nido o di assistenza familiare per patologie croniche istituito con la legge di stabilità 2017 e pari a 1000 euro annui. A questo hanno diritto tutti i genitori che iscrivano i propri bimbi a un nido per un massimo di tre anni e per figli nati o adottati tra il gennaio 2016 e dicembre 2018 (sperando naturalmente che la misura sia prorogata). A regolarla la circolare Inps numero 14 del 29 gennaio 2018. Da non confondere peraltro con il voucher baby sitting – anche detto “bonus infanzia” – istituito nel 2013 e prorogato fino a fine 2018 (ma attenzione, non cumulabile con l'altro, né con le detrazioni previste per la frequenza di asili nido). «Il bonus asilo nido viene erogato con cadenza mensile, parametrando l’importo massimo di mille euro su 11 mensilità» chiarisce il sito Inps, «per  un importo massimo di 90,91 euro  direttamente al beneficiario che ha sostenuto il pagamento, per ogni retta mensile pagata e documentata».Anche qui il reddito familiare non conta, e il rimborso è aperto a tutti. Il sistema prevede però una sorta di prenotazione del budget perché il contributo è erogato fino a esaurimento dei fondi. «All’atto della domanda il richiedente dovrà indicare le mensilità relative ai periodi di frequenza scolastica compresi tra gennaio e dicembre 2018 per le quali intende ottenere il beneficio. Ciò permetterà di accantonare gli importi relativi ai mesi prenotati» spiega infatti la circolare 14 del 29 gennaio 2018. Da menzionare è poi anche una misura residuale che si aggira intorno ai 1700 euro e che è duplice, e riservata a chi possiede un Isee basso: per il 2018 il tetto è 17mila euro, ma il valore è in costante aggiornamento e per determinarlo bisogna rivolgersi a un caf. Da una parte c'è infatti l'assegno di maternità concesso alle neomamme dal Comune, sempre a carico dell'Inps. Come specifica il sito, il contributo può essere richiesto dalle non lavoratrici, oppure dalle lavoratrici che non abbiano raggiunto i requisiti per ottenere il sussidio dell'Inps (le tre mensilità di contribuzione, per chi è iscritta alla Gestione separata), oppure che non ricevano una retribuzione nel corso della maternità. «Se poi l'importo dell'indennità o della retribuzione dovessere essere inferiori all'importo dell'assegno» specifica ancora il sito, «la madre può chiedere al Comune l'assegno in misura ridotta». Altra cosa è invece l'assegno di maternità dello Stato, riservato alle madri precarie e con lavori discontinui in regola con la contribuzione, oppure al momento disoccupate o che abbiano subito un licenziamento. Anche per questa seconda misura si applica la cosiddetta quota differenziale, cioè la madre – se destinataria di altri sussidi – può richiedere la differenza. Il tutto entro sei mesi dalla nascita del bambino. Ilaria Mariotti   

Pacchetti maternità e bonus asilo, così le casse previdenziali più generose tutelano le mamme freelance

Per le madri freelance non tutte le casse di previdenza sono uguali. Alcune si distinguono infatti per “generosità”, elargendo particolari tutele alle iscritte neomamme. Il che significa che la misura di base resta la stessa per tutti, vale a dire l’80 per cento dei cinque dodicesimi del reddito professionale che l’iscritta ha denunciato nel secondo anno precedente alla data del parto (con il relativo minimo assegnato anche in assenza di reddito e pari per il 2018 a circa 5mila euro, e tetto massimo di circa 25mila euro). Ma che a questa base si aggiungono poi pacchetti in più.In cima alla lista c'è l'Enpam, ente di riferimento di oltre 360mila medici e odontoiatri. «Di questi, quelli iscritti al Fondo generale di quota B, che raccoglie i contributi libero-professionali, sono 172.611, di cui 58.776 di sesso femminile» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti Andrea Le Pera dell'ufficio stampa. Le dottoresse con figli a carico ricevono da questa cassa un contributo medio che è pari a 8.737 euro. Ma è dal 2016 che sono arrivate le migliorie, con un regolamento a tutela della genitorialità e una serie di benefits approvati tra cui spicca il riconoscimento di una nuova prestazione, pari a mille euro annualmente indicizzati, a favore dei soggetti che percepiscono un reddito inferiore a 18mila euro. «Nel corso del 2017 ne sono state erogate oltre 900» chiarisce.Ma le dottoresse neo mamme potranno chiedere alla fondazione anche il bonus bebé, «un assegno di 1500 euro per le spese del primo anno di vita del bambino o dell’ingresso del minore in famiglia in caso di adozione o affidamento» si legge sul sito. Un sussidio che è vincolato a una soglia di reddito: «Negli ultimi tre anni non deve essere superiore a otto volte il trattamento minimo Inps, circa 52.700 euro» specifica Le Pera. Si può fare richiesta per tutti i bambini nati dal primo gennaio 2017 al 27 luglio 2018, precisa il sito, ma la misura sarà oggetto di proroga, come confermano dall'ufficio stampa.A questo si aggiunge l’integrazione dell’indennità per le lavoratrici part-time fino al minimo garantito, un sostegno nel caso di «gravidanza a rischio», pari a 33,50 euro al giorno per un periodo massimo di sei mesi senza limiti di reddito. E ancora, l'Enpam offre la contribuzione volontaria per i periodi scoperti a causa dell’interruzione dell’attività, e un sussidio agli iscritti del quinto e sesto anno della Facoltà di medicina e chirurgia e di odontoiatria in caso di maternità, adozione o affidamento, interruzione della gravidanza spontanea o volontaria oltre il terzo mese, di importo pari all’indennità minima prevista per ciascuna fattispecie. Anche i dottori commercialisti prevedono aiuti alle mamme freelance. La cassa di riferimento è la Cnpadc, 62.655 iscritti di cui il 45 per cento è donna. Dal 2014 se si resta incinte, si può contare su un contributo ulteriore rispetto all’indennità di maternità e che, specifica il sito, «è pari a 1/12 dell'80 per cento del reddito netto professionale dichiarato nell'anno precedente a quello dell'evento, con un importo che non può essere inferiore a 1.730 euro». Indennità più contributo insieme non possono invece superare i 25.064 euro. Esiste una misura anche in caso di interruzione di gravidanza, ma ciò che differenzia questa cassa dalle altre che pure la concedono è che il sussidio è riconosciuto anche in caso di aborto entro il terzo mese. E non è necessario specificare se spontaneo o volontario, come chiariscono dall'ufficio previdenza della cassa, ma basta un certificato medico. Quanto all'importo, «è pari a 1/5 dell'indennità di maternità minima, per il 2017 991,74 euro» precisa Andrea Gerardi del servizio comunicazione. Lo scorso anno «le domande per interruzioni di gravidanza anteriori al terzo mese sono state 36» prosegue. «Mentre gli assegni per indennità di maternità 865». Gli altri enti nella lista dei generosi si limitano invece a rimborsi e pacchetti di tipo sanitario. La cassa Enpap degli psicologi per esempio – 51mila iscritti, di cui un ottanta per cento donne – prevede un pacchetto maternità che permette di accedere a esami e interventi di riabilitazione «per un controvalore massimo di 2mila euro (di cui un massimo di 250 euro per i tre colloqui psicologici)» si legge sul sito. Sono incluse ecografie, analisi clinico-chimiche, amniocentesi, villocentesi o test equivalente (ad esempio Harmony test, Prenatal Safe), controlli ginecologici e anche colloqui psicologici post parto. Si può beneficiarne senza pagare nulla in più e senza limiti di reddito. Anche la Casagit, la cassa di assistenza integrativa dell'Inpgi, la cassa dei giornalisti con 41mila iscritti e un 42% di donne, prevede un pacchetto maternità che rimborsa gli esami medici affrontati nel corso di una gravidanza. Ma per accedervi occorre essere iscritti a questo ente parallelo versando tariffe che variano a seconda del profilo scelto: ce ne sono quattro in totale, con importi che vanno a scalare sia per quota di iscrizione che per entità dei rimborsi e massimali. Tutti prevedono comunque coperture per la maternità. A seguire c'è poi la cassa dei biologi, l'Enpab (30mila iscritti e 72 per cento di donne), che fino al 2017 rimborsava le spese sostenute per gli stessi esami clinici con un massimale di 2mila euro a famiglia. Ma il bando risulta al momento sospeso (resta però il contributo per asili nido). E ancora l'Enpav, la cassa dei veterinari con il 46 per cento di iscritte, ha stanziato per il 2018 230mila euro da destinare a sussidi alla genitorialità: asili nido, baby sitter, scuola dell'infanzia fino a un massimo di 300 euro mensili per otto mesi. La graduatoria tiene conto dei parametri Isee, quindi non ci rientrano tutti. E poi gli infermieri, con la cassa Enpapi, 30mila iscritti e un 70 per cento di donne, che offre «un sussidio pari al 40 per cento delle spese sostenute a titolo di retta» chiarisce il sito e una graduatoria anche qui «definita in relazione all’indicatore Isee del nucleo familiare del richiedente, con preferenza al valore più basso». Per chiudere i consulenti del lavoro: gli iscritti all’Enpacl sono 25.598, di cui 13.736 uomini e 11.862 donne. L'ente, «conferisce alle beneficiarie dell’indennità di maternità apposite facilitazioni» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti il direttore generale Fabio Faretra «per l’aggiornamento, il miglioramento e il perfezionamento dell’attività». Formazione professionale in sostanza, e in particolare «sono forniti gratuitamente specifici corsi in e-learning, e- book e abbonamenti a riviste specializzate». Ilaria Mariotti