Categoria: Approfondimenti

Dagli addosso allo stagista, il nuovo sport sui social network

Dagli allo stagista: ormai da tempo c’è un nuovo sport sui social network, specie Twitter – attribuire gli errori di giornali e televisioni ai tirocinanti. Che è divertente, certo. Ma anche crudele. E sleale.Il fatto che ci siano molti stagisti impiegati nel settore dei media è innegabile, e sicuramente tante, troppe testate li utilizzano, anche se sono inesperti, per risparmiare sul costo del personale ed evitare di pagare collaboratori con più esperienza. Altrettanto innegabile è che a volte questi stagisti vengano caricati di compiti che non hanno ancora gli strumenti per svolgere bene e in autonomia, e di responsabilità che vanno oltre il loro ruolo.Da qui il fiorire di commenti sardonici, sopratutto su Twitter, ogni volta che sui giornali, in tv o sugli account social delle testate appare qualcosa di scarsa qualità – un refuso, una traduzione imperfetta, un titolo sballato. Qualche esempio?“Singolare che il principale quotidiano economico italiano faccia un titolo che stonerebbe a Cuba. Stagisti dei social del Sole datevi una regolata”“Cercate di pagarli sti stagisti traduttori, poi vi lavorano a cazzo”“Che sfigati repressi che devono essere quelli che gestiscono gli account della serie A...stagisti sottopagati”“sono stato a manifestazioni che, descritte il giorno dopo su Repubblica: si erano svolte altrove, con altre persone presenti,  ed erano successe cose diverse. Pagateli sti poveri stagisti che magari fanno un po di desk research  prima di scrive”“Alcuni degli on line news sono fatti da stagisti sottopagati, altri da scimpanze’”“A scrivere i tweet ci mettono gli stagisti.”“Un appello per la correttezza dell'informazione: SMETTETELA di affidare le mansioni di photo editor a stagisti affetti da discromatopsia”Capitolo a parte il Grande Fratello VIP, che genera commenti letteralmente a profusione sugli (ipotetici) stagisti incapaci: “Stop freeze? Dai ragazzi ma chi c’è alla regia? Gli stagisti? #GFVIP”“Ringraziamo Mediaset che risolve il problema della disoccupazione giovanile mettendo ogni anno in regia stagisti usciti dalla scuola di meccanica #gfvip”“forse in regia, quest'anno, hanno messo stagisti  c'è crisi #gfvip”“Regia di Mediaset extra pietosa, audio osceno. Piersilvio ma li vogliamo pagare questi stagisti? #gfvip”In realtà, capita molto spesso che gli errori siano compiuti invece da chi ha un contratto sicuro, e magari meno motivazione a controllare con cura il proprio lavoro. Altro che i poveri tirocinanti inesperti con l'ansia da prestazione.Inoltre, una dei vantaggi principali del “learning on the job” è proprio – o quantomeno dovrebbe essere – quello di avere il diritto di sbagliare: uno stagista sta imparando, non è un professionista, e quindi tutti suoi output dovrebbero essere vagliati dal suo tutor e dai colleghi. O forse vogliamo gli “stagisti con esperienza”, vero e proprio ossimoro sempre più frequente negli annunci di lavoro? Non c’è niente di più ingiusto che penalizzare una persona per gli errori che fa mentre sta imparando, proprio per il concetto che sbagliando si impara e che lo stagista sta lì per ricevere formazione, non per offrire lavoro. Ora, come questa verità si concili con la vena sardonica dei social, e di coloro che li usano per strappare un sorrisetto e magari un like o un retweet, è arduo da dire. Ma magari la prossima volta che vedrete un tweet che “blasta lo stagista”, anziché aderire al giochino dedicate un pensiero commosso al poveraccio che nel migliore dei casi stava solo facendo lo stagista – il che comprende la possibilità di fare errori – e nel peggiore è invece additato come colpevole della scarsa qualità del lavoro dell’organizzazione in cui è capitato, e viene accusato ingiustamente di errori che nemmeno è stato lui a fare.Eleonora Voltolina

“Voto fuori sede”, la battaglia per permettere di votare anche se si è lontani dalla propria residenza arriva in Tribunale

Il referendum da poco concluso ha riportato l’attenzione sul tema del voto di studenti e lavoratori fuori sede. Sono 400mila, secondo i dati dell'Osservatorio Talents Venture, gli studenti iscritti a università non appartenenti alla propria regione di residenza, mentre non c'è ancora una stima definita per i lavoratori “fuorisede”. Gli uni e gli altri hanno dovuto nei giorni scorsi confrontarsi con il solito dilemma: tornare a casa sostenendo le relative spese oppure astenersi?Un dilemma accentuato dall’emergenza Covid che di sicuro non ha contribuito a incoraggiare gli spostamenti, alimentando i timori e limitando così il ritorno a casa, anche a causa di provvedimenti che hanno fatto da deterrente. Basti pensare ad esempio alla discussa ordinanza del presidente della Regione Sardegna, che ha previsto l’obbligo a partire dal 14 settembre a chi fa rientro nell’isola di esibire una certificazione o autocertificazione di negatività al virus.Attualmente la possibilità di votare fuori dalla propria residenza è prevista solo per alcune categorie di lavoratori, tra cui militari, appartenenti alle forze dell’ordine e naviganti marittimi o aviatori. Per tutti gli altri cittadini ci sono delle agevolazioni economiche sui costi di viaggio.«Il paradosso è che con l’ultima legge elettorale è stato introdotto il diritto di voto per corrispondenza per il fuorisede che si trovano all’estero, ma non per chi sta in Italia» esordisce Stefano La Barbera, presidente del comitato civico Iovotofuorisede, nato da un gruppo di studenti nel 2008 per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del voto in mobilità. Dal 2016 infatti, a seguito delle modifiche apportate dal cosiddetto Italicum alla legge elettorale, gli italiani che si trovano all'estero da almeno tre mesi per motivi di studio, lavoro o salute possono votare per corrispondenza, ricevendo al proprio domicilio il plico con la scheda elettorale, anche se non sono iscritti all'Aire, l'anagrafe degli italiani residenti all'estero.Per chi vive lontano dalla propria residenza, ma in Italia – «un numero complessivo che arriva circa a due milioni» secondo i calcoli di La Barbera  – la battaglia non si è ancora conclusa, nonostante nel tempo siano state avanzate da più parti proposte di legge. Una di queste prevedeva il cosiddetto advanced voting, cioè voto anticipato attraverso un seggio speciale istituito dalla prefettura presso il luogo di studio o lavoro. Le schede dei fuorisede vengono poi sigillate e scrutinate successivamente insieme alle altre. La proposta però non è andata avanti e negli anni la situazione è rimasta immutata.Il comitato non si è arreso e ha deciso di fare un passo in più. Lo scorso dicembre è stato depositato un ricorso al Tribunale di Palermo per ottenere il riconoscimento del diritto a votare nelle forme garantite dalla Costituzione anche per i cittadini in mobilità. «La prima udienza è fissata per il 7 ottobre, aspettiamo di iniziare il procedimento con l’obiettivo di fare la stessa cosa in altre cinque grandi città italiane. Il giudice dovrà decidere se ci sono gli estremi per poter sollevare la questione alla Corte Costituzionale» spiega La Barbera.Il tema è tornato all'attenzione anche in Parlamento: il presidente della Commissione Affari Costituzionali Giuseppe Brescia ha infatti presentato un'interrogazione al ministro degli Interni Luciana Lamorgese per chiedere che il governo metta in atto al più presto misure che consentano il voto a distanza dei cittadini in mobilità, con un riferimento particolare legato al voto elettronico, per la cui sperimentazione la legge di Bilancio 2020 ha stanziato un milione di euro, come si legge dal testo dell'interrogazione.Nel frattempo il comitato civico si è rafforzato allargando la propria rete attraverso la collaborazione con l’organizzazione non profit The Good Lobby, nata a Bruxelles nel 2015 per volontà dell'avvocato italiano Alberto Alemanno e sbarcata in Italia nel 2019. L'organizzazione ha ottenuto il riconoscimento di Ashoka, network mondiale che premia progetti innovativi di imprenditoria sociale. Step importante è stato rilanciare la petizione online, accessibile dal sito iovotofuorisede.it, che attualmente ha superato le 16mila firme.  Sempre sul sito è stata aperta una raccolta fondi finalizzata a sostenere le attività della campagna.«Il problema ha delle importanti ripercussioni anche sull’affluenza alle urne: se guardiamo ai dati delle ultime elezioni politiche del 2018, la media nazionale è stata del 73% ma la percentuale scende di ben 7 punti nelle regioni meridionali, cioè Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Si tratta di centinaia di migliaia di elettori che mancano all’appello e tra questi una larga parte sono i cittadini in mobilità» continua il presidente di Iovotofuorisede.Si tratta ancora una volta di un tema importante di rappresentatività e di garanzia di diritto al voto, oltre che di adeguamento alla situazione europea: «Guardando all’Europa, è evidente come il nostro Paese sia in ritardo nell’adeguamento della normativa agli standard democratici internazionali. In Svizzera, Spagna e Irlanda, ad esempio, è possibile votare per corrispondenza, in Francia e in Belgio si può delegare il voto quando il cittadino non può facilmente recarsi ai seggi per votare per varie ragioni tra cui problemi di salute oppure se non vive nel circoscrizione in cui dovrebbe votare. Avvalendosi di questa possibilità può designare un procuratore, che deve essere un elettore dello stesso comune. In Danimarca si può votare in anticipo, in un seggio speciale allestito per l'occasione presso il luogo in cui si è domiciliati. In Germania invece è ammesso sia il voto per corrispondenza, sia il voto in un altro seggio, mentre nei Paesi Bassi è consentito delegare o votare in un altro seggio» snocciola La Barbera. Insomma, i modi per garantire il diritto di voto ai fuorisede ci sarebbero. Basta sceglierne uno, e implementarlo.Chiara Del Priore   

Solo 500 tirocini irregolari scovati nel 2019: e da ieri non sono ufficialmente più una priorità per gli ispettori del lavoro

Nell'estate dell'anno scorso la Repubblica degli Stagisti aveva intervistato il responsabile dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Leonardo Alestra, rispetto ai risultati dei controlli effettuati nel 2018 e alla programmazione per il 2019. Alestra aveva assicurato come i tirocini fossero ancora tra i settori prioritari di intervento, specificando che era «prevista la pianificazione di specifiche iniziative di vigilanza in materia». Eppure nel “Rapporto annuale dell’attività di vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale” di quest'anno i tirocini sono completamente assenti. Così come non se ne fa menzione nel “Documento di programmazione per la vigilanza per il 2020”, finalmente pubblicato ieri, mercoledì 22 luglio (essendo che indica le priorità dell'anno in corso, che arrivi alla fine del settimo mese sui dodici complessivi non è il massimo...). Dunque dopo due anni in cui i tirocini erano stati inseriti «tra gli ambiti principali di intervento per l’attività di vigilanza dell’Ispettorato nazionale del lavoro», nel 2018 e 2019, per quest'anno invece il ministero del Lavoro decide di invertire la rotta: il problema degli stagisti sfruttati evidentemente non sembra più prioritario.L'Ispettorato nazionale del lavoro prova a mitigare la notizia, assicurando che l'attività di controllo comunque procede anche quest'anno. «La pianificazione di verifiche ispettive specificamente mirate ad arginare il fenomeno del ricorso improprio ai tirocini» dice Alestra «rientra nell’ambito della più ampia azione di contrasto dell’utilizzo di tipologie contrattuali atipiche o flessibili, spesso instaurate solo formalmente al fine di dissimulare veri e propri rapporti di lavoro subordinato, dando luogo a fenomeni di elusione contributiva e di sfruttamento dei lavoratori interessati».«Nell’ambito del Rapporto annuale sull’attività di vigilanza anno 2019» aggiunge il capo dell'Ispettorato «è stata rappresentata la più ampia categoria di violazioni concernente la “riqualificazione” dei rapporti di lavoro, riguardante l’utilizzo non soltanto di tirocini formativi ma anche di altre forme contrattuali fittizie quali le collaborazioni autonome, il lavoro intermittente o il part-time. Tali illeciti, nel corso dell’anno, hanno riguardato complessivamente 5.827 lavoratori».Su nostra richiesta l’Ispettorato ha disaggregato i dati relativi ai tirocini formativi irregolari scovati. «Il personale ispettivo ha provveduto alla corretta qualificazione dei relativi rapporti di lavoro di 506 pseudo-tirocinanti» ha spiegato Alestra «oltre che alla contestazione di altre tipologie di violazione degli adempimenti formali concernenti l’instaurazione dei medesimi rapporti di lavoro, che hanno riguardato 14 casi». Secondo l’Ispettorato, quindi, il dato numerico delle irregolarità complessivamente accertate nel corso del 2019 risulta incrementato di oltre il 32 per cento rispetto al totale degli illeciti rilevati nel corso del 2018 in occasione dei controlli effettuati sui tirocini formativi e di orientamento. Ma comunque ancora largamente inferiore rispetto ai 1.800 del 2017. E il fatto che i tirocini non siano più indicati tra le priorità rende plausibile che il numero di controlli specificamente volti a scovare gli stagisti sfruttati non salirà.Alla nostra richiesta di conoscere il numero complessivo di controlli effettuati sui tirocini, la risposta dell'Ispettorato è che «non è quantificabile in quanto la programmazione dell'attività ispettiva, anche quando finalizzata alla verifica della genuinità dei tirocini formativi, è caratterizzata dal riferimento all'azienda interessata e ai settori Ateco e non ai fenomeni di irregolarità rilevati a seguito dell'accertamento».In realtà, però, due anni fa lo stesso Alestra aveva fornito questi dati: «Gli Ispettorati territoriali del lavoro hanno effettuato sui tirocini anche controlli meramente amministrativi, la loro rendicontazione va suddivisa in: 1.473 controlli di matrice esclusivamente lavoristica, condotti d’iniziativa dagli Itl, risoltisi con esito regolare in 862 casi e con esito irregolare in 356 casi, ovvero oltre il 24% del totale. Mentre 256 sono i controlli ancora in corso e 189 le verifiche amministrative richieste dalle Regioni, con 120 controlli risultati regolari e 36 irregolari, ovvero il 19% del totale». Perchè quest'anno questo spaccato non sia disponibile quest'anno non è purtroppo dato sapere.Ma cosa succede quando viene scovato un tirocinio fasullo? «All’esito di tale tipologia di accertamento il personale ispettivo degli Uffici territoriali dell’Inl provvede alla cosiddetta “riqualificazione” del rapporto di lavoro e al conseguente recupero dei contributi dovuti» spiega Alestra «oltre che, naturalmente, all’irrogazione delle sanzioni amministrative per tutti gli illeciti riscontrati».«Il problema complessivo» spiega Maria Giorgia Vulcano, delegata alle politiche giovanili e ai tirocini extracurriculari del Nidil Cgil nazionale e coordinatrice per la Puglia «è che, essendo una materia in cui la regione ha totale potestà legislativa, ci sono maglie talmente larghe che non c'è strumento di controllo omogeneo sull'effettiva adempienza di soggetti promotori e ospitanti e questo presta il fianco a sfruttamento». Il Nidil Cgil, che ha già diversi contenziosi in atto per il riconoscimento dell’uso non genuino della formula del tirocinio, si candida per dare un contributo più concreto alla lotta alle irregolarità. «Stiamo proponendo una piattaforma rivendicativa che ci consenta, attraverso le confederazioni regionali, di far luce sulle zone d’ombra e di riuscire a intervenire in azienda per difendere i diritti dei tirocinanti. Faremo anche un opuscolo per definire i profili di un tirocinio genuino e differenziarli dall’utilizzo di manodopera a basso costo per le aziende». A dimostrazione degli abusi legati allo strumento, ci sono i settori in cui si ricorre maggiormente al tirocinio: commercio, ristorazione e alloggio, magazzinaggio e trasporti. Quanto all’industria, solo un tirocinante su dieci viene formato da un punto di vista ingegneristico-scientifico.Il rischio è che nel post lockdown l’uso scorretto di forme di impiego a basso costo possa proliferare. «Temo che alla luce dell'emergenza, quella sociale e occupazionale che è solo all'inizio tanti rapporti che già nascevano precari lo saranno ancora di più» conclude Vulcano: «Quest’estate, nelle località turistiche in particolare, ci sarà bisogno di nuova forza lavoro e si troveranno strade per compensare quanto si è perso in questi mesi. Per questo chiediamo di intensificare i controlli, potenziando il personale demandato alle ispezioni». A questo proposito, è scaduto lo scorso 15 luglio il bando per l'assunzione a tempo indeterminato di 264 unità nel ruolo di funzionario amministrativo e giuridico-contenzioso, che dovrebbero implementare anche la squadra destinata a scovare le irregolarità. In attesa degli innesti, attendiamo ora gli sviluppi rispetto all'attività di vigilanza finalmente, anche se con grande ritardo, pianificata.Rossella Nocca

Indennità Covid regionali per gli stagisti, come sta andando? In alcune Regioni i soldi tardano a arrivare

Le buone intenzioni ci sono tutte: alcune Regioni hanno deciso dare una mano agli stagisti colpiti dal Covid, e stanziato fondi per “indennizzarli” delle indennità di tirocinio non ricevute. Peccato che però, come spesso accade nella burocrazia italiana, ci si perde in mille rivoli. E per gran parte degli stagisti potenziali beneficiari dei sussidi previsti non si è materializzato ancora nessun bonifico. Tra aprile e maggio da Emilia Romagna, Lazio,  Calabria,  Toscana e Valle d'Aosta, sono arrivati diversi provvedimenti – tutti diversi sul piano delle modalità operative ma con un unico fine: ricompensare con un piccolo contributo, nella maggioranza dei casi una tantum, quegli stagisti a cui la pandemia non ha consentito il proseguo del tirocinio, e che di conseguenza hanno subito un taglio totale delle entrate mensili. Se non ci pensava insomma la politica nazionale (nel decreto Cura Italia, così come nel decreto Rilancio, non c'è nulla a favore degli stagisti), l'avrebbe fatto la politica locale.La Repubblica degli Stagisti ha deciso di fare luce su come stanno procedendo le erogazioni nelle diverse regioni, a circa due mesi di distanza dall'emanazione dei provvedimenti. Con una postilla in più: per gli stagisti rimasti fermi a causa del Coronavirus si è profilata nelle scorse settimane una strada residuale, ovvero quella della richiesta del Reddito di emergenza: di qui la domanda se fosse cumulabile con le indennità regionali. E la risposta pressoché unanime degli enti è stata affermativa (tranne che, ma solo in teoria, per il Lazio).LAZIO. Alla Regione guidata da Zingaretti va il merito di essere a buon punto con i pagamenti. «Sono stati avviati il 5 giugno» fa sapere Mattia Ciampicacigli dell'ufficio stampa. Ma attenzione, il bando Nessuno escluso – partito il 30 aprile – non era rivolto ai soli stagisti bensì a tutte «le categorie di persone e lavoratori rimaste fuori da altri contributi nazionali», tanto da contare complessivamente «circa 81 mila richieste». Di queste «9.240 sono quelle da parte di tirocinanti, 8.046 per colf e badanti, 813 per i rider, 42.373 per i disoccupati e 20.402 per gli studenti a basso reddito». A oggi, per quanto riguarda i tirocinanti, le erogazioni totali sono a quota 6.579. Lo conferma anche una lettrice, Camilla Santoro, che già il 5 giugno scorso è venuta a raccontarlo sul gruppo Facebook della Repubblica degli Stagisti: «Stamattina ho controllato il conto, è arrivato il bonus dei 600 euro». Le prime graduatorie sono uscite «il 29 maggio e comprendono in tutto 48mila persone» prosegue Ciampicacigli, delle quali circa 43mila soo già state pagate. E proprio nei giorni scorsi è uscita la graduatoria definitiva «con ulteriori 40mila beneficiari» che non rientravano nei precedenti elenchi.  Quanto alla cumulabilità con il Reddito di emergenza, il Lazio non la riconosce, ma solo in linea teorica: «Il bando Nessuno escluso è stato ideato per chi non è ricompreso in altre forme di aiuto e ha dichiarato di non aver ricevuto ulteriori contributi comunitari, nazionali, regionali o locali, erogati per le stesse finalità». L’eventuale fruizione del Reddito di emergenza «avrebbe escluso il richiedente». Il bonus Inps è però entrato in vigore dopo il bando del Lazio: «Solo dal 22 maggio è stato possibile presentare domanda sul sito dell’Inps», rendendo di fatto la cumulabilità possibile. Il che esclude, assicura Ciampicacigli, che «la Regione possa richiedere indietro i soldi a chi abbia in seguito percepito il Rem». EMILIA ROMAGNA. Apripista per i sussidi agli stagisti, è a oggi tra quelle più indietro nell'erogazione dei contributi. Il motivo principale la procedura troppo complessa. L'elemento più critico è infatti il passaggio delle candidature per il tramite degli enti promotori, a cui si chiede di anticipare i soldi agli stagisti. Alcuni non vogliono farlo e dunque non hanno aderito all'iniziativa, come hanno segnalato diversi lettori alla RdS, e dei pagamenti per molti ancora non si è vista l'ombra. «Oltre al rimborso è stata prevista anche la possibilità di chiedere una garanzia fideiussoria pari all’80 per cento dell'importo del finanziamento» è la giustificazione dell'addetto stampa Vanni Masala. Nello specifico si tratterebbe per gli enti promotori della possibilità di chiedere alla Regione stessa di anticipare i soldi del pagamento, fino appunto all'80% del totale. Impegnandosi poi a restituire il tutto una volta ottenuto il rimborso, e sempre che l'ente promotore possa contare con una società che faccia da garante. In compenso la Regione Emilia Romagna “paga” i soggetti promotori per il “disturbo” di gestire queste pratiche, si può dire: «Per i promotori è riconosciuto anche un contributo aggiuntivo a favore dei tutor e di chi si farò carico delle procedure per la corresponsione del sostegno economico a favore del tirocinante», quella che in gergo è definita «la Misura per la continuità del percorso individuale». L'importo è di 100 euro per ogni stagista preso in carico. I numeri oltretutto sono corposi: «Su un totale di 224 soggetti promotori, hanno aderito in 168 per un totale di circa 14mila tirocinanti». Un 25% di enti non ha accettato, lasciando a bocca asciutta, almeno per ora, circa 300 tirocinanti. Non mancano in tal senso le lamentele. Marilù Conte è una delle stagiste che si è sentita rifiutare il sussidio: «Pur avendo tutti i requisiti, il mio ente promotore, Actl, mi ha comunicato di non voler aderire al progetto» denuncia in un messaggio arrivato alla redazione.   Nella speranza che il numero di adesioni cresca e si arrivi a coprire tutti i tirocinanti interessati, «sarà fissata a breve un’altra scadenza di presentazione delle candidature per consentire di raggiungere tutti gli stagisti rientranti nel provvedimento» assicura l'addetto stampa. Per gli enti che hanno dato l'ok invece i pagamenti sono già in corso, perché i promotori possono «erogare la misura a partire dalla data di approvazione della dgr». Sempre a patto, certo, che i soggetti promotori in questione abbiano fondi in cassa e siano solerti nel distribuirli agli aventi diritto.TOSCANA. Anche qui lungaggini dovute alla mancata pubblicazione della graduatoria definitiva, ma va precisato che il bando è stato uno degli ultimi a uscire, a fine maggio. E già allora l'assessore al Lavoro Cristina Grieco parlava di pagamenti in arrivo a luglio. «Ad oggi sono arrivate 2.248 domande» dice alla Repubblica degli Stagisti l'addetto stampa Marco Ceccarini. I beneficiari sono tutti giovani che rientrano nel programma regionale di tirocinio Giovani sì. «Le domande sono in fase di verifica, e entro i primi dieci giorni di luglio contiamo di predisporre la prima graduatoria parziale del primo gruppo di domande ammissibili». Quanto ai pagamenti, «saranno disposti con l'approvazione della graduatoria». Per accelerare i tempi si pensa a «un decreto di contestuale impegno e liquidazione in modo da poter rimborsare subito gli utenti, senza dover ricorrere alla procedura ordinaria che prevede atti separati» chiarisce Ceccarini. CALABRIA. Per questa regione la platea dei potenziali beneficiari del sussidio da 500 euro era particolarmente ristretta. A oggi, fa sapere Patrizia Greto dell'ufficio stampa, «le istanze di partecipazione valide sono pari a 5.193», mentre sono ancora in fase di compilazione gli elenchi dei beneficiari. «Al fine di favorire la tempestiva attuazione delle misure e la rapida liquidazione delle somme si è proceduto con l’approvazione e la successiva liquidazione di diversi elenchi di beneficiari» prosegue. Per la maggior parte i pagamenti sono già esecutivi, in particolare per chi rientra «nei cinque elenchi di beneficiari ammessi per un totale di 4.320 soggetti» a cui i soldi sono già arrivati o risultano in dirittura di arrivo. Al momento invece «è in fase di stesura un ulteriore elenco di domande da liquidare» per completare i versamenti nei confronti di tutte le candidature pervenute. VALLE D'AOSTA. La legge regionale n. 5 del 21 aprile 2020 ha previsto un indennizzo per i tirocinanti extracurriculari pari a 400 euro al mese per marzo e aprile. E anche in questa Regione i pagamenti stanno procedendo. «Su 93 istanze, 67 sono già state pagate, mentre le restanti sono in fase istruttoria» conferma alla Repubblica degli Stagisti Marisa Gheller dell'ufficio stampa regionale.  Ilaria Mariotti

Per richiedere il reddito di emergenza conta l'Isee: ecco cos'è, quali fattori prende in considerazione e come viene calcolato

Borse di studio, indennità, tariffe agevolate: non sempre si riesce a beneficiarne e spesso di mezzo c'è lo zampino dell'Isee. Il calcolo dell'Isee serve infatti, in caso di accesso a sussidi o servizi a condizioni agevolate, a stabilire la situazione di benessere economico di una famiglia, facendo da spartiacque tra possibili beneficiari e soggetti che invece non hanno diritto a una determinata prestazione. Mai dunque come in un momento storico segnato dalla pandemia globale e da decreti che prevedono indennità di vario genere è utile conoscere i dettagli di questo indicatore.Specie per i giovani conviventi con i propri genitori e rimasti senza reddito (o rimborso spese da stage) che vogliano tentare – è possibile fare richiesta fino al prossimo 31 luglio – la strada del Reddito di emergenza, che tra i requisiti impone proprio un Isee inferiore a 15mila euro. Una soglia facilmente superabile se si vive ancora in famiglia. E per cui va fatta una premessa: trattandosi di calcoli matematici che prevedono sommatorie e detrazioni è pressoché impossibile 'stimare' a priori la possibilità di rientrarci o meno. Sarà indispensabile passare per un Caf, che metterà insieme tutti i dati e fornità poi l'esito finale. L'Isee «è l'indicatore della situazione economica equivalente» spiega alla Repubblica degli Stagisti Massimo Braghin, consigliere nazionale dell'Ordine dei consulenti del lavoro [nella foto]. È un parametro che «permette di valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale agevolata». Tutto sta dunque nel «definire redditi e patrimonio del nucleo familiare di appartenenza», perché è proprio la "ricchezza" del nucleo a cui si appartiene che viene scandagliata per capire la reale presenza di una situazione di bisogno. L'Isee prende infatti in considerazione chi vive sotto lo stesso tetto come nucleo familiare, aggiungendovi i soggetti fiscalmente a carico seppur non conviventi – ad esempio un figlio che studia in un'altra città e vive da solo, ma dipendente ancora economicamente dai genitori. Ma quali sono i fattori che incidono sul suo calcolo? «L’Isee tiene conto del reddito di tutti i componenti del nucleo, del loro patrimonio mobiliare ed immobiliare» risponde Braghin. Gli elementi che lo compongono sono tre. L'Isr, ovvero «l'indicatore della situazione reddituale, che è la differenza tra i redditi netti dei componenti del nucleo e le spese sostenute» come ad esempio il canone di locazione. L'Isp, l'indicatore della situazione patrimoniale in cui si sommano i possedimenti immobiliari di ciascun componente. Vi rientrano ad esempio depositi e conti correnti bancari e postali, titoli di Stato, obbligazioni, partecipazioni azionarie in società italiane ed estere, patrimonio netto di imprese individuali e così via. E infine il parametro della scala di equivalenza, «calcolato sulla specifica composizione del nucleo familiare».  Per conoscere l'Isee di un giovane ancora in famiglia, il reddito suo e dei suoi genitori andranno sommati tra loro. E attenzione, perché per la definizione dei redditi non è sufficiente la sola dichiarazione dell'interessato, ma si tratta di informazioni «generalmente acquisite dagli archivi Inps e dell'Agenzia delle entrate, riferite ai due anni precedenti l'invio della Dsu, che è il documento per la richiesta dell'Isee» prosegue il consulente. Perciò, anche nel caso in cui il giovane facesse nucleo a sé non risultando più a carico dei genitori, la convivenza farà sì che i genitori siano ugualmente presenti nel suo Isee, insieme a tutti i possedimenti di cui dispongono. E a rilevare «sarà ovviamente anche la casa di loro proprietà» conferma Braghin. Per fare un esempio: per un ragazzo di 24 anni non a carico fiscale dei suoi genitori – perché magari l’anno prima ha fatto uno stage ben pagato – ma ancora convivente con loro, fa una differenza sostanziale vivere con mamma e papà in un appartamento di 80 metri quadrati a Quarto Oggiaro o in un loft di 150 metri quadrati in via Montenapoleone a Milano. A dover essere conteggiato «è infatti il valore ai fini Imu dell'abitazione», così come «l'eventuale mutuo stipulato per l'acquisto», che a sua volta rappresenta un elemento "a favore" nel calcolo Isee. Il valore delle case è insomma decisivo: e ai fini Isee l'abitazione ha un peso diverso a seconda che sia di proprietà o si paghi l'affitto – perché pagare un affitto fa abbassare il punteggio. «Il valore del canone annuale di locazione della casa di abitazione è incluso fra le spese da sottrarre ai redditi dei singoli componenti» va avanti l'esperto. «Si sottrae fino a 7mila euro più 500 per ogni figlio convivente successivo al secondo». Non solo, ma a contare è anche il tipo di diritto di cui si gode. «Nel patrimonio immobiliare sono compresi usufrutto, uso, abitazione, servitù, superficie, enfiteusi. Resta invece esclusa la cosiddetta nuda proprietà».Per un giovane che invece si volesse affrancare dalla propria famiglia e richiedere un Isee proprio, risultando non più a carico dei genitori grazie al proprio reddito, sarà necessario cambiare anche la residenza: solo a quel punto tutti i beni posseduti dai genitori, dalle case al patrimonio mobiliare, non saranno più conteggiati in un unico calcolo e l'autonomia sarà tale a tutti gli effetti. Altrimenti, finché si convive, pur rappresentando nucleo a sé, le ricchezze familiari ricadranno su tutti i membri della famiglia ai fini Isee.  La scala di equivalenza è poi il dato che «consente di comparare i redditi delle famiglie che hanno una struttura diversa tenendo conto delle relative maggiorazioni». Queste ultime, che forniscono un punteggio favorevole, comprendono casi in cui ad esempio siano presenti nel nucleo «soggetti disabili, tre o più figli di un solo coniuge o di entrambi, figli minorenni e in special modo minori di tre anni con genitori lavoratori». Tutte situazioni che potrebbero prestare il fianco, almeno in teoria, a una maggiore fragilità della famiglia sul piano economico. Per fare un esempio «nel caso in cui il nucleo viva in affitto in presenza di almeno tre figli conviventi c'è una maggiore detrazione del canone per ogni figlio convivente a partire dal terzo».Un intreccio matematico insomma, per cui non è possibile stabilire in anticipo il diritto a una determinata prestazione di un soggetto: «è necessario di volta in volta fare gli opportuni calcoli».Ilaria Mariotti

Quanti sono (o meglio, erano prima del Covid) gli stagisti italiani?

Il numero esatto delle persone che fanno stage ogni anno in Italia è (ancora) ignoto. Si può dire che siano all’incirca mezzo milione ogni anno, ma il dato preciso non esiste. In questo articolo vogliamo condividere con i lettori della Repubblica degli Stagisti i numeri sicuri, quelli ipotizzati, il motivo dell’incertezza, e la proposta per uscire da questo cono d'ombra.Il numero “sicuro” è quello degli stage extracurricolari, cioè quelli svolti una volta concluso il percorso formativo. Per l’ultimo anno per il quale disponiamo dei dati – il 2019 – il numero di tirocini attivati è pari a poco meno di 355mila: numero molto simile al 2018, per la precisione in lieve aumento ( + 1%). La fonte è il nuovo Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, pubblicato proprio pochi giorni fa.Il numero “ipotizzato” è invece quello dei tirocini curricolari, quelli svolti mentre si è iscritti a un percorso formativo formalmente riconosciuto – per esempio l'università, o un master, o un corso di formazione regionale. Noi della Repubblica degli Stagisti riteniamo siano tra i 150mila e i 200mila ogni anno. Ma di fatto nessuno conta questi stage: non vi sono rilevazioni regionali o nazionali, non c'è un monitoraggio del ministero dell'Istruzione. Niente. Eppure si tratta di una attività importantissima per i giovani, sopratutto gli studenti universitari e gli allievi di corsi di formazione post-diploma e post-laurea.Una ricerca commissionata l'anno scorso proprio alla Repubblica degli Stagisti dal Comune di Milano ha permesso tra le altre cose di “censire” oltre 22mila tirocini curricolari avviati da soggetti promotori attivi sul territorio di Milano nel 2017 (è verosimile che il dato non sia molto differente per gli anni successivi): in particolare 21mila sono quelli attivati dalle università ubicate sul territorio di Milano. Tutte tranne la Bicocca hanno partecipato alla mappatura: dunque il dato comprende l'università Cattolica che ne ha attivati 7mila, il Politecnico con  5.554, la Bocconi con 4.112, la Statale con 3.350, la Iulm con 1.147, e l’università Vita–Salute San Raffaele con 18.Questo spaccato sui tirocini curricolari ha permesso di capire meglio come le università e gli altri enti formativi gestiscano questi percorsi “on the job” per i propri studenti. In oltre il 70% dei casi gli stagisti curricolari hanno meno di 25 anni. Dei 22mila mappati, oltre 7.500 erano studenti di triennale, quasi 12mila studenti di specialistica, e poco più di 2mila allievi di corsi, master o dottorati.Ma ovviamente questi dati sono incompleti. Quanti sono i tirocini curricolari attivati non solo nella zona di Milano, ma in tutta Italia? Perché il ministero dell’Istruzione non li monitora e conteggia?Poiché non ci vengono raccolte informazioni al riguardo, nulla nemmeno si sa dei dettagli di questo universo. Ignoto quanto durino gli stage curricolari, dove vengano svolti, se riguardino più spesso studenti o studentesse, quanto spesso diano luogo ad assunzione. Un buco nero di informazione che la Repubblica degli Stagisti chiede da anni a gran voce al mondo della politica di colmare.Basterebbe ripristinare l’obbligo di Comunicazione obbligatoria, come è anche previsto anche nella proposta di legge a prima firma Massimo Ungaro sul riordino della normativa sui tirocini curricoli, depositata in Parlamento e forse in procinto di essere calendarizzata, per poter seguire da vicino ciascuno di questi stage e poter ottenere in tempo reale una fotografia dettagliata del fenomeno. In attesa che ciò accada, quel che certamente non si può dire è che i tirocini in Italia “sono circa 350mila all'anno”: questo è un numero proprio sbagliato, perché non tiene conto dei tirocini curricolari, che come visto sono numerosissimi!Bisogna quindi affidarsi a una stima, e dire: 355mila extracurricolari più circa 150mila – 200mila curricolari, il che determina quindi un numero indicativo di mezzo milione di stage attivati ogni anno in Italia.A questo punto, per approfondire almeno un po' conviene tornare sulla tipologia di tirocini per i quali almeno qualche dato c’è: quella dei tirocini extracurricolari. Ecco quindi un'immersione nelle informazioni contenute nel Rapporto annuale del ministero del Lavoro appena uscito, che riguardano i 355mila tirocini extracurricolari del 2019.La ripartizione per genere è praticamente identica: poco più di 176mila tirocinanti uomini e quasi 179mila tirocinanti donne. Dunque una prima nota interessante è che le opportunità di stage sono equamente distribuite rispetto al genere. Dal punto di vista geografico, i tirocini extracurricolari si concentrano nelle regioni del Nord: quasi 198mila su 355mila, pari più o meno al 56%, si svolgono tra Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. La Regione dove viene attivato il maggior numero di stage è come di consueto la Lombardia: 74.137, pari quasi al 21% del totale. Vuol dire che di tutti i tirocini attivati nel corso del 2019 in tutta Italia, oltre uno su cinque si è svolto in Lombardia.A grandissima distanza la seconda Regione classificata in termini numerici è il Veneto, sul cui territorio sono stati attivati nel 2019 un po' più di 38mila tirocini extracurricolari; terzi Lazio e Piemonte, entrambi sopra i 34mila,  tallonati dall' Emilia Romagna con quasi 31mila.Il Rapporto permette anche di conoscere il dato sui settori in cui lo strumento del tirocinio è maggiormente usato: per esempio oltre 41.300 tirocini extracurricolari, pari a quasi il 12% del totale di quelli attivati nel 2019, hanno riguardato il settore ricettivo, in particolare alberghi e ristoranti. E’ un numero molto significativo, che apre lo spazio per un’analisi critica dell’utilizzo degli stagisti per mansioni semplici (pensiamo solo alle figure del receptionist o del cameriere), per le quali non vi è bisogno di formazione lunga e sarebbe più opportuno stipulare un contratto di lavoro. Ma di fatto la normativa non vieta gli stage per questo tipo di lavori.Un altro dato significativo è quello dei quasi 85mila stage in ambito “Commercio e riparazioni” (peraltro in aumento di quasi l'8% rispetto all'anno precedente): qui troviamo la diffusissima figura dello stagista-commesso. Impressionante pensare che il 24% di tutti i tirocinanti extracurricolari del 2019 sia andato a svolgere il suo stage in una struttura commerciale (negozi, boutique, piccola e grande distribuzione, officine).Per quanto riguarda le età, lo stage è usato sopratutto da e per i giovani: il 47% circa dei tirocinanti (cioè poco più di 168mila sul totale dei 355mila) ha meno di 25 anni. Qui però si rileva una differenza abbastanza significativa per genere, nel senso che le ragazze arrivano allo stage mediamente più tardi rispetto ai coetanei maschi. In particolare, gli stagisti under 25 sono oltre 51% del totale degli stagisti maschi, mentre le stagiste under 25 sono solo il 44% del totale delle stagiste femmine. Vi è poi un 36% di persone che hanno fatto il loro tirocinio, nel 2019, mentre erano nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni: in valori assoluti si tratta di 128mila persone.Il fenomeno degli stagisti anziani è ancora presente e purtroppo anzi, per quanto riguarda l'ultimo segmento, addirittura in crescita. 48.613 sono i tirocini attivati su adulti tra i 35 e i 54 anni nel 2019, pari a quasi il 14% di tutti gli stage attivati. Ma ancor più triste è che vi siano stati anche quasi 10mila tirocini attivati su persone over 55. Da notare che questo numero è quasi raddoppiato nel corso degli ultimi tre anni: nel 2016 i tirocini attivati su persone di oltre 55 anni erano stati soltanto 5mila. I dati sono importanti, in politica, perché permettono di analizzare i fenomeni e di elaborare policy adeguate. Conoscere i dettagli di come, quando e perché le persone fanno stage è così importante per poter gestire e governare il fenomeno dello stage e, più in generale, assicurare le migliori condizioni ai giovani nel momento di passaggio dalla formazione al lavoro. Ecco perché bisogna al più presto rimediare alla mancanza di dati riguardanti i tirocini curricolari, e mettere in cantiere per gli anni a venire dei monitoraggi molto accurati di entrambi i tipi di stage, rendendo poi pubblici i risultati per la discussione e la valutazione.Eleonora Voltolina

Le politiche per il lavoro vanno ripensate: la proposta del Job Guarantee nel libro Lavorare tutti

Le politiche per il lavoro messe in campo negli ultimi decenni nel nostro Paese non sono state decisive. Il lavoro continua a scarseggiare, a essere mal pagato e di bassa qualità. E ancora, le restrizioni dell'austerity hanno portato a un peggioramento delle condizioni di vita degli europei, con un aumento esponenziale delle disuguaglianze. Allora perché non ripensare il sistema nel suo complesso, guardando a economie più sviluppate, o addirittura alla prima al mondo, vale a dire quella statunitense? A fornire lo spunto è il libro Lavorare tutti? del giornalista e ricercatore Martino Mazzonis, esperto di Stati Uniti, e che per Ediesse ha pubblicato un volume (164 pagine, 13 euro) che raccoglie le proposte politiche più convincenti per il lavoro nell'America di Trump.E che sono sostanzialmente due: il lavoro garantito pubblico, il cosiddetto 'Job Guarantee', un piano che ipotizza che sia lo Stato il datore di lavoro di ultima istanza. Una riforma di cui si discute molto negli States, non solo in convegni marginali - sottolinea Mazzonis - ma a livello mainstream, e per cui sono state formulate e anche simulate diverse proposte. E il Green New Deal lanciato dalla nuova stella della sinistra statunitense, Alexandra Ocasio-Cortez, che parte dall'idea di trasformare il cambio climatico – i Fridays for Future tanto per fare un esempio – in una leva per costruire nuovo lavoro, anche pubblico. Mazzonis parte da un assunto nella sua analisi, e cioè che anche la società americana è stata colpita dalla crisi economica vissuta dalle civiltà occidentali come la nostra. E che - sintomo più evidente ne è stata l'elezione di Trump - anche oltreoceano la cittadinanza soffre per un mercato del lavoro sempre più escludente, salari che precipitano e una forbice sociale che si allarga. La middle class, o quella che ne resta, si è sgretolata anche lì, l'American Dream viene meno. «Se c'è una cosa che si può dire con certezza sugli effetti della Grande recessione cominciata nel 2007 con la crisi dei subprime» scrive Mazzonis all'inizio del primo capitolo, «è che questa ha accentuato le diseguaglianze e reso più evidenti e insopportabili quelle esistenti». Il lavoro pubblico potrebbe allora essere la risposta, anche nell'Italia del Reddito di cittadinanza, ipotizza. Per di più a ragion del fatto che «la letteratura esistente evidenzia la non incompatibilità tra strumenti di distribuzione del reddito e creazione di lavoro». Una politica non escluderebbe l'altra insomma. Il giornalista va a fondo della questione, e del Job Guarantee analizza le diverse facce, costi e benifici (il primo sarebbe «un salario minimo che garantirebbe l'uscita dalla povertà»), ma anche critiche. Partendo però dalla spiegazione del suo funzionamento. Una delle idee più strutturate è quella del Levy Institute, ricorda il libro, secondo i cui calcoli i beneficiari di questa misura oscillerebbero «tra gli 11 e i 16 milioni», comprendendo «disoccupati, working poors, persone a part time involontario» si legge ancora nel primo capitolo. I vantaggi sarebbero diversi. «Scomparsa del lavoro povero» ne è uno, scrive l'autore, «grazie all'effetto sui salari di un'offerta di lavoro pubblico che garantirebbe un minimo orario di 15 dollari». E ancora aumento della raccolta fiscale, vale a dire più persone che pagano le tasse, «miglioramento della qualità urbana, e dei servizi di cura che diventerebbero sostenibili anche per chi non ha molto da pagare». E poi «ammodernamento del sistema infrastrutturale minore». Perché è proprio in questi ambiti elencati che il lavoro pubblico andrebbe a innestarsi. Nel libro ci sono anche esempi concreti di lavori che si andrebbero a creare: «riparazione e manutenzione delle infrastrutture, del parco immobiliare e degli edifici pubblici, aggiornamento dell'efficienza energetica degli edifici pubblici, servizi per i bambini in età prescolare e doposcuola di qualità, assistenza agli anziani, ringiovanimento del servizio postale». Perché al Job Guarantee andrebbe applicato il principio del Green New Deal, secondo cui i nuovi lavori potrebbero sfruttare le opportunità che nascono dalla crisi climatica. Ci sono esempi ancora più puntuali: «Le scuole pubbliche di una città» si legge, «si iscrivono alla Community Jobs bank, fornendo un inventario di progetti». Che potrebbero essere mansioni come «riverniciatura di edifici e campi da gioco», così come di «sostegno agli insegnanti per seguire nel pomeriggio gli alunni che rimangono indietro con compiti e lavori».E i costi? Mazzonis lascia intendere che sia proprio questo il risvolto più controverso della questione. Le ipotesi sono diverse, anche se molte sono lacunose sull'aspetto principale, che è quello di trovare le risorse: «Il costo totale previsto dai ricercatori del Center on Budget and Policy Priorities è di 543 miliardi l'anno, per l'equivalente di 10,7 milioni di posti di lavoro full time» riporta Mazzonis. A fronte di tali esborsi ci sarebbero però i guadagni derivati dalla crescita. Altre simulazioni, per esempio quella del Levy Institute, che il giornalista considera tra le più articolate, parlano di «un aumento del Pil medio annuo di 474 miliardi».  «Avrebbe senso creare lavoro pubblico in Italia?» si chiede Mazzonis in un tweet in cui promuove il suo libro. E la risposta è «sì, avrebbe senso», in un mercato «disastroso» come il nostro sotto diversi punti di vista: partecipazione al mercato del lavoro, numeri sulla disoccupazione, ore lavorate, precarietà, tutti aspetti che il giornalista passa in rassegna nelle ultime pagine del libro. «Con tutte le differenze del caso rispetto agli Stati Uniti» scrive, «ci pare di aver delineato un quadro negativo che segnala la necessità di misure non convenzionali capaci di portare il paese fuori da una lunga crisi». Come quella del lavoro garantito. L'endorsement all'idea arriva anche da Maurizio Landini, alla guida della Cgil, che intervenendo alla presentazione del libro nella sede del sindacato ha ricordato come in Italia «sia in atto una svalutazione del lavoro a partire dagli anni Novanta, che ha portato a una precarietà senza precedenti». Circostanze che aprono alla necessità di «parlare di un nuovo modello di sviluppo». Ilaria Mariotti 

I giovani italiani, quei soliti maleducati (finanziariamente)

Che non sapessero contare lo sapevamo già; che non sapessero leggere, pure. Non stupisce quindi che anche a decidere come investire i propri guadagni non siano esattamente delle cime. È così: quando arrivano i risultati di un test PISA, i giovani italiani mostrano regolarmente conoscenze sotto la media degli altri paesi, indipendentemente dalla materia di riferimento. I dati condannano, i giornali titolano, i genitori biasimano, i politici piangono. Ma possiamo davvero accontentarci di una narrazione così consequenziale e scontata? Il fenomeno risulta tanto grave quanto complesso. E a guardare bene, le responsabilità sono molto più diffuse di quanto possa a prima vista sembrare. I dati infatti non possono condannare, ma soltanto descrivere; e la metodologia di ricerca può essere ovviamente criticata. Ma va prima compresa. E i giornali titolano, sì, ma poi si dimenticano in fretta, sempre meno interessati ad approfondire; i genitori biasimano: ma, tristemente, proprio la famiglia di origine risulta essere una delle principali fonti di capitale umano dei giovani. E i politici piangono, ma sono lacrime di coccodrillo: i bilanci pubblici in Italia consumano e mangiano (il futuro de) i propri figli ormai da decenni. La spesa per istruzione in Italia è meno di un terzo di quella pagata per le pensioni: e la prospettiva è che la prima sia in costante diminuzione, mentre la seconda in costante aumento. Ma perché è così importante l’educazione finanziaria? Cosa dicono davvero i dati? E soprattutto, cosa stiamo facendo per invertire questa tendenza? L’educazione finanziaria descrive le capacità di un individuo, giovane o adulto che sia, di compiere decisioni che richiedono una valutazione di scenari incerti, cioè collegati a probabilità di accadimento e non a certezza, nonché capacità di programmazione per il futuro. Si tratta di decisioni strategiche e di lungo periodo, come quelle che riguardano la scelta di un mutuo, o quella sulla necessità di integrare o meno la propria pensione pubblica obbligatoria, ma anche di decisioni più quotidiane, come la scelta di un piano tariffario (a seconda dell’età, per un cellulare o per un’utenza domestica) o quella di un regime fiscale per la propria professione. Queste decisioni hanno ripercussioni innanzitutto sul benessere dei singoli individui coinvolti: e già questo basterebbe a giustificare una certa attenzione pubblica alla diffusione dell’educazione finanziaria. Ma esse impattano in ultima analisi anche sull’efficienza di tutto il sistema economico, nonché di quello politico. Per esempio, una cultura finanziaria adeguata permetterebbe di comprendere meglio le conseguenze di alcune riforme o l’inconsistenza di talune promesse elettorali. Di cosa siano i test PISA e di quali siano i risultati dei giovani italiani in matematica, italiano e scienze si è già scritto. Questi test sono stati molto criticati dal punto di vita metodologico: sono omogenei ma si riferiscono a sistemi educativi anche molto diversi tra loro, enfatizzano i risultati medi a livello nazionale quando invece all’interno dei singoli paesi potrebbero coesistere differenze territoriali enormi. Tuttavia, vengono regolarmente somministrati da ormai vent’anni e, seppur coi loro limiti, costituiscono una pietra di paragone piuttosto interessante, sia per i confronti internazionali sia – e forse soprattutto – per quelli intertemporali all’interno di uno stesso stato. Del round PISA 2018 fa parte anche il capitolo sull’educazione finanziaria. I risultati, presentati dall’Ocse un paio di settimane fa, sono effettivamente poco incoraggianti per il nostro paese, che peggiora rispetto al 2015. Il punteggio medio dell’Italia (476, con un massimo di 481 e uno minimo di 472) è inferiori alla media Ocse (505). In cima alla classifica, Estonia (547) e Finlandia (537), mentre superiori a noi ma comunque sotto la media si trovano paesi come la Spagna (492) e la Slovacchia (481). Tra i paesi Ocse che hanno partecipato al test – non molti, a dire il vero – solo il Cile ottiene un risultato inferiore (451). Tra i paesi non Ocse invece solo la Russia (495) fa meglio di noi. Come per le altre materie, permangono differenze di genere che, così come successo in matematica, premiano i maschi. Un risultato che caratterizza fortemente l’Italia rispetto agli altri paesi, tanto che il differenziale dei risultati, solo +2 per la media Ocse, arriva a +15 per l’Italia. Una possibile spiegazione potrebbe essere che – ma questo è vero in quasi tutti i paesi – è più probabile che i genitori parlino di questioni finanziarie con i figli invece che con le figlie. Eppure in Italia di iniziative non ne mancano. La stessa Ocse ne fa menzione nel suo report. Ma si tratta di progetti non coordinati e spesso solo sporadici: «Tra i numerosi fattori che possono spiegare tali risultati, uno potrebbe essere quella della mancanza di chiarezza degli obiettivi. Raramente i programmi dedicati all’educazione finanziaria hanno una progettazione che fa tesoro dei risultati della ricerca scientifica; e non esiste un coordinamento tra le numerose azioni» spiega la professoressa Emanuela Rinaldi, sociologa dei processi culturali e comunicativi presso l'università̀ Milano Bicocca e responsabile scientifica dell’Osservatorio nazionale di educazione economico finanziaria, una delle massime esperte italiane sul tema: «I dati mostrano chiaramente come l’alfabetizzazione finanziaria dei giovani sia un problema serio. Ed è la scuola a doversene occupare, soprattutto perché le famiglie non appaiono adeguatamente preparate in questo campo».Le raccomandazioni dell’Ocse non sono particolarmente approfondite ma non per questo risultano meno condivisibili: le difficoltà vanno affrontate dove maggiori sono i problemi, quindi con attenzione particolare alle disuguaglianze sociali e di genere, senza dimenticare l’importanza di promuovere l’utilizzo di strumenti finanziari, come conti correnti, tra i giovani stessi. In altre parole, aumentare l’esposizione e gli strumenti a disposizione dei giovani, a partire appunto dalla scuola.Purtroppo in Italia l’educazione finanziaria non fa ancora parte del curriculum scolastico obbligatorio. Le scuole possono aderire a iniziative ad hoc, ma questo accade quando insegnanti e dirigenti sono particolarmente sensibili al tema e quando riescono a mobilitare le risorse necessarie. Una delle più note – ma certamente non l’unica – è probabilmente quella promossa dalla Banca d’Italia che a partire dal 2006 offre programmi di formazione per insegnati delle scuole primaria e secondaria, che hanno poi il compito di trasferire queste conoscenze ai loro studenti. A ben vedere, una casualità che è ulteriore elemento di disuguaglianza dopo quello della famiglia di appartenenza, e che amplifica le differenze all’interno del nostro paese. Le differenze socio-economiche della famiglia di appartenenza spiegano parte della variabilità dei risultati ottenuti dagli studenti italiani; unico elemento di consolazione il fatto che tale disuguaglianza sia in media superiore nel resto dei paesi Ocse. Ma l’Italia è uno dei paesi in cui il minor numero di studenti (meno del 70%) ha dichiarato di essersi confrontato con i propri genitori almeno una o due volte al mese sulle proprie decisioni di spesa. Ed è comunque la scuola il luogo dove l’esposizione a questi temi risulta particolarmente deficitaria: solo il 40% degli studenti italiani ha dichiarato di aver affrontato in classe problemi matematici su questioni finanziarie. Nessuno peggio di noi tra i paesi dell’Ocse. E solo la Serbia tra gli altri. Manca del resto anche una vera e propria strategia nazionale, che riguardi non solo i giovani ma l’intera popolazione. Solo a partire dal 2017 il governo italiano sembra avere preso le cose seriamente e ha affidato a un comitato il compito di coordinare tutte le iniziative pubbliche e private in materia. Dal 2018, si tiene il “Mese dell’educazione finanziaria” e nel 2019 si sono tenute le prime “Olimpiadi di economia e finanza”, cui hanno partecipato trecento scuole superiori e circa 7600 studenti. Buone intenzioni, ma sempre troppo omogenee, quando è ormai evidente che andrebbero personalizzate – ad esempio, tenendo conto del genere cui si rivolgono – e ancora troppo poco coordinate. Paolo Balduzzi

Cloud Data Architect, Bip e Cefriel propongono un master per portare l'intelligenza artificiale nelle aziende

Un flusso continuo di dati scandisce le nostre vite, così come quelle delle aziende. Nasce così l'idea di lanciare un master biennale non universitario per formare futuri Cloud Data Architects, esperti di dati capaci di sfruttare le potenzialità dell'intelligenza artificiale mettendola al servizio del business aziendale. Nello specifico si forniranno «gli strumenti per affrontare in autonomia le fasi di disegno, configurazione e implementazione di architetture dati su cloud» si legge sulla brochure del corso. L'offerta arriva da Bip, multinazionale della consulenza, e Cefriel, società che opera nell'ambito dell'innovazione, entrambi membri del network virtuoso della RdS. E si presenta come occasione da non lasciarsi scappare per chi ha un background di tipo informatico: chi entrerà al master sarà infatti assunto in automatico in Bip con la formula dell'alto apprendistato. Che in concreto significherà dedicare una parte iniziale alla formazione, per poi passare al lato tecnico, entrando definitivamente in azienda. «I selezionati saranno dai dodici ai quindici» assicura alla RdS Marco Pesarini, director di Bip [nella foto]. «E per loro la fase successiva all'apprendistato equivarrà a un'assunzione in pianta stabile in azienda». Inevitabile «considerato il costo dell'investimento che facciamo su queste nuove risorse, sarebbe assurdo formarle per poi lasciare che siano altri a avvantaggiarsene».Non vi è nessun tipo di costo a carico di chi parteciperà al master. Per retribuzione e possibilità di carriera, ribadiscono poi da Bip, «durante il rapporto di apprendistato il professionista sarà inserito in un sistema di crescita progressivo sia per quanto riguarda il livello di inquadramento che per il relativo trattamento economico». Ci sarà quindi uno stipendio iniziale, destinato a crescere con il tempo. Il corso inizierà a metà giugno, e per le candidature – finora quelle pervenute sono una cinquantina – c'è tempo fino alla prima settimana del mese prossimo. Per i primi due mesi il master sarà interamente online. «L'idea è costruire un percorso che preveda lezioni teoriche di mattina, e poi esercitazioni nel pomeriggio, così fino a fine luglio» spiega alla RdS Fabio Giani [nella foto sotto], che per Cefriel contribuisce all'organizzazione del corso. «Il nostro ruolo è quello di erogare la formazione che Bip ci richiede» sottolinea Giani. «Siamo già alla seconda partnership, iniziata con un precedente master per data engineer». Successivamente, superata la pausa estiva, «nel resto del biennio dovranno erogarsi 400 ore di formazione, che corrisponderanno a circa due o tre giorni al mese di lezione». Gli apprendisti a quel punto saranno già operativi in azienda e inizieranno a «dare il proprio contributo nella configurazione e ingegnerizzazione di architetture cloud data» scrivono gli organizzatori nella presentazione del master. «I ragazzi saranno impiegati come analyst nei primi progetti per i clienti» specifica Pesarini. E si tratterà di aziende come «Fiat, Unicredit, Generali, tutte firme che vedranno l'intelligenza artificiale entrare nella loro operatività». Se adesso usiamo Siri come strumento personale, esemplifica il manager, «questo a breve si convertirà come mezzo aziendale». Più nel concreto si arriverà per esempio «a usare Siri per automatizzare la risposta ai call center di Intesa San Paolo». Oppure, continua, «si potranno migliorare le immagini di Facebook per leggere i difetti di alcuni prodotti». Si lavorerà nelle sedi di Milano e Roma, ma non sarà necessaria sempre la presenza fisica perché «lo smart working è una modalità che adottiamo normalmente nel nostro quotidiano in Bip» evidenzia Pesarini. Per candidarsi è indispensabile una laurea nelle materie Stem. «Ma non necessariamente Ingegneria» chiarisce il direttore. «Potrà trattarsi anche di Matematica, Fisica o Statistica». L'aspetto imprescindibile «è avere competenze di programmazione, perché è su quelle basi che si dovrà lavorare». Nello specifico servirà «dimestichezza con almeno un linguaggio tra C++, C#, Java o Python, conoscenza di dati relazionali e SQL, familiarità con sistemi Unix/Linux e Windows» si sottolinea nella brochure del master. Non ci sono vincoli di età, se non quelli legati alla normativa sull'apprendistato, che prevede un tetto massimo di trent'anni al momento dell'ingresso. Quanto alla selezione (qui il link), «chiediamo ai candidati di registrare un video in cui rispondono a alcune domande» prosegue Pesarini. In questo modo «riusciamo a valutare l'aspetto motivazionale, oltre a conoscere i dettagli del cv». Perché le ottime capacità relazionali e l'attitudine al teamworking sono alcuni tra i requisiti di accesso elencati nella presentazione del corso. A contare è per Pesarini «anche il voto di laurea». E l'inglese, considerando che il master sarà erogato in questa lingua. La didattica sarà curata interamente da docenti del Politecnico di Milano e da massimi esperti di Architetture dati con un programma incentrato su basi di cloud computing, orchestrazione e multi-cloud, fondamenti di basi di dati, SQL e datawarehousing. Concetti ignoti ai più, ma che portano dritti nel futuro. Ilaria Mariotti 

Studenti-tirocinanti, gli effetti del Covid sugli stage curricolari tra sospensioni e prosecuzione da remoto

Il fatto che decine di migliaia di tirocini si siano interrotti, siano stati sospesi, o non siano proprio potuti partire a causa dell’emergenza Coronavirus è un problema per tutti. Costringere gli stagisti all’inattività, privarli del reddito costituito dall’indennità mensile, impedire loro di completare il percorso formativo previsto sono danni oggettivi che non vanno sottovalutati. Ma c’è una categoria per la quale a queste criticità ne va aggiunta una supplementare: l’impossibilità di accumulare i cfu necessari per il proprio percorso accademico. Cioè per laurearsi. Parliamo in questo caso dei tirocini universitari – in particolare di quelli curricolari, e ancor più in particolare quelli che comportano l’acquisizione, cioè i crediti formativi universitari.In quasi tutti gli atenei d’Italia a marzo tutti i tirocini – curricolari ed extracurricolari – si sono fermati, per qualche giorno o qualche settimana, per capire come organizzarsi la nuova situazione. Poi, lentamente, e anche in coerenza (ove possibile) con le indicazioni regionali, gli atenei hanno preso decisioni riguardo ai tirocini extracurricolari – se sospenderli, interromperli, oppure autorizzarne la prosecuzione nella modalità “smart internshipping”, cioè da remoto. E contemporaneamente hanno dovuto anche gestire la patata bollente dei tirocini curricolari.Chiaramente qui un fattore chiave è stato quello della facoltà universitaria frequentata, e della tipologia di tirocinio: perché se uno stage in marketing si può svolgere anche da remoto, diverso è il discorso per uno stage che si svolge in un laboratorio chimico o in un’acciaieria: le strumentazioni utilizzate dagli stagisti (non di rado il tirocinio curricolare viene utilizzato anche per raccogliere dati e materiale per la stesura di tesi “sperimentali”) non sono trasportabili, e senza di esse proseguire diventa difficile, se non impossibile.Dunque gli atenei si sono ritrovati subissati di richieste da parte degli studenti: che ne sarà del mio tirocinio? Se non lo finirò non potrò laurearmi?All’università di Bari per esempio i tirocini, sia curricolari sia extracurricolari, sono stati sospesi dall’8 marzo all’8 aprile: lo conferma alla Repubblica degli Stagisti Teresa Fiorentino, direttrice tecnica dell’agenzia per il placement. Poi è intervenuta una disposizione rettorale che ha ripristinato la funzionalità: «Abbiamo avuto un Rettore molto presente sulla questione; dopo una prima sospensione delle attività, perché la situazione era abbastanza nebulosa per tutti» e mancavano «chiare direttive dal nostro Miur» il rettore, Stefano Bronzini,aveva previsto «la sospensione delle attività dei curricolari». Un mese dopo il rettore, «considerato anche che c’era pressione da parte degli studenti, sopratutto di quelli che erano in procinto di laurearsi», ha invece inviato «a tutti i responsabili e coordinatori dei corsi di laurea» una comunicazione che attestava la possibilità di svolgere di nuovo «le attività di tirocinio curricolare, con smart working o con lo svolgimento di project work».In generale, le università sono abbastanza precise nel riportare sui propri siti la policy adottata in maniera Il Politecnico di Milano per esempio ha pubblicato delle “Linee Guida rispetto alle attività di tirocinio in corso e in corso di attivazione a fronte dell’emergenza sanitaria da Covid-19”. Il documento, aggiornato al 5 maggio e valido fino al 17, per quanto riguarda i «tirocini curricolari obbligatori e facoltativi» prevede che quelli già in corso debbano «preferibilmente continuare in modalità smart working», specificando che «se sono al momento sospesi e non possono continuare in modalità smart working possono, in caso di riapertura dell’ente ospitante, riprendere in presenza a condizione che l’ente ospitante garantisca preliminarmente le giuste misure organizzative di prevenzione e protezione» previste dalla legge. E per quanto riguarda l’attivazione di nuovi tirocini curricolari? Si può fare: «devono essere preferibilmente avviati in modalità smart working o, in caso di impossibilità, possono essere avviati in presenza» sempre se l’ente ospitante assicura «prevenzione e protezione».Federica Fumagalli è una studentessa di Ingegneria elettronica proprio al Politecnico di Milano – facoltà scelta «per una passione che ho sempre avuto per le materie scientifiche, soprattutto per poter comprendere fino in fondo come vengono sviluppate e ideate le nuove tecnologie che ormai coinvolgono moltissimi aspetti della nostra vita e per diventare parte attiva di questi processi di innovazione» – nonché violinista amatoriale e stagista in Bosch, una delle aziende virtuose dell’RdS network – in particolare presso Bosch Sensortec, «che si occupa dello sviluppo di elettronica di consumo con sensori MEMS». Si tratta del suo «primo tirocinio in assoluto», e le serve per la tesi di laurea: «Sto lavorando nella divisione responsabile del test per poter realizzare il mio progetto di tesi magistrale». Sta svolgendo un tirocinio intersecato all’impegno universitario. Vivendo coi la sua famiglia a Osnago, un paese in provincia di Lecco, prima del lockdown raggiungeva la sede Bosch facendo la pendolare. Poi, all’improvviso, il passaggio alla modalità da remoto: «Quando il cosiddetto “paziente uno” è stato rilevato in Italia, sono stata avvisata dal mio responsabile in azienda che per almeno una settimana avremmo dovuto lavorare da casa come precauzione. Come è possibile immaginare, questa situazione si è prolungata… fino ad adesso. Ho sempre ricevuto indicazioni puntuali su come agire. Ho lavorato in modalità “smart” per circa due settimane, dopo di che ho ricevuto la comunicazione che il mio tirocinio sarebbe stato sospeso fino alla fine di marzo, anche su richiesta dell’università». La studentessa-stagista è costretta dunque a qualche settimana di pausa: «La situazione sanitaria stava peggiorando velocemente ed era evidente che con aprile non si sarebbe sicuramente ritornati alla normalità lavorativa; temevo quindi che la sospensione sarebbe stata prolungata». Invece il 1° aprile il suo stage riceve il via libera per la ripresa, attraverso una comunicazione «precisa e puntuale» da parte dell’ufficio Risorse Umane di Bosch e una «interfaccia piuttosto agile con l’università».«Non immaginavo fosse possibile svolgere uno stage da casa, vista soprattutto la sua fondamentale componente formativa. È senza dubbio più difficile svolgere il proprio lavoro senza il tutor e i colleghi presenti di persona e anche la risoluzione di problemi semplici diventa più macchinosa» riflette, ammettendo di essere «relativamente fortunata»: avendo iniziato lo stage già a settembre, è riuscita «a prendere un po’ più di confidenza con alcune dinamiche aziendali e ad instaurare un buon rapporto con i colleghi» prima che capitasse il lockdown: «Se tutto ciò fosse successo a poche settimane dall’inizio del tirocinio, le difficoltà sarebbero state molto maggiori».Un aspetto fondamentale è quello della strumentazione e dell’organizzazione: «Riesco a lavorare con ciò che utilizzavo anche in ufficio e con altri strumenti che possedevo già a casa, in particolar modo computer e cuffie per non disturbare gli altri componenti della famiglia durante le chiamate» dice Fumagalli: «In casa mia quattro persone devono lavorare contemporaneamente. È fondamentale quindi per noi avere una connessione internet buona e stabile, soprattutto per videochiamate, videoconferenze e per accedere agli ambienti di lavoro da remoto. È molto importante e necessario avere a disposizione un pc a testa con tutta la relativa strumentazione. Nel mio caso Bosch mi ha fornito tutto l’occorrente in termini di strumenti, ma penso a quanto questo può essere limitante per esempio per alcuni studenti o per chi vive in luoghi dove non è possibile avere una connessione internet sufficiente».Naturalmente proseguire lo stage da casa comporta molte limitazioni: «Per ora devo rinunciare alla parte di lavoro che avrei dovuto svolgere con la strumentazione di laboratorio. Poiché lo scopo finale del tirocinio è quello di realizzare un progetto per una tesi di laurea, non è strettamente legato ai cfu, quanto più al fatto di non avere eccessivi ritardi della data di laurea o modifiche radicali al lavoro inizialmente stabilito».Migliaia e migliaia di studenti e laureandi sono nella stessa situazione. L’università di Firenze in un documento prevede che «qualora i contenuti del tirocinio curriculare consentano di adottare modalità flessibili, il tirocinio può essere svolto a distanza, in  accordo tra studente, tutor aziendale e tutor  accademico, previo aggiornamento  del progetto formativo, specificando come vadano « privilegiate le attività di carattere compilativo volte all’analisi ed elaborazione di fonti, bibliografie ed esperienze finalizzate alla predisposizione di relazioni o progetti». L’ateneo specifica anche l’alternativa: «per i tirocini già avviati e poi sospesi a causa dell’emergenza Coronavirus, tutor aziendale, tutor accademico e studente possono concordare il superamento di una prova di acquisizione delle competenze, secondo   le modalità definite dall'Ateneo, in sostituzione allo svolgimento delle ore mancanti al completamento del tirocinio, qualora sia stato svolto almeno il 70% delle ore previste».Anche l’università di Torino esclude la possibilità di proseguire il tirocinio in presenza. Nel documento “Procedure straordinarie per tirocini, causa emergenza Coronavirus”, aggiornato a ieri (14 maggio 2020) e pubblicato sulla pagina del Job Placement di ateneo, si legge infatti che «i tirocini curriculari ed extracurriculari attivati (sia in Italia che all'estero) oppure ospitati dall'Università degli Studi di Torino, sono sospesi nella modalità in presenza». Subito dopo si specifica che «Per i tirocini curriculari è possibile la prosecuzione o l'attivazione solo ed esclusivamente se l’azienda/ente ospitante ha la possibilità di gestire e favorire il raggiungimento degli obiettivi formativi del tirocifnio in modalità telematica, ossia a distanza, senza che il/la tirocinante debba recarsi personalmente in azienda».Niente possibilità di tirocini curricolari in presenza, ma nessun problema se è possibile proseguirli da casa, nemmeno per l’università di Padova: «Tutti i tirocini/stage curriculari presso enti esterni all’Ateneo, esclusi quelli delle professioni sanitarie, fino al 17 maggio 2020 sono sospesi o attivati/convertiti in modalità telematica a distanza, previa comunicazione via mail al nostro ufficio da parte del referente aziendale» si legge sul sito del Career service.L’università Federico II di Napoli non sembra fare differenziazioni tra curricolari ed extracurricolari; ha approntato una pagina intitolata “Misure per la tutela della comunità federiciana dal 4 maggio 2020”, in cui vengono pubblicate le decisioni della “Task Force di Ateneo anti COVID-19”. Nella pagina si legge che «fino al 31.05.2020 le attività di tirocinio potranno svolgersi esclusivamente nella modalità a distanza» e che «a partire dal 01.06.2020 e fino al 31.07.2020 la ripresa delle attività di tirocinio, svolte in presenza presso terzi, potranno avvenire previa «valutazione delle condizioni di diffusione del contagio nell'area ove deve essere svolta l'attività» e «coordinamento con il soggetto ospitante per verificare le misure di prevenzione e protezione anti-COVID ivi adottate».Anche l’università di Trento ha predisposto una pagina ad hoc intitolata  “Covid-19 - Fase II”, in cui si legge che «i tirocini curriculari e extracurriculari possano essere svolti in modalità smartworking durante il periodo di emergenza se preventivamente autorizzati dall'ente ospitante e dal tutor accademico». Viene delineata anche una alternativa: «Qualora non sia possibile la prosecuzione o l'attivazione del tirocinio, la Direttrice o il Direttore della struttura accademica competente potrà adottare provvedimenti con i quali individuare le attività sostitutive del tirocinio che garantiscono il perseguimento degli obiettivi formativi previsti e l'attribuzione dei relativi cfu», rimandando per ulteriori dettagli alle «FAQ nella sezione Download». Le FAQ sono venticinque, e sono suddivise per fruitori: le prime dodici sono «uso studenti», le successive cinque successive «uso neolaureati», e le ultime otto «uso soggetti ospitanti». Vi si trovano per esempio risposte al quesito sulla possibilità di avviare ex novo tirocini curricolari in questo periodo (la risposta è sì, «in modalità da remoto», anche se è suggerita anche la possibilità di «posticipare l’avvio del tirocinio a fine emergenza sanitaria» e quella di «sostituire il tirocinio con un’attività alternativa»), e anche a quello sulla possibilità di far rientrare gli stagisti in presenza (domanda: «Abbiamo in essere un tirocinio curriculare in modalità da remoto a causa della situazione di emergenza sanitaria, ma avendo noi ripreso l’attività in presenza può il tirocinante tornare a svolgere le attività presso la nostra sede?», risposta: «No, anche se il Soggetto ospitante ha ripreso l’attività presso la propria sede […] il/la tirocinante può continuare a svolgere il tirocinio solamente in modalità da remoto»).«Un tirocinio in smart working era qualcosa di impensabile: il contesto culturale in cui sono cresciuto vede l’“andare al lavoro” come uno spostamento fisico» commenta Nicolò Cecchetto, 26enne originario di Sovizzo, un paese alle porte di Vicenza, laureato in Scienze dell’Educazione a Padova e attualmente in dirittura d’arrivo della magistrale in Human Computer Interaction proprio presso l’università di Trento: «Avevo studiato le modalità di lavoro da remoto, ma non pensavo le avrei utilizzate così presto nella mia carriera!»Cecchetto ha cominciato il suo tirocinio curricolare in Bip, un’altra delle aziende virtuose del network della Repubblica degli Stagisti, il 17 febbraio – pochi giorni prima che scoppiasse il pandemonio: «Nell’unica settimana di stage che ho svolto in sede prima dell’emergenza ho conosciuto il mio tutor aziendale ed altri referenti sia del mio team che delle risorse umane» ricorda: «Il passaggio al lavoro da casa è stato piuttosto automatico e non accompagnato da grandi stravolgimenti: lo smart working è una prassi consolidata in Bip». Oggi però la sua giornata tipo è decisamente diversa: «Sono rientrato a Sovizzo. Dato che il tragitto più lungo da compiere è quello cucina-studio e che sfortunatamente non vivo – ancora! – in un castello ma in un appartamento, posso puntare la sveglia mezz’ora prima dell’inizio delle attività lavorative. Gli orari di lavoro sono rimasti invariati; quando non ho mansioni specifiche mi dedico ai corsi di formazione offerti online da Bip. Lavoro solitamente in una stanza, già normalmente adibita a studio, in cui riesco a concentrarmi senza grandi difficoltà».L’unico aspetto problematico è stato che, essendo il suo un tirocinio curricolare, in prima battuta era stato sospeso d’ufficio, come in tutte le università d’Italia. Poi però il suo ateneo ha dato il via libera alla ripresa: «Dopo un paio di settimane di stop, le disposizioni rettorali mi hanno permesso di tornare a lavorare da casa».Per tutti poter continuare lo stage è stato una boccata di ossigeno, se non un vero e proprio elemento “di salvezza” per dare senso alle proprie giornate: «Mi consente di avere un impegno costante e regolare in questa nuova quotidianità che si è venuta a creare con l’emergenza» dice Cecchetto, contento anche di essere riuscito così a rispettare «i tempi nella mia personale “tabella di marcia” verso il conseguimento del titolo magistrale, che uno slittamento del tirocinio avrebbe sicuramente allungato». Ma certamente questa situazione ha avuto un forte impatto su molti studenti universitari, e non tutti sono stati fortunati come Federica Fumagalli e Nicolò Cecchetto. «A mia amica e compagna di corso, che stava svolgendo anche lei un tirocinio in azienda per svolgere un progetto per la tesi di laurea» racconta Fumagalli: «lo stage è stato sospeso fino alla fine di maggio; a differenza mia, non le hanno dato la possibilità di lavorare da casa. Si ritrova quindi un ritardo sul lavoro di almeno tre mesi, con conseguente ritardo sul conseguimento della laurea e, ovviamente, perdita dell’indennità mensile». La scelta in questo caso è stata del soggetto ospitante, cioè l’azienda: «L’università può fare poco in questo caso». Un altro compagno di università di Federica avrebbe dovuto iniziare il suo stage per la tesi a febbraio, «Ma causa di ritardi dell’azienda e emergenza sanitaria si è ritrovato slittato minimo a settembre». Ma questo avrebbe significato dover posticipare la data di laurea: «È stato quindi costretto a rinunciare a questa opportunità lavorativa e cercare un altro progetto in università da poter almeno iniziare in tempi più brevi per non dover ritardare troppo la fine degli studi». Che sembra essere il problema numero uno per tutti gli studenti universitari rimasti intrappolati nell’emergenza Coronavirus.