Categoria: Approfondimenti

In Inghilterra un'impresa su cinque usa gli stagisti come lavoratori a basso costo

Gli imprenditori inglesi lo ammettono senza troppi problemi: spesso gli stagisti sono dipendenti a basso costo. A fare outing è quasi un'impresa su cinque, il 17% per la precisione, secondo i dati raccolti dalla società di ricerche YouGov per Internocracy, impresa sociale gestita da  giovani che lotta per «cambiare in meglio la cultura dello stage nel Regno unito». Insomma, una sorta di Repubblica degli Stagisti d'oltremanica. I risultati dell'indagine sono apparsi sul sito del britannico Guardian in un articolo firmato da Shiv Malik, trentenne giornalista d'inchiesta e co-autore di Jilted Generation, How Britain has bunkrupted its youth, ovvero "Una generazione scaricata: come la Gran Bretagna ha mandato in bancarotta i suoi giovani", per ora disponibile solo in inglese [a fianco, la copertina del libro; sotto, uno screenshot dell'articolo]. Oltre ad ammettere lo sfruttamento, il 95% delle 218 aziende intervistate ritiene poi che gli interns siano effettivamente utili sul posto di lavoro, continua Malik, sfatando il mito dello studentello spaesato e sfaccendato. Non si sa il numero preciso degli stagisti inglesi, ma si può tentare una stima: ell'estate 2010 il Chartered Institute of Personnell and Development nelle sole aziende ne ha stimati 250mila, in gran parte non retribuiti - mentre in Italia, con due milioni di abitanti in meno, nelle imprese ci sono stati quasi 100mila stagisti in più (senza contare quegli negli enti pubblici, che fanno lievitare il totale a circa mezzo milione). «È scoraggiante che non si apprezzi il loro talento, l'energia e l'entusiasmo che portano in azienda», dice Becky Heath,  trentenne co-fondatrice e capo di Internocracy nonché ex stagista. «Ed è un vero peccato che i ragazzi non conoscano i loro diritti». Solo uno su dieci sa ad esempio che periodi di work experience non retribuiti «potrebbero essere illegali», riporta l'autore dell'articolo. In Gran Bretagna vige il national minimum wage, la retribuzione lavorativa minima garantita per legge, e «chiunque abbia più di 21 anni ed esercita una qualsiasi forma di lavoro ha diritto a un compenso di almeno 6,08 sterline all'ora» - poco meno di sette euro - continua Malik. Ma molti sostengono che lo stage non sia lavoro; e comunque la legge prevede delle eccezioni (ad esempio uno studente che frequenta un tirocinio curriculare inferiore ad un anno non ha diritto ad una retribuzione). «La maggior parte dei ragazzi in stage, soprattutto in un mercato del lavoro così difficile, cercano solo una buona esperienza formativa. Non si aspettano certo di essere pagati», afferma un portavoce della Confederation of British Industry - corrispettivo inglese di Confindustria - ma solo il 9% dell'opinione pubblica è d'accordo. E, sul versante politico il deputato conservatore Nick Clegg sfidala linea del partito e insieme alla Low Pay Commission invita l'autorità fiscale inglese, la Hmrc, ad usare più polso con le aziende. «Molti manager continuano a fingere di star offrendo opportunità ai ragazzi, per bontà d'animo, affinché possano fare esperienza» afferma Tanya de Grunwald, direttrice del sito Graduate Fog, altro "cugino" inglese della Repubblica degli Stagisti. «Dobbiamo mettere da parte questa falsità. Quello che fanno le aziende è accaparrarsi lavoro senza pagarlo. Gli stagisti non sono lì a fare il thè e a distribuire la posta - lavorano sul serio e hanno diritto a essere pagati». La pensa così anche la maggior parte dei lettori che hanno commentato l'articolo («Gratis? Se mi dicessero che non mi pagano li manderei al diavolo»), ma c'è anche chi invita a essere più flessibili: «Io ho iniziato lavorando per due soldi, ma ho imparato cose che non hanno prezzo». D'altra parte, nota qualcuno, non tutti possono permettersi di lavorare gratis o quasi, che si impari qualcosa o meno, e gli stage gratuiti necessariamente diventano una forma di discriminazione sociale. Tra i commenti emerge però anche una certa confusione in materia legislativa: quando un tirocinio è fuori legge? Chi ha diritto al salario garantito per legge, chi no? Sono previste sanzioni per le aziende? Domande comuni a tanti stagisti inglesi come italiani.Annalisa Di Palo Per saperne di più, leggi anche:- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»- Stagisti inglesi, il Guardian svela: un ente vigilerà affinché le aziende non li sfruttino- Gli stagisti inglesi visti dal Guardian: «carne da macello». E non è solo una metafora - Il Daily Telegraph mette il naso nella vita degli stagisti inglesi. Conclusione: non se la passano bene neanche loro

Contratti di apprendistato in calo, nasce un sito per rilanciarli

La crisi economica colpisce ancora. I dati sull’utilizzo dell'apprendistato pubblicati nell’ultimo Rapporto Isfol, l'undicesimo, riferito al 2009, testimoniano un declino nella diffusione di questo tipo di contratto: meno 8,4% rispetto al 2008, l'annus horribilis in cui è partita la crisi finanziaria internazionale. Nel 2007 gli apprendisti erano poco meno di 639mila, nel 2008 quasi 646mila. Nel 2009 di colpo sono diminuiti fino a quota 591.800, scendendo per la prima volta - dopo un decennio che aveva segnato un lentissimo ma costante trend positivo nell’applicazione di questa tipologia contrattuale - sotto la soglia dei 600mila. I tipi di apprendistato esistenti sono tre: il diritto-dovere che consente il raggiungimento di una qualifica professionale a chi abbia compiuto 15 anni, il professionalizzante che mira all’acquisizione di un titolo mediante formazione sul lavoro e l'apprendimento tecnico-professionale, e l'alta formazione, per il conseguimento di un diploma o per percorsi di alta formazione che cerchino di integrare studio ed esperienza. I dati Isfol parlano soprattutto della seconda tipologia dei tre modelli: gli altri due sono infatti ancora lacunosi sotto il profilo della regolamentazione regionale. Ne emerge come sia il terziario il comparto con il più alto numero di apprendisti occupati (sono quasi la metà nel 2009), in particolare impiegati nel commercio in quasi un caso su quattro, a fronte di una complessiva erosione di impiego in tutti gli altri settori. Eccezion fatta per gli studi professionali, il turismo e il credito, dove gli apprendisti si attestano attorno al 10% segnando un trend positivo rispetto al passato. In quanto al titolo di studio, il gruppo più numeroso è quello con la licenza media (più della metà), seguito dai diplomati (33%). Maglia nera ai laureati che rappresentano solo il 5,5%. Di pari passo è anche cresciuta l’età media degli utenti: quelli che hanno dai 25 anni in su sono un terzo, mentre in parallelo decresce il numero dei minorenni inquadrati come apprendisti nell'ambito della seconda tipologia, il diritto-dovere: i 15-17enni sono meno di 18mila. Nel complesso poi solo il 17% degli occupati tra i 15 e i 29 anni ha un contratto di apprendistato. Numeri non incoraggianti soprattutto alla luce dell’intesa del 27 ottobre 2010 tra governo, regioni, province autonome e parti sociali con l’intento – si legge sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali – «di rilanciare lo strumento fondamentale dei contratti di apprendistato per l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, con un contenuto formativo garantito dalle regioni o in sussidiarietà dalle parti sociali e dagli enti bilaterali». L’idea di fondo è quella di promuovere l'istituto riformato con la legge Biagi, introducendo un nuovo strumento occupazionale per i giovani, che sia focalizzato sulla formazione e che guardi al lungo termine. Un mezzo che, in buona sostanza, farebbe da contraltare alle forme contrattuali oggi più in voga ma quasi sempre prive di garanzie per i lavoratori. E spesso è proprio lo stage a entrare in gioco come principale surrogato dell'apprendistato.Uno dei problemi persistenti è poi il vuoto normativo regionale, che in molti casi blocca sul nascere l’avvio di questo tipo di contratto. Proprio a tali mancanze e all'esigenza di incentivare l'uso del contratto di apprendistato risponde il sito Fareapprendistato.it, online da poche settimane su iniziativa dell'Adapt, associazione di studi internazionali di diritto del lavoro fondata dal giuslavorista Marco Biagi. Circa un migliaio di contatti giornalieri è il primo dato sugli accessi: il sito «non riceve alcun finanziamento né pubblico né privato ma vive di fondi propri», come spiega alla Repubblica degli Stagisti Michele Tiraboschi, direttore dell'associazione: «È stato realizzato dai nostri tecnici informatici». La spinta nasce non solo dalla recente intesa governativa, ma anche dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha posto dei limiti rispetto all'articolo 49 del d.lgs. 276/2003: la norma prevedeva che la determinazione del percorso formativo fosse appannaggio esclusivo delle aziende, che lo avrebbero gestito attraverso un «canale autonomo». Con il pronunciamento della Corte invece, si è stabilito che ogni impresa è libera nel regolamentare la formazione al proprio interno, ma solo se la regione è intervenuta in una fase preliminare a indicare la cornice di riferimento, e successivamente decidendo sulla certificazione delle competenze e sui crediti formativi. Il portale, gestito da ricercatori della fondazione che a loro volta si appoggiano a progetti di ricerca universitari, si rivolge a imprese e sindacati interessati alla materia offrendo consulenza attraverso una «piattaforma normativa regionale, documentazione sulla contrattazione collettiva e un forum in cui interagiscono gli stessi ricercatori per rispondere ai quesiti o lanciare spunti di progettazione legislativa», riferisce alla Repubblica degli Stagisti la direttrice scientifica del sito Lisa Rustico, 26enne ricercatrice nella formazione per il mercato del lavoro. Si tratta di «un punto di incontro per avere certezze sullo stato dell’apprendistato, con l’obiettivo di fare rete tra gli operatori». Nel sito, in particolare, è disponibile una vera e propria mappa normativa nazionale che fornisce dati sulla regolamentazione disponibile, suddivisi per tipologia di apprendistato e per regione.Tuttavia resta un nodo da sciogliere, chiedendosi quanto l’uso distorto di stage e tirocini possa influenzare negativamente l’estensione dei contratti di apprendistato. «La loro diminuzione è legata alla crisi» nota la Rustico «ma subisce sempre di più la concorrenza sleale degli stage, privi di un sistema previdenziale». In un contesto lavorativo così discriminatorio per i giovani, «l’apprendistato rappresenta al contrario un buon contratto per chi voglia imparare un mestiere» di fronte a una disoccupazione giovanile che sfiora il 30%, al fenomeno dell’abbandono scolastico o dei giovani cosiddetti NEET (Not in Employment, Education and Training) che né studiano né lavorano, o della mancanza di incontro tra offerta e domanda di lavoro. Come lo definisce la ricercatrice, «una leva per il placement»: che però stenta a decollare, nonostante il fatto che potrebbe rappresentare un ulteriore strumento nella lotta alla disoccupazione e al precariato.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»- Basta davvero un clic per trovare lavoro? Il Ministero del lavoro investe 400mila euro in un nuovo portale per l'impiego   E anche:- Disoccupazione giovanile, la vera emergenza nazionale: l'SOS di Italia Futura e le interviste a Irene Tinagli e Marco Simoni

Stage all'estero con la Fondazione CRT, nuovo record: quasi mille candidati per i 79 posti del Master dei Talenti 2011

Più posti a disposizione, più candidature. Il 2011 segna un nuovo record per  il Master dei Talenti, con cui ogni anno la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino offre ai migliori neolaureati di Piemonte e Valle d'Aosta tirocini in aziende, enti, organizzazione internazionali e istituti di ricerca di tutto il mondo, finanziati con rimborsi "top". Per i 79 posti disponibili nell'ultimo bando la commissione CRT coordinata da Luigi Somenzari  e Chiara Ventura ha passato al vaglio 943 domande, una trentina in più rispetto all'anno scorso, quando già si registrava un incremento del 26% rispetto al 2009 e di oltre il 50% rispetto al 2008. A raccogliere la maggior parte delle candidature - i due terzi - è l'università di Torino, cui segue a grande distanza il Politecnico; nessuno dei circa 130 laureati dell'università valdostana invece ha manifestato interesse. Una settantina gli organismi ospitanti convenzionati con la Fondazione, ciascuno con specifici programmi di stage e criteri di selezione diversi; ma quali sono quelle più desiderate? La palma d'oro spetta all'ong Education for employment foundation, che si adopera per migliorare le condizioni lavorative dei giovani in Medio oriente e Nord africa: 207 le candidature pervenute per i due posti disponibili nell'area marketing degli uffici madrileni, con un rimborso lordo di 1800 euro mensili - al netto circa 1300 euro. Ma tutto il settore no profit riscuote successo. Tra i primi posti della "classifica" con più di 100 domande a testa ci sono anche la californiana Mind the bridge foundation, creata dall'italiano Marco Marinucci per incentivare il mercato imprenditoriale nel nostro Paese (uno stage di un anno a San Francisco retribuito ben 3330 euro lordi mensili, più o meno  2700 netti - soldi che comunque servono a coprire anche le spese di viaggio) e No peace without justice, l'ong fondata da Emma Bonino per promuovere i diritti umani e la democrazia, che nella sua sede belga accoglierà due tirocinanti per un anno con 1800 euro mensili (è venuta meno la formula mista dell'edizione precedente, che prevedeva sei mesi di stage a Bruxelles e sei a New York). Rimangono alte anche le richieste per gli organismi Onu: un'ottima occasione per accaparrarsi uno stage di prestigio - ma senza doverselo pagare di tasca propria come di solito avviene. In 75 si contenderanno l'unico posto a disposizione per uno stage all'Institute for training and research (un anno a Ginevra che la Fondazione CRT finanzia con 2200 euro lordi al mese), mentre sono più di sessanta le domande per uno stage annuale all'Unicri - United nations Interregional crime and justice research (il vincitore vola a Maputo, in Mozambico, con 2800 euro mensili; leggi la testimonianza di chi l'ha già fatto) e uno all'Ilo - International labour organization (tra Torino e Accra, Ghana). Sul fronte delle agenzie europee - che invece retribuiscono quasi sempre i loro stagisti, e anche bene - la più gettonata è l'Eurofound di Dublino, che lavora per promuovere le condizioni di vita e lavoro nell'Ue: un solo posto per un'esperienza di cinque mesi retribuita 2200 euro. In quanti ci hanno provato? Un'ottantina. Complice forse il difficile momento economico, cala invece l'interesse per il settore bancario: 25% di domande in meno per  i sei mesi londinesi in Mediobanca, nonostante l'ottimo rimborso di 3100 euro lordi mensili, e lo stesso trend si rileva per Nomura, secondo tra i gruppi finanziari più ambiti, per il quale le domande passano dalle 154  del 2010 alle 110 di quest'anno. E le aziende del Bollino "OK Stage"? Ferrero si conferma un'azienda di grande appeal: 69 domande per uno stage di sei mesi, prorogabili per altri sei, negli uffici marketing di Findel, in Lussemburgo, retribuiti con 1700 euro. In 14 hanno invece puntato su Everis (un posto in Belgio con 1800 euro), un'azienda che in fatto di stagisti può vantare una percentuale di assunti - a tempo indeterminato - del 90% nel 2010.   In queste settimane molti dei ragazzi preselezionati dalla commissione CRT (da cinque a dieci per ogni progetto a seconda dei posti e delle preferenze espresse dalle strutture ospitanti) stanno ricevendo mail e chiamate da parte dei responsabili all'estero, ai quali va il compito di scandagliare ulteriormente i curriculum e se necessario mettere alla prova gli aspiranti stagisti "a cinque stelle" - con uno o più colloqui telefonici in lingua ad esempio - per capire chi tra tanti talenti è quello che più fa al proprio caso. A tutti loro va l'in bocca al lupo della Repubblica degli Stagisti, che vinca il migliore, e naturalmente per i 79 talentuosi che partiranno l'invito è quello di  condividere su queste pagine il bilancio della loro esperienza.Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il giro del mondo in ottanta stage: anteprima del nuovo bando Master dei Talenti della Fondazione CRT - Master dei Talenti della Fondazione CRT: quasi mille candidati per i 75 stage all'estero del bando 2010- Occupati e ben pagati: ecco l'identikit di chi ha partecipato al Master dei Talenti della Fondazione CRT

Normativa sugli stage e numero massimo di stagisti: che succede se il soggetto ospitante è la sede italiana di un ente straniero? Risponde l'avvocato degli stagisti

Prosegue «L'avvocato degli stagisti», rubrica della Repubblica degli Stagisti curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini, avvocati dello studio legale Ichino Brugnatelli che approfondiscono di volta in volta casi specifici sollevati dai lettori. La domanda stavolta viene posta dalla lettrice StellaStellina87 attraverso il Forum di questo sito e con una mail alla rubrica «Help» della redazione.«Ho fatto il colloquio in un ente del turismo straniero con una sede in Italia. L'ente è strutturato in questo modo: ci sono vari settori (tipo marketing, stampa ecc), in ognuno di essi ci sono in media due impiegati per un totale di circa 10-11 lavoratori a tempo indeterminato. Il problema sorge a questo proposito: su questi dieci lavorativi possiamo contare ben 7 stagisti! Quasi uno per ufficio, cosa veramente vergognosa! E ovviamente tutti senza prospettiva di assunzione. Ho anche scoperto che in realtà la  sede in Italia non è classificata come ente ma come impresa privata. Vorrei sapere  qualcosa sulla legislazione italiana rispetto al rapporto stagisti/lavoratori»La questione proposta dalla lettrice presenta diversi spunti di riflessione. In particolare ci sembra interessante raccogliere e approfondire quelli legati al “numero legale” di stagisti; alla natura (pubblica/privata) del soggetto ospitante e, infine, alla possibilità che quest’ultimo sia la sede in Italia di una società estera.  Il punto di riferimento per individuare il numero massimo di stagisti che possono essere contemporaneamente ospitati presso una realtà aziendale (c.d. contingentamento quantitativo) è costituito dalla dimensione occupazionale del soggetto ospitante e, in particolare, dal numero dei dipendenti a tempo indeterminato in esso impiegati. Infatti, secondo l’art. 1 co. 3 D. M. 142/1998 un’azienda può ospitare: - un tirocinante ove abbia non più di cinque dipendenti a tempo indeterminato. Pur non essendo richiesto alcun requisito occupazionale minimo, ciò non può significare, né dal punto di vista formale né da quello sostanziale, che sia possibile assimilare ai datori di lavoro chi non abbia lavoratori alle proprie dipendenze;- non più di due tirocinanti contemporaneamente qualora abbia un numero di dipendenti a tempo indeterminato compreso tra sei e diciannove;- un numero di tirocinanti non superiore al 10% dei suoi dipendenti a tempo indeterminato, ove questi siano più di venti.Soggetti ospitanti possono inoltre essere tutti i datori di lavoro privati e pubblici, imprenditori e non. Le ragioni dell’introduzione di tali limitazioni quantitative da parte del legislatore sono riconducibili al soddisfacimento di due concorrenti esigenze: da un lato quella di porre un argine ragionevole teso a rendere effettive le finalità istituzionali dello stage, altrimenti difficilmente perseguibili ove il numero dei tirocinanti fosse eccessivamente elevato. Dall’altro l’esigenza di evitare che lo stage si traduca nella realtà dei fatti in una forma di sfruttamento – a “costo zero” – del tirocinante per finalità produttive, disincentivando proprio l’obiettivo a cui lo stage stesso dovrebbe tende, vale a dire l’occupazione. Nulla è espressamente previsto dalla normativa di riferimento per la violazione dei criteri di contingentamento, tuttavia si può ipotizzare che questa possa comportare la nullità del tirocinio eccedente, il quale tuttavia potrà svolgersi successivamente quando e qualora vi sarà la consistenza occupazionale richiesta dalla legge. Non può peraltro escludersi che – stante l’obbligo dei soggetti promotori ex art. 5 D.M. 142/1998 di trasmettere copia della convenzione con il soggetto ospitante e di ciascun progetto formativo e di orientamento anche all’Ispettorato del lavoro – il superamento del tetto consentito possa indurre a contestare al datore di lavoro la ricorrenza di un rapporto di lavoro subordinato con lo stagista in eccesso, fermo restando l’accertamento in sede giudiziale di tale sussistenza ai sensi dell’art. 2094 c.c.. Più complessa è senza dubbio la questione se il soggetto ospitante è la sede in Italia di una società straniera o, ancor più di un ente pubblico estero. Ferme le peculiarità di ogni caso concreto e dunque la necessità di un maggior approfondimento, in linea generale, applicando in via analogica principi elaborati per altri istituti – e con un certo margine di approssimazione, vista anche la non univoca giurisprudenza in materia – si può affermare che in ipotesi di stage presso una società straniera operante in Italia l’accertamento delle dimensioni dell’impresa, ai fini dell’applicabilità della disciplina sopra esaminata del contingentamento quantitativo per i tirocini formativi e di orientamento, vada compiuto considerando la società nel suo complesso e non la sola sede operante in Italia, salvo che quest’ultima si configuri come una articolazione produttiva autonoma avente propria soggettività giuridica distinta. In quest’ultimo caso, infatti, l’articolazione italiana di questa impresa multinazionale rappresenta a tutti gli effetti, per il nostro ordinamento, una impresa autonoma, e di conseguenza il numero degli stagisti ospitabili sembra doversi calcolare tenendo conto delle dimensioni occupazionali della sola articolazione italiana della società multinazionale.  Sergio Passerini ed Evangelista BasilePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Repubblica degli Stagisti ha una nuova rubrica: «L'avvocato degli stagisti» curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini dello studio Ichino BrugnatelliE leggi anche le puntate precedenti della rubrica:- Le domande personali in sede di colloquio non sono lecite: lo dicono il Codice delle pari opportunità e la Costituzione- Una neolaureata chiede all'avvocato degli stagisti: «Prendo solo 400 euro di rimborso spese: posso pretendere almeno che mi vengano dati i buoni pasto?»- Posso fare uno stage se sono titolare di partita Iva? Risponde «l'avvocato degli stagisti», la nuova rubrica dedicata agli aspetti giuridici dello stage- Uno studente dell'alberghiero chiede: «È legale che io debba pagare 150 euro per fare uno stage?». Risponde l'avvocato degli stagisti

Giovani, riprendiamoci la scena: «Non siamo figli controfigure». La 27enne Benedetta Cosmi lancia la sfida in un libro

C'è differenza tra essere raccontati e raccontarsi. Quella dei giovani italiani di oggi è una generazione che si racconta poco: per fiacca, per sfiducia, forse per disgusto, o perché c'è chi - qualche vecchio - lo fa al posto suo. Magari con competenza, se va bene, ma senza vera cognizione di causa. Benedetta Cosmi, classe 1983, reclama il diritto al suo racconto - tumultuoso, propositivo e sostanzialmente elogiativo della sua generazione -  con «Non siamo figli controfigure. Docenti beat, studenti bit generation» (Sovera, 94 pagine) [a fianco, la copertina; sotto, l'autrice], muovendosi sul filo della rimarcata distinzione tra over e under, tra l'Italia «con la pensione alta» e quella con la «pressione bassa»,  tra chi negli anni Sessanta sfidava l'autorità e chi oggi a quegli stessi sfidanti si prostra. «Sembra che il prolungamento dell'età [...] abbia regalato ad una generazione la possibilità di tenere nell'armadio abiti rivoluzionari dimessi: ma se la scena è dei padri e le madri, ai figli non resta che far loro da controfigure?». Evidentemente no: è tempo di essere padroni della scena - nel lavoro, nell'istruzione, nell'uso del tempo libero; non si può essere definiti solo per differenza in quanto opposti ai protagonisti. E se i trentenni sono «disarmati di efficacia», per cambiare serve un intervento di polso. Insieme, dimenticando la logica dell' "Io speriamo che me la cavo".Da che parte cominciare? Dall'università, dove il libro nasce, ampliamento di una lettera pubblicata su Repubblica e della tesi di laurea specialistica in scienze della comunicazione alla Sapienza. Qui l'autrice è stata rappresentante di facoltà, presidente della Consulta provinciale degli studenti, collaboratrice ai gruppi di ricerca sulle riforme e con la stessa passione della militanza invita ad «abbandonarsi agli studi», a essere più concentrati, ma anche a mischiare competenze e saperi e a rimboccarsi le mani sfuggendo all'iperspecializzazione - specie quella di master fantasiosi. Attivismo su tutti i fronti, insomma. Il «pit-stop» del 3 più 2 certo non aiuta (c'è spazio anche per un breve confronto con l'Europa attraverso la voce di studenti Erasmus in Italia), e lo stesso vale per l'organizzazione della didattica, le necessarie pratiche burocratiche, la tempistica di alcuni bandi. La sensazione "Aspettando Godot" è diffusa tra quanti studiano sotto l'attuale riforma, ma spetta innanzitutto a chi l'università la vive - o la subisce - proporre un altro modo.Dopo la laurea poi «serve una introduzione nel mondo del lavoro di grinta», che comincia dal capitolo stage - a proposito anche di "contagio" tra sapere e saper fare. Stage gratis? «Cioè? Che lavoro ma non mi pagano, classico. O, ops, sì, che mi offrono la possibilità, pensate, di impiegare le mie ore per una prestazione di lavoro in cui non devo sborsare un euro. Non è grandioso?». Affacciandosi al mondo del lavoro bisogna saper dire no se necessario, ma anche pensare in grande e rompere qualche paradigma: perché ad esempio dopo le 18 tutto dovrebbe fermarsi, proprio quando finiscono gli impegni di studio e lavoro? Chiusi gli uffici, ma chiusi anche i luoghi della cultura e dello sport dove incontrarsi e far girare le idee. La proposta dell'autrice è interessante: innestare nell'economia lo stile dei giovani, istituendo ad esempio una terza fascia lavorativa che tenga aperte anche di notte le porte di mostre, biblioteche, centri di ricerca, palazzetti. Creando - punto cruciale - molti posti di lavoro in più e trasformando i giovani da consumatori a professionisti della notte. L'invito appassionato di un'esponente così atipica della «generazione Quiete» è quello a "svegliarsi", a pretendere il massimo da se stessi e non dagli altri, a sognare in grande e coltivare i sogni con impegno, stringere i pugni e sbatterli se necessario. Con la convinzione che ci sia una buona parte dell'Italia "in jeans" pronta ad accogliere questo invito. Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi- L'Italia è un paese per vecchi che parlano di giovani- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»

Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro

La maggior parte dei ricercatori italiani all’estero non ha alcuna intenzione di tornare in Italia: secondo un recente studio coordinato da Benedetto Torrisi, ricercatore in statistica economica all'università di Catania, su un campione di quasi mille ricercatori espatriati con un’età compresa tra i 25 ed i 40 anni, il 73% risiede fuori dai confini nazionali felicemente. La restante percentuale invece tornerebbe solo a determinate condizioni: ricongiunzione della carriera acquisita, maggiori redditi, migliore gestione delle risorse destinate alla ricerca e maggiori rapporti tra università e impresa. Lo stato di benessere sociale e lavorativo raggiunto negli altri paesi è infatti giudicato molto soddisfacente, e la quasi totalità ritiene non meritocratico l’accesso ai finanziamenti per la ricerca in Italia. Lo studio ha anche indagato tra le motivazioni che spingono a lasciare il Belpaese. Ne è emerso che nel 95,7% dei casi i nostri migliori cervelli emigrano per inseguire migliori opportunità occupazionali, attratti dal prestigio dell’istituzione ospitante e dall’innovazione delle tematiche di ricerca, e, ancora, incentivati da motivi economici. Più nello specifico, i principali fattori di richiamo risiedono – in base allo studio - nell’efficace organizzazione del lavoro, nelle sue strutture, nelle politiche applicate e nelle prospettive di carriera. Un insieme di valutazioni che, in definitiva, finisce per far sfumare del tutto la voglia di rientrare. L’indagine però non si ferma ai cervelli in fuga. Al primo progetto iniziato nel 2009 (Italian researchers abroad), si aggiunge nel 2010 la visione dell'altra faccia della medaglia con Italian researchers in Italy, ovvero di chi rimane in Italia. Dall'analisi di un campione di 3575 individui tra precari e non, è risultato che la maggiore tendenza a emigrare è legata ai più giovani (due su cinque tra i 25-30enni), e al contempo questa percentuale si riduce con il crescere dell'età. I motivi? Da buoni italiani è l’attaccamento alla famiglia a primeggiare (per quattro intervistati su cinque), seguita dai rapporti sociali e dall’adattamento al sistema universitario nazionale. Quello che invece spinge ad andare via è per l’83% la maggiore valorizzazione delle proprie competenze, seguita dai maggiori redditi, dalle opportunità occupazionali, e perfino dall’eccessiva e farraginosa burocrazia italiana (per il 42%). E naturalmente i dati fanno registrare di riflesso anche la pessima opinione sullo stato delle cose in Italia in fatto di ricerca. Non è un caso se solo uno su sette ritiene di vivere in un ambiente lavorativo «con un'alta percezione del benessere organizzativo», mentre tra quelli che vivono all’estero la percentuale sale a nove su dieci. Infine c’è un aspetto che incuriosisce. Nonostante la considerazione quasi del tutto negativa delle proprie condizioni di lavoro, se si chiede oggi a un ricercatore la sua disponibilità a trasferirsi altrove traspare solo una «prudente propensione a emigrare». «Forse si è in attesa dei risvolti della riforma dell’università? Forse la congiuntura economica internazionale sfavorevole?», si domanda Torrisi. Fatto sta che chi si trova all’estero per il momento non pensa di rimpatriare, mentre i ricercatori che decidono di restare, nonostante le forti critiche al paese, lo fanno ancorandosi a un incrollabile ottimismo.   Ilaria Mariotti   Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'estero - Dieci buoni motivi lasciare l’Italia (e poi tornare): l'editoriale di Alessandro Rosina  

La lista dei tirchi: la "black list" degli organismi internazionali che non pagano gli stagisti

Uno stage di respiro internazionale che sia anche ben retribuito è nella lista dei desideri di molti giovani. La Repubblica degli stagisti parla spesso di simili opportunità, ma questa volta adotta una prospettiva diversa e segnala quali sono in Europa e nel mondo gli enti e le organizzazioni più potenti che tuttavia non prevedono alcuna forma di rimborso spese nei propri programmi di tirocinio, addossando agli stagisti (o ai loro genitori) tutto il peso economico dello stage. Eppure fuori dai confini nazionali i costi di un periodo di learning on the job lievitano in maniera consistente: escludendo i viaggi internazionali per tornare a casa di tanto in tanto, la cifra da mettere in conto è di almeno 600 euro mensili, ma in città come Bruxelles, Londra e New York non è difficile raggiungere e superare quota 1000 euro. Ecco dunque la lista degli enti «tirchi».Agenzie europee. Sono organi dell'Unione europea indipendenti e specializzati che assolvono alle funzioni di delocalizzazione in materia amministrativa, giudiziaria, di sicurezza e di energia. Sono in tutto poco meno di 40 e per oltre il 60% (24 agenzie) prevedono programmi di stage retribuiti, nella maggior parte dei casi con rimborsi anche superiori ai mille euro, accogliendo in tutto circa 2mila stagisti all'anno. Ve ne sono una decina che finora non hanno mai ospitato tirocinanti. Una sola invece l'eccezione, che gli stagisti li utilizza, ma a titolo completamente gratuito: Eurojust, Unità di cooperazione giudiziaria. Di base a L'Aia, Olanda, nasce nel 2001 con lo scopo di combattere il crimine organizzato internazionale. Composta da pubblici ministeri, magistrati e ufficiali di polizia facilita e coordina il lavoro delle autorità giudiziarie competenti degli stati membri, specie in materia di assistenza legale ed estradizione. I tirocini sono offerti tutto l'anno per periodi dai 3 ai 5 mesi - in base all'unità scelta - a quanti hanno profili accademici o professionali in linea con le attività dell'agenzia. A fronte di 225 dipendenti totali, una ventina gli stagisti ospitati ogni anno, e va a buon fine il 15% delle candidature.Consiglio d'Europa. Non è un organo dell'Unione europea, ma un'organizzazione internazionale che oggi riunisce 47 Paesi democratici. Istituito nel 1949, ha sede a Strasburgo; la sua missione è quella di promuovere la democrazia e proteggere i diritti umani e lo stato di diritto in Europa. I tirocini durano tre mesi e sono rivolti a laureati o studenti con almeno tre anni di studio, ma anche a impiegati di pubbliche amministrazioni o imprese, purché non coinvolti nei settori della traduzione e dell'interpretariato - per i quali esistono altri sbocchi. Unica ma ampia la finestra annuale di candidatura, da aprile a metà settembre. Ogni anno sono circa 225 gli stagisti ospitati - duemila gli aspiranti, ma solo il 13% ce la fa - equamente divisi tra le tre sessioni disponibili. Non sono previsti tirocini nel periodo estivo. Oltre al quartier generale di Strasburgo il Consiglio d'Europa ha sedi anche a Lisbona (European Centre for Global interdependence and solidarity), Budapest (European Youth Centre) e Bruxelles. Anche queste sono possibili mete per uno stage - non pagato.Organizzazioni internazionali intergovernative: l'Onu e i suoi organismiOnu, Organizzazione delle nazioni unite. Fondata nel 1945, con 192 stati membri e un budget approvato per il biennio 2010-2011 di 5 miliardi di dollari (escluse le missioni all'estero) è oggi l'organizzazione intergovernativa più importante. Molto vasto il raggio di attività: mantenimento della pace mondiale, cooperazione internazionale, progresso socioculturale, promozione dei diritti umani. Secondo i dati del Ceb, Coordination executives Board, sono 82737 i lavoratori nel mondo che ad essa fanno capo (dati del dicembre 2009), di cui 6860 italiani, per il 67% impiegati in patria. Gli stipendi base dei dipendenti Onu sono stabiliti in base alle categorie professionali: quelle dei dirigenti a inizio carriera ricevono 36.650 euro netti all'anno (circa 3mila al mese) e possono aspirare ad un massimo di 130mila euro (10800 mensili); per gli amministrativi l'ammontare è stabilito su base locale. Nelle sedi romane, ad esempio, si parte da 29468  euro netti annui (2500 mensili) per arrivare a 53472 (4450 mensili). Eppure, a fronte di un budget così ricco e di stipendi mediamente alti, i tirocini sono tutti non retribuiti, ma comunque molto ambiti. Nell' headquarter di New York, il famoso Palazzo di vetro, durano due mesi, estendibili a sei: le candidature (tre le sessioni annuali) sono aperte solo agli iscritti a un corso di laurea specialistica o di livello superiore. Viaggio, alloggio, vitto e assicurazione sanitaria - a cui è bene pensare se si va in Paesi senza un servizio sanitario pubblico universalistico come quello italiano - sono tutti a carico del tirocinante. Bisogna mettere in conto, fa sapere con notevole faccia tosta il sito ufficiale, di spendere circa 5000 dollari per due mesi. Sempre sul sito c'è anche una pagina dedicata alle istituzioni che nel passato hanno coperto il costo dei tirocini dei cittadini membri, ma l'Italia non figura. Qui i posti disponibili ogni anno sono circa 200, ma le candidature sono dieci volte superiori a questo numero. Le altre tre sedi principali delle Nazioni unite sono Vienna (altri 250 tirocinanti), Ginevra e Nairobi. Ognuna ha un proprio programma di stage, ma rimane inalterata la politica sul rimborso spese - o meglio, sulla sua assenza.Lo stesso vale per la maggior parte delle agenzie e degli altri corpi Onu. Questi i principali: Unesco, Organizzazione delle Nazioni unite per l'educazione, la scienza e la cultura. Di base a Parigi, nasce nel 1945 per contribuire alla costruzione della pace internazionale, combattere la povertà e sviluppare il dialogo interculturale. L’Unesco impiega nel mondo 2100 dipendenti, di cui 300 italiani, equamente divisi tra estero e Italia. Per il biennio 2008-2009 ha approvato un bilancio di 631 milioni di dollari, dei quali 33 e mezzo destinati al management delle risorse umane: eppure sembrano non trovare nemmeno un euro per i loro oltre 150 tirocinanti. Gli stage durano da uno a quattro mesi e sono attivati tutto l'anno per studenti universitari e iscritti a corsi di formazione professionale. La Commissione nazionale italiana ha sede a Roma e attiva tirocini trimestrali tre volte all'anno ospitando 3 o 4 stagisti per volta scelti tra un centinaio di candidati. Unicef, Fondo delle nazioni unite per l'infanzia. Fondato durante l'assemblea generale del 1946, opera attraverso oltre cento uffici permanenti sul campo e una rete di comitati nazionali che impiegano in tutto 6380 persone. Unendo le varie fonti di finanziamento, nel 2009 ha disposto di 3 miliardi e 256 milioni di dollari.  I tirocini vengono offerti in tutte le sedi tre volte l'anno, per una durata variabile da 6 a 16 settimane, a brillanti studenti con almeno una laurea triennale. A Roma ha sede il Comitato italiano (da cui dipendono una ventina di comitati regionali e più di cento provinciali) che da solo impiega più di 150 persone con stipendi che vanno dai 3600 euro netti dei dirigenti ai mille dei dipendenti di sesta fascia. C'è poi il contributo di duemila volontari. E gli stagisti, quanti sono? Ogni richiesta di informazioni da parte della Repubblica degli Stagisti è caduta nel vuoto. Unhcr, Alto commissariato della Nazioni unite per i rifugiati. L'organismo ginevrino è stato fondato nel 1950 per coordinare la protezione internazionale e l'assistenza ai rifugiati, missioni per le quali impiega circa 6.200 persone in tutto il mondo disponendo di cifre ingentissime: nel 2010 è stato toccato il record di 3miliardi di dollari. I tirocini - disponibili nei quartier generali e in alcune duty stations - sono attivati tutto l'anno e durano da due a sei mesi. Relazioni internazionali, protezione legale dei rifugiati e amministrazione i settori più gettonati. L'Ufficio regionale di Roma accoglie solo 4/5 stagisti all'anno, a partire da una ventina di candidature: il 95% sono italiani, per lo più laureati in scienze politiche o giurisprudenza.Oms, Organizzazione mondiale della sanità. Fondata nel 1948, ha anch'essa sede a Ginevra e si adopera per garantire a tutti i Paesi del mondo il diritto alla salute. Nel biennio 2008-2009 ha gestito un budget di circa 4,2 milioni di dollari, contando quasi 6mila dipendenti. I tirocini, disponibili anche in uno degli uffici regionali, durano da  sei settimane a tre mesi, estendibili a sei. Si accettano candidature dal primo dicembre al 31 gennaio (stage estivo) e dal primo agosto al 30 settembre (invernale). Più di 5mila quelle indirizzate alla sede ginevrina per il 2010, durante il quale sono stati accolti ben 515  stagisti, tra cui sei italiani. Commissioni economiche Onu. Attuano le decisioni prese in senso al Consiglio economico e sociale, da cui dipendono, per favorire lo sviluppo dei Paesi membri in quei settori. I tirocini sono offerti solo a studenti di laurea specialistica (nel caso di corsi a ciclo unico, indispensabile aver completato almeno i primi tre anni) o master e dottorato, purché coerenti con le attività delle agenzie. In genere hanno una durata di due mesi estendibili a sei. Le commissioni economiche sono cinque: Unescap (Asia e area pacifica, a Bangkok), Escwa (Asia occidentale, a Beirut) , Uneca (Africa, ad Adis Abeba), Eclac (America latina e area caraibica, a Santiago), Unece (Europa) - quest'ultima però non sigla convenzioni con le università. ICJ, Corte internazionale di giustizia. Fondato nel 1945, con un migliaio di dipendenti è il principale organo giudiziario delle Nazioni unite: gestisce le dispute tra gli Stati membri, si esprime in materia di diritto internazionale, dà pareri consultivi all'Onu. Attiva tirocini gratis tutto l'anno della durata massima di tre mesi a studenti o giovani professionisti. Un centinaio in tutto i posti disponibili, con il quartier generale de L'Aia che ne offre da solo circa un terzo. Non retribuiti anche i tirocini nel Tribunale criminale internazionale per il Ruanda (Unictr),  ad Arusha,e in quello per l'ex-Jugoslavia (Icty), sempre a L'Aia.Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese? - Parlamento europeo, risoluzione contro i tirocini gratis e le aziende che sfruttano gli stagisti

Il nostro tempo è adesso: quasi cento associazioni, siti web, sezioni di partito, giornali, collettivi aderiscono alla manifestazione del 9 aprile

Un gruppo di 14 giovani, tra cui anche il direttore della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina, ha lanciato l'iniziativa «Il nostro tempo è adesso - la vita non aspetta», un invito a scendere in piazza il 9 aprile rivolto «a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli». Per ribellarsi. Per riprendersi il presente e il futuro. Qui di seguito, alcune associazioni spiegano perchè hanno scelto di aderire all'iniziativa «Il nostro tempo è adesso» e di essere in piazza il 9 aprile.Adi – Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani: «Vogliamo il pane ma anche le rose! È uno dei concetti fondanti dell'Adi, associazione che cerca di rappresentare e tutelare i dottorandi e i giovani ricercatori. Questa frase esprime perfettamente le ragioni per cui siamo nati: la necessità di migliorare sia le condizioni di vita di chi lavora nel campo della ricerca sia  la ricerca stessa, il suo sviluppo e la sua qualità. La ricerca è la nostra rosa, il fiore più prezioso del nostro paese. Ecco perchè nel corso degli anni abbiamo lottato per aumentare l'importo delle borse di studio per i dottorandi  e continuiamo a lottare per abolire il dottorato senza borsa. Nei mesi passati ci siamo opposti all'approvazione della legge Gelmini sull'università. Ne abbiamo contestato la dimensione autoritaria che la ispira quanto alla gestione dell'università, la mancata eliminazione delle tante figure precarie, l'attenzione per il merito, la valutazione e la trasparenza, più volte annunciata ma nei fatti ulteriormente compromessa. Tutto questo è l'Adi, un'associazione fatta di tanti e tante che quotidianamente investono parte del proprio tempo per cercare di migliorare non solo la propria condizione di vita e di lavoro, ma quella di un'intera generazione, e forse di quelle future. Sappiamo che resta ancora molto da fare ed è per questo che abbiamo promosso l'appello “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta”. Siamo stanchi di non avere diritti, di non avere voce in questo paese, di essere sfruttati, di dover accettare ogni ingiustizia per la paura di non aver rinnovato il contratto. Come tutti i precari... siamo stanchi di essere sotto ricatto. Il ricatto silente, il ricatto implicito, che non puoi neanche denunciare. Il 9 aprile scenderemo in piazza per riprendere la parola, per richiedere più diritti per denunciare la “velenosità” del precariato per la ricerca come per la società tutta».Kollatino Underground: «Il Kollatino Underground è uno spazio occupato che dal 2003 dispone e fa disporre di due sale teatrali, una sala concerti, un laboratorio fotografico, una attrezzeria e un service luci audio con strutture e tecnici. È anche la sede creativa di tre compagnie teatrali. Sin dai suoi esordi vive un regime di autorganizzazione in forma orizzontale con un sistema autogestito ed autofinanziato. Sostiene la ricerca e la sperimentazione, la promozione di giovani artisti e l’avanguardia nel settore culturale del teatro tramite l'utilizzo dei diversi linguaggi dello spettacolo e della comunicazione, favorisce l'innovazione sociale, la libera espressione dello spirito e delle idee.  Così facendo si è dato spazio a decine e decine di artisti, collaboratori, tecnici e quant’altro abbia concorso alla costruzione di un indotto professionale nel settore artistico. Con la nostra esperienza siamo ben consapevoli che creare lavoro giovanile nel nostro Paese è possibile e che le spese di start-up sono irrisorie. Siamo anche consapevoli che, tra gli under 40 si nascondono capacità umane altamente professionali raramente utilizzate e davanti le quali è irto un muro che nega loro la possibilità di crescita e sopravvivenza nel proprio settore naturale. Non esistono a livello istituzionale, nonostante tutto, incentivi o agevolazioni fiscali che ci consentano di tenere questi ragazzi stabilmente all’interno delle organizzazioni, associazioni, fondazioni e quant’altro si occupi del nostro settore, costringendo quindi la piccola/media imprenditoria dello spettacolo a non poter creare un indotto stabile per le generazioni, che già oggi, stanno creando le famiglie di domani e la correlata economia che verrà. Per questo ci affianchiamo ai giovani precari, disoccupati e instabili di ogni genere, perché “il nostro tempo è adesso” e vogliamo crescere insieme»Di Nuovo Milano: «Il problema del precariato riguarda tutti. Riguarda anche chi si crede al riparo di un contratto a tempo indeterminato, e riguarda in particolar modo le donne che spesso, nel mondo del lavoro, sono colpite due volte. Come precarie, e come esponenti di un genere penalizzato quando si tratta di riconoscerne talento e capacità professionali. Qualche dato per non dimenticare: in Italia il 60 per cento dei laureati è donna e solo il 40 per cento uomo, eppure ben il 22 per cento delle laureate non lavora, contro il 9 degli uomini. Non solo. Le donne sono pagate meno (fino al 26 per cento) dei loro colleghi maschi. Il tasso nazionale di occupazione è del 35,4 per cento contro il 48,6 di quello maschile, ma quando si parla di lavoro a tempo determinato, ecco che le donne sono il 34,8 per cento contro il 27,4 dei maschi. Senza parlare della percentuale di donne costrette a lasciare il lavoro dopo il primo figlio o ad accettare un contratto part time indesiderato (31,2 per cento contro il 10,4 dei maschi). La conseguenza è che le ragazze fra i 18 e i 29 anni sono economicamente dipendenti e convivono con i genitori nella misura del 71,4 per cento (dati Istat 2011). Tutto questo ci fa capire quanto il precariato, prima di essere una soluzione alla crisi economica o un nuovo modello di flessibilità nel mondo del lavoro, sia un’idea di società ben precisa. Una società in cui persino la trasmissione dei diritti, da una generazione all’altra, da madre in figlia, viene messa in discussione, creando così un divario, uno scontro generazionale che sta ulteriormente alzando la conflittualità già esasperata nel nostro Paese. Una società in cui le cittadine e i cittadini sono trattati come spettatrici/spettatori (le diverse invenzioni della realtà di questi giorni ne sono prova ulteriore) o come meri consumatori. In particolare, ancora alle donne è riservato un ruolo prevalentemente ornamentale, di valletta o soubrette. E quindi precario, effimero, come lo è la giovinezza di tutti gli esseri umani. Tuttavia, in questo contesto non ci può essere spazio per la parola rassegnazione. Se negli anni Settanta si diceva che l’immaginazione doveva essere al potere, oggi, si può ben dire che l’immaginazione è potere. Perché un nuovo progetto di vita per uomini e donne che risponda a questo disagio diffuso è ormai necessario. Un progetto che includa, per almeno un paio di generazioni che si vorrebbe condannare a una precarietà perenne, la possibilità di costruire un percorso di vita adulto, di esprimere talenti e competenze, saperi e desideri, di realizzare ambizioni professionali e nuove visioni, della politica, dei rapporti, della realtà; di diventare madri e padri secondo basi paritarie».Già oltre 1500 persone hanno sottoscritto questo appelloLeggi il testo integrale dell'appelloPer sottoscriverlo anche tu clicca quiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Il nostro tempo è adesso»: Claudia Cucchiarato e Teresa Di Martino spiegano perchè sono promotrici dell'appello. L'elenco dei primi 300 firmatariL'elenco delle quasi cento associazioni, reti, partiti, siti web, giornali, collettivi che hanno finora aderito all'appello e promesso la loro presenza in piazza il 9 aprile:1)    IVAseiPARTITA - Architetti e ingegneri a partita Iva2)    Rete delle donne siciliane per la rivoluzione gentile3)    Arci4)    Laps - Laboratorio di Partecipazione Studentesca Milano5)    Coordinamento Assistenti Co.Co. Co. San Vito dei Normanni, Brindisi6)    Circolo Arci Blow Up, Palermo7)    Arte della Resistenza8)    Articolo 219)    Bo.Bi. Boicotta il Biscione10)    European Alternatives (Londra - Bologna - Roma - Parigi - Cluj Napoca)11)    Movimento Scuola Precaria - CPS Milano12)    Associazione Omosessuale Articolo Tre, Palermo13)    Left – Casa dei Giovani della Sinistra Palermo14)    Move On15)    Prossima Italia16)    Pugliamo l'Italia17)    Valigia Blu18)    Lavoratori Phonemedia in Lotta di Catanzaro19)    ADI – Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani20)    AIGAF - Associazione Italiana Giovani Agronomi e Forestali21)    Errori di Stampa – giornalisti precari romani22)    Le ragioni del restauro23)    Slow Music, Firenze24)    Popolo Viola25)    Donne di Classe26)    Fabbrica di Nichi – Roma27)    A.L.Vi.P. - Associazione Lavoratori Vittime del Precariato28)    Fabbrica di Nichi – Firenze29)    Coordinamento dei precari della Fondazione Santa Lucia di Roma30)    Faccio Gente Vedo Cose, Roma31)    Come i Comignoli, disoccupati, precari, e altri OGM32)    Panenka, Circolo Metropolitano Bologna33)    CLB (tecnici TV precari e non) - Coordinamento Lavoratori del Broadcast, Roma34)    CORE - Coordinamento Regionale della danza contemporanea e delle arti performative del Lazio35)    Donne che si fanno sentire, Roma36)    Cronache Laiche, Roma37)    Sguardo Contemporaneo - Associazione culturale di cura e critica d'arte fondata da giovani laureati in Storia dell'Arte all'Università La Sapienza, Roma38)    Condominio Valvolare39)    Associazione Lavoro&Welfare Giovani40)    Senza Bavaglio, Roma41)    Il Fatto Quotidiano42)    Reset Italia43)    Manifesto dello Stagista44)    L'Associazione 20 Maggio - Flessibilità Sicura45)    Coordinamento Nazionale Giornalisti Precari46)    (Puntoeacapo, Senza Bavaglio, Errori di Stampa, Campagna 4pallottolex5euro – “Non lavoro per meno di 50euro”)47)    ANPI di Valenza (AL)48)    Ass. H2 – soluzioni per il mondo che verrà49)    Laboratorio politico-culturale Alternativa50)    Giovani per la Costituzione51)    Atipici Radio 352)    DirittiDistorti53)    Associazione DrIm, Roma54)    Movimento Vivace, Arzano55)    I lavoratori atipici di RadioRai56)    Associazione Moto spontaneo d'indignazione, Milano57)    Associazione Consequenze, Roma58)    Rete dei Festival59)    Fanfulla 101 - Circolo Arci, Roma60)    Associazione culturale Chieti domani61)    Sindacato Autonomo Lavoratori Audiovisivo62)    Kollatino Underground, Roma63)    Associazione FUTURO IERI, Pistoia64)    Brigata Democratica Grika65)    I giornalisti freelance che aderiscono alla campagna 'non lavoro per meno di 50 euro'66)    Rete Giovani Arcigay67)    Comitato Nazionale XXVII Ottobre68)    Associazione da Sud69)    Rete degli Studenti Medi70)    Unione degli Studenti71)    Rete della Conoscenza72)    Unione degli Universitari73)    Federazione degli Studenti74)    Filcams CGIL Nazionale75)    NIdiL CGIL Nazionale76)    SLC CGIL Nazionale77)    Coordinamento lavoratori precari del terzo settore, Nidil-Cgil Roma78)    Coordinamento Precari FLC CGIL Modena79)    Camera del Lavoro di Palermo80)    FLAI - CGIL Palermo81)    FLC CGIL Palermo82)    SLC CGIL Palermo83)    Giovani edili e restauratori FILLEA CGIL Palermo.84)    Giovani Comunisti85)    Italia dei Valori86)    Circolo IDV Roma Centro87)    Sinistra Ecologia Libertà di Vicenza88)    Sinistra Ecologia Libertà Campania89)    Giovani Democratici del Salento, Lecce90)    Giovani Democratici di Gaeta91)    Sel Molise92)    Giovani Democratici Ruffano, Lecce93)    Giovani Democratici Modena94)    Giovani Democratici Marche95)    Federazione dei Giovani Socialisti (FGS)

Diario di una precaria (sentimentale), in scena il dramma ironico di una disoccupata

Assunta Buonavolontà ha 25 anni e si è appena laureata con il massimo dei voti in Scienze della comunicazione. Piena di aspettative per il futuro, Assunta (lo è solo di nome) scoprirà presto che non basta chiamarsi Buonavolontà - confidando nel nomen omen - per trovare lavoro: il precariato diventa il suo limbo permanente. Un'eroina moderna, interpretata da Maria Antonia Fama, che racconta con ironia dal palcoscenico le tortuose vicende paralavorative di una giovane dei nostri giorni, nel monologo Diario di una precaria (sentimentale), per la regia di Manuel Fiorentini. Tratto da un radiodramma - di cui la protagonista, giornalista di Radio Articolo 1, è peraltro anche autrice - poi diventato rubrica sul sito Rassegna sindacale, lo spettacolo è approdato in teatro un paio d'anni fa: la scorsa settimana è andato in scena a Roma, al Teatro Studio 1, con un buon successo di pubblico. Il merito principale della messa in scena è di rivisitare in chiave ironica il tema – ben poco comico per la verità – della disoccupazione e del lavoro precario, non smettendo mai di far ridere per tutta l’ora e mezzo dello spettacolo. E dire che ce ne vuole: Assunta si è trasferita a Roma in un appartamento sulla Nomentana che divide con l’amica Lalla, ma praticamente passa le giornate in tuta sul divano o in fila in un qualche ufficio a caccia di lavoro. Bollette da pagare, curriculum inviati in ogni dove, Assunta arriva al suo primo colloquio di lavoro in un Cpi, il contrario del Cpt – spiega lei – perché si tratta di un «centro di permanenza infinita». Alla fine però il lavoro agognato arriva, ed è – neanche a dirlo – per il classico call center. Ecco che Assunta si ritrova a chiamare la signora Serviddio per la Suck up my sock, azienda specializzata nella vendita di aspiracalzini contro mariti disordinati, ma come se non bastasse deve subire le rispostacce al telefono di casalinghe imbizzarrite. Di lì allo psicanalista – una voce fuori campo che parla come il mitico Ruggero (Carlo Verdone) di Un sacco bello – il passo è breve. Assunta però sa già che il suo problema non è una «pulsione sessuale recondita, e un desiderio di sottomissione segreto», come vorrebbe farle credere lui. E alla fine, tormentata da sogni notturni sul suo idolo Marcello Mastroianni, decide di buttarsi su quello che desidera davvero. Fare l’attrice. E scoprirà anche qui che il massimo che possono offrirle, non essendo una modella che «non sa fare niente ma lo sa fare con grande charme», è una versione soft del lavoro in nero, quello «grigio topo». Le soddisfazioni non tardano ad arrivare. Assunta viene subito scritturata per una fiction d’impegno su una madre coraggio: una che – racconta lei – fa sacrifici durissimi per permettere alla figlia di partecipare al concorso di Miss Maglietta Bagnata, ma alla fine viene premiata, perché incontra Fabrizio Frizzi che la sceglie per Miss Italia. Esilarante la scena finale. Presa dai rimorsi la nostra Assunta – avvolta in un’atmosfera da film horror - va in chiesa a confessare di aver peccato. Lei infatti è diventata una «perversa e pervertita precaria» che con i datori di lavoro non ha altro che rapporti occasionali. Per chi è nella stessa condizione di Assunta sembra di assistere alla rappresentazione della propria vita, accompagnata però da una sana dose di risate contro la depressione. Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per bamboccioni», un libro per chi è stufo di piangersi addosso- «In tv si può parlare di lavoro con equilibrio e senza banalità»: intervista a Sabrina Nobile, conduttrice del programma «Il contratto»

Almalaurea, crollano occupazione e stipendi dei laureati. E chi fa uno stage ha solo il 6% in più di opportunità di lavoro

Laurearsi in Italia non sempre paga, o comunque non a pochi anni dal titolo. È quanto emerge dal rapporto Almalaurea 2011 sull’occupazione dei laureati. I numeri parlano chiaro: il 77% dei laureati triennali del 2007 risultava occupato a un anno dalla laurea, mentre per i laureati 2009 la percentuale è scesa al 71%. Sorte ancora peggiore è toccata all’occupazione degli specialistici, passata nello stesso arco di tempo dal 45 al 37%. La stessa curva negativa si riflette anche sulla disoccupazione, che cresce di ben otto punti per i laureati a ciclo unico (nello studio analizzati a parte rispetto ai laureati specialistici ‘semplici’). E neppure paga in termini di occupazione lo svolgimento di tirocini durante il percorso di studi, nonostante siano più che raddoppiati dal 2001. A cinque anni dal titolo, solo uno su dieci ha ottenuto lavoro grazie a uno stage prima della laurea. Le cose non migliorano per i laureati di secondo livello dell’anno 2009: lavora infatti il 58% di chi ha seguito un tirocinio durante gli studi contro il 52% di chi non può vantarlo. In pratica dopo uno stage in Italia si hanno solo sei probabilità su cento in più di trovare un impiego. Se si guarda però agli stagisti post-laurea, in particolare a chi non lavorava al momento del titolo, l’occupazione cresce fino a toccare il 60% contro il 40% di chi non ha fatto alcun tirocinio. E ancora, gli stage collegati a un master 44 volte su cento sono serviti a trovare lavoro: dunque stando ad Almalaurea un investimento in uno stage a percorso di studi concluso, così come in un corso di specializzazione, può risultare davvero utile. La precarietà è l’altro campanello d’allarme. Il lavoro stabile è diminuito dal 50 al 46%, e contemporaneamente sono aumentati gli atipici e i senza contratto: i primi – considerando il gruppo degli specialistici – sono il 46%, percentuale che coincide dunque con chi ha una posizione di lavoro ‘classica’. A questo punto c’è da chiedersi se abbia ancora senso usare l’aggettivo ‘atipico’. E ancora gli stipendi, sempre più bassi. Se un laureato del 2007 ha una retribuzione di poco superiore a uno del 2009, la forbice si allarga per gli specialistici: la differenza per loro schizza a 120 euro.  Un crollo di potere d’acquisto che fa registrare addirittura un record negativo del 9,6% per i laureati pre-riforma, che dichiarano uno stipendio medio di 1320 euro: i colleghi del 2000 ne guadagnano 1460. Impietoso anche il confronto con l’estero. I laureati specialistici 2009 che hanno deciso di emigrare oltralpe prendono un sostanzioso stipendio: più o meno 1570 euro. Fossero rimasti in Italia, dimostra Almalaurea, si sarebbero dovuti accontentare stato di poco più di mille euro. E un laureato pre-riforma? Per lui lo scarto è di più di 700 euro rispetto a un connazionale restato in Italia: un cervello 'fuggito all'estero' guadagna infatti circa 2mila euro, mentre in Italia la sua busta paga sarebbe stata di nemmeno 1.300 euro. Forse uno dei motivi dell’esodo delle migliori menti italiane? L’età media al momento della laurea (in base a un dato della rilevazione 2010) risulta invece in diminuzione, se si considera il valore al netto delle immatricolazioni tardive (dopo i 19 anni): se per i laureati pre-riforma  era di 27 anni, adesso ci si attesta attorno ai 24 per la triennale e non oltre i 25 per la specialistica. Un dato ancora alto ma che – sottolinea il direttore di Almalaurea Andrea Cammelli – va collegato al maggiore stazionamento degli studenti italiani nelle scuole superiori, in media un anno in più rispetto all’Europa. Ilaria Mariotti   Per saperne di più su questo argomento leggi anche: - I laureati italiani fotografati da Almalaurea: sempre più disoccupati e meno retribuiti - I giovani secondo Pier Luigi Celli? Una «generazione tradita». Di cui continuano a parlare soprattutto i vecchi