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Selezione del personale, l'esperta: “Personalizzate il cv e fate attenzione alla reputazione sui social”

1999: nasce il cv formato europeo con l’obiettivo di creare uno strumento per permettere a ogni cittadino europeo di esercitare la propria professione in qualsiasi stato dell’Unione Europea. Oggi quel cv ha quasi vent'anni e sembra destinato alla soffitta. La sua evoluzione è in qualche modo lo specchio dei cambiamenti che hanno interessato in questi anni il mondo delle risorse umane e, nello specifico, la selezione del personale.Se ne è parlato in occasione di Nobilita, festival della cultura del lavoro organizzato qualche mese fa a Bologna dall’associazione FiordiRisorse e dalla testata web Senza Filtro, che ha visto confrontarsi giornalisti, addetti ai lavori del mondo delle risorse umane e formatori su tanti temi, tra cui quello del recruiting e delle evoluzioni delle modalità di reclutare personale – anche alla luce della crescita del digital e della cosiddetta social reputation: cioè tutto ciò che viene detto di noi in particolare attraverso il web.«Tra le aziende il cv europeo è stato sempre deprecato, è senz’altro utile per fare un benchmark molto veloce, ma soprattutto oggi la tendenza diffusa è quella di verificare la creatività e la personalità di un candidato sin dall’inizio» dice alla Repubblica degli Stagisti  Silvia Zanella, responsabile global digital marketing di Adecco, multinazionale di selezione del personale e autrice del libro Social recruiter: «Personalmente quando ricevo un cv europeo la mia prima impressione non è positiva, a meno che esso non sia espressamente richiesto dall’azienda. Il cv europeo porta a una fortissima standardizzazione e permette minori opzioni di personalizzazione. In generale credo poco al curriculum, penso che non faccia uscire molto la persona». Quali sono allora i consigli per chi manda una candidatura? «Non credo sia utile inoltrare sempre lo stesso cv alle aziende, va studiata l’azienda e calibrato il curriculum a seconda del destinatario. Il cv va “vestito” in maniera conforme al tipo di azienda per cui mi candido, cercando di bilanciarne i contenuti in modo diverso in base a cosa richiede. Se già ci fossero cv “modellati” le cose andrebbero diversamente. Un’altra mossa utile potrebbe essere una lettera motivazionale ben scritta, che consenta al candidato di esprimere la propria creatività».Scrivere una bella lettera motivazionale e personalizzare il proprio curriculum però può non essere abbastanza. Nell’era del web e dei social conta molto anche cosa si dice di noi in rete e soprattutto cosa raccontiamo attraverso Facebook e simili. Su questi temi Silvia Zanella lavora da anni, precisamente dal 2010, quando ancora i social non erano completamente esplosi in tutte le loro potenzialità, intuendo la loro importanza cruciale anche nell'ambito della selezione del personale: «La nostra immagine digitale ha un impatto perché i selezionatori verificano se ciò che una persona dice ha qualche risonanza, fanno verifiche sulle informazioni pubbliche presenti sui profili Facebook o Instagram del candidato».L’ultima ricerca di Adecco su questo tema, realizzata su 2.742 candidati e 143 recruiter in Italia, ha evidenziato come il 35% dei recruiter abbia ammesso di aver escluso potenziali candidati dalla selezione a causa di informazioni contenute sui social, una percentuale sempre più in aumento rispetto agli anni precedenti. Secondo i recruiter interpellati le principali motivazioni dell’esclusione sono state foto sconvenienti (20%) o informazioni non coerenti con il cv (18%). «Il recruiter è una persona che si fa un’idea in base agli elementi in suo possesso, provenienti ovviamente anche dalla rete» spiega Zanella. Va sottolineato tuttavia come anche i candidati si informino sul web sulle aziende presso cui vorrebbero andare a lavorare: sempre secondo la ricerca Adecco, il 76% dei candidati ha verificato online almeno una volta la reputazione di un’azienda.È importante quindi fare molta attenzione a quello che si fa sapere di se stessi sugli spazi pubblici: «Compito di tutti deve essere quello di sentirsi responsabilizzati quando si pubblica online», aggiunge Silvia Zanella. Senza dimenticare che ci sono anche casi in cui l’immagine espressa da idee, parole, contenuti postati sui social viene notata dai recruiter e può influenzare la scelta di un candidato: «I social possono avere anche un ruolo positivo: se è vero che sono molte le persone scartate a causa di quanto trovato online, è anche vero che esistono casi di persone scelte anche grazie a quanto pubblicato». L’importante è essere creativi e riuscire a far emergere tutti gli aspetti più interessanti di se stessi – quando si parla di lavoro, ma non solo.Chiara Del Priore

Cv europeo, le avventure di un (quasi) ventenne tra i cambiamenti del mercato del lavoro

Ha quasi vent'anni ma, per tutte le evoluzioni che ha attraversato e tuttora vive, sembra più «grande» della sua età. Stiamo parlando del cv europeo, ora chiamato Europass, sin dall’anno della sua introduzione, il 1999, espressione della volontà di creare uno strumento comune per la condivisione di conoscenze e competenze nei paesi Ue. Come è cambiato da allora, e soprattutto: oggi è in declino?«Il cv Europass è un’evoluzione del già noto cv europeo, che dalla fine degli anni Novanta aveva rappresentato il tentativo di standardizzare, attraverso uno strumento comune a tutti i paesi UE, il modo di presentare le proprie abilità, conoscenze e competenze» racconta Alessandra Biancolini dell’Anpal, l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, in cui rientra il Centro Nazionale Europass, che coordina tutte le attività relative ai documenti Europass «Nel 2002 il cv europeo entra a fare parte di una più ampia strategia per ampliare la trasparenza dell'istruzione e della formazione professionale attraverso l’uso di strumenti e di reti di informazione e viene inserito nel portafoglio Europass. Il formato viene leggermente rivisto, vengono mantenute le linee generali della sua struttura ma al posto del logo con la bandiera UE c’è il logo dell’iniziativa omonima, Europass» .Nel 2012, altro importante step nell’evoluzione del cv europeo: «Durante la presidenza lussemburghese viene deciso di dare nuovo impulso all’iniziativa Europass ed anche il cv ne beneficia, con un nuovo formato, che comprende un editor online con diverse innovazioni, tra cui un’interfaccia più accessibile con una visualizzazione immediata dell'impaginazione finale del documento, nuovi campi e nuova identità grafica per una maggiore leggibilità» spiega Biancolini: «Il cv viene essenzialmente diffuso e veicolato attraverso la piattaforma europea dedicata, accessibile al link Europass, e tramite la rete europea costituita dai Punti di Contatto nazionali, cioè Centri Nazionali Europass».Da un punto di vista tecnico «il cv Europass può essere compilato direttamente online sul portale europeo e postato ai motori di ricerca di lavoro, quali Monster o Xing, indicati nell’editor» specifica Biancolini: «In alternativa, può essere scaricato in word e compilato con le istruzioni alla mano. Sul sito sono presenti anche dei modelli precompilati in tutte le lingue ufficiali UE ma è intenzione della Commissione UE, viste le recenti evoluzioni, eliminare il modello in word ed offrire esclusivamente la compilazione online tramite l’editor. E per quanto riguarda l'utilizzo in Italia? Le statistiche europee più recenti indicano un declino, nelle ultime due annualità, del numero di download del documento in word, passato da oltre 4 milioni e 900mila download del 2016 a circa 1 milione 127mila del 2018. Inoltre, proprio per modernizzare l’infrastruttura tecnologica di accesso al cv Europass e avvicinarsi maggiormente al target dei giovanissimi, è disponibile da quest’anno un applicativo di compilazione guidata per smartphone con interfaccia».Negli anni l’uso del cv Europass è cambiato per una serie di motivazioni, tra cui proprio l’avvento delle piattaforme online di recruitment, gestite direttamente dalle aziende, anche se non necessariamente a svantaggio del cv europeo: «Non parlerei di declino in senso assoluto. I dati gestiti dal portale europeo mostrano un trend decrescente in termini di download del template, il modello word, che però vanno opportunamente comparati con il numero dei cv creati online tramite l’editor» spiega ancora Biancolini: «Dalle statistiche europee si evidenza che nel periodo compreso tra il 2005 ed il 2017 sono stati oltre 100 milioni i cv Europass creati online, a cui vanno aggiunti i 60 milioni di download del template del cv. In Italia la cifra è di circa 24 milioni per i cv creati online, oltre 29 milioni per quelli scaricati, nello stesso periodo di riferimento. Le recenti iniziative che anche in Italia hanno portato all’affacciarsi di nuovi formati unitamente ad appositi siti ed app sono il frutto di un’evoluzione naturale dei sistemi di gestione del web da parte delle persone per ogni aspetto della propria vita, in primis per la ricerca di lavoro», sostiene la Biancolini.Le piattaforme online gestite dalle aziende possiedono tuttavia caratteristiche ben precise, che possono influenzare la modalità di realizzazione del cv da parte del candidato, aggiunge Dario Franzosi, direttore area recruiting di Jobmeeting, una delle più importanti fiere del lavoro italiane: «Alcuni software sono in grado di leggere i cv allegati. Per questo quando si prepara il proprio è necessario ragionare per tag e parole chiave e chiedersi “con che tag o parola voglio essere trovato?” “Per questa specifica offerta di lavoro è meglio mettere in evidenza alcune parole?” È fondamentale inoltre inserire tutte le info importanti per la specifica candidatura nella prima pagina del cv».Nel tempo, quindi, la scelta dei candidati è stata da una parte condizionata dalle piattaforme gestite direttamente dalle aziende, dall’altra ha iniziato a ricadere su altre tipologie di cv più «creative» e meno vincolanti rispetto al formato europeo: «Sono abbastanza conosciute le critiche più ricorrenti al cv modello Europass, come formato troppo strutturato che porta all’elaborazione di un documento estremamente lungo o comunque superiore alle due pagine nella maggior parte dei casi» riflette Franzosi, che ha a che fare tutti i giorni con i cv dei tanti frequentatori di Job Meeting e si è fatto una sua opinione sul cv europeo: «Le aziende che richiedevano il cv europeo da un po’ di anni hanno smesso di farlo. Le ultime a mollare sono state le aziende dalla pubblica amministrazione. Personalmente credo che il cv europeo non sia lo strumento migliore di presentazione di un candidato: in un contesto in cui abbiamo deciso di sottostare in pieno alle regole del libero mercato non possiamo pensare di incasellare e limitare troppo le informazioni e la modalità di comunicazione dei candidati. Chi cerca lavoro, infatti, è invitato a mettere in atto ogni strategia possibile per emergere in ambiti sempre più competitivi dove stanno tornando ad acquisire valore doti come creatività e immaginazione». Allargando lo sguardo all’estero, si notano ulteriori differenze, come racconta Elettra Bertucco, consulente del Cosp (il Comitato provinciale per l’Orientamento Scolastico e Professionale) di Verona ed esperta di orientamento. «Molti studenti rimangono stupiti nello scoprire che ad esempio negli Stati Uniti non deve essere indicato alcun dato personale che possa esser discriminante, come data di nascita, data di laurea, qualsiasi informazione che suggerisca sesso, età, orientamento religioso» dice Bertucco, che oggi vive e lavora nella sua città natale – Verona, appunto – ma ha alle spalle un’esperienza negli Stati Uniti che le ha permesso di acquisire un’esperienza significativa in ambito risorse umane. Franzosi evidenzia differenti tendenze: «In ogni paese ci sono diversità di tipo culturale e di approccio che si riflettono anche nel modo in cui si cerca lavoro e ci si presenta. Riassumendo molto possiamo dire che un formato come quello europeo, utilizzato ovviamente solo in Europa, in altri paesi extra Ue viene generalmente considerato troppo lungo. Quasi sempre è preferibile cercare di sintetizzare tutto non andando oltre le due pagine. Dagli Usa, invece, nasce la tendenza che si sta espandendo molto del formato “skilled-based” che mette in rilievo le proprie competenze e che mette in secondo piano studi e formazione». Chi intende dunque tentare un’esperienza internazionale deve quindi essere ben informato sulle diversità relative alle candidature e alle modalità di ricerca del lavoro.Ma in fondo il problema è davvero nella forma? Secondo Biancolini no: «Mi sembra che la vera differenza la faccia il contenuto, e non il formato in cui quest’ultimo è espresso. Al di là degli ambiti in cui i veri “creativi” hanno bisogno di un loro formato originale, io non direi che il mancato successo di un CV sia da attribuire al formato, quanto invece alla modalità di presentazione di se stessi, del proprio “bilancio di competenze” in senso ampio nonché dalla capacità di sfruttare giusti canali di promozione ed accesso alle informazioni utili».Per Elettra Bertucco «Spesso mancano proprio le basi: scrivere in italiano corretto, saper sintetizzare se il cv risulta troppo lungo e approfondire se necessario. Saper scremare le esperienze da mettere in risalto e aver chiaro il proprio pubblico: a chi sto mandando il cv e per quale posizione?». «Avere il cv europeo non è di per sé un elemento negativo» è la conclusione di Franzosi «ma è molto importante pensare prima di tutto al suo contenuto, saper condensare in poco spazio quello che conta davvero senza dilungarsi su cose inutili e cercare per quanto possibile di far emergere il proprio valore e le proprie competenze».Tirando le somme, è ancora presto per affermare che il cv europeo sia tramontato. Piuttosto è necessario un cambio di prospettiva: passare dall’attenzione al formato al lavoro sulla costruzione di un racconto, quanto più flessibile e creativo, di sé e del proprio percorso professionale.Chiara Del Priore

Università, e poi? I consigli degli esperti ai giovani: stage, esperienze all’estero, competenze digitali

La transizione tra l’università e il mondo del lavoro è un momento importante nella vita di ciascun giovane: si potrebbe dire che sia un vero e proprio rito di passaggio nel mondo degli adulti, un primo passo verso l’autonomia. In quello che però oggi rappresenta un momento di grande difficoltà per i giovani, a Best Stage 2018 la Repubblica degli Stagisti ha riunito una serie di esperti nella tavola rotonda intitolata “Università, e poi?”, proprio per approfondire le varie sfaccettature e problematiche di questo passaggio.Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vale la pena di approfondire i risultati del sondaggio presentato a Best Stage con cui la Repubblica degli Stagisti ha indagato il rapporto tra le aziende del suo network e il mondo delle università e dei master, per capire come questi attori agiscono e si rapportano per favorire l’ingresso dei giovani nell’ambito professionale, e soprattutto che cosa le aziende si aspettano e cosa ottengono dalle università. Il primo, confortante dato che emerge dalle ottanta (circa) aziende del panel, riunite in una trentina di gruppi, è che queste sono generalmente soddisfatte dei neolaureati che arrivano loro dalle università: in particolare, il 70% rintraccia nei ragazzi una buona preparazione e il 30% persino eccellente. Certo, ci sono aspetti su cui bisogna migliorare: le carenze rintracciate più frequentemente tra gli studenti sono quelle linguistiche (l’inglese ma non solo) e le soft skills, ormai universalmente considerate un asset fondamentale in ogni ambito lavorativo. Di contro, il voto di laurea conta meno di quanto ci si potrebbe aspettare: il 65% delle aziende lo reputa “molto importante” nel momento in cui seleziona i candidati, e per il 28% è solo “abbastanza importante”. Inoltre, il career day è il momento di contatto più usato dalle aziende per entrare in contatto con gli studenti, prima scelta per quasi il 20% delle aziende del network, seguito a brevissima distanza dagli incontri ad hoc organizzati tra aziende e studenti in università, e poi dalle testimonianze aziendali in ateneo. Alla domanda su come si potrebbe migliorare ulteriormente il contatto tra aziende e potenziali candidati all’interno delle università, le aziende rispondono che servirebbero più occasioni di contatto diretto gratuito con gli studenti e neolaureati (36%), seguito dalla richiesta di intensificare i processi di preselezione dei candidati da parte degli atenei stessi, e infine l’accesso ai database con i CV dei laureati.Poste queste premesse, quali sono le problematiche principali del passaggio tra università e lavoro oggi, e come collaborano aziende e università per favorirlo? Se il primo strumento per avviare i giovani al mondo del lavoro è, naturalmente, lo stage, Barbara Rosina, direttrice del Cosp (il centro per l’orientamento allo studio e alle professioni) dell’università Statale di Milano, mette subito le cose in chiaro: su 65mila iscritti al suo ateneo, gli stage attivati ogni anno sono circa 6mila, di cui il 70-80% curriculari. C’è una crescente attenzione da parte dell’università verso il tema dello stage, anche perché «da qualche anno gli atenei vengono valutati a livello ministeriale anche in questo senso», in particolare sulla base del numero di tirocini attivati e della valutazione delle aziende sui tirocinanti. «Io penso che le università debbano farsi fortemente promotrici dei tirocini curriculari» dice l’esperta: «si tratta di formazione al lavoro, ed è fondamentale che dopo l’università si possa arrivare direttamente al lavoro. Ai ragazzi consiglio di non aspettare dopo la laurea per fare uno stage». Molti sono però i giovani che preferiscono ancora laurearsi prima, e poi solo successivamente dedicarsi alle esperienze on the job. In più, la direttrice del Cosp riporta come ci sia ancora molta confusione: diversi studenti sono infatti convinti, nel momento in cui approdano in un’azienda per un’esperienza di tirocinio, di avere un “contratto” di stage, mentre per definizione lo stage è un’esperienza di formazione e prevede semplicemente una convenzione, non costituendo lavoro. L’università, sottolinea ancora Rosina, cerca di informare il più possibile, ma sarebbe importante che tutti i corsi di laurea promuovessero gli stage già durante il corso di studi, così da dare a ciascuno la possibilità di avere un assaggio di mondo del lavoro e quindi un’idea più chiara su cosa fare dopo.E le aziende cosa dicono? Paolo Costa, co-founder e direttore marketing e comunicazione di Spindox, è deciso: «Perseguiamo l’obiettivo di inserire stabilmente in azienda più giovani possibili, e cerchiamo ogni giorno di convincere i neolaureati che noi siamo la scelta migliore per un tempo che sia il più lungo possibile». Un approccio sfidante, ma che deve fare i conti con alcune limitazioni peculiari al proprio settore, quello informatico: paradossalmente, infatti, nonostante i profili IT siano oggi tra i più ricercati nel mondo del lavoro, capita che persino loro non abbiano le basi giuste da cui partire per iniziare a lavorare. Questo perché, secondo una ricerca svolta da Spindox su 55 diversi atenei, su 119 insegnamenti universitari, tra lauree triennali e specialistiche in ambito IT, meno della metà (45) impartiscono i linguaggi di programmazione più utili per le aziende. «Abbiamo laureati in informatica da centodieci e lode che non sanno cosa sia JavaScript e che per questo con noi non possono lavorare» spiega Costa. Per sopperire a questi “buchi” Spindox si occupa anche di fare formazione e training specifici per i suoi giovani all’inizio del periodo di stage, ma molti altri giovani, pur avendo un titolo che in teoria è iper-spendibile sul mercato, rischiano di avere più difficoltà del previsto a inserirsi nel mondo del lavoro.La realtà, quindi è che entrare nel mondo del lavoro oggi può essere difficile per qualsiasi giovane. Rimane il fatto che oggi, più che in passato, esistono lauree “forti” e “deboli”: Marina Timoteo, docente di Diritto privato comparato all’università di Bologna e direttrice del consorzio Almalaurea, racconta che, a cinque anni dal titolo, i laureati magistrali di ingegneria, in materie economico-statistiche e in quelle sanitarie hanno un tasso di occupazione superiore al 90%, mentre i laureati del gruppo giuridico, geo-biologico e letterario si trovano sotto la media. Anche le retribuzioni (di gran lunga inferiori rispetto all’estero) variano molto: dai 1600 euro medi dei laureati nelle materie “vincenti”, le Stem, ai 1200 euro per coloro che hanno un titolo giuridico, mentre il settore psicologico e quello dell’insegnamento presenta buste paga inferiori ai mille euro mensili. Certo, c’è stato un miglioramento rispetto all’anno scorso nel tasso di occupazione dei laureati a un anno dal titolo, ma a fronte di un 63% di studenti universitari che auspica la sicurezza e la stabilità del posto del lavoro, «bisogna rendersi conto che stiamo attraversando un cambiamento strutturale e irreversibile: c’è una necessità di adeguamento culturale» puntualizza Timoteo. In attesa che questo avvenga (e si sa, ci vuole tempo) quali sono allora gli asset più strategici per rendersi “attrattivi” nei confronti dei datori di lavoro? Sicuramente «le esperienze all’estero, il possesso di competenze informatiche e le esperienze di tirocinio curriculare» risponde la direttrice di AlmaLaurea.Contemporaneamente occorre sfatare il mito che “laurearsi è una perdita di tempo”: secondo Francesco Cancellato, direttore de Linkiesta.it e autore del libro “Né sfruttati né bamboccioni - Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia”, la scelta del percorso di studi all’università andrebbe sicuramente fatta tenendo conto del contesto e del mercato in cui ci si trova. «Questo è il momento migliore per essere giovani, cioè è il momento migliore per aver appreso le conoscenze un minuto prima di iniziare a lavorare» spiega il giornalista: «Con le rivoluzioni della digitalizzazione e dell’automazione degli ultimi vent’anni, le competenze diventano obsolete nel giro di poco. Chi si è laureato più recentemente dovrebbe essere avvantaggiato in questo senso, ma se non si investe nella conoscenza incrementale, il vantaggio dei giovani non esiste». E aggiunge: «il vero mismatch oggi in Italia è che se sei un laureato di alto livello ti trovi o a fare un lavoro sottoqualificato, oppure hai offerte più allettanti che provengono dall’estero, perché in Italia il grosso dei costi si concentra sui lavoratori più anziani».La rapidità del cambiamento e la richiesta di competenze in continua evoluzione, insomma, è alla base di grandi squilibri nel mondo del lavoro. Anche per questo l’orientamento è un tema centrale: se si pensa che addirittura il 17,4% degli studenti, come rileva Almalaurea, non sa perché non ha scelto un determinato corso di laurea – una percentuale addirittura raddoppiata rispetto al 2006 – e che si sono persi 24 punti percentuali nel numero di iscrizioni all'università tra il 2005 e il 2015, c’è da preoccuparsi. E nonostante un ateneo come la Statale non abbia perso iscritti «sono moltissimi coloro che abbandonano gli studi oppure che “vivacchiano”», riporta Barbara Rosina.Ovviamente, comunque, l’università non è l’unica scelta possibile dopo le superiori: Cristina Tajani, assessora al lavoro del Comune di Milano, cita a questo proposito l’esempio delle scuole civiche che il Comune gestisce soprattutto nell’ambito delle cosiddette “performing arts”, «percorsi ormai praticamente equipollenti ai titoli universitari e molto professionalizzanti», in ambiti che vanno dal teatro alla musica, il cinema e l’interpretariato. In più, ci sono percorsi formativi specifici rivolti a fasce protette, dove lo strumento dello stage «è stato usato con grande successo ed ha aiutato molte aziende a conoscere e a vincere pregiudizi», e da non dimenticare anche le possibilità che il settore pubblico offre: «negli ultimi tempi sono aumentate le domande per fare stage curriculari o extracurriculari presso il Comune» osserva Tajani, anche probabilmente dovute al fatto che le vacancy (e quindi i concorsi) sono ora pubblicizzati su LinkedIn. Un modo non per entrare nel lavoro (non si può essere assunti dopo uno stage in Comune, naturalente: le assunzioni avvengono tramite concorso), ma una possibilità di formarsi e di conoscere “dal di dentro” un'amministrazione locale.Ultimo aspetto da focalizzare, il fatto che ormai la formazione non finisce davvero mai: «I ragazzi vivono nel mito della laurea professionalizzante, pensando che le competenze che acquisiscono all’università siano definitive e che dureranno loro per tutta la vita» conclude Paolo Costa, ma «dovrebbero imparare a disimparare per poter imparare ogni volta cose nuove»: solo così potranno essere davvero “sul pezzo”, riuscendo a muoversi con successo nel mondo del lavoro.Irene Dominioni

Freelance, problemi e soluzioni per il lavoro autonomo secondo Acta

Non solo 'riders'. Nonostante siano i fattorini delle consegne a domicilio la categoria di lavoratori autonomi al centro del dibattito degli ultimi giorni, perfino convocata a un tavolo dal neoinsediato governo gialloverde, il vero mondo dei veri freelance è un altro: ben più ampio, e bisognoso di riforme. Lo ha sottolineato ancora una volta Anna Soru, presidente di Acta, l'associazione dei freelance, in una conferenza alla Camera dei deputati in cui sono stati presentati i dati della ricerca europea I-Wire: I lavoratori indipendenti, chi sono e che cosa vogliono, condotta online su un campione casuale di circa 900 freelance appartenenti a otto Paesi europei. Che svolgono oggi attività sempre più fluide, i cosiddetti 'contingent work' come li ha definiti Soru, ovvero lavori caratterizzati da flessibilità e frammentarietà, in crescita con la diffusione delle tecnologie digitali. E in tal senso, per Acta, i riders sono solo una microscopica parte della galassia composta dagli autonomi. Presente anche la deputata Cinque stelle Tiziana Ciprini, già deputata nella scorsa legislatura e componente della commissione Lavoro, che ha ricordato come nel Decreto dignità qualche passo in avanti già sia stato fatto. La disattivazione del redditometro, strumento in mano al fisco per la determinazione del reddito, la semplificazione dello spesometro che da ora prevederà un solo adempimento annuale, l'abolizione dello split payment che consentiva il pagamento dell'Iva direttamente per mano della pubblica amministrazione in caso di acquisti di beni e servizi. Tutte misure pensate «per semplificarvi la vita» ha chiarito Ciprini, e nello specifico per lo split payment finalizzate a «lasciare maggiore liquidità in tasca ai professionisti», penalizzati secondi i 5 Stelle dal mancato incasso dell'Iva.Forse però a perderci davvero sono solo i più ricchi tra gli autonomi oggi attivi, un esercito che conta in Italia circa 3,5 milioni di lavoratori, vessati – come il sondaggio ha messo in luce – soprattutto dai bassi compensi: in quasi tutti i Paesi la stragrande maggioranza ha guadagni al di sotto dei 30mila euro annuali. In Italia è così per oltre il 70 per cento tra questi, con una fetta pari al 23% che sta addirittura sotto i 10mila euro l’anno. Con queste cifre il regime fiscale adottato sarà quello della partita Iva dei cosiddetti minimi, che per definizione esclude il versamento dell'Iva e rimane fuori quindi dai recentissimi provvedimenti. È pur vero che i compensi dei freelance sono difficilmente controllabili perché – ha sottolineato Soru – «essendo assimilati alle imprese sfuggono alla contrattazione collettiva, alle tabelle tariffarie e sono soggetti solo all'andamento del mercato». Per cercare di migliorare la propria condizione retributiva i freelance si trasformano sempre più spesso in 'slash workers', vale a dire lavoratori che esercitano più professioni allo stesso tempo. In Italia, secondo i dati della ricerca, il 54% svolge più di tre attività alla volta (il 26 “solo” due), a parimerito con gli altri paesi Ue. «Un lavoro solo non basta a mantenersi» si legge nella ricerca, e inoltre «è il mercato a richiedere flessibilità e le professioni stesse a avere confini sempre meno definiti». Altro tema è quello della discontinuità lavorativa, che interessa ancora una volta più della metà del campione di intervistati. Non ci si trova poi di fronte a un gruppo marginale. «Il lavoro del futuro sarà sempre meno dipendente e sempre più intraprendente» ha ribadito Ciprini citando il libro Lavoro 2025, basato su una ricerca commissionata l'anno scorso dal Movimento Cinque Stelle, secondo cui si lavorerà «sempre più per obiettivi e team, con lavoratori chiamati a autogestirsi e mansioni ripetitive sempre più soggette a automazione». La soluzione insomma qual è? Intervenire soprattutto sul welfare, partendo proprio da quel reddito di cittadinanza di cui tanto si discute e che – secondo Soru – potrebbe applicarsi «per garantire tutti i lavoratori esclusi dal sistema di welfare attuale nelle situazioni di malattia grave, disoccupazione, maternità». Lo spauracchio dell'assenza totale di reddito è infatti sempre dietro l'angolo per gli autonomi. Caso emblematico la maternità, non sempre riconosciuta alle lavoratrici da tutte le casse previdenziali: una delle principali ad esempio – la Gestione separata Inps – richiede di aver dichiarato almeno 15mila euro annuali per versare un'indennità. Una soglia elevata per le freelance, che mediamente percepiscono guadagni minori. Le proposte di Acta non finiscono qui. Urge anche «eliminare la distinzione tra autonomi e dipendenti nella definizione della no tax area, attualmente pari a 4.800 euro per gli autonomi, contro gli 8mila dei dipendenti» scrivono nel documento, e potenziare la formazione visto che «l’assegno di ricollocazione è riservato ai soli dipendenti». E ancora, creare più nidi e servizi alle famiglie a vantaggio di tutti i cittadini, senza invece «far piovere sul bagnato con incentivi pubblici a carico di tutti e diretti al welfare aziendale». Una politica che secondo Soru andrebbe a «avvantaggiare chi già lo è, ovvero i dipendenti». E poi le pensioni, per cui servono più investimenti onde evitare un futuro di pensionati in povertà «dove sarà evidente la disparità tra chi ricade in un regime prevalentemente retributivo e chi invece afferisce al sistema contributivo puro, tra cui soprattutto i giovani, sfavoriti anche da carriere lavorative tardive e discontinue». Ci sono anche idee nuove da realizzare nell'immediato. Una è quella di «mantenere la copertura del welfare per un anno agli ex dipendenti che diventano autonomi». E iniziare a «computare tutti gli anni lavorati, anche quando il versamento contributivo è stato inferiore al minimale, ai fini del raggiungimento della soglia del numero di anni necessario per il pensionamento». Acta lancia pure una proposta forte: «Per contrastare il dilagare del lavoro gratuito e semigratuito» si legge ancora in calce allo studio, «introdurre un salario minimo orario e abbandonare completamente lo strumento dello stage extra curriculare» favorito da un programma come Garanzia giovani «pensato non per aumentare gli occupati ma per finanziare gli stage».Quante di queste proposte verranno recepite da Lega e CinqueStelle e portate nell'attività legislativa ancora non si sa. Per ora la deputata Ciprini ha ammesso che sono i lavoratori freelance quelli che più «vanno incontro allo sviluppo e alle esigenze attuali, con una legislazione che invece resta indietro» e che dovrà essere aggiornata. E si è detta «aperta a interfacciarsi con associazioni e rappresentati di categoria per dare una risposta ottimale alle esigenze reali».  Ilaria Mariotti

Normativa sui tirocini, restano delle iniquità: il dibattito durante Best Stage 2018

Il quadro normativo è uno degli aspetti più importanti quando si parla di stage. Per questo motivo è stato il tema di apertura dell’evento annuale Best Stage, dedicato all’occupazione giovanile qualche giorno fa. A intervenire al dibattito moderato dalla direttrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina c’erano Pietro Bussolati, segretario metropolitano del Partito Democratico eletto al Consiglio regionale della Lombardia, Massimo Ungaro, segretario del circolo PD Londra UK, eletto alla Camera dei deputati nella Circoscrizione Estero, e Marta Pepe, sindacalista della Cisl che ha seguito da vicino la scrittura della nuova normativa lombarda sugli stage entrata in vigore il 9 giugno.Il dibattito si è aperto partendo dall’approvazione nel 2017 delle nuove linee guida della conferenza Stato - Regioni che hanno cambiato la regolamentazione dei tirocini extracurriculari. Ed è bene ricordare la differenziazione che da alcuni anni c’è tra stage extra curriculari e curriculari, con regole diverse e la conseguenza, come ricorda la direttrice Eleonora Voltolina, che «quando si è deciso di normare i tirocini meglio, lo si è fatto solo per gli extracurriculari con ventuno normative diverse».Non tutte le regioni, però, sono state virtuose, e nonostante avessero sei mesi per adeguarsi alle nuove linee guida approvate a maggio 2017, hanno quasi tutte sforato. Anzi, peggio: Umbria, Molise, Puglia, Sardegna e provincia autonoma di Bolzano, un anno dopo, non hanno ancora aggiornato la normativa.Tra le regioni ritardatarie c’è anche la Lombardia che solo a gennaio 2018 ha approvato la sua delibera regionale; e si è dovuto attendere addirittura il 9 giugno perché divenisse operativa. «Ci sono alcuni passi in avanti, ma restano delle iniquità» spiega Pietro Bussolati: «La prima: c’è, cosa incomprensibile, una differenza sostanziale tra stage privati e pubblici con un rimborso spese minimo di 500 euro per quelli nelle imprese privati e di 300 per quelli negli enti pubblici. Noi proporremo di unificarli perché riteniamo che l’impegno in un’attività di formazione sia uguale in entrambi i casi. La seconda: l’intervento adottato rispetto alle limitazioni anche temporali soprattutto per quanto riguarda i livelli di Eqf, european qualification network, che definiscono le diverse tipologie di stage in base al livello formativo da cui si accede alle qualifiche, alla formazione e al lavoro è a nostro avviso troppo blando. La Regione vieta gli stage sul livello 1, il più operativo, e prevede limitazioni a sei mesi per i livelli 2 e 3. Dal sesto livello a salire sono quelli relativi alle lauree. Per noi si deve iniziare a limitare gli stage a sei mesi non solo per i primi tre livelli, ma fino al sesto».I livelli di cui parla Bussolati sono stati “l’escamotage” con cui Marta Pepe, sindacalista Cisl che ha seguito le sedute del tavolo di confronto regionale che ha portato alla costruzione delle nuove linee guida lombarde, ha evitato che ci si trovasse ad avere un massimo di 12 mesi per tutti i tirocini extracurriculari, indistintamente dai panettieri agli amministrativi. È stata sua, infatti, l'idea di utilizzare il quadro regionale degli standard professionali, già esistente, che definisce le competenze professionali in otto livelli. «Una proposta che è stata parzialmente approvata, anche se la Cisl proponeva anche un rimborso spese più alto», osserva Voltolina.Il dibattito che ha portato a quell’approvazione è durato mesi – indicativamente tutta la seconda metà del 2017 – e non certo facile. «In commissione erano presenti l’assessore della Regione Lombardia e tutto lo staff, le parti sociali e tutti i rappresentanti delle associazioni datoriali. Quindi una vasta pluralità di interessi. La discussione è stata lunga e tortuosa», racconta Marta Pepe. Per due motivi in particolare: la bassa soglia di attenzione che c’è su questo tema e le linee guida nazionali che hanno fatto un passo indietro rispetto al passato dando un colpo di coda alla discussione. Così inizialmente la Regione aveva proposto un’indennità minima di 300 euro e 12 mesi per tutti: «Infischiandosene anche delle raccomandazioni del Consiglio dell’Unione europea che nel 2014 ha detto chiaramente che uno stage di qualità in termini di durata non deve superare i sei mesi». Così il sindacato ha provato a trovare una strada diversa, ha studiato e trovato la soluzione nel qrsp per porre dei limiti alla durata, prevedendo che per le mansioni più semplici fosse previsto un massimo di sei mesi solo gli stage per mansioni più complesse potessero durare fino a 12 mesi. «Una proposta che è piaciuta alla Confindustria perché non sarebbe stata vissuta come un limite per le imprese. Grazie alla loro sponda siamo riusciti a trainare dalla nostra parte la Regione, che alla fine ha accettato».Certo, non ha accettato non tutto: la Cisl proponeva anche una modulazione dell’indennità in base alla complessità, partendo dai 500-600 euro per sei mesi fino a 700-750 per stage di 12 mesi, con un aumento della cifra superato il sesto mese. Una scelta che sarebbe stata anche coerente con i dati: visto che la percentuale media di assunzione post tirocinio sta tra il 10 e il 20%, la naturale conseguenza è che stage più lunghi generano maggiori aspettative e rischi di frustrazione.Sull’importanza delle indennità è d’accordo anche Massimo Ungaro, che da molti anni vive nel Regno Unito e oggi è deputato PD: da candidato, quattro mesi fa, ha sottoscritto il patto per lo stage con l’impegno di normare meglio gli stage curricolari. E ogni promessa è debito: Ungaro ha intenzione di presentare, probabilmente prima della pausa estiva, una proposta di legge che riguarda questa tipologia di tirocini; una proposta scritta anche grazie all'aiuto della Repubblica degli Stagisti. Il testo, grazie anche alle parlamentari Anna Ascani e Lia Quartapelle, dovrebbe essere incluso in un pacchetto di misure per i giovani che verrà presentato a settembre. Sugli stage curricolari Ungaro rimarca tre concetti fondamentali: l’indennità, «perché il lavoro non può non essere retribuito,  e definire gli stage fino a quattro settimane e quelli superiori a tale periodo e per questi ultimi definire una quota minima di almeno 250 euro mensili», poi stabilire un limite di durata «e nel caso sia rivolto a studenti allora non più di tre/quattro mesi», e poi la figura di un mentore o tutor che «che accompagni lo stagista a scoprire l’azienda ed eviti che venga abbandonato a mansioni ripetitive». Ungaro non è poi contrario che in uno stage curricolare lo stagista si trovi a fare anche pratiche molto semplici, perché è la prima volta che si trova in un ambiente di lavoro e non si può applicare la stessa definizione di formativo in ogni contesto. C’è poi un altro elemento che Pietro Bussolati individua come criticità degli stage: la mancanza di trasparenza e soprattutto di monitoraggio delle politiche fatte e della soddisfazione degli utenti. «Chiediamo monitoraggi annuali per capire dove ci sono maggiori criticità per intervenire. Martedì formuleremo una proposta [ndr. in Consiglio regionale] per l’istituzione di un tavolo permanente sugli stage con tutti i soggetti coinvolti per orientare le politiche regionali a una più efficace e corretta applicazione e garantire qualità e dignità a un percorso che deve essere di reale crescita. Siamo nella discussione del piano regionale strategico che vale cinque anni e stabilisce cosa la Regione dovrà fare: e questo tema è completamente assente. Perciò presenteremo questo emendamento per avere un monitoraggio e accompagnare università e stagisti all’interno di un percorso di reale crescita, controllando dove questo strumento viene usato in modo non opportuno». Anche perché è proprio Bussolati a ricordare come troppo spesso gli stage diventino una somministrazione di lavoro sotto mentite spoglie: «dobbiamo disincentivarli a favore di contratti che prevedono un inserimento più diretto nel mondo del lavoro». Come ad esempio l’apprendistato, che da sempre la Repubblica degli Stagisti denuncia subire la concorrenza sleale degli stage eccessivamente più convenienti.Su un punto quindi tutti sembrano d’accordo, che il tirocinio non possa essere l’unico e obbligato passaggio di ingresso nel mondo del lavoro. La sindacalista Marta Pepe chiarisce «come Cisl sosteniamo da sempre l’apprendistato» e le fa eco Massimo Ungaro aggiungendo che «lo stage ha una funzione di scoperta. Non può essere usato per pagare meno: va disincentivato per permettere l’introduzione di veri contratti». Con vere retribuzioni.Così in conclusione della tavola rotonda esce fuori il tema della sostenibilità economica degli stage, da sempre un cavallo di battaglia della Repubblica degli Stagisti. Perché quando un tirocinio non prevede un dignitoso emolumento, automaticamente esce dalla portata di chi non ha una famiglia abbiente alle spalle, in grado di mantenere lo stagista per mesi (a volte anni...). E diventa classista. Come ricorda Bussolati, «dire che gli stage sono la farina del demonio porta a rovinare un pezzo importante dell’inserimento nel mondo del lavoro». Dunque lo stage è uno strumento prezioso: ma dev'essere normato il meglio possibile. Marianna Lepore

Nuova legge sui tirocini a Bolzano, la provincia è in un ritardo enorme (ma non sembra preoccuparsene)

Non si è ancora concluso l’iter di adeguamento da parte della provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige alle “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” approvate a maggio del 2017, il cui recepimento sarebbe dovuto avvenire entro lo scorso 25 novembre. La provincia resta dunque, insieme a Molise, Puglia e Umbria, il fanalino di coda: le tre amministrazioni locali iper-ritardatarie, che ancora non si sono messe in regola.«La bozza della delibera elaborata dalla Ripartizione Lavoro provinciale e dalle Ripartizioni della Formazione Professionale verrà inoltrata tra breve all'Avvocatura della Provincia per il previsto esame tecnico e all'Ufficio linguistico per la traduzione» si limita a dire Georg Ambach, responsabile questioni giuridiche della provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, alla Repubblica degli Stagisti: «Possiamo prevedere l’approvazione definitiva entro la fine dell'estate». Con quasi un anno di ritardo, dunque, rispetto al previsto: ma i bolzanini non sembrano darsene pena.E da parte dei sindacati le previsioni sono ancora meno rosee. «La bozza non è stata ancora confrontata con le parti sociali e non mi risulta sia stata posta in discussione neppure nella Commissione provinciale per l'impiego di cui faccio parte» commenta Doriana Pavanello, presidente del direttivo provinciale della Cgil Bolzano-Alto Adige «quindi spero di essere smentita ma prevedo che si rimandi a dopo il rinnovo della giunta provinciale». Insomma, non prima di fine ottobre, visto che le elezioni si terranno il 21 ottobre. «Un aspetto che si potrà regolamentare è quello del sistema sanzionatorio da applicare all'ospitante nel caso in cui venga meno ai propri obblighi nei confronti del tirocinante», aggiunge Pavanello, «ma penso che questo metta in forte imbarazzo la giunta, visto che siamo già in campagna elettorale».Rispetto alla normativa nazionale ci dovrebbero essere poche sorprese. «L’unica variazione significativa dovrebbe riguardare l’entità minima dell’indennità di partecipazione», anticipa Ambach, «fissata a 450 euro al posto dei 300 delle linee guida nazionali».Una modifica che potrebbe essere addirittura "peggiorativa" rispetto a quanto stabilito dall'attuale normativa di riferimento (delibera n. 949 del 24 giugno 2013, modificata nel 2016) "Criteri per la promozione di tirocini di formazione ed orientamento da parte della Ripartizione lavoro e delle Aree della Formazione professionale". Ai tirocinanti è infatti attualmente assicurato un assegno di frequenza di 3 euro per ogni ora di effettiva presenza se minori di 18 anni e di 4 euro se maggiorenni. Quota maggiorata di 1,50 euro in caso di residenza/domicilio in altro comune o oltre i 5 km di distanza. Ciò vuol dire che per un tirocinio di 40 ore a settimana si può arrivare a percepire mensilmente tra i 480 e gli 880 euro. La Provincia non è in grado di dire se le maggiorazioni saranno confermate o meno dalla nuova normativa. Se gli stagisti vedranno peggiorate o no le condizioni economiche minime, insomma, ancora non si sa con precisione.Ad oggi nella provincia di Bolzano possono usufruire dei tirocini persone in età lavorativa, inoccupate o disoccupate che si trovano in situazione di svantaggio sociale (ex dipendenti o persone affette da dipendenze in terapia, soggetti in trattamenti psichiatrico, persone con disabilità fisiche e mentali etc.); oppure persone in situazione di svantaggio con riferimento al mercato del lavoro, ovvero inoccupate o disoccupate da almeno sei mesi o persone con più di 26 anni di età che devono riqualificarsi o reinserirsi nel mercato del lavoro.La durata massima dei tirocini di orientamento e formazione è fissata a 500 ore, equivalenti a circa quattro mesi di stage full time, ed essi sono rinnovabili per non più di due volte. Ciascuna azienda può accogliere un tirocinante se ha tra 0 e 5 dipendenti a tempo indeterminato; 2 tirocinanti se ne ha tra 6 e 20 e non oltre il 10% dei dipendenti a tempo indeterminato se ha dai 21 in su. Inoltre la provincia di Bolzano stabilisce che "le strutture private ospitanti possono ottenere un contributo a parziale o completa copertura dell'importo corrisposto al/alla tirocinante a titolo di borsa di studio". Il contributo in questione - che può arrivare fino al 100% della borsa,  per un massimo di 400 euro mensili - così come l'inserimento di altri tirocinanti, possono essere negati in caso di mancata assunzione senza giustificato motivo.Secondo il Rapporto annuale sulle comunicazione obbligatorie 2017, nell’ultimo anno sono stati attivati nella provincia di Bolzano-Alto Adige poco più di 2.500 tirocini extracurriculari, su una popolazione tra i 15 e i 29 anni nella provincia che ammonta a 89mila soggetti. C'è da dire che stiamo parlando di uno dei territori con il tasso di disoccupazione più basso d'Europa. Quello giovanile ammonta al 10,2%, quello generale addirittura al 3,1%.  Numeri da Svizzera più che da Italia. L'enorme ritardo nel recepimento delle nuove linee guida in materia di stage, invece, ha un sapore tutto italiano.Rossella Nocca    

Da dicembre cambia tutto per l’esame di avvocato: stop ai codici commentati e corsi obbligatori

A partire da dicembre ottenere il titolo di avvocato sarà ancora più difficile. Salvo rinvii dell’ultim’ora, infatti, dalla prossima sessione – in calendario a dicembre 2018 – l’esame di stato si svolgerà con le «nuove» modalità, introdotte ormai sei anni fa dalla legge di riforma dell’ordinamento forense varata negli ultimi giorni del 2012 dal governo Monti. Una riforma controversa che sin da subito ha diviso l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori: c'è chi la considera un ingiusto sbarramento all’ingresso della professione legale – per giunta dopo la laurea – e chi, invece, l’ha accolta con favore reputandola lo strumento con cui porre fine all’obiettiva inflazione che negli ultimi decenni ha colpito l’avvocatura. Uno strascico di polemiche che, unito ai ritardi nell’attuazione dei decreti necessari, ha fatto sì che l’effettiva entrata in vigore della riforma venisse rinviata di anno in anno sino a quando, nel milleproroghe allegato alla legge di stabilità 2018, non è stato inserito un ulteriore rinvio.La novità più importante e controversa della riforma riguarda le modalità di svolgimento dell’esame di stato: non sarà più possibile utilizzare i codici commentati con dottrina e giurisprudenza per le prove scritte. Un cambiamento vissuto ed atteso come un vero e proprio spauracchio da migliaia di studenti e neolaureati in giurisprudenza in tutta Italia. Questa innovazione – che in realtà è un ritorno a quelle che, sino al 1989, erano le modalità del vecchio esame di procuratore legale – secondo alcuni addetti ai lavori è utile stimolare e valorizzare il ragionamento giuridico e l’argomentazione piuttosto che l’abilità nel ricercare massime giurisprudenziali e dottrinali da applicare nel caso concreto. Tra i più decisi sostenitori c'è per esempio il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano Remo Danovi, che dopo il milleproroghe del 2017 si era espresso pubblicamente contro l’ulteriore slittamento della piena entrata in vigore della riforma. Tra i contrari invece il segretario dell’Anf, l'associazione nazionale forense, Luigi Pansini, che in più occasioni ha sottolineato le differenze sostanziali tra l’esame di avvocato ed il concorso di magistratura o l’esame per diventare notaio, che garantiscono prospettive di carriera più sicure e richiedono, almeno sino a quest’anno, livelli di preparazione superiori. Da segnalare come, dal prossimo dicembre, per superare gli scritti sarà necessario ottenere la sufficienza (vale a dire un punteggio almeno superiore a 30) in tutte e tre le prove e basterà una sola insufficienza – nell’atto di diritto civile, in quello di diritto penale o nel parere a scelta – per essere bocciati.A inizio febbraio, con un nuovo decreto del ministro Orlando, è stata attuata un’altra parte controversa della riforma del 2012, relativa ai corsi di formazione obbligatori. Si tratta dei corsi che dovranno affiancare il tirocinio professionale (in gergo, il “praticantato”) svolto negli studi legali o in tribunale e il cui obbligo sarà effettivo per coloro che si iscriveranno alla pratica dal prossimo 27 settembre. Questi corsi avranno una durata minima di 160 ore da spalmare in 18 mesi, con frequenza obbligatoria dell’80% delle lezioni e la possibilità di seguirne il 50% online. La frequenza e il superamento dei corsi saranno verificati con due prove intermedie ed una finale e il mancato superamento di quest’ultima precluderà al praticante la possibilità di iscrizione all’esame. I corsi potranno essere organizzati dalle scuole forensi dei vari ordini d’Italia e, con l’autorizzazione dell’ordine territorialmente competente e del Cnf (consiglio nazionale forense), dalle associazioni forensi o da altri enti giudicati idonei, tra cui le scuole di specializzazione per le professioni legali organizzate dalle università. Tali corsi saranno a numero chiuso e l’iscrizione potrà essere effettuata «almeno ogni sei mesi». Essi potranno, inoltre, essere a pagamento È prevista dal decreto anche la possibilità di erogare borse di studio in base a requisiti di merito e di reddito, ma senza «maggiori oneri per la finanza pubblica».Dal prossimo autunno quindi le nuove modalità d’esame e l’introduzione dei corsi di formazione obbligatori porteranno una vera e propria rivoluzione nell’accesso alla professione forense. Naturalmente già esistono corsi di preparazione per aspiranti avvocati – di durata, prezzi e modalità didattiche variabili; la partecipazione, affiancata ad una buona pratica e allo studio individuale, è già considerata imprescindibile per garantire all’aspirante avvocato la preparazione ideale per affrontare l’esame di stato. Gran parte dei corsi in questione sono organizzati dagli stessi soggetti che, con l’avvento della riforma, dovranno organizzare i nuovi corsi obbligatori – scuole forensi, università, scuole private di professionisti – ma è anche bene che i futuri avvocati si guardino da pseudo-scuole dal livello didattico scadente. Da questo punto di vista, il fatto che i nuovi corsi obbligatori dovranno essere tenuti unicamente da enti riconosciuti come idonei potrebbe contribuire a portare ordine. È bene però tenere in mente che dal 27 settembre inizierà una situazione di interregno che proseguirà sino a dicembre 2020, prima sessione utile per svolgere l’esame per chi si iscriverà al registro dei praticanti dal prossimo autunno. Chi sosterrà l’esame a dicembre 2018 e l’anno successivo, infatti, lo farà secondo le nuove modalità ma avendo svolto una pratica slegata dall’obbligo di frequenza dei corsi di formazione, teoricamente pensati proprio in funzione dei nuovi scritti senza codici commentati. Motivo per cui, nei giorni successivi alla pubblicazione del decreto, Pansini ha chiesto l’ulteriore rinvio dell’entrata in vigore delle nuove modalità di esame. Rinvio che però non sembra essere all’orizzonte. Per i prossimi due anni, quindi, la scelta di corsi «facoltativi» di qualità, con taglio pratico ed organizzati in funzione delle prove scritte senza codici commentati, sarà ancora più cruciale.Giulio Monga

Assegno di ricollocazione, cos'è e come funziona

A metà maggio è entrata in vigore la versione definitiva dell’«assegno individuale di ricollocazione», una misura di sostegno attivo all’occupazione nuova, anche se già parzialmente sperimentata nel 2017. Si tratta di un assegno di importo variabile di cui possono beneficiare i disoccupati che percepiscono la Naspi – cioè il sussidio di disoccupazione – da almeno quattro mesi, i percettori del Rei – il reddito d’inclusione – e i lavoratori in cassa integrazione straordinaria coinvolti in accordi di ricollocazione aziendale che decidano di intraprendere un percorso di formazione finalizzato al reinserimento nel mercato del lavoro.Una platea di soggetti che, secondo alcune stime, potrebbe essere superiore a mezzo milione e per i quali, in prima battuta, sono stati messi a disposizione 200 milioni di euro. L'assegno di ricollocazione (sinteticamente: adr), che ha tra i suoi grandi e storici sostenitori il giuslavorista Pietro Ichino, aveva già fatto un timido ingresso nel panorama italiano con la legge di stabilità del 2014, rimanendo però lettera morta per mancanza di fondi, ed era stata poi introdotta con il Jobs Act nell’autunno del 2015. Nel 2017, dopo una serie di rinvii, l’AdR è stato, infine, oggetto di una prima sperimentazione – su un campione di 30mila potenziali beneficiari estratti a sorte su scala nazionale – per testarne gli effetti concreti e fare una stima dei fondi da stanziare per l’ingresso a pieno regime dello stesso.Differenza fondamentale tra l’adr e gli stessi Naspi e Rei è che il nuovo strumento viene erogato dall’Anpal (l'agenzia nazionale per le Politiche attive del lavoro) non direttamente ai soggetti che ne fanno richiesta come sussidio economico, ma ai centri per l’impiego e agli enti accreditati che si prendono carico della ricollocazione. Per poter usufruire di tale misura un disoccupato deve farne richiesta attraverso il sito dell'Anpal o recandosi direttamente ad un centro per l’impiego o ad un patronato (Acli, Anmil, Ital ecc.), presentando nello stesso momento una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (la cosiddetta “Did”). Al soggetto che presenta i requisiti richiesti viene fissato un appuntamento con un tutor con cui verrà concordato un progetto personalizzato di formazione e reinserimento («programma di assistenza intensiva») della durata di sei mesi, eventualmente prorogabili a dodici, a cui l’assegno è condizionato. Solo al termine di tale percorso, e in caso di esito positivo, all’ente che ha contribuito al reinserimento del disoccupato nel mondo del lavoro viene riconosciuto un assegno dal valore variabile a seconda del profilo di occupabilità del richiedente – ossia la possibilità di trovare un impiego calcolata in base a una serie di parametri tra cui il livello di istruzione, l’esperienza professionale, l’età, il genere e il luogo di residenza – e del tipo di contratto ottenuto. In particolare, l’Anpal erogherà voucher da mille a 5mila euro in caso di contratti a tempo indeterminato (apprendistati compresi: tecnicamente infatti il contratto di apprendistato è un contratto a tempo indeterminato, anche se è prevista la possibilità di interromperlo), e da 500 a 2.500 euro per contratti a termine dalla durata pari o superiore a sei mesi. Per alcune regioni definite «meno sviluppate» (Calabria, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia) è previsto anche un assegno per i contratti a termine inferiori a sei mesi, il cui importo potrà variare da 250 a 1.250 euro, e al termine di questi contratti sarà possibile riprendere il percorso di formazione interrotto. Tale meccanismo di sospensione e ripresa del servizio è previsto anche nelle altre regioni – in questo caso senza beneficio – e per le assunzioni in prova alla conclusione del relativo periodo senza che sia seguita una riconferma all’interno dell’azienda.   Nella moltitudine di contratti previsti dal diritto del lavoro italiano, quindi, solamente le forme subordinate – ossia il contratto a termine, il contratto a tempo indeterminato e l'apprendistato – vengono considerate idonee per il conseguimento dello status di «occupato», che rappresenta la positiva conclusione dei «patti di formazione personalizzati» centrali nel meccanismo dell’assegno di ricollocazione. Non sono riconosciuti benefici, ad esempio, agli enti che fanno ottenere ai propri assistiti altri tipi di contratti come i cococo o le collaborazioni a partita Iva, mentre per quanto riguarda i contratti part-time si considerano occupati i soggetti che ottengono un contratto con almeno il 50% delle ore lavorative rispetto all’orario pieno. L’ammontare dell’assegno può, inoltre, essere aumentato in caso di contratti a tempo determinato trasformati in indeterminato, indeterminati part-time divenuti a tempo pieno e proroga di contratti a termine con raggiungimento di una durata che permetta l’erogazione dell’assegno di ricollocazione. E se il percettore di assegno di ricollocazione, nonostante le attività svolte, non viene assunto? All’ente che si è fatto carico del progetto può essere riconosciuto, nei in cui al termine di un percorso formativo non si raggiunga uno status occupazionale, un importo forfettario – chiamato «Fee4Service» – di un valore massimo di 106,50 euro. Bisogna però tenere a mente che perde il beneficio chi rifiuta un’offerta «congrua» di lavoro, ossia a meno di 50km da casa e con un livello di retribuzione almeno del 20% superiore a quello dell’ultima indennità di cui ha beneficiato, così come stabilito dall’Anpal con una delibera dello scorso febbraio.Aspetto distintivo dell’assegno di ricollocazione è proprio il suo essere uno strumento di workfare, condizionato allo svolgimento di un percorso di formazione che fornisca al beneficiario gli strumenti necessari per il reinserimento nel mondo del lavoro. Ciò consente quindi di cumulare l’assegno con il Naspi e con il Rei, permettendo al disoccupato che decide di investire tempo in formazione di non perdere tali sussidi economici. L’altra faccia della medaglia è la non cumulabilità di questo strumento con il tirocinio (la cui indennità, peraltro, è invece cumulabile con la Naspi). Una scelta motivata dal fatto che lo stesso tirocinio dovrebbe essere, in linea teorica, uno strumento di formazione finalizzato all’inserimento di un soggetto nel mercato del lavoro. Allo stesso modo, l’assegno di ricollocazione non è compatibile con programmi di reinserimento analoghi a finanziamento pubblico, mentre lo è con percorsi di formazioni autofinanziati dal soggetto beneficiario.Venendo agli aspetti critici, i risultati della sperimentazione iniziata a marzo 2017 non sono stati positivi in quanto, su una platea di circa 30mila potenziali beneficiari – estratti a sorte e informati della possibilità di godere del beneficio – ne ha fatto richiesta poco più del 10%. Un dato che ha fatto parlare diversi media di “flop”. Secondo il presidente dell’Anpal Del Conte la sperimentazione non ha dato i risultati sperati per problemi di comunicazione, soprattutto a proposito della cumulabilità dell’assegno con la Naspi. Tra i potenziali beneficiari, molti sarebbero stati frenati dal richiedere l’assegno di collocazione per paura di perdere il sussidio di disoccupazione. Adesso però Del Conte è ottimista: l'obiettivo è reinserire nel mondo del lavoro 60-70mila disoccupati, anche grazie ad una «campagna di comunicazione multicanale» di cui parla anche la delibera dell’Anpal sulle modalità operative della misura.Oltre alla comunicazione, gli altri nodi da sciogliere riguardano soprattutto la capacità dell’apparato burocratico statale di garantire il concreto funzionamento della misura. In altre parole: i centri per l’impiego, con i propri organici sottodotati, riusciranno a sostenere un eventuale surplus di lavoro dovuto ad un successo della misura? O la loro attività si risolverà nell’attivazione burocratica del meccanismo con la registrazione delle Did, lasciando campo libero alle agenzie di lavoro private per la parte operativa?L’entrata in vigore della misura sarebbe dovuta avvenire lo scorso 3 aprile, per poi essere rimandata all’ultimo minuto. Questo per permettere la partecipazione dei patronati che potranno sostenere i beneficiari durante la procedura per l’ottenimento dell’AdR, alleggerendo così il lavoro dei centri per l’impiego. Dopo quest'ultimo rinvio, l'adr è diventato definitivamente operativo lo scorso 18 maggio.Giulio Monga

Stage in Umbria, nella bozza della nuova normativa rimborso più alto e durata massima ridotta: ma quando verrà approvata?

La giunta regionale dell’Umbria ha stabilito di recepire le linee guida della Conferenza Stato-Regioni sui tirocini extracurriculari emesse ormai un anno fa, ma è in grande ritardo. C'è una delibera di fine febbraio (la n. 189/2018), accompagnata da un “Allegato A” che contenente dettagli: ma non si tratta ancora di una versione definitiva. Non è che una bozza. Al momento si trova ancora al vaglio della giunta regionale: i contenuti potrebbero quindi essere modificati prima dell’approvazione finale – e per inciso, non è dato sapere quando questa approvazione verrà finalmente calendarizzata.La Repubblica degli Stagisti ha potuto dare un’occhiata al testo preliminare: eccone gli elementi chiave. Innanzitutto, la bozza riporta che la durata massima dei tirocini in Umbria non debba essere superiore a sei mesi per tutte le tipologie di tirocinanti (le linee guida hanno introdotto, oltre a coloro che hanno finito i percorsi di istruzione, anche i lavoratori beneficiari di sostegno al reddito, quelli a rischio disoccupazione e quelli già occupati ma in cerca di altra occupazione). Nessuna distinzione, quindi, tra tirocini formativi / di orientamento e di inserimento / reinserimento in termini di durata (la legge umbra  precedente, invece, fissava un limite di 6 mesi per i tirocini formativi e di 12 per quelli di inserimento). Per i soggetti svantaggiati e per i disabili la durata massima è fissata a 12 mesi, mentre i tirocini estivi rivolti a studenti possono durare al massimo tre mesi (come nella vecchia normativa).Viene fatta però una precisazione sul potenziale allungamento a 12 mesi per le tipologie di tirocini standard e a 24 mesi per quelli rivolti a soggetti svantaggiati e disabili «nell’ambito degli interventi di politica attiva» attivati dalla Regione. Si tratta, insomma, di “eccezioni” per le quali la durata massima dei tirocini può essere raddoppiata. In particolare, l’Umbria potrà finanziare quattro tipologie di misure: «interventi volti a incentivare le imprese che al termine del periodo di tirocinio extracurriculare assumeranno, con contratto a tempo indeterminato, i beneficiari neo-formati, in unità produttive presenti sul territorio umbro»; «misure volte a premiare e incentivare le imprese che al termine del periodo di tirocinio extracurriculare assumeranno, con almeno un contratto a tempo determinato, in unità produttive presenti sul territorio umbro, soggetti disabili e persone svantaggiate»; «programmi d’inserimento / reinserimento volti a favorire, al termine del tirocinio extracurriculare, l’occupazione in Umbria di giovani e disoccupati di lunga durata»; e infine «azioni rivolte alla messa in trasparenza, validazione e certificazione delle competenze, nonché riconoscimento di crediti formativi, dei partecipanti ai tirocini extracurriculari». In caso di avvisi con questi requisiti, quindi, la durata del tirocinio potrà essere estesa, e viene esplicitato che «la Regione può assumere a proprio carico in tutto o in parte l’indennità di partecipazione, sulla base delle previsioni dei singoli avvisi».Sul rimborso spese, invece, la bozza indica un minimo di 400 euro lordi mensili per un impegno orario settimanale fino a 30 ore, 500 euro invece se l’orario settimanale supera le 30 ore (e fino al massimo dell’orario settimanale previsto dal CCNL di riferimento del soggetto ospitante). Un miglioramento rispetto alla legge precedente, che indicava un rimborso minimo di 300 euro lordi a fronte di un impegno fino a 24 ore, 400 euro se superiore a 24 ore. Nella bozza del nuovo testo viene inoltre specificato che l’orario giornaliero non può superare le 8 ore. L’indennità viene erogata per intero a fronte di una partecipazione di almeno il 70% su base mensile, e può non essere erogata dal soggetto ospitante durante il periodo di un’eventuale sospensione. Per quanto riguarda la cumulabilità tra indennità di disoccupazione e rimborso spese, invece, l’Umbria non sembra recepire l’indicazione delle linee guida, peraltro ribadite nella circolare Inps 174 di qualche mese fa, sulla totale compatibilità tra i due (la Repubblica degli Stagisti ne aveva scritto qui). In sostanza, il testo preliminare umbro indica che il rimborso spese può essere cumulato con il sussidio di disoccupazione, per chi lo riceve ed è senza lavoro, mentre per i lavoratori sospesi può essere corrisposto se è inferiore all’indennità minima di tirocinio. Nel caso in cui, sempre per i lavoratori sospesi, l’indennità di disoccupazione sia superiore all’importo minimo del rimborso spese per lo stage, invece, «l’indennità di tirocinio non viene corrisposta per il periodo coincidente con quello di fruizione dell’ammortizzatore» - ed è qui che l’Umbria si discosta dalle linee guida nazionali e dall’Inps. Per il resto, però, le indicazioni sui soggetti promotori e ospitanti, le condizioni di attivazione e i limiti numerici vengono confermati dalle linee guida. Per quanto riguarda il criterio della premialità (cioè la possibilità di accogliere più stagisti rispetto a quelli indicati nei limiti, a fronte di un certo numero di assunzioni post-stage effettuate in precedenza), per i soggetti ospitanti con unità operative con meno di venti dipendenti a tempo indeterminato viene specificato che potranno attivare un ulteriore tirocinio se avranno assunto il 50% dei propri tirocinanti nei 24 mesi precedenti. Viene inoltre confermata la non cumulabilità tra tirocini curriculari ed extracurriculari. Le modalità di attivazione, poi, includono una precisazione non contenuta nelle linee guida: la durata complessiva del tirocinio deve essere stabilita dal soggetto promotore in base ai titoli e le qualifiche del tirocinante e in base al livello EQF (Quadro Europeo delle Qualifiche) della «conduzione attesa al termine del tirocinio, espressa come Unità di competenza obiettivo». In particolare, la bozza umbra riporta come, a titolo orientativo, una durata “congrua” sia pari a «due mesi, per l’acquisizione di almeno due Unità di competenza del medesimo livello EQF posseduto in ingresso dal tirocinante» e pari a «tre mesi, per l’acquisizione di almeno due Unità di competenza di livello EQF immediatamente superiore a quello posseduto in ingresso dal tirocinante».Le indicazioni sulle garanzie assicurative, il tutoraggio e le modalità di attuazione vengono riprese in toto dalle linee guida nel testo umbro, con l’ulteriore precisazione, tra gli obblighi del tirocinante, di «avere un ruolo attivo nella definizione del proprio bilancio di competenze e della eventuale identificazione e messa in trasparenza degli apprendimenti, impegnandosi, con l’ausilio dei rispettivi tutor, nella elaborazione e determinazione del proprio programma di formazione individuale di tirocinio». In più, per quanto riguarda le disposizioni sul tutoraggio, il testo riporta come, al fine di accrescere la qualità dei tirocini extracurriculari, la Regione possa prevedere «la creazione e l’aggiornamento di un albo regionale dei soggetti responsabili del tutoraggio della progettazione e del coordinamento didattico-organizzativo dei tirocini» e «la realizzazione periodica di interventi di aggiornamento dedicati a tali figure professionali». Una novità, questa, non contenuta nelle linee guida.Secondo l’ultimo Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del lavoro, l’Umbria ospita ogni anno circa 4mila tirocini: nonostante non siano numeri paragonabili alle diverse decine di migliaia di stage di regioni come la Lombardia o il Lazio, a distanza di un anno dall’emanazione delle linee guida e a sei mesi dalla scadenza che era inizialmente stata fissata (cioè novembre 2017), è tempo che anche questa Regione approvi finalmente la sua nuova normativa.Irene Dominioni

Alternanza scuola-lavoro, ancora poche le aziende iscritte al Registro. Ma poi, serve davvero?

Un anno e mezzo fa entrava in funzione il Registro per l’alternanza scuola-lavoro, istituito con l’obiettivo di rafforzare l’asse scuola/imprese: un elenco di imprese ed enti disponibili all’attivazione di percorsi di alternanza scuola-lavoro, una sorta di bussola per i dirigenti scolastici e i responsabili degli enti formativi tenuti a individuare le destinazioni più idonee per i propri studenti. Il Registro è gestito dalle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, d’intesa con il ministero dell’Istruzione, quello dello Sviluppo economico e quello del Lavoro.All’ultima rilevazione del 2 aprile scorso, i soggetti iscritti risultavano 32.270, di cui il 95% imprese, il 2% enti privati (associazioni di volontariato, onlus, cooperative sociali, enti no profit), il 2% professionisti e l’1% enti pubblici. Poco più di 200mila, invece, le opportunità di alternanza scuola-lavoro e quasi 14mila quelle di apprendistato.Rispetto al sistema iniziale, nel giugno 2017 è stata aggiunta al registro una nuova funzionalità: le scuole possono richiedere online alla Camera di commercio l’abilitazione all’area riservata del registro tramite SPID o CNS. Questo consente al dirigente scolastico o delegato abilitato di consultare ulteriori informazioni sulle imprese iscritte che si candidano a ospitare studenti in alternanza: l’indirizzo della sede e delle altre localizzazioni dell’impresa, il legale rappresentante, la descrizione dell’attività, la classe di addetti, la classe di fatturato, la classe di patrimonio, i soci. All’ultimo aggiornamento, risalente a metà marzo, la richiesta di abilitazione era arrivata da 703 scuole attraverso 611 dirigenti scolastici e 765 delegati dei dirigenti scolastici.Stando ai numeri il Registro per l’alternanza scuola-lavoro ha ancora un utilizzo residuale rispetto alla platea di potenziali soggetti coinvolti ovvero, secondo InfoCamere: sei milioni di imprese, 1,5 milioni di studenti, 1,4 milioni di professionisti, oltre 10mila scuole secondarie di II grado, 300mila enti privati e 23mila enti pubblici. Ma come mai questo strumento non riesce a fare presa sugli attori dell’alternanza? «In molti casi le scuole e le imprese continuano a mettersi in contatto in maniera diretta, senza passare per il registro» spiega Andrea Marchetti, dirigente scolastico e membro dell'Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola: «Lo strumento è ancora giovane e ci vuole tempo. Tuttavia io giro gli istituti scolastici per tenere corsi sull'alternanza e noto che cominciano a utilizzarlo per conoscere meglio il proprio territorio».Ma il mondo delle imprese non ha accolto con grande favore lo strumento. «Il registro aggiunge burocrazia e non valore» commenta Ermanno Rondi, presidente del Gruppo tecnico formazione professionale e alternanza di Confindustria. «E nelle imprese non c'è un grande amore per la burocratizzazione, in quanto viene vista come poco utile a raggiungere l'obiettivo di un dialogo costruttivo con la scuola che abbia una finalità didattica per il percorso formativo. Quello che si ricerca piuttosto è un accordo che delinea il percorso di tre anni».Ma lo strumento si può in qualche modo implementare? «È necessario rendere obbligatorio l’utilizzo del registro per l’individuazione dei soggetti ospitanti. Nel registro vanno inserite e rese accessibili tutte le informazioni riguardo ai requisiti strutturali, funzionali ed etici che dovrebbero possedere i soggetti ospitanti e quelli professionali dei tutor esterni». Secondo le “Linee guida della Cgil sull’alternanza scuola-lavoro”, l’efficacia dello strumento non può prescindere da due elementi: l’introduzione dell’obbligatorietà dell’iscrizione e la trasparenza sui requisiti dei soggetti ospitanti. In questo contesto, la Cgil si candida ad «esercitare un’azione di verifica della capacità formativa delle strutture ospitanti, contribuendo alla definizione dei criteri con cui vengono selezionate dalle scuole e all’individuazione di standard di qualità da inserire quali requisiti per l’iscrizione al Registro nazionale dell’alternanza scuola lavoro. Fra i requisiti ipotizzati, ci sono la capacità del soggetto ospitante di erogare una formazione ai lavoratori e il rispetto dei codici etici, ad esempio in tema di sostenibilità ambientale» spiega Anna Teselli, responsabile dell'Area transizioni formazione e lavoro della Cgil. Per far emergere le esperienze positive Confindustria ha ideato il "bollino blu". «Si tratta di un'iniziativa per dare visibilità ai processi virtuosi, farli conoscere alle scuole e ai territori e favorire l'emulazione attraverso i workshop, le associazioni territoriali e così via» dice Rondi: «Sono proprio i territori a dover trovare le soluzioni adeguate rispetto alle caratteristiche di ciascuna area geografica. Ad esempio i docenti del Sud lamentano la mancanza di aziende ospitanti. Abbiamo situazioni in cui molti ragazzi non hanno mai visto un’azienda, non hanno un’idea della manifattura nel nostro Paese o la loro visione è superata. In questo caso si può sopperire con imprese simulate, workshop, business game». E su questo, a sorpresa, la Cgil è d'accordo con Confindustria: «In Italia le cose dall’alto non funzionano» conferma infatti Anna Teselli. «Bisogna fare un lavoro a partire dai territori. Si dovrebbero attivare registri territoriali nelle Camere di Commercio e la Cgil potrebbe avere un ruolo di verifica, ma anche di coprogettazione all’interno delle scuole». Come si legge nelle linee guida, le categorie sindacali «potranno ad esempio ottenere le liste di queste strutture e contribuire a verificarne la capacità formativa, collaborando a individuare i criteri che per la Cgil sono prioritari e selettivi in quel territorio».Per Rondi di Confidustria il Registro per l'alternanza è bocciato senza appello. «Se una scuola dovesse trovare un’impresa da un elenco senza conoscere la realtà del territorio mi preoccuperei, vorrebbe dire che il percorso educativo ha qualche problema. Un’azienda per piazzare un prodotto non guarda l’elenco delle Camere di commercio per trovare clienti, ma piuttosto cerca il dialogo, partecipa a fiere. Uno strumento come questo deresponsabilizza le scelte. Vorremmo invece che la formazione fosse un’occasione per diventare più consapevoli, perché giochiamo con quanto di più prezioso ha il paese: i giovani».Ma il vero problema, secondo Teselli, è che «il Miur ha lanciato una bomba, passando dalla sperimentazione del 9% delle scuole all’obbligatorietà dell’alternanza per il 100% degli istituti, senza un vero accompagnamento». Il successo del Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro, e più in generale dell’alternanza stessa, dipenderà anche dalla capacità di monitorare le esperienze, non solo dal punto di vista dei numeri ma anche e soprattutto della qualità, e di dialogare con i rappresentanti delle categorie interessate, ascoltandone le istanze.Rossella Nocca