Categoria: Storie

“Il lavoro stagionale insegna a stare al mondo: oggi lo consiglio ai miei alunni, ma... mai in nero!”

La Repubblica degli Stagisti prosegue anche a settembre il suo viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Guglielmo Bin che oggi, a 31 anni, fa l'insegnante alle superiori. Quando era più giovane, ha lavorato per diversi anni come stagionale: un’esperienza che, dice, gli ha dato molto e insegnato per la prima volta il significato della parola “dovere”.Sono un insegnante: da cinque anni insegno italiano e latino alle superiori nella mia città, Latina, ma prima di trovare la mia strada ho lavorato per diversi anni come stagionale. La mia prima esperienza l’ho avuta in quarto liceo scientifico. Vivevo a Pontinia, in provincia di Latina, con la mia famiglia. Avevo compiuto da poco diciott'anni e iniziavo a sentire l’esigenza, come accade a quasi tutti i ragazzi di quella età, di voler mettere un po’ di soldi da parte. A quei tempi a Pontinia c’era una grossa fabbrica che si occupava della lavorazione e trasformazione del pomodoro. Era un po’ il punto di riferimento della zona perché dava occupazione a tantissimi abitanti: ci lavorava anche mia madre. È stato proprio a lei che ho chiesto di accompagnarmi a cercare un posto lì. È stato semplice farsi assumere: a quell’epoca c’era molto lavoro e i figli dei dipendenti venivano presi per fare la stagione.   Così ho firmato il mio primo contratto da lavoratore stagionale: sono stato inquadrato come operaio semplice. Lavoravo otto ore al giorno per otto euro lordi l’ora, il minimo sindacale che poteva percepire un operaio. A volte mi chiedevano di fare degli straordinari, tutti regolarmente registrati e retribuiti. Dal punto di vista contrattuale non ho subito nessun tipo di ingiustizia: quello che c’era scritto sul contratto venne rispettato alla lettera.Tre mesi sono passati in fretta anche se sono stati molto stancanti: lavorare in estate a temperature che toccano picchi oltre i 40° non è facile. Nonostante il caldo e i chili persi per la fatica, sono rimasto molto soddisfatto del mio primo contatto con il mondo del lavoro e così sono tornato nello stabilimento anche l’anno successivo, quello della maturità: chiusi libri e quaderni ho ricominciato a produrre passate di pomodoro per altri tre mesi..A settembre di quell'anno mi sono iscritto all’università, scegliendo filologia moderna. La prima estate da universitario ho abbandonato l’idea di tornare in fabbrica: c’era molto da studiare e la sessione estiva non mi permetteva di fare un lavoro di otto ore al giorno. Così ho scelto un’alternativa che mi consentisse di coniugare studio e lavoro: fare il cameriere in una delle tante strutture ricettive della costa laziale. Quelle vissute a San Felice Circeo sono state tutte esperienze positive dal punto di vista lavorativo: facevo orari umani e percepivo paghe dignitose. C’era però un aspetto profondamente negativo: venivo retribuito in nero. A vent'anni accettavo queste condizioni, ma sbagliavo. In Italia, purtroppo, c’è la convinzione che lavorare in nero sia una cosa normale e questo spinge i ragazzi alle prime esperienze a dire di sì a tutto, ma non è giusto perché ogni lavoratore ha diritto ad avere un contratto che lo tuteli. Adesso insegno italiano e latino alle superiori e quando mi capita di parlare con i miei alunni di lavoro stagionale, non perdo occasione per raccontargli la mia esperienza – sperando che possa essergli utile per non vivere brutte avventure.Cosa ho imparato da queste esperienze? Innanzitutto che non si devono mai sottovalutare i propri diritti e che bisogna – se necessario – rivendicarli. Quando si è giovani e alle prime esperienze, purtroppo, si accetta ogni condizione. In fabbrica, ad esempio, non prestavo molta attenzione nel verificare se le norme di sicurezza venissero rispettate dai miei titolari: all'epoca non mi preoccupavo di questi aspetti, mi bastava lavorare. Per fortuna non si è verificato nessun incidente, ma con il senno di poi avrei dovuto essere più attento. Credo che lavorare durante la stagione estiva sia un’esperienza che tutti dovrebbero vivere. Essere impiegati già a quell'età ti abitua ad entrare in contatto con il mondo del lavoro, che è poi quello in cui vivrai per tutta la vita. Se non si fanno mestieri di questo tipo da ragazzi, quando poi si entra nel mondo del lavoro si hanno maggiori difficoltà. Il lavoro stagionale ti insegna a stare al mondo: capisci il senso del dovere, cosa significa essere indipendenti e quale sia il vero valore del denaro. Insomma, ti aiuta ad avere il primo contatto con la realtà, con la concretezza della vita.Se un ragazzo studia e basta non riesce a comprendere molte dinamiche che poi gli torneranno fondamentali per la vita lavorativa e non solo. Per questo consiglio sempre ai miei alunni di trovare qualche lavoretto estivo.Testimonianza raccolta da Luisa Urbani

Contratti stagionali, «Lavoravo senza riposo settimanale e per 10 ore al giorno: ho perso 13 chili»

La Repubblica degli Stagisti compie in questo mese di agosto un viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Martina Marconi, 19enne di Grottammare, per la quale il lavoro estivo è stato un'esperienza molto negativa.Ho iniziato a lavorare nel periodo estivo sin dal primo anno delle superiori perché ho sempre desiderato essere, anche se in maniera limitata, autonoma rispetto ai miei genitori. Ho fatto i lavori più disparati in base alle richieste del momento: parrucchiera, barista, cameriera, gelataia. Io abito a Grottammare, una località balneare in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche.  È una zona non molto viva d’inverno, ma che d’estate viene presa d’assalto dai turisti: una situazione ideale per me e molti miei coetanei che, una volta finita la scuola, cerchiamo un “lavoretto” per toglierci qualche sfizio e pesare di meno sulle tasche di mamma e papà. A Grottammare, come anche in altri paesi della costa marchigiana, è facile lavorare in estate: basta un semplice passa parola e il gioco è fatto. Il problema però è trovare un’occupazione che possa definirsi tale e che non che sia uno sfruttamento camuffato da lavoro.In cinque anni di attività di ogni tipo ho stipulato un solo contratto come lavoratrice stagionale. Le restanti prestazioni lavorative le ho svolte tutte in nero, senza nessun tipo di tutela. A fine mese venivo pagata in contanti, senza che questo venisse registrato da nessuna parte. Il contratto l’ho avuto solo quando sono stata assunta in una gelateria della mia città. Si è trattato però di una tutela che si è fermata sulla carta: la realtà è stata del tutto diversa. Questa esperienza come gelataia risale a due estati fa. Essendo ancora minorenne, secondo quanto scritto nel contratto, dovevo lavorare massimo fino alle undici di sera. Per tutta l’estate, però, non sono mai andata via dal locale prima delle tre di notte, facendo ogni giorno circa nove-dieci ore di lavoro, al contrario delle 6 stabilite nel contratto.Anche i giorni di riposo non coincidevano con quanto pattuito: lavoravo sette giorni su sette. Lo stipendio variava a seconda del numero di ore che facevo, anche se non ho mai capito come venisse calcolato perché le ore non erano quelle previste nel contratto. Ogni mese perciò percepivo una cifra diversa, che mi veniva consegnata in contanti. Il mese di agosto, che è quello in cui ho guadagnato di più, ho ricevuto un po’ meno di mille euro lordi.Mancati riposi e turni eccessivi hanno reso il lavoro in gelateria un’esperienza terribile: in tre mesi ho perso tredici chili.  La cosa che più mi dispiace è stato constatare che, nonostante tutto l’entusiasmo che mettevo nel lavoro, le condizioni non cambiavano mai: sempre quei turni e sempre zero riposi. Senza dubbio ho imparato un nuovo mestiere, ma... a costo della mia salute! È stata un’esperienza inutile nella prospettiva di un’occupazione più stabile dato che dai modi di fare dei miei titolari percepivo che non c’era nessuna intenzione di assumermi, ma che quel tipo di rapporto di lavoro era solo un modo per trovare una ragazzina qualsiasi per “fare la stagione”. A loro non interessava farmi crescere professionalmente, bastava avere qualcuno che tenesse aperta la gelateria. Certo avrei potuto far notare ai titolari le loro mancanze, ma cosa ci avrei guadagnato? Mi avrebbero accompagnata alla porta e il giorno dopo avrebbero chiamato un’altra ragazza.Il problema di queste situazioni è che noi giovani non abbiamo nessun tipo di potere e tra il lavorare troppo e il non lavorare, siamo costretti a scegliere la prima opzione.Fortunatamente quello della gelateria è solo un brutto ricordo. Ora ho appena conseguito la maturità e sto lavorando, ma con un contratto di lavoro a chiamata, in un bar della zona e mi sto trovando bene. Il futuro? Nonostante tutte le esperienze che ho vissuto, non ho perso la voglia di mettermi in gioco e di intraprendere nuovi lavori. In un primo momento avevo anche pensato di proseguire gli studi, poi, proprio qualche settimana fa, ho ricevuto una proposta di lavoro come sub-agente di assicurazioni. Il nuovo impiego partirebbe da settembre e sono quasi sicura di accettare. Del resto entrambi i miei genitori lavorano in quel campo, quindi seguirò le loro orme!Testimonianza raccolta da Luisa Urbani

L'Academy di Spindox, un percorso entusiasmante (e subito con contratto!): il racconto di due giovani che l'hanno fatta

«Per me è stata una introduzione molto utile, step by step: mi ha aiutato a inserirmi più facilmente. E dal punto di vista personale è stata un’opportunità di crescita e condivisione». Sono le parole che Andrea Roso, ventottenne piemontese, usa per descrivere l’Academy di Spindox – il percorso formativo attraverso cui la società di consulenza informatica fondata dodici anni fa da Paolo Costa, Fabrizio Bindi, Luca Foglino e Antonino Cilluffo, da un paio d’anni recluta e forma i profili junior. «Mi sarei sentita intimidita se non ci fosse stato questo periodo di formazione» gli fa eco Giulia Amato, 24enne calabrese: «L’università ti dà conoscenze prettamente teoriche, ma per la pratica te la devi vedere tu – soprattutto per quello che volevo fare io, lo sviluppo front-end. È importante invece avere l’opportunità di ambientarsi, vedere come lavorano gli altri, come usano gli strumenti».Andrea ha partecipato alla primissima edizione dell’Academy, quella partita a Milano nel novembre del 2017; Giulia a quella dell’anno successivo, sempre a Milano. Diversi per età e per provenienza geografica, sono giunti a Spindox per vie diverse e adesso sono colleghi: entrambi, dopo l’Academy, sono ancora in Spindox.Nato e cresciuto in provincia di Alessandria, Andrea Roso si è trasferito in Lombardia per studiare Ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni all'Università di Pavia. Si è laureato nel 2017 e proprio in quello stesso anno ha partecipato alla prima Academy. A Spindox è arrivato tramite Almalaurea: «Appena dopo la laurea ho ricevuto una email con la segnalazione della opportunità: non conoscevo l’azienda prima di interfacciarmi con l'Academy!». Il primo contatto è un colloquio con la recruiter Irene Vitari; poco dopo la conferma di essere stato ammesso all’Academy: «Ho percepito l'entusiasmo di Spindox rispetto alla opportunità che mi stavano offrendo».La strada che ha condotto Giulia Amato a Spindox è invece un po’ diversa. Cresciuta a Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, fin da piccola ha avuto a che fare con la tecnologia – «il primo computer Windows 98, le console per videogiochi a 8-bit…» – grazie a un padre appassionato di elettronica e informatica che ha saputo risvegliare l’interesse della figlia (con tanti saluti agli stereotipi di genere che vorrebbero le bambine appassionate solo di bambole e trucchi!). Dopo il liceo scientifico a Lamezia, Giulia ha deciso di iscriversi alla laurea triennale in Informatica all'università di Padova: «Ho scelto Padova, rispetto a Roma o Milano, perché non cercavo una metropoli, ma una città a misura di studente. Volevo vivere bene il percorso universitario e ricostruirmi da zero: cambiare abitudini, amicizie, tutto».Giulia si è imbattuta in Spindox verso la fine del suo percorso universitario: «Durante una lezione di Ingegneria del Software uno sviluppatore e una recruiter di Spindox hanno tenuto un talk per presentare l'azienda. E poi durante un career day c'era uno stand di Spindox». Ma non era ancora il momento giusto. Durante uno stage curricolare di due mesi presso un'azienda di Padova, Giulia vede su Linkedin l'offerta della Digital Academy di Spindox: «Era esattamente luglio dell'anno scorso, lo ricordo bene perché ero proprio nel periodo di scrittura della mia tesi. Ho pensato: “mi butto”. E ho mandato il curriculum». Giulia viene contattata dall’ufficio risorse umane e sostiene un colloquio via Skype. «Naturalmente mi ero informata su Spindox, trovando online parecchi video che mi hanno permesso di vedere da dentro come funzionava l’azienda. E poi…. ho letto diversi articoli sulla Repubblica degli Stagisti che raccontavano le storie di coloro che oggi sono i miei colleghi!». Il colloquio ha esito positivo e Giulia si trasferisce a Milano, cercando casa con la sorella che proprio nello stesso periodo stava per cominciare il percorso universitario.La prima edizione dell’Academy, quella a cui ha partecipato Andrea, ha coinvolto dodici ragazzi, mentre quella di fine 2018, alla quale ha preso parte Giulia, dieci. «A livello personale c'era molta collaborazione tra di noi» racconta Andrea: «Molti di noi vivevano assieme; per chi proveniva da fuori Milano, Spindox ha provveduto all’alloggio per il periodo dell'Academy; noi per quindici giorni siamo stati sistemati in un ostello Sant'Ambrogio, e poi – molto più comodo! – in un hotel a Lorenteggio. Vivere insieme è stato anche un modo per socializzare e legare». Compagni di classe, amici, ma con un pizzico di «sana competizione che fa parte anche dell'ambizione personale. Ci sta!». Andrea racconta come era strutturata quella prima Academy: «Otto ore al giorno di formazione, qui nella sede di Milano: c'era un esperto del prodotto di integrazione che spiegava passo per passo. Ciascuno aveva il suo computer e si poteva interfacciare col prodotto che andavamo a conoscere e studiare. Poi c'era materiale didattico, slide, esercitazioni, per mettere in pratica quello che avevamo studiato».Anche per Giulia il fattore umano è stato determinante: «Avevamo tutti tra i ventitré e i trent'anni e abbiamo fatto subito gruppo. Abbiamo legato tanto, siamo usciti spesso insieme, ancora adesso ci sentiamo». L’Academy a cui ha partecipato lei era dedicata allo sviluppo Front End: «Abbiamo intrapreso lo studio della libreria React e il framework Angular con lezioni teoriche e pratiche – a volte frontali con slide e lavagna, a volte video – e poi ci sono stati giorni in cui abbiamo seguito a gruppi di due persone un progetto sulla base di alcune proposte che ci venivano fatte da un tutor aziendale: secondo me questa è stata la parte più importante di tutto il corso». Tra i dieci partecipanti di quella Academy, Giulia e un’altra ragazza laureata in informatica rappresentavano le “quote rosa”: «La mia collega ha proseguito il suo percorso nella sede di Maranello».Salvo coloro che hanno deciso di cogliere altre opportunità – il settore della consulenza, specialmente informatica, è molto vivo dal punto di vista occupazionale, e le aziende “si litigano” i talenti migliori cercando di soffiarseli a vicenda – tutti i partecipanti delle Academy sono poi rimasti in Spindox come dipendenti.«Per me questa è la prima esperienza lavorativa» riflette Andrea: «Sono stato assunto tramite Randstad, che collaborava con Spindox nell’organizzazione della mia Academy. Teoricamente sarei dovuto rimanere in apprendistato fino a dicembre 2019 attraverso Randstad, ma dal 1° luglio Spindox ha interrotto quel contratto e mi ha ha assunto direttamente, a tempo indeterminato». Per Andrea è stata una bella notizia, che ha consolidato ancor di più il suo rapporto con l’azienda. Oggi lavora in un team di otto persone e svolge attività per il cliente Amplifon.«La mia Academy, invece, è stata organizzata “internamente” da Spindox. Dunque, sono stata subito assunta da Spindox, anch’io con un contratto di apprendistato. Dopo i tre mesi di prova sono stata confermata» dice Giulia. Il primo progetto che le è stato assegnato è stato per il cliente Intesa San Paolo; attualmente lavora nella sede di Milano insieme ad un altro giovane sviluppatore front-end su progetti per il cliente Silversea, un'azienda specializzata in crociere di lusso. «Non mi sento a casa in Calabria. È strano a dirsi, ma credo di aver trovato il mio posto qui a Milano; non vorrei tornare giù». Forse anche grazie al fatto che con Spindox ha trovato una dimensione lavorativa stimolante.

“Ognuno di noi crea l'Europa ogni giorno” dice una ex stagista della Commissione UE

La Commissione Europea offre 1.800 posti per stagisti europei laureati in ogni disciplina, con un buon rimborso spese: circa 1200 euro mensili, pubblicando ogni anno due bandi. Le candidature sono aperte fino a sabato 31 agosto; per chi verrà selezionato l'avvio dello stage è previsto per marzo 2020. Alessia Maghella, 29 anni, ha partecipato al progetto da marzo a luglio 2019 e ha raccontato alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza.

Sono nata nel 1990 e risiedo a Lonato del Garda in provincia di Brescia, un piccolo paese a pochi chilometri dal lago di Garda. Percependo fin da subito la necessità di varcare i confini locali, mi iscrivo all’università di Trieste, Scienze Internazionali e Diplomatiche. Dopo la laurea trascorro l’estate del 2013 a Londra e riesco ad essere ammessa a tre corsi di laurea specialistica in Inghilterra. Nonostante alcune sofferenze familiari, la volontà di continuare la mia formazione è più forte di ogni difficoltà. Il mio sogno di studiare all'estero deve attendere ma conseguo la laurea magistrale nonché MA in Human Rights & Multi-level Governance a Padova nell’ottobre 2017 discutendo una tesi sulla governance della sicurezza in Europa. Non solo, ma per rafforzare la mia istruzione, frequento vari corsi extra-curriculari a La Valletta, Vienna, Bruxelles, Venezia. La mia è una scelta di carriera totalmente diversa da quella imprenditoriale della mia famiglia. Vorrei continuare ad impegnarmi in ambito europeo e testimoniare la volontà di noi giovani donne nel settore politico-diplomatico, dove la presenza maschile è ancora preponderante.Il piano di studio in specialistica prevedeva uno stage obbligatorio di tre mesi. Nel 2015 decido di inviare la mia candidatura all’Ambasciata d'Italia a Malta, dove mi prendono nonostante all’epoca non fossero ancora attivate le convenzioni per il programma Maeci-Crui. Nel corso dello stage mi occupo prevalentemente di attività commerciale, collaborando con gli imprenditori italiani desiderosi di conoscere il mercato di Malta. È stata una delle esperienze più formative ed entusiasmanti della mia vita. In occasione della Festa del 2 giugno, in particolare, non solo sono stata l’esponente dell’Ambasciata per tutte le questioni di grafica e sponsorizzazione, ma ho potuto partecipare alla selezione degli sponsor, ossia delle aziende italiane che avevano appena avviato la loro attività sull’isola di Malta investendo nel Made in Italy, diventando così per loro il riferimento principale per gli eventi. Ricevevo un rimborso spese mensile di circa 300 euro lordi che non ha potuto garantirmi autonomia, anche perché l’affitto era di circa 400 euro. Se non fosse stato per l’aiuto dei genitori, nulla sarebbe stato possibile. Fin dall’età di quindici anni ho cercato di mantenere il contatto col mondo del lavoro. La mia prima esperienza lavorativa è stato uno stage al liceo presso una struttura alberghiera a Sirmione. Da stagista sono diventata, in pochi mesi, l’unica addetta al ricevimento, gestendo tutte le prenotazioni e organizzando visite guidate nelle città più vicine. Successivamente, mi sono dedicata alla laurea triennale ma la pulsione alla creatività e, se si vuole, allo spirito imprenditoriale innato, mi hanno spinto a collaborare nel settore marketing e social media dell’azienda di famiglia, una piccola torrefazione di caffè. A Padova, grazie ad un corso internazionale e con professori di respiro europeo ho iniziato ad interessarmi alle opportunità per lavorare nelle istituzioni europee. Non ancora terminata la specialistica ho iniziato la lunga procedura della candidatura per il Blue Book. Non è stato facile.Dopo la laurea nel 2017, quasi per sfizio, invio la mia candidatura in risposta ad un annuncio per il Partito Popolare Europeo a Bruxelles ricevendo un’ottima offerta. Nel frattempo avevo però già completato la seconda application per il Blue Book. Voltata la pagina PPE, continuo la selezione per il Blue Book prendendo, ora lo posso dire, una delle decisioni più giuste della mia vita.In quel periodo stavo attivamente cercando lavoro mandando almeno una trentina di cv a settimana. Ma non ottenevo risposte soddisfacenti: solo un'offerta da una multinazionale americana con distaccamento a Bergamo. Un giorno finalmente l’addetto stampa, nonché vice-capo della Rappresentanza della Commissione Europea a Milano, con il quale avevo sostenuto il giorno prima un colloquio telefonico, mi conferma che il mio profilo era stato opzionato. Era il periodo natalizio e quella telefonata ha ripagato tutti i silenzi ricevuti agli invii del cv, le offese e le discriminazioni subite talvolta durante i colloqui.Il mio stage non si è svolto a Bruxelles, ma a Milano, nel segretariato della Rappresentanza locale, in stretta collaborazione sia con l’organizzazione eventi sia con l’assistente del Capo Rappresentanza. Ho fatto la pendolare da Brescia: sveglia ogni mattina alle 5.30 mossa dal mio grande entusiasmo. Sono stata fin dall’inizio trattata come un vero e proprio membro dello staff, partecipando all’organizzazione di ogni evento che ha coinvolto la Rappresentanza da marzo a luglio 2019. Ho seguito la pianificazione delle strategie di comunicazione, delle campagne corporate, di eventi di portata nazionale come il Giro d’Italia, ho accompagnato commissari europei in visita in Italia ed ho organizzato un’intera missione collaborando ed organizzando l’intesa agenda del Commissario in missione con il ministero della Salute, la direzione generale di riferimento e il gabinetto del Commissario stesso. Di questa esperienza, in cui ti senti parte attiva di un’intera delegazione come un funzionario europeo ai primi step della sua carriera, non posso che sottolineare la soddisfazione e l’entusiasmo che mi hanno animata ogni giorno. Fin dall’inizio ho instaurato un ottimo rapporto coi colleghi: mi sono sentita parte dello staff fino all’ultimo giorno del mio tirocinio. È un’esperienza che ripeterei mille altre volte e che consiglierei a tutti i candidati; anche se l’iter selettivo è molto lungo e talvolta la speranza cede il passo alla rassegnazione. Durante questi mesi ho potuto mettermi alla prova soprattutto per quanto riguarda la collaborazione con gli altri colleghi: ci sono momenti particolarmente intensi e carichi di lavoro ma ciò che ho imparato è che, nonostante le difficoltà, il dialogo e la comprensione tra colleghi devono sempre prevalere. Le rivalità esistono e sono all’ordine del giorno: rinunciare ad esse è una scelta personale. Ho potuto conoscere e confrontarmi quotidianamente anche con un mio collega tirocinante di Roma e questo ha aiutato a superare alcune difficoltà.Questo tirocinio ha sicuramente contribuito a definire meglio i miei obiettivi sul futuro: lavorare nel settore della comunicazione istituzionale e continuare a contribuire alla organizzazione di eventi per conto di un’organizzazione europea. Per il momento non ho un contratto di lavoro ma cercherò di canalizzare i futuri studi e le domande di lavoro in ambito istituzionale. Ho concretamente pensato di trasferirmi all’estero nel momento in cui ho mi sono candidata per il Blue Book. Ora i progetti e le aspettative per il futuro sono cambiati: la voglia di lavorare alla Commissione Europea è preponderante. Così come la maggior parte dei tirocinanti, il prossimo passo è quello di impegnarsi in questa direzione, eventualmente trasferendosi a Bruxelles.Il tirocinio Blue Book permette di gestire le spese di alloggio e di affitto, in quanto il rimborso spese è di 1.196 euro salvo assicurazione medica e infortunio che vengono detratti dalla somma iniziale. L’unica nota dolente è la tassazione a cui sono sottoposte le borse di studio in Italia, mentre in Belgio le “living allowances” non lo sono. Questo non facilita la transizione verso il mondo del lavoro e basterebbe a giustificare la fuga di molti studenti e giovani spinti a cercare “qualcosa” che permetta di sperare di più.La Repubblica degli Stagisti mi ha aiutato molto. Ho speso ore a leggere le varie testimonianze dei precedenti Bluebook trainee chiedendomi se avrei mai potuto avere la loro stessa opportunità. Non posso che ringraziare questa rete che mi ha permesso non solo di informarmi ma anche di sognare di vivere giorno le diverse e ammirevoli testimonianze lette. Ai giovani dico che la resilienza è fondamentale. Per entrare in una istituzione bisogna sentirsi pronti, soprattutto mentalmente. L’Europa non è solo una realtà istituzionale, un progetto lontano, un palazzo a Bruxelles. L’Europa si crea ogni giorno nell’operato di ogni cittadino europeo. Prestare servizio, seppur per soli cinque mesi, in un’istituzione può dare molte soddisfazioni. È vero però che toglie anche molto: è un gioco di equilibrio e di assestamento quotidiano tra la propria vita privata e l’incarico assegnato che pretende attenzione, dedizione, convinzione e alti livelli di responsabilità, nonché di stress che bisogna imparare comunque a gestire. Cosa serve? Tanto coraggio, forza d’animo, caparbietà e curiosità; una solida motivazione e... una buona dose di umanità.Testimonianza raccolta da Giulio Monga

Scienze biologiche all'università e poi in Egitto come guida snorkeling, quando il lavoro stagionale trasforma la teoria in pratica

La Repubblica degli Stagisti compie in questo mese di agosto un viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Erica Perino, oggi docente alle scuole superiori, appassionata di biologia marina. A 27 anni, per un'estate, ha fatto un'esperienza di lavoro stagionale nel settore turistico in Egitto.Sono nata trentasei anni fa tra le montagne piemontesi, ma sin da quando ho mosso i primi passi sono stata attratta dalla bellezza del mare. Per questo a quattordici anni mi sono iscritta all’ istituto tecnico industriale di Biella: volevo diventare perito chimico ambientale. Il diploma delle superiori sarebbe stato il primo passo per poi fare la biologa marina. Terminate le superiori, mi sono trasferita a Milano per frequentare il corso di laurea triennale in Scienze biologiche.Durante la mia esperienza universitaria ho conosciuto alcuni colleghi che avevano lavorato come guide snorkeling per un’azienda milanese che organizzava viaggi in Egitto in collaborazione con hotel locali. Tutti mi avevano descritto questo lavoro stagionale come un’esperienza molto affascinante e soprattutto utile per il mio percorso formativo. Così, dopo essermi laureata, ho deciso di partire alla volta dell’Egitto per vivere questa nuova avventura. Prima di contattare l’azienda, ho parlato con i miei genitori del mio desiderio, dato che si trattava di trasferirsi all’estero per cinque mesi. Entrambi sono stati entusiasti nel vedere la mia voglia di essere intraprendente e mi hanno dato subito l’ok. Dopo aver sostenuto un colloquio ed un esame per testare le mie competenze in biologia marina, ho firmato il contratto di lavoro stagionale.Avrei lavorato da maggio a settembre per 500 euro lordi al mese. L’azienda avrebbe pagato però il vitto, alloggio e il viaggio di andata e ritorno. La somma non era alta, dato che nel contratto era stabilito che avrei lavorato 7 giorni su 7 per 12 ore al giorno, ma quello che incassavo l’avrei messo direttamente “in tasca” perché non avrei avuto altre spese da sostenere.  Ho pensato anche che si trattava della mia prima esperienza lavorativa: avevo 28 anni e mi ero appena laureata, non potevo mica pretendere uno stipendio da 1500 euro! I mesi a Berenice sono stati veramente stancanti. Dai racconti dei miei colleghi avevo intuito che non sarebbe stata una passeggiata, ma finché non sperimenti certe esperienze sulla tua pelle non le comprendi fino in fondo.In teoria lavoravo dalle 8 alle 21, ma in realtà l’unico momento di vero riposo era quando salivo in camera mia per dormire. I clienti non mi lasciavano respirare: appena mi vedevano avevano delle richieste da farmi. Non si rendevano conto che potevo essere stanca, per loro dovevo sempre essere sorridente e felice. Questo ovviamente è un problema che non posso imputare ai miei datori di lavoro. Anzi, a loro non devo recriminare nulla o quasi. Il contratto è stato rispettato alla lettera anche se una nota negativa c’è stata: non erano previsti dei benefici per i parenti dei lavoratori che volevano raggiungere i propri cari a Berenice. Così non ho visto i miei genitori per diversi mesi.L’unica cosa che mi faceva sopportare gli orari massacranti, i clienti stressanti e la lontananza da casa era il fatto di lavorare in un posto bellissimo, facendo quello che più amavo e allo stesso tempo ampliando le mie competenze e conoscenze in materia. Questo lavoro mi ha permesso di mettere in pratica quello che avevo studiato negli anni precedenti. Potevo finalmente osservare dal vivo la flora e la fauna marina che, fino a quel momento, avevo visto solo riprodotta sui libri. Ogni giorno accompagnavo i turisti a fare escursioni sul mar Rosso e organizzavo anche lezioni di biologia in inglese per loro. Tutte esperienze molto utili anche per perfezionare le mie conoscenze linguistiche.  Terminata la stagione estiva, i miei titolari mi hanno proposto un rinnovo contrattuale per altri due mesi. Non ho accettato perché volevo continuare a studiare, iscrivendomi alla specialistica. Così ho fatto le valigie e sono tornata a Milano più stanca di prima, ma con un bagaglio di conoscenze molto più ampio!Questa è stata la mia unica esperienza come lavoratrice stagionale, ma è stata sufficiente per farmi capire quanto sia importante per la propria carriera fare una prova di questo tipo. Non tanto per un guadagno in termini economici, ma per la propria formazione. Fare un lavoro stagionale in linea con i propri interessi e studi permette di mettere in pratica le cose apprese sui i banchi di scuola, aiutando anche a capire se si è portati per quel mestiere e se si vuole fare per tutta la vita. Alcuni miei colleghi, infatti, hanno trasformato il lavoro stagionale di guida snorkeling nella loro professione attuale. Io alla fine ho scelto di intraprendere la carriera scolastica facendo anche un dottorato di ricerca. Ora insegno biologia alle superiori, e spero di trasmettere la mia passione per la biologia marina anche alle future generazioni.  testimonianza raccolta da Luisa Urbani  

Cameriere per realizzare il sogno di diventare meccanico: “Il lavoro stagionale? Questione di fortuna”

La Repubblica degli Stagisti compie in questo mese di agosto un viaggio nell'universo del lavoro stagionale: articoli e storie che focalizzano questo particolare segmento del mercato del lavoro, con le sue luci e ombre. Questa è la storia di Floridon Peci, un ragazzo di origini kosovare e residente in Italia da molti anni. La sua passione sono i motori e vorrebbe lavorare in quel campo. Così, in attesa dell’occupazione dei sogni, si è cimentato come cameriere stagionale per guadagnare un po’ di soldi utili per costruire il suo futuro.Ho diciott'anni e vivo a Villa Rosa, un paese sul litorale abruzzese, in provincia di Teramo. Quest’anno ho conseguito la maturità turistica e in autunno vorrei trasferirmi in Germanio o in Svizzera per realizzare il mio sogno di diventare meccanico o carrozziere. Sin da quando ero piccolo nutro una grande passione per le auto e i motori. Un interesse che però non mi ha impedito di conoscere e sperimentare altri lavori, anzi mi ha spinto sin da subito a lavorare proprio nell’ottica di mettere da parte una somma necessaria per poter realizzare il mio desiderio. Mi piacerebbe lavorare all’estero perché credo che ci siano maggiori opportunità occupazionali, rispetto all’Italia. Ma per partire ho bisogno di mettere da parte un po’ di denaro.Per questo, durante le vacanze estive degli ultimi tre anni, ho svolto “lavoretti” di qualsiasi tipo. Ho la fortuna di vivere in una località dove c’è molto turismo nel periodo estivo e per questo è abbastanza facile trovare lavoro come dipendente stagionale, soprattutto nel settore della ristorazione.In questi anni ho lavorato come cameriere, prima in un bar poi in un hotel. Sono state due esperienze agli antipodi: quella del bar merita una votazione da 10 e lode, a differenza dell’esperienza in albergo che è da bocciatura.In hotel, al momento del colloquio i miei futuri datori di lavoro mi avevano fatto molte promesse: un contratto come lavoratore stagionale, dei giorni di riposo e turni da 8 ore. Ma una volta avviata la collaborazione tutte le promesse sono svanite nel nulla. Lavoravo dieci ore al giorno, comprendo tutti e tre i turni previsti: colazione, pranzo e cena. Praticamente ero sempre dentro la struttura.A seguito delle mie sollecitazioni, dopo venti giorni di lavoro mi è stato consegnato il contratto da firmare. Sul documento erano previste quattro ore di lavoro, anziché le otto pattuite – che poi peraltro si sono trasformate in dieci. Solo in un secondo momento mi è stato spiegato che le restanti quattro ore non indicate nel contratto mi sarebbero state pagate in nero. Le ore extra invece no, per quelle non era previsto nessuno straordinario. Insomma: molta confusione e poche tutele per me. L’estate successiva, data la brutta esperienza, ho scelto di cercare altrove. Così, abbandonata l’idea di lavorare di nuovo nell'albergo gestito da amici (o meglio ex amici) di mio padre, mi sono rivolto ai gestori del mio bar di fiducia, dove vado spesso a fare colazione.Dopo un breve colloquio mi hanno proposto un contratto di lavoro stagionale come barista. Con un po’ di timore, reduce dalla passata esperienza, ho accettato e sono veramente molto soddisfatto di averlo fatto. Sono stati tre mesi altamente formativi, trascorsi in un ambiente sereno e tranquillo, al fianco di seri professionisti che mi hanno trattato con rispetto ed educazione, insegnandomi molto. Il contratto è stato rispettato nei minimi dettagli: non ho lavorato nemmeno un minuto di più del previsto. Inoltre, essendo minorenne non potevo né lavorare la notte né servire alcolici e per questo i miei titolari hanno scelto di farmi fare il turno della mattina. Lavoravo 4 ore al giorno e guadagnavo circa 600 euro netti al mese.Di certo preparare cappuccini e servire la colazione in un bar non è l’occupazione dei miei sogni, ma intanto è un mestiere che ho imparato e che mi permetterà sempre di avere una porta aperta in questo settore.Alla luce delle mie esperienze posso dire che il lavoro stagionale è tutta questione di fortuna, come credo un po’ in tutte le situazioni che la vita offre. A fare la differenza non è il tipo di contratto che firmi, ma il datore di lavoro che trovi. Se il tuo titolare è una persona onesta e che ti rispetta hai modo di crescere professionalmente e umanamente, ma se davanti a te hai persone che ti percepiscono solo come forza lavoro verrai sempre e solo sfruttato.Il futuro? Seguirò la mia passione per i motori. Adesso che ho conseguito la maturità e ho un po’ di risparmi da parte, potrò finalmente partire alla volta della Germania o della Svizzera per diventare carrozziere o meccanico.Testo raccolto da Luisa Urbani

Girl Power, «Io, sviluppatrice web in un mondo di uomini. In questo lavoro conta solo cosa sai fare»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che fa sentire la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Francesca Dellisanti, Senior Java Developer per Spindox, azienda dell’RdS network che offre servizi di consulenza, system/business integration e soluzioni IT.       Ho trent'anni e sono originaria della Puglia. Ho studiato al liceo linguistico, ma lì mi sono accorta che ero più orientata verso le materie scientifiche e che mi affascinava tutta la parte dello sviluppo. Tutti mi dicevano “Se fai matematica non troverai mai lavoro”, così ho deciso di iscrivermi al corso di laurea in Ingegneria informatica, indirizzo automazione, all’università di Siena. Mi sono fermata alla triennale, perché la specializzazione che avevo scelto, in ingegneria elettronica, aveva pochi iscritti e non ha ingranato. Per fortuna nel frattempo ho trovato lavoro e non ho avuto l’esigenza di proseguire gli studi. Inizialmente mi avevano proposto un corso di formazione tramite una ditta di consulenza informatica, ma non era pagato: dunque ho preferito continuare a cercare. Ho trovato impiego a Milano in un gruppo che si occupava di test di applicazioni per le assicurazioni, tutto al femminile, con un contratto a progetto. Tuttavia non era quello per cui avevo studiato, quindi sono passata a una società di consulenza informatica, in cui mi occupavo di sviluppo di applicazioni web e di manutenzione su app già esistenti. Lì sono rimasta circa due anni, dopo di che sono approdata in Spindox, a Torino, dove attualmente lavoro e dove ho ottenuto sin da subito un contratto a tempo indeterminato.Ho cominciato come semplice sviluppatrice, dopo di che ho iniziato a gestire un gruppo di cinque persone (due donne e tre uomini) lato sviluppo e oggi sono un’interfaccia verso il cliente nella gestione sviluppi e rilasci. In questo momento mi sto occupando del progetto di un portale che gestisce viaggi, spedizioni e tracking per un’azienda di logistica che demanda le consegne a terze parti.Inizialmente, essendomi sempre occupata di cose tecniche, non ero abituata a gestire le interazioni con i clienti, ma oggi anche questo aspetto mi piace. D’altronde credo che in questo noi donne possiamo avere una marcia in più, anche perché abbiamo più pazienza. Io lavoro una media di dodici ore al giorno, mi capita di uscire da lavoro alle otto di sera e continuare a casa da mezzanotte alle due di notte. Il nostro non è un lavoro d’ufficio, prendi un impegno e devi portarlo a termine, anche se comporta uno sforzo extra. Per il momento posso permettermelo perché non ho figli e perché il mio compagno fa lo stesso lavoro, quindi... ci comprendiamo a vicenda!Nessuno ha mai cercato di dissuadermi rispetto alla mia scelta “inusuale” per una donna. Certo ho avvertito più volte il pregiudizio. All’università eravamo due donne a fronte di un centinaio di uomini e una volta un professore, durante un esame, guardando sul libretto i voti che avevo preso agli esami precedenti insinuò: “Quello ti ha messo 30 perché gli hai fatto gli occhi dolci”. Anche sul lavoro funziona così: se tu sei donna per far capire le tue ragioni devi metterci il doppio dell’impegno. Una volta stavo partecipando a un progetto in cui eravamo tre ragazzi e due ragazze, e i ragazzi erano convinti che io non mi potessi occupare della parte tecnica. Qui in Spindox a Torino siamo dieci donne su una sessantina di persone. Come responsabile però ho una donna e mi è di grande ispirazione: anche lei ha un profilo tecnico e una grande passione e i suoi comportamenti mi insegnano tanto su come agire. Il futuro? Mi auguro di continuare a lavorare sul punto di vista tecnico e seguire le richieste del cliente, ma magari di studiare soluzioni per progetti più a lungo termine. Consiglio l’ingegneria informatica perché ti permette di poter trovare subito una stabilità economica, ma anche perché ti fa vedere tante cose diverse in poco tempo, è interessante e, se si decide di cambiare lavoro, non si ha difficoltà a trovare altro. Inoltre dà una forma mentale e apre a diverse possibilità, dall’università all’insegnamento alle aziende: qualunque azienda ormai richiede una figura informatica! Inoltre voglio dire alle ragazze è che nel nostro lavoro conta cosa fai e che impegno ci metti. Bisogna essere sicuri di ciò che si fa e andare avanti. Certo tanto dipende anche dall’ambiente, ma bisogna saperlo affrontare e farsi valere sempre! Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Dalla laurea in Scienze dell’educazione a un lavoro altamente tecnologico: «Ragazze, lanciatevi»

La scienza è sempre più donna. E c’è un’ampia serie di ragioni per le quali oggi, per una ragazza, può essere conveniente scegliere un percorso di studi in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). La Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccontarle una ad una attraverso una rubrica, Girl Power, che avrà la voce di tante donne innamorate della scienza e fortemente convinte che in campo scientifico, di fronte al merito, non ci sia pregiudizio che tenga. La testimonianza di oggi è quella di Silvia Cozzi, Industry manager presso Everis Italia, azienda dell’RdS network  che si occupa di consulenza, system integration ed outsourcing nel settore assicurativo, bancario, telecomunicazioni, media, industria manifatturiera, utilities ed energia.      Ho quarantasei anni e sono manager per Everis Italia, settore Industry. Dopo la maturità alle magistrali, mi sono laureata in Scienze dell’educazione con indirizzo “Esperto nei processi formativi” – si chiama proprio così! – alla Cattolica di Milano. Ero partita da Scienze della formazione, poi per strada ho incontrato la formazione per adulti e me ne sono innamorata, così ho cambiato indirizzo. Per un annetto ho fatto la freelance, poi per motivi economici ho iniziato a cercare un lavoro dipendente.  Ho cominciato a lavorare, subito con un contratto a tempo indeterminato, in una società di consulenza verticale nel settore pharma, in ambito Crm e business intelligence. Queste per me all’inizio erano parole che non avevano molto senso, poi con il tempo le ho capite e fatte mie. Mi sono occupata di implementazione del servizio di formazione in Italia di una multinazionale francese e poi di security assurance per software client e ho lavorato come account manager per clienti “speciali”, ovvero non farmaceutici. Quindi, tre anni fa, si è presentata l’opportunità di cambiare totalmente vita. La mia società ha iniziato a tagliare teste, ma per fortuna il cambiamento è stato immediato e indolore. Ho terminato 29 dicembre e il 7 gennaio sono entrata in Everis, che lavorava nell’ambito della stessa azienda farmaceutica. Dopo un primo progetto per un’azienda food, ho iniziato a lavorare per l’ambito life science, di cui oggi ho la responsabilità, a contatto con aziende farmaceutiche e di device. Se allora avevo paura di mettermi in discussione, tornassi indietro cambierei molto prima. Qui ho trovato infatti una cultura aziendale totalmente diversa, che valorizza le caratteristiche personali e mette al centro le persone, spingendole a responsabilizzarsi e a fare le proprie scelte. Un ambiente giovane dove l’età media oggi è di trentuno anni e mezzo, dove la crescita delle persone non è subordinata a quella dell’azienda e si ha sempre la possibilità di cambiare idea sul proprio percorso. Quando sono entrata, tre anni fa, eravamo 450, oggi siamo quasi mille. In Everis, quando viene fatta un’assunzione, non conta nulla se sei un uomo o una donna, ma solo la capacità. La percentuale di donne manager director nel board è del 18,5 per cento e se si aggiungono le altre figure di responsabilità come team leader e project leader si arriva al 25 per cento. Ci sono colleghe che sono diventate manager o comunque hanno avuto promozioni durante la maternità. Certo non tutti gli ambienti sono così. Mi ha stupito una ragazza che durante un colloquio mi ha detto: “Io ho un problema e voglio dirlo. Sto seguendo un percorso di procreazione assistita, questo significa che dovrò assentarmi per alcuni periodi”. Io le ho risposto che non aveva alcuna importanza. Aspettative per il futuro? Voglio crescere insieme all’azienda, e spero in tempi brevi di diventare director, avendo seguito un percorso di carriera verticale quindi orientato verso ruoli manageriali direttivi.Consiglio alle ragazze la consulenza perché offre la possibilità di vedere e di confrontarsi con ambiti, clienti e bisogni totalmente diversi e riuscire a dar loro una mano è qualcosa di veramente stimolante che ti fa dire: “ho fatto un bel lavoro”. Sugli studi il suggerimento è seguire la propria passione: abbiamo ragazzi laureati in Lettere, in Geologia, e così via. La cosa importante, al di là del percorso, è capire cosa si sa fare e costruire su questo il proprio cv. Io ad esempio non ho una laurea in materie Stem, eppure sono finita in un ambito altamente tecnologico. Con impegno, pazienza, studio personale e aiuto da parte del team il gap si supera. Certo non sono in grado di sviluppare, ma se mi parlano di un database oggi so di cosa si tratta!Everis è un’azienda che ti aiuta a capire qual è la tua strada e ti ci porta passo passo. Attualmente ci sono circa centosessanta posizioni aperte, tra cui spiccano economisti e ingegneri gestionali. Invito chi vuole candidarsi a inserire nel cv tutte le esperienze, dal cameriere all’animatore, e a essere onesti sulla conoscenza delle lingue: l’inglese oggi è fondamentale e qui ancora di più. E alle ragazze in particolare dico: lanciatevi, provate, perché alla fine non c’è nessun tipo di differenza!Testimonianza raccolta da Rossella Nocca

Spindox, il posto ideale per me: non mi sono mai sentita “una semplice stagista”

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Annachiara Pagliara, 27 anni, oggi con un contratto di apprendistato in Spindox.Sono di Monteroni di Lecce, un paesino di circa 15mila abitanti in provincia di Lecce, dove ho trascorso la mia infanzia e adolescenza dividendomi tra scuola e conservatorio. Nel 2010 mi sono diplomata al liceo scientifico e l’anno seguente al conservatorio Tito Schipa di Lecce in flauto traverso.Il flauto è stato il mio primo grande amore, nato per caso a sei anni. Un amore coltivato con grande passione, fatto di sacrifici, rinunce ma anche di grandi soddisfazioni! Fino ai dodici anni ho studiato in una scuola di musica privata, poi sono entrata in conservatorio e a diciott'anni mi sono diplomata.È stata un’esperienza faticosa ma che consiglierei a tutti, perché ti permette di imparare sin da piccolo a gestire il tempo, prezioso per un musicista, gli impegni, a portare a termine i compiti richiesti, a superare gli esami e accettare le sconfitte, a collaborare con gli altri, a gestire l’ansia da palcoscenico, a essere consapevole delle tue capacità, a voler andare oltre quelli che pensi siano i tuoi limiti e a migliorarsi sempre.Dopo essermi diplomata mi sono ritrovata di fronte a un bivio: scegliere se continuare la carriera da musicista o proseguire gli studi e inseguire un altro sogno… laurearmi in psicologia. Alla fine dopo diverse valutazioni ho scelto di iscrivermi alla facoltà di Scienze e tecniche psicologiche all’università di Chieti-Pescara. Ma non ho abbandonato totalmente lo strumento: ancora oggi continuo a suonare per me stessa e per la “gioia” dei miei vicini.Mi sono trasferita a Chieti per frequentare l’università e ho vissuto lì, con il sostegno economico dei miei genitori, fino alla laurea triennale in Psicologia, presa nell’aprile 2015. L’università non creava particolari momenti di aggregazione per gli studenti, ma non è stato difficile inserirsi anche perché erano tutti ragazzi fuori sede come me!Presa la laurea di primo livello, ho deciso di continuare gli studi e mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Psicologia per le organizzazioni: risorse umane, marketing e comunicazione. Ho deciso di trasferirmi a Milano, all’università Cattolica: questo ateneo era l’unico che prevedeva una formazione trasversale su queste tematiche e perché all’interno del percorso formativo alternava momenti teorici a momenti pratici. Trasferirsi non è stato un problema: amo la Puglia e la mia città, ma nel Salento penso che tornerò solo per le vacanze. Ormai la mia vita è a Milano, dove adoro vivere. Certo mi manca il mare e il calore della mia famiglia, ma per ovviare a questo problema cerco di tornare a casa ogni due mesi.Nel settembre 2017, dopo aver terminato tutti gli esami, ho iniziato a scrivere la mia tesi sperimentale, ma sentivo che mancava ancora qualcosa. Così ho deciso di perfezionare la mia formazione con un master part time del Sole 24ore Business School, della durata di sei mesi, in Hr Specialist. Il master è iniziato i primi di dicembre e pochi giorni dopo ho conseguito con lode la laurea magistrale in Psicologia.Ho scelto questo master perché affrontava gli argomenti di punta del mondo Hr, trasmettendo conoscenze, competenze e strumenti operativi necessari per operare efficacemente all’interno della direzione del personale. Il master era strutturato in tre moduli che mi hanno permesso di applicare la teoria alla pratica. Era organizzato con formula part time, che mi ha consentito di gestire la mia attività lavorativa con le mie esigenze di aggiornamento continuo e costante.Mentre scrivevo la tesi, infatti, oltre a cercare un master, ho sostenuto vari colloqui e a metà dicembre ho cominciato uno stage di sei mesi in una società di consulenza IT, Engineering Ingegneria Informatica, nel ruolo di recruiter jr con un rimborso spese di 800 euro al mese. Quindi ho frequentato il master e in contemporanea svolto lo stage, ma non è stato difficile. Sin da piccola sono stata abituata a gestire più cose contemporaneamente: ci vuole tanta costanza, impegno e determinazione, ma se si hanno degli obiettivi nella vita si fa di tutto per raggiungerli!Engineering è stata l’azienda dove ho iniziato a muovere i primi passi: un’esperienza altamente formativa durante la quale ricercavo i profili attraverso l’analisi dei curriculum o tramite Linkedin, affiancavo i colloqui di selezione ed ero di supporto alle attività di gestione del personale. Al termine del tirocinio ho avuto una proroga di sei mesi con un rimborso spese più alto, mille euro lordi al mese. In questi mesi ho iniziato a cercare altre opportunità di lavoro per aumentare le mie competenze nell’ambito della formazione e sviluppo delle risorse umane. In questa fase ho scoperto che Spindox era alla ricerca di una risorsa da inserire nel team Hr Learning & Development. L’azienda, infatti, ha un’iniziativa dal nome “Porta un amico in Spindox” che incoraggia i dipendenti a sponsorizzare profili in linea con le ricerche. Così il mio curriculum è stato inoltrato da un collega e dopo qualche giorno sono stata contattata per il colloquio. Ne ho fatti due: il primo con l’HR manager e l’HR Learning&Development, il secondo dopo qualche giorno con l’amministratore delegato nonché direttore del personale di Spindox.Mi trovavo bene nella società in cui ero, ma in Spindox potevo crescere e sperimentarmi in un altro ruolo. Così nel settembre 2018 ho cominciato lo stage nel ruolo di Hr learning & development jr con un rimborso spese di 800 euro al mese più ticket restaurant da 6,50 e rimborso spese per i mezzi pubblici. E inaspettatamente, tre mesi dopo, mi è stata proposta l’interruzione dello stage per un contratto di apprendistato… non me lo aspettavo proprio, è stata una grande gioia!A dicembre sono stata assunta in apprendistato con una retribuzione annua di 23mila euro. La mia vita non è cambiata molto: vivo per conto mio ormai da nove anni, e da quando ho iniziato a lavorare ho sempre cercato di mantenermi da sola per non gravare più sui miei genitori. Ho dei progetti futuri, come comprare casa a Milano, ma ci vorrà ancora un po’ per realizzarli.Entrata in Spindox mi è bastato poco per capire che era il posto ideale per me! È una realtà giovane, dinamica, un’azienda che ti fa sentire subito parte integrante e non un semplice stagista. Che premia e valorizza le persone.Ad oggi ricopro il ruolo di Hr learning & development jr: mi occupo di tutta la formazione del personale Spindox, dalla raccolta dei fabbisogni formativi alla definizione dei corsi utili per incrementare le competenze del personale. Gestisco il percorso formativo di colleghi assunti con contratto di apprendistato e supporto le mie responsabili nelle attività di crescita e sviluppo delle risorse.La laurea, il master e la voglia di conoscere nuove attività sono stati fondamentali per iniziare al meglio questo nuovo capitolo della mia vita professionale. La mia tutor di tirocinio ha fatto la differenza nel mio cammino: è stata una vera fonte di ispirazione e un riferimento, ha sempre creduto in me, spronandomi a fare meglio. Inoltre, la collaborazione, il coinvolgimento e la fiducia reciproca sono stati elementi che hanno da sempre contraddistinto il nostro rapporto e che ci hanno permesso di lavorare in sintonia. Oggi sono dove vorrei: il mio percorso è ancora all’inizio, ma so che in Spindox posso solo continuare a crescere. Senza l’aiuto dei miei genitori che mi hanno sostenuto emotivamente ed economicamente non sarei qui, e il mio percorso sarebbe risultato sicuramente più ostico, se non impossibile. Sono convinta che il lavoro svolto dalla Repubblica degli Stagisti aiuti le aziende a confrontarsi con i futuri tirocinanti e i giovani a conoscere meglio alcune imprese e affrontare il tirocinio con uno spirito diverso. Il mio consiglio a coloro che si apprestano ad entrare nel mio settore professionale è quello di voler essere caparbi e perseveranti e di non smettere mai di confrontarsi con i colleghi e tenersi sempre aggiornati. Il mondo del lavoro è impegnativo, ma ripaga di tutti i sacrifici!Testimonianza raccolta da Marianna Lepore

Dalla laurea umanistica a un lavoro nella consulenza: una filosofa e uno scienziato politico raccontano cos'è il BipBootCamp

Chi l'ha detto che chi ha studiato filosofia o scienze politiche non possa finire a fare il consulente manageriale? È certamente vero che la gran parte di giovani che vengono assunti nelle società di consulenza hanno background in economia o ingegneria, ma le cose stanno cambiando: prova ne sia il BipBootcamp, programma formativo intensivo di “Business & Management Induction” ideato dalla società di consulenza Bip in collaborazione con il MIP del Politecnico di Milano per formare in una formula “sprint” laureati umanistici alla professione della consulenza. Proprio in questi giorni – e fino a venerdì 2 agosto – sono aperte le candidature per partecipare alla seconda edizione del BipBootCamp; la Repubblica degli Stagisti ha incontrato due dei dodici partecipanti alla prima edizione poi assunti in Bip alla fine del percorso.Si parte con un po' di “serendipity”: se infatti Alice Allasia è oggi consulente in Bip è anche un po' grazie alla Repubblica degli Stagisti. Proprio su questo sito, infatti, questa ventiseienne piemontese laureata in Filosofia ha scoperto dell'esistenza del BipBootCamp e ha deciso di candidarsi.Alice ha alle spalle un percorso internazionale: prima un Erasmus a Oviedo, in Spagna, e poi dopo la laurea una borsa di studio che l'ha portata a fare un tirocinio all'università di Coimbra, in Portogallo, per cinque mesi. «Pensavo di continuare a studiare prendendo la strada del dottorato» racconta: «Se sei laureato in filosofia e vuoi lavorare con la filosofia, o vai a insegnare nei licei o fai il dottorato. Io avevo fatto application per alcuni dottorati all'estero: l'idea di continuare a studiare mi piaceva. Ma a un certo punto mi sono resa conto che avevo voglia di qualcosa di un po' più pratico: volevo fare esperienza nel mondo del lavoro».Un giorno di giugno dell'anno scorso Alice legge sulla Repubblica degli Stagisti l'articolo “Penalizzati dalle lauree umanistiche? Non per forza: Bip e la Business school del Politecnico di Milano lanciano un training accelerato” e ne resta colpita: «Mi ha incuriosito il fatto che cercassero laureati con un background umanistico e ho deciso di provare a inviare il cv. Non avevo mai sentito parlare della consulenza e durante il primo colloquio ho fatto tantissime domande».Alice esce da quel colloquio con una bella sensazione sulla pelle: «Mi ha suscitato molta curiosità, è stato un bel confronto: mi è sembrato di essere capita e compresa». La sensazione è corretta: il team HR di Bip la inserisce tra i quindici selezionati per partecipare alla prima edizione del BootCamp. Alice però non accetta immediatamente: «Mi sono presa qualche giorno per capire se volevo veramente buttarmi in questo percorso così diverso da quanto avevo fatto fino a quel momento» ricorda. Dell'opportunità che si staglia all'orizzonte vanno valutati anche gli aspetti economici: «Per me 1.500 euro erano una spesa grossa. Pur avendo sempre lavoricchiato nella mia vita, dopo la mia ultima esperienza di tirocinio all'estero ero tornata a vivere con i miei e l'idea di investire altri soldi in formazione non è stata facile, ma poi ho realizzato quanto mi sarebbe servita a livello formativo». E dunque, alla fine, la voglia di provare il BipBootCamp prevale.Del resto, per la cronaca, dopo il periodo in aula (che nell'edizione cui ha partecipato Alice durava quattro settimane, mentre ora ne dura cinque) il BootCamp prevede tre mesi di stage in Bip, e ai suoi stagisti Bip offre una indennità di 800 euro al mese: dunque si può dire che il costo della quota di adesione venga in qualche modo “ammortizzato”, anche se poi è vero che tutti i partecipanti che arrivano da fuori Milano devono comunque mettere in conto un budget per vitto e alloggio da fuorisede.«Il corso era organizzato con una parte in aula e un'altra parte online, con la modalità dell'e-learning» racconta Alice: «È stato molto impegnativo e duro per le tematiche affrontate, le materie, la pressione che giustamente ci mettevano addosso» aggiunge: «Tutto questo ci ha spinto a creare un gruppo bellissimo: ci siamo aiutati molto a vicenda. Dal Bootcamp ho imparato tanto, ancora oggi mi torna utile, a volte torno a riguardarmi gli appunti!».Da laureata in filosofia e neofita della consulenza, alla fine dello stage in Bip Alice non si aspettava di ricevere una proposta di assunzione direttamente a tempo indeterminato – oggi lavora nell'Area di business Grandi telecomunicazioni – e la sorpresa è stata grande: «Ma ancor più del contratto per me sono stati importanti i feedback ricevuti da parte dei miei superiori, che mi hanno detto che erano contenti di avermi all'interno del loro team... anche se ero un pesce fuor d'acqua!».Percorso del tutto diverso ma conclusione simile per uno dei colleghi “bootcampini” di Alice, Marco Laoreti. Venticinque anni, originario dell'Umbria, Marco si è diplomato al liceo classico – «ho sempre cercato di evitare la matematica nel mio percorso!», scherza – e poi ha studiato Scienze politiche a Roma per la triennale e Public Policies per la specialistica, in Germania. «A Berlino facevamo molta analisi quantitativa per la materia di Politiche pubbliche, per valutare l'effetto delle politiche pubbliche sulla società; è stata la prima volta in cui mi sono avvicinato ai numeri e alla statistica. Il mio progetto iniziale era andare a lavorare nel settore pubblico, entrando in qualche istituzione come un ministero, o la presidenza del consiglio» racconta.Poi in Germania è entrato in contatto con il settore della consulenza, ed è scattata la scintilla: «All'università venivano spesso società a presentarci il loro lavoro», e così Marco ha cominciato a guardare in quella direzione. «Una mia amica, sapendo di questo mio interesse, mi ha segnalato la pagina che raccontava del BootCamp di Bip»: Marco decide di provare a candidarsi, mentre ancora vive a Berlino. In poche settimane il percorso di selezione e la conferma di essere stato ammesso: «A settembre 2018 ho trasferito tutta la mia vita a Milano con un DHL, bicicletta compresa». E via con il BootCamp: «È stato una “induction”: non avevo mai fatto finanza, maneggiato un bilancio! La parte che ho preferito è stata quella di strategia, abbiamo potuto toccare la materia in concreto, fare dei business plan. Emozionante».Il fatto che il BootCamp non fosse gratuito non è stato un elemento critico: «Per me è stato una sorta di continuazione dell'investimento che avevo fatto sui miei studi e sulla mia formazione» racconta: «Ho valutato i corsi molto specifici, era una opportunità che valeva quei soldi. È stato un investimento su me stesso e sul mio futuro».Dopo il periodo in aula, Marco è stato inserito in stage in Bip e subito dopo assunto con un contratto a tempo indeterminato: «Non mi aspettavo di ottenerlo a venticinque anni. E non mi aspettavo di ottenerlo in Italia» ammette con un sorriso. Vedi come la vita a volte sorprende.