Categoria: Approfondimenti

Perché c'è bisogno di una nuova legge sui tirocini curricolari, subito!

Una nuova regolamentazone dei tirocini curricolari, con l'obiettivo di dare ai giovani che fanno stage durante il proprio percorso di formazione per la maggior parte universitari, a occhio e croce 200mila all'anno un quadro più forte di diritti. L'appello che la Repubblica degli Stagisti da almeno cinque anni rivolge incessantemente alla politica si è trasformato in qualcosa di più: una proposta di legge che comincia il suo iter parlamentare. Ma perché c'è così tanto bisogno di una nuova normativa? Ci sono tre motivi principali.Il primo è che da più di cinque anni esistono di fatto in Italia dei tirocini di serie A e dei tirocini di serie B. I tirocini di serie A sono quelli extracurriculari, che grazie anche alle battaglie della Repubblica degli Stagisti, e a un indirizzo concordato in sede di conferenza Stato regioni, hanno ottenuto tra il 2012 e il 2014 un nuovo quadro normativo – frastagliato, è vero, in ventuno normative regionali diverse, ma con molte più garanzie per gli stagisti, a cominciare dal diritto a ricevere un emolumento mensile minimo. A fronte di queste grandi novità che hanno sensibilmente migliorato la vita dei tirocinanti extracurriculari, è rimasto completamente scoperto il grande segmento dei tirocini curriculari, svolti durante il percorso di studi, per i quali ad oggi le garanzie sono poche se non nulle: soprattutto non c’è nessuna tutela dal punto di vista della remunerazione, quindi gli stagisti di serie A hanno diritto ad essere pagati e quelli di serie B invece possono continuare a subire stage gratuiti. È ora di eliminare questa discriminazione!La seconda ragione è che la normativa inizialmente pensata vent’anni fa per regolamentare tutto il settore dei tirocini è ad oggi di fatto largamente inutilizzabile. Stiamo parlando del decreto ministeriale 142/1998, che per quindici anni ha costituito la normativa unica a cui hanno fatto riferimento università, aziende, centri per l’impiego e tutti gli altri attori dell’universo stage. Il problema è che poi, tra il 2012 e il 2014, di fatto questo universo stage è stato spaccato in due a livello ufficiale: da una parte sono stati messi gli stage extracurricolari, affidando la competenza normativa alle Regioni, e dall’altra parte gli stage curricolari, di competenza invece statale. Dunque una normativa che era stata pensata per normare un argomento si è trovata dimezzato il suo raggio d’azione, e dunque depotenziata. Senza contare che ovviamente alcuni dei punti specifici del vecchio testo vengono specificati e normati anche nei nuovi testi regionali, sovrapponendosi alle prescrizioni della legge 142/98 e rendendolo di fatto in alcuni casi addirittura inapplicabile, come nello specifico per quanto riguarda il limite massimo di tirocinante ospitabili contemporaneamente da ciascuna azienda. Un nuovo quadro normativo aiuterà dunque in primis i soggetti promotori dei tirocini, che nel caso dei curricolari sono sopratutto gli uffici stage & placement universitari.La terza ragione è che, per effetto di una sciagurata decisione risalente all'epoca in cui Roberto Maroni era ministro del lavoro, i tirocini curriculari sono da oltre un decennio scomparsi dal radar e quindi non ci sono dati precisi su quanti ne vengono attivati ogni anno, di quale durata, con quali esiti. Il rapporto molto dettagliato che il ministero del Lavoro è in grado di produrre ogni anno sui tirocini extracurriculari, grazie al fatto che questi tirocini devono essere comunicati, al momento dell’avvio, attraverso il meccanismo delle comunicazioni obbligatorie – analogamente a qualsiasi rapporto di lavoro – per quanto riguarda i tirocini curriculari non può esistere. Infatti nel 2007 si è deciso che no, non c’era bisogno di fare la comunicazione obbligatoria quando si avviava un tirocinio curricolare. Magari l’intento era anche buono, e cioè togliere dalle spalle degli soggetti promotori (come detto, sopratutto uffici stage universitari) un’incombenza burocratica, sopratutto considerando che una gran parte di questo tipo di tirocini aveva una durata molto limitata (150-250 ore, pari a tre/sette settimane), ma risultato è stato pessimo. Con due righe è stato cancellato l’unico strumento che poteva permettere di mappare uno per uno i tirocini curriculari. E se è di trasparenza c’è bisogno per capire se uno strumento funziona non funziona, se viene usato bene o male, allora è ora e tempo che anche i tirocini curriculari rientrino nel radar del controllo dello Stato.Per queste e molte altre ragioni non si può più aspettare: c'è bisogno in Italia di una nuova legge sui tirocini curricolari. 

Tirocini vietati ai farmacisti abilitati, fatta la “legge” trovato l’inganno?

Dopo anni di appelli e lettere di denuncia sull’abuso dei tirocini da parte delle farmacie, la richiesta degli organi di categoria è stata accolta. Le nuove linee guida in materia di tirocini formativi, approvate a maggio 2017, hanno stabilito che “non sono attivabili tirocini in favore di professionisti abilitati o qualificati all’esercizio di professioni regolamentate per attività tipiche ovvero riservate alla professione”. Per effetto di questa novità, sono banditi quindi anche gli stage per farmacisti abilitati e iscritti all'albo. O almeno così dovrebbe essere. Di fatto, non tutte le regioni hanno recepito questa parte della normativa nazionale. «Sono cinque le regioni che non si sono adeguate», spiega alla Repubblica degli Stagisti Francesco Imperadrice, presidente del Sindacato nazionale dei farmacisti non titolari (Sinasfa), «ovvero Campania, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Puglia. Stiamo monitorando la situazione e le prime due dovrebbero farlo entro ottobre». Una svolta importante, quella delle Linee guida 2017, ma che ha lasciato evidentemente un “vuoto” in cui gli abusi possono ancora perpetrarsi. Ha fatto discutere recentemente un bando del Comune di Campobasso rivolto a due laureati in farmacia o chimica e tecnologie farmaceutiche per un tirocinio della durata di sei mesi (prorogabile e rinnovabile) presso due farmacie comunali, con indennità di partecipazione mensile pari a 500 euro. Nel testo si specificava che per candidarsi occorreva “non aver conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione di farmacista” e “non essere iscritto all’Ordine dei Farmacisti”, per cui il bando formalmente è “a norma di legge”. Ma gli organi di categoria non ci stanno. «Non voglio pensare che sia un modo per aggirare le linee guida, ma a pensar male non si sbaglia mai» commenta  Fabio Romiti, vicepresidente del Movimento nazionale liberi farmacisti, che conta 12.500 farmacisti iscritti, per lo più farmacisti non titolari e farmacisti impiegati in parafarmacie. Fra l'altro il tirocinio post laurea per i non abilitati sarebbe praticamente un "doppione" di quello curriculare. «La prima cosa da fare è scegliere se far fare il tirocinio prima o dopo la laurea» è l'appello del vicepresidente del Movimento «altrimenti così viene utilizzato solo per non creare occupazione». Ricordiamo infatti che il tirocinio curriculare è obbligatorio per gli studenti dei corsi di laurea in farmacia e in chimica e tecnologie farmaceutiche, e ammonta a 936 ore spalmate su almeno sei mesi, da svolgere a partire dalla fine del quarto anno di corso, o interamente in una farmacia di comunità o per metà in una farmacia di comunità e per metà in una farmacia ospedaliera. Ciò vuol dire che nelle circa 20mila farmacie italiane dovrebbero arrivare ogni anno circa 4.500 laureandi. Le perplessità sul bando di Campobasso riguardano anche le possibili mansioni dei tirocinanti. «Cosa ci sta a fare un laureato non abilitato e non iscritto all’Ordine in farmacia» aggiunge Romiti «se non può maneggiare i farmaci… fa il magazziniere?». Ma dall’articolo 9 del bando sugli “obiettivi del tirocinio” sembra che ai tirocinanti sia consentito eccome di maneggiare i farmaci... d'altronde come potrebbe essere altrimenti? In particolare, si parla di «apprendimento di abilità tecnico-operative in riferimento alle attività di consulenza e dispensazione di farmaci e prodotti non farmaceutici, alle attività di controllo delle prescrizioni mediche, di acquisto e di conservazione dei farmaci, alle attività di gestione approvvigionamenti e magazzino di tutti i prodotti farmaceutici; acquisizione di abilità e competenze nella gestione dell’accoglienza e del commiato del cliente garantendo la privacy e la risoluzione dei reclami; acquisizione di tecniche di marketing finalizzate alla promozione e alla vendita di prodotti farmaceutici». Tante parole che non hanno convinto il Movimento nazionale liberi farmacisti, che ha chiesto conto all’amministrazione comunale della discutibile condotta. «Ci hanno risposto che si voleva dare un’opportunità ai neolaureati, ma per noi la risposta non è affatto soddisfacente. Abbiamo invitato la Federazione e l’Ordine a vigilare su questa situazione, ora possiamo solo aspettare», spiega. Dal canto suo, il presidente della Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi) Andrea Mandelli promette: «Intendiamo sollecitare il decisore politico e sanitario: gli ordini professionali devono svolgere una costante azione di vigilanza anche su questo aspetto. Quello che è successo è un fatto grave».Il vicepresidente del Movimento nazionale liberi farmacisti mette in guardia sulle insidie di un abuso dei tirocini: «Questo sistema, ripetuto con due tirocinanti l’anno, evita l’assunzione, occupando un’intera annata. E nel caso dei farmacisti ha creato non pochi problemi di occupazione. Per questo consideriamo il tirocinio extracurriculare per i farmacisti immorale». Un altro problema è la previdenza. «Gli iscritti all'albo che vanno avanti con gli stage consumano il bonus dei cinque anni di disoccupazione dopo i quali devono pagare il 50% della quota intera Enpaf, che di questi tempi non è un aspetto da poco», sottolinea Imperadrice. Ma non è solo una questione economica: «In questo lavoro è il rapporto continuativo con il cliente che apporta qualità al servizio», precisa Romiti. Insomma, l’abuso dei tirocini rischierebbe di compromettere non solo la condizione occupazionale della categoria dei farmacisti, ma anche la qualità della prestazione che essi forniscono alla clientela. Ma allo stesso tempo questa formula si traduce in un risparmio notevole per i titolari delle farmacie, in quanto un farmacista regolarmente assunto a tempo indeterminato, partendo dall'inquadramento più basso, costa mensilmente 1.400/1.450 euro netti. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a Federfarma, la Federazione nazionale dei titolari di farmacia italiani, un parere sull'utilizzo dei tirocini nel settore, ma ha ricevuto un diniego: Federfarma  dichiara di non voler prendere una posizione pubblica al riguardo. Fatto sta che tra i beneficiari dei tirocini ci potrebbero essere anche quei non pochi laureati in farmacia che non si iscrivono all'albo per esercitare. In Italia i dottori in farmacia sono infatti circa 70mila, di cui solo 57mila sono diventati poi farmacisti. Anche per questo per il momento i tirocinanti non sembrano destinati a scomparire dalle farmacie.Rossella Nocca

Servizio civile, 53mila opportunità nel bando 2018: candidature fino al 28 settembre

Fino a venerdì 28 settembre sono aperte le selezioni per il Servizio civile. Il bando di quest’anno mette in palio ben 53.363 posti da volontari: più di 6mila opportunità in più rispetto all'anno scorso –  un dato che si avvicina al record storico di 57mila registrato nel 2006. Un numero sempre più consistente di giovani, infatti, decide ogni anno di investire dodici mesi della propria vita in un’esperienza di servizio civile. In Italia o all’estero. Ad esempio, stando ai dati che si leggono sul sito, nel 2016 – ultimo anno per cui sono disponibili le statistiche – le candidature sono state quasi 104mila. Il successo del servizio civile non è dovuto solo a ragioni di vocazione sociale o volontaristica ma anche al rimborso spese relativamente generoso – soprattutto quello per il servizio all’estero – che viene garantito ai volontari selezionati. «Una grande possibilità per fare un’esperienza, sia per sé stessi che per gli altri» nelle parole di Vincenzo Spadafora, 44enne sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega al servizio civile: «Per sé stessi in quanto si aderisce ad un progetto di formazione che potrà servire anche nel mondo lavoro, per gli altri in quanto si investe il proprio tempo in attività importanti per il bene del paese e, in generale, delle altre persone».Andiamo con ordine. Come ogni anno, l’iniziativa si rivolge a ragazzi e ragazze tra i 18 e i 28 anni, che siano cittadini italiani, di altri paesi dell’Unione Europea o extracomunitari con regolare permesso di soggiorno. Il servizio civile dura dodici mesi, può essere svolto una sola volta nella vita e unicamente presso enti pubblici o privati no-profit accreditati. Quest’anno, dei 53mila posti totali, 29mila sono messi in palio attraverso un bando che riguarda gli enti iscritti nell’Albo nazionale. Gli altri 24mila, invece, sono assegnati attraverso ventuno bandi relativi ai progetti degli enti iscritti negli Albi regionali (nel Trentino-Alto Adige c’è un bando sia per la provincia di Trento sia per quella di Bolzano). In tutto si tratta di oltre 5mila progetti per cui potranno essere selezionati i volontari per le attività più disparate nei settori ambiente, assistenza, educazione, promozione del patrimonio artistico e culturale, protezione civile o cooperazione internazionale.Come detto, caratteristica «vincente» del servizio civile è il rimborso spese. A tutti i volontari, infatti, viene riconosciuto un contributo di 433,80 euro al mese, cui va sommato il rimborso per le spese del viaggio iniziale che spetta ai volontari selezionati per un progetto che ha sede in un comune diverso da quello di residenza. Non è una cifra elevata, ma è comunque un importo significativo considerando che il servizio civile generalmente non è un'attività a tempo pieno, in quanto la maggior parte dei progetti prevede un impegno di un certo numero di ore per qualche giorno a settimana (comunque mai meno di 30); inoltre lo svolgimento del servizio civile non porta alla sospensione dell’iscrizione alle liste di mobilità o alle liste di collocamento e, generalmente, non è incompatibile con altre attività. Per il servizio civile all’estero il trattamento economico è ancora più vantaggioso, in quanto al contributo di 433,80 euro va aggiunta un’indennità fissa giornaliera, che varia a seconda del “costo paese” in cui i volontari sono impiegati. Queste indennità oscillano dai 13 euro per i progetti che si svolgono in Africa, Sud-est asiatico, Centro o Sud America, ai 15 per Europa, Nord America e Giappone. Sono inoltre coperte le spese di viaggio – che devono essere anticipate dall’ente – e i volontari hanno diritto a vitto e alloggio (a questo proposito, è previsto un contributo anche per gli enti organizzatori). I percorsi di servizio civile all'estero però sono una esigua minoranza, l'1,5% di tutti i posti disponibili: l'anno scorso, sui 47mila del bando 2017, solo 700 erano all'estero; il dato di quest’anno è 868.Per partecipare alle selezioni occorre andare sul sito e scaricare la domanda di partecipazione da inviare direttamente – via e-mail, a mezzo posta o via pec – all’ente presso cui si desidera svolgere il servizio civile, allegando la documentazione richiesta. Sempre sullo stesso sito si possono consultare gli elenchi dei progetti per cui sono aperte le selezioni e quelli degli enti organizzatori. Gli elenchi si trovano alle sezioni «Scegli il tuo progetto in Italia» o «Scegli il tuo progetto all’estero» – dalle quali si può accedere alle homepage dei siti degli enti organizzatori – oppure partendo dalle pagine web rispettivamente dedicate al bando nazionale e ai bandi regionali. Occorre prestare attenzione alle modalità con cui va presentata la domanda, dettagliatamente spiegate nel bando e chiarite anche dalle Faq. Soprattutto, bisogna tenere presente il fatto che «è possibile presentare una sola domanda di partecipazione per un unico progetto di servizio civile» e che, come si legge nel bando, «la presentazione di più domande comporta l’esclusione dalla partecipazione a tutti i progetti». Per quanto riguarda gli enti, è Arci Servizio Civile quello a offrire più progetti (335 a livello nazionale, con  2.403 volontari coinvolti) in Italia. Tra gli altri “a tre cifre”, si segnalano Confederazione Nazionale Misericordie d’Italia, con 152 progetti e 2.624 posti, Amesci (109 progetti e 1.165 posti), Lega Nazionale Delle Cooperative e Mutue (127 progetti e 752 posti) e Caritas Italiana (191 progetti, 1.373 posti). Per i progetti all’estero, invece, spicca Volontari nel Mondo – Focsiv, con 32 progetti e 370 posti.Anche per quest’anno la regione che offre più opportunità è la Sicilia, il cui bando mette in palio 3.589 percorsi di servizio civile per un totale di 339 progetti. Bene anche la Campania, alla ricerca di 3.524 giovani. Il terzo gradino del podio spetta Lombardia con 296 progetti che coinvolgeranno 3.156 volontari. Tra le altre regioni popolose si segnala il Lazio con 2.615 volontari, di cui 281 all’interno di Roma Capitale. 1.331 sono i giovani che verranno reclutati dal bando della Puglia, 1.168 quelli dal Piemonte. Da segnalare il dato interessante della Sardegna che, nonostante la popolazione non elevatissima, ha pubblicato un bando per ricercare 932 volontari. Il dato è significativo soprattutto se rapportato alla popolazione tra i 18 e 28 residente nell’isola, che si ferma a 173.351: in Toscana il numero di opportunità è praticamente uguale (980) ma i ragazzi della stessa fascia di età sono oltre il doppio (370.497)!Leggendo questi dati si conferma la tendenza degli ultimi anni che vede la richiesta maggiore di volontari – nonché di candidature – provenire dal Sud e dalle isole. Ad esempio, nel 2016 – secondo gli ultimi disponibili sul sito – il 45% delle candidature si è concentrato proprio nel Sud e nelle isole, mentre il Nord e il Centro avevano registrato entrambi un dato attorno al 27,50%.Novità di quest’anno, introdotta con una riforma del 2017, sono i 151 progetti sperimentali, che si rivolgono a 1.236 volontari. La loro caratteristica è poter includere programmi che per certi aspetti si differenziano dal servizio civile tradizionale. Il primo di questi aspetti è la flessibilità della durata del progetto, che può essere anche tra gli 8 ed i 12 mesi. Vi può anche essere la diversa modulazione dell’orario di servizio, che può essere anche di 25 ore a settimana – ossia 5 ore inferiori al minimo per il servizio civile ordinario – o la transnazionalità, nel senso che il percorso, anziché essere svolto tutto nello stesso posto, può avere luogo per la maggior parte del tempo in Italia e per un periodo di durata variabile tra uno e tre mesi in un altro paese dell’Unione Europea (a questo periodo si applica lo stesso regime economico del servizio civile all’estero). Alcuni di questi progetti sperimentali prevedono poi un periodo di tutoraggio da uno a tre mesi mesi – svolto da tutor selezionati a monte sulla base dei curriculum – finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei volontari o, più genericamente, «misure che favoriscono la partecipazione dei giovani con minori opportunità» (ossia i Neet). Il che conferma il ruolo del Servizio Civile come strumento di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.Tra gli enti che propongono progetti sperimentali in Italia si segnalano Associazione ExpoItaly, che si rivolge a 95 volontari, Confcooperative e l’università di Bari alla ricerca, rispettivamente, di 75 e 68 volontari. Il primato spetta però all’Associazione Croce Rossa Italiana, pronta ad accogliere 96 ragazzi. Il solo soggetto a realizzare dei progetti – quattro – sperimentali per l’estero è CESC Project - Coordinamento Enti di Servizio Civile, il cui bando si rivolge a 32 volontari. In questo caso i bandi si rivolgono a lavoratori svantaggiati – ossia disoccupati da almeno sei mesi, di età tra i 15 e i 24 anni,  senza diploma o , soggetti appartententi a una minoranza etnica di uno Stato Ue – persone non inserite in percorsi di istruzione o formazione, iscritte al Programma Operativo Nazionale «Iniziativa Occupazione Giovani», soggeti provenienti da case famiglia e simili, affido familiare e da strutture per minori stranieri non accompagnati, residenti in Calabria, Campania, Puglia, Sicilia (le Regioni “Obiettivo Convergenza”), soggetti a basso reddito.Per qualunque altra informazione sul servizio civile e sugli altri progetti del relativo dipartimento della presidenza del consiglio è possibile visitare il sito o rivolgersi all’Urp al numero 06 67792600.Giulio Monga

“Chiamati al Futuro”: un bando per valorizzare i giovani, ma inquadramento e compensi non sono precisati

Fino al prossimo giovedì 20 settembre è possibile candidarsi per partecipare a “Chiamati al Futuro”, un progetto organizzato e promosso da Cnca, acronimo che sta per Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza. Si tratta di un’associazione di promozione sociale con sede a Roma, nata negli anni Ottanta e presente in diciassette regioni, con una rete di circa 250 affiliate – tra cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato ed enti religiosi – per le quali costituisce un raccordo a livello centrale.  L'organico di Cnca è formato da otto persone tra dipendenti e consulenti esterni – a cui possono essere aggiunti alcuni stagisti per specifici progetti – che si occupano soprattutto di aspetti amministrativi. La rete  associata, invece, è assai ampia e formata da circa 7mila lavoratori nelle organizzazioni che fanno parte del Coordinamento, più 4.500 volontari (secondo gli ultimi dati, rilevati nel 2012). “Chiamati al Futuro” è un’iniziativa che coinvolge alcune di queste organizzazioni, proponendosi di valorizzare le idee dei giovani che saranno coinvolti integrandoli in realtà già attive sul territorio e offrendo loro corsi di formazione su temi artistici, tecnologici, socio-educativi, urbanistico-architettonici, storici e culturali.Il progetto ha un budget totale di 250mila euro, di cui 200mila provengono dal Fondo per le politiche giovanili, gestito dal dipartimento Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio. Gli altri 50mila euro sono messi direttamente da Cnca e dagli altri partner, ossia la Federazione Italiana Cemea (“Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva”), LiberaMente Cemea Taranto e Cemea della Sardegna Cooperativa Sociale. I finanziamenti sono stati ottenuti rispondendo ad un avviso pubblico del governo pubblicato nel 2015. Il progetto si rivolge a giovani tra i 18 e i 35 anni e si propone di creare un effetto leva positivo per le attività che Cnca porta già avanti sul territorio.  L’obiettivo, infatti, è quello di coinvolgere più di 800 ragazzi – soprattutto Neet e altri soggetti con fragilità – oltre a quelli (il numero esatto non è precisato) che saranno selezionati con il bando.Nel presentare la propria candidatura bisogna indicare a quale dei progetti delle realtà coinvolte nell’iniziativa si desidera portare il proprio contributo. Per ciascun progetto saranno selezionati cinque ragazzi, di cui quattro inquadrati come «referenti delle azioni locali» e uno come «responsabile delle azioni locali», che avrà delle responsabilità maggiori e dovrà coordinare tutto il lavoro realizzato assieme ai referenti. In totale, quindi, saranno 40 i ragazzi selezionati. «Nell’ambito di questa iniziativa, i referenti e i responsabili di zona saranno una sorta di raccordo tra la federazione centrale e le varie realtà locali» dice alla Repubblica degli Stagisti Massimo Ruggeri, uno dei responsabili di “Chiamati al Futuro”: «L’idea è che essi riescano a portare il loro sapere sul territorio, valorizzando con il loro talento attività ed iniziative già avviate e facendo sì che altri ragazzi si avvicinino alle nostre realtà».Sia per i referenti sia per i responsabili locali è previsto un contratto di collaborazione con Cnca, valido fino a fine progetto, ossia aprile 2020. Ai primi è riconosciuto un compenso omnicomprensivo di circa 1.000 euro: una somma molto modesta, soprattutto considerato il fatto che l’iniziativa partirà a ottobre e si concluderà nell’aprile 2020. È sostanzialmente un contributo necessario a sostenere tutte le spese necessarie per partecipare agli incontri di formazione. I responsabili locali, invece, riceveranno il quadruplo: 4mila euro. Stando a quanto si legge sul bando, inoltre, il compenso in questione potrà essere erogato solo alla fine del progetto con i ragazzi – sia referenti che responsabili – che sarebbero costretti ad anticipare le spese di tasca propria. «Sappiamo che, ad esempio, per un ragazzo che viene dalla Sardegna raggiungere Roma o una delle altre sedi in cui si svolgeranno i corsi di formazione potrebbe essere proibitivo dal punto di vista economico» ammette Ruggeri: «Stiamo studiando delle formule per erogare il contributo in più tranche, senza dover aspettare la fine del programma, anche se dipende tutto dalle modalità di rendicontazione utilizzate a livello ministeriale». Al momento non si ancora neanche la disponibilità oraria richiesta ai ragazzi, che con tutta probabilità varierà a seconda dei progetti territoriali. Ciò che è certo è che ai responsabili è chiesto un impegno maggiore, sia a livello di tempo che di mansioni, in quanto dovranno coordinare a livello organizzativo le attività di tutto il gruppo selezionato.Tuttavia oltre alla somma prevista dal bando – come spiegato sia da Ruggeri sia dal direttore, Riccardo Poli – i giovani selezionati potrebbero ricevere un compenso anche dalle organizzazioni presso cui, effettivamente, svolgeranno il proprio lavoro. A seconda dei casi, infatti, essi potrebbero essere inquadrati come dipendenti a tempo determinato o come collaboratori. Ma il problema è che c'è anche l'opzione di inquadrarli come semplici volontari e in questo caso il rischio è che non ci sia alcun riconoscimento economico oltre alla possibilità di usufruire delle strutture degli organizzatori: perché, obiettivamente, chi mai farebbe un contratto a tempo determinato (con tutti gli oneri di retribuzione, contribuzione, tasse...) quando può avere la stessa persona come volontario e completamente gratis, senza avere alcun onere nei suoi confronti? La Repubblica degli Stagisti ha posto a Cnca la questione: «Al momento questi aspetti sono ancora in via di definizione, ma contiamo di avere un quadro completo entro ottobre» è la risposta di Ruggeri.Stessa domanda anche a Mauro Turrisi, che segue “Chiamati al Futuro” per conto dell’ente Cemea Taranto. «I ragazzi da noi selezionati contribuiranno allo sviluppo del progetto “Cafè Ludico”, già attivo nella promozione del gioco come valore sociale nel territorio di Martina Franca» risponde Turrisi: «La formula migliore riteniamo sia quella del contratto di collaborazione, anche se al momento non sappiamo con certezza se potremmo garantire ai ragazzi un compenso economico. Il nostro obiettivo, comunque, è quello di proseguire la collaborazione con i giovani talenti selezionati anche al termine de “Chiamati al Futuro”, ricorrendo a contratti a tempo indeterminato, determinato o di collaborazione». Almeno una volta tanto non si parla di tirocini, ma non è detto che sia una buona notizia: al di là dei buoni propositi per il futuro, resta il fatto che dal punto di vista di compensi e inquadramento, la situazione è ancora un cantiere aperto. «Purtroppo le risorse messe a disposizione dal governo erano molto poche e abbiamo dovuto lavorare di fantasia cercando di coniugare il più possibile le esigenze dei ragazzi con quelle della federazione e con quelle delle varie entità locali coinvolte» si giustifica Ruggeri «L’auspicio è che, grazie a risorse diverse che possono derivare da finanziamenti locali o da donazioni, le organizzazioni del territorio possano garantire un corrispettivo adeguato ai ragazzi e, soprattutto, possano instaurare con essi delle collaborazioni di lunga durata».“Chiamati al Futuro” ha avuto una vita piuttosto accidentata: nonostante l’avviso pubblico del governo a cui ha risposto Cnca fosse – come detto – del 2015, il via libero definitivo della Presidenza del consiglio è arrivato soltanto nella primavera 2018. Il ritardo, causato da una serie di intoppi e rallentamenti burocratici che hanno interessato il Dipartimento della presidenza del consiglio, è da considerarsi tra i motivi per cui la questione dei compensi è ancora in via di definizione.In via di definizione sono anche le sedi in cui si svolgeranno gli incontri di formazione. Intanto almeno si sa quali sono le cooperative sociali affiliate a Cnca coinvolte, che si trovano a Brescia (Il Calabrone Cooperativa Sociale), nell’Alta Padovana (Maranatha), a Rimini (Il Millepiedi), a Bologna (Open Group) a Conversano, in provincia di Bari (Itaca) e a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza (Adelante). Altri territori interessati dalle attività del progetto saranno le provincie di Taranto e Cagliari, dove operano i partner di Cnca LiberaMente Cemea Taranto e Cemea della Sardegna Cooperativa Sociale.Per sottoporre la propria candidatura occorre avere tra i 18 e i 35 anni e presentare la documentazione indicata nel bando: domanda di partecipazione compilata, cv, copia di documento d’identità, breve testo in cui si motiva la scelta di aderire ad uno specifico progetto. La documentazione può essere inviata via e-mail all’indirizzo ufficionazionale [chiocciola] cnca.it –  con richiesta di conferma lettura e con oggetto «Avviso Chiamati al futuro» – a mano o per posta alla sede romana di Cnca, in via S. Maria Maggiore 148; l’ufficio è aperto da lunedì al venerdì dalle 9 alle 17. Gli organizzatori effettueranno le selezioni e individueranno i responsabili e i referenti locali sulla base della documentazione ricevuta. La graduatoria finale sarà pubblicata entro sabato 29 settembre sul sito ufficiale di Cnca.Giulio Monga

Specializzandi in farmacia ospedaliera, gli “invisibili” senza stipendio del Servizio sanitario nazionale

Stessi doveri, ma non stessi diritti. Gli specializzandi in farmacia ospedaliera, proprio come quelli in medicina, svolgono presso il Servizio sanitario nazionale la propria specializzazione, che dura quattro anni e prevede 1.500 ore annuali di tirocinio. E avrebbero diritto, parimenti ai medici, ai contratti di formazione specialistica.Tuttavia «per i farmacisti ospedalieri sono in subordine alla capienza “delle risorse già previste”, e questa condizione fa scivolare il diritto nell’impossibilità, perché i fondi sono a mala pena sufficienti per coprire il fabbisogno dei medici specialisti», spiega alla Repubblica degli Stagisti Paolo Serra, responsabile nazionale area giovani e precari del Sindacato nazionale farmacisti ospedalieri (Sinafo). Ma non solo. Gli specializzandi in farmacia ospedaliera devono pagare mediamente 2.500 euro l'anno di tasse universitarie più 4.500 euro di aliquota intera all'Inps. La Repubblica degli Stagisti ha cercato di mappare il settore della farmacia ospedaliera in Italia rivolgendosi all'ente di riferimento, la Società italiana di farmacia ospedaliera e dei servizi farmaceutici delle aziende sanitarie (Sifo), ma a tre mesi dalla richiesta esso non è stato in grado di fornire i numeri sulle farmacie ospedaliere e i farmacisti ospedalieri attivi in Italia e sul fabbisogno annuale della categoria. Incredibile ma vero, Sifo non sa dire quante farmacie ospedaliere siano attive in Italia e quanti farmacisti ospedalieri impieghino, quale sia il fabbisogno annuale medio della categoria e neppure quanti posti vengano banditi annualmente dal Servizio sanitario nazionale. Comunque. Nel 2010 è arrivato in Parlamento il disegno di legge “Disposizioni per l’equiparazione dello status contrattuale ed economico dei laureati specializzandi medici e non medici che afferiscono alle scuole di specializzazione di area sanitaria”, che però non è riuscito a trovare i numeri per l’approvazione. Nel 2013 una sentenza del Consiglio di Stato ha imposto ai ministeri l’obbligo di retribuire gli specializzandi, in osservanza all’art.8 della legge n.401/2000. Per effetto della sentenza, le Scuole di specializzazione in farmacia ospedaliera (Ssfo) sono state chiuse per timore di ricorso. Successivamente il decreto legge n.42/2016 ha abrogato l’articolo e le scuole hanno ripreso a bandire concorsi. Da allora gli specializzandi continuano a prestare lavoro gratuito al Ssn. E così i rappresentanti della piccola ma agguerrita categoria stanno pensando di fare quello che i colleghi di medicina fecero all'incirca vent'anni fa: fare ricorso alla Corte europea per veder sancito il loro diritto di essere inquadrati come lavoratori (ancorché "in formazione"), a essere pagati e a ricevere anche i contributi previdenziali. Tutti diritti che fino a soli vent'anni fa erano negati anche ai medici specializzandi, e che ora a quei medici sono garantiti proprio grazie a una sentenza.L’ultima delusione è arrivata con l’esclusione della categoria dal decreto n.402/2017, relativo ai requisiti minimi e agli standard delle scuole di specializzazione di area sanitaria. «L’inserimento nel decreto avrebbe garantito e migliorato la qualità del nostro percorso formativo specialistico. Inoltre saremmo stati al passo con gli standard europei e avremmo potuto rivendicare con voce ancora più forte il nostro diritto ai contratti di formazione» commenta Antonio Pirrone, presidente della Rete nazionale degli specializzandi in farmacia ospedaliera. La Renasfo, nata quattro anni fa per portare avanti la lotta per il riconoscimento dei diritti della categoria, dall'ottobre 2017 è un’associazione studentesca che conta circa 200 iscritti tra soci ordinari, ovvero specializzandi, e soci sostenitori. La scuola di farmacia ospedaliera ha una storia di quarant’anni - il primo concorso venne bandito a Napoli nel 1978 - ed è obbligatoria per accedere ai ruoli del Servizio sanitario nazionale. Oggi in Italia ci sono ventidue scuole di specializzazione in farmacia ospedaliera, per un totale di circa 130 specializzandi. Numeri tutto sommato piccoli. «Per finanziare i nostri contratti di formazione basterebbero 10-15 milioni annui, ovvero il 3% dei contributi per i colleghi medici» puntualizza infatti Pirrone. Certo è che la situazione attuale fa del farmacista ospedaliero una professione “per pochi”. «A parte i pochi fortunati vincitori di borse, per lo più universitarie e regionali, molti di noi sono costretti a fare turni di notte o a lavorare il fine settimana in farmacie aperte al pubblico. A lungo andare questo mira la nostra formazione e non ci permette di raggiungere gli standard che lo Stato ci richiede», aggiunge Pirrone.Le borse di studio erogate dall’università sono sempre più rare. Ad esempio l’università di Milano, che negli anni scorsi ne metteva a disposizione quattro, nell’ultimo bando ne ha assegnate solo due, sulla base del reddito personale (non superiore a 7mila euro annui) e del principio di meritocrazia (posizionamento in graduatoria dopo il test di ammissione). Poi ci sono le borse di studio finanziate dalle strutture ospedaliere o territoriali, bandite dalle singole strutture e assegnate per titoli e colloquio. «Devo dire che alla fine dello scorso anno, con lo sblocco dei fondi regionali di Farmacovigilanza, questi bandi sono notevolmente aumentati in Lombardia» racconta il presidente di Renasfo «garantendo la copertura economica di molti colleghi. Ma questa non rappresenta la soluzione alla nostra situazione, lo ritengo un semplice palliativo che per il momento ci fa sopravvivere». Un altro problema che grava sulla condizione della categoria è quello della previdenza. «È stato incrementato il periodo in cui si può usufruire della riduzione dell’aliquota al 3%» spiega Pirrone «ma permangono altre problematiche, come il fatto che le borse di studio non contemplano la copertura previdenziale obbligatoria dell’Inps e che lo specializzando è costretto a pagare l’aliquota intera». Oggi l’unica strada possibile per ottenere il riconoscimento dei diritti rivendicati appare quella giudiziaria. «Dopo anni di dialogo con la parte politica e istituzionale non rimane che adire alle vie legali» afferma Serra «per inseguire, attraverso la magistratura, quello che riteniamo un diritto equo e dignitario».Rossella Nocca

Diritti dei riders, cosa dice la Carta di Bologna – e perché Foodora e gli altri big non la firmano

Con il boom della cosiddetta gig economy capita sempre più spesso, aggirandosi per le città italiane, di imbattersi nei riders, fattorini in bicicletta o motorino che consegnano cibo su ordinazione per conto di piattaforme popolari come Foodora, Globo, Just Eat o Deliveroo. La Fondazione Debenedetti stima che in Italia ce ne siano circa 10mila.Si tratta di figure utilizzate spesso come rappresentazione della situazione precaria del mercato del lavoro in cui si muovono le nuove generazioni. In particolare, negli ultimi mesi la questione è stata sotto la luce dei riflettori per via di diversi attacchi da parte di sindacati, prese di posizione di alcuni politici e inchieste giornalistiche che hanno evidenziato l’estrema precarietà di un settore economico –non per niente «gig economy» si traduce con «economia dei lavoretti» – caratterizzato dall’utilizzo di co.co.co. o collaborazioni occasionali con pagamenti – esigui – «a consegna». Il settore è scarsamente regolamentato in quanto diversi principi giuslavoristici si applicano a fatica ai rapporti di lavoro, assai atipici, tra i riders e le piattaforme per cui effettuano le consegne.Tra le varie iniziative sorte negli ultimi mesi spicca la Carta di Bologna («Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano»), in vigore da fine maggio per iniziativa della giunta del sindaco PD Virginio Merola. Si tratta del primo accordo in Europa tra riders, sindacati – oltre al sindacato di base Riders Union, protagonista della trattativa, anche Cgil, Cisl e Uil –, istituzioni e piattaforme digitali. «Abbiamo deciso di non aspettare. Abbiamo chiamato anche i sindacati, e abbiamo chiesto alle società di non mandarci i loro legali ma quelli che avevano potere di firma» ha raccontato di recente l’assessore Marco Lombardo durante un evento dell'associazione Milano In – Innovare x Includere a Milano, ricordando come la scintilla che ha dato avvio all'iniziativa è stato uno sciopero “natalizio” organizzato lo scorso dicembre da Riders Union. Ma dalla parte delle aziende hanno firmato la Carta soltanto Sgnam e MyMenu – start-up emiliane di recente fuse in Meal srl – che insieme rappresentano più o meno duecento lavoratori, sul totale dei cinquecento riders che operano sul territorio bolognese, mentre sono rimasti fuori tutti i big del settore. «Queste due piattaforme sono piccoline a livello nazionale, ma a Bologna rappresentano una rilevante quota sul totale dei riders attivi» spiega Lombardo.Il documento è molto snello: è composto da dodici articoli in cui sono elencati e disciplinati i «diritti fondamentali» dei riders. La Carta è organizzata in quattro punti programmatici, in cui sono stabiliti «standard minimi di tutela che si applicano a tutti i lavoratori e collaboratori operanti all’interno del territorio della Città metropolitana di Bologna» che lavorano per conto di una o più piattaforme digitali. La Carta si applica ai riders «indipendentemente dalla qualificazione dei rapporti di lavoro» con l’azienda. Tra i primi diritti/obblighi quello per cui le piattaforme devono comunicare informazioni come la propria identità, la data di inizio e la durata prevista il compenso e le modalità di pagamento e la procedura per terminare il rapporto di lavoro. Significativa la specificazione per cui «in mancanza di un luogo di lavoro fisso o predominante, il principio che il lavoratore è impiegato in luoghi diversi o è libero di determinare il proprio luogo di lavoro». La previsione è importante in quanto una delle critiche principali mosse negli ultimi mesi alle piattaforme è quella per cui i riders – pur non essendo inquadrati come dipendenti – siano, di fatto, obbligati a ritrovarsi in determinati luoghi da cui ricevere gli ordini di consegna dalle piattaforme.La parte principale della Carta è il Capo III, dedicato ai diritti della persona, tra cui quello ad un compenso orario fisso «equo e dignitoso», che ogni piattaforma deve garantire ai rider. Il compenso in questione, in particolare, non deve essere inferiore ai minimi tabellari «sanciti dai contratti collettivi di settore» sottoscritti dalle organizzazioni sindacali (al momento sono in corso negoziazioni in questo senso a livello nazionale). Inoltre, la Carta prescrive che ai lavoratori debbano essere garantite indennità per il lavoro notturno, nei giorni festivi o in «condizioni metereologiche sfavorevoli». Figurano nel documento anche il divieto di qualsiasi discriminazione e l’obbligo di comunicare con congruo preavviso e per iscritto il recesso dal rapporto di lavoro. Ai riders è riconosciuto anche il diritto di connessione e di disconnessione – il che non è banale, trattandosi di lavoratori «digitali» – oltre che ai diritti a formare organizzazioni sindacali, di sciopero (definito «diritto al conflitto») e alla tutela dei dati personali.Fondamentale è il riconoscimento di un diritto alla salute e alla sicurezza, da proteggere «indipendentemente dalla qualificazione giuridica» del rapporto di lavoro. Si tratta di una delle questioni più controverse di tutta la materia in quanto diverse inchieste giornalistiche hanno stimato come l’ottanta per cento circa dei riders, essendo inquadrati come collaboratori occasionali, non ha assicurazioni pagate dalle aziende. A questo proposito, la Carta prescrive invece che le piattaforme si facciano carico di «un’assicurazione che copra i lavoratori dal rischio di infortuni e di malattie sul lavoro», oltre che dai danni causati in caso di incidenti stradali – anche nei confronti dei terzi. Eventualità, quest’ultima, assai comune dal momento che i riders sfrecciano in bicicletta o in moto nelle città. Sempre a proposito di sicurezza, le piattaforme che hanno sottoscritto la Carta si impegnano, inoltre, a fornire ai riders «strumenti idonei e dispositivi di sicurezza obbligatori», oltre che a rimborsare in tutto o in parte le spese di manutenzione degli strumenti di lavoro, come ad esempio le biciclette.Gli ultimi due articoli della Carta riguardano gli impegni programmatici del comune di Bologna per promuovere il documento. Emblematico, a questo proposito, il fatto che Merola abbia chiesto pubblicamente di boicottare le piattaforme che non hanno aderito all’iniziativa. Come detto, queste ultime sono in realtà tutte le big del settore. Gianluca Cocco, ceo di Foodora Italy – società che recentemente ha annunciato il proprio addio dall’Italia – si è giustificato sostenendo che ci sarebbe il rischio di una «geopardizzazione» delle regole: «Pensiamo che il tavolo su cui articolare questa discussione sia a livello nazionale», e anche Deliveroo si è allineata.A livello nazionale, come noto, la situazione è in evoluzione. Nel suo primo appuntamento da ministro del lavoro, Luigi Di Maio – incontrando una delegazione di riders – aveva definito la categoria come «il simbolo di una generazione abbandonata» e aveva garantito l’impegno del governo sulla questione. Dopo vari incontri con le piattaforme, Di Maio aveva quindi annunciato l’apertura di una concertazione per scrivere un contratto collettivo in materia (che sarebbe il primo in Europa). Annuncio che, di riflesso, ha però portato all’esclusione dei riders dal decreto dignità. Nel frattempo, a metà luglio Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti hanno annunciato il riconoscimento dei riders come lavoratori subordinati nel contratto collettivo nazionale della logistica. Una dichiarazione però «unilaterale», che non ha soddisfatto gli attivisti di Riders Union Bologna, per cui il problema permarrà a prescindere, non essendo i riders assunti dalle piattaforme come lavoratori subordinati. E a fine luglio alcuni giornali hanno riportato la notizia del licenziamento per motivi «disciplinari» di Tommaso Falchi – portavoce di Riders Union che ha fatto parte della delegazione incontrata da Di Maio – che, a quanto riferito dai media, è stato sanzionato dall’impresa per cui lavorava per aver usato il furgone aziendale per lo sciopero.La situazione a livello nazionale è ancora in divenire e assai incerta; e per questo la Carta di Bologna può rappresentare un importante modello cui far riferimento.Giulio Monga

Saggistica da ombrellone? Un libro propone come migliorare il mondo del lavoro

Il mondo del lavoro è cambiato, questo lo sappiamo. Un mondo spesso popolato di persone con “lavoretti” poco stabili, di contratti (quando ci sono) a breve termine, di gig economy, di incertezza economica e – per diretta conseguenza - talvolta perfino esistenziale. Di giovani più o meno istruiti che scappano all'estero per cercare fortuna e di altri che restano a casa senza sapere dove sbattere la testa, che ancora oggi fanno tirocini mal pagati e senza prospettive, che impiegano anni interi per raggiungere un minimo di autonomia e sicurezza. E per quanto si cerchi di fare, non solo in Italia, ma anche a livello europeo, per contrastare il fenomeno della disoccupazione e del precariato (giovanile e non), gli unici movimenti si registrano ancora in differenze infinitesimali nei tassi Istat. La tendenza, insomma, rimane persistente. Ci vorrebbe una rivoluzione? Può darsi. Ed è proprio una piccola rivoluzione quella di cui parla Sandrino Graceffa, amministratore delegato di SMart, cooperativa di tutela e gestione di progetti creativi, nel suo libro Rifare il mondo… del lavoro. Un’alternativa alla uberizzazione dell’economia, edito da DeriveApprodi l'anno scorso. Una rivoluzione che parla di imprese cooperative condivise piuttosto che di startup, di mutualismo invece che di iper-concorrenza e di solidarietà redistributiva al posto di sistemi di protezione sociale ormai anacronistici rispetto al panorama non solo nazionale, ma anche europeo e mondiale. Le premesse sono quelle già citate: se negli anni Ottanta il lavoro era visto come un giogo e qualcosa di cui si sarebbe voluto fare a meno, oggi essere senza lavoro è causa di sofferenza. Il lavoro salariato permanente a tempo pieno, però, attualmente rappresenta solo il 22,5% dei lavoratori a livello mondiale, una minoranza assoluta. Il mercato è dominato da due tendenze: da un lato, sono in aumento forme di lavoro “a tempo parziale”, spesso più per obbligo che per scelta, e dall'altro crescono le forme di lavoro autonomo, naturale frutto di un'economia condivisa dove gli strumenti di produzione sono dematerializzati e sempre più legati alla capacità intellettuale e allo spirito creativo. E' questa l'“uberizzazione” di cui parla Graceffa, un sistema in cui potenzialmente ci sarebbero tutti i presupposti per un grande livello di autonomia ed emancipazione, ma che in realtà sempre più atomizza i lavoratori nelle loro attività, generando un contesto iper-concorrenziale in cui è difficile sopravvivere.La questione è a maggior ragione vera per i giovani di oggi, che si ritrovano ad avere a che fare non solo con un numero crescente di datori di lavoro (secondo Graceffa, dagli anni Sessanta il numero medio dei datori di lavoro che si incontrano si è moltiplicato per tre, e nei prossimi decenni è destinato a decuplicarsi) ma anche con esperienze lavorative spesso molto diverse tra loro. E se da un lato questa varietà rischia di compromettere l'integrità del percorso professionale, dall'altro comunque è garanzia di acquisizione di un gran numero di competenze, specifiche ma anche e soprattutto soft, spendibili in ogni contesto. Non è quindi a caso, spiega Graceffa, se i giovani di oggi tendono sempre più a diversificare esperienze e capacità e contestualmente puntano a volersi spendere in contesti più ibridi e articolati rispetto al classico impiego in banca o in azienda. Lavorare per progetti e per interessi, poiché se il posto fisso ormai è un miraggio, tanto vale trovare qualcosa che interessi e coinvolga davvero. Così, se i profili professionali più richiesti al giorno d'oggi sono specialisti dell'ICT, ingegneri e programmatori (di cui c'è grande carenza), al contrario sono tanti i professionisti che optano per carriere creative. Come quelli appartenenti al mondo dello spettacolo, gli stessi che SMart supporta ogni giorno. Secondo l'Osservatorio Gestione Lavoratori dello spettacolo e sportivi professionisti dell'Inps, il numero di lavoratori dello spettacolo con almeno una giornata retribuita nel 2017 è risultato pari a 306.234 (attori in testa), di cui la classe di età più numerosa è quella tra i 25 e i 29 anni con 44.219 lavoratori (il 14,4% del totale). Ma le retribuzioni? Scarse, in effetti: mediamente meno di 11mila euro all'anno.Anche questo fa parte del problema: al di là della spendibilità del proprio profilo professionale, in diversi settori – dice Graceffa - il fenomeno dell’auto-impiego sta promuovendo la crescita di vere e proprie forme di auto-sfruttamento. E sono tanti, probabilmente troppi coloro che finiscono per doversi accordare con il datore di lavoro su una somma forfetaria in cambio delle proprie prestazioni: in questi casi per il lavoratore è difficile arrivare a guadagnare più di 4 euro l’ora, e i pochi contributi versati non consentono di avere tutele e servizi commisurati al proprio lavoro. Una tendenza che si ripercuote sull'intero sistema: basti dire che, secondo l'Istat, nel 2015 l'economia sommersa (dove il lavoro nero fa il paio con le attività illegali) aveva un valore di 208 miliardi di euro, il 12,6% del Pil. Il lavoro dipendente a tempo indeterminato, insomma, non è più la forma predominante, ma nemmeno l’autoimprenditorialità universale può essere una via sostenibile per il futuro. Occorre trovare una terza via tra l’iperflessibilità e atomizzazione completa del lavoratore da un lato, e l’iperprotetto sistema fondato sul lavoro a durata indeterminata dall’altro. La soluzione che Graceffa propone a tal proposito muove in due direzioni: da un lato, la creazione di un regime europeo universale di protezione sociale (Reups) che riunisca i principi fondanti della previdenza sociale nel continente, rendendo la mobilità lavorativa più sostenibile. Dall'altro, l'introduzione di sperimentazioni sociali come le cooperative d’attività e impiego multisettoriali in Francia, organizzazioni dove le persone sono al tempo stesso salariati e soci dell’impresa, fissano la remunerazione e la indicizzano secondo il fatturato e non secondo il tempo di lavoro o le tabelle contrattuali. Un modello positivo che, secondo l'ad di SMart, potrebbe essere preso da esempio e implementato anche in diversi gruppi sociali e imprese.Potrebbe funzionare su larga scala? Difficile a dirsi, almeno per ora. Ma esempi positivi di certo non mancano: uno su tutti è Bigre!, primo esperimento transnazionale tra Francia e Belgio fondato su una comunità unica di lavoratori autonomi che garantiscono scambi mutualistici nella gestione fiscale, protezione sociale, auto-finanziamento e tutela dei diritti dei lavoratori intermittenti o indipendenti.Troppo lontano dalla realtà? L’inizio di un’economia parallela senza scopo di lucro, basata sulla condivisione e la solidarietà redistributiva, è già in atto. La macchina del cambiamento, silenziosa ma tenace, è partita, e Graceffa ci dice che sta crescendo in maniera organica e pervasiva. Chissà che non raggiunga anche voi, lì sotto l'ombrellone, mentre sfogliate le pagine di questo libro.Irene Dominioni

All'estero con il programma “au pair”: un’esperienza per tutti, ma solo uno su dieci è maschio

Ogni volta che sentiamo parlare di lavoro au pair, si parla di “ragazze alla pari”. E forse in pochi sanno che questa esperienza non è preclusa ai maschi. Semplicemente, si tende a pensare che le mansioni del lavoro alla pari siano tipicamente femminili, ma è ora di sfatare anche questo tabù. «Le persone che fanno un'esperienza "au pair" sono circa 80-100mila all'anno in tutto il mondo», spiega Patricia Brunner, managing director dell'International Au Pair  Association (Iapa): «L'ottanta-novanta per cento sono donne. I principali paesi ospitanti sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Austria, mentre quelli che inviano più ragazzi alla pari sono Germania, Brasile, Colombia e Messico».In Italia il fenomeno au pair è in crescita. «Nell’ultimo anno i numeri delle partenze sono quasi raddoppiati, arrivando a 1.300 ragazzi italiani alla pari, senza considerare le partenze “clandestine” con le tante agenzie non ufficiali o con accordi privati», spiega Gaia Leonardi, presidente dell’agenzia International Au Pair Italy nonché dell'Associazione nazionale italiana delle agenzie alla pari (Aniap), «Attualmente il rapporto tra i ragazzi e le ragazze che partono è di uno a dieci. Le ragazze sono sicuramente le più richieste, soprattutto se hanno esperienza con i bambini, ma i ragazzi stanno aumentando». Le mete preferite dagli italiani sono Gran Bretagna e Irlanda – per lo più per la maggiore vicinanza e per la lingua – seguite da Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Francia, Germania, Cina. Il 90% delle esperienze au pair va a buon fine: solo il 10% viene interrotto prima del termine. Tra le destinazioni, l'Italia negli ultimi anni ha perso appeal. «Sono drasticamente calati gli arrivi di ragazzi alla pari nelle famiglie italiane – solo 600 quest’anno – soprattutto dai paesi extra Ue, in quanto l’Italia non ha recepito la direttiva Ue n.801/2016» aggiunge Leonardi «che negli altri paesi autorizza i cittadini di paesi terzi a soggiornare all’estero per motivi di collocamento alla pari per l’intera durata del periodo au pair, quindi per loro il limite di permanenza è di soli tre mesi». L’esperienza au pair è considerata un progetto di scambio culturale per l’apprendimento e il perfezionamento di una lingua straniera, regolamentato a livello europeo. Il periodo all’estero può variare fra tre mesi e un anno e possono fare domanda per diventare au pair i giovani fra i 17 e i 30 anni, anche se nella maggior parte dei paesi la fascia è compresa fra i 18 e i 27. I candidati devono essere non sposati, senza figli e avere una conoscenza almeno basilare della lingua del paese in cui intendono soggiornare. Conoscenza che sarà approfondita con appositi corsi in loco dal costo medio di 100-150 euro. «Chiediamo ai ragazzi di compilare un questionario con le loro referenze da baby sitter, le certificazioni quali diploma e corsi di lingua, la patente di guida, il certificato medico e quello giudiziario», spiega alla Repubblica degli Stagisti Elizabeth Lenihan, presidente della Celtic ChildCare Aupairs, agenzia affiliata all’Aniap e all’International Au Pair Association. Le famiglie che intendono ospitare ragazzi alla pari in Italia devono avere bambini minorenni in casa eassicurare  al ragazzo o alla ragazza una camera singola, un bagno di uso esclusivo, il vitto e un pocket money settimanale minimo che, in linea con lo standard europeo, è di 80 euro per circa 30 ore di aiuto a settimana. Nel Regno Unito la British Au Pair Agencies Association (Bapaa) raccomanda un pocket money di almeno 80 sterline – ovvero quasi 90 euro – a settimana. In Francia si percepiscono tra i 70 e gli 80 euro, in Irlanda si arriva a ricevere circa 162 euro a settimana, negli Stati Uniti circa 140 dollari per un massimo di 45 ore a settimana. In Italia la cifra media varia di città in città: ad esempio a Roma si mantiene sugli 80 euro, mentre a Milano può arriva a 90-100 euro. Il lavoro alla pari è classificato in varie tipologie. C’è la formula demi pair, che consiste nella collaborazione in famiglia per cinque giorni alla settimana, con tre ore al giorno di lavori domestici e cura dei bambini; tempo libero al mattino o al pomeriggio; due giorni e tre sere liberi alla settimana. E c’è la demi pair plus, alle stesse condizioni, ma con quattro ore al giorno di lavoro anziché tre. Altra opzione è la formula au pair: collaborazione in famiglia per sei giorni alla settimana, per cinque ore al giorno di lavori domestici e cura dei bambini; tempo libero al mattino o al pomeriggio; un giorno e tre/cinque sere libere alla settimana. Anche qui è prevista la versione plus: sei giorni di lavoro per cinque/otto ore al giorno (massimo 40 ore di lavoro settimanali); con quattro/cinque pomeriggi, tre/quattro sere e uno/due interi giorni liberi alla settimana. Infine ecco la formula mother’s help: collaborazione in famiglia per 50 ore settimanali; con due/tre sere di baby sitting; un giorno e mezzo libero e tre/cinque sere libere. Quest’ultima prevede un pocket money superiore, che può arrivare a 120 euro settimanali. Tuttavia in Italia, secondo quanto stabilito dalla legge n.304/1973, l'impegno dell'au pair non deve superare le 5 ore giornaliere per 6 giorni a settimana, quindi la soglia massima è di 30 ore settimanali (comprese le ore serali di babysitting). Ma come fare per diventare ragazzi alla pari? «Il primo consiglio è quello di rivolgersi ad agenzie affidabili, come quelle affiliate all’Aniap», suggerisce Gaia Leonardi, «che supportano i ragazzi sia pre partenza che sul posto, attraverso una figura di riferimento nel paese ospitante». Questo è l’unico modo per difendersi dalle truffe: «Qualche tempo fa sono stata contattata da una ragazza che aveva trovato tramite Facebook una famiglia ospitante, che prima le ha chiesto 1.800 euro per il visto e poi è sparita». Insomma, in questi casi, è preferibile evitare il fai-da-te. «Noi forniamo a chi parte la lista dei ragazzi e delle ragazze alla pari presenti nella zona, li mettiamo in contatto tramite un gruppo Facebook e abbiamo solo famiglie ben referenziate», spiega Lenihan.I costi del servizio variano di agenzia in agenzia. La International Au Pair Italy, ad esempio, richiede 90 euro di tassa di iscrizione e poi 300 euro alla famiglia ospitante e 200 al ragazzo che vuole partire. La Celtic ChildCare non richiede ai ragazzi tassa di iscrizione, ma direttamente 350 una volta stipulato il contratto au pair. Invece le famiglie ospitanti pagano dai 290 ai 790 euro – più 125 di iscrizione – per un periodo di ospitalità da un mese a dodici mesi. Per i ragazzi sono da aggiungere le spese di passaporto e visto, che dipendono ovviamente dalla scelta del paese. Ad esempio per andare negli Stati Uniti si spendono 600 euro tra visto e costi di agenzia. Ogni stato disciplina diversamente l’accoglienza dei ragazzi alla pari. Ad esempio negli Usa i costi del viaggio di andata e ritorno e dell’assistenza sanitaria sono a carico della famiglia ospitante. Qui inoltre si richiedono: età fra i 18 e i 26 anni, patente di guida, diploma di scuola media superiore una discreta conoscenza dell’inglese. Il corso di lingua sul posto è obbligatorio. La Svizzera ospita per un periodo non inferiore ai 12 mesi. In Islanda esiste il limite di 25 anni, e si richiedono: il possesso del diploma di scuola media superiore, l’esperienza nella cura dei bambini e una buona conoscenza della lingua inglese. Poi ovviamente ci sono le richieste delle singole famiglie: c’è chi richiede che il giovane abbia la patente di guida, chi accetta solo non fumatori... e così via. Il consiglio è di fare domanda almeno tre mesi prima della partenza, per dare all’agenzia il tempo di selezionare la famiglia e avere modo di conoscerla attraverso telefonate e videochiamate. Poi si stipula una sorta di contratto che definisce tutti gli aspetti del rapporto, dagli orari al pocket money.Ma perché un ragazzo dovrebbe fare un’esperienza alla pari? «Lavoro da una decina d’anni nel settore e ho scelto di farlo dopo aver ospitato ragazzi alla pari e dopo aver mandato le mie figlie all’estero con questo programma», racconta Leonardi, «perché credo che sia un’esperienza completa e il modo più genuino e più forte per conoscere una nuova cultura: bisognerebbe farla conoscere di più, soprattutto ai maschi!».Rossella Nocca

All’Europol settanta stage all'anno con rimborso di 800 euro al mese: gli italiani sono in prima fila

Tra le agenzie UE che ogni anno offrono a giovani studenti e neolaureati l’opportunità di un tirocinio nei propri uffici c’è l’Europol (European Police Office), organismo che gestisce la cooperazione in materia di intelligence degli stati membri dell’Unione. Da non confondersi con l’Interpol, che ha sede a Lione ed è l’organizzazione che si occupa di cooperazione di polizia e contrasto al crimine internazionale e a cui aderiscono 192 nazioni di tutto il mondo. Sin dalla sua fondazione nel 1999, l’Europol accoglie ogni anno una settantina di stagisti.Sarà il rimborso spese mensile che sfiora gli 800 euro al mese, sarà per il fascino dell'intelligence, fatto sta che gli italiani sono sempre al primo posto nella lista dei candidati per questi stage: nel 2018, quasi un quarto dei candidati per una posizione da stagista nell’agenzia proveniva dall’Italia. Un dato che si riflette nel numero di tirocinanti ammessi in quanto, con 15 stagisti, l’Italia costituisce la nazione più rappresentata tra gli stagisti che hanno raggiunto o raggiungeranno gli uffici nel corso di quest’anno. Al secondo posto i Paesi Bassi, in cui si trova la sede dell’organizzazione (a l’Aja).Come la maggior parte delle agenzie UE, l’Europol ha un documento in cui sono contenute tutte le regole sugli stage che si svolgono nei propri uffici. Si tratta della Decisione del direttore esecutivo sui tirocini (Decision of the Executive Director on Internships) approvata per la prima volta nel 2016 e aggiornata lo scorso 15 marzo e consultabile sulla pagina del sito dedicata ai tirocini. All’interno di questo documento è chiarita la natura del tirocinio, che deve essere vincolato ad un progetto formativo e non deve essere finalizzato alla copertura di posti in organico. La Decisione disciplina quindi ogni aspetto relativo agli stage: come la durata, i requisiti necessari e le modalità per presentare la propria candidatura, lo svolgimento delle selezioni, le regole di condotta e il rimborso spese.Gli stage durano, in media, tra i tre e i sei mesi e agli stagisti ammessi l’Europol garantisce un rimborso spese di 793 euro al mese più i costi di viaggio. Possono candidarsi i cittadini di un Paese UE che siano maggiorenni e laureati o laureandi in una disciplina collegata alle attività di intelligence dell’agenzia. Scienze politiche, reazioni internazionali, studi legati alla sicurezza e all’intelligence, scienze della comunicazione e altre materie umanistiche sono i background che vanno per la maggiore tra gli stagisti degli ultimi anni. Prerequisito per essere ammessi è la conoscenza di almeno due lingue dell’Unione, una delle quali deve essere per forza l’inglese, che è la lingua lavorativa dell’agenzia. È vietato candidarsi a coloro che abbiano già lavorato o abbiano svolto un tirocinio per più di sei settimane in un altro organismo, istituzione o agenzia europea. Gli stage non preludono a successive assunzioni anche se, come sottolineato dall’agenzia, in passato diversi ex tirocinanti hanno partecipato a selezioni per posizioni lavorative nell’organico e le hanno superate.Come detto, ogni anno l’agenzia accoglie in media una settantina di stagisti (nel 2018 per la precisione saranno 71), e l’Italia è la nazione più rappresentata tra i trainee. Molto interessanti sono i dati relativi al genere ottenuti dalla Repubblica degli Stagisti: dei 74 tirocinanti ammessi nel 2016, infatti, 47 erano donne e 27 uomini. Prevalenza femminile che è cresciuta nel 2017, quando l’Europol ha ospitato 72 stagisti di cui 49 donne e 23 uomini. Si tratta, insomma, di un percorso di formazione che attira molte donne con la passione e la vocazione per l’intelligence, la sicurezza e la cooperazione internazionale.L’età dei candidati va solitamente dai 23 ai 29 anni e si tratta di laureati o di laureandi al termine del percorso di studi magistrali. Nel 2017 sono arrivate 2.028 candidature da tutta Europa. Un dato che rappresenta una crescita rilevante rispetto alle 1.440 del 2016. Di queste 2028, 495 sono giunte da italiani, ossia appunto il 24% del totale. L’Europol costituisce un’ulteriore riprova di come tanti giovani nel nostro paese ambiscano a svolgere esperienze formative in simili contesti internazionali: una "fame" di opportunità di stage con indennità dignitose, non così frequenti negli enti pubblici nostrani. Per potersi candidare occorre compilare l’apposito form presente sul sito, rispondendo ad un annuncio di stage. Non sono ammesse candidature spontanee e non sono previsti bandi complessivi: gli annunci vengono pubblicati durante tutto il corso dell'anno, senza un timing preciso. Al momento non risultano aperte selezioni sul sito.Nella maggior parte dei casi, spiega alla Repubblica degli Stagisti il dipartimento HR di Europol, vengono pubblicati annunci relativi a specifici tirocini. Potrebbero però essere pubblicati annunci più generici, attraverso cui vengono realizzate delle «liste di riserva» di candidati ammessi e da smistare in diversi progetti all’interno dell’agenzia. Liste di riserva, mantenute per un anno, possono essere realizzate anche a seguito di una selezione per uno specifico progetto e possono essere utilizzate per contattare i candidati per progetti simili a quello per cui avevano inviato la propria richiesta ma per il quale era stato selezionato un altro soggetto. In altre parole, candidarsi può sempre valere la pena, in quanto un buon profilo può essere tenuto in considerazione per più di un progetto di stage.Giulio Monga

Alternanza scuola-lavoro, oltre mille studenti all'anno ospitati da Nestlé

Sono molte ormai le aziende che ai ragazzi delle scuole superiori offrono percorsi di alternanza scuola-lavoro. «Abbiamo constatato quanto gli studenti abbiano bisogno di conoscere quali sono i possibili sbocchi lavorativi post laurea, di quanto si riveli per loro importante incontrare e confrontarsi con chi è già inserito nel mondo del lavoro»: così Giacomo Piantoni, direttore delle Risorse Umane del Gruppo Nestlé in Italia, inizia a raccontare alla Repubblica degli Stagisti dell'esperienza della sua azienda con l'alternanza. «Questi percorsi permettono agli studenti di toccare con mano l’importanza della collaborazione e del lavoro di squadra nel rispetto dei diversi ruoli, della creatività, della flessibilità, dell’individuazione e valorizzazione dei propri punti di forza», il più delle volte con una evidente percezione di utilità da entrambe le parti, aziende e studenti. Nestlé ha avviato i suoi programmi nel 2015, in occasione dell’entrata in vigore della legge 107, più comunemente nota come “la Buona Scuola”, e da allora non ha più smesso.L’alternanza in Nestlé rientra nel programma “Nestlé needs YOUth”, uno dei primi esempi di iniziative europee per l'occupazione giovanile da parte di un’azienda privata. Il progetto è stato volto sin dalle prime fasi a creare una stretta collaborazione tra i team di relazioni industriali, relazioni esterne e HR, costituendo un team misto (tutor aziendali preparati per diventare formatori, consulenti di Openjob Metis e docenti degli istituti tecnici e professionali) finalizzato a progettare azioni di avvicinamento dei giovani alla cultura delle professioni tecniche. Già dal primo anno 190 alunni di istituti tecnici sono stati inseriti in otto fabbriche, accompagnati da più 3.600 ore di formazione organizzate nelle scuole e 23 tirocini estivi attivati post-alternanza in fabbrica. Nel 2017 il progetto è stato esteso anche ai licei: qui sono stati coinvolti gli studenti milanesi nella sede di Assago, per un totale di oltre mille studenti ospitati tra gli stabilimenti e la sede centrale. I percorsi sono diversificati per gli studenti del liceo e per gli studenti di istituti tecnici, ma per tutti la prima giornata di alternanza è dedicata a far scoprire agli studenti il funzionamento di una grande azienda del settore alimentare. Per gli studenti di istituti tecnici l’alternanza consiste in un periodo di due o tre settimane all’interno della fabbrica, dove diverse ore di formazione in aula sulla sicurezza sono seguite dalla sperimentazione in prima persona di mansioni di determinate figure professionali che operano nello stabilimento, dove i ragazzi apprendono il funzionamento dei diversi macchinari di produzione.Per i liceali, invece, il percorso avviene in ufficio ed è volto ad approfondire le professionalità che lavorano nella sede centrale. Una combinazione di interventi in aula da parte dei professionisti di Nestlé, di meeting e attività di team working con un approccio di gamification rendono la prima settimana di alternanza molto stimolante, mentre durante la seconda settimana gli studenti si mettono al lavoro sperimentando diversi ruoli aziendali nei settori di marketing, finance, supply chain, comunicazione, digital e HR. Una scoperta non solo delle mansioni, quindi, ma anche di come si svolge la giornata lavorativa dall’inizio alla fine. «Riteniamo che questa visione ad ampio spettro di diversi ambiti aziendali possa essere un valido e concreto aiuto nel fare poi la scelta del percorso di studi universitari», racconta Piantoni.Il periodo di alternanza viene concordato con gli istituti scolastici tenendo conto sia delle esigenze didattiche delle scuole, sia delle attività degli stabilimenti, e solitamente avviene subito dopo la fine delle lezioni (dalla metà di giugno) o prima dell’inizio del nuovo anno scolastico (a inizio settembre). E i ragazzi come sono? «Gli studenti si sono rivelati una piacevole scoperta, perché essendo così giovani e senza le sovrastrutture che si generano nelle quotidiane dinamiche di lavoro in azienda, hanno restituito feedback chiari e sinceri sul nostro modo di lavorare, riuscendo a farci riflettere molto su chi siamo e come lavoriamo», dice ancora il direttore HR. L’entusiasmo di lanciarsi in un’attività nuova, diversa da quella dei banchi di scuola, è quindi un vantaggio da entrambe le parti. «Uno degli aspetti più sfidanti per noi è stato indubbiamente riuscire a tenere sempre viva la loro attenzione e rendere loro comprensibile il lessico tecnico d’azienda, ma anche in questo ci ha sorpreso la loro rapidità di apprendimento».Anche i ragazzi si dichiarano soddisfatti e arricchiti dall’esperienza. Nestlé ha voluto raccogliere alcuni “highlights” delle loro testimonianze in un video dove si sono raccontati in prima persona. Il racconto di Manuel è uno di questi esempi: «È stata un’esperienza molto positiva non solo perché mi ha dato la possibilità di imparare molto sul mondo del lavoro e dell’alimentazione; la conoscenza di persone con diverse esperienze e ruoli lavorativi mi ha permesso di farmi un’idea sia del mio percorso di studi universitario sia, in futuro, di quello lavorativo». I percorsi di alternanza sono pensati e gestiti direttamente dai responsabili delle Risorse Umane e dagli staff delle sedi che lavorano al progetto Nestlé needs YOUth. L’alternanza è infatti un tassello del più grande progetto di Nestlé per favorire l’occupazione dei giovani attraverso quattro pilastri: inserimenti diretti,opportunità di stage e tirocini, Readiness for Work (programma di preparazione al lavoro che include orientamento professionale, workshop dedicati alla stesura del CV e preparazione al colloquio di lavoro presso scuole, istituti di formazione e strutture Nestlé) e coinvolgimento dei partner commerciali di Nestlé nel programma Alliance for YOUth, una "Alleanza per i giovani”, stretta tra Nestlé e i partner commerciali in tutta Europa per mobilitare le aziende che vogliono agire concretamente per favorire l'inserimento dei giovani europei nel mondo del lavoro. E non mancano nemmeno gli interventi di formazione da parte dei tutor di fabbrica negli istituti tecnici e professionali e gli open day dedicati ai giovani e agli studenti per aiutarli nell’orientamento. L’alternanza in Nestlé appare come una macchina ben oliata, ma se c’è una pecca (peraltro quella che le aziende lamentano più spesso) è la burocrazia, abbastanza articolata soprattutto perché riguarda studenti non ancora maggiorenni. Non solo bisogna essere precisi con le scadenze e i documenti, infatti, ma il fatto che «Attualmente ogni scuola fa riferimento all’iter ministeriale ma di fatto ciascun istituto ha la propria convenzione, i propri documenti e i propri tempi per la gestione degli studenti» pone un’ulteriore difficoltà: «Per gli insegnanti non è semplice gestire l’attività didattiche e i rapporti con le aziende. Sarebbe interessante la costruzione di una sorta di regolamento comune per l’alternanza scuola-lavoro, da applicare a tutti gli istituti scolastici».Malgrado queste difficoltà, comunque, Nestlé riconosce l’alternanza scuola-lavoro come un valido strumento di formazione sia per l’orientamento professionale che per il proseguimento degli studi. Il reciproco arricchimento che l’alternanza offre è infatti un’occasione di crescita per l’azienda e non solo un’opportunità concreta per gli studenti. Una “mission” aziendale che si sostanzia nell’approccio e nella motivazione di tutto l’organico nel farsi conoscere da parte dei giovani: Nestlé dedica infatti diversi mesi alla preparazione di un percorso formativo solido; sono necessari incontri con i referenti scolastici, molte ore per raccogliere i documenti necessari e intere giornate dedicate alla preparazione dei contenuti. «L’alternanza è un modo per sviluppare al nostro interno le competenze di leadership, di gestione, di organizzazione ed è un modo per mettersi in gioco verso l’esterno cercando di aprirsi il più possibile al dialogo e all’ascolto delle nuove generazioni», puntualizza ancora Piantoni. È anche per questo che, secondo Nestlé, le aziende dovrebbero mettersi gratuitamente a disposizione delle scuole per accogliere gli studenti, in un’ottica di vero “mecenatismo” verso i più giovani.Oltre a continuare ad accogliere i ragazzi in azienda, per il prossimo anno scolastico Nestlé ha già messo in conto di organizzare un tavolo di confronto con le scuole e le istituzioni per individuare le prospettive future di questa iniziativa, sulla scia di Nestlé needs YOUth e Alliance for YOUth. Cementando al contempo le collaborazioni con le scuole del territorio, avviando nuovi contatti con altri istituti e continuando a volersi dimostrare una best practice a livello nazionale.Irene Dominioni