Categoria: Interviste

Non solo informatica: le nuove tecnologie aprono tante nuove strade professionali, un esperto le racconta

Come le nuove tecnologie stanno trasformando il mondo del lavoro? Quali sono i nuovi mestieri che sono nati proprio da, per e con queste tecnologie? In un momento in cui il dibattito sull'intelligenza artificiale, da Chat GPT in giù, sta esplodendo in tutto il mondo, vale la pena di capire se il fatto che le aziende usino sempre di più tecnologie come servizi di cloud computing, big data, intelligenza artificiale, sia un rischio o un'opportunità.Parliamo in questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti di mestieri del futuro con Marco Pesarini, che è partner di Bip xTech – Bip è un'azienda che da molti anni fa parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti, ed è la più grande società di consulenza a matrice italiana al mondo. Pesarini in Bip è "Cloud Data Competence" e guida un gruppo di 250 persone. «La tecnologia, la robotica, l'intelligenza artificiale stanno aggiungendo nuovi strumenti al lavoro che facciamo, nuovi strumenti che aiutano a cancellare i lavori difficili, noiosi, ripetitivi» esordisce Pesarini: «Siamo davanti ad una trasformazione le cui prospettive ancora fatichiamo a comprendere ma che sono sicuramente molto interessanti». Questi strumenti sono secondo lui un prezioso supporto che permetterà agli esseri umani di spingersi «sempre di più nella direzione della creatività, dell'intuizione, e sempre meno nell'ambito dell'esecuzione».In effetti i nuovi mestieri "gemmati" dalle innovazioni tecnologiche non solo sono molti, non solo sono in crescita, ma garantiscono anche nella maggior parte dei casi condizioni contrattuali e retributive superiori rispetto alla media. Insomma, avere questo tipo di competenze permette di poter trovare più facilmente lavoro. Eppure ci sono ancora troppe poche persone che scelgono di formarsi in questi campi. Il cosiddetto mismatch, la discrepanza tra ciò che i datori di lavoro cercano e le competenze possedute in media da chi è alla ricerca di lavoro, è sempre molto alto in Italia: e quando si parla di digital mismatch, ancora di più. Specie per le ragazze: secondo uno studio realizzato nel 2019 da noi della Repubblica degli Stagisti e Spindox, un'altra delle aziende virtuose dell'RdS network con il supporto dell'Osservatorio giovani dell'Istituto Toniolo su un campione di ben 2mila persone tra i 20 e i 34 anni, molte donne restano lontane dai percorsi formativi in informatica perché persiste tutt'oggi un enorme stereotipo di genere che disegna lo studio dell'informatica, così come le professioni ICT, come “roba da maschi”.Ma ovviamente questi lavori in realtà sono alla portata di chiunque abbia un'attitudine, a prescindere dal genere: «Serve soprattutto una preparazione alla comprensione del requisito, al problem solving, all'analisi» conferma Pesarini: ci sono «sempre più donne che entrano in questi percorsi; quindi se è vero che adesso la proporzione è sbilanciata a favore degli uomini, a tendere questa cosa cambierà». E il manager spezza anche una lancia in favore del nostro sistema accademico: «Le università italiane, con un approccio più classico, preparano benissimo a questi lavori del futuro».Con Eleonora Voltolina, fondatrice della Repubblica degli Stagisti, nel corso dell'episodio Marco Pesarini approfondisce anche il tema del cosiddetto "low coding": «Non sarà importante in futuro essere dei super esperti di codifica», bensì «saper guidare le macchine» spiega, e sopratutto «supervisionare il risultato che questi robot danno. Perché una cosa di cui forse ancora si parla poco è che tutti questi strumenti sono fallaci, hanno una percentuale di rischio d'errore», sottolinea: ci sarà quindi molto bisogno «nel futuro di analisti, persone con un notevole senso critico che sappiano intercettare errori generati da strumenti che sembrano perfetti e che quindi tendono a nascondere i propri errori».Anche perché «l'intelligenza artificiale non è etica», ammonisce il manager: «Etica e supervisione saranno sempre nelle mani dell’uomo; questo è il nuovo lavoro dell'ingegnere che lavora nell'ambito dell'intelligenza artificiale». Il pensiero non può che correre a R. Daneel Olivaw, indimenticabile e profetico personaggio al centro della saga dei robot e della Fondazione di Isaac Asimov. Tornando ai temi più concreti, e agli sbocchi lavorativi offerti dalle nuove tecnologie, gli sviluppi più recenti hanno cambiato molto la situazione del mondo del lavoro in ambito IT. Pesarini spiega per esempio come per anni ci sia stata una grande richiesta di data scientists, «specialisti di intelligenza artificiale creata da zero». Ma questa figura, «per quello che stiamo percependo nel mercato, adesso è già superata» dice il manager, perché il Data Scientist classico faceva quel «che oggi Chat GPT fa facilmente. Per questo stiamo sempre di più investendo su figure tipo Data Engineer, Cloud Engineer, che invece che sviluppare l'intelligenza artificiale da zero – il Data Scientist di prima – utilizza un'intelligenza artificiale sviluppata da altri, implementata e integrata ai nostri processi». Si staglia dunque all’orizzonte la «decrescita» della figura del Data Scientist «a favore della crescita di figure come quella del Cloud Data Engineer e del Machine Learning Engineer, che poi è il Data Scientist specializzato sulle tecnologie che arrivano dal Cloud».Altro esempio: «Mentre il settore IT assorbiva il 90% di informatici negli anni passati, adesso ci sarà molto più spazio per gli altri» dice Pesarini: «Gli informatici avranno ancora un ruolo centrale, ma non saranno più maggioritari: anche perché in questi ultimi anni sono cresciuti molto i corsi professionalizzanti, a cui è possibile accedere quando si ha una laurea di un altro tipo» – vale a dire, non Stem – «oppure anche semplicemente un diploma di scuola superiore, e che danno degli strumenti immediatamente spendibili sul mercato del lavoro digitale, come per esempio una formazione in uno specifico linguaggio informatico». Insomma, si tratta di un settore che offre tante opportunità anche al di là della – sempre molto valorizzata – laurea in ingegneria o in informatica. Senza dimenticare che a chi ha competenze informatiche vengono proposti contratti più solidi e stipendi più alti, perché «c'è meno disponibilità nel mercato, e c'è meno esperienza», conferma Pesarini, «per cui viene pagata più la competenza che non l'esperienza: oggi io incontro e assumo giovani con ruoli che normalmente avrei dato a persone più esperte, banalmente perché su alcuni temi non si possono avere anni di esperienza perché la tecnologia è molto moderna!». Inoltre con questo tipo di competenze si è appetibili ovunque nel mondo: «chi lavora in questo mercato ha la possibilità non di lavorare in Italia o per l'Italia, ha la possibilità di lavorare dovunque e per chiunque» sottolinea il manager: «In questo contesto, essere italiani e essere cresciuti in una scuola italiana, quindi magari non essere super fluenti in inglese, non è assolutamente un limite: un aspetto molto importante, penso, per i giovani italiani da focalizzare».L’intera conversazione è disponibile nell’episodio del podcast RdS, in cui alla fine Marco Pesarini svela  anche il suo libro del cuore. Buon ascolto!L'immagine di apertura è di Zhenyu Luo, tratta da Unsplash

Tutti lo vorrebbero, pochi lo trovano: ma cos'è davvero un “bel” lavoro?

Quando ci svegliamo la mattina, siamo felici di quel che ci aspetta? Del lavoro che faremo per gran parte della nostra giornata? Tutti abbiamo in testa un’idea di quel che ci piace – o ci piacerebbe – fare. Un sogno, a volte addirittura una “vocazione”, come si dice di alcuni mestieri particolari come il medico, o il prete, o l’insegnante. Il lavoro è una attività che occupa la maggior parte del nostro tempo per la maggior parte della nostra vita adulta. Ed è bene quindi che ci faccia sentire bene.Negli ultimi anni si è parlato molto di “quiet quitting”, sopratutto in riferimento alla generazione Z. Sempre più persone si riconoscono nella filosofia “Yolo” (you only live once, si vive una volta sola) e sono più attente al benessere personale, alla sostenibilità e all'equilibrio tra il tempo dedicato al lavoro e alla vita privata. Oggi quindi a volte non basta avere «un lavoro»: si punta a un nuovo equilibrio che permetta non solo di guadagnare bene, ma anche di vivere bene. E quindi è importante capire «cosa possa e debba significare creare “lavoro di qualità”, lavoro che sappia ricomporre le esigenze di competitività delle imprese con le aspirazioni e i desideri dei singoli», come si legge nel libro “Un bel lavoro”, sottotitolo “Ridare significato e valore a ciò che facciamo”.L'ospite di questa puntata del podcast è l'autore di questo libro, Alfonso Fuggetta, professore ordinario di Informatica presso il Politecnico di Milano e amministratore delegato e direttore scientifico del centro di ricerca Cefriel.Il libro delinea dieci grandi temi per costruire la definizione del buon lavoro, il bel lavoro. Mettendosi nei panni di un giovane, Fuggetta è convinto che uno degli aspetti più importanti da considerare sia «la possibilità di imparare», cioè il fatto che l'azienda offra «non soltanto i corsi per la formazione, ma uno stile di lavoro, un ambiente lavorativo in cui sono previste diverse modalità di sviluppo personale».Peraltro, è raro che una persona sappia fin da giovanissima quali sono di preciso i suoi talenti e le sue inclinazioni professionali: «Quindi provare vari ambiti professionali, o varie mansioni nello stesso ambito professionale, può essere utile» riflette Fuggetta. Senza esagerare, naturalmente, per non finire a fare "job hopping": «Quelli che saltano da un lavoro all'altro troppo frequentemente rischiano poi di disperdere» le proprie energie e la concentrazione, e finire per non riuscire a «costruire qualcosa di solido».Rispetto al grande tema dello smart working, uno dei fattori del "buon lavoro" specialmente per le nuove generazioni, Fuggetta si orienta verso una modalità "blended": «Durante il lockdown, e non si poteva fare altrimenti, tutto è stato sbilanciato sull'online; però penso che per quasi tutti sia stato un sospiro di sollievo poter tornare anche ad una interazione fisica», perché ci sono «discussioni che non si possono far da remoto. Ha senso anche la fisicità del rapporto diretto, del sorriso, del muoversi nello stesso spazio. Noi siamo esseri sociali, non siamo fatti per interagire con una tastiera e con una matrice di pixel».Rispetto alle chance occupazionali per i giovani italiani, Fuggetta sottolinea nel libro e nella conversazione podcast che a fronte di tanti giovani senza lavoro, i diplomati ITS o i laureati in ingegneria trovano spesso un'occupazione prima ancora di finire gli studi. Ma c'è un tema di sovraffollamento di alcune università: «Abbiamo bisogno di più poli universitari» afferma Fuggetta, contrastando con decisione la retorica che punta il dito sul numero eccessivo di atenei in Italia: «Ma devono essere centrati sulle materie per cui c'è maggiore richiesta», e contemporaneamente andrebbe fatto «un piano complessivo che dica quante persone formare».Alfonso Fuggetta discute con la fondatrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina anche lo spinoso tema dei salari bassi e dei giovani sottopagati, con una riflessione molto schietta su come sia spesso la pubblica amministrazione a proporre le retribuzioni più basse, per esempio con le gare e gli appalti al massimo ribasso. E allora bisognerebbe pretendere uno «Stato che paga bene, che paga il giusto», e che non sia invece il primo «a generare la compressioni dei salari: se il pubblico iniziasse a spendere in maniera più responsabile i suoi soldi, probabilmente un effetto positivo sul mercato lo si avrebbe». Perché anche alle aziende private arriverebbe un buon esempio che ora manca.Dal canto loro, le aziende dovrebbero attrezzarsi per considerare la formazione dei dipendenti un investimento strutturale e permanente: «Abbiamo bisogno di aziende più robuste; magari anche di dimensioni non enormi, ma robuste dal punto di vista patrimoniale, culturale e manageriale». Aziende che siano «capaci di innovare e di fare prodotti nuovi».In chiusura, Fuggetta ricorda che «non tutti gli imprenditori sono sfruttatori» – non a caso Cefriel fa da molti anni parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti – «e oggettivamente noi viviamo anche difficoltà e fatiche che derivano da un contesto che in troppe circostanze non aiuta a creare e gestire lavoro. A me dà fastidio» dice «quando sento da dire che gli imprenditori sono tutti ladri, sfruttatori». Perché «non basta semplicemente che gli imprenditori siano persone perbene, oneste: serve anche un contesto ambientale, un insieme di leggi, di meccanismi che funzionino».Il buon lavoro, in Italia, c'è: forse non è sotto i riflettori, forse non è facile da trovare, ma esiste. E le imprese che lo offrono, che lo praticano per e con i loro collaboratori e dipendenti, combattono ogni giorno con «un tessuto di norme, regole, leggi, consuetudini che non aiuta, mettiamola così, intraprendere e creare posti di lavoro». Ma con uno sforzo collettivo dello Stato, delle università e del mondo imprenditoriale, un nuovo mondo del lavoro sarebbe possibile: a beneficio di tutti, a cominciare dai giovani.Non a caso, il consiglio di lettura che Alfonso Fuggetta ha per gli ascoltatori del podcast della Repubblica degli Stagisti è un libro che definisce l'azienda moderna come un'azienda «orientata all'apprendimento continuo»: per sapere di che titolo si tratta, dovrete arrivare in fondo all’episodio! E piccolo spoiler: Fuggetta ha anche un romanzo del cuore da consigliare!

Andare dallo psicologo? Niente di più normale: Unobravo abbatte lo stigma con la terapia online

C’era una volta una neolaureata in psicologia che era andata nel Regno Unito a fare una prima esperienza di lavoro in una clinica psichiatrica. A un certo punto aveva sentito lei stessa il bisogno di parlare con uno psicologo, possibilmente in italiano; e accorgendosi di quanto fosse difficile trovarlo, aveva avuto un'idea: e se esistesse il modo di fare sedute di terapia online, bypassando l’ostacolo geografico, attraverso una piattaforma web che possa mettere in contatto psicologi e potenziali pazienti, e fornire anche lo spazio online per svolgere queste sedute?È questo il punto di partenza di Unobravo, start-up nata solo quattro anni fa per appunto fornire un servizio di psicologia online, con il proposito di abbattere anche lo stigma sui temi di salute mentale e normalizzare l’accesso alla terapia attraverso prezzi accessibili. Insomma, l’obiettivo di quella giovane psicologa expat, Danila De Stefano, era – ed è – di creare un mondo in cui andare dallo psicologo sia considerato normale. In questa puntata del podcast della Repubblica degli Stagisti, registrata live all'università Cattolica di Milano, l'ospite è Corena Pezzella, in Unobravo fin dal primissimo momento accanto a De Stefano – che peraltro è anche una delle sue più care amiche – con il ruolo di HR manager. Pezzella, napoletana, laureata in psicologia, dopo una tesi di laurea dedicata al delicato tema dei disturbi dell’alimentazione, ha nel suo percorso due master e un diploma di psicotepeuta cognitivo-comportamentale.Unobravo si inserisce in un vero e proprio trend. Ben 27 delle 127 piattaforme di welfare mappate dalla ricerca "WePlat – Welfare Systems in the Age of Platforms", guidata dalla professoressa Ivana Pais dell'università Cattolica (ospite dell'episodio precedente del podcast), sono specializzate nell’erogazione di servizi di supporto psicologico online.Dal 2019 a oggi il team clinico di Unobravo è passato da dieci a circa 4mila terapeuti, che rappresentano il 3% di tutti i professionisti iscritti all’Ordine degli Psicologi in Italia. Gli utenti, cioè i pazienti, erano 40 nel 2019  e ora sono oltre 150mila; i dipendenti diretti di Unobravo sono ormai ben 200.Il primo target di Unobravo era quello dei giovani italiani espatriati, «che vivono difficoltà come per esempio la lingua, non avere amicizie solide, la lontananza dalla famiglia, una cultura diversa» spiega Pezzella: la terapia online in questi casi è «perfetta» perché permette di interfacciarsi con un terapeuta che parla italiano e «a un costo accessibile» – in effetti quando si parla di cose profonde, di pancia, è sempre meglio farlo nella propria lingua. Però ad oggi, anche grazie alla pandemia che ha normalizzato tutte le attività online – comprese le sedute dallo psicologo – in realtà «gli expat rappresentano il 7% dei nostri utenti»: il restante 93% è in Italia. E il servizio attira anche molti giovani: «L'età media di chi fa terapia faccia a faccia è circa quarant'anni, mentre con noi è di 33 anni» conferma Pezzella: insomma, «grazie all'online le persone si rendono conto prima di poter entrare in terapia».Unobravo lascia naturalmente anche una «scelta ai pazienti» rispetto al terapeuta: «Ci sta che un giovane preferisca parlare con una persona più o meno nella sua stessa fascia di età! All'interno del questionario, prima di essere abbinati al terapeuta più adatto, c'è la possibilità di esprimere una preferenza». Non solo rispetto all'età, ma anche al genere.C'è poi il grande tema delle politiche pubbliche sulla salute mentale. Pezzella affida agli ascoltatori del podcast una riflessione su come in Italia bisognebbe aumentare le figure esperte di psicologia «all'interno degli ambienti pubblici» in modo che questi punti di riferimento diventassero «accessibili a tutti» e «permanenti». Far entrare dunque gli psicologi «nelle scuole, nelle Asl, nei Comuni: un po' già ci si è mossi verso questo obiettivo, ma sicuramente c'è ancora tanto da fare».Per il libro del cuore di Corena Pezzella bisogna arrivare in fondo all'episodio: noi come indizio diciamo solo che è un libro molto breve e poco conosciuto, un'autentica chicca che unisce e intreccia molte storie, ciascuna delle quali ha un finale molto particolare. 

Amazon, Airbnb e le altre: le piattaforme ci stanno cambiando la vita. In meglio? Risponde Ivana Pais

Booking, TripAdvisor, Airbnb, chi non li usa? Negli ultimi anni si è sviluppata una vera e propria economia sulle piattaforme. Ma ci ha migliorato la vita? In questo nuovo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti, registrato live all'università Cattolica di Milano, ne parliamo con Ivana Pais, professoressa ordinaria di Sociologia economica proprio alla Cattolica. «Per alcuni l'ha migliorata molto, e per altri invece no» risponde: «Ha rafforzato delle differenze che ci sono all'interno della nostra società. L'utilizzo del digitale sta aiutando alcuni a correre molto veloci, e altri invece rischiano di avere difficoltà a tenere il passo».Le piattaforme digitali sono una maniera di acquistare beni e servizi che prima della pandemia riguardava prevalentemente le persone giovani ma «con il lockdown tutti abbiamo imparato, chi più chi meno, e per finalità diverse, a usare questi strumenti». Le «grandi resistenze» dei più anziani sono state spazzate via dalla costrizioni dei vari lockdown: adesso per tutti «resta nella nostra quotidianità: diventa un'alternativa che possiamo prendere in considerazione nelle nostre scelte quotidiane».Da un punto di vista accademico, la "Platform economy" è l'evoluzione della "Sharing economy", che Pais ha cominciato a studiare molti anni fa. Ma la Sharing economy, partita durante un momento di forte crisi economica mondiale, si fondava su un principio forse visionario, e sulla spinta a trovare «un modo diverso di interpretare l'economia: la prima versione di queste piattaforme consentiva di esplorare delle possibilità nuove tra cui lo scambio tra pari, in un'ottica di attenzione alla sostenibilità ambientale e di economia circolare». Insomma una economia «collaborativa e di condivisione». Da lì i siti per ospitare sconosciuti sul divano ci casa propria, condividere viaggi in auto e così via. L'idea era quella di «utilizzare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per creare un'economia e una società migliore». Ma questa sharing economy «è durata pochi anni», scherza la docente, presto soppiantata dalla meno idealista platform economy, perché «i criteri di sostenibilità economica hanno avuto la meglio su quelli di sostenibilità sociale: la storia dell'economica collaborativa è interessante anche per il suo fallimento, perché il fallimento ci dice qualcosa».Le piattaforme sono generalmente aperte a tutti, e i fruitori possono valutare il servizio ricevuto. Questo crea dei mutamenti nelle gerarchie aziendali: il controllo sulla performance del lavoratore, per esempio «oggi viene esercitato dal cliente finale, consapevolmente o inconsapevolmente» spiega Pais, raccontando il «caso-limite» di Amazon Echo Show, attraverso cui le persone controllano con una telecamera «i fattorini che consegnano i pacchi dell'e-commerce e del delivery» sull'uscio di casa (e postano online, arrabbiati, i video di quelli che buttano le scatole senza cura). Un aspetto controverso delle piattaforme è la qualità del lavoro che offrono: è caso per esempio dei riders, pagati (poco) per andare in bicicletta  a ritirare il cibo in pizzerie e ristoranti e poi consegnarlo a casa dei clienti, senza però essere assunti dalle piattaforme che abilitano questo servizio (e che ci guadagnano sopra una percentuale). E qui si staglia un confronto con il passato: una volta, «nelle situazioni in cui c'erano condizioni di lavoro molto dure e anche molto ingiuste, le regole del gioco però erano note: la modalità di organizzazione del lavoro era conosciuta» dice Pais, ricordando la catena di montaggio immortalata da Charlie Chaplin nel suo capolavoro "Tempi Moderni": e così non era difficile «mettere in atto delle azioni collettive per rivendicare il giusto trattamento dei lavoratori».Oggi invece spesso le «regole di funzionamento non vengono comunicate al lavoratore stesso»; le piattaforme si giustificano dicendo che «sapendo come funziona l'algoritmo che regola il gioco, a quel punto i lavoratori potrebbero mettere in atto comportamenti opportunistici per avere dei vantaggi». Tanto che sono spuntati molti gruppi online in cui i lavoratori si scambiano informazioni sul funzionamento dell'algoritmo della piattaforma per la quale lavorano.È dunque ingenuo credere che le piattaforme siano "neutre": «Il potere resta centralizzato: ci sono piattaforme in cui quando un operatore scende sotto una certa soglia reputazionale viene in automatico scollegato», che è un po' l'equivalente di essere licenziato. Torna alla mente una celebre puntata di Black Mirror, "Nosedive", andata in onda per la prima volta nell'ormai lontano 2016 e sempre più attuale.In qualità di principal investigator della ricerca "WePlat – Welfare Systems in the Age of Platforms", Pais col suo gruppo di ricerca ha individuato 127 piattaforme operanti in Italia: 55 nel settore salute, 8 nell’educazione e cura dell’infanzia, 6 nell’assistenza sociosanitaria e 58 trasversali ad almeno due di questi ambiti. «Questa ricerca nasce dal fatto che l'attenzione pubblica e la ricerca accademica sono molto focalizzate esclusivamente sui riders: pare che sia l'unica attività che viene svolta attraverso piattaforma digitale!» esclama Pais: ma invece sono innumerevoli i servizi che possono essere gestiti e forniti tramite piattaforma. E, per dire, le persone che fanno pulizie domestiche attraverso piattaforma sono più numerose dei riders (che in effetti sono solo 15-20mila in tutta Italia) – o quantomeno lo erano prima della pandemia. Eppure non ne parla nessuno. WePlat prova ad approfondire il fenomeno a partire dalle piattaforme che forniscono «servizi essenziali», con l'obiettivo di «individuare modelli di piattaforma che offrano delle opportunità». Certo, «il rider ci lascia la pizza sulla porta di casa», e anche quello è utile: ma, sottolinea Pais, oggi attraverso piattaforma si trovano anche badanti, babysitter, persone che «entrano nell'intimità di casa nostra» e che si prendono cura «della nostra salute fisica e mentale: in gioco c'è ben altro» che la pizza, «ed è molto più interessante». La ricerca indaga le dinamiche che si innescano quando questi servizi «vengono intermediati online anziché attraverso i canali tradizionali».E per chi sogna di inventarsi lanciare la prossima piattaforma "sbancatutto", andandosi ad aggiungere al gotha dei "nerd geniali" come per esempio Danila De Stefano di Unobravo, Pais ricorda che «ormai sappiamo che l'idea conta, ma l'implementazione poi conta di più»: insomma l'intuizione geniale serve, ma non basta.La fondatrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina esplora con Ivana Pais anche la condizione "ibrida" di coloro che usano le piattaforme per per esempio per affittare i propri appartamenti, o vendere vestiti o oggetti usati. «Noi chiamiamo queste persone pro-am, professionisti amatoriali: persone che fanno un'attività non per professione, però al tempo stesso vogliono essere valutati secondo criteri professionali» dice Pais; un altro modo di chiamarli è «slash workers, perchè sono persone che fanno un'attività slash un'altra slash un'altra. Su LinkedIn questo aspetto si nota sempre di più: mentre prima ognuno di noi prima aveva una descrizione, un ruolo professionale, adesso invece per descrivere l'attività di chiunque ci vogliono pagine!».Le piattaforme esercitano un fascino particolare sulle nuove generazioni native digitali, sia in qualità di clienti sia in qualità di lavoratori: «Hanno degli elementi oggettivamente interessanti: rispondono a dei bisogni e anche a dei desideri» dice Ivana Pais. Alcuni lavoratori per esempio «possono trovare delle modalità di organizzazione del lavoro che facilitano la conciliazione del lavoro con i propri tempi di vita o compiti di cura». Insomma, non bisogna fare di tutt'erba un fascio: «Se vediamo tutto come "uberizzazione" stiamo perdendo delle opportunità; se invece facciamo un lavoro più faticoso, dell'analizzare e studiare tutti i tipi di piattaforma, e non solo quelli più visibili, e poi lì dentro andiamo a studiare cosa funziona e cosa non funziona, e che elementi di protezione vanno messi in atto, sia per il lavoratore che per il cliente, allora questo può aprire delle possibilità interessanti».E il libro del cuore di Ivana Pais? Lo trovate alla fine dell'episodio!

Trovare lavoro, ecco come i centri per l'impiego possono servire ai giovani

In Italia il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni purtroppo è soltanto del 30%, ben 15 punti percentuali sotto la media europea; peraltro, il lavoro giovanile è caratterizzato dal fenomeno dell'over-education (essere troppo istruiti per il lavoro che si svolge). Anche lato stipendio i dati non sono buonissimi: l'andamento delle retribuzioni medie della fascia d’età 15-29 anni dal 1975 al 2019 è stato sempre decrescente. Quindi i giovani italiani trovano lavoro con dfifficoltà; e anche quando lo trovano, fanno fatica a mantenersi e ad andare a vivere da soli. Cosa fa lo Stato per aiutarli a trovare non solo lavoro, ma anche un buon lavoro? In questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti, registrato live all'università Cattolica di Milano, parliamo di centri per l'impiego – e più in generale dei servizi e i programmi che le politiche attive del lavoro mettono a disposizione dei giovani – con Francesco Maresca, responsabile del Settore Lavoro della Provincia di Varese dopo essere stato per quasi vent’anni responsabile del Centro per l’impiego di Gallarate.«L'attività di incontro tra domanda e offerta di lavoro dovrebbe essere il core-business dei centri per l'impiego!» esordisce Maresca: «Perché un giovane si reca al cpi? Per trovare lavoro! Un'azienda, perché lo fa? Perché ha bisogno di trovare personale giusto da assumere! Quindi dovremmo concentrarsi su questa funzione. Anche se le leggi nazionali ci caricano spesso purtroppo di incombenze molto burocratiche». «I giovani vengono presso le nostre strutture, ma non nascondo che spesso non le conoscono bene», dice Maresca: «Recentemente sono andato a fare Orientamento in una scuola superiore e ai cinquanta ragazzi che avevo di fronte ho chiesto chi sapeva cos'era un centro per l'impiego: ha alzato la mano un solo ragazzo». Quindi questo episodio serve anche a far conoscere l'esistenza di questi uffici, e i servizi che offrono: si parla di tirocini (anche estivi), delle opportunità di Eurodesk, dei JobDay Eures, dei servizi che un centro per l'impiego offre ai giovani, dell'utilizzo dei social network per entrare in comunicazione coi potenziali utenti più giovani. Maresca approfondisce il funzionamento di GOL, il nuovo servizio per la "garanzia di occupabilità dei lavoratori» finanziato con i fondi del Pnnr, «che permette di accedere a servizi di accompagnamento al lavoro ma anche l'aiuto per le start-up e la formazione». GOL, ricorda Maresca, adesso è aperto anche ai giovani e in qualche modo è andato a sostituire la Garanzia Giovani. Qualche numero rispetto alla realtà dei servizi al lavoro gestita da Maresca, nella provincia di Varese in Lombardia: 8mila patti di servizio sottoscritti ogni anno, di cui 2.200 che coinvolgono giovani; e in media 5-600 tirocini attivati. Il tirocinio in particolare «è uno strumento che utilizziamo molto» specifica Maresca: «sia l'extracurricolare sia il tirocinio estivo, e abbiamo anche quello di inclusione sociale. E abbiamo anche un ottimo risultato occupazionale sulla nostra provincia: arriviamo  al 70% di assunzione dopo i tre mesi di tirocini». Dato che sul territorio nazionale la media è ferma intorno al 30%, si tratta di una performance notevole: «Credo che sia dovuto anche al fatto che siamo molto attenti a far applicare le norme e quindi evitare tirocini che a volte sono un po' seriali» ragiona Maresca. Il cpi di Varese ha anche un ufficio preselezione che copre circa 2mila vacancy all'anno, «e nel 35% dei casi riusciamo a coprire la richiesta aziendale col nostro servizio».La direttrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina parla con Francesco Maresca anche del tema del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, che secondo il dirigente «sta aumentando: le aziende denunciano sempre più spesso la difficoltà di trovare personale. Noi abbiamo un tavolo provinciale dove abbiamo messo insieme tutte le parti sociali; abbiamo fatto un patto per le competenze; stiamo facendo un report con l'analisi dei fabbisogni formativi e lavorativi sul nostro territorio, per dare delle risposte».Le competenze più richieste «sono in assoluto le digitali, le tecniche e le linguistiche» dice Maresca, che dedica anche una riflessione al tema della scala di priorità dei giovani: «Da una indagine che ha fatto la nostra Confartigianato risultava che per i giovani la cosa più importante in assoluto è lo stipendio, addirittura più della stabilità del lavoro. Questo mi ha molto colpito». Il messaggio di Maresca è che «il lavoro non è solo guadagnarsi da vivere. È quello che faremo per la maggior parte della nostra vita, ed è una dimensione sociale fondamentale per trovare anche soddisfazione dalla nostra esistenza: quindi è importantissimo che nel lavoro ci si esprima, si riesca a soddisfare le proprie aspettative».Il libro del cuore di Francesco Maresca? Per scoprirlo dovrete ascoltare l'episodio! Un piccolo indizio: è un saggio scritto da una donna «di intelligenza straordinaria». (Ma del resto, a questa descrizione rispondono in molte, eh eh!).

Career service, uffici stage - tirocini - placement: cosa sono e perché sono utili agli universitari

Oggi in Italia vivono 5 milioni e 800mila giovani tra i 15 e i 24; gli iscritti all'università – anche al di fuori di quella fascia di età, che resta però comunque preponderante – sono più o meno 1 milione 800mila; nel 2021 si sono laureate 370mila persone. Ma chi aiuta tutti questi giovani a orientarsi per trovare un impiego? Per gli universitari esistono uffici che fungono da connettori col mondo del lavoro. Il nome cambia a seconda dell'ateneo: in alcuni  è chiamato career service, in altri ufficio tirocini, oppure ufficio stage, o ancora servizio placement... Tanti nomi per intendere un solo concetto: aiutare i giovani a trovare stage – e talvolta anche lavoro.In questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti Giovanni Castiglioni, Academic Career Officer presso il Servizio Stage & Placement dell'università Cattolica, fa una panoramica delle opportunità e dei servizi che sono a disposizione di uno studente universitario che vuole, mentre studia, già avvicinarsi al mondo del lavoro.  Gli uffici di questo tipo organizzano molte attività di orientamento. Per esempio, l'università Cattolica ospita ogni anno «una serie di eventi attraverso cui gli studenti possono farsi un'idea di che tipo di lavoro potranno andare a svolgere, incontrare dei professionisti del mercato del lavoro, e iniziare capire qual è la loro strada». E poi ci sono i career day, organizzati dalle università o da enti esterni, per mettere in contatto diretto aziende e candidati. Servono davvero? Castiglioni è convinto di sì: «E' una buona occasione. Il career day è un evento fieristico: ogni azienda ha il suo stand, ed è un modo per portare fisicamente il cv stampato, alla vecchia maniera. Conoscere un recruiter dal vivo è un'altra cosa rispetto a fare un incontro online o spedire un cv!».Gli uffici stage-placement universitari si occupano poi degli stage, sia curricolari sia extracurricolari: «Noi seguiamo tutto l'iter di attivazione, dalla compilazione del form alla verifica che il progetto formativo sia stato compilato e il tirocinio possa iniziare e poi concludersi nella data indicata» dice Castiglioni. Ogni anno il Servizio Stage & Placement della Cattolica attiva circa 10mila tirocini – dei quali «poco più di 500 sono extracurricolari, quindi per neolaureati», per i primi 12 mesi dopo la laurea –  e organizza più di 400 eventi complessivamente su tutte le sedi dell'università, rivolti ai 40mila studenti iscritti: «più di uno al giorno!». Ovviamente alcuni attirano più pubblico, altri meno: in totale l'anno scorso ci sono state 25mila presenze di studenti a questi eventi. «Negli anni ci siamo un po' "tarati", abbiamo capito quali sono quelli che funzionano di più» ride Castiglioni; per esempio «le presentazioni aziendali, in cui l'azienda viene in università e si presenta, non le facciamo quasi più. Funzionano molto di più i field project, i workshop, le company visit».Il consiglio di Giovanni Castiglioni per i giovani: «Non aver paura di sbagliare» e poi «essere curiosi». E quello per le aziende: «È come se ci fosse un nuovo mercato del lavoro, come se la pandemia avesse messo i riflettori su tutta una serie di aspetti che prima non venivano approfonditi: penso per esempio al benessere sul luogo di lavoro, all'importanza di stare bene in azienda, di avere degli orari conciliabili con la propria vita privata. Studenti e neolaureati oggi sono più sensibili a queste tematiche. La fatica che fanno le aziende a ricercare i cosiddetti talenti sta in questo: adesso un grande brand non è più sufficiente ad attrarre le persone, quindi bisogna raccontarsi di più e raccontare meglio il luogo di lavoro».E il libro scelto da Giovanni Castiglioni come consiglio di lettura? Per scoprirlo dovrete ascoltare la puntata fino alla fine. Un indizio: nessun altro ospite prima di lui aveva scelto un'opera di questo tipo!

Maternità e lavoro si nutrono a vicenda, è ora di rompere il tabù: per una vera parità di genere in azienda

Ci sono ancora molti ostacoli per le donne nel mondo del lavoro. Gli stereotipi di genere, per esempio, ancora disegnano competenze e mestieri “da uomini” e “da donne”, dove i secondi sono praticamente tutti meno prestigiosi, meno pagati, e percepiti come meno impegnativi e più “femminili”. Dove il femminile sta ovviamente nel lavoro di cura, con meno responsabilità e orari ridotti, per garantire alle donne la possibilità di occuparsi della propria famiglia, che ovviamente è il loro compito primario.Del resto non c’è da sorprendersi: questa ineguaglianza è sancita perfino nella nostra Costituzione all'articolo 37 che recita: «Le condizioni di lavoro [della donna] devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare». Proprio da queste parole – intese dai padri costituenti ottant'anni fa, a onor del vero,  a protezione delle donne, e non per danneggiarle: ma i tempi sono cambiati... – si evince che il punto fondamentale che relega le donne indietro nel mercato del lavoro è proprio il fatto che possano diventare madri, e che anzi questa loro funzione di cura della prole sia considerata sopra tutte le altre (e non spartibile con i compagni).Vi è anche una convinzione diffusa che questo avvenimento, la maternità, possa distogliere la loro attenzione dal lavoro, renderle meno capaci, meno focalizzate. Che essere mamme equivalga, se non a diventare incapaci, comunque a peggiorare sul lavoro. Ancora troppe aziende, peraltro, discriminano le donne già in sede di colloquio, oppure nei percorsi di carriera, perché percepiscono come una seccatura e un danno il congedo di maternità che segue (o seguirebbe) una loro gravidanza, e poi il fatto che al ritorno al lavoro le neomamme possano avere degli impegni legati alla cura del bambino, degli imprevisti, e quindi essere meno affidabili e assidue. Si crea quindi il paradosso per cui le donne che ci tengono alla loro carriera, o che hanno semplicemente bisogno del loro lavoro, cominciano a percepire il fatto di poter diventare madri come una minaccia alla loro realizzazione professionale, e a chiedersi se sia davvero possibile avere il pane le rose, e conciliare la propria identità di donne lavoratrici con il sogno della maternità.Ma in realtà... una cosa nutre l’altra! È questo il potente messaggio di un libro dal titolo “Il congedo originale”, uscito di recente con il sottotitolo “Perché le aziende temono la maternità”. In questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti abbiamo parlato di maternità e lavoro con le due autrici, Sonia Malaspina e Marialaura Agosta.Malaspina e Agosta sono due manager di Danone e attiviste per la parità di genere, una battaglia che Malaspina in particolare combatte da oltre un decennio, implementando in azienda una policy innovativa per la valorizzazione delle dipendenti madri che negli anni è stata adottata da Danone a livello mondo, e facendo opera di divulgazione anche attraverso un TEDx Talk realizzato nel 2021 al TedXLegnano con il titolo "Come implementare la parità di genere sul posto di lavoro". Il messaggio principale di Malaspina e Agosta è che la maternità, e più in generale il lavoro di cura, sia un elemento positivo per le persone anche sul luogo di lavoro. E che quindi le aziende non dovrebbero temerla, bensì riconoscerla come palestra di competenze, valorizzarla, e far sentire accolte le persone anziché penalizzarle per il fatto di avere dei figli a casa. Perché, dati e metriche alla mano, valorizzare le madri sul lavoro conviene.Sonia Malaspina parteciperà il prossimo martedì 16 maggio al Festival Nobilita, a Roma, nel panel “Dove sta andando il lavoro? Nuove geografie, nuove economie” moderato da Marta Cagnola di Radio24, proprio per portare la tematica della maternità sul posto del lavoro affrontata ne “Il congedo originale”.

Un sindacato capace di rappresentare le nuove generazioni, Nicoletta Merlo della Cisl ha una strategia

C'è stato, negli anni, un progressivo scollamento tra i cittadini – sopratutto giovani – e il sindacato. Il mercato del lavoro, specie a partire dalla metà degli anni Novanta, è cambiato, diventando più fluido e precario; e l'avvento di forme contrattuali nuove e sopratutto di modalità di lavoro nuove, spesso svincolate dalla classica “unità di tempo e di spazio”, ha comportato per segmenti sempre più folti di lavoratori una maggiore difficoltà nell'incrociare nella propria quotidianità i sindacalisti, e di considerarli degli interlocutori validi in caso di difficoltà. Inoltre alcune battaglie sindacali combattute negli ultimi anni, come quella contro l'abolizione dell'articolo 18 e contro il contratto a tutele crescenti, a molti sono sembrate battaglie di retroguardia, tese a preservare i privilegi dei lavoratori più anziani a scapito dei nuovi entranti, più che ad assicurare un mercato del lavoro più giusto per tutti.Eppure il sindacato ha svolto e svolge un ruolo fondamentale nella nostra società. Senza il sindacato non avremo giustizia sul luogo di lavoro. Non avremmo salari equi, un monte ore massimo di ore che i datori di lavoro possono chiedere come prestazione ogni giorno, ogni settimana, ogni mese; non avremmo giorni di riposo prestabiliti, né leggi che tutelano la sicurezza dei lavoratori. Non avremmo tutele per le lavoratrici che vanno in maternità, né per quelle che tornano dalla maternità. Non avremmo armi contro le discriminazioni e contro i licenziamenti ingiusti.Per questo la crisi di fiducia nei confronti dei sindacati desta preoccupazione e va affrontata. Specialmente se riguarda le giovani generazioni, cioè chi oggi ha appena cominciato a lavorare, o comincerà a breve.  Parliamo del tema giovani e sindacato in questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti con Nicoletta Merlo, responsabile delle Politiche Giovanili della Cisl nazionale.Prima ancora di incontrare la Cisl, Merlo è stata una giovane amministratrice: assessora per due mandati presso il suo comune di origine a Campo Ligure, in provincia di Genova, e vice coordinatrice regionale di Anci Giovani. Entrata in Cisl a 26 anni, ha fatto anche un percorso europeo nella Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) che l'ha portata a far parte dell’Ufficio di presidenza del Comitato giovani della Ces; oggi, a quasi 36 anni, non solo è responsabile delle Politiche Giovanili della Cisl nazionale ma è anche tra i componenti del Comitato Economico e Sociale Europeo.A lei l'arduo compito di approfondire, gestire e mitigare il progressivo scollamento tra giovani e sindacato, e possibilmente invertire la rotta. Da una ricerca realizzata dall'Iref, l'Istituto di ricerche educative e formative delle Acli – uno studio quantitativo condotto su oltre 2.500 ragazzi tra i 18 e i 29 anni e pubblicato nel 2017 con il titolo “Il ri(s)catto del presente” – emergeva che rispetto alle azioni da intraprendere per tutelare il proprio posto di lavoro, alla domanda “Per difendere il proprio posto di lavoro cos'è meglio?”, solo l'11,1% degli intervistati risponde il sindacato. E quasi il 40% pensa che oggi non ci sia più “modo di difendere il proprio posto di lavoro”. Ma secondo Nicoletta Merlo più che pensare che i giovani si siano allontanati dal sindacato, bisogna fare i conti con il fatto che il lavoro si è allontanato dai giovani: «Sono ancora troppi i lavoratori precari, i giovani che non riescono a trovare lavoro, per non parlare del problema dei Neet. Quando si analizza l'adesione dei giovani al sindacato, bisogna anche valutare tutte queste circostanze».Con la fondatrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina nel corso della puntata la sindacalista ripercorre e commenta anche i contenuti del documento “Raccomandazioni per il coinvolgimento dei giovani nei sindacati” pubblicato di recente dalla Ces: un vademecum che mira a fornire ai sindacati suggerimenti per coinvolgere i giovani lavoratori nelle strutture sindacali, invitando anche a “parlare la lingua dei giovani”, a costruire campagne mirate e utilizzare “strumenti di comunicazione che interessano i giovani e attirano la loro attenzione, come social media, video, podcast o newsletter”. Il documento focalizza anche la necessità di evitare di predicare bene e razzolare male: e cioè di continuare a escludere le associazioni giovanili nei processi decisionali. “I giovani iscritti sono ancora troppo poco rappresentati negli organi decisionali”, si legge, e bisogna senza indugio cominciare finalmente a “trattare le problematiche che i giovani devono affrontare nel mercato del lavoro. Ideare politiche e iniziative legislative specifiche volte a promuovere meglio i loro diritti, facilitare l’accesso al mercato del lavoro e a lavori di qualità ed ecosostenibili. Sviluppare politiche su temi come apprendistati, tirocini, disoccupazione giovanile, lavoro precario, lavoro su piattaforme digitali, salari dei giovani, contratti a zero ore, discriminazione (sulla base dell’età e di altri motivi)”.Fino alla proposta di “stabilire quote giovani”. Un male che, al pari delle quote rosa, potrebbe rivelarsi efficace e perfino necessario, anche secondo Nicoletta Merlo.

Mescolare saperi diversi, con la doppia laurea «giovani liberi di scegliere chi vogliono essere»

Iscriversi a due corsi di laurea in contemporanea da divieto è diventato diritto. Ora milioni di studenti potranno ampliare e arricchire la propria carriera universitaria grazie alla legge “Doppia Laurea”. Promossa in prima linea da Alessandro Fusacchia (del gruppo misto) e da altri diciannove parlamentari appartenenti a un vasto ventaglio politico, dopo l’approvazione alla Camera dei deputati a ottobre dello scorso anno, la proposta è diventata legge il 6 aprile con l’approvazione all’unanimità anche in Senato ed è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale proprio la settimana scorsa (il 28 aprile). Così sono state riscritte le regole del sistema universitario dopo quasi novant'anni dalla firma del decreto regio del 1933 che vietava appunto la possibilità di conseguire due titoli contemporaneamente.Ma esattamente a cosa ci si può iscrivere? A due diversi corsi di laurea triennale, magistrale o di master, anche in più università, scuole o istituti superiori ad ordinamento speciale; due corsi di diploma accademico, di primo o di secondo livello, nelle istituzioni dell'alta formazione artistica, musicale e coreutica; un dottorato di ricerca o master e un corso di specializzazione medica. Rimane immutata, invece, l’impossibilità di iscriversi a due corsi di laurea appartenenti alla stessa classe e ai corsi di specializzazione medica. Gli studenti, infine, potranno beneficiare di borse di studio ma solo per uno dei corsi. Mentre può valere per entrambi l'esonero, totale o parziale, dalle tasse universitarie. Ora si attende l’intervento della ministra dell’Università, Maria Cristina Messa: un decreto per completare l’iter burocratico della legge in cui verranno stabiliti i criteri e le modalità per poter intraprendere la doppia carriera universitaria. Passeranno al vaglio aspetti fondamentali come la gestione dei corsi che si possono seguire, in particolare quelli con frequenza obbligatoria.Il sostegno della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) e il tour promozionale che ha attraversato dieci tra le principali città italiane sono gli step che hanno contribuito al successo del progetto legislativo “Doppia Laurea”. La Repubblica degli Stagisti ha approfondito con Alessandro Fusacchia l'importanza di questa legge per le prossime generazioni di studenti che potranno intraprendere il doppio percorso già a partire dal prossimo anno accademico. Quando ha preso forma questa proposta di legge? Ci lavoriamo dall’inizio della legislatura e ci avevano già lavorato anche nella precedente. Non era nuova l’intenzione di rimuovere questo divieto di contemporanea iscrizione a due corsi di laurea che risaliva al 1933. Nuova è stata – nell’ultimo paio di anni – la convergenza che si è creata tra tutte le forze politiche. C’erano più proposte di legge depositate, a prima firma di colleghe e colleghi di Pd, Lega, Movimento 5 Stelle e altri partiti. Anche il Cnel aveva presentato la sua! Come relatore ho avuto l’onere e l’onore di metterle insieme, studiare le differenze e i punti di convergenza e proporre un nuovo testo unico, su cui ci siamo poi confrontati e su cui sono stati presentati gli emendamenti prima di arrivare all’approvazione finale. È stato in questo modo che sono emersi alcuni dei passaggi più significativi della legge, come – ad esempio –quello sull’esenzione dal pagamento delle tasse universitarie per la seconda immatricolazione nei casi in cui l’esenzione sussista per la prima o la piena equiparazione dei conservatori di musica e delle accademie di belle arti. Qual è lo scopo primario di questo provvedimento? Cosa significa “Doppia laurea”? Prima di tutto significa libertà di scegliersi il proprio percorso. Di decidere quali studi fare, con quanto impegno, con quale velocità. Mescolando tra loro anche saperi molto diversi. Immagino che tanti ragazzi e ragazze sfrutteranno le possibilità date dalla nuova legge per fare un doppio percorso e prendere un doppio titolo in discipline affini. Ma non ho dubbi che ci sarà chi farà archeologia e design, chi giurisprudenza e ingegneria, chi storia e informatica. Doppia laurea non vuol dire solo la possibilità per i ragazzi che escono dalle scuole di iscriversi contestualmente al primo anno di due distinti corsi di laurea. Ci sarà pure chi ne comincerà una seconda mentre starà finendo la prima, chi farà insieme una laurea e un master o magari un dottorato e una seconda laurea. Nel secolo scorso esistevano le fabbriche e le catene di montaggio e la scuola era pensata per fare tutti gli operai uguali. In quel mondo lì anche l’università aveva un approccio ancora fordista per molti aspetti. Ti formava di più e meglio, ma anche per le professioni più qualificate finivi sempre in una “classe”: gli avvocati, i notai, gli architetti. Io credo che sarà sempre meno così. Sarai avvocato ma prima di tutto sarai un avvocato specializzato in qualcosa sempre più caratterizzante e che ti richiederà di sapere cose molto distanti dal diritto. In questo modo diventerai l’unico o l’unica al mondo con quel mix di saperi e in definitiva a saper fare quel lavoro. In un mondo in cui la tecnologia ha invaso le scienze sociali c’è certamente bisogno di rendere più osmotici e agili i singoli corsi di laurea, aprendoli a materie anche distanti. Ma resteranno sempre tante ricombinazioni di corsi diverse che non potranno essere riassunte in uno. La legge sulla doppia laurea vuole essere quel “più” in cui si trovano anche tutti i “meno”. In che modo questo provvedimento cambierà il mondo universitario? In tanti modi. Ci saranno università incentivate a rivedere la loro offerta formativa e la ministra Maria Cristina Messa sta dando un’indicazione chiara agli atenei sulle classi di laurea, perché vengano ripensate e diventino meno rigide. Le università potranno poi siglare accordi tra loro per organizzare percorsi doppi da offrire come “pacchetto” agli studenti. Non escludo che avremo anche un impatto positivo sui corsi di laurea umanistici: spaventerà di meno iscriversi a Filosofia o Lettere se ci si potrà iscrivere anche ad un altro corso che è conosciuto per offrire maggiori speranze di trovare lavoro una volta terminati gli studi. In tanti casi, inoltre, ci si iscriverà magari a due corsi per capire meglio quale dei due veramente si vuole perseguire. Questo potrebbe aiutare tantissimi ragazzi e ragazze a non buttare un anno o peggio ancora proprio l’università e capire invece cosa fare davvero riducendo il tasso di dispersione universitaria. La doppia laurea potrebbe così diventare uno strumento per aumentare in Italia anche il numero dei laureati. Dei laureati con una laurea sola, intendo!Quali sono i vantaggi di cui potranno godere gli studenti? Da mesi con un gruppo di parlamentari stiamo girando l’Italia. Siamo stati a Napoli, Milano, Pavia, Bologna, Catania, Lecce, Venezia, Cosenza, Cagliari e Torino. A metà maggio sarò a Isernia, spero poi Trieste e Gorizia dove ho studiato, e infine una grande tappa conclusiva alla Sapienza di Roma. Stiamo andando nelle università e nei conservatori. Quasi dappertutto abbiamo trovato l'entusiasmo degli studenti, anche se in molti sono preoccupati dei costi della doppia immatricolazione. Su questo hanno molta ragione, perché non possiamo pensare di aiutare soltanto chi sta sotto la soglia Isee e gode di esenzioni. Il ceto medio del nostro Paese si è impoverito. Io sono nipote di quattro contadini e figlio di due impiegati che negli anni Novanta hanno potuto farmi studiare, permettendo di emanciparmi e di diventare il primo laureato della mia famiglia. Oggi la situazione si è molto deteriorata e la doppia laurea deve essere un’opportunità per chiunque abbia capacità, volontà e dimostri l’impegno di volerla fare. Qualche resistenza l’abbiamo invece incontrata da parte di chi dovrà attuare la nuova legge, perché c’è oggettivamente una complessità da gestire. Ma dobbiamo occuparcene al meglio. Lo dobbiamo alle centinaia di ragazzi e ragazze che in questi mesi hanno scritto a me, alle mie colleghe e ai miei colleghi e al ministero, chiedendo che la proposta venisse approvata. È una modifica puntuale ad una disposizione di quasi novant'anni fa e uno potrebbe pensare che riguardi pochi studenti. Ma sono pronto a scommettere che tra qualche anno verificheremo in realtà il potere trasformativo che questa legge avrà avuto su tutto il sistema universitario e sulla vita di tantissimi giovani. Grazie a questa proposta di legge l’Italia si potrà allineare a tanti altri paesi europei in cui già da tempo è possibile iscriversi a due corsi di laurea contemporaneamente. Il suo provvedimento, inoltre, ha messo d’accordo l’intero panorama politico italiano. Secondo lei questo successo legislativo potrà segnare l’inizio di una nuova era per l’università italiana? Tengo tantissimo a questa legge, ma non è il mio provvedimento. Io ho fatto da relatore e adesso lo stiamo promuovendo in tanti parlamentari. Credo che la legge sulla doppia laurea imporrà ai nostri atenei di ragionare bene sulle nuove opportunità e di provare a coglierle. Come sempre qualcuno proverà a resistere, a negarne la portata, a pensare che non succederà nulla, a scommettere sul fallimento della misura. A ciascuno di loro dico solo che c’è chi sta già pensando a come attuarla al meglio, nell’interesse del proprio ateneo e dei propri studenti. Abbiamo dato a ogni cittadina e cittadino italiano un diritto soggettivo in più. Adesso se vogliamo davvero che qualcosa cambi, dobbiamo lavorare al nuovo gigantesco capitolo che si apre – collegato alla scelta universitaria ma non solo. Questo capitolo è l’orientamento e se affrontato bene può ridare a tutti fiducia nel nostro Paese, nella nostra capacità di definire di cosa abbiamo bisogno e nel creare le condizioni per soddisfarlo. Un capitolo sempre troppo dimenticato e rispetto al quale dobbiamo dirci chiaramente che non si tratta solo di fare più informazione nelle scuole sui corsi di laurea, che non è questione di moltiplicare gli Open Day, ma di progettare laboratori e attività e iniziative di ogni sorta che aiutino i ragazzi a capire chi sono prima ancora del mestiere con cui vorranno cimentarsi nella vita.Intervista di Benedetta Mura

“Oggi più opportunità che in qualunque altra epoca storica”: per il fondatore di Bip il futuro sta nei giovani e nel digitale

Nino Lo Bianco ha ottantadue anni. Bisogna scriverlo subito, come prima cosa, perché altrimenti è impossibile tenerlo a mente. Quando parla, quando discute, parla sempre al presente e al futuro: di quello che verrà piuttosto che di quel che è stato, di quel che vuole fare piuttosto di quel che ha fatto. Al suo attivo ha la creazione di due grandi società – Telos Management Consulting all'inizio degli anni Settanta, poi fusa con Deloitte; Bip all'inizio del Duemila – e nel cassetto una onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e un Ambrogino d’oro del Comune di Milano. E sopratutto uno spirito imprenditoriale che sembra tutto tranne che sopito: basti vedere l'ultima domanda di questa intervista, in cui la sua risposta è proiettata a quattro anni da oggi. L'anno scorso, in pieno Covid (forse proprio grazie alla cattività forzata dovuta al Covid) si è seduto alla scrivania e ha scritto un libro: “È il momento di osare – Here to dare” sottotitolo: “Riusciranno le aziende a sfruttare il potere del digitale?”, in cui ripercorre la storia di Bip (che da molti anni è una delle aziende virtuose del nostro RdS network), della professione della consulenza, ma sopratutto riflette sugli enormi cambiamenti che il digitale ha portato nella vita quotidiana, nel business e nell'economia di tutto il mondo. La Repubblica degli Stagisti lo ha intervistato per chiedergli la sua visione rispetto al futuro prossimo e alle opportunità per i giovani. Come andranno i prossimi mesi? Le imprese italiane ricominceranno ad assumere, o resteranno nella posizione che lei spesso nel libro definisce “attendista”? L’attendismo è finito con l’allentamento della pandemia e già si vedono degli importanti sintomi di ripresa. Con una impostazione nuova: fra i tanti danni che possiamo ascrivere al Covid c’è il fatto positivo di un cambiamento epocale. Abbiamo usato tutti molto più digitale di quanto ne usassimo prima; ci ha reso ubiqui, poliglotti, ci ha messo in condizione non solo di comunicare ma anche di lavorare. Essere passati da 600mila lavoratori che, dopo trent'anni di lotte sindacali, erano autorizzati a fare lo smart working, a otto milioni in due settimane ha creato uno sconquasso anche psicologico, ma che adesso è rimasto. C'è una ripresa della fiducia?Lo stiamo vedendo sui clienti [di Bip, ndr] e su nuove iniziative. A fronte di settori che accentueranno la loro crisi, ce ne sono molti altri che sono in fase invece di fortissimo lancio.Il sistema scolastico italiano è secondo lei troppo poco orientato alle nuove tecnologie: pochi giovani scelgono di studiare materie Stem, e in particolare ingegneria. Come si risolve questo handicap italiano? Come, usando le sue parole, si “rigenera la scuola”?Prima ancora della scuola bisogna intervenire spiegando ai genitori che la vita non è fatta solo di ingegneri e medici, ma ci sono gli istituti tecnici che non hanno in questo momento la considerazione e il ruolo che dovrebbero avere; ci mancano una serie di professionalità di tipo manuale e tecnico che devono essere potenziate. Per chi va scuola bisogna intervenire sui docenti: oggi noi abbiamo programmi in larga misura superati, sappiamo tutto sui fenici e sui greci ma non sappiamo quasi nulla di quel che sta succedendo in Silicon Valley o di quali sono i ritrovati del digitale diffuso. E questo è un problema. Che rimangano indietro o che siano bisognosi di formazione i 40-50enni si può capire, ma se i neolaureati si preparano su programmi dello scorso secolo vuol dire c'è qualcosa che non funziona. Io mi sono laureato nel 1961 in Legge, ho fatto tre esami di Diritto romano, Storia del diritto romano e Istituzioni di diritto romano. Mia nipote che sta facendo legge alla Statale oggi fa gli stessi tre esami. C’è qualcosa che non va: oggi bisognerebbe studiare e capire perché non funzionano i tribunali, perché non funzionano le conservatorie dei registri, perché non è avvenuta l'automazione degli archivi.La rivoluzione digitale per il tessuto aziendale tradizionale comporta anche chiusure e ridimensionamenti, dunque perdita di posti di lavoro. Questi posti persi vengono davvero rimpiazzati da posti in aziende nuove, più orientate al digitale? E in quelle vecchie che non chiudono, le nuove “protesi” possono davvero pesare, a livello occupazionale, quanto le necessarie “amputazioni”?Non per ottimismo acritico, ma seguendo la storia ho gli esempi che ogni innovazione ha comportato più attività di quella che ha lasciato in passato. Prenda l'esempio delle carrozze: quando l'uomo andava a cavallo c’erano fior di artigiani che facevano bellissime carrozze, oggi nessuno usa più le carrozze, a parte la regina d'Inghilterra e qualche turista a Central Park a NY. Se qualcuno le producesse, anche se le facesse benissimo, nessuno le comprerebbe – e fallirebbe. Ma le carrozze sono state sostituite dalle automobili. Quanta occupazione ha creato l'automobile rispetto a chi faceva le selle e i finimenti per i cavalli? Oggi noi siamo di fronte a un salto nella storia. Si passa dalla preistoria che arriva all’anno 2000 alla storia che comincia proprio nel 2000. Il digitale sta creando opportunità ogni giorno di più. E' chiaro che stanno entrando in crisi altri tipi di organizzazioni, ma il saldo alla fine sarà certamente e di gran lunga positivo. Il mio è un ottimismo misurato. Nessuno prima pensava alla sicurezza informatica; noi nel giro di sei anni in Bip abbiamo creato una struttura di 220 persone dedicata alla cybersecurity, 220 professionisti che si occupano di mettere in sicurezza in tutto il mondo le plant dei produttori di energia. E questo è solo un esempio: vi è una quantità di lavori  impensabili prima, e che stiamo scoprendo giorno per giorno.Più volte nel libro lei sottolinea, con rammarico, che l’Italia è un paese di retroguardia rispetto all’innovazione e al digitale, in una posizione “subalterna”. I giovani che oggi hanno vent’anni dovrebbero dunque guardare all’estero? Andare a fare esperienza, magari per qualche anno, nei Paesi più all’avanguardia?Non necessariamente. Oggi il know-how è disponibile ovunque; non bisogna andare necessariamente in California per seguire i programmi e i progetti della Singolarity University, puoi seguirteli da casa a Milano, o in Valtellina, o nel profondo Sud. Non è questo il problema. E' avere la testa e la voglia di provarsi. Noi abbiamo un grande gap imprenditivo in questo momento nel digitale. Questa è la preoccupazione che mi angoscia di più. Gli uomini più ricchi al mondo non avevano un dollaro trent'anni fa. Ma gli “unicorni” sono quasi tutti americani e asiatici: in Europa sono pochissimi. Siamo in qualche modo passivi, usiamo moltissimo i device ma in maniera edonistica. Ci scambiamo messaggini, fotografie del cane, nella migliore delle ipotesi.Bisognerebbe invece sfruttare questi spunti per usare il digitale, come accade in altri Paesi, in maniera imprenditoriale?Bisogna affittare un garage, senza un garage pare che nessuno possa andare da nessuna parte; andare lì dentro con un computer, essere in due – perché pare che sia anche obbligatorio anche essere in due! – e tirare fuori un'app che valga qualche decina di milioni. Io dico sempre ai nuovi colleghi: voi non diventerete mai ricchi con la nostra professione. Benestanti, certamente; ma ricchi, difficilmente. Se volete diventare ricchi affittate il garage... e inventate l'app!Il tema della lontananza fisica che impatto ha e avrà sul mondo del lavoro? Va bene l’ubiquità, ma per lavorare bene insieme non c’è bisogno di toccarsi, qualche volta? Per i giovanissimi che entrano nel mondo del lavoro proprio in questo periodo, non poter fare esperienza “di persona” non rischia di essere una criticità?Tutti abbiamo perso qualche cosa in questo anno – e i giovani di più. Ma se facciamo il saldo tra cosa ci ha tolto la reclusione e cosa ci ha insegnato – e quindi la fantasia, la spinta per trovare modalità per entrare in contatto, che è diventato un patrimonio acquisito che non perderemo con la ripresa del lavoro in presenza – io credo che alla fine per tutti noi sarà stato un bagno positivo. Ormai stiamo ricominciando a lavorare, ed è per tutti acquisito il fatto che  lo smart working non è più un lusso o una cosa da sperimentare. Io non sono preoccupato tanto per i giovani, tutti quelli che noi abbiamo inserito hanno continuato a lavorare senza abbassare la produttività: per noi è stato un test di realtà eccezionale e l'abbiamo anche spinto sui nostri clienti. E' finito il tabù del “timbrare in cartellino”. Il problema vero sono le persone di mezza età, che possono reagire in due modi: primo, incuriosirsi, rimettersi in discussione, accettare la sfida e darsi da fare; oppure abbattersi definitivamente. In Italia abbiamo un'altissima presenza di analfabeti funzionali, più di quanto noi pensiamo. La sua preoccupazione dunque non sta sui giovani. I giovani si stanno adattando perché sono nati digitali. Bip per esempio sta crescendo molto, e con moltissimi giovani: abbiamo la popolazione più giovane di tutte le società di consulenza in Italia. Perché? Perché noi siamo nati nel 2003, che può sembrare una grande sfortuna: gli altri hanno la tradizione, il brand, il marchio, la storia, i 150-160 anni di vita precedente. Ma noi siamo nati digitali! Quindi il vantaggio è di avere persone che pensano e ragionano e vivono avendo acquisito abitudini, cultura, e strumentazioni che gli altri fanno un po’ fatica ad adottare. E’ strano che glielo dica io, alla mia età, ma secondo me oggi il problema è proprio dai cinquantenni in su.Lei si ritiene molto fortunato per le stagioni che ha vissuto, le cose che ha potuto realizzare nella sua carriera professionale, non ultima la creazione di Bip diciotto anni fa. I giovani di oggi avranno le stesse opportunità? Sinceramente, farebbe a cambio con un ventenne?La mia risposta è sempre sì: non perché io sia un ottimista inveterato, ma perché ogni epoca ha avuto delle opportunità. Oggi ci sono più opportunità di qualunque altra epoca storica. Ci si può muovere con pochissimo, ci si può non muovere e visitare ogni giorno un Paese diverso; si può fare networking con persone sconosciute. Oggi le opportunità si sono esponenzialmente moltiplicate: ma non bisogna avere paura, chiudersi in se stessi. Io ho avuto una grande fortuna: non ho mai pensato di lavorare per qualcuno, sono sempre stato indipendente, ho pensato che dovevo trovare la mia strada. E’ il paio di occhiali che ti metti e con cui guardi la realtà che fa la differenza.Se dovesse dire a un ventenne di oggi “You’ve got to dare”, che cosa in particolare suggerirebbe di osare?La base per osare è sviluppare la propria curiosità e andare alla ricerca dello spazio in cui si pensa di potersi realizzare in maniera compiuta. Essere informati. Leggere molto sulle aree che si stanno aprendo. Sulla base di queste curiosità cercare di capire cosa si vuole nella vita. Ogni giovane dovrebbe chiedersi: cosa voglio? Reddito? Ricchezza? Reputazione sociale? Potere? Capire quali sono i suoi driver e cercare di realizzare le cose che sono più in linea con i suoi driver.Qual era il suo, di driver?Io non sono andato a lavorare per McKinsey, o per aziende americane; ho un pensiero indipendente, non volevo essere “americano con il k” negli anni Sessanta. Ho creato prima la Telos e poi Bip: non è stata una passeggiata. Però oggi con Bip siamo quarantesimi al mondo, e nel giro di quattro anni potemmo riuscire ad arrivare tra i primi quindici-venti, superare di miliardo di fatturato, raddoppiare il numero dei nostri colleghi in giro per il mondo. Questo è il mio tipo di driver: indipendenza con successo.intervista di Eleonora Voltolina