Categoria: Approfondimenti

Pacchetti maternità e bonus asilo, così le casse previdenziali più generose tutelano le mamme freelance

Per le madri freelance non tutte le casse di previdenza sono uguali. Alcune si distinguono infatti per “generosità”, elargendo particolari tutele alle iscritte neomamme. Il che significa che la misura di base resta la stessa per tutti, vale a dire l’80 per cento dei cinque dodicesimi del reddito professionale che l’iscritta ha denunciato nel secondo anno precedente alla data del parto (con il relativo minimo assegnato anche in assenza di reddito e pari per il 2018 a circa 5mila euro, e tetto massimo di circa 25mila euro). Ma che a questa base si aggiungono poi pacchetti in più.In cima alla lista c'è l'Enpam, ente di riferimento di oltre 360mila medici e odontoiatri. «Di questi, quelli iscritti al Fondo generale di quota B, che raccoglie i contributi libero-professionali, sono 172.611, di cui 58.776 di sesso femminile» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti Andrea Le Pera dell'ufficio stampa. Le dottoresse con figli a carico ricevono da questa cassa un contributo medio che è pari a 8.737 euro. Ma è dal 2016 che sono arrivate le migliorie, con un regolamento a tutela della genitorialità e una serie di benefits approvati tra cui spicca il riconoscimento di una nuova prestazione, pari a mille euro annualmente indicizzati, a favore dei soggetti che percepiscono un reddito inferiore a 18mila euro. «Nel corso del 2017 ne sono state erogate oltre 900» chiarisce.Ma le dottoresse neo mamme potranno chiedere alla fondazione anche il bonus bebé, «un assegno di 1500 euro per le spese del primo anno di vita del bambino o dell’ingresso del minore in famiglia in caso di adozione o affidamento» si legge sul sito. Un sussidio che è vincolato a una soglia di reddito: «Negli ultimi tre anni non deve essere superiore a otto volte il trattamento minimo Inps, circa 52.700 euro» specifica Le Pera. Si può fare richiesta per tutti i bambini nati dal primo gennaio 2017 al 27 luglio 2018, precisa il sito, ma la misura sarà oggetto di proroga, come confermano dall'ufficio stampa.A questo si aggiunge l’integrazione dell’indennità per le lavoratrici part-time fino al minimo garantito, un sostegno nel caso di «gravidanza a rischio», pari a 33,50 euro al giorno per un periodo massimo di sei mesi senza limiti di reddito. E ancora, l'Enpam offre la contribuzione volontaria per i periodi scoperti a causa dell’interruzione dell’attività, e un sussidio agli iscritti del quinto e sesto anno della Facoltà di medicina e chirurgia e di odontoiatria in caso di maternità, adozione o affidamento, interruzione della gravidanza spontanea o volontaria oltre il terzo mese, di importo pari all’indennità minima prevista per ciascuna fattispecie. Anche i dottori commercialisti prevedono aiuti alle mamme freelance. La cassa di riferimento è la Cnpadc, 62.655 iscritti di cui il 45 per cento è donna. Dal 2014 se si resta incinte, si può contare su un contributo ulteriore rispetto all’indennità di maternità e che, specifica il sito, «è pari a 1/12 dell'80 per cento del reddito netto professionale dichiarato nell'anno precedente a quello dell'evento, con un importo che non può essere inferiore a 1.730 euro». Indennità più contributo insieme non possono invece superare i 25.064 euro. Esiste una misura anche in caso di interruzione di gravidanza, ma ciò che differenzia questa cassa dalle altre che pure la concedono è che il sussidio è riconosciuto anche in caso di aborto entro il terzo mese. E non è necessario specificare se spontaneo o volontario, come chiariscono dall'ufficio previdenza della cassa, ma basta un certificato medico. Quanto all'importo, «è pari a 1/5 dell'indennità di maternità minima, per il 2017 991,74 euro» precisa Andrea Gerardi del servizio comunicazione. Lo scorso anno «le domande per interruzioni di gravidanza anteriori al terzo mese sono state 36» prosegue. «Mentre gli assegni per indennità di maternità 865». Gli altri enti nella lista dei generosi si limitano invece a rimborsi e pacchetti di tipo sanitario. La cassa Enpap degli psicologi per esempio – 51mila iscritti, di cui un ottanta per cento donne – prevede un pacchetto maternità che permette di accedere a esami e interventi di riabilitazione «per un controvalore massimo di 2mila euro (di cui un massimo di 250 euro per i tre colloqui psicologici)» si legge sul sito. Sono incluse ecografie, analisi clinico-chimiche, amniocentesi, villocentesi o test equivalente (ad esempio Harmony test, Prenatal Safe), controlli ginecologici e anche colloqui psicologici post parto. Si può beneficiarne senza pagare nulla in più e senza limiti di reddito. Anche la Casagit, la cassa di assistenza integrativa dell'Inpgi, la cassa dei giornalisti con 41mila iscritti e un 42% di donne, prevede un pacchetto maternità che rimborsa gli esami medici affrontati nel corso di una gravidanza. Ma per accedervi occorre essere iscritti a questo ente parallelo versando tariffe che variano a seconda del profilo scelto: ce ne sono quattro in totale, con importi che vanno a scalare sia per quota di iscrizione che per entità dei rimborsi e massimali. Tutti prevedono comunque coperture per la maternità. A seguire c'è poi la cassa dei biologi, l'Enpab (30mila iscritti e 72 per cento di donne), che fino al 2017 rimborsava le spese sostenute per gli stessi esami clinici con un massimale di 2mila euro a famiglia. Ma il bando risulta al momento sospeso (resta però il contributo per asili nido). E ancora l'Enpav, la cassa dei veterinari con il 46 per cento di iscritte, ha stanziato per il 2018 230mila euro da destinare a sussidi alla genitorialità: asili nido, baby sitter, scuola dell'infanzia fino a un massimo di 300 euro mensili per otto mesi. La graduatoria tiene conto dei parametri Isee, quindi non ci rientrano tutti. E poi gli infermieri, con la cassa Enpapi, 30mila iscritti e un 70 per cento di donne, che offre «un sussidio pari al 40 per cento delle spese sostenute a titolo di retta» chiarisce il sito e una graduatoria anche qui «definita in relazione all’indicatore Isee del nucleo familiare del richiedente, con preferenza al valore più basso». Per chiudere i consulenti del lavoro: gli iscritti all’Enpacl sono 25.598, di cui 13.736 uomini e 11.862 donne. L'ente, «conferisce alle beneficiarie dell’indennità di maternità apposite facilitazioni» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti il direttore generale Fabio Faretra «per l’aggiornamento, il miglioramento e il perfezionamento dell’attività». Formazione professionale in sostanza, e in particolare «sono forniti gratuitamente specifici corsi in e-learning, e- book e abbonamenti a riviste specializzate». Ilaria Mariotti

Assegno di maternità per le freelance, cosa offrono le casse professionali

In caso di maternità le professioniste freelance iscritte a un albo possono richiedere un'indennità a copertura dei mesi di gravidanza al proprio ente previdenziale specifico. In Italia, secondo l'elenco stilato dal ministero del Lavoro, se ne contano 19, per un totale di circa 540mila donne iscritte, il 36% della platea totale della previdenza privata composta da 1,5 milione di persone (i dati sono di Adepp, l'associazione che riunisce le casse private). Tutti, a eccezione di un paio che contano uno scarso o nullo numero di iscritte in età fertile, hanno un fondo apposito destinato alle future madri. Con una differenza sostanziale a seconda che la cassa sia composta da soli freelance o da una categoria composita a cui afferiscono sia lavoratrici autonome sia dipendenti subordinate.Per queste ultime infatti, le casse scelgono di ridurre l'indennità di maternità – o di non prevederla proprio – quando l'interessata sia già beneficiaria della stessa tutela approntata però dall'Inps, magari perché dipendente part time e freelance per il resto del tempo. E talvolta la riduzione o la soppressione del sussidio si verificano anche quando la freelance in gravidanza ha una doppia cassa di riferimento, di cui una è la Gestione separata Inps: se è quest'ultima a concedere l'indennità, la cassa professionale di solito non eroga nulla.Esiste però un meccanismo di base che accomuna più o meno tutte le casse, con qualche eccezione, ed è la modalità di calcolo del sussidio. Alle iscritte spetta infatti un assegno tarato sul «solo reddito professionale percepito e denunciato ai fini fiscali come reddito da lavoro autonomo nel secondo anno antecedente alla data dell’evento (parto, ovvero, aborto successivo al sesto mese, oppure data di ingresso del bambino nel nucleo familiare in caso di affidamento o adozione), purché nel periodo considerato l’istante risulti iscritto» recita ad esempio la Cassa nazionale del notariato. «Abbiamo grande attenzione verso la maternità» sottolinea il presidente dell'ente Mario Mistretta. «Sosteniamo le iscritte anche con un assegno integrativo qualora non si raggiungano le condizioni del reddito minimo e con le coperture della polizza sanitaria in cui rientrano il parto e le visite specialistiche». Funziona così in uno degli enti più ricchi, dove la percentuale di donne è del 34 per cento e le maternità richieste nel 2015 ammontavano a 50 per una spesa totale di 822mila euro: vale a dire circa 16mila euro di media. Ma anche per gli altri enti: per la Cassa forense degli avvocati, con un 47 per cento di presenze femminili e un numero altissimo di iscritti: ben 223mila. Per Inarcassa, previdenza di Ingegneri e Architetti, 27 per cento di quote rosa; per l'Enpaf dei farmacisti (69 per cento), per la Cassa ragionieri (33 per cento), per le oltre 8mila iscritte alla cassa Cipag dei geometri (un risicato 6 per cento del totale). E per tutte le altre casse dedicate ai professionisti, dai giornalisti agli psicologi, dai medici ai veterinari, a cui però – oltre a questa misura base – si aggiungono tutele parallele. Enti che si distinguono in sostanza per generosità e di cui la Repubblica degli Stagisti si è occupata con un approfondimento a parte. Come si calcola invece l'importo a cui si ha diritto? A stabilirlo è la legge 26 marzo 2001 numero 151, all'articolo 70, che così recita: «Alle libere professioniste, iscritte a una cassa di previdenza e assistenza è corrisposta un'indennità di maternità per i due mesi antecedenti la data del parto e i tre mesi successivi alla stessa». L'importo è pari «all'80 per cento di cinque dodicesimi del reddito percepito e denunciato ai fini fiscali dalla libera professionista nel secondo anno precedente a quello della domanda». Questo significa che se si presenta la richiesta di indennità di maternità per una nascita avvenuta nell’anno 2018, «il calcolo sarà effettuato sul reddito netto professionale prodotto nel 2016 e dichiarato nel 2017», chiarisce il sito dell'Enpap, la cassa degli psicologi. Uno degli enti che assicura anche «l'accesso gratuito alle cure mediche e psicologiche in gravidanza e post parto», come sottolinea il vicepresidente Federico Zanon in un comunicato: «Un fatto di grande valore sociale considerata la composizione di genere degli psicologi, all'83% al femminile».Per l'Enpap e gli altri enti il sussidio deve però rientrare entro due soglie, che per l'anno 2018 sono fissate in 5.012,80 euro come tetto minimo e 25.064,00 euro come massimo. Da specificare poi che a questa cifra andrà sottratta la quota Irpef. Questo perché «l’indennità di maternità è sostitutiva del reddito professionale, quindi è tassata e sottoposta a ritenuta d’acconto del 20 per cento» chiarisce ancora il sito Enpap. Per fare domanda poi le scadenze sono ristrette: «Dopo il compimento del sesto mese di gravidanza o entro il termine perentorio di 180 giorni dal parto» precisa il sito dell'Enpacl, previdenza dei consulenti del lavoro, con un 46 per cento di donne e un numero di indennità in calo: «Nel 2017 circa il 3% rispetto all'anno prima, per un totale di 276 prestazioni» fa sapere il direttore generale Fabio Faretra. «Un calo che si è riflettutto anche sull'importo medio del sussidio, attorno agli 8300 euro».   A fare eccezione alla regola sancita dalla legge del 2001 è solo la cassa Enasarco dei rappresentanti, dove le iscritte sono 30mila, solo il 12 per cento del totale. Dall'ente, a cui spetta il primato di cassa più spilorcia, vengono concessi 2.500 euro per il primo figlio, 2mila euro per il secondo e 1.500 euro per il terzo, a cui si aggiunge un contributo nascita pari rispettivamente a 750 euro, 650 e 500 euro. In aggiunta esiste un aiuto per l'asilo nido fino a mille euro. Ma le condizioni per accedere al beneficio sono piuttosto rigide, essendo necessario avere un Isee non superiore a 31.898,81 euro. E aver versato un minimo di contributi, per la precisione «avere un saldo attivo al 31/12/17 di almeno 1.881 euro» è scritto, con un’anzianità contributiva complessiva di almeno tre anni. Per la verità su questo punto quasi tutte le casse si mostrano più elastiche, non richiedendo particolari requisiti di accesso per beneficiare dell'assegno, se non il fatto di aver partorito (o anche adottato o avuto in affido un bambino). E concedendo l'importo minimo anche a chi non vanta guadagni sostanziosi, né negandolo viceversa a chi possiede un Isee di media entità.La giustificazione dell'Enasarco è che «si è scelto di non disperdere le risorse finanziarie supportando nuclei familiari che avrebbero avuto poco sollievo dal contributo erogato» è la spiegazione che l'ufficio stampa dell'ente, Gabriele Manu, affida alla Repubblica degli Stagisti: «Ci siamo invece concentrati sulla fascia di reddito medio bassa, usando un indicatore Isee pari a tre volte la prima fascia Inps, un valore ritenuto congruo per identificare la fascia di reddito medio dell'iscritto Enasarco». Per il futuro c'è speranza che le maglie si allarghino: «Questi istituti sono al momento oggetto di revisione, e per il 2019 gli uffici stanno valutando la possibilità di superare la distinzione tra primo figlio e successivi e rimodulare gli importi Isee». Ilaria Mariotti   

Ancora sugli stage nei tribunali: in Calabria mille “tirocinanti della giustizia” fermi in attesa di un ok del ministero

C'è un problema negli uffici giudiziari calabresi. Ci sono mille tirocini che risultano fermi, sospesi, in attesa dell'ok del ministero ad andare avanti. E c'è un’interrogazione datata 20 settembre 2018, presentata dal deputato del Partito Democratico Antonio Viscomi in commissione Giustizia, per chiedere al ministro Bonafede se «intenda o meno consentire la prosecuzione dell’esperienza per ulteriori dodici mesi e mettere in atto l’esperienza già nota dei tirocini di perfezionamento». L'interrogazione è ferma da due mesi, senza risposta. «La Regione prevedeva un periodo biennale di tirocinio presso gli uffici giudiziari», spiega alla Repubblica degli stagisti Viscomi, 57 anni, calabrese originario di Petrizzi, già professore ordinario di diritto del lavoro presso l’università Magna Grecia di Catanzaro: «Ma allo scadere del primo anno (ndr. il 3 ottobre) ha chiesto al ministero la possibilità di andare avanti con la seconda annualità e nonostante sollecitazioni varie ad oggi il ministero non ha ancora risposto». Se lo farà o meno, spiega il deputato, «sarà solo una scelta del ministro, ma mi auguro che abbia la sensibilità di farlo».In realtà i tirocinanti in questione non sono al loro primo “biennio” di formazione, visto che è sin dal 2010 che gli stagisti degli uffici giudiziari aiutano lo smaltimento delle pratiche e il funzionamento di tribunali e corti di appello. Poi, nel 2015, con l’avvio dell’ufficio per il processo e la divisione degli stagisti tra quanti hanno iniziato il nuovo percorso e quelli che sono rimasti esclusi, sono partiti nuovi progetti regionali e in Calabria, dopo alterne vicende, si è arrivati alla pubblicazione di una manifestazione di interesse per mille tirocinanti da cui, in seguito, nel marzo 2017 si è firmata una convenzione per 650 stagisti negli uffici giudiziari, come previsto dal ministero, e altri 350 assegnati in uffici assimilati. Ora il primo anno del nuovo biennio è terminato ma manca la firma del ministero per il rinnovo – previsto dalla convenzione – di un ulteriore anno. Certo, il mondo politico ora è preso da ben altri argomenti – la Finanziaria prima di tutto – ma Viscomi sottolinea come sia urgente che il ministero ripensi l'organizzazione degli uffici giudiziari, che hanno serie difficoltà ad andare avanti nonostante ci sia una folta platea di soggetti che potrebbe aiutare lo snellimento del lavoro. «Ci sono gli idonei del concorso per assistenti giudiziari che chiedono lo scorrimento della graduatoria, ci sono i tirocinanti della giustizia che chiedono un percorso di valorizzazione della loro presenza, ci sono i tirocinanti dell’ufficio per il processo che sono specializzandi delle scuole di giurisprudenza, in alcune realtà abbiamo anche il personale part time assegnato dalle province tramite le regioni agli uffici giudiziari che dovrebbe essere convertito full time. Abbiamo una quantità di soggetti che meriterebbero una particolare attenzione o una visuale di sistema che ora manca. Anche i capi degli uffici segnalano costantemente le esigenze di personale qualificato di sostegno e supporto di tipo amministrativo, non solo forense e giudiziario». Il deputato Pd aspetterà ancora qualche giorno prima di sollecitare il ministero e gli uffici competenti per ottenere una risposta. Che non è detto, però, arrivi. Basta dare un’occhiata alla banca dati del sindacato ispettivo per scoprire che nel corso del 2018 solo il sei per cento delle 249 interrogazioni a risposta in commissione sono state svolte, mentre nello specifico dall’avvio del governo Conte nessuna delle interrogazioni in commissione con destinatario il ministro della giustizia ha ricevuto risposta.La Repubblica degli Stagisti segue il caso più ampio dei tirocinanti della giustizia – che riguarda tutte le regioni italiane - ormai da anni e ha sempre denunciato che questi sono falsi tirocinanti, in realtà lavoratori a tutti gli effetti, che dovrebbero essere stati inquadrati con contratti veri, con una vera copertura previdenziale e non con stage, per di più contra legem. Su questo punto Viscomi non si tira indietro: «Questo è il paradosso forte dei tirocini come strumento all’interno delle politiche attive del lavoro. Il problema è questo: lo stage avrebbe un senso in quanto politica attiva del lavoro se fatto in azienda dove crea una professionalità che dopo può essere utilizzata con un contratto a termine, un part time, o a tempo indeterminato. Quando, invece, è effettuato presso la pubblica amministrazione, è sicuramente utile per la collettività ma poi non si tradurrà in un’assunzione. Così l’esperienza del tirocinio rimane buttata lì». Anche perché purtroppo «non c’è mai stata una seria discussione nel nostro Paese sull’organizzazione delle pubbliche amministrazioni».Quale potrebbe, dunque, essere la soluzione per evitare continui rinnovi a questi stagisti che da anni svolgono gli stessi compiti all’interno degli stessi uffici e, di fatto, non potrebbero più nemmeno essere chiamati stagisti? «Allo stato dell’arte, con le leggi esistenti non c’è», risponde netto Viscomi. «Andrebbe fatta una conversione del tirocinio in contratto a tempo determinato, ma è un passaggio un po’ forte rispetto alle nostre tradizioni nelle pubbliche amministrazioni. Più facile in un’impresa privata, questa transizione non è così immediata negli uffici pubblici. Oltre a tutte le figure elencate prima, abbiamo anche una quota residua di collaboratori a progetto che da qualche parte andrebbero collocati. Abbiamo una proliferazione e frammentazione di tipologie contrattuali che rende ingovernabile la situazione. Per questo il ministro Bonafede farebbe bene a mettersi intorno a un tavolo per avere un quadro generale della dotazione di personale negli uffici giudiziari. Sarebbe un errore pensare che sia un problema solo a livello meridionale: è un caso nazionale e bisognerebbe assumere l’organizzazione degli uffici giudiziari come una vera strategia di contrasto all’attività mafiosa e organizzata». Quello che serve, secondo Viscomi, non è l’ennesima riforma del rito processuale a costo zero, ma una riforma dell’organizzazione degli uffici per agevolare l’attività del processo, che in effetti si attende dal lontano 1973.In attesa che questo succeda, al momento non ci sono grandi novità. «Stiamo aspettando il decreto del ministro Bongiorno sulla riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni per comprendere gli spazi di nuove assunzioni e di allungamento della validità delle graduatorie di stabilizzazione. Fin quando la proposta non sarà resa nota è evidente che si può fare ben poco». Processi di razionalizzazione che erano stati avviati già dal ministro Madia, con un obiettivo di fondo: «Funzioni stabili devono essere ricoperte da posizioni lavorative stabili. Questa era la regola di metodo che il governo Pd aveva iniziato: se la funzione è stabile bisogna trovare le risorse perché le persone che lì lavorano siano stabili nell’interesse della collettività. Quindi tutta la frammentazione esistente, tirocini, contratti a termine, cococo, deve essere riportato a sistema».Nel frattempo le proposte e le proteste dei tirocinanti vanno avanti. Oggi alle 14 davanti Montecitorio è prevista la manifestazione dei tirocinanti giustizia indetta dalla CSE Filai, la Federazione italiana lavoratori atipici e inoccupati, organizzazione sindacale della Confederazione indipendente sindacati europei. Tra le tante proposte avanzate dal segretario generale Antonino Nasone nel corso degli ultimi mesi c’è anche quella di modificare lo status giudirico dei tirocinanti e trasformarli in lavoratori di pubblica utilità, in modo da cambiare anche il loro status economico garantendogli un contratto nell’attesa di una stabilizzazione.«Da un punto di vista giuridico astratto è giusto. È chiaro che ho un aumento del livello di tutela con dei regolamenti che le stesse regioni possono meglio definire. Da un punto di vista concreto, però, bisogna vedere qual è l’impatto di una norma del genere nella vita delle persone e delle amministrazioni. In Calabria» continua a spiegare Viscomi, «abbiamo già 4700 tra lavoratori socialmente utili e lavoratori di pubblica utilità, i cosìdetti LSU e LPU. Ci sono persone che da moltissimi anni hanno questo status più protetto dei tirocinanti, ma meno rispetto ai lavoratori contrattualizzati. Dobbiamo quindi prima chiudere le partite pregresse. Gli lsu e lpu calabresi solo negli ultimi tre anni hanno avuto il passaggio alla contrattualizzazione e ora con molta fatica sono all’interno di un processo di stabilizzazione negli enti locali. Ma in questo caso ci sarebbe un doppio salto: da tirocinanti a lavoratori di pubblica utilità, quindi una contrattualizzazione e infine la stabilizzazione. Sono dei tempi infiniti. È una procedura complessa che richiede da entrambe le parti l’assunzione di un impegno. Quindi da un punto di vista tattico va benissimo, ma non è una soluzione dall’oggi al domani. Sono tappe che richiedono tempi e interventi normativi per derogare una serie di vincoli esistenti».Ora, quindi, non resta che aspettare e vedere se il ministro della giustizia risponderà, e come, all’interrogazione. Ma soprattutto capire se un governo per metà composto da rappresentanti del movimento 5 stelle, che durante la precedente legislatura pure avevano a più riprese appoggiato le battaglie dei tirocinanti della giustizia, ora riuscirà, una volta per tutte, a chiudere la partita a livello nazionale.Marianna Lepore

Mamma freelance: la Gestione separata Inps non garantisce tutte le madri autonome

Per le lavoratrici in generale, e ancora di più per quelle autonome, la maternità può rappresentare un traguardo difficile, specie sotto l'aspetto della conciliazione degli impegni professionali con l'accudimento di un figlio. Anche la previdenza però ha un suo peso: e se le dipendenti con contratto di lavoro subordinato hanno le spalle più o meno coperte, con contributi certi in caso di maternità, cosa succede invece a una freelance che diventa mamma? La prima cassa a cui fare riferimento – al netto di quelle che raccolgono specifiche categorie di professionisti – è senz'altro l'Inps, che con la sua Gestione separata include tutte quelle figure che svolgono un'attività in proprio e senza una cassa professionale di riferimento – oppure con un lavoro parallelo non ascrivibile a queste. Vi rientrano gli autonomi ma anche chi ha all'attivo rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, gli incaricati alla vendita a domicilio e così via. La Repubblica degli Stagisti aveva affrontato la questione della maternità delle lavoratrici non subordinate nel 2012, e ci torna adesso per verificare come le cose rispetto ad allora siano cambiate. Le criticità riscontrate sono almeno due. La prima, la più pesante e sottolineata nella precedente inchiesta, è che non esiste un importo minimo di cui tutte le future mamme possano beneficiare a prescindere dal reddito, come succede invece per le casse private. Ed è addirittura possibile in alcuni casi restarne fuori, pur avendo pagato regolari contributi. Il perché è presto spiegato. Per l'accesso al sussidio, restano per i potenziali beneficiari i paletti di sempre: il diritto scatta a seguito del versamento di «almeno tre mensilità di contributi maggiorati dello 0,72% (percentuale da aggiungere alla propria aliquota per la copertura di eventi quali la maternità, ndr) nei 12 mesi che precedono quello di inizio del periodo indennizzabile per maternità» come conferma l'ufficio stampa Inps alla Repubblica degli Stagisti. Per districarsi in un metodo di calcolo che assomiglia a un rebus può essere utile studiarsi la circolare Inps del 4 aprile 2018 numero 61, che illustra come tale importo minimo debba essere pari a circa 1000 euro, suddiviso su almeno tre mensilità per chi ha un'aliquota del 25%.Un po' di più, intorno a 1330 per chi paga aliquote del 33-34%. E attenzione al riferimento della circolare ai due parametri del minimale e del massimale, per il 2018 rispettivamente di 15.710 e 101.427 euro. Di primo acchito sembrerebbero corrispondere al perimetro di reddito al di fuori del quale si resta esclusi dall'indennità. Non è così, come sembrerebbero suggerire anche alcune risposte dell'Inps all'intervista di questo giornale, in cui si specifica per esempio che «nel caso di conseguimento di un reddito annuo superiore al massimale l'indennità di maternità deve essere calcolata senza tener conto dei redditi eccedenti il massimale». Caso pressoché di scuola parlandosi di cifre superiori ai 100mila euro (quante lavoratrici autonome in età fertile guadagnano oggi più di 7mila euro al mese?). Viaggiando invece su termini più aderenti alla realtà, si vede come il sussidio di maternità ci sarà anche per chi guadagna cifre sotto i 15.700 euro l'anno. Ma non per tutte. Tutto a posto per una partita Iva che, poniamo, percepisca 1250 euro al mese, pagando contributi per circa 3mila euro annui: riceverà un assegno poco sotto i 5mila euro. «L'importo dell'indennità è pari all'80% del reddito medio giornaliero» chiarisce infatti l'Inps, spettanti per «un periodo di 5 mesi + 1 giorno» e erogati «per i due mesi antecedenti la data presunta del parto e i tre mesi successivi alla data effettiva». Ma attenzione: se invece i contributi versati sono più bassi, e risultano al di sotto della soglia dei mille euro nell'anno precedente la gestazione, l'indennità sparisce. L'ipotesi non è remota perché l'inquadramento a partita Iva – tipico per un freelance – prevede la possibilità di scaricare molti costi. E molti professionisti e professioniste lo fanno in modo da ridurre il cosiddetto imponibile, la cifra su cui si pagano le tasse. Così, una freelance che guadagna 8mila euro annui potrebbe, di deduzione in deduzione, scendere magari a 3.500 euro annui di imponibile, cioè 650 al mese, e pagare i contributi commisurati a quella cifra. In una situazione come questa l'Inps non riconosce nulla, perché i contributi sono troppo esigui.Il secondo nodo è che, a leggere i requisiti richiesti per accedere alla misura, si scopre che la freelance che svolga una doppia attività, e sia iscritta anche a una cassa professionale oltre a quella più generale della Gestione separata, resterà automaticamente esclusa dal sussidio, pur avendo versato contributi per quella parte del suo lavoro non collegata a albi professionali (con relativa cassa). Soldi che di fatto cadranno nel vuoto, a qualunque importo ammontino. Un caso esemplificativo: la futura mamma è avvocata e iscritta alla Cassa forense, ma negli spazi di tempo libero svolge un'attività diversa per cui è iscritta alla Gestione separata e che di fatto frutta di più della precedente, comportando anche maggiori contributi. Non importa: la cassa a cui andare a bussare per ricevere il sussidio sarà comunque quella forense.Non sorprende allora che il numero di iscritte sia passato dalle circa 700mila del 2011 alle 451.853 del 2017. Un calo pesante, ben il 35% in meno, che testimonierebbe anche una crescente fuoriuscita delle donne dal mercato del lavoro. E il dato sulle effettive beneficiarie delle prestazioni è davvero bassissimo: «7274 nel 2016 e 5967 (dato provvisorio) nel 2017» fa sapere l'ufficio stampa Inps. Nel 2010 erano duemila in più. Anche il Rapporto annuale 2017 dell'Inps lo mette in evidenza: «Il numero di figli per donna è pari a 1,34 nel 2016 – 1,27 se si escludono le donne straniere che danno alla luce figli in Italia – in calo costante ormai da anni, mentre il tasso di occupazione rimane in media al di sotto del 50%». Ragione per cui le donne italiane fanno sempre meno figli: «L’evidenza internazionale suggerisce che esiste una correlazione positiva tra lavoro delle donne e natalità» sottolinea ancora il rapporto. «Dove l’occupazione delle donne è più alta, è più elevata anche la natalità perché più donne scelgono di fare un figlio e, soprattutto, di farne più di uno». Una buona notizia è che i requisiti di accesso all'indennità sono in parte cambiati rispetto al passato. Questa volta in positivo. Fino al 14 giugno 2017, data di entrata in vigore della legge 81/2017, «l’indennità di maternità era corrisposta solo a fronte di effettiva astensione dall’attività lavorativa» fanno sapere dall'Inps. Adesso invece tale condizione non serve più: «L’art.13 prevede che l’indennità sia riconosciuta a prescindere dall’effettiva astensione dal lavoro». Non interviene invece sugli iscritti alla Gestione separata la modifica apportata con il decreto legislativo 80/2015, in base a cui il diritto all'indennità matura anche in caso di mancato versamento dei relativi contributi previdenziali da parte del committente. E il motivo è evidente, perché sono i freelance stessi a essere responsabili dell’adempimento dell'obbligo contributivo. Ilaria Mariotti

Conviene aprirsi una partita Iva? Regime dei minimi, forfettario, ordinario: facciamo chiarezza

Un esercito da 5 milioni e 400mila codici a 11 cifre, di cui 3 milioni e 800mila relativi a persone fisiche. Questi i numeri dell'universo delle partite Iva in Italia, fra lavoratori autonomi, aziende e liberi professionisti. Ma come si fa a diventare datori di lavoro di se stessi? «Aprire una partita Iva è veloce e immediato» spiega alla Repubblica degli Stagisti Flavio Resnati, commercialista e consulente di SMart, società mutualistica per artisti, creativi e freelance «perché basta compilare il modulo apposito e presentarlo in via cartacea presso l'Agenzia delle Entrate o in via telematica, oppure rivolgersi a un commercialista. La partita Iva viene rilasciata immediatamente ed è subito operativa». L'alternativa alla partita Iva per il lavoro autonomo saltuario è la ritenuta d'acconto, pari al 20% dell'importo della prestazione occasionale, che può essere utilizzata tuttavia solo se non si superano i 5mila euro l'anno.  Il costo dell'apertura di una partita Iva è nullo o comunque esiguo se ci si affida al supporto di un professionista. Ma averla costa: bisogna calcolare fra i 300 e i 1.000 euro l'anno per il “mantenimento” – tra dichiarazione annuale dei redditi, calcolo imposte e contributi – a cui vanno aggiunti tutti i costi che comporta autogestirsi, come ad esempio l’affitto di un ufficio o di una postazione di coworking, le spese di viaggio e tutte quelle spese che un contratto di lavoro invece coprirebbe. Inoltre, chi apre la partita Iva come ditta deve pagare la registrazione alla Camera di Commercio (circa 80-100 euro).Il regime ordinario è soggetto a un'aliquota che va dal 23% per redditi fino ai 15mila euro al 43% per redditi superiori ai 75mila euro. Il regime forfettario (ex "regime dei minimi"), introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, è un regime agevolato che vuole andare incontro a chi decide di intraprendere una nuova attività o a chi già ne ha una e consegue un fatturato entro certi limiti, ovvero 30mila euro annui, coefficiente di redditività del 78% – per “coefficiente di redditività” si intende una percentuale variabile dal 48 all'86%, che si applica ai ricavi su cui viene poi calcolata l'imposta del 5% (per le nuove iniziative), imposta che sale al 15% dopo i primi cinque anni.Il regime forfettario prevede infatti una tassazione del 5% per le nuove attività (nei primi cinque anni) e il 15% di aliquota ordinaria. In particolare, per i primi cinque anni, si applica l'aliquota ridotta del 5% qualora il contribuente non abbia esercitato, nei tre anni precedenti l'inizio dell’attività, attività artistica, professionale o d'impresa, anche in forma associata o familiare. Questo purché l’attività da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell'esercizio di arti o professioni. Per chi non ricade in queste fattispecie si applica l'aliquota del 15%. Dal punto di vista amministrativo ci sono dei vantaggi per chi adotta il regime forfettario: non occorre tenere la contabilità né presentare la dichiarazione Iva, non si è soggetti allo "spesometro" e non si è obbligati alla fatturazione elettronica.Ma il regime forfettario, dall'altra parte, rischia di non incentivare la crescita: per conservarne i vantaggi, infatti, non bisogna superare il limite di fatturato, che è pari a 30mila annui per i professionisti (per le altre attività il limite va da un minimo di euro 25mila a un massimo di euro 50mila), e la forfettizzazione delle spese non induce a investire in innovazione e formazione, limitando quindi la crescita professionale.Ma quando sceglierlo? «Non si può dare una risposta univoca perché bisogna sempre esaminare la situazione soggettiva del freelance», sostiene Resnati «ma in linea generale può convenire, a meno che il professionista abbia dei costi che superino il 22% del fatturato o abbia detrazioni/deduzioni soggettive, quali carichi di famiglia, spese mediche, interessi sui mutui, spese per detrazioni risparmio energetico o ristrutturazioni etc». Quanto invece alla previdenza, «i contributi all'Inps e alle varie casse di appartenenza si versano come se si fosse nel regime ordinario», aggiunge il commercialista.In linea generale, possono aprire una partita Iva usufruendo del regime forfettario i soggetti già in attività e/o i soggetti che iniziano un’attività di impresa, arte o professione, purché nell’anno precedente abbiano conseguito ricavi o percepito compensi non superiori a determinati limiti (ragguagliati all’anno nel caso di attività iniziata in corso di anno), e abbiano sostenuto spese complessivamente non superiori a 5mila euro lordi per lavoro accessorio, lavoro dipendente e per compensi erogati ai collaboratori, anche assunti per l’esecuzione di specifici progetti. Inoltre il costo complessivo dei beni strumentali, al lordo degli ammortamenti, non deve superare, alla data di chiusura dell’esercizio, i 20.000 euro.  Secondo uno studio dell'Associazione italiana dottori commercialisti il 78% delle persone fisiche titolari di partita Iva ha un fatturato inferiore ai 65mila euro. Ovvero la cifra a cui il governo propone di estendere il regime forfettario. Ciò significa che quasi tre milioni di contribuenti verrebbero esclusi dall'obbligo della fatturazione elettronica.La bozza della nuova legge di bilancio prevede infatti dal 2019 un innalzamento del limite di fatturato a 65mila euro annui con aliquota del 15% (5% per le nuove attività) e dal 2020 un'aliquota del 20% per fatturati dai 65mila ai 100mila euro annui. Il che presenta anche un rovescio della medaglia di cui è bene essere consapevoli: prevedere condizioni così vantaggiose per le Partita Iva potrebbe contribuire a uno spostamento di una quota consistente di rapporti di lavoro da contratti di tipo subordinato a collaborazioni di tipo autonomo.  «Questa modifica, se approvata, renderebbe il lavoro autonomo molto più conveniente rispetto al lavoro dipendente a parità di costo aziendale» conferma Resnati. L’effetto potrebbe essere quindi quello di far aumentare le false partite Iva: la scelta di aprirne una infatti non sempre è frutto di una libera scelta. A volte è dettata dall'impossibilità di ottenere un contratto di lavoro. Sempre più spesso, inoltre, sono i datori di lavoro/committenti a proporre – talvolta imporre – questa modalità, che nasconde in realtà prestazioni da lavoro dipendente. «La partita Iva “vera” comporta la possibilità di scegliere per chi lavorare e, solitamente, più si lavora più si dovrebbe guadagnare. Certo non si hanno tutte le tutele previste dal lavoro dipendente... quelle poche che rimangono!», aggiunge Resnati. «Tuttavia esistono delle realtà, come SMart, che mirano ad assicurare ai soci freelance l’autonomia tipica del lavoro indipendente con le garanzie tipiche del lavoro dipendente».Il Jobs Act aveva introdotto alcune novità rispetto alla sorveglianza della “genuinità” delle partite Iva, operando una stretta sulle false partite Iva. Ad esempio la norma sulla presunzione, in base alla quale le collaborazioni di tipo subordinato (cococo e cocopro) o nella forma del lavoro autonomo a partita Iva sono considerate come lavoro subordinato, dipendente, qualora siano «prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, ripetitive ed organizzate dal committente rispetto al luogo ed all’orario di lavoro». In particolare, il lavoratore autonomo per essere tale non deve avere collaboratori e non può essere sostituito, la sua attività deve prevedere una durata e il committente non deve organizzare l'attività stessa. Inoltre il lavoratore non deve lavorare negli uffici dell’azienda né avere orari di lavoro prestabiliti.Ma le nuove misure oggi in arrivo potrebbero almeno contribuire a combattere l’evasione fiscale? «Purtroppo si tratta di un fenomeno esteso», ammette Resnati, «e riguarda anche il mondo del lavoro dipendente. Le agevolazioni potrebbero anche produrre un effetto opposto: sul fronte del fatturato si viene esclusi dallo spesometro, mentre dal lato delle spese la forfettizzazione dei costi non incentiva a chiedere la fattura. È necessario prima di tutto un cambio di mentalità. Anche limitare l’uso del contante aiuterebbe».Insomma, anche laddove la partita Iva non sia una scelta ma una strada obbligata, sta a ciascun titolare controllarne i rischi e coglierne le opportunità, nel rispetto della legge, e cercare di trasformarla in uno strumento per esercitare il proprio lavoro in maniera più libera e organizzata.Rossella Nocca

Servizio civile, la denuncia: “Per il 2019 soldi dimezzati”. Il Dipartimento promette che troverà i fondi aggiuntivi

Quest’anno sono stati messi a bando oltre 53mila posti come volontari del servizio civile, lievitati poi a poco meno di 57mila per effetto del bando straordinario di Garanzia Giovani. Un numero alto, anche se in effetti sufficiente ad accontentare solo poco più della metà dei 100mila candidati. Ma nel prossimo futuro i posti potrebbero essere ancora meno. Questo per effetto dei 148 milioni di euro previsti dalla legge di bilancio in discussione alla Camera, che secondo le previsioni si ridurrebbero a 143 milioni di euro nel 2020 e 102 nel 2021.Di fronte alla prospettiva di un possibile dimezzamento delle opportunità per i giovani, la settimana scorsa il Forum nazionale servizio civile, la Rappresentanza nazionale dei volontari del servizio civile, la Conferenza nazionale enti di servizio civile e l’Associazione Mosaico hanno lanciato un comunicato stampa congiunto «per chiedere ai parlamentari di tutte le forze politiche di presentare e sostenere emendamenti che rendano possibile nel 2019 un bando come quello del 2018».L'altroieri il governo ha affidato la replica a una nota del sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio con delega al servizio civile Vincenzo Spadafora: «La legge di bilancio non prevede alcun taglio significativo per il 2019. In realtà si conferma quanto stanziato dal precedente governo».Effettivamente l’ultimo stanziamento diretto per il bando scaduto il 28 settembre scorso per il servizio civile – che prevede la possibilità per giovani tra i 18 e i 29 anni di fare un’esperienza di durata variabile tra otto e dodici mesi presso un ente in Italia o all’estero – era stato pari a 152 milioni, non molto lontani dai 148 previsti per il 2019. Ma con una differenza: «Avendo mantenuto negli ultimi anni un rapporto con il governo e il Dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale» precisa infatti Enrico Maria Borrelli, presidente del Forum nazionale servizio civile e di Amesci «sapevamo che era solo una parte del finanziamento complessivo, mentre il resto veniva preso in quota parte da fondi per il terzo settore, la riqualificazione delle periferie, e finanziamenti speciali di singoli ministeri, e quindi che 270-300 milioni sarebbero stati assicurati».Anche Spadafora promette di impegnarsi a «trovare fondi aggiuntivi per il 2019». Ma, in attesa di conoscere le fonti di stanziamento, i conti per ora continuano a non quadrare. «Ciascun giovane volontario ha il costo unitario di 5.400 euro l’anno» spiega alla Repubblica degli Stagisti Borrelli «somma che comprende il rimborso spese mensile di 433,80 euro ai ragazzi, i 90 euro l’anno agli enti ospitanti per la formazione e i costi generali del Dipartimento, dalla comunicazione alle ispezioni. I 148mila euro coprirebbero quindi solo 27mila volontari». «Con questo taglio si farebbe un passo indietro rispetto agli sforzi fatti in questi anni» aggiunge Feliciana Farnese, rappresentante nazionale dei volontari del servizio civile e componente della Consulta nazionale del servizio civile «in controtendenza rispetto all’obiettivo finale del servizio civile universale. Universale che voleva dire dare la possibilità di svolgere l’esperienza a tutti i giovani che facevano domanda, in Italia e nell’Unione europea, e voleva dire inclusione, attraverso il coinvolgimento dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione umanitaria e sussidiaria internazionale».Un’altra scelta molto criticata è quella di cancellare il progetto sperimentale Integr-Azione per giovani migranti, che peraltro non toccava le tasche dello Stato, usufruendo del programma Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami). «Negare l’accesso a un fondo che non costa nulla è puro ostracismo» commenta Borrelli «verso un progetto che, in una situazione delicata del rapporto tra italiani e migranti, era una delle poche strade strutturate per far uscire i migranti da situazioni di ghetto e marginalità». Rispetto a questa sospensione, il sottosegretario replica così: «Non è stato possibile prevedere fondi Fami nel recente Avviso agli enti di presentazione progetti per il 2019, non certo per disinteresse mio o del Dipartimento, ma perché gli accordi sottoscritti prevedevano impegni di risorse soltanto per il 2018». Accordi che il dipartimento aveva stipulato con il ministero dell’Interno e quello del Lavoro: la patata bollente della responsbailità di questa cancellazione passa dunque ai due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, titolari proprio di quei due dicasteri.Altro nodo è il silenzio del governo sulla ricostituzione della Consulta nazionale del servizio civile, decaduta il 17 ottobre scorso, «proprio mentre sono urgentissimi i provvedimenti di modifica della normativa» si legge nel comunicato degli organi di settore «a cominciare da quella in materia di accreditamento degli enti e di organizzazione quotidiana del servizio dei giovani operatori volontari, per dare applicazione alle nuove disposizioni di legge». Spadafora spiega così questo ritardo: «Non è stato possibile insediare la Consulta nazionale per il servizio civile universale prevista dal DLgs 40/2017, in quanto la nuova disposizione individua i rappresentanti degli enti mediante il nuovo Albo di servizio civile universale. Tale albo, come è noto, non è ancora operativo, essendo ancora efficaci, fino al 5 maggio 2019, i previgenti albi». Ma la soluzione dovrebbe essere dietro l’angolo: «A stretto giro verranno chieste agli enti e alle amministrazioni le designazioni dei rappresentanti che siederanno nella nuova Consulta, ai quali si aggiungeranno i rappresentanti eletti dai volontari», si legge sempre nella nota.Tuttavia gli stanziamenti e la Consulta non rappresentano al momento le uniche preoccupazioni degli operatori del settore rispetto alla salvaguardia del servizio civile. «Perché un giovane dovrebbe lavorare 30 ore a settimana per 433,80 quando, grazie al reddito di cittadinanza, potrebbe riceverne 780 a fronte di 8 ore di impegno settimanali?», si chiede il presidente del Forum nazionale servizio civile: «Perché, anziché introdurre forme enormemente più costose e disorganizzate, non si pensa di ingigantire il servizio civile, ad esempio estendendolo agli ultra 60enni o agli under 18?». Spadafora assicura che il governo non marginalizzerà l’esperienza: «Abbiamo  iniziato a ragionare con una prospettiva di lungo periodo sull’impianto stesso della programmazione» si legge nella nota: «A breve, coinvolgeremo i diversi attori del sistema per poter disporre di tutti gli elementi di valutazione. Stiamo poi individuando soluzioni organizzative ed operative per ridurre drasticamente i tempi della valutazione dei progetti, accelerare l’avvio in servizio dei volontari e mettere a regime le diverse fasi di governo del sistema».Per il momento, al di là dei possibili scenari futuri, ci si aspetta che «il governo si impegni  a cercare di trovare altri fondi per rimanere quantomeno sullo stesso numero di volontari del 2018». O almeno questo è l'auspicio di Feliciana Farnese e dei circa 100mila giovani che ogni anno fanno richiesta per accedere ai percorsi di servizio civile.Rossella Nocca

Abolizione del numero chiuso a Medicina, parte la discussione alla Camera

Il primo step c'è stato: è partito ieri presso le commissioni congiunte Istruzione e Affari sociali della Camera l’esame delle proposte di legge sull’abolizione del numero chiuso a Medicina. Dunque quello che è rimasto a lungo solo uno slogan potrebbe cominciare a concretizzarsi. E i primi cambiamenti potrebbero entrare a regime già per l’anno accademico 2019/2020.  Attualmente il 40% dei corsi universitari in Italia – circa 2mila su 4.800 totali – è ad accesso programmato. Resta ora da capire quanto e come cambierà il sistema di accesso all'università e se il nuovo modello sarà applicabile ad altri campi con un giusto equilibrio tra diritto allo studio e diritto al lavoro. Diverse le proposte depositate. Tra queste, due – quelle presentate da Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e del Consiglio regionale del Veneto –  si limitano ad abrogare la legge 264/1999. Le altre due – del capogruppo alla Camera del Movimento 5 stelle Francesco D’Uva e del deputato leghista Paolo Tiramani – sono più articolate e si ispirano al modello “alla francese”.La proposta di D’Uva stabilisce che l’ammissione al secondo anno sia «disposta dagli atenei previo superamento di un'apposita prova di verifica, unica per tutti i corsi e di contenuto identico nel territorio nazionale, sulla base dei programmi degli studi effettuati durante il primo anno accademico, per accertare la predisposizione alle discipline oggetto dei corsi medesimi». L'ammissione a tale prova sarebbe condizionata al superamento di tutti gli esami previsti nel primo anno. Tiramani propone invece che «entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge, con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, sono stabiliti meccanismi selettivi per gli studenti iscritti a corsi universitari, consistenti nell'individuazione di quote minime di esami di profitto da superare durante il primo anno di corso, prevedendo la decadenza dall'iscrizione dello studente inadempiente, fatte salve apposite deroghe».Pier Luigi Gallo, presidente M5s della Commissione Cultura di Montecitorio, ha promesso delle audizioni con le parti interessate, associazioni accademiche e studentesche, ma per il momento non sono ancora arrivate convocazioni. «Siamo pronti a discutere in modo costruttivo» commenta Giuseppe Novelli, rettore dell’università Tor Vergata di Roma e coordinatore della Commissione Medicina della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) «con un approccio capace di tener conto delle sinergie con gli altri corsi di laurea che includono ai primi anni materie affini». Ma l’accesso programmato secondo il rettore va preservato: «Questo impianto ha dato sinora ottimi risultati. Ovviamente deve avere come finalità prima, anzi esclusiva, il miglioramento della qualità della didattica e la riduzione degli abbandoni». «Attualmente nessuno ci ha contattato. Se accadrà» precisa Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell’Unione degli universitari «porteremo la nostra posizione, favorevole a una graduale apertura dell’università, ma con riserva». Diversi i punti critici evidenziati: «Il primo è che si parla solo di Medicina quando la legge 264/1999 regola ad esempio anche le professioni sanitarie come Infermieristica, di cui pure c’è carenza nelle strutture sanitarie, e il corso di laurea in Architettura, dove ci sono meno candidati che posti disponibili, quindi il numero chiuso potrebbe essere abolito subito», spiega alla Repubblica degli Stagisti Gulluni: «Inoltre per introdurre l’accesso libero bisogna prima fare investimenti per l’ampliamento delle strutture, per un piano straordinario di reclutamento dei docenti e per una migliore efficienza dell’orientamento alle scuole superiori, dove non c’è la contezza di quello che si va a studiare e degli sbocchi occupazionali». A proposito di orientamento, alcune esperienze sperimentali sono già state avviate. Come il corso di Biomedicina attivato in una trentina di istituti scolastici, dal terzo anno delle superiori, e consistente in cinquanta ore l’anno fra teoria e “pratica”, per aiutare gli studenti a capire la propria predisposizione o meno agli studi in Medicina. Il coordinatore Udu è critico invece rispetto alla proposta di prendere in prestito il modello “alla francese”. «Escludere uno studente da Medicina se non supera per due volte un test significherebbe infrangere il diritto allo studio e quindi anche la Costituzione».Ma se il numero chiuso viene messo in discussione per Medicina, c’è chi lo ritiene adeguato per corsi di laurea "tradizionalmente" ad accesso libero. Qualche mese fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva dichiarato: «A Medicina c’è bisogno di ossigeno. Abbiamo bisogno di medici e di ingegneri. Ma metterei il numero chiuso nelle facoltà umanistiche, da dove ne sono usciti tanti di laureati».Prima di Salvini ci aveva già pensato qualcun altro. La Statale di Milano nel 2017 aveva introdotto l’accesso programmato nei corsi laurea in Filosofia, Lettere, Lingue e letterature straniere, Scienze dei beni culturali, Scienze umane dell'ambiente, del territorio e del paesaggio e Storia, ma ha dovuto riaprirlo a seguito di un ricorso accolto dal Tar del Lazio. «I tentativi della Statale non sono altro che modi per nascondere il sottofinanziamento da parte dello Stato» sostiene Giuseppe Ingoglia, coordinatore dell’Udu Milano «e di eliminare i problemi di spazio, di carenza di docenti etc. Noi ci siamo attivati per garantire il diritto allo studio e abbiamo vinto la prima battaglia». La legge prevede infatti che l’accesso programmato sia vincolato ad alcune requisiti, ad esempio la necessità di laboratori altamente qualificati, che nel caso della Statale non sussisteva, e l’obbligo di tirocini. «Quest’anno il tentativo si è ripetuto con il corso di laurea in Mediazione linguistica e culturale e con quello di Lingue e letterature straniere» aggiunge Ingoglia: «Nel primo caso abbiamo presentato un nuovo ricorso, nel secondo abbiamo rinunciato in quanto alla fine le domande si sono dimostrate inferiori rispetto ai posti disponibili». Secondo il rettore Novelli «nel nostro Paese c’è un gran bisogno anche di figure di tipo umanistico: pensiamo ai beni culturali, alla gestione e conservazione degli stessi, all'utilizzo delle nuove tecnologie digitali, della comunicazione e dei nuovi media. Solo pochi esempi che ci confermano la necessità di impegnarci ulteriormente per indirizzare meglio anche chi sceglie questi percorsi, per allineare i fabbisogni del mercato all’offerta formativa». Rossella Nocca

Lavoro agile, lo usano soprattutto gli uomini nelle grandi imprese: il quadro dell'Osservatorio Smartworking

Nel nostro Paese lo smartworking è in crescita e lo scenario attuale sembra far sperare ancora bene per il futuro.  Sono stati presentati un paio di settimane fa, nel corso del convegno «Smartworking: una rivoluzione da non fermare» i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smartworking della School of Management del Politecnico di Milano relativi al cosiddetto lavoro agile.Risultati che arrivano a poco più di un anno dalla legge 81/2017, che ha definito e disciplinato lo smartworking in maniera organica, individuandone le caratteristiche distintive nella «flessibilità organizzativa, volontarietà delle parti e adozione di strumentazione tecnologica» ed evidenziando come ulteriori elementi rilevanti la parità di trattamento economico e normativo, il diritto all’apprendimento permanente e la tutela degli aspetti legati alla salute e alla sicurezza.Cosa dice la ricerca? Innanzitutto offre un panorama numerico: in Italia i lavoratori agili sono 480mila, pari al 12,6% del totale degli occupati che, in base alla tipologia di attività, potrebbero oggettivamente fare smartworking (una cassiera di un supermercato o un portalettere, evidentemente, non potrebbero). Il numero indica un aumento del venti per cento rispetto allo scorso anno, quando il numero di smartworkers si era attestato a 305mila. La sorpresa però è che si tratta prevalentemente di lavoratori di genere maschile, che rappresentano il 76%, di età compresa tra i 38 e i 58 anni e residenti nel nord-ovest del Paese.Le principali motivazioni che inducono i lavoratori a scegliere lo smartworking sono legate alla sfera personale e al miglioramento del benessere. Per un 46% dei lavoratori c’è la possibilità di evitare lo stress durante gli spostamenti casa-ufficio, per un 43% il miglioramento del proprio equilibrio tra vita privata e professionale. Ma ci sono anche aspetti negativi: tra le criticità riscontrate le più frequenti sono la percezione di un senso di isolamento circa le dinamiche dell’ufficio (18%), seguita dal maggiore sforzo di programmazione delle attività e di gestione delle urgenze (16%).A questo proposito è interessante osservare come la percentuale più alta di smartworker si registri tra lavoratori di sesso maschile e non più giovanissimi, a differenza di quanto si potrebbe pensare a una prima analisi più superficiale del tema, che porta ad associare il lavoro agile soprattutto nella sua possibilità di lavorare da casa alle donne magari con figli più piccoli, per facilitare la conciliazione tra lavoro e vita familiare.Il dato 2018 dimostra invece che lo smartworking è un fenomeno più ampio e trasversale, legato in generale all’esigenza di migliorare il benessere lavorativo e in generale l’equilibrio tra vita privata e professionale.«Pensare che la conciliazione sia un’esigenza solo femminile è uno stereotipo da superare» dice Silvia Zanella, responsabile global digital marketing di Adecco, commentando i risultati della ricerca: «Gli uomini da un lato partecipano molto di più rispetto a un tempo alla gestione del carico familiare. Dall’altro lato sta tramontando la mitologia del fare tardi la sera per fare carriera. Se c’è un merito dello smart working è aver smascherato certi luoghi comuni. Non necessariamente chi stacca dopo o è sempre in ufficio è più produttivo di chi adotta un approccio agile». «Quando ho presentato la proposta di legge sullo smartworking, l’obiettivo principale era che potesse diventare presto uno strumento utilizzato dalle lavoratrici e dai lavoratori indistintamente» aggiunge Alessia Mosca, deputata al Parlamento europeo ed esperta di smartworking: «Sono convinta che sia necessario intraprendere una nuova strada per migliorare la situazione delle donne nel nostro Paese: le politiche, pubbliche e aziendali, rivolte alle donne - dalla possibilità per le neo-mamme di chiedere il part-time all’allungamento del congedo - perpetuano una visione del genere femminile come un “problema da risolvere”. Credo sia profondamente sbagliato: si diventa genitori in due, le responsabilità di cura della famiglia appartengono agli uomini così come alle donne. Per superare una volta per tutte la vecchia suddivisione “uomini nello spazio pubblico, cioè il lavoro, e donne nello spazio privato, la famiglia” è necessario agire a livello sistemico e fornire strumenti rivolti a entrambi, perché entrambi possano portare avanti il proprio percorso professionale e partecipare alla cura della propria famiglia. Il fatto che i dati ci dicano che la maggior parte degli smartworker oggi sono uomini è, dal mio punto di vista, estremamente positivo: la necessità di riprendere spazi e tempi per la propria vita non ha connotazione di genere».Ma in quali contesti si ricorre maggiormente allo smartworking? A fare da padrone sono le grandi imprese: considerando un campione di 183 imprese con più di 250 addetti, in un’azienda su due (56% dei casi) sono presenti progetti strutturati di smartworking. Per la maggior parte delle imprese il modello si concretizza nella possibilità di lavorare da remoto, scelta dal 53% delle grandi imprese, mentre l’altro 47% mette in pratica anche esigenze di ripensamento degli spazi.  «Le grandi corporation hanno tempi di risposta più rapidi proprio perché inserite in un contesto globale dove le novità arrivano prima» riflette Zanella: «Vuoi perché lo Smart working è già presente in casa madre, vuoi perché organizzazioni globali sono necessariamente flessibili, lo smart working è la risposta per il lavoro che cambia».In effetti le grandi imprese, soprattutto multinazionali, sono state le prime in assoluto a introdurre strumenti di flessibilità nell’organizzazione del lavoro, già prima che esistesse la legge. In questo senso «hanno aperto un cammino» dice Mosca «e dimostrato non solo che si poteva fare ma anche che i risultati erano impressionanti, sia per i lavoratori che per l’azienda. È stato molto importante avere dei casi di studio: hanno permesso la raccolta di dati, anche per dare una spinta alla proposta di legge, poi trasformata in un decreto del governo».Invece le piccole e medie imprese di lavoro agile sembrano proprio non voler sentir parlare: solo l’8%, in linea con l'anno passato, dichiara di avere progetti strutturati di smartworking e addirittura il 38% di non avere interesse verso questa modalità di lavoro. Dati, questi, che da una parte non sorprendono considerando che le grandi aziende sono tendenzialmente più organizzate e strutturate in termini di risorse e personale per poter gestire lo smartworking. Dall’altra, però, un vantaggio non indifferente del lavoro agile è proprio l’ottimizzazione di costi e spazi di lavoro, aspetti non di poco conto per le realtà più piccole.Un segnale positivo rispetto al 2017 arriva invece dalla pubblica amministrazione, che sta dando i primi segnali su questo fronte. Se lo scorso anno solo il 5% degli enti pubblici aveva avviato progetti di smartworking, quest’anno la percentuale è aumentata di oltre la metà, attestandosi sull’8%. Un incentivo è stato senza dubbio rappresentato dall’approvazione della legge sul lavoro agile: il 60% degli enti pubblici che ha attivato iniziative di questo genere ha dichiarato di aver trovato uno stimolo nella nuova legge. Sono 358 le PA con più di dieci addetti coinvolte nella ricerca dell’Osservatorio: «Da quello che so, ma non sono un’esperta» modera un po' gli entusiasmi Zanella «ci si aspettavano progressi maggiori. Di certo la cultura della performance misurabile non sempre si sposa con alcune logiche radicate nel settore pubblico». In occasione del convegno sono stati anche assegnati gli «Smartworking Award» 2018, premi destinati alle aziende che si sono distinte per i propri progetti legati al lavoro agile. A2A, Gruppo Hera, Intesa Sanpaolo e Maire Tecnimont sono le aziende che si sono aggiudicate il riconoscimento quest’anno. Zurich si è invece guadagnata lo «Smartworking Impact Award», premio indirizzato alle organizzazioni già vincitrici dello Smartworking Award, nelle quali il progetto negli ultimi anni ha avuto un impatto significativo sull’organizzazione.Chiara Del Priore

Tirocini in Garanzia giovani presso gli enti pubblici: nessun divieto, è "solo" una raccomandazione

A seguito della pubblicazione dell’articolo «Cento stagisti al Comune di Napoli, un tirocinio formativo ma senza sbocchi lavorativi (in violazione di una certa circolare…)», l’assessorato ai giovani del Comune ha fatto pervenire alla Repubblica degli stagisti una email con una serie di precisazioni. La più rilevante: l’esistenza di una seconda circolare del ministero del Lavoro, datata 30 aprile 2015, che formula più precisamente la impossibilità di svolgere tirocini in Garanzia Giovani all'interno di enti pubblici come una “raccomandazione” e non come un “divieto”.La Repubblica degli Stagisti ha quindi chiesto direttamente a Salvatore Pirrone, dal maggio 2016 direttore generale dell’Anpal e firmatario delle due circolari in quanto dg della Direzione per le Politiche attive del ministero del Lavoro, di far luce sulla questione.La notizia più rilevante dell’intervista a Pirrone è che «non c’è mai stato un divieto dal ministero a tirocini in Garanzia Giovani negli enti pubblici, ma solo una generale raccomandazione». Che, «non essendo fondata su norme che vietano un determinato percorso, visto che non è vietato né nei regolamenti europei né nella normativa regionale, non poteva spingersi fino al divieto». Il Comune di Napoli, quindi, non è caduto nell’errore di non rispettare un divieto, ma ha semplicemente scelto di non seguire una raccomandazione.Effettivamente il testo della nota del 3 aprile 2015 non mette nero su bianco la frase “è fatto divieto” – ma prescrive che, considerato il principio secondo cui l’accesso agli impieghi presso la pubblica amministrazione debba avvenire mediante concorso come prescrive l’articolo 97 della Costituzione, «gli enti pubblici locali, nazionali e trasnazionali vadano esclusi dal novero dei soggetti ammessi ad ospitare i tirocini nell’ambito del Programma, vista l’impossibilità che i periodi di tirocinio presso tali soggetti consentano un successivo inserimento lavorativo».Ma la successiva circolare del 30 aprile ritorna sull'argomento e raccomanda di non fare – ma non vieta – lo svolgimento dei tirocini negli enti pubblici. Sonia Palmeri, assessora al Lavoro e alle risorse umane della Regione Campania, sottolinea che «il Comune di Napoli, come altre pubbliche amministrazioni campane, ha potuto attivare i tirocini» – si riferisce naturalmente ai tirocini in Garanzia Giovani legati ai fondi messi a disposizione dalla Regione attraverso un apposito bando – «in funzione dell’attuazione del regolamento regionale a quell’epoca in vigore, approvato dalla precedente amministrazione di centrodestra del governatore Caldoro». Dall’assessorato confermano che le richieste delle varie pubbliche amministrazioni sono state tutte risalenti al primo semestre 2015, quando al governo della Regione vi era la precedente giunta: «La Regione Campania ha tenuto in considerazione la raccomandazione, controllando ogni forma di possibile abuso e riducendo il rischio che il tirocinio si trasformasse in un’inutile perdita di tempo».Se però «gli enti pubblici locali, nazionali e trasnazionali vanno esclusi», come dice la prima circolare, è presumibile che per quanto non esista un divieto esplicito, essi non dovrebbero attivare questo genere di tirocini. Anche perché, spiega Pirrone, «l’indicazione nei confronti delle regioni ad evitare l’utilizzo dei tirocini negli enti pubblici era spiegata nella nota: le possibilità di stabilizzazione sono sostanzialmente nulle». Da qui la «calda raccomandazione a limitare strettamente» questi stage, soprattutto «per evitare che, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno, si crei una sorta di aspettativa al posto pubblico».L’assessora Palmeri è di altro avviso, e precisa che ai giovani partecipanti «è stata data la possibilità attraverso il tirocinio in Garanzia Giovani di fare un’esperienza formativa importante di sei mesi non replicabili e di cui, sin dal primo momento, è stato evidenziato il carattere della temporaneità. Il programma europeo punta all’occupabilità dei giovani, quindi a realizzare percorsi che rimettano i neet in condizioni stimolanti per la costruzione di una propria identità professionale» continua l’assessora: «È il neet a scegliere se candidarsi a vacancy nel pubblico o di datori privati».Nella sua email alla Repubblica degli Stagisti l’assessorato ai giovani del Comune di Napoli evidenzia anche che il DD 566 del 2014 «definisce il tirocinio extracurriculare Garanzia Giovani un’esperienza di formazione pratica presso un luogo di lavoro che non costituisce rapporto di lavoro né prevede un obbligo di assunzione diretta», visto che lo stage «consente al tirocinante di acquisire competenze professionali per arricchire il proprio curriculum vitae e favorire l’inserimento o il reinserimento lavorativo futuro».Su questo punto Pirrone conferma come la raccomandazione europea si sia espressa per un’offerta di qualità, anche se è difficile definire cosa si intenda: «Dal nostro punto di vista è quella in grado di incrementare le competenze della persona coinvolta e quindi migliorarne le prospettive di inserimento lavorativo. Anche l’esperienza presso l’amministrazione pubblica, come il servizio civile nazionale – che difficilmente preludono a un inserimento lavorativo immediato – sono comunque esperienze finalizzate a incrementare le competenze, e quindi a rendere il soggetto più appetibile dal mercato del lavoro in generale».Palmeri è ancor più netta: «I giovani conoscono bene il dato immutabile che nella pubblica amministrazione si accede, a norma di legge, per pubblico concorso. Dovrei forse vietare ai giovani di esprimere la loro volontà nel fleggare la candidatura ad una posizione di stage nella pa?». Quanto all’utilità di un tirocinio di questo tipo, senza appunto sbocchi lavorativi, l’assessora al lavoro campano ribadisce: «L’obiettivo chiaro è far partecipare il neet alla vita sociale, allontanando lo spettro dell’immobilità».Sul caso specifico dei tirocini in Garanzia giovani presso il Comune di Napoli Pirrone specifica che non conosce il progetto, e che come ministero hanno dato indicazioni volte a scoraggiare il finanziamento dei tirocini nelle pubbliche amministrazioni, ma ammette: «È chiaro poi che le Regioni, nell’ambito della normativa vigente, hanno facoltà di finanziare ciò che ritengono più utile».In tutta la questione c’è infatti anche un tratto formale, riferito ai risultati dell’ultimo referendum costituzionale. L’Anpal, infatti, ha la responsabilità di gestire il programma Garanzia Giovani che, però, «è configurato con le regioni come organismi intermedi principali, visto che c’è un sistema costituzionale che prevede la competenza legislativa concorrente in materia di politiche del lavoro e, di conseguenza, la competenza in materia di organizzazione dei servizi da parte delle regioni». La proposta di riforma della Costituzione di due anni fa prevedeva di riportare la competenza legislativa in materia di formazione allo Stato, ma il risultato referendario ha invece condotto ad un altro esito. Per questo motivo, spiega Pirrone, «oggi ci muoviamo nel sistema costituzionale attuale». Che vuol dire anche un’interpretazione diversa dell’applicazione della raccomandazione da regione a regione.Il Comune di Napoli, dunque, non ha violato una circolare, come erroneamente scritto dalla Repubblica degli Stagisti, ma ha deciso di non seguire una raccomandazione – su un punto delicatissimo di tutta la questione Garanzia giovani, ovvero l’effettiva possibilità di assunzione al termine del tirocinio. Marianna Lepore

Abolizione del numero chiuso a Medicina, accademici e associazioni studentesche si dividono

Il 16 ottobre scorso il governo ha lanciato una "bomba" sul mondo dell'università e della sanità. All'interno del comunicato stampa sulla manovra 2019, si leggeva: «Si abolisce il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di poter accedere agli studi». Di tutta risposta, in un comunicato stampa congiunto, il ministro della Salute Giulia Grillo e quello dell'Istruzione Marco Bussetti hanno fatto sapere che, da parte loro, si erano limitati a chiedere un aumento degli accessi e delle borse di specializzazione. Qualche ora dopo la notizia si è relativamente "sgonfiata": la presidenza del consiglio ha chiarito infatti che «si tratta di un obiettivo politico di medio periodo per il quale si avvierà un confronto tecnico con i ministeri competenti e la Crui, che potrà prevedere un percorso graduale di aumento dei posti disponibili, fino al superamento del numero chiuso». Fatto sta che nei piani, anche se non a breve termine, del governo c'è la revisione dell'attuale sistema di accesso agli studi in Medicina, e questo ha inevitabilmente aperto un accesso dibattito tra le categorie interessate. «In un primo momento siamo rimasti entusiasti» commenta Alessio Bottalico, coordinatore nazionale dell'associazione Link - Coordinamento Universitario «in quanto l’abolizione del numero chiuso a Medicina rappresenta una delle nostre più grandi battaglie per assicurare il diritto allo studio». Dopo la soddisfazione iniziale, è arrivato tuttavia il confronto con la realtà: «Pensiamo che ad oggi siano necessari finanziamenti, da un lato per garantire una didattica adeguata, dall’altro per aumentare le borse di specializzazione, altrimenti si crea solo illusione» aggiunge Bottalico. Riflessioni, queste, che saranno all’ordine del giorno dell’assemblea nazionale “O le borse o la vita!”, organizzata da Link e dall’associazione di specializzandi Chi si cura di te per il prossimo 9 novembre a Roma. Intanto il 26 ottobre Link, insieme ad altre associazioni studentesche, ha incontrato il ministro del lavoro Luigi Di Maio, che si è limitato a confermare che l'abolizione del numero chiuso è nel programma del governo, ma serve tempo.Per l’anno accademico 2018/19 hanno svolto i test di accesso a Medicina 67mila candidati e solo 10mila - meno di uno su sette - li hanno superati. Eppure lo stringente meccanismo selettivo non basta a garantire a tutti i laureati il prosieguo immediato del percorso. Anzi, più della metà dei laureati attualmente non riesce ad accedere al primo colpo a una delle specializzazioni per le quali ha espresso la propria preferenza. Quest’anno, infatti, sono state meno di 7mila le borse di studio bandite per le specializzazioni mediche, a fronte di 15mila domande e di 8mila medici prossimi alla pensione. Ciò significa che 8mila laureati resteranno in un “limbo” almeno per un anno. L’altra faccia della medaglia è però che, a un anno dal titolo, l’80 per cento dei laureati è inserito nel mondo del lavoro. Nonostante le perplessità sulla fattibilità, l’apertura politica verso il superamento del numero chiuso, secondo il coordinatore di Link, resta tuttavia un passo importante: «Può contribuire a garantire il diritto alla salute: si pensi infatti che in Italia 13 milioni di persone sono escluse dalle cure. E può mettere fine al business legato ai test di accesso, dai testi che costano 100 euro ai corsi di preparazione che arrivano a 5mila euro, fino alla fuga all’estero degli aspiranti medici». Insomma, l’abolizione dei test selettivi renderebbe più “democratico” il diritto allo studio e insieme quello alla salute.Ma c’è chi non la pensa esattamente così. «Il numero programmato va preservato: abolirlo sarebbe una follia» dice Emanuele Spina, presidente del Segretariato italiano giovani medici «perché porterebbe il diritto alla salute a sottostare alle logiche del mercato e del miglior offerente, e perché quello del medico è un lavoro delicato che necessita di una formazione e di strutture adeguate. Per questo siamo pronti a bloccare le attività degli specializzandi e ad organizzare proteste per difendere l’accesso programmato. Siamo invece aperti a al dialogo per una riprogrammazione del numero di posti». Spina è anche contrario alla possibilità di adottare il sistema “alla francese”, con la selezione prima del secondo anno: «Il primo anno è di pre clinica, che con la medicina ha poco a che fare, inoltre se venisse utilizzato il criterio degli esami sostenuti e della media voti si tornerebbe a una logica clientelare e baronale, e il sistema si presterebbe a interpretazioni più soggettive. E poi l'anno perso come verrebbe speso? Meglio uno sbarramento all'inizio, che direziona verso un altro corso, magari affine, in attesa di ritentare il test». Intanto pochi giorni fa, il 20 ottobre, la Conferenza permanente dei presidenti di consiglio di corso di laurea magistrale in Medicina e chirurgia ha approvato all'unanimità una mozione in cui richiede ai ministri della Salute e dell'Istruzione di «aprire un dialogo costruttivo che sia in grado di condurre ad una sintesi condivisa delle esigenze legate alle strategie politiche complessive del governo della cosa pubblica con quelle del sistema della formazione di qualità e della sua sostenibilità nel rispetto della programmazione dei fabbisogni reali del Ssn e dei Ssr».Tra i firmatari c'è Stefania Basili, presidente della Conferenza stessa e del corso di laurea magistrale in Medicina e chirurgia "D" dell'università La Sapienza di Roma, che alla Repubblica degli Stagisti spiega alcune delle proposte che saranno portate avanti: «Riteniamo che una programmazione attendibile e congrua debba essere necessariamente regolata da un processo di selezione, sicuramente migliorabile e auspicabilmente preceduto da una prova attitudinale». L'attuale test di ammissione è infatti ritenuto da molti un “terno al lotto”, che non è in grado di definire realmente l’essere all’altezza o meno di diventare un medico. «Riteniamo inoltre che debba venir dato maggior rilievo ai rapporti istituzionali che già intercorrono tra scuola secondaria e università» aggiunge Basili «con un ampliamento e miglioramento dei progetti di alternanza scuola-lavoro e di orientamento allo studio della medicina, anche in collaborazione con gli Ordini dei medici. Tutto questo potrebbe essere un mezzo di autovalutazione vocazionale alla medicina per gli studenti della scuola secondaria, riducendo i grandi numeri che si presentano al test e preparando questi giovani ad “essere medici”».  C’è un’altra argomentazione dei “no” all’abolizione del numero chiuso. «Se si aprisse l’accesso a tutti, decadrebbe la valenza europea del titolo» spiega Andrea Lenzi, presidente dell'associazione Conferenza permanente dei presidenti di consiglio di corso di laurea magistrale in Medicina e chirurgia. Le 5.500 ore di didattica certificata nei sei anni permettono infatti l’accreditamento europeo della formazione italiana, consentendo ai laureati la libera circolazione nei paesi dell’Ue. Senza contare che l’abolizione della programmazione «sarebbe uno spreco per le famiglie e per la società, visto che i meno di 1.000 euro di tasse universitarie annuali coprono solo una piccola parte dei costi di uno studente in Medicina».   A oltre vent’anni dalla sua introduzione, il numero chiuso a Medicina per la prima volta viene messo concretamente in discussione, aprendo a una possibile rivoluzione all’interno di una delle categorie oggi considerate “privilegiate” per gli sbocchi occupazionali e gli stipendi di gran lunga superiori alla media. Rossella Nocca