Categoria: Approfondimenti

Coronavirus, chi fa stage in aziende più “tecnologiche” è avvantaggiato

È un momento di grande confusione per gli stagisti italiani (e non solo per gli stagisti, e non solo per gli italiani…). Ma ci sono aziende che, fin dall’inizio di questa “crisi Coronavirus”, sono riuscite a organizzarsi bene e a far proseguire i tirocini in corso al meglio senza soluzione di continuità. E quel che emerge chiaramente è che quanto più un’azienda è “tecnologica”, tanto più risulta facile gestire un momento come questo, convertendo le attività di dipendenti e collaboratori dalla modalità “in presenza” a quella “da remoto”, e garantendo anche ai propri tirocinanti una continuità sia nell’esperienza formativa sia nel reddito rappresentato dall’indennità mensile.In Illimity, per esempio, gli stage extracurriculari in corso al momento dell’inizio della situazione Coronavirus erano undici, mentre i curriculari erano due. Ne è stato fermato soltanto uno: «Abbiamo deciso di sospendere quello extracurricolare che stava facendo una ragazza francese, perché non parla ancora bene l’italiano e di conseguenza non è autonoma nel lavoro» spiega Ilaria Pascutti, del team di Talent Acquisition & Development: «Tuttavia abbiamo concordato sin da ora con lei e con il tutor aziendale un periodo di recupero», quando la situazione sarà tornata alla normalità. Per tutti gli altri lo stage è proseguito senza intoppi: «Grazie allo smart working siamo riusciti a mantenere in essere tutti i percorsi avviati. Gli stagisti stanno lavorando da remoto dalle loro residenze in diverse parti d’Italia – Toscana, Liguria, Molise, Lombardia».Illimity, che ha il suo headquarter a Milano, si è mossa peraltro con grande anticipo rispetto ad altre realtà, anche perché il suo business è particolarmente adattabile alla modalità di lavoro da remoto: «Abbiamo disposto lo smart working per la quasi totalità dei collaboratori dal 24 febbraio, quindi ancor prima che le università e la Regione Lombardia si attivassero per dare indicazioni» ripercorre Pascutti: «Ci siamo fin da subito confrontati con le università e altri enti promotori per chiedere la possibilità di svolgimento degli stage da remoto. Tutti gli enti hanno risposto tempestivamente acconsentendo a questa “nuova” modalità di svolgimento senza remore, dimostrando grande flessibilità. Nei giorni successivi abbiamo ricevuto indicazioni relativamente a procedure e documenti da produrre per formalizzare la situazione».Il fatto che illimity sia un’azienda giovanissima – fondata da Corrado Passera soltanto due anni fa – e fortemente tecnologica ovviamente aiuta: «Siamo una realtà digital native, costruita sulla condivisione e sullo smart working» riflette Pascutti: «La tecnologia ha permesso di fare leva sulla nostra natura agile preservando al tempo stesso la qualità del servizio. Al momento, salvo i colleghi che lavorano in filiale – ne abbiamo mantenuta una per gestire i clienti dell’ex Banca Interprovinciale a Modena – la totalità del lavoro può essere svolta da remoto». Due stage si sono conclusi proprio in questi giorni, e uno di essi è stato trasformato in assunzione; e addirittura è già prevista la partenza di un nuovo stage, che «inizierà il 3 aprile in modalità “smart internshipping”».In Noovle, società di consulenza con sede a Milano, lo slittamento verso il lavoro da remoto all’indomani dell'ordinanza del 23 febbraio è stata «relativamente "graduale"» spiega Piergiorgio De Campo, co-founder, direttore generale e Cto di Noovle: «Siamo sicuramente un'azienda attrezzata per continuare ad operare senza intoppi: fortunatamente, essendo attrezzati e primi promotori dello smart working, siamo riusciti a rispondere prontamente. Le figure di staff hanno continuato ad andare in ufficio per un po’, ma col primo decreto dell'8 marzo si è imposto il lavoro da casa su tutta la popolazione» aziendale. E a quel punto si è posto il tema di come gestire lo stage. In Noovle in quel momento era operativa una sola stagista: «Il soggetto promotore – JobFarm, ex Actl – è assolutamente non pervenuto», dunque non ha fornito indicazioni, e allora «in autonomia, e vista la mansione della nostra trainee Roberta, una ragazza di 26 anni originaria di Ragusa ma su Milano per intraprendere la strada del Developer Front End dopo una breve academy», in Noovle hanno preso la decisione di farla proseguire «da remoto. La nostra trainee prosegue a sentire tramite strumenti di messaging di Google il suo tutor, Emanuele, con il quale si è sempre interfacciata».Situazione simile in Mercer, dove al momento sono attivi tre tirocini curricolari e tre extracurricolari, e per aprile è prevista, salvo cause di forza maggiore, l’attivazione di altri tre percorsi, due extracurricolari e un curricolare. «Siamo stati molto rapidi nell’attivazione dello smartworking per tutti i nostri dipendenti, prima in a Milano e successivamente anche a Roma, compresi gli stagisti» dice Paola Pagni, principal – HR director di Mercer in Italia, e ancor prima del “lockdown” dell’8-9 marzo «avevamo già applicato, in via prudenziale, regime di smartworking e cancellazione di viaggi e meeting di persona». Applicare lo smart working agli stagisti è in un certo senso una sfida – perché fare uno stage da casa, in condizioni normali, è un controsenso… Dunque come si fa ad “adattarlo” a una modalità da remoto?  «Per sua natura lo stage è un’esperienza formativa che necessita della presenza costante del tutor, o eventualmente di altri colleghi che possano fornire un contributo, per svolgersi al meglio» dice Pascutti: «in un’azienda come illimity, ancora in forte crescita, le cose da fare sono tante e spesso ai ragazzi in stage viene data qualche responsabilità in più». Una cosa che «li gratifica e al tempo stesso li rende più autonomi nella gestione delle attività».  La sfida più grande per proseguire uno stage da casa sta proprio nel contatto costante col proprio tutor: «Per gli stagisti è ancora più importante la vicinanza del responsabile e la chiarezza delle indicazioni aziendali» riflette Pagni: «Per garantire la qualità dell’apprendimento e della supervisione ci assicuriamo che vengano seguiti da vicino».«Ovviamente la juniority rende l'attenzione alla "vicinanza" dei trainee fondamentale, così come nelle normali occasioni lavorative è fondamentale che le persone siano seguite a dovere» concorda De Campo. E in realtà la questione del contatto tra colleghi è importante a qualsiasi livello: «Per gli altri dipendenti vale lo stesso discorso, siamo sempre in contatto tramite chat e videocall, insieme alle mail; e la scorsa settimana abbiamo anche organizzato un momento di confronto per capire come viviamo questo momento particolare da Milano a Palermo, essendo noi già dislocati su tutto il territorio italiano, isole comprese». Una «video call massiva» cui hanno partecipato 130 persone di Noovle, «una pluralità di voci che hanno condiviso il vissuto dell'azienda. È stato un momento corale».In moltissimi casi nelle ultime settimane gli stage sono stati sospesi, ma a Noovle questa ipotesi non è stata nemmeno prospettata: «E comunque non l'avremmo fatto» spiega De Campo: «I nostri tirocini sono solo a scopo di inserimento, siamo molto gelosi del nostro know how e vogliamo trasmetterlo come prima fase di un investimento sul lungo periodo, quindi la continuità della formazione è fondamentale per noi».L’attività prosegue peraltro a 360 gradi, selezioni di nuovi candidati comprese – a distanza, ovviamente: «Per i colloqui utilizziamo Hangouts: eravamo già abituati ad occasioni in cui la videocall era d'obbligo, non è cambiato molto in questo senso». E se si trovasse qualcuno di adatto, verrebbe assunto anche in questo momento, senza attendere il termine della fase di lockdown? «Proseguiremmo con le assunzioni, ne abbiamo avute quattro nelle due settimane appena passate, e ne abbiamo due programmate per aprile!». Un atteggiamento quindi molto positivo: «La mia opinione è che nei momenti di crisi ci sia sempre molto rischio ma anche grandissima opportunità» chiude De Campo: «Questo è il momento in cui potremo vedere e toccare con mano se lo smart working funziona davvero, come abbiamo sempre sostenuto».In ogni caso, la chiave sembra essere la tecnologia: «Gli strumenti aziendali che abbiamo a disposizione – Teams, SharePoint, e così via – ci consentono di lavorare in condivisione costante e agevolano molto il lavoro in team» riflette Pascutti di illimity: «La nostra infrastruttura in cloud ci ha permesso fin da subito di sfruttare le potenzialità del digitale».  «Tutti i nostri dipendenti sono dotati di laptop e cellulare, quindi la conversione a smartworking è stata rapida» le fa eco Pagni: «Abbiamo investito più energie nel farci sentire presenti come azienda, abbiamo comunicato tempestivamente le misure e le raccomandazioni adottate per far fronte alla situazione – smartworking, chiusura uffici, no meeting di persona, no viaggi… –  abbiamo creato momenti di condivisione e partecipazione in videoconferenza come townhall, training virtuali a disposizione di tutti i dipendenti, formazione condivisione di competenze specifica, momenti informali di networking come zoomcoffee, lezioni di yoga e ginnastica in streaming, un photocontest sui momenti che ci vedono impegnati nel lavoro da casa. Il gruppo internazionale ha messo a disposizione ulteriori risorse informative e di guida per affrontare l’emergenza, come siti intranet informativi, team internazionale di business continuity e alert».Rispetto ai giovani impegnati in stage aziende più “vecchio stile”, dunque, in questo momento quelli che stanno facendo esperienze formative in aziende più avanzate dal punto di vista tecnologico sembrano essere più fortunati: i loro stage raramente sono stati sospesi, e possono proseguire a pieno ritmo anche da casa.

Laurea abilitante, 10mila neo medici in arrivo: e la misura non è “di emergenza”, ma definitiva

Un squadra di circa 10mila neo laureati in Medicina si prepara a un ingresso anticipato nel Sistema sanitario nazionale. Questo, per effetto del decreto Cura-Italia del 17 marzo scorso, che ha stabilito che «il conseguimento della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia – Classe LM/41 abilita all’esercizio della professione di medico-chirurgo, previa acquisizione del giudizio di idoneità».A poter esercitare automaticamente la professione saranno i neo laureati che il 28 febbraio scorso avrebbero dovuto sostenere l’esame di abilitazione professionale, poi rinviato per l'emergenza Coronavirus. I nuovi medici, non essendo in possesso di specializzazione, non saranno impiegati negli ospedali, ma in servizi territoriali, sostituzioni della medicina generale, case di riposo etc. Tuttavia, in questo modo, libereranno a loro volta altri 10mila medici, che potranno essere trasferiti nei reparti e contribuire alla lotta al Covid-19. La laurea abilitante, già da tempo in discussione, non rappresenta una misura di emergenza, ma una misura definitiva. Ciò vuol dire che d’ora in poi, per diventare medici a tutti gli effetti, basterà conseguire la laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia (classe LM/41) e ottenere il giudizio di idoneità nel corso del tirocinio pratico-valutativo, consistente in tre periodi da quattro settimane (anche non consecutivi) da svolgere in area chirurgica, medica e della medicina di base. Non occorrerà più invece l’esame di abilitazione, consistente in una prova teorica a quiz. «Il procedimento va bene, perché risolve una serie una serie di problemi di carattere burocratico» commenta Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri «e consente ai ragazzi di non star fermi mesi tra la laurea e l’esame di abilitazione». Ma non basta. La misura, così com’è stata concepita, dà respiro alla sanità pubblica in questo difficile momento, ma non risolve il problema dell’insufficienza di specialisti. «Non si può fare un palazzo a metà» aggiunge: «L’anno scorso per 8mila borse si sono presentati 18mila laureati. È irrazionale negare ai ragazzi la possibilità di concludere il percorso».Da qui la proposta della Federazione: «Chiediamo lo stanziamento aggiuntivo di 10mila borse, per la medicina generale e le specializzazioni, contro l’imbuto formativo e la fuga dei medici all’estero e per seguire la strada della qualità della sanità, che si ottiene solo con la formazione». «Siamo soddisfatti della decisione, in quanto riteniamo che lo studente laureato abbia tutte le carte in tavola per fare il medico» commenta Federico Lavagno, coordinatore nazionale del Dipartimento post-lauream del Segretariato italiano giovani medici: «Tuttavia la nostra soddisfazione è nettamente cancellata dal mancato inserimento di 5mila nuovi contratti di formazione specialistica, come inizialmente contenuto nella bozza». Se il Segretariato reclama le 5mila borse "promesse" per le specializzazioni, la Federazione propone lo stanziamento di 10mila nuove borse fra scuole di specializzazione e corsi di medicina generale, chiedendo di non dimenticare quelli che dovrebbero essere chiamati "specialisti in medicina generale".«Constatiamo che neanche in un’emergenza che mette alla luce le carenze del Servizio sanitario nazionale lo Stato capisce che è ora di formare nuovi specialisti», aggiunge Lavagno. A tal proposito, il Segretariato italiano giovani medici ha inviato una lettera ai parlamentari, in cui denuncia che «in Italia si ha una carenza urgente di specialisti, non di medici». Il documento ricorda la «mal programmazione che va avanti da decenni» e spiega che, come conseguenza, «il prossimo concorso per le specializzazione mediche vedrà una partecipazione di più di 20mila candidati, a fronte di 8mila contratti di formazione (40 per cento sul totale dei medici generici) tale da non garantire il futuro previsto turn-over». Ciò vuol dire che il 60 per cento dei neo abilitati resterà fuori almeno per un anno dal percorso di specializzazione e che i nuovi medici non basteranno per far fronte al turn-over. Oggi, infatti, il sistema sanitario vive un’emergenza nell’emergenza: prima ancora che il pericolo dell'epidemia si affacciasse in Italia, con il decreto Milleproroghe si era tentato di arginare la carenza di medici introducendo la possibilità di assumere medici non ancora specializzati (già dal terzo anno di scuola di specializzazione) e trattenendo in servizio gli over 70. «Secondo i dati dell'Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, nei prossimi quindici anni perderemo per pensionamento circa 56mila medici e il sistema universitario sarà in grado di rimpiazzarne solo circa il 75 per cento se non si correrà ai ripari aumentando, adeguatamente, il numero di posti per le facoltà di Medicina e chirurgia e per le scuole di specializzazione messi a bando», spiega Lavagno.Del mancato finanziamento delle borse abbiamo chiesto conto, in un'intervista, al ministro dell'Università Gaetano Manfredi, che ha chiarito che «non è stato possibile inserirlo per motivi di tipo contabile: quello delle borse di specializzazione, infatti, è un investimento pluriennale, mentre il provvedimento emergenziale prevede una copertura solo per il 2020» e che tuttavia il Ministero sta «lavorando sulla possibilità di ampliare gli stanziamenti nel prossimo bando».«In questo momento si capisce ancora di più l’importanza degli specialisti: più competenze hai, più hai possibilità di avere successo nelle terapie», conclude Filippo Anelli. Le esperienze quotidiane dei medici in prima linea contro il Covid-19 stanno infatti mettendo in luce quello che avrebbe dovuto essere chiaro da sempre, ovvero quanto sia fondamentale poter accedere a cure pubbliche e ricevere un’assistenza di qualità, sia da un punto di vista professionale che umano. Rossella Nocca

Coronavirus, sospeso anche il servizio civile: ma 3.300 volontari – su 33mila – hanno scelto di continuare

Lo scorso 10 marzo il Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale, per effetto di quanto disposto il giorno prima dal decreto del presidente del Consiglio per il contenimento dell’emergenza Covid-19, ha comunicato con una circolare «la sospensione dei progetti di servizio civile sull’intero territorio nazionale e la conseguente sospensione dal servizio degli operatori volontari» fino al 3 aprile 2020. I giorni di sospensione verranno considerati come «giorni di permesso straordinario per causa di forza maggiore», pertanto saranno conteggiati al fine della ricezione del rimborso mensile previsto per i volontari. Qualora, come altamente probabile, le misure restrittive fossero prorogate oltre il 3 aprile, il Dipartimento valuterà «una interruzione dei progetti ed una successiva eventuale riattivazione, laddove ce ne fossero le condizioni, con il recupero del periodo di interruzione». Sospese anche tutte le partenze all’estero degli operatori volontari, nonché i subentri e gli avvii in servizio. Il Dipartimento ha tuttavia lasciato agli enti, previa verifica delle adeguate condizioni di tutela dei volontari, e ai volontari stessi, la possibilità di valutare la prosecuzione delle attività per «progetti di particolare e rilevante utilità, comunque funzionali alla situazione di emergenza in corso», come quelli incentrati sull’assistenza a persone anziane e disabili per consegna alimenti, farmaci e generi di prima necessità o disbrigo di pratiche amministrative. In tal caso, gli enti sono tenuti a inviare comunicazione della mancata sospensione alla mail emergenza [chiocciola] serviziocivile.it, specificando anche l’eventuale scelta di far svolgere il servizio agli operatori da remoto.I volontari che, di comune accordo con gli enti ospitanti, hanno deciso di proseguire la loro esperienza sono 3.313, di cui 3.154 in Italia, sui 33.074 attivi alla data del 10 marzo (ultimo aggiornamento: 20 marzo). Dei 3.154 volontari in Italia, il 25 per cento è attivo in Lombardia, seguono Toscana, Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna. Ad Sud spicca invece la Campania (10 per cento). «Questi giovani rappresentano una risorsa straordinaria e formidabile» commenta Flavio Siniscalchi, Capo del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale «in un momento in cui una delle criticità maggiori è la mancanza di risorse umane: per questo li ringraziamo ogni giorno per l’impegno che stanno portando avanti». Qualora, dopo la scadenza del 3 aprile, si procedesse a uno stop dei progetti, l’intenzione del Dipartimento è quella di tenere aperta la possibilità, per gli enti e per i volontari, di scegliere di andare avanti. «Ci auguriamo che il numero di volontari attivi possa significativamente aumentare» precisa il Capo Dipartimento «e pertanto stiamo cercando di sensibilizzare gli enti in tal senso e stiamo ragionando sulla possibilità di rimodulare i progetti, rendendoli più funzionali all’emergenza in corso».  In determinati contesti, la presenza dei volontari è risultata particolarmente preziosa. In alcuni ospedali della Toscana, ad esempio, i volontari hanno fornito assistenza presso l’accettazione dei pronto soccorso, decongestionandoli e facilitando le operazioni di soccorso.  Per quanto riguarda il fronte estero, al momento sono ancora attivi 159 volontari dal Sud America all’Africa, dai Balcani all’Asia. Tuttavia «stiamo incentivando il rientro, in quanto i paesi si stanno orientando verso la restrizione più totale e diventerebbe complicato gestirli», precisa Siniscalchi. La sospensione del servizio civile si è resa necessaria per tre principali motivi. «Innanzitutto i volontari non sono professionisti e dunque non sono preparati per situazioni emergenziali» spiega Enrico Maria Borrelli, presidente del Forum nazionale servizio civile e di Amesci «poi gli enti non sono dotati di dispositivi di sicurezza e infine, tendenzialmente, i progetti non vertono su situazioni emergenziali». Nonostante ciò, oltre 3mila giovani non si sono tirati indietro. Tra le associazioni che registrano ancora volontari attivi, c’è l’Arci - Servizio civile (Asc), con 154 ragazzi operativi su 1.788 (8,6 per cento).«Accanto al senso di responsabilità degli operatori e delle organizzazioni che hanno messo la salute al primo posto» commenta Licio Palazzini, presidente dell’Asc nonché della Conferenza nazionale enti servizio civile (Cnesc) «ci preme sottolineare la disponibilità dei tanti giovani che, volontariamente, hanno deciso di fare la loro parte e di continuare la propria esperienza, ad esempio in pubbliche assistenze, misericordie e Caritas attraverso attività di socialità e di sostegno alle attività pubbliche». Tra le altre associazioni c'è Amesci, con 65 volontari su 2mila (3,2 per cento). Diciannove i progetti attivi, di cui quattro all’estero tra Spagna, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria e Serbia. Le attività prevalenti, in Italia, riguardano al momento il supporto informativo ai cittadini e la distribuzione di beni di prima necessità. Un po’ a sorpresa, tra le associazioni che non hanno comunicato la prosecuzione di alcun percorso, c’è l’Associazione volontari italiani del sangue (Avis), in prima linea in questo momento di emergenza. «Abbiamo optato per questa scelta per tutelare la salute dei nostri 225 volontari. Vista la territorialità dei progetti ed essendo l’ente capofila localizzato sul territorio di Milano» spiega Antonella Auricchio dell’ufficio stampa «non avremmo potuto garantire la verifica delle condizioni necessarie per la prosecuzione delle attività, che comunque erano incentrate sull’ambito informativo e promozionale e non su quello assistenziale».Secondo Enrico Maria Borrelli la situazione attuale impone una riflessione sul modo di utilizzare una risorsa come quella dei giovani volontari del servizio civile: «Giuseppe Zamberletti, il “padre” della Protezione civile, sosteneva l’idea di un potenziamento della formazione generale, che avesse carattere di protezione civile, dal primo soccorso alle situazioni di emergenza. E l’idea che in futuro in situazioni di bisogno si possa contare su un esercito di 50mila giovani, dopo che è venuta meno anche la leva obbligatoria, è verosimile e auspicabile, ma solo con una struttura preventivamente organizzata e con regole precise». Intanto l’emergenza sanitaria ha fatto sì che anche la scadenza del deposito annuale dei progetti per il bando 2021, inizialmente prevista per il 31 marzo, fosse prorogata (al 16 aprile). E il Forum servizio civile, nei giorni scorsi, ha scritto al Dipartimento per chiedere una ulteriore proroga fino al 31 maggio. Rossella Nocca

Il futuro dei giovani? Dipende ancora troppo dalla famiglia di appartenenza e troppo poco dal merito

Meritocrazia è una pessima parola che però illustra bene un punto condivisibile: i premi, i voti, i lavori, i redditi andrebbero distribuiti in base ai risultati e alle performance individuali. Tuttavia è innegabile che tali risultati siano frutto tanto di sforzi e impegni personali quanto di quelle che potremmo definire “condizioni di partenza” o “contesto di provenienza” – vale a dire reddito familiare, titolo di studio dei genitori, luogo di nascita o residenza, e così via. Può quindi la politica perseguire al contempo la finalità di ridurre le disuguaglianza e di premiare il merito?Secondo un moderno approccio al tema della disuguaglianza – filosofico ma ormai anche economico – noto come “uguaglianza delle opportunità”, sono accettabili disuguaglianze degli esiti che dipendono da disuguaglianze negli sforzi; invece non sono accettabili disuguaglianze che dipendano da altri fattori, non legati a scelte o volontà degli individui. Lo Stato dovrebbe quindi agire per riequilibrare le posizioni di partenza e, una volta garantito questo, non agire per livellare gli esiti ottenuti.Nel campo del rapporto tra sforzi individuali, condizioni di partenza e risultati finali, forse quello dell’istruzione è l’ambito che meglio si presta sia a una comprensione della problematica sia a una sua analisi in termini quantitativi e scientifici. Anche per l’impatto che esso ha come fattore di sviluppo sia nella vita di una persona sia in quella di una società.Dal punto di vista aggregato l’istruzione determina le conoscenze, la produttività, la capacità di influenzare i progressi tecnologici e quella di utilizzarli. Non stupisce quindi che l’Italia, essendo uno dei paesi europei che meno investe nell’istruzione – specialmente quella terziaria – sia anche uno di quelli che meno cresce dal punto di vista economico. Secondo i dati Eurostat, nel 2017 l’Italia ha infatti dedicato solo il 3,8% del proprio prodotto alla spesa per istruzione, a fronte di una media europea del 4,6% e ben lontana da paesi come Svezia (6,8%), Danimarca (6,5%) e Belgio (6,3%) e Finlandia (5,7%) all’interno dell’Unione o da altri come Islanda (7,5%) e Norvegia (5,6%) al suo esterno. Dal punto di vista delle vite di ciascun cittadino un titolo di studio più elevato, o in generale un ottima qualità del percorso formativo, permettono di raggiungere con maggiore probabilità un lavoro meglio retribuito e un’occupazione più in linea con le proprie aspettative. Certo sono tantissime le storie individuali di persone che – pur ottimamente  preparate – si sono scontrate o si stanno scontrando con la mancanza di opportunità nel mondo del lavoro o con un trattamento (economico, ma non solo) a volte al limite della sopportabilità. Ma questa è un'altra storia...Sul tema delle disuguaglianze in accesso al sistema dell’istruzione, interessanti sono due recenti studi che analizzano le determinanti dell’uguaglianza delle opportunità nell’istruzione primaria e secondaria, vale a dire quella obbligatoria, e in quella terziaria.Per quanto riguarda l’uguaglianza delle opportunità nell’istruzione primaria e secondaria di diversi paesi dell’Ocse, l’articolo “Reexamining the inequality of opportunity in education in some European countries”, pubblicato da Casilda Lasso De La Vega, Agurtzane Lekuona e Susan Orbe nel 2019 sulla rivista “Applied Economic Letters” confronta appunto questo tipo di disuguaglianza con quella, più tradizionale, basata sulla mera osservazione degli esiti. E stabilisce che paesi come Islanda, Finlandia e Norvegia sono quelli dove gli sforzi personali contano più delle circostanze; i paesi con minore disuguaglianza, tanto delle opportunità quanto degli esiti, sono Irlanda, Grecia e Norvegia, mentre al contrario il paese con maggiori disuguaglianze è il Belgio.L’Italia è un paese a livello nazionale (non esistono risultati su base regionale) che mostra livelli di disuguaglianza delle opportunità sopra la media e anche piuttosto elevata. Più precisamente, il lavoro utilizza come misura di performance i risultati dei test Pisa 2012, cioè una serie di questionari standardizzati rivolta ogni tre anni a studenti quindicenni dei paesi Ocse per stabilire il grado di conoscenze e di abilità acquisite nel corso degli studi. Gli autori dello studio hanno considerato, tra le variabili che determinano le circostanze di partenza: il genere dello studente, il livello di istruzione e l’occupazione dei genitori, il paese di nascita, le dotazioni infrastrutturali della scuola di appartenenza e la performance media dei compagni di classe – cioè il cosiddetto peer group effect, “effetto dei pari”. Tra le variabili che determinano lo sforzo personale, al contrario, sono state considerate:  le ore dedicate ai compiti a casa, le ore di lezione (non) saltate, l’assenza di bocciature. Risultato: l’Italia è uno di quei paesi in cui le condizioni di partenza contano più degli sforzi individuali per riuscire a ottenere determinati risultati. Nello specifico, per quanto riguarda la disuguaglianza dei risultati – tecnicamente misurata dalla loro varianza – questa dipende per oltre il 50% da sforzi individuali e da condizioni esterne in sei paesi su venti (in ordine decrescente): Olanda, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania e Italia. Inoltre, ed è ciò che qui interessa di più, la componente “condizioni di partenza” vale ben il 95,73%  in Italia, più o meno come in Lituania (95,85); davanti a noi quindi solo Olanda (97,55%),  e Croazia (98,40). Come paragone, vale la pena di ricordare nelle nazioni dove questa quota è inferiore (poco sorprendentemente Finlandia e Norvegia, ma anche Spagna e Portogallo) essa ha un valore medio dell’80%.Il tema della disuguaglianza delle opportunità nell’istruzione terziaria è invece affrontato per la prima volta dalla ricerca “Inequality of opportunity in tertiary education in Europe”, di Flaviana Palmisano,  Federico Biagi e Vito Peragine, pubblicata sempre nel 2019 come “Technical report” della Commissione europea. I risultati non sono molto differenti: i paesi più egalitari sono generalmente quelli scandinavi mentre quelli più problematici sono quelli mediterranei, con l’Italia tra i peggiori. In questo caso i dati utilizzati sono quelli della European Survey on Income and Living Conditions (EU – SILC) del 2005 e del 2011.In tutti i Paesi presi in considerazione, appartenere  una famiglia in cui almeno un genitore ha un titolo di studio elevato aumenta la probabilità di laurearsi, così come avere almeno un genitore in occupazioni impiegatizie (white collar). Rispetto a queste dimensioni, l’Italia non è un caso limite; ma vale la pena di ricordare, per avere un’idea della rilevanza del fenomeno, che solo il 19% dei laureati italiani proviene da famiglie in cui nessun genitore ha un titolo superiore alla scuola media inferiore, mentre la percentuale sale al 61% quando anche solo uno dei due genitori ha almeno un titolo di studio di scuola superiore (dati Istat 2011). In alcuni paesi – Islanda, Finlandia, Estonia e Lettonia, fortunatamente non l’Italia! – anche il genere di appartenenza sembra una condizione importante anche se, la ricerca sottolinea, non necessariamente ciò comporta l’esistenza di discriminazioni per genere. A livello di spesa pubblica per l’educazione (quota su spesa pubblica totale e quota su PIL), emerge una forte correlazione positiva tra spesa pubblica per istruzione e disuguaglianza delle opportunità nell’istruzione terziaria. Poiché tale disuguaglianza è positivamente correlata anche alla disuguaglianza dei redditi, e benché i rapporti di causalità debbano essere sempre analizzati con cura, si può immaginare che maggiori investimenti nell’istruzione pubblica possano portare a riduzioni virtuose della disuguaglianza. Qualitativamente, dal punto di vista della policy, la conclusione degli autori è che se il ruolo della famiglia di appartenenza è così importante, delle buone politiche per ridurre la disuguaglianza delle opportunità potrebbero essere quelle di promozione di borse di studio basate sul merito e sul reddito e che riducano il peso finanziario dell’istruzione terziaria sulla famiglia: un'indicazione da valutare con grande attenzione.Ridurre la disuguaglianza a favore delle fasce di popolazione meno protette e tutelate dovrebbe essere un imperativo morale per ogni società; capire quali siano davvero le determinanti della disuguaglianza l’unico strumento necessario per farlo. In Italia, per ogni livello di istruzione, è sotto gli occhi di tutti – nonché confermato da studi e ricerche come quelle che abbiamo citato qui – che le circostanze sono più importanti degli sforzi e dell’impegno individuale.Prima ancora che il legislatore, dovrebbe essere la società stessa a interrogarsi: è accettabile che sia così?Paolo Balduzzi

Donne e lavoro, si parte in salita fin dalla Costituzione: quanta strada ancora da fare

Quanto vale, quanto è riconosciuto, quanto è importante il lavoro delle donne? La Costituzione italiana parla di questo tema all'articolo 37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” è il primo comma dell'articolo. Si parte bene, vietando ogni discriminazione. Ma poi ecco subito il primo slittamento: “Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare” (della donna). Le parole sono importanti: l'“adempimento” è l'assolvimento di un obbligo. L'aggettivo “essenziale” implica l'impossibilità di svincolarsi dalla “funzione” primaria attribuita alle donne, che è quella appunto “familiare”. E questa funzione “familiare” non si riferisce solo a quel che le donne soltanto possono fare, in effetti – cioè la “produzione fisica” di bambini: è molto più ampia del mero periodo di gravidanza e allattamento e sottointende la cura della casa, dei familiari non autosufficienti, degli anziani.  Dunque il secondo comma dell'articolo 37 pone indubitabilmente le donne lavoratrici in una posizione subalterna rispetto agli uomini, liberi invece lavorare senza essere costretti ad adempiere nessuna “essenziale funzione”. Le donne insomma possono lavorare ed essere pagate alla pari di un uomo, a patto però che prima di tutto adempiano al proprio “dovere”. In “famiglia”. Si parte in salita.L'articolo 37 poi si chiude con due commi focalizzati sul lavoro minorile. Ecco il colpo di grazia: si tratta dunque di un articolo che riguarda il lavoro di persone “deboli”, le donne e i minori, non pienamente adatti a lavorare, bisognevoli di tutele speciali. Quanta strada si deve ancora fare perché le donne abbiano piena cittadinanza nel mondo del lavoro...Ma quanta se ne è già fatta, anche! A questo è dedicato “Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea”, saggio pubblicato qualche mese fa dalla casa editrice Viella nella collana “Storia delle donne e di genere” e scritto da Alessandra Pescarolo, ricercatrice storica e sociale e fino al 2012 dirigente dell'Istituto regionale per la programmazione economica della Toscana (Irpet). «La partecipazione delle donne alle attività produttive è tutt’altro che irrilevante, e ha al suo centro la questione della conciliazione tra lavoro domestico, attività riproduttiva e lavoro extra domestico» chiarisce subito Silvia Salvatici, docente di storia contemporanea alla Statale di Milano, durante la presentazione a Milano del libro organizzata da Fiorella Imprenti, già assessora alle Politiche del lavoro, sviluppo economico e pari opportunità del Comune di Rozzano. Salvatici sottolinea appunto come, fin dall'articolo 37 della Costituzione, «l’identità di lavoratrici delle donne sia stata subordinata alla necessità di assolvere al dovere riproduttivo»; e coglie l'occsione per ricordare che i diritti non sono acquisiti una volta e per sempre, e dunque la guardia dev'esser sempre tenuta alta: è importante trovare il modo di «mettere in discussione un’immagine molto diffusa, per cui il percorso delle donne è stato una progressiva emancipazione. Lo sguardo sull’oggi dimostra che questo assunto poggia su basi false, che non regge alla prova di un’analisi: perché le conquiste sono continuamente rimesse in discussione. Vi é un contrasto tra l’avanzamento sul piano dei diritti acquisiti e i continui rischi di retrocessione». Uno dei pregi del libro di Pescarolo è, per Salvatici, «il lunghissimo arco cronologico che esso comprende», che permette appunto di scoprire la storia del lavoro delle donne in Italia nel corso dei secoli: «Le pagine a mio avviso più belle della ricostruzione del mondo rurale sono quelle dell’Italia post unitaria, da cui emerge una intensa cooperazione familiare caratterizzata da una dura cultura femminile del lavoro che imponeva alle donne di dimostrare di saper svolgere attività diversificate e una resistenza strenua a quelle più pesanti». Altro che sesso debole, dunque: «La smentita più concreta di quello stigma di inferiorità spesso indicato da una pretesa maggiore debolezza». Dalla narrazione emerge un'Italia spaccata a metà, dove le donne aristocratiche e borghesi fino agli anni Cinquanta non lavoravano, mentre per le contadine era impensabile non farlo: in un caso e nell'altro, ovviamente, non c'era il minimo spazio una concezione di lavoro come emancipazione e realizzazione personale. La spaccatura non è netta né immobile: ogni fase storica, ogni decennio, ogni territorio è caratterizzato da una particolare condizione delle donne nel mercato del lavoro. «Il lavoro è uno degli oggetti più culturalizzati e politicizzati che esistano» sottolinea l'autrice Alessandra Pescarolo: «Ho cercato di far vedere che lo scarto tra il lavoro e il suo valore è una costruzione sociale e stratificata. La morale sessuale teneva le donne fuori dal mercato del lavoro, l'obiettivo era quello di tenerle di in casa: ma questo riguardava solamente le classi agiate. Mentre nelle società rurali» le donne lavoravano eccome, e lì «si vede un’etica del lavoro femminile fortissima. Poi nel primo Novecento arrivano le legislazioni di protezione delle donne: la borghesia, a differenza dell’aristocrazia, cerca di universalizzare il suo modello, creando l’ideologia della necessità di proteggere le donne dai lavori troppo faticosi al fine di preservarne la salute».Alla discussione hanno partecipato anche due donne impegnate in politica, la consigliera regionale Paola Bocci e l'assessora al Lavoro del Comune di Milano Cristina Tajani.  «Una volta il termine era “inferiorità” del lavoro femminile, ora si parla di una presunta “indisponibilità” della donna nel mercato del lavoro» dice Bocci: «Cioé una “non disponibilità” all’impegno al pari di un uomo. Il problema é che ogni donna – che sia madre o non lo sia, che sia figlia di persone che hanno bisogno di cure o non lo sia – lo stereotipo  di essere indisponibile se lo porta dietro comunque». Bocci snocciola dati sconfortanti: «Le donne già solo a tre anni dalla laurea guadagnano meno dei coetanei maschi: prima ancora delle maternità, prima ancora della eventualità di doversi prendere cura dei genitori anziani». E parafrasando la Fattoria degli animali di Orwell rileva che «la nostra Costituzione dice che sì, la nostra Repubblica è fondata sul lavoro» ma all'articolo 37 dice anche che «c’è chi è un po’ meno uguale». Perché ciò accade? «La prima causa è quella di una mancata condivisione delle responsabilità della cura domestica e delle relazioni». Nel suo ruolo di consigliera regionale Paola Bocci è da tempo impegnata in una battaglia per combattere le disparità retributive legate al genere, e non a caso è prima firmataria di un progetto di legge per ridurre il gender pay gap. «La grande scommessa adesso è attivare un cambiamento non solo normativo per cambiare gli equilibri nella società e nei rapporti di coppia e scardinare gli stereotipi che disegnano la donna come indisponibile perché gravata del carico delle responsabilità del lavoro domestico e di cura».«Ogni nostra azione ha a che fare con un’indicazione di fini, con un obiettivo che in quel momento indichiamo come socialmente desiderabile» è la riflessione di Cristina Tajani, assessora al Lavoro del Comune di Milano: «Questo richiamo alla finalità è importante nel momento in cui indichiamo delle ricette e delle policy. Noi lavoriamo per costruire politiche e interventi che portino per quanto possibile la parità dei generi nel mondo del lavoro. L’unico argomento per costruire questo tipo di politiche – come la parità salariale, la pari rappresentanza dei generi... – è stato a lungo quello etico, cioè “è giusto che ci siano solo uomini...?”. Ma vi è un altro argomento, quello di tipo utilitaristico: non è solo giusto ma è anche utile, perché la compresenza dei generi nel mandare avanti le comunità e le organizzazioni crea bene comune». Quello di cui c'è più bisogno oggi? Secondo Tajani di «una interpretazione delle cose in grado di cambiarle, una teoria e una lettura potente in grado di costruire un discorso generale che metta il tema del lavoro delle donne nel tema più grande dell’emancipazione delle persone in generale». E che dunque la politica, aggiunge Pescarolo, riesca finalmente «a toccare con decisione il tema del lavoro», cosa che adesso non fa: «C’è bisogno di una riflessione intensa e innovativa sul lavoro» perché è innegabile che, «pur diminuendo nella sua intensità aggregata – anche per motivi strutturali, come l'avvento delle nuove tecnologie», il lavoro continui ad essere, per uomini e donne, «un collante sociale».Eleonora Voltolina

L'informatica è un'opportunità per trovare lavori interessanti e ben pagati, ma i giovani non lo sanno

Attorno all'informatica ruotano i mestieri del futuro e si concentra il maggior numero di opportunità professionali del momento, eppure i giovani italiani – soprattutto le ragazze – sono restii a studiarla. Se però lo avessero saputo prima di iniziare le superiori o l'università, allora avrebbero «considerato con più attenzione questa possibilità». A dichiararlo è una percentuale enorme di giovani, pari a circa un terzo degli intervistati (il 36% delle ragazze e il 29% dei ragazzi) nell'ambito del sondaggio commissionato all'Osservatorio giovani dell'Istituto Toniolo da questa testata e da Spindox, società di consulenza informatica e aderente all'RdS network.Duemila ragazzi tra i 20 e i 34 anni sono stati ascoltati per scoprire “perché i giovani italiani non studiano informatica” benché «ogni anno la richiesta di professioni nel settore Ict cresca mediamente del 26%, con picchi del 90% per nuove professioni come Business analyst e specialisti dei Big data», come si legge in una delle domande della ricerca. Dunque, un terzo del campione esprime una sorta di rimpianto a non aver saputo prima quante opportunità professionali fossero legate alle competenze informatiche: a tornare indietro sarebbero soprattutto le donne tra i 26 e i 34 anni, nella fase in cui si è nella ricerca attiva di un lavoro «e ci si rende conto della mancanza di opportunità», è il commento del demografo e curatore del rapporto Giovani Alessandro Rosina [nella forto in alto], alla presentazione romana dell'indagine, alla Camera dei deputati, coordinata dalla giornalista Rosario Amato. Figure, quelle in campo informatico, per lo più introvabili: «Il mismatch è drammatico e rappresenta un freno alla crescita della nostra azienda» conferma Paolo Costa [nella foto sotto], fondatore e partner di Spindox. «Ed è un problema di tutto il settore». Principale indiziato è la scuola. «La 'distanza' tra giovani e informatica inizia lì» è la conclusione del rapporto: «Agli studenti delle scuole medie e soprattutto delle superiori non viene spiegato abbastanza bene quanto siano preziose e richieste le competenze informatiche dal mercato del lavoro». Anche perché «l'informatica non è solo una materia da studiare, ma un mezzo con cui a scuola si dovrebbe insegnare tutto» è il parere di Anna Ascani [nella foto a destra], viceministra alla Scuola, che nel 2018 aveva sottoscritto il Patto per lo stage impegnandosi a sostenere le battaglie della RdS per migliorare la condizione occupazionale dei giovani. Oggi si dice impegnata «nell'estensione del Piano nazionale scuola digitale per arrivare a quota 8mila scuole». Ma per farlo non c'è più bisogno di ulteriori riforme «che si sono rincorse negli anni restando però ancorati al sistema delle lezioni frontali». Bisogna invece puntare in primis «sulla formazione degli insegnanti, perché è inutile portare strumenti se poi non c'è formazione sul tema». Il personale «deve essere in grado di far capire che le competenze informatiche sono fondamentali». E che oggi, prosegue Ascani, «ci si può dire alfabetizzati solo sapendo leggere, scrivere e programmare». Il punto centrale è partire da subito, dalla primaria, «introducendo già da lì il coding di base». Perché poi quando i ragazzi arrivano all'università, pur scegliendo informatica, «è già troppo tardi» secondo Costa. Per capire di cosa si ha bisogno nell'Information Technology si deve potenziare la formazione di base, non basta l'ora di informatica che è talvolta prevista nelle scuola, troppo poco per far appassionare i ragazzi «e far capire che uno sviluppatore di software è anche un creativo».  A pesare più di tutti sul mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro nel settore informatico sono gli stereotipi di genere, «che disegnano l'informatica come cosa da maschi» illustra la ricerca, da cui si apprende che quattro ragazzi su dieci (38,8%) sono convinti della «superiorità» del proprio genere in campo informatico. A cui si accompagna un quinto di donne che si dichiara d’accordo con l’affermazione che le donne siano meno portate dei maschi a studiare informatica. E il paradosso è che tra i ragazzi non si riscontra, come si potrebbe pensare, una percezione dell'informatica come materia noiosa o troppo difficile: a pensarlo è solo il 34% degli uomini e il 30 delle donne. Anzi esiste anche una certa consapevolezza sull'utilità dell'informatica per trovare maggiori opportunità di lavoro e a migliori condizioni. «Studiare informatica permette di accedere a lavori meglio retribuiti per il 68% degli uomini e il 66% delle donne e consente di trovare lavoro in modo piu rapido per il  67% degli uomini e il 63% delle donne». Ne hanno contezza insomma, ma forse sanno poco di quali lavori si tratti realmente. «Troppo spesso si scelgono i mestieri dei genitori per assenza di conoscenza» rincara la dose Massimo Ungaro [nella foto a destra], deputato di Italia Viva, anche lui sottoscrittore del Patto per lo stage 2018 insieme a Ascani. «Se si facesse programmazione ci metteremmo in pari con tanti paesi europei» fa sapere. «Tra questi per esempio la Francia, che ha rivoluzionato il sistema dei licei introducendo una impostazione più scientifica». La matematica «è lì considerata una materia che mette tutti sullo stesso livello, abbattendo il vantaggio che può avere il figlio di una famiglia abbiente che può magari contare su una biblioteca a casa più fornita». Non a caso «l'Ocse ci mette all'ultimo posto per la mobilità sociale, e anche per la spesa sui giovani». Al governo, assicura, è in corso una inversione di tendenza per migliorare la condizione giovanile, per esempio con l'istituzione di una Agenzia nazionale della ricerca, la riformulazione della legge Controesodo. E poi sono allo studio misure «sui minimi salariali e ancora su un decreto giovani per l'allocazione di risorse per i giovani adulti che decidano di cambiare percorso». È proprio tra i 30-34enni che l'Italia registra il maggiore numero in assoluto in Europa di Neet, «i meno giovani che avremmo dovuto formare per essere ancora vincenti e produrre benessere, ma non ci siamo riusciti» evidenzia Rosina. «Ora sono invece una montagna di inattivi che finora ha contato sulle famiglie di origine, ma poi cosa succederà?» si chiede. «Siamo persi se non si riuscirà a trasformarli in soggetti attivi». Magari puntando proprio sull'informatica. Perché l'obiettivo, sottolinea Eleonora Voltolina, direttrice della Repubblica degli Stagisti, «non è che tutti studino informatica, perché ci sarà sempre bisogno di attori, musicisti o veterinari: ma non tutti hanno una grande passione alla base che li spinge verso una scelta determinata». A tentare l'informatica potrebbe essere allora «una grande porzione di indecisi che troverebbero così una miniera di offerte migliori rispetto alla media». Quella fetta di giovani disposta a tornare sui propri passi rappresenta «una prateria di opportunità per raddrizzare la situazione», investendo molto più di ora in orientamento e formazione. Ilaria Mariotti

200mila giovani all'anno lavorano mentre studiano: scelta meritoria o fallimento del diritto allo studio?

A catturare l'attenzione mediatica sono i Neet, ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, e che in Italia – rispetto al resto dell'Ue – raggiungono purtroppo il picco (le ultime rilevazioni parlano di una quota pari a circa il 23 per cento, oltre due milioni di ragazzi, il doppio della media europea). Eppure esiste un rovescio della medaglia, rappresentato da una folta comunità di chi non solo è iscritto a un corso di studi, ma che nel frattempo lavora anche, dandosi quindi un bel da fare: i cosiddetti studenti lavoratori.Secondo dati dell'Istat elaborati per la Repubblica degli Stagisti, la fetta di 15-29enni che nel 2018 era impegnata in ambedue le attività riguarda 206mila soggetti, con una leggera maggioranza di femmine (sono 109mila, pari al 53%). Un numero che negli anni ha subito forti oscillazioni. Se guardiamo per esempio a dieci anni fa, il totale era di 250mila studenti lavoratori, poi sceso progressivamente – forse per gli effetti della crisi economica – fino a toccare il suo minimo, a quota 166mila, nel 2015. Da quell'anno la cifra risulta di nuovo in salita. Il riscontro arriva anche da Almalaurea, che nell'ultimo rapporto pubblicato afferma come «nell'ultimo decennio si è assistito a una flessione della quota di laureati con esperienze di lavoro durante gli studi, passati dal 74 al 65 per cento, per colpa della crisi ma anche del progressivo ridursi della popolazione iscritta all'università». Numeri che dicono molto, ma che hanno inevitabilmente anche un limite. Perché larga parte degli studenti lavoratori, specie se universitari, svolgono 'lavoretti' spesso non contrattualizzati e quindi invisibili. «Non si sceglie certo il lavoro della vita in questi casi» taglia corto con la Repubblica degli Stagisti Camilla Guarino [nella foto], 26enne studentessa di Sociologia e coordinatrice nazionale di Link, associazione studentesca che promuove i diritti degli studenti. Si finisce «nella ristorazione o tra i riders» esemplifica. Ma c'è anche chi dà ripetizioni, fa la babysitter o consegna volantini, per lo più in nero: ed è difficile che questi casi finiscano nelle statistiche ufficiali, andando invece a popolare un sottobosco di lavoretti. Anche qui però bisogna distinguere. Perché tra i motivi dietro la scelta di dividersi in una doppia attività possono nascondersi le ragioni più disparate. Più di frequente è proprio l'urgenza di mantenersi gli studi senza dover pesare sui familiari e quindi la spinta è prettamente economica; talvolta avviene solo per coprire le spese personali senza delegare alla famiglia e conquistare così un pezzetto di indipendenza. Sempre secondo Almalaurea infatti, il 59 per cento dei laureati del 2018 ha compiuto una qualche esperienza di lavoro nel corso degli studi universitari, mentre solo il 6 per cento si è laureato lavorando stabilmente.Non mancano neppure i casi di chi nella condizione di studente lavoratore ci si ritrova perché nel mezzo del percorso universitario incrocia un'opportunità lavorativa e decide di portare comunque a termini gli studi. Oppure di chi, da lavoratore, magari per salire di grado in azienda, decide di iscriversi all'università. E per questi sono di solito previsti dei permessi speciali, fino a un totale di 150 ore da spalmare su tre anni, che consentono di assentarsi per sostenere degli esami e studiare (a sancirlo è l’art. 10 della legge 300/1974). Una scelta in ogni caso «meritoria», come la definisce il Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo che nel 2014 realizzò un focus sul tema, «quella di cercare durante gli studi di mantenersi del tutto o parzialmente da soli, tanto più in un Paese come il nostro che presenta i più alti tassi di dipendenza economica dei giovani dai genitori nel mondo sviluppato». E non è neppure la provenienza da una classe meno abbiente l'aspetto decisivo: «La volontà di farlo è dettata non sempre e solo da necessità» prosegue il rapporto, «ma è determinata anche dal desiderio di autonomia e da un senso di responsabilità». Tanto che «tra coloro che studiano, la quota di chi svolge una qualche attività lavorativa supera di poco il 16 per cento tra chi proviene da famiglie con classe sociale più bassa». Cambia poco per chi ha origini più borghesi: a lavorare e studiare contemporaneamente è il 15 per cento. La questione si lega poi in modo diretto anche al tema del diritto allo studio . «Non tutti gli studenti che hanno diritto a una borsa di studio, ovvero quelli con Isee sotto i 23mila euro, riescono a ottenerla» ricorda Camilla Guarino, e anzi «al momento sono almeno un paio le Regioni che non coprono tutte le borse: Sicilia e Lombardia». Alcuni passi sono stati fatti «perché al Fondo nazionale per il diritto allo studio, su cui sono stanziati 250 milioni, sono stati aggiunti 31 milioni in questa legge di Stabilità». Le borse di studio non cambiano la vita, ma  forniscono un po' di ossigeno. L'ammontare «va dai 900 ai 5mila euro annuali a seconda delle Regioni». E c'è anche il problema degli alloggi universitari: «Sono 21mila in Italia gli studenti che ne avrebbero diritto ma che non lo ricevono per mancanza di fondi o strutture», con il risultato «di aumentare ulteriormente il costo degli affitti sul mercato privato». Anche gli atenei danno una mano a chi si sobbarca la doppia fatica di lavorare e studiare. «I sistemi cambiano a seconda delle università» fa notare Guarino. La norma è però di solito «il percorso part time, che adotta ad esempio La Sapienza di Roma, e che consente di restare in corso sostenendo la metà degli esami annuali e quindi raggiungendo la metà dei crediti previsti». Per chi va fuori corso le tasse di solito salgono, mentre rimane nella no tax area chi possiede un Isee al di sotto dei 13mila euro. In sostanza «si paga la metà delle tasse annuali ma il percorso si allunga» fa notare Guarino. Di per sé si tratta di un servizio «positivo» a giudizio di Link, «perché consente di scegliere quale percorso adottare». Il problema di fondo resta però che l'essere studenti lavoratori dovrebbe essere una scelta e non una costrizione. «Alla radice c'è il diritto allo studio, che non funziona se si è obbligati a lavorare per poter studiare». Da noi, a differenza che in altri Paesi, «mancano servizi e welfare». Una soluzione potrebbe essere «un reddito di formazione pensato per chi studia: prevedere una misura simile allargando la possibilità di studiare sarebbe una ricchezza per il Paese». Ilaria Mariotti 

In Sardegna la legge sugli stage non migliora, i sindacati: “Uccide le altre politiche per il lavoro”

A metà novembre la Regione Sardegna ha approvato una deliberazione che ha modificato le “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” del 2017. Ma di fatto si è trattato di un mero adeguamento formale. Il testo, infatti, integra e amplia la definizione del soggetto in stato di disoccupazione, così come da nuova previsione della legge 26/2019 sul reddito di cittadinanza; sostituisce il riferimento al “Repertorio regionale delle figure professionali” con quello attuale denominato “Repertorio regionale dei profili di qualificazione”; nonché il riferimento al “Settore politiche e servizi per il lavoro”, ora eliminato per via della riorganizzazione dell’Assessorato al lavoro, con il “competente Servizio dell’Assessorato del Lavoro, Formazione Professionale, Cooperazione e Sicurezza Sociale”.  Nessuna traccia, invece, delle modifiche richieste lo scorso 31 ottobre in una nota delle segreterie sindacali regionali di Cgil, Cisl e Uil. «Avevamo chiesto una revisione sostanziale delle linee guida regionali» spiega Michele Carrus, segretario regionale Cgil, tra i firmatari della nota «e una riconsiderazione critica dello strumento del tirocinio per restituirlo alla sua vera funzione e migliorare le modalità di attuazione dei percorsi».Ma c’è stato un feedback dalla Regione? «Finora abbiamo avuto una risposta interlocutoria indiretta» risponde il sindacalista «in occasione della Conferenza regionale per il lavoro, quando l’assessore al lavoro ha affermato di aver ricevuto il nostro documento, con il quale si misurerà e di cui cercherà di tener conto nei prossimi bandi».La Repubblica degli Stagisti ha chiesto un'intervista all'assessore regionale al lavoro, Alessandra Zedda, per capirne le intenzioni, ma da fine novembre a oggi non ci è stata concessa udienza. Ma perché il testo non è visto di buon occhio dalle sigle sindacali? Perché queste ultime non accettano che il tirocinio sia considerato dalla Regione lo strumento principe di politica attiva per il lavoro. «A sostegno del Programma TVB [tirocini, voucher, bonus, ndr] sono stati stanziati ben 13,35 milioni di euro, mentre ad esempio l’apprendistato gode di soli 1,5 milioni», lamenta Carrus. «Riteniamo che lo strumento del tirocinio produca non solo un danno insopportabile per chi deve accontentarsi di esso per avere un’attività» aggiunge il segretario «ma anche effetti distorsivi sul mercato del lavoro, rendendo meno efficaci altri strumenti ai quali fa evidente attività concorrenziale. Un datore di lavoro, infatti, con soli 150 euro [gli altri 300 li mette la Regione, ndr] prende un tirocinante e lascia a casa un lavoratore stagionale». Tra le richieste contenute nella nota spicca quella di rivedere i limiti di intensità della presenza del tirocinante, che nella formula base non dovrebbe superare la metà del tempo di lavoro contrattualmente definito per il corrispondente profilo professionale, nonché di ridefinire il valore dell’indennizzo base. «A mio avviso sarebbe congruo un rimborso di almeno 600 euro per 25 ore di lavoro» sostiene il sindacalista «compensato, in caso di aumento delle ore, in maniera almeno proporzionale, e totalmente a carico dell’azienda».L'ultimo avviso regionale per 800 tirocini extracurriculari di inserimento e/o reinserimento al lavoro sembra seguire questo suggerimento, dato che prevede una indennità di 600 euro al mese (e non 400 come da minimo fissato dalle linee guida), totalmente a carico delle Regione, per la durata di sei mesi. Peccato che i destinatari della misura siano “stagisti anziani”, vale a dire over 35 anni. Forse per questo il rimborso spese previsto è più alto di quello che solitamente prendono, in Sardegna, gli stagisti “giovani”?Tornando alle proposte, i sindacati chiedono «di prevedere e regolare meglio le funzioni di tutoring, sia nelle agenzie promotrici sia nelle aziende ospitanti, e la redazione/approvazione del piano di tirocinio individuale (PTI), con verifica finale degli obiettivi e relativa certificazione». E propongono l’istituzione di un organismo regionale di monitoraggio e verifica, anche in itinere, che coinvolga, insieme alle organizzazioni sindacali, anche gli organi pubblici di vigilanza e le istituzioni scolastiche e universitarie, con funzione di prevenzione/dissuasione di possibili usi scorretti dello strumento. Parallelamente dovrebbero essere previste forme e misure sanzionatorie efficaci, come l’invito a regolarizzare la situazione entro un tempo stretto definito, la riduzione delle sovvenzioni eventualmente godute, la restituzione parziale o totale degli aiuti regionali/pubblici concessi negli ultimi due anni all’azienda e la sua esclusione da future assegnazioni per un certo periodo, in rapporto alla gravità o alla dolosità della condotta irregolare riscontrata. Allo stesso tempo, i sindacati sardi vedrebbero di buon occhio forme di premialità, quali contributi crescenti, a quelle imprese che effettuano inserimenti post tirocinio.Va ricordato che in Sardegna, più che altrove, il tirocinio viene sfruttato troppo spesso in luogo del contratto di lavoro stagionale. Qui la richiesta dei sindacati è che venga categoricamente esclusa la possibilità di attivare tirocini per mansioni semplici e/o di bassa qualifica professionale. Tra il 2016 e il 2017 i tirocini extracurriculari in Sardegna erano cresciuti del 37 per cento, passando da 5.272 a 8.425. Nel 2018 sono lievemente diminuiti (8.343), ma l’utilizzo resta massiccio. «Il 45 per cento dei tirocini si sono trasformati in rapporto lavoro» precisa Carrus, ma di queste assunzioni «il 40 per cento prevede una retribuzione inferiore ai 700 euro, quindi per basse e bassissime qualifiche. Inoltre se due terzi dei tirocinanti erano donne, solo un terzo sono le donne assunte dopo il tirocinio, una sconfitta per le politiche per l’occupazione femminile». Più volte La Repubblica degli Stagisti ha parlato delle distorsioni nell’utilizzo dei tirocini in Sardegna, che hanno portato anche alla nascita dell’iniziativa “Telefono Rosso” contro i tirocini truffa. Tuttavia a livello istituzionale poco ancora si è mosso nella lotta a tali distorsioni e nel miglioramento delle condizioni dei tirocinanti.Rossella Nocca

Donne italiane ai margini dell'occupazione: pochi servizi per l'infanzia e troppo lavoro domestico

Le donne italiane annaspano nel tentativo, a volte impossibile, di conciliare lavoro e vita familiare. Lascia poco spazio all'ottimismo la fotografia della condizione femminile nel nostro Paese scattata dalla rivista accademica Economia italiana nel numero monografico 'Gender gaps in Italy and the role of public policy' presentata un paio di settimane fa a Roma nella sede di Bankitalia. A farne le spese è l'occupazione, scarsa, della popolazione femminile: «Nel 2018 il tasso di occupazione europeo era pari al 73,8 per cento per gli uomini contro il 63,3 per cento delle donne» si legge nella sezione curata da Francesca Barigozzi, ricercatrice di Scienze economiche dell'università di Bologna. Ma in Italia il tasso di impiego delle donne è fermo al 49,5 per cento, non raggiungendo neppure la metà del totale, «contro il 67,6 per cento degli uomini e con uno scarto di ben diciotto punti». Per Barigozzi la controprova dell'esclusione delle donne dal mercato del lavoro è data dal numero di chi ha sì un lavoro part time, ma non per scelta bensì «involontario». Vi rientra «il 60,8 per cento delle donne occupate, quasi tre volte il 22 per cento della media europea». Allo stato di emarginazione delle donne contribuisce un certo tipo di mentalità tutta nostrana, che delega loro tutte le incombenze riguardanti casa e famiglia. Anche qui i dati sono inequivocabili perché è proprio 'l'altra metà del cielo' a curare, quasi per intero, la casa, «dedicandogli un lavoro extra quantificabile in circa 30 ore settimanali, contro le sole otto degli uomini». E sono sempre le donne, in linea di massima, a convogliare più tempo anche sull'accudimento dei figli. Con un dislivello tra uomini e donne che decresce – per fortuna ma è una magra consolazione – con l'aumentare del grado di istruzione. A permanere è invece il gender gap «sui ruoli in famiglia e sulle opportunità che si presentano nel mercato del lavoro» conclude lo studio. Centrale è poi il tema dei figli, proprio perché la fase di fertilità delle donne coincide grossomodo con il momento di potenziale affaccio sul mercato del lavoro e l'inizio della crescita professionale. Come evidenzia Francesca Carta, ricercatrice della Banca d'Italia [nella foto a destra], da rilevare è l'esistenza di un fenomeno conosciuto come 'child penalty', vale a dire una penalizzazione dal punto di vista professionale che per le donne deriva dalla maternità. E che arriva su un doppio fronte: il primo è successivo all'arrivo di un figlio, «e gli effetti si misurano in termini di riduzione di ore lavorate, salario e tasso di occupazione in generale come conseguenza dell'impegno domestico scaturito dalla presenza di un figlio». Ma la 'penalità' è addirittura precedente alla decisione di mettere su famiglia, «perché le donne sono spinte a preferire tipologie di carriere che consentano di conciliare più facilmente la vita lavorativa con quella familiare». A peggiorare il quadro è la mancanza di servizi o la loro inefficace erogazione. «Nel nostro Paese nonostante la spesa pubblica sia elevata e non abbia niente da invidiare ai Paesi nordici più avanzati» sottolinea Carta, «la sua destinazione è per lo più indirizzata su pensioni e programmi per l'età avanzata». C'è poco per le famiglie, «solo il 7 per cento». Di qui la scarsa copertura di asili nido, e «quei bonus monetari frammentari, talvolta iniqui», in definitiva poco risolutivi. Ora la legge di Stabilità ha previsto uno stanziamento ulteriore a favore dei nidi che garantirà, a partire da gennaio, un rimborso delle rette fino a 3mila euro annui per Isee inferiori ai 25mila euro: purtroppo non la completa gratuità per tutti i nuclei familiari, come ventilato in un primo momento: un piccolo passo, ma non ancora sufficiente. Tra le donne disoccupate, rileva ancora lo studio di Carta, «ben il 15 per cento dichiara di non aver neppure cercato occupazione per mancanza di servizi per l'infanzia, o per la loro costosità o inadeguatezza».  Una soluzione per riequilibrare la condizione delle donne, secondo l'analisi, è quella di allungare il congedo parentale maschile, «ancora troppo corto rispetto a Paesi come la Spagna per esempio, dove arriva a quattro settimane», e che «consentirebbe agli uomini di cambiare abitudini». Passare «da cinque a dieci giorni» si scrive, «potrebbe contribuire a sradicare gli stereotipi di genere e per le donne a liberare tempo da dedicare al lavoro». C'è anche una concreta proposta politica sul tema al momento ed è quella lanciata dalla parlamentare Lia Quartapelle del Pd, insieme a altri politici di diversi partiti, e cioè Erasmo Palazzotto e Rossella Muroni di Leu, Paolo Lattanzio del M5S e Alessandro Fusacchia del Gruppo Misto. L'idea è estendere il congedo dei padri fino a tre mesi, coinvolgendo anche i dipendenti pubblici (oggi vale solo per i lavoratori delle aziende private). I cinque promettono di battersi sia in Parlamento che fuori, a partire da gennaio, affinché questa proposta si tramuti in legge. C'è poi un doppio paradosso a corollario della questione femminile italiana. Innanzi tutto, pur essendo le meno occupate, sono le più istruite («le laureate sono il 60 per cento del totale», afferma Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia [nella foto sotto] intervenuto in apertura del convegno). E poi, oltre a non potersi affermare come lavoratrici, le donne italiane faticano anche a diventare madri, con un tasso di fecondità pari a 1,29 figli per donna, così basso solo in Spagna e Malta. Per Visco la possibile spiegazione è «nell’asimmetria nella ripartizione dei compiti di cura, e nel conseguente peso del lavoro domestico». Perché è evidente che, come sottolineato da Paola Profeta, professoressa di Scienza delle Finanze all'università Bocconi ed editor della rivista, «dove gli uomini collaborano di più ci sono maggiori probabilità di avere un secondo figlio», un fatto essenziale per la questione demografica, altro tassello nero della nostra economia. Va cambiata la visione culturale, è il parere di Laura Cioli, ad del gruppo editoriale Gedi, secondo cui «occorre stipulare un patto familiare affinché tutto sia ripartito nella coppia non per generi ma per compatibilità con le tipologie di lavoro a seconda dei diversi momenti della vita». E soprattutto deve essere la politica a farsi carico della questione, è il grido di allarme lanciato da Profeta nell'editoriale della rivista, perché finora «le azioni concrete sono state poche e le risorse limitate». Alcune aziende stanno facendo da apripista: la società di consulenza Mercer, una delle aziende virtuose dell'RdS network, come spiega l'ad Marco Valerio Morelli «ha un meccanismo di bilanciamento interno per cui deve essere garantita una spartizione di ruoli al 50 per cento tra donne e uomini, altrimenti si risponde del perché non avvenga». Il merito e il talento delle donne vanno insomma finalmente riconosciuti, «il che pone anche un problema di chi valuta il merito stesso, che è quasi sempre costituito da una platea tutta al maschile» argomenta Fabiano Schivardi, professore di Economia alla Luiss: e per questo, a suo dire, «la migliore soluzione resta quella delle garanzia delle quote rosa». La partita da giocare per il futuro dell'economia italiana sta tutto nella partecipazione delle donne. Lo ha ricordato Visco nel suo intervento: «Per l’Italia la crescita potenziale prevista per i prossimi anni dipende fortemente dalle ipotesi circa la partecipazione femminile, che ne risulta un motore fondamentale». E le donne inattive sono attualmente in Italia oltre 8 milioni. Basta pensare che «secondo recenti stime la rimozione delle barriere all’accesso all’istruzione e al mercato del lavoro per le donne» ha suggerito Visco, «spiegherebbe oltre un terzo della crescita del reddito pro capite registrata tra il 1960 e il 2010 negli Stati Uniti».Ilaria Mariotti  

Tirocini negli uffici giudiziari, cento borse di studio bloccate da mesi: il ministero ammette l’errore ma non paga

Quando la giustizia viene calpestata dal ministero che avrebbe invece il compito di tutelarla, qualcosa non torna. Un centinaio di stagisti, tutti laureati in legge, ha presentato ricorso al proprio Tar di competenza per la mancata erogazione di borse di studio relative al tirocinio formativo ex art. 73. Il caso è emblematico: nelle corti d'appello di Campobasso, Salerno e Potenza, si contano oltre cento violazioni. La responsabilità dell'errore è riconosciuta dal Ministero della giustizia stesso, eppure le borse non vengono erogate. È di pochi giorni fa l'interrogazione del senatore Nicola Calandrini, di Fratelli d'Italia, che chiede al ministro della Giustizia e a quello dell'Economia e finanza di intervenire per porre rimedio al mancato rimborso: «I mesi del 2018 non sono ancora stati pagati e i tirocinanti sono pertanto costretti ad anticipare le spese per tutto l'anno e lavorare sostanzialmente a titolo gratuito, pur sommando tale impegno a quello già di per sé gravoso della preparazione ai concorsi pubblici».L'ex art. 73 (anche detto ex. 50) è un tirocinio di affiancamento ai magistrati, della durata di 18 mesi, che permette a persone laureate in legge che sognano una carriera in Magistratura di fare un'esperienza utile e pratica: dà la possibilità di seguire un magistrato in ogni attività, dalla gestione della documentazione, fino alla scrittura delle sentenze. Per accedere serve una media del 27 e un voto di laurea superiore a 105; per ricevere l'indennità invece occorre dimostrare di avere un Isee inferiore ai 40mila euro – dunque solo una cerchia piuttosto ristretta ottiene il diritto a percepire il rimborso, che ammonta a 400 euro al mese.L'ultima sentenza utile a comprendere la vicenda viene dal Tar del Lazio ed è datata 3 ottobre 2019. Il Tar ha dato totalmente ragione ai ricorrenti, obbligando il Guardasigilli al versamento delle borse e al pagamento delle spese legali. Come si legge nella sentenza infatti, il Tar «condanna il Ministero al pagamento, in favore dei ricorrenti, delle spese del giudizio, che si liquidano in euro 1.500,00».La svista del ministero non è cosa da poco: c’è perfino la netta ammissione di aver sbagliato, in una circolare del 24 aprile 2018, che recita «la procedura di assegnazione delle borse di studio indetta nel 2018, si è svolta con grandi difficoltà operative, ha generato diversi contenziosi giudiziari e ha causato una grandissima complicazione nella complessa attività di gestione della procedura. Tutte le anomalie che sono emerse sono state la conseguenza di errori valutativi di validazione o di trasmissione delle domande da parte degli uffici giudiziari, errori denunciati anche a distanza di tempo dopo la definitiva approvazione della graduatoria. Per evitare conseguenze e responsabilità ulteriori, con un enorme impegno conservativo e in via del tutto eccezionale, questa Amministrazione ha preceduto, grazie allo stanziamento sopravvenuto di risorse aggiuntive, al recupero postumo delle posizioni di tutti gli aventi diritto».Fin qui tutto bene, ma i fondi di quest'anno vengono bloccati nella circolare stessa: «Per esigenza di massima tutela di tutti i soggetti coinvolti, va qui segnalato che la soluzione di salvataggio indicata è stata adottata l'anno scorso in via assolutamente eccezionale e contingente. Sarà di conseguenza difficile poter replicare in futuro, in caso di nuove situazioni di errore provenienti dagli Uffici, analoghe soluzioni conservative adottate in sede centrale».In pratica già dall'anno scorso si mettevano in guardia gli stagisti che, in caso di errore, non si sarebbe garantita l'erogazione della borsa. Viene da pensare a questo punto che l'errore sia voluto. «Ho contattato il ministero più volte con PEC, con diffide e con chiamate» spiega Jessica Proni, avvocata dei ricorrenti «ma senza ottenere alcuna risposta».Anche la Repubblica degli Stagisti per oltre un mese ha tentato di contattare l'ufficio direzione magistrati, proprio all'interno del dipartimento che si occupa dei tirocini formativi, ma senza successo. La responsabile in materia di tirocini formativi, Annamaria Planitario, è risultata sempre occupata; la sua segretaria ha consigliato di rivolgersi direttamente alla direzione, con una mail, ma anche all'email inviata non è purtroppo mai arrivata una risposta. Senza dubbio il ministero della giustizia soffre di una cronica penuria di personale, e i tirocini verrebbero incontro a questa mancanza di risorse; ma non c'è stata alcuna possibilità di capire il numerica dei tirocinanti ex 73 passati per gli uffici giudiziari in tutti questi anni: sul sito del ministero non c'è modo di arrivare a questi dati, e nemmeno l'ufficio stampa del ministero, contattato telefonicamente, è stato in grado di trovare questi numeri.  «Il loro modo di agire è assolutamente poco collaborativo» commenta l'avvocata Proni: «ma non ci scoraggiamo, e continueremo a seguire la stessa linea».Dello stesso parere è uno dei ricorrenti, appena trentenne, che ha scelto di mantenere l’anonimato per paura di subire conseguenze: «Siamo stati esclusi senza alcun apparente ragione. Molti di noi contavano su quei soldi per pagarsi la retta del corso di preparazione al concorso per magistrati». L'iter per accedere al concorso è molto complesso, ma ai più meritevoli viene data la possibilità di fare questo tirocinio che permette di accedere al concorso, dopo aver effettuato il corso. L’assurdità sta proprio nel paradosso del riconoscimento dell'errore e del rifiuto di versare le borse. «Mi sento preso in giro» si sfoga il giovane neoavvocato, che ha cominciato il tirocinio in questione nel settembre 2016 e che ha appena superato l'esame per l'accesso alla professione forense «soprattutto perché il vizio viene direttamente dagli uffici del Ministero: hanno riconosciuto l'errore materiale, ma ci lasciano senza borse di studio pur avendone noi maturato il diritto».Una proposta di rottura viene lanciata da una delle portavoci dei tirocinanti che non ricevono indennità, Serena Gentili, romana, neanche trentenne: «A questo punto diamolo a tutti il rimborso: del resto i tirocini nelle aziende vengono pagati!  Ho l’impressione che i giudici pensino che per noi sia sufficiente l’esperienza in sé, come se non considerassero il nostro apporto come lavoro reale». Gentili a partire dal luglio del 2017 ha lavorato diciotto mesi in corte d'appello a Roma e tre mesi al Tribunale di Roma, scrivendo sentenze e provvedimenti a tutti gli effetti – ma non ha visto un centesimo, perché non aveva un Isee sufficientemente basso da permetterle di accedere al compenso: «Il lavoro andrebbe sempre pagato. E noi siamo e siamo stati risorse preziose per il Ministero e per i nostri magistrati affidatari», conclude Gentili.Serena Silvestri invece è una delle tirocinanti a cui hanno riconosciuto il diritto alla borsa di studio, una minoranza che ancora sta aspettando il rimborso vero e proprio: «Ho iniziato il tirocinio nel maggio del 2018. Mi è costato molto sacrifici perché mi sono trasferita a Pisa per farlo: ovviamente 400 euro non coprono tutto, ma aiuterebbe». Silvestri usa il condizionale, perché da allora non ha ricevuto un euro di rimborso.Alcune Corti hanno recepito l'indicazione della sentenza di ottobre e si stanno già muovendo per erogare il dovuto agli ex tirocinanti, richiedendo loro di fornire gli estremi dell'Iban per procedere coi bonifici bancari; altre invece non hanno ancora chiesto gli iban e altre ancora hanno eccepito vizi di forma o ritardi ministeriali.
 La soluzione migliore sarebbe quella di trovare subito i fondi ed erogarli – non si tratta certamente di cifre inavvicinabili: 400 euro al mese per diciotto mesi fa 7.200 euro per ogni tirocinante, dunque per saldare il debito nei confronti dei cento che non hanno ricevuto ciò che spettava loro basterebbero poco più di 700mila euro in tutto, su un bilancio annuale che per il 2019 ammonta a oltre 8 miliardi e mezzo di euro – ma si continua a prendere tempo, senza prendere una posizione chiara, mettendo questi ragazzi nella posizione più scomoda possibile, con la consapevolezza teorica di aver ragione su tutta la linea e senza la certezza di ottenerla nella pratica. C'è da sperare che non sia una metafora del settore professionale in cui si apprestano ad entrare – quello della giustizia.Paolo Cocuroccia