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Fuck up nights, a Milano il format che ribalta gli stereotipi su successo e fallimento

Storie di successo da manuale? Già sentite. Capitani senza paura che conoscono tutte le risposte giuste? Niente di più noioso. Sono tornate a Milano le Fuck Up Nights, format messicano nato per smontare il mito che la strada verso il successo possa essere dritta e dare fiducia a tutti quelli che hanno un sogno – imprenditoriale, artistico, di qualsiasi tipo – nel cassetto ma sono frenati dalla paura di rischiare. Della serie: cosa succede se poi non ce la faccio? Se faccio una cazzata (“fuck up” in inglese vuol dire appunto questo), cosa penseranno di me? Diventerò un fallito? Ma quale fallito. Nessuno può essere talmente bravo e fortunato da schivare tutte le buche, gli incidenti di percorso. Non ha senso arrendersi alle prime difficoltà, né tantomeno bloccarsi ancor prima di partire Ne sa qualcosa Riccarda Zezza, che dalla sua esperienza di manager mobbizzata dopo la nascita della prima figlia e poi di nuovo dopo la nascita del secondo, secondo la triste convinzione che se una professionista diventa mamma d'un tratto tutte le sue competenze e la produttività scompariranno, ha tratto la voglia per diventare imprenditrice e fondare una startup. L’ha chiamata “Maternity as a master”: la maternità è un master. L’idea è semplice, racconta Zezza al Vodafone Theatre di Lorenteggio durante la tappa lombarda del tour – a ingresso gratuito! – che tocca tutte le principali città del globo. «Tutte le abilità necessarie per tirar su un pargolo valgono quanto un paio di semestri accademici». E possono tornare utili, anzi, utilissime in azienda. Il famoso multitasking, innanzitutto; ma anche la capacità di prendersi cura di un altro essere vivente interpretando le esternazioni preverbali, le crisi di pianto. La capacità di darsi delle priorità.  “Talenti” direbbe qualcuno – un'espressione forse abusata – che sembrano mancare a molte imprese, al punto che Zezza insegna alle neomamme come sfruttare questa sorta di anno sabbatico rappresentato dalla nascita di un figlio. Anche perché in Italia una donna su quattro non rientra al lavoro dopo il parto.Maam ha appena chiuso un aumento di capitale da un milione e mezzo di euro; dà lavoro a venti persone e guarda all’estero. Dove sta il fallimento, quindi? «All’inizio non sapevo certo come creare e gestire una startup” spiega la manager, che nel 2016 è stata nominata anche Ashoka Fellow per il valore del suo modello di imprenditoria sociale innovativa: «Ma si impara solo sbagliando. Errare significa andare in giro, ed è il metodo più efficace per apprendere». E lei ha imparato in fretta. Ad esempio, a guadagnare il controllo della società, per impegnarla in un progetto di crescita. O come scegliere il partner finanziario giusto. “Il problema degli errori è solo fare in modo che non siano irreversibili” chiosa, ripensando ai passi falsi compiuti. La storia di Andrea Visconti, secondo ospite della Fuck Up Night milanese, è molto diversa. Dopo aver fondato Sinba,  pionieristica startup dei pagamenti tramite cellulare presto inserita tra le più promettenti del mondo dell’innovazione europeo, e aver ricevuto recensioni ed elogi, dopo essere apparso in televisione e sui giornali, tutto sfuma sul più bello. Per spiegare l’accaduto al figlio di due anni lo startupper torinese si inventa una storia animata, e posta il video su internet.Risultato? Il filmato diventa virale e la vita riprende a scorrere, con nuove opportunità professionali nell’ambito dello storytelling. Perché il “physique du rôle” del narratore c’è. La resilienza anche. «Il fallimento è come la pioggia nel giorno del tuo matrimonio» racconta Visconti: «Il bel tempo è ciò che sogni, ma non sempre la vita va come immagini. Allora che si fa? Meglio ballare con tua moglie sotto la pioggia, perché quello resta il giorno più bello della tua vita» suggerisce, romantico. Poi torna serio: «Spesso gli esiti delle nostre azioni dipendono da fattori esterni, che sfuggono al nostro controllo. Se leghiamo al risultato non siamo sulla strada giusta. Falliscono i progetti, non le persone» ricorda alla platea. Anche Paolo Franceschini, professione comico, esperienze a Zelig e Colorado – un po’ l’Olimpo di quel genere che in inglese si chiama stand up comedy, e che da noi definiamo cabaret – racconta un percorso simile. Sempre in procinto di arrivare in cima... ma sempre all’ultima curva, la consacrazione sfugge di mano. Il classico milanese imbruttito direbbe che “non convertiva” abbastanza, nonostante avesse (perlomeno) la fortuna di mantenersi facendo il lavoro che amava. L’insoddisfazione è dietro l’angolo. Persino la promessa sposa cambia idea a un mese dal matrimonio. Quello è il momento della svolta. Una robusta dose di autocritica. E poi la bicicletta, per superare le rimuginazioni. E, pedalata dopo pedalata, Paolo, nato nella pianeggiante Ferrara, decide di scalare a trentacinque anni suonati alcuni dei passi più impegnativi del mondo proprio in sella alla sua due ruote.«Salite ce ne sono state tante, discese anche» confessa al pubblico, composto prevalentemente da giovani adulti. «Consigli? Innanzitutto, domandarsi se stiamo seguendo la nostra strada, o quella immaginata da qualcun altro. Io stavo facendo questo errore, e infatti non arrivano mai». Poi qualcosa è cambiato. «Da tempo portavo in giro i miei spettacoli durante i miei viaggi in bici. Un giorno decido di metterne in scena uno a quasi seimila metri sull’Himalaya. Ci penso, e mi viene in mente che potrei aver stabilito un piccolo record. Ma non ne sono sicuro. Così chiedo agli specialisti del settore».Oggi, cinque anni dopo, Franceschini può mostrare orgoglioso una targa col proprio nome di fianco allo stemma della Guinness: è suo il record dello “spettacolo comico più alto del mondo”, entrato a buon diritto nel famoso annuario. Ma, primati a parte, oggi è soprattutto diventato un uomo sereno, soddisfatto nel costruirsi giorno per giorno una carriera su misura, anche se al di fuori del circuito mainstream. Morale della favola? Semplice. «Chi prova molte volte rischia di cadere, è vero. Ma ha anche l'occasione di rialzarsi spesso».La prossima Fuck Up Night è prevista a Milano per lunedì 9 dicembre al Talent Garden Calabiana,  in via Arcivescovo Calabiana. I biglietti (gratuiti) si trovano come di consueto su Eventbrite.Antonio Piemontese

Una carriera nell’Arma dei Carabinieri: ecco il bando per 626 allievi marescialli

Rinnovi all’interno delle forze dell’ordine: il decreto pubblicato a settembre prevede dodicimila nuove assunzioni e concorsi che riguardano Guardia di Finanza, Polizia, Polizia Penitenziaria, Carabinieri e Vigili del Fuoco. La prossima scadenza è il 10 novembre per partecipare al concorso per 626 allievi marescialli. Il bando non è aperto solo ai militari già appartenenti all’Arma dei Carabinieri, ma anche ai civili che devono, però, avere dei requisiti particolari: avere tra i 17 e i 26 anni, essere in possesso di un diploma di secondo grado, non essere mai stati obiettori di coscienza. L’età sale a massimo 28 anni per coloro che hanno già prestato servizio militare per una durata non inferiore alla ferma obbligatoria. Per i già appartenenti all’Arma, invece, basterà non aver superato il 30mo anno di età. Il concorso, è bene ricordarlo, non dà diritto subito a un posto di lavoro, ma consente l’accesso al decimo corso triennale che terminerà nel 2023 per allievi marescialli del ruolo ispettori dell’Arma dei Carabinieri.La domanda di partecipazione deve essere compilata esclusivamente online sul sito ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, nell’area Concorsi. Prima di farlo, però, bisogna dotarsi delle credenziali SPID, il sistema pubblico di identità digitale, o avere una smart card di tipo conforme agli standard della Carta Nazionale dei Servizi. Per chi fosse sprovvisto di entrambi, l’opzione più semplice è richiedere le credenziali SPID che consentono l’accesso a tutti i servizi online della Pubblica amministrazione attraverso il sito attivato dall’Agenzia per l’Italia digitale. Una volta ottenute le credenziali è necessario anche dotarsi di una casella di posta certificata su cui saranno inviate le comunicazioni riguardanti il concorso. A questo punto basterà autenticarsi sul sito, compilare tutti i campi presenti e allegare una foto formato tessera.Se tutto è stato inviato correttamente, il sistema manderà una ricevuta all’indirizzo di posta elettronica indicato che dovrà essere conservata ed esibita alla presentazione della prima prova del concorso. Che ha un iter piuttosto lungo visto che è composto da ben sette fasi. Si comincia con la prova preliminare, un questionario a risposta multipla su argomenti di cultura generale, che dovrebbe svolgersi a partire dal 18 novembre 2019 dalle 10 del mattino presso il Centro Nazionale di selezione e reclutamento dell’Arma dei Carabinieri a Roma. Sul sito dei Carabinieri e del ministero della Difesa verrà comunicata ufficialmente la data della prova. I primi 2.800 candidati in classifica verranno a questo punto convocati per le prove di efficienza fisica per cui dovranno produrre tutta una serie di certificati medici, per le donne anche un test di gravidanza effettuato entro i cinque giorni precedenti la prova. Se si riceve un giudizio di idoneità si passa alla fase seguente che è quella degli accertamenti psico-fisici per l’idoneità al servizio militare come Maresciallo del ruolo Ispettori dell’Arma dei Carabinieri. I candidati saranno sottoposti a una visita medica generale e a tutta una serie di accertamenti specialistici, tra cui per le donne una visita ginecologica. Tutti quelli che otterranno il giudizio di idoneità agli accertamenti pisco fisici dovranno passare una prova scritta che si svolgerà il 26 febbraio 2020 a partire dalle 9.30, un tema svolto su argomenti estratti a sorte. Superato anche questo scoglio, restano ancora tre fasi. Si comincia con gli accertamenti attitudinali a partire dal 20 aprile 2020 e se giudicati idonei si è ammessi alla prova orale che comincerà due giorni dopo e consiste in un’interrogazione su argomenti tratti da tre tesi estratte a sorte: una riguardante la storia contemporanea e dell’arma dei carabinieri, una la geografia e una elementi di diritto costituzionale. Si chiude con la prova di lingua straniera.A questo punto i candidati ammessi al 10mo corso Allievi Marescialli cominceranno le lezioni nell’ottobre 2020 presso la Scuola Marescialli e Brigadieri dell’Arma dei Carabinieri di Firenze, all’interno della Caserma Felice Maritano, che ha una capacità per circa 2mila allievi. Qui frequentano un corso su impostazione universitaria di tre anni al termine del quale ottengono la nomina a Maresciallo. Contemporaneamente saranno iscritti a spese dell’amministrazione al corso di laurea di primo livello in Scienze giuridiche della sicurezza presso l’Università degli studi di Firenze, che sono tenuti a frequentare.Vinto il concorso, si procede all’incorporamento, ovvero al trasferimento in caserma degli allievi, disciplinato da un vero e proprio vademecum in cui si consiglia anche il numero di capi da portarsi dietro. Durante tutto il periodo della scuola, infatti, si vivrà condividendo le camerate all’interno della caserma, dove è presente anche un presidio sanitario e un servizio di assistenza spirituale.Il bando del precedente concorso per 536 futuri marescialli è stato pubblicato nel dicembre 2018 e superate tutte le fasi di selezione i nuovi allievi hanno cominciato il corso triennale proprio pochi giorni fa: il 28 ottobre. Cominciata la carriera nel corpo dei Carabinieri, con gli anni si avranno gli avanzamenti per anzianità: dopo due anni nel grado di Maresciallo si consegue quello di Maresciallo Ordinario per poi diventare Maresciallo Capo dopo sette anni. A quel punto dopo otto anni si passa a Marescialli Aiutanti, ma volendo si possono accorciare gli anni a quattro facendo degli esami. Infine, dopo otto anni in questo ruolo si consegue di diritto, se in possesso di determinati requisiti, la qualifica di Luogotenente.Di solito, attraverso il concorso pubblico viene reclutato il 70 per cento dell’organico annuale del ruolo ispettori. Una volta acquisito il titolo, oltre a svolgere compiti di carattere militare, i Marescialli del ruolo ispettori svolgono anche funzioni di sicurezza pubblica e di polizia giudiziaria e possono essere preposti al Comando di Stazione Carabinieri.Decidere di intraprendere questa carriera significa avere subito un’indipendenza economica, visto che durante i primi due anni di corso si riceve uno stipendio di 940 euro al mese e dal terzo di 1.650 euro, con incrementi in base al grado. A cui si aggiungono gli straordinari per i giorni feriali, i notturni e i festivi e una retribuzione aggiuntiva finanziata con il Fondo Efficienza Servizi Istituzionali di solito erogata nel periodo estivo che in parte sostituisce la quattordicesima di cui sono sprovvisti. Al termine del corso, il Maresciallo prenderà uno stipendio lordo di 1.850 euro a cui si aggiunge ogni mese un’indennità pensionabile di circa 750 euro introdotta nel 1984 in sostituzione dell’indennità mensile per servizio d’istituto e dell’assegno funzionale di funzione. Insomma gli introiti economici sono buoni, a questi si aggiungono gli scatti di carriera e un lavoro che continua a suscitare un discreto fascino nella collettività: tanti buoni motivi per tentare anche questa strada.  Marianna Lepore

Via dall'Italia, 128mila nuovi “expat” in un anno: il problema è che difficilmente torneranno

Scappano da un'Italia che li priva di opportunità. Il problema tuttavia non sono gli expat, perché «la mobilità in sé non è un male» si legge nell'ultimo Rapporto sugli Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes. La questione è invece «la possibilità di scegliere di tornare» spiega la curatrice del Rapporto Delfina Licata, sociologa 42enne, alla presentazione del volume. Una strada che chi emigra non considera quasi mai. Ed è comprensibile, dal momento che altri Paesi «più lungimiranti», scrivono i ricercatori, «attirano a sé capacità e competenze, investono su di loro e le rendono fruttuose al meglio, trasformandole in protagoniste dei processi di crescita». Le migrazioni nostrane mancano al contrario di quella «circolarità» che si produce «nel continuo e proficuo scambio tra realtà nazionali tutte parimenti attraenti». Si parte insomma, e non si pensa di fare ritorno. Così il «vuoto sociale» aumenta e si stabilizza. Gli italiani espatriati nell'ultimo anno superano di nuovo quota 128mila, il che significa «che la mobilità è diventata strutturale» prosegue Licata. Si perdono persone «nel pieno della vitalità, che arricchiscono i Paesi di approdo invece che quello di partenza». Non a caso l'età dell'expat medio scende: il 40,6% ha tra i 18 e i 34 anni, mentre i giovani adulti tra i 35 e i 49 si fermano a 24,3%. Se ne va «chi ha deciso di mettere a frutto le capacità e le competenze acquisite fuori dai confini nazionali». E sceglie come destinazione Paesi percepiti come meritocratici, in cui si spera di compiere il salto: il Regno Unito nel 16% dei casi, la Germania (14) e la Francia (10).  L'altro dato è che a essere interessati dalle partenze sono non solo i single, ma anche «molti nuclei familiari giovani»: gli under 18 rappresentano un quinto del totale degli expat. E il peso di chi ha meno di dieci anni, in questa fascia che comprende solo i minorenni, è del 60%. La motivazione è che «è probabilmente più semplice decidere per un drastico cambiamento di vita quando i figli non hanno ancora raggiunto l'età scolare o frequentano i primi anni della scuola». Un elemento che si collega anche al tasso di natalità ai minimi storici e che continua a caratterizzare «il pieno inverno demografico che vive l'Italia, a cui si uniscono la bassa crescita economica e la formazione e l'istruzione inadeguate, nonostante un lieve aumento dei dati sull'occupazione». C'è poi un altro fenomeno migratorio che si svolge dentro i confini nazionali e riguarda il Meridione e il suo progressivo impoverimento. Nel dopoguerra «i flussi verso il settentrione erano costituiti prevalentemente da manodopera proveniente dalle aree rurali», ricorda lo studio, «mentre nell'ultimo decennio il 70% di chi è partito possedeva un'istruzione medio alta». Senza le sue risorse più qualificate, «il Mezzogiorno ha ridotto le proprie possibilità di sviluppo alimentando i differenziali economici con il Centro Nord», insieme a una parallela perdita economica stimata in tre miliardi di euro. Sono i siciliani a emigrare di più (il 14% degli expat), seguiti dai campani (9%) a parimerito con i lombardi (una strana vicinanza in classifica spiegata dal fatto che per i lombardi ha poco senso espatriare in altre regioni italiane, perché meno ricche della propria). È finita insomma l'era dello «stereotipo della donna meridionale prolifica» sottolinea un altro relatore della conferenza, Giuseppe Provenzano, ministro per il Sud, membro della direzione nazionale del Pd. Siamo invece passati a quello «della coppia meridionale senza figli perché senza reddito e impossibilitata a progettare». Per Provenzano «il diritto al futuro è la vera emergenza democratica del Paese».  L'altra faccia della medaglia dei barconi in arrivo quello della mobilità nostrana e che dovrebbe ricordarci che «siamo un popolo migratorio» come ha sottolineato David Sassoli, ex giornalista televisivo e oggi presidente del Parlamento europeo, intervenuto all'incontro con un videomessaggio. Il Paese dà segnali di sempre maggiore intolleranza verso gli stranieri che da noi approdano, mentre invece «dovremmo essere più lucidi perché non siamo solo un paese di arrrivo ma anche di partenza». Un'insofferenza peraltro infondata perché gli immigrati non sono così tanti come si tende a credere, anzi «sono in fase di stagnazione e il ricambio è dato solo dalle nuove nascite» ha evidenziato Licata. «Spesso poi sono le seconde generazioni a scegliere di partire e andare altrove per un progetto di vita migliore: non c'è più attrazione per l'Italia».L'estero, invece che una salvezza, dovrebbe essere «una scelta e non una necessità» conclude Licata, e «la globalizzazione dovrebbe garantire radici che non si spezzano». Sarà difficile – se non impossibile – finché le condizioni da noi resteranno immutate, «con ben cinque milioni di persone in povertà assoluta» ricorda il rapporto. E altri studi non fanno che confermare che le acque in cui navigano gli italiani non sono affatto buone. «Lo spostamento oltre confine serve a garantire uno status di classe media che si teme non possa essere sostenuto» fa presente il presidente delle Acli Roberto Rossini, citando uno studio condotto dalle sue associazioni. Qui da noi «l'avanzamento nella piramide sociale è prossimo allo zero» e inoltre si sperimenta «una “sovraeducazione”, con un titolo di studio nettamente superiore a quello necessario per essere assunti». All'estero si trovano «contratti stabili, facilità a essere reinseriti in nuovi lavori, donne con figli che raggiungono apici di occupazione al 66%» continua Rossini. Non serve chiedersi dunque perché solo il 15% degli intervistati in quello stesso studio dichiari di «desiderare un rientro in Italia». Ilaria Mariotti 

Oltre 5mila ex stagisti in enti pubblici calabresi in attesa di uno sbocco

Trovare una soluzione per i tanti tirocinanti calabresi al momento fermi in attesa di nuovi provvedimenti: all'appello di Gianluca Gallo, consigliere regionale e presidente del gruppo della Casa delle Libertà nel Consiglio regionale della Calabria, si contrappone un “muro di gomma”, almeno finora. Non si parla di un territorio facile sotto il profilo occupazionale: gli ultimi dati Istat, infatti, raccontano di una regione con il tasso di disoccupazione più alto in Italia: il 21,6 per cento, il triplo della media nazionale.  Il problema è trasversale e coinvolge tanto i giovani quanto gli adulti: negli ultimi anni si è cercato di trovare spesso soluzioni temporanee con l’attivazione di vari progetti di tirocinio. Quello che ha coinvolto più lavoratori riguardava un accordo siglato nel dicembre 2016 «tra Regione e sindacati in ordine al riutilizzo di risorse finanziarie per tirocini semestrali in favore di lavoratori già percettori dell’indennità di mobilità in deroga», spiega Gallo alla Repubblica degli Stagisti. «I tirocini per oltre 5mila persone sono partiti nel giugno 2017, impiegando risorse all’interno di Comuni e Province». Enti locali già segnati dalla precarietà e nei quali «nell’ottica della promozione delle politiche attive del lavoro, era stato proposto di intraprendere un percorso di qualificazione con la prospettiva di un accompagnamento nel mondo del lavoro». Solo sulla carta, però, perché una volta usate le risorse disponibili ed esauriti i bandi «ci si ritrova con un bagaglio di competenze da non poter spendere. Una situazione assurda» rimarca Gallo, perché «la Regione ha investito somme ingenti per formare personale che oggi lascia a spasso senza curarsi che in Comuni e Province molti servizi essenziali erano garantiti proprio da questi lavoratori».I destinatari sono ex percettori di mobilità in deroga che avevano acquisito questo “status” entro il 2014 e che hanno potuto presentare domanda. In “palio” una opportunità tirocinio con un rimborso spese mensile di 800 euro: non pochissimi, considerando che si sarebbe trattato di un'attività part-time. Gli aspiranti tirocinanti dovevano, quindi, essere disoccupati e non essere stati avviati ad altre iniziative di politiche attive per il lavoro come i tirocini presso gli uffici giudiziari, quelli del comparto Mibac e Miur. I progetti sarebbero dovuti durare sei mesi, con un monte ore massimo di venti ore settimanali. Poi nel febbraio 2018, dopo verifiche di risparmio per il fatto che i tirocini effettivamente attivati erano stati un numero inferiore al previsto, è stata consentita una proroga di altri sei mesi «in coerenza con le previsioni delle manifestazioni di interesse approvate che autorizzavano tirocini della durata massima di dodici mesi». Il tirocinio non è, però, partito subito. Soltanto a fine luglio 2018 è stato approvato definitivamente l'impegno di spesa e gli elenchi dei destinatari. Stabilendo, peraltro, che il periodo di tirocinio finanziato «sia ridotto da 12 a sei mesi, salvo la possibilità di stabilire proroghe a seguito di ulteriori stanziamenti di risorse». E si stabilisce che al tirocinante verrà corrisposta un'indennità di 500 euro lordi mensili.   Dunque, nel dicembre 2016 la Regione Calabria firma un accordo con le organizzazioni sindacali per spostare alle politiche attive del lavoro alcune risorse destinate a quelle passive. Così fondi residui per l’ex mobilità in deroga confluiscono sui tirocini negli enti locali destinati a chi aveva già percepito l’indennità della mobilità in deroga. Si aspetta l’ok del ministero e alla fine solo sei mesi dopo, nel giugno 2017, viene stilata la graduatoria e partono i tirocini. Ognuno con tempistiche diverse, visto che ogni ente pubblico doveva valutare le domande e far partire gli stage. Tra gennaio e febbraio 2018 tutti gli stage si sono conclusi, peraltro con forti ritardi nei pagamenti delle indennità; il Presidente della Regione Oliverio, visto il risparmio del budget inizialmente stanziato, aveva annunciato una proroga del tirocinio. Ma questa proroga non era partita immediatamente: l'attesa si è protratta per qualche mese. Il via libera è arrivato gli ultimi giorni del mese di luglio 2018, per uno stage di sei mesi e un’indennità mensile ridotta a 500 euro lordi. A questo punto a partire dal mese di settembre dello scorso anno, anche qui con tempistiche diverse da città a città –  basti pensare che gli stagisti assegnati al comune di Cosenza solo in questi giorni stanno terminando il loro stage – sono ripartiti i nuovi tirocini. Che, alcuni prima alcuni dopo, al termine dei sei mesi si sono conclusi. Risultato: a partire da marzo di quest’anno i partecipanti sono rimasti in balia delle decisioni politiche, senza uno stage e senza un inserimento lavorativo.Il tirocinio era stato pensato come ponte tra la precarietà della mobilità in deroga e le prospettive che si sarebbero verificate al termine del periodo formativo. Ma, come spesso capita in questi casi, un unico grande bacino aveva accomunato persone tra di loro diversissime, con l'unico comune denominatore di essere ex percettori di mobilità in deroga. La platea destinataria coinvolge i trentenni, nati a partire dagli anni Ottanta, ma anche 40enni, 50enni e, pare, perfino qualche ultra 60enne. C'è chi ha solo un diploma, chi è perito elettrotecnico, chi in tasca ha una laurea, a volte perfino un master. Per tutti l'unica offerta è un tirocinio che, ad oggi, non ha prodotto nulla. «In extremis la giunta regionale si è attivata per cercare di far partire i tirocini di inclusione sociale, che sarebbero una soluzione provvisoria, ma finirebbero per peggiorare lo stato di precarietà sconfessando il senso stesso dei tirocini: formazione per avvio al lavoro», ricorda Gallo.Infatti a inizio agosto di quest'anno la giunta ha approvato una variazione di bilancio di 28 milioni di euro per proseguire percorsi di politiche attive attraverso tirocini per soggetti inseriti nel bacino dei percettori di mobilità in deroga. Una variazione che aveva fatto dichiarare al presidente della Regione Mario Oliverio di aver trovato «risorse finanziarie per la copertura di ulteriori 12 mesi per i tirocini formativi di quasi cinquemila persone che stanno svolgendo un’esperienza interessante nei Comuni calabresi. Sarebbe necessaria una programmazione di investimenti da parte del Governo nazionale per creare nelle regioni del Sud e in Calabria opportunità di lavoro al fine di consentire che progetti di inclusione sociale messi in atto nei mesi scorsi trovino sbocchi occupazionali stabili».C’è un punto però da chiarire: la proroga promessa da Oliverio non sarebbe a norma. La legge, infatti, come più volte ricordato dalla Repubblica degli Stagisti, prevede che i tirocini non possano durare più di 12 mesi, proroghe comprese, a meno che non siano attivati in favore di disabili o altre categorie particolarmente svantaggiate. Se quindi un ente decide di prorogare uno stage non destinato ad invalidi oltre i 12 mesi, di fatto va contro la legge.Nel frattempo il bando non è stato ancora pubblicato e in ogni caso, sottolinea Gallo, aumenterebbe solo nuovi rivoli di precarietà senza prevedere alcuna luce al fondo del cammino. D’altro canto la proposta di prevedere il tirocinio come titolo preferenziale o punteggio aggiuntivo nei concorsi ha ricevuto solo silenzio da parte della Regione.Non ci sono però solo i 5mila tirocinanti impiegati negli enti locali: in Calabria ci sono numeri da record anche per gli stagisti Miur e Mibac. La Regione, infatti, aveva deciso di adottare lo strumento dei tirocini per rispondere in maniera strutturata alle urgenze poste dalla crisi occupazionale e costruire delle concrete opportunità di lavoro. Che come da sempre la Repubblica degli Stagisti ripete, è difficile  che queste concrete possibilità possano esserci all’interno di enti pubblici, dove si può entrare solo tramite concorso e dove un eventuale stage potrebbe al massimo, in seguito a provvedimenti normativi ad hoc, valere un punto sul totale post selezione.Ad oggi anche gli stagisti del comparto Mibac e Miur, entrambi impiegati dopo intese raggiunte tra la Regione e i due ministeri, si trovano a spasso. Nel primo caso si parla di circa 600 tirocinanti reclutati con un bando del maggio 2016 per un tirocinio part-time di 12 mesi presso gli uffici periferici calabresi del Mibac. Il bando era destinato ai lavoratori percettori di ammortizzatori sociali in deroga e prevedeva un impegno massimo di 20 ore settimanali per 5-6 giornate lavorative, con un’indennità mensile lorda di 400 euro per i diplomati e 600 per i laureati. «In realtà questi stage sono cominciati due anni dopo, nel marzo 2018; alla fine, anche qui tutti fermi» riassume Gallo. Non solo: viste le competenze concorrenti tra ministero e Regione, si assiste a un rimpallo continuo senza esiti: «Avevo suggerito la costituzione di un tavolo di confronto e nonostante la proposta abbia ricevuto voto favorevole di maggioranza e minoranza in Consiglio regionale, stiamo ancora aspettando».Infine ci sono altre 600 persone, lavoratori espulsi dai processi produttivi e percettori di ammortizzatori sociali in deroga o disoccupati, che rispondendo a un bando del 2016 sono stati “prestate” per dieci mesi agli istituti scolastici calabresi firmatari di apposita convenzione. I tirocinanti selezionati dovevano svolgere massimo venti ore settimanali su 5 o 6 giornate lavorative ed era riconosciuta un’indennità mensile lorda di 500 euro per chi fosse in possesso della sola licenza media e di 600 euro per chi aveva la laurea o il diploma universitario. Anche in questo caso il destino è sospeso in attesa di risposte da parte degli enti. «La giunta regionale ha alzato un muro di gomma. Decidendo di non rispondere a richieste arrivate con voto unanime anche dal Consiglio regionale: mozioni, ordini del giorno, appelli. Tutto cestinato», spiega Gallo.Nel frattempo i tirocinanti restano nel limbo, in attesa di un’eventuale proroga. E sullo sfondo resta l’uso distorto dei tirocini: usati negli ultimi anni per coprire vuoti di organico anche in enti pubblici, con miraggi di punteggi aggiuntivi o eventuali inserimenti, o come ammortizzatori sociali impropri, perdono la loro funzione iniziale. Quella di insegnare un mestiere sul campo e consentire, alla fine, di iniziare un vero e proprio lavoro.Marianna Lepore

Da studenti a insegnanti per un giorno: i ragazzi insegnano la tecnologia agli over 60

In un’epoca in cui il digitale è sempre più presente nelle vite di ognuno, sono ancora in tanti a non avere grande dimestichezza con internet e soprattutto con lo smartphone, diventato per molti il primario mezzo con cui navigare in rete. Così il Comune di Milano ha deciso di andare incontro ad alcuni over 60. Lo ha fatto aderendo alla “Code Week”, iniziativa promossa dalla Commissione europea per la diffusione dell’alfabetizzazione digitale attraverso un laboratorio che anticipa l’edizione 2020 di #StemintheCity, in collaborazione con Business Integration Partners, multinazionale di consulenza, e Fondazione Mondo Digitale. L’evento si è svolto giovedì 17 nella Sala del Consiglio di Palazzo Marino, a Milano, ha visto coinvolti sessanta cittadini milanesi over 60 che guidati da altrettanti ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di secondo grado hanno scoperto come utilizzare al meglio il proprio smartphone. I giovani formati dalla Fondazione Mondo Digitale provenivano da tre scuole, mentre gli over 60 hanno potuto iscriversi rispondendo a degli annunci e newsletter diffusi dal Comune di Milano. «Durante il workshop sono state insegnate conoscenze basilari sull’uso dello smartphone, come per esempio l’impostazione della suoneria, l’utilizzo della rubrica o le informazioni sull’uso di internet dal cellulare», spiega alla Repubblica degli Stagisti Camilla Castaldo di BIP – Business integration partners, società di consulenza tra le principali in Europa che aderisce all’RdS network, e rispetta la Carta dei diritti dello stagista garantendo 800 euro di rimborso mensile, che sale a mille per i fuori sede, e il 90 per cento di assunti nel 2018 al termine dello stage, tutti con contratto a tempo indeterminato.L’appuntamento del Comune di Milano è stata una sorta di dimostrazione, ma questo progetto Fondazione Mondo Digitale - organizzazione non profit con l’obiettivo di promuovere la condivisione della conoscenza, l’inclusione e l’innovazione sociale, in particolare per le categorie a rischio esclusione come gli anziani, appunto, gli immigrati o i giovani disoccupati. - già lo fa in tutta Italia in collaborazione con CNA pensionati.«Abbiamo questo modello di apprendimento intergenerazionale che applichiamo dal 2003 ed è stato inventato dal nostro direttore scientifico, Alfonso Molina che è anche Ashoka Fellow», spiega Mirta Michilli, direttore generale della Fondazione. «È un programma con cui i ragazzi allenano le competenze per la vitia, le life skills, e insegnano agli anziani a navigare in internet, usare la posta elettronica, il computer, il cellulare. Il nostro progetto va avanti da tanti anni in diverse scuole italiane e i ragazzi che vi hanno partecipato sono stati invitati dall’assessore Roberta Cocco a fare una lezione a questi anziani invitati al Comune durante la settimana della European Code Week».Inizialmente i giovani hanno insegnato ai loro studenti particolari come usare lo smartphone, poi in un secondo momento si è passati alle informazioni per la ricerca sul web, la creazione di un indirizzo di posta elettronica, l’invio di una mail, l’iscrizione al portale del Comune per richiedere certificati online. Infine i social: da Facebook a Instagram. «I giovani sono sempre entusiasti di poter insegnare a qualcuno visto che normalmente si trovano nel ruolo opposto. E anche loro fanno fatica, come gli anziani, perché con questo progetto esercitano la pazienza: una virtù molto importante, visto che capita di dover spiegare a un anziano dieci volte come configurare il wifi. Perciò spesso si crea un rapporto personale tra l’anziano e il ragazzo», spiega Michilli. «Normalmente i corsi durano 30 ore all’interno dell’alternanza scuola lavoro».Un concetto, quello della vicinanza tra le due generazioni che sottolinea anche Maura Satta Flores, responsabile comunicazione e relazioni esterne di Bip. «Viviamo in un periodo in cui le competenze digitali sono indispensabili, ma è altrettanto indispensabile non perdere di vista la componente umana», spiega Flores, «La scelta di sostenere questo ambizioso progetto, voluto e supportato dall’assessorato alla traformazione digitale e servizi civici del Comune di Milano, rappresenta per noi la corretta strada verso la valorizzazione della diversity, finalmente vissuta come una delle grandi opportunità offerte dai nostri tempi».I giovani presenti sono stati molto attivi nella partecipazione, coinvolti dalla scuola e dall’assessore Roberta Cocco. Un’iniziativa molto importante che vuole eliminare il gap tra le diverse generazioni. «Come Bip siamo molto attenti a progetti di responsabilità sociale e questo ne è un esempio», aggiunge Castaldo: «questo progetto che per noi è un importante passo avanti verso la diversity generazionale». Un appuntamento che ha una grande importanza anche in funzione dello SPID, il sistema pubblico di identità digitale.«Il linguaggio digitale aumenta spesso la distanza tra generazioni, ma ci sono occasioni in cui questa lontananza si può ridurre», ha dichiarato Beppe Sala, sindaco di Milano, passato a salutare giovani e meno giovani a Palazzo Marino. «I ragazzi formati da Fondazione Mondo Digitale hanno saputo spiegare con pazienza e allegria come fare operazioni che per loro richiedono pochi secondi. La collaborazione e il dialogo tra generazioni che ho visto instaurarsi quando sono passato a salutarli mi ha colpito».Ora l’appuntamento si sposta al 2020 per la prossima edizione di #StemintheCity, l’iniziativa del Comune di Milano per promuovere le materie STEM e diffondere una nuova cultura digitale. E continua con il lavoro della Fondazione Mondo Digitale che porta l’innovazione e la tecnologia nella società. «Lo facciamo da oltre venti anni» ricorda Michilli, «ed è diventato sempre più importante perché lo sviluppo tecnologico è sempre più veloce e c’è il rischio che gran parte della popolazione ne rimanga fuori. Perciò iniziative come questa del Comune di Milano sono molto importanti». Marianna Lepore

Al via Maker Faire 2019, fiera dell'innovazione in cui «si impara, ci si diverte e si fanno affari»

Roma e innovazione, accoppiata inconsueta per la Città Eterna, eppure «questa città sa essere altro dalla solita narrazione su turismo e buon clima, suoi asset più tradizionali» afferma Barbara Marcotulli di Innova Camera, azienda della Camera di Commercio di Roma per l'innovazione. Lo scenario è la conferenza di apertura della settima edizione di Maker Faire, fiera sulla creatività e le nuove tecnologie che apre i battenti questo fine settimana lasciando presagire un'affluenza da record se i numeri dello scorso anno verranno confermati: 105mila presenze registrate nel 2018, tanto da trasformarla nel principale evento al di fuori degli Stati Uniti dove la community delle Maker Faire ha visto la luce. E proprio a Roma ha sede per esempio Translated, startup dedicata alle traduzioni fondata da Marco Trombetti, che oggi ha tra i propri clienti anche Google e Amazon. Funziona perché, spiega Trombetti, «tradurre costa meno che generare contenuto, anche se il mondo si sta allenando per produrre macchine che lo creino». Tanto che «non so bene su quale dei due aspetti lavorare, e questo dilemma si applica a diversi campi dell'industria». Il difficile per un 'maker' è infatti stare al passo con un mondo in continua e rapidissima evoluzione come quello dell'intelligenza artificiale. E permanere sul mercato con le proprie – a volte rivoluzionarie - idee. Già agli inizi del movimento culturale dei makers, nato nel 2005 su iniziativa della rivista dedicata all'hi-tech Make fondata da Dale Dougherty nella Bay Area di San Francisco, era chiaro come «la combinazione tra ingegno e tecnologie quali Arduino e stampanti 3D», come si legge sul sito della rivista, «abbia portato l'innovazione verso la manifattura, l'ingegneria, l'industria del design e l'istruzione». Un gruppo di inventori insomma, che non si ferma al proprio genio, ma che da freak (o più correttamente geek) comincia a diventare imprenditore e a lanciare start up. E infatti alla Maker Faire, organizzata dalla Camera di Commercio di Roma, «business, education e consumer si mescolano e creano una magica alchimia: si impara, ci si diverte e si fanno affari».Il senso più profondo di Maker Faire è «far incontrare le persone di tutte le nazionalità e scambiarsi idee» spiega dal palco della convention di lancio del mega evento nel distretto 'culturale' romano, di fronte al museo Maxxi, il cofondatore Massimo Banzi. A Maker Faire si possono vedere «esempi positivi di persone che poi da lì fanno nascere carriere». Un modello che punta a ispirare, perché quello a cui si ambisce «è per esempio che una bambina visiti la fiera e tornando a casa dica di voler diventare una scienziata, e magari trovare la cura per il cancro». Cambiare il mondo in meglio, insomma, ma anche monetizzare le proprie idee. Gli esempi non mancano. Uno su tutti quello di Niccolò Gallarati, 37enne fondadore di GaraGeeks insieme al socio Davide Viganò. La Repubblica degli Stagisti lo intervistò nel lontano 2015, agli albori: oggi la startup è ben posizionata sul mercato, con il primo prodotto, una ricarica per cellulare alimentata a energia solare. Anche loro sono passati per Maker Faire: «Conoscevo la manifestazione dalla stampa statunitense» racconta Gallarati: «Visitai l'edizione del 2014 e ne rimasi folgorato: finalmente la cultura dei makers celebrata anche in Italia». Così inviarono «in extremis il nostro neonato progetto, ancora allo stadio prototipale, e fummo selezionati per il nostro stand». Fu «una sfida anche a livello logistico: trasportavamo da Varese a Roma due stazioni di ricarica a energia solare alte tre metri e pesanti cento kg l'una». I frutti non si vedono sul momento, «ma il feedback avuto da centinaia di visitatori ci ha permesso di rifinire quello che allora era un prototipo, in un prodotto oggi installato in 20 città italiane». Il che «non si è tradotto in vendite, ma ci ha aiutato a ottenere articoli sulla stampa, indispensabili per far conoscere una nuova idea». E poi c'è tutto il discorso del fare network: «Ho conosciuto persone geniali come Alessandro Ranellucci (informatico oggi nel team del governo per la Trasformazione digitale, ndr) e Cory Doctorow (autore e attivista per il Creative Commons, ndr), ma anche stretto importanti amicizie. Questo è probabilmente il più grande risultato». Tante altre, alla conferenza, le storie di innovatori di successo. Tra gli speaker Sara Krugman, designer e consulente in ambito sanitario, la cui professione è nata da un problema di salute, il diabete, contro cui combatte da bambina. E ancora Brenda Mboya, esperta di robotica impegnata in un’iniziativa per consentire ai bambini africani di approcciarsi all’intelligenza artificiale. E poi Antonio Bicchi, professore di Robotica dell'università di Pisa, e Alejandro Miguel San Martìn, ingegnere della Nasa.Fino a domenica 20 ottobre la fiera di Roma ospiterà gli stand dei 600 progetti selezionati, oltre a workshop, seminari, laboratori. «Preparatevi a un pubblico eterogeneo: molti curiosi con tante domande, tra i quali però potrebbe nascondersi un imprenditore o un potenziale cliente con cui potrebbe nascere un seguito» avverte il fondatore di GaraGeeks. Il consiglio è di «tenere traccia di tutti i contatti interessanti con i quali scambiare i biglietti da visita, per poi fare il follow-up a fiera terminata». Con un occhio sempre vigile ai social, per cui «traete vantaggio delle persone che si fermeranno per strappare un like alla vostra pagina Facebook: i social rimangono un economico mezzo di comunicazione per mantenere un contatto». L'importante è in fin dei conti tenere allenata la curiosità: questo il messaggio di Luca Parmitano che dalla Stazione spaziale internazionale ha salutato la platea della conferenza. «Io imparo ogni giorno cose nuove con esperimenti scientifici per comprendere meglio il nostro ambiente e noi stessi». Non bisogna «mai smettere di fare domande, che sono più importanti delle risposte» ha ricordato, perché «il compito di noi adulti è proprio di educare i giovani alla scoperta».  Ilaria Mariotti

I giovani vogliono più stage alle superiori, e non sognano più il posto fisso: “Roba da genitori"

Il posto fisso? Un residuo del passato. A sognarlo restano i genitori: ai figli, decisamente più pragmatici, basta uno stipendio alto per rinunciare senza troppi pensieri al tempo indeterminato. Non sorprendono i risultati del sondaggio promosso da Nestlè in collaborazione con Camera di Commercio di Milano, Monza e Lodi e presentato l'altroieri in occasione della Settimana della Formazione Professionale.La rilevazione è stata effettuata da Toluna su un campione di ottocento giovani di tutta Italia agli ultimi anni delle superiori, provenienti sopratutto da licei, ma anche da istituti tecnici e istituti professionali. Intervistati anche duecento genitori e cento docenti. Il quadro emerso fotografa gli attori coinvolti nel delicato passaggio che dalle aule degli istituti superiori conduce alle aziende o agli atenei. Un bilancio senz'altro positivo dal punto di vista della qualità percepita della formazione: tutti sono concordi nel ritenerla di buon livello, seppur con percentuali leggermente differenti – a fronte di un 78% di professori, infatti, ascoltando la campana dei genitori si scende a 71% e l'entusiasmo degli studenti si ferma a 69%.Le cose cambiano se si parla della distanza scuola-lavoro. Solo il 55% degli studenti ritiene che le superiori preparino realmente alla vita d'impresa, e anche in questo caso genitori (49%) e insegnanti (54%) confermano. Eppure quasi due teenager su tre (il 62%) hanno effettuato periodi di alternanza scuola-lavoro – vecchia denominazione di quelli che oggi sono stati ribattezzati PTCO, Percorsi per le Competente Trasversali per l'Orientamento: un dato non altissimo ma in netto miglioramento rispetto a qualche anno fa, quando ad uscire dalle aule era una sparuta minoranza. Ma se si guarda alle mansioni svolte, si scopre che il 26% è stato impiegato in compiti decisamente semplici come inserire dati nei terminali, mentre il 24% ha eseguito attività di back office – le classiche fotocopie, o la messa in ordine di archivi. Insomma, portare i ragazzi in azienda non basta: bisogna sapere quali compiti affidare loro. E che gli adolescenti siano pronti. I casi reali aiutano a comprendere. «Nella nostra esperienza c'è una differenza tra  gli adolescenti che provengono dalla formazione tecnica e chi viene da studi liceali» afferma Giacomo Piantoni, direttore Risorse Umane del Gruppo Nestlè in Italia: «Quando i primi si recano negli stabilimenti produttivi lo scambio con i capireparto è facile. Sulla base del piano predisposto in precedenza, i responsabili assegnano questa o quella mansione in cui possono rendersi utili. Con chi viene dai licei, invece, abbiamo dovuto cambiare più volte schema: probabilmente incide anche il fatto che per loro il mondo del lavoro è ancora lontano» riflette il manager: «In questo caso si sono dimostrate più utili le spiegazioni sul funzionamento generale di un'azienda». La distanza tra sistema formativo e imprenditoria spiegata in parole semplici. Attraverso il programma Nestlè Needs Youth, ricorda Piantoni, sono stati assunti più di 1.600 giovani under 30 dal 2014, mentre sono più di 6mila quelli che hanno vissuto un'esperienza in azienda. Gli adulti di domani chiedono più stage curriculari (34%) e lavori occasionali in aziende e attività commerciali (32%), mentre i genitori suggeriscono uno spettro più ampio di attività che comprenda anche incontri in aula con professionisti ed esperti di risorse umane e formazione.  Nel mercato del lavoro le imprese, mostrano i dati, richiedono soprattutto flessibilità, lavoro di gruppo, problem solving: abilità trasversali che a scuola raramente si imparano, e che pochi gli insegnanti sono pronti a trasmettere. Il salto generazionale, in questi casi, si paga caro.  Dunque per far sì che alternanza scuola-lavoro e stage non diventino semplici attestati privi di valore è fondamentale anche il ruolo dei docenti – che però, a propria volta, devono essere formati per essere in grado di formare adeguatamente. Altrimenti tutto il peso dell'onere della formazione ricade sui tutor aziendali, e non tutte le aziende hanno le spalle abbastanza grosse per far fronte a questo tipo di responsabilità. «Se grandi multinazionali dotate di uffici HR possono trovarsi in difficoltà, che dire delle piccole aziende del territorio, che spesso hanno meno di dieci dipendenti?» si chiede infatti Paola Amodeo, responsabile dell'Alternanza Scuola Lavoro per la Camera di Commercio di Milano, Monza e Lodi.  Che ha provato a metterci una pezza con un programma di formazione gratuita rivolto a quattrocento docenti. I titoli dei corsi rispecchiano l'approccio innovativo: tra gli altri, "Da professore a coach" (supportato da Nestlè), "Consapevolezza e sviluppo del potenziale", "Progettare con il business model canvas","Curriculum vitae e nuove tecniche di selezione".I percorsi durano dalle tre alle dodici ore e si svolgono presso la sede di Formaper a Milano (iscrizioni online su questo form, info qui). C'è anche un supporto economico ala realizzazione di questi percorsi, attraverso incentivi alle micro, piccole e medie imprese del territorio che dal primo gennaio 2019 hanno accolto o accoglieranno studenti. Ci sono 130mila euro a disposizione: il contributo viene proporzionato al numero di studenti ospitati e va da un minimo di 500 euro per un solo studente a un massimo di  2.500 euro per cinque studenti. Le domande, se approvate dall'istruttoria, vengono accolte secondo  l'ordine cronologico di arrivo.Sono 10mila le imprese lombarde che accolgono gli studenti, con 54mila percorsi di alternanza offerti: la parte del leone la fanno proprio le province di Milano, Monza e Lodi, che da sole rappresentano con un quarto delle aziende (2.500) i tre quarti  delle opportunità di alternanza messe a disposizione dei ragazzi (per la precisione, 40mila).Una scuola superiore in grado di fornire le basi giuste per affrontare la ricerca di un impiego è essenziale per rendere fluido il passaggio nel mondo degli adulti ed evitare che i neodiplomati vadano a ingrossare le fila dei demoralizzati. Del resto, la fiducia dei ragazzi intervistati nel mondo lavorativo è italiano è scarsa – anche per questo, probabilmente, uno su cinque vede per sé un futuro all'estero: in pole position Stati Uniti e Gran Bretagna.Antonio Piemontese

La laurea in Italia non “paga” come dovrebbe: le piccole imprese (e non solo) ne capiscono poco il valore

I laureati in Italia sono merce rara, sostiene il rapporto annuale sull'Istruzione dell'Ocse, Education at a Glance. Meno di uno su cinque (il 19%) ha infatti un'educazione 'terziaria', dunque superiore al diploma, nella popolazione della fascia d'età 25-64 anni, contro una media Ocse quasi doppia (37%). Eppure, pur essendo pochi, i laureati da noi non sono contesi e coccolati dal mercato del lavoro: anzi, sono penalizzati in fatto di stipendio. Apparentemente tutto bene, perché mediamente un laureato in Italia guadagna il 39% in più rispetto a chi possiede unicamente il diploma: dunque un vantaggio ce l'ha, di fatto. Ma il confronto con il resto dei Paesi Ocse fa capire che invece la situazione italiana è ben lungi dall'essere rosea: all'estero i laureati vengono premiati con un una busta paga più pesante del 57% rispetto a chi non ha fatto l'università. Una spiegazione c'è. Le nostre aziende andrebbero spinte «a innovare, e le innovazioni partono dalle competenze dei lavoratori. E a stare sul mercato con maggiori livelli di produttività con parallelo incremento del livello salariale di chi ha contribuito alla creazione del maggior valore» è il commento di Daniele Livon, il 46enne udinese oggi alla guida di Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario, e in precedenza dirigente presso il Miur. Ma la realtà è che «in Italia scontiamo troppo la piccola dimensione delle imprese che per loro natura sono poco propense a investire nel capitale umano e in politiche di medio termine». I laureati e le loro competenze passano dunque in secondo piano perché la grande maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano, appunto composto da piccole imprese, «deve affrontare quotidianamente politiche di sopravvivenza».Spacchettando i dati per fasce di età si capisce ancor meglio il problema. A fare le spese dello scarso riguardo delle aziende nei confronti dei laureati sono soprattutto – e come sempre verrebbe proprio da dire – le generazioni più giovani. «Se i 45-54enni laureati guadagnano in Italia il 44% in più rispetto a chi, nella stessa fascia d’età, si è fermato al diploma di maturità, contro una media Ocse del 70% in più» snocciola Giovanni Maria Semeraro, uno dei curatori del report, sono i 25-34enni i più colpiti «con un guadagno che è maggiore solo del 19%, contro una media Ocse del 38». Il tutto si riflette anche nelle prospettive di trovare un lavoro e di fare carriera, che non sono poi così differenti – anzi «sono simili» secondo la definizione del rapporto  – per chi ha un titolo di studio elevato rispetto a chi si è invece fermato alla maturità. «Il 68% dei 25-34enni con una qualifica tecnico-professionale ha un lavoro rispetto al 67% dei giovani adulti con un’istruzione terziaria». Uno scenario che potrebbe scoraggiare chi pensa di iscriversi all'università, una strada che non sembrerebbe riservare nessuna garanzia dal punto di vista professionale.La Crui, la Conferenza dei rettori delle Università italiani, interpellata dalla Repubblica degli Stagisti sulla questione preferisce non commentare. Ma volendo, certo, si può cercare di guardare il bicchiere mezzo pieno: «I dati confermano comunque che le retribuzioni dei laureati sono superiori rispetto a quelle dei diplomati» dice ancora Livon. E poi «dal punto di vista culturale la laurea ha un valore in sé, lo dicono le statistiche sulle aspettative e sugli stili di vita, sulla capacità di esercitare pienamente un ruolo di cittadinanza attiva, di partecipare alla vita sociale e culturale». Ai laureati andrebbe insomma il premio di consolazione.Anche sul basso tasso di propensione agli studi universitari c'è da tirarsi su pensando che, tutto sommato, «sulla classe dei 25-34enni registriamo un aumento dal 27% del 2017 al 28% del 2018». E poi va fatta una precisazione, perché «nella lettura del dato sul numero dei laureati, tutte le organizzazioni internazionali non tengono mai in debito conto il fatto che in Italia non esiste un vero sistema duale, come in molti altri Paesi europei». Se infatti «si considerassero solo i laureati della formazione di tipo accademico la proporzione dei laureati magistrali sarebbe allineata alla media europea» ragiona Livon. Insomma gli altri Paesi avrebbero più laureati perché esistono modi di arrivare alla laurea che in Italia non hanno ancora preso piede, come quello dell'alternare lo studio all'apprendistato. Ma Education at a Glance 2019 mette in luce anche un'altra contraddizione del nostro sistema universitario, ovvero lo scarto tra chance di assunzione post laurea di determinati settori e le immatricolazioni che vanno in tutt'altra direzione. «Il tasso di impiego per gli adulti laureati nel campo delle tecnologie informatiche e della comunicazione (87%) e in ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia (85%) è vicino alla media Ocse» chiariscono dall'Ocse. Eppure «la quota di 25-64enni con un titolo d’istruzione terziaria in ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia è bassa (15%)», il che spiegherebbe anche la quasi totale assenza di disoccupazione per questo gruppo di laureati. Di contro però «l’Italia registra la seconda quota più alta (29%) di adulti laureati nelle discipline artistiche e umanistiche, in scienze sociali, giornalismo e nel settore dell’informazione tra i Paesi dell’Ocse». Pazienza a detta di Livon, perché «la libertà di scelta va garantita agli studenti, anche se è giusto renderli informati sulle opportunità di lavoro che offrono le diverse lauree, sapendo benissimo che si tratta di un mercato in continua e forte trasformazione». Una soluzione potrebbe essere però quella di prevedere «anche in campo umanistico insegnamenti tipici dell’ambito scientifico, il che potrebbe aumentare l’attrattività del mercato di lavoro anche per queste discipline». Più nel dettaglio, andrebbero inserite «conoscenze di base di matematica, statistica e di livello più avanzato in ambito linguistico e digitale, oggi necessarie per qualsiasi disciplina».A corollario di una situazione non certo rosea per l'istruzione del nostro paese, resta poi per l'Italia il macigno peggiore, ovvero il record dei giovani che non studiano e non lavorano: siamo al terzo posto in questa classifica negativa dopo Grecia e Turchia. «Il 26% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni è Neet, rispetto alla media Ocse del 14%» si legge. Con picchi del 29% per i 20-24enni e fino al 37% per le donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni. Una delle ricette per invogliare allo studio secondo Livon potrebbe essere quella di «migliorare il collegamento tra scuola e università sensibilizzando insegnanti, studenti e famiglie, in particolare negli istituti tecnici e professionali, sull’importanza dell’investimento in formazione terziaria e investire nell’orientamento e tutoraggio nei primi due anni di università, anche rendendo più semplice l’eventuale passaggio tra corsi di laurea di classi diverse».Per poi «ridurre il tempo di passaggio tra conseguimento del titolo e ingresso nel mondo del lavoro, attraverso iniziative di orientamento in uscita e, a monte, una maggiore attenzione alle competenze richieste al momento della programmazione dell’offerta formativa». Anche perché restare per troppo tempo fuori dal mondo del lavoro «può portare a conseguenze nel lungo termine» avverte l'Ocse nel report. Motivo per cui le persone che si trovano attualmente nella condizione di Neet «devono rappresentare una preoccupazione per la politica odierna» prosegue il report, lanciando un grido di allarme: «Ci saranno problemi significativi sugli individui e sulla società intera se non saranno prese misure sufficienti per risolvere la situazione».Ilaria Mariotti

Erasmus+ per la formazione professionale, speso il 99% dei fondi europei e a uno su tre viene offerto un lavoro

IIn Europa ci sono sei milioni di giovani disoccupati: eppure i posti vacanti sono oltre due milioni, per i quali si fatica a trovare un destinatario. «È su questo forte mismatch che lavora Erasmus+» dice Paola Nicastro, direttore generale dell'Inapp, l'agenzia del ministero del Lavoro dedicata all'analisi delle politiche pubbliche. E che, insieme a Indire e all'Agenzia giovani, gestisce per l'Italia il gigantesco programma europeo destinato alla mobilità transnazionale Erasmus+, finanziato dalla Ue con ben 14,7 miliardi di euro per il settennato 2014-2020. Servono «competenze giuste per il mercato del lavoro e Erasmus plus aiuta ad adeguarle in un contesto dinamico legato alle nuove tecnologie e all'invecchiamento demografico» ha spiegato Nicastro nella conferenza stampa di presentazione dei risultati del programma. Inapp, nello specifico, gestisce il troncone del programma relativo all'istruzione e formazione professionale, il cosiddetto «Vet Vocational Education and Training», ed è quindi preposta all'avvio dei progetti relativi a questo ambito. Gli esiti finora sono stati incoraggianti perché secondo i monitoraggi realizzati il 30,9% dei partecipanti ha avuto l’opportunità di un lavoro all’estero a fine esperienza: i beneficiari sono finora circa 31mila, di cui 25mila che hanno svolto tirocini presso aziende europee, e 2.500 sono invece docenti, formatori e tutor coinvolti nell’apprendimento e insegnamento all’estero. A questi si aggiungono 2100 ragazzi che hanno seguito corsi di formazione e 1200 accompagnatori.  Anche la performance del nostro Paese è risultata positiva, perché l'Italia si è attestata come quarta destinazione più popolare per l'Eramus+ Vet per gli stranieri dopo Regno Unito, Spagna e Germania.La dotazione finanziaria nostrana per il troncone della formazione professionale per il 2019 è stata pari a 54 milioni di euro, in aumento del venti per cento rispetto all’anno precedente. Fondi che, fanno sapere da Inapp, sono andati a finanziare 168 progetti (su un totale di 3.510 presentati dal 2014 a oggi). «Non tutti quelli che vengono depositati ricevono il finanziamento: andiamo in overbooking!» ammette Giancarlo Salemi, portavoce del presidente Inapp. Ma il punto è che nulla va sprecato perché la quasi totalità delle assegnazioni, il 99,94% dei fondi destinati, è stato speso.Un record per l'Italia, che invece manda spesso a vuoto i finanziamenti che arrivano dalla Ue. «E l'obiettivo è fare sempre meglio anche se l’Italia è già una dei paesi più virtuosi a livello europeo nell’utilizzo dei fondi insieme a Francia e Germania» ha ribadito Nicastro. Con l'auspicio poi che «la Commissione europea mantenga la promessa di raddoppiare gli stanziamenti per il prossimo settennato per avere risultati concreti sui partecipanti». E rendere il programma sempre più inclusivo. Da segnalare è infatti che sono cresciuti i progetti che coinvolgono soggetti con disabilità (più 27,6% rispetto al 2018) e chi ha minori opportunità economico-sociali (più 260%). Con un incremento anche di quelli per il Sud e le Isole (più 53,8%). Si tratta di esperienze che contribuiscono «allo sviluppo ed al miglioramento delle cosiddette soft skills, ossia delle capacità comunicative, relazionali, di adattamento a vivere e lavorare in ambienti multiculturali che risultano essere strategiche in un mondo sempre più globalizzato ed interconnesso» ha proseguito Nicastro. E i partecipanti rispondono con entusiamo tanto che dall'analisi condotta su 2.795 studenti e 696 docenti e formatori sugli effetti della partecipazione alla mobilità, emerge che il 77% dei giovani ritiene di aver ottenuto benefici sia personali che professionali. «I vantaggi si vedranno nell’arco dei prossimi anni: nuove generazioni di cittadini che saranno a loro agio con le lingue straniere, con culture diverse e con nuove opportunità lavorative che sono poi il vero pilastro dell’Unione Europea».Capire il programma e accedere ai fondi non è però così automatico, per cui diventa imprescindibile informarsi su come procedere. Dal 14 al 18 ottobre l’Agenzia Nazionale Erasmus+ Inapp organizzerà una serie di eventi in cui saranno raccontate testimonianze di alcuni studenti coinvolti in iniziative finanziate dal programma e saranno tenuti seminari sulla progettazione (qui il programma). E ad apertura della settimana dedicata alla formazione professionale si tiene proprio oggi 14 ottobre a Roma presso l'Inapp una conferenza dal titolo 'L'impatto del programma Erasmus+ sulla Vet: le indagini, i risultati e le buone pratiche'.Ilaria Mariotti

Congedo di paternità retribuito, ci sono aziende più avanti della legge

È di questi giorni l’annuncio del neo ministro della Famiglia Elena Bonetti della volontà di inserire nella nuova manovra dieci giorni di congedo obbligatorio per i neopapà retribuiti al 100%, rispetto agli attuali cinque.Una situazione diametralmente opposta rispetto a quella dello scorso anno, quando il congedo di paternità aveva rischiato di scomparire – c'era voluta una petizione sostenuta da migliaia di firme e un forte lavoro di pressione dentro e fuori dal Parlamento per evitarne la cancellazione. Che adesso invece si parli di aumentare da cinque a dieci il numero di giorni di congedo di paternità obbligatorio retribuito sembra quasi una festa, ma in rapporto alla situazione di gran parte dei Paesi europei si tratta in realtà solo di una piccola goccia nell’oceano: basti pensare alle due settimane di Francia e Regno Unito o alle cinque della Spagna. Con i dieci giorni si farebbe però un altro piccolo passettino in avanti.Eppure qualcosa sta cambiando già da tempo, perlomeno nelle politiche di alcune aziende che stanno partendo da un assunto che dovrebbe essere più che scontato: madre e padre sono ugualmente protagonisti e importanti nei primi mesi di vita e nel percorso di crescita del bambino, per cui sarebbe più opportuno parlare di genitorialità che di maternità. Bisogna allora attivarsi per tutelare al massimo questo momento fondamentale.Danone è stata una delle prime aziende a inserire dieci giorni di congedo per i neopapà (in aggiunta a quelli previsti per legge naturalmente!): «Otto anni fa abbiamo inventato un decalogo che racchiude dieci regole di supporto economico, culturale e organizzativo per aiutare mamme e papà al lavoro, come i dieci giorni di paternità retribuita, il raddoppio del salario durante la maternità facoltativa, un sistema avanzato di welfare per la cura e l’educazione dei figli» racconta alla Repubblica degli Stagisti la direttrice HR Sonia Malaspina, in azienda dal 2011: «Oggi il 100% dei papà usufruisce dei dieci giorni di paternità retribuita, il 100% delle mamme rientra a lavoro dopo il congedo. Il 40% per cento delle promozioni l’anno scorso ha inoltre riguardato mamme al rientro dal congedo maternità su una popolazione di cinquecento persone. Oggi i papà condividono in misura maggiore la cura e l’accudimento dei figli rispetto al passato, ma è un percorso di cambiamento culturale ancora in atto».Non a caso infatti Danone da molti anni fa parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti, impegnandosi nel garantire buone condizioni ai propri tirocinanti. Da un paio d'anni, inoltre, ha aderito al programma Maam: «Misuriamo le competenze manageriali prima e dopo il congedo grazie all’app Maam – Maternity as a master – di Riccarda Zezza» conferma Malaspina «e abbiamo riscontrato che le competenze manageriali più ricercate aumentano significativamente al rientro dal congedo. Insomma maternità e paternità sono incredibili palestre per la crescita manageriale oltre al valore umano e sociale che racchiudono». Nestlé ha un approccio simile, che favorisce «la valorizzazione della maternità e della paternità come elementi centrali del benessere e della crescita umana e sociale»: esordisce così Dario Migliavacca, Leadership & Team Development Manager di Nestlé, altra azienda virtuosa dell'RdS network, sempre attenta al tema del lavoro di qualità.La multinazionale svizzera del settore alimentare, con quartier generale italiano ad Assago, alle porte di Milano, è stata una delle prime ad aver introdotto in Italia nel 2012 i quindici giorni di congedo di paternità con il 100% della retribuzione, in aggiunta ad altri tre già riconosciuti in precedenza. «Tutte queste misure di welfare sono state implementate in maniera graduale nel corso degli anni, sempre nel rispetto dei principi aziendali e del corretto bilanciamento tra vita personale e lavorativa», commenta Migliavacca.Una scelta ampiamente apprezzata in azienda come dimostrano i dati: «Il congedo di paternità a quindici giorni è utilizzato dal 46% dei dipendenti. Ed ha più successo nelle fabbriche. Il riscontro che abbiamo avuto dai nostri collaboratori è senza dubbio positivo. Il sostegno alla genitorialità si è dimostrato un asset fondamentale per Nestlé. Non è un caso che in media abbiamo 1,5 figli per dipendente, l’11% in più rispetto alla media nazionale. In Nestlé nel 2016 sono nati 42 bambini, nel 2017 siamo saliti a 93 e lo scorso anno abbiamo raggiunto quota 125. Questi numeri sono la dimostrazione dell’efficacia delle nostre politiche di supporto alla genitorialità e al benessere dei dipendenti».In Nestle è quindi il termine genitorialità a prendere sempre più piede: «In questa prospettiva, per noi di Nestlé la genitorialità diventa un fattore che non riguarda unicamente le donne. Il congedo di paternità a quindici giorni, ad esempio, rappresenta uno strumento che abbiamo adottato per non escludere il padre dalle emozioni e responsabilità che sorgono nel momento in cui nasce un figlio. Inoltre, un segnale importante viene anche dall’aumento della componente maschile che si avvale dello smartworking (+26% rispetto al 2017). Un’altra delle iniziative di cui andiamo orgogliosi è l’asilo nido aziendale a Perugia, con il 60% della retta coperto dalla Nestlé. Ad Assago invece esiste una convenzione con una struttura privata, ma anche in questo caso è previsto un contributo per i dipendenti Nestlé che lasciano i figli al nido».In L’Oréal l’attenzione ai neopapà fa parte di un progetto più ampio chiamato Share&Care, nato nel 2014 e basato su quattro pilastri fondamentali, legati alla tutela e al benessere dei dipendenti attraverso iniziative differenti, dal benessere sul lavoro alla protezione in caso di eventi  imprevisti della vita. «A partire dal 2018, in coerenza L’Oréal, abbiamo previsto i permessi retribuiti per i neopapà di 10 giorni, quando la legge ne prevedeva quattro. Il senso era quello di far condividere a padri e madri in uguale misura un momento importantissimo come quello della nascita del figlio»  dice alla Repubblica degli Stagisti Antonio Franceschini, HR Development & Compensation: «Il primo ad averne usufruito è stato il direttore finanziario di allora, a dimostrazione che si tratta di un’esigenza sentita a tutti i livelli».Il permesso retribuito va di pari passo con un altro caposaldo dell’azienda, il lavoro flessibile: «Abbiamo quattro giorni di lavoro flessibile al mese e attualmente oltre il novanta per cento ha aderito, uomini e donne a tutti i livelli dell’organizzazione. Il lavoro flessibile risulta essere amato dai giovani, che lo sentono molto vicino al loro modo di essere. Più in generale la diffusione del lavoro flessibile si inserisce in un paradigma più ampio di trasformazione del modo di concepire il lavoro, non più vincolato all’ufficio, pienamente sposato dal nostro management e che rappresenta una direzione in cui molte aziende stanno andando».L'azienda più “generosa” di tutte, in Italia, sul congedo di paternità aziendale è probabilmente Procter&Gamble, che da marzo di quest'anno ha adottato #Sharethecare, una nuova forma di congedo parentale per i neopapà: «Si tratta di un congedo della durata di otto settimane consecutive da richiedersi nei primi 18 mesi dalla nascita o dall’adozione del bambino e dopo i giorni di congedo obbligatorio previsti dalla legge» spiega alla Repubblica degli Stagisti Francesca Sagramora, direttore delle risorse umane di P&G per Italia, Spagna e Portogallo: «Il congedo viene concesso ai dipendenti che diventano padri, o genitori in una coppia dello stesso sesso, in contemporanea con il congedo parentale previsto dall’INPS. Per le otto settimane previste, P&G si impegna a garantire la retribuzione al cento per cento. La policy si applica anche a quei casi – coppie dello stesso sesso, o nel caso in cui la mamma avesse già usufruito del periodo retribuito dall’INPS al 30%” – per i quali l’Inps non eroga alcuna prestazione. Il riscontro da parte dell’organizzazione è stato ottimo. In appena sei mesi fa ne hanno beneficiato, soltanto in Italia, 24 neopapà. Riteniamo che l’aumento del numero di papà che usufruiscono di un congedo parentale contribuirà a rompere gli stereotipi esistenti sul ruolo della donna e dell’uomo in ambito familiare e professionale, restituendo ad entrambi la libertà di scegliere come organizzarsi in modo più equilibrato, paritario e secondo le proprie necessità».Anche Talent Garden, spazio di coworking e network digitale, ha adottato una politica per le neomamme e i neopapà che comprende una serie di possibilità aggiuntive rispetto a quelle previste dalla legge: «Nella progettazione della parental policy si è tenuto conto della gender equality e del modo di lavorare tipico del mondo digitale dove tutto si evolve velocemente» racconta Giulia Tognù, 33 anni,  che dal febbraio 2016 si occupa del coordinamento internazionale della parte di brand, PR e produzione contenuti all’interno del team Global Marketing&Communications di Talent Garden: «A completamento di quanto previsto dalla legge, le mamme hanno la possibilità di accedere al lavoro da casa con una progressione durante l’avanzamento della gravidanza: da un giorno a settimana a partire dal quarto mese fino ad arrivare a quattro giorni al settimo mese, possibilità di cui possono usufruire anche i papà per due giorni a settimana negli ultimi due mesi. Da novembre dello scorso anno Tognù è anche mamma. La sua azienda  Dopo la nascita del bambino i neopapà potranno godere di due settimane di congedo parentale, fino all’ottavo mese le mamme e i papà potranno beneficiare del lavoro da casa fino a 3 giorni a settimana, periodo che decresce progressivamente fino a 1 giorno nei 3 anni dopo la nascita, a cui si aggiungono 2,5 giorni di permesso retribuito per assistere il bambino durante il primo giorno d’asilo. In aggiunta è previsto un bonus di 3mila euro oltre a quanto previsto dalla previdenza sociale per coprire parte dei costi del nido, della babysitter e tutto il necessario per affrontare questa avventura con energia e serenità».In attesa di capire se il governo troverà davvero i fondi per i cinque giorni aggiuntivi di congedo di paternità  – non si tratta a dire il vero di cifre inavvicinabili: ogni giorno obbligatorio di congedo di paternità costa 10 milioni di euro alle casse dello Stato, dunque la misura costerebbe all'incirca 50 milioni di euro in più all'anno, portando la spesa annuale per congedo di paternità da cinquanta a cento milioni di euro – le aziende dimostrano di essere un passo avanti, nella speranza che possano contribuire a recuperare il grande divario accumulato su questo fronte dal nostro Paese rispetto al resto d’Europa.Chiara Del Priore