Categoria: Storie

Attenzione agli stage negli asili nido, spesso sono un paravento per lo sfruttamento: la testimonianza di Michela Gritti

Dopo il diploma ad indirizzo psico-pedagogico, mi sono laureata l'anno scorso - a 24 anni - in scienze e tecniche psicologiche (triennale) all'università di Bergamo. Già mentre studiavo mi  ero resa conto che non mi sentivo portata per la psicologia: lo psicologo osserva molto e interviene poco, io invece avrei preferito un lavoro più a contatto con le persone. Per questo motivo ho abbandonato l'idea della specialistica e mi sono avvicinata all’idea di lavorare nel mondo del sociale: ho fatto qualche mese di volontariato con gli anziani di una casa di riposo, un anno di volontariato coi bambini ospedalizzati e un tirocinio universitario in un centro diurno per disabili. Dopo la laurea ho deciso di svolgere il servizio civile presso il Telefono Azzurro. Per un anno ho risposto al telefono, sono andata nelle scuole primarie a promuovere dei laboratori di prevenzione al bullismo e all’abuso sessuale, ho fatto assistenza presso un istituto a custodia attenuata per mamme detenute con prole fino a tre anni. Insomma a settembre 2009, terminato il servizio civile, mi sono buttata alla ricerca di un lavoro con la consapevolezza di non essere proprio priva di esperienza. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma non volevo demoralizzarmi prima ancora di aver iniziato. Ho risposto a una cinquantina di annunci ma non ha richiamato nessuno, se non per dirmi che avrebbero tenuto buona la mia candidatura (eventualmente) in futuro.Finchè, cercando sconsolata su internet, ho trovato un annuncio di un nido milanese che diceva testualmente: «Stage retribuito per aspiranti educatori asilo nido»: senza specificare durata, orari, retribuzione. Il termine “stage” non mi convinceva ma associato al termine “retribuito” mi ha fatto sperare in qualcosa di più consistente di un semplice rimborso. Ho deciso di contattare l’asilo per avere informazioni e mi hanno risposto così:  «L'impegno per lo stage sarà di un tempo non inferiore ai sei mesi e con un impegno giornaliero dal lunedì al venerdì per 5 ore su turni, e verrà retribuito con un rimborso spese forfaittario». Mi offrivano 200 euro al mese: una proposta irricevibile, tenendo conto che solo l’abbonamento alla metropolitana ne costa 64. Ho rifiutato. Poco dopo, ecco la seconda proposta, sempre trovata su internet. Nella sezione “Lavora con noi” del sito di un'associazione che si occupa di bambini c'era un annuncio che diceva: «Cerchiamo due persone per uno stage di 6 mesi a partire da gennaio 2010, da inserire in un progetto di accoglienza per bambini 0-3 anni a Milano. E’ previsto un rimborso spese. Mansioni principali: assistenza personale educativo e assistenza nella progettazione educativa. L’impegno è full time da lunedì a venerdì dalle ore 8:30 alle ore 17:30. Requisiti fondamentali: età 20-27 anni; laurea o studi universitari, ambito psicologico e/o pedagogico; esperienza di lavoro con bambini; buona conoscenza scritta e parlata della lingua inglese; conoscenza del sistema operativo Windows e delle sue principali applicazioni; predisposizione ed interesse personale verso i temi della giustizia, della pace e della solidarietà; spirito di iniziativa, auto-motivazione, flessibilità, capacità di lavorare individualmente e in gruppo, buone doti relazionali, entusiasmo e spirito di squadra». Niente di meno! Ho mandato anche a loro una e-mail per chiedere precisazioni sul rimborso spese e sull’orario. La risposta è stata: «Lo stage si svolge presso un asilo nido a Milano che per le caratteristiche è molto più vicino ad un centro di  accoglienza. Il rimborso spese è previsto sui 200 euro circa al mese». Ho rifiutato anche questa proposta.Qui aggiungo una riflessione: non bisognerebbe mai dimenticare che c'è differenza tra lavoro e volontariato. E invece questa offerta di stage in cui mi sono imbattuta, considerando anche che veniva proposta da una onlus, sostanzialmente era più una ricerca di volontari che di stagisti. Prova ne sia che la persona che mi ha risposto via email era il responsabile della sezione Volontari dell'associazione! A mio avviso, attraverso questi stage loro cercano di pilotare la situazione, e di reperire volontari "extraqualificati". Invece cioè di accogliere persone qualunque che vogliono fare volontariato, mettono l'annuncio di stage e così potranno trovare persone già esperte, come nel mio caso, e poter in questo modo disporre volontari di un certo tipo, dando loro l'illusione di essere "stagisti".Ma perché a me, che ho già una buona formazione e una discreta esperienza, offrono uno stage anziché un lavoro? Ne ho davvero bisogno? Capire quali requisiti servono per lavorare negli asili nido è un'impresa. Conosco quattro ragazze che lavorano in questo tipo di strutture, e ognuna ha un titolo diverso: istituto alberghiero, istituto professionale "operatore dei servizi sociali", triennale in psicologia, laureanda in psicologia… un tempo esistevano solo le magistrali, ora quanta confusione inutile! Una di queste mie conoscenze, quella con il diploma di istituto professionale che in asilo nido ci lavora da sei anni, mi ha consigliato vivamente di «evitare le esperienze di tirocinio-sfruttamento» parole sue «anche perchè di solito lo fanno le persone che stanno ancora frequentando l'università, e in ogni caso non sarà quell'esperienza che ti farà entrare nel mondo del lavoro al nido». Io giro questo consiglio a tutti i lettori della Repubblica degli Stagisti interessati, come me, a questa professione. Diffidate degli asili che vi offrono stage molto lunghi con rimborso spese molto basso: quello che cercano nella maggior parte dei casi è un'educatrice a costo zero!Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Far west degli stage, la grande inchiesta della Repubblica degli Stagisti- Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Stagista, perfavore, mi affetta due etti di crudo?

Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»

Ho iniziato la mia esperienza di praticantato presso l'università Iulm di Milano nell´autunno del 2007. Dopo aver effettuato tre differenti prove di selezione (Ifg, Cattolica e Iulm) sono partito da Livorno, dove vivevo, per trasferirmi a Milano e iscrivermi a questo master, l´unico dove ho superato il test  d'ingresso. L´esperienza di praticantato è stata tutto sommato buona anche se, avendo già avuto esperienze di lavoro come collaboratore nella redazione pisana del Tirreno, molti aspetti della didattica per me non erano una novità. I momenti più intensi di questa esperienza sono stati senza dubbio i cinque mesi di stage (tre nel 2008 e due nel 2009) presso la redazione milanese del quotidiano Repubblica. Qua, mi sono trovato di fronte ad un ambiente accogliente, stimolante e pieno di persone disponibili. Ho avuto modo di mettere alla prova le mie capacità e di confrontarmi con ambienti e realtà cui non avevo mai avuto accesso. In quei mesi ho imparato moltissimo e di questo sarò sempre grato alle persone che mi hanno seguito. Sin dal primo giorno sono stato nella redazione della cronaca di Milano, seguendo soprattutto la "bianca", cioè gli eventi istituzionali, ma soprattutto ho potuto raccontare i fatti della città vissuta per strada, tra la gente.  Ho lavorato con entusiasmo portando in redazione l'esperienza del master e, quando possibile, affiancando ai pezzi "cartacei" anche i contributi video per l'online. Certo, dal punto di vista lavorativo non ho ricevuto nessuna sicurezza: tuttavia bisogna dire che anche sotto questo aspetto le persone con cui ho avuto a che fare sono state molto oneste e chiare fin da subito. Io stesso sono sempre stato consapevole di ciò che facevo.Tornando all´esperienza di praticantato allo Iulm, ci sono almeno altre tre cose da sottolineare: una positiva e due negative. Quella positiva riguarda l'attenzione per gli aspetti multimediali della professione: l'università e il master forniscono mezzi e strutture (fra cui quelle Mediaset) che garantiscono una didattica efficiente su questo versante. Quelle negative invece riguardano il costo molto elevato (si parla di 19 mila euro in due anni) e la promessa di un "100 per cento placement" che purtroppo, a conti fatti, si rivela soltanto una chimera. Adesso sono diventato giornalista professionista, collaboro per l'edizione milanese di Repubblica e sono in cerca di lavori "aggiuntivi" che possano consentirmi di integrare ciò che sto facendo. La strada da fare è lunga, so che ci vorrà tempo, ma le energie non mi mancano. E poi sono sempre stato un tipo ottimista.testo raccolto da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E altre storie di praticantato vissuto:- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista- Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

«Oggi sono professionista e ho un contratto giornalistico, ma arrivare ad ottenere il tesserino non è stato semplice. Ho iniziato la mia esperienza da giornalista dopo la laurea in giurisprudenza, vincendo un concorso indetto dalla Mondadori in collaborazione con l'università Cattolica di Milano. Era il 2005 e grazie a quell'occasione ho fatto uno stage di sei mesi nella redazione di Tv sorrisi e canzoni: un tirocinio che probabilmente non ho vissuto a pieno per la mancanza di esperienza, ma che mi ha aperto la strada verso questa professione. Non avevo rimborsi, ma solo buoni pasto e la vita in redazione aveva luci ed ombre: partecipavo alle riunioni, ma non avevo un ruolo attivo, forse anche per poco spirito di iniziativa da parte mia. Dopo lo stage ho continuato a collaborare con la rivista e pian piano ho allargato i miei contatti ad altre testate. Dopo due anni sono diventato pubblicista. Ormai avevo deciso che volevo fare il giornalista: ho continuato a collaborare in maniera continuativa con diverse riviste, tra cui Benefit e Selezione, e a fare articoli per collaborazioni più occasionali. Al di là di qualche vaga promessa, però, sapevo che sarebbe stato impossibile avere un contratto. Io comunque ero deciso: volevo diventare professionista. Avevo tentato l'esame per entrare alla scuola Ifg di Milano, ma non ho superato l'orale  e non volevo aspettare altri due anni per tentare di nuovo. Sapevo che, probabilmente, diventare professionista mi avrebbe reso ancora più difficile entrare in una redazione [alle aziende costa più un professionista di un praticante, ndr], ma era una questione di soddisfazione personale. Passati 18 mesi, durante i quali ho lavorato per queste riviste, sono andato all'Ordine dei giornalisti di Milano per farmi spiegare l'iter da seguire per il riconoscimento del praticantato d'ufficio. Lì il presidente dell'Ordine, Letizia Gonzales, mi ha spiegato nel dettaglio quello che serviva sia da un punto di vista tecnico (documenti, relazione del praticantato, articoli pubblicati, etc.) che da un punto di vista giornalistico, ovvero come presentare una domanda in maniera corretta. Dopo aver incontrato con i direttori delle testate con cui collaboravo e essermi fatto riconoscere i pezzi pubblicati ma non firmati, c'era un altro problema: i soldi. Perché il guadagno necessario per il riconoscimento del praticantato d'ufficio sono 17/18 mila euro in 18 mesi. I miei pezzi non erano stati pagati così tanto: dovetti aspettare di mettere insieme quella cifra e attendere qualche altro mese, anche perché all'Ordine non mi riconoscevano alcuni servizi considerati non prettamente giornalistici. Anche un libro d'inchiesta sul mondo del calcio, scritto a sei mani con due colleghi, ho scoperto non essere equiparabile ad un articolo giornalistico. Non ho mai ben capito i criteri con cui venivano considerati validi gli articoli al fine del riconoscimento e così ho dovuto presentare i documenti più volte, fino a che non hanno accettato la mia domanda. Dopo un lungo calvario ce l'ho fatta: a novembre 2007 sono diventato professionista. A gennaio 2008 è arrivato il primo contratto, a tempo indeterminato, full time: forse un premio alla mia tenacia».Testimonianza raccolta da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E altre due storie di "praticantato vissuto":- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Caterina Allegro, 27 anni, ha un contratto di praticantato giornalistico presso un service editoriale a Milano e sta preparando l'esame per diventare professionista. Ecco cosa racconta della sua esperienza alla Repubblica degli Stagisti:«Ho lasciato Roma per Milano, anzi, per un lavoro in un service editoriale. Da un giorno all'altro il titolare del service editoriale mi ha offerto un contratto a progetto come "tuttofare": rispondevo al telefono, tenevo nel cassetto un faldone di contabilità e correggevo le bozze di un femminile. Era l'ottobre 2004 e l'azienda aveva solo pochi mesi di vita. Siccome in redazione c'erano poche persone e il lavoro abbondava, dopo un paio di mesi mi hanno chiesto di aiutare con i testi, scrivendo qualcosa ogni tanto. Naturalmente si trattava dei pezzi più facili: la ricetta del mese piuttosto che una pagina doppia dal titolo "Diecidomande". Dopo un anno il femminile ha chiuso, ma nel frattempo erano entrati altri lavori, ed essendo sempre in pochi, tutti facevamo tutto. E anch'io. Ho scritto articoli, ho "cucinato" pezzi altrui, ho corretto le bozze e ho cercato le foto di una serie di guide di Milano, di un trimestrale di andrologia, di un mensile per over 50 e di tanti altri "esperimenti". Nel frattempo continuavo a fare la segretaria e la custode della contabilità, ma sono comunque riuscita a diventare pubblicista. Alla fine del 2007 l'azienda ha attraversato un periodo di difficoltà, tutti temevamo il peggio. Per fortuna l'anno nuovo ha portato un lavoro importante: l'inserto di televisione di Famiglia Cristiana. Su quello il mio direttore ha deciso di farmi un contratto di praticantato giornalistico, che all'inizio, lo confesso, ho accolto con scarso entusiasmo; un po' perché il mio stipendio, tra contributi all'INPGI e alla Casagit (l'ente di previdenza e la cassa integrativa dei giornalisti, ndr), diminuiva, un po' per lo spettro dell'esame da professionista, che a quel punto avrei dovuto fare per forza e che mi angosciava non poco.Il mio periodo di tirocinio, lavorativamente parlando, non è stato molto diverso dal precedente: scrivevo e correggevo bozze. Da un altro punto di vista, invece, è stato molto speciale, perché a gennaio del 2008 ho scoperto di aspettare un bambino. I contributi Inpgi e la Casagit, a cui ho diritto proprio in virtù del contratto, si sono rivelati preziosi. Andrea è nato il 21 settembre e adesso è qui con me: sta imparando ad afferrare il carillon e io sto imparando la differenza fra richiamo e civetta.  All'esame manca poco più di un mese. Siccome da luglio non lavoro per via della maternità, sono un po' fuori allenamento; in compenso sono diventata bravissima a scrivere tenendo mio figlio in braccio. Peccato che quest' abilità non faccia punteggio ai fini del voto finale».Testimonianza raccolta da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E altre storie di praticantato vissuto- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

Stage al Fondo monetario internazionale, le voci degli «ex»: Elva Bova, la mia esperienza dall'economia dell'Africa a quella dei Paesi arabi

Un curriculum internazionale, tanta voglia di fare esperienza e un interesse particolare per l’Africa. Elva Bova, romana, 28 anni, racconta alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza come stagista al Fondo monetario internazionale.«Dopo la laurea in scienze politiche alla Sapienza, con indirizzo economico, ho deciso di fare un master all’estero, alla School of Oriental and African Studies presso l'University of London. Qui mi sono specializzata in politica monetaria e al termine del master ho iniziato nella stessa università il dottorato di ricerca, grazie ad una borsa di studio messa a disposizione dal dipartimento dell’istruzione svizzero che segue il progetto.  In questi anni ho fatto anche uno stage alla Banca centrale europea: 1200 euro più alloggio e un'ottima esperienza in ambito internazionale. Mi occupo di politica monetaria nei Paesi che basano la propria economia sulle materie prime, in particolare nel continente africano. Durante il terzo anno di dottorato ho deciso di presentare la domanda per il tirocinio del Fondo monetario internazionale: un’occasione importante, uno stage molto ben retribuito (tremila dollari al mese!) e un’opportunità che mi poteva aprire altre porte. Ho fatto domanda a gennaio e ad aprile mi è arrivata la risposta: potevo partire per Washington! Non ci sono date prestabilite e così ho deciso di svolgere le mie 12 settimane di stage tra il 1 giugno e il 26 agosto: sono partita per gli Stati Uniti dove già viveva un mio amico che mi ha aiutata a trovare un alloggio. In questo, infatti, l’Fmi non aiuta: il primo giorno ti spiegano tutto, come aprire un conto in una banca americana per ricevere l’accredito dello stipendio, come funziona il tirocinio, chi sarà il tuo tutor: ma per tutto il resto ci devi pensare da solo! Credo di essere stata ammessa allo stage per il mio progetto di dottorato: la selezione, infatti, avviene sulla base del curriculum e delle pubblicazioni presentate, ma è soprattutto sull’attinenza dei temi che si affrontano durante il dottorato, se sono tematiche vicine a quelle del Fondo. Nel mio caso, inoltre, credo che sia stato ben valutata anche la mia conoscenza in matematica: ho frequentato la scuola di econometria di Copenaghen che mi ha dato una buona preparazione in questo ramo.Il mio supervisore mi ha lasciato molto libera di gestire il lavoro, dettandomi solo la tematica da affrontare: l’andamento del tasso di interesse nei paesi del Golfo rispetto a quello americano. Mi sono presa due settimane per impostare il lavoro, poi ho cominciato a confrontarmi con il supervisore ad ogni step, per farmi dare consigli e seguire le sue direttive. Al termine delle dodici settimane ho presentato il lavoro davanti al mio dipartimento: è un momento importante, dove si ricevono obiezioni e critiche su quanto fatto. Il lavoro, inoltre, è stato pubblicato e per chi fa un dottorato poter avere nel curriculum una pubblicazione del Fondo monetario è molto importante.L’esperienza a Washington è stata positiva sotto tutti i punti di vista: ho avuto a disposizione una postazione tutta per me, i migliori software, accesso a banche dati illimitate, la possibilità di seguire conferenze e seminari come chi è assunto. Da un punto di vista umano, inoltre, ho trovato persone molto disponibili, sempre pronte ad aiutarmi quando avevo una difficoltà e con le quali siamo rimasti in contatto. Adesso sto terminando il mio dottorato e ho fatto domanda per entrare al Fondo monetario internazionale o alla Banca mondiale. Non so cosa accadrà nei prossimi mesi, ma so per certo che è troppo presto per tornare in Italia: le opportunità, soprattutto per chi è giovane, sono all’estero».Testimonianza raccolta da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage da tremila dollari al mese al Fondo monetario internazionaleE anche: - Stage all'Agenzia europea per i diritti, le voci degli «ex»: Emanuele Cidonelli, ecco la mia esperienza a Vienna- Un lettore alla Repubblica degli Stagisti: grazie a voi ho vinto un tirocinio Schuman al Parlamento europeo

Anna Colosio: la mia storia da stagista a (quasi) stilista, passando per agenzie di comunicazione e uffici stampa

Sono nata a Iseo nel 1983. Dopo il diploma al liceo scientifico ho capito che matematica e fisica non facevano per me: per l'università ho scelto la facoltà di Relazioni pubbliche e pubblicità dello Iulm di Milano. Sei mesi prima di laurearmi ho fatto la mia prima esperienza di stage in un'agenzia di comunicazione milanese. Lì ho imparato tanto: ho seguito le attività di comunicazione dei clienti dell’agenzia tra cui Agatha Ruiz de La Prada, Bric’s, Brema, Sergio Tacchini – ho imparato a scrivere comunicati stampa istituzionali e "di prodotto", mi sono rapportata con giornalisti e stylist per i servizi fotografici, ho svolto attività di pubbliche relazioni durante fiere, sfilate, presentazioni ed eventi speciali; ho preso parte alla gestione dello show-room… Questo stage non prevedeva un rimborso spese, ma ricevevo qualche volta dei "premi", il più delle volte abiti dei clienti dell'agenzia. Finito lo stage, mi è capitato di collaborare – e in questo caso sono stata pagata. La cosa più importante di questa esperienza è che ho incontrato il pensiero di Agatha Ruiz De la Prada, designer spagnola, che mi ha conquistata con il suo stile pop, vivace e colorato. Così mi sono avvicinata ai fashion studies, studiandone l’approccio metodologico e sociologico, animata dalla passione per la moda. A marzo 2005, appena dopo la laurea, ho fatto un corso "breve ma intenso" in Ricerca di tendenze al Polimoda di Firenze: tre mesi, con frequenza settimanale, in cui ho investito 1500 euro. Alla fine del corso sono partita per Londra e ho fatto un altro stage gratuito di tre mesi nell'ufficio marketing e merchandising della Vivienne Westwood. Anche qui ho imparato molto, scoprendo le dinamiche che muovono un’azienda di moda: ho svolto ricerche sui concorrenti, ricerche di marketing, analisi delle tendenze, report di marketing, analisi di vendita. Come nel primo stage, anche a Londra ho trovato un ambiente lavorativo molto accogliente e cordiale all’interno del quale non mi sono mai sentita «una stagista», ma una parte del team. Nel 2006, rientrata all'ovile, mi sono messa alla ricerca di un lavoro. Purtroppo mi sono scontrata con un panorama desolato e desolante, nel quale pareva impossibile trovare qualche proposta accettabile. I profili ricercati erano quasi inumani… Della serie "cercasi persona giovane e dinamica, plurimasterizzata con anni di esperienza nel settore"! Sconsolata, ho iniziato malvolentieri una terza esperienza di stage, in un’agenzia di comunicazione bresciana che per i primi tre mesi mi ha dato un rimborso spese di 250 euro al mese, lievitati a 400 euro al mese per i successivi tre. Lo stage si è poi trasformato in un contratto a progetto più volte rinnovato: lo stipendio per il primo anno era di 700 euro al mese, poi ho avuto un "aumento" a 900 euro al mese. Nel frattempo però sentivo un’urgenza: comunicare me stessa, le mie opinioni su temi particolari, la mia passione per la moda e per l’arte. Così a settembre del 2008 mi sono inventata “Moda tra arte e patologia dell’essere”, una performance artistica contro l’anoressia [nell'immagine, un momento dell'evento, alla stazione centrale di Milano] attraverso cui sono riuscita a esprimere il modo di pensare e di essere. Era una sfilata in cui le modelle indossavano vestiti disegnati da me.A settembre 2009 ho continuato su questa strada partecipando a «DRESSED UP, a critical fashion show», una collettiva di giovani designer accomunati da un'idea: proporre un’alternativa alla moda tradizionale. Una rottura che si muove in direzione critica e non antagonista, mirata a veicolare un’estetica sensibile e basata sulla persona. Lì ho presentato con il nome d’arte Nina co la mia «Collezione Zero – Sperimentazioni». Quest'attività continua: penso e progetto gli abiti che realizzo con l'aiuto di piccoli laboratori artigianali. Non avendo una formazione accademica di questo tipo alle spalle, non me la sento di autodefinirmi "stilista" a tutti gli effetti: mi sto formando sul campo, cercando di specializzarmi al meglio, consapevole che il lavoro è duro e non è affatto semplice... però ci metto il massimo dell'entusiasmo e dell'impegno! Parallelamente continuo a svolgere il lavoro di addetta stampa, seguendo progetti di comunicazione in maniera autonoma con contratti da freelance. Da gennaio a luglio di quest'anno ho frequentato anche un corso serale in Fashion marketing allo Ied di Milano. Il costo di questo corso, che mi impegnava per tre sere a settimana, era di 3mila euro: ma li considero ben spesi perchè  l'offerta formativa era validissima, molto ben strutturata sia dal punto di vista teorico che pratico.Oggi vivo a Iseo, in un appartamento che mi hanno regalato i miei e collocato esattamente tra il loro e quello di mia sorella e suo marito – quindi, praticamente, è come se abitassi ancora con loro! Una situazione infelice e frustrante da un lato, ma dall'altro lato comoda e non scontata. Faccio il possibile per cavarmela da sola, ma probabilmente senza i miei in questo momento non riuscirei a fare quello che vorrei: per raggiungere la completa autonomia sarà necessario stringere ancora per un po' i denti e fare sacrifici. Mi piacerebbe continuare a lavorare nei settori moda-arte-comunicazione, li trovo stimolanti e gratificanti. L’aspirazione è quella di riuscire a mantenermi grazie ai miei pensieri e ad un lavoro svolto in maniera autonoma e indipendente. Sono ottimista riguardo al futuro, anche se il panorama non è più così positivo rispetto a quello che speravo di incontrare uscendo dall’università. Andare all'estero? A volte sono tentata: lì ci sono più prospettive, maggiori incentivi e sostegni ai giovani, più meritocrazia. In Italia invece abbiamo… gli stage! Che troppo spesso non offrono concrete possibilità di crescita: gli stagisti vengono usati da tante aziende come rimpiazzi temporanei di personale. In queste condizioni, come si può pensare ad un futuro stabile e concreto? E qui subentrano naturalmente frustrazione e insoddisfazione: nella moda sono davvero tanti i ragazzi che si trovano a dover affrontare questa situazione. Il mio consiglio ai più giovani che vogliono entrare in questo settore è quello di affiancare al percorso universitario qualche esperienza operativa, per capire il prima possibile il funzionamento concreto di certi ruoli – e non trovarsi poi disorientati o scontenti.Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Laurea in psicologia, ma con qualcosa in più: il cinese. La storia di Alessandro, «cool hunter» tra Pechino e Shangai

Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze

Lo sfruttamento degli stagisti è un affare sommerso. Anche in quei casi in cui i giovani decidono di ribellarsi, e di non subire la situazione, è davvero raro che si rivolgano alle DPL. Nella maggior parte dei casi preferiscono mantenere un profilo più basso, interrompendo magari lo stage ma senza clamore e soprattutto senza tirare in ballo i temuti ispettori. Oppure nemmeno sanno che esistono, gli ispettori.Quel che è successo un paio d'anni fa a Martina M., brillante laureata in Psicologia all'epoca 25enne, stagista in un'azienda informatica (una software house), ha dell'incredibile. Inizialmente affidata a una tutor cocopro, di un anno più grande di lei, fino a cinque mesi prima a sua volta stagista; poi addirittura promossa (sempre durante lo stage) al ruolo di tutor. Per un rimborso spese di 400 euro al mese, insomma, la stagista Martina doveva non solo fare il lavoro di recruiting, smistamento dei cv, colloqui e tutto il resto, ma contemporaneamente anche istruire le nuove risorse. Da un lato veniva ritenuta non sufficientemente preparata per avere un contratto decente e uno stipendio adeguato, dall'altro preparatissima per formare le new entry: diventando quindi di fatto, lei stagista, la tutor di altre due stagiste. Il tutto per poi restare con un pugno di mosche in mano: al termine dello stage, il contratto di apprendistato che l'azienda le aveva promesso si è volatilizzato, e lei è rimasta a casa.«Non avevo idea che ci fosse la possibilità, per gli stagisti sfruttati, di rivolgersi alle DPL e di sollecitare l'intervento degli ispettori del lavoro» confida Martina alla Repubblica degli Stagisti: «Noi giovani non siamo tutelati dal sindacato neanche quando abbiamo un contratto vero, tipo un cocopro: figuriamoci in stage. E comunque è strano che gli ispettori del lavoro non si muovano autonomamente: queste situazioni sono all'ordine del giorno e alla luce del sole. Che bisogno hanno di aspettare le segnalazioni? Se volessero indagare e fare qualcosa, basterebbe veramente poco per smascherare le imprese che usano gli stage in maniera impropria… E invece tutte queste imprese restano sempre impunite, nessuno fa nulla». Oggi Martina lavora con un cocopro per una piccola società di consulenza e formazione, sempre a Roma. Il suo contratto è in scadenza, e non verrà rinnovato: «Qui siamo in 11, non c'è nessun dipendente e abbiamo scoperto che perfino il capo ha un contratto a progetto. In questo momento non ci sono tirocinanti, ma so che ce ne sono stati. L'unica che ha un contratto serio è la segretaria: peccato che sia un apprendistato, malgrado lei abbia 30 anni e lavori da 10» racconta ancora Martina: «A settembre hanno cambiato il nome della società per non rispettare l'obbligo di assumere dopo due anni di contratto a progetto. E ora, a parte il fatto che mi hanno relegato a fare le fotocopie per sei mesi, a me non rinnovano il contratto dicendo "non abbiamo la possibilità" e basta, senza altre giustificazioni. Questa situazione è veramente da denuncia: dopo che mi avranno pagato lo stipendio di dicembre, non è detto che non lo faccia. Magari andando proprio alla DPL di Roma».Annarita invece, classe ‘77, laureata in lettere, a rivolgersi alla DPL non ci ha nemmeno pensato. Eppure ne avrebbe avuto motivo: dopo tre anni come cocopro in una casa editrice si sentì fare l’incredibile proposta "Tramutiamo il tuo contratto in uno stage". La vicenda viene raccontata dal giornalista Concetto Vecchio nel suo ultimo libro, Giovani e belli [Chiarelettere - nell'immagine, la copertina]. La Repubblica degli Stagisti ha rintracciato Annarita e si è fatta raccontare meglio la sua storia: «Dopo l’università trovai un contratto a progetto presso una casa editrice. Lavorai per loro dal 2003 all'inizio del 2006 facendo la redattrice per il sito e scrivendo le schede editoriali». Da un certo punto di vista i criteri del cocopro vengono rispettati: «Non mi obbligavano alla presenza quotidiana, non avevo vincoli di orario. Prendevo 650 euro al mese, che chiaramente non mi bastavano per mantenermi: così usufruivo di questa flessibilità e organizzavo il mio tempo in modo da riuscire a portare avanti collaborazioni come giornalista, e proseguire la mia formazione». A un certo punto però la casa editrice comincia a dire ad Annarita che c’è bisogno di una persona più presente, che vada lì tutti i giorni. «Io mi aspettavo che mi proponessero un contratto. Ben presto capii invece che il loro unico obiettivo era quello di abbattere i costi: già un cocopro era troppo. Insomma, mi dovevano liquidare. E lo fecero questa proposta inaccettabile, lo stage. Chiaramente rifiutai, e al mio posto presero una neolaureata, con uno stage di 12 mesi, dandole circa 500 euro al mese di rimborso spese. A questa stagista vennero affidate esattamente le stesse mansioni che prima svolgevo io». Annarita però sceglie di andarsene senza far rumore, e sopratutto senza denunciare l’accaduto: «Sarebbe stato giusto e doveroso farlo come questione di principio, è vero: ma non avevo la disponibilità mentale di seguire questa cosa, ero presa dal percorso giornalistico che stavo intraprendendo. Forse è stata una leggerezza: ma a dirla tutta non mi sarebbe servito, e poi non volevo bruciarmi una collaborazione che sarebbe potuta proseguire, come infatti è avvenuto». Annarita non è pentita di aver taciuto: «Sostanzialmente a me della casa editrice interessava poco, era - ed è - giusto un modo per racimolare qualche entrata extra, perchè in realtà io voglio fare la giornalista. Secondo me si deve essere rigorosi e indisponibili a compromessi quando si agisce nel proprio ambito lavorativo: se mi avessero fatto questo giochetto in una redazione giornalistica sarei andata dritta alla Fnsi, alla Nidil Cgil che è il sindacato per il lavoro flessibile, magari anche agli ispettori del lavoro». Ma dato che, in fondo, del posto alla casa editrice non le importava, ha preferito soprassedere. E la casa editrice, così, è rimasta impunita.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- I controlli degli ispettori del lavoro sull’utilizzo dello stage nelle imprese – i risultati dell'inchiesta- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Le (poche ma buone) DPL che si occupano (anche) di stage- Controlli sugli stage, tutti i numeri dell'inchiesta della Repubblica degli Stagisti

Elena Lanzi, vincitrice della borsa di studio notarile: «Dopo un anno e mezzo il mio secondo concorso, senza ancora conoscere i risultati del primo»

Elena Lanzi, 29 anni, è venuta a sapere dell’esistenza della borsa di studio per il notariato sul sito del Consiglio nazionale dell’Ordine. «Ho letto il bando, ho verificato i requisiti di merito, età e reddito e ho visto che ero ancora in tempo per fare domanda», racconta. La richiesta di partecipazione ha dato i suoi frutti: Elena rientra infatti tra i 30 vincitori (su 190 partecipanti) cui spetta una borsa pari a 14.400 euro lordi annui, rinnovabile per tre anni. Si è laureata giovanissima (a soli 23 anni) alla Bocconi di Milano con 110 e lode; per pagarsi gli studi ha lavorato come receptionist presso un albergo ed ha ottenuto per due anni una borsa di studio messa in palio dall'ateneo. Tra studio, lavoro e pratica notarile è riuscita ugualmente a coltivare la sua passione per la letteratura («narrativa tedesca e inglese. Adoro Mann e Dickens, ho letto tutte le loro opere!») e per la pallanuoto. Ci può raccontare la sua esperienza con il praticantato e con la borsa notarile? Il mio è un caso particolare: ho già terminato i due anni di praticantato e ho sostenuto l’esame scritto in due distinti concorsi. La borsa di studio mi ha aiutato a pagare la retta della scuola specialistica notarile e mi dà la possibilità di studiare con più serenità. I tempi per accedere alla professione, infatti, sono molto lunghi. Il primo concorso al quale ho potuto partecipare si è svolto nel 2007, due anni dopo la fine della mia pratica. Il secondo, invece, l’ho sostenuto a marzo del 2009, quando i risultati degli scritti precedenti non erano ancora usciti. Quindi, dopo più di un anno, ha partecipato al secondo concorso senza conoscere i risultati di quello precedente? Sostenendo costi doppi d’iscrizione e senza sapere, eventualmente, cosa avesse sbagliato alla prima occasione per potersi preparare meglio? Esattamente. I tempi di correzione sono molto lunghi, si tratta di un’anomalia di sistema che a conti fatti presenta questi inconvenienti. Alla fine ho scoperto di avere superato gli scritti del primo esame e mi sto preparando per l’orale. Come è andata, invece, la sua pratica nello studio notarile? Bisogna premettere che ci sono due tipi di esperienza: in un caso, i praticanti svolgono a tutti gli effetti un lavoro che si potrebbe quasi definire come impiegatizio ed è spesso retribuito come tale. In altri, si appoggiano allo studio per studiare, vedere come si lavora, esaminare le questioni che vengono poste al notaio, in un’ottica di formazione più teorica generalmente priva di remunerazione. Questo è anche il mio caso e devo dire che ne sono rimasta soddisfatta: il periodo trascorso nello studio mi ha consentito di prepararmi al meglio. Cosa l’ha spinta a intraprendere questo percorso?Non ho notai in famiglia, mi appassiona la giurisprudenza e penso che la professione del notaio mi si addica, anche dal punto di vista caratteriale. Ovviamente la prospettiva di guadagni elevati in futuro ha un suo peso, ma in modo molto equilibrato: il notariato non è diverso da altre libere professioni, si può decidere quanto lavorare e di conseguenza quanto guadagnare, ritagliandosi il giusto spazio per la vita privata. Certo, gli anni di studio sono tanti e mettono a dura prova motivazioni, interesse, obiettivi e priorità. Anche per questo, però, ritengo che il praticantato sia un periodo di grande crescita interiore.Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'esame da notaio? Uno su quindici ce la fa. Ma in palio ci sono 400mila euro l'anno - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / terza puntata- Gianfranco Orlando, vincitore della borsa di studio notarile: «Teoria e pratica devono andare di pari passo» E anche:- Da grande voglio fare l'avvocato - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / prima puntata- Commercialisti, l'esame è una scommessa - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / seconda puntata- Videointervista a Duchesne: il libro «Studio illegale» vola sulle ali del blog, e presto diventerà un film

Gianfranco Orlando, vincitore della borsa di studio notarile: «Teoria e pratica devono andare di pari passo»

«La pratica da notai è un percorso difficile e meritocratico. Alla base, però, c’è anche una selezione “naturale”, perché l’investimento di tempo, risorse ed energie per arrivare sino al concorso non è indifferente. Non è detto che tutti, anche i più preparati, possano permettersi di passare 3 o 4 anni sui libri, senza lavorare, per poi sottoporsi alle forche caudine del concorso. La borsa di studio dimostra un interesse da parte del Consiglio per i problemi dei giovani, e dà un forte aiuto non solo dal punto di vista economico, ma anche psicologico». È questo il parere di Gianfranco Orlando, 26 anni, originario di Melito di Porto Salvo (in provincia di Reggio Calabria), uno dei 30 vincitori della borsa di studio del Consiglio nazionale del notariato. Gianfranco si è laureato in Giurisprudenza presso l'università Mediterranea di Reggio Calabria, con risultati brillanti: 110 e lode e pubblicazione della tesi. Durante gli studi, si è diviso tra la vita da pendolare e quella da studente fuori sede, con il sostegno, anche in questo caso, di una borsa di studio pubblica devoluta dall'Università.Qual è il suo parere circa questa iniziativa di borse di studio organizzata dal Consiglio?La mia esperienza, ovviamente, è positiva, ma più in generale ritengo che l’organizzazione del concorso in sé sia ottima. I criteri sono ben studiati, e consistono sostanzialmente in una spassionata valutazione del voto di laurea, del curriculum, di eventuali pubblicazioni e ovviamente del reddito. Un altro aspetto positivo è dato dall’autonomia lasciata ai vincitori: ciascuno di noi può scegliere liberamente lo studio e la scuola in cui portare avanti la preparazione. Nella maggior parte degli stage bisogna spostarsi, trasferirsi, adeguarsi alla sede scelta dall’azienda. Io, invece, ho potuto scegliere uno studio vicino casa, risparmiando anche sui costi di trasferta.L’ammontare della borsa e la sua durata sono adeguati alle esigenze?I 14mila euro l’anno sono più che sufficienti per portare avanti gli studi. Il premio può essere rinnovato per tre anni, ma ci sono dei controlli dall’Ordine: anzitutto, bisogna continuare a frequentare una delle scuole di specializzazione per le professioni legali istituite presso le università o una scuola di notariato riconosciuta dal Cnn, e in più ogni quattro mesi bisogna inviare una relazione alla Fondazione circa l’andamento della pratica.Un giudizio pienamente positivo, quindi.Sì. Ci sono tanti giovani in gamba che aspirano alla professione notarile, ma magari non possono permettersi lunghi periodi di preparazione. Grazie alla borsa potrò partecipare al concorso: se non riuscirò a superarlo, bene, sarà solo colpa mia. Se invece mi fosse stato precluso a priori per questioni economiche, penso che sarebbe stato molto frustrante.Come ha selezionato lo studio per la pratica e come sta andando il suo svolgimento? Non avendo altre conoscenze, un giorno ho bussato alla porta di un notaio del cui servizio si erano avvalsi i miei cugini e ho chiesto di poter svolgere la pratica presso di lei. Abbiamo avuto un breve colloquio, durante il quale ha valutato la mia preparazione giuridica e mi ha consigliato di iscrivermi a una scuola specialistica. Ho seguito i suoi consigli e da quel momento in poi mi ha offerto la sua totale disponibilità: certo, il notaio deve lavorare, ma ogni volta chiede il mio parere e quello degli altri due suoi praticanti, coinvolgendoci nella vita dello studio. Inoltre posso consultare tutti i libri e documenti di cui ho bisogno, cosa non da poco.La sua attività presso lo studio è retribuita?Non sono retribuito, ma va bene così: di certo non parliamo di sfruttamento del lavoro, ma al contrario di un’opportunità che ci viene offerta per imparare la professione. Ho scelto io di non inserirmi nella struttura lavorativa dello studio, così da avere più tempo da passare sui libri; penso infatti che per prepararsi al concorso lo studio e la pratica debbano andare di pari passo. Vado in studio due o tre giorni alla settimana, con orari molto flessibili. Se non avessi avuto la borsa di studio avrei seguito l'esempio degli altri due praticanti e avrei chiesto di lavorare più assiduamente, come un dipendente, ottenendo così un'entrata mensile. Negli studi in zona, in genere, i praticanti lavorano gratuitamente per un periodo di prova di due o tre mesi, per poi guadagnarsi un rimborso spese di ammontare variabile. Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'esame da notaio? Uno su quindici ce la fa. Ma in palio ci sono 400mila euro l'anno - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / terza puntata- Elena Lanzi, vincitrice della borsa di studio notarile: «Dopo un anno e mezzo il mio secondo concorso, senza ancora conoscere i risultati del primo»E anche:- Da grande voglio fare l'avvocato - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / prima puntata- Commercialisti, l'esame è una scommessa - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / seconda puntata- Videointervista a Duchesne: il libro «Studio illegale» vola sulle ali del blog, e presto diventerà un film

Stage all'Agenzia europea per i diritti, le voci degli «ex»: Emanuele Cidonelli, ecco la mia esperienza a Vienna

Mi sono laureato a 21 anni in Scienze umanistiche alla Sapienza di Roma con una tesi sul cinema siciliano, visto anche come potenziale risorsa economica dell’isola. Il cinema è la mia passione, da sempre. Così come la Sicilia, da dove vengo e dove torno per trovare la mia famiglia, a Gela. L’esperienza che ho fatto presso l’Unione europea, però, mi ha aperto le porte dell’internazionalizzazione, la voglia di continuare la mia esperienza in Europa. Certo, la scelta di fare uno stage presso la Fondazione per i diritti umani a Vienna non rientrava negli sbocchi del mio curriculum e può sembrare strana. In un primo momento, in effetti, è stato solo un tentativo: ho letto il bando su internet, ero incuriosito ma anche consapevole di avere poche possibilità di accedervi. Il mio titolo di studio non sembrava il più adatto per un’agenzia di questo tipo, potevo puntare solo sulla conoscenza dell’inglese e del francese grazie ai mesi passati all’estero, soprattutto in Francia, durante gli anni dell’università. Ma ero consapevole che tanti avrebbero chiesto di essere ammessi a fare un tirocinio tanto prestigioso e ben pagato: mille euro al mese, pagate tramite bonifico, oltre al rimborso delle spese per i viaggi da e per l'Italia. Un sogno, nel nostro Paese dove avevo sempre svolto stage non retribuiti, ma dove anche i lavori offerti ai neolaureati sono meno vantaggiosi.Superate le selezioni, sono partito per Vienna lo scorso febbraio: sono stato inserito nella sezione che si occupava di comunicazione per rilanciare il sito internet. Chi aveva esaminato il mio curriculum non si era fermato agli studi, al titolo di laurea, ma aveva visto la mia passione per l’informatica e le mie conoscenze da smanettone dei pc, curioso di trovare nuovi programmi utilizzarli. Il primo approccio è stato subito positivo, non mi sono mai sentito uno “stagista” nel senso che si intende spesso qui da noi: niente fotocopie, per capirci, ma la partecipazione attiva alle riunioni anche con i delegati dei diversi Paesi dell’Unione europea. Ogni proposta era ben gradita, in sei mesi mi hanno sempre messo a conoscenza di ogni aspetto dell’attività condotta dall’agenzia, ben sapendo che non ci avrebbero mai assunti (essendo un organismo pubblico vara dei bandi di concorso), ma considerandoci a tutti gli effetti parte del team. I diritti degli stagisti erano rispettati: ferie, rimborsi, percorsi realmenti formativi che mi hanno permesso di arricchire il mio curriculum, il bonifico mensile che arrivava addirittura in anticipo. Ma il mio stupore per questa trattamento appariva strano ai miei colleghi inglesi o tedeschi che non avevano un giudizio altrettanto positivo: per loro tutto questo era normale, avviene regolarmente per gli stage, è quanto hanno già vissuto durante l’università. Adesso il mio futuro lo vedo in Europa, magari in Francia. Dopo questa esperienza, che si è conclusa lo scorso 31 luglio, sono tornato ad occuparmi di cinema, facendo tesoro di tutto quello che ho imparato sul fronte della comunicazione presso l’Agenzia per i diritti umani. Ma non solo: l’esperienza di Vienna mi ha aperto le porte arricchendo il mio curriculum e offrendomi maggiori possibilità di trovare un’occasione all’estero. Al momento non ho progetti ben precisi, ma sto approfondendo la mia tesi per una possibile pubblicazione.testo raccolto da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Opportunità di stage all'Agenzia europea per i diritti fondamentali con rimborso spese di mille euro al mese- Valeria Setti: «Da Rovereto a Vienna per mettere la diplomazia al servizio dei diritti umani: la mia esperienza alla Fundamental Rights Agency»