Categoria: Storie

Spindox, il posto ideale per me: non mi sono mai sentita “una semplice stagista”

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Annachiara Pagliara, 27 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Spindox.Sono di Monteroni di Lecce, un paesino di circa 15mila abitanti in provincia di Lecce, dove ho trascorso la mia infanzia e adolescenza dividendomi tra scuola e conservatorio. Nel 2010 mi sono diplomata al liceo scientifico e l’anno seguente al conservatorio Tito Schipa di Lecce in flauto traverso.Il flauto è stato il mio primo grande amore, nato per caso a sei anni. Un amore coltivato con grande passione, fatto di sacrifici, rinunce ma anche di grandi soddisfazioni! Fino ai dodici anni ho studiato in una scuola di musica privata, poi sono entrata in conservatorio e a diciott'anni mi sono diplomata.È stata un’esperienza faticosa ma che consiglierei a tutti, perché ti permette di imparare sin da piccolo a gestire il tempo, prezioso per un musicista, gli impegni, a portare a termine i compiti richiesti, a superare gli esami e accettare le sconfitte, a collaborare con gli altri, a gestire l’ansia da palcoscenico, a essere consapevole delle tue capacità, a voler andare oltre quelli che pensi siano i tuoi limiti e a migliorarsi sempre.Dopo essermi diplomata mi sono ritrovata di fronte a un bivio: scegliere se continuare la carriera da musicista o proseguire gli studi e inseguire un altro sogno… laurearmi in psicologia. Alla fine dopo diverse valutazioni ho scelto di iscrivermi alla facoltà di Scienze e tecniche psicologiche all’università di Chieti-Pescara. Ma non ho abbandonato totalmente lo strumento: ancora oggi continuo a suonare per me stessa e per la “gioia” dei miei vicini.Mi sono trasferita a Chieti per frequentare l’università e ho vissuto lì, con il sostegno economico dei miei genitori, fino alla laurea triennale in Psicologia, presa nell’aprile 2015. L’università non creava particolari momenti di aggregazione per gli studenti, ma non è stato difficile inserirsi anche perché erano tutti ragazzi fuori sede come me!Presa la laurea di primo livello, ho deciso di continuare gli studi e mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia per le organizzazioni: risorse umane, marketing e comunicazione. Ho deciso di trasferirmi a Milano, all’università Cattolica: questo ateneo era l’unico che prevedeva una formazione trasversale su queste tematiche e perché all’interno del percorso formativo alternava momenti teorici a momenti pratici. Trasferirsi non è stato un problema: amo la Puglia e la mia città, ma nel Salento penso che tornerò solo per le vacanze. Ormai la mia vita è a Milano, dove adoro vivere. Certo mi manca il mare e il calore della mia famiglia, ma per ovviare a questo problema cerco di tornare a casa ogni due mesi.Nel settembre 2017, dopo aver terminato tutti gli esami, ho iniziato a scrivere la mia tesi sperimentale, ma sentivo che mancava ancora qualcosa. Così ho deciso di perfezionare la mia formazione con un master part time del Sole 24ore Business School, della durata di sei mesi, in Hr Specialist. Il master è iniziato i primi di dicembre e pochi giorni dopo ho conseguito con lode la laurea magistrale in Psicologia.Ho scelto questo master perché affrontava gli argomenti di punta del mondo Hr, trasmettendo conoscenze, competenze e strumenti operativi necessari per operare efficacemente all’interno della direzione del personale. Il master era strutturato in tre moduli che mi hanno permesso di applicare la teoria alla pratica. Era organizzato con formula part time, che mi ha consentito di gestire la mia attività lavorativa con le mie esigenze di aggiornamento continuo e costante.Mentre scrivevo la tesi, infatti, oltre a cercare un master, ho sostenuto vari colloqui e a metà dicembre ho cominciato uno stage di sei mesi in una società di consulenza IT, Engineering Ingegneria Informatica, nel ruolo di recruiter jr con un rimborso spese di 800 euro al mese. Quindi ho frequentato il master e in contemporanea svolto lo stage, ma non è stato difficile. Sin da piccola sono stata abituata a gestire più cose contemporaneamente: ci vuole tanta costanza, impegno e determinazione, ma se si hanno degli obiettivi nella vita si fa di tutto per raggiungerli!Engineering è stata l’azienda dove ho iniziato a muovere i primi passi: un’esperienza altamente formativa durante la quale ricercavo i profili attraverso l’analisi dei curriculum o tramite Linkedin, affiancavo i colloqui di selezione ed ero di supporto alle attività di gestione del personale. Al termine del tirocinio ho avuto una proroga di sei mesi con un rimborso spese più alto, mille euro lordi al mese. In questi mesi ho iniziato a cercare altre opportunità di lavoro per aumentare le mie competenze nell’ambito della formazione e sviluppo delle risorse umane. In questa fase ho scoperto che Spindox era alla ricerca di una risorsa da inserire nel team Hr Learning & Development. L’azienda, infatti, ha un’iniziativa dal nome “Porta un amico in Spindox” che incoraggia i dipendenti a sponsorizzare profili in linea con le ricerche. Così il mio curriculum è stato inoltrato da un collega e dopo qualche giorno sono stata contattata per il colloquio. Ne ho fatti due: il primo con l’HR manager e l’HR Learning&Development, il secondo dopo qualche giorno con l’amministratore delegato nonché direttore del personale di Spindox.Mi trovavo bene nella società in cui ero, ma in Spindox potevo crescere e sperimentarmi in un altro ruolo. Così nel settembre 2018 ho cominciato lo stage nel ruolo di Hr learning & development jr con un rimborso spese di 800 euro al mese più ticket restaurant da 6,50 e rimborso spese per i mezzi pubblici. E inaspettatamente, tre mesi dopo, mi è stata proposta l’interruzione dello stage per un contratto di apprendistato… non me lo aspettavo proprio, è stata una grande gioia!A dicembre sono stata assunta in apprendistato con una retribuzione annua di 23mila euro. La mia vita non è cambiata molto: vivo per conto mio ormai da nove anni, e da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di mantenermi da sola per non gravare più sui miei genitori. Ho dei progetti futuri, come comprare casa a Milano, ma ci vorrà ancora un po’ per realizzarli.Entrata in Spindox mi è bastato poco per capire che era il posto ideale per me! È una realtà giovane, dinamica, un’azienda che ti fa sentire subito parte integrante e non un semplice stagista. Che premia e valorizza le persone.Ad oggi ricopro il ruolo di Hr learning & development jr: mi occupo di tutta la formazione del personale Spindox, dalla raccolta dei fabbisogni formativi alla definizione dei corsi utili per incrementare le competenze del personale. Gestisco il percorso formativo di colleghi assunti con contratto di apprendistato e supporto le mie responsabili nelle attività di crescita e sviluppo delle risorse.La laurea, il master e la voglia di conoscere nuove attività sono stati fondamentali per iniziare al meglio questo nuovo capitolo della mia vita professionale. La mia tutor di tirocinio ha fatto la differenza nel mio cammino: è stata una vera fonte di ispirazione e un riferimento, ha sempre creduto in me, spronandomi a fare meglio. Inoltre, la collaborazione, il coinvolgimento e la fiducia reciproca sono stati elementi che hanno da sempre contraddistinto il nostro rapporto e che ci hanno permesso di lavorare in sintonia. Oggi sono dove vorrei: il mio percorso è ancora all’inizio, ma so che in Spindox posso solo continuare a crescere. Senza l’aiuto dei miei genitori che mi hanno sostenuto emotivamente ed economicamente non sarei qui, e il mio percorso sarebbe risultato sicuramente più ostico, se non impossibile. Sono convinta che il lavoro svolto dalla Repubblica degli Stagisti aiuti le aziende a confrontarsi con i futuri tirocinanti e i giovani a conoscere meglio alcune imprese e affrontare il tirocinio con uno spirito diverso. Il mio consiglio a coloro che si apprestano ad entrare nel mio settore professionale è quello di voler essere caparbi e perseveranti e di non smettere mai di confrontarsi con i colleghi e tenersi sempre aggiornati. Il mondo del lavoro è impegnativo, ma ripaga di tutti i sacrifici!Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Dalla laurea umanistica a un lavoro nella consulenza: una filosofa e uno scienziato politico raccontano cos'è il BipBootCamp

Chi l'ha detto che chi ha studiato filosofia o scienze politiche non possa finire a fare il consulente manageriale? È certamente vero che la gran parte di giovani che vengono assunti nelle società di consulenza hanno background in economia o ingegneria, ma le cose stanno cambiando: prova ne sia il BipBootcamp, programma formativo intensivo di “Business & Management Induction” ideato dalla società di consulenza Bip in collaborazione con il MIP del Politecnico di Milano per formare in una formula “sprint” laureati umanistici alla professione della consulenza. Proprio in questi giorni – e fino a venerdì 2 agosto – sono aperte le candidature per partecipare alla seconda edizione del BipBootCamp; la Repubblica degli Stagisti ha incontrato due dei dodici partecipanti alla prima edizione poi assunti in Bip alla fine del percorso.Si parte con un po' di “serendipity”: se infatti Alice Allasia è oggi consulente in Bip è anche un po' grazie alla Repubblica degli Stagisti. Proprio su questo sito, infatti, questa ventiseienne piemontese laureata in Filosofia ha scoperto dell'esistenza del BipBootCamp e ha deciso di candidarsi.Alice ha alle spalle un percorso internazionale: prima un Erasmus a Oviedo, in Spagna, e poi dopo la laurea una borsa di studio che l'ha portata a fare un tirocinio all'università di Coimbra, in Portogallo, per cinque mesi. «Pensavo di continuare a studiare prendendo la strada del dottorato» racconta: «Se sei laureato in filosofia e vuoi lavorare con la filosofia, o vai a insegnare nei licei o fai il dottorato. Io avevo fatto application per alcuni dottorati all'estero: l'idea di continuare a studiare mi piaceva. Ma a un certo punto mi sono resa conto che avevo voglia di qualcosa di un po' più pratico: volevo fare esperienza nel mondo del lavoro».Un giorno di giugno dell'anno scorso Alice legge sulla Repubblica degli Stagisti l'articolo “Penalizzati dalle lauree umanistiche? Non per forza: Bip e la Business school del Politecnico di Milano lanciano un training accelerato” e ne resta colpita: «Mi ha incuriosito il fatto che cercassero laureati con un background umanistico e ho deciso di provare a inviare il cv. Non avevo mai sentito parlare della consulenza e durante il primo colloquio ho fatto tantissime domande».Alice esce da quel colloquio con una bella sensazione sulla pelle: «Mi ha suscitato molta curiosità, è stato un bel confronto: mi è sembrato di essere capita e compresa». La sensazione è corretta: il team HR di Bip la inserisce tra i quindici selezionati per partecipare alla prima edizione del BootCamp. Alice però non accetta immediatamente: «Mi sono presa qualche giorno per capire se volevo veramente buttarmi in questo percorso così diverso da quanto avevo fatto fino a quel momento» ricorda. Dell'opportunità che si staglia all'orizzonte vanno valutati anche gli aspetti economici: «Per me 1.500 euro erano una spesa grossa. Pur avendo sempre lavoricchiato nella mia vita, dopo la mia ultima esperienza di tirocinio all'estero ero tornata a vivere con i miei e l'idea di investire altri soldi in formazione non è stata facile, ma poi ho realizzato quanto mi sarebbe servita a livello formativo». E dunque, alla fine, la voglia di provare il BipBootCamp prevale.Del resto, per la cronaca, dopo il periodo in aula (che nell'edizione cui ha partecipato Alice durava quattro settimane, mentre ora ne dura cinque) il BootCamp prevede tre mesi di stage in Bip, e ai suoi stagisti Bip offre una indennità di 800 euro al mese: dunque si può dire che il costo della quota di adesione venga in qualche modo “ammortizzato”, anche se poi è vero che tutti i partecipanti che arrivano da fuori Milano devono comunque mettere in conto un budget per vitto e alloggio da fuorisede.«Il corso era organizzato con una parte in aula e un'altra parte online, con la modalità dell'e-learning» racconta Alice: «È stato molto impegnativo e duro per le tematiche affrontate, le materie, la pressione che giustamente ci mettevano addosso» aggiunge: «Tutto questo ci ha spinto a creare un gruppo bellissimo: ci siamo aiutati molto a vicenda. Dal Bootcamp ho imparato tanto, ancora oggi mi torna utile, a volte torno a riguardarmi gli appunti!».Da laureata in filosofia e neofita della consulenza, alla fine dello stage in Bip Alice non si aspettava di ricevere una proposta di assunzione direttamente a tempo indeterminato – oggi lavora nell'Area di business Grandi telecomunicazioni – e la sorpresa è stata grande: «Ma ancor più del contratto per me sono stati importanti i feedback ricevuti da parte dei miei superiori, che mi hanno detto che erano contenti di avermi all'interno del loro team... anche se ero un pesce fuor d'acqua!».Percorso del tutto diverso ma conclusione simile per uno dei colleghi “bootcampini” di Alice, Marco Laoreti. Venticinque anni, originario dell'Umbria, Marco si è diplomato al liceo classico – «ho sempre cercato di evitare la matematica nel mio percorso!», scherza – e poi ha studiato Scienze politiche a Roma per la triennale e Public Policies per la specialistica, in Germania. «A Berlino facevamo molta analisi quantitativa per la materia di Politiche pubbliche, per valutare l'effetto delle politiche pubbliche sulla società; è stata la prima volta in cui mi sono avvicinato ai numeri e alla statistica. Il mio progetto iniziale era andare a lavorare nel settore pubblico, entrando in qualche istituzione come un ministero, o la presidenza del consiglio» racconta.Poi in Germania è entrato in contatto con il settore della consulenza, ed è scattata la scintilla: «All'università venivano spesso società a presentarci il loro lavoro», e così Marco ha cominciato a guardare in quella direzione. «Una mia amica, sapendo di questo mio interesse, mi ha segnalato la pagina che raccontava del BootCamp di Bip»: Marco decide di provare a candidarsi, mentre ancora vive a Berlino. In poche settimane il percorso di selezione e la conferma di essere stato ammesso: «A settembre 2018 ho trasferito tutta la mia vita a Milano con un DHL, bicicletta compresa». E via con il BootCamp: «È stato una “induction”: non avevo mai fatto finanza, maneggiato un bilancio! La parte che ho preferito è stata quella di strategia, abbiamo potuto toccare la materia in concreto, fare dei business plan. Emozionante».Il fatto che il BootCamp non fosse gratuito non è stato un elemento critico: «Per me è stato una sorta di continuazione dell'investimento che avevo fatto sui miei studi e sulla mia formazione» racconta: «Ho valutato i corsi molto specifici, era una opportunità che valeva quei soldi. È stato un investimento su me stesso e sul mio futuro».Dopo il periodo in aula, Marco è stato inserito in stage in Bip e subito dopo assunto con un contratto a tempo indeterminato: «Non mi aspettavo di ottenerlo a venticinque anni. E non mi aspettavo di ottenerlo in Italia» ammette con un sorriso. Vedi come la vita a volte sorprende.

Da operaia a responsabile del reparto Surface mount technology, la storia di una donna in un mondo tutto maschile

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che ha la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che, in campo scientifico più che altrove, di fronte al merito non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Clarissa Bonini, responsabile tecnico SMT in Meta System, azienda dell’RdS network specializzata in sistemi elettronici avanzati per il settore automobilistico. Sono di Reggio Emilia, ho quarantuno anni e da oltre veni lavoro in Meta System, la mia prima vera esperienza lavorativa dopo le superiori. Mi sono diplomata in un istituto tecnico professionale con indirizzo abbigliamento, venendo da un territorio fortemente specializzato nel settore. Ero convinta che da grande avrei lavorato per MaxMara, business fondamentale per questa zona. Poi per caso ho scoperto Meta System e oggi sono veramente felice di essere dove sono. Ho iniziato a lavorare come operaia di terzo livello da turnista nelle linee di produzione, prima con un contratto a tempo determinato e poi, dopo sei mesi, a tempo indeterminato. Dopo sette anni sono diventata addetta qualità, posizione che ho ricoperto per dieci anni. Quindi, circa tre anni e mezzo fa, mi è stata offerta la possibilità di fare il responsabile tecnico per il reparto SMT (Surface mount technology, tecnologia a montaggio superficiale), un’offerta che ho colto con un misto di paura e di entusiasmo. Lavoro sui prodotti automotive, e in particolare caricabatterie per auto elettriche e black box per assicurazioni telematiche. Negli anni sono cresciuta, ho seguito corsi di problem solving e sono diventata trainer per la certificazione internazionale IPC-A-610 sull’elettronica applicata. Sono “atipica”, perché non ho fatto un percorso formativo scolastico a livello ingegneristico o meccatronico, ma ho sviluppato la mia specializzazione sul campo, in azienda. Meta System mi ha dato le possibilità per crescere e io le ho sapute valorizzare. Oggi gestisco tredici persone e ho un lavoro di grande  responsabilità, che prende in capo tutto il processo produttivo del reparto, ma anche incredibilmente stimolante. L’elettronica è in continua evoluzione tecnologica, bisogna studiare tanto, testare per stare al passo, immaginare quello che ancora non ti serve ma di cui avrai bisogno domani. Non ci si annoia mai, non c’è un mese uguale all’altro. All’inizio non è stato facile. Non partendo da una formazione meccanica, ho dovuto imparare come lavorano le macchine, cosa serve veramente. È stata una sfida molto grossa e i momenti di scoraggiamento non sono mancati, ma la passione è stata più forte, come anche il supporto del gruppo di lavoro. Un buon gruppo ti porta a crescere, a colmare le lacune. Anche la migliore soluzione è impoverita se non condivisa. Io ho avuto la fortuna di trovare un ambiente positivo e collaborativo. Importante è stato anche l’incontro con Gaia, una mia amica che lavora come ingegnere indistrializzatore nel mio stesso settore. Poter parlare con lei del nostro lavoro e avere uno scambio dal punto di vista femminile, che ha sfumature molto più dettagliate, mi ha aiutato molto. Soprattutto all’inizio, quando mi chiedevo se sarei stata in grado di affermarmi in un mondo così fortemente maschile. Sulle linee di produzione abbiamo sempre avuto una tradizione molto femminile, ma non a livello verticistico, alle riunioni al massimo siamo un paio di donne e non ho avuto modo di conoscere nessuna altra donna che faccia il mio stesso lavoro. All’esterno mi è successo più volte di essere guardata con stupore e che qualcuno mi dicesse “Non mi capacito che lei faccia il suo lavoro”. Ma diffidenza mai, e alla fine la stima delle altre persone è sempre stata motivo di orgoglio. L’impressione generale è che nel mondo del lavoro agli uomini si perdonino sempre più cose. Se una donna fa una sfuriata è isterica, se la fa un uomo è un uomo di polso. Per fortuna la mia famiglia ha sempre avuto fiducia nelle mie capacità, dai miei genitori a mio marito. Unica “critica” che mi viene mossa è che giro tanto e lavoro molte ore al giorno, ma alla fine riesco a conciliare vita privata e professionale. Che l’ambito meccanico ed elettronico siano prettamente maschili oggi è solo un retaggio, non dipende dal fatto che sia più o meno approcciabile per una donna, qui si lavora di concetto e di processo. Auspico, anzi sono certa che questo mondo si aprirà sempre di più alla presenza femminile. Secondo me la società è pronta per far fare alle donne qualsiasi cosa, ad esempio in Ricerca e sviluppo ci sono sempre più donne, molto preparate. Se hai una passione e sai fare una cosa non c’è pregiudizio che te lo possa togliere. L’autorevolezza non è data dal genere ma dalla capacità.Se dovessi dare un consiglio alle ragazze, direi che le figure più ricercate saranno sempre più i gestionali, perché le strutture sono sempre più complesse e se non sono organizzate rimangono delle isole non interconnesse. La meccatronica è forse l’ambito di studio che abbraccia di più le esigenze attuali, fermo restando che il lavoro va comunque anche imparato sul campo. O almeno questa è la mia storia.Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

«Solo mansioni secondarie agli stagisti? Per fortuna in Sic non è così!»

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Mi sembrava un corso attinente ai miei interessi e, soprattutto, ho considerato il fatto che il settore tecnologico informatico è in continuo sviluppo, motivo per cui ho pensato poteva essere l’ambito giusto per intraprendere una futura carriera lavorativa. Il mio corso di laurea era triennale: un periodo di cui ho dei bei ricordi perché, nonostante lo studio fosse intenso, era meno pesante e stressante rispetto alle scuole superiori. Probabilmente perché gli esami universitari avevano cadenze mensili e il tempo a disposizione per prepararsi è maggiore.Il mio incontro con il mondo degli stage è iniziato poco prima di laurearmi. Una settimana prima della seduta di laurea, infatti, sono entrato in contatto con Sic grazie ad un conoscente e preso appuntamento per un colloquio, svolto nel mese di luglio dell’anno scorso, solo tre giorni prima della discussione della tesi! Il mio colloquio è stato per lo più conoscitivo, mi hanno fatto domande di natura tecnica, per esempio su argomenti informatici in generale, per verificare le mie effettive conoscenze. L’azienda mi ha fatto capire subito che era interessata al mio profilo e, infatti, nel giro di una sola settimana sono stato contattato per la proposta di stage che ho accettato.Ho cominciato il tirocinio a metà settembre 2018: sei mesi con un rimborso spese di 800 euro mensili. Ricordo ancora il mio primo giorno di stage: mi sentivo spaesato dall’ambiente nuovo e, confesso, in parte annoiato perché non mi è stato affidato subito un incarico visto che dovevo prima prendere confidenza con i software che avrei dovuto utilizzare. Con il passare dei giorni mi sono stati affidati sviluppi piccoli sotto la supervisione del mio tutor, che mi ha seguito con costanza e dedizione durante tutto il percorso di stage.Non avendo fatto precedentemente altri tirocini, ero convinto che gli stagisti svolgessero per lo più mansioni secondarie. Ma in Sic non è così. Dopo qualche settimana di pratica con l’ambiente di sviluppo dell’azienda mi sono stati affidati sviluppi importanti, sempre sotto la supervisione del tutor che è stato fondamentale per la mia crescita come sviluppatore. Per questo oggi posso dirmi soddisfatto della mia prima e unica esperienza di stage! Quattro mesi dopo l’inizio del tirocinio ho fatto il punto della situazione lavorativa con il mio tutor e in quel contesto mi è stato detto che la società stava pensando a un prolungamento del rapporto lavorativo. Non sapevo ancora, però, con quale modalità di contratto. Poi due settimane prima del termine mi è stata fatta la proposta di un contratto a tempo indeterminato, con una Ral di 23mila euro circa più buoni pasto da 7,50 euro al giorno. Mi aspettavo sì un prolungamento, ma ammetto che non pensavo a un contratto indeterminato subito! Per questo quando me lo hanno comunicato sono stato felice e ho accettato subito senza esitazione.Oggi in Sic sono sviluppatore software: un ruolo che mi consente di lavorare su progetti diversi permettendomi di apprendere in continuazione, accrescendo la mia esperienza di sviluppatore e la conoscenza dei molti strumenti usati da chi svolge questo lavoro. Sono contento di lavorare qui e spero di rimanere in azienda il più a lungo possibile, visto che il settore a cui faccio riferimento per la mia carriera lavorativa è proprio quello informatico.Sono stato fortunato perché ho svolto un solo stage: ho trovato un ambiente ottimale per il mio percorso, cosa che non è successa ad esempio a molti miei amici. Credo che il problema principale degli stage in Italia, oggi, sia lo sfruttamento degli stagisti per mansioni marginali. Spesso i tirocinanti sono trattati come lavoratori usa e getta: presi per svolgere lavori poco formativi che nessun altro vuole fare e poi lasciati a casa. Per questo si è creata tra i giovani una sorta di malcontento verso il lavoro che fa crescere la voglia di esperienze all’estero.L’argomento stage non è semplice da trattare perché varia a seconda del settore lavorativo e della Regione: credo che mettere a disposizione di tutti informazioni ma, soprattutto, le esperienze di chi ha vissuto precedentemente la stessa situazione, come fa la Repubblica degli Stagisti, sia molto utile. Ho letto la Carta dei diritti dello stagista e penso che rispecchi appieno ciò che un tirocinante dovrebbe ottenere nel suo percorso. Durante il mio stage in Sic quei diritti sono stati rispettati, ma sfortunatamente so che per molti giovani non è lo stesso!Oggi vivo in provincia di Monza con la mia famiglia e non ho in programma a breve di vivere per conto mio, visto anche che la mia assunzione a tempo indeterminato è avvenuta da poco. Il lavoro non ha impedito o limitato in alcun modo la mia vita sociale o represso le mie passioni e, infatti, pratico calcio due volte a settimana. A chi, oggi, si appresta a entrare nel mondo del lavoro consiglio di non abbattersi ai primi accenni di difficoltà: spesso chi ha studiato a lungo senza mai avere esperienze lavorative fa fatica ad ambientarsi in un mondo totalmente diverso da quello scolastico. Ma con un po’ di pazienza e dedizione ci si abitua in fretta! Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Quella volta che il prof a Ingegneria mi disse “Ma lei, signorina, non potrebbe fare altro?”. La risposta: Girl Power!

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che esprime la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Giulia Brunetti, Senior System Integration Engineer presso Meta System, azienda dell’RdS network specializzata in sistemi elettronici avanzati per il settore automobilistico.      Ho 28 anni e sono della provincia di Pesaro. Ho frequentato il liceo scientifico a indirizzo sperimentale, studiando inglese e tedesco, poi mi sono iscritta al corso di laurea in Ingegneria biomedica all’università di Cesena e infine mi sono specializzata a Modena in Ingegneria elettronica, seguendo il corso in lingua inglese. Ho sempre avuto una predisposizione per le materie scientifiche e una grande passione per la matematica. Durante la triennale ho scoperto l’ingegneria elettronica, che non avevo mai sentito nominare prima, e ho deciso di sceglierla, perché mi piaceva ma anche perché mi poteva dare una possibilità di lavoro molto concreta. E infatti mi ha portato in poco tempo a essere completamente indipendente dalla mia famiglia e a poter fare progetti per il futuro a breve termine con il mio compagno. Due anni fa, a neanche un mese dalla laurea, ho trovato un lavoro con contratto a tempo indeterminato presso l’azienda Meta System. Mi hanno contattato loro, attraverso AlmaLaurea. La posizione ricercata, che attualmente ricopro, era quella di ingegnere di sistema, con il compito di definire il design e le specifiche interne del prodotto, che nel nostro caso sono i caricabatterie per automobili. Al colloquio credo di averli convinti per la mia determinazione a non precludermi nulla, oltre che per la mia carriera accademica e per la conoscenza, fondamentale nel mio lavoro, della lingua inglese. Le maggiori difficoltà non le ho trovate tanto all’ingresso nel mondo del lavoro quanto nel percorso universitario. Non è stato semplice, soprattutto per la mancanza del background tecnico che ti può dare un istituto tecnico. Qualche volta ho pensato “Magari non fa per me”, ma poi non ho mai trovato niente che mi piacesse di più. E non sono per nulla pentita: quello che faccio mi piace perché imparo molto tecnicamente ma ho anche un grande contatto con le persone, sia in azienda che esternamente. Inoltre in Meta System c’è un ambiente di lavoro giovane, alcune persone le conoscevo già dall’università, e c’è grande apertura e flessibilità. Per fortuna la mia famiglia, dove sono stata la prima laureata, mi ha spinto a coltivare la mia passione anche se comunemente viene percepita come più “maschile”. Mia mamma e mia nonna sono state per me di grande ispirazione, in quanto hanno sempre lavorato otto-nove ore al giorno senza mai far sentire una mancanza alla famiglia, così mi sono detta che poteva farcela anch’io. Certo all’esterno il pregiudizio l’ho avvertito. Alla specialistica eravamo tre ragazze su dodici iscritti. Una volta un professore di Fisica mi ha detto: “Ma lei, signorina, perché fa ingegneria? Non potrebbe andare a fare altro nella vita?”. Anche sul lavoro bisogna dimostrare due, tre volte di più per non essere viste come segretarie. Nella mia divisione Ricerca e Sviluppo su centoventi dipendenti siamo circa una decina di donne. Per fortuna nelle Risorse Umane ci sono solo donne e si stanno impegnando per favorire l’ingresso femminile. Il lato positivo di un ambiente maschile è che le donne sono molto unite, si fa squadra e ci si sostiene molto. Consigli alle ragazze sul futuro? Oggi senza dubbio ci sono figure richieste più di altre, come ad esempio gli ingegneri elettronici e informatici. Si pensi, nel caso della mia azienda che tratta con case automobilistiche, al fatto che oggi non si parla più solo di meccanica ma anche di elettrica. Credo che nessuno, nel mio ambito come in altri, debba farsi fermare dai pregiudizi: il segreto della felicità è seguire quello che uno sente dentro. Anche se vuoi fare filosofia e ti dicono che non troverai lavoro oppure vuoi fare ingegneria e ti dicono che è un lavoro da uomini. In generale, se fai vedere quello che sei e vali, riesci a far sparire i pregiudizi!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Girl Power in EY, «Amo il data science perché fa vedere i problemi da una prospettiva diversa»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che avrà la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Laura Degl’Innocenti, data scientist per il gruppo EY.      Ho ventiquattro anni, vengo dalla provincia di Firenze e lavoro a Milano come data scientist per il gruppo EY. Nell’estate del 2018 mi sono laureata con il massimo dei voti in matematica all’università di Padova e a ottobre già ero in EY: è stato il mio primo impiego!Dopo il liceo scientifico ero indecisa tra Matematica e Lettere antiche. Ma la passione per la matematica ha prevalso, insieme alla garanzia di maggiori sbocchi occupazionali. La matematica mi ha sempre affascinato perché rappresenta un mondo a sé stante, che parte da azioni ed è costruito in modo da non poter mai essere smontato né contraddetto, a differenza di altre discipline come la fisica, dove le teorie sono invalidabili. Non avevo un’idea precisa di cosa avrei fatto dopo, anche se l’insegnamento ad esempio non è mai stato tra le mie opzioni.Nel mio corso di laurea non c’era un grande squilibrio tra uomini e donne: eravamo quasi alla pari, anche se andando avanti negli anni il tasso di abbandono femminile era più alto di quello maschile. Ma il gap si avvertiva soprattutto tra i docenti: in cinque anni di università solo una volta ho avuto una donna come professoressa. Tuttavia non ho mai vissuto discriminazioni. All’università ho visto quello matematico come un ambiente un po’ troppo astratto per me, così ho cercato un campo di applicazione che potesse farmi relazionare con problemi quotidiani senza tuttavia perdere l’interesse teorico. Quello del data science mi è sembrato un settore interessante e in crescita, dove avere nuove idee e pensare a nuovi problemi. Così mi sono candidata per una posizione da data scientist nel gruppo EY e sono stata assunta con un contratto di apprendistato. Attualmente lavoro in un gruppo di diciassette persone che, in vari ruoli, si occupano di analisi di dati. Siamo tre donne e quattordici uomini. Sono stata fortunata perché si tratta di un gruppo giovane e inclusivo. Io mi occupo di ascoltare le esigenze del cliente per ottenere database e trovare un modo intelligente per creare modelli statistici e di machine learning che rispondano a quelle esigenze. Tra i progetti principali mi occupo di fraud detection – cioè prevenzione e scoperta di frodi – e di modelli di customer experience. Il mio lavoro mi piace perché non è mai statico, c’è sempre la possibilità di pensare e proporre idee nuove ed escogitare metodi innovativi per risolvere i problemi. Non si smette mai di studiare e di aggiornarsi!Certo all’inizio le difficoltà non sono mancate. La principale è secondo me apprendere ciò che veramente serve per questo tipo di lavoro. Appena assunto entri in un mondo nuovo con tante persone con più capacità di te e vieni bombardato di informazioni: piano piano devi imparare a discernere cosa è veramente utile e cosa è trascurabile. Per fortuna nel mio caso ho trovato persone capaci di guidarmi e trasmettermi la metodologia di lavoro giusta. All'inizio di marzo di quest'anno ho portato la mia testimonianza alla Women in Data Science (WiDS) Milan Conference, evento dedicato alle donne nella scienza. Lì ho spiegato proprio le difficoltà di un mondo, quello del data science e del machine learning, che può sembrare un mondo magico, la “ricetta” per risolvere tutti i problemi, ma se non si è guidati da persone esperte può condurre verso risultati non corretti. Nella mia vita la mia prima fonte di ispirazione è stata ed è mia madre, anche per il fatto di essere stata la prima laureata della famiglia, cosa che mi ha sempre incoraggiata a studiare e a non accontentarmi mai. Altri modelli sono le grandi scienziate italiane, due su tutte: Margherita Hack e Rita Levi Montalcini. Alle ragazze che scelgono una carriera scientifica come la mia consiglio di non lasciarsi mai abbattere da quanto può succedere nel lavoro o nello studio. Spesso quando si incontra un ostacolo si tende a scontrarsi con esso più che a tentare di scavalcarlo. Io invito a sentirsi sempre e comunque valevoli e a non dire mai “non ce la posso fare, gli altri sono più competenti di me”, a porsi obiettivi sempre nuovi e a non accontentarsi mai. Pensare di non essere mai abbastanza fa parte di un retaggio culturale che dobbiamo superare. Ormai va sdoganata l’idea che il data science sia prerogativa degli uomini: le donne possono dare un contributo originale a questo campo. Questo è un campo bellissimo che fa vedere i problemi da una prospettiva diversa e che oggi è il presente e può essere il futuro, anche per le donne! Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

«Milano mi ha accolta: è ancora possibile realizzare i nostri sogni»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Alessia Speciale, 28 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Spindox. Sono siciliana, di Palermo, città in cui ho studiato e completato il mio percorso accademico. Dopo il diploma al liceo linguistico ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Scienze Politiche e di scegliere il corso di laurea in Scienze dell'amministrazione e gestione delle risorse umane, un percorso universitario che assecondava le mie inclinazioni e, al contempo, mi pareva concreto e spendibile nel mondo del lavoro.Sin dai tempi del liceo sognavo di vivere un'esperienza all'estero e ho sempre amato la lingua francese, così ho deciso di partecipare al progetto Erasmus. Destinazione scelta: Tolosa, facoltà di Sciences Politiques! Sono partita nel settembre 2010 e sono stati dieci mesi molto intensi nei quali ho avuto la possibilità di imparare ed espandere i miei orizzonti. Vivevo in uno studentato, in una stanzetta di nove metri quadrati, con una cucina comune nella quale organizzavamo spesso cene interculturali. Ambientarsi non è stato facile, ma anche grazie agli eventi organizzati dall’università per gli studenti Erasmus, dopo non molto tempo si è creato un clima familiare. Durante quel periodo avevo una borsa di studio pari a duecento euro, somma decisamente insufficiente e per di più erogata in ritardo, perciò facevo la babysitter a cinque fratellini un paio di volte a settimana per guadagnare qualcosa e consolidare le mie basi di lingua francese. Ma senza l’aiuto economico dei miei genitori non ce l’avrei mai fatta.Tornata dall’Erasmus, nel giugno 2011, ho continuato gli studi. Poi nel 2015 ho preso la laurea triennale e deciso di intraprendere un percorso formativo “on the job” iscrivendomi all'albo dei praticanti Consulenti del lavoro. Parallelamente al praticantato, durante il weekend, ho cominciato a lavorare nel mondo delle ricerche di mercato con contratti di collaborazione rinnovati semestralmente. La società con cui ho lavorato più a lungo è l’istituto Piepoli, per cui intervistavo i turisti presso l’aeroporto di Palermo. Ho scelto questo lavoro perché mi permetteva di parlare e migliorare le lingue straniere. La retribuzione era pari a circa otto euro lordi all’ora, guadagnando sui 400 euro mensili, e il pagamento bimestrale: riuscivo così ad avere una mia parziale autonomia finanziaria. Lavoravo in coppia con una collega, eravamo tenute a rispettare tempi ed obiettivi richiesti. Terminati i diciotto mesi di praticantato all’interno di uno studio con un rimborso spese simbolico di 100 euro al mese, e superato l'esame di abilitazione alla professione, ho deciso di partecipare a una masterclass in Human Resources Management con focus specifico su ricerca e selezione del personale, dal nome Future Manager Business School, a Milano. L'obiettivo era avvicinarmi al mondo Hr cimentandomi in un campo differente nel quale avrei potuto mettere in gioco la parte di me più predisposta alle relazioni interpersonali. E poi sono sempre stata affascinata più dal mondo aziendale che da quello degli uffici paralegali.Il mio primo stage è cominciato nell'ottobre 2017 ed è durato sei mesi: era un tirocinio extracurriculare presso l’ufficio di ricerca, selezione e sviluppo di un’importante multinazionale francese nel settore della ristorazione collettiva a Milano. Ho scoperto che c’era questa possibilità grazie alla masterclass in Human resources management dove in occasione di una docenza ho conosciuto la mia futura tutor aziendale. Proprio lei mi aveva detto che si sarebbero aperte a breve delle posizioni e avrebbe valutato la mia candidatura. Sono stata scelta e mi sono trasferita a Milano, inizialmente ospite a casa di un’amica e poi in un appartamento condiviso con altre ragazze. Durante lo stage ricevevo un rimborso spese di 500 euro più buoni pasto. Svolgevo attività di recruiting del personale, aiutando il mio tutor nella pubblicazione degli annunci, lo screening dei curricula e affiancandola durante i colloqui con i candidati. Vi era collaborazione e fiducia e tutt’ora sono in ottimi rapporti con il mio tutor. Ho interrotto lo stage poco prima della fine perché avrei dovuto sostenere di lì a poco l’esame d’abilitazione e intendevo incanalare le mie energie per raggiungere questo importante obiettivo. E così il mese dopo, riesco a realizzare quanto mi ero prefissata, superando l'esame di abilitazione.La mia esperienza in Spindox, invece, è cominciata grazie a Linkedin! L'ufficio di Resource Planning cercava un profilo idoneo per uno stage presso l'ufficio Hr. L’azienda ha visitato il mio profilo e mi ha contattata telefonicamente nel maggio 2018. In quel periodo avevo già altri iter di selezione in corso, ma sia il profilo dell’azienda che quello del ruolo professionale offerto avevano suscitato in me un certo interesse. Così ho svolto un primo colloquio conoscitivo con il Recruiter di riferimento e in seguito un secondo con l'Hr manager. Superati entrambi gli step c’è stato un ultimo colloquio con il presidente, nonché direttore dell'ufficio Hr: è stato lui stesso a comunicarmi che avrei cominciato da lì a breve. Durante il tirocinio ho ricevuto un rimborso spese pari a 800 euro al mese più i buoni pasto e la possibilità di richiedere il rimborso dei mezzi di trasporto.Spindox è un'azienda giovane, il clima è davvero familiare, nonostante conti all’incirca 700 dipendenti, sembra non si sia persa l’attenzione verso la persona. Sia la mia tutor che i colleghi sono stati disponibili, mi sono sentita accolta e a mio agio. Ho affiancato il tutor nella gestione e nell’amministrazione del personale, dal disbrigo delle pratiche d’assunzione, alla reportistica mensile e agli adempimenti amministrativi utili all’elaborazione dei cedolini mensili. Il percorso di tirocinio offerto da Spindox nasce per fornire allo stagista un’esperienza formativa reale con un inserimento in azienda in più del novanta per cento dei casi. Anche per me è stato così, ho iniziato il mio tirocinio a giugno del 2018: doveva durare sei mesi, ma a metà percorso mi è stato offerto un contratto d’apprendistato professionalizzante con una retribuzione pari a circa 22mila euro. Così a settembre dello scorso anno ho cominciato questo nuovo cammino: non mi aspettavo proprio questa proposta in anticipo e ora sento di avere un futuro professionale più stabile.Attualmente sono un Hr administration junior: insieme ad altri colleghi e al Hr administration manager ci occupiamo di gestione e amministrazione del personale. La mia giornata lavorativa si divide fra adempimenti amministrativi e relazioni con i dipendenti. Mi occupo, ad esempio, del disbrigo delle pratiche d’assunzione, cessazione e trasformazione dei rapporti di lavoro, dell’attivazione dei tirocini facendo da ponte con l’ente promotore, della reportistica mensile legata all’amministrazione del personale e dell’elaborazione dell’approvazione delle presenze mensili dei dipendenti. Ciò che ho visto sui libri oggi riesce ad avere una concretezza e una valenza dal punto di vista pratico.Sono felice di vivere e lavorare in Italia, nonostante le forti criticità che presenta il nostro Paese e il mercato del lavoro. La Sicilia, dove sono nata e cresciuta, rappresenta la regione che negli ultimi anni ha perso il maggior numero di residenti a causa del bassissimo tasso occupazionale, per questa ragione attualmente ho molti amici che vivono e lavorano all’estero. Sarebbe bellissimo riuscire a vivere in una città meravigliosa come Palermo mantenendo ambizioni ed aspirazioni personali, ma al momento, purtroppo, sembra impossibile. Milano, però, è la città che mi ha accolta, facendomi credere che in Italia è ancora possibile realizzare i propri sogni e credo di poter dire di essermi ormai trasferita stabilmente.Al contrario di quello che fa Spindox, non tutte le aziende in Italia pensano allo stage come ad uno strumento utile a garantire formazione on the job e spesso diventa un sotterfugio per camuffare il lavoro subordinato mal retribuito. Questo è il vero problema degli stage. Perciò credo che il lavoro che svolge la Repubblica degli Stagisti, che già conoscevo, sia molto utile per i giovani: rappresenta una guida e un’ottima fonte di informazione!  Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

«La mia unica esperienza di stage? In EY, e... ottima!»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Lia Malandrucco, 25 anni, oggi con un contratto di apprendistato in EYSono nata in un paese della provincia di Frosinone, Alatri, e dopo il liceo classico mi sono trasferita a Milano, dove nel 2012 mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria gestionale al Politecnico. Una decisione presa dopo varie riflessioni sugli sbocchi lavorativi e le mie inclinazioni personali, che mi hanno portato a scegliere prima un percorso da ingegnere gestionale e poi l’università che meglio di tutte mi potesse offrire alta qualità della didattica, discreti sbocchi professionali e buona qualità della vita.I primi tempi sono stati duri: non conoscevo nessuno nella nuova città e affrontavo un percorso scientifico e una realtà così diversi da quelli che fino a quel momento avevo vissuto. Col passare dei mesi, però, ho cominciato a crearmi una rete di amicizie e a ingranare con lo studio, laureandomi in tempo, nel settembre 2017, e con successo: 110 e lode! Durante la laurea triennale ho seguito un percorso molto tradizionale mentre nella magistrale ho scelto l’indirizzo Advanced Manufacturing, durante il quale ho approfondito temi industriali più specifici, come la gestione e la pianificazione della produzione, alcune tecniche di manufacturing industriale o statistica applicata alla produzione.Nei cinque anni universitari ho vissuto in un appartamento nel quartiere del Politecnico, Bovisa, in un palazzo di quattro piani abitato solo da studenti. Non ricordo eventi universitari che abbiano particolarmente favorito la socializzazione specie tra fuorisede, ma abitando in un palazzo solo di studenti ho creato un forte network di amicizie in cui il senso di aggregazione e comunità venivano da sé. Pagavo circa 600 euro di affitto, che sarebbero stati insostenibili senza l’appoggio fondamentale dei miei genitori.Non ho fatto l’Erasmus per proseguire lo studio in maniera lineare, ma non ho rinunciato a esperienze estive all’estero. Per esempio nel 2014 ho fatto una vacanza studio a Brighton, dove ho frequentato un corso di inglese. Una scelta fatta soprattutto in vista dell’esame di certificazione obbligatorio per iscrivermi alla magistrale, in cui i corsi erano in lingua. Ho organizzato il viaggio da sola, sulla base di consigli di conoscenti. Così una volta scelta la scuola, per un costo totale di circa 1.600 euro, sono stata ospitata da una famiglia per tutta la durata del periodo di studio. È stata un’esperienza molto interessante sia per esercitare l’inglese sia per i legami e le amicizie che ho costruito.Prima di EY avevo solo svolto un progetto-laboratorio in azienda, previsto obbligatoriamente nel mio piano di studi, nell’ambito manufacturing e ingegneria industriale. Tra varie alternative proposte dall’università, ho scelto di svolgerlo in Cosberg, una piccola media impresa che opera nel settore dell’automazione industriale, con sede a Terno d’Isola. Il progetto è partito nel febbraio 2017 e si è concluso a luglio: eravamo un gruppo internazionale di cinque studenti di ingegneria gestionale al Politecnico, ma non era previsto alcun rimborso spese. Si è trattato di un progetto molto tecnico, nell’ambito della gestione della produzione, in cui ho avuto la possibilità di mettere in pratica gli insegnamenti universitari.Alcuni mesi dopo la laurea, nel febbraio 2018, nel pieno delle ricerche lavorative in cui mi ero dedicata sono stata contattata da un recruiter di EY, tramite Linkedin. Ero molto orientata all’ambiente industriale e ho svolto parecchi colloqui in grandi aziende manufatturiere italiane. Ma non volevo precludermi alcuna opportunità e ho deciso di effettuare lo stesso il colloquio per entrare nel team nell’area supply chain e operations che il recruiter mi ha proposto. L’iter è stato molto lineare e veloce: in un solo giorno ho svolto tutti i colloqui richiesti, case study di gruppo, individuale con recruiter e poi con un manager e dopo solo una settimana mi hanno comunicato l’esito positivo. Passato un mese dal colloquio, a marzo, ho iniziato il mio stage in EY.Il tirocinio che mi hanno offerto era di sei mesi con un rimborso spese di 850 euro più buoni pasto giornalieri da sette euro. Sono stata assegnata a diversi progetti e gruppi di lavoro seguendone alcuni anche fuori Milano. Ricordo ancora il mio primo giorno di stage: sono stata assegnata a una “buddy”, una collega che mi ha introdotto il mondo di EY e mi ha presentato a tutto il gruppo di lavoro. È stato molto utile avere una figura di riferimento informale, che mi potesse guidare negli aspetti più pratici del lavoro e presentare i colleghi e i senior manager con cui mi sarei trovata a lavorare in seguito. Per questo ho vissuto in maniera molto positiva i primi giorni di stage. Certo, era tutto nuovo, ma le persone con cui mi relazionavo sono state tutte molto disponibili e gentili.Finito lo stage mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una Ral di circa 26mila euro, come nello standard della maggior parte degli stagisti assunti in EY. Non è stata una sorpresa: già verso la fine del tirocinio mi era stato annunciato.Oggi all’interno di EY faccio parte del team di supply chain & operations, nella service line di advisory, la sezione consulenziale dell’azienda. Le mie mansioni quotidiane sono molto diversificate e si adattano a seconda del progetto e del team in cui mi trovo. Per ora si tratta di attività a bassa responsabilità: preparare presentazioni, supportare il team nelle interviste e negli incontri, fare sopralluoghi nelle sedi dei clienti. Spesso, infatti, lavoro presso gli uffici del cliente e non nella sede di Milano. Sono stata varie volte anche in trasferta, per esempio a Bologna e Brescia. In questo caso EY mi rimborsa tutte le spese che sostengo: trasporti, hotel e pasti. Visto il mio continuo cambio azienda e città è difficile descrivere una “giornata tipo”: potrei lavorare tutto il tempo a un file excel o a una presentazione o passare il giorno tra mille riunioni con il cliente. Nel mio lavoro non ci sono attività routinarie fisse, perché sono dettate dalle esigenze del team e del progetto in corso.È proprio questa caratteristica che mi ha portato a sviluppare un forte senso di adattamento e a lavorare sulle capacità relazionali nel settore della consulenza: si impara molto in fretta e si hanno diverse opportunità di crescita professionale, creazione di network e acquisizione di competenze. Sono ancora all’inizio del mio percorso lavorativo, ma in un anno mi sono già ritrovata di fronte a diverse situazioni e realtà, in cui ho cercato di imparare dagli altri a gestire le diverse complessità. Mi piacerebbe continuare su questo binario, ma ammetto che in futuro non so se proseguirò con la carriera in azienda o in consulenza. Quest’ultima mi affascina molto, soprattutto considerando i profili senior con cui lavoro e che rappresentano per me modelli di successo.La mia esperienza di stage in EY è stata ottima: avevo un rimborso spese che soddisfaceva le mie aspettative, mentre so che l’entità del compenso è il vero problema di gran parte dei tirocini, e non mi è stata negata nessuna possibilità progettuale. L’unico aspetto negativo era non avere un cellulare aziendale, visto che ero stagista, con la conseguenza di dover diffondere il mio numero personale a colleghi e clienti!Della Carta dei diritti dello stagista promossa dalla Repubblica degli Stagisti penso sia molto interessante l’attenzione per la cura e formazione dei tirocinanti: in alcune situazioni sono chiamati a svolgere solo attività molto operative e a basso valore e non considerate risorse su cui investire. Un consiglio a chi si affaccia al mondo del lavoro? Non avere paura di buttarsi, ma mettersi in gioco anche se si è fuori dalla propria comfort zone. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

«Ho lasciato un determinato per uno stage in Nestlé, una scommessa ma ne è valsa la pena»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Lorenzo Bozzetti, 25 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Nestlé. Sono nato a Cremona e dopo il diploma classico mi sono iscritto nel settembre 2012 al corso di laurea in Economia e scienze sociali alla Bocconi. Pensavo potesse essere il giusto trampolino di lancio. La mia famiglia non ha mai cercato di influenzare la mia decisione: mio padre è medico ma non ha insistito né con me né con mio fratello perché seguissimo le sue orme. Il primo anno di università non è stato semplice, vuoi per un piccolo gap, colmabile, su alcune nozioni di matematica, vuoi perché facevo il pendolare tra Cremona – dove giocavo a basket – e Milano: in questo contesto era difficile trovare uno stacco tra sveglia all’alba, treni, lezioni tutto il giorno e palestra. Così il secondo anno mi sono trasferito a Milano in affitto, condividendo la casa con altri due ragazzi, ma rimanendo totalmente dipendente dai miei per le spese di vitto e alloggio, che da solo ammontava a circa 530 euro al mese! Presa la laurea triennale nel settembre 2015, mi sono iscritto al corso di Management sempre in Bocconi, dove ho preso la magistrale nell’ottobre 2017 con il massimo dei voti. Un indirizzo che mi ha dato una visione più pragmatica e aziendale.Durante il secondo anno della specialistica ho partecipato al progetto Erasmus: da agosto a dicembre 2016 a Maastricht, una piccola città olandese al confine con il Belgio. Avevo una piccola borsa di studio, circa 250 euro al mese, ed ero in affitto in una residenza per studenti, in un appartamento con altri tre ragazzi stranieri. L’inserimento è stato abbastanza facile perché la città era a misura d’uomo e prevalentemente universitaria. È stata un’esperienza che consiglio assolutamente e penso sia stata fondamentale nel mio percorso formativo. Sapevo che Maastricht non era una meta in cui l’Erasmus è tutto feste e voti facili, e proprio per questo sono tornato arricchito da un ambiente molto internazionale. Lì l’approccio all’università è diverso dal nostro: molti studenti lavorano oltre a frequentare l’università e queste esperienze extracurriculari sono valutate all’interno del percorso accademico. Le lezioni fatte da docenti sono poche, mentre ci sono molti lavori di gruppo, progetti e lezioni tenute da studenti: tutto questo mi ha permesso di migliorare l’uso dell’inglese e le capacità di public speaking.Nel frattempo avevo iniziato a monitorare le offerte di stage presenti sul portale dell’università per il tirocinio curriculare obbligatorio del secondo semestre. Sarebbe stata la mia prima esperienza con il mondo del lavoro. Tramite il portale dell’università ho trovato interessante un’offerta come business analyst presso Le Coq Sportif, azienda francese di abbigliamento sportivo che ha una sede a Milano. Fatto il colloquio, è partito il mio primo stage: sei mesi da febbraio ad agosto 2017 con un rimborso spese di 500 euro mensili più otto euro giornalieri di buono pasto. Dovevo analizzare le vendite di sellout di tutti i punti vendita sul territorio italiano, avendo la possibilità di interfacciarmi sia con i nostri agenti, sia con alcuni rappresentanti dei negozi oggetto d’analisi. Mi sono trovato molto bene nell’ambiente di lavoro grazie alla disponibilità di colleghi e tutor e al fatto che settimanalmente venissero organizzate attività extra lavorative, come il calcetto, che facilitavano l’inserimento.Finito lo stage mi è stato proposto un contratto a tempo determinato di un anno, con una Ral di circa 21mila euro, dandomi la possibilità di consegnare prima la tesi che ho cominciato a scrivere durante le ultime settimane di stage. Poi è partito il contratto: avevo intenzione di fare tutti i dodici mesi e poi cercare una nuova opportunità in un’azienda più grande.Così partecipando al Bocconi&Jobs ho lasciato il mio curriculum alle aziende che mi sembrava offrissero opportunità interessanti. Tra queste c’era anche Nestlé, che cercava un profilo in linea con il mio. Dopo il primo contatto al Bocconi&Jobs e un breve colloquio telefonico motivazionale, sono andato in sede per un colloquio con le mie future responsabili. Mi sono sentito subito a mio agio, ho percepito interesse verso il mio profilo e la mia disponibilità a rimettermi in gioco con uno stage, rinunciando a un contratto già in mano.Una volta ricevuto il feedback positivo, ho trovato la massima disponibilità e comprensione da parte di Le Coq Sportif, che mi ha dato la possibilità di iniziare la nuova esperienza già da metà dicembre, invece di gennaio 2018 come inizialmente concordato. In questo modo ho potuto iniziare alcuni corsi di formazione in Nestlé per un paio di settimane prima della sospensione natalizia e rientrare a gennaio subito operativo.Ho cominciato il mio stage di sei mesi fino a giugno 2018, con un rimborso spese di 720 euro mensili, più la mensa interna. Ho collaborato alla transizione della divisione Buitoni da un fornitore banca dati a un altro. Le prime due settimane ho fatto corsi di formazione per prendere dimestichezza con i software che avrei dovuto usare. E dal 2018 ho dato un contributo effettivo all’impostazione della nuova reportistica. Fin dall’inizio ho ricevuto massima disponibilità e supporto dalla mia tutor aziendale e da tutto il gruppo di lavoro. Aggiornavo una reportistica settimanale e mensile di routine e davo una mano nell’impostare analisi più dettagliate dopo le richieste della divisione e dei brand manager. Ero felice di essere in una posizione analitico numerica che mi permetteva di essere a contatto con grandi istituti esterni e con l’intera divisione Buitoni, di occuparmi di formazione relativa al software per i neo stagisti e interfacciarmi direttamente con il Business executive officer. Non solo capacità “da smanettone” su excel, ma anche di interpretazione dei numeri e impostazione di analisi.Finito lo stage mi è stato proposto un contratto di apprendistato di due anni con una Ral leggermente inferiore ai 30mila euro. È stata una naturale evoluzione del ruolo, coerente con quello che avevo fatto, con l’unica differenza che non ero più dedicato solo a Buitoni ma avevo la possibilità di entrare in contatto con tutta l’azienda. La grande fortuna del mio lavoro è fare qualcosa che mi piace, entrare in contatto con persone che appartengono a qualsiasi livello gerarchico e interfacciarmi con grossi fornitori esterni.Il settore del Food & Beverage è da sempre stato di mio interesse e posso confermare che è molto stimolante e dinamico. In più dall’interno di una grossa multinazionale è possibile avere un quadro completo sui trend che stanno muovendo il mercato. Oggi mi sento nel bel mezzo di un processo di crescita coerente, che mi sta portando ad assumere maggiori competenze e responsabilità. Non nego che in futuro mi piacerebbe ricoprire altri ruoli magari più focalizzati su un unico settore alimentare, così da poter approfondire maggiormente la conoscenza di un determinato mercato e le sue dinamiche specifiche.So di essere stato fortunato per il percorso che ho intrapreso: non capita a tutti. Spesso ci si accontenta della prima opportunità, mentre lo stage andrebbe preso molto seriamente, non solo come un passaggio obbligato del piano di studi.I due aspetti che penso più interessanti della Repubblica degli Stagisti, che conoscevo già da tempo, sono il network e le garanzie che forniscono le aziende aderenti, visto che si espongono pubblicamente con degli standard minimi, oltre alla possibilità di leggere testimonianze di coetanei, come la mia, che hanno attraversato stessi problemi, preoccupazioni e incertezze. Il mondo del lavoro cambia velocemente e in alcuni casi i consigli di persone molto più grandi possono risultare quasi anacronistici se calati nella situazione attuale. Mentre leggere le esperienze di coetanei è un po’ come chiedere i consigli a chi ha fatto l’esame di turno l’anno prima! Credo poi che il punto più interessante della Carta dei diritti dello stagista sia l’incentivo a non ritenere lo stage come unica tipologia di contratto formativa. Penso sia sovrautilizzato dalle aziende che spesso, prolungandolo, non aiutano a far capire allo stagista se stanno puntando su di lui.Ai giovani che si apprestano a entrare nel mio settore professionale do tre consigli: seguite le vostre passioni e interessi, svegliarsi tutte le mattine con la prospettiva di fare qualcosa che non vi piace è veramente demotivante; non abbiate paura a mettervi in gioco, soprattutto all’inizio la parte economica non deve essere l’unico criterio di scelta; non abbiate timore di dire la vostra opinione, fin dal primo colloquio.Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Parvaneh Shafiei, programmatrice in EY e ambassador della Women in Data Science Conference: «Ragazze, studiate informatica!»

Domani, mercoledì 6 marzo, si terrà la Women in Data Science (WiDS) Milan Conference, prima edizione milanese della Global WiDS Conference, conferenza internazionale dedicata alle donne che lavorano o fanno ricerca nel settore data science. Tra le ambassador c’è Parvaneh Shafiei, senior data scientist del gruppo EY, sponsor dell'evento e multinazionale della consulenza appartenente all’RdS network. Per la rubrica Girl Power di oggi abbiamo raccolto la sua testimonianza. Sono nata in Iran trentatré anni fa e da sette sono in Italia dove, dopo la laurea in Software engineering, sono arrivata per seguire un Master in computer science al Politecnico di Milano.  Quest’anno sono ambassador della Women in Data Science (WiDS) Milan Conference e ho avuto il compito di organizzare l’evento, individuando le speaker. Oltre a me interverranno sette donne, provenienti da esperienze diverse: non solo delle data scientist, ma anche una dottoranda in machine learning, due manager, una digital analyst e una head of innovation models. Ognuna farà uno storytelling di circa dieci minuti, raccontando la sua esperienza, la sua scelta di studiare la data science o un suo progetto specifico. Seguiranno un panel e un momento di networking e mentoring per gli interessati. L’obiettivo è quello di aiutare gli studenti e le studentesse che vorrebbero occuparsi di data science ma non sanno che tipo di carriera intraprendere. Vogliamo far capire loro che questo è un mondo nuovo e variegato. All’interno del gruppo EY abbiamo persone con backgroud diversi: laureati in matematica, fisica, informatica, biomedica e così via. Ma ci servono anche persone con mentalità diverse, per questo vogliamo aumentare la presenza femminile: al momento è solo del 20 per cento ma per il 2019 ci piacerebbe arrivare al 50. In particolare, oggi nel team data science ci sono dieci ragazze su cinquanta, di cui sette si occupano di programmazione. Io mi sento fortunata perché la mia famiglia mi ha sempre supportato, appoggiando la scelta di studiare informatica, come mia sorella e i miei cugini, nonostante avrebbero preferito che scegliessi arte o musica – ero brava a suonare il piano! – sia in quella di trasferirmi in Italia. In Iran non ho mai avvertito un divario di genere. All’università c’era parità, da noi molte ragazze scelgono l’informatica e anche l’ingegneria civile e meccanica. Ero convinta che in Europa sarebbe stato anche meglio. Invece al master a Milano eravamo solo sei ragazze su quaranta, di cui una sola era italiana. Poi ho iniziato a lavorare come junior data scientist ero l’unica donna. Non è facile lavorare in un ambiente maschile: a volte non ti prendono seriamente e pensano “è una ragazza, non ha ambizioni”. Ho capito che qui le donne devono lavorare più degli uomini per essere apprezzate in questo settore. Penso sia così anche perché non se ne parla abbastanza: bisogna innanzitutto cambiare la mentalità delle persone. Per questo nel 2017 ho fondato RLadies Milano, gruppo dedicato alle donne data scientist, che fa parte dell’organizzazione mondiale R-Ladies, nata con la missione di promuovere la diversità di genere nel settore informatico. Con RLadies organizzo eventi per coinvolgere le donne a parlare delle proprie attività. Un giorno mi piacerebbe anche avviare dei progetti nelle scuole, perché è importante coinvolgere i ragazzi da subito e far capire che oggi è importante che tutti sappiano programmare a livello base, perché a prescindere da cosa faranno nella vita è una capability che può aiutare tantissimo.Riguardo la mia carriera, dopo aver cambiato due aziende per vedere più progetti diversi possibile, sono arrivata in EY, dove ho la possibilità di cambiare progetto ogni tre/sei mesi restando nella stessa azienda. Questo è l’aspetto più bello e interessante della consulenza. Mi occupo di programmazione pura, ad esempio sviluppando modelli produttivi di recommendation system per aziende turistiche, planning, documenti per presentare i risultati ai clienti. Fondamentale nel mio lavoro è saper spiegare i risultati nel modo giusto anche a chi non sa nulla di informatica.  Alle ragazze dico: bisogna esplorare, leggere, viaggiare, partecipare a eventi. Siamo in un mondo digitale e dobbiamo sfruttare l’accessibilità che ne deriva. Il mondo data science può essere una grande opportunità, e attenzione: non è fatto solo di programmazione ma anche di altri livelli, come lo storytelling e la creazione di dashboard non solo tecnici. E qui le donne, che hanno più soft skills degli uomini, possono avere una marcia in più. Non esistono limitazioni se non quelle che ci diamo noi!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca