Categoria: Approfondimenti

Il percorso a ostacoli dei giovani laureati in medicina tra sfruttamento, incompatibilità e imbuto selettivo

L’imbuto che “blocca” quasi un terzo dei medici aspiranti specializzandi, che devono attendere almeno un anno per accedere a un corso di specializzazione, è un tema molto importante. Ma cosa succede invece nel periodo grigio fra il conseguimento della laurea e l’inizio della specializzazione e che contesto vivono i “fortunati” che si aggiudicano un posto per specializzarsi? La Repubblica degli Stagisti ha raccolto la testimonianza di due giovani medici che, in attesa di specializzarsi, sono proprio ora alle prese con le prime esperienze nel mondo del lavoro. «Sto per cominciare la scuola di formazione specifica in medicina generale, ma alle prossime selezioni proverò ad accedere a una specialità» racconta Claudia [il nome è di fantasia], laureata in Medicina e Chirurgia all’università di Padova. «Intanto dopo l’abilitazione ho iniziato l’affiancamento all’Avis, l'associazione Volontari italiani del sangue». L' “affiancamento” consiste nel frequentare un corso per acquisire le competenze necessarie su donazioni e idoneità, per poi presidiare i punti di raccolta il sabato e la domenica, con il compito di controllare i questionari, verificare l’idoneità dei pazienti e così via. «La paga è intorno ai 136 euro lordi per tre ore il sabato o la domenica». Tuttavia, una volta iniziata la scuola, per Claudia non sarà possibile proseguire l’esperienza, nonostante l’impegno limitato ai weekend: «Dovrò interrompere l’affiancamento, in quanto è considerato incompatibile con la scuola di formazione per diventare medico di base». L’incompatibilità è uno degli ostacoli con cui devono fare i conti i giovani medici che si avvicinano alla professione e sono in cerca di esperienza. Ad esempio la scuola di formazione in medicina generale è incompatibile con tutte le attività libero professionistiche, come appunto l’affiancamento Avis: le uniche attività compatibili sono le sostituzioni e le guardie mediche e turistiche. Un'ulteriore beffa, considerato che i futuri medici di base ricevono un rimborso mensile medio di 966 euro, ben inferiore ai 1.600 di partenza dei medici specializzandi, a fronte del medesimo impegno full time.  Un altro problema è l’impossibilità di fare esperienza prima dell’abilitazione. «Nei mesi in cui prepariamo l’esame di Stato avremmo il tempo di lavorare e cominciare a guadagnare qualcosa, ma quasi tutti i lavori richiedono l’abilitazione» spiega Claudia «L’unica cosa che possiamo fare sono i corsi di formazione di primo soccorso». E dopo l’abilitazione? Sono tante le possibilità di lavoro per i medici abilitati ma non ancora specializzati: sostituzioni, guardie mediche e pronto soccorso, presidi presso strutture turistiche, sorveglianza sanitaria aziendale etc. Offerte con retribuzioni anche apparentemente allettanti, soprattutto per chi è alle prime armi. «Da neolaureato hai meno pretese, e inoltre con la modifica del regime forfettario nei primi tre anni da libero professionista puoi godere di un regime agevolato» aggiunge Giovanni [anche questo nome è di fantasia], giovane medico neoabilitato a Padova: «Il problema non è tanto la paga quanto le responsabilità. Ad esempio la guardia medica si aggira sui 2mila euro al mese per circa 105 ore. Una retribuzione che non è commisurata al rischio effettivo cui si è esposti: ti dicono che dovresti gestire solo i codici bianchi, ma sei un medico e se gli altri sono impegnati hai il dovere di intervenire nell’urgenza. E ancora, per il presidio di un villaggio turistico, per due settimane ti offrono 1.000 euro, ma con la reperibilità di tutto il giorno e il rischio di dover gestire urgenze a tutte le ore».E poi c’è il problema della specializzazione, che ad oggi permette solo a un terzo dei concorrenti di aggiudicarsi un posto. Nel 2018, a fronte di 16.146 candidati, i posti messi a bando erano solo 6.934. La selezione su base nazionale ha introdotto quantomeno una maggiore trasparenza e meritocrazia, ma gli escamotage restano. «Ad esempio gli studenti di famiglie facoltose che non riescono a superare il test trovano il modo di farsi finanziare una borsa di studio da associazioni o enti, con l’aggiunta di posti di specializzazione ad hoc», racconta Claudia. Di recente in Veneto ha fatto scandalo il caso di un professore ordinario di Chirurgia plastica veneto, per un certo periodo direttore di una scuola di specializzazione, coinvolto in un giro di borse create ad hoc e addirittura finanziate da parenti dei candidati che non avevo superato il test selettivo. Quando, finalmente, si riesce a superare il “collo di bottiglia” dell’ammissione alla specializzazione, la situazione non è comunque tutta rose e fiori. «Lo specializzando in Italia non viene valorizzato né rispettato e ricopre ruoli che certo non puntano alla crescita e che non gli competono» lamenta Claudia: «Spesso si ritrova per tutto il tempo a fare cose che lo strutturato non vuole fare, come compilare le cartelle cliniche, senza mai arrivare a entrare, ad esempio, in una sala operatoria». Oppure c’è l’estremo opposto dell’amplificazione delle responsabilità: «Gli specializzandi dovrebbero essere sempre affiancati, invece ad alcuni viene chiesto di coprire turni notturni da soli e persino di trattenersi per i successivi turni diurni». Tutto questo al culmine di un iter già di per sè lungo e impegnativo. Al superamento del test di ammissione - ben 67mila candidati per 10mila posti nel 2018/19 - si frequentano sei anni di università quindi, una volta conseguita la laurea, si effettua un tirocinio di tre mesi fra chirurgia generale, medicina interna e medicina di base. Il successo step è l'esame di abilitazione professionale per l'iscrizione all'Albo. Infine il medico può scegliere fra il corso di formazione specifica in medicina generale, della durata di tre anni, e uno dei 52 corsi di specializzazione (area medica, area chirurgica e area servizi clinici), della durata variabile in base alla branca. Qualche esempio: cinque anni per chirurgia generale, neurochirurgia, anestesia e rianimazione e medicina d'emergenza e urgenza; quattro per dermatologia, endocrinologia e neurologia.Per quanto riguarda gli stipendi, i medici sono al terzo posto nella classifica dei professionisti più pagati, preceduti solo da notai e farmacisti. Secondo le statistiche del Ministero dell'economia il loro reddito annuale medio ammonta a 66.600 euro, ovvero a 5.550 euro al mese. Ma la panoramica sui giovani medici precari fa intuire un forte scollamento della fascia 30-40 anni rispetto ai "veterani". Scollamento che però è impossibile quantificare in quanto l'Enpam, l'Ente nazionale di previdenza ed assistenza dei medici e degli odontoiatri, alla richiesta della Repubblica degli Stagisti di poter avere i dati (ovviamente aggregati) sulle retribuzioni dei medici under 35 ha risposto di non essere autorizzata a pubblicizzare i redditi degli iscritti. La motivazione, alquanto paradossale: per "tutelarli".Quel che è certo è che il cammino dei giovani medici è ricco di ostacoli e punti interrogativi e la difficile esperienza di ingresso nel Sistema sanitario nazionale li induce sempre più spesso a valutare soluzioni più favorevoli per paghe e turnistiche, come il privato e l’estero. «A luglio tenterò il test di specializzazione» conclude Giovanni: «Avevo superato quello per la scuola di medicina generale, ma ho preferito rinunciare subito e lasciare il posto libero. Continuerò l'esperienza di affiancamento all'Avis. Per il futuro non ho un’idea fissa, quindi sono aperto ad adattarmi. So che in Italia devi fare i conti con ciò che è più spendibile e redditizio, ma spero di non trovarmi a fare un lavoro che sia un peso per tutta la vita».Rossella Nocca

Women of EY, a caccia di donne per contrastare il gender gap nella consulenza

Un calendario di assessment “al femminile” per vincere la sfida della parità di genere in azienda. È “Women of EY”, il progetto lanciato da EY Italia lo scorso novembre: consiste in due appuntamenti mensili con assessment di gruppo riservati a ragazze. «L’obiettivo è quello di aumentare gli inserimenti al femminile» spiega alla Repubblica degli Stagisti Mauro Pozzoli, Recruiter Talent Acquisition Specialist Advisory, responsabile dell'iniziativa insieme alla collega Marta Manti: «e di farci conoscere dalle ragazze che pensano che la consulenza non possa essere il contesto giusto per loro». Ma come funziona un assessment tipo? “Women of EY” non è solo un momento di selezione, ma anche di confronto e di condivisione. Prevede infatti l’incontro con manager donne, prevalentemente interne al gruppo, che si raccontano alle candidate, cercando di sfatare i “falsi miti” sul settore. Segue un business case di gruppo con la supervisione delle manager quindi, dopo la pausa pranzo collettiva, si comincia con i colloqui con le Risorse Umane e, per chi valuta posizioni per la sede di Milano, seguono anche i colloqui direttamente con i manager. Tra le testimonianze più significative quella di Giusy Elena Atterrato, laureata in Ingegneria gestionale e a 29 anni già manager in ambito Enterprise IT Transformation, nella divisione Advisory di EY Italia. «Sono stata assunta due anni e mezzo fa come Senior Consultant e sei mesi fa, dopo soli quattro anni nel settore, sono stata promossa a manager e mi occupo di costumer relationship management digital marketing» racconta: «Voglio far capire alle ragazze che la realtà della consulenza è sì a tratti molto dura e stressante, ma è anche un ambiente dove la crescita è veloce e c’è molta meritocrazia, al di là del genere». Finora agli assessment hanno partecipato circa 130 ragazze, con una media di 27 per ogni evento, provenienti da tutta Italia, con una prevalenza di Nord, Roma, Campania e Sicilia. Per la maggior parte, erano laureate in Economia (50 per cento) e in Ingegneria gestionale (30 per cento). Dopo i primi quattro incontri, sono state assunte già 23 ragazze, mediante stage o apprendistati finalizzati all’inserimento, tra mondo Tecnology, It Enterprise Transformation, Risk Internal Audit & Compliance, Supply Chain Operation, Finance, Customer, Cyber Security e Public. La selezione in EY è diventato molto più ad ampio raggio e non esiste un profilo ideale. «Oggi assumiamo solo il 30-40 per cento nell’area Economia e Management. Se fino a qualche anno fa guardavamo meno all’ambito Stem» precisa Pozzoli: «oggi cerchiamo anche ingegneri informatici, gestionali, matematici, delle telecomunicazioni, energetici, nonché ingegneri meccanici, civili, statistici, fisici». Ma come vengono intercettate le ragazze potenzialmente interessate a entrare nell’azienda? «Il canale principale è Alma Laurea. Attraverso i filtri di ricerca individuiamo dei profili e li contattiamo telefonicamente» spiega il recruiter: «quindi li sottoponiamo a una prima selezione, che si fa da casa attraverso test psico-attitudinali, logico-numerici, verbali e di lingua inglese». Le ragazze che superano la soglia minima fissata vengono convocate per la giornata di assessment.  Quindi, una volta conclusa, in breve tempo ricevono un feedback rispetto alla selezione.I primi risultati del progetto sono già positivi: «Negli ultimi cinque mesi abbiamo raggiunto il 45 per cento di donne» racconta Pozzoli «mentre fino a ottobre la percentuale era circa del 30 per cento». Le percentuali più alte si registrano nelle aree Core Business Services (69%) e Tax (48%), mentre le più basse nelle aree Transaction Advisory Services (34%) e Advisory (40%). «Tendenzialmente la percentuale si abbassa salendo nella piramide, ma d’altronde tutte le società di consulenza sono in difficoltà da questo punto di vista», aggiunge il responsabile. Ci sono poi eccezioni positive. «Io lavoro in un team esteso di un'ottantina persone», racconta Atterrato, «dove c’è parità di genere, anzi sulle posizioni manageriali c’è una prevalenza femminile e di questo sono fiera». Women of EY è anche l’occasione per far conoscere le altre iniziative del gruppo. Fra quelle presentate, c’è “Mamme@EY”, una policy che ha l’obiettivo di bilanciare le esigenze di mamme e professioniste in EY, migliorando l’equilibrio tra vita personale e professionale e fornendo un supporto economico nei primi mesi di vita del bambino. «Le neolaureate in genere si sentono poco toccate, a tratti spaventate da questo argomento, sono concentrate su altro, e in particolare sull’internazionalità dell’azienda, sul percorso di crescita e sulla formazione», spiega Pozzoli: «Tuttavia è importante che sappiano che il loro percorso di carriera non sarà rallentato in funzione della maternità, che essa non rappresenta un ostacolo». Gli appuntamenti con Women of EY proseguiranno, per questa edizione, fino al mese di giugno. Le interessate possono scoprire ulteriori dettagli attraverso la sezione Carees del sito aziendale e le pagine social del Gruppo. Ma qual è la “ricetta” per farsi strada nel settore? «Ci vogliono forte passione, dedizione, competenza assoluta, aggiornamento continuo, carattere determinato e sicuro e intelligenza emotiva» riassume Giusy Atterrato: «Alle ragazze consiglio di non sentirsi mai svalorizzate, perché il riscontro dal mondo è determinato in primis da quello che abbiamo di noi stesse. Oggi stiamo sempre più superando i retaggi culturali e dobbiamo abbandonare noi per prime il presentimento di diversità!».Rossella Nocca

Molise e Puglia fanalini di coda: ancora senza una nuova normativa sui tirocini extracurriculari

Sono rimaste due le regioni a non essersi ancora adeguate alle linee guida nazionali in materia di tirocini formativi e di orientamento, che risalgono ormai a quasi due anni fa. Si tratta del Molise e della Puglia. La Puglia dovrebbe legiferare entro l’estate, mentre il Molise non sa dare una tempistica nemmeno orientativa. Il che rappresenta un vero e proprio paradosso, in quanto proprio il Molise era stato tra le prime regioni a recepire, con una delibera regionale, le indicazioni della Conferenza Stato Regioni, adottandole integralmente e rinviando a un secondo momento la disciplina in dettaglio. Un secondo momento che, da luglio 2017 ad oggi, a quanto pare non è ancora arrivato. Otto mesi fa alla Repubblica degli Stagisti era stato assicurato che la Regione era «in fase di elaborazione del testo» e di avviamento dell’informatizzazione dei percorsi di apprendistato e tirocinio. E adesso? «Abbiamo terminato il sistema informatizzato dell’apprendistato e stiamo procedendo a quello dei tirocini», è la risposta di Pasquale Spina, responsabile dell’Ufficio tirocini regionale: «Approvare le linee guida è semplice, abbiamo già pronta la modulistica riguardante convenzioni, progetto formativo e altro. Il difficile è rendere il tutto informatizzato per avere un minimo di controllo ex ante e un colloquio, sempre dal punto di vista informatico, per tutti coloro che ruotano intorno a questo istituto».Inoltre Spina adduce il ritardo anche a non meglio definiti fattori esterni: «A livello nazionale vi sono ancora delle problematiche da dover dissipare, quindi non vorremmo concludere l’iter per riprenderlo il giorno successivo e apportare modifiche». Problematiche su cui la Repubblica degli Stagisti chiesto maggiori chiarimenti, visto che non sono state segnalate da nessuna delle altre regioni, ma senza ricevere risposta. Nel frattempo, i tirocini formativi e di orientamento in Molise sono attivati in base alle linee guida nazionali e, per tutto quanto non specificato da queste ultime, si rifanno alla normativa regionale precedente. Per quanto riguarda invece la Puglia, dalla Regione assicurano che al massimo entro l’estate la delibera della giunta sarà approvata. «Siamo agli ultimi passaggi istituzionali» giura alla Repubblica degli Stagisti Sebastiano Leo, assessore regionale con delega formazione e lavoro – politiche per il lavoro «e si prevede a breve la condivisione del testo con il partenariato economico-sociale». Ed ecco qualche anticipazione sulla normativa pugliese prossima ventura: «La Regione intende confermare l’importo minimo di 450 euro a titolo di indennità di partecipazione, come pure intende conservare la previsione della durata massima di sei mesi per i tirocini che non siano rivolti a persone che si trovano in una condizione di particolare svantaggio, per i quali il percorso potrà avere una durata massima di ventiquattro mesi» dice l’assessore: «Per i tirocini finalizzati all’inclusione sociale, all’autonomia delle persone e alla riabilitazione di persone già prese in carico dai servizi sociali e sanitari professionali, sarà ammessa, previa attestazione da parte dei competenti servizi, una proroga ulteriore rispetto al limite dei ventiquattro mesi o la ripetizione della esperienza formativa, di norma vietata». In questo la Puglia si discosterà dunque dalle linee guida nazionali, che prevedono il limite massimo di dodici mesi, prolungabili a ventiquattro solo per i soggetti disabili, e mai derogabili.Il nuovo testo introdurrà anche alcune novità rispetto alla normativa regionale del 2013. Tra queste, l’inserimento della premialità ai fini del superamento della quota di contingentamento (il numero massimo di tirocini attivabili in rapporto al numero di lavoratori subordinati all’interno dell’unità produttiva) in favore del soggetto ospitante che procederà all’assunzione di uno o più tirocinanti. Sarà inoltre introdotto un controllo "a monte" sulla regolarità dei tirocini, come spiegato dall'assessore Leo, attraverso «la previsione di un meccanismo di autorizzazione del tirocinio in grado di intercettare in fase preventiva le irregolarità che ineriscono alla fase genetica del percorso formativo, come ad esempio la violazione dei limiti di durata minima e massima del tirocinio, la violazione del limite numerico di tirocinanti che il tutor può accompagnare e la violazione del divieto di reiterazione del tirocinio tra medesimo destinatario e medesimo soggetto ospitante».Insomma la Puglia si sta avviando, se pur lentamente, verso la conclusione dell’iter di adeguamento, mentre il Molise sembra destinato ad essere ufficialmente fanalino di coda.Rossella Nocca

Tirocini in Emilia-Romagna, la nuova legge inasprisce controlli e sanzioni

Una nuova legge per qualificare l’esperienza del tirocinio e contrastare possibili abusi. A fine febbraio l’assemblea legislativa dell'Emilia Romagna ha approvato la legge n.1 del 2019, il cui fulcro è l’intensificazione del controllo e della tutela dei tirocinanti. La legge, che entrerà in vigore il 1° luglio 2019, ha introdotto infatti l’autorizzazione preventiva, basata su un sistema informativo regionale di gestione, controllo e autorizzazione dei tirocini; e un più severo controllo in itinere, attraverso un accordo con l’Ispettorato del lavoro per il monitoraggio e la condivisione dei dati, finalizzato a garantire il corretto utilizzo del tirocinio, contrastando i possibili utilizzi elusivi e prevenendo gli abusi.  L’autorizzazione preventiva dovrà essere rilasciata dall’Agenzia regionale per il Lavoro entro dieci giorni dal recepimento della documentazione di attivazione del tirocinio. La Giunta regionale, in stretta integrazione con l’Ispettorato del Lavoro, dovrà invece individuare e programmare attività di controllo e ricevere tempestiva informazione sugli accertamenti ispettivi realizzati, anche per introdurre interventi di carattere regolativo. La durata massima per i tirocini, per i quali non esisterà più la distinzione fra formativi/di orientamento e di inserimento/reinserimento al lavoro, è stata fissata a sei mesi, quindi abbreviata rispetto alle linee guida nazionali. Fanno eccezione i tirocini rivolti a persone in condizioni di svantaggio (dodici mesi) e a persone con disabilità (ventiquattro mesi). L’indennità minima mensile è stata invece fissata a 450 euro, quindi innalzata rispetto alle linee guida nazionali e confermata rispetto alla normativa regionale precedente. Confermato anche il divieto per l’azienda di ripetere il tirocinio con lo stesso tirocinante e di ospitare tirocinanti che abbiano già lavorato nei due anni precedenti presso la stessa realtà, con qualunque forma contrattuale, nonché di utilizzare i tirocinanti per attività non coerenti con gli obiettivi formativi previsti.Resta inoltre l’obbligo per i tirocini di rifarsi al Sistema regionale delle qualifiche, garanzia di uno standard qualitativo uniforme su tutto il territorio. Sempre per tutelare la qualità dell’esperienza, è stato inoltre introdotto un limite al numero di tirocinanti che il tutor individuato dal soggetto promotore e quello individuato dal soggetto ospitante possono seguire contemporaneamente. E ancora, rimane il divieto di tirocinio per le imprese che abbiano effettuato licenziamenti nei dodici mesi precedenti l’attivazione del tirocinio, salvo per giusta causa o giustificato motivo, o che abbiano usufruito della cassa integrazione per attività equivalenti a quelli dei tirocinanti nella stessa unità operativa. Riguardo l’impianto sanzionatorio, rispetto alla normativa precedente è stata eliminata la sanzione pecuniaria per violazione dell’obbligo di invio di progetto formativo e convenzione prima dell’avvio del tirocinio, in quanto questo passaggio ora rappresenta una condizione necessaria per l'attivazione dello stesso. Introdotte invece nuove sanzioni per i soggetti promotori e ospitanti che violano le norme, punibili con il divieto di attivare tirocini che va dai dodici mesi all’interdizione permanente. È stato poi esplicitato il divieto di sostituire con tirocinanti il personale in malattia, maternità, ferie o sciopero e i lavoratori in momenti di picco nelle attività.  I dati diffusi dalla Regione Emilia-Romagna parlano di un inserimento lavorativo al termine del tirocinio per il 60 per cento dei tirocinanti. Tirocinanti che nel 2018 sono stati circa 30mila, di cui il 49,4 per cento donne e il 50,6 per cento uomini. 21.433 tirocini, in particolare, hanno riguardato giovani under 30. Il 6 per cento ha inoltre coinvolto richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale. I prossimi mesi serviranno ai soggetti promotori e alle aziende ospitanti per sperimentare il nuovo sistema informativo e le nuove modalità di autorizzazione preventiva, che − se ben sfruttati − potrebbero diventare un modello per le altre regioni. Rossella Nocca

Mestieri del futuro, si può “virare” verso il digital marketing con le Palestre Digitali

Con l’esplosione dell’economia digitale, sempre più giovani con un tipo di formazione non molto richiesto dal mercato del lavoro di oggi – ad esempio diplomi o lauree di tipo umanistico – cercano di riconvertire le proprie competenze frequentando corsi specifici per affinare le proprie skill digitali. Tra le iniziative organizzate in questo senso c’è “Palestre Digitali”, un progetto promosso da Young Women Network – prima associazione italiana, nata nel 2012, dedicata al networking, mentoring ed empowerment delle giovani donne – in collaborazione con Accenture e con la sua fondazione. Aderiscono diverse aziende importanti come Samsung e Randstad, nonché organizzazioni come Federturismo, l'associazione Prospera, Actl, e una importante collaborazione di Assolombarda.Dalla fondazione delle Palestre, nel 2012, si sono tenute sedici edizioni e sono stati formati 606 ragazzi.  L’iniziativa si svolge a Milano, presso le sedi di alcuni dei partner che aderiscono al progetto. «Il modello itinerante di Palestre Digitali permette ai giovani che seguono la formazione, di entrare fisicamente nelle aziende e di avere da subito un primo contatto con il mondo del lavoro e le sue dinamiche: flessibilità, trasferte, standing richiesto» spiegano da Accenture. Ogni anno vengono organizzate tre edizioni diverse. Nel 2015/16 e nel 2016/17, inoltre, è stata organizzata una quarta edizione anche a Cagliari, frutto di una sperimentazione che ha coinvolto anche Confindustria Sardegna e Meridione e l’università di Cagliari.Palestre è un percorso di formazione intensivo orientato al digital marketing e rivolto a giovani neolaureati o laureandi. Il programma comprende 140 ore di docenze con testimonianze di professionisti d’eccellenza del top management italiano, 20 ore di lezioni virtuali, 60 ore dedicate allo sviluppo di un progetto con esercitazioni in team. Il piano didattico comprende approfondimenti sui temi chiave del digital marketing, dalle hard & soft skills (comunicazione, creatività, lavoro di gruppo) al marketing digitale vero e proprio, con approfondimenti specifici su tecniche come SEO, SAM, landing pages, web reputation e Google Trends. Si tratta di un percorso a tempo pieno: le lezioni si svolgono dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 17.30.Obiettivo di Palestre è valorizzare i talenti e i percorsi di studio dei partecipanti orientandoli verso il mercato del lavoro digitale. Per questo motivo al corso si affianca un’attività di tutoraggio per gli studenti, sia durante la formazione in aula che durante la successiva fase di placement. Palestre, infatti, può contare su un network importante di aziende selezionate – oltre ai propri partner – che sono interessate ad offrire 4/6 mesi di formazione on the job ai partecipanti, specie con progetti di stage.I posti a disposizione sono più o meno cento ogni anno (137 quelli assegnati nel 2018). Per ciascuna edizione arrivano tre la 250 e le 300 candidature: dei corsisti 2018 il 68% erano donne. Le selezioni sono aperte a tutti; i requisiti che possono aumentare le chance di essere scelti sono essere un laureato o laureando attualmente inoccupato o disoccupato, avere meno di 29 anni, l’essersi laureato – o in triennale o in magistrale – da non più di dodici mesi, una buona conoscenza dell’inglese la disponibilità ad eventuali spostamenti durante il corso e l’interesse allo svolgimento di professioni in ambito digitale. L’iniziativa è pensata soprattutto per laureati in discipline umanistiche – nei cui corsi di laurea, generalmente, l’attenzione per il mondo digitale è scarsa – ai quali sono riservati il 60% delle iscrizioni.Aspetto interessante di Palestre è il fatto che sia completamente gratuita per i partecipanti, dal momento che il progetto viene finanziato interamente dalle aziende partner e affiliate al network. I selezionati devono farsi carico soltanto del vitto e dell’alloggio se fuori sede. Nel 2018/19 la prima edizione si è tenuta tra ottobre e novembre, mentre la seconda – febbraio/marzo – è in questo momento in corso. La terza si terrà tra maggio e giugno.E per quanto riguarda i risultati? Gli organizzatori hanno fatto il punto con la Repubblica degli Stagisti: dal 2012 Palestre, come detto, ha formato 606 laureati. «Monitoriamo il successo dell’iniziativa nei 6/12 mesi successivi. Il modello Palestre Digitali prevede che i ragazzi entrino in contatto con le aziende che offrono la possibilità di effettuare uno stage» spiegano da Accenture: «Da lì è poi il ragazzo a “giocarsi” l’opportunità con l’azienda. Obiettivo ultimo è monitorare quanti dei ragazzi formati convertano la formazione in stage, ad oggi al 70%». Non viene invece registrato, e dunque non si può sapere, quanti di questi stage si siano poi trasformati in rapporti di lavoro. Giulio Monga

Medici, una categoria privilegiata? Non è sempre così

La professione medica non è più un’isola felice. O almeno non lo è per tutti. I “fortunati” che riescono a superare il primo scoglio della selezione per diventare medici sanno che la strada sarà ancora in salita. Una volta laureati e abilitati, non hanno infatti la certezza di accedere a una borsa di specializzazione e potrebbero gravitare a lungo nel mondo del precariato, tra guardie mediche e turni anche a 3,50 euro l’ora. Nel 2018, nonostante il fabbisogno di medici specialisti stimato dalla Conferenza Stato Regioni ammontasse a 8.569 unità, sono stati finanziati  e messi a bando solo 6.934 contratti per le 54 scuole di specializzazione di area medica, a fronte dei 16.146 concorrenti. Per non parlare del corso di formazione specifica in Medicina generale, dove sono state finanziate 2.128 borse di studio, a fronte del fabbisogno stimato dalla Conferenza Stato Regioni di 10mila unità. Ma come si è arrivati a questa impossibilità da parte di più di un terzo dei medici abilitati di proseguire, almeno fino alla selezione dell’anno successivo, il percorso formativo? «La causa dell’imbuto formativo attuale è in una politica miope» denuncia alla Repubblica degli Stagisti Maria Teresa Petti, specializzanda al secondo anno in Genetica medica, membro del Comitato nazionale aspiranti specializzandi (Cnas) e vice coordinatrice del Dipartimento per l’accesso alla formazione post laurea del Segretariato italiano giovani medici: «Una politica che ha sostenuto negli anni l’incremento dei posti disponibili al test di accesso al corso di laurea in Medicina e chirurgia senza che a questo corrispondesse il finanziamento di un numero adeguato di contratti di formazione post laurea». Come si può rimediare? «Chiediamo una programmazione lungimirante che stimi con precisione chirurgica la quantità, ma anche la tipologia di specialisti necessari per rispondere alle esigenze emergenti della popolazione, quali l’aumento delle patologie croniche, quindi che non si basi soltanto sullo sterile dato dei futuri pensionamenti» risponde Petti: «Per la formazione di ciascuno studente di Medicina vengono spesi dallo Stato circa 120mila euro, pertanto una corretta programmazione permette di non vanificare un investimento così consistente».A tal proposito un segnale positivo è arrivato da un emendamento del Dl Semplificazioni, che ha stabilito che il ministero della Salute dovrà definire una metodogia per determinare il reale fabbisogno di personale da parte degli enti del Servizio sanitario nazionale e quindi le figure necessarie ad assicurare il diritto dei cittadini all'assistenza medica. Da un lato infatti ci sono tanti giovani medici che scalpitano per completare l’iter formativo, dall’altro svariate specialità in forte carenza di personale, come Medicina interna, Pediatria, Anestesia e rianimazione e soprattutto Medicina d'emergenza e d'urgenza. Un’occupazione tra le più usuranti, in cui si arriva anche a otto turni notturni mensili, e alla quale non corrisponde un compenso adeguato.«La soluzione può essere solo una: aumentare le borse di specializzazione e i contratti di formazione riservati ai già dipendenti del Servizio Sanitario nazionale» sostiene Lucilla Crudele, segretaria del Dipartimento Specializzandi del Segretariato italiano giovani medici (Sigm) e specializzanda al II anno in Medicina d’emergenza e urgenza: «Anche perché studi dimostrano che una figura specializzata migliora la gestione dell’emergenza e assicura una degenza post triage con standard molto più elevati». Se il test di specializzazione unico a livello nazionale ha rappresentato un importante passo avanti per gli aspiranti medici, anche in termini di trasparenza delle selezione, ora le associazioni propongono un ulteriore step. «Siamo stati i primi a chiedere al ministero della Salute, attraverso una proposta inviata lo scorso settembre, di unificare il test per le scuole di specializzazione e il test per il corso di formazione specifico in Medicina generale» racconta Giorgio Sessa, vicepresidente del Consiglio esecutivo del Segretariato italiano giovani medici con delega alla medicina generale «evolvendola a disciplina accademica, con l’istituzione della Scuola di specializzazione in Medicina generale, di comunità e cure primarie, sul modello dell’università di Modena». L’unificazione permetterebbe anche di evitare in parte il fenomeno dell’abbandono di borse – ad esempio per chi accede alla specializzazione desiderata al tentativo successivo e abbandona il percorso – e la conseguente perdita di fondi stanziati per la formazione post laurea.Oggi quello in Medicina generale rappresenta infatti un percorso a parte, gestito dalle Regioni e dai sindacati, e con un trattamento economico ben differente. Se uno specializzando percepisce infatti 1.600 euro per i primi due anni e 1.730 per i successivi, chi si indirizza verso la Medicina generale ne riceve circa 900. «La formazione in Medicina generale non forma adeguatamente una figura fondamentale come quella dei medici di famiglia» lamenta Sessa «anche perché a distanza di quasi trent’anni dall’istituzione del corso non esiste un documento in cui sia scritto cosa deve imparare un medico di famiglia». Nella situazione attuale sono tanti i medici italiani che si trasferiscono all’estero: oltre 10mila hanno lasciato il paese tra il 2008 e il 2018. Per dare un punto di riferimento a chi decide di continuare il percorso all’estero un utile riferimento è il sito Doctors in fuga. E intanto la popolazione medica qui invecchia: secondo i dati Eurostat un medico su due ha oltre 55 anni. Chi resta nel “limbo” tra abilitazione e specializzazione è spesso costretto ad accettare condizioni di lavoro mortificanti. Per contrastare questo fenomeno a novembre 2017 è nato il gruppo Facebook “Giovani medici anti sfruttamento”, oggi affiliato all’Associazione liberi specializzandi Fattore 2a. «Tutto è partito dall’esigenza di combattere la solitudine di ogni libero professionista del settore» spiega alla Repubblica degli Stagisti la portavoce Lucrezia Trozzi, 26 anni, specializzanda al II anno in Otorinolaingoiatria, che ha raccontato la sua storia anche in un videoreportage di Riparte il futuro: «Nel nostro settore l’onorario non lo decidiamo noi, ma il soggetto a cui prestiamo servizio: dalla clinica privata alla società sportiva alla ditta di ambulanze. E noi ci adeguiamo per inesperienza e rassegnazione». Tante le testimonianze raccolte in questo primo anno dal gruppo Facebook chiuso, in cui sono ammessi solo i medici: «Parliamo di turni di 12 ore a 3,50 euro lordi in cliniche private che per la degenza chiedono migliaia di euro, o di sette euro l’ora per presidiare competizioni sportive con grandi afflussi di persone e dove può succedere di tutto, o ancora di offerte per un ruolo di direttore sanitario a duecento euro come mero “presta-nome”», prosegue Trozzi: «Anche se questi sono casi limite, la "normalità" per le partite Iva si attesta comunque sui 7-10 euro». Tra le segnalazioni inviate dai giovani medici spicca l'offerta di lavoro per un presidio medico durante un soggiorno estivo per minori in Umbria.  «Richiesta disponibilità di 24 ore, per due settimane. Compenso di circa 3 euro all'ora»: questa la risposta che è stata data a un giovane medico che aveva chiesto maggiori dettagli sull'incarico. Anche se il decreto Bersani nel 2006 ha vietato i tariffari minimi e varie categorie come odontoiatri e avvocati hanno provato inutilmente a introdurlo, il gruppo ha stilato un tariffario “ideale” di riferimento per le prestazioni dei medici. Qualche esempio: 35 euro l’ora per turni automedica e 118, 25 euro l’ora per i turni in cliniche private, tra i 20 e i 30 euro l’ora per i presidi agli eventi e tra i 20 e i 70 per le competizioni sportive. 22 euro l’ora è invece la tariffa indicata da convenzione statale per le sostituzioni di medicina generale e per le guardie mediche.Insomma, c’è urgente bisogno che il passaggio dal mondo della formazione a quello del lavoro sia riorganizzato e razionalizzato per andare incontro sia al diritto alle cure dei pazienti sia all’esigenza di (buona) occupazione dei giovani medici.   Rossella Nocca

Tirocini, con un anno di ritardo la provincia di Bolzano aggiorna la normativa: con alcuni chiaroscuri

Lo scorso 18 dicembre, con più di un anno di ritardo rispetto al limite fissato dalla Conferenza Stato-Regioni, la giunta provinciale di Bolzano-Alto Adige si è adeguata alle “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento”, con la delibera n.1405/2018 intitolata “Criteri per la promozione di tirocini di formazione ed orientamento da parte della Ripartizione Lavoro e delle Aree alla Formazione professionale tedesca e italiana”. Come la precedente, la nuova normativa fa una differenza fra i tirocini formativi e di orientamento, attivati dalle Direzioni provinciali della formazione professionale, e quelli di inserimento o reinserimento lavorativo, promossi dalla Ripartizione lavoro.I primi sono destinati a persone in età lavorativa, inoccupate o disoccupate e socialmente svantaggiate, giovani che abbandonano la scuola dal secondo ciclo di istruzione o formazione e persone in situazione di svantaggio con riferimento al mercato del lavoro. I secondi sono rivolti invece a persone disoccupate da almeno 6 mesi, migranti, minoranza etniche e altre categorie svantaggiate. Anche le condizioni fissate per i tirocini, come era stato anticipato alla Repubblica degli Stagisti da Georg Ambach, responsabile questioni giuridiche della provincia autonoma, sono rimaste più o meno le stesse. Per i tirocini formativi e di orientamento la durata minima è di due mesi − uno, se i soggetti ospitanti operano stagionalmente − e la massima è di 500 ore. Il limite massimo dunque equivale a soli tre mesi e mezzo full time! Si tratta di un "unicum" in Italia, che si discosta fortemente dai dodici mesi previsti come durata massima dalle linee guida nazionali  e anche dai sei mesi fissati, nella stessa regione, dalla provincia di Trento. Ma attenzione, perché l'unicità non finisce qui. Allo stesso tempo, la Provincia offre infatti la possibilità all'azienda ospitante di rinnovare il tirocinio fino a due volte, per un totale di 24 mesi. Ovvero il doppio rispetto a quanto previsto dalle linee guida nazionali (12 mesi), ad eccezione dei tirocini rivolti a soggetti disabili, che possono durare fino a due anni. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto conto alla Provincia della singolarità di questa scelta, ma una risposta nel merito purtroppo non è arrivata. «Dall'introduzione di questa regola è trascorso molto tempo» risponde Maurizio Prescianotto del Centro di coordinamento formazione continua sul lavoro e orientamento professionale della Provincia di Bolzano: «Non ritengo siano ancora operativi i tecnici e responsabili politici che l'hanno stabilita».  Insomma, la Provincia autonoma ha deciso semplicemente di trascinarsi una norma del passato, senza metterla in discussione nè tenere conto dell'orientamento dato dalle linee guida nazionali: e apparentemente non c'è nessuno che oggi si voglia prendere la responsabilità di spiegare questa decisione, che pone Bolzano al di fuori del perimetro indicato dalle linee guida e dalle normative di tutte le altre Regioni d'Italia in tema di durata massima dei tirocini.Quanto al rimborso, ai tirocinanti che abbiano maturato almeno 40 ore di effettiva presenza verranno corrisposti, per ogni ora, 3 euro se minori di 18 anni e 4 euro se maggiorenni. Confermata anche la maggiorazione di 1,50 euro l’ora se la sede del tirocinio si trova al di fuori del comune di residenza/domicilio o se la distanza all’interno dello stesso comune supera i cinque chilometri. Ciò vuol dire che per un tirocinio full time, di 40 ore a settimana, i tirocinanti della provincia autonoma dovranno percepire un minimo di 480 mensili, che diventano 880 euro con la maggiorazione prevista per i fuori sede. Per i tirocini di inserimento o reinserimento lavorativo la durata minima è sempre di due mesi − solo uno se i soggetti ospitanti operano stagionalmente – mentre la massima è di sei mesi per le persone disoccupate da almeno sei mesi, di dodici per alcune categorie svantaggiate come migranti, minoranze etniche e persone inattive da almeno due anni, e di due anni per invalidi del lavoro (dal 34%), invalidi civili (dal 46%) e persone affette da menomazione psichica o mentale. L’indennità da garantire non deve essere inferiore a 450 euro. È previsto un contributo ai soggetti ospitanti fino all’80% dell’indennità di partecipazione pagata al tirocinante e fino a un importo massimo di 400 euro mensili, che viene però erogato dalla Provincia solo in caso di assunzione del tirocinante al termine del percorso formativo. Sebbene le cifre restino superiori rispetto al minimo indicato dalle linee guida – pari a 300 euro, i sindacati avrebbero auspicato qualcosa di più. «Altre Regioni hanno fatto di meglio» è il commento piuttosto netto di  Doriana Pavanello, presidente del direttivo provinciale della Cgil Bolzano-Alto Adige: «Inoltre sarebbe stato più corretto e dignitoso se la norma avesse contemplato il rimando al costo orario previsto dai singoli contratti collettivi applicati al settore d'impiego del tirocinante».    Una delle poche novità del testo riguarda il fatto che per ospitare un tirocinante è sufficiente avere tra zero e cinque dipendenti assunti con contratto di lavoro subordinato, non solo a tempo indeterminato ma anche a tempo determinato. Le proporzioni restano le stesse: massimo due tirocinanti alla volta per le aziende tra sei e venti dipendenti e, oltre i ventuno dipendenti, un numero pari e non superiore al 10% dei soli dipendenti a tempo indeterminato. Esclusi da questi limiti i tirocini rivolti a persone disabili e appartenenti a categorie svantaggiate. Anche sul meccanismo delle assegnazioni la sindacalista manifesta alcune perplessità: «Il fatto che a ospitare un tirocinante possa essere un soggetto ospitante con meno di cinque dipendenti aumenta il rischio che il tirocinante venga adibito a sopperire alle esigenze organizzative del soggetto ospitante. Se poi i controlli sulla genuinità dei rapporti formativi sono carenti o non previsti, come ad esempio  nella delibera della giunta provinciale, si può ipotizzare il verificarsi di  condizioni di vero sfruttamento.» È proprio l’aspetto sanzionatorio una delle maggiori preoccupazioni. «L'accordo tra Stato, Regioni e province autonome del 2017 ha previsto un piano mirato di ispezioni da eseguirsi a cura dell'Ispettorato Nazionale del lavoro, ma ho forti dubbi che la Provincia di Bolzano attivi il suo servizio ispettivo a questo fine» aggiunge Pavanello: «Come denunciato dallo stesso Direttore dell'Ispettorato del lavoro provinciale, il servizio ispettivo è infatti gravemente carente di personale e già due concorsi per cinque posti per ispettori sono andati deserti. Il controllo non è attivato a campione ma solo su iniziativa dell'ufficio o su richiesta di intervento. Grazie ad esso, dopo la nuova normativa, sono stati annullati due tirocini, uno per insussistenza delle condizioni minime di sicurezza e uno per formalizzazione ex post». Comunque nella delibera non si fa riferimento a nessuna misura sanzionatoria, tranne che nel caso in cui il soggetto ospitante non trasformi il tirocinio in un contratto di lavoro a tempo subordinato per la durata di almeno sei mesi senza valido motivo. In questo frangente, egli potrà essere escluso per 24 mesi dall'attivazione di nuovi tirocini.In conclusione, la provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige ha impiegato un anno e mezzo per recepire le linee guida nazionali, ma alla fine ha sostanzialmente confermato la normativa precedente.Intanto nel periodo di transizione il Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie 2018 ha registrato un rilevante aumento dei tirocini extracurriculari nella provincia autonoma, passati da 2.530 a 3.156, su una popolazione di 89mila soggetti tra i 15 e i 29 anni. Il tasso di disoccupazione è rimasto comunque tra i più bassi d’Europa, ovvero al 3,1 per cento per la popolazione totale e al 10,2 per cento per i giovani. Rossella Nocca  

Due di denari, ogni mercoledì Radio 24 racconta dov'è - e com'è cambiato - il lavoro in Italia

Se c'è un buon motivo per parlare di lavoro in radio «è approfondire e, se necessario, sfatare qualche luogo comune». Ne è convinta Debora Rosciani, al timone insieme a Mauro Meazza di Due di denari, programma di Radio 24 in onda tutti i giorni alle 11 e dedicato ai temi 'quotidiani' dell'economia: «una legge che cambia, un rovescio di borsa, una richiesta incomprensibile del fisco» esemplifica il sito. Giocoforza che anche il lavoro sia al centro del dibattito, tanto da far spuntare una rubrica fissa del mercoledì, dal titolo 'Dov'è il nuovo lavoro'. «Si è voluto dare un ulteriore appuntamento agli ascoltatori, puntando soprattutto sulle informazioni di servizio» sintetizza Rosciani. Lo spirito è quello di «spiegare il meglio possibile questioni che interessano al pubblico e novità che vanno capite», attraverso le risposte degli esperti che partecipano al programma in qualità di ospiti, e che sono quasi sempre addetti ai lavori (e quasi mai politici). Ogni volta si sceglie una professione e «di questa si esplorano le necessità formative, le possibilità di trovare occupazione e le retribuzioni». Si parla di tutti i profili, dal commercialista al panettiere e allo stilista. Ultimo caso analizzato il metalmeccanico, molto cambiato da quello di un tempo, spiega la giornalista: «Non è più come prima, non ti devi immergere nell'acido o stare lì con il tornio: il metalmeccanico 4.0 è oggi un operaio che guida i macchinari da remoto». Lo stesso vale per il panettiere: «Ormai è tutto automatizzato» prosegue Rosciani, «non bisogna impastare tutta la notte». Resta «il nodo dell'orario notturno», motivo che – come salito alle cronache di recente con la vicenda del panettiere del padovano che sostiene di non riuscire a trovare dipendenti – spiega il no di tanti alle offerte di lavoro nel settore. Proprio per questo però il tema del lavoro deve essere affrontato dai media perché «molte delle attività, anche e soprattutto le più tradizionali, stanno evolvendo rapidamente ed è utile saperlo». Le storie che arrivano in redazione dagli ascoltatori – con cui il contatto è costante, «via mail, whatsapp o telefono» – sono tutte diverse tra loro e aiutano a farsi un'idea a 360 gradi delle questioni al di là delle singole circostanze personali: «C'è chi chiama e racconta che non vuole far studiare il figlio per farlo poi finire operaio» racconta la conduttrice «ma anche chi ha portato la testimonianza opposta di un ragazzo che ha fatto lo stage e poi è passato a dirigente di cantiere grazie a un'azienda che lo ha fatto crescere e ha investito sulle sue capacità». Di tirocini tra l'altro si parla spesso, intesi «come canali primari di accesso: noi andiamo a indagare come li fanno e con quali ricadute interne». Altro motivo di fondo alla base di trasmissioni come Due di denari è il bisogno di «indirizzare i giovani e i genitori verso i percorsi formativi più promettenti e adatti alle capacità individuali». A fare in sostanza orientamento, perché «se brancoli nel buio devono insegnarti a scovare la tua attitudine». A farsi vivi sono quasi sempre non i diretti interessati – i giovani in cerca di lavoro – bensì le loro famiglie, quelle che una posizione ce l'hanno già. Un paradosso riscontrato anche in altre trasmissioni dedicate al lavoro. Nel caso di Due di denari, ragiona Rosciani, «dipende anche dalla messa in onda, alle 11, che è quando i ragazzi stanno a scuola ed è difficile interagire con loro». Ci sono però i podcast, che vanno a «intercettare, dal sito di Radio 24 o dai social network, anche i giovani». Ma non solo: la giornalista racconta di come ci siano diversi giovani lavoratori che li contattano per chiedere un parere agli ospiti sui loro dubbi, perché la trasmissione non si ferma dopo la messa in onda, ma va avanti con una sorta di bottega pomeridiana, una specie di sportello lavoro che fa un servizio di consulenza a chi scrive. Certo, «l'approfondimento è faticoso», sottolinea la giornalista, che prepara il programma in coppia con Meazza, senza il supporto di una redazione numerosa. Ed è per questo che sono tutto sommato pochi gli spazi sui media dedicati al lavoro, o comunque «non sufficienti». E poi «non tutti i mezzi si prestano allo stesso modo: la radio ha il vantaggio di poter sviluppare il discorso con maggiore profondità rispetto alla televisione». Vero anche che sul gruppo editoriale di Radio 24 «abbiamo sempre dato la massima attenzione ai temi del lavoro e questo forse ci rende anche più credibili». Del resto, come radio di Confindustria, l'emittente può contare su una platea di ascoltatori composta in larga parte anche da imprenditori e professionisti, su cui il tema del lavoro fa certamente più presa. Gli ascolti sembrano confermare: «Non abbiamo ancora il dato sul nostro segmento, ma Radio 24 ha registrato nel secondo semestre 2018 il record storico di 2 milioni e 350mila ascoltatori, con una crescita del 3% sull'anno precedente» [mentre la quasi totalità delle altre emittenti è in calo, ndr].Anche il linguaggio verso il pubblico va tarato nel modo giusto, deve «aiutare a uscire dai pregiudizi e dagli stereotipi». Perché la realtà va raccontata per quella che è: «Che il lavoro non si trovi facilmente è un dato di fatto, ma che domanda e offerta di lavoro non si incontrino è un altro dato di fatto» argomenta.Qualcosa però si può fare. Basta non essere troppo esigenti. Il che non significa che «non si debba seguire una vocazione, perché chi ce l'ha molto chiara spesso persegue anche con ostinazione degli obiettivi e li raggiunge». Ma il consiglio ai giovani in cerca della loro strada è di essere «curiosi, perché ogni lavoro ha dei lati interessanti». E poi disponibili, «anche a svolgere mansioni che non siano esattamente in linea con quelle assegnate, senza arroccarsi sulle proprie posizioni». E infine «essere pazienti, perché non si impara e non si guadagna tutto subito». Ilaria Mariotti 

Manovra finanziaria 2019, tutte le novità su lavoro e giovani

È entrata in vigore dal primo gennaio la nuova Legge di Bilancio, che contiene diverse novità in tema di lavoro, universo giovanile e sostegno alla genitorialità e alla famiglia.Partiamo da queste ultime. Uno dei provvedimenti che ha fatto discutere di più è l'introduzione della possibilità per le donne in gravidanza di lavorare fino al nono mese, previo ovviamente assenso da parte del ginecologo e del medico competente ai fini della prevenzione della salute e sicurezza sul lavoro. In questo modo è possibile utilizzare i cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro interamente dopo il parto. Finora le lavoratrici dipendenti potevano scegliere se prendere due mesi o un mese prima della data presunta del parto e tre o quattro dopo, percependo l’80% della retribuzione (in alcuni casi anche di più, fino al 100%, grazie alla contrattazione di secondo livello).La disposizione contenuta nella legge di Bilancio riguarda solo le lavoratrici dipendenti; sulla carta dovrebbe avere l’obiettivo di garantire maggiore libertà e flessibilità nell’utilizzo del congedo di maternità. «Si tratta di vera libertà?» si chiede Titti Di Salvo, ex parlamentare e sindacalista esperta di queste tematiche: «È antica la discussione sui confini tra libertà e tutele in generale e, in particolare, nel mondo del lavoro in cui non esiste parità di poteri tra lavoratori e datori di lavoro. In questo caso ci viene in aiuto l'osservazione della realtà. Da un lato già oggi la facoltà di lavorare durante l'ottavo mese di gravidanza con un bambino nella pancia è poco utilizzata e poco autorizzata dai medici nell'ambito del lavoro dipendente, perché di questo stiamo parlando».Attualmente la stragrande maggioranza delle donne va in maternità nella modalità “standard”, a partire dal settimo mese di gravidanza: secondo i dati che l'Inps ha fornito alla Repubblica degli Stagisti, delle 210mila lavoratrici dipendenti che sono andate in maternità nel 2018 oltre 194mila hanno scelto questa opzione, rispetto alle circa 6.900 che sono andate in congedo dall'ottavo. Solo il 3% delle future mamme dunque sceglie di lavorare di più prima del parto per poter avere più congedo dopo: insomma, la propensione a sospendere il lavoro molto a ridosso del parto è gi bassissima. Pertanto si può ragionevolmente presumere che la percentuale di donne incinte che sceglierà di lavorare non solo all'ottavo mese ma persino al nono sarà, di fatto, pressoché inesistente.La scelta di arrivare addirittura al nono per la Di Salvo «dipende naturalmente dal tipo di lavoro e dalle condizioni di lavoro, oltre che di salute. In secondo luogo, la nuova norma rischia di essere il manifesto di una maggiore libertà teorica in un mondo del lavoro dipendente ostile alla maternità. In cui la maternità è spesso un ostacolo per entrare nel mondo del lavoro, per progredire nel mondo del lavoro, per non esserne respinta». La strada, secondo la Di Salvo, è differente: «per consentire maggiore libertà alle donne nella scelta della maternità la strada è un'altra: incentivare la condivisione delle responsabilità genitoriali e, dunque, incentivare la presenza dei padri».A proposito di padri, un altro tema oggetto della manovra è il congedo di paternità, di cui più volte anche la Repubblica degli Stagisti ha parlato, sensibilizzando sull’importanza di un provvedimento che rischiava di scomparire, sul quale anche Titti Di Salvo si era attivata in prima persona, promuovendo una petizione insieme ad altri firmatari per salvarlo e ampliarlo.«È stato scongiurato il pericolo molto concreto che non venisse rinnovato il congedo di paternità obbligatorio, una misura la cui sperimentazione era finanziata fino al 31 dicembre 2018. Grazie alla petizione popolare promossa a settembre e a un emendamento parzialmente accolto del Partito Democratico, il congedo viene portato a cinque giorni obbligatori più uno in alternativa alla madre, un giorno in più rispetto al 2018, ma solo per il 2019. Un passo avanti positivo, ma insufficiente. In un Paese in crisi di denatalità le misure da prevedere sono tante e riguardano il lavoro e il sostegno economico alle famiglie. Ma su tutte  la condivisione delle responsabilità nella cura dei figli è quella più efficace come dimostra il suo impatto nei paesi in cui è prevista. La petizione popolare consegnata al Presidente della Camera  e alla Presidente del Senato è arrivata in Parlamento ed è stata iscritta ai lavori della Commissione lavoro della Camera: la richiesta è quella di estendere il congedo obbligatorio di paternità ad almeno 10 giorni. Bisognerà riprendere la mobilitazione per chiedere che venga esaminata dal Parlamento».Passando alle misure di sostegno all’occupazione giovanile, un’altra novità è rappresentata dal bonus “giovani eccellenze”, che prevede sgravi contributivi per 12 mesi e nel limite di 8mila euro annui per le aziende che assumano nel corso di quest’anno neolaureati under 25 con una laurea magistrale conseguita nei tempi previsti tra il primo gennaio 2018 e il 30 giugno 2019 con voto di 110 e lode e media ponderata di 108/110, e dottori di ricerca sotto i 34 anni che abbiano conseguito il dottorato tra il primo gennaio 2018 e il 30 giugno 2019.È stato infine prorogato per il 2019 e 2020 il bonus Mezzogiorno per i datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato under 35 o soggetti con almeno 35 anni d’età e privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi. Però il governo ha dato una sforbiciata ai fondi per l'alternanza scuola lavoro: «La legge di Bilancio 2019 riduce gli stanziamenti per i contratti di apprendistato e l’alternanza scuola-lavoro, stanziando solamente 50 milioni di euro, a fronte dei 125 milioni nel Bilancio 2018» conferma alla Repubblica degli Stagisti l'avvocato Francesco Rotondi, socio fondatore dello studio legale LABLAW: «L’istituto dell’alternanza scuola-lavoro cambia ora nome in “percorsi per le competenze trasversali”, subendo una secca riduzione delle ore destinate alla formazione in azienda» è prevista una secca riduzione delle ore da destinare alla formazione trasversale che vengono più che dimezzate nei licei e, cosa ben più grave, anche negli istituti tecnici e professionali». Rotondi ritiene che eliminare l’alternanza scuola-lavoro dai requisiti d’accesso per l’esame di maturità «sia un grosso passo indietro rispetto alla precedente normativa: viene infatti intaccato uno strumento di formazione che avrebbe potuto fungere da primo importante canale di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, soprattutto con riguardo alle forme di apprendistato di primo livello in alternanza scuola-lavoro che solo negli ultimi anni hanno ricevuto adeguato slancio, ora di fatto vanificato».Con Rotondi la Repubblica degli Stagisti ha anche affrontato le novità più rilevanti e più discusse, il reddito di cittadinanza e “Quota 100”, in particolare in rapporto alle ripercussioni sui più giovani. Il reddito di cittadinanza dovrebbe partire dal mese di aprile 2019. Sul tema l'avvocato si mostra abbastanza critico: «Si basa sulla stessa impostazione del reddito di inclusione, non si tratta di una misura di reddito slegato dal lavoro come nei paesi del nord Europa, bensì di un sostegno orientato alla reintroduzione nel mondo del lavoro. Cambia però, e di parecchio, la platea, così come lo stanziamento, che era di poco meno di due miliardi, mentre adesso sarà di circa sei, per una durata massima di 36 mesi, contro i 18 del reddito di inclusione. Per poterlo richiedere resta indispensabile presentare il modello Isee. Questa misura riguarderà circa cinque milioni di persone, che si trovano al di sotto della soglia di povertà assoluta: il 47% dei potenziali beneficiari sarà al Centro-Nord e il 53% al Sud e Isole. Il reddito di cittadinanza»  prosegue Rotondi «è vero che è vincolato a una accettazione di un’offerta di lavoro e a un incentivo di tipo economico per le aziende che assumono disoccupati che hanno diritto a ricevere l’indennizzo, ma questo automatismo si fonda su un evidente punto di debolezza: il non funzionamento dei centri per l’impiego, rispetto all’incontro tra domanda e offerto del lavoro ed all’idea velleitaria che 10mila giovani e inesperti navigator possano risolvere, non si capisce bene come, un problema strutturale che attanaglia il paese da decenni».E “Quota 100”? «Non è una misura per giovani» chiarisce subito Rotondi: «La riforma pensionistica messa in campo dal governo forse libererà dei posti di lavoro, ma non risolverà il mismatch tra offerta formativa e domanda delle imprese. Saranno 20mila in più le uscite dalle industrie nei settore chiave del made in Italy. Si creeranno più opportunità di lavoro, ma non ci saranno abbastanza giovani pronti a coglierle. Manca una formazione in linea con le esigenze dell’industria.». Quali le conseguenze? «Il rischio è di lasciare un vuoto di competenze, fin quando non avremo un sistema educativo che permetterà una rapida professionalizzazione. Non esiste una correlazione esplicita tra l’abbassamento dell’età pensionistica e nuove assunzioni. Ad impedire la staffetta generazionale subentra la mancanza di know-how dei giovani: non ci si inventa una professionalità da un giorno all’altro, occorrono esperienze e conoscenze che il mondo dell’istruzione e della formazione al lavoro hanno il dovere di contribuire a creare».Resta quindi da attendere un po’ di tempo per capire le effettive conseguenze di questi provvedimenti sul mercato occupazionale, soprattutto per chi vi è presente da meno tempo o vorrebbe entrarvi ma ancora non ne ha avuto modo.Chiara Del Priore

Scuole di giornalismo: oggi costano meno di un tempo, ma la crisi del settore riduce le prospettive di lavoro

In Italia esistono dodici scuole di giornalismo, che nell’ultimo biennio hanno messo a disposizione trecento posti per aspiranti giornalisti: in media arrivano un migliaio di candidature per biennio (l'ultimo dato è 800), anche se poi i posti effettivamente assegnati sono poco più del 75% di quelli disponibili (235, per esempio, l'anno scorso). Un business che vale quasi un milione e 800mila euro all'anno.Le scuole sono diventate, per molti, l’unico accesso possibile alla professione. Anche se qualcosa in futuro potrebbe cambiare. Il Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti ha, infatti, dato il via libera il 16 ottobre dello scorso anno alla propria riforma e inviato al dipartimento per l’editoria della Presidenza del Consiglio il testo approvato. Il progetto di riforma, fortemente sostenuto dal presidente Carlo Verna, in carica dal 2017, introduce tra le altre cose modifiche alla pratica giornalistica, riconosciuta anche all’interno di un corso universitario annuale.Le scuole potrebbero avere le ore contate? Non proprio, ma se la pratica venisse riconosciuta anche all’università i master sarebbero costretti almeno in parte a modificarsi. E probabilmente, per motivi di mercato, anche dal punto di vista economico.Sette anni fa la Repubblica degli stagisti aveva fatto un'inchiesta approfondita sulla professione per capire se le scuole fossero solo per i figli dei ricchi. E il quadro emerso aveva dimostrato come l’accesso al mondo giornalistico costasse alle famiglie italiane cifre dagli otto ai 20mila euro solo per la retta di iscrizione.Oggi le scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine nazionale sono dodici, dopo la riapertura di una scuola simbolo come quella di Bologna, in passato chiusa per carenza di domande. E chi decidesse di tentare questa carta per diventare professionista, non sconfortato dagli esiti occupazionali, dovrà mettere in conto di spendere cifre che vanno dagli 8mila ai 21mila euro solo per la retta, a cui si aggiungono tutti i costi connessi: vitto e alloggio per i fuori sede e durante i mesi di stage (spesso lontani dalla sede della scuola), oltre alle spese per partecipare all’esame di Stato. La scuola in assoluto più costosa è la Luiss, con una richiesta di 21mila euro per il biennio in corso. Segue la Lumsa a 20mila: qui l’ultimo biennio è partito nell’ottobre scorso. Si passa poi ai 19mila euro per la Iulm e 18mila per il master a Torino, entrambi fermi al costo di sette anni fa, seguiti dall’università Cattolica a Milano a 17mila.A questo punto le cifre iniziano a diventare un po’ più abbordabili, con il master del Suor Orsola Benincasa a Napoli che per il biennio iniziato nel 2017 chiedeva 14.400 euro, seguito a ruota a 14mila dalla scuola di giornalismo Walter Tobagi dell’università di Milano, nata nel 2009 in seguito a un accordo tra il master dell’università Statale di Milano e l’Ifg Carlo De Martino, che era la più antica scuola di giornalismo italiana e fino al biennio 2005-2007 anche l'unica ancora completamente gratuita: poi la Regione Lombardia ha chiuso i rubinetti dei fondi, e si è resa opportuna la “incorporazione” dell'IFG all'interno della Statale.A quota 12mila euro si assestano, invece, tre scuole: il master in giornalismo dell’università di Bologna, la scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia e l’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, fondato nel lontano 1990. Chiudono la classifica due scuole del sud, entrambe con una retta di 8mila euro: Salerno, dove nel 2012 si spendevano per il biennio 15mila euro, e Bari.  I guadagni delle scuole, però, non si fermano solo alle rette per i due anni, perché a queste si aggiungono anche le spese relative alle varie fasi della selezione e che coinvolgono una platea più ampia di soggetti. Si va dai 50 euro a candidato della scuola Walter Tobagi ai 100 di Torino, dai 150 euro del master di Bari e della Luiss fino ai 250 per i test di Perugia, suddivisi tra domanda di ammissione e successivo pagamento per la selezione.E le borse di studio? In questo campo la situazione è decisamente migliorata rispetto al passato, quando ad esempio il Suor Orsola aveva solo tre borse di studio ognuna da 5mila euro e il master a Salerno non ne prevedeva. E il merito va al Quadro di indirizzi per il riconoscimento, la regolamentazione e il controllo delle scuole di formazione al giornalismo, approvato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti nel dicembre 2016 e riconfermato anche nel nuovo quadro di indirizzi del settembre 2018. Il documento prevede, infatti, all’articolo 5 che «ciascuna scuola garantisce un numero di borse di studio pari come minimo al 15 per cento delle somme versate a qualsiasi titolo dagli allievi». E infatti, leggendo i bandi, tutte le scuole si sono adeguate prevedendo borse di studio e, in alcuni casi, introducendo anche delle convenzioni con alcune banche in modo da consentire l’accesso al prestito d’onore a copertura parziale o totale della retta, come per la scuola di Perugia e di Urbino.Ma se i soldi investiti dai praticanti giornalisti creano per le scuole un introito non indifferente, il tempo e il denaro investiti non sempre valgono la candela. Già una ricerca effettuata nel 2010 mostrava come i collaboratori di testate nazionali e locali venissero pagati anche meno di 3 euro a pezzo. A dimostrazione che una volta raggiunto l’agognato titolo di “professionista”, il mercato non era più così esaltante. Adesso ci sono dati aggiornati che danno un quadro ancora più fosco.Secondo il Rapporto sulle dinamiche occupazionali nel settore giornalistico: confronto con il sistema paese e l’ambito comunitario dell’Inpgi, presentato lo scorso maggio in Commissione lavoro e tutela occupazionale, «negli ultimi cinque anni sono andati persi 2.704 posti di lavoro nel mondo giornalistico, un calo di oltre il 15%». Un dato giudicato in controtendenza sia rispetto alla crescita dell’occupazione registrata in Europa che in Italia. E i giovani sembrano averlo imparato. Prova ne sia che, nonostante in molti tentino la carta di quello che Albert Camus definiva il mestiere più bello del mondo, le domande di ammissione nelle scuole diminuiscono. Tanto che più di un master si è trovato ad avere meno studenti di quanti previsti dal bando nell’ultimo biennio, costretto a rispettare un’altra regola imposta dall’Ordine dei giornalisti, e specificata all’articolo 22 del quadro di indirizzi già del 2016, quella secondo cui «Il numero di allievi ammessi al corso non può essere superiore alla metà di coloro che hanno completato le prove di selezione». Alcuni esempi: il master a Torino prevedeva un massimo di venti posti e alla fine gli studenti sono 15, la Lumsa aveva il target massimo a 30 e si ritrova con 24 praticanti, stesso limite da bando anche per il Suor Orsola a Napoli che alla fine ha solo 11 studenti, mentre Bari ne ha addirittura uno in meno.Scuole, quindi, un po’ meno mangiasoldi, visto il maggior numero di borse di studio e le rette in molti casi abbassate. Ma che, visti i numeri della crisi editoriale, possono garantire sempre meno l’ingresso sul mercato del lavoro. Marianna Lepore