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L'Academy di Spindox sbarca a Cagliari, opportunità per i giovani sardi

La prima notizia è che Spindox, una delle società di consulenza informatica più dinamiche in Italia, nei mesi scorsi ha aperto un ufficio a Cagliari, nel quale già lavora una ventina di persone. Portando occupazione di qualità in una regione, la Sardegna, che solitamente per la sua “insularità” viene scartata dalle ipotesi di investimento delle grandi aziende – col risultato che i giovani sardi, specie i neolaureati, per trovare lavoro devono spostarsi “nel continente”. «La Sardegna ha bisogno di aziende che investano; ma offre anche, a livello di competenze, profili interessanti, perfettamente in target rispetto alla nostra realtà» spiega Nadia Mabrouk, responsabile recruiting di Spindox. Papà egiziano e mamma italiana, classe 1986, laureata nel 2010 in Scienze della comunicazione con indirizzo comunicazione digitale e scientifica, Mabrouk ha cominciato la sua carriera nel gruppo Adecco, in una società di consulenza informatica, ed è passata in Spindox poco più di un anno fa. «L'università di Cagliari offre dei corsi molto strutturati, che abbiamo trovato attinenti alle nostre esigenze, e di buona qualità» prosegue Mabrouk: «E poi aprire a Cagliari apre anche alla prospettiva che un domani i nostri colleghi sardi che a oggi lavorano su altre sedi Spindox in Italia possano, se farà loro piacere, avere la possibilità di tornare a vivere e lavorare nella loro regione». La Regione Sardegna offre anche alcuni incentivi alle aziende che si insediano sul suo territorio, «il che sicuramente non fa male!»La seconda notizia è che Spindox da un paio d’anni ha costruito un percorso formativo ad hoc per i giovani che vuole assumere: si chiama Academy. La terza notizia è che, per la prima volta quest’anno, una edizione della Spindox Academy si svolgerà proprio in Sardegna, coinvolgendo principalmente laureandi e neolaureati della facoltà di Informatica dell’università di Cagliari.La prima edizione dell’Academy ha avuto luogo nel 2017, a Milano, coinvolgendo dieci persone. Le Academy adesso vengono organizzate più volte l’anno, in base alle esigenze aziendali; in tutto finora ne sono state fatte cinque - tre a Milano, due a Roma - a cui si aggiungono le due che partiranno a settembre 2019, una a Roma e una a Cagliari. Alle edizioni già avvenute hanno partecipato una cinquantina di giovani, con un 10% di rappresentanza femminile.La particolarità è che, quantomeno finora, la modalità di inserimento degli allievi delle Academy è sempre stata quella direttamente con contratto di apprendistato (a seconda delle edizioni, o in collaborazione APL oppure assunzione diretta): dunque si impara, sì, ma entrando da subito con la qualifica di dipendente.Il candidato ideale all’Academy di Spindox è un giovane appassionato di materie tecnico-scientifiche, preferibilmente neolaureato e under 30, appunto perché il percorso prevede una assunzione con contratto di apprendistato: ma l’azienda non è eccessivamente rigida, e se si imbatte in talenti che hanno acquisito competenze paragonabili a una laurea Stem attraverso altri percorsi, oppure che hanno superato i trent’anni, trova il modo di inquadrarli: «Abbiamo avuto un caso di un ultratrenne che abbiamo inserito in Academy con una modalità diversa dall'apprendistato»  conferma Vittoria Spina, 33 anni; entrata in Spindox cinque anni fa tramite uno stage, oggi ricopre il ruolo di referente progetti Academy all’interno dell’ufficio HR.Spina ha seguito passo per passo la genesi del progetto Academy: «La prima edizione, nell’autunno del 2017»  ricorda «l’abbiamo realizzata un po’ come una prova, cercando un modo per essere più competitivi sul mercato e avere un maggior numero di persone junior da inserire sui progetti».La “prova” è andata più che bene: il numero di Academy è cresciuto negli anni e rappresenta oggi un vero e proprio vivaio per le nuove assunzioni di profili junior in Spindox. L’Academy viene offerta gratuitamente, senza fee da pagare da parte dei partecipanti: la formazione è totalmente a carico dell’azienda. «La caratteristica principale dell’Academy è di avere quattro/sei settimane di formazione iniziale full time su una tematica specifica, e questo ci permette di colmare il gap tra formazione accademica e realtà lavorativa». La tipologia di percorso è simile ma la tematica specifica cambia da Academy ad Academy: «Per esempio, all'interno dell'ambito dello sviluppo abbiamo lo sviluppo Java e in particolare microservizi; oppure il tema dell'integrazione dei sistemi, utilizzando prodotti come webMethods piuttosto che Tibco» spiega Nadia Mabrouk.I docenti sono solitamente dipendenti senior di Spindox, oppure esperti esterni individuati dal team formazione di Spindox o in collaborazione con APL. Ogni edizione coinvolge una decina di persone: «Come bacino ci rivolgiamo alle università, quindi per farci conoscere utilizziamo workshop all'interno degli atenei e career day, che sono sicuramente delle occasioni per entrare direttamente in contatto con laureandi e neolaureati, raccontare loro che cosa facciamo». Le lauree più “adatte” per entrare nell’Academy sono quelle in informatica e ingegneria informatica, ma vanno bene anche fisica e matematica: oggi in Spindox «abbiamo colleghi laureati in biochimica» aggiunge Nadia Mabrouk «che avevano magari studiato all’università concetti legati alla programmazione ad oggetti: siamo abbastanza flessibili, valutiamo la preparazione del singolo candidato» al di là delle etichette.Un punto focale per Spindox che sia Nadia Mabrouk sia Vittoria Spina sottolineano spesso è che l’Academy ha l’obiettivo di offrire ai partecipanti dell’Academy un «percorso di inserimento in azienda graduale», in modo che «lo stacco dalla realtà accademica alla realtà lavorativa» risulti meno traumatico; c’è un «vantaggio a non essere “presi e buttati in azienda” subito con un contratto a tempo indeterminato» riflette Mabrouk «anche con un certo tipo di aspettative. Il grande valore aggiunto dell’Academy è che permette alle persone di essere prima formate rispetto a un determinato ruolo e determinata tematica: certo, sono stati preparati da un punto di vista accademico, ma sappiamo tutti che ad oggi  la formazione accademica non è completamente esaustiva rispetto al mercato del lavoro. E poi essere coinvolti all'interno di un gruppo di ragazzi coetanei con percorsi similari crea anche engagement».Per ogni Academy arrivano una cinquantina di candidature. «A livello di recruiting, il progetto dell’Academy è quello attraverso cui riusciamo a ottenere il maggior grado di eterogeneità dei candidati, anche per quanto riguarda le “quote rosa”: abbiamo la possibilità di poter coinvolgere più ragazze. Le Academy realizzate a Milano Spindox prevedono un primo mese in aula, presso gli uffici di Milano, e poi altri due mesi con una formazione on the job a Milano o Maranello, a seconda della destinazione finale concordata in fase di selezione. Le selezioni per l’Academy di Cagliari si sono aperte a giugno e Spindox ha già ricevuto molti cv, arrivando quasi a completare la classe. I posti a disposizione in totale in questo caso sono otto, e c’è ancora tempo per qualche inserimento dell’ultimo minuto. 

Aeroporto Venezia, usavano gli stagisti come dipendenti: Save condannata a pagare 77mila euro di contributi

Usavano stagisti come lavoratori dipendenti. Per questo motivo la sezione Lavoro della corte d'appello di Venezia presieduta da Gianluca Alessio ha condannato Save, la società che gestisce gli aeroporti di Treviso e Venezia – e che detiene una partecipazione rilevante anche in quello belga di Charleroi – al pagamento dei contributi Inps non versati nei confronti di cinquantacinque ragazzi. I giovani sono stati impiegati per periodi di durata variabile tra i mesi di giugno e novembre 2011 nell'aeroporto Marco Polo con la mansione di floor walker, figura con il compito di fornire supporto ai passeggeri instradandoli verso il check-in. La Repubblica degli Stagisti si era già occupata del caso nel 2012. Secondo la sentenza emessa il primo agosto i giovani, studenti degli istituti per il turismo del territorio, furono impiegati in mansioni che avrebbero richiesto l'assunzione di lavoratori dipendenti. Un fatto ancor più rilevante perché all'epoca nella compagine societaria di Save figuravano enti pubblici come il Comune di Venezia e la Provincia di Venezia. La necessità di rimpolpare l'organico del Marco Polo sorse in concomitanza dei lavori di ristrutturazione dello scalo trevigiano, utilizzato anche da Ryan Air e chiuso per qualche mese per il rifacimento di pista e impianto di illuminazione. Numerosi voli furono, quindi, dirottati su Tessera. Sarebbe stato proprio l'improvviso aumento dei volumi di traffico a suggerire ai dirigenti il ricorso a personale extra. Inquadrato, però, giocando al ribasso, con l'utilizzo inappropriato dello stage. «Turni da otto ore a fronte di un rimborso spese di 100 euro mensili» denunciava l'allora segretario Filt-Cgil Venezia Umberto Tronchin. Fu lui a far presente all'azienda l'anomalia dello strumento scelto e a chiamare in causa l'Ispettorato del Lavoro. Erano gli anni precedenti la normativa a tutela degli stagisti, che prescrive che l'indennità minima percepita debba essere parametrata sulle tabelle regionali.Nel 2016 il primo grado si era risolto con la vittoria di Save, che era riuscita a dimostrare la bontà delle proprie ragioni sottolineando la distinzione tra le mansioni svolte dagli stagisti e quelle del personale normalmente operante. Argomentazioni che non hanno convinto i magistrati di seconda istanza i quali, chiamati a decidere sul ricorso proposto dall'avvocato dell'Inps Aldo Tagliente, hanno ribaltato il verdetto. Varie le contestazioni mosse dall'Istituto. Vediamole nel dettaglio.Sotto accusa, innanzitutto, la durata ridotta della formazione erogata (condensata in due giorni, e affidata per buona parte agli stagisti più "anziani"). Poco o nulla sarebbe stato insegnato riguardo al check-in vero e proprio, attività complessa che avrebbe richiesto settimane di corso per essere padroneggiata. In secondo luogo, sotto la lente di ingrandimento sono finite la difformità delle mansioni svolte rispetto al piano formativo concordato e l'ampia autonomia gestionale dei ragazzi.A completare il quadro tratteggiato dall'ente, le reprimende verbali nei confronti di chi si assentava per qualche giorno. Insomma, scrive l'INPS nel testo del ricorso accolto dalla Corte, la reale esigenza degli stage risiedeva  "nella necessità di soddisfare picchi di lavoro con personale non retribuito" e non nella volontà di avviare un progetto formativo.A otto anni dai fatti – impossibile non sottolineare i tempi biblici della giustizia –  il dispositivo della sentenza di secondo grado impone di pagare i contributi previdenziali non versati, calcolati in 76.525 euro totali.«L'Inps ha perseverato nell'azione per gli aspetti di sua competenza, e questo non può che far piacere» ha commentato alla Repubblica degli Stagisti Tronchin, che nel frattempo non fa più il sindacalista ma continua a sentire la vittoria come sua: «A volte le persone hanno dei diritti di cui non sono a conoscenza, e spetta a chi dovrebbe tutelarli vigilare, come è effettivamente accaduto in questo caso. Ma il valore della sentenza non è tanto nei contributi previdenziali recuperati, quanto nel fatto che questi e tanti altri ragazzi potranno imparare che non bisogna rassegnarsi a essere sfruttati». Non è dato sapere se Save verserà direttamente l'importo o proporrà ricorso in Cassazione. Un'eventuale pronuncia della Suprema Corte riguarderebbe, comunque, solo la legittimità, e non il merito, della sentenza. La società non ha replicato alle richieste di contatto da parte della Repubblica degli Stagisti. Poche, invece, le speranze di vedere riconosciute eventuali differenze retributive o, addirittura, di ottenere un'assunzione "riparatrice" per chi non ha avviato una causa civile ai tempi: in questo caso potrebbe essere intervenuta la prescrizione.   Antonio Piemontese

Colloquio in Dedagroup, istruzioni per l'uso

Dedagroup è una società di consulenza specializzata in Information Technology che occupa in Italia oltre 1500 persone; l'headquarter si trova a Trento e altri uffici a Bolzano, a Roma e poi in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Sicilia, Campania e Calabria. Come ci si candida per entrare a farne parte? La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto a Silvia Caserta, in Dedagroup da tre anni e oggi addetta al recruiting & employer branding nonché HR Business Partner una divisione del gruppo. Classe 1989, laureata in Sociologia, all'attivo un Erasmus in Olanda ai tempi dell'università, di sé Caserta dice di essere una “inguaribile curiosa, appassionata di viaggi e amante del buon vino rosso”; ex pallavolista, anche se “sono passati alcuni anni dalle ultime partite, anche in campo lavorativo porto con me l'energia e la voglia di vincere in squadra”. Quali sono i profili che ricercate maggiormente? Sicuramente profili tecnico informatici con conoscenze base di programmazione, ma anche laureati in ingegneria gestionale ed economia per un percorso più consulenziale e legato a competenze di analisi funzionale.Come funziona in generale il vostro iter di selezione?Se in linea con la posizione ricercata, i candidati vengono contattati da un riferimento della direzione Risorse Umane per l'attivazione di un iter di selezione all'interno del quale vengono realizzati colloqui tecnici e attitudinali; l'obiettivo della nostra selezione è quello di valutare competenze, capacità e motivazione. L'inserimento di figure junior avviene con la realizzazione della Dedagroup Digital Academy, un percorso di formazione che mira a costruire le professioni digitali del futuro, sviluppando nuove competenze e nuove professionalità. Si tratta di un percorso di stage di sei mesi suddiviso in attività d’aula e in attività pratica erogata in modalità ‘training on the job’ all’interno delle diverse società / business unit di Dedagroup. Quest’ultima permette ai partecipanti di sperimentare la realtà lavorativa interagendo con i colleghi nel loro quotidiano e acquisendo le competenze di base e il contesto organizzativo di riferimento. Se l'esperienza di stage è positiva per entrambe le parti, si procede solitamente al mantenimento del rapporto professionale tramite un contratto di apprendistato.Cv: formato standard “europass” o personalizzati?Apprezziamo la creatività e l’originalità, quindi i cv personalizzati sono sempre ben accetti…naturalmente nei limiti della ‘fantasia’.  Com'è organizzato il vostro ufficio HR per la parte recruiting? All’interno della Direzione Risorse Umane c’è una persona focal point per il processo di recruiting, ma tutte le colleghe HR Business Partner sono coinvolte nei colloqui e nella selezione per la Business Unit che seguono. Ci avvaliamo in parte delle società di selezione, chiedendo supporto principalmente per profili o piazze di più difficile ricerca. La maggior parte della ricerca & selezione avviene internamente, con l’obiettivo di portare al processo competenze e cultura ‘Dedagroup’. Come avviene il primo colloquio? Il colloquio è sempre individuale – attualmente non svolgiamo assessment di gruppo – e il primo è tendenzialmente di natura HR; dura almeno un’ora mira ad una valutazione attitudinale e motivazionale, con domande che ricoprono la sfera delle abilità relazionali, realizzative e cognitive. Quanti colloqui in totale di solito deve sostenere un candidato per arrivare alla meta? I colloqui sono minimo due, uno per la parte HR e uno per la parte ‘tecnica’ che viene sostenuto dal manager che accoglierà la risorsa in Team. Per le figure più complesse è possibile ricorrere ad un ulteriore step. Se la posizione lo richiede, alcuni colloqui vengono svolti anche in lingua inglese.Apprezzate le autocandidature oppure preferite che ci si candidi solamente ai vostri annunci? Entrambi. Sicuramente la candidatura diretta aiuta a gestire meglio la posizione aperta, mentre l’autocandidatura è importante per quei candidati che non trovano posizioni aperte in linea con le loro competenze ma che si ritrovano in linea con l’azienda e i suoi valori raccontati principalmente attraverso il sito. Le autocandidature vanno ad arricchire il nostro database e potrebbero tornare utili in futuro. Usate i canali dei social network per entrare in contatto con giovani? Utilizziamo Linkedin come social network per la selezione, ma entriamo in contatto con i nostri potenziali candidati anche tramite Instagram, condividendo post ed eventi – come i Career day – attraverso i quali potremmo incontrarci. Abbiamo poi una pagina ‘Carriere’ grazie alla quale raccogliamo e dirottiamo tutte le candidature. Anche i cv arrivati tramite posta elettronica sono presi in considerazione e son meglio apprezzati se nel corpo dell’email vi è anche una presentazione e introduzione alla candidatura.Ricercate profili tecnico scientifici? Ricerchiamo e accettiamo cv di provenienza tecnico/scientifica come il diploma di perito informatico o quello conseguito in un ITIS. Apprezziamo naturalmente le candidature al femminile: dovrebbero essere di più!Vi sono delle competenze che ricercate nei candidati ma che faticate a trovare? Purtroppo, ad oggi vi è uno squilibrio tra domanda e offerta di profili informatici. La domanda delle aziende supera di gran lunga l’offerta di chi possiede competenze tecniche legate alla programmazione, e l’effetto di ‘Skill Shortage’ genera una vera e propria…’guerra’ per i talenti.Qual è l'errore che non vorreste mai veder fare a un candidato durante un colloquio?Direi la mancanza di coerenza, che potrebbe essere un segnale di poca sincerità. Uno dei nostri valori è appunto la ‘trasparenza’…Quando chiamate qualcuno a colloquio, poi date un riscontro in ogni caso? Cerchiamo sempre di dare un feedback: telefonico se positivo e di conferma, via mail se negativo. Le tempistiche dipendono dal ‘time to fill’ rispetto alla posizione, tendenzialmente diamo un riscontro massimo entro un mese.Ci sono differenze tra l'iter di selezione e le modalità di colloquio per selezionare uno stagista e l'iter per selezionare invece una persona da inserire direttamente con contratto?Non ci sono grandi differenze se non la consapevolezza che si tratta di profili junior appena usciti dall’università. Il colloquio verterà quindi maggiormente su aspettative, motivazioni e potenziale, meno sulla parte esperienziale.

Lavoro stagionale, opportunità o sfruttamento?

La Repubblica degli Stagisti compie in questo mese di agosto un viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre.La stagione estiva è in pieno svolgimento e con essa i cosiddetti “lavoretti” estivi. Camerieri, baristi, bagnini e gelatai: queste alcune delle professioni più richieste, soprattutto nelle località turistiche costiere. Secondo un’elaborazione condotta da Repubblica degli Stagisti su dati Excelsior, questa estate i lavoratori stagionali impiegati nel settore turistico, con un contratto di lavoro stagionale, sono circa 40mila. Una stima che emerge considerando le assunzioni totali previste da parte delle imprese italiane per il terzo trimestre del 2019, quelle del settore turistico e l’incremento dei contratti a tempo determinato nel medesimo periodo. Il lavoro stagionale è utilizzato dalle imprese che, in vista dell’aumento dell’attività in particolari periodi dell’anno, decidono di assumere nuovo personale facendo ricorso a contratti stagionali. Così liceali, universitari e neo laureati, ma anche persone più avanti con gli anni, per guadagnare un po’ di soldi, si rimboccano le maniche e “vanno a fare la stagione”.Ma come sono disciplinate in Italia queste occupazioni? Cosa prevedono i contratti stagionali di lavoro? Sono una forma di sfruttamento o un’opportunità per i più giovani?Il lavoro stagionale «è un particolare tipo di occupazione a tempo determinato caratterizzata per la stagionalità delle prestazioni svolte», spiega alla Repubblica degli Stagisti Roberto Maurelli, 34 anni, avvocato specializzato in diritto del lavoro: per inquadrarlo bisogna fare riferimento a due testi normativi, il decreto presidenziale 1525/1963 e il decreto legislativo 81/2015.«Il decreto del 1963» prosegue Maurelli «elenca le attività stagionali e il decreto legislativo, in relazione a queste, prevede alcune peculiarità rispetto alla disciplina “generale” del contratto a tempo determinato» rendendo così il contratto di lavoro stagionale più elastico e con meno vincoli.«Queste peculiarità fanno sì che il contratto stagionale non sia sottoposto al limite di durata massima di 24 mesi» aggiunge Carla Capriotti, 54 anni, presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro di Ascoli Piceno, provincia nota per il turismo estivo che, secondo i dati dell’Osservatorio Turismo della Regione Marche, nel quinquennio 2013-2017, ha registrato una media di 1.300.000 presenze turistiche solo nel trimestre giugno, luglio, agosto, nelle località balneari della provincia.«A questo contratto» prosegue Capriotti «non si applicano nemmeno le prescrizioni relative allo stop and go, ossia l'obbligo di rispettare, ai fini del rinnovo, gli intervalli di tempo minimo tra un contratto e un altro». Inoltre, aggiunge la consulente, «il contratto stagionale non prevede il regime delle causali». Questo significa che può essere rinnovato senza che siano giustificate determinate esigenze connesse all’attività.«Il contratto stagionale» chiarisce Carla Capriotti «è anche escluso dai limiti quantitativi del 20% rispetto alla forza lavoro impiegata con contratto a tempo indeterminato». Ciò implica che per le imprese non c’è un limite massimo di lavoratori stagionali assumibili. Questi, infine, hanno diritto di precedenza rispetto a nuove assunzioni a tempo determinato da parte dello stesso datore per le stesse attività stagionali.Secondo Roberto Maurelli non si può parlare di lavoro sottopagato o sotto tutelato perché «il decreto legislativo del 2015» che si applica anche ai lavoratori stagionali «stabilisce che al lavoratore a tempo determinato spetti lo stesso trattamento economico e normativo applicato nell’impresa ai lavoratori con contratto a tempo indeterminato». Dello stesso avviso è Carla Capriotti che, definendo il contratto stagionale «un buon contratto», evidenzia come questo possa essere «un’opportunità per i giovani che studiano e cercano di rendersi autonomi, ma anche per tutti quei lavoratori che non riescono a trovare una stabile occupazione».A tal proposito Roberto Maurelli ricorda che «la normativa riguarda persone di tutte le età, in quanto nessuna norma impone che il prestatore di attività stagionale debba essere “giovane”».«In ogni caso» aggiunge l’avvocato «la ratio della normativa del lavoro stagionale non è quella di offrire un’opportunità ai giovani, bensì quella di rendere più flessibile la disciplina del contratto a termine, laddove incompatibile con le caratteristiche delle attività stagionali». Infatti tale disciplina è stata concepita per favorire «alcune attività che altrimenti non potrebbero essere svolte e non i lavoratori» illustra Maurelli spiegando che «è comunque idonea a tutelarli».Non bisogna però limitarsi a quanto scritto nelle norme di riferimento. Secondo entrambi i professionisti ci sono delle considerazioni ulteriori da fare che evidenziano alcune criticità. «La verità è che per alcuni lavori stagionali, tipicamente quelli estivi di bagnino, cameriere o barista, i datori di lavoro non ricorrono a questa forma contrattuale, ma ne preferiscono altre, come i contratti a chiamata» sottolinea Maurelli «che consentono di impiegare il lavoratore non per l’intera “stagione”, ma solo per quei giorni in cui la prestazione viene ritenuta proficuamente utilizzabile, ad esempio quando è bel tempo o nei fine settimana». Si tratta di una scelta legittima «anche se, ovviamente, comporta una riduzione della retribuzione percepita dal dipendente».Il fenomeno che, invece, andrebbe contrastato è quello dell’utilizzo fraudolento di queste forme contrattuali, come ad esempio «le prestazioni occasionali che vengono rese oltre i limiti massimi consentiti e che, in realtà, mascherano rapporti continuativi» spiega Maurelli.Una pratica che nasconde illeciti e abusi, spesso subiti dai giovani disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di avere un’occupazione. Anche sulle attività stagionali, infatti, si abbatte la piaga del lavoro in nero, come testimoniato da alcuni giovani. «Dai 14 ai 19 anni ho lavorato come barista stagionale e sono sempre stato pagato in nero: mi facevano addirittura prendere da solo i soldi dalla cassa» racconta alla Repubblica degli Stagisti Emanuele, 22 anni: «Ero consapevole del comportamento scorretto dei miei titolari, ma non mi sono mai lamentato per paura di essere mandato via».Il problema, precisa l’avvocato, «non può essere risolto rimettendosi esclusivamente all’iniziativa del singolo di tutelare i suoi diritti in giudizio, ma potenziando le verifiche ispettive degli enti competenti e la conseguente attività repressiva degli illeciti». Dall’azione di controllo svolta nel 2018 dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro risulta che il settore “attività dei servizi di alloggio e ristorazione” ha il più alto indice di dipendenti irregolari (15.621 accertati in 18.689 controlli). L’Ispettorato rileva anche che in questo settore, al secondo posto per le irregolarità nelle fattispecie contrattuali flessibili, nel 54% degli accertamenti sono stati trovati lavoratori in nero: oltre 10mila sono i dipendenti senza contratto. Considerando che nel campo in esame sono compresi alloggi, ristoranti, bar e gelaterie, ovvero i luoghi dove per i ragazzi è più facile trovare il “lavoretto” stagionale, non è difficile trarre le conclusioni.Per fortuna però, c’è chi come Gioia, diciannovenne neodiplomata all’istituto tecnico per il turismo, ha avuto la possibilità di lavorare in regola, con tutte le dovute garanzie e tutele. «Quest’anno sono stata assunta, con regolare contratto, come cameriera in un hotel» racconta la ragazza alla Repubblica degli Stagisti: «Sono entrata in contatto con i miei datori di lavoro tramite amici in comune. Per essere la mia prima esperienza come stagionale mi ritengo molto fortunata perché percepisco 900 euro lordi per lavorare 8 ore al giorno. Anzi, delle volte anche meno perché i miei titolari, se non c’è molto da fare, mi fanno andare via prima. Il contratto scadrà a fine mese, ma spero proprio che me lo rinnovino: è piacevole lavorare qui».

Campus Party, da oggi a Milano l'evento “in tenda” dedicato ai giovani appassionati di innovazione

Campus Party è un evento dedicato ai giovani e alla tecnologia. Esiste da più di vent’anni (dalla prima edizione, a Malaga nel 1997, deriva anche il nomignolo utilizzato per definire i partecipanti: “campuseros”, alla spagnola), ha toccato Brasile, Colombia, El Salvador, Messico, Ecuador, Cile, Stati Uniti, Germania e dal 2017 ha anche una tappa italiana. L’edizione 2019 comincia proprio oggi, mercoledì 24 luglio, a Milano, con Sir Tim Berners-Lee – nientepopodimeno che l’inventore del World Wide Web – come Keynote speaker; la particolarità dell’evento è che è organizzato come un campeggio, con tende pronte a ospitare migliaia di giovani e un programma densissimo di speaker e attività “H24”. Allestito quest’anno nei padiglioni di Fiera Milano Rho, il Campus Party 2019 mette in campo un palinsesto multidisciplinare che si dipana su tre aree. C’è l’Arena, il “cuore dell’evento”, con i sei palchi, due workshop e tre BarCamp dai quali parlano i relatori, più un coworking. C’è l’area Experience, dove si possono toccare robot, droni, esempi di realtà virtuale e aumentata, simulatori, e cimentare anche nel gaming. E infine l’area Village, cioè il campeggio vero e proprio. Il costo del pacchetto è di 150 euro per quattro notti in tenda singola e l’accesso a tutte le attività; fino a qualche giorno fa c’erano online offerte che riducevano il prezzo a 30 euro, ma ora sembra siano sold out.Fra i partner di Campus Party c’è illimity, la nuova banca fondata l’anno scorso da Corrado Passera, entrata proprio in questi giorni a far parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti. E Passera è infatti tra i main speaker insieme, tra gli altri, al fondatore di Emergency Gino Strada, ad Aimee van Wynsberghe, co-founder e co-director della Foundation for Responsible Robotics, al medico e divulgatore scientifico Roberto Burioni, e alla giovanissima Valeria Cagnina, prodigio della robotica, fondatrice e mentor di OfpassiON. L'intervento di Passera è previsto per domani, giovedì 25, alle cinque del pomeriggio. «Campus Party, come illimity, guarda “oltre” il presente» dice Carlo Panella, grande esperto di digital transformation, già direttore generale di WeBank e oggi a capo della divisione Banca Diretta e Digital Operations di illimity con il ruolo di Chief Digital Operations Officer: «Mette al centro l’innovazione, la passione per la tecnologia e riconosce l’importanza delle competenze delle persone. Questi valori guidano lo sviluppo della nostra start up bancaria, nata proprio per innovare il modo di fare banca coniugando competenze, tecnologia e algoritmi. Il Campus è il terreno fisico in cui questa sintonia si realizza: potremo incontrare nuovi talenti, i futuri illimiters». In programma c’è anche “OltreHACK”, un hackathon che si terrà da giovedì 25 a venerdì 26 rivolto a developers, designer, esperti di marketing e comunicazione, in cui i partecipanti potranno provare in anteprima l’App di illimity per accedere ai servizi della nuova banca retail che sarà lanciata sul mercato a settembre: «Li sfideremo a individuare nuove soluzioni di interazione tra banca e cliente.  Sono certo che durante gli incontri e le iniziative previste emergeranno nuovi importanti spunti e stimoli per il futuro sia per i campuseros che per lo sviluppo di illimity».    Panella interverrà sabato 27 luglio alle 11:30, nell’ambito dello stage UTOPIA, con un panel dal titolo "Digital, Design e Customer Experience: gli ingredienti per co-creare al meglio insieme ai clienti”: «Nel nuovo paradigma tecnologico i clienti sono sempre più digital, interconnessi e in cerca della migliore customer experience. Racconterò come, per costruire modelli di relazione digitale eccellenti, non sia più sufficiente mettersi nei panni dei clienti, ma occorra co-creare con loro soluzioni intelligenti e fatte su misura» anticipa il manager: «È stato questo l’approccio che illimity ha avuto nella costruzione della sua banca diretta, dedicata al retail: una banca in tasca, completamente digitale, che abbiamo voluto costruire con una community di 40mila persone e integrata con diverse soluzioni innovative e plug and play. La community, Vai oltre la forma, è nata a fine dicembre 2018 con l’obiettivo di immaginare la banca ideale del futuro. Nel concetto di Utopia ritroviamo questa aspirazione verso un modello ideale, capace di andare oltre la tradizionale interazione tra banca e cliente. Un modello ideale che, diversamente dal modello utopico, diventerà realtà a settembre».Illimity gestirà inoltre un workshop dedicato a storytelling e creatività «in cui designer, video maker e creativi si metteranno alla prova» spiega Panella «per immaginare una campagna, un video, un Key Visual per interagire con il grande pubblico dei millenials e della generazione Z». Ai migliori potrebbe anche essere proposto uno stage (le condizioni economiche sono molto buone: 700 euro di indennità mensile per tutti, senza distinzione tra curricolari ed extracurricolari, più notebook aziendale e buoni pasto), in aggiunta «alle diverse selezioni che abbiamo aperto al campus».Altra azienda dell’RdS network che parteciperà a Campus Party è Bip, con un intervento di Alberto Maestri, Chief Content Officer di OpenKnowledge, previsto per giovedì 25 luglio alle 11:30 nel Barcamp 2 (“Giochi da prendere sul serio. Gamification, storytelling e marketing”) e uno dell'Innovation Director di Ars et Inventio Alessandro Giaume in programma sabato 27 Luglio, sempre alle alle 11:30 e sempre nel Barcamp 2, intitolato “AI Expert - Architetti del futuro”, che è anche il titolo dell’ultimo libro scritto da Giaume a quattro mani con Stefano Gatti.«Il Gruppo Bip è una delle realtà organizzative oggi più dinamiche, in Italia e in Europa: impossibile dunque mancare a eventi di rilievo e prestigio come il Campus Party» dice Maestri:  «L'innovazione e l'approccio ecosistemico sono parte del nostro dna, pensare al domani insieme ad altre migliaia di persone è qualcosa che ci piace molto fare. Soprattutto se queste persone sono giovani brillanti e di volontà che spendono ore, e notti!, a seguire convegni, workshop e altri eventi per orientarsi ed essere stimolati». Sui giovani Bip fa  un investimento enorme, accogliendone ogni anno in media 130-150  in stage e assumendone poi oltre il 90%.«Se c'è una cosa che accomuna qualsiasi persona del Gruppo Bip è proprio l’innovazione e la creatività» riflette Maestri, commentando due delle parole chiave di Campus Party 2019: «Il pensiero costante verso il nuovo, il non ancora formalizzato o “pacchettizzato” sono la benzina per fare la differenza e posizionarci non più come consulenti, ma come partner del cambiamento di qualsiasi organizzazione. Siamo organizzati a ecosistema, con diverse sedi in Italia e all'estero, e facciamo della commistione di competenze la variabile competitiva fondamentale: in uno stesso team è consueto avere al tavolo un esperto di strategia aziendale, un analista di big data, un designer e un semiologo. Suona molto come “c'erano un italiano, un tedesco e un francese”, vero? Ed è proprio questa diversità quello che ci caratterizza e da cui nasce la magia. Perché innovazione e creatività devono scaricare a terra, altrimenti rimangono un gesto estetico». Il suo intervento, giovedì 25, insieme a Joseph Sassoon sarà incentrato sull'esplosione del fenomeno della gamification, «o più correttamente, dei giochi e delle pratiche ludiche applicati a contesti non ludici». Sassoon, fondatore dell’istituto di ricerca Alphabet, docente del Master in Storytelling all'università di Pavia, dal 2012 è anche Content Advisor di OpenKnowledge: «Siamo ormai un duo molto ben rodato» assicura Maestri: «Abbiamo diviso tanti palchi e tantissime riflessioni, scritto due libri e collaborato su molti progetti di storytelling, content marketing, brand game e comunicazione digitale in OpenKnowledge e Bip. Non vorrei dirlo per scaramanzia, ma il divertimento e l'apprendimento sono assicurati!».  L’intervento di Giaume insieme a Stefano Gatti sarà invece l’occasione per parlare di algorithm economy: «Si tratta di figure professionali, un esempio su tutte quella del Data Engineer, che negli ultimi due anni hanno complementato quella del Data Scientist, di fatto caratterizzando maggiormente quest’ultima per la sua componente di ricerca e di approccio al metodo scientifico» spiega Giaume: «È la ricerca di un continuo bilanciamento tra efficienza ed efficacia, la prima necessaria per affrontare scale up di successo mantenendo sostenibilità e robustezza del business case, la seconda alla ricerca di spinte che generino nuove stream di revenue, se non nuovi modelli di business».Un’altra voce di rilievo che interverrà al Campus Party è quella di Francesca Ulivi, che sarà il 26 luglio alle 10:30 al Barcamp 2 con il panel “Attivismo digitale: combattere l’odio sui social network dal divano di casa”. L’intervento si focalizzerà su #iosonoqui, un network internazionale di attivisti digitali contro l’hate speech e le fake news di cui Ulivi è amministratrice per l’Italia, dove il gruppo esiste da un paio d’anni. «Siamo circa 200mila in tutto il mondo. L’idea alla base è molto semplice: un gruppo di persone che si attiva coeso in alcuni post, soprattutto di media mainstream con molto traffico, per bloccare l’hate speech o la diffusione di fake news e che, utilizzando l’algoritmo di Facebook e il “counter speech”, sovverte la preponderanza dell’odio». La disinformazione e la pressione sulla “pancia” delle persone vanno arginate, anche se il lavoro è lungo e tortuoso: «Per modificare il mood del discorso sui social c’è bisogno della partecipazione di molte persone». Francesca Ulivi è una giornalista e per molti anni ha diretto MtvNews, poi divenuto Viacom, ma un anno fa ha dato le dimissioni per dedicarsi a ciò che la appassiona e “ridare un po’ indietro”. Oggi si definisce un’attivista a tempo pieno per i diritti dei malati e pro scienza e fa parte del team che promuove il “Patto Trasversale per la Scienza”, un movimento di scienziati, divulgatori scientifici e persone comuni che fa lobbying sulla politica a favore della scienza e del metodo scientifico: «Mi dedico non solo all’attivismo sui social, ma anche nella vita reale per i malati, la comunicazione e la raccolta fondi per la ricerca di una cura del diabete di tipo 1, che è la malattia che ho da quasi dieci anni ed è una delle più misconosciute e confuse. Il “Patto Trasversale per la Scienza” rappresenta la parte più alta di questa mia advocacy». L’obiettivo è fare la guerra ai «falsi guaritori che fanno leva sulle debolezze e sul dolore delle persone per vendere facili cure che non curano nulla», e l’unico modo per vincerla è «garantire ai cittadini di essere informati, curati e governati sulla base delle evidenze scientifiche e non delle bufale».Anche Ulivi ha qualcosa da dire su innovazione e creatività: «Sono i due elementi che assieme alla diversità mandano avanti il mondo, e hanno un elemento in comune: la mancanza di paura. Per far progredire la nostra società è necessario liberarla prima di tutto dall’odio e dalla paura. Altrimenti possiamo solo rimanere dove siamo – o tornare indietro».  Ma il claim di questa edizione del Campus Party mette un’altra parola accanto a “innovatori” e “creativi” – c'è il concetto di “rivoluzionari”. «Io credo nelle rivoluzioni dall’interno, quelle che cambiano le cose utilizzando le regole del gioco» commenta Ulivi: «Le più grandi innovazioni sono quelle che riescono a vedere e portare alla luce quello che tutti hanno visto o a creare valore semplicemente partendo da un punto di vista diverso rispetto ad una strada già tracciata». Da sapere che quest’anno, grazie a una partnership con la Crui (la Conferenza dei Rettori delle Università italiane) e con vari atenei, gli studenti che parteciperanno ai percorsi di formazione denominati “Campus Party Masterclass” che si svolgeranno durante l’evento potranno ottenere una certificazione digitale riconosciuta a livello europeo; e su richiesta, la certificazione potrà essere convertita in cfu, i crediti formativi universitari.

Premi di laurea, oltre 60mila euro in palio: tutte le scadenze da qui all'autunno

Questi mesi si presentano ricchi di opportunità per chi intende far concorrere la propria tesi a uno dei tanti premi di laurea attivi. Iniziamo da quelli con scadenza più imminente.Scade martedì 31 luglio il termine per provare ad aggiudicarsi uno dei due premi (del valore di 1000 e 500 euro ciascuno) per tesi discusse tra il primo giugno 2018 e il 31 luglio 2019 dedicate alle crociere, messi in palio da Italian Cruise Day. Per partecipare è sufficiente compilare il form online allegando indice, bibliografia e breve abstract della tesi.Mercoledì 7 agosto è l’ultimo giorno utile per concorrere al premio intitolato a Valeria Solesin, la studentessa morta a Parigi durante l’attentato al Bataclan del novembre 2015, dal titolo “Il talento femminile come fattore determinante per lo sviluppo dell’economia, dell’etica e della meritocrazia nel nostro Paese”. Quest’anno verranno assegnati premi per un valore complessivo di 30.400 euro, suddivisi tra dodici premi. Il premio è aperto a studentesse e studenti che hanno conseguito la laurea magistrale tra il primo gennaio 2017 e il 31 luglio 2019 in una delle seguenti discipline: Economia, Sociologia, Giurisprudenza, Scienze Politiche, Psicologia, Scienze della Formazione, Ingegneria, Statistica e Demografia.  Per partecipare è necessario compilare la domanda scaricabile al seguente link.“Valutare premia” è il nome della prima edizione del premio bandito dal Consiglio regionale della Lombardia, rivolto a laureati di età inferiore a 36 anni in possesso di laurea magistrale con voto non inferiore a 100/110 o dottorato con tesi finalizzata all’analisi e alla valutazione di politiche pubbliche regolate o finanziate dalla regione Lombardia. I premi in palio sono sei, tre per le tesi magistrali (di 1500, 1000 e 750 euro ciascuno) e tre per quelle di dottorato (di 2500, 2000 e 1500 euro ciascuno). Anche qui l'ultimo giorno utile per fare domanda è il 7 agosto. La domanda va presentata secondo lo schema allegato al bando all’indirizzo del Consiglio regionale della Lombardia (Ufficio Studi, Analisi Leggi e Politiche regionali - via F. Filzi, 22 - 20124 Milano).Qualche settimana in più, la scadenza è sabato 31 agosto, per concorrere al premio dedicato a Fabio Favaretto, alpinista, storico e scrittore, che vuole valorizzare le tesi di laurea riguardanti le tematiche dell’uso e della tutela del territorio montano alpino o appenninico. Possono partecipare i neolaureati, ricercatori e dottorandi che hanno discusso la propria tesi tra il primo gennaio 2017 e il 31 luglio 2019. In palio due premi del valore di 1500 e 1000 euro. Il modulo di candidatura è disponibile sulla pagina dedicata al premio.Sempre il 31 agosto è la data di scadenza fissata per la partecipazione al premio “Dai valore al merito” per tesi dedicate al tema del contrasto alla violenza sulle donne discusse presso una delle università dell’Emilia-Romagna tra il primo aprile 2018 e il 31 marzo 2019. Sono tre i premi in palio, dell’importo rispettivamente di mille, 700 e 500 euro. La domanda va presentata via mail entro la data indicata all’indirizzo daivalorealmerito [chiocciola] perledonneimola.it.Ha come tema la proprietà industriale il premio bandito dallo studio Torta, studio specializzato in proprietà intellettuale, del valore di 3mila euro per testi di laurea o di dottorato sul tema discusse tra il primo ottobre 2018 e il 30 settembre 2019. Tra i temi oggetto di tesi, l'evoluzione del diritto industriale e del sistema di tutela della Proprietà Industriale nei secoli in Italia e nel mondo, i casi di successo delle imprese che hanno basato la loro fortuna su brevetti, modelli o marchi, l'evoluzione nel corso degli anni di prodotti brevettati e/o divenuti famosi con uno specifico marchio, lo sfruttamento economico delle invenzioni dei ricercatori universitari. L’ultimo giorno utile per presentare domanda è il prossimo lunedì 30 settembre. La documentazione indicata nel bando va spedita via mail entro la data indicata all’indirizzo premio [chiocciola] studiotorta.it.Martedì 15 ottobre è la scadenza per la partecipazione al premio di laurea Gino Pestelli [nella foto qui accanto, la premiazione con i vincitori dell'edizione 2018] dedicato a tesi di laurea triennali o magistrali dedicate alla storia e alla cultura del giornalismo in Italia e nel resto del mondo. Il premio, del valore di 2mila euro, sarà attribuito all’elaborato ritenuto più meritevole da un punto di vista scientifico e innovativo sotto il profilo metodologico. Le candidature sono aperte a laureati di età inferiore ai quarant'anni, che hanno conseguito il titolo tra il primo ottobre 2018 e il 30 settembre 2019. Chi intende partecipare dovrà spedire l’elaborato alla segreteria del Centro Studi Pestelli (corso Stati Uniti 27, 10128 Torino) entro il 15 ottobre 2019, inserendolo in una busta chiusa, in cui dovrà essere chiaramente indicata la dicitura “Premio di laurea Gino Pestelli – V Edizione 2019”.Stessa data per il premio di laurea bandito dalla fondazione Cogeme, incentrato sul tema dell’economia circolare e rivolto a laureandi e laureati che abbiano depositato la propria tesi entro il 30 settembre 2019. Il premio è articolato in tre sezioni: acqua, energia, e poi “carta della Terra” e cultura ed economia circolare. Ai vincitori delle prime due sezioni verrà corrisposta una somma in denaro pari a 1.500 euro tramite assegno circolare o in alternativa offerto un tirocinio extracurriculare con un compenso di almeno 500 euro mensili, della durata di 6 mesi. Per quanto riguarda la terza sezione, il premio consiste in un viaggio-studio da concordare con Fondazione Cogeme Onlus. Le domande vanno presentate scaricando l’apposita domanda dal sito.Martedì 15 ottobre è anche la deadline per il premio intitolato al giuslavorista Marco Biagi, assassinato a Bologna nel marzo del 2002. Il premio, del valore di 6500 euro, è rivolto a laureati di età inferiore a 35 anni che abbiano discusso una tesi di laurea sui seguenti temi: innovazione sociale e lavoro, innovazione sociale e periferie, innovazione sociale e inclusione. La domanda di partecipazione dovrà essere intestata alla Direzione Economia Urbana e Lavoro del Comune di Milano in una delle modalità indicate nel bando.Giovedì 31 ottobre è invece la scadenza fissata per candidarsi al premio bandito da AiFOS sui temi salute e sicurezza sul lavoro e sostenibilità ambientale, economica e sociale, per tesi di laurea discusse tra il primo novembre 2018 e il 31 ottobre 2019. Saranno selezionate otto tesi i cui vincitori avranno diritto a un riconoscimento economico di 500 euro, alla pubblicazione della tesi sui siti di Fondazione AiFOS, a un attestato di partecipazione al concorso e all’abbonamento online per un anno alla rivista AiFOS “I Quaderni della Sicurezza”. La candidatura va inviata online dalla pagina dedicata sul sito AiFOS.Il 31 ottobre è anche l’ultimo giorno utile per provare ad aggiudicarsi il premio, bandito dall’Avvocatura per i Diritti LGBTI – Rete Lenford, di 500 euro per la migliore tesi di laurea sui diritti delle persone e delle famiglie LGBTI (acronimo che sta per persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e Intersessuali). I candidati devono avere discusso le tesi che sottoporranno tra il primo gennaio 2016 e il 31 ottobre 2019. Si tratta della prima edizione del premio, nato per rendere omaggio alla figura del giurista e accademico Stefano Rodotà, scomparso nel giugno del 2017.Chiara Del Priore

Tirocini, la Regione Abruzzo fa un passo in più contro truffe e violazioni. Una decina le aziende interdette quest'anno

A quasi un anno e mezzo dall’entrata in vigore della normativa regionale in materia di tirocini extracurriculari, in recepimento delle linee guida nazionali, lo scorso 6 maggio la regione Abruzzo ha emanato una direttiva per l’attivazione e la verifica in itinere dei tirocini stessi, che va ad affiancare la delibera della Giunta regionale del febbraio 2018. All’epoca dell’approvazione della normativa i sindacalisti, da noi interpellati, avevano espresso la preoccupazione che le premesse di raccomandazione riguardo la vigilanza sulla genuinità dei percorsi formativi al fine di scongiurare le distorsioni come il lavoro subordinato fittizio restassero disattese. Ebbene, dopo circa un anno il Dipartimento sviluppo economico, politiche del lavoro, istruzione, ricerca e università ha deciso di intervenire per integrare tale normativa con la “Direttiva per l’attivazione e verifica in itinere tirocini extracurriculari Regione Abruzzo”.  «Lo scopo» si legge nel testo «è quello di descrivere le principali ed uniformi modalità operative nella fase di attivazione, di gestione e di verifica in itinere dei tirocini extracurriculari, al fine di consentirne il regolare, efficace ed uniforme svolgimento sull’intero territorio regionale, anche al variare delle persone coinvolte». «Alla luce delle criticità espresse da soggetti promotori e Ispettorato del lavoro» spiega infatti Claudio Sciorilli Borrelli, funzionario regionale responsabile della normativa «abbiamo ritenuto opportuna una integrazione delle linee guida redatte in conformità con quelle nazionali per assicurare che il tirocinio extracurriculare sia un’esperienza genuina e non diventi un rapporto di lavoro mascherato». Un ruolo centrale viene attribuito alle figura del tutor del soggetto ospitante e del tutor del soggetto promotore del tirocinio, di cui vengono chiarite responsabilità e funzioni. Il primo, colui che affianca il tirocinante in azienda, «deve avere le esperienze e le competenze professionali adeguate e coerenti con il Piano formativo individuale (Pfi), mentre il secondo deve essere «in grado di definire un’attività periodica di verifica e controllo in itinere dell’esperienza formativa, di predisporre un sistema di rilevazione e raccolta informazioni che consenta di definire e confermare la valenza formativa del tirocinio e la congruità del periodo formativo rispetto agli obiettivi».Affinché i tutor assolvano i loro compiti al meglio, la Regione ha fissato dei limiti numerici di gestione dei tirocinanti. In particolare, il tutor del soggetto ospitante può accompagnare fino a un massimo di tre tirocinanti contemporaneamente, mentre il tutor del soggetto promotore ne può accompagnare fino a venti in contemporanea. Le prime verifiche sono fissate nella fase iniziale. Infatti, per poter valutare, alla fine dell’esperienza di tirocinio, se il tirocinante ha acquisito le nuove competenze, viene operata una valutazione iniziale sulle medesime competenze – di norma entro la prima decade dalla data di avvio del tirocinio – alla luce del Piano formativo individuale.Quindi si passa alla verifica in itinere, almeno con cadenza bimestrale, che può essere condotta con varie modalità, a scelta del tutor promotore: visita in loco presso l’azienda, colloquio di persona o telefonico con il tirocinante e/o il tutor aziendale, call conference, email o altro. La verifica prevede anche la predisposizione di due documenti: un questionario da somministrare al tirocinante con cadenza almeno bimestrale e una scheda di verifica intermedia da parte del tutor aziendale, sempre ogni due mesi. Le finalità della verifica in itinere sono: accertarsi che l’attività formativa si sta svolgendo realmente secondo il progetto formativo, verificare la regolare corresponsione dell’indennità di partecipazione, accertarsi dell’impegno del tirocinante e del tutor aziendale e dell’avanzamento del progetto formativo, individuare eventuali problemi e criticità che impediscano il normale svolgimento del tirocinio, attivarsi per dare risposte efficaci e suggerire correttivi e infine segnalare ai competenti organi le eventuali irregolarità riscontrate. Tra gli effetti della verifica, c'è anche quello di scongiurare le proroghe fittizie, concesse anche laddove gli obiettivi del progetto formativo sono già stati raggiunti. In questo caso viene fatta una netta distinzione tra la proroga e il rinnovo del tirocinio, che può invece prevedere nuovi apprendimenti anche in diverse aree professionali. Certo c’è ancora tanta strada da fare affinché il meccanismo funzioni a pieno. «Stiamo cercando di mettere tutto a sistema, dando procedure chiare e uniformi sul territorio. Ma la guerra ai tirocini non genuini richiede grandi risorse umane, per questo stiamo tentando di reperire i fondi per mettere su una struttura ispettiva che sia deputata all’attività sanzionatoria e a breve vogliamo fare un protocollo con l’Ispettorato del lavoro». Ispettorato del lavoro che intanto, per il 2019, ha confermato la presenza dei tirocini tra i principali ambiti di intervento dell'attività di vigilanza annuale. In attesa del coordinamento nazionale da parte dell'Ispettorato auspicato dalla Regione, l'attività di controllo ha mosso i primi passi, e nell'ultimo anno circa una decina di aziende sono state interdette dall’attivazione di tirocini per un periodo fra i dodici mesi e i due anni, a seguito del riscontro di irregolarità. Tra queste ultime, il mancato pagamento dell'indennità, l'assenza della figura del tutor e lo svolgimento di un'attività necessaria all'organizzazione aziendale, che riqualifica l'esperienza da tirocinio a rapporto di lavoro effettivo. «Per il momento non posso entrare nel merito delle aziende interdette, ma tra le nostre prossime proposte ci sarà quella di compilare una blacklist delle aziende e dei soggetti promotori "da evitare" e, allo stesso tempo, un rating delle aziende e dei soggetti virtuosi. Non vogliamo che la convenzione di tirocinio resti una mera formalità burocratica e che il tirocinante sia abbandonato a se stesso» conclude Sciorilli Borrelli «ma vogliamo che abbia una guida continua di riferimento e che il suo sia un effettivo percorso formativo». Si attendono ora gli sviluppi per capire se la Regione Abruzzo, dove nel 2018 sono stati attivati 6.559 tirocini extracurriculari, sarà messa in condizione di salvaguardare la genuinità di tali esperienze, e se altre regioni prenderanno la medesima iniziativa.  Rossella Nocca

L'informatica nelle scuole serve: “Non è vero che i nativi digitali conoscano così bene la tecnologia”

«Qualunque attività intraprendano in futuro, i ragazzi non potranno mai fare a meno del computer». Da questo assunto parte “Programma il futuro”: Maria Assunta Palermo, direttore generale del Ministero dell'Istruzione, ha presentato nei giorni scorsi gli esiti della quinta edizione del progetto che ha l'obiettivo di portare l'informatica nelle scuole, rivolgendosi a studenti di tutte le età dagli istituti primari fino alle superiori. Finora un successo: lo scorso anno a iscriversi è stato l'ottanta per cento degli istituti scolastici italiani con 38 milioni di ore di programmazione svolte nelle aule, con una media di 15 ore per studente; oltre 53mila gli insegnanti e studenti coinvolti.L'idea è nata nel 2014 su iniziativa del ministero, con la collaborazione del Cini, il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica. E a fiananziarla sono solo fondi di partner privati, tra cui Eni a capofila, e poi altri come Tim e Seeweb. Lo scopo «non è quello di far diventare tutti dei programmatori informatici» precisa il sito dove il progetto viene spiegato in dettaglio «ma diffondere conoscenze scientifiche di base per la comprensione della società moderna». Perché «capire i princìpi alla base del funzionamento dei sistemi e della tecnologia informatica è altrettanto importante che capire come funzionano l'elettricità o la cellula».La partecipazione è gratuita e aperta non solo alle scuole bensì potenzialmente a utenti di qualunque tipo. Basta iscriversi alla piattaforma e cominciare a usufruire del materiale didattico a disposizione. Due le modalità per aderire, una di base e una avanzata. La prima, “L'Ora del Codice”, consiste «nel far svolgere agli studenti un'ora di avviamento al pensiero computazionale» spiega il sito, ovvero quel tipo di ragionamento che «aiuta a sviluppare competenze logiche e capacità di risolvere problemi in modo creativo ed efficiente, qualità importanti per tutti i futuri cittadini». E lo si fa attraverso la programmazione, il cosiddetto coding, in un contesto di gioco.La modalità più avanzata prevede invece percorsi più articolati strutturati in funzione del livello di età e di esperienza dello studente. Esiste anche un corso preparatorio per l'università, 'Princìpi dell’Informatica' riservato ai ragazzi più grandi. E le lezioni «possono essere fruite sia in modo tecnologico, per le strutture dotate di computer e connessione a Internet, sia con lezioni tradizionali per quelle ancora non supportate tecnologicamente». Per gli insegnanti che partecipano come volontari ci sarà la piattaforma a fare da guida ai vari percorsi. «Quando si dice che tutti noi siamo in grado di utilizzare un device, e in particolare i giovani, in verità si sminuisce l'importanza della cultura informatica» afferma all'evento Anna Brancaccio, dirigente del Miur. Perché la verità è che «si crede erroneamente che i nativi digitali conoscano la tecnologia, quando invece la sanno per lo più usare in modo materiale», senza sapere cosa ci sia dietro. Quello che devono imparare è che «lo strumento non fa nulla che non sia l'uomo a far fare, che dietro l'oggetto c'è sempre un discorso progettuale, l'elaborazione di un'idea e un problema da risolvere». Sono macchine «a cui si danno istruzioni, e se queste sono sbagliate impediscono alle stesse di fare qualsiasi cosa» le fa eco Enrico Nardelli [nella foto], coordinatore del progetto e professore di Informatica all'università Tor Vergata. I computer insomma «fanno automaticamente delle attività al posto degli uomini ma senza potersi avvalere della nostra intelligenza» è la conclusione del docente.Scoprire cosa si nasconde dietro questi sistemi può fare inoltre da argine anche «alle situazioni patologiche che si sviluppano per l'uso non corretto di tali dispositivi, da utilizzatori passivi», sottolinea ancora Palermo. Conoscere le “diavolerie informatiche” e gli algoritmi dietro gli smartphone per proteggersi quindi dai rischi a cui ci si espone sul web come danni alla privacy, ciberbullismo, molestie in rete. E proprio per contrastare questi fenomeni, sempre nell'ambito di “Programma il futuro” è stata stilata la guida “Comunicare in rete in modo sicuro”, presentata all'evento come la prima di una serie rivolta alle scuole secondarie di primo grado.Il progetto bandisce ogni anno anche un concorso. Quello di quest’anno, intitolato “Programma una Storia” chiedeva ai ragazzi di creare un elaborato riferito a un'opera letteraria liberamente scelta e «con una modalità narrativa compatibile con lo specifico strumento previsto per il proprio ordine e grado di scuola, per esempio un’animazione, un quiz o un gioco». All'evento sono state premiate le tredici scuole vincitrici, soprattutto classi primarie. Segno di un progetto che attrae anche i piccolissimi e che «piace a tutti gli studenti» segnala Nardelli. Il cui auspicio è che l'informatica entri in pianta stabile nelle scuole: «Basterebbe anche solo un'ora a settimana». Ilaria Mariotti 

Diritto al voto dei fuorisede, presentata proposta di legge per votare nella città in cui si vive

Una proposta di legge per consentire ai fuorisede in caso di elezioni di votare senza essere costretti a rientrare nel luogo di residenza. L'iniziativa è stata presentata nei giorni scorsi alla Camera dalla deputata Pd Marianna Madia, prima firmataria della norma promossa insieme a Tom Osborn, segretario dei Giovani democratici del secondo municipio, l'europarlamentare dem Massimo Ungaro e la collega Giuditta Pini. L'obiettivo è quello di scardinare una contraddizione esistente dal 2015 quando, con l'entrata in vigore della legge elettorale Italicum, venne introdotta la possibilità di votare per gli italiani che si trovano temporaneamente all'estero - da un periodo di almeno tre mesi - per motivi di studio, lavoro o per curarsi. Con il risultato di creare un paradosso, sottolinea Madia, «perché se si va a fare l'Erasmus il diritto di voto è garantito grazie al voto per corrispondenza, e così è anche se ci si muove per motivi di lavoro o di cura». Al contrario «se ci si sposta in Italia, dalla Sicilia a Milano per esempio, non si può esercitare il diritto» spiega, se non rientrando a casa e facendosi carico delle spese per il viaggio. «Noi studenti e lavoratori fuorisede ci troviamo a spostare il centro della nostra vita e della nostra attività lontano da casa, in una città diversa da quella in cui siamo nati e cresciuti» si legge nella petizione lanciata su Change.org con l’hashtag #votodovevivo. «Siamo cittadini italiani come tutti gli altri, abbiamo gli stessi diritti e dobbiamo poterli esercitare allo stesso modo» è la rivendicazione. E il problema non è solo economico, i costi per la trasferta appunto, ma c'è di più: «Che succede se non è possibile spostarsi nei giorni della votazione perché, ad esempio, si ha un esame a breve o non ci si può assentare dal lavoro in quei giorni?». In quel caso l'eventualità più probabile è che ci sia una rinuncia al voto. Per evitare tali condizionamenti all'esercizio di un libero diritto un modo ci sarebbe, conferma Madia: «Si tratta dello Spid, il sistema per l'autenticazione digitale introdotto nella scorsa legislatura». Ci si presenta alle Poste, si consegnano i propri documenti e l'identità digitale si attiva. Attraverso questo metodo «per le consultazioni referendarie, per le quali non è prevista una circoscrizione o un collegio, per votare si potrà presentare una domanda in via telematica tramite Spid, allegando un contratto di lavoro o la documentazione dell’iscrizione all’università o un certificato medico» prosegue la deputata. Tutto ciò che attesti in sostanza le ragioni del cambio di domicilio. Nel caso di elezioni politiche o delle europee invece, l'ipotesi è quella di ampliare il meccanismo valido per gli italiani all'estero, «quindi il voto per corrispondenza senza spostarsi» chiarisce la deputata. E quel voto andrà poi conteggiato nella circoscrizione elettorale di residenza. Nella proposta di legge c'è anche una delega al Governo per avviare una sperimentazione per il voto elettronico, che in futuro potrà andare a sostituire quello per corrispondenza. Da quando esiste la possibilità di votare dall'estero, riflette Ungaro, «a ogni tornata si registrano decine di migliaia di votanti in più, ed è da considerarsi un successo». Quella della residenza «è una frontiera irrazionale che va contro la mobilità dei diritti che noi sosteniamo» osserva. Con dei limiti, naturalmente, perché «l'esercizio del voto per i fuorisede potrà esercitarsi solo per ragioni di studio, lavoro e cura». Ancora nulla da fare invece «per il voto in vacanza, quello ad agosto» scherza Ungaro. Anche nelle scorse legislature si era tentato di far passare la proposta, «con una pattuglia di giovani democratici tentammo di inserire il principio del voto per i lavoratori fuori sede ma non riuscimmo a ottenere un consenso largo nel partito» ricorda Pini. I Cinque stelle «ci avevano accusato di non trovare la soluzione per fare questa legge, ma adesso che il modo c'è speriamo in una convergenza, e che non ci siano più scuse a cui appigliarsi». Questa battaglia «non è né di sinistra né di destra ma per i diritti, tanto che ad appoggiarci ci sono moltissime associazioni universitarie tra cui Sapienza in movimento e Volt (movimento progressista europeo, ndr)» fa sapere Osborn. «Da settembre il comitato dei Giovani democratici del secondo municipio organizzerà iniziative in tutto il territorio per diffondere la conoscenza della proposta». Mentre nel frattempo la raccolta firme è già partita con l'obiettivo di calendarizzare il prima possibile la discussione sulla proposta di legge, al momento già depositata in Aula. «Se tutti gli studenti fuorisede potessero votare in egual misura la rappresentatività cambierebbe» ragiona Pini, «per città come Modena – da dove provengo – ma anche per Roma». Ilaria Mariotti   

Il caso degli “scontrinisti” che lavorano quasi gratis in musei e biblioteche: due anni dopo non è cambiato nulla

Era maggio del 2017 quando scoppiò il caso “scontrinisti”. Ventidue pseudo volontari impiegati a tutti gli effetti nella Biblioteca nazionale di Roma, dopo anni di servizio senza contratto né stipendio, rimborsati a fronte di scontrini racimolati un po' ovunque, decisero che la misura era colma. Ma quella protesta non portò a nulla: i volontari furono mandati a casa, e mai reintegrati. Ci fu anche un'ispezione avviata dal ministero dei Beni culturali, e gli atti finirono in procura. L'esito però, incredibilmente, non si conosce: «Sono passati due anni, era un altro governo, difficile ricostruire la vicenda», si difende debolmente l'ufficio stampa chiamato in causa per dare alla Repubblica degli Stagisti un aggiornamento sull'accaduto. Si scoprì in quel frangente che erano centinaia, forse migliaia gli “scontrinisti” in tutta Italia, sparsi tra musei, biblioteche e altri spazi di arte e cultura. Che fine hanno fatto? Qualcosa è stato fatto per fermare quegli abusi e ribadire i principi fondamentali del diritto del lavoro?Il comparto dei Beni culturali in Italia, paese in cui la cultura secondo i dati muove 250 miliardi di euro ogni anno, invece di reclutare professionisti del settore e pagarli a dovere ha continuato a attingere a piene mani dal terzo settore (nel solo 2015 sarebbero 800mila i volontari utilizzati).Il fulcro principale del problema, però, è che ben vengano i volontari – se sono davvero volontari. Se vogliono prestare la loro opera per beneficienza, per volontariato appunto: per regalare un po' del proprio tempo a una attività che ha bisogno di supporto. Non va bene, invece, quando le persone coinvolte vorrebbero in realtà lavorare: hanno cioè il bisogno e il desiderio di svolgere una attività lavorativa, e da essa trarre di che mantenersi – uno stipendio, i contributi previdenziali. Se il concetto di volontariato viene distorto, e si reclutano aspiranti lavoratori inventandosi anche un meccanismo di “retribuzione-non-retribuzione” come quello del rimborso delle spese a fronte di scontrini presentati, allora c'è qualcosa che chiaramente non va. Perché si tratta di una gigantesca ipocrisia per poter disporre di lavoratori inquadrandoli fantasiosamente come volontari. Senza bisogno di specificare che, per giunta, si viene a creare una situazione di “dumping”: ovviamente, potendo disporre di personale a costo zero o quasi, queste strutture sono disincentivate dal fare vere assunzioni e pagare regolari stipendi a regolari dipendenti.L'ultimo capitolo risale a qualche settimana fa. Per la mostra 'Eva vs Eva. La duplice valenza del femminile nell'immaginario occidentale', aperta a Tivoli a Villa d’Este e al Santuario di Ercole Vincitore dal 10 maggio scorso, a prestare servizio saranno ancora dei 'volontari'. Al bando uscito a fine aprile, che così recitava: «Avviso pubblico riservato ad enti del terzo settore per supporto all'accoglienza e attività informativa al visitatori», aveva risposto solo Avaca, una associazione presieduta da Gaetano Rastelli, [nella foto sotto], che era stato anche implicato nella precedente vicenda 'scontrinisti'. A denunciare l'accaduto è la FP Cgil del Lazio: «Per la specificità dei siti, patrimonio Unesco, la vigilanza e la tutela richiedono personale specializzato e formato» scrivono sul sito. «All'emergenza di personale e all'ondata di pensionamenti non si può far fronte, ancora una volta, ricorrendo allo sfruttamento del volontariato utilizzato a tutti gli effetti come lavoro subordinato».Ma Rastelli al telefono con la Repubblica degli Stagisti si giustifica: «È tutto pienamente legale, è una guerra che hanno innescato contro di me perché faccio parte di un'altra sigla sindacale». Sulla vicenda Villa d'Este conferma: «Mi sono presentato solo io al bando, e ho vinto». La giustificazione di Rastelli è che tutto si svolga nel perimetro della legge, come effettivamente è. La prova è all'articolo 17 del decreto 117 del 2017, dove si legge che gli enti del terzo settore, e Avaca lo è, «possono avvalersi di volontari nello svolgimento delle proprie attività». E poi, a detta di Rastelli, ci sarebbero «ben tre sentenze del giudice del lavoro» a dargli ragione. E ancora, il passaggio fondamentale su cui si basa tutto il sistema: «Al volontario possono essere rimborsate dall'ente tramite il quale svolge l'attività soltanto le spese effettivamente sostenute e documentate». Chi si presenta per queste attività può ricevere quindi una ricompensa economica – in realtà al volontario andrebbero rimborsate le spese sostenute, mentre gli scontrinisti presentano spesso scontrini non loro e per giunta il loro compenso è fisso, sempre uguale ogni mese; si tratta insomma di un escamotage, ma sembra che tutti su questo punto preferiscano sorvolare – e tale ricompensa economica, seppur modesta, a qualcuno fa comodo. È comunque meglio di niente, insomma? «A questi ragazzi vanno dei rimborsi a seconda delle presenze» spiega Rastelli. Per venti giorni si mettono insieme magari 4-500 euro». Che poi non solo di ragazzi non si tratta, ammette, «ma anche di quarantenni», oltre a «diplomati e laureati che aiutiamo a non starsene a casa con le mani in mano». Avaca e associazioni simili farebbero insomma del bene a suo dire: «Aiutiamo i giovani senza lavoro, e la Cgil mi attacca perché vorrebbe mettere dei pensionati al posto dei giovani a fare i volontari».Non dello stesso parere il comitato 'Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni culturali', collettivo che difende i diritti del comparto e che ha di recente lanciato un questionario per mappare il settore. «Sono due le categorie di chi accetta di andare a fare il volontario, spiega alla RdS la portavoce Daniela Pietrangelo: «Da una parte c'è del personale qualificato che pur di fare qualcosa e non restare disoccupato lo fa per arricchire il curriculum e avere un'esperienza in più». Che poi è quello che succede anche con i volontari del Servizio civile, ragiona Pietrangelo. E oggi, rivela, «sono proprio loro ad aver preso il posto degli scontrinisti alla Biblioteca nazionale di Roma». Poi ci sono «pensionati benestanti» li definisce lei, «gente non qualificata che può permettersi di passare ore e ore svolgendo un'attività senza retribuzione».A rimetterci è chi vorrebbe fare della cultura una professione. «Dopo una laurea in Beni Culturali, e dopo aver cambiato quattro cooperative di gestione musei, essere pagata pochissimo e con ritardi sovrumani, mi sono stancata e ho dovuto mettere la laurea in un cassetto» si sfoga Yle Sart in un commento sulla pagina Facebook del collettivo. E ancora, scrive Giuseppina Licordari: «È una vergogna perché è lo Stato a legalizzare il lavoro sottopagato. Io sono una vecchia archeologa collaboratrice del Mibact, che dal 1983 al 1998 ha lavorato per due lire. Non è cambiato nulla».«Ci sono i bandi» replica Rastelli, «partecipassero». Peccato però che chi accetta di lavorare gratis o per pochi spicci come pseudo volontario ottiene per di più un titolo preferenziale rispetto a chi non lo fa e che resta doppiamente beffato perché rischia di vedersi sorpassato in graduatoria. Ne è convinto un altro utente, Simone Fenzi, che commenta: «Chi si è laureato di recente e ha fatto tirocini vari o il Servizio civile non ha problemi. Io ho fatto varie campagne di scavo quando facevo l'università, dove curavamo tutto, dallo scavo alla documentazione, ma non ho niente per dimostrarlo».Il comitato 'Mi riconosci?' ha anche lanciato una proposta di legge per tentare di limitare l'uso del volontariato nella cultura circoscrivendolo a mansioni che non riguardino «la conservazione, la promozione, la valorizzazione, la catalogazione, lo studio e l’inventariazione». Nel frattempo però i bandi di questo tipo sono diventati la norma, e basta scorrere la pagina Facebook del comitato per farsene un'idea. Uno dei più clamorosi quello per bibliotecari alla Biblioteca Angelica a Roma. Le mansioni, di archiviazione e digitalizzazione, dovevano anche qui essere affidate a volontari ingaggiati da enti del terzo settore e rimborsati 25 euro al giorno. Del resto, si legge nello stesso bando, «c'è carenza di impiegati». Perciò si recluta personale volontario. Da qualche giorno il bando risulta revocato, segno forse che le proteste a qualcosa sono servite. Ilaria Mariotti