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Collaborazioni a partita iva per tappare i buchi di organico, il ministero della Cultura così «camuffa altri tipi di contratto»

Altro giro, altra corsa: il ministero della cultura in chiusura d’anno pubblica l’ennesima selezione volta a colmare le carenze di personale con figure a tempo senza alcuna politica di lungo termine. È successo con l’ultimo bando, scaduto lo scorso 25 novembre, per 150 incarichi di collaborazione per selezionare archivisti esperti che firmeranno un contratto di collaborazione della durata massima di 24 mesi e che non potrà protrarsi oltre il 31 dicembre 2023. Ultimo di una lunga serie di selezioni di questo tipo rivolte non solo ad archivisti.In questo caso la giustificazione era quella di rientrare tra gli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, per assicurare il funzionamento degli Archivi di Stato e delle soprintendenze archivistiche grazie all’inserimento di nuove risorse. Per colmare il vuoto, però, solo due anni di collaborazione, a partita Iva per giunta, per 130 ore mensili e per un massimo di due anni. Con un compenso previsto per 25mila euro annui, oltre cassa previdenziale ed iva, quindi circa 2mila euro al mese. Poi tanti saluti e ognuno a casa sua.«Il bando presenta diverse criticità», spiega Federica Pasini, 27 anni, laureata in storia dell’arte e attualmente operatrice museale, componente dell’associazione Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali nata a fine 2015 per ottenere dignità ed eque retribuzioni per tutti i lavoratori e professionisti del settore culturale. «Innanzitutto chiedere una collaborazione a partita Iva per un lavoro continuativo come questo con un monte ore molto importante serve a camuffare altri tipi di contratto. La partita Iva serve per chi ha collaborazioni occasionali in cui magari tratta il proprio tariffario e impone il monte ore, ma per un’archivista sicuramente no. I 25mila euro, poi, sono lordi, si richiede una specializzazione molto alta e non si ripaga tutta la professionalità. Si richiede uno sforzo incredibile e lo può fare solo chi ha le spalle già coperte da un punto di vista economico».Si tratta dell’ennesima richiesta da parte del ministero nel corso di quest’anno di figure altamente specializzate a cui affidare compiti importanti con contratti provvisori, come la partita iva, nonostante le carenze di organico. Un allarme lanciato anche dall’Associazione nazionale degli archivisti italiani, Anai, che ha scritto – insieme ad altri enti e società che trovano negli archivi e nelle sovrintendenze archivistiche risorse preziose – un appello  ai ministri della cultura e dell’università, Dario Franceschini e Maria Cristina Messa, per portare alla loro attenzione la situazione di imminente collasso degli istituti archivistici statali. «Una crisi strutturale, in rapida evoluzione da molti anni», alla cui base c’è il mancato turn over del personale a partire dal 2012: «Ancora una volta si sconta il colpevole ritardo con cui si affronta la drammatica carenza di personale nel settore degli archivi con un provvedimento di assunzione temporanea, diventato ormai costume nel Ministero, che attribuisce poco più di un funzionario ad ogni istituto», spiega Micaela Procaccia, presidente Anai, alla Repubblica degli Stagisti. «Questo tipo di assunzioni non risolve affatto i problemi, perché la durata delle collaborazioni consente appena di introdurre il personale assunto nel lavoro concreto degli Istituti per poi estrometterlo, una volta formato ad affrontare le specificità del lavoro in Archivio di Stato e Soprintendenza».Il bando scaduto a fine novembre «è veramente assurdo» secondo Federica Pasini soprattutto perché con contratti temporanei colma una carenza di personale notevole su cui in tanti hanno lanciato l’allarme. Prima fra tutte proprio l’Anai che nell’appello di pochi giorni fa ha segnalato un possibile peggioramento nel corso del prossimo anno. Perché all’interno di Archivi di Stato e Soprintendenze archivistiche «l’organico è ormai ridotto a meno della metà». «I dati a suo tempo forniti dalla stessa Direzione generale archivi del Ministero prospettano una carenza di personale che si avvia ad essere al di sotto del cinquanta percento dell’organico previsto nel prossimo anno», continua Procaccia, «e non parliamo solo degli archivisti ma di tutti i profili: dagli amministrativi ai custodi, indispensabili per un funzionamento delle sale di studio». In pratica archivi, musei, pinacoteche si svuotano dei propri dipendenti con conseguenze non solo nella tenuta e gestione del materiale ma con ricadute evidenti anche nella possibilità dei cittadini di poter visitare questi luoghi. Perché allora il ministero non riesce a colmare questa carenza di personale? «Bisognerebbe chiederlo al ministero. Quando fu deciso il blocco del turn over per i dipendenti pubblici non fu prevista un’eccezione per il settore, che sarebbe stata doverosa da parte di governi che trasversalmente si sono vantati del patrimonio culturale italiano, come invece fu previsto per forze dell’ordine e vigili del fuoco».Non solo non si pensò di introdurre una deroga, ma in tutti questi anni il ministero non ha pensato nemmeno di coprire queste carenze di personale con contratti degni di tal nome: «La partita iva sembra essere la moda degli ultimi 12 mesi, quest’anno sono usciti molti bandi di questo tipo», osserva Federica Pasini. E infatti il 2021 è stato il periodo dei bandi a tempo del Ministero della cultura: si è partiti con quello pubblicato a fine 2020 che chiedeva fino a 15 anni di esperienza per collaborare a partita iva pochi mesi con le Soprintendenze di tutta Italia, poi a gennaio è stata la volta dei tirocinanti ultraspecializzati, a marzo il turno è stato per 80 collaborazioni, di cui 49 catalogatori, per la Direzione generale biblioteche e diritto d’autore e ora questo per 150 archivisti.Un uso spregiudicato di tirocini e partite iva in un settore in cui mancano proprio gli impiegati. «In passato non era prevista la partita Iva per la selezione degli esperti, basti pensare a quella avvenuta nel 2016», osserva la presidente Anai Procaccia. «Le ragioni che hanno determinato questa scelta sono, forse, relative alle procedure di controllo contabile ma certamente penalizzano professionisti qualificati che, per partecipare, devono dotarsi di partita Iva e affrontare le conseguenze economiche di questa scelta».E quando non sono contratti a tempo o tirocini ecco che arrivano nuovi accordi tra ministeri per riempire i vuoti di organico, sempre per trovare qualcuno che faccia il lavoro per cui sarebbero necessari dei dipendenti. L’ultimo accordo è di inizio novembre tra il Mic e il ministero della giustizia per far lavorare i detenuti nei luoghi della cultura: dalla Reggia di Caserta alla Pinacoteca di Bologna o al Palazzo Ducale di Mantova o in decine di biblioteche e di archivi. «Ci siamo già espressi in merito: non ha senso. Prima di tutto perché è necessaria una professionalità e competenza che non tutti hanno e soprattutto perché se c’è carenza di personale, un funzionario deve già gestire da solo l’archivio e non può certo garantire un percorso formativo adeguato a queste persone. Bisogna prima colmare i vuoti di organico e poi dedicarsi a progetti di questo tipo. Invece si fa il contrario, si sostituisce il personale con queste categorie più fragili. Non ha alcun senso», osserva ancora Pasini. «L’uso di detenuti in attività di digitalizzazione di documentazione è già accaduto per la realizzazione di alcuni progetti anche importanti, come per i processi relativi al rapimento e uccisione di Aldo Moro, con la rigorosa condizione che l’intero lavoro fosse preceduto da un riordinamento delle carte realizzato da archivisti professionisti e che tutto avvenisse sotto la direzione di archivisti di Stato», spiega la presidente Anai Micaela Procaccia. «Dove questo non è accaduto il risultato è stato talmente carente da consigliare di rifare il lavoro dall’inizio. E quindi si torna al problema principale: se non ci sono archivisti di Stato chi indirizzerà il lavoro e lo controllerà?»In un Paese che di cultura potrebbe vivere tranquillamente, si tamponano solo le mancanze senza pensare a un progetto di lungo termine. «Le nostre battaglie vanno avanti» spiegano dall’associazione Mi Riconosci? «dalla regolamentazione dell’abuso del volontariato all’introduzione di un salario minimo. Cerchiamo stabilità e miglioramenti delle condizioni lavorative». Anche se, di questi tempi, il ministero sembra voler seguire tutta un’altra strada.Marianna Lepore

Mutui, 6mila giovani finora hanno ottenuto la garanzia statale: tanti o pochi?

Il Governo Draghi ha previsto per i giovani italiani una agevolazione sui mutui, per permettere loro di comprare casa più facilmente. Ma i giovani la stanno usando? Dai primi dati ottenuti solo dalla Repubblica degli Stagisti, finora 9mila under 36 hanno fatto richiesta, e 6mila di questi hanno effettivamente ottenuto la garanzia statale. Sono tanti? Sono pochi? Cerchiamo di capirlo.La misura [qui un vademecum con tutte le principali domande/risposte su come accedervi] è entrata in vigore oltre cinque mesi fa (tecnicamente, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è del 26 maggio) e finalmente la Repubblica degli Stagisti è riuscita ad ottenere i primissimi dati ufficiali dalla Consap, la Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici, che esamina le richieste. Da premettere che Consap considera che su questa misura in realtà vi sia stato “poco più di un mese di attività” visti i tempi delle banche per lavorare le pratiche.Ma insomma, i primi numeri ci sono: eccoli. 9.490 domande totali per accedere al fondo di garanzia mutui prima casa di cui 8.961 sottoposte da persone under 36. Le domande ammesse sono 6.139 e anche in questo caso la stragrande maggioranza, 5.797, è di giovani sotto i 36 anni. Questi numeri riguardano le pratiche ricevute da Consap nel periodo compreso tra il 24 giugno e il 15 novembre.«Se valutate in relazione alla dimensione del mercato delle compravendite assistite da mutui in Italia, le circa 9mila domande attivate grazie al Fondo Garanzia mutui prima casa rappresentano una componente piuttosto esigua» commenta Elena Molignoni, 60 anni, bolognese, cinque figli, responsabile BU immobiliare e strategie urbane di Nomisma: «I cinque mesi, depurati dai tempi di istruttoria e, prima ancora, dalla predisposizione del prodotto finanziario da parte del sistema bancario, si possono ricondurre a tre mesi. In media negli ultimi anni pre pandemia in un trimestre si finalizzano circa 150mila compravendite, di cui 82mila assistite da mutuo da soggetti di ogni età e circa 28mila sono riconducibili a mutuatari under 36». I numeri citati da Molignoni sono riferiti al periodo pre pandemia, quindi al 2019, perché l’anno seguente le compravendite totali – quindi sia con sia senza mutuo – hanno subito un calo di quasi l’otto per cento: quindi, spiega l'esperta, ha più senso confrontare i numeri di quest’anno con quelli di due anni fa visto che «nel 2021 il mercato ha recuperato abbondantemente quello che ha perso l’anno scorso».Proseguendo questo ragionamento, «le 9mila domande pervenute rappresentano l’undici per cento delle compravendite assistite da mutuo su base trimestrale e il 31 per cento di quelle il cui l'acquirente mutuatario è un giovane under 36». Una valutazione, sottolinea Molignoni, che riguarda soltanto i primi cinque (in “realtà” tre) mesi. «Per poter valutare l’efficacia del provvedimento è necessario avere un consuntivo su base annuale così da scontare l’effetto novità, la scarsa conoscenza e comunicazione del prodotto, nonché i tempi necessari per finalizzare l’acquisto di un’abitazione, in media tra i cinque e i sei mesi».  Ma, insomma, osservando la situazione attuale l'esperta di Nomisma non pensa che il provvedimento stia dimostrando grande efficacia nel convincere i giovani a comprare casa.Di diverso avviso è invece Gianluigi Chiaro, 38 anni, economista bolognese esperto di politiche abitative e di osservatori e valutazioni certificate, fondatore della startup Area Proxima specializzata in big data per le strategie urbane, consulente per la PA e per Caritas Italiana: «La misura sta funzionando» assicura alla Repubblica degli Stagisti «e per comprenderlo i dati Consap vanno confrontati con quelli a livello nazionale di fonte Crif. Nel corso degli ultimi mesi gli effetti del fondo di garanzia sono molto positivi ed è, infatti, il segmento degli under 36 che sta trainando il mercato, con una crescita di dodici punti percentuali rispetto al 2020. Se si considera il dato nazionale, più della metà delle compravendite avvenute nel 2020 è stato finanziato attraverso un mutuo, quindi delle 558mila compravendite solo circa 280mila sono quelle sostenute da mutuo. Se si considera solo un trimestre le compravendite sono circa 70mila e la quota di mutui con garanzia Consap oscilla tra l’otto e il nove per cento: numeri positivi in generale».Insomma, secondo Elena Molignoni il bicchiere è mezzo vuoto, perché i giovani che stanno effettivamente avanzando la richiesta di ottenere questa garanzia sono numericamente pochi; secondo Gianluigi Chiaro, invece, il bicchiere è mezzo pieno perché la misura sta aiutando molti giovani a trovare una casa, cosa che senza garanzia non avrebbero potuto fare se non con l’aiuto economico delle famiglie o con risorse reddituali proprie. Ma anche Chiaro vede criticità: per esempio, considera la misura un po' «anacronistica visto il costante calo dei redditi dei nuclei più giovani, la maggiore mobilità, la tendenza a vivere in affitto».Altro dato interessante da analizzare è quello riferito alla distribuzione territoriale delle richieste di accesso al Fondo garanzia mutui prima casa: più della metà arriva dal Nord, ben distaccato dal centro Italia fermo ad appena un quarto e seguito a ruota da Sud e isole. «La distribuzione percentuale delle domande riflette esattamente le quote di mercato delle compravendite» osserva Elena Molignoni, visto che «in media più della metà degli acquisti di casa si concentra nel Nord Italia, seguito da Centro, Sud e Isole».«La provenienza geografica delle famiglie o dei richiedenti mutuo è sempre stata concentrata nel nord Italia» concorda Gianluigi Chiaro «perché la tendenza è quella di preferire soprattutto per giovani lavoratori l’acquisto di abitazioni dove c’è lavoro. Non deve quindi stupire la distanza tra nord e sud perché è ormai un dato di fatto da anni. Il fattore geografico non si risolve con maggiori garanzie verso le famiglie del Sud ma creando posti di lavoro che attraggano persone».Ma in definitiva una misura come questo fondo può servire veramente per aiutare i giovani a comprare casa? O servirebbe altro? Molignoni non ha dubbi: bisognerebbe puntare sul sostegno all'affitto, e non all'acquisto. «Sarebbe utile favorire la locazione, per rispondere a una esigenza di flessibilità dettata da una prospettiva di vita meno ingessata rispetto al passato. Una locazione a costi accessibili per venire incontro al tema della precarietà del lavoro, dei bassi redditi e prevenire così forme di povertà abitativa».Chiaro ricorda come questa agevolazione sui mutui voluta dal governo Draghi abbia una visione politica legata agli anni Novanta, mentre bisognerebbe avere ben chiara la struttura sociale italiana di oggi. Che non è proiettata verso l’acquisto: i dati 2016 dell’Indagine sui bilanci delle famiglie di Banca d’Italia mostrano come i nuclei under 34 disoccupati o con lavori precari e redditi bassi hanno una percentuale di case in affitto molto elevata.Perché se la proprietà per alcuni resta il sogno, non è più un modello sostenibile nel lungo periodo e sarebbe opportuno, invece, sostenere le famiglie più giovani, incentivare nuove nascite e dare alloggi a canoni calmierati a lavoratori precari. «La casa oggi non è l’elemento da cui partire», spiega l’esperto di politiche abitative, «ma diventa, spesso, quello che rende poveri dopo tutte le spese mensili. Quindi prima della casa, serve lavoro stabile e canoni sostenibili».Per capire se la misura abbia funzionato bisognerà attendere i dati di lungo periodo per vedere che tipo di mercato sarà andata a supportare. «Quante famiglie aiuterà?» si chiede Chiaro: «Se anche fossero 200mila, bisogna ricordare che ci sono cinque milioni di contratti in affitto in Italia, ed è sulla locazione che bisogna ragionare. Bisognerebbe rivedere i contratti dal lato inquilino, dando canoni giusti ed equilibrati rispetto al proprio reddito, ma soprattutto contratti d'affitto temporanei di durata più breve, per esempio da 3 a 18 mesi. Nel target fino a 35 anni in Italia oggi c’è una metà di giovani che comprano e quindi si fissano in un luogo, ma un’altra metà che si muove, anche per fare esperienze, e manca assolutamente un’offerta che supporti questa mobilità». Non farlo comporta non adeguarsi ai tempi moderni e continuare a rincorrere un’idea di famiglia e di proprietà ferma a trenta anni fa.Marianna Lepore

“I Danoners”, su Instagram una finestra su come si lavora (e non solo) in Danone

Danone sbarca su Instagram, e lo fa in maniera un po’ diversa dallo “standard” previsto dalle policy aziendali abituali. Il profilo – lanciato giusto un mese fa – si chiama “I Danoners” e vuole mettere al centro le persone che lavorano all’interno dell’azienda e che ogni giorno si occupano non solo dei prodotti che la grande multinazionale alimentare di matrice francese produce e mette in commercio, ma anche di tutte le altre attività, a cominciare dall’impegno sociale e del sostegno ad alcune cause come la salute o le pari opportunità.«Perché abbiamo deciso di lanciarci in questa avventura? Danone ha una cultura unica che si nutre del valore e dell’ispirazione delle proprie persone» dice Sonia Malaspina, direttrice HR Italia e Grecia di Danone [nella foto]: «Questo crea le basi per un ambiente di lavoro agile, creativo, dove il singolo e la mente collettiva si fondono per dare vita ad un contesto in cui business e progresso sociale si contaminano e si sviluppano insieme. Ci serviva un mezzo altrettanto dinamico per trasmettere tutto questo all’esterno con immediatezza e autenticità».Instagram è dunque questo mezzo “dinamico”, «attraverso il suo storytelling visivo e appunto immediato: è coinvolgente e va al cuore delle persone». Ma non è l’unica motivazione. «Abbiamo notato che le aziende scendono in campo su Instagram con profili dal taglio molto corporate o come emanazione della loro sezione careers. Il nostro obiettivo è diverso» riflette Malaspina: «Vogliamo creare una finestra sul nostro mondo, un canale di comunicazione che attraverso il suo stile unico incarni la nostra cultura e il valore dei nostri brand. E che lo faccia attraverso la partecipazione attiva del nostro asset più importante, le persone». Le persone, in Danone, sono chiamate “Danoners”, appunto, e «sono in prima linea nel trasmettere in maniera autentica all’esterno cosa significhi lavorare qui» dice ancora Malaspina: «Per riassumere in una parola, sono attivisti». Insomma, degli ambassadors 4.0. Raccontando cosa vuol dire lavorare ogni giorno in Danone, nell’headquarter italiano a Milano o sul territorio, il profilo Instagram IDanoners servirà anche a tutti coloro che si stanno guardando intorno in cerca di lavoro, consentendo all’azienda «di raggiungere con immediatezza uno dei nostri target principali in termini di attrazione dei talenti: le nuove generazioni». Danone  peraltro fa parte da oltre 11 anni dell’RdS network, il circuito di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti: ha costruito la sua straordinaria reputazione di good employer con i fatti, con le ottime condizioni economiche offerte agli stagisti (non solo una buona indennità mensile ma perfino l’accesso per gli stagisti al welfare aziendale, una misura pressoché unica nel suo genere in Italia) e con un tasso di assunzione post stage stabilmente doppio rispetto alla media nazionale: «Più del 70% delle posizioni junior che si creano viene ricoperto da stagisti che hanno iniziato il loro percorso di crescita con noi» conferma infatti Malaspina «e abbiamo un tasso storico del 60% di conversione» da tirocinio a contratto di lavoro».Tra i primi contenuti che hanno trovato spazio su I Danoners c’è  un video che spiega perché sono diventati una B Corp; la campagna Act4Change di Activia; e l’evento sportivo organizzato dal Policlinico Gemelli e dall’università Cattolica, sostenuto dai due marchi Danacol e Fortifit, per promuovere stili di vita salutari. «Il go-live ha marcato immediatamente lo stile e l’impronta de I Danoners» spiega Sonia Malaspina: «B Corp rappresenta il nostro dna, il doppio progetto economico e sociale su cui ci fondiamo e la nostra visione, che ci porta ad agire per generare un impatto positivo nel mondo che ci circonda». In tutto il mondo il gruppo Danone sta trasformando le sue filiali in Bcorp, a cominciare dagli Stati Uniti: Danone US è la più grande BCorp del mondo. Le tre società che compongono il gruppo in Italia – Danone, Mellin e Nutricia – nel corso del 2020 sono diventate sia Benefit Corporation, cambiando il loro statuto come prescrive la legge che dal 2015 regolamenta questa nuova forma giuridica di impresa, sia BCorp ottenendo la certificazione dalla società BLab. «Activia Act4Change è espressione del nostro impegno decennale a sostegno delle donne» continua Malaspina «ed è il primo esempio di un brand che si attiva per creare un movimento per far emergere il loro valore con azioni concrete di ispirazione, condivisione e consigli». Da anni impegnata per valorizzare le donne, e in particolare quelle che che scelgono di essere al contempo mamme e lavoratrici, Danone tra le altre cose già dal 2018 utilizza la piattaforma Maam (acronimo di Maternity as a Master) per valorizzare la genitorialità in azienda e per aiutare mamme e papà ad essere più consapevoli delle proprie capacità in quanto genitori: perché prendendosi cura di un bambino si sviluppano inconsapevolmente skill preziosi anche in ufficio - come la gestione del tempo, la capacità di lavorare per priorità, l’ascolto, l’intelligenza emotiva.«Danacol e FortiFit fanno parte del sostegno alla Longevity Run organizzata dal Policlinico Gemelli» aggiunge Malaspina: un’adesione che «apre una finestra sul contributo attivo dei Danoners a supporto dell’iniziativa: non solo chi gestisce i brand, ma chi condivide attivamente la causa sugli stili di vita salutari e che pertanto agisce come ambassador».Insomma, lo storytelling sul canale Instagram “IDanoners” è funzionale a «comunicare in maniera immediata come agisce Danone attraverso le sue persone, ciò in cui crediamo e ciò che vogliamo generare». E mette al centro, come protagonisti, proprio i collaboratori di Danone – che sono quasi 500 in Italia: «Il canale si chiama I Danoners proprio per questo!» conferma Malaspina: «Sono le nostre persone il motore dei contenuti, attraverso i loro occhi ci condurranno nell’esplorare cosa significa lavorare in Danone, contribuire al cambiamento e agire per l’innovazione, sia essa sociale o di brand». Chi naviga su IDanoners trova contenuti differenti. «Le stories formeranno un viaggio che avrà tappe con focus diversi: dall’entusiasmo per il lancio di un nuovo prodotto, alla scoperta di cosa si può imparare lavorando nelle nostre funzioni, di quanto sia importante attivarsi per ciò in cui si crede. E infine perché no, anche una rubrica che mostra il nostro Dark Side!». I Danoners è anche uno spazio pensato, come accennato, per far conoscere la realtà Danone ai potenziali candidati. «Raccontare i Danoners ai futuri Danoners è uno dei nostri obiettivi» conferma la direttrice HR: «Crediamo che questo sia uno strumento di comunicazione potente per avvicinare i talenti al nostro mondo, perché possono quasi toccare con mano la vita in Danone, osservare da una finestra privilegiata quanta passione mettono le nostre persone nel portare la nostra missione in azione. I Danoners sono i cittadini di Danone e mostreranno la loro casa con la consapevolezza di trasmettere in maniera autentica cosa significa far parte di questa comunità».Il concetto di I Danoners però non si ferma qui. «Ha un obiettivo ambizioso e, per citare le parole di uno dei nostri padri fondatori, va al di là nei nostri cancelli: i Danoners sono per noi tutti coloro che condividono la nostra missione e visione, che credono all’impatto positivo e generativo che l’azienda può portare nell’ecosistema in cui opera o che, semplicemente, amano i nostri prodotti e i loro benefici. I Danone lovers insomma!».

Stage4eu, la app per trovare stage in Europa compie tre anni: «Ancora grande la voglia di tirocini all'estero»

La pandemia non è ancora alle spalle, ma gli stage in Europa stanno riprendendo la loro corsa. Lo testimoniano i download dell'app Stage4eu, a quota 22milla, di cui 7mila dall'estate 2020, nonostante l'emergenza sanitaria. Gestita dall’Inapp, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, e operante nell’ambito del Fondo sociale europeo (Pon Spao), l'applicazione raccoglie tutte le principali offerte di tirocinio in Europa. Non mancano però le criticità: la principale è che, incredibilmente, alla app non è affiancato alcun monitoraggio dei dati sull'incrocio tra domanda e offerta. Non vi sono insomma numeri sulla reale efficacia di questi tirocini, su quanti siano i giovani che tramite la app riescono a ottenere un tirocinio all'estero. Come ammette alla Repubblica degli Stagisti Giuseppe Iuzzolino, ricercatore e curatore dello strumento, «Ci limitiamo per il momento al controllo di qualità delle offerte, ma non conosciamo i dati sui tirocini effettivamente attivati grazie al sito né su eventuali rapporti proseguiti attraverso contratti di lavoro».Quello che è chiaro è che «la pandemia non ha fermato la voglia di intraprendere uno stage all’estero» è il commento di Sebastiano Fadda [nella foto], presidente Inapp, «e adesso grazie al green pass si è ritornati a farlo anche in presenza». L'app è nata tre anni fa ed è la versione digitale del Manuale dello stage in Europa, «un testo in cui gli aspiranti 'eurostagisti' potevano trovare tutte le informazioni e i consigli utili per cercare, organizzare e affrontare uno stage in Europa» si legge sul sito dedicato allo strumento. Si è passati quindi a Stage4eu, un’app mobile e un sito web che offrono «un set di informazioni e una selezione quotidiana delle più interessanti offerte di stage nei diversi Paesi europei». Inapp si fa garante della qualità delle offerte di tirocinio pubblicate attraverso il controllo preventivo dei compiti affidati allo stagista. «Non troverete mai sulla nostra app un tirocinio che prevede mansioni ripetitive o prive di potenzialità formative» garantisce Iuzzolino. Scopo del servizio è infatti proprio quello di consentire di «trovare uno stage all’estero 'su misura', facendo fare ai tirocinanti un salto di qualità nel proprio curriculum e di aprire loro le porte del mondo del lavoro» aggiunge Fadda. Si può procedere alla ricerca attraverso criteri mirati. Si seleziona il paese e l'area professionale ed ecco apparire sul monitor le offerte più recenti (circa una decina al giorno). Per chi ha l'app è anche attivabile la funzione delle notifiche, che avvisa della pubblicazione di un annuncio coerente alla proprie preferenze. Tra le ultime ce ne sono ad esempio una per laureati triennali nell'ambito nell'ambito contabilità in una sede Ubs di Madrid; un'altra in comunicazione presso la Warner Media France a Neuilly-sur-Seine in Francia; e ancora – sempre dello stesso giorno – una a Dublino come sviluppatore Java. C'è un aspetto a cui prestare particolare attenzione, ovvero quello del rimborso spese. «Se è sicuramente presente è indicato nell'annuncio» rassicura Iuzzolino, attraverso l'inserimento del simbolo dell'euro. Il fatto che sia assente non significa però che lo stage sia a titolo gratuito, ma solo che l'azienda non lo ha esplicitamente menzionato. Questo perché spesso accade, specifica Iuzzolino, «che l'importo sia stabilito in sede di colloquio». Purtroppo non è escluso insomma che possano esservi offerte di tirocinio a titolo gratuito, «soprattutto per Paesi come l'Olanda, che li prevedono in questa formula per gli studenti». In altri casi, come la Francia, «il rimborso spese è assicurato per legge». In Germania ad esempio «il rimborso deve essere pari a al salario minimo di circa 1500 euro mensili». Attenzione però, perché anche qui non sempre i tirocini gratuiti sono illegali: l'obbligo di indennità vale sostanzialmente solo per l'equivalente dei nostri tirocini extracurriculari. Viene meno ad esempio, fa sapere Christine Gopner-Reineche, ufficio stampa del ministero del Lavoro tedesco, nel caso di «praticantati, tirocini di durata inferiore ai tre mesi, stage di breve durata unicamente finalizzati all'orientamento del giovane».  La speranza, ricorda l'Inapp, «è che si concretizzi presto in tutti i Paesi Ue quanto auspicato nella Risoluzione del Parlamento europeo sulla garanzia per i giovani dell’8 ottobre 2020». La risoluzione invoca infatti per i tirocini «la forma di accordi scritti e giuridicamente vincolanti, che specifichino i compiti del tirocinante e prevedano un rimborso spese dignitoso». Informazioni più dettagliate sugli stage sono comunque reperibili nell'app anche sulle 'schede Paese', una apposita sezione in cui si mettono insieme tutti i riferimenti legislativi sugli stage nel paese, così come i documenti richiesti, gli indirizzi utili, le informazioni su alloggio, moneta e simili. «Spagna, Francia e Germania risultano essere le mete più ambite» elenca l'Inapp «Ma va rimarcata la risalita di Paesi come il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e la Svizzera, sedi di istituzioni europee e di importanti organizzazioni internazionali». L’Olanda in particolare sembra scalare posizioni nel gradimento dei giovani. Quanto alla durata media degli stage, proseguono ancora da Inapp, si tratta «mediamente di sei mesi, un periodo di tempo adeguato perché i ragazzi possano maturare un’esperienza professionale significativa». Ilaria Mariotti 

Giornata internazionale degli stagisti: “Estendere i diritti anche ai curricolari e monitorare in maniera trasparente”

Oggi – 10 novembre – è la Giornata internazionale degli stagisti, che viene festeggiata a partire dal 2015 per accendere i riflettori sulle condizioni dei tirocinanti in tutta Europa e sulle battaglie per i loro diritti. Ideata dallo European Youth Forum e dall’associazione InternsGoPro e supportata dalla Commissione europea, la Giornata è il simbolo della lotta contro lo sfruttamento degli stagisti e per una riforma dei modelli di ingresso nei mercati del lavoro dei Paesi europei, che troppo spesso individuano nei tirocini una valvola di sfogo per poter avere accesso a manodopera o cervellodopera a bassissimo costo (o addirittura gratuita!) senza nemmeno il disturbo di dover rischiare impiegando lavoratori in nero. Perché gli stage sono legali: le condizioni a cui agli stagisti viene chiesto di “lavorare”, però, spesso lo sono molto meno.Molta strada è stata fatta, in Italia e in molti altri Paesi, per affrontare il tema dell’abuso dello strumento dello stage per risparmiare sul costo del personale, e debellare la piaga dei tirocini gratuiti: lo slogan principale della Fair Internship Initiative infatti non a caso è “unpaid is unfair”, “non pagato è iniquo”.Gli stage completamente gratuiti sono via via che passa il tempo più rari, anche grazie a nuove normative che li hanno fortemente limitati o messi fuorilegge: in Italia per esempio tutti quelli extracurricolari da qualche anno devono prevedere una indennità minima (fissata da ciascuna Regione). Ma resta purtroppo ancora possibile proporre stage gratuiti, in caso si configurino come “curricolari”, cioè svolti durante un percorso di formazione (il caso più frequente è quello dei tirocini durante i corsi di formazione o l’università). Dunque la battaglia in Italia è stata vinta solo a metà, finora: bisogna sostenere una riforma dei tirocini curricolari e per fortuna c’è già una proposta di legge depositata in Parlamento, a prima firma Massimo Ungaro: l’auspicio è che cominci al più presto la discussione (le due commissioni competenti sono quella Lavoro e quella Istruzione). Inoltre, giusto ieri una delegazione di giovani impegnati nei GD di Milano ha consegnato al ministro del Lavoro Orlando le oltre 50mila firme raccolte a sostegno della proposta di riforma di stage e apprendistati. «Ho ascoltato con attenzione le loro richieste e le loro osservazioni e ho confermato il mio impegno per politiche di accesso al lavoro che riescano a rispondere alle richieste delle nuove generazioni, in linea con quanto ci chiedono il Parlamento e la Commissione Ue» ha scritto il ministro su Facebook: «Anche per questo motivo ho voluto che al Ministero si istituisse un gruppo di lavoro sulle politiche giovanili. Sono fiducioso che il positivo dialogo con le Regioni e con le parti sociali possa portare a breve a un quadro normativo che tuteli veramente i giovani e incentivi le aziende che li assumono». Un gruppo di lavoro di cui fa parte anche la fondatrice e direttrice della Repubblica degli Stagisti.L’altra battaglia ancora tutta da vincere è quella per un monitoraggio sistematico e per una maggiore trasparenza dei dati relativi agli stage: quanti se ne fanno, dove come e a che condizioni, quanto vengono pagati gli stagisti, quanto spesso vengono assunti, con che contratti, in che settori. Tutte queste informazioni o esistono in potenza ma non vengono divulgate (per esempio nel caso dei tirocini extracurricolari), oppure non vengono proprio raccolte (nel caso dei curricolari)! E invece, nell’ottica che si debba sempre “conoscere per deliberare”, poter conoscere anno dopo anno questi dati, poterli confrontare con il passato e con altri Paesi, è fondamentale per poter predisporre al meglio le policy che riguardano i tirocini, e capire finalmente quanto essi siano efficaci come politiche attive del lavoro.La Giornata internazionale degli stagisti è dunque un modo per ricordare le condizioni spesso difficili di milioni di giovani (e meno giovani) che fanno stage in Italia e nel mondo, e delle organizzazioni - come la Repubblica degli Stagisti qui! - che si battono per i loro diritti.Buona Giornata a tuttə!

Fellowship Programme delle Nazioni Unite, c’è tempo fino al 15 novembre per fare domanda

Torna anche quest’anno il Fellowship Programme, il programma finanziato dal Governo italiano attraverso la Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Affari esteri e curato dal dipartimento degli Affari economici e sociali delle Nazioni Unite (UN/Desa).L’iniziativa, rivolta a ragazzi di nazionalità italiana di età inferiore a 29 anni,  consiste in un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali di circa dodici mesi, preceduta da un workshop di formazione organizzato dall’International Training Centre dell’ILO, in programma per maggio del prossimo anno. La scadenza per la presentazione delle candidature è il 15 novembre 2021, esclusivamente online attraverso il sito UN/Desa.Per inoltrare la candidatura è necessario essere in possesso dei seguenti requisiti: età inferiore ai 29 anni (con data di nascita il 1° gennaio 1993 o successiva, quindi); nazionalità italiana; ottima conoscenza della lingua inglese e italiana; possesso di uno dei seguenti titoli accademici: laurea specialistica/magistrale; laurea magistrale a ciclo unico; laurea triennale accompagnata da un titolo di master universitario; Bachelor’s Degree accompagnato da un titolo di master universitario.Anche quest’anno per supportare i candidati e fornire tutte le informazioni utili all’inoltro della domanda sono stati organizzati dei webinar, a cui è possibile partecipare dopo aver effettuato la registrazione sul sito www.undesa.it. Il prossimo è in programma per l’11 novembre alle 10 e 30.Come di consueto non sono ancora noti i posti disponibili, ma, facendo riferimento alle edizioni precedenti dovrebbero essere circa una quarantina, con importi mensili variabili tra i 1.200 e i circa 6mila dollari in base al costo della vita della località di destinazione. Gli importi massimi mensili per paese sono consultabili alla pagina dedicata sul sito UN/Desa. Per la precedente edizione sono stati selezionati 36 partecipanti, 8 uomini e 28 donne, a fronte di 1.722 candidature inviate, per un'età media di 26 anni e 5 mesi. Sempre per l'edizione 2020/2021, il 67% dei candidati era di sesso femminile (percentuale calcolata sulle candidature ritenute valide, pari a 1.582). Il dato delle donne selezionate rispecchia generalmente la percentuale di donne che fanno domanda al Fellowship Programme: più donne candidate uguale più donne selezionate dunque. La grande partecipazione femminile, spiegano da UN/Desa, è una costante dell'ultimo decennio, a partire dal 2012.I motivi di non ammissione, che rendono non valida la candidatura inviata, sono di solito: mancanza dei requisiti accademici, mancata conoscenza della lingua inglese, autocertificazione priva di firma, certificato non valido o mancante, formulario incompleto, formulario non in inglese. Dal 1999, anno della prima edizione, a oggi sono state inoltrate ogni anno in media poco più di 1.200 candidature, per una media di 33 partecipanti a ciascuna edizione. Il meccanismo di selezione è lo stesso delle edizioni precedenti: la fase di preselezione dei candidati, effettuata dall'ufficio UN/Desa di Roma, porta all’individuazione di una rosa di massimo cinque candidati per ciascuna borsa di studio, in possesso di tutti i requisiti richiesti dall'organizzazione beneficiaria. Nell’ambito del processo di selezione si tiene conto di fattori come motivazione, conoscenze linguistiche e tecniche, qualifiche e specializzazioni universitarie, eventuali esperienze volontarie e professionali. I candidati selezionati saranno contattati e informati dell'esito, con l'invito a partecipare alle fasi successive del processo di selezione.La fase finale è caratterizzata da una prova scritta e un colloquio basato sulle competenze. La prima è gestita sempre dall'ufficio UN/Desa di Roma tramite un'applicazione appositamente progettata. Le interviste sono condotte a distanza tramite videoconferenza da gruppi convocati dagli uffici destinatari, nel caso di borse di studio in agenzie/organizzazioni del Sistema delle Nazioni Unite, e convocati da UN/Desa, nel caso di borse di studio in uffici sul campo dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.Tutti i candidati selezionati vengono informati tramite e-mail dell'esito della selezione finale. Nei casi in cui il candidato di prima scelta rifiuti il premio, l'Ufficio UN/Desa di Roma contatta gli altri candidati consigliati in ordine di graduatoria per verificare la loro disponibilità.Chiara Del Priore

Comprare casa con la garanzia dello Stato, ecco tutte le informazioni

Il decreto Sostegni bis entrato in vigore il 26 maggio 2021 (e convertito poi in legge a fine luglio) ha introdotto la possibilità di un mutuo agevolato per i giovani che non abbiano ancora compiuto i 36 anni. Nella guida che segue – realizzata con la consulenza del notaio Giovanni Rizzi [nella foto sotto], componente della commissione consumatori del Consiglio Nazionale del Notariato – la Repubblica degli Stagisti offre ai suoi lettori un vademecum ai principali dubbi di chi si appresta a richiedere questo beneficio.Una nota preventiva. Pur essendo la Repubblica degli Stagisti scettica rispetto al reale bisogno dei giovani italiani di comprare casa, la misura destinata agli under 36 può in effetti interessare qualcuno tra i nostri lettori. Quindi abbiamo deciso di realizzare questo vademecum a giugno 2021, poco dopo la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale. Allora perché questo articolo vede la luce solo oggi, a inizio novembre? Perché in questi quattro mesi siamo rimasti in stand by, attendendo le risposte prima le risposte del Consiglio Notarile di Milano e poi quelle del Consiglio nazionale del notariato, che a sua volta era in stand by perché in attesa della circolare esplicativa dell'Agenzia delle entrate. Dunque, di fatto, in questi mesi chi ha cercato di accedere alla misura lo ha fatto in un quadro in cui gli stessi “esperti” (le banche e i notai) brancolavano nel buio, in attesa di risposte rispetto ai punti meno chiari della normativa.Quali sono i requisiti per richiedere il bonus prima casa per under 36?  I benefici spettano alle persone (gli “acquirenti”) che non abbiano ancora compiuto i 36 anni nell’anno in cui è stipulato l’atto di compravendita. Di conseguenza per gli atti stipulati nel corso dell’anno 2021 il beneficio riguarda i nati dal primo gennaio 1986 in poi, mentre per gli atti stipulati dal primo gennaio al 30 giugno 2022 il beneficio riguarda i nati dal primo gennaio 1987 in poi.C'è un limite di reddito?L’acquirente deve avere un valore dell’indicatore della situazione economica equivalente (Isee) non superiore a 40mila euro annui.Chi è escluso?Chi non soddisfa tutti i requisiti richiesti per accedere alle cosìdette “agevolazioni prima casa” ossia:a) l’immobile deve essere ubicato nel territorio del comune in cui l’acquirente ha o stabilisca entro 18 mesi dall’acquisto la propria residenza, ovvero – se diverso – in quello in cui l’acquirente svolge la propria attività.b) l’acquirente nell’atto di acquisto deve dichiarare di non essere titolare esclusivo (né in comunione col proprio coniuge) dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del Comune ove è ubicato l’immobile acquistato;c) l’acquirente nell’atto di acquisto deve dichiarare di non essere titolare, neppure per quote (e neppure in regime di comunione legale dei beni col proprio coniuge) su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata con le agevolazioni prima casa ovvero si impegni ad alienare, entro un anno, l’immobile a suo tempo acquistato con le agevolazioni prima casa.E per quanto riguarda i cittadini italiani che lavorano e/o risiedono all'estero?Le agevolazioni sono estese anche ai cittadini italiani che risiedono all'estero e che acquistano l'immobile come prima casa sul territorio italiano nonché ai cittadini italiani che lavorano all'estero per immobili siti nel luogo dove ha sede o esercita l'attività il soggetto da cui dipendonoPossono accedere alla misura anche cittadini stranieri?Gli stranieri extracomunitari dotati di permesso di soggiorno in corso di validità (a prescindere dalla data di suo rilascio) e gli stranieri appartenenti a Stato dell’Unione Europea hanno i medesimi diritti dei cittadini italiani e quindi possono acquistare un immobile fruendo dei benefici in oggetto.Qual è la data ultima per usufruirne?Le agevolazioni si applicano agli atti stipulati entro il 30 giugno 2022.È uno sconto fiscale o un bonus monetario?Il beneficio consiste nella esenzione dall’imposta di registro (altrimenti dovuta nella misura del 2% e comunque in misura non inferiore ad mille euro se atti soggetti ad imposta di registro ovvero dovuta in misura fissa di 200 euro se atti soggetti ad IVA), nell’esenzione dalle imposte di trascrizione e catastale (altrimenti dovute nella misura fissa di 50 euro se atti soggetti ad imposta di registro ovvero dovuta in misura fissa di 200 euro se atti soggetti ad IVA). In caso di atti soggetti ad IVA viene inoltre riconosciuto un credito di imposta pari al valore dell’IVA versata per l’acquisto, che potrà o essere portato in diminuzione dalle imposte di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni dovute sugli atti e sulle denunce presentati dopo la data di acquisizione del credito o potrà essere utilizzato in diminuzione delle imposte sui redditi delle persone fisiche dovute in base alla dichiarazione da presentare successivamente alla data dell’acquisto o potrà essere utilizzato in compensazione ai sensi del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241.In caso di mutui finalizzati all'acquisto/costruzione/ristrutturazione di case di abitazione e relative pertinenze il beneficio consiste nell’esenzione dall’imposta sostitutiva prevista dall’articolo 18 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 601 (altrimenti dovuta nella misura dello 0,25%).Il beneficio è valido per qualsiasi tipo di abitazione?No: sono escluse dai benefici in oggetto le abitazioni catastalmente classificate nelle categorie A/1, A/8 e A/9. Quindi abitazioni di tipo signorile con caratteristiche di pregio, ville con parchi o giardini e castelli e palazzi eminenti.L’esclusione delle abitazioni di tipo signorile o di eminenti pregi artistici o storici non rischia di precludere la possibilità di comprare nei centri storici, dove molto spesso anche edifici normali sono posti sotto vincolo della sovrintendenza?Non tutte le abitazioni soggette a vincolo culturale o comunque di pregio storico ed artistico sono accatastate nelle categorie A/1, A/8 e A/9. Per cui vi possono ben essere beni soggetti a vincolo acquistabili con i benefici del decreto Sostegni.Dove/a chi va presentata la domanda? Come è possibile sapere se la propria banca aderisce al fondo?Bisogna compilare il modulo di richiesta accesso al Fondo prima casa nelle banche aderenti all'iniziativa. Conviene quindi recarsi nella propria banca per chiedere informazioni o verificare sul sito Consap l’elenco aggiornato che oggi conta circa 215 banche aderenti. Se si è proprietari o comproprietari di un altro immobile è possibile usufruire del bonus? Anche se l’altro immobile è in usufrutto gratuito a un familiare?L’importante è non essere proprietari esclusivi (o in comunione con il proprio coniuge) di altre abitazioni situate nello stesso Comune ove è ubicato l’immobile da acquistare con le agevolazioni in oggetto, oppure a suo tempo acquistate fruendo delle agevolazioni prima casa.Se si è residenti in un comune diverso dall’immobile da acquistare si può usufruire lo stesso del bonus?Sì se l’acquirente trasferirà la propria residenza nel Comune ove è ubicato l’immobile da acquistare entro 18 mesi ovvero se l’acquirente svolge la propria attività in detto Comune: l’articolo 24 del Decreto Legge 8 aprile 2020 n. 23 e s.m.i. per contrastare le conseguenze negative derivanti dall’epidemia da Covid-19, ha previsto la sospensione del termine suddetto di 18 mesi nel periodo tra il 23 febbraio 2020 ed il 31 dicembre 2021.I 36 anni devono essere compiuti non prima del giugno 2022 o non prima della stipula del contratto di compravendita?I 36 anni non devono essere compiuti nell’anno in cui viene stipulato l’atto di acquisto.  Se si compiono dopo aver fatto la richiesta ma prima di finire la compravendita, si può comunque conservare il bonus?Nella Circolare dell’Agenzia delle entrate n. 12/E del 14 ottobre 2021 viene riportato il seguente esempio:- Tizio, che stipulerà un atto di acquisto di un immobile ad uso abitativo nell’ottobre 2021 e compirà 36 anni di età nel dicembre 2021, non beneficerà dell’agevolazione;- Caio, che stipulerà un atto di acquisto di un immobile ad uso abitativo nell’ottobre 2021 e compirà 36 anni di età nel gennaio 2022, al ricorrere degli altri requisiti normativamente previsti, beneficerà dell’agevolazione.Se la casa si compra insieme a un'altra persona, ciascuna con un Isee inferiore a 40mila euro ma insieme di importo superiore, possono entrambe richiederlo e ottenerlo?Quello dell’Isee è un requisito di carattere strettamente personale: pertanto in caso di co-acquisto l’importante è che ciascun acquirente abbia un Isee di valore inferiore a 40mila euro essendo del tutto irrilevante la circostanza che la sommatoria degli Isee di tutti i co-acquirenti superi i 40mila euro.E se in una situazione di co-acquisto uno dei due acquirenti è privo dei requisiti, l'altro può richiederlo?Nel caso di co-acquisto con solo alcuni acquirenti in possesso dei requisiti Under 36, le agevolazioni in oggetto si applicheranno solo alla quota dagli stessi acquistata, mentre alla quota acquistata dagli altri acquirenti (privi dei requisiti) si applicheranno le imposte nella misura ordinaria.Sempre in una situazione di co-acquisto, se entrambe le persone che acquistano sono under 36 eleggibili per questa misura, possono acquistare un immobile del valore doppio rispetto al massimale previsto? O il massimale resta il medesimo?Non esiste un “massimale”. L’esenzione dalle imposte di registro, di trascrizione e catastale è totale, mentre il credito di imposta per gli atti IVA è pari all’intero importo dell’IVA dovuta.Le banche potranno ancora chiedere la firma di un genitore come “ulteriore” garante?No. I mutui garantiti dal fondo non possono prevedere la presenza di un garante.Lo sconto concerne tutta la fase di acquisto, dal contratto preliminare all'atto di compravendita e al mutuo bancario?Se per l’acquisto si chiede il mutuo si fruisce dell’esenzione dall’imposta sostitutiva dello 0,25% a prescindere dalla circostanza che il bene ipotecato sia stato acquistato da un privato o da una ditta. Per godere delle agevolazioni under 36 sui mutui debbono ricorrere tutte le condizioni per poter accedere alle agevolaizoni prima casa nel caso di acquisto, quindi residenza nel comune, impegno a trasferirsi nei 18 mesi, non possesso di altra casa nel comune, non fruizione delle agevolazioni per altri acquisti etc. C'è differenza se si compra da un privato o da una ditta?Se si acquista da un privato (o da una ditta in caso di cessione esente da IVA) si fruisce dell’esenzione dalle imposte di registro, di trascrizione catastale. Se si compra da una ditta (con atto soggetto ad IVA) oltre che dell’esenzione dalle imposte di registro, di trascrizione catastale, si fruisce di un credito di imposta pari all’IVA pagata.Può accedere alla misura una persona con qualsiasi tipo di contratto, sempre con un Isee inferiore ai 40mila euro? Anche un lavoratore autonomo può richiederlo?Il decreto sostegni bis estende l'accesso al Fondo Consap a chi non ha compiuto ancora 36 anni con un Isee fino a 40mila euro. In una prima stesura l’accesso al fondo era concesso ai giovani di età inferiore ai 35 anni e titolari di un rapporto di lavoro atipico. Il decreto Sostegni bis ha però eliminato entrambi i vincoli. L'accesso è consentito anche ai lavoratori autonomi fino a fine anno.Per quanto riguarda le agevolazioni sugli acquisti si applicano a qualsiasi acquirente in possesso dei requisiti.Se un under 36 è già proprietario di una casa, il bonus può essere richiesto ai fini della ristrutturazione?La norma dispone l’esenzione dall’imposta sostitutiva delle imposte di registro, di bollo, ipotecarie e catastali e delle tasse sulle concessioni governative anche per i mutui erogati per la ristrutturazione di immobili ad uso abitativo relativi alle abitazioni prima casa.Se a richiedere l'aiuto è qualcuno che non ne ha diritto, a quali sanzioni va incontro?In caso di insussistenza delle condizioni e dei requisiti per beneficiare delle agevolazioni o di decadenza da dette agevolazioni, sono dovute le imposte nella misura ordinaria a cui si applica una sovrattassa pari al 30 per cento delle stesse imposte. La stessa sovratassa è prevista espressamente quale sanzione per il caso di acquisto della casa, soggetto a registro o Iva, nel caso in cui non ricorrano le condizioni per avvalersi delle agevolazioni prima casa che siano state invece richieste o in caso di decadenza delle sstese, per esempio nel caso di alienazione dell’immobile prima dei cinque anni. Questa sanzione è stata estesa anche per le agevolazioni under 36 applicate ai mutui. Marianna LeporeFoto di apertura: di cocoparisienne da Pixabay

Comprare casa, quanti giovani stanno utilizzando la garanzia statale per il mutuo? Ancora non si sa

Una delle prime misure annunciate dal governo Draghi “a favore dei giovani” è stata il sostegno per l'acquisto della casa. Pubblicato a fine maggio sulla Gazzetta ufficiale, il decreto è entrato in vigore il 26 maggio ed è previsto che duri un anno, fino al 30 giugno del 2022.Ma ad oggi, quattro mesi dopo, quanto è stato usato dai giovani? Non è dato saperlo. Innanzitutto, le richieste di informazioni ai rappresentanti della categoria dei notai sono finite nel nulla. A lungo la Repubblica degli Stagisti, durante i mesi di agosto e settembre, ha chiesto informazioni al Notariato, ma per tutto quel periodo la risposta è stata che i notai brancolavano nel buio in attesa di una “circolare esplicativa” che sarebbe dovuta arrivare dall'Agenzia delle Entrate, e che tardava. Arrivata, infine, solo il 14 ottobre.La Repubblica degli Stagisti si è rivolta allora alla Consap, la Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici che esamina le richieste, chiedendo di conoscere il numero preciso di under 36 che hanno, negli ultimi quattro mesi, acceso un mutuo in banca richiedendo la famosa garanzia statale. Ma la risposta non è arrivata. La Consap non ha voluto fornire il dato rispetto al numero di richieste attualmente pervenute, limitandosi, dopo una lunga attesa, a fornire una percentuale. Dunque, senza purtroppo numeri a supporto, si può dire solo che i giovani stanno approfittando della nuova garanzia: «il novantadue per cento dei soggetti tra i venti e i trentasei anni» che accendono un mutuo per comprare casa «fa richiesta di questo tipo di garanzia», spiega Fiorella Puglia dell’ufficio stampa Consap.Rispetto al passato la percentuale di richiedenti in quella fascia di età è quasi raddoppiata: precedentemente era solo il cinquantotto per cento ad approfittare della garanzia pubblica Consap, che si fermava però al cinquanta per cento (quella attuale legata al provvedimento voluto da Draghi arriva all'ottanta) e che è tuttora valida per le categorie non prioritarie. «Purtroppo è ancora troppo presto per avere un quadro preciso della situazione», precisa Puglia, perché «Il provvedimento è entrato in vigore il 26 maggio e i mesi di giugno, luglio e agosto sono andati via con le pratiche della banca quindi le richieste sono arrivate a Consap solo nel mese di settembre». In pratica è solo un mese che l'osservatorio Consap riesce a raccogliere dati al riguardo: una statistica con dati numerici (e non solo percentuali) è promessa per la fine dell’anno.Ma sembra proprio che effettivamente gli under 36 abbiano aumentato la propria propensione all’acquisto della prima casa. Lo dimostrano i dati (non ufficiali) raccolti dall’Osservatorio MutuiSupermarket.it  motore di ricerca e comparazione mutui attivo da dieci anni.Innanzitutto bisogna premettere che il 2021 si è aperto con una forte crescita all’acquisto, dovuta anche alla stasi pressoché totale, nel 2020, a causa della pandemia Covid. Secondo l’Osservatorio la domanda totale di mutui per acquisto di una prima casa è cresciuta fortemente proprio nella fascia di età fino a 36 anni, passando dal 34 per cento di inizio anno fino ad arrivare al 42 nel mese di luglio.La novità introdotta dal fondo, è bene ricordare, è la possibilità per i giovani fino a 36 anni e un Isee fino a 40mila euro di avere una garanzia statale fino all’ottanta per cento se il rapporto tra la somma finanziata dal mutuo e i costi di acquisto comprensivi degli oneri accessori – il cosiddetto loan to value – supera questa soglia. Ed è proprio su questo tipo di finanziamento che negli ultimi mesi c’è stata un’impennata di richieste, raddoppiate rispetto a inizio anno e arrivate proprio per la fascia di età sotto i 36 anni al sessantadue per cento nel mese di settembre, ultimi dati disponibili in mano a MutuiSupermarket.Nonostante i giovani, quindi, siano propensi ad approfittare di questa possibilità c’è un altro aspetto che va sottolineato ed è la scarsa offerta fatta dalle banche per mutui di questo tipo. In teoria, infatti, aderiscono all’iniziativa tutte le banche che devono trasmettere comunque la richiesta alla Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici. Ma attenzione: poi non sono obbligate ad erogare il mutuo. E nemmeno a prevedere un prodotto di questo tipo. Spiega bene il concetto Guido Bertolino, business manager development di Mutuisupermarket: «Hanno aderito al fondo Consap 215 banche, ma l’adesione al fondo non implica che la banca sia tenuta a offrire i prodotti previsti per i beneficiari prioritari, quindi che sfruttano il tasso agevolato, come appunto gli under 36», racconta alla Repubblica degli Stagisti.  La garanzia Consap, infatti, «è prevista sia per i beneficiari “prioritari”, i giovani, sia per i “non prioritari” e in questo caso le condizioni sono scelte dalla banca in maniera libera. Quindi le banche aderenti possono non avere l’offerta prodotto, averla e non pubblicizzarla o averla solo per i beneficiari che non sfruttano il tasso agevolato».I numeri delle richieste ora potrebbero aumentare anche perché proprio a metà ottobre l’Agenzia delle entrate ha finalmente pubblicato una circolare, la numero 12, tanto attesa dal mondo notarile per dare chiarimenti sull’agevolazione introdotta dal decreto Sostegni bis. Il primo chiarimento riguarda proprio l’età: nel testo si specifica che possono beneficiare dell’agevolazione solo i giovani che nell’anno solare in cui viene stipulato l’atto translativo non abbiano ancora compiuto i 36 anni. Quindi bisogna controllare la data del compleanno e quella del rogito: se si compiono i 36 anni nel 2021 e il rogito è nello stesso anno non si ha diritto all’agevolazione. Diverso, invece, se il rogito è quest’anno e solo nel 2022 si compiranno 36 anni. Altro chiarimento atteso dato dall’Agenzia entrate è quello relativo all’ipotesi di co-acquisto. Nel caso in cui due soggetti decidano di comprare casa insieme, precisa l’Agenzia delle entrate, l’agevolazione deve essere calcolata pro quota e quindi spetta solo al soggetto che può beneficiarne.Ma come fare a districarsi in tutte le regole e capire bene cosa fare? La Repubblica degli Stagisti ha predisposto un Vademecum con tutte le domande e risposte inerenti all’agevolazione prima casa under 36 con l’ausilio del notaio Giovanni Rizzi, componente della commissione consumatori del Consiglio Nazionale del Notariato. In questo articolo tutte le domande e risposte.Marianna Lepore

Banca PSA entra a far parte del network della Repubblica degli Stagisti

Da qualche settimana c'è una nuova azienda nel network della Repubblica degli Stagisti: si tratta di Banca PSA, che si occupa delle attività di finanziamento e di leasing sulle vetture Peugeot, Citroën e DS. Composta dalle due ragioni sociali Banca PSA Italia spa e PSA Renting Italia spa (quest'ultima tecnicamente una controllata di Banca PSA, e conosciuta con il marchio commerciale Free2Move Lease), l'azienda ha sede a Milano e dà lavoro a oltre duecento persone. Nel 2020, nonostante la pandemia, ha aperto le porte a una ventina di giovani, tra stage poi trasformati in contratti e assunzioni direttamente con contratto di lavoro. «Condividiamo con Repubblica degli Stagisti la stessa mission: dare valore e visibilità a giovani di grande potenziale» dice l'HR director Stefano Mattuglia per annunciare l'adesione al network: «Siamo consapevoli delle problematiche spesso correlate alla ricerca di una prima esperienza lavorativa e aderire al portale “RdS” ci è sembrato fin da subito un ottimo modo per avvicinarci ai giovani». Banca PSA opera in ambito bancario, anche se la sua posizione è particolare perché a cavallo con il settore automobilistico: «Banca PSA è una consumer bank del gruppo Stellantis impegnata nel supportare i risultati dell’automotive» spiega Mattuglia [nella foto a destra], 46 anni, che da cinque dirige l'ufficio HR: «Ci occupiamo anche di altri business tra cui renting, operazioni di cartolarizzazioni e di credito alle concessionarie. Nel nostro gruppo sono anche presenti trenta figure itineranti con il compito principale di promuovere il nostro business presso i dealer dei brand Peugeot, Citroën e DS».Mattuglia non è tra coloro che credono che i giovani debbano mettersi in fila e attendere il proprio turno, o che il merito sia legato indissolubilmente all'anzianità. Lo ha sperimentato sulla propria pelle quando, dopo una laurea in scienze politiche e un master in HR e comunicazione, a 29 anni è diventato il più giovane HR manager di Citroën Italia. Oggi si spende per un ambiente di lavoro inclusivo e paritario («Un aspetto verso il quale siamo particolarmente attenti è la tematica gender: ad oggi infatti, possiamo vantare un’equa distribuzione di figure maschili e femminili nell’azienda») in cui il potenziale dei giovani possa esprimersi e in cui il work-life balance non sia un miraggio ma un obiettivo a portata di mano.«Cerchiamo giovani che abbiano principalmente la passione per il mondo bancario» dice Mattuglia: «L’interesse verso la realtà automotive rappresenta un’altra caratteristica importante poiché non escludiamo che, da un percorso di stage partito nel settore bancario, l’esperienza professionale possa proseguire all’interno dei brand automobilistici del gruppo Stellantis», del quale Banca PSA fa parte da qualche anno: «Ragazze e ragazzi proattivi, aperti e ricettivi, con un’adeguata conoscenza delle lingue necessaria per inserirsi in un contesto internazionale come il nostro». In cambio, a dipendenti e stagisti vengono offerti «corsi di lingua, corsi comportamentali e di formazione professionale grazie alla nostra Corporate University e ai migliori formatori scelti sul mercato». Mattuglia sottolinea con fierezza il «contesto dinamico, moderno e all’avanguardia» di Banca PSA e il «modo di lavorare» caratterizzato da «una comunicazione aperta, basata sullo scambio ed un confronto aperto tra colleghi: la condivisione del proprio bagaglio conoscitivo tra persone con background differenti costituisce un arricchimento del capitale umano».«Crediamo fortemente nei giovani e investiamo nel loro percorso», ribadisce, «offrendo la possibilità di accedere ai percorsi di training e di crescita, aderire ad un processo di induction personalizzato, a job rotation e job posting in Italia e all’estero e beneficiare di un buon rimborso spese. I ragazzi apprezzano queste misure e che ci permettono di distinguerci nel sempre più competitivo mercato del lavoro».«Condividiamo con Repubblica degli Stagisti l’obiettivo di dare concrete opportunità di sviluppo e crescita alle nuove generazioni» conclude Mattuglia. Benvenuta, dunque, Banca PSA nell'RdS network!

Archeologi sottopagati sempre più in crisi, dal Lazio un grido d’allarme

Retribuzioni e contratti di lavoro inadeguati, richieste illecite da parte dei committenti, pressioni indebite sul professionista, mancata applicazione delle normative nazionali in materia di tutela e di archeologia preventiva, fraintendimento del ruolo del professionista in sede di progettazione: è solo parte dell’elenco delle tante denunce che l’Associazione Nazionale Archeologi del Lazio ha raccolto negli ultimi 18 mesi. Comportamenti scorretti e spesso anche contro legge che hanno fatto lanciare l’allarme e portare l’ANA a richiamare l’attenzione di tutti gli attori coinvolti.«Sono anni che l’Associazione riceve segnalazioni, ma negli ultimi mesi abbiamo deciso di iniziare una raccolta più dettagliata anche in funzione della ripresa lavorativa post pandemica», spiega alla Repubblica degli Stagisti Alessandro Garrisi, 45 anni, archeologo, direttore generale della Fondazione Nino Lamboglia Onlus e direttore archeologo degli scavi di Capo Don presso Riva Ligure nonché presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Archeologi dal 2019. «In totale», continua a spiegare, «solo nella regione Lazio abbiamo raccolto alcune decine di segnalazioni».L’allarme che ANA lancia è in particolare sull’inadeguata retribuzione dei professionisti coinvolti. «Purtroppo gli archeologi escono dall’università senza essere pronti per confrontarsi sul mercato del lavoro. Non hanno neppure una vaga idea di quali siano i costi a cui andranno incontro per la semplice gestione della propria attività, per cui specie all’inizio arrivano ad accettare qualsiasi offerta», racconta Garrisi. Situazione che è andata peggiorando anche a causa della pandemia e del lungo blocco che c’è stato in questo settore lavorativo. «Negli ultimi tempi ci sono colleghi che anche dopo anni di esperienze e titoli maturati si piegano a tariffe inammissibili che diventano lesive per tutta la categoria professionale. Parliamo di soggetti che lavorano anche a 60 euro lordi al giorno. Ma quando si fa lavorare un professionista qualificato con queste cifre o gli si commissiona una valutazione di impatto archeologico per 150 euro, la qualità del lavoro sarà commisurata a quello che viene pagato. Questo significa che il pagamento di una tariffa irrisoria non solo squalifica il lavoro di chi la accetta, ma mette anche a repentaglio la qualità del processo di tutela».Eppure la figura del professionista dei beni culturali è diventata sempre più centrale negli ultimi anni, «con una richiesta sempre più evidente delle nostre competenze nelle fasi di progettazione ed esecuzione delle opere di interesse pubblico», spiega Aglaia Piergentili Màrgani, presidente di ANA Lazio, e questo «dimostra la centralità del nostro ruolo a tutela del patrimonio archeologico».Centralità che nei fatti non trova, però, riscontro quando si tratta di pagare. Perché in questo caso non solo le cifre sono inadeguate ma anche i tempi di pagamento sono mortificanti. «Quando faccio un lavoro e anziché essere pagato all’emissione della fattura, o entro 30 giorni che sarebbe ancora un termine accettabile, vengo pagato dopo mesi a volte addirittura dopo anni, di fatto non si consente al professionista di fare affidamento sull’introito del proprio lavoro che non sa quando arriverà». Non solo, si lasciano tanti soggetti impossibilitati nel pianificare la propria vita.Il presidente nazionale ANA evidenzia anche un altro aspetto troppo spesso non raccontato. «L’impresa che paga in ritardo sta usufruendo di una sorta di prestito a tasso zero: se deve pagare al dottor Rossi mille euro e non lo fa per sei mesi, di fatto il dottor Rossi sta facendo un prestito per sei mesi visto che in quel lasso di tempo l’impresa potrà investire quei soldi altrove».Come spesso capita ad essere maggiormente colpiti dallo sfruttamento sono i neo-archeologi, quindi professionisti giovani, under 35. La pandemia, però, ha messo sempre più in luce il problema delle sottoretribuzioni. «In questa fase c’è stata la riscoperta della professione da parte di tante colleghe e colleghi che negli anni avevano indirizzato la propria attività professionale altrove rispetto al lavoro da campo, per esempio lavorando in tutte quelle attività legate alla fruizione dei beni culturali che si sono completamente fermate con la chiusura dei luoghi della cultura. Ed ecco quindi che il fenomeno delle retribuzioni inadeguate è diventato ancora più evidente», conclude Garrisi. Coinvolgendo a questo punto anche tanti ultra quarantenni.Ma dove, nel grande mondo dei beni culturali, si viene più spesso sottopagati? «In particolare nella cantieristica legata ai servizi, quindi scavi per condutture acqua, luce, gas o fibra. Qui il sistema dell’appalto e del sub-appalto genera i danni più importanti». Non bisogna però generalizzare in negativo, perché, ci tiene a ricordarlo il presidente ANA, esistono anche imprese che si comportano con correttezza nei confronti del professionista. Comportamenti in regola che dimostrano a suo avviso come «i margini di profitto siano sufficienti a garantire floridezza all’impresa e un’equa retribuzione al professionista. Quando questo non avviene, il motivo è evidente».I dati raccolti ad oggi riguardano solo la regione Lazio, «perché questa sezione regionale ha lanciato l’iniziativa e ha avuto la capacità di concretizzarla per prima». L’intento, però, è quello di replicarla anche in altre regioni nei prossimi mesi ed arrivare a consolidare il rispetto delle normative per esempio sulle figure autorizzate ad operare nei beni culturali e quello della legge sull’equo compenso per il professionista.In un settore come quello dei beni culturali in cui si moltiplicano gli annunci, anche ministeriali di offerte di lavoro gratis o sottocosto – come il bando per la selezione di un’associazione di volontariato senza scopo di lucro per attività di collaborazione della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio in cui si pagava ogni volontario 27,50 euro al giorno, o quello per uno stage di sei mesi della Direzione generale beni culturali in cui si cercavano tra gli altri 10 stagisti archeologi che fin dall'inizio sapevano non sarebbero stati mai assunti o quello dei 500 giovani per la cultura, stagisti per mesi non pagati dal ministero a cui non seguì mai alcun inserimento  – in cui da sempre mancano investimenti e dove, a causa degli ultimi due anni di chiusure forzate in tutto il comparto, i guadagni sono stati minimi, il grido d’allarme dell’Associazione Nazionale Archeologi contro una prassi di sfruttamento consolidata della categoria suona ancora più forte e dovrebbe essere subito accolto da chi di dovere per porre un freno al fenomeno. E dare una svolta che tuteli i lavoratori del settore privato impegnati nella tutela del patrimonio archeologico, vitale per l’economia italiana.Marianna Lepore