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Rai, presto una nuova selezione per assumere cento giornalisti nei prossimi tre anni

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Una nuova selezione pubblica per giornalisti: questo ha deciso qualche giorno fa il consiglio di amministrazione della Rai. Una decisione che probabilmente deriva dal fatto che la graduatoria dell’ultima selezione, svolta nell’estate del 2015, ha cessato la sua validità a ottobre dell'anno scorso. Una scelta in linea con quanto l’Usigrai aveva chiesto già da mesi e ribadito da Vittorio di Trapani, segretario del sindacato dei giornalisti, alla Repubblica degli Stagisti proprio allo scadere della graduatoria. «In pochi anni arriviamo a fare una seconda selezione pubblica e per me, come sindacato, è un titolo di merito» spiega oggi il segretario: «Sono molto orgoglioso di questo».Insomma: selezione pubblica come strada maestra per assumere giornalisti in Rai. Una buona notizia visto anche che nella storia dell’azienda televisiva due selezioni di professionisti in così poco tempo non c'erano mai state. «Da quando abbiamo fatto la prima selezione», continua il segretario Usigrai, «abbiamo assunto duecento persone. E con la prossima ne assumeremo altre. Una risposta chiara e netta a chi ancora oggi prova a raccontare il luogo comune che in Rai si entra per raccomandazione». Val la pena di ricordare anche le procedure avviate negli ultimi anni per gli interni – giornaliste e giornalisti che in azienda lavoravano già, ma senza il giusto contratto – e nel corso degli ultimi sei-sette anni attraverso altre due selezioni hanno avuto la possibilità di veder riconosciuto il lavoro giornalistico.Quando la decisione del Cda è stata resa nota, sono cominciate a circolare anche ipotesi sui numeri dei giornalisti che saranno selezionati, ma su questo punto è bene essere cauti: «Bisogna prima capire quale sarà la validità della prossima graduatoria per calcolare il cosidetto turn over delle persone che nei prossimi anni andranno in pensione e dovranno essere sostituite», ragiona Di Trapani. E verificare quale sarà l’attuazione del piano industriale. Perché «se la validità coinciderà con l’attuazione e quindi con lo sviluppo urgente sul web è ovvio che sarà necessario calcolare più risorse per dare il via al nuovo piano». Fino ad allora mettere cifre nero su bianco è difficile. Ma probabilmente un numero intorno a cento, lo stesso fissato inizialmente l’ultima volta, è credibile. Del resto «in tre anni i numeri di pensionamenti girano intorno a queste cifre» conferma il segretario Usigrai.Ora il confronto tra azienda e sindacato andrà avanti, partendo dall’esperienza di cinque anni fa e giudicando cosa è stato positivo e cosa invece può essere migliorato. All'epoca c'era stata una prova scritta iniziale a domanda multipla, che aveva coinvolto circa 2.600 candidati, che aveva comportanto una prima scrematura; e poi una seconda fase con altre prove selettive. Tutto sta a vedere se si deciderà di procedere sulla stessa linea o di cambiare.Una cosa però è certa: «Questa volta la selezione sarà fortemente ancorata su base territoriale». Un punto critico della precedente selezione, infatti, fu che a molti dei giornalisti selezionati la Rai chiese trasferimenti in sedi molto lontane dalla propria residenza, e peraltro con dei tempi ristrettissimi per fornire una risposta e lo spauracchio di venire eliminati dalla graduatoria in caso di rifiuto. «L’altra volta era stato adottato un meccanismo simile a quello della magistratura» spiega di Trapani «per cui in ordine di graduatoria si sceglievano i posti disponibili. Determinando però il problema dei trasferimenti». Questa volta, invece, «stiamo valutando dei meccanismi che ancorino al territorio, in modo che ognuno possa aspirare a dei posti disponibili nelle Regioni che gli interessano». I vuoti di organico, infatti, riguardano tutto il territorio nazionale e a questi si aggiungono anche le richieste di trasferimenti di colleghi assunti a cui si potrebbe dare risposta con nuove immissioni.Ai tanti che hanno accolto la notizia della nuova selezione con gioia si affiancano però anche quelli che parteciparono alla precedente, superando la prima prova del test a risposta multipla e rientrando, quindi, in una graduatoria di quattrocento persone che, da bando, potevano affrontare le altre sette prove di idoneità. Senza però classificarsi nelle prime duecento posizioni. Dalla pubblicazione dei risultati è stato costituito un Comitato per l’informazione pubblica costituito da un centinaio di giornalisti rientranti in questa casistica che ha a più riprese rivendicato il diritto di estinguere la graduatoria della selezione prima di procederne a una nuova: cioè esaurire il bacino di idonei di cinque anni fa anziché (o prima di) crearne un altro. E ora, con gli ultimi sviluppi, il Comitato ha già annunciato di non escludere l’azione penale e la segnalazione alla Corte dei Conti per accertare ogni responsabilità.Ma di Trapani, come già ribadito in passato, precisa: «La definizione di idonei nel bando non c’era. Dalla prima prova si decise da accordo sindacale di portare alle prove professionali quattrocento persone. Ma queste non rappresentavano una lista di idoneità: solo quelli che erano passati dalla prima alla seconda fase. La graduatoria è stata determinata dalle sette prove professionali e nell’ambito della sua validità siamo riusciti ad assumere duecento persone. È evidente che allo scadere della graduatoria questa decade. Dopo di che, se un giudice dovesse dare loro ragione in sede giudiziaria, io rispetterò le sentenze, ma ad oggi so, visto che ho firmato io l’accordo sindacale, che quella graduatoria scadeva dopo tre anni dalla sua pubblicazione».Adesso non resta che aspettare gli sviluppi degli incontri tra le parti – azienda e sindacato – con l’auspicio che si proceda quanto prima, magari entro il termine della pausa estiva, alla raccolta delle candidature. Augurandosi, vista la precedente esperienza, che questa volta più delle polemiche a fare notizia siano le assunzioni.Marianna Lepore

Competenze digitali per trovare lavoro, un nuovo "alleato" per i giovani disoccupati

Uno dei problemi dell'occupazione – giovanile e non solo – in Italia è che le persone senza lavoro non hanno le competenze che le aziende cercano: il cosiddetto “mismatch” tra domanda e offerta vuol dire che i posti disponibili ci sarebbero, ma i datori di lavoro non riescono a trovare candidati in grado di svolgere il tipo di mansione di cui hanno bisogno. Corollario a questo discorso: molto spesso le competenze “missing” sono quelle dell'area digitale. Le aziende cercano persone in grado di maneggiare con disinvoltura programmi, applicazioni, strumenti (“tools”) informatici, e più spesso che mai non le trovano.Sono sempre più numerose le iniziative che si propongono di contribuire a diminuire questo mismatch, e spesso si incentrano proprio sul trasferimento di competenze digitali. Ultima nata, presentata nei giorni scorsi a Milano, è DigitAlly (un gioco di parole tra “digitally” che in inglese significa “in digitale”, e “ally” che vuol dire “alleato”), voluta e finanziata dal fondo di venture capital Oltreventure con 245mila euro. Quello che questa start-up offre ai giovani – il prossimo “open day” per conoscere da vicino il progetto è in calendario lunedì 17 giugno a Milano, presso il Tim Space di via Magolfa – è un percorso di formazione tutto incentrato sul digitale, ad esclusione della parte di coding (cioè la programmazione vera e propria, la “scrittura” informatica).«DigitAlly parte dal riconoscimento di un gap tra mondo dell’educazione / formazione e mondo del lavoro» spiega Francesca Devescovi, ceo di DigitAlly [a sinistra nella foto, insieme ad Anna Simioni]:  «Ciò che si impara a scuola e all’università spesso non serve per lavorare; allo stesso tempo le conoscenze richieste dalle aziende non vengono insegnate quasi da nessuna parte. C’è quindi una dispersione di forze: da una parte i ragazzi che, dopo gli studi, si trovano sfiduciati e disorientati rispetto al proprio futuro lavorativo; dall’altra le aziende che avrebbero bisogno di competenze soprattutto in ambito digitale e sono invece in difficoltà nell’attrarre e nell’inserire nel mondo del lavoro questa nuova generazione». Il primo e più importante target di Digitally è quello dei giovani senza lavoro: a loro viene proposto di seguire un corso di formazione della durata di sette mesi, di cui i primi tre – pari a 13 settimane per la precisione – in aula. «Le lezioni si svolgeranno in un coworking dentro la città di Milano, dove i partecipanti potranno incontrare tante altre persone che lavorano a progetti innovativi» racconta Anna Simioni, presidente e founder di DigitAlly: «La formazione è diversa da ciò che i ragazzi hanno vissuto finora: impareranno insieme in aula tutti i giorni lavorando moltissimo in team, grazie a professionisti del settore, il contatto quotidiano con aziende e project work concreti ed esperienziali».La seconda parte del percorso consiste in un’esperienza lavorativa di quattro mesi (sedici settimane) presso le aziende partner. «Al termine del percorso di apprendimento in classe i ragazzi metteranno in pratica ciò che hanno appreso attraverso un’esperienza lavorativa» dice Simioni: «I ruoli sono generalmente legati al mondo digitale: gestione del cliente, comunicazione attraverso i social media, realizzazione di campagne marketing e siti. L’esperienza lavorativa è garantita ai partecipanti che acquisiscono strumenti e skill del percorso in aula. Il periodo in azienda è di almeno quattro mesi, con una retribuzione mensile non inferiore ai 600 euro», che potrebbero anche arrivare sotto forma di indennità, in caso l'inquadramento previsto fosse quello dello stage extracurricolare. La tipologia di contratto, specifica Simioni, sarà scelta da ciascuna delle aziende partner. Ce ne sono già «diverse», assicura De Vescovi, «che si sono alleate per acquisire maggiori competenze digitali attraverso l’inserimento dei ragazzi formati da DigitAlly e supportare anche il resto dei dipendenti anche grazie alle iniziative di reverse mentoring o upskilling che DigitAlly offre». Il progetto ha un partner tecnologico – Microsoft, e in particolare il programma “Ambizione Italia” – e un partner scientifico, l’università Cattolica di Milano, che ha condotto per Digitally la ricerca qualitativa che è alla base del modello di business. «Le aziende che accoglieranno le ragazze e i ragazzi per l’esperienza lavorativa sono il Centro Medico Santagostino, Unes Supermercati, Nexi, Jointly e anche molte altre che si stanno aggiungendo» dice ancora De Vescovi: «Per questo servizio non chiediamo fee alle aziende, ma chiediamo loro di offrire una posizione lavorativa di almeno quattro mesi retribuita 600 euro al mese».I partecipanti al corso avranno anche una sorta di “angelo custode”, denominato “Virgilio”: «Come il poeta nella Divina Commedia guida Dante lungo il viaggio, allo stesso modo ci piacerebbe che agissero i nostri due Virgilio, Bianca e Bruno» scherza Simioni riferendosi ai due junior del team, Bianca Ricardi e Bruno Di Benedetto: «Il loro compito sarà quello di incontrare le ragazze e i ragazzi interessati a DigitAlly per individuare, fra questi, i più motivati a partecipare il percorso. Dopodiché, selezionati coloro che prenderanno parte alle classi, saranno al loro fianco sia nelle situazioni collettive sia in momenti di colloquio individuale, per assicurarsi che sfruttino nel modo migliore l’esperienza di DigitAlly come opportunità di crescita lavorativa e personale».Il team di DigitAlly al momento è composto da quattro persone: Simioni, un passato nella consulenza strategica e ruoli da “executive director per Cambiamento e Leadership” in molte realtà aziendali; Devescovi, già responsabile della formazione e welfare in Valore D e collaboratrice di AlleyOop del Sole 24 ore; e poi appunto i due “Virgilii”, Bianca Ricardi e Bruno Di Benedetto, entrambi under 30. Il contatto con i ragazzi potenzialmente interessati ad iscriversi al corso avviene soprattutto attraverso i social – Facebook, Instagram, Linkedin e Twitter. C'è un'agenzia specializzata in comunicazione e marketing sui social network che sta mettendo a punto una strategia per riuscire a intercettarli.C'è da dire che DigitAlly non è un progetto gratuito. Ma quanto costa? E chi si può candidare? «Ragazze e ragazzi tra i 18 e i 29 anni con qualsiasi formazione e titolo di studio», dunque anche il semplice diploma di maturità, ma anche una «laurea triennale o magistrale» risponde Francesca De Vescovi: «Essendo i corsi obbligatori, è importante che si riesca a prendervi parte in maniera regolare. DigitAlly è un ambiente inclusivo, con pari opportunità e dove ogni diversità viene valorizzata. Accogliamo ragazze e ragazzi qualificati», è la promessa, «senza discriminazione di genere, background formativo e culturale, nazionalità, religione, disabilità, orientamento sessuale, appartenenza politica».La quota di iscrizione costa 3mila euro, tuttavia la prima edizione prevede un prezzo scontato: «Coloro che prenderanno parte alla nostra prima “stagione” pagheranno 2mila euro, suddivisi in due parti» dice ancora De Vescovi. Idealmente, «partecipando a DigitAlly quest’anno, c’è la possibilità di ripagare interamente il corso tramite i quattro mesi di lavoro nelle aziende partner», perché la retribuzione/indennità minima che i ragazzi andranno a percepire dalle aziende una volta conclusa la parte in aula, 600 euro al mese, sarà pari a 2.400 euro per i quattro mesi complessivi. È in corso proprio in queste settimane la raccolta delle candidature per la prima edizione, che si terrà a partire da settembre a Milano. Iscrivendosi entro il 1° luglio i candidati hanno la possibilità di concorrere per cinque borse di studio complete assegnate in base all’Isee messe a disposizione da Nexi. Al corso potranno prendere parte non più di trenta persone, «selezionate principalmente in base alle loro motivazioni nella prospettiva di creare una classe eterogenea e in grado di costituire un gruppo affiatato». Durante le prime fasi della selezione i candidati saranno “sottoposti” a KnackApp, una tecnologia creata per fornire delle indicazioni sulle attitudini delle persone attraverso il videogaming.  Il piano di crescita di Digitally prevede di raggiungere 2mila studenti con sei sedi in tutta Italia entro il 2022: «Sicuramente impareremo moltissimo da questa edizione anche grazie all’aiuto concreto dei ragazzi con cui lavoreremo» riflette De Vescovi.L'offerta formativa di Digitally farà ottenere ai partecipanti anche specifiche certificazioni su alcuni dei tools digitali più richiesti dal mondo del lavoro: in particolare Google Ads, Google Analytics, Facebook e Hubspot. In più i ragazzi impareranno a gestire altri tools come Photoshop, Google Cloud, Excel, Instagram, Wordpress, Slack... Ma quali sono le professioni che si stagliano all'orizzonte di chi acquisisce competenze del genere? «Il digitale caratterizzerà sempre più il nostro modo di lavorare in modo trasversale, è un po’ come l’inglese di vent'anni fa» risponde Simioni: «All’inizio chi lo studiava pensava di fare il traduttore o di lavorare in qualche campo specifico, oggi è una competenza super diffusa che ti serve a fare moltissime cose. Pensiamo che gli strumenti digitali saranno ancora più indispensabili nel prossimo futuro, quindi se già ora ruoli come social media manager, user experience professional o data analyst, sono richiestissimi dal mercato, in futuro gli strumenti che insegniamo faranno parte del modo normale di lavorare di tutti, ed è ciò che spaventa chi vede nel digitale una minaccia».Ma allora, perché non insegnare il coding? Cioè quei linguaggi di programmazione – tipo Java, MySql, Python, C++... – così richiesti dal mercato del lavoro? «Pensiamo che per programmare serva un profilo personale molto specifico, mentre gli strumenti digitali sono utilizzabili da tutti ed anzi si combinano bene anche con percorsi di studi umanistici» risponde ancora Simioni: «Ed in questo penso stia un grande valore di DigitAlly: avvicinare al digitale anche ragazze e ragazzi che ritengono che sia un mondo da ‘nerd’ o per cui sia indispensabile avere fatto un lungo percorso tecnico-scientifico – ingegneria, informatica, fisica… Gli strumenti del digitale sono pensati per essere usati da tutti, e sempre di più sarà il ruolo di interfaccia con la ‘macchina’ a fare la differenza nel nostro quotidiano.  Quindi le competenze di programmazione sono di certo importanti ma c’è anche molto altro che si può imparare per aiutare le nostre aziende – e il Paese –  nella trasformazione digitale».

400 opportunità di stage all'estero nelle sedi diplomatiche, candidature aperte fino al 7 giugno

Quasi quattrocento – trecentonovantacinque, per la precisione – opportunità di tirocinio in sedi diplomatiche aperte agli studenti italiani di cinquantadue università: centottanta posti in Europa, cinquantasette in Asia, una cinquantina in Nord America, e molti altri ancora nel resto del mondo. Sono i numeri del nuovo bando Maeci-Crui, il programma nato dalla  collaborazione fra il ministero degli Esteri (il Maeci, appunto), il ministero dell’Istruzione e le università italiane, attraverso  il  supporto organizzativo della Fondazione Crui, che dal 2017 sostituisce il vecchio “Mae Crui” – con alcune differenze di cui la Repubblica degli Stagisti ha parlato spesso in questi anni: le più importanti sono che il Maeci-Crui non è più gratuito (buona notizia), e che non è più aperto ai neolaureati (notizia meno buona). In particolare, i tirocinanti Maeci-Crui ricevono dall’università a cui sono iscritti una indennità (minima) di 300 euro mensili. A sua volta, la sede diplomatica presso cui lo stagista è inviato può mettere a disposizione un alloggio gratuito quale beneficio aggiuntivo al rimborso spese previsto. La buona notizia è che lentamente il numero di sedi che prevede questo ulteriore benefit a favore dei ragazzi sta aumentando: erano 14 su 187 nello scorso bando, mentre in questo bando sono 24 su 211. Sempre pochissime, ma la percentuale passa dal 7% all’11%. Nello specifico,  a offrire l’alloggio sono le seguenti sedi: l’ambasciata a Copenhagen in Danimarca; quella a Madrid in Spagna; quella a Praga nella Repubblica Ceca; quella a Sofia in Bulgaria; quella a Doha in Qatar; quella a Il Cairo in Egitto; quella a Kampala in Uganda; quella a Khartoum in Sudan; quella a Lusaka in Zambia; quella a Manama in Bahrein; quella a Riad in Arabia Saudita; quella a Tbilisi in Georgia; quella a Teheran in Iran. E poi ancora il consolato generale e l’istituto di cultura a Marsiglia, in Francia; l’ambasciata e l’istituto italiano di cultura a Oslo, in Norvegia, ad Addis Abeba in Etiopia e ad Algeri in Algeria; il consolato generale a Gedda, in Arabia Saudita; la delegazione diplomatica speciale a Taipei a Taiwan; e l’istituto italiano di cultura a Toronto, in Canada. «Le spese ordinarie d’uso per il periodo di utilizzo sono a carico dello studente», precisa il bando: dunque vitto, spostamenti (viaggi in treno, aereo…), assicurazioni sanitarie e altro sono tutte a carico degli stagisti. I requisiti di accesso restano gli stessi dei bandi precedenti; tra i più rilevanti la cittadinanza italiana, l'età non superiore ai 28 anni, una media almeno del 27, la “fedina penale” pulita e nessun procedimento in atto, lo status di studenti iscritti a una delle facoltà previste (sono riportate in elenco all’interno del bando) all’interno di una delle università che partecipano all’iniziativa.La finestra per le candidature resta aperta fino a venerdì 7 giugno e i selezionati inizieranno l’esperienza di tirocinio dopo l’estate, per la precisione il 9 settembre; trattandosi di tirocini di durata trimestrale, il termine è previsto per il 6 dicembre. La possibilità di proroga è contemplata per un massimo di un ulteriore  mese (d’intesa tra la sede ospitante, il tirocinante e l’università di provenienza dello studente, specifica il bando): chi usufruisse di questa opzione potrà dunque trascorrere anche il periodo di Natale-Capodanno nella sede diplomatica di assegnazione.Per candidarsi bisogna inviare il curriculum personale, quello universitario, alcune autocertificazioni, una lettera motivazionale così come previsto nel bando, e poi indicare due sedi preferite di destinazione, una per ciascuna “gruppo”: nel Gruppo 1 vi sono tutte le destinazioni all’interno dell’Unione europea più Norvegia, Principato di Monaco, Vaticano, Svizzera e Stati Uniti, mentre il Gruppo 2 comprende… tutto il resto del mondo.In particolare, i quasi quattrocento percorsi di tirocinio – tutti obbligatoriamente “curricolari” – avranno luogo in 183 ambasciate, un centinaio di consolati, sessantasette istituti di cultura, quarantuno rappresentanze e una delegazione. Chi gestisce poi materialmente le candidature? In una prima fase l’università presso cui ciascun candidato è iscritto verifica il possesso dei requisiti richiesti. Poi «le candidature ritenute idonee dagli atenei», spiega il bando, vengono «esaminate da una commissione congiunta» composta da rappresentanti del ministero degli Esteri, di quello dell’Istruzione e della Fondazione Crui.Restano purtroppo le condizioni quasi vessatorie di accettazione: una volta ricevuta la comunicazione dalla propria università, i candidati che avranno passato la selezione dovranno «accettare o rifiutare l’offerta di tirocinio entro tre giorni lavorativi». Meglio avere le idee ben chiare fin dal principio, allora.

Equo compenso per i liberi professionisti: il Lazio ha la sua legge regionale

Il cammino è iniziato ai primi di ottobre dello scorso anno, quando la Giunta regionale del Lazio ha approvato un ordine del giorno della presidente della Commissione lavoro, Eleonora Mattia, per applicare l’equo compenso negli incarichi conferiti ai professionisti da tutti gli uffici regionali, enti strumentali e società controllate. In seguito ha presentato una proposta di legge «che è stata scelta come testo di riferimento», spiega Mattia alla Repubblica degli Stagisti, «e dopo un confronto con tutti i professionisti, ascoltati nel corso di varie audizioni, la legge è stata approvata dall’aula il 3 aprile». Così dopo Calabria, Basilicata, Piemonte, Campania e Sicilia anche il Lazio ha la sua legge, la n. 69, sull’equo compenso.Una battaglia portata avanti da Mattia, avvocato, nel Pd dal 2007, che è stata prima presidente dell’Assemblea provinciale del Pd Roma e poi membro della segreteria regionale nonché eletta in Assemblea nazionale. Vicensindaco nel comune di Valmontone dal 2013 dopo essere stata la più votata in assoluto, nel marzo 2018 è stata eletta al Consiglio regionale del Lazio.  La legge, ricorda Mattia, «vale per circa 175mila professionisti della nostra regione, sia per quelli iscritti a un albo che per quelli che non ne hanno uno di riferimento». Ed è stata concepita dopo aver analizzato studi di vari centri di ricerca per capire a quanto ammontasse l'equo compenso determinato dai singoli decreti ministeriali. Una platea vasta quella di applicazione, che spiega anche perché il provvedimento abbia trovato la convergenza di tutte le forze politiche che l’hanno votata all’unanimità. Da quando nel 2012 sono stati aboliti i minimi tariffari, «l’obiettivo di prendere degli incarichi costringeva i professionisti a una corsa al ribasso che non garantisce né la prestazione, né la dignità di chi lavora», spiega Mattia. La legge, però, un punto debole ce l’ha, visto che non tratta un altro tema caro ai liberi professionisti, quello sui tempi dei pagamenti. Ma sottolinea l’importanza per Regione e società controllate di far riferimento al riconoscimento dell’equo compenso per i professionisti e, soprattutto, vieta l’inserimento di clausole vessatorie all’interno di contratti di incarico professionale.Non ci sono, però, dei parametri “univoci” quando si parla di equo compenso. «Sono i criteri stabiliti dai decreti ministeriali, che cambiano da professione a professione». E questo è bene ricordarlo. Per quanti, invece, non abbiano un ordine professionale di riferimento, il principio applicato è quello della retribuzione proporzionata alla quantità e qualità della prestazione, secondo quanto sancito dall’articolo 36 della Costituzione.L’obiettivo alla base dell’approvazione della legge «È quello di frenare l’incessante calo dei redditi dei professionisti italiani che, tra il 2005 e il 2017, si è attestato al diciannove percento». Un calo che ha colpito, nello specifico, gli appartenenti alle categorie più disagiate: giovani e donne. Il reddito medio di un professionista sotto i 40 anni, infatti, arriva al cinquanta per cento di un over 45. E, ancora una volta, se il professionista è una donna la discriminazione è doppiamente applicata visto che il suo reddito medio non va oltre il cinquantasei per cento di quello di un uomo. L’equo compenso approvato cerca di tutelare i professionisti non solo dai pagamenti da parte degli enti pubblici, ma anche dai privati. Qualora, infatti, non venga dimostrato che il committente non abbia preventivamente pagato il progettista, qualsiasi procedimento amministrativo che abbia chiesto al privato di avvalersi di un professionista verrà sospeso. Una scelta che dovrebbe, almeno sulla carta, spingere i privati a rispettare i tempi dei pagamenti. Certo, in Italia non basta una legge per vederne poi l’applicazione, ma il passo intrapreso dalla Regione è sicuramente un segnale positivo per i professionisti laziali e per quelli delle altre regioni in cui l’argomento non è stato ancora trattato, che possono sperare il tema si allarghi fino al coinvolgimento di tutto il territorio nazionale.Quello ottenuto dalla Commissione lavoro della Regione Lazio è, quindi, un traguardo importante. Solo il primo di una lunga serie: come la proposta di legge regionale sul contrasto al caporalato, che intende favorire l'emersione del lavoro irregolare in agricoltura in coerenza con quanto disposto dalla disciplina nazionale. E si tornerà nuovamente sul tema delle tutele per i liberi professionisti, con una nuova proposta di legge presentata dalla presidente Eleonora Mattia, per introdurre specifici strumenti di sostegno e tutela delle professioniste e professionisti: un fondo rotativo dedicato e un’integrazione all’indennità di maternità.    Marianna Lepore

Women in Sciences, l'università Bicocca lancia un appello alle ragazze: studiate materie scientifiche!

Le donne sono oltre il 55% del totale degli iscritti alle università italiane – in tutto, quasi 1 milione e 700mila – e anche un po' di più, il 60%, se si guarda per esempio solo ai 33mila studenti dell'università Milano Bicocca. Dunque la questione non è che le ragazze non si iscrivano all’università: la questione sta  nella scelta della facoltà. A Giurisprudenza, per dire, alla Bicocca le donne rappresentano il 66% del totale degli iscritti, a Sociologia oltre il 70%. A Psicologia quasi l’80%, a Scienze della formazione addirittura l’88%!Ma quando si passa dal grande alveo delle facoltà umanistiche a quello delle facoltà scientifiche c’è un crollo. A livello nazionale, sui circa 281mila iscritti nelle classi di laurea che comprendono Engineering, manufacturing and construction, c'è solo un 29% di donne (fonte dati: Direzione generale per i contratti, gli acquisti e per i sistemi informativi e la statistica del Miur, anno di riferimento 2016). Ancor peggio se si considerano specificamente gli studenti di Informatica, più precisamente delle facoltà del gruppo Information and Communication Technologies (ICTs): qui  gli iscritti sono poco meno di 29mila e statisticamente le donne sono davvero pochissime, il 13%. Dati confermati al millimetro nel caso dell'università Bicocca: dei 1160 studenti iscritti alla facoltà di Informatica oltre mille sono uomini e le donne rappresentano solamente il 13,1%. E non va molto meglio a Fisica: qui, su 907 iscritti, le donne sono poco più di una su quattro: il 28,7%. Sembra che le studentesse siano ancora soggiogate al vecchio stereotipo di genere per cui “la matematica è roba da maschi”, e si regolino di conseguenza. Peccato però che, così facendo, si precludano proprio quei percorsi di studio che sono oggi – e saranno ancor più domani – richiesti dal mercato del lavoro. In altre parole: le ragazze fanno scelte universitarie ai limiti dell’autolesionismo, auto-escludendosi in partenza dai lavori meglio contrattualizzati e pagati.Come si inverte la tendenza? Ci prova la prossima settimana l’università Bicocca con una due giorni intensissima, “Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola”, in programma lunedì 13 e martedì 14 maggio. Un programma full day 9-18 che prevede workshop, tavole rotonde, “keynote speech” di 45 minuti, spettacoli teatrali a tema scienza. I relatori invitati a parlare (qui l'elenco completo degli interventi) sono complessivamente oltre quaranta, in maggioranza donne – dunque niente “gender balance” in questo caso, ma per una ottima causa: lanciare il messaggio che le donne scienziate esistono, che possono raggiungere ottimi risultati, fare carriera, fare la differenza in laboratorio, nelle aziende, all’università. Di solito i convegni scientifici sono tutti al maschile, tanto che per rivendicare un bilanciamento nelle opportunità di visibilità sono ormai attive molte iniziative, tra cui la campagna “No Women No Panel” lanciata dalla commissaria europea alla Digital Society and Economy Mariya Gabriel, oppure in Italia l’hashtag #tuttimaschi con cui segnalare sui social network gli eventi, i dibattiti, i talk show in cui non c’è nemmeno una donna tra gli ospiti. Invece in questo caso la voce sarà data in primo luogo alle donne.“Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola” è alla sua prima edizione. «La sua genesi è molto interessante» racconta alla Repubblica degli Stagisti Silvia Penati, docente di Fisica specializzata in fisica teorica delle particelle elementari, teoria delle stringhe e teorie con supersimmetria e tra le promotrici dell'evento: «Dal 2013 al 2017 sono stata capofila di un progetto europeo, COST, dedicato alla ricerca scientifica in fisica teorica, che aveva un forte impegno sulla questione della rappresentanza di genere nella comunità della fisica teorica – dove le donne sono meno del 10%». Parte dei fondi destinati al progetto venivano utilizzati per promuovere eventi: «Qualche anno fa capitò che la mia collega Nadia Malaspina assistesse ad un mio seminario in Bicocca sul progetto COST e le sue iniziative in ambito gender. Recentemente, ricordandosi di quella mia presentazione, ha avuto quindi l'idea di lanciare un evento simile nel nostro ateneo. Mi ha contattato e da lì, coinvolgendo altre colleghe di ambito scientifico, è iniziato tutto». [nella foto, Silvia Penati è a sinistra; al centro Sara Manzoni, a destra Nadia Malaspina]La due giorni, che ha già registrato quasi 250 iscrizioni (l’ingresso è libero, ovviamente aperto a entrambi i generi anche se l’evento è pensato per attrarre sopratutto ragazze, e la preiscrizione si effettua a questo link), sarà l’occasione di focalizzare il tema delle pari opportunità e degli stereotipi di genere con diversi attori del mondo accademico, industriale e sociale. «La popolazione femminile per il mio dipartimento oggi si attesta attorno al 10%» sottolinea Sara Manzoni, docente di informatica specializzata in Intelligenza artificiale e responsabile delle attività di Orientamento per il dipartimento di Informatica, sistemistica e comunicazione della Bicocca. Fortunatamente poi andando avanti la presenza femminile diventa più significativa: «Circa il 30% tra gli strutturati, e anche le studentesse di dottorato sono certamente una presenza importante, sia numericamente che dal punto di vista della qualità dei risultati». A conferma del fatto che, quando le ragazze trovano il “coraggio” di iscriversi a Informatica, possono raggiungere risultati eccellenti, eguagliando senza difficoltà e a volte superando i più numerosi colleghi maschi: «Quindi primario obiettivo per noi è cercare di colmare questo gap e cercare di stimolare e motivare le studentesse ad iscriversi ai nostri corsi di laurea» aggiunge Manzoni: «Mostrare con interventi su temi divulgativi di relatrici di alto profilo scientifico che la professionalità in contesto scientifico non è prerogativa maschile. Mostrare role-model che possano essere motivanti per lo sviluppo di interessi, passioni e curiosità delle studentesse presenti». Se “Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola” è alla prima edizione, è però vero che l’università Bicocca non è nuova a questo genere di iniziative. Il corso di laurea in Informatica organizza e gestisce già da quattro anni l’iniziativa NERD? (Non E’ Roba per Donne?) in collaborazione con IBM, offrendo ogni anno la possibilità a duecento studentesse di terza superiore di partecipare ad attività laboratoriali con ambienti e strumenti dell’ICT per sviluppare un progetto con la supervisione di un team di esperti. «L’iniziativa prevede inoltre incontri con ricercatrici e aziende del mondo ICT e docenti del CdL in Informatica» dice ancora Manzoni. E la partecipazione vale anche per l’alternanza scuola-lavoro «attraverso la definizione di un piano formativo individuale definito con gli istituti scolastici superiori».Inoltre «all’interno del Progetto Lauree Scientifiche del ministero dell’Istruzione, esteso la prima volta quest’anno a Informatica, uno degli obiettivi prioritari è quello di “stimolare la conoscenza e curiosità verso le discipline informatiche per una platea di studenti più ampia e eterogenea in termini di formazione scolastica superiore e di genere". Auspichiamo dunque che il ministero continui a finanziare progetti di questo tipo» dice Manzoni «per poter avere strumenti che ci consentano di proporne di nuove nei prossimi anni. Ad oggi, tutte le edizioni sono state basate sul volontariato delle colleghe del mio dipartimento!». In “Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola” ci sarà spazio anche per il divertimento: alla fine del primo giorno i lavori infatti si concluderanno con “Educazione (in) Fisica”, uno spettacolo teatrale che racconta in chiave ironica esperienze personali legate ai pregiudizi di genere «che tutte noi possono abbondantemente testimoniare» racconta Manzoni: «Una tra tutte: una mia ex-allieva che svolge attività professionale in ambito di consulenza tecnica risponde al telefono dicendo “Pronto? Risponde nome_azienda, come posso aiutarla?” e dall’altro lato: “Buongiorno signorina, avrei bisogno di una consulenza tecnica, posso parlare con un ingegnere?" e lei risponde: “Qui siamo tutti ingegneri!”. Esplicita sorpresa e poco imbarazzo, seguito da silenzio per alcuni secondi dall’altra parte delle cornetta…». Ma le cose stanno cambiando: «Il contesto professionale e culturale in cui si troveranno le nostre future studentesse sarà diverso da quello in cui ci siamo trovate noi», aggiunge Manzoni, «anche grazie ad un cambiamento di contesto socio-culturale in cui le diversità di genere dovranno pervadere tutti gli aspetti della nostra vita sociale e familiare».Ma perché questo cambiamento possa effettivamente avvenire, devono e dovranno esserci più donne che studiano materie scientifiche. E quindi bisogna parlare con le adolescenti, mostrare loro la strada, convincerle a credere nelle loro capacità: a partire da oggi.[alcune delle immagini che corredano questo articolo sono tratte dal Bilancio di Genere dell'università Milano Bicocca]

Reddito di cittadinanza, per ora niente proposte di lavoro a chi lo percepisce: il sistema non è ancora pronto

Obiettivo del reddito di cittadinanza «non è dare soldi a qualcuno per starsene sul divano, ma dire con franchezza: hai perso il lavoro perchè il tuo settore è finito o si è trasformato? Bene, ora ti è richiesto un percorso per riqualificarti ed essere reinserito». Così parlava il vicepremier Luigi Di Maio poco meno di un anno fa intervenendo a un congresso Uil a Roma. Ma a diverse settimane dall’erogazione dei primi sussidi, le politiche attive legate alla misura sono ancora ferme al palo. Motivo? La piattaforma informatica che serve a convocare i lavoratori non è ancora pronta.Insomma, pur di erogare in fretta la misura – e magari capitalizzarla in termini elettorali in vista dell’appuntamento di fine maggio con le consultazioni europee – si è dimenticato per strada il capitolo più importante: quello che subordina l’assegno alla ricerca attiva di un lavoro. Una fretta che consente a chi vuole far il furbo di percepire i soldi restando comodamente in poltrona. Proprio quello che, almeno stando alle promesse del governo gialloverde, si voleva a tutti i costi evitare.L’Inps ha iniziato nei mesi scorsi a raccogliere le richieste, le ha valutate per verificare il rispetto dei requisiti e ha infine cominciato a staccare gli assegni per gli aventi diritto. Ma i Centri per l'impiego, come confida alla Repubblica degli Stagisti un dipendente lombardo che preferisce l'anonimato – non hanno ancora ricevuto i nominativi dei beneficiari: impossibile, quindi, convocarli e far firmare il cosiddetto “Patto per il lavoro”, l'impegno attivo nella ricerca di un’occupazione che chi domanda sostegno deve sottoscrivere. Chi rifiuta, in teoria, perde i soldi. Ma in questo caso il problema non si pone: finché la prima proposta di lavoro non arriva, non la si può, ovviamente, rifiutare. «Stiamo attendendo che il sistema sia pronto» ammette Claudio Spadon, direttore dell’Agenzia Piemonte Lavoro, che gestisce i centri per l’impiego della regione settentrionale. «So che al ministero si sta lavorando in questo senso, e ho motivo di ritenere che sarà pronto in pochi giorni. Ma ci tengo a precisare che la nostra attività di supporto alla ricerca di lavoro è  precedente al tema del reddito di cittadinanza, e prosegue anche adesso con gli strumenti che già abbiamo a disposizione, cioè i Patti di servizio».Ma se una piattaforma a disposizione dei Centri per l’impiego esiste già, perché, allora, ne serve un’altra? Si tratta di comunicare ai centri la lista dei cittadini che percepiscono il reddito di cittadinanza, per poterli convocare e inserire nello schema di riqualificazione. Ma l’integrazione, segnala la fonte lombarda, può non essere facile. «I sistemi informatici devono parlarsi tra loro, e non è detto che sia semplice da realizzare, dato che sono stati progettati in epoche diverse». Non tutto è fermo. E' appena scaduto il termine per la presentazione delle candidature per i potenziali ”navigator”, i tutor che accompagneranno i cittadini nel percorso di ricerca di un impiego. I prescelti saranno ripartiti sul territorio sulla base di una convenzione che ogni regione firmerà con l'Agenzia nazionale. Quando il testo sarà pronto. Un processo di recruiting e selezione di figure “di alto profilo professionale”, quello dei navigator, gestito da Roma proprio per evitare i temuti clientelismi. Ma mentre a Palazzo si briga per chiarire gli aspetti operativi, c’è già chi ha deciso di rinunciare all'assegno: sarebbero molti i delusi dall’importo, che in qualche caso non arriva a 50 euro ma impegna a prendere parte a un percorso attivo di inserimento lavorativo. Il gioco non varrebbe la candela, e qualcuno ha scelto di passare la mano. Vale la pena ricordare, però, che le regole erano state esplicitate sin dall'inizio: il reddito di cittadinanza è un sostegno "modulare" e dunque, a meno che una persona sia completamente nullatenente, va semplicemente a integrare il reddito fino alla soglia minima individuata. L'Inps non è preparata a quello che è evidentemente un imprevisto, e per il momento – riportano i media locali – diverse sedi cittadine hanno diramato circolari in cui chiedono ai dipendenti di protocollare le richieste di rinuncia in attesa di lumi da Roma: non è ancora chiaro, infatti, se sia possibile tirarsi indietro. Ma non è chiaro nemmeno se il reddito di cittadinanza sia o meno compatibile con uno stage: si può richiedere la misura se si è impegnati in un tirocinio che prevede un'indennità mensile? «A mio parere, si. La misura è compatibile, in generale, con eventuali altri redditi da lavoro» spiega l’avvocato Andrea Brunelli, giuslavorista. «Deve, comunque, trattarsi di introiti molto bassi». Antonio Piemontese

Al via la nuova edizione della Dedagroup Digital Academy, opportunità per 30 aspiranti “professionisti digitali”

Sta per partire la quarta edizione della Dedagroup Digital Academy, progetto di Dedagroup, azienda dell’RdS network tra i principali attori dell’Information Technology “made in Italy”, per la formazione di giovani professionisti del mondo digitale. «L’Academy nasce per rafforzare la nostra strategia focalizzata allo sviluppo del capitale umano» spiega Valentina Gilli, direttrice Risorse Umane per Dedagroup «promuovendo attività a sostegno della crescita di nuove competenze e delle professionalità del futuro, con particolare attenzione ai temi dell’innovazione, e dell’inserimento in maniera continuativa di giovani talenti».Nel 2019 sono previste due edizioni: la prima si terrà il prossimo 13 maggio, la seconda in autunno. La selezione è rivolta a trenta giovani laureati e neo laureati al di sotto dei 28 anni, in possesso di una laurea del settore tecnico-scientifico ma anche umanistico e con una buona conoscenza della lingua inglese. Insomma, il gruppo si apre anche ai “letterati”. «Poiché il nuovo contesto digitale è sempre più permeato dalla contaminazione di competenze e di esperienze, abbiamo allargato la ricerca anche a giovani provenienti da corsi di laurea apparentemente lontani dal nostro settore come quelli in Beni Archivistici e Librari, Scienze internazionali, Architettura o Interfacce e Tecnologie della Comunicazione. La selezione prevede due fasi: un colloquio conoscitivo con l’HR business partner di riferimento per la futura divisione e un colloquio con i responsabili dell’area. Ma come si struttura l’Academy? «Consiste in un percorso di formazione full time e di training on the job, in cui i partecipanti possono conoscere da vicino la cultura e i valori di Dedagroup» spiega la direttrice HR «e sviluppare le professionalità proprie dell’era digitale richieste all’interno del Gruppo». Sei mesi durante i quali si alternano quindici giorni di attività in aula, presso l’headquarter dell’azienda a Trento, e per il restante periodo laboratori di pratica all’interno delle Business Unit e società del Gruppo. Quattro i moduli formativi proposti: digital economy, valore d’impresa (economics & performance), project management (gestione progetti, vendita a valore, metodologie agili) e people value (comunicazione in azienda, team work e problem solving, time management). Inoltre nell’edizione di quest’anno saranno introdotti nuovi temi quali l’ICT Literacy, per acquisire maggiore consapevolezza degli strumenti digitali nella ricerca delle informazioni; il Data Management, per approfondire l’importanza della corretta gestione del dato nell’economia digitale; e l’Intelligenza Artificiale, per far fronte a un aspetto sempre più determinante nei nuovi modelli di business.Cuore dell’offerta è il training on the job attraverso percorsi cross-industry, in cui i partecipanti sperimentano sul campo come nascono e si sviluppano le soluzioni software e i servizi made in Italy di Dedagroup. Inoltre i giovani hanno la possibilità di usufruire di percorsi di sviluppo già a disposizione dei collaboratori dell’azienda, come i Fit Talk, faccia a faccia interattivi con i grandi nomi delle trasformazione digitale; e i Tech Talk, webinar che promuovono la condivisione interna e la diffusione di tecnologie innovative. Nella maggior parte dei casi l’iter si conclude con opportunità concrete di inserimento in azienda. «Le prime tre edizioni, dal 2017 a oggi, hanno visto la partecipazione di 40 giovani e ben il 90 per cento di questi è stato assunto in Dedagroup» dice Gilli «il che conferma che la Dedagroup Digital Academy è uno strumento di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro molto efficace».«Oggi sono Business Analyst per la divisione internazionale del Gruppo» racconta Ilaria Vanoni, 24 anni, laureata in Economia aziendale, che ha partecipato alla seconda edizione dell’Academy «e mi occupo di identificare le esigenze dei clienti, attuali o potenziali, e di analizzare quale sia la soluzione migliore per soddisfarle». Vanoni è stata inserita con un contratto a tempo determinato. «La prassi aziendale è quella di assumere in apprendistato, ma nel mio caso è stata fatta un’eccezione volta ad agevolare le frequenti trasferte all’estero» spiega alla Repubblica degli Stagisti: «Proprio ora sto tornando dalle Hawaii, dove sono stata quasi tre settimane per aiutare tre organizzazioni a implementare dei cambiamenti nel loro software. Sono elettrizzata dopo questa prima trasferta e anche un po’ sotto pressione, perché ora conosco il cliente a livello personale, ma mi tranquillizza poter contare su colleghi competenti e disponibili».Perché l’Academy può essere la scelta giusta per il futuro di un giovane laureato? «La consiglio a chi vuole saperne di più dei temi caldi della tecnologia dell’informazione» afferma l’ex partecipante «con un occhio critico a quali sono i loro aspetti positivi e le chiavi di lettura per un’azienda che vi opera». Senza dimenticare lo sbocco occupazionale e la possibilità di crescere rapidamente che l’azienda offre. «Non avrei mai immaginato di poter avere tutta l’autonomia e la responsabilità che mi sono state affidate dopo soli sei mesi al mio primo impiego!».Per candidarsi a partecipare basta creare un account sul sito Dedagroup e compilare l’apposito form. Rossella Nocca

Decreto crescita, cambiano le regole degli incentivi per gli expat che rientrano in Italia: ora non serve la laurea

Li chiamano «talenti», «cervelli in fuga». Ricercatori, medici, ingegneri, ma anche insegnanti, fotografi, designer e un sottobosco di lavoratori emigrati senza particolari qualifiche ma che, vivendo lontano da casa, hanno imparato a darsi da fare, senza piangersi addosso. E in qualche caso sono anche diventati imprenditori.Sono circa due milioni gli italiani che hanno lasciato il paese negli ultimi dieci anni. I dati tengono conto solo degli iscritti all'Aire, l'anagrafe per i residenti all'estero. Ma molti connazionali non sono mai usciti allo scoperto: oltre a motivazioni di ordine fiscale, ce ne sono altre, meno conosciute. Ad esempio, il tentativo di non perdere il diritto al medico di base. Perché la sanità in Italia spesso funziona, e all'estero è persino rimpianta.Il Parlamento ha cercato di affrontare il problema del «brain drain» a partire dal 2010. Risale a quell'anno l'approvazione di un testo bipartisan, la cosiddetta «legge Controesodo», che prometteva incentivi e sgravi fiscali a chi prenotava il biglietto di rientro per il Belpaese. Competenze sulla frontiera della conoscenza, network relazionali, lingue: riportare a casa chi ha trascorso un periodo fuori dai confini patrii è diventato, da allora, un punto qualificante dell'agenda di tutti i governi, da quello guidato da Silvio Berlusconi all'attuale esecutivo gialloverde, passando per Enrico Letta e, naturalmente, Matteo Renzi. Ma la partita per far rientrare i «cervelli in fuga» è più complessa di quanto si possa pensare. Il punto sono gli incentivi: cioè far pagare meno tasse a chi sceglie di tornare a vivere in Italia, permettendo quindi, a parità di stipendio, un “netto” più alto. Tradurre le buone intenzioni in politiche attive significa trovare una sintesi tra le aspirazioni di chi rientra - spesso lasciandosi alle spalle condizioni economicamente vantaggiose - e i principi costituzionali di progressività nella tassazione.Dopo il 2010, la legge Controesodo è stata riscritta nel 2015. Nei giorni scorsi un nuovo capitolo: il Governo Conte ha approvato in Consiglio dei ministri il cosiddetto decreto Crescita, che contiene un articolo sui cosiddetti lavoratori «impatriati». Tra le novità, la defiscalizzazione per le imprese e l'eliminazione della laurea come requisito. Il testo prevede, inoltre, una defiscalizzazione del reddito imponibile che torna al 70%  e un'estensione dei benefici in caso di figli o di acquisto di un immobile. «Si parla sempre di attrarre imprese le imprese straniere e trattenere quelle italiane, ma senza il capitale umano è tutto inutile». A parlare è Giulio Centemero [foto a sinistra], 39 anni, deputato della Lega, professione commercialista e un'esperienza di quasi otto anni all'estero tra Scozia e Belgio. « Il know-how di ragazzi che hanno visto il mondo e possono portare nel nostro territorio le esperienze vissute altrove è indispensabile per creare valore. Abbiamo provveduto a ritoccare gli incentivi al rialzo, sul modello portoghese e iberico. In Spagna, in particolare, le agevolazioni durano 10 anni» spiega, precisando di non aver mai usufruito in prima persona degli incentivi. Il decreto Crescita è stato approvato con la formula «salvo intese», che prevede eventuali modifiche da parte del Governo prima dell'invio alle Camere. C'è spazio, quindi, per l'attività di lobbying. Ad esempio, quella di «Gruppo Controesodo», community nata nel 2015 che raccoglie oltre diecimila expat rientrati in Italia. «Il testo va a rivedere l'impianto in maniera piuttosto sistematica, e non ho nessun problema a dire che il novanta per cento dei contenuti di questo articolo sono stati suggeriti da noi» rivela Michele Valentini, presidente dell'associazione. Trentanove anni e un lavoro nell'ambito di un grande gruppo bancario per cui si occupa di derivati, ha seguito passo per passo tutto l'iter: «Per questo dico che ci sono alcune distorsioni clamorose che abbiamo ovviamente già segnalato alla politica. Mi riferisco al fatto che la norma prevede che le nuove agevolazioni si applichino solo ai contribuenti che rientreranno a partire dal 2020».Non è la prima volta che Controesodo suggerisce modifiche a un testo di legge. Un'attività di pressione costante sul Palazzo, che spesso è sfociata in un accoglimento delle richieste. Tutto in nome della «retention», il tentativo di trattenere dentro i confini chi già una volta si è chiuso la porta alle spalle. Un tentativo, spiegano, che passa necessariamente dagli sgravi fiscali: perché niente pare trattenere in Italia gli expat meglio degli incentivi. Il rovescio della medaglia? Una volta esauriti, molti, moltissimi fanno nuovamente le valigie. E vanno a cercare guadagni maggiori all'estero.Antonio Piemontese

A Palermo oltre cento expat riuniti dal Cgie, obiettivo: creare una rete giovani italiani nel mondo

Parte oggi a Palermo un grande evento dedicato ai giovani italiani nel mondo. Quattro giorni di seminari, dibattiti, discussioni e workshop per fare il punto su cosa vuol dire essere italiani e vivere in un altro Paese. Centoquindici giovani tra i 18 e i 35 anni sono appena sbarcati nel capoluogo siciliano dai quattro angoli del globo - dall’Argentina al Guatemala, dal Canada a Israele, dalla Svizzera all’Australia… - su invito del Cgie, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, un organismo di consulenza del Governo e del Parlamento sui grandi temi che interessano le comunità all’estero creato negli anni Novanta per promuovere la partecipazione attiva alla vita politica del paese da parte delle collettività italiane nel mondo.Dieci anni dopo la Conferenza Mondiale dei Giovani, che il Cgie organizzò nel dicembre del 2008 portando a Roma quattrocento delegati da tutto il mondo, sembra finalmente arrivato di nuovo il momento di dare voce e spazio agli expat italiani. Ideatrice e anima dell’evento è Maria Chiara Prodi, classe 1978, bolognese d’origine e parigina d’adozione. Laureata in , co-fondatrice di ExBo - il network dei bolognesi all’estero - Maria Chiara Prodi vive in Francia da quindici anni; è coordinatrice artistica de l’Opéra Comique e presidente della commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del Cgie.La finalità del Seminario è ambiziosa: creare una rete di giovani italiani nel mondo che non esaurisca la sua energia nei quattro giorni di Palermo, ma che anzi prenda il via e prosegua nei prossimi mesi elaborando riflessioni e proposte e sopratutto coniugando le due anime, spesso percepite come contrapposte, degli italiani all’estero. E cioè da una parte le seconde o terze generazioni, vale a dire i figli e i nipoti di italiani emigrati all’estero molti decenni fa, e dunque “identità ibride”; e dall’altra parte la nuova emigrazione, i sempre più numerosi giovani nati e cresciuti in Italia che a un certo punto han deciso di fare le valige e costruire la propria vita altrove - in cerca di migliori opportunità. In particolare, i centoquindici partecipanti sono equamente divisi tra un 60% di seconde e terze generazioni e un 40% di rappresentanti della nuova emigrazione.Molte sono le reti già esistenti: spesso gli expat si federano a seconda della Regione italiana di provenienza (Bellunesi nel mondo, Trentini nel mondo…), oppure creano momenti di incontro e supporto reciproco nelle città dove si sono trasferiti e dove non conta più dove si viveva prima di partire dall’Italia, conta solo il fatto di essere italiani all’estero. Ora si tratta di sistematizzare questo attivismo spontaneo e rendere questi giovani «protagonisti del futuro del nostro paese» spiegano dalla Commissione Nuove Generazioni del Cgie «e  farli diventare attivatori, nei loro territori di provenienza, di coinvolgimento giovanile e informazione a tutta la comunità».L’evento di Palermo è strutturato in due giorni focalizzati sulle “tecniche partecipative”, un giorno dedicato alla formazione (con particolare attenzione alle reti di ricercatori italiani nel mondo, ai temi del lavoro e della mobilità, alle nuove esperienze e opportunità legate alle famiglie expat, e ai meccanismi di rappresentanza degli italiani all’estero) e l’ultimo giorno, venerdì 19, per parlare alle istituzioni. Gli oltre cento partecipanti sono stati selezionati dai Comitati degli Italiani all’Estero e dalle nove Consulte regionali per l’emigrazione aderenti all’iniziativa - quelle di Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Liguria, Marche, Molise, Trentino Alto Adige e Umbria - “con l’intento di mobilitare tutte le comunità d’italiani all’estero e rafforzare le reti istituzionali di rappresentanza di base”.Si parte dunque oggi al Teatro Massimo, con la presenza del segretario generale del Cgie Michele Schiavone e del sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo; subito dopo pranzo la prima sessione di lavori, intitolata eloquentemente “Essere italiani all’estero. Una mappa giocosa dell’essere italiani fuori dall’Italia”, per far emergere e analizzare le caratteristiche che l’emigrazione italiana ha assunto nei differenti Paesi d’adozione. E poiché non di solo pane vive l’uomo i ragazzi in serata avranno anche l’opportunità di assistere alla prova generale dell’opera “Idomeneo, re di Creta” di Mozart e incontrare il giovane direttore d’orchestra Daniel Cohen.Per mercoledì 17 il programma prevede presso il Real Teatro Santa Cecilia una giornata di lavoro con la metodologia Open Space, in cui i partecipanti discuteranno sul senso di fare rete e di come dare valore a questa esperienza; in serata, sulla base dei risultati dei lavori, verrà definita una lista di iniziative da portare avanti.Giovedì 18, mattina dedicata ad atelier tematici: tra questi anche il workshop “Trovare lavoro in Italia, partire per l’estero: kit di sopravvivenza”, presso la Sala della Biblioteca comunale di Palermo, cui parteciperà la giornalista Eleonora Voltolina, presidente dell’associazione Italents e fondatrice della testata online Repubblicadeglistagisti.it, insieme a Silvana D’Intino, fondatrice di ITAUFamily. Tra gli altri seminari vale la pena segnalare che, in anteprima, verrà presentato il rapporto “Famiglie transnazionali dell’Italia che emigra. Costi e opportunità è la prima indagine sull’impatto economico della mobilità giovanile sulle famiglie italiane”, a cura di AltreItalie e Makran-mammedicervellinfuga.com e in particolare degli autori Maddalena Tirabassi, Brunella Rallo, Alvise Del Pra’ e Valeria Bonatti.Nel pomeriggio ci si sposta a Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, per un incontro nella Sala Piersanti Matterella con il presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè e con l’assessore regionale all’Istruzione Roberto Lagalla. Altri due momenti dedicati all’approfondimento saranno il panel “I giovani al cuore dell’emigrazione italiana: ricerche e dati” tenuto da Delfina Licata, coordinatrice del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, e Paolo Balduzzi, docente di economia dell’università Cattolica e segretario generale di ITalents; e il panel “Il soft power italiano: cos’è e cosa c’entrano i giovani italiani nel mondo” con il direttore dell’Agenzia Nazionale Giovani Domenico De Maio e Letizia Airos Soria, direttrice responsabile del Network Editoriale i-italy.org negli USA.La sessione conclusiva, venerdì 19, avrà luogo all’università di Palermo. I giovani saranno accolti dal rettore Fabrizio Micari, dal sindaco Leoloca Orlando, dal presidente della regione Nello Musumeci e da Vito Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato. Per Maria Chiara Prodi sarà il momento di fare una sintesi dei lavori e aprire il confronto con le istituzioni a partire dai documenti finali del Seminario, presentati dai delegati, prima delle conclusioni del segretario generale del Cgie, Michele Schiavone. Con l’auspicio che Palermo non sia che l’inizio di un lungo percorso per rivitalizzare la preziosa rete delle centinaia di migliaia di giovani italiani all’estero.

L'Agenzia Giovani presenta le opportunità per il 2019: fondi da Ue e governo per gli under 35

Giovani viziati, scansafatiche. La verità è invece che i ragazzi hanno spesso idee da mettere in pratica, ma a mancare sono i mezzi. Quest'anno la Legge di bilancio ha aumentato i fondi da distribuire per le loro iniziative: «venti milioni in più, che stiamo cercando di incrementare» ha fatto sapere Vincenzo Spadafora, sottosegretario con delega ai giovani, all'evento di presentazione dei nuovi bandi europei gestiti dall'Agenzia nazionale giovani, a fine marzo, nei teatri di Cinecittà a Roma. Una vera e propria festa, con atmosfera da discoteca, spettacoli circensi e band sul palcoscenico, in diretta anche sui social con l'hashtag #oggiprotagonisti. Presenti Domenico De Maio, direttore Ang, il vicepremier e ministro del lavoro Luigi Di Maio e Spadafora, che ai seicento ragazzi provenienti da tutta Italia hanno illustrato i dettagli delle nuove opportunità per il 2019 promosse dal Dipartimento per le politiche giovanili.  Lo hanno fatto da una consolle radio, aiutati dalle speaker della nuova emittente Ang radio partita proprio per l'occasione - «avevamo un ufficio dismesso con un'attrezzatura radiofonica e l'abbiamo fatta ripartire», ha raccontato De Maio. «Sono due i progetti europei a cui partecipare» ha spiegato il direttore Ang. Il primo è Erasmus+, programma europeo che fa da contenitore sia al più famoso Erasmus, sia a un altro troncone «che si differenzia per il fatto che è rivolto ai soggetti più svantaggiati, quindi a chi non frequenta l'università». A questi ultimi bandi, che sono quelli gestiti per l'Italia da Ang, possono partecipare i gruppi costituiti in associazioni «che svolgono attività di qualunque tipo, come per esempio la riqualificazione urbana». In ballo ci sono per il 2019 12 milioni di fondi, che Ang deve distribuire tra le diverse iniziative. La bellezza di questo progetto sta nel fatto che «le esperienze in questo modo si fanno in mobilità, viaggiando, ed è così che si acquisiscono nuove competenze e ci si ricalibra ripartendo da un nuovo obiettivo» ha commentato De Maio. La seconda tranche di fondi europei confluisce invece nel Corpo europeo di solidarietà. «La caratteristica di questo bando è che possono partecipare anche gruppi informali di giovani, senza l'intermediazione di un'associazione». E di nuovo a essere ammesse sono attività di ogni genere, «dal digitale, ai laboratori artistici, alle radio» specifica De Maio. Si possono avere «fino a 10mila euro a progetto», un piccolo budget «che però può servire a portare avanti idee per esempio sul proprio territorio». L'Agenzia giovani dà anche una mano a chi non conosce le tecniche di progettazione, o non ha le competenze per redigere un business plan: «Ci sono dei coach a disposizione, con un calendario per prendere appuntamento, perché scopo della nostra organizzazione è proprio dare concretezza ai programmi europei, avvicinandoli ai potenziali beneficiari». Renderli insomma comprensibili e aiutare i giovani a usufruirne, un passaggio non scontato e soprattutto auspicabile, considerato come ogni anno vadano disperse grandissime quote di risorse europee perché sconosciute o – appunto – perché non si sa come richiederle. «Le prossime scadenze sono il 30 aprile e il primo ottobre». Ci si registra «come si farebbe per un social network, si invia il progetto e nel giro di tre o quattro mesi si riceve una risposta». E, assicura De Maio, «non servono raccomandazioni». Nella stessa direzione va anche il bando Fermenti indetto dal Dipartimento per le politiche giovanili, in cui sono confluiti 16 milioni del nuovo tesoretto della manovra a favore dei giovani. Possono partecipare sia gruppi informali che associazioni, unico limite è l'età 18-35 anni. Per ogni progetto «ci sono fino a 450mila euro disponibili» spiega Spadafora, che saranno erogati dal Dipartimento. L'idea «è mettere in piede dei nuovi cantieri, che noi andremo a seguire per 18 mesi, con la possibilità di aggiungere altri bonus e scongiurare i rischi corsi nel passato: quelli di progetti iniziati ma poi andati a morire». Il periodo per fare domanda è di 60 giorni, e anche per questo bando è possibile chiedere il supporto di esperti per la stesura del progetto. Uno dei problemi è far conoscere ai giovani le opportunità che le istituzioni lanciano. Per fare qualche passo in avanti per Fermenti – ad esempio – si è organizzato un tour con un pulmino che andrà in giro per l'Italia a promuovere il bando. E ancora, all'evento hanno presenziato alcuni tra gli influencer più seguiti dai ragazzi – Angelica Massera, Goldengianpy, Leonardo De Carli – che hanno postato sui propri profili l'evento e rilanciato la notizia dei bandi. Ang da parte sua «porterà nelle scuole la testimonianza di persone che hanno usufruito dei bandi e hanno avuto esperienze all'estero, per raccontarle agli studenti così come fanno altre agenzie europee, per esempio in Germania» ha chiarito De Maio. Le novità – e le speranze – per i giovani per quest'anno sono anche altre come assicurato dal vicepremier pentastellato: «Stiamo lavorando al salario minimo orario, che all'estero hanno ovunque, perché il problema dei ragazzi di oggi è che accettano tutto, anche senza guadagnare, pur di lavorare». Con il salario minimo «si dice che lavori se hai un salario minimo, altrimenti è sfruttamento». Ad aprile poi «apriremo un fondo di un miliardo per finanziare idee innovative, non solo digitali» è la promessa. Un po' sulla scia «di Spotify e Tesla, che sono nate con fondi pubblici, e noi ci vogliamo mettere in pari». Questa è una generazione descritta «con il cliché dello smartphone in mano» ha aggiunto il vicepremier, «ma da quel telefono possono nascere invenzioni incredibili che sono quelle che ci stanno cambiando la vita». I giovani vanno allora assecondati per far sì che trovino una strada, «e mai chiusi in un recinto come se fossero una riserva indiana». Sono loro «a dover essere protagonisti di ogni realtà» è l’auspicio di Di Maio. Ilaria Mariotti