Categoria: Approfondimenti

Tirocini e dichiarazione dei redditi, ecco quali sono gli obblighi degli stagisti

Anche gli stagisti sono tenuti alla presentazione della dichiarazione dei redditi. Infatti il reddito derivante da stage e borse di studio è un reddito assimilato a quello di lavoro dipendente. Categoria nella quale rientrano «le somme da chiunque corrisposte a titolo di borsa di studio o di assegno, premio o sussidio per fini di studio o di addestramento professionale, se il beneficiario non è legato da rapporti di lavoro dipendente nei confronti del soggetto erogante», come stabilito dall’art. 50 del Testo unico delle imposte sui redditi (il cosiddetto “Tuir”). Al pari del lavoratore dipendente, quindi, lo stagista deve presentare la dichiarazione dei redditi se il reddito complessivo da lui percepito è superiore agli 8.145 euro l’anno, ovvero a circa 678 euro al mese. A differenza dei redditi da lavoro subordinato, i rimborsi spese non sono invece soggetti a contribuzione previdenziale.L’Irpef prevista fino a 15mila euro è anche per i tirocinanti al 23%. Ad esempio, su un rimborso spese complessivo di 5mila euro per uno stage della durata di dodici mesi, l’Irpef al 23% dovrebbe decurtare 1.150 euro, ma grazie alle detrazioni previste dal Tuir, la somma rimane invariata, dunque non vengono attuate trattenute fiscali.«La soglia di esenzione dipende dai mesi lavorati» spiega Benedetta Rizzi, ricercatrice di diritto tributario presso la Fondazione nazionale commercialisti: «Se ad esempio lo stage dura sei mesi la “no tax area” si riduce a 6mila euro». La base imponibile è costituita da tutti gli importi, in denaro o in natura, a qualsiasi titolo corrisposti, in relazione all'erogazione delle borse e dei premi di studio anche sotto forma di rimborso spese. Pertanto rientrano nell'ammontare le spese di viaggio, di alloggio, di vitto etc. – tranne che nell'ipotesi in cui siano collegate ad una trasferta – o il valore normale e/o "convenzionale" delle prestazioni in natura qualora offerte gratuitamente dal soggetto erogante. Possono essere riconosciute anche le detrazioni per familiari a carico, ove richieste dal tirocinante.Sono esenti dall’obbligo di dichiarazione gli studenti universitari percettori di borse di studio erogate dalle Regioni e dalle università per dottorati di ricerca, ricerca post dottorato ed Erasmus Plus.Ma come si fa a presentare la dichiarazione? Le opzioni per compilare il modello 730 sono varie. «Nel caso in cui il “datore di lavoro” presti assistenza fiscale, ci si può rivolgere a quest’ultimo per la presentazione della dichiarazione. In alternativa» illustra Rizzi: «Lo stagista può rivolgersi a un professionista abilitato – tra cui, i commercialisti –  o a un Caf-dipendenti o ancora, nel solo caso del 730 precompilato, può presentare la dichiarazione autonomamente tramite il sito internet dell’Agenzia delle entrate».Molto spesso agli stagisti capita di percepire altri redditi. «Nel caso dei redditi di lavoro autonomo occasionale oppure dei redditi derivanti dal possesso di fabbricati lo stagista in linea generale può presentare il 730 precompilato compilando gli appositi quadri del modello, come il quadro D per le prestazioni occasionali, inserendo i dati contenuti nella Certificazione unica rilasciata dal sostituto d’imposta, e il quadro B per i redditi da fabbricati». Per quanto riguarda i giorni di lavoro, in presenza di più redditi di lavoro dipendente o assimilati, va indicato il numero totale dei giorni compresi nei vari periodi, tenendo conto che quelli compresi in periodi contemporanei devono essere considerati una volta sola. Va poi indicato l'ammontare delle ritenute Irpef subite. E, dato che sullo stage non ci sono imposte alla fonte, ci si affiderà al Caf o un professionista per effettuare i conteggi sull'eventuale conguaglio da pagare. Il modello 730 per il 2018 dovrà essere presentato al proprio sostituto d’imposta entro il 7 luglio del 2019 oppure entro il 23 luglio al Caf, al professionista abilitato o direttamente all’Agenzia delle entrate nel caso del modello precompilato. Insomma, anche se lo stagista non è considerato un lavoratore e il suo rimborso spese non è equiparato a uno stipendio, non bisogna dimenticare che egli è ugualmente tenuto ad adempiere agli obblighi fiscali.Rossella Nocca

Due milioni e mezzo di euro contro la disoccupazione giovanile, ma il progetto Drop'pin non è mai decollato

Circa tre anni fa è stato lanciato il progetto pilota Drop’pin, la piattaforma di job matching voluta da Eures, la rete europea dei servizi per l’impiego, per aiutare i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni a muovere i primi passi nel mercato del lavoro. Il nome è il contrario di drop out, espressione associata a chi non completa il percorso di studi, ma è anche un gioco di parole. L’obiettivo era infatti quello di invitare i giovani a “saltar su”, a salire (mentre to drop significa “scendere, far cadere”) sul carro delle opportunità e allo stesso tempo le aziende a mettere in vetrina le proprie offerte, fissandole idealmente con uno spillo (to pin).A tre anni dalla presentazione del progetto, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto ai promotori un resoconto dell’attività svolta. E, a dispetto di due milioni e mezzo di euro investiti dall’Unione europea, i numeri sono fallimentari. «Ad oggi sono registrate 814 aziende», è la risposta di Lidija Globokar, responsabile del progetto Drop’pin, «e attualmente sono pubblicate 2.318 opportunità. A settembre 2018 le visite sono state 5.600, a ottobre 7.200». Impossibile, invece, sapere quanti incroci tra giovani e aziende sono stati finalizzati.Le cifre raggiunte sono ben lontane da quelle prospettate nel dicembre 2015, dopo i primi mesi di “rodaggio”. «Entro giugno prossimo speriamo di avere almeno mille aziende registrate, 10mila offerte e almeno 100mila visite mensili al sito», aveva dichiarato infatti Pascale Woodruff, consulente per la comunicazione del portale Eures, all’interno della Direzione generale Occupazione della Commissione Ue. Dunque i risultati raggiunti sono meno di un decimo di quelli auspicati.«In totale, tra il 2013 e il 2018, sono stati assegnati a Drop’pin 2,5 milioni di euro» conferma Sara Soumillion dell’Ufficio stampa per l'occupazione, gli affari sociali, le competenze e la mobilità del lavoro della Commissione «che sostengono il personale che lavora sulla piattaforma, la diffusione e i vari progetti di sensibilizzazione, come i nuovi tirocini per opportunità digitali». La Repubblica degli Stagisti avrebbe voluto sapere in che modo e quante persone hanno lavorato alla piattaforma in questi anni e se, alla luce di un bilancio oggettivamente negativo, è stato previsto un nuovo budget, ad esempio per la comunicazione o per nuove risorse umane. Ma le domande sono rimaste senza risposta: nessuna disponibilità da parte dei responsabili a fornire queste informazioni. «Non sono previsti ulteriori investimenti, fino a quando non sarà stata effettuata un’analisi più approfondita del funzionamento del progetto», si limita a dichiarare Lambert Kleinmann, vice capo unità della Direzione generale Occupazione della Commissione europea. Kleinmann comunica inoltre che – ufficialmente per migliorare il servizio – dal 2017 Drop’pin è stato integrato nel portale Eures, dove i giovani in cerca di occupazione possono reperire in unico spazio tutte le offerte disponibili e le aziende contare su un database unico, accedendo dallo stesso account. Eures conta su una rete di 1.000 consulenti ai servizi di mobilità professionale e raccoglie oltre 3 milioni di offerte, e alla luce di questi numeri dovrebbe “trainare” anche Drop’pin.Per il periodo 2018-2020 a Drop’pin si accompagnerà inoltre l’iniziativa Digital Opportunity traineeships, progetto pilota destinato a creare fino a 6mila tirocini transfrontalieri per studenti e neo-laureati. Finanziati da Orizzonte 2020 e messi in atto tramite Erasmus+, i tirocini in questione permettono ai giovani selezionati – a fronte di un’indennità mensile di 500 euro – di migliorare le proprie competenze informatiche in campi quali sicurezza informatica, big data, tecnologia quantistica, apprendimento automatico, marketing digitale e sviluppo di software. Anche qui la sensazione è che si tenti di camuffare il fallimento della piattaforma associandola a nuovi progetti.Ma come funziona il portale oggi? Gli annunci delle aziende, per essere pubblicati, devono rispettare alcuni requisiti. «Devono essere opportunità formative e non offerte di lavoro, provenire da società stabilite nell’Unione europea» precisa Globokar «e nello Spazio economico europeo, essere scritte in una delle lingue dell’area Ue, fornire informazioni sullo scopo e sulla durata dell’esperienza e non comportare alcun costo per il candidato, se non in casi eccezionali e comunque con importi bassi».«Facciamo tutto il possibile per verificare che le organizzazioni registrate su Drop’pin siano serie» si legge nel messaggio che appare all’apertura della pagina di ogni offerta «e che le opportunità da loro offerte ai giovani siano reali e sicure. Tuttavia, non possiamo garantire che l’integrità del sito web non sarà mai compromessa da possibili truffatori, che potrebbero persino riuscire a pubblicare sul sito web false opportunità». I gestori invitano quindi a segnalare i casi di contenuti inappropriati rispetto alle finalità del portale. Le principali categorie sono: apprendistati, tirocini, programmi di formazione, corsi di apprendimento online, formazione linguistica, sostegno alla mobilità, affiancamento, tutoraggio. I campi vanno da tecnologie dell’informazione e della comunicazione a business e amministrazione, da scienze sociali e comportamentali a matematica e statistica, passando per ingegneria e lingue.I paesi sono tutti quelli dell’area Ue, ma a prevalere sono al momento gli annunci provenienti da: Regno Unito, Spagna, Francia e Italia. Guardando ad esempio alle offerte per il nostro paese, l’annuncio più recente propone un tirocinio come digital consumer behavior analyst intern presso la multinazionale Nielsen, a Milano. La posizione è ben esplicata, ma resta l’interrogativo sul rimborso spese erogato. La trasparenza degli annunci non è tuttavia l’unica perplessità legata alla gestione della piattaforma. Ad esempio si nota facilmente che il portale conserva offerte di lavoro scadute, per cui non tutti gli annunci al momento disponibili si traducono in altrettante opportunità.A tre anni e mezzo dal lancio, la sensazione è che il progetto – mosso dalla sfida sin troppo ambiziosa di contrastare la disoccupazione giovanile in Europa – non sia mai realmente decollato e che il ri-assorbimento nel portale Eures sia solo un malcelato tentativo di nasconderne il fallimento. Rossella Nocca

Parlare di lavoro in radio funziona: «l'interesse del pubblico sta aumentando»

Di mercato del lavoro non si parla spesso sui media. E quando succede «lo si fa in modo superficiale e noioso» esordisce Valeria Manieri, da oltre dieci anni conduttrice della trasmissione Lavorare.info (in onda il sabato alle 19.30 e in replica il martedì alle 6) su Radio Radicale. «Sicuramente è presente più di prima però, a giudicare dal numero di trasmissioni sul tema: da questo deduco che l'interesse e la sensibilità degli ascoltatori sia cresciuto, almeno rispetto a dieci anni fa». Anche i dati di ascolto - «che però sono riservati» - , lo rivelerebbero, considerando «la quantità di podcast scaricati, le interazioni sui social e le visualizzazioni, che allineano questi approfondimenti alle tematiche più nazional-popolari» fa notare.Saranno gli effetti del precariato, dei bassi stipendi, o del generale caos legislativo in cui è immerso di chi lavora a far avvicinare il pubblico a questo genere di trasmissioni: «La nostra mi piace considerarla un po' un osservatorio sul mondo del lavoro, dell'economia e del welfare, e noi come radio – e quindi slow media – abbiamo modo di dedicare tempo al ragionamento». L'obiettivo è «creare un'economia della conoscenza, come avrebbe detto Marco Pannella e ancora prima Einaudi quel "diritto al sapere per poi deliberare" come cittadino». L'esperimento sembrerebbe funzionare perché «dai commenti e dagli interventi scopriamo di avere un target molto variegato, fatto per esempio di molti tassisti, operai, pensionati e non solo di persone "seriose" o classici intellettuali». Che oltretutto si dimostrano molto preparati, come emerge «quando facciamo il filo diretto, con le chiamate in trasmissione: lì escono domande davvero ben fatte». Gli ospiti sono spesso personalità del mondo accademico, tra cui ad esempio Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro, o Fabio Pammoli, ordinario di Economia, «per sviscerare materie più ostiche». Ma non mancano neppure i politici, «di ogni provenienza» sottolinea la conduttrice, perché «Radio Radicale è di tutti», e che vengono «di volta in volta selezionati in base alle proprie competenze specifiche». Non sempre si riscontra una preparazione impeccabile, con eccezioni virtuose «come ad esempio l'ex ministro del lavoro Enrico Giovannini e il senatore Pietro Ichino» dice Manieri: «Spiace dover dire poi che spesso quelli più meritevoli sono anche quelli che non vengono riconfermati nelle successive legislature». E non è detto che le competenze accademiche siano meglio dell'esperienza sul campo: «La scuola di Radio Radicale mi ha insegnato che serve molto di più sbattere il muso sulle questioni ed essere scrupolosi, e non necessariamente aver studiato all'università». Tante anche le donne invitate al parterre di Lavorare.info. «I personaggi femminili non hanno spazio su temi difficili come quelli dell'economia» riflette la conduttrice. «Ce ne sono di bravissime in grado di fornire molte più sfumature: l'economista Veronica De Romanis, la statistica Linda Laura Sabbadini, la deputata PD Ileana Piazzoni, solo per citarne alcune».Gli argomenti trattati in trasmissione spaziano a 360 gradi: «Andiamo per cicli» racconta. «Ultimamente ci stiamo occupando molto di nuovo welfare e del Pilastro sociale europeo [strumento adottato dalla Commissione europea con il fine di creare un quadro di riferimento per monitorare e rafforzare i sistemi di protezione sociale degli Stati membri, ndr], così come del reddito di cittadinanza. In altre fasi abbiamo affrontato la questione dei talenti italiani in giro per il mondo che inventavano lavori all'estero, e degli startupper». Anche lo stage ha fatto parte del dibattito. Soprattutto quelli realizzati nell'ambito di «Garanzia giovani: un'occasione mancata per questo Paese, legata a tutto l'universo dei centri per l'impiego». Lì dovrebbe esserci «lo Stato a supervisionare e a 'garantire' appunto la qualità e soprattutto la legalità delle offerte». Ma non sempre è così. In tanti anni poi sono state numerosissime le segnalazioni e le denunce. In modo particolare, sottolinea Manieri, «ricordo il racconto di una freelance con un problema oncologico che si ritrovò sprovvista di coperture sul piano previdenziale per affrontare la malattia» – una delle tante mancanze dal punto di vista delle tutele a scapito dei lavoratori autonomi, da anni denunciate dall'associazione Acta. E ancora «le storie della crisi economica, di aziende sopravvissute», e per finire anche «le esperienze positive di tanti giovani, che mostrano capacità di unire ingegno e creatività, caratteristica molto italiana e spesso sottovalutata».  Il mondo occupazionale di oggi la conduttrice lo ha vissuto sulla propria pelle, essendo a sua volta giovane: ha 34 anni, ed era ancora all'università – Scienze politiche – quando «sono stata rapita dal partito Radicale» scherza. Del mercato odierno pensa che sia «un disastro, schizofrenico anche nelle modalità con cui viene regolamentato». Si pongono i temi «in modo vecchio, senza guardare al presente e al futuro, che cambiano alla velocità della luce». Tuttora «si continua a parlare di lavoro dipendente con lo stesso Jobs Act, quando siamo nel pieno della gig economy, con lo smart working e il lavoro autonomo che andrebbero messi finalmente al centro della discussione». Allo stesso tempo ci sono però tante opportunità. Il consiglio ai giovani è allora di «provare a rischiare di più, perché oggi si può fare: con due lire e una buona idea si crea un'impresa», cosa impensabile in passato. «Senza aver paura di accettare le proposte che arrivano nel frattempo: perché il lavoro dei sogni difficilmente si trova». Ilaria Mariotti 

Una scuola superiore vale l'altra? Il progetto Eduscopio aiuta i ragazzi (e le loro famiglie) nella scelta

Se la scelta dell’ateneo in cui iniziare la propria carriera universitaria rappresenta da sempre un dilemma che attanaglia gli studenti all’uscita dalla scuola superiore, anche la scelta di quest’ultima fa registrare, in ragazzi e genitori, una bella preoccupazione. Nasce allora dal tentativo di facilitare questo passaggio Eduscopio, il programma della Fondazione Agnelli giunto quest’anno alla sua quinta edizione, che permette agli studenti usciti dalla scuola media e alle loro famiglie di confrontare, una volta scelto l’indirizzo di studio, gli istituti secondari della propria area di residenza, al fine di individuare quello che meglio risponde alle proprie aspettative. Dando un'occhiata alle graduatorie delle grandi città pubblicate nella nuova edizione del programma (che prende in considerazione oltre 7mila indirizzi di studio) si può vedere, ad esempio, come tra i licei classici di Roma si piazzi al primo posto il liceo Tasso, seguito, a quattro punti di distanza, dal Vivona, e poi dal Mamiani; tra i licei scientifici spicca invece il liceo Righi, seguito dal Virgilio e dal Mamiani. A Milano, la classifica dei licei classici vede al primo posto il Carrel, che si distanzia tuttavia di pochissimo dal secondo classificato, il Sacro Cuore, e dal terzo, il Giovanni Berchet; per gli scientifici, si trova invece al primo posto l'Alessandro Volta, seguito dal Da Vinci e dal Sacro Cuore. Tra i licei classici di Napoli spicca invece il Sannazzaro, seguito dall'Umberto I e dal Vittorio Emanuele II, mentre per gli scientifici domina il liceo Mercalli, di sei punti superiore al secondo classsificato, il Leon Battista Alberti, e al terzo, l'Eleonora Pimentel Fonseca. L’idea da cui prende avvio il programma della Fondazione è infatti quella di registrare i risultati ottenuti dai diplomati dei vari istituti in ambito universitario e lavorativo tramite una serie di indicatori che permettono poi di fare un’efficace comparazione delle scuole di provenienza: per i percorsi universitari dei diplomati, spiegano sul sito, Eduscopio «guarda agli esami sostenuti, ai crediti acquisiti e ai voti ottenuti dagli studenti al primo anno di università», indicatori che permettono di valutare «la qualità delle “basi” formative, la bontà del metodo di studio e l’utilità dei suggerimenti orientativi acquisiti nelle scuole di provenienza», mentre per i risultati conseguiti all’interno del mondo del lavoro il portale si occupa di verificare «se i diplomati hanno trovato un’occupazione, quanto rapidamente hanno ottenuto un contratto di durata significativa e se il lavoro ottenuto è coerente con gli studi compiuti o se invece è un lavoro qualsiasi». L’edizione di quest’anno ha portato però all’aggiunta di un nuovo criterio, come ha spiegato a Repubblica degli Stagisti Marco Gioannini [nella foto], responsabile della comunicazione per la Fondazione Agnelli: «si tratta dell’"indice di regolarità dei diplomati”, il quale ci dice per ogni scuola superiore quanti studenti iscritti al primo anno hanno raggiunto senza bocciature il diploma cinque anni dopo. Questo indice evidenzia due punti interessanti: uno per le famiglie che, al momento della scelta, possono ipotizzare la severità di una scuola rispetto ad un’altra; l’altro per l’intero sistema scolastico italiano: negli anni passati è stato infatti rimproverato ad Eduscopio il fatto che, nella graduatoria, risultassero avvantaggiate le scuole che operavano una maggiore scrematura prima della maturità, arrivando così all’esame finale con gli studenti migliori che, anche all’università, conseguivano poi risultati migliori. L’inserimento di questo ulteriore indicatore ci mostra che non è affatto così: anzi, stando ai numeri, sembra che le scuole che effettuano una minore scrematura nel corso del quinquennio, cercando di accompagnare tutti i propri studenti sino alla fine del percorso scolastico, facciano poi uscire ragazzi che, alla prova dell’università, ottengono risultati migliori. Questo risultato ci piace, perché mostra che si può essere inclusivi come scuola, essendo comunque efficaci». A questa novità nell’edizione 2018/19 se ne aggiunge poi una ulteriore, più “di servizio”: per la prima volta sono infatti presentati i risultati dei licei scientifici delle scienze applicate scorporati da quelli dei licei scientifici tradizionali, così come i risultati dei licei delle scienze umane-opzione economico sociale scorporati da quelli degli altri licei delle scienze umane: «questo perché, essendo uscita adesso la prima ondata di diplomati dopo la riforma Gelmini del 2010, non era stato finora logicamente possibile prendere in considerazione tali dati».Ma come accedere a queste informazioni? I passi da compiere sono pochi: basta andare sul sito e registrarsi al portale scegliendo tra l’opzione “cerco una scuola che mi prepari al meglio per l’università”, nel qual caso si otterrà la lista dei vari indirizzi di studio liceali, o “cerco una scuola che mi prepari al meglio per il mondo del lavoro”, così da accedere alla lista degli indirizzi tecnici e professionali; bisogna poi selezionare una tra le opzioni “studente”, “genitore” o “insegnante”: il programma non si rivolge infatti solo agli studenti e alle loro famiglie, ma anche agli insegnanti e ai dirigenti scolastici che, accedendo al portale, possono verificare direttamente i risultati ottenuti dai diplomati del proprio istituto. Una volta ottenuto l’accesso, è sufficiente inserire il particolare indirizzo di studio a cui si è interessati, la propria città di residenza e la distanza nei limiti della quale si è disposti a spostarsi, che va da un minimo di 10 a un massimo di 30 km, in quanto «i confronti hanno senso solo a parità di condizioni di sviluppo economico e sociale dell’area di riferimento». A questo punto, cliccando su “vai alla lista”, si ottiene una vera e propria graduatoria delle scuole superiori della propria zona sulla base degli indicatori sopra descritti mentre, selezionando un determinato istituto tra quelli comparati, si accede alla scheda singola, in cui sono indicati i tassi di iscrizione e di abbandono dei diplomati di quella scuola che si iscrivono all’università, le aree disciplinari da questi più gettonate e gli atenei in cui si immatricolano con maggior frequenza. In rari casi, tuttavia, alla testa di una graduatoria si trova un istituto nettamente superiore rispetto al secondo classificato: spesso le scuole che occupano le prime posizioni si trovano a un soffio l’una dall’altra: «un caso emblematico è quello dei primi quattro licei classici di Torino che, in base ai punteggi ottenuti, risultano essenzialmente indistinguibili» spiega Gioannini. «Totalmente differente, anche se caso raro, è invece la situazione dei licei scientifici di Genova, dove il primo in graduatoria, il liceo Cassini, si distanzia dal secondo posizionato di ben tredici punti. Qui è evidente che la differenza è significativa».Guardando alle risorse impiegate, il budget destinato alla realizzazione di Eduscopio per questa edizione è ammontato a 228mila euro, «una cifra tendenzialmente stabile, rispetto alle passate edizioni, che include l’acquisizione delle banche dati, la consulenza, i costi di comunicazione e quello del personale: dietro a questi dati si trova infatti il lavoro immane dei nostri ricercatori», precisa Gioannini. «Tuttavia non riceviamo e non abbiamo mai ricevuto contributi pubblici o dagli sponsor. La promozione del programma avviene attraverso campagne di comunicazione sui media tradizionali e sui social networks. Non facciamo mai inserzioni pubblicitarie, né andiamo solitamente a eventi organizzati dalle scuole, a meno che non siano loro ad invitarci. Spesso sono le scuole stesse a segnalare sul loro sito e ai loro open days la loro posizione in Eduscopio». Il successo del programma emerge infatti chiaramente dai dati: «Dal suo lancio, nel novembre 2014, ad oggi, Eduscopio è stato usato oltre 2milioni di volte da 1milione e trecento utenti unici, con un incremento annuale dell'8,4 per cento. L'ultima edizione è stata utilizzata, solo nella prima settimana, da oltre 160mila utenti». Giada Scotto

Premio nascita e non solo, cosa offre l'Inps ai neogenitori

Oltre all'indennità versata dalla Gestione separata, esistono altre misure su cui le madri lavoratrici autonome possono contare, ma può risultare complicato districarsi. La Repubblica degli Stagisti ha provato a metterle in fila. La prima è il cosiddetto premio alla nascita, pari a 800 euro e introdotto con la legge finanziaria del 2016. In vigore dal primo gennaio 2017, viene corrisposto dall’Inps, senza applicare nessuna tassazione, per la nascita o l’adozione di un minore su domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza o alla nascita, adozione o affido (c'è poi tempo fino a un anno per richiederlo a partire dall'evento).Un contributo a cui hanno diritto tutti, senza limite di reddito. Per accedervi basta insomma essere in gravidanza o aver iniziato l'iter per l'adozione o l'affido. Dopo un inizio un po' zoppicante con erogazioni che stentavano a partire (la procedura è diventata operativa solo lo scorso 4 maggio), il sistema è al momento funzionante fino a data da destinarsi. «Le domande pervenute sono state quasi 445mila nel 2017» precisa alla Repubblica degli Stagisti l'ufficio stampa Inps, mentre il 2018 ne sono arrivate oltre 200mila («ma il dato è in fase di consolidamento»). C'è poi il bonus bebé (anche detto 'assegno di natalità' e per la cui proroga si è in attesa dell'approvazione della legge di Bilancio 2019): un assegno mensile per famiglie con un figlio nato, adottato o in affido preadottivo e con un Isee non superiore a 25mila euro. Le richieste accolte lo scorso anno «sono state più di 50mila» fa sapere l'Inps, «circa la metà quest'anno». L’assegno viene corrisposto ogni mese fino al primo anno di vita del bambino. Questa volta però il reddito familiare conta perché, come chiarisce l'Inps sul sito, spettano 960 euro l’anno (80 euro al mese per 12 mesi) con un Isee fra i 7mila euro ed i 25mila euro annui; 1.920 euro l’anno (160 euro al mese per 12 mesi) con un Isee non superiore a 7mila euro annui».E ancora il bonus asilo nido o di assistenza familiare per patologie croniche istituito con la legge di stabilità 2017 e pari a 1000 euro annui. A questo hanno diritto tutti i genitori che iscrivano i propri bimbi a un nido per un massimo di tre anni e per figli nati o adottati tra il gennaio 2016 e dicembre 2018 (sperando naturalmente che la misura sia prorogata). A regolarla la circolare Inps numero 14 del 29 gennaio 2018. Da non confondere peraltro con il voucher baby sitting – anche detto “bonus infanzia” – istituito nel 2013 e prorogato fino a fine 2018 (ma attenzione, non cumulabile con l'altro, né con le detrazioni previste per la frequenza di asili nido). «Il bonus asilo nido viene erogato con cadenza mensile, parametrando l’importo massimo di mille euro su 11 mensilità» chiarisce il sito Inps, «per  un importo massimo di 90,91 euro  direttamente al beneficiario che ha sostenuto il pagamento, per ogni retta mensile pagata e documentata».Anche qui il reddito familiare non conta, e il rimborso è aperto a tutti. Il sistema prevede però una sorta di prenotazione del budget perché il contributo è erogato fino a esaurimento dei fondi. «All’atto della domanda il richiedente dovrà indicare le mensilità relative ai periodi di frequenza scolastica compresi tra gennaio e dicembre 2018 per le quali intende ottenere il beneficio. Ciò permetterà di accantonare gli importi relativi ai mesi prenotati» spiega infatti la circolare 14 del 29 gennaio 2018. Da menzionare è poi anche una misura residuale che si aggira intorno ai 1700 euro e che è duplice, e riservata a chi possiede un Isee basso: per il 2018 il tetto è 17mila euro, ma il valore è in costante aggiornamento e per determinarlo bisogna rivolgersi a un caf. Da una parte c'è infatti l'assegno di maternità concesso alle neomamme dal Comune, sempre a carico dell'Inps. Come specifica il sito, il contributo può essere richiesto dalle non lavoratrici, oppure dalle lavoratrici che non abbiano raggiunto i requisiti per ottenere il sussidio dell'Inps (le tre mensilità di contribuzione, per chi è iscritta alla Gestione separata), oppure che non ricevano una retribuzione nel corso della maternità. «Se poi l'importo dell'indennità o della retribuzione dovessere essere inferiori all'importo dell'assegno» specifica ancora il sito, «la madre può chiedere al Comune l'assegno in misura ridotta». Altra cosa è invece l'assegno di maternità dello Stato, riservato alle madri precarie e con lavori discontinui in regola con la contribuzione, oppure al momento disoccupate o che abbiano subito un licenziamento. Anche per questa seconda misura si applica la cosiddetta quota differenziale, cioè la madre – se destinataria di altri sussidi – può richiedere la differenza. Il tutto entro sei mesi dalla nascita del bambino. Ilaria Mariotti   

Pacchetti maternità e bonus asilo, così le casse previdenziali più generose tutelano le mamme freelance

Per le madri freelance non tutte le casse di previdenza sono uguali. Alcune si distinguono infatti per “generosità”, elargendo particolari tutele alle iscritte neomamme. Il che significa che la misura di base resta la stessa per tutti, vale a dire l’80 per cento dei cinque dodicesimi del reddito professionale che l’iscritta ha denunciato nel secondo anno precedente alla data del parto (con il relativo minimo assegnato anche in assenza di reddito e pari per il 2018 a circa 5mila euro, e tetto massimo di circa 25mila euro). Ma che a questa base si aggiungono poi pacchetti in più.In cima alla lista c'è l'Enpam, ente di riferimento di oltre 360mila medici e odontoiatri. «Di questi, quelli iscritti al Fondo generale di quota B, che raccoglie i contributi libero-professionali, sono 172.611, di cui 58.776 di sesso femminile» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti Andrea Le Pera dell'ufficio stampa. Le dottoresse con figli a carico ricevono da questa cassa un contributo medio che è pari a 8.737 euro. Ma è dal 2016 che sono arrivate le migliorie, con un regolamento a tutela della genitorialità e una serie di benefits approvati tra cui spicca il riconoscimento di una nuova prestazione, pari a mille euro annualmente indicizzati, a favore dei soggetti che percepiscono un reddito inferiore a 18mila euro. «Nel corso del 2017 ne sono state erogate oltre 900» chiarisce.Ma le dottoresse neo mamme potranno chiedere alla fondazione anche il bonus bebé, «un assegno di 1500 euro per le spese del primo anno di vita del bambino o dell’ingresso del minore in famiglia in caso di adozione o affidamento» si legge sul sito. Un sussidio che è vincolato a una soglia di reddito: «Negli ultimi tre anni non deve essere superiore a otto volte il trattamento minimo Inps, circa 52.700 euro» specifica Le Pera. Si può fare richiesta per tutti i bambini nati dal primo gennaio 2017 al 27 luglio 2018, precisa il sito, ma la misura sarà oggetto di proroga, come confermano dall'ufficio stampa.A questo si aggiunge l’integrazione dell’indennità per le lavoratrici part-time fino al minimo garantito, un sostegno nel caso di «gravidanza a rischio», pari a 33,50 euro al giorno per un periodo massimo di sei mesi senza limiti di reddito. E ancora, l'Enpam offre la contribuzione volontaria per i periodi scoperti a causa dell’interruzione dell’attività, e un sussidio agli iscritti del quinto e sesto anno della Facoltà di medicina e chirurgia e di odontoiatria in caso di maternità, adozione o affidamento, interruzione della gravidanza spontanea o volontaria oltre il terzo mese, di importo pari all’indennità minima prevista per ciascuna fattispecie. Anche i dottori commercialisti prevedono aiuti alle mamme freelance. La cassa di riferimento è la Cnpadc, 62.655 iscritti di cui il 45 per cento è donna. Dal 2014 se si resta incinte, si può contare su un contributo ulteriore rispetto all’indennità di maternità e che, specifica il sito, «è pari a 1/12 dell'80 per cento del reddito netto professionale dichiarato nell'anno precedente a quello dell'evento, con un importo che non può essere inferiore a 1.730 euro». Indennità più contributo insieme non possono invece superare i 25.064 euro. Esiste una misura anche in caso di interruzione di gravidanza, ma ciò che differenzia questa cassa dalle altre che pure la concedono è che il sussidio è riconosciuto anche in caso di aborto entro il terzo mese. E non è necessario specificare se spontaneo o volontario, come chiariscono dall'ufficio previdenza della cassa, ma basta un certificato medico. Quanto all'importo, «è pari a 1/5 dell'indennità di maternità minima, per il 2017 991,74 euro» precisa Andrea Gerardi del servizio comunicazione. Lo scorso anno «le domande per interruzioni di gravidanza anteriori al terzo mese sono state 36» prosegue. «Mentre gli assegni per indennità di maternità 865». Gli altri enti nella lista dei generosi si limitano invece a rimborsi e pacchetti di tipo sanitario. La cassa Enpap degli psicologi per esempio – 51mila iscritti, di cui un ottanta per cento donne – prevede un pacchetto maternità che permette di accedere a esami e interventi di riabilitazione «per un controvalore massimo di 2mila euro (di cui un massimo di 250 euro per i tre colloqui psicologici)» si legge sul sito. Sono incluse ecografie, analisi clinico-chimiche, amniocentesi, villocentesi o test equivalente (ad esempio Harmony test, Prenatal Safe), controlli ginecologici e anche colloqui psicologici post parto. Si può beneficiarne senza pagare nulla in più e senza limiti di reddito. Anche la Casagit, la cassa di assistenza integrativa dell'Inpgi, la cassa dei giornalisti con 41mila iscritti e un 42% di donne, prevede un pacchetto maternità che rimborsa gli esami medici affrontati nel corso di una gravidanza. Ma per accedervi occorre essere iscritti a questo ente parallelo versando tariffe che variano a seconda del profilo scelto: ce ne sono quattro in totale, con importi che vanno a scalare sia per quota di iscrizione che per entità dei rimborsi e massimali. Tutti prevedono comunque coperture per la maternità. A seguire c'è poi la cassa dei biologi, l'Enpab (30mila iscritti e 72 per cento di donne), che fino al 2017 rimborsava le spese sostenute per gli stessi esami clinici con un massimale di 2mila euro a famiglia. Ma il bando risulta al momento sospeso (resta però il contributo per asili nido). E ancora l'Enpav, la cassa dei veterinari con il 46 per cento di iscritte, ha stanziato per il 2018 230mila euro da destinare a sussidi alla genitorialità: asili nido, baby sitter, scuola dell'infanzia fino a un massimo di 300 euro mensili per otto mesi. La graduatoria tiene conto dei parametri Isee, quindi non ci rientrano tutti. E poi gli infermieri, con la cassa Enpapi, 30mila iscritti e un 70 per cento di donne, che offre «un sussidio pari al 40 per cento delle spese sostenute a titolo di retta» chiarisce il sito e una graduatoria anche qui «definita in relazione all’indicatore Isee del nucleo familiare del richiedente, con preferenza al valore più basso». Per chiudere i consulenti del lavoro: gli iscritti all’Enpacl sono 25.598, di cui 13.736 uomini e 11.862 donne. L'ente, «conferisce alle beneficiarie dell’indennità di maternità apposite facilitazioni» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti il direttore generale Fabio Faretra «per l’aggiornamento, il miglioramento e il perfezionamento dell’attività». Formazione professionale in sostanza, e in particolare «sono forniti gratuitamente specifici corsi in e-learning, e- book e abbonamenti a riviste specializzate». Ilaria Mariotti

Assegno di maternità per le freelance, cosa offrono le casse professionali

In caso di maternità le professioniste freelance iscritte a un albo possono richiedere un'indennità a copertura dei mesi di gravidanza al proprio ente previdenziale specifico. In Italia, secondo l'elenco stilato dal ministero del Lavoro, se ne contano 19, per un totale di circa 540mila donne iscritte, il 36% della platea totale della previdenza privata composta da 1,5 milione di persone (i dati sono di Adepp, l'associazione che riunisce le casse private). Tutti, a eccezione di un paio che contano uno scarso o nullo numero di iscritte in età fertile, hanno un fondo apposito destinato alle future madri. Con una differenza sostanziale a seconda che la cassa sia composta da soli freelance o da una categoria composita a cui afferiscono sia lavoratrici autonome sia dipendenti subordinate.Per queste ultime infatti, le casse scelgono di ridurre l'indennità di maternità – o di non prevederla proprio – quando l'interessata sia già beneficiaria della stessa tutela approntata però dall'Inps, magari perché dipendente part time e freelance per il resto del tempo. E talvolta la riduzione o la soppressione del sussidio si verificano anche quando la freelance in gravidanza ha una doppia cassa di riferimento, di cui una è la Gestione separata Inps: se è quest'ultima a concedere l'indennità, la cassa professionale di solito non eroga nulla.Esiste però un meccanismo di base che accomuna più o meno tutte le casse, con qualche eccezione, ed è la modalità di calcolo del sussidio. Alle iscritte spetta infatti un assegno tarato sul «solo reddito professionale percepito e denunciato ai fini fiscali come reddito da lavoro autonomo nel secondo anno antecedente alla data dell’evento (parto, ovvero, aborto successivo al sesto mese, oppure data di ingresso del bambino nel nucleo familiare in caso di affidamento o adozione), purché nel periodo considerato l’istante risulti iscritto» recita ad esempio la Cassa nazionale del notariato. «Abbiamo grande attenzione verso la maternità» sottolinea il presidente dell'ente Mario Mistretta. «Sosteniamo le iscritte anche con un assegno integrativo qualora non si raggiungano le condizioni del reddito minimo e con le coperture della polizza sanitaria in cui rientrano il parto e le visite specialistiche». Funziona così in uno degli enti più ricchi, dove la percentuale di donne è del 34 per cento e le maternità richieste nel 2015 ammontavano a 50 per una spesa totale di 822mila euro: vale a dire circa 16mila euro di media. Ma anche per gli altri enti: per la Cassa forense degli avvocati, con un 47 per cento di presenze femminili e un numero altissimo di iscritti: ben 223mila. Per Inarcassa, previdenza di Ingegneri e Architetti, 27 per cento di quote rosa; per l'Enpaf dei farmacisti (69 per cento), per la Cassa ragionieri (33 per cento), per le oltre 8mila iscritte alla cassa Cipag dei geometri (un risicato 6 per cento del totale). E per tutte le altre casse dedicate ai professionisti, dai giornalisti agli psicologi, dai medici ai veterinari, a cui però – oltre a questa misura base – si aggiungono tutele parallele. Enti che si distinguono in sostanza per generosità e di cui la Repubblica degli Stagisti si è occupata con un approfondimento a parte. Come si calcola invece l'importo a cui si ha diritto? A stabilirlo è la legge 26 marzo 2001 numero 151, all'articolo 70, che così recita: «Alle libere professioniste, iscritte a una cassa di previdenza e assistenza è corrisposta un'indennità di maternità per i due mesi antecedenti la data del parto e i tre mesi successivi alla stessa». L'importo è pari «all'80 per cento di cinque dodicesimi del reddito percepito e denunciato ai fini fiscali dalla libera professionista nel secondo anno precedente a quello della domanda». Questo significa che se si presenta la richiesta di indennità di maternità per una nascita avvenuta nell’anno 2018, «il calcolo sarà effettuato sul reddito netto professionale prodotto nel 2016 e dichiarato nel 2017», chiarisce il sito dell'Enpap, la cassa degli psicologi. Uno degli enti che assicura anche «l'accesso gratuito alle cure mediche e psicologiche in gravidanza e post parto», come sottolinea il vicepresidente Federico Zanon in un comunicato: «Un fatto di grande valore sociale considerata la composizione di genere degli psicologi, all'83% al femminile».Per l'Enpap e gli altri enti il sussidio deve però rientrare entro due soglie, che per l'anno 2018 sono fissate in 5.012,80 euro come tetto minimo e 25.064,00 euro come massimo. Da specificare poi che a questa cifra andrà sottratta la quota Irpef. Questo perché «l’indennità di maternità è sostitutiva del reddito professionale, quindi è tassata e sottoposta a ritenuta d’acconto del 20 per cento» chiarisce ancora il sito Enpap. Per fare domanda poi le scadenze sono ristrette: «Dopo il compimento del sesto mese di gravidanza o entro il termine perentorio di 180 giorni dal parto» precisa il sito dell'Enpacl, previdenza dei consulenti del lavoro, con un 46 per cento di donne e un numero di indennità in calo: «Nel 2017 circa il 3% rispetto all'anno prima, per un totale di 276 prestazioni» fa sapere il direttore generale Fabio Faretra. «Un calo che si è riflettutto anche sull'importo medio del sussidio, attorno agli 8300 euro».   A fare eccezione alla regola sancita dalla legge del 2001 è solo la cassa Enasarco dei rappresentanti, dove le iscritte sono 30mila, solo il 12 per cento del totale. Dall'ente, a cui spetta il primato di cassa più spilorcia, vengono concessi 2.500 euro per il primo figlio, 2mila euro per il secondo e 1.500 euro per il terzo, a cui si aggiunge un contributo nascita pari rispettivamente a 750 euro, 650 e 500 euro. In aggiunta esiste un aiuto per l'asilo nido fino a mille euro. Ma le condizioni per accedere al beneficio sono piuttosto rigide, essendo necessario avere un Isee non superiore a 31.898,81 euro. E aver versato un minimo di contributi, per la precisione «avere un saldo attivo al 31/12/17 di almeno 1.881 euro» è scritto, con un’anzianità contributiva complessiva di almeno tre anni. Per la verità su questo punto quasi tutte le casse si mostrano più elastiche, non richiedendo particolari requisiti di accesso per beneficiare dell'assegno, se non il fatto di aver partorito (o anche adottato o avuto in affido un bambino). E concedendo l'importo minimo anche a chi non vanta guadagni sostanziosi, né negandolo viceversa a chi possiede un Isee di media entità.La giustificazione dell'Enasarco è che «si è scelto di non disperdere le risorse finanziarie supportando nuclei familiari che avrebbero avuto poco sollievo dal contributo erogato» è la spiegazione che l'ufficio stampa dell'ente, Gabriele Manu, affida alla Repubblica degli Stagisti: «Ci siamo invece concentrati sulla fascia di reddito medio bassa, usando un indicatore Isee pari a tre volte la prima fascia Inps, un valore ritenuto congruo per identificare la fascia di reddito medio dell'iscritto Enasarco». Per il futuro c'è speranza che le maglie si allarghino: «Questi istituti sono al momento oggetto di revisione, e per il 2019 gli uffici stanno valutando la possibilità di superare la distinzione tra primo figlio e successivi e rimodulare gli importi Isee». Ilaria Mariotti   

Ancora sugli stage nei tribunali: in Calabria mille “tirocinanti della giustizia” fermi in attesa di un ok del ministero

C'è un problema negli uffici giudiziari calabresi. Ci sono mille tirocini che risultano fermi, sospesi, in attesa dell'ok del ministero ad andare avanti. E c'è un’interrogazione datata 20 settembre 2018, presentata dal deputato del Partito Democratico Antonio Viscomi in commissione Giustizia, per chiedere al ministro Bonafede se «intenda o meno consentire la prosecuzione dell’esperienza per ulteriori dodici mesi e mettere in atto l’esperienza già nota dei tirocini di perfezionamento». L'interrogazione è ferma da due mesi, senza risposta. «La Regione prevedeva un periodo biennale di tirocinio presso gli uffici giudiziari», spiega alla Repubblica degli stagisti Viscomi, 57 anni, calabrese originario di Petrizzi, già professore ordinario di diritto del lavoro presso l’università Magna Grecia di Catanzaro: «Ma allo scadere del primo anno (ndr. il 3 ottobre) ha chiesto al ministero la possibilità di andare avanti con la seconda annualità e nonostante sollecitazioni varie ad oggi il ministero non ha ancora risposto». Se lo farà o meno, spiega il deputato, «sarà solo una scelta del ministro, ma mi auguro che abbia la sensibilità di farlo».In realtà i tirocinanti in questione non sono al loro primo “biennio” di formazione, visto che è sin dal 2010 che gli stagisti degli uffici giudiziari aiutano lo smaltimento delle pratiche e il funzionamento di tribunali e corti di appello. Poi, nel 2015, con l’avvio dell’ufficio per il processo e la divisione degli stagisti tra quanti hanno iniziato il nuovo percorso e quelli che sono rimasti esclusi, sono partiti nuovi progetti regionali e in Calabria, dopo alterne vicende, si è arrivati alla pubblicazione di una manifestazione di interesse per mille tirocinanti da cui, in seguito, nel marzo 2017 si è firmata una convenzione per 650 stagisti negli uffici giudiziari, come previsto dal ministero, e altri 350 assegnati in uffici assimilati. Ora il primo anno del nuovo biennio è terminato ma manca la firma del ministero per il rinnovo – previsto dalla convenzione – di un ulteriore anno. Certo, il mondo politico ora è preso da ben altri argomenti – la Finanziaria prima di tutto – ma Viscomi sottolinea come sia urgente che il ministero ripensi l'organizzazione degli uffici giudiziari, che hanno serie difficoltà ad andare avanti nonostante ci sia una folta platea di soggetti che potrebbe aiutare lo snellimento del lavoro. «Ci sono gli idonei del concorso per assistenti giudiziari che chiedono lo scorrimento della graduatoria, ci sono i tirocinanti della giustizia che chiedono un percorso di valorizzazione della loro presenza, ci sono i tirocinanti dell’ufficio per il processo che sono specializzandi delle scuole di giurisprudenza, in alcune realtà abbiamo anche il personale part time assegnato dalle province tramite le regioni agli uffici giudiziari che dovrebbe essere convertito full time. Abbiamo una quantità di soggetti che meriterebbero una particolare attenzione o una visuale di sistema che ora manca. Anche i capi degli uffici segnalano costantemente le esigenze di personale qualificato di sostegno e supporto di tipo amministrativo, non solo forense e giudiziario». Il deputato Pd aspetterà ancora qualche giorno prima di sollecitare il ministero e gli uffici competenti per ottenere una risposta. Che non è detto, però, arrivi. Basta dare un’occhiata alla banca dati del sindacato ispettivo per scoprire che nel corso del 2018 solo il sei per cento delle 249 interrogazioni a risposta in commissione sono state svolte, mentre nello specifico dall’avvio del governo Conte nessuna delle interrogazioni in commissione con destinatario il ministro della giustizia ha ricevuto risposta.La Repubblica degli Stagisti segue il caso più ampio dei tirocinanti della giustizia – che riguarda tutte le regioni italiane - ormai da anni e ha sempre denunciato che questi sono falsi tirocinanti, in realtà lavoratori a tutti gli effetti, che dovrebbero essere stati inquadrati con contratti veri, con una vera copertura previdenziale e non con stage, per di più contra legem. Su questo punto Viscomi non si tira indietro: «Questo è il paradosso forte dei tirocini come strumento all’interno delle politiche attive del lavoro. Il problema è questo: lo stage avrebbe un senso in quanto politica attiva del lavoro se fatto in azienda dove crea una professionalità che dopo può essere utilizzata con un contratto a termine, un part time, o a tempo indeterminato. Quando, invece, è effettuato presso la pubblica amministrazione, è sicuramente utile per la collettività ma poi non si tradurrà in un’assunzione. Così l’esperienza del tirocinio rimane buttata lì». Anche perché purtroppo «non c’è mai stata una seria discussione nel nostro Paese sull’organizzazione delle pubbliche amministrazioni».Quale potrebbe, dunque, essere la soluzione per evitare continui rinnovi a questi stagisti che da anni svolgono gli stessi compiti all’interno degli stessi uffici e, di fatto, non potrebbero più nemmeno essere chiamati stagisti? «Allo stato dell’arte, con le leggi esistenti non c’è», risponde netto Viscomi. «Andrebbe fatta una conversione del tirocinio in contratto a tempo determinato, ma è un passaggio un po’ forte rispetto alle nostre tradizioni nelle pubbliche amministrazioni. Più facile in un’impresa privata, questa transizione non è così immediata negli uffici pubblici. Oltre a tutte le figure elencate prima, abbiamo anche una quota residua di collaboratori a progetto che da qualche parte andrebbero collocati. Abbiamo una proliferazione e frammentazione di tipologie contrattuali che rende ingovernabile la situazione. Per questo il ministro Bonafede farebbe bene a mettersi intorno a un tavolo per avere un quadro generale della dotazione di personale negli uffici giudiziari. Sarebbe un errore pensare che sia un problema solo a livello meridionale: è un caso nazionale e bisognerebbe assumere l’organizzazione degli uffici giudiziari come una vera strategia di contrasto all’attività mafiosa e organizzata». Quello che serve, secondo Viscomi, non è l’ennesima riforma del rito processuale a costo zero, ma una riforma dell’organizzazione degli uffici per agevolare l’attività del processo, che in effetti si attende dal lontano 1973.In attesa che questo succeda, al momento non ci sono grandi novità. «Stiamo aspettando il decreto del ministro Bongiorno sulla riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni per comprendere gli spazi di nuove assunzioni e di allungamento della validità delle graduatorie di stabilizzazione. Fin quando la proposta non sarà resa nota è evidente che si può fare ben poco». Processi di razionalizzazione che erano stati avviati già dal ministro Madia, con un obiettivo di fondo: «Funzioni stabili devono essere ricoperte da posizioni lavorative stabili. Questa era la regola di metodo che il governo Pd aveva iniziato: se la funzione è stabile bisogna trovare le risorse perché le persone che lì lavorano siano stabili nell’interesse della collettività. Quindi tutta la frammentazione esistente, tirocini, contratti a termine, cococo, deve essere riportato a sistema».Nel frattempo le proposte e le proteste dei tirocinanti vanno avanti. Oggi alle 14 davanti Montecitorio è prevista la manifestazione dei tirocinanti giustizia indetta dalla CSE Filai, la Federazione italiana lavoratori atipici e inoccupati, organizzazione sindacale della Confederazione indipendente sindacati europei. Tra le tante proposte avanzate dal segretario generale Antonino Nasone nel corso degli ultimi mesi c’è anche quella di modificare lo status giudirico dei tirocinanti e trasformarli in lavoratori di pubblica utilità, in modo da cambiare anche il loro status economico garantendogli un contratto nell’attesa di una stabilizzazione.«Da un punto di vista giuridico astratto è giusto. È chiaro che ho un aumento del livello di tutela con dei regolamenti che le stesse regioni possono meglio definire. Da un punto di vista concreto, però, bisogna vedere qual è l’impatto di una norma del genere nella vita delle persone e delle amministrazioni. In Calabria» continua a spiegare Viscomi, «abbiamo già 4700 tra lavoratori socialmente utili e lavoratori di pubblica utilità, i cosìdetti LSU e LPU. Ci sono persone che da moltissimi anni hanno questo status più protetto dei tirocinanti, ma meno rispetto ai lavoratori contrattualizzati. Dobbiamo quindi prima chiudere le partite pregresse. Gli lsu e lpu calabresi solo negli ultimi tre anni hanno avuto il passaggio alla contrattualizzazione e ora con molta fatica sono all’interno di un processo di stabilizzazione negli enti locali. Ma in questo caso ci sarebbe un doppio salto: da tirocinanti a lavoratori di pubblica utilità, quindi una contrattualizzazione e infine la stabilizzazione. Sono dei tempi infiniti. È una procedura complessa che richiede da entrambe le parti l’assunzione di un impegno. Quindi da un punto di vista tattico va benissimo, ma non è una soluzione dall’oggi al domani. Sono tappe che richiedono tempi e interventi normativi per derogare una serie di vincoli esistenti».Ora, quindi, non resta che aspettare e vedere se il ministro della giustizia risponderà, e come, all’interrogazione. Ma soprattutto capire se un governo per metà composto da rappresentanti del movimento 5 stelle, che durante la precedente legislatura pure avevano a più riprese appoggiato le battaglie dei tirocinanti della giustizia, ora riuscirà, una volta per tutte, a chiudere la partita a livello nazionale.Marianna Lepore

Mamma freelance: la Gestione separata Inps non garantisce tutte le madri autonome

Per le lavoratrici in generale, e ancora di più per quelle autonome, la maternità può rappresentare un traguardo difficile, specie sotto l'aspetto della conciliazione degli impegni professionali con l'accudimento di un figlio. Anche la previdenza però ha un suo peso: e se le dipendenti con contratto di lavoro subordinato hanno le spalle più o meno coperte, con contributi certi in caso di maternità, cosa succede invece a una freelance che diventa mamma? La prima cassa a cui fare riferimento – al netto di quelle che raccolgono specifiche categorie di professionisti – è senz'altro l'Inps, che con la sua Gestione separata include tutte quelle figure che svolgono un'attività in proprio e senza una cassa professionale di riferimento – oppure con un lavoro parallelo non ascrivibile a queste. Vi rientrano gli autonomi ma anche chi ha all'attivo rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, gli incaricati alla vendita a domicilio e così via. La Repubblica degli Stagisti aveva affrontato la questione della maternità delle lavoratrici non subordinate nel 2012, e ci torna adesso per verificare come le cose rispetto ad allora siano cambiate. Le criticità riscontrate sono almeno due. La prima, la più pesante e sottolineata nella precedente inchiesta, è che non esiste un importo minimo di cui tutte le future mamme possano beneficiare a prescindere dal reddito, come succede invece per le casse private. Ed è addirittura possibile in alcuni casi restarne fuori, pur avendo pagato regolari contributi. Il perché è presto spiegato. Per l'accesso al sussidio, restano per i potenziali beneficiari i paletti di sempre: il diritto scatta a seguito del versamento di «almeno tre mensilità di contributi maggiorati dello 0,72% (percentuale da aggiungere alla propria aliquota per la copertura di eventi quali la maternità, ndr) nei 12 mesi che precedono quello di inizio del periodo indennizzabile per maternità» come conferma l'ufficio stampa Inps alla Repubblica degli Stagisti. Per districarsi in un metodo di calcolo che assomiglia a un rebus può essere utile studiarsi la circolare Inps del 4 aprile 2018 numero 61, che illustra come tale importo minimo debba essere pari a circa 1000 euro, suddiviso su almeno tre mensilità per chi ha un'aliquota del 25%.Un po' di più, intorno a 1330 per chi paga aliquote del 33-34%. E attenzione al riferimento della circolare ai due parametri del minimale e del massimale, per il 2018 rispettivamente di 15.710 e 101.427 euro. Di primo acchito sembrerebbero corrispondere al perimetro di reddito al di fuori del quale si resta esclusi dall'indennità. Non è così, come sembrerebbero suggerire anche alcune risposte dell'Inps all'intervista di questo giornale, in cui si specifica per esempio che «nel caso di conseguimento di un reddito annuo superiore al massimale l'indennità di maternità deve essere calcolata senza tener conto dei redditi eccedenti il massimale». Caso pressoché di scuola parlandosi di cifre superiori ai 100mila euro (quante lavoratrici autonome in età fertile guadagnano oggi più di 7mila euro al mese?). Viaggiando invece su termini più aderenti alla realtà, si vede come il sussidio di maternità ci sarà anche per chi guadagna cifre sotto i 15.700 euro l'anno. Ma non per tutte. Tutto a posto per una partita Iva che, poniamo, percepisca 1250 euro al mese, pagando contributi per circa 3mila euro annui: riceverà un assegno poco sotto i 5mila euro. «L'importo dell'indennità è pari all'80% del reddito medio giornaliero» chiarisce infatti l'Inps, spettanti per «un periodo di 5 mesi + 1 giorno» e erogati «per i due mesi antecedenti la data presunta del parto e i tre mesi successivi alla data effettiva». Ma attenzione: se invece i contributi versati sono più bassi, e risultano al di sotto della soglia dei mille euro nell'anno precedente la gestazione, l'indennità sparisce. L'ipotesi non è remota perché l'inquadramento a partita Iva – tipico per un freelance – prevede la possibilità di scaricare molti costi. E molti professionisti e professioniste lo fanno in modo da ridurre il cosiddetto imponibile, la cifra su cui si pagano le tasse. Così, una freelance che guadagna 8mila euro annui potrebbe, di deduzione in deduzione, scendere magari a 3.500 euro annui di imponibile, cioè 650 al mese, e pagare i contributi commisurati a quella cifra. In una situazione come questa l'Inps non riconosce nulla, perché i contributi sono troppo esigui.Il secondo nodo è che, a leggere i requisiti richiesti per accedere alla misura, si scopre che la freelance che svolga una doppia attività, e sia iscritta anche a una cassa professionale oltre a quella più generale della Gestione separata, resterà automaticamente esclusa dal sussidio, pur avendo versato contributi per quella parte del suo lavoro non collegata a albi professionali (con relativa cassa). Soldi che di fatto cadranno nel vuoto, a qualunque importo ammontino. Un caso esemplificativo: la futura mamma è avvocata e iscritta alla Cassa forense, ma negli spazi di tempo libero svolge un'attività diversa per cui è iscritta alla Gestione separata e che di fatto frutta di più della precedente, comportando anche maggiori contributi. Non importa: la cassa a cui andare a bussare per ricevere il sussidio sarà comunque quella forense.Non sorprende allora che il numero di iscritte sia passato dalle circa 700mila del 2011 alle 451.853 del 2017. Un calo pesante, ben il 35% in meno, che testimonierebbe anche una crescente fuoriuscita delle donne dal mercato del lavoro. E il dato sulle effettive beneficiarie delle prestazioni è davvero bassissimo: «7274 nel 2016 e 5967 (dato provvisorio) nel 2017» fa sapere l'ufficio stampa Inps. Nel 2010 erano duemila in più. Anche il Rapporto annuale 2017 dell'Inps lo mette in evidenza: «Il numero di figli per donna è pari a 1,34 nel 2016 – 1,27 se si escludono le donne straniere che danno alla luce figli in Italia – in calo costante ormai da anni, mentre il tasso di occupazione rimane in media al di sotto del 50%». Ragione per cui le donne italiane fanno sempre meno figli: «L’evidenza internazionale suggerisce che esiste una correlazione positiva tra lavoro delle donne e natalità» sottolinea ancora il rapporto. «Dove l’occupazione delle donne è più alta, è più elevata anche la natalità perché più donne scelgono di fare un figlio e, soprattutto, di farne più di uno». Una buona notizia è che i requisiti di accesso all'indennità sono in parte cambiati rispetto al passato. Questa volta in positivo. Fino al 14 giugno 2017, data di entrata in vigore della legge 81/2017, «l’indennità di maternità era corrisposta solo a fronte di effettiva astensione dall’attività lavorativa» fanno sapere dall'Inps. Adesso invece tale condizione non serve più: «L’art.13 prevede che l’indennità sia riconosciuta a prescindere dall’effettiva astensione dal lavoro». Non interviene invece sugli iscritti alla Gestione separata la modifica apportata con il decreto legislativo 80/2015, in base a cui il diritto all'indennità matura anche in caso di mancato versamento dei relativi contributi previdenziali da parte del committente. E il motivo è evidente, perché sono i freelance stessi a essere responsabili dell’adempimento dell'obbligo contributivo. Ilaria Mariotti

Conviene aprirsi una partita Iva? Regime dei minimi, forfettario, ordinario: facciamo chiarezza

Un esercito da 5 milioni e 400mila codici a 11 cifre, di cui 3 milioni e 800mila relativi a persone fisiche. Questi i numeri dell'universo delle partite Iva in Italia, fra lavoratori autonomi, aziende e liberi professionisti. Ma come si fa a diventare datori di lavoro di se stessi? «Aprire una partita Iva è veloce e immediato» spiega alla Repubblica degli Stagisti Flavio Resnati, commercialista e consulente di SMart, società mutualistica per artisti, creativi e freelance «perché basta compilare il modulo apposito e presentarlo in via cartacea presso l'Agenzia delle Entrate o in via telematica, oppure rivolgersi a un commercialista. La partita Iva viene rilasciata immediatamente ed è subito operativa». L'alternativa alla partita Iva per il lavoro autonomo saltuario è la ritenuta d'acconto, pari al 20% dell'importo della prestazione occasionale, che può essere utilizzata tuttavia solo se non si superano i 5mila euro l'anno.  Il costo dell'apertura di una partita Iva è nullo o comunque esiguo se ci si affida al supporto di un professionista. Ma averla costa: bisogna calcolare fra i 300 e i 1.000 euro l'anno per il “mantenimento” – tra dichiarazione annuale dei redditi, calcolo imposte e contributi – a cui vanno aggiunti tutti i costi che comporta autogestirsi, come ad esempio l’affitto di un ufficio o di una postazione di coworking, le spese di viaggio e tutte quelle spese che un contratto di lavoro invece coprirebbe. Inoltre, chi apre la partita Iva come ditta deve pagare la registrazione alla Camera di Commercio (circa 80-100 euro).Il regime ordinario è soggetto a un'aliquota che va dal 23% per redditi fino ai 15mila euro al 43% per redditi superiori ai 75mila euro. Il regime forfettario (ex "regime dei minimi"), introdotto dalla Legge di Stabilità 2015, è un regime agevolato che vuole andare incontro a chi decide di intraprendere una nuova attività o a chi già ne ha una e consegue un fatturato entro certi limiti, ovvero 30mila euro annui, coefficiente di redditività del 78% – per “coefficiente di redditività” si intende una percentuale variabile dal 48 all'86%, che si applica ai ricavi su cui viene poi calcolata l'imposta del 5% (per le nuove iniziative), imposta che sale al 15% dopo i primi cinque anni.Il regime forfettario prevede infatti una tassazione del 5% per le nuove attività (nei primi cinque anni) e il 15% di aliquota ordinaria. In particolare, per i primi cinque anni, si applica l'aliquota ridotta del 5% qualora il contribuente non abbia esercitato, nei tre anni precedenti l'inizio dell’attività, attività artistica, professionale o d'impresa, anche in forma associata o familiare. Questo purché l’attività da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo, escluso il caso in cui l’attività precedentemente svolta consista nel periodo di pratica obbligatoria ai fini dell'esercizio di arti o professioni. Per chi non ricade in queste fattispecie si applica l'aliquota del 15%. Dal punto di vista amministrativo ci sono dei vantaggi per chi adotta il regime forfettario: non occorre tenere la contabilità né presentare la dichiarazione Iva, non si è soggetti allo "spesometro" e non si è obbligati alla fatturazione elettronica.Ma il regime forfettario, dall'altra parte, rischia di non incentivare la crescita: per conservarne i vantaggi, infatti, non bisogna superare il limite di fatturato, che è pari a 30mila annui per i professionisti (per le altre attività il limite va da un minimo di euro 25mila a un massimo di euro 50mila), e la forfettizzazione delle spese non induce a investire in innovazione e formazione, limitando quindi la crescita professionale.Ma quando sceglierlo? «Non si può dare una risposta univoca perché bisogna sempre esaminare la situazione soggettiva del freelance», sostiene Resnati «ma in linea generale può convenire, a meno che il professionista abbia dei costi che superino il 22% del fatturato o abbia detrazioni/deduzioni soggettive, quali carichi di famiglia, spese mediche, interessi sui mutui, spese per detrazioni risparmio energetico o ristrutturazioni etc». Quanto invece alla previdenza, «i contributi all'Inps e alle varie casse di appartenenza si versano come se si fosse nel regime ordinario», aggiunge il commercialista.In linea generale, possono aprire una partita Iva usufruendo del regime forfettario i soggetti già in attività e/o i soggetti che iniziano un’attività di impresa, arte o professione, purché nell’anno precedente abbiano conseguito ricavi o percepito compensi non superiori a determinati limiti (ragguagliati all’anno nel caso di attività iniziata in corso di anno), e abbiano sostenuto spese complessivamente non superiori a 5mila euro lordi per lavoro accessorio, lavoro dipendente e per compensi erogati ai collaboratori, anche assunti per l’esecuzione di specifici progetti. Inoltre il costo complessivo dei beni strumentali, al lordo degli ammortamenti, non deve superare, alla data di chiusura dell’esercizio, i 20.000 euro.  Secondo uno studio dell'Associazione italiana dottori commercialisti il 78% delle persone fisiche titolari di partita Iva ha un fatturato inferiore ai 65mila euro. Ovvero la cifra a cui il governo propone di estendere il regime forfettario. Ciò significa che quasi tre milioni di contribuenti verrebbero esclusi dall'obbligo della fatturazione elettronica.La bozza della nuova legge di bilancio prevede infatti dal 2019 un innalzamento del limite di fatturato a 65mila euro annui con aliquota del 15% (5% per le nuove attività) e dal 2020 un'aliquota del 20% per fatturati dai 65mila ai 100mila euro annui. Il che presenta anche un rovescio della medaglia di cui è bene essere consapevoli: prevedere condizioni così vantaggiose per le Partita Iva potrebbe contribuire a uno spostamento di una quota consistente di rapporti di lavoro da contratti di tipo subordinato a collaborazioni di tipo autonomo.  «Questa modifica, se approvata, renderebbe il lavoro autonomo molto più conveniente rispetto al lavoro dipendente a parità di costo aziendale» conferma Resnati. L’effetto potrebbe essere quindi quello di far aumentare le false partite Iva: la scelta di aprirne una infatti non sempre è frutto di una libera scelta. A volte è dettata dall'impossibilità di ottenere un contratto di lavoro. Sempre più spesso, inoltre, sono i datori di lavoro/committenti a proporre – talvolta imporre – questa modalità, che nasconde in realtà prestazioni da lavoro dipendente. «La partita Iva “vera” comporta la possibilità di scegliere per chi lavorare e, solitamente, più si lavora più si dovrebbe guadagnare. Certo non si hanno tutte le tutele previste dal lavoro dipendente... quelle poche che rimangono!», aggiunge Resnati. «Tuttavia esistono delle realtà, come SMart, che mirano ad assicurare ai soci freelance l’autonomia tipica del lavoro indipendente con le garanzie tipiche del lavoro dipendente».Il Jobs Act aveva introdotto alcune novità rispetto alla sorveglianza della “genuinità” delle partite Iva, operando una stretta sulle false partite Iva. Ad esempio la norma sulla presunzione, in base alla quale le collaborazioni di tipo subordinato (cococo e cocopro) o nella forma del lavoro autonomo a partita Iva sono considerate come lavoro subordinato, dipendente, qualora siano «prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, ripetitive ed organizzate dal committente rispetto al luogo ed all’orario di lavoro». In particolare, il lavoratore autonomo per essere tale non deve avere collaboratori e non può essere sostituito, la sua attività deve prevedere una durata e il committente non deve organizzare l'attività stessa. Inoltre il lavoratore non deve lavorare negli uffici dell’azienda né avere orari di lavoro prestabiliti.Ma le nuove misure oggi in arrivo potrebbero almeno contribuire a combattere l’evasione fiscale? «Purtroppo si tratta di un fenomeno esteso», ammette Resnati, «e riguarda anche il mondo del lavoro dipendente. Le agevolazioni potrebbero anche produrre un effetto opposto: sul fronte del fatturato si viene esclusi dallo spesometro, mentre dal lato delle spese la forfettizzazione dei costi non incentiva a chiedere la fattura. È necessario prima di tutto un cambio di mentalità. Anche limitare l’uso del contante aiuterebbe».Insomma, anche laddove la partita Iva non sia una scelta ma una strada obbligata, sta a ciascun titolare controllarne i rischi e coglierne le opportunità, nel rispetto della legge, e cercare di trasformarla in uno strumento per esercitare il proprio lavoro in maniera più libera e organizzata.Rossella Nocca