Categoria: Approfondimenti

Uno studente dell'alberghiero chiede: «È legale che io debba pagare 150 euro per fare uno stage?». Risponde l'avvocato degli stagisti

Prosegue «L'avvocato degli stagisti», rubrica bisettimanale della Repubblica degli Stagisti curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini, avvocati dello studio legale Ichino Brugnatelli. Basile e Passerini approfondiscono di volta in volta casi specifici sollevati dai lettori. La domanda anche questa settimana arriva dal Forum. «Sono uno studente di un istituto alberghiero e per svolgere uno stage formativo hanno chiesto un pagamento di una quota di circa 150 euro per chi svolge l'attività fuori regione; lo stesso hanno chiesto a me che invece svolgerò lo stage nella mia città in un azienda da me stesso contattata. Vorrei chiedere se è giusto che io paghi e se c'é una legge che dice che lo stage richiede una "tassa" da pagare».Le ragioni della richiesta di denaro formulata al lettore per la partecipazione a uno stage non sono chiare e meriterebbero di essere approfondite; in linea generale, è però possibile escludere che le norme che nel nostro ordinamento disciplinano i tirocini formativi e di orientamento possano di per sé giustificare richieste di denaro a chi è interessato a partecipare a uno stage.Com’è noto e come da sempre afferma la giurisprudenza, la finalità specifica e preminente dell'addestramento professionale e dell'immediata e diretta strumentalità dell'inserimento ai soli fini dell'apprendimento – tipica dello stage – è in linea di massima compatibile con l'assenza di un compenso per il tirocinante, essendo la copertura assicurativa antinfortunistica e quella relativa alla responsabilità civile verso terzi gli unici oneri posti a carico del oggetto ospitante lo stagista. Infatti, ai sensi del dell’art. 1 comma 2 del decreto ministeriale 142/98, il tirocinio formativo o di orientamento «non costituisce rapporto di lavoro», e quindi il soggetto ospitante non è in linea generale tenuto a pagare alcuna retribuzione né contribuzione al tirocinante (tale soggetto può invece decidere di erogargli un compenso, quale rimborso spese per gli oneri sostenuti, che è assoggettato alla ritenuta d’acconto a fini Irpef).Non si rinviene invece alcuna norma di legge che preveda l’obbligo dello stagista di corrispondere una certa somma per poter utilmente iniziare la propria attività lavorativa, nemmeno per ciò che concerne la copertura assicurativa INAIL o quella relativa alla responsabilità civile verso terzi, che sono a carico dell’ente promotore (fatta eccezione per il caso delle strutture pubbliche competenti in materia di collocamento, per le quali talvolta sarà il datore di lavoro a farsi carico di tali oneri). Gli unici obblighi che lo stagista deve rispettare sono quelli di seguire le indicazioni dei tutor e fare riferimento agli stessi per qualsiasi esigenza di tipo organizzativo; rispettare i regolamenti aziendali e le norme in materia di igiene, sicurezza e salute sui luoghi di lavoro; e mantenere la riservatezza sui dati, le informazioni o le conoscenze sui processi produttivi acquisiti durante lo svolgimento del tirocinio.È bene dunque che chi si appresta a svolgere uno “stage” ponga particolare attenzione a eventuali richieste di denaro, perché tali richieste non hanno fondamento nelle norme di legge e regolamentari che disciplinano lo stage; se queste richieste hanno altre giustificazioni (come, per esempio, l’acquisto di materiale didattico necessario allo svolgimento del percorso formativo), tali diverse giustificazioni devono essere chiaramente esplicitate e documentate, e la loro legittimità deve essere valutata caso per caso.Sergio Passeriniavvocato associato dello studio legale Ichino BrugnatelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Repubblica degli Stagisti ha una nuova rubrica: «L'avvocato degli stagisti» curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini dello studio Ichino Brugnatelli - Posso fare uno stage se sono titolare di partita Iva? Risponde «l'avvocato degli stagisti», la nuova rubrica dedicata agli aspetti giuridici dello stageE anche:- Guai a chi vi chiede soldi in un'inserzione di lavoro: quinta puntata della videorubrica di Roberto Marabini dedicata a chi cerca un impiego

Quando l'eredità genitori-figli è un peso: un libro spiega perché l'Italia soffre di «immobilità diffusa». Con qualche idea per cambiare

Homo faber fortunae suae dicevano gli antichi, ma l'uomo è davvero artefice del proprio destino? Quando si parla di opportunità - di istruzione, lavoro, futuro - non tutti hanno in mano le stesse carte. La linea di partenza è mutevole: qualcuno eredita delle zavorre, altri invece viaggiano sospettosamente spediti. Al centro del problema c'è la famiglia di origine e la ricchezza economica, culturale e sociale che da questa si eredita: una vera e propria discriminante in Italia, che traccia il profilo di un Paese immobile, dove l'esistente si perpetua ed è difficile crescere e conquistare posizioni migliori. Questa la tesi sostenuta nel libro «Immobilità diffusa» (Il Mulino, collana Studi e Ricerche), sottotitolo «Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia». Perché «la situazione famigliare - titolo di studio, occupazione e ricchezza dei genitori - predetermina in molti casi il destino dei figli». A partire dalla scuola per arrivare al lavoro. In barba all'articolo 3 della Costituzione e alla sua auspicata «rimozione di ostacoli di carattere economico e sociale che [...] impediscono il pieno sviluppo della persona». Le 310 pagine del volume, molto tecniche, sono il risultato di una ricerca commissionata dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali che ha coinvolto una ventina di sociologi ed economisti coordinati da Daniele Checchi, docente di Economia dell'istruzione e Economia del lavoro all'università Statale di Milano (a fianco nella foto). I primi capitoli sono un focus sul sistema di istruzione. Pur ammettendo un aumento di mobilità scolastica, l'analisi descrive una scuola sostanzialmente classista, in cui i figli di genitori più ricchi e/o acculturati sono avvantaggiati rispetto agli altri: scelgono «indirizzi secondari "migliori"» (i licei piuttosto che gli istituti tecnici), hanno  maggiori probabilità di ottenere titoli alti, migliore rendimento, minori percentuali di abbandono. E si scopre che nel successo scolastico a fare la differenza sono più i fattori socio-economici -  lavoro svolto ed agiatezza dei genitori - che quelli culturali, come il loro titolo di studio. Lo stesso vale in fatto di lavoro. I "figli di papà" trovano più facilmente il primo impiego, grazie alle conoscenze della famiglia (un "legame forte") e possono contare su una solida rete di protezione in caso di insuccesso, mentre gli altri si rivolgono ad amici e conoscenti ("legami deboli"), con risultati più scarsi e zero ammortizzatori. Parlando di imprenditoria poi, si scopre che l'azienda è sempre più un affare di famiglia che in famiglia si cerca di tenere, e le barriere all'ingresso per gli estranei sono alte. Con poche eccezioni, come gli ingegneri e gli architetti. Che fare per invertire la rotta? Si arriva così all'ultima parte del volume,  in cui gli autori indicano le soluzioni: politiche sociali e riforme. Cioè: sostegno alla formazione sin dalla scuola primaria; istituzione di un biennio unificato nella scuola secondaria per rimandare il momento cruciale della scelta di indirizzo; creazione di un'«anagrafe degli studenti» che tenga traccia delle carriere studentesche e, con l'incrocio di dati, garantisca interventi finanziari anche in assenza di una domanda diretta. Più borse di studio e prestiti universitari, sul modello della graduate tax: non una tassa per lo studente, ma un prestito da restituire una volta laureati. E ancora: accesso a prezzi contenuti nel mercato delle case in affitto, sviluppo dei canali informali di ricerca del lavoro, sostegno alla disoccupazione. Del resto non si tratta solo di giustizia sociale: in gioco c'è anche la crescita economica del Paese. Come scrive nella prefazione Raffaele Tangorra, direttore generale per l'inclusione e i diritti sociali al ministero, «una società che si prende cura dei suoi "cittadini in crescita" fin dalla più tenera età, supportandoli negli anni della formazione e aiutandoli a superare le barriere [...] che derivano dalla condizione familiare, è socialmente più giusta e anche economicamente più efficiente». Annalisa Di Palo    Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Umberto Veronesi, la fatica delle donne e dei figli suoi: ma in verità sono i figli di nessuno che fanno una fatica bestiale per emergere  - Un esercito immobile: l'editoriale di Alessandro Rosina su giovani disoccupati e precari

Uno stagista su cinque è in Lombardia, uno su quindici a Milano: anteprima dal dossier Formazione dell'indagine Excelsior 2010

Nel 2009 hanno fatto un'esperienza di stage nelle imprese private circa 322mila persone:  61.800 di queste, cioè oltre il 19%, nelle imprese lombarde. Quasi uno stagista su cinque è in Lombardia, uno su quindici a Milano. Il dato emerge dall'indagine Excelsior 2010 di Unioncamere, "censimento" delle persone che hanno fatto un'esperienza di tirocinio nelle imprese private italiane nel corso del 2009. Il dossier specifico su formazione e tirocini dell'indagine Excelsior verrà reso pubblico a Verona il 25 novembre nel corso della fiera Job & Orienta; i dati relativi alla Lombardia sono stati presentati in anteprima dal direttore della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina stamattina nel corso della trasmissione «Buongiorno Regione» del Tg3 Lombardia.I 61.800 stagisti "lombardi" (anche se una grossa fetta in realtà proviene da altre regioni) sono concentrati prevalentemente nella provincia di Milano: 21.700, pari a oltre un terzo del totale. Il numero è significativo ma in flessione rispetto all'anno precedente, quando gli stagisti censiti a Milano dall'indagine Excelsior erano stati oltre 25mila. Alle spalle di Milano si pongono Brescia con 8mila stagisti e Bergamo con 6.880. Le province con meno stagisti sono invece Lodi (1.110), Sondrio (1.160) e Cremona (1.580). Il 70% va in imprese con meno di 50 dipendenti (quindi tre stagisti su quattro vengono ospitati in micro e piccole imprese); questa percentuale si riduce al 60% se si prende in considerazione solamente Milano. Per quanto riguarda l'area di attività dell'azienda, un 30% va a fare stage nella macroarea "Industria", che comprende l'industria in senso stretto (quindi: Estrazione di minerali; Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco; Industrie tessili, dell’abbigliamento e calzature; Industrie del legno e del mobile; Industrie della carta, della stampa ed editoria; Industrie chimiche e petrolifere; Industrie della gomma e delle materie plastiche; Industrie dei minerali non metalliferi; Industrie dei metalli; Industrie meccaniche e dei mezzi di trasporto; Industrie delle macchine elettriche ed elettroniche; Industrie di beni per la casa, tempo libero e altre manifatturiere; Produzione e distribuzione di energia, gas e acqua) e il settore delle costruzioni. Il grosso degli stagisti lombardi (70%) fa invece la sua esperienza formativa in un'impresa della macroarea "Servizi", che può operare in uno dei seguenti ambiti di attività: Commercio al dettaglio; Commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli; Commercio all’ingrosso; Alberghi, ristoranti e servizi turistici; Trasporti e attività postali; Informatica e telecomunicazioni; Servizi avanzati alle imprese; Credito, assicurazioni e servizi finanziari; Servizi operativi alle imprese; Istruzione e servizi formativi privati; Sanità e servizi sanitari privati; Altri servizi alle persone; Studi professionali.Ultimo - e fondamentale - aspetto, l'esito dello stage. Quanti stagisti ottengono un contratto di lavoro al termine dell'esperienza formativa? A livello nazionale Excelsior rileva un 11,6% di tirocini trasformati in assunzione. In Lombardia il dato è lievemente più basso (11,1%), ma con grandi differenze da provincia a provincia. Quella più virtuosa è Milano, dove 16,3 stage ogni 100 si trasformano in contratto; seguono Lecco (13,3%), Sondrio (12,8%) e Lodi (12,6%). La provincia dove è più difficile che lo stage diventi un lavoro è invece Bergamo, dove solo il 5,4% degli stagisti viene assunto: un vero e proprio crollo rispetto all'anno precedente, quando nella stessa provincia la percentuale di assunzione rilevata era quasi doppia (9,6%). Magre prospettive anche per gli stage svolti nelle province di Como (6,9%), Pavia (8%) e Mantova (8,1%).Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Corsa agli stage, la crisi mette un freno. Primi dati del nuovo Rapporto Excelsior: 322mila tirocinanti l'anno scorso nelle imprese private italiane- Rapporto Excelsior 2009: sempre più stagisti nelle imprese italiane, sempre meno assunzioni dopo lo stage- Quanti sono gli stagisti italiani? Tutti i dati regione per regione, tratti dall'indagine Excelsior 2009E anche:- Identikit degli stagisti italiani, ecco i risultati: troppo spesso i tirocini disattendono le aspettative- In tempo di crisi i tirocini aumentano o diminuiscono?

Istat, pubblicato il nuovo rapporto sull'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro: situazione preoccupante sopratutto al Sud

A fine settembre l'Istat, Istituto nazionale di statistica, ha diffuso i risultati dell'indagine «Ingresso dei giovani nel mercato del lavoro», avviata l'anno precedente per fotografare nel periodo aprile-giugno 2009 la situazione di quasi 14 milioni di italiani tra i 15 e i 34 anni che passano dal mondo della formazione a quello dell'occupazione. Lo scopo è quello di migliorare l'informazione sul tema: «le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro sono determinate dalla scarsità dei canali di informazione», oltre che «dalle inefficienze del sistema pubblico di intermediazione». Non a caso il 55% dei giovani dopo gli studi trova lavoro tramite parenti e amici (i "canali informali") e meno del 5% si serve di centri per l'impiego e agenzie del lavoro (i "canali formali professionali"); nel mezzo, con il 20% a testa, quanti inviano candidature spontanee o rispondono a inserzioni su web e stampa. Lo stage è una delle vie per muovere i primi passi nel mondo del lavoro, soprattutto per chi ha alti livelli di istruzione: se tra i diplomati il 22% dopo svolge almeno un programma di tirocinio, tra i laureati la percentuale si alza al 36% e, tornando indietro all'università, si scopre poi che ben il 41% dei laureati tra il 2007 e il 2009 ha svolto almeno uno stage mentre studiava. Nei primi anni del 2000 - continua il rapporto - erano il 35%. L'indagine evidenzia poi come in Italia i momenti di alternanza studio-lavoro - nei quali si fa rientrare anche l'apprendistato - vengano utilizzati poco nella formazione secondaria, quando invece la tendenza auspicabile sarebbe quella di anticiparli il più possibile come "ipoteca" per il futuro.  Parlando di contratti di lavoro, l'Istat dà numeri preoccupanti: tra i laureati del biennio 2007-2009 quasi la metà non ha mai avuto esperienze di lavoro, contro il 24,9% del biennio 2005-2007 e il 14,2% di quello 2003-2005: un dislivello del 34% in quattro anni. La disoccupazione, pur aumentando per tutti, è direttamente proporzionale al grado di istruzione: più si studia, più difficilmente si trova lavoro. Non si tratta del resto solo di quantità di lavoro disponibile: avere un buon titolo di studio non assicura un lavoro ad alta specializzazione - quasi la metà dei diplomati e laureati del secondo trimestre 2009 hanno un titolo superiore a quello richiesto per il la loro attività. Chi un impiego ad ogni modo ce l'ha, ma a tempo determinato, dopo ha alte probabilità di rimanere a casa: nel biennio 2007-2009 il 64% degli occupati a termine sono scivolati nell'area dell'inoccupazione. C'è poi il capitolo Mezzogiorno, dove il livello di criticità è ancora più alto. Si studia di meno: più di un terzo si ferma alla licenza media (la maggior parte sono uomini), mentre ottiene un diploma il 55,3%, a fronte del 72,4% del centro e del 68,7% del nord. E si lavora di meno: solo poco più della metà del campione al momento della rilevazione ha dichiarato di aver avuto esperienze di lavoro dopo gli studi, contro l'83% del centro-nord. Ci si mette anche di più per iniziare a lavorare: i meridionali impiegati entro un anno dalla fine degli studi sono il 15,8% del totale nazionale, contro il 38,7% del nord e il 34,9% del centro. Tra questi pochi fortunati, sempre meno donne: ben il 55,7% a studi conclusi rimane con le mani in mano, contro il 33,7% degli uomini. Molto più alta, infine, la percentuale di inattivi e disoccupati: 20% al nord, 48% al sud. Peccato che lo stage in questa rilevazione non emerga come fenomeno distinto dagli altri, anzi venga addirittura assimilato all’apprendistato. Ma stage e apprendistato sono cose diverse, che non andrebbero messe nello stesso calderone. Se rimane il principio comune del learning by doing, cambiano infatti i diritti: l'apprendistato è un vero e proprio rapporto di lavoro, con tanto di stipendio, contributi e ferie, tutte chimere per un tirocinante. Sarebbe stato utile avere invece dall’Istat un quadro specifico dello stage per capire quali prospettive occupazionali apre, e forse anche strategico per decidere quanti soldi pubblici investire in questi programmi formativi, e con quali modalità. Chissà, magari sarà per la prossima volta.   Annalisa Di Palo(e grazie ad Arnald per la vignetta)   Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Giovani e disoccupazione, binomio sempre più stretto: l'Istat traccia un quadro cupo per le nuove generazioni in cerca di lavoro - Dalla parte dei laureati - lo stage serve per trovare lavoro? - Ingegneria ma non solo: quali sono le lauree più utili per trovare lavoro?   E anche: - Identikit degli stagisti italiani, ecco i risultati: troppo spesso i tirocini disattendono le aspettative - Luci e ombre del contratto di apprendistato - una buona occasione, ma preclusa (o quasi) ai laureati

Posso fare uno stage se sono titolare di partita Iva? Risponde «l'avvocato degli stagisti», la nuova rubrica dedicata agli aspetti giuridici dello stage

Prosegue «L'avvocato degli stagisti», rubrica bisettimanale della Repubblica degli Stagisti curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini, avvocati dello studio legale Ichino Brugnatelli. Basile e Passerini approfondiscono di volta in volta casi specifici sollevati dai lettori. La domanda di questa settimana arriva dal Forum. «Ciao a tutti, sono stata selezionata per uno stage presso un'agenzia per il lavoro a Roma. Il problema è sorto al momento dell'attivazione, poichè mi è stato detto che non posso fare lo stage perchè in possesso di una partita Iva e supero i 4.800 euro all'anno. Mi è stato consigliato di chiuderla, ma non mi è possibile. Vorrei sapere se si tratta di una normativa nazionale o se si tratta di normative proprie dell'ente di attivazione dello stage. Cosa posso fare?»Non esiste nel nostro ordinamento giuridico una norma di legge che escluda dal novero dei possibili beneficiari del tirocinio formativo chi sia titolare di una partita Iva o percepisca un reddito annuale superiore all’importo indicato alla lettrice da chi le ha negato lo stage.  È possibile che l’azienda e l’ente promotore concordino che lo stage venga offerto solo a soggetti privi di altri redditi di lavoro autonomo o subordinato - ma questa è appunto una scelta, che tra l'altro avrebbe dovuto essere resa nota  preventivamente ai candidati allo stage. L’azienda non può comunque fondare il suo rifiuto sulle norme di legge nazionali applicabili in materia.I requisiti soggettivi richiesti dalla legge per accedere ai tirocini  sono infatti quelli indicati dall’art. 18 della legge n. 196/1997 e dall’art. 7, comma 1, del decreto ministeriale 142/1998, vale a dire l’assolvimento dell’obbligo scolastico e l’appartenenza a una delle seguenti categorie di soggetti: studenti della scuola secondaria; inoccupati o disoccupati; allievi degli istituti professionali di Stato, di corsi di formazione professionale, studenti frequentanti attività formative post-laurea, anche nei diciotto mesi successivi al completamento della formazione; studenti universitari e di dottorati di ricerca e scuole o corsi di perfezionamento e specializzazione, anche nei diciotto mesi successivi al termine degli studi; persone «svantaggiate» (invalidi fisici, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, minori in età lavorativa in siuazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione); portatori di handicap.Tra i potenziali beneficiari di stage possono inoltre essere ricompresi anche i soggetti occupati, per i quali il periodo di tirocinio dovrà tuttavia coincidere con una fase di sospensione del rapporto di lavoro; l’esperienza formativa dovrà essere compiuta presso un datore di lavoro diverso da quello dal quale dipendono e dovrà essere finalizzata alla formazione in mansioni differenti da quelle svolte presso l’azienda già datrice di lavoro. Tale ulteriore ipotesi è desumibile dall’art. 5 della legge n. 53 del 2000, che prevede a favore dei lavoratori con almeno cinque anni di anzianità di servizio presso lo stesso datore di lavoro la possibilità di «richiedere una sospensione del rapporto di lavoro per la formazione per un periodo non superiore a undici mesi, continuativo o frazionato, nell’arco dell’intera vita lavorativa». La stessa disposizione definisce congedo per formazione quel periodo di sospensione dal lavoro «finalizzato al completamento della scuola dell’obbligo, al conseguimento del titolo di studi di secondo grado, del diploma universitario o di laurea, alla partecipazione ad attività formative diverse da quelle poste in essere o finanziate dal datore di lavoro». Nessuna norma di legge, inoltre, vieta al soggetto che presenti i requisiti soggettivi sopra elencati e che sia titolare di un rapporto di lavoro subordinato a tempo parziale di impegnare la parte libera della propria giornata in uno stage presso un’azienda diversa da quella dalla quale dipende, sempre che l’esperienza formativa abbia per oggetto mansioni differenti da quelle già svolte. Si pensi al caso di un rapporto di lavoro a tempo parziale "verticale", che impegna cioè solo alcuni giorni alla settimana o al mese o solo qualche mese durante l’anno: i soggetti titolari di tali rapporti di lavoro potranno senz’altro accedere a stage compatibili – per l’impegno richiesto – con il loro tempo libero.  Allo stesso modo nel novero dei beneficiari dei tirocini formativi rientrano anche coloro che rendono prestazioni di lavoro autonomo e che sono titolari di partita Iva. Si pensi, sempre per esempio, a uno studente universitario appassionato di musica, che pubblichi i suoi articoli su alcune riviste specializzate e che per tali articoli venga compensato verso emissione di fattura: non vi sarebbe motivo per negargli la possibilità di fare uno stage.Concludendo: per l’accesso a un’esperienza formativa basta avere, se non ci sono indicazioni diverse nel bando o nella convenzione di stage, semplicemente i requisiti soggettivi individuati dalle leggi sopra citate. Non sono rilevanti né la contemporanea titolarità di partita Iva né la contemporanea sussistenza di rapporti di lavoro autonomo o subordinato, purché compatibili. È chiaro che, in ogni caso, il tirocinio non potrà avvenire presso la stessa azienda per la quale lo stagista già lavora o per mansioni che egli svolge già da tempo e per le quali, quindi, non sarebbe neppure ipotizzabile alcuna finalità formativa. Sergio Passeriniavvocato associato dello studio legale Ichino BrugnatelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Repubblica degli Stagisti ha una nuova rubrica: «L'avvocato degli stagisti» curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini dello studio Ichino Brugnatelli

La Repubblica degli Stagisti ha una nuova rubrica: «L'avvocato degli stagisti» curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini dello studio Ichino Brugnatelli

Parte oggi «L'avvocato degli stagisti», rubrica bisettimanale della Repubblica degli Stagisti curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini, avvocati dello studio legale Ichino Brugnatelli. Basile e Passerini approfondiranno di volta in volta casi specifici sollevati dai lettori che scrivono alla redazione o alla casella help [chiocciola] repubblicadeglistagisti.it, offrendo una risposta che dal particolare potrà essere estesa al generale diventando quindi utile a tutti coloro che si trovano in situazioni simili. «Sono una studentessa universitaria e ho svolto uno stage di sei mesi presso un’azienda promosso da Sportello Stage. Al termine dei sei mesi l’azienda mi ha proposto di rinnovare lo stage per altri dodici mesi, questa volta con un ente promotore diverso – la mia università. Io ho accettato, ma poi mi sono sorte alcune perplessità in merito alla durata complessiva dello stage: non è più un anno, bensì un anno e mezzo! Cosa stabilisce la legge sul punto? Inoltre, è mia intenzione interrompere il tirocinio prima della sua scadenza: dopo quasi 13 mesi di stage, mi è stato chiaramente detto che non c'è nessuna possibilità di assunzione. L’azienda mi ha chiesto di formalizzare la mia volontà con una dichiarazione scritta dalla quale si evinca che sono io a voler interrompere il tirocinio. Sono obbligata a farlo?»La materia dei tirocini formativi e di orientamento è disciplinata dal decreto ministeriale 25 marzo 1998, n. 142. Il legislatore ha previsto una durata massima che differisce a seconda della categoria dei soggetti interessati: per gli studenti universitari (compresi quelli che frequentano corsi di diploma universitario, dottorati di ricerca, scuole o corsi di perfezionamento e specializzazione post secondari anche non universitari) la durata massima dello stage è di 12 mesi. Le eventuali proroghe del tirocinio sono ammesse purchè venga rispettato il limite di durata massima previsto dalla legge. Nulla è invece previsto dalla legge in caso di rinnovo dello stage presso la stessa azienda e, in particolare, non viene chiarito se lo stesso soggetto possa essere ospitato dalla medesima azienda in forza di due distinti stage la cui durata complessiva comporti il superamento del limite massimo previsto dalla legge. Auspicando sul punto un intervento chiarificatore del legislatore, sembra possibile sostenere in via interpretativa che il tirocinio presso una stessa azienda possa essere rinnovato solo nel rispetto del limite di durata massima previsto dalla legge, e ciò anche nell’ipotesi in cui gli stage siano preordinati a finalità tra loro diverse o promossi da enti diversi. Una differente interpretazione porterebbe, infatti, a una facile elusione della norma di legge, consentendo all’azienda di rinnovare il tirocinio sine die, al posto di assumere il lavoratore. Da questo punto di vista, nel caso in questione il termine previsto per il secondo stage potrebbe ritenersi invalido per la parte in cui comporti il superamento del limite temporale massimo: cioè gli ultimi sei mesi sono “fuori legge”. A certe condizioni, potrebbero inoltre ricorrere i presupposti per una dichiarazione giudiziale che accerti l’intervenuta costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a far data dalla scadenza legale dello stage.     Quanto poi alla possibilità per il tirocinante di interrompere lo stage ante tempus, pur nel silenzio della legge, lo stagista è senz’altro libero di cessare il suo percorso formativo nei modi e nei tempi che preferisce, essendo lo stage realizzato nel suo esclusivo interesse. Questo orientamento dottrinale ha avuto anche il conforto della direttiva del Ministro della funzione pubblica del 1 agosto 2005, n. 2/2005 (in materia di tirocini formativi e di orientamento nelle pubbliche amministrazioni), che ha espressamente riconosciuto in capo al tirocinante il diritto di interrompere in qualsiasi momento lo stage. Occorre tuttavia stabilire se tale interruzione comporti degli effetti pregiudizievoli per il tirocinante. A tal fine deve distinguersi l’ipotesi in cui il tirocinante rinunci a portare a termine l’esperienza formativa per sua libera scelta, da quella in cui tale rinuncia sia giustificata da un inadempimento dell’azienda. Solo nel primo caso potrebbero derivare per lo stagista effetti pregiudizievoli, come ad esempio, il mancato conseguimento dei crediti formativi cui lo stage era finalizzato. Nella seconda ipotesi, invece, la determinante responsabilità del soggetto ospitante porterebbe a escludere qualsiasi pregiudizio per il tirocinante.Concludendo, se una stessa persona fa complessivamente 18 mesi di stage presso una stessa azienda la situazione è configurabile come una violazione del dm. 142/1998. Nel caso in questione, la studentessa potrà interrompere lo stage in qualsiasi momento, senza che dalla sua scelta le derivino effetti pregiudizievoli. Sebbene la legge non preveda alcun obbligo di forma per interrompere ante tempus il tirocinio, per ragioni di certezza, è preferibile manifestare detta volontà per iscritto: non ravvisiamo pertanto alcuna irregolarità nel fatto che l’azienda chieda alla tirocinante di formalizzare l’interruzione dello stage, sempre che – ovviamente – tale volontà sia maturata in modo spontaneo. Ma l’azienda non può obbligare la ragazza a farlo per iscritto.Evangelista Basileavvocato associato dello studio legale Ichino BrugnatelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Posso fare uno stage se sono titolare di partita Iva? Risponde «l'avvocato degli stagisti», la nuova rubrica dedicata agli aspetti giuridici dello stage

Career Day Cattolica, esce il nuovo numero del freepress Walk on Job dedicato a giovani e lavoro

Mercoledì 6 ottobre dalle 9 alle 18 presso l'università di Largo Gemelli a Milano c'è il Career Day Cattolica: un evento organizzato da Synesis Forum per mettere in contatto i giovani con le aziende che cercano nuovi talenti. La Repubblica degli Stagisti vi partecipa con un suo stand e con il seminario «Stage, istruzioni per l'uso» in calendario alle 14:30 nell'aula NI 112; a tenerlo Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti, insieme a Fulvia Fiaschetti dell’ufficio risorse umane di Tetra Pak, in rappresentanza delle aziende che hanno aderito al progetto Bollino OK Stage, sottoscrivendo la Carta dei diritti dello stagista.In occasione del Career Day Cattolica esce il secondo numero del periodico Walk On Job diretto da Cristina Maccarrone: un bimestrale dedicato ai giovani e al lavoro, distribuito in 41 città. In questo numero la copertina [nell'immagine a destra, un particolare] è dedicata a quello che succede dopo la laurea: decine di migliaia di neolaureati che ogni anno vengono catapultati - con alterni risultati - nel mare magnum del mondo del lavoro. A corredo del primo articolo, firmato da Elisa di Battista, vengono anche riportati in un boxino i risultati di un sondaggio svolto da Walk on Job su campione di 500 utenti nell'estate 2010, da cui emerge che secondo il 64,2% dei giovani  l’università non prepara in modo adeguato al mondo del lavoro, perché fornisce una formazione troppo teorica. Tra gli aspetti che più mettono in crisi durante la prima esperienza di lavoro, il sondaggio rileva che al primo posto (con quasi la metà delle preferenze) c'è proprio l’impreparazione pratica. Uno scollamento preoccupante tra teoria e pratica che crea difficoltà ai neolaureati e li costringe a fare, dopo il percorso formativo, un periodo di formazione aggiuntiva per mettersi in pari.Questo numero di Walk on Job propone anche un'intervista doppia nella rubrica «La parola all'azienda - La parola al neolaureato», intervistando da una parte il direttore del personale di LIDL Italia Roberta Corrà e dall'altra la 27enne Mara Mulè, laureata in ingegneria gestionale e oggi impiegata nell’area delivery di una multinazionale IT.Un'altra voce giovane è quella dell'«ospite speciale» Sara Caminati [nell'immagine a sinistra], «romana d'origine e milanese d'adozione»  classe 1984 che si è letteralmente inventata un lavoro - quello di personal digital vip, una sorta di consulente specializzato nel tenere sotto controllo l'immagine dei clienti su Internet - portandosi per questo a casa nel 2009 una manciata di riconoscimenti: una menzione di merito al Premio per l’innovazione nei servizi di Confcommercio, l’E-content Award 2009 e il premio Donna è Web nella categoria "professionista del web". E in questa intervista non mancano le sorprese, perché Caminati sembra avere un bel caratterino (racconta di lavorare «anche 20 ore al giorno»!) e non le manda a dire; quando l'intervistatrice Camilla Golzi Saporiti le chiede dei suoi collaboratori, lei risponde che ne ha una quindicina con partita Iva che guadagnano «in media sugli 800 euro», e poi aggiunge: «Ora stiamo pensando di assumerne alcuni e di inserire nuovi collaboratori, ma non è facile trovare ragazzi che abbiano davvero intenzione e voglia di lavorare. So che sembra assurdo in un momento in cui tanti cercano un’occupazione, e non sempre con successo, trovandosi magari a passare da uno stage all’altro, con retribuzioni nulle o basse. Lo so, ci sono passata anch’io. Ma la verità è che molti miei coetanei non sono disposti a mettersi in gioco, a sacrificarsi un po’». In particolare la giovane imprenditrice si riferisce «a chi esclude a priori l’idea di lavorare mentre studia all’università. Per me è un errore: rispetto le scelte altrui, ma mi permetto di suggerire di lanciarsi il più possibile, un po’ di “sana gavetta”, fa bene, è tutta esperienza guadagnata».Il dibattito è aperto; intanto, buona lettura a tutti.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Repubblica degli Stagisti al Career Day Cattolica

Il Daily Telegraph mette il naso nella vita degli stagisti inglesi. Conclusione: non se la passano bene neanche loro

Anche in Inghilterra lo riconoscono: «Non è facile essere stagista». Questo il titolo dell'articolo apparso a fine agosto sul sito del Daily Telegraph [in basso a sinistra, la pagina web], autorevole quotidiano di stampo conservatore. A firmarlo, la 26enne Sarah Barnes [a fianco nella foto], autrice di un blog femminista, tre anni di stage alle spalle e un lavoro part-time in negozio «per poter pagare le bollette». Volendo capirne di più, la blogger ha intervistato altre cinque stagiste, tra i 18 e i 27 anni, approdando alla prevedibile conclusione che «per quanti non hanno alle spalle famiglie facoltose, fare gli stagisti equivale a fare i giocolieri». Le testimonianze si sovrappongono a un quadro generale preoccupante. E il problema non si ferma ai tirocini mal retribuiti, o gratuiti (quest'ultimi un terzo del totale secondo il Trades Union Congres, che rappresenta sei milioni di lavoratori inglesi). Per inserirsi nel mondo del lavoro si è persino disposti a pagare. L'autrice cita casi estremi, come la messa all'asta di uno stage nella redazione americana di Vogue per 42.500 dollari, circa 33.500 euro, mentre vale "solo" 4.600 sterline, quasi 5.600 euro, un tirocinio mensile da Christies's, azienda famosa nel commercio d'arte. I soldi hanno alimentato cause benefiche - nel secondo caso, per esempio, sono andati alla National Society for the Prevention of Cruelty to Children -  ma la singolarità della pratica rimane. E c'è di più: la Barnes cita un'accurata indagine pubblicata sul sito per studenti Push e un dato allarmante: il prossimo anno ogni laureato inglese dovrà affrontare un debito medio di 21.200 sterline, circa 25.800 euro, accumulato per sostenere le spese universitarie. Stando a questi dati, oltremanica il neolaureato-tipo è indebitato e con la prospettiva di uno o più stage gratuiti o male retribuiti. «Lavoro cinque giorni a settimana, mi vengono rimborsate solo le spese e non ho un altro lavoro» afferma Jessica Turner, 25 anni e una laurea in discipline umanistiche, da marzo stagista in una casa di produzione cinematografica a Londra. «Non puoi aspettarti molto, è un settore molto competitivo. Però ho l'appoggio di mia madre». E, unico caso tra le intervistate, dopo sei mesi di tirocinio è arrivata la proposta di rimanere come dipendente, regolarmente retribuita. Anche Rasa Abramaviciute, coetanea e studentessa lituana di moda, stagista per cinque mesi nell'atélier della stilista Vivienne Westwood, non si fa illusioni: «Se vuoi farti strada nella moda devi lavorare sodo, e gratis. Io lavoro cinque giorni a settimana, dalle 10 alle 18, ma a volte le giornate sono ben più lunghe e stressanti». Paula Morrison, anche lei 25 anni, laureata in arte, si divide invece tra un lavoro part-time come sarta e uno stage di tre giorni la settimana in una galleria d'arte contemporanea della east London. Come le altre, si ritiene fortunata: «Mi rimborsano spese di vitto e di viaggio, ma vivo lì vicino, e posso andare a piedi. Ormai sono alla fine» continua «e dopo voglio avviare il mio progetto personale di esposizione. Sarà dura, ma almeno non ho un mutuo, né dei bambini». Non va certo meglio cambiando settore e tipologia di studi. Hannah Sanderson ha 27 anni, all'attivo una laurea nel campo della cooperazione internazionale e anni di volontariato all'estero. Da marzo svolge uno stage presso la sede londinese dell'associazione Merlin, specializzata nelle emergenze sanitarie nei paesi in via di sviluppo: «Lavoro tre giorni a settimana e ricevo 20 sterline al giorno [circa 25 euro, 300 al mese]. Ho perso mio padre e tutti i soldi dell'assicurazione sulla vita sono serviti per pagarmi gli stage. Sono fortunata perché vivo con mia madre, anche se questo vuol dire due ore di viaggio al giorno. Senza la mia famiglia non ce l'avrei fatta. Se avessi 35 anni e stessi ancora lavorando gratis mi direi: "Ma che sto facendo?"». È ancora più decisa la 18enne Sarah Harding, neodiplomata, che ha passato l'estate nell'ufficio del parlamentare democratico Don Foster, aiutando ad organizzare la conferenza del partito che si è tenuta a Liverpool dal 18 al 22 settembre. «A 18 anni, penso sia accettabile lavorare gratis» dice «a 22-23, probabilmente no». E poi la solita nota: «Sono fortunata perché sto dai miei zii. Dopo lo scandalo dell'anno scorso sugli sperperi dei politici, gli stagisti non hanno più diritto al rimborso spese. Tanti ragazzi estremamente capaci non fanno il mio stesso stage perché non possono permetterselo». E così il mancato rimborso spese genera una sorta di apartheid di classe: se una famiglia non è ricca abbastanza da poter mantenere il proprio figlio per uno o più stage gratuiti, quello inevitabilmente perderà molte occasioni. Annalisa Di PaloPer saperne di più, leggi anche:- Stagisti inglesi, il Guardian svela: un ente vigilerà affinché le aziende non li sfruttino- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»

Rimborso spese per gli stage Mae-Crui, a chi sì e a chi no. La protesta di una lettrice: «Non è giusto: tutti dovrebbero ricevere un sostegno»

Stage in ambasciata: per molti, ma non per tutti. Il nuovo bando dei tirocini Mae-Crui è stato pubblicato da pochi giorni e fino al 28 settembre sarà possibile candidarsi online per uno dei 580 posti da tirocinante nelle sedi nazionali ed estere del ministero degli Affari esteri. Un’esperienza formativa utile per chi mira ad una carriera internazionale ed apprezzata anche dalle aziende: peccato, però, che i costi da sostenere per trascorrere tre o quattro mesi all’estero siano quasi sempre molto elevati, e non alla portata di tutti.Il bando Mae-Crui, per giunta, non prevede alcuna forma di rimborso spese: sta allora alle singole università offrire ai rispettivi studenti borse di studio e contributi finanziari per affrontare con maggiore serenità lo stage. Solo pochi atenei, però, destinano fondi specifici al sostegno dei giovani tirocinanti Mae-Crui. Katya è una ragazza di Mola di Bari, neolaureata in neogreco e arabo all’università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo aver partecipato allo scorso bando del Mae-Crui è stata selezionata per partire alla volta di Atene. Alla Repubblica degli Stagisti ha inviato questa richiesta di Help: «La notizia della mia partecipazione mi è giunta il 29 luglio e consapevole del fatto che si trattava di uno stage non retribuito, ho cominciato a cercare casa e lavoro ad Atene e allo stesso tempo qualcuno che prendesse il mio posto a Venezia». Qualche giorno dopo Katya viene messa in contatto con altre due stagiste italiane destinate alla sede di Atene, e da  una delle due ha apprende che l’università di Palermo prevede per i suoi studenti tirocinanti Mae-Crui un rimborso spese di 700 euro al mese. E invece da Ca’ Foscari neanche un centesimo: «Mi sento presa in giro», si sfoga Katya, «perchè si tratta dello stesso stage e, nonostante io sia sempre stata una studentessa-lavoratrice, vorrei non dover lavorare all'Istituto italiano di cultura di giorno e di sera dover fare la barman in qualche pub o dare lezioni di italiano per sopravvivere. Vorrei che tutti gli studenti avessero un aiuto dall'università alla quale hanno pagato soldi e soldi durante gli anni, indipendentemente da statuti speciali o fondi regionali, e che ci fossero più possibilità per tutti gli studenti come me che lavorano sodo e che cercano di proseguire gli studi facendo le notti nei bar e nelle pizzerie di tutta Italia». Katya è decisa, partirà comunque per Atene e per pagarsi lo stage lavorerà part-time. «Nel frattempo scriverò al rettore della mia università e chiamerò l'ufficio culturale del ministero con la speranza che, anche a posteriori, sia possibile ottenere perlomeno un rimborso delle spese di alloggio. Voglio avere voce in capitolo. E se non dovesse esser possibile per me, lo sarà per le future teste di Mae!» [nell'immagine a sinistra, il wall del gruppo Teste di Mae su Facebook].Una richiesta più che legittima, soprattutto se si considera che, su 480 sedi, 38 sono in Africa, 29 in Asia, 53 in America del Nord, 56 in America Centro-meridionale, 19 in Medio Oriente, 13 in Oceania e le restanti 372 in Europa. Oltre un terzo dei tirocinanti (208 su 580), quindi, dovrà vivere per tre o quattro mesi in Paesi decisamente distanti dall'Italia, con un conseguente aumento anche dei soli costi di trasferta.La Repubblica degli Stagisti risponde all'appello di Katya con un sondaggio fra le 67 Università convenzionate con il programma Mae-Crui per individuare quelle “virtuose” che, fra fondi propri e finanziamenti regionali, offrono un rimborso spese ai propri studenti. Da sottolineare che le singole università non si occupano direttamente della gestione delle pratiche amministrative, del customer care degli alunni o del mantenimento delle infrastrutture informatiche per l’invio delle candidature, compiti che spettano invece alla Fondazione Crui. A quest’ultima, ogni ateneo versa un contributo spese che varia, a seconda del numero di studenti partecipanti per istituto, da 26 a 52 euro per alunno preselezionato. Il contributo totale può arrivare a varie migliaia di euro, come nel caso dell’università Cattolica di Milano che paga complessivamente circa 5mila euro alla Fondazione per aderire al programma.   Andrea Curiat Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Le università "virtuose" del Mae-Crui: ecco tutti i dettagli sui rimborsi spese e le borse studio per i tirocini in ambasciate, consolati e istituti di cultura - Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?E anche: - Stage all'estero, Mae-Crui ma non solo: attenzione all'assicurazione sanitaria - Stage all'estero senza assicurazione sanitaria: le storie di chi ci è passato

Roma, Milano e gli affitti troppo cari: dura la vita per i 200mila studenti e stagisti fuorisede

Roma e Milano sono le capitali italiane degli studenti – e degli stagisti. In queste due città si concentrano università, imprese, studi professionali ed enti pubblici: naturale quindi che attirino frotte di giovani desiderosi di trovare un’opportunità. Qualche numero, giusto per capirci. A Roma studiano, secondo l’Anagrafe nazionale studenti del ministero dell'Istruzione, circa 190mila ragazzi. Il dato è riferito a tutti gli iscritti all’anno accademico 2009/2010 e comprende tutte le facoltà. Oltre la metà di essi, vale a dire quasi 110mila, è alla Sapienza [nell'immagine a fianco, l'homepage del sito]; Roma Tre ne accoglie poco più di 34mila, Tor Vergata 28.700. Il restante dieci per cento di studenti si divide tra Luiss (circa 7mila), Lumsa (6.300), Roma Foro Italico (quasi 1.700), Luspio (1.300) e il Campus Bio-medico (1.100). Malgrado il grosso degli iscritti sia romano, si può stimare che un venti per cento provenga da un’altra regione, o comunque da un luogo tanto lontano da rendere pressoché impossibile il pendolarismo. Quindi a Roma vivono quasi 40mila studenti fuorisede.E passiamo a Milano. Qui gli universitari sono 177mila; la parte del leone la fa la Statale con oltre 54mila studenti, seguita a ruota da Cattolica (37.500), Politecnico (quasi 37mila) e Bicocca (poco più di 29mila). Poi ci sono la Bocconi con 12.700 studenti, la Iulm con 4.300 e infine l’università Vita-Salute San Raffaele con duemila. In media la metà degli iscritti è fuorisede: per esempio, secondo le statistiche della Statale un 15% proviene da un’altra regione e un 40% dalle altre province della Lombardia. Applicando queste percentuali a tutti gli atenei milanesi, ne risulta che vi sono a Milano 97mila studenti fuorisede. Unendoli ai 40mila fuorisede romani si arriva al ragguardevole numero di 140mila – e non è finita. Agli studenti si uniscono (e in parte anche sovrappongono) gli stagisti. Partendo dal fatto che la Lombardia è regione dove in assoluto ce ne sono di più – nel 2008, secondo i dati del rapporto annuale Excelsior di Unioncamere, sono stati quasi 61mila sul totale nazionale di 305mila: praticamente uno stage su cinque avviene in Lombardia – Milano è a buon diritto la capitale degli stagisti:  ne accoglie oltre 25.500. Lo scettro le viene però conteso da Roma, che con 25.350 stagisti assorbe oltre l’80% dei tirocini dell’intero Lazio. E questi numeri sono riferiti esclusivamente alle imprese private: vi sono poi in entrambe le città altre migliaia di stagisti negli enti pubblici, sopratutto a Roma dove hanno sede tutte le principali istituzioni.Impossibile qui sapere quale percentuale sia fuorisede: però, essendo la stragrande maggioranza delle offerte di stage a Milano o Roma, è chiaro che qualsiasi studente o neolaureato che voglia fare questo tipo di esperienza troverà molte più opportunità se sarà disponibile a trasferirsi lì. Il che ci porta finalmente al centro di questo ragionamento. 140mila universitari fuorisede più 50mila stagisti vuol dire quasi 200mila giovani che a Roma e a Milano hanno bisogno di accoglienza, alloggio, trasporti pubblici degni di questo nome. Quali risposte ricevono? Focalizzando il tema della casa, e partendo dal presupposto che le foresterie universitarie e le case dello studente offrono un numero di posti estremamente esiguo e che quindi i ragazzi si devono arrangiare, i principali problemi sono tre. Uno, i prezzi troppo alti. Quando una doppia in condivisione costa 300 euro al mese, e una singola oltre 500, c’è qualcosa che non va. Due, gli affitti in nero. Il che non è solo un’illegalità che permette ai proprietari di risparmiare sulle tasse, ma anche un rischio per i ragazzi, che possono essere buttati fuori senza tanti complimenti dall’oggi al domani. Tre, le case fatiscenti e sovraffollate: negli appartamenti per studenti è stato abolito il salotto per rimediare una camera da letto in più, le strutture sono spesso decrepite, le cucine poco più che da campo – tanto chi glielo fa fare ai proprietari di rendere decente l’arredamento, per quattro ragazzini? E così appartamenti di 60 mq con un solo bagno, inizialmente concepiti per due persone e con un valore commerciale di 7-800 euro al mese di affitto, si trasformano in «comuni» che ospitano il doppio o il triplo degli inquilini e fruttano il doppio o il triplo dei denari (senza però che si siano moltiplicati nè lo spazio nè il numero dei bagni). 200mila giovani che cercano una sistemazione a Milano e a Roma non sono uno scherzo. Ed è ora che le amministrazioni comunali affrontino il problema.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Corsa agli stage, la crisi mette un freno. Primi dati del nuovo Rapporto Excelsior: 322mila tirocinanti l'anno scorso nelle imprese private italiane- Quanti sono gli stagisti italiani? Tutti i dati regione per regione, tratti dall'indagine Excelsior 2009- La carica dei centomila studenti stagisti: i nuovi dati di Almalaurea sui tirocini svolti durante l'università- Neolaureati, le aziende vi vogliono così: ecco i risultati dell'indagine Cilea - Stella