Categoria: Storie

Dentro Vulcanus in Japan: gli stage a Osaka e a Hitachi di Flavio e Andrea

Il prossimo 20 gennaio scadono i termini per partecipare a Vulcanus in Japan, il programma annuale di tirocini in aziende giapponesi del settore tecnologico finanziato dall'Eu-Japan Center for Industrial Cooperation di Bruxelles e dalle aziende stesse, destinato a tutti gli studenti europei iscritti a facoltà tecnico-scientifiche. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a due ex partecipanti di raccontare il loro anno nel Paese del Sol Levante: ecco le storie di Flavio De Laurentis e Andrea De Franco.   Flavio De Laurentis (28 anni, provincia di Brescia)Ho scoperto Vulcanus all'università. Affascinato da sempre dalla robotica, ho scelto Ingegneria dell’automazione al Politecnico di Milano e al secondo anno di studi - nel 2006 - ho sentito per la prima volta del progetto. Mi sono candidato però solo nel 2009, prima di iniziare il secondo anno di specialistica [possono candidarsi gli studenti iscritti almeno al quarto anno di studi, ndr]. La redazione della domanda in sè è una sfida, il modulo è molto articolato, ma ho ricevuto un grandissimo aiuto dall'allora responsabile dell'ufficio mobilità dell'ateneo. A gennaio 2010 è stata pubblicata la short list, in cui rientravo, e circa un mese dopo mi è stato chiesto di presentare una lettera di motivazione. Ancora un mese ed è arrivata la bella notizia, ero stato selezionato: partenza il 31 agosto con destinazione Tokyo, dopo un incontro a Bruxelles con tutti i vincitori.I primi quattro mesi di permanenza prevedono per tutti la partecipazione ad un corso di giapponese nella capitale, poi inizia l'esperienza in azienda. Io mi sono trasferito a Osaka, ospitato dalla Sanyo, oggi assorbita dalla Panasonic. Per otto mesi, da gennaio ad agosto 2011, ho lavorato alla creazione di un modello matematico innovativo per le batterie agli ioni di litio, percependo un rimborso complessivo era di 2 milioni di yen, allora equivalenti a circa 16mila euro - oggi un po' meno.  Un quarto ci è stata erogato a settembre appena arrivati, poi 100mila yen al mese a partire da gennaio e fino ad agosto. Infine a marzo la parte rimanente, cioè 700mila yen. Il tutto con estrema puntualità. A conti fatti quindi ogni mese potevo contare su mille euro di rimborso, più alloggio gratuito, che per i primi quattro mesi a Tokyo consisteva in una stanza singola con bagno individuale, poi in un appartamento non condiviso per gli otto mesi a Osaka, entrambi molto confortevoli. È stata un'esperienza estremamente significativa, che mi ha segnato moltissimo, sia dal punto di vista personale che professionale. In azienda mi sono trovato estremamente bene. Erano tutti giapponesi, in media 35 anni, più due tre ragazzi della mia età. Giusto il primo giorno, non essendo abituati agli stagisti, mi hanno dato dei lavori un po' di basso livello, come delle analisi Excel. Poi, testato il mio livello di competenza, ho ricevuto compiti via via più sofisticati, come la modellazione matematica con Matlab. In generale io lavoravo fino alle sei e mezza e il mio work life balance era ottimo, ma per i dipendenti giapponesi le cose sono un po diverse: tendono a stare in ufficio molto a lungo.Parlando di difficoltà, quelle linguistiche per me sono state la base di tutte le altre. Superato - in parte - quell'ostacolo, è stato tutto in discesa. E poi c'è stato il terremoto del marzo 2011. Quel giorno ero in trasferta a Tokyo per una presentazione ed è stata un'esperienza pesante, specialmente quando poi è esplosa Fukushima. A quel punto sono tornato a Osaka, dove il rischio era molto più basso, e dove ho ospitato alcuni amici che lavoravano in zone più pericolose. Poi però i miei mi hanno chiesto di tornare in Italia per un paio di settimane. E l'ho fatto. Poi di nuovo a Osaka per gli ultimi cinque mesi di stage.Finita l'esperienza in Giappone ho concluso la specialistica in Italia e ad aprile 2012 mi sono laureato. Pochi mesi dopo sono entrato in McKinsey & Company come business analyst, poi lo scorso giugno l'azienda mi ha proposto di frequentare un master sponsorizzato. Adesso quindi sto svolgendo un MBA alla Hong Kong University of Science and Technology Business School, pagato dalla divisione italiana di McKinsey. E non c'è dubbio che Vulcanus in Japan è stato fondamentale per raggiungere questi risultati. Senza il Vulcanus non avrei avuto un curriculum degno di nota, non sarei entrato in McKinsey, non avrei avuto la possibilità di fare l'MBA sponsorizzato. Sarei una persona con un sacco di storie in meno da raccontare.Foto: sopra, Flavio ai giardini Kiyosumi di Tokyo e, sotto, insieme al gruppo dei vincitori 2010-2011.   Andrea De Franco (26 anni, Genova)Sin dalle superiori sono stato interessato alle scienze applicate e quando nel 2007 si è trattato di scegliere la facoltà universitaria ho optato per Fisica, a Genova. Poi, conclusa la triennale a marzo 2011, la curiosità nel campo della fisica nucleare e particellare mi ha spinto a proseguire con il corso di specialistica in Fisica delle interazioni fondamentali.  È a questo punto che ho scoperto Vulcanun in Japan. Avevo iniziato da poco a cercare attivamente posizioni di stage e placement, sia in Italia che all'estero, quando una ricerca sul web mi ha portato al link giusto.  Ho deciso subito di fare domanda.La documentazione per l'application è varia e complessa, richiede tempo e impegno, per cui ho iniziato a raccoglierla a novembre 2011, per poi spedire il tutto ad anno nuovo. Non senza difficoltà: nel mio caso l'ente organizzatore non è stato molto disponibile a fornire aiuto, vista la mole di candidature - tra le 800 e 900 ogni anno. In compenso sul web si crea sempre una un'intensa attività di collaborazione e condivisione. I candidati all'inizio vengono valutati solo sulla base dei documenti spediti, quindi è importante che siano compilati alla perfezione. Io interpreto questa fase come una scrematura per individuare le persone davvero interessate, pronte a scrivere e riscrivere mille volte cv, lettera di accompagnamento e tutto il resto pur di diventare stagista Vulcanus in Japan.Io ho saputo che lo sarei diventato il giorno di Pasqua del 2012. Il successivo luglio ho conseguito la laurea specialistica con lode, poi a settembre sono partito per quello che è stato l'anno più bello e ricco di esperienze della mia vita. Ho passato i primi quattro mesi a Tokyo con tutti gli altri partecipanti per un corso di giapponese. La mia competenza era nulla, ma poi ho raggiunto un livello medio, idoneo ad affrontare le conversazioni di tutti i giorni. La lingua è stato un grosso scoglio, pochi parlano bene inglese, ma la difficoltà maggiore è stata capire e adattarsi alla cultura del Paese: così ricca, complessa e lontana dalla nostra. Il processo di studio, comprensione e adattamento agli usi e costumi nipponici è stato arduo, ma estremamente gratificante. Per lo stage mi sono trasferito nella città di Hitachi, 200 km a nord di Tokyo, dove ho lavorato per otto mesi in un'azienda del settore ingegneria nucleare, la Hitachi Works. I colleghi mi hanno accolto calorosamente e mi hanno insegnato molto: ancora adesso, dopo quasi due anni, siamo ancora in contatto. L'azienda ha molto riguardo nei confronti degli stagisti, da subito sono stato stimolato ad affrontare sfide sempre più importanti e sono stato coinvolto nella vita lavorativa. La compagnia è stata premurosa anche nell'offrirmi un ottimo alloggio, pagando persino le bollette. Ogni azienda ospitante procura l'alloggio al tirocinante, e del tipo che ritiene opportuno. Si può variare da una stanza in dormitorio a chilometri di distanza dall'ufficio, fino all'appartamento in centro a Tokyo a pochi minuti di cammino. Il grant che si riceve è più che sufficiente a vivere bene in Giappone, con un po' di parsimonia ma senza negarsi nulla, inclusi frequenti viaggi in questa bellissima nazione. Vulcanus in Japan è stato senza dubbio il trampolino di lancio della mia carriera, oltre ad avermi arricchito da mille punti di vista. Adesso, da qualche mese, sto studiando all'Università di Oxford per ottenere un dottorato in Astrofisica, per il quale ricevo uno stipendio lordo di 50mila sterline all'anno grazie ad una borsa Marie Curie ITN. Durante le selezioni era stato esplicitamente comunicato l'interesse a profili con esperienze in Paesi non familiari: indice di grande adattabilità, indipendenza ed ambizione. Tuttte doti che non mancano ai partecipenti di Vulcanus. Ragazzi, siate consapevoli che là fuori c'è un mondo che vi aspetta, dovete solo allungare la mano per afferrarlo!Foto: sopra, Andrea al santuario di Kumano Hayatama Taisha e, sotto, al santuario di Itsukushima.Testimonianze raccolte da Annalisa Di Palo

Sei mesi ad Harvard con la Fulbright Research: «Siamo ricercatori ma anche ambasciatori culturali»

Il programma Fulbright Research Scholar assegna nove borse di studio e ricerca negli Stati Uniti per l’anno accademico 2015-2016: le candidature sono aperte fino al prossimo 9 gennaio. A disposizione, da 9mila a 12mila dollari per soggiorni da sei a nove mesi. Laura Cavicchioli, 40 anni, veterinaria e ricercatrice dell’università di Padova, ha trascorso sei mesi alla Harvard Medical School, in Massachusetts. Alla Repubblica degli Stagisti racconta la sua esperienza.Al programma Fulbright ho voluto partecipare per fare qualcosa di diverso, anche sul piano personale. Non si tratta “solo” di una borsa di ricerca: lo “spirito Fulbright” richiede di essere ambasciatori del proprio Paese e di immergersi nella vita quotidiana americana. È quello che ho fatto anch’io, nei sei mesi che ho trascorso in Massachusetts da gennaio a giugno del 2014. Al Centro Primati dell’università di Harvard (New England Primate Research Center) ho studiato gli effetti del diabete di tipo 2 sui primati, per capire come il glucosio e l’insulina possano creare una degenerazione neuronale, causando un decadimento cognitivo. È un fenomeno molto simile a quello riscontrato nell’uomo, in alcuni pazienti, anche molto giovani. Per questo uno studio comparato può essere molto utile e per questo tipo di ricerca il Centro Primati di Harvard è all’avanguardia. La mia esperienza è stata parte di un progetto più ampio, coordinato dal National Institute of Health americano, che vede coinvolti vari centri universitari americani. Per partecipare a Fulbright bisogna presentare una lettera di invito e un progetto di ricerca specifico: ad Harvard ero già in contatto con una patologa veterinaria americana e volevamo approfondire questo aspetto di ricerca. Era un progetto dettagliato e penso che questo abbia fatto la differenza nella selezione, quando mi sono candidata alla borsa Research Scholar. All’estero ero già stata in altre occasioni. Nel 2007 ero stata in Texas, alla A&M University, per degli studi sulla patologia renale del cane e del gatto. In quell’occasione, però, senza nessuna borsa. Prima ancora, nel 1998, sono stata borsista con il programma europeo Leonardo al Martin Referrals Centre di Kenilworth, in Gran Bretagna. Penso di essere stata una delle prime: le borse erano ancora in ECU! Il mio percorso di studi e professionale, comunque, è sempre stato dentro l’università di Padova. Prima la laurea in medicina veterinaria, poi il dottorato di ricerca nel 2004 e, infine, la qualifica da ricercatore in patologia e anatomia patologica veterinaria. Fulbright è stato l’opportunità perfetta per tornare negli Stati Uniti. Sono partita per Boston, portando con me mio figlio di cinque anni. In realtà la borsa in sé (9mila dollari per sei mesi, ndr) non può coprire tutti i costi. Bisogna fare i conti anche con le necessità di tutti i giorni: l’automobile, le utenze di luce, gas, riscaldamento. E anche, nel mio caso, il costo di rimozione della neve. Sono spese alte quando si rimane per pochi mesi. La scuola, in più, è molto costosa, anche se quella pubblica è più accessibile. Se parti da solo, ce la puoi fare. Se hai la famiglia con te, si fa fatica. Prima di partire ho scoperto di essere di nuovo incinta. Ci ho pensato molto, ma non ho voluto rinunciare e l’assistenza medica ha coperto tutte le esigenze della mia gravidanza. Ho comunque dovuto aggiungere delle risorse personali, anche perché avevo bisogno di trovare una casa adatta per me e mio figlio. Tra una cosa e l’altra, in sei mesi ho speso 18mila euro. È difficile, ma non impossibile. L’università italiana mi ha comunque garantito lo stipendio e la possibilità di mantenere il mio posto da ricercatore. L’aspetto più duro è stato a livello psicologico: sapevo che ero da sola. Mio marito non poteva lasciare l’Italia per motivi professionali. Negli Stati Uniti, però, ho trovato un’assistenza pressoché perfetta: la scuola materna poteva tenere mio figlio anche fino alle sei del pomeriggio, permettendomi di lavorare a pieno. E durante la gravidanza avevo uno scadenzario completo con le visite e i controlli da fare. In laboratorio poi non è stato un grande problema: ho lavorato molto con tessuti d’archivio, evitando il contatto con determinati reagenti. Un’infermiera aveva stilato una lista di materiali che non potevo usare o toccare e qualcun altro, quindi, lo faceva al mio posto. È una questione di organizzazione. In America sono abituati così. In maternità, in pratica, ci vai quando ti si rompono le acque. Fino al momento prima puoi lavorare tranquillamente. Il mio secondo figlio, però, è nato in Italia. Mi scadeva il visto una settimana prima della data del parto e in quel momento, in ogni caso, non volevo essere da sola. Alla fine è andato tutto bene. Anche se le hostess, in aereo, quasi temevano che nascesse in volo. Credo che in Italia l’opportunità data da Fulbright non sia ancora così famosa e “sentita” come lo è in America. Però ne vale la pena, sicuramente a livello personale, per accrescere la propria esperienza professionale e il prestigio del curriculum. A chi volesse candidarsi, dico che è essenziale prendersi per tempo. Bisogna presentare progetti pensati con la testa e digeriti bene. Inoltre bisogna essere capaci di spiegare non solo i dettagli del proprio progetto di ricerca, ma anche perché si vuole partire proprio con questo programma. Le tre lettere di presentazione le ho ottenute facilmente, da colleghi di altri atenei italiani e stranieri con cui avevo già collaborato in passato per ricerche sul diabete. A prendere più tempo è stata la stesura del progetto, perché bisogna indicare nel dettaglio anche i costi, nonché quanto saranno spendibili i risultati della ricerca nel proprio ateneo, una volta tornati. Io ci ho messo qualche settimana. A voler preparare bene la candidatura, penso ci voglia almeno un mese. Non si devono sottovalutare i tempi di risposta per ottenere le lettere di presentazione e tutti i documenti necessari. La scadenza è ai primi di gennaio, ma con le festività natalizie di mezzo, spesso il tempo si riduce. Io l’ho usato tutto, fino all’ultimo: i documenti li ho portati a mano, di persona, a Roma, per non rischiare ritardi con i corrieri, a fine dicembre 2012. Poi c’è tutto l’iter di selezione. Come è indicato nel bando, le interviste finali sono in primavera. Se risulti vincitore, c’è almeno qualche mese di tempo per organizzare il viaggio e il lavoro da lasciare in Italia. Prima della mia partenza, nel gennaio 2014, la  Commissione Fulbright italiana mi ha aiutato soprattutto per le pratiche relative ai visti con l’ambasciata americana. A Padova, invece, ho potuto contare moltissimo sull’aiuto dei miei colleghi: di certo non è previsto che vengano chiamati sostituti esterni. Per fortuna non avevo corsi da tenere nel semestre in cui sarei partita e l’attività di ricerca ho potuto gestirla anche da lontano: non avevo grosse incombenze di laboratorio. Ai miei colleghi ho affidato i tirocinanti che dovevo seguire. Ricambierò il favore quando rientrerò dalla maternità, visto che un’altra collega è in partenza con una borsa Fulbright. È un “do ut des”, ma vale la fatica. Resto convinta della qualità di queste esperienze: per migliorarsi è necessario uscire dall’università italiana, andare altrove. I frutti li vedremo tutti, fra un po’. Lo “spirito Fulbright”, poi, richiede di essere ambasciatori del proprio Paese: dal punto di vista scientifico, volevo testimoniare che la ricerca da noi in Italia si fa, e anche a un certo livello. Il grande interesse che ho trovato in America per il mio lavoro me lo ha confermato. Dal punto di vista culturale, il programma Fulbright ti chiede di immergerti nella società americana e questo mi sento di averlo vissuto fino in fondo, non solo grazie a iniziative come conferenze, eventi e gite organizzate per i borsisti, ma anche nella quotidianità. In America, ad esempio, ho iscritto mio figlio all’asilo. Lui si è divertito un mondo e si è inserito subito, anche grazie allo sport. Oltre alla ginnastica nella palestra della scuola, con i maestri della Gym Academy americana che venivano apposta, ha iniziato a giocare a calcio nella squadra locale. Partite e allenamenti nei fine settimana: l’organizzazione in sè era perfetta. Lui si è appassionato moltissimo. Non è stato difficile conoscere nuovi amici. Io, con lui, ho trovato un’atmosfera molto familiare, dove tutti si interessano a te e sono pronti a darti una mano. Grazie a mio figlio ho potuto partecipare alla vita scolastica in tutti i suoi aspetti, riunioni del gruppo genitori comprese. È un modo di tessere relazioni: quando siamo tornati in Italia, abbiamo fatto nascere un gemellaggio tra le due scuole materne. Credo che anche questo sia un modo di essere “ambasciatori culturali”. Mi sembra di aver gettato un piccolo seme per qualcosa di buono.  Testo raccolto da Maura Bertanzon

«Roma costosissima per gli stagisti, io ce l'ho fatta solo grazie a un'azienda rispettosa»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Giovanna Mostacciuolo, oggi assunta a tempo indeterminato nel settore contabilità di Infocert, a Roma. Ho 31 anni e sono di San Giorgio a Cremano, un paese a pochi chilometri da Napoli. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Economia della Federico II di Napoli, anche se l’esigenza di confrontarmi con il mondo del lavoro si è fatta sentire presto, già dai primi anni universitari. Così ho cominciato lavorando come hostess, oppure facendo volantinaggio ed animazione per bambini. Poi ho collaborato nell'azienda di famiglia, a titolo gratuito: mi occupavo di attività amministrative, redazione delle gare di appalto pubbliche e gestione del sistema di qualità Uni En Iso. Ad ottobre 2009 ho ottenuto la laurea specialistica in Economia delle imprese e dei mercati e ho deciso di cambiare città, non tanto per lavoro - avrei potuto  continuare a lavorare nell’azienda di famiglia, con altre condizioni contrattuali ovviamente - ma per essere indipendente ed essenzialmente per migliorare la qualità della mia vita. Così mi sono trasferita a Roma. Poco dopo il mio arrivo ho iniziato a lavorare con un contratto a progetto per una società che gestisce il credito di una multinazionale del settore telecomunicazioni. Nello specifico, mi occupavo di verificare la correttezza delle fatture  e di fidelizzare i clienti scontenti apportando degli sconti. Il tutto è durato tre mesi, a partire da giugno 2010, poi mi sono licenziata, ma per un'ottima ragione. Nel frattempo infatti mi ero candidata per uno stage: un mio amico, che durante la redazione della tesi si era interessato all’attività di InfoCert, azienda specializzata in servizi di certificazione digitale e gestione dei documenti elettronici, mi aveva segnalato che nella loro area amministrativa era aperta una buona posizione. Compilato il modulo sul sito aziendale, dopo qualche giorno sono stata contattata dall’ufficio Risorse umane per un primo colloquio conoscitivo telefonico. Poi sono stata invitata a sostenere un altro colloquio presso la sede Infocert, al quartiere Ardeatino, alla presenza delle risorse umane, del responsabile amministrativo e di quello che sarebbe diventato il mio tutor.  Il colloquio è durato circa un’ora e ricordo di essere rimasta colpita dall'ambiente giovanile e privo di formalismi, mi sono sentita da subito a mio agio. Ho parlato dei miei studi, delle mie esperienze lavorative precedenti, delle mie attitudini e punti di debolezza, e mi sono stati illustrati i dettagli dell'offerta di stage. Passate un paio di settimane poi è arrivata la telefonata dalle Risorse umane che mi informavano di aver passato le selezioni. E non solo: erano anche interessati  anche alla mie impressioni sulla società, cosa che mi lasciò quanto meno stupita. Nel mondo del lavoro purtroppo spesso non vengono considerate le idee e i punti di vista dei dipendenti. In InfoCert, invece, il dipendente conta, è considerato parte integrante e sostanziale dell’azienda. E non è poco! A fine settembre 2010 quindi ho iniziato il mio stage semestrale nell’amministrazione di InfoCert, dove mi sono occupata principalmente di contabilità ordinaria e controllo di gestione, all’inizio in affiancamento e in seguito in autonomia, percependo ogni mese un rimborso spese di  600 euro netti, più buoni pasto da 8,50 euro al giorno.  Un'avventura supportata da un lato da colleghi leali e disponibili e dall’altro dalla mia famiglia, che mi ha aiutata economicamente ad affrontare le spese. Roma è una città viva e piena di iniziative, non ci si potrebbe trovare male, ma la grande bellezza di questa città è offuscata dai suoi prezzi esorbitanti. Per uno stagista - anche con un buon rimborso - non è semplice far fronte alle spese, prima fra tutte l’affitto di una stanza. I monolocali sono inavvicinabili. Il costo della vita è quasi doppio rispetto a quello della mia città di origine, ma ho imparato presto ad adattarmi e oggi mi godo la città quasi come fossi turista, guardandola con ammirazione ed interesse costante. Roma oggi infatti è diventata la mia città adottiva: dopo i sei mesi di stage in Infocert, più uno di proroga, sono stata confermata con un contratto di apprendistato di 36 mesi, iniziato ad aprile 2011 [l'azienda dichiara una percentuale di stagisti assunti con questa tipologia contrattuale pari al 55%, ndr]. Quattro mesi prima della scadenza poi, l'apprendistato si è stato trasformato in contratto a tempo indeterminato. Oggi quindi, grazie ad uno stage in un’azienda seria e rispettosa, ho un lavoro che mi dà sicurezza, che mi piace, e che con uno stipendio netto di 1.200 euro al mese mi permette di non gravare più sulle finanze dei miei genitori. Direi che lo scopo per cui quattro anni fa ho lasciato il mio paese d'origine è stato raggiunto.   Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo 

«Siamo energici e intraprendenti, metteteci a lavorare»: un appello alle aziende italiane

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Lisa Stranieri Zafferani, oggi dipendente di Philips, a Milano, con contratto di apprendistato. Ho 27 anni e sono di Cattolica, ma per sette anni ho vissuto in Texas, per trasferimento di lavoro di uno dei miei genitori, che è italo-americano e possiede un’azienda negli Usa. All’epoca avevo cinque anni e per me è stato un gigantesco cambiamento. Ho ricordi molto nitidi di quel periodo, soprattutto dei primi mesi, in cui andavo a scuola con gli americani e non capivo una parola di inglese. Non è stato facile ma mi ha resa forte e indipendente da subito. A 12 anni poi sono tornata in Italia, dove ho finito le scuole medie e frequentato il liceo scientifico con indirizzo informatico. Crescendo sulla riviera romagnola, dove la maggior parte delle attività aprono solo nel periodo estivo, dai 15 anni in poi ho lavorato tutte le estati come cameriera in una piadineria famosa del posto. Alla fine delle superiori – era il 2008 - mi sono trasferita a Milano per frequentare la Bocconi, dove nel 2014 mi sono laureata nella specialistica in Management of Innovation and Technology. Sono stata la prima persona della famiglia, sia da lato materno che paterno, a laurearsi. In questi anni ho fatto anche il mio primo stage, un tirocinio curriculare ad Adelaide, nel governo del sud Australia, partecipando al programma International Internship dell’università. Per  tre mesi, da luglio ad ottobre 2010, ho svolto un progetto di ricerca sull'operato delle camere di commercio sul territorio. Lo stage non era rimborsato né tanto meno finalizzato all’assunzione, ma una maniera per far vivere a più ragazzi di vivere questa esperienza unica. A sostenere le spese sono stati principalmente i miei genitori: 1200 euro di volo e 700 euro al mese per vitto e alloggio. Il secondo tirocinio si è svolto invece a Milano nel 2013, in un’azienda che crea serious games, cioè giochi digitali che simulano la realtà per educare o sensibilizzare. Ad esempio giochi che permettono di fare training ai vigili del fuoco simulando situazioni di pericolo, oppure che permettono di capire gli effetti di un'alimentazione sana o scorretta sul corpo. La "gamification" – l’applicazione di mezzi ludici a contesti diversi dal gioco - era stata materia di esame, e l’avevo trovata molto interessante. Durante questi tre mesi ho lavorato ad un progetto di ricerca europea al quale l’azienda partecipava e svolto ricerche sullo stato dell’arte delle Smart Cities in Europa e seguito le prime fasi di brainstorming del progetto. Anche questo stage non era rimborsato e aveva un futuro - ma neanche lo avrei voluto, per concentrarmi meglio sulla tesi, che iniziavo a scrivere. In quel periodo però ho iniziato a candidarmi per i colloqui individuali della Bocconi&Jobs. A due settimane dall’inizio della fiera del lavoro, a sorpresa, sono stata chiamata da Philips per una giornata di assessment, che si è svolta di lì a breve a Milano. Eravamo otto ragazzi e una ragazza - io - e alla fine della giornata sapevo che era andata bene. Infatti dopo una settimana l’azienda mi ha richiamato per darmi la buona notizia: avrei iniziato uno stage semestrale nel Business Development B2G - business to government - ma questa volta sarebbe stato diverso. Lo stage prevedeva un rimborso di 800 euro netti al mese, più mensa aziendale, e l’assunzione era una possibilità concreta. Che poi è diventata realtà, perché finito lo stage, lo scorso giugno ho firmato un contratto di apprendistato biennale da 28mila euro lordi all’anno e da sei mesi lavoro in una posizione di supporto alla strategia aziendale.Avendo una passione per le innovazioni penso di essere entrata nell’azienda giusta al momento giusto. Philips è in trasformazione e sono molto contenta di poter assistere a questo cambiamento. Sento di avere grandi potenzialità e che l’azienda sarebbe capace di riconoscerle. Consiglio a tutti di non farsi abbattere anche se sembra di vivere un periodo difficile. Esistono altrettanti casi come il mio in cui il merito e le capacità sono state riconosciute dalle aziende giuste. Non è tutto da buttare in questa nostra Italia. L’estero va bene, ma quando il trasferimento è costruttivo, e non solo una via di fuga. La questione stage è fondamentale, in quanto legata a doppio filo al problema lavoro. Bisognerebbe dividere fra stage formativi e stage con finalità di assunzione. Gli stage formativi devono essere promossi dalle università durante il percorso di studi e non dopo! Non abbiamo tempo né voglia di continuare a fare stage dopo la laurea. Siamo giovani, energici, freschi e intraprendenti. Metteteci a lavorare!Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo

Ventitré anni e appassionata di contabilità, già assunta a tempo indeterminato: avvio di carriera sprint in Everis

“La cosa che mi è piaciuta di più in questo stage è che stavo effettivamente lavorando, oltre che imparando: ero trattata al pari dei miei colleghi assunti, senza nessuna distinzione”Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Elisabetta Garattini, 23 anni, oggi dipendente nel settore Finance di Everis, a Milano. Ho quasi 23 anni e ho sempre vissuto a Pedrengo, un paesino in provincia di Bergamo. Seguendo le orme di mia sorella, di un anno più grande di me, ho frequentato il liceo scientifico e mi sono diplomata nel 2009 con 67/100. Un po’ delusa dal voto, ho deciso di iscrivermi ad Amministrazione, contabilità e controllo d’azienda all’università di Bergamo: volevo cambiare totalmente materie rispetto a quelle studiate al liceo. E proprio con questa virata ho scoperto la mia passione per la ragioneria, la contabilità, i bilanci e le tante materie economiche.Ho studiato molto e con interesse, ma finiti gli esami la mia preoccupazione ovviamente era «e dopo la laurea cosa faccio? Come trovo un lavoro?». Così ho deciso di avvalermi di uno stage, che almeno nel nostro settore sembrava un metodo efficace per iniziare a lavorare. Mi sono iscritta alla piattaforma universitaria di placement e, con relativa facilità, ho iniziato a fare qualche colloquio. Alla fine sono stata scelta da uno studio associato di dottori commercialisti di Bergamo città, dove sono rimasta per tre mesi, fino a poco prima della laurea. Lo stage era totalmente gratuito, il compenso concordato era: imparare qualcosa.  Ed effettivamente ho imparato a destreggiarmi tra varie mansioni contabili e di segreteria: registrazioni di prima nota, registrazioni di fatture d’acquisto e vendita, analisi dei timesheet dei dipendenti, gestione della posta, riordino degli archivi cartacei. Una volta laureata, a novembre 2003, la valutazione della mia attività era certamente positiva, ma lo studio non aveva possibilità di assumermi: il massimo che poteva offrire era un periodo come praticante retribuita part-time. Visto che ora è possibile eseguire il praticantato in itinere, ho deciso di iscrivermi alla specialistica di economia e diventare praticante commercialista. Quindi ho iniziato sia un nuovo percorso di studi, che un praticantato part-time di 4 ore al giorno – con orari non flessibili, come pattuito: o le mattine o i pomeriggi – e un compenso di 500 euro al mese.  Però dopo due mesi ho deciso di interrompere il rapporto poiché non ero più in grado di seguire le lezioni, nonostante lavorare rimanesse una priorità. Per questo anche durante il primo periodo di specialistica non ho mai smesso di candidarmi a varie offerte e mettere online il mio cv. E ad un certo punto ho ricevuto una telefonata: la società milanese di consulenza Everis aveva visionato il mio curriculum su Monster ed era interessata al mio profilo. E due colloqui più tardi, lo scorso maggio, eccomi a iniziare uno stage come consulente SAP finance, con un compenso di 750 euro al mese. Sin dal primo incontro l’azienda aveva specificato che lo stage era finalizzato all’assunzione a tempo indeterminato – e di fatto il 90 per cento degli stagisti viene assunto – per cui ho detto addio all’università e mi sono cancellata dall’albo praticanti. In Everis ho collaborato alla consulenza per un cliente multinazionale che commercializza beni di largo consumo, ho gestito il supporto SAP di secondo livello per l’area geografica Emea, cioè Europa e Africa, e ho imparato ad usare un ERP – sistema informatico di gestione delle risorse aziendali - utilizzato dalle più grosse aziende mondiali. Il tutto in un ambiente dal clima giovane, accogliente, stimolante, internazionale. La cosa che mi è piaciuta di più in questo stage è che stavo effettivamente lavorando, oltre che imparando: ero trattata al pari dei miei colleghi assunti, senza nessuna distinzione. Non ero la stagista sottopagata che doveva fare i lavoretti che nessuno doveva fare, ma ero la nuova risorsa che lavorava direttamente con i clienti, prendendosi anche la responsabilità dei propri errori.Dopo tre mesi poi è arrivata la lieta notizia: dal mese successivo sarei stata assunta. E così il 31 luglio scorso ho firmato il mio primo vero contratto di lavoro, a tempo indeterminato, con una retribuzione di 1150 euro mensili, e con gran felicità ho festeggiato con i miei colleghi. Everis ha chiarito fin da subito che la mia carriera è al primo posto e infatti dopo l’assunzione ho avuto un colloquio individuale con il mio responsabile e con il mentor, figura aziendale  di orientamento, per stabilire quale sarebbe stato il mio percorso in azienda. Ho scelto di intraprendere un percorso verticale, con progressivo aumento delle responsabilità. Adesso, a 23 anni, ho un lavoro che mi piace e che mi permetterebbe anche di mantenermi da sola – anche se al momento preferisco vivere con mia nonna, che abita proprio a Milano. Un bell’inizio!Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo

«Niente fotocopie, qui ci serve un programmatore» e per Ivan inizia la carriera in SIC

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Ivan Tridico, 25 anni, oggi assunto con contratto di apprendistato in SIC Servizi Integrati & Consulenze, a Milano.   Sono uno sviluppatore software innamorato del suo lavoro. Ho 25 anni, la stessa età dell’azienda che mi ha cresciuto, la SIC Servizi integrati & Consulenze, una società informatica piccola ma autorevole che fornisce servizi soprattutto alle aziende del settore energetico, chimico e meccanico. Ma partiamo dall’inizio.Sono nato e cresciuto a Milano, dove nel 2008 mi sono diplomato come perito informatico con 92/100. Poi ho scelto di proseguire con l’università, optando per Ingegneria energetica al Politecnico. Fin da ragazzino ho affiancato i miei studi a vari lavoretti: volantinaggio, addetto alla sicurezza, allestitore nelle fiere e collaboratore in un centro trasmissione dati. Più tanto sport, soprattutto arti marziali e basket, quest’ultimo sia da giocatore e da allenatore. Tutto ciò alle superiori non mi ha mai impedito di realizzarmi negli studi, grazie anche ad alcuni ottimi docenti e alla tanta passione che c’era dietro le attività extra scolastiche. Però arrivato al secondo anno di università alcuni problemi familiari hanno avuto il sopravvento, e sono stato costretto ad abbandonare, pur avendo dato metà esami. Mi sono concentrato a tempo pieno sui miei lavori: facendone due o tre per volta riuscivo a guadagnare anche 1200 euro al mese, però senza contratti stabili. Il lavoro non è mai mancato, ma era a chiamata. Del resto mi piacevano questi lavori e lavoretti, anche se spesso su turni notturni, perché sono sempre riuscito ad integrarmi bene nell’ambiente e a socializzare con colleghi e superiori.  Poi ad inizio 2012 mi sono imbattuto in un annuncio interessante pubblicato sulla Repubblica degli Stagisti: la società SIC offriva uno stage semestrale per sviluppatori software, con un rimborso mensile da 600 euro netti e generosi ticket restaurant. All'epoca come ho detto guadagnavo piuttosto bene, ma non ho esitato a inviare la mia candidatura: l’informatica era, ed è, la mia vocazione. A fine febbraio ho sostenuto il primo colloquio con l’aziendo presso la sede di Loreto, e poi un secondo colloquio a inizio marzo. Più di tutto delle selezioni mi è rimasto impresso un momento, o meglio una frase: «Qui non ci serve qualcuno che faccia delle fotocopie, qui ci serve un programmatore». E confermo, così è stato.Il 26 marzo ho iniziato il mio stage in SIC e in sei mesi ho imparato tantissimo, ho avuto modo di applicare e vedere in azione la teoria che da avido autodidatta mi sono costruito nel tempo. La fortuna di lavorare in una piccola azienda - SIC ha circa una ventina di dipendenti - sta anche nel fatto che si fa un po’ di tutto. In particolare io mi sono occupato dell'analisi delle esigenze del cliente, della progettazione e scrittura del database, dei programmi... Tutto ciò che sta dietro la realizzazione di un software. L'azienda fornisce software per la gestione di impianti petroliferi e per la telematizzazione delle accise e dei documenti doganali, oltre che assistenza e formazione tecnico-procedurale. A fine stage – era ottobre 2012 - sono stato confermato per un anno come collaboratore a progetto, in attesa di incentivi statali alle assunzioni che tardavano ad arrivare. In quel periodo il mio stipendio ammontava a circa mille euro al mese, senza buoni pasto. Poi finalmente, scaduto il contratto a progetto, è arrivata la bella notizia: la proposta di un contratto di lavoro molto più tutelante, un apprendistato triennale, con uno stipendio di 1200 euro e buoni pasto da 7,50 euro. Solo oggi quindi sono tornato a guadagnare cifre simili a quelle che guadagnavo qualche anno fa – seppur facendo lavori non contrattualizzati e che poco avevano a che fare con l’informatica - quindi sotto il punto di vista strettamente economico non è stato un buon investimento. Guardandomi indietro però so con assoluta certezza che rifarei la pazzia di dire addio ad un’entrata mensile pressoché stabile in favore di uno stage, perché alzarsi ogni mattina per andare a lavorare col sorriso, vedere i risultati dei propri sforzi e vivere otto, nove ore al giorno in un ambiente così professionale e amichevole,  che mantiene viva la mia passione, mi realizza come nient’altro farebbe. Qui in SIC srl mi sento veramente bene. Prendendo a prestito un'espressione dell'amministratore delegato Aurelio Fallabrino, mi sento uno di famiglia: perché è così che tutti mi hanno trattato sin dal primo giorno.  Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo    

«Non più solo stagista, in Carglass finalmente sono cresciuta»: la storia di Alessandra

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito all'RdS network. Di seguito quella di Alessandra Burro, 27 anni, oggi assunta a tempo determinato nelle Risorse umane di Carglass, a Milano. Ho 27 anni e sono di Milano. Qui ho frequentato l'istituto tecnico professionale e, nonostante fossi una buona studentessa, dopo il diploma ho preferito cercare subito un lavoro. Ho iniziato nel contact center di Xelion Banca, come assistente telefonico ai promotori finanziari. L'ingresso in un contesto bancario è stato fin da subito affascinante, sia per la conoscenza del mondo finanziario e sia per la retribuzione, che era piuttosto elevata, circa 1.450 euro al mese. Dopo qualche tempo poi sono stata scelta per dare supporto all’ufficio Risorse umane, dove ho iniziato a occuparmi dell’inserimento delle schede anagrafiche dei neo assunti nel gestionale dell’azienda. E dove ho scoperto quanto il mondo HR fosse per me interessante e stimolante.Ha iniziato così a prendere forma l'idea di ricominciare a studiare, per completare la mia formazione e poter aspirare ad una carriera professionale più ambiziosa. A ottobre 2008 quindi mi sono iscritta al corso di laurea in Organizzazione e risorse umane alla Statale di Milano, intervallando costantemente gli studi con diversi lavori a breve termine - addetta call center, commessa, addetta alle pulizie, babysitter - per riuscire a cavarmela economicamente senza pesare sulla mia famiglia. A dicembre 2011 finalmente ho finito gli studi universitari, in corso e con voto 95/110. Ho iniziato a cercare un impiego nell’ambito HR rispondendo ad annunci di lavoro on line e portando di persona il mio curriculum alle agenzie interinali di Milano e hinterland. La ricerca sembrava non dare frutti quando un giorno ecco arrivare una telefonata inaspettata: Everis Italia, gruppo multinazionale di consulenza IT [tra le aziende aderenti al circuito  circuito Ok Stage, ndr], stava cercando un HR Recruiter Junior: avevano ricevuto i miei riferimenti dall'università e mi offrivano uno stage di sei mesi, che accettai di buon grado. In Everis sono stata inserita nell'ufficio Risorse umane con altre tre colleghe: due si occupavano della parte amministrativa e di formazione e l'altra della selezione. Il mio ruolo era quello di supportare quest’ultima nella ricerca di profili IT neolaureati. Tenevo i contatti con le università e convocavo i candidati agli assessment di gruppo. Il rapporto con le mie colleghe e il mio tutor era bellissimo, la mia tutor mi ha trasmesso la sua passione per questo lavoro e lo stage era ben ricompensato, 750 euro netti al mesi più ticket pasto. Lo stage però non era finalizzato all'inserimento in azienda e qualche settimana prima della fine mi sono riattivata nella ricerca di lavoro rispondendo ad annunci on line e annunci pubblicati sulla bacheca dell'università.A fine luglio sono stata contattata dall’agenzia per il lavoro Gi Group e ho sostenuto tre colloqui che, ad agosto 2012, mi hanno portato al mio secondo stage, anch'esso non finalizzato all'assunzione. Questa esperienza è stata per me una grande palestra, dove ho dovuto affrontare molte difficoltà, ma dalla quale ho ricevuto anche molte soddisfazioni. Per sei mesi ho supportato la Recruiter Senior di filiale nella pubblicazione degli annunci, nella convocazione dei candidati e nei colloqui di selezione, all’inizio in affiancamento e, in seguito in autonomia.  Il tutto con un rimborso di 400 euro mensili e buoni pasto. Al termine dello stage, mi sono dedicata ancora una volta alla ricerca di un'occupazione, rendendomi conto che uno dei requisiti fondamentali richiesti dalle aziende era la conoscenza della lingua inglese. A quel punto mi sono posta un nuovo obiettivo: se entro qualche tempo non avessi trovato lavoro nell'ambito delle  risorse umane, sarei partita per l'Inghilterra per migliorare il mio inglese. Grazie alle referenze della mia ex tutor di Gi Group però ho subito trovato lavoro nell'ufficio Amministrazione del personale di Carglass, multinazionale leader nel settore riparazione e sostituzione vetri auto, dove per due mesi ho gestito l'archivio cartaceo di tutti i dipendenti dell'azienda, circa 950. Nonostante questa mansione si discostasse dalla mia formazione e dagli stage precedentemente svolti, non volevo rimanere a casa senza lavoro e volevo mettere da parte qualche risparmio per potermi permettere il viaggio studio in Inghilterra. Prima della scadenza del contratto, a fine maggio 2013, mi è stato proposto di iniziare uno stage a partire da settembre nell'ufficio Selezione, formazione e sviluppo. Ero molto contenta! Potevo continuare il mio percorso professionale nelle risorse umane e allo stesso tempo andare in Inghilterra due mesi, imparare la lingua, tornare e avere di nuovo un lavoro.Dopo l'estate 2013 inizia quindi la mia vera esperienza di lavoro nell’ambito HR di Carglass, prima con uno stage semestrale con un rimborso di 800 euro mensili più buoni pasto da 10,66 euro, poi con un contratto a tempo determinato di un anno con uno stipendio di quasi 1100 euro netti al mese. Questa per me è stata finora l'esperienza professionale più significativa, la più importante in assoluto, la prima in cui mi è stato concesso di crescere sotto il profilo lavorativo, di non essere più considerata come una stagista e di imparare a svolgere nuove mansioni, oltre alla selezione, che rimane comunque la mia passione. Per esempio ho potuto approfondire l'ambito della  formazione e dello sviluppo, di cui non mi ero mai occupata, aggiungendo un'ulteriore competenza al mio bagaglio. Insomma, a distanza di quasi tre anni dal conseguimento della laurea, ho capito veramente cosa voglio fare da grande e ce la metterò tutta per riuscirci anche se la situazione del mercato del lavoro oggi non è delle migliori per i giovani italiani.Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo    

«Non solo colleghi: con lo stage e poi il lavoro in Progetto ED ho trovato dei compagni di viaggio»

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella del ventisettenne Francescopaolo Marino, oggi Project manager in apprendistato per PROGETTO ED, a Salsomaggiore Terme.  Ho 27 anni e sono di Napoli; sono laureato in Economia aziendale all’università Federico II, con una specializzazione in International Management. L’unico piccolo rimpianto di questi anni è di non aver vissuto l’esperienza dell’Erasmus, per timore che potesse rallentare il mio percorso di studi. A posteriori invece consiglierei a chiunque di provarci: il mondo del lavoro, come la vita in generale, è un mondo di relazioni; quanto più variegate se ne hanno alle spalle, tanto più facile è gestire quelle nuove, professionali e non, essendo allenati ad una “filosofia” della collaborazione e del rispetto dei punti di vista altrui. Dopo la laurea, ottenuta a dicembre 2012 con lode, sono stato ammesso al master in Project Management della Luiss: un percorso strutturato in quattro mesi di formazione in aula più uno stage in azienda, per un costo totale di 8mila euro. Anche se ho dovuto cercare da solo il mio stage – da questo punto di vista l’organizzazione del master ha peccato molto – l’esperienza si è rivelata speciale. Lo dico adesso dopo averla assimilata e sedimentata. In nessun momento di quei sei mesi ho vissuto le sensazioni alienanti che sentivo raccontare ovunque. Avevo intuito che per me sarebbe stato diverso già dalle selezioni: superata la prima fase – assessment, prova di gruppo, colloquio individuale – mi sono ritrovato non più ad un ulteriore colloquio, ma ad un semplice tavolo a parlare con persone che proprio come me avevano le idee chiare su cosa volevano: scrivere una storia di successo. E infatti, entrato in stage, più che dei colleghi ho trovato dei compagni di viaggio; in particolare con quella che è stata la mia tutor oggi siamo amici e ci frequentiamo anche fuori; la cura con cui ha coltivato la mia crescita mi ha permesso di lanciarmi con estrema facilità nel mondo delle responsabilità professionali  e dopo due mesi ho iniziato ad operare in piena autonomia, percependo ogni mese un rimborso netto di 800 euro. L’azienda che ha reso possibile tutto ciò? Progetto ED, a Parma, che commercializza e installa porte e finestre.  Lo stage per cui mi ero candidato era per una posizione di Project Manager e nello specifico mi sono occupato di formulazione delle proposte economiche per i clienti, definizione delle soluzioni tecniche più adatte rispetto alle analisi di cantiere, coordinamento dei tempi di evasione degli ordini. Insomma, una gestione integrata di una commessa da un punto di vista principalmente economico finanziario. È stato uno stage perfetto. Credo che la mancanza di responsabilizzazione di una risorsa finisca col creare un effetto esattamente opposto alla produttività. Il rovescio della medaglia è che esistono, a malincuore bisogna ammetterlo, anche ragazzi non disposti a sacrificarsi, che pretendono tanto ancor prima di aver dimostrato qualcosa. Se ci fosse un maggiore rispetto reciproco tra questi due poli non parleremmo più dello stage come un problema. Le aziende devono vederlo come una forma importante d’inserimento a lungo termine ed i ragazzi come un’opportunità per dimostrare il loro valore. È un investimento bidirezionale e non unidirezionale. Infatti dopo la conclusione dei sei mesi ho firmato un contratto di apprendistato di trenta mesi, non avrei detto di no a Progetto ED per nessun motivo al mondo: qui si ha veramente la possibilità di crescere e di esprimersi. Adesso mi occupo anche di cercare nuovi potenziali partner aziendali – e di alcuni aspetti di selezione del personale – con uno stipendio che ammonta a circa 1100 euro netti mensili, sufficiente ad essere del tutto indipendente. La vita a Salsomaggiore non è impossibile, un affitto costa in media 350 euro più spese; ma del resto con un giusto senso di responsabilità anche durante lo stage sono riuscito ad affrontare tutte le spese in autonomia. Certo, è difficile mettersi qualcosa da parte, ma non credo sia il momento di pensare ai risparmi o ai divertimenti, bensì un momento d’investimento puro su se stessi ed sul proprio futuro. Oggi l’unico pensiero  è quello di fare qualcosa di grande nel mio Paese per il mio Paese, e portare poi la storia d’innovazione di Progetto ED all'estero.Testimonianza raccolta da Annalisa Di Palo Normal 0 14 false false false IT ZH-TW HE    

Meritocrazia, in Elica è la stella polare: parola di un giovane ingegnere

Per raccontare «dal di dentro» l'iniziativa Bollino OK Stage, attraverso cui la Repubblica degli Stagisti incentiva le imprese a garantire ai giovani percorsi "protetti" e di qualità secondo i principi della Carta dei diritti dello stagista, la redazione raccoglie le testimonianze degli ex stagisti delle aziende che hanno aderito al Bollino. Di seguito quella del giovane Gennaro Buonomo, ora assunto nel reparto Ricerca & sviluppo di Elica, a Fabriano. L'azienda festeggia così il recente ingresso nel circuito Ok Stage.Sono di Napoli, ho 27 anni e da poco più di un anno sono laureato in Ingegneria meccanica per l'energia e l'ambiente alla Federico II. Una scelta naturale per me, che ho sempre avuto una sconfinata passione per tutto ciò che è tecnologia e vengo da una famiglia proprietaria di una piccola azienda di servizi per l'ambiente. Negli anni del liceo davo una mano ogni volta che potevo, poi durante l’università ho fatto altri lavoretti: cameriere, barman, lezioni private, anche contemporaneamente. Poco alla volta mi sono guadagnato l'indipendenza ambita - imparando anche a dare il giusto valore ai beni materiali  e immateriali - tenendo il passo con gli studi. Ho concluso la specialistica a luglio 2013 con lode e pubblicazione della tesi, un lavoro in cui ho progettato una sessione di simulazioni termo-fluidodinamiche per un componente di un velivolo dell'aviazione generale. Si trattava di uno approfondimento su uno studio precedente, finanziato dal progetto europeo Esposa – Efficient Systems and Propulsion for Small Aicraft. Non avendo fatto esperienze all'estero, pochi giorni dopo la laurea ho preso un volo per Londra, e ci sono rimasto per qualche mese. Mi mantenevo facendo il barman, con una paga nettamente superiore a quella percepita in Italia - quasi doppia - ma ovviamente con un costo della vita molto maggiore. Sono rientrato a casa per scelta, per partecipare come speaker ad una conferenza per me molto importante. Facciamo un passo indietro: nell'ultima fase universitaria avevo fatto un tirocinio al Cira, il Centro italiano ricerche aerospaziali, a Caserta, e in quell'occasione – oltre a maturare lo spunto per il lavoro di tesi - ero entrato in contatto con Aidaa, l'Associazione italiana di aeronautica e astronautica. Non ricevevo compenso, ma quegli otto mesi tornerei a farli mille volte, soprattutto perché ho acquisito conoscenze che sono riuscito a rivendermi molto bene nel mondo del lavoro. Poi quando a settembre si è presentata l'opportunità di discutere alla Aidaa Conference 2013 alcuni articoli redatti con i relatori universitari e i tutors aziendali del Cira, ho salutato l'Inghilterra e sono tornato.Non è passato tanto tempo tra i primi cv post laurea e i primi contatti da parte delle aziende. In particolare quello di Elica, grande azienda di Fabriano che progetta e produce cappe da cucina per uso domestico, è arrivato del tutto inaspettato: ero in spiaggia, ed ecco una chiamata da parte del mio relatore di tesi, che mi aveva segnalato ad un'azienda in cerca di un profilo come il mio, con conoscenze in ambito di fluidodinamica computazionale. Dopo qualche giorno ho ricevuto la telefonata dell'azienda, ed è partito l'iter di selezione, parallelo per altro ad un secondo iter in un'altra multinazionale del settore, per il quale invece mi ero candidato spontaneamente. Colloquio conoscitivo, test, colloquio tecnico e… feedback positivo da parte di entrambe le aziende!  Che fare? Ero io a dover scegliere. Dopo molte incertezze, consigliato dalle persone intorno a me, ho optato per un'azienda che fino a poco prima nemmeno conoscevo, ma che in poco tempo mi avrebbe conquistato: Elica.A dicembre 2013 quindi ho iniziato uno stage semestrale finalizzato all'assunzione, con rimborso spese di 500 euro netti, alloggio a Fabriano con utenze pagate, mensa e palestra aziendale. L'azienda poi ha anche attivato l'iter per accedere ad un contributo di Italia Lavoro [previsto dal programma Lavoro e Sviluppo 4, a cui Repubblica degli Stagisti ha dedicato diversi approfondimenti all'epoca del suo lancio nel 2009, ndr] che ha fatto salire il rimborso mensile a 1300 euro. Insomma, da parte mia ho solo preparato le valigie e mi sono preparato a dare il massimo. Sono entrato nell'area Ricerca e innovazione, team Advanced Engineering, che letteralmente significa "ingegneria di anticipo", nel senso che cerca di prevedere i bisogni dei clienti con strumenti di marketing e lavora in anticipo per soddisfarli. In Elica ho trovato un ambiente stimolante e dinamico, in cui il concetto di self improvement la fa da padrona e la meritocrazia non è un miraggio, ma la stella polare che guida l'azienda. Insomma, una realtà che oggi nel nostro paese potrebbe sembrare mera utopia, ma che esiste, e che auguro a tutti i giovani di trovare.Finito lo stage, lo scorso giugno la mia posizione è stata stabilizzata con un apprendistato triennale da circa 1400 euro netti al mese, più benefit come mensa, palestra aziendale e convenzioni con esercizi commerciali. Così riesco ad essere del tutto indipendente, e vivo da solo in un appartamento in affitto. Devo dire che in passato ho strizzato l'occhio alla possibilità di trasferirmi all'estero, ma penso che andare via spesso sia più semplice. Anche a restare ci vuole un po' di coraggio, e a volte premia. Adesso la speranza è di continuare a lavorare in Elica,  e crescere: questo primo contratto per me è un punto di partenza, non di arrivo. Testo raccolto da Annalisa Di Palo

Da Bruxelles per uno stage ad Amburgo per amore. Con la vocazione del giornalismo

Chiuderanno il primo settembre le application per i tirocini al Consiglio dell'Unione europea. L'istituzione offre un centinaio di posti per cinque mesi di stage, a circa mille euro al mese. Susanna Grego ne ha fatto uno nel 2008 e alla Repubblica degli Stagisti ha raccontanto com'è stato il suo percorso professionale prima e dopo. Sono nata nel 1981. Sono di origini venete, ma ho abitato in un paesino in provincia di Torino. Dopo aver frequentato un terribile liceo scientifico di provincia, mi sono iscritta alla facoltà di Scienze della comunicazione a Torino, perché avevo iniziato a collaborare per un giornale locale e volevo fortemente fare del giornalismo la mia professione. Il mio era più di un sogno, ma una missione. Mi sono laureata nel 2006 con il massimo dei voti. Non mi sono mai pentita di aver scelto quella facoltà, perché era esattamente ciò che mi interessava di più. Penso che sia un corso di laurea che, se frequentato con passione, insegna molto. La scelta è stata sofferta nel senso che i miei genitori non erano d’accordo, ma sono stata irremovibile. In effetti mio padre voleva che mi iscrivessi ad ingegneria o fisica.Dopo la laurea ho fatto altri due stage, ma purtroppo erano di quel tipo che non dà alcuna prospettiva di inserimento futuro, e quando me ne sono accorta era già troppo tardi. Mi sono sentita presa in giro. Uno era come addetta comunicazione presso una società, Le Serre, che lavora in subappalto per l’organizzazione eventi del comune di Grugliasco, pagato 250 euro a fine esperienza; e uno per una piccola azienda di riparazione e assistenza caldaie, come segretaria, pagato 200 euro al mese per un part-time. Ma non mi sono trovata molto bene, i superiori erano pressoché assenti, i colleghi ostili perché temevano che gli rubassi il posto di lavoro o qualcosa del genere. In seguito ho lavorato con un contratto a progetto di un anno, 400 euro al mese netti per un part-time come addetta comunicazione di una società informatica, Davide.it. Qui invece l'esperienza è stata positiva sia con i superiori che con i colleghi, le mie mansioni rispettavano generalmente la mia formazione pregressa. Volevo un lavoro stabile e il tipo di occupazione mi interessava, e mi era stato promesso un contratto part-time a tempo indeterminato. Che poi però non è mai arrivato: la società era in difficoltà, perciò quando nel 2008 sono stata presa per il tirocinio al Consiglio Ue ho accettato. Nel frattempo ho portato avanti una collaborazione con un giornale locale, Il Risveglio, dove ho scritto per sette anni e grazie a cui ho ottenuto il tesserino da pubblicista. Mi recavo in redazione o a fare interviste circa quattro giorni a settimana, weekend compresi (quasi tutti), ero retribuita a battute e guadagnavo poco, dai 100 ai 300 euro al mese. Ho chiesto più volte un contratto cococo, ma mi è stato detto che non era possibile. I rapporti con i superiori qui erano diversi a seconda della persona, con alcuni mi trovavo bene, con altri no perché mi facevano ostruzionismo. Sono passata anche per altre collaborazioni come giornalista freelance. Tra queste una per La Stampa, per cui mi sono occupata di cronaca locale percependo un rimborso sui 100 euro mensili, e una per un giornale online di cronaca, una testata che avevamo rilevato con alcuni colleghi dopo la chiusura dell'edizione cartacea. In mezzo anche diverse sventure lavorative. La più lunga con una cooperativa, la Rear, presieduta da un importante politico del Pd: avevo un contratto part-time a tempo indeterminato ma i diritti dei lavoratori erano continuamente calpestati, la paga ridicola (cinque euro all’ora), i turni pesanti, la mansione non era affatto in linea con i miei studi, i lavoratori subivano ogni sorta di ricatti e angherie da parte dei superiori. Ho saputo dei tirocini all’Unione europea perché ero iscritta a una newsletter sulle opportunità per l’estero, ho inviato la candidatura e mi hanno chiamata. Quando mi hanno telefonato dal Consiglio dell'Unione Europea non ci potevo credere. È durato cinque mesi, ero rimborsata con 750 euro al mese per otto ore di lavoro al giorno. Lavoravo nell’ufficio Comunicazione e Trasparenza amministrativa, svolgevo mansioni per così dire 'burocratiche' ma mi piaceva, i rapporti con i colleghi e con il tutor erano ottimi. Sono andata a salutarli poco tempo fa perché passavo da Bruxelles. Mi era stato accennato alla possibilità di continuare a lavorare con l'istituzione, ma avevo dei problemi personali per cui sono tornata a Torino. Per essere assunti al Consiglio è poi necessario passare un concorso pubblico.Da un anno e mezzo circa mi sono trasferita ad Amburgo per amore. Qui ho lavorato per un anno per una ditta di web marketing, la Testroom, una collaborazione di due giorni a settimana retribuita circa 400 euro al mese. Ora vorrei trovare lavoro nell’ambito dell’import export perché in questo settore vedo delle possibilità di carriera e di stabilità lavorativa. Ma se l'essere all'estero offre dei vantaggi - riguardo alla situazione del mercato e delle condizioni lavorative - nasconde al contempo anche degli svantaggi: il principale è che non sono madrelingua. I miei amici per la maggioranza non hanno passato le stesse mie difficoltà nel mondo del lavoro: molti hanno scelto indirizzi di studio di tipo tecnico-scientifico o hanno trovato un posto fisso anni fa grazie a conoscenze personali. Chi invece ha una laurea umanistica o in legge è andato incontro a lunghi periodi di disoccupazione e precariato. Vorrei consigliare a tutti di non fare più di uno stage e non farlo se a titolo gratuito. A volte si accettano pur di non stare a casa a fare niente, ma questo non fa altro che incrementare un circolo vizioso di sfruttamento. Penso che il sistema dello stage in Italia sia da eliminare e che dovrebbero esistere esclusivamente tirocini con finalità di assunzione. Non penso sia giusto che le aziende ricevano fondi statali o regionali per gli stagisti: un’azienda che ha bisogno di assumere una persona giovane o da formare, che ci investa. Se non vogliono, significa che non ne hanno realmente bisogno. L’avvio dello stage diventa a quel punto una scusa per ricevere finanziamenti o sfruttare forza lavoro. Testo raccolto da Ilaria Mariotti