Categoria: Storie

Stage al Comitato delle Regioni di Bruxelles, «Non va considerato una "seconda scelta" rispetto al Parlamento e alla Commissione!»

C’è tempo fino al 30 settembre per candidarsi alla sessione primaverile dei tirocini presso il Comitato europeo delle Regioni. La Repubblica degli Stagisti ha raccolto la storia di Giulia Traversi, 27 anni, tirocinante della sessione autunnale 2019, che oggi lavora a Bruxelles nelle Risorse umane della Confederazione internazionale dei sindacati.Ho 27 anni, sono nata e Brescia e cresciuta in Franciacorta. Ho frequentato il ragioneria con indirizzo linguistico, dove studiavo tre lingue, inglese, spagnolo e francese, cui ho aggiunto poi il portoghese. Dopo le superiori mi sono iscritta alla facoltà di Economia a Brescia, facendo la mia prima esperienza di stage presso Coopcooperative. A fine percorso, ho trascorso due mesi in Irlanda per scrivere la tesi. La prima di tante esperienze all'estero, cui sarebbe seguito un mese di volontariato in Ecuador. Consiglio a tutti di fare un periodo all'estero, perché arricchisce tantissimo.La magistrale l'ho frequentata a Milano, ma in lingua inglese: il corso era in Management of Human Resources and Labour Studies e prevedeva sei mesi all'estero. Io sono stata in Belgio all'Université catholique de Louvain, un campus universitario a un'ora di distanza da Bruxelles. Ho terminato gli studi nel giugno 2019. Successivamente tramite un'associazione studentesca sono stata due mesi a Salvador, in Brasile. Alcuni miei familiari hanno vissuto e lavorato in America Latina e ci sono particolarmente legata. In Brasile ho lavorato nel Dipartimento delle Risorse umane e delle politiche sociali di una ngo, Teto, il cui obiettivo è quello di costruire case per persone svantaggiate che vivono nelle favelas. Vivevo in una host family, a stretto contatto con la comunità locale: è stato il momento più bello della mia vita. Una volta rientrata ho continuato a collaborare con loro – infatti oggi sono ambasciatrice in Europa dei loro progetti.Dopo il Brasile sono tornata in Belgio, dove mi sono candidata per un tirocinio al Comitato delle Regioni. Sono una persona molto curiosa e, vivendo in Belgio, mi ero avvicinata alle relazioni internazionali e alla Comunità europea e volevo conoscerla dall'interno. In particolare ho scelto il Comitato perché durante l'università avevo fatto per quattro anni la consigliera comunale e la Regione era l'istituzione che dava voce ai politici locali. Così mi interessava conoscere la sua ripercussione a livello europeo e il modo in cui il Comitato poteva aiutare la politica locale. Ho superato la selezione dopo un colloquio telefonico in lingua inglese e francese – quest'ultima era particolarmente richiesta per le Risorse umane – sia motivazionale sia sulle mie esperienze precedenti con quelli che sarebbero stati il mio supervisore e il responsabile della mia unità. Spesso il Comitato viene considerato una "seconda scelta" rispetto a Parlamento e Commissione europea, quindi ci tengono molto a capire la reale motivazione.Ho svolto il mio tirocinio da settembre 2019 a febbraio 2020 presso il Dipartimento delle Risorse umane, il più affine alla mia formazione: mi sono occupata di condizioni di lavoro, gestione degli stagisti e comunicazioni con le risorse umane delle altre istituzioni europee per organizzare eventi e così via. Fra le varie attività, ho contribuito alla compilazione di un codice etico del Comitato e ho partecipato al Y Factor, progetto che gli stagisti possono fare su base volontaria. Con i miei colleghi abbiamo deciso di concentrarci sulle politiche di riciclo e abbiamo presentato una proposta per armonizzarle a livello europeo, realizzando anche un libricino sul nostro policy briefing, che è stato preso in considerazione dal Comitato: una bella soddisfazione!Il tirocinio al Cdr mi ha dato una visione a trecentosessanta gradi di come funzionano le cose in un'istituzione europea. Essendo solo in ventidue, eravamo molto seguiti, e con il mio tutor, Marcel, avevo un rapporto molto bello. In generale, veniva data molta importanza allo stagista, per lui le porte erano sempre aperte e si aveva la possibilità, su richiesta, di partecipare a riunioni o plenarie e specializzarsi in determinati temi. Inoltre ci tenevano molto, durante e dopo, a raccogliere i nostri feedback per ricalibrare in base ad essi le modalità di tirocinio. Era anche disponibile un supporto socio-psicologico per i tirocinanti. Un altro lato bello era che, in un solo giorno, poteva capitarti di parlare cinque lingue diverse e conoscere storie completamente differenti. Nella mia sessione eravamo quattro italiani, poi c'erano tedeschi, bulgari, polacchi...Se un giorno dovessi lavorare nelle istituzioni, mi piacerebbe entrare in una delegazione dell'Unione europea o nell'European External Action Service, l'organizzazione che si occupa delle relazioni esterne dell'Ue, che dovrebbe a breve pubblicare un bando.Subito dopo la fine del tirocinio, è iniziato il lockdown ed ero indecisa se rientrare in Italia. Alla fine ho trovato un'opportunità di lavoro qui a Bruxelles, come recruiter presso un'azienda. Avevo un contratto di immersione professionale da 1.900 euro al mese, che si sarebbe trasformato in indeterminato. Ho lavorato in smartworking, ma rispetto all'Italia, dove sentivo con apprensione i miei genitori – mio padre è anche un medico – ho avvertito molto meno il peso della la situazione. Qui, anche se era tutto chiuso, non ci è mai stato impedito di uscire. Tuttavia a mio avviso le misure adottate in Italia si sono rivelate più efficaci, mentre qui i casi sono aumentati e la mascherina ora è obbligatoria tutto il giorno.A luglio ho deciso di licenziarmi: volevo uscire dall'ambiente aziendale e riprendere a occuparmi di politiche sociali. Sono tornata per un po' in Italia e ora sono di nuovo a Bruxelles, dove ho appena iniziato a lavorare per la Confederazione internazionale dei sindacati. Mi occupo sempre di recruitment ma in un progetto a sfondo sociale: una piattaforma in collaborazione con vari paesi asiatici che valuta la correttezza del reclutamento dei lavoratori immigrati. Qui sono partita da uno stage, ma spero si trasformi presto in un contratto di lavoro.Qui in Belgio il salario minimo è di circa 1.600 euro e la vita non è più cara che a Milano. Io ho una stanza singola in un appartamento centrale, condiviso con due ragazze francesi, e pago un affitto di 550 euro spese incluse. A parte il clima, che influisce molto sul mio stato d'animo, a Bruxelles si vive bene: è una città in cui puoi camminare nel verde perché ha tanti parchi, vivere i quartieri internazionali: ognuno può trovare la sua dimensione. Io seguo un corso di danza brasiliana, faccio tandem italiano/portoghese, faccio volontariato con associazioni locali.Il tirocinio in un'istituzione europea è un'esperienza che consiglio a chi ha la curiosità di capire come funziona una realtà europea. Suggerisco però di non pensare che Bruxelles sia l'Ue e basta: spesso la bolla dell'Unione europea ti aliena un po' e finisci per frequentare solo le persone che ci lavorano. Invece Bruxelles è una città piena di bellezze e contraddizioni ed è interessante viverla pienamente, conoscere i vari quartieri, fare volontariato...L'Italia? La connessione c'è sempre, cerco di mantenere i rapporti con i gruppi di volontariato e con l'attività politica, e poi c'è la mia famiglia. Ad oggi la vedo come un punto di arrivo: non me ne sono andata perché l'Italia non mi piaceva, ma perché sentivo la curiosità di sperimentare altri stili di vita. Per ora il mio focus è ancora fuori, mi piacerebbe tornare in America latina, ma amo l'Italia e nel cuore ho sempre la speranza di ritornarci. Per adesso appena possibile prendo un volo per vedere il sole!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

«Lo stage al Consiglio dell’Unione europea, una delle esperienze più belle che abbia mai fatto»

Il Consiglio dell'Unione europea offre ogni anno un centinaio di posti per tirocinanti europei con almeno la laurea di primo livello, con un buon rimborso spese: più di 1000 euro mensili. E mette a disposizione anche alcuni posti per studenti senza rimborso spese ma con assicurazione medica e rimborso spese di viaggio. L'avvio degli stage per chi farà domanda entro il 28 settembre, e verrà selezionato, è previsto per febbraio 2021. Matteo Casalboni, 25 anni, ha partecipato al progetto per studenti universitari da settembre 2017 a gennaio 2018 e ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza a Bruxelles.La mia esperienza al Consiglio dell’Unione europea non è stata né il primo impatto con il mondo del lavoro né la mia prima volta all’estero. Durante l’estate del secondo e terzo anno di liceo, infatti, ho svolto lavori di volontariato aderendo ad un programma proposto dal comune della mia città, Cesena, facendo l’animatore presso un centro estivo. E nell’estate fra il quarto e quinto anno di liceo, nel 2013, sono andato a Los Angeles per imparare l’inglese. Non ho partecipato a un programma di scambio, ma sono andato per conto mio e ho frequentato l’EC English School a Santa Monica, un quartiere di LA, seguendo un corso di inglese per due mesi. Tornato in Italia ho preso il diploma al liceo scientifico e mi sono iscritto al corso di informatica presso l’università di Bologna. Dopo un mese ho capito che non faceva per me e deciso di ritirarmi. Ho preso un gap year per potenziare la lingua inglese e sono andato in Inghilterra, a Salisbury, per quattro mesi, da gennaio ad aprile 2015, durante i quali ho frequentato una scuola locale di lingua inglese. Finita l'esperienza in Inghilterra ho frequentato un po’ di lezioni presso varie facoltà dell’università di Bologna per capire cosa studiare l’anno successivo. E ho scoperto che economia era la facoltà adatta a me! Dopo aver superato il test d’ingresso, nel settembre di quell’anno, ho iniziato il corso Business and Economics da studente fuorisede. Avevo preso in affitto un bilocale con un amico, anche lui al primo anno. Ovviamente, non lavorando, le spese erano sostenute dalle nostre famiglie. Ci siamo subito integrati bene, anche frequentando seminari organizzati dall’università. L’affitto non era troppo alto, pagavamo trecento euro a testa tutto compreso, mentre oggi i costi a Bologna sono quasi raddoppiati. Durante l’estate fra primo e secondo anno di università ho lavorato presso una famiglia facendo il babysitter per mettere da parte qualche soldo e iniziare ad approcciarmi al mondo lavorativo.Durante il secondo anno di studi dovevo inserire un tirocinio come attività curricolare e ho iniziato a informarmi per stage all’estero. Così ho scoperto l’application form sul sito del Consiglio dell’Unione Europea e ho subito mandato la domanda. Dopo circa tre mesi, a metà maggio del 2017, mi è arrivata la comunicazione che ero stato preso per uno stage da settembre a gennaio e pochi giorni dopo mi è stato inviato il contratto da firmare. Ho quindi cominciato a cercare casa a Bruxelles attraverso vari siti internet e affittato una camera singola nel quartiere di Ixelles per quattro mesi al costo di 500 euro al mese tutto compreso. Gli affitti sono molto costosi ed è stato difficile trovare una sistemazione. Ma in Belgio non è caro solo l’affitto, costa tutto di più: la spesa, i ristoranti, i mezzi di trasporto. La mia camera era in un appartamento dove ho vissuto con altri nove ragazzi e senza l’aiuto dei miei genitori non sarei stato capace di sostenere le spese. Mi sono trasferito a Bruxelles e ho cominciato il tirocinio presso il Segretariato generale del Consiglio dell'Unione europea il primo settembre 2017 fino al 31 dicembre.Ricordo molto bene il primo giorno: arrivato al Consiglio dopo i controlli ci hanno portato in una sala per farci conoscere tutti e spiegato le cose generali da sapere e le attività organizzate dal traineeships office. Poi ci hanno accompagnato nelle nostre unità per presentarci i responsabili e colleghi. Durante lo stage ho cercato di apprendere il più possibile e partecipare a quante più riunioni, workshop e attività.Il mio tirocinio era per studenti universitari, quindi senza il classico rimborso spese mensile. Il Consiglio, però, ci garantiva ugualmente dei benefit: ho ricevuto un rimborso spese di 450 euro per gli spostamenti, cifra che cambia in base alla distanza della propria residenza da Bruxelles, e un buono da 120 euro al mese per la mensa. Certo, per mantenermi ho dovuto attingere ai miei risparmi e chiedere aiuto ai miei genitori. A parte il rimborso spese, comunque, non c’era differenza con gli altri stagisti: ci ritrovavamo tutti insieme e svolgevamo le stesse attività e compiti. Sono stato assegnato a due unità, la DGG2A Budget and Financial Regulations e la DGG1A Economic policy. Con la prima unità ho seguito i lavori del processo di budget relativi all’approvazione del bilancio dell’Unione Europea dell’anno passato e alla stesura del budget dell’anno successivo. Seguivo la mia responsabile aiutandola con i verbali e la preparazione dei power point per le varie riunioni. Ho partecipato in qualità di assistente alle riunioni ECON, BUDG e CONT committees tenute presso il Parlamento europeo. Aiutavo la mia unità a preparare le riunioni, cercando di seguire il loro lavoro e apprendere il più possibile. Ho imparato a fare verbali, a capire il procedimento per l’assegnazione del budget, ho assistito a negoziazioni fra i vari Member States. Il lavoro con l’unità di Economia politica era meno analitico. Ho partecipato a molte più riunioni, al Consiglio, in Commissione e al Parlamento dell’Unione Europea. Aiutavo il mio responsabile in molte ricerche e a preparare le riunioni cercando di apprendere i procedimenti di politica economica.Sono stato seguito da tutti i componenti delle due unità e ho appreso delle skills che vanno al di là del puro lavoro, come rapportarmi con gente con una cultura diversa dalla mia e interagire con gli altri in ambito lavorativo. Per gli stagisti una parte fondamentale dell’integrazione all’interno dell’ambiente del Consiglio è stato svolto dal traineeships office. Sono state organizzate varie attività: riunioni, visite ad altre istituzioni europee e momenti di gruppo dove poter interagire. Ho stretto molte amicizie e sono in contatto con gli altri tirocinanti: ogni anno organizziamo un ritrovo a Bruxelles per rivederci tutti. Certamente questo tirocinio mi ha creato una rete di contatti con persone di molti Paesi diversi che sono sempre disponibili a darmi dei consigli professionali.Grazie a questo stage ho consolidato la mia padronanza dell’inglese e imparato altre lingue, tra cui lo spagnolo che di lì a poco mi sarebbe stato molto utile in Argentina. Nello stesso periodo in cui avevo fatto domanda per il tirocinio al Consiglio, infatti, avevo anche fatto richiesta di andare in overseas durante il secondo semestre del terzo anno universitario in Argentina, a Buenos Aires: un’opportunità offerta dal mio corso di studi. Finito lo stage al Consiglio sono tornato in Italia un paio di settimane, il tempo di ripartire alla volta del Sud America per sei mesi. Il mio corso di studi, infatti, dà la possibilità a sessanta studenti del terzo anno (trenta ogni sei mesi) di frequentare un semestre a Buenos Aires presso il campus Unibo in collaborazione con l’università locale UADE. L’università non dà alcun sostegno economico quindi ho dovuto coprire interamente i costi. Gli affitti in Argentina costano circa 300 euro al mese e la vita non è cara, spendevo circa 150-200 euro al mese. A parte però c’è il viaggio aereo tra 600 e mille euro. A Buenos Aires mi sono trasferito ai primi di febbraio del 2018 e ho seguito lezioni di spagnolo, imparato a Bruxelles, e partecipato a progetti con altre università locali: il più lungo durava tre mesi e abbiamo fatto un Business Plan per il lancio di una nuova azienda. All'inizio di luglio anche quel programma è finito e sono rientrato in Italia. Senza dimenticare i bellissimi luoghi come la Patagonia e le cascate Iquazu che sono riuscito a visitare anche grazie all’economicità del Paese. Tornato a Bologna ho dato gli ultimi esami e mi sono laureato. Subito dopo mi sono iscritto alla laurea magistrale in Business and Administration. Quest’ultimo semestre, causa Coronavirus, ho seguito tutti i corsi online e ho trovato molto comoda questa modalità, che credo dovrebbe rimanere anche post emergenza Covid. Il prossimo anno mi piacerebbe fare un altro stage all’estero per poi continuare a lavorare lì, e penso proprio che utilizzerò la Repubblica degli Stagisti per le prossime possibilità di tirocinio! Credo che il problema principale dello stage in Italia sia che viene ancora percepito dai datori di lavoro come un’occasione per far svolgere mansioni basilari a un bassissimo costo, senza insegnare nulla. All’estero, invece, hanno tutti voglia di insegnare e spiegare come svolgere il lavoro. Qui le aziende pensano che i tirocinanti debbano già saper fare il lavoro, dimenticando che sono lì per impararlo.L’esperienza di stage al Consiglio dell’Unione europea è stata una delle esperienze più belle che abbia mai fatto. Non è possibile, però, improvvisarsi ma è necessario prepararsi perché c’è tanta concorrenza. Per questo bisogna prima cercare di fare altre esperienze sia all’estero sia in Italia in ambito lavorativo, di volontariato, formativo. Quante più possibili per cercare di arricchire il proprio curriculum. Oltre ad avere una buona conoscenza dell’inglese. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

«Lavorare in Meta System? Significa non annoiarsi mai»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Alessandro Rapiti, 27 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Meta System.Vengo dalla provincia di Viterbo e dopo la maturità mi sono iscritto alla laurea triennale in Economia presso l’università degli studi della Tuscia. Presa la laurea di primo livello, nel 2016, ho deciso di continuare con la specialistica in Marketing e Qualità, un bel mix tra analisi dei dati, management e qualcosa di psicologia, laureandomi nel febbraio dello scorso anno. Durante l’ultimo anno della specialistica ho partecipato al progetto Erasmus andando a vivere per sei mesi a Varsavia. Ero coperto da una borsa di studio di circa 400 euro al mese che è stata sufficiente per coprire tutte le spese in città: Varsavia è perfetta per gli studenti, ottima nei servizi pubblici, con molti eventi e attività e si spende veramente poco per qualsiasi cosa. Ho vissuto in un appartamento con due camere da letto, per tre mesi con un ragazzo tedesco e altri tre con un francese. Il complesso di appartamenti, infatti, era interamente affittato a studenti Erasmus ed ero l’unico italiano. Ho fatto tantissime amicizie in quel periodo: con alcuni di quei ragazzi sono ancora in contatto ed è già capitato di rivederci in gruppo.Sempre durante l’ultimo periodo universitario ho fatto uno stage di sei mesi dal luglio al dicembre 2018 presso Golden Moments, un’azienda inglese, nella città di Portsmouth. Le mie attività erano di gestione delle campagne pubblicitarie, analisi dei KPI e coordinamento di un gruppo di ragazzi per la creazione di nuovi prodotti. Ho trovato lo stage grazie alla mia università e il rimborso spese ricevuto è stato sufficiente per coprire tutte le spese. In queste città universitarie all’estero si vive bene, ci si diverte molto e sono esperienze che consiglio a tutti di fare almeno una volta nella vita.Entrambe le esperienze all’estero mi hanno consentito di migliorare il modo di relazionarmi con gli altri e consolidare l’inglese: due skills che a mio avviso sono fondamentali per entrare nel mondo del lavoro. Non penso, però, in futuro di trasferirmi all’estero: per vivere e lavorare, infatti, preferisco rimanere in Italia.Durante gli studi universitari ho avuto anche piccole esperienze di lavoro, tra queste la più importante in un ufficio di consulenza fiscale e contabile: non era una mansione prettamente inerente al mio percorso di studi, ma mi ha permesso di avere un’autonomia economica e di formarmi negli atteggiamenti.Non ho trovato grandi differenze tra gli stage svolti all’estero e quelli svolti in Italia: in entrambi finivo il pomeriggio dopo le cinque con uno spacco di un’ora per il pranzo, però certo erano diverse le responsabilità, correlate al fatto che fossero attività completamente diverse.Mentre stavo scrivendo la tesi di laurea ho iniziato a mandare curriculum in giro e dopo aver ricevuto alcune offerte, alcune serie e altre al limite della decenza, ho deciso di partecipare anche al Talent Day proposto da Meta System. Avevo scoperto questa iniziativa leggendone su Linkedin e oggi posso dire di aver fatto la scelta giusta!Al Talent Day partecipano di solito una quindicina di giovani già preselezionati che dopo la giornata con visita all’azienda e discussione di un caso con assessment di gruppo vengono ulteriormente selezionati. Sono rientrato tra i cinque giovani scelti quell’anno e ho così cominciato il tirocinio di sei mesi con un rimborso spese di 800 euro mensili. Era il marzo 2019 e mi sono dovuto, quindi, trasferire a Reggio Emilia. Non ho avuto grandi difficoltà e mi sono ambientato abbastanza bene con i colleghi. La particolarità del percorso iniziato con il Talent Day è quella di cambiare dipartimento ogni mese e mezzo, così in sei mesi sono passato per quality fornitori, logistica, pm, quality clienti. Tutti i ruoli sono stati interessanti e il percorso mi ha consentito di conoscere molti colleghi e il loro modo di lavorare.Abbiamo cominciato in cinque stagisti: l’ambiente di lavoro è stato ottimo fin dall’inizio, molto stimolante e con colleghi competenti, sempre disposti a darti una mano quando necessario. Siamo stati confermati tutti e cinque tramite apprendistato, cominciato nell’ottobre del 2019, con una Ral di circa 26mila euro. Questo percorso durerà due anni per poi trasformarsi in un rapporto a tempo indeterminato. Oggi ricopro il ruolo di Customer Quality Engineer e sono soddisfatto del mio percorso. In Meta System non ci si annoia mai: iniziare un percorso di stage qui significa mettersi subito in gioco, lavorare sodo e sentirsi una risorsa al pari degli altri.Da metà marzo, dopo il diffondersi dell'emergenza Coronavirus, anche il nostro lavoro si è dovuto adeguare a i nuovi tempi: così ho iniziato a lavorare in smart working, appunto da casa, ma fortunatamente ci sono molte attività da portare avanti lo stesso, quindi non è cambiato molto. Con il suo network la Repubblica degli Stagisti fa un valido lavoro perché consente di avere un’idea di chi ci invia le proposte di lavoro, evitando di perdere tempo e consentire, invece, di investire tempo e impegno in aziende che se lo meritano. Come quelle del suo network!Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Contro il maschilismo sul lavoro serve caparbietà, e il coraggio di chiedere riconoscimenti

Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti dà voce alle testimonianze di donne – occupate nelle aziende dell’RdS network – che hanno una formazione tradizionalmente "maschile" o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Isabella De Biase, Insurance Operation Leader per Marsh, società di servizi professionali globale specializzata nell'intermediazione assicurativa e nella gestione dei rischi.Ho 47 anni, lavoro a Milano e vivo a Pavia, ma sono di origini calabresi. Dopo il liceo scientifico, ho studiato Economia aziendale all’Unical, l’università della Calabria, a Cosenza.Inizialmente volevo iscrivermi a Ingegneria gestionale, via di mezzo tra Ingegneria ed Economia. Mio padre era un po’ spaventato, in quanto considerava difficile il percorso e l’inserimento di una donna in un mondo al maschile. Allo stesso tempo in me era forte il desiderio di realizzarmi subito nel lavoro, quindi non faticò a convincermi. Il mio interesse era legato all’organizzazione aziendale, all’ambito concernente le soft skills, la formazione e lo sviluppo delle risorse umane e la gestione del cambiamento. Ho avuto la fortuna di avere dei docenti della Bocconi di Milano, che hanno portato molta innovazione nel nostro territorio e nella nostra università. Il problema poi è stato trovare una coerente applicazione di quanto avevamo studiato in termini pratici. Inizialmente ho supportato la mia relatrice nell’ambito della formazione universitaria, ma dopo un po’ lei mi disse che ero “un cavallo che scalpitava”. All’epoca l’ambiente universitario era molto politicizzato e con tempi molto lunghi di ingresso. Così lei, che aveva fatto esperienza in Accenture, mi indirizzò verso la consulenza, che mi avrebbe permesso di aggiungere consapevolezza su quello che avrei voluto fare da grande. Allora avevo bisogno di lavorare: ero la prima di tre figlie e mio padre era l’unico percettore di reddito. Grazie alla lettera referenziata della professoressa, fui contattata da EY, quindi decisi a malincuore di lasciare la mia terra per Milano. Iniziai a lavorare, dapprima con un contratto a tempo determinato e poi dopo 12 mesi indeterminato, nell’ambito dell’implementazione di sistemi ERP e di reingegnerizzazione dei processi. Un’esperienza molto formativa, grazie alla possibilità di vedere tante aziende e progetti diversi. Si lavorava dalle 10 alle 12 ore al giorno, ma per noi era una “palestra di vita”, visto che l’università non ti preparava al lavoro. L’azienda investiva molto sul training: full immersion d’inglese, sei mesi di formazione presso il Knowledge Center di EY a Dorking (UK) per apprendere le metodologie da utilizzare e fare esperienza trasversale con altri team EY europei.Dopo quasi tre anni in EY, mi è stata offerta la posizione di Senior Specialist in Zurich Financial Services, dove mi sono occupata di organizzazione e sviluppo del personale per altri tre anni. Quindi sono stata contattata da una società di head hunters, in quanto un ingegnere di Marsh era alla ricerca di persone con le mie competenze e con esperienza in ambito consulenziale. I colloqui sono durati quasi un anno, anche perché inizialmente cercavano... un uomo! Venni finalmente convocata e all'inizio di marzo del 2003 mi assunsero con contratto a tempo indeterminato con sei mesi di prova: avevo 29 anni e una qualifica di quadro. L’idea era fare 3-5 anni e cambiare per un settore diverso dall’Insurance... invece dopo diciassette anni sono ancora qui. Pur rimanendo nella stessa azienda, si sono avvicendati modelli organizzativi completamente diversi e non mi sono mai annoiata. Dapprima mi sono occupata di Organization, poi di un progetto di creazione funzione Operations, per il quale siamo diventati case study per altri paesi a livello europeo. Oggi sono Insurance Operation Leader per l’Italia e ho trentacinque persone sotto la mia responsabilità. Un team quasi completamente al femminile, con soli cinque uomini, con un’età media di trentasette anni e molto dinamico e trasversale, in quanto supporta le varie linee di business e i ruoli sono interscambiabili. La nostra attività è di back office (gestione amministrativa-contabile delle polizze assicurative, reminder e sollecito pagamenti e attività operative a supporto del business), e i nostri interlocutori sono: team di business, aziende e compagnie, con cui ci interfacciamo per la gestione documentale delle polizze e dei pagamenti.In questi anni ho avuto la possibilità di essere una professionista, ma anche di diventare mamma di tre bambini, che oggi hanno dodici, undici e sei anni. E non sono mai stata né penalizzata né tantomeno bloccata da questo, anzi le sfide a ogni maternità diventavano più alte. Considero Marsh come la mia seconda casa e le ricambio la fiducia in me riposta dando il massimo. Mi ha permesso di raggiungere un equilibrio che mi consente di essere una persona serena sia da un punto di vista professionale che personale. Equilibrio che è il mio asse vitale e che cerco di riportare anche nel mio team.  Nei primi anni di percorso lavorativo ho dovuto constatare che era difficile imporsi: soprattutto quando  penso ai meeting, in qualità di consulente, giovane e donna. Ma le mie origini calabresi mi hanno ben supportata nel mio percorso: ho la “testa dura” e  questa caparbietà è diventata con il tempo resilienza, consentendomi di trasformare le minacce in opportunità. Anche la retribuzione inizialmente non era equiparabile a quella di un collega maschio, ma non me ne sono mai curata: mi interessava solo che il lavoro continuasse a farmi sentire viva, a farmi svegliare con il piacere di andare a lavorare. Una pecca delle donne è che non chiedono mai: quello che mi è stato dato è stato sempre per riconoscimento interno. Oggi le cose sono molto cambiate: il nuovo management spinge verso una  leadership al femminile.  Il  concetto di Diversity & Inclusion è molto sentito e praticato attraverso la creazione di un ambiente di lavoro con pari opportunità dove persone di ogni età, genere e background culturale sono coinvolte nel processo decisionale.Nella mia esperienza quello che posso confermare è che noi donne siamo molto orientate al conseguimento degli obiettivi, anche se poi nel corso della carriera può intervenire un rallentamento, riscontrando difficoltà nella crescita professionale a causa delle problematiche relative alla gestione degli impegni familiari e professionali. È opportuno, allora, chiedersi quali siano i fattori che incidono su questi aspetti, ma anche cosa si può fare per superare gli elementi che ostacolano le pari opportunità relative al genere. Anche perché le donne sono costrette a scegliere ancora tra il sogno di costruire una famiglia e il desiderio di fare carriera. Le aziende hanno un ruolo fondamentale nel creare condizioni favorevoli affinché i dipendenti possano avere la serenità mentale che consenta loro di essere realmente produttivi. Per fortuna strumenti e condizioni di flessibilità fanno parte del nostro modello culturale-aziendale:  la pratica dello smart working, inserita da tempo in azienda, ha fatto sì che l’emergenza Covid-19 non ci cogliesse impreparati, anzi. Tutti eravamo dotati di portatili e lavorare con modalità di gestione per obiettivi è sempre stato il nostro mantra: le performance non hanno subito il minimo declino. Marsh è un’azienda in cui ruoli e competenze sono legati a un sistema di meritocrazia che rappresenta uno dei fattori critici di successo. Le lauree ricercate vanno da Economia a Giurisprudenza, passando per Ingegneria gestionale, ambientale e civile, in quanto si spazia tra moltissimi ambiti: attività di vendita e di sviluppo commerciale, gestione tecnica a supporto del cliente, analisi e mappatura dei rischi e implementazione di soluzioni atte a contenerli.La mia ambizione? Visto il mio amore iniziale per l’ambito soft skills, il mio sogno nel cassetto è diventare HR manager, coniugando gli aspetti della selezione, della gestione della formazione e dello sviluppo della competenza. Le donne che mi hanno ispirato? Nel mio sistema familiare sicuramente mia madre: una donna molto tenace e forte, che ha sempre considerato l’istruzione e l’umiltà come i “driver” che permettono di distinguersi nella vita e sul lavoro. Invece, pensando all’ambiente lavorativo, mi vengono in mente Donne con la D maiuscola come Alessandra Giacoma Bottalat, che è Risk Incoming Director.Alle ragazze e ai ragazzi dico di non avere fretta volendo conseguire nel breve un certo ruolo senza pensare di costruire prima un percorso di competenza. A volte manca la sana umiltà di affrontare le attività a tutto tondo. Il che non vuol dire non avere ambizione, ma accompagnarla con sana curiosità. Provare tutto, per avere sempre più un bagaglio culturale che possa sviluppare la flessibilità di commisurarsi in maniera diversa a seconda dell’occasione. Occorre avere tanta buona volontà, guardarsi intorno e avere l’ambizione di crescere in maniera costruttiva, sempre. Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

“Mamma, moglie e manager: mai avuto pentimenti, anche quando ho dovuto stringere i denti”

Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti dà voce alle testimonianze di donne – occupate nelle aziende dell’RdS network – che hanno una formazione tradizionalmente maschile; o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Maria Caterina Chiesa, responsabile degli uffici di Genova e di Firenze per Marsh, società di servizi professionali globale specializzata nell'intermediazione assicurativa e nella gestione dei rischi.Ho 55 anni e sono nata a Genova ma vivo a Chiavari, godendo dei vantaggi della "provincialità". Dopo la maturità classica, ho iniziato la mia carriera come imprenditrice nell'azienda di famiglia, un'impresa di costruzione di cantieri navali. Un'esperienza a largo spettro, che mi ha aiutato tanto nel mio percorso, perché ho iniziato molto giovane ad avere responsabilità. Mi sono avvicinata al brokeraggio in quanto avevamo costituito, con altri soci, una piccola società, di cui dapprima eravamo in possesso del 50% e poi del 100%. Quindi la piccola società è stata assorbita da una società media, di cui abbiamo acquisito una minoranza, poi venduta. Infine sono entrata in Marsh, dove ancora oggi lavoro. Dopo il liceo mi ero iscritta a Giurisprudenza, sostenendo alcuni esami, ma un giorno mio padre mi disse di scegliere, perché non sarei riuscita a portare avanti entrambi i percorsi: non ho rimpianti.In Marsh sono entrata in Enti pubblici a Genova, da  lì sono diventata Office Manager dell'ufficio di Genova e recentemente responsabile anche di quello di Firenze, oltre che Senior Vice President Industry leader Sanità Pubblica a livello nazionale. Il mio lavoro mi porta a viaggiare molto, infatti durante il lockdown mi sono "riposata". Attualmente lavoro da remoto e vado solo dai clienti. Negli uffici lavora al momento solo il 20% del personale, che potrebbe passare a breve al 40%. La mia attività manageriale, con la responsabilità di due team, per un totale di sedici persone mediamente giovani, consiste nello sviluppo di new business e la gestione dei clienti e delle risorse. Questo mi porta a dover dare l'esempio, fare sempre di più degli altri, essere propositiva e mettermi sempre in discussione, accettare la critica, la forza contraria per coinvolgerla in un confronto positivo. Inoltre sono alla fine del terzo mandato come Presidente della Sezione Finanza ed Assicurazioni di Confindustria Genova. Quest'esperienza mi ha aiutato a creare relazioni con il mondo dell'imprenditoria, arricchendo il mio lavoro.Nonostante i tanti impegni, la conciliazione tra vita privata e lavorativa non è mai stata un problema. Ho tre figli: un maschio di 29 anni, giornalista, e due femmine di 25 anni, medico, e di 16 anni, studentessa alla scuola internazionale. Mi sento fortunata perché sono una mamma e una moglie che è riuscita ad avere una carriera soddisfacente. Mio marito è medico primario e siamo entrambi molto impegnati, ma abbiamo potuto contare sul supporto familiare, pur convinti che l'imprinting di una madre e di un padre siano imprescindibili. Anche se ho dovuto togliere del tempo a me stessa, non è mai stato per me un sacrificio. Né ho mai avuto pentimenti, anche quando ho dovuto stringere i denti: ho il dono di credere e questo particolare modo di vivere la vita mi ha sempre aiutato, così come la mia grande determinazione. Inoltre sono crescita in una famiglia con valori saldi di etica, correttezza, dedizione al lavoro.Anche nel momento storico difficile che stiamo attraversando, ho capito che da ogni situazione negativa derivano opportunità. Ad esempio per me sono scaturite opportunità che cercavo di raggiungere da tempo. Certo la crisi e la contrazione sono sotto gli occhi di tutti, ma questa situazione ci ha permesso di imparare un nuovo modo di lavorare, che può implementare le nostre attività. Fermo restando che per negoziare e chiudere i deal è necessario vedersi, pertanto sono una fautrice del tornare in ufficio. In questo periodo, mi sono sentita ancora più orgogliosa di lavorare in Marsh, perché ha aiutato in maniera concreta tutti i miei colleghi, tutelandone prima di tutto la salute e venendo incontro a tutti in maniera esemplare, senza alcuna ripercussione negativa.Il mio sogno è sempre stato quello di gioire nel vedere nascere qualcosa, che fosse un'idea o un progetto: realizzare cose in cui credevo. L'aspettativa per il futuro è sempre quella di crescere. Sulla mia scrivania non ho mai messo una foto della mia famiglia: credo che il senso di precarietà sia il succo della vita. Non bisogna mai credersi affermati e sicuri, pur affrontando la vita lavorativa pacificamente. Questo, a mio avviso, è il segreto per approcciare tutte le situazioni in maniera corretta e opportuna.Quello che più mi ha aiutato nel mio percorso è stata la curiosità, l'imprenditorialità, la voglia di mettermi in gioco. Ai giovani consiglio di osare e al contempo di riflettere sulle azioni da intraprendere, di avere passione e di essere pronti a modificare le proprie azioni quando sia chirurgicamente necessario. Io credo tanto nei giovani, che sono molto più veloci nella capacità di informatizzare e hanno tanti strumenti che li possono avvantaggiare tra cui creatività, adattamento, sacrificio. Oggi una buona scelta può essere quella di specializzarsi in ambito di new business, nella conoscenza dei mercati emergenti, nella gestione del rischio, nella gestione della crisi, nella cyber security e nella finanza. Mai come in questo momento, i mercati stanno subendo forti ripercussioni e servono giovani professionisti che studino e approfondiscano queste tematiche. Una nuova era è iniziata e necessita di fantasia lavorativa, entusiasmo e determinazione!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

“Poi è arrivato il lockdown, ed è cambiato tutto”: un 25enne racconta la sua laurea e il suo primo lavoro... da casa

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Filippo Barzaghi, 25 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Prometeia.Ho sempre avuto una forte passione per le materie tecnico-scientifiche, motivo per cui ho scelto prima il liceo scientifico e poi una laurea in Ingegneria. Durante la scuola superiore ho dato ripetizione di matematica per guadagnare qualcosina ed essere indipendente economicamente e fino allo scorso anno ho giocato agonisticamente a calcio, poi purtroppo non riuscendo a conciliarlo con il lavoro ho dovuto mollare. Credo che aver praticato uno sport di squadra sia stato fondamentale per la mia crescita personale: il calcio è una scuola di vita e mi ha insegnato molte dinamiche tipiche del lavorare in team oltre ad aiutarmi a potenziare le mie soft skills.La mia prima esperienza all’estero è del 2012, quando ero ancora alle superiori, e grazie al progetto Estate INPSieme, erogato dall’Inps, ho passato due settimane a Warwick, nel Regno Unito. Era un progetto di potenziamento della lingua inglese che cosentiva ai giovani tramite una borsa di studio di partecipare a una vacanza studio. Il programma comprendeva alloggio e pasti, per cui le spese sono state minime.Nel settembre del 2014 ho cominciato il mio percorso universitario al Politecnico di Milano, scegliendo la laurea triennale in Ingegneria Gestionale che ho conseguito nel settembre del 2017. A quel punto ho deciso di continuare gli studi con la magistrale dello stesso indirizzo. Grazie all’iscrizione al Politecnico ho potuto in questa seconda fase svolgere ben due semestri di studio all’estero. Ad aprile dell'anno successivo infatti, contemporaneamente al corso universitario mi sono iscritto al Master QTEM, Quantitative Techniques for Economics and Management, un programma valido solo per gli studenti della facoltà di Ingegneria gestionale a cui il Politecnico di Milano aveva appena aderito. È un network che riunisce studenti talentuosi da diversi atenei che possono quindi svolgere due semestri di studio all’estero beneficiando di un network di aziende partner. La selezione si è basata inizialmente solo sui risultati accademici degli studenti di Ingegneria gestionale. Superata questa prima fase ho dovuto sostenere come requisito obbligatorio il GMAT, Graduate Management Admission Test [un test per determinare l'attitudine personale agli studi aziendali a livello universitario e post-universitario, ndr]. Grazie a questo master ho svolto parte del secondo anno, dal luglio al dicembre del 2018, a Melbourne in Australia e il terzo anno, da settembre a maggio del 2019 a Montreal, in Canada. In pratica ho svolto all’estero l’anno che avrei dovuto seguire al Politecnico e ho potuto conseguire contemporaneamente al diploma di laurea magistrale anche il master. Visto che è un progetto di cui fa parte la mia università non ho dovuto pagare nulla per partecipare al di fuori di vitto e alloggio e in entrambi i casi ho ricevuto una borsa di studio mensile di circa 340 euro. In Australia ho vissuto insieme ad altri due studenti italiani del Politecnico che sono partiti nell’ambito dello stesso programma: l’affitto era pari a 440 euro al mese. Siamo stati fortunati perché di solito i costi sono ben più alti. In Canada, invece, ho voluto provare un’esperienza diversa così sono andato a vivere con studenti non italiani. Ero in un appartamento con altri quattro ragazzi, tre americani e un canadese, e pagavo circa 440 euro al mese di affitto. Ma anche in questo caso i costi sono solitamente più alti. In entrambe le esperienze le principali differenze che ho trovato rispetto all’università italiana sono sia nella modalità di insegnamento, con classi più piccole e di conseguenza una partecipazione attiva degli studenti, sia nella valutazione, con buona parte del voto finale che si basa su lavori di gruppo e progetti fatti durante il semestre. Mi sono trovato molto bene in entrambi i paesi e le due culture mi hanno sorpreso positivamente per disponibilità e apertura mentale delle persone. Ambientarsi è stato facile e anche qui il calcio ha avuto la sua parte! Sia in Australia sia in Canada sono entrato a far parte di una squadra di soccer e questo mi ha permesso di conoscere ancora di più la cultura e fare amicizie. In futuro mi piacerebbe tornare in questi due paesi: la loro mentalità e modo di vivere in maniera spensierata rispecchia molto i miei ideali. Tornato in Italia mi sono messo a completare gli studi e a lavorare sulla tesi. Nel frattempo, durante l’estate dello scorso anno, ho partecipato al Career Day organizzato dal Politecnico. Stavo cercando un’esperienza lavorativa perché non volevo chiudere il mio percorso universitario senza aver mai fatto un’esperienza sul campo. Alla fine mi sono candidato per uno stage di sei mesi presso Prometeia e nel giro di una/due settimane sono stato contattato per un primo colloquio conoscitivo. A questo sono seguiti altri due colloqui, più tecnici, con il partner e il senior manager. Finiti i tre colloqui pensavo di cominciare lo stage e, invece, sono stato ricontattato dall’Hr che mi ha proposto direttamente un contratto di apprendistato di tre anni. Entusiasta per la proposta ho subito accettato e cominciato questo cammino. La proposta era di una Ral che ammonta a 25mila euro lordi annui, più una parte variabile fino al 30 per cento della retribuzione in base alla performance, buoni pasto del valore di 100 euro al mese e benefit aziendale che si aggira sui mille euro. Ho cominciato la mia prima esperienza lavorativa il 10 ottobre dell'anno scorso, pochi mesi prima che tutto fosse chiuso causa Covid. Ricordo bene il mio primo giorno di lavoro in azienda: avevo l’adrenalina a mille, con le stesse sensazioni dei primi giorni di scuola. I miei colleghi sono stati subito molto disponibili e l’ambiente mi è parso familiare. Credo questo abbia facilitato il mio inserimento: riuscire a entrare sin da subito nei meccanismi di un team positivamente è sempre merito dei tuoi compagni di squadra. In Prometeia sono entrato come Junior Consultant, ma in questi mesi ho fatto esperienza su diversi fronti. La cosa più positiva ad oggi è avere mansioni diverse e non ripetitive: ogni giorno sei alle prese con varie attività: ho supportato il project manager nello sviluppo operativo dei tasks, steso dei requisiti business per il cliente, redatto analisi funzionali, testato software e gestito processi bancari. Giornate piene che iniziano tra le 8.30-9.30 del mattino e vanno avanti fino alle 19.30.Poi è arrivato il lockdown ed è cambiato tutto. Non solo abbiamo iniziato a lavorare in smartworking, ma anche la mia fase finale di studio pre laurea è stata a distanza! Lavorare da casa mi ha sicuramente consentito di essere più concentrato sulla tesi. Quando la sera finivo di lavorare mi concentravo sulla stesura e il fine settimana non poter uscire causa lockdown mi ha permesso di passare il tempo libero scrivendo! È stata un’esperienza provante ma sicuramente gratificante. La mia relatrice è stata sempre disponibile a organizzare incontri via Skype per monitorare la stesura del testo. Ad aprile, il giorno della laurea: sembrava uno come tanti, l’ho vissuto con molta serenità. Ero nella casa a Milano che ho preso in affitto insieme alla mia fidanzata, quindi lei era l’unica persona presente fisicamente nella stanza durante la discussione. Ma famiglia e parenti erano collegati in remoto tramite un link che l’università ci ha permesso di condividere con i parenti più stretti. Mi piace pensare che questa modalità atipica di laurearmi mi distingua e mi dia la possibilità di poter raccontare ai miei figli, in futuro, questa esperienza con un pizzico di orgoglio. È stata una laurea diversa da quella di primo livello, principalmente è mancata la possibilità di festeggiare fisicamente con famiglia, amici e parenti. Ma la mia università ha deciso di organizzare una cerimonia di proclamazione quando l’ergenza sarà conclusa: avrò così modo di festeggiare per bene con tutti.Intanto sto continuando a lavorare da remoto, ormai da febbraio. I mesi passati da ottobre all’inizio dello smart working mi hanno dato la possibilità di costurirmi una base solida grazie a cui ho potuto lavorare con più autonomia. Credo che Prometeia abbia gestito al meglio questa situazione di emergenza: la comunicazione è sempre stata ineccepibile e pur lavorando da remoto ho continuato a interagire costantemente con il mio team. Questa modalità consente più flessibilità e una maggiore gestione del proprio tempo però, certo, riduce i contatti umani. Sotto questo punto di vista ho risentito dell’impossibilità di entrare in contatto fisicamente con il mio team. Penso che in futuro un compromesso tra lavoro in ufficio e da remoto possa essere la soluzione migliore, che giova sia al dipendente sia all’azienda. Sono contento della scelta fatta e di aver puntato sulla consulenza  e in futuro mi piacerebbe provare anche l’esperienza lavorativa all’estero.Non sono passato attraverso uno stage, ma conosco i problemi, vedendoli nei miei amici. Il principale è il rimborso spese: vedere ripagati anni di sacrifici con rimborsi spesso bassi non è un incentivo per giovani laureati. E poi spesso non sono finalizzati all’assunzione. In questo senso credo che la Carta dei diritti dello stagista sia un ottimo strumento per mettere in evidenza i diritti dei giovani neolaureati, spesso trascurati, e i doveri delle aziende. Credo che proprio per questo dovrebbe essere sponsorizzata di più dalle università.Scegliere il mondo della consulenza significa fare dei sacrifici e a chi volesse intraprenderlo consiglio di seguire corsi di formazione e tenersi aggiornati costantemente per padroneggiare le conoscenze di propria competenza e crearsi un network. E non perdere il contatto con la realtà: perché il lavoro è importante ma la vita e l’aspetto sociale contano di più. Marianna Lepore

Veneta e cittadina del mondo: “Lo stage alla Corte di Giustizia dell'Ue, la mia sesta esperienza all'estero”

La Corte di Giustizia dell'Unione europea offre ogni anno una cinquantina di posti per tirocinanti europei laureati in giurisprudenza o scienze politiche, con un buon rimborso spese: più di 1000 euro mensili. L'avvio degli stage per chi farà domanda (entro il 15 settembre) e verrà selezionato è previsto per marzo 2021. Sara Marpino, 25 anni, ha partecipato al progetto quest’anno e ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza in Lussemburgo.Il mio primo contatto con l’estero è cominciato nell’agosto 2012 quando ho lasciato il liceo scientifico che stavo frequentando a Portogruaro, in provincia di Venezia, per partire alla volta del Canada e frequentare il quarto anno delle superiori grazie a una borsa studio di Intercultura. È stata un’esperienza davvero “life-changing” perché, oltre a imparare il francese e migliorare l’inglese, ho capito quanto l’uscire dalla mia zona di comfort mi facesse crescere a velocità accelerata. Avevo conosciuto Intercultura tre anni prima, quando mio fratello era partito per tre mesi in Belgio. Non ho pagato nulla perché ho ottenuto una borsa di studio totale: vivevo in una famiglia canadese che è diventata per me una vera e propria seconda famiglia con cui sono tuttora in contatto. Preso il diploma sono tornata in Italia dove ho frequentato l’ultimo anno di liceo concluso a luglio 2014 e ho iniziato a essere volontaria per l’associazione.L’esperienza in Canada credo sia stata la più formativa tra le tante che avrei poi fatto all’estero negli anni seguenti. È stata la più lunga, la prima da sola all’estero e vista la mia giovane età ero molto più flessibile e meravigliata dalle differenze. Mi sono poi iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Trieste, andando a vivere in un appartamento con un’amica e compagna di studi. All’inizio ero indecisa tra Giurisprudenza e Scuola interpreti, vista la mia grande passione per le lingue. Oggi credo di aver fatto la scelta migliore, essendo riuscita ad imparare per conto mio il francese, l’inglese, lo spagnolo e un po’ di portoghese. A Trieste mi sono trovata bene da subito e fatto fronte a tutte le spese grazie a una borsa di studio dell’università. Ho sempre puntato a mantenere un buon equilibrio tra esami, vita sociale e sport – gioco da sempre a basket – cercando di organizzarmi al meglio con gli esami per trovare il tempo di fare delle esperienze internazionali. Ho partecipato, nel 2015, al programma Erasmus + “Youth mobility againts crisis” in Polonia. Si tratta di un programma breve, di dieci giorni, a cui partecipano una trentina di ragazzi di nazionalità diverse e in cui si alternano attività teorica a lavori di gruppo e workshop. Ho pagato una quota di 100 euro – tutto il resto, volo, vitto e alloggio, era incluso. Durante il secondo anno di università sono poi partita per uno stage senza rimborso spese in uno studio legale in Argentina: volevo imparare lo spagnolo e allo stesso tempo iniziare a conoscere l’atmosfera del mondo del lavoro. Lo stage non era organizzato dall’università. Ho contattato, tramite un amico argentino che mi ha ospitato durante il mio soggiorno, la scuola di lingue e lo studio legale. Tutto è durato solo qualche settimana perché ho finito gli esami a fine luglio e i corsi ricominciavano a metà settembre.La passione per l’estero è continuata, così il quinto anno di università sono partita per l’Erasmus in Portogallo, dove ho superato gli esami “a scelta” compresi nel mio programma di studi. Sono rimasta a Porto per quasi cinque mesi e l’inserimento è stato molto facile perché c’erano molti altri studenti Erasmus come me. L’università mi dava una borsa di studio di circa 200 euro al mese, che però non bastavano nemmeno a coprire l’affitto  – che di 350! Mi sono poi laureata a luglio 2019 con 110 e lode.Con un titolo di studio finito avevo voglia di fare una prima esperienza professionale, anche questa volta all’estero. Mi sarebbe piaciuto tornare in Canada per migliorare inglese e francese contemporaneamente: così ho fatto uno stage di tre mesi nella sede centrale di AFS Canada, a Montreal, dall’ottobre al dicembre 2019. Ho contattato direttamente la vicepresidente di AFS Canada, chiedendole se ci fossero delle possibilità per stagisti. Mi occupavo, con altre due colleghe, dell’evoluzione di un nuovo progetto ed avevo compiti molto diversi: dalla logistica, al controllo dei dossier, al contatto diretto con i candidati. Avevo un rimborso spese di 300 dollari al mese più le spese di trasporto. Tornata in Italia ho cominciato la pratica forense in uno studio legale in provincia di Pordenone. Ma è durato solo due mesi perché poi sono partita nuovamente per lo stage alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo, iniziato il primo marzo. Non era l’unica istituzione europea per cui avevo fatto domanda: nel settembre 2019, infatti, avevo fatto varie application senza crearmi troppe illusioni. Lo stage all’Unione europea è sempre stato un sogno per me. Ho saputo di essere stata selezionata quando ero in ufficio, in Canada e ricordo ancora di aver pianto dalla felicità con la mia collega, che era ormai diventata una grande amica. Ho da subito cercato una camera in Lussemburgo, per evitare di dovermi trovare a pagare prezzi esagerati. Abito con altri nove ragazzi, stagisti o lavoratori, tutti maschi, che ormai sono diventati una famiglia per me. Pago 750 euro al mese, quindi i 1177 euro di rimborso spese della Corte mi permettono di pagarmi vitto e alloggio, anche perché i trasporti pubblici sono gratuiti in tutta la nazione. Il primo giorno alla Corte ero emozionatissima: l’edifico era bellissimo, imponente e brillante. Il mio ufficio, con tanto di targhetta con il mio nome e la dicitura “giurista linguista”, si trovava al diciassettesimo piano della torre C. Alla Corte si respira Europa, si sentono parlare 5-6 lingue diverse ogni giorno e tutti, dagli stagisti, alle guardie, ai capi, sono davvero disponibili. Lavoro nell’Unità di Traduzione Giuridica Italiana e mi occupo quindi di traduzione giuridica, che richiede comunque un previo lavoro di ricerca, dalle varie lingue all’italiano. Lo stage di quest’anno è stato sicuramente diverso dal solito. Purtroppo, dopo poche settimane dall’inizio, la Corte è stata chiusa a causa del Covid 19, e mi sono trovata a lavorare in smart internshipping. Il tirocinio continua a distanza anche ora che in Lussemburgo è tornato tutto alla normalità, a parte l’uso obbligatorio delle mascherine. La Corte, infatti, ha deciso che noi stagisti non torneremo più in ufficio prima della fine del tirocinio. Ovviamente da casa non è stato possibile fare tutto esattamente come prima, non avendo accesso agli stessi programmi. Ma i colleghi dell’Unità italiana hanno sempre cercato di fare in modo che potessimo lavorare al meglio delle nostre possibilità. Per fortuna avevo fatto in tempo a farmi dei buoni amici tra gli stagisti: si era, infatti, già creata una bella compagnia composta per lo più da italiani, francesi e belgi. Siamo rimasti in contatto durante la quarantena, e, non appena è stato possibile, abbiamo ricominciato a frequentarci. Da quando sono in Lussemburgo mi sono resa conto di quanto qui le opportunità siano maggiori e le condizioni di lavoro nettamente migliori. Per questo ho deciso che tra pochi giorni – una volta terminato lo stage, il 31 luglio – resterò a lavorare qui. Credo che il problema degli stage in Italia sia che gli stagisti sono considerati, anche quando lavorano a tempo pieno e sono ampiamente qualificati, lavoratori di serie B. Ritengo avvilente che i giovani italiani debbano lavorare per anni accontentandosi di rimborsi spese. Con un sistema universitario brillante come il nostro è davvero triste che anche i migliori studenti si sentano costretti ad andare all’estero per vedere le proprie fatiche ripagate. È indubbio che gli stage permettano di “farsi le ossa” e acquisire preziose competenze, ma non tutti hanno la fortuna di avere una famiglia che li possa sostenere economicamente per anni. Qui, per esempio, il governo “aiuta” chi ha stipendi bassi. Se il tuo affitto è più del 25% del tuo stipendio, hai diritto a dei sussidi. È evidente che la situazione economica italiana è diversa da quella di molti stati europei, ma non per questo è giusto che a rimetterci debbano essere i giovani che cercano di farsi spazio nel mondo del lavoro. Se questa è la situazione in Italia, non ci si può poi lamentare della “fuga dei cervelli”. Amo il mio Paese e se potessi ci resterei volentieri ma purtroppo, per ora, non mi pare un’alternativa valida.Ai ragazzi italiani, soprattutto ai laureati in giurisprudenza, consiglio fortemente di candidarsi per uno stage nelle istituzioni europee: è un’esperienza estremamente appagante, che permette di aprire gli occhi sulla realtà del mondo del lavoro all’estero. E per avere più chance di passare la selezione consiglio di imparare il francese che è essenziale insieme a qualche altra lingua, di fare più esperienze internazionali e magari scegliere tra gli esami opzionali quelli di diritto dell’Unione europea.Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Ingegnera meccanica, mamma e allenatrice di volley: "Ragazze, non tiratevi mai indietro!"

Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti vuole dare voce alle testimonianze di donne - occupate nelle aziende dell’RdS network - che hanno una formazione tradizionalmente "maschile" e/o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Tatiana Palombi, 36 anni, Mechanical Development Senior Engineer presso Flex, multinazionale statunitense che opera in ambito business to business (B2B) nel settore della tecnologia e dell’elettronica.Sono nata e cresciuta a Milano; dopo il liceo scientifico, ho studiato al Politecnico, frequentando la triennale in Disegno industriale e la specialistica in Design engineering. La chiave di volta nella mia scelta è stata la consegna delle tavole di disegno alla mia professoressa di arte. C'è stata una discussione perché lei era convinta che ci fosse un errore: io ho portato avanti fino alla fine la mia idea e lei si è accorta che avevo ragione, così mi ha fatto la battuta: "Hai imparato a disegnare!". Da lì mi sono detta "Magari è questo il mio campo".Ho trovato una via di mezzo tra Architettura e Ingegneria, che fosse un mix fra teoria e pratica. Dopo la triennale, volevo approfondire la parte più tecnica, sia fisica che meccanica, e il corso in Design engineering aveva proprio questo obiettivo. Una decisione che mi ha portato bene: oggi sono Mechanical Development Senior Engineer nella multinazionale Flex e sono sicura di aver fatto la scelta giusta per le mie capacità.Sono stata la prima laureata della mia famiglia, mio padre è operaio e non ha finito le superiori, mia madre custode e si è fermata alla quinta elementare. Mi hanno sempre supportato e mi hanno permesso di studiare senza lavorare, concentrandomi solo su quello. Mia madre mi ha confessato che, quando le ho detto che volevo iscrivermi all'università, le sono tremate le ginocchia. Il liceo non era stato facile, ma l'università l'ho scelta ed è stato tutto diverso. Ci sono stati sacrifici, anche perché alle medie ci siamo trasferiti fuori Milano e, ogni giorno, dovevo fare oltre un'ora di viaggio, ma tutto è stato ripagato. I miei genitori, pur non avendo studiato, sono i miei modelli, perché mi hanno insegnato il rispetto verso il lavoro, le regole e le scadenze, ma  soprattutto verso le persone che lavorano con te.Anche le esperienze di vita mi hanno aiutato a diventare quella che sono. Ho fatto sei anni di volontariato in ambulanza, diventando istruttrice del gruppo di formazione. Ho giocato sin da piccola a pallavolo e attualmente sono alla mia decima stagione da allenatrice delle giovanili. Ho smesso di giocare un anno dopo aver avuto la mia bambina, che oggi ha sette anni. I valori dello sport sono valori indispensabili che tutti dovrebbero avere e trasferire nella vita quotidiana: la lealtà, il rispetto di chi lavora con te e per te. Quello che dico sempre alle mie ragazze è che si vince e si perde insieme. Il mio primo approccio al lavoro è stato, prima della conclusione della specialistica, un tirocinio presso il Cnr di Lecco. Un'esperienza molto intensa e formativa, anche perché ho trovato nei colleghi grande pazienza nel colmare le mie lacune. Durante i sette mesi di tirocinio, ho curato il mio progetto di tesi, consistente nella creazione di un oggetto utilizzabile da bambini affetti da paralisi cerebrale infantile. Ho anche avuto modo di testarlo in un vicino ospedale: è stato emozionante vedere che il bambino, grazie al mio prototipo, riusciva a scrivere.Dopo la laurea tutto è stato molto rapido: il 19 dicembre 2008 ho discusso la tesi, a gennaio ho iniziato a inviare curriculum a pioggia e a metà febbraio ho cominciato a lavorare. Ho ottenuto un contratto a progetto in un'azienda di Desio a carattere familiare, specializzata in interfacce uomo macchina (lavatrici, lavastoviglie, macchine da caffè industriali etc.). A settembre il contratto a progetto si è trasformato in apprendistato e poi, dopo un anno e mezzo, sono stata assunta a tempo indeterminato. Questa esperienza mi ha permesso di imparare a lavorare, ad avere a che fare con clienti e colleghi e con progetti sempre diversi. Ho avuto la fortuna di trovare due responsabili intelligenti e capaci, che hanno avuto la voglia di insegnarmi il lavoro.A luglio 2011 me ne sono andata, ma per una scelta personale. Lì avevo conosciuto mio marito, perito tecnico in ambito elettronico, e mi sono detta che non potevamo lavorare nello stesso posto. Durante la crisi del 2008, tante persone erano rimaste a casa perché lavoravano nella stessa azienda. Così ho cominciato a cercare ed è arrivata Flex, un'occasione di crescita personale, visto che passavo da un'azienda a carattere familiare a una multinazionale statunitense con sedi in tutto il mondo.Inizialmente non è stato facile, sono passata da una semplice tastiera a progetti complessi, con tempistiche molto più lunghe e interazione tra meccanico, elettronico, software. Dovevo interfacciarmi con figure, come il Quality Assurance, di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza.Il mio ruolo – ingegnera meccanico di sviluppo – consiste nel recepire i requisiti del cliente e tradurli rendendoli comprensibili a tutti e univoci, poi sviluppare il prodotto, presentare due/tre idee al cliente, quindi arrivare al prodotto finale e affrontare le varie fasi di test, sia in autonomia internamente sia presso enti certificatori, per vedere se i requisiti chiesti dal cliente sono stati centrati. Poi si analizzano i risultati e, in caso positivo, si procede alla messa in produzione. I team possono variare fra le sei e le dodici persone, a seconda della complessità del prodotto.In Flex il reparto qualità è a predominanza femminile, mentre il reparto tecnico è meno rappresentato, nel gruppo meccanico siamo cinque donne su una ventina, ma stiamo crescendo. Io per carattere sono abituata a lavorare più con gli uomini, lo trovo più facile perché gli uomini fanno meno polemiche sterili. Ma, in generale, quello che mi piace di questo gruppo è che ognuno è in grado di prendere la parte positiva del lavoro degli altri, d'altronde in questo campo se uno resta indietro restano indietro tutti.A otto mesi dall'arrivo in azienda sono rimasta incinta. Dopo tre mesi l'ho detto al mio responsabile, che mi ha risposto "Tu da questa sera porti il computer a casa: se la mattina ti alzi e non stai bene lavori da lì". Non ne ho avuto bisogno, ma è stato importante per me sapere di avere quella possibilità. Lui era particolarmente sensibile all'argomento e al quinto mese si è rifiutato di mandarmi negli Stati Uniti per una trasferta: all'inizio non l'ho capito, ma poi l'ho ringraziato.Ho fatto la scelta di restare a casa quasi un anno, quindi i cinque mesi obbligatori più sei facoltativi. Una volta ritornata, c'è stato un susseguirsi di possibilità di crescita professionale. Non c'è mai stato il pensiero: "Sei una mamma, ti metto da parte".Flex è un ambiente stimolante e premiante, dove se si lavora bene i riconoscimenti arrivano, anche sottoforma di bonus, sia legati al raggiungimento di obiettivi di Gruppo che individuali. A me piace lavorare con chi ne sa più di me, essere una spugna, soprattutto per la parte teorica, visto che io sono più pratica. Però adesso mi piacerebbe fare il salto di qualità e diventare io il riferimento per gli altri!Anche per il periodo di emergenza, mi ritengo fortunata perché il mio lavoro non ha subito conseguenze. Prima ancora del lockdown, a fine febbraio, l’azienda ha attivato lo smart working e ci ha invitati caldamente a restare a casa. Ognuno di noi ha il suo computer portatile a uso personale, siamo sempre stati messi nelle condizioni di poter lavorare fuori, quindi non è stato difficile adattarsi. Flex ci ha chiesto di mantenere lo stesso orario, di otto ore al giorno, enfatizzando la richiesta “ogni tanto staccatevi!”. Sono previsti incontri regolari in video call con i nostri manager, per confrontarci. La capacità di organizzarci da subito è stata apprezzata dai nostri clienti, che hanno visto continuità nel lavoro e ci hanno premiato per questo. Sin dai primi giorni abbiamo dato dimostrazione che la nostra capacità e qualità nel lavoro non venivano intaccate e che il non essere controllati a vista non inficiava le performance, e anche i vertici e il Team HR lo hanno riconosciuto. Quindi, se prima dell’emergenza il lavoro da casa era poco sfruttato, ora mi auguro che questa possibilità verrà mantenuta, almeno per un paio di giorni a settimana. Sarà importante soprattutto per i primi tempi, quando ancora i nostri figli resteranno a casa da scuola e noi, tornando in ufficio, ci esporremmo al rischio di portare il contagio. Ai ragazzi e alle ragazze consiglio: non mollate mai, non si può sperare di riuscire sempre al primo colpo, di geni ce ne sono pochi. Bisogna avere umiltà e, soprattutto per le ragazze, più consapevolezza delle proprie capacità e meno scrupoli. Essere donna non deve essere motivo per tirarsi indietro: alle volte ci complichiamo la vita da sole, abbiamo difficoltà nel metterci in gioco di fronte a una figura senior di sesso maschile, a tenere la voce nel tono corretto. Non fatevi spaventare dal fatto che storicamente l'ingegneria è un mondo prettamente maschile. Per come la vedo io, anche nei momenti di crisi, un tecnico ha la capacità mentale di adattarsi, riciclarsi in una situazione diversa: se la cava sempre!Rossella Nocca

Le università dovrebbero far conoscere le aziende che rispettano la Carta dei diritti dello stagista!

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Micaela Franchini, 28 anni, oggi con un contratto di apprendistato Meta System.Sono nata a Serramazzoni, un paese di 8mila abitanti immerso nelle montagne modenesi. La mia prima esperienza lavorativa è stata nell’estate tra la quarta e la quinta superiore, quando avevo 17 anni, e ho partecipato a un mese di Summer Job all’estero offerto dall’azienda in cui lavora mia madre, operante nel settore del packaging alimentare, Tetra Pak. [che peraltro è un'altra delle aziende dell'RdS network!] Il programma offriva di seguire le attività di uno degli uffici interni svolgendo piccole mansioni a supporto dei dipendenti. Ho deciso di provare e dopo un piccolo test di ingresso mi sono spostata nella sede svedese, nell’agosto 2009. È stato un mese pieno di nuove emozioni: prima di allora non avevo mai viaggiato da sola! L’inglese non è stato un problema, mi è sempre piaciuta come lingua e lo studiavo volentieri anche a scuola. Ho ricevuto un rimborso che mi ha permesso di coprire unicamente le spese di viaggio e ho dovuto pagare l’alloggio – vivevo in casa da sola – grazie all’aiuto dei miei genitori, ma in quel contesto e data la mia età, la maggior retribuzione è stata la grande opportunità che ho avuto e il segno che quell’esperienza mi ha lasciato. Se dovesse capitare di avere un’occasione del genere la si dovrebbe cogliere senza batter ciglio.Lund mi ha trasmesso un senso di serenità incredibile: una città multietnica e dinamica, arricchita dalle esperienze di persone provenienti da ogni parte del mondo, che hanno portato le loro esperienze e abitudini per brevi, lunghi periodi o in modo permanente e in qualsiasi tipologia di settore.Terminato il liceo mi sono inserita nell’attività commerciale di mio padre, in una realtà contenuta e operante nel settore agricolo. Mi è sempre piaciuto il suo contesto lavorativo ed è questa affinità che forse inconsciamente mi ha spinta verso la decisione che avrei poi preso poco dopo in merito alla scelta dell’indirizzo universitario.Presa la maturità nel 2010, ho anche cominciato l’università: alcuni miei compagni di corso si sono presi il tempo per viaggiare e fare svariate esperienze prima di iniziare gli studi universitari. Con il senno di poi non è stata una mossa del tutto sbagliata la loro, soprattutto quando non si hanno le idee chiare su che strada intraprendere.Mi sono iscritta a Ingegneria gestionale, nella facoltà di Reggio Emilia, probabilmente anche per le svariate opportunità che questo percorso mi avrebbe poi offerto. Ho fatto i primi anni di triennale in modalità part-time, alternando allo studio il lavoro nell’attività di mio padre. Dopo il primo anno di corso mi sono trasferita a Modena: il pendolarismo con Reggio Emilia era meno faticoso e l’azienda di mio padre dove continuavo a lavorare in part time era a Vignola, quindi così ero a metà strada. È stata la mia prima esperienza di vita fuori casa: per fortuna non avevo spese di fitto da pagare visto che l’appartamento era di famiglia. In più lo condividevo con altre tre ragazze così anche le spese erano più sostenibili. In quel periodo il lavoro part time mi ha consentito di sviluppare alcune soft skills che oggi reputo estremamente importanti per muoversi nel mondo del lavoro. Ero una persona molto più timida e introversa e oggi posso dire di aver imparato ad affrontare alcune situazioni con maggiore sicurezza e fiducia in me stessa.La prima esperienza professionalizzante attinente al mio percorso di studi l’ho fatta internamente all’università, attraverso il tirocinio obbligatorio della triennale, collaborando con il gruppo di ricerca universitario LCA working group. Ho sviluppato qui la prima tesi di laurea, basata sullo studio di Life Cycle Assessment applicata al prodotto di una ceramica locale. Era il 2016 e sono stati mesi di collaborazione molto interessanti, nei quali il senso di organizzazione ha giocato un ruolo fondamentale.Presa la laurea di primo livello, gli anni della magistrale sono stati totalmente diversi, vissuti in maniera più concentrata. Mi sono trasferita a Reggio Emilia, dove ho condiviso l’appartamento con un’altra persona pagando 500 euro di affitto al mese. Reggio è una città universitaria, è stato facile ambientarsi. In più il bacino della pianura padana ha molto da offrire ai giovani neolaureati. La richiesta di ingegneri gestionali aumentava sempre di più e anche i corsi all’interno dell’università si modificavano di pari passo con i cambiamenti che le imprese stavano subendo in seguito allo sviluppo tecnologico.Questa volta ho deciso di fare un percorso di stage in azienda piuttosto che interno all’università. Ho vinto una sorta di borsa di studio offerta da un’azienda multinazionale del territorio, operante nel settore di macchine per l'agricoltura e l'industria, tramite un seminario facoltativo incentrato sulla Lean Organization.La selezione è avvenuta in seguito a valutazione basata su breve esame finale e giornate di workshop in stabilimento. Era uno stage finalizzato alla stesura della tesi: ho frequentato un corso facoltativo e sono stata una delle tre persone selezionate con il test finale con la possibilità di fare il tirocinio in azienda anche qui, se c'è su linkedin mettiamo il nome. Ho iniziato il percorso insieme ad altri due ragazzi. Il mio si è incentrato in contesto logistico. Mi sono occupata dell’ottimizzazione del flusso interno di movimentazione del prodotto finito, tramite simulazione basata su dati reali raccolti sul campo. Il tirocinio è partito a settembre del 2018 fino a febbraio 2019, nello stabilimento di Reggiolo: avevo un rimborso spese di 600 euro al mese, con tessera mensa inclusa. Il mio progetto di tesi è andato avanti parallelamente con altre attività di cui l’azienda necessitava in quel momento, su tematiche di Lean organization e World Class Manufacturing. Ho avuto il supporto del professore e del tutor aziendale. La mia intenzione, una volta terminati i sei mesi di stage, era quella di concentrarmi sull’elaborazione della tesi e sul conseguimento della laurea.Poi, prima ancora di avere in tasca il titolo, sono stata contattata dalle risorse umane di Meta System di Reggio Emilia, che avevano trovato il mio curriculum su Almalaurea. C’è stato un primo contatto telefonico, poi un incontro su skype e infine una giornata di workshop in azienda. Avevo già sentito parlare di Meta System proprio tramite il sito Almalaurea, visto che aveva partecipato a un career day. E cercando altre informazioni in rete le ho trovate proprio in un articolo della Repubblica degli stagisti! È stato utile perché c’erano informazioni sulla tipologia del percorso e sul rimborso spese in maniera dettagliata. Prima di oggi non avevo, però, mai approfondito il testo della Carta dei diritti dello stagista: penso che sia un’informazione utile che potrebbe essere divulgata in primis tramite l’università.Sono stata selezionata attraverso il “Talent Day”, una giornata organizzata da Meta System in cui alcuni candidati venivano selezionati direttamente dai vari responsabili. Dopo di che è iniziato un tirocinio con un rimborso spese mensile di 800 euro: sei mesi di rotazione da marzo a settembre 2019 in diverse aree aziendali, logistica, qualità acquisti, project management, produzione. Così ho potuto assistere allo sviluppo dello stesso progetto automotive attraverso diversi punti di vista. Durante il periodo di stage ho avuto modo di approfondire conoscenze gestionali già acquisite, è stata una fase di perlustrazione fondamentale per capire quali fossero i processi aziendali e come fossero gestiti attraverso le mansioni specifiche dei vari dipartimenti. La disponibilità dei colleghi è stata forse la cosa più importante che ha caratterizzato questi mesi di prova.Terminato lo stage mi è stata fatta la proposta di un contratto di apprendistato di due anni, al termine del quale avrò un contratto a tempo indeterminato; oggi comunque ho una retribuzione annua lorda di circa 26mila euro.  A questo punto mi sono spostata definitivamente in uno dei reparti in cui ero passata: qualità della fornitura. È un lavoro che presenta sfaccettature statiche e dinamiche allo stesso tempo: ci sono attività di ufficio abbastanza specifiche, tra cui raccolta e analisi dei dati fornitore e altre spostate principalmente verso l’esterno, trasversali agli altri dipartimenti interni. Elaborazione dati e loro presentazione al cliente, gestione delle attività legate allo sviluppo del progetto dei singoli componenti e approfondimento dei diversi processi di produzione tramite visite ai fornitori sono le attività sui cui sto lavorando. È un settore in cui non ci si annoia mai.In futuro mi aspetto di approfondire aspetti inerenti al miglioramento continuo del processo del fornitore, di raggiungere un buon livello di indipendenza nelle scelte risolutive. Aspiro ad acquisire una competenza tecnica di un certo livello, con capacità gestionali all’altezza della situazione, accompagnata da una visione complessiva del processo.Dopo l’esperienza in Svezia non ho più pensato a lavori o trasferte all’estero, non perché disdegnassi l’idea. È un’opzione da tenere in considerazione, soprattutto pensando alle richieste e alle necessità del mercato del lavoro oggi. Ed è una delle cose che viene sempre chiesta in sede di colloquio: la risposta deve essere affermativa. Ecco se tornassi indietro forse l’unica cosa che cambierei è fare l’Erasmus, esperienza che mi è mancata. Con la diffusione dell'emergenza Coronavirus Meta System mi ha dato la possibilità di lavorare fin da subito da casa, in modalità smart working. Questo mi ha permesso di lavorare come se fossi a fianco dei miei colleghi, pur mantenendo le distanze di sicurezza. È un approccio al lavoro diverso, che non avevo mai sperimentato prima d’ora, ma in situazioni del genere è una buona alternativa, che permette di portare avanti le attività evitando un blocco drastico. Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Stage da casa, molti pro e qualche (piccolo) contro

C’è una spaccatura, in Italia, tra chi ha potuto proseguire – e sta proseguendo – il suo stage da remoto durante il lockdown e chi non ha avuto questa opportunità, perché non era possibile svolgere le mansioni da casa oppure perché la Regione di riferimento ha vietato  la modalità “agile”. Gli stagisti che sono stati lasciati a piedi questi due mesi sono rimasti privi di attività e hanno visto tagliata la propria fonte di reddito, ossia l’indennità mensile. Fortunatamente per molti invece è stato possibile proseguire lo stage da casa.È il caso di Virginia Scardilli, ventitreenne piemontese, che dopo una triennale in Economia a Torino, un programma Exchange di sei mesi in Canada presso l’Université du Québec di Montréal, ora sta finendo la magistrale in Management alla Bocconi di Milano e da inizio febbraio è anche stagista in Marsh, una delle aziende virtuose che fanno parte del network della Repubblica degli Stagisti. «Dopo circa un mese di stage in ufficio abbiamo iniziato a lavorare in modalità smartworking: il percorso formativo comprende alcune ore dedicate alla formazione e altre impiegate in attività di sales/commerciale» racconta: «Il passaggio è stato improvviso, come d'altronde per molte attività lavorative. È stato comunicato tramite e-mail dall’azienda e sono state immediatamente riprogrammate tutte le attività previste, in modalità telematica. È stato assegnato un tutor di riferimento per ognuno di noi stagisti, con il compito di supportarci e assegnarci le attività da svolgere». Dal punto di vista della strumentazione tecnologica nessun problema, dato che un laptop le era stato consegnato pochi giorni dopo l’inizio dello stage. «La tecnologia è fondamentale in questo momento ed è ciò che permette la continuità delle mie attività». Ma anche l’aspetto umano non va trascurato: «Il contatto con i colleghi e con il mio tutor è quotidiano e costante. Dopo l’assegnazione delle attività da parte del tutor, nei giorni successivi avvengono aggiornamenti e feedback sullo stato di avanzamento del lavoro. La distanza ha in qualche modo rafforzato le relazioni e la collaborazione anche coi colleghi».Scardilli è inserita all’interno di un percorso particolare che Marsh prevede per formare i giovani talenti, il “Sales Graduate Program”, rivolto a neolaureati interessati a una carriera commerciale nell'ambito della consulenza strategica, in particolare nell’intermediazione assicurativa. Il Program prevede una alternanza di momenti di formazione tecnica in aula e di formazione on-the-job con il costante affiancamento di un tutor durante tutte le fasi delle trattative commerciali. «Trattandosi di un Graduate Program, è stato chiaro fin da subito l’obiettivo da parte dell’azienda di puntare alla crescita professionale degli stagisti» aggiunge Scardilli: «il proseguimento delle attività in questi mesi senza interruzioni ha permesso che ciò potesse verificarsi». La giovane bocconiana al momento prosegue il suo stage da Moncalieri, in provincia di Torino, dove vive insieme ai genitori e alla sorella: «Solitamente lavoro dalla mia camera al mattino e dal giardino al pomeriggio. Nonostante la mia casa permetta ad ogni membro della famiglia di avere il proprio spazio in cui lavorare e studiare, spesso lo condivido con mia sorella per favorire la concentrazione e l’impegno» dice: «Anche se lo smartworking permette ad ognuno di noi una gestione più autonoma del tempo, cerco comunque di rispettare le ore lavorative standard: 9-13 e 14-18. Avere la giornata organizzata e pianificata rende più efficace il mio lavoro, soprattutto da remoto». Ma è consapevole che poter continuare è stata una fortuna: «Alla maggior parte dei miei amici e conoscenti lo stage è stato interrotto, con la conseguente perdita dell’indennità mensile. Per molti di loro è stato un duro colpo, specialmente per chi vive fuori sede in una città come Milano dove gli affitti e il costo della vita sono alti».E c’è addirittura chi non solo fa lo stage ma contemporaneamente consegue anche la laurea e viene perfino assunto… tutto da casa. E’ il caso di Michele Nigro, 26enne ingegnere pugliese, da novembre dello scorso anno in stage presso Prometeia, una società di consulenza che da due anni fa parte dell’RdS network. Lui non solo sta completando lo stage da remoto, ma in questo periodo si è anche laureato, conseguendo la specialistica in Ingegneria Informatica presso l’università di Bologna, e tra pochi giorni passerà dallo stage a un vero contratto di lavoro, perché Prometeia ha deciso di assumerlo. Fino a metà marzo raggiungeva tutte le mattine in bicicletta l’headquarter di Prometeia, a Bologna: uno stage svolto mentre ancora era studente, con orari flessibili per permettergli di mettere la preparazione della tesi in cima alla lista delle proprietà. Poi di colpo tutto è cambiato: «Qualche giorno prima della chiusura, quando era tutto ancora indefinito, ci è stato chiesto se avremmo avuto problemi a lavorare da casa» ricorda. Per lui  nessun problema: con il portatile «fornito dall’azienda», e una buona connessione internet («ottima, fortunatamente») la prosecuzione dello stage da casa è avvenuta senza problemi. Ma certo la circostanza  è quantomeno insolita: «Mai avrei immaginato di farlo», sopratutto «per un periodo così lungo e a causa di una situazione del genere».La scelta di proseguire da casa è secondo lui quella giusta: «in questo modo posso avere continuità di apprendimento: restare fermo sarebbe stato controproducente». Anche la sua giornata-tipo è cambiata radicalmente. Sta passando questo periodo di lockdown in casa con la sua fidanzata, che fa l’infermiera: «Mi sveglio un po’ più tardi. Riesco a lavorare senza problemi, grazie agli strumenti che l’azienda ha fornito e alla disponibilità dei colleghi. Ho capito fin da subito di essere entrato a lavorare in un ambiente pieno di persone estremamente disponibili, e me ne rendo conto ancora di più adesso. Gli altri sono sempre ben disposti ad aiutarmi per qualsiasi dubbio o difficoltà, in particolar modo il mio tutor con il quale sono ovviamente in contatto molto più spesso». Ma certo qualche accorgimento è stato necessario: «Non essendoci una separazione netta tra ambiente lavorativo e privato, la gestione dei tempi è differente». Tra i pro «posso staccare per fare spesa, non devo preoccuparmi di preparare il pranzo per il giorno dopo». Tra i contro «capita di lavorare nel fine settimana perché voglio – o non ho fatto in tempo – a portare a termine qualche compito». E poi «lo svago nel tempo libero è limitato a ciò che si può fare in casa: TV, videogame, libri».Lo stage a distanza può anche essere un modo per cambiare ritmi e anche recuperare tempo prezioso. È il caso di Giovanna D’Angerio, stagista all'interno dell'ufficio People di everis, la primissima azienda ad aver aderito al network della Repubblica degli Stagisti ormai undici anni fa: «La mia giornata tipo iniziava con circa un’ora di viaggio in treno verso la sede di Milano, in via Arconati, con la speranza di non arrivare in ritardo a causa dei prevedibili ritardi. Poi pochi metri a piedi ed eccomi in ufficio: accensione del pc, inizio delle attività lavorative e coordinamento con le colleghe. Ambiente luminoso e accogliente. Al termine della giornata lavorativa rieccomi sul treno, con la stessa speranza del viaggio di andata: non regalare tempo ai ritardi». Da due mesi il problema del ritardo dei treni, beh, non esiste più. Trentatré anni, pavese, laureata in Giurisprudenza con una tesi in Diritto tributario, D’Angerio aveva iniziato la pratica forense, ma poi capito che il mondo dei tribunali non faceva per lei: da qui il viraggio verso un master in Giurista d’Impresa a Milano, terminato con un focus proprio sullo smart working.Oggi vive a Pavia, da sola: «Lavorando da casa certamente percepisco meno la stanchezza del viaggio, al quale dedicavo circa due ore al giorno! Impiego quel tempo leggendo il quotidiano, lavorando la maglia, creando puzzle, chiacchierando un po’ di più al telefono con la famiglia, guardando film… Le ore scorrono. Per fortuna affacciandomi al balcone ho la possibilità di vedere e parlare con persone che come me non possono fare altro che proteggersi dalla pandemia stando il più possibile in casa». Il passaggio allo smart internshipping «non è stato affatto difficoltoso, in quanto nei giorni in cui si è iniziato a parlare di diffusione del contagio, per scrupolo, portavo il pc portatile con me e dalla ricezione della comunicazione della “chiusura degli uffici”, avevo già tutto l’occorrente per lavorare da casa». Tutto bene dunque? Sì, ma non per sempre: «Anche in questa situazione di “emergenza” ho tutto ciò che mi occorre per poter lavorare e restare in contatto con le colleghe: grazie alla tecnologia abbiamo la possibilità di condividere documenti e informazioni. Nel contempo, credo anche che per quanto la tecnologia svolga un ruolo centrale, non potrà però regalarci il contatto umano – la classica “pacca sulla spalla” di un collega in un momento di sconforto o l’entusiasmo del raggiungimento di un obiettivo condiviso». Dunque bene lo smart internshipping, ma nella speranza di poter presto tornare a vedere i colleghi anche di in carne ed ossa.