«Da bambina non mi piacevano le principesse, ma la fisica e l'astronomia», il racconto di una carriera STEM al femminile

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 30 Dic 2025 in Storie

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Girl Power è la rubrica attraverso la quale la Repubblica degli Stagisti dà voce alle testimonianze di donne – occupate nelle aziende dell’RdS network – che hanno una formazione tradizionalmente "maschile" o ricoprono ruoli solitamente affidati agli uomini, in ambito Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ma non solo. Storie che invoglino le ragazze a non temere di scegliere percorsi considerati appannaggio pressoché esclusivo degli uomini. La storia di oggi è quella di Elena Fasolo, 45 anni, analista per Kirey, società italiana di consulenza informatica.

Niente favole di principesse e cavalli bianchi. Fin da piccola – sono del 1980 e cresciuta a Vigonza, in provincia di Padova – mi sono sempre sentita un pesce fuor d’acqua perché non mi piacevano le stesse cose che di solito interessano alle bambine. E ho sempre avuto un rapporto difficile con le ragazze. I miei migliori amici erano maschi, con loro era tutto più diretto, più semplice. 

Il mondo scientifico è sempre stato una passione, incoraggiata probabilmente da mio padre. Facevamo tante passeggiate insieme io e lui, che lavorava nello stesso ambito in cui lavoro adesso io. Il sabato pomeriggio mentre camminavamo papà mi raccontava storie su come funzionasse l’elettricità, la radio, i fenomeni naturali, la fisica. Ero anche la sua aiutante nei lavori di casa, l’assistente che gli passava gli attrezzi e teneva ferme le varie componenti. È così che mi sono appassionata al mondo Stem. Il resto è venuto da sé. Alle superiori ho frequentato il liceo scientifico  sperimentale in fisica e informatica, solo cinque ragazze in una classe di venti  – e all’università mi sono iscritta alla facoltà di Ingegneria delle telecomunicazioni dell’Università di Padova, indirizzo sistemi e reti. Lì che ho finalmente trovato compagne, e quindi amiche, simili a me: anche se eravamo appena sei ragazze su trecento studenti in totale!

Speravo che un indirizzo come telecomunicazioni mi avrebbe avvicinato al mondo “celeste”. Perché a dirla tutta, la mia vera attrazione sono sempre state la fisica e l’astronomia. Guardavo il cielo e pensavo di diventare astronoma. Ma la scelta è caduta poi su percorso più spendibile nel mondo del lavoro anche... se il mio sogno resta ancora quello di frequentare un corso di laurea in astronomia! 

Nel 2004 ho conseguito la laurea magistrale con una tesi sperimentale sulle comunicazioni mobili tra sensori in diversi ambiti, tra cui l’automotive. Ho proseguito con un dottorato in Ingegneria dell’Informazione focalizzata sull’analisi e studio dei sistemi di comunicazione per reti di sensori, un tema innovativo all’epoca. Durante quel periodo ho trascorso un anno all’estero presso NTT DoCoMO, a Monaco di Baviera. Un contesto internazionale che ha allargato la mia visione del mondo oltre che fatto vivere esperienze che porto nel cuore.

Ed è arrivato anche il primo contratto a progetto, per una piccola azienda padovana di consulenza informatica. Dopodiché, grazie al passaparola, mi è stata segnalata un’azienda del padovano, che negli anni sarebbe diventata la Kirey di oggi. Sono entrata ancora prima di finire il dottorato, nel 2007. Ed è dove mi trovo ancora oggi. Mi sono formata prima come sviluppatrice e poi su altri ambiti Ict. Le mie competenze sono cresciute un passo alla volta assieme all’azienda che è diventata la mia seconda famiglia. Dopo pochi anni, ho iniziato a coordinare un team di persone. Il rapporto umano, il fare squadra è stato sempre un aspetto che mi ha appassionato nel ruolo di coordinamento. Un po’ alla volta alle competenze tecniche ho aggiunto quelle manageriali e di gestione finanziaria e oggi ho la responsabilità a tutto tondo di una linea di business in ambito Ict, il Digital Banking.

Sono felice del mio percorso. Ci sono tanti aspetti che mi entusiasmano. Imparare cose nuove, anche tecniche, lavorare in gruppo e scambiare opinioni, far crescere i colleghi più giovani. Il mio è un settore che valorizza le competenze. E grazie al quale ho incontrato persone che hanno fatto la differenza. Il percorso di ciascuno è frutto degli incontri che facciamo nel cammino, e a volte sono quelli spiacevoli a segnare di più. Io mi ritengo fortunata, credo di averne fatti più di positivi che di negativi  con persone che mi hanno insegnato, ma soprattutto dato fiducia. Atteggiamento che ho riscontrato sia in uomini che in donne.

Non ho sperimentato difficoltà legate a stereotipi di genere. Il momento critico c’è stato però, ed è coinciso con l’arrivo della famiglia e di mio figlio nel 2014. Da un lato le responsabilità del lavoro che crescevano e che comunque mi appassionava, dall’altro le esigenze di coniugare tempi e bisogni della famiglia: lo stop nella carriera diventa inevitabile, mentre ti assenti l’azienda va avanti. Ho consapevolmente scelto di prendere una pausa e dedicarmi a mio figlio anche per un periodo più lungo della maternità obbligatoria. Ho lavorato fino all’ottavo mese e sono tornata quando il bambino aveva otto mesi. Al rientro mi sono rimessa in gioco e sono stata coinvolta su nuove opportunità senza pregiudizi.

Ma i primi anni sono stati duri. Fino all’anno del bambino ero in allattamento quindi facevo sei ore. I miei tenevano il bambino quando non c’ero, poi dall’anno in poi lo andavano a prendere al nido, che chiudeva alle quattro mentre io a quel punto ero full time. Ero in crisi perché mio figlio mi mancava. Avessi avuto lo smart working, che è arrivato con il Covid, sarebbe stato tutto diverso. Adesso lavoro quasi completamente da remoto. Poter stare nella stessa casa con mio figlio, che ormai ha undici anni ed è abbastanza autonomo, al pomeriggio… io che lavoro, lui che studia, scambiare una parola, un abbraccio, non ha prezzo! Anche gli uomini affrontano queste problematiche, ma in proporzione diverse, forse per cultura o per carattere, non saprei. Per me è stato molto pesante stare lontana dal bimbo così piccolo per tante ore al giorno.

Alle giovani direi di non porsi limiti ma di inseguire sempre sogni e passioni, in qualsiasi campo. A volte siamo noi stesse a dirci che non fa per noi, che non ne siamo capaci. Fare quello che ci appassiona è l’inizio di tutto. Ogni scelta deve essere dettata da ciò che fa stare bene, e mai frutto di un condizionamento. Se si sta bene con sé stessi ogni problema, ogni complicazione si affronta e si supera. Questo è un consiglio che vale per tutti. Così come una donna può diventare ingegnere, un uomo può fare l’educatore della scuola dell’infanzia se è ciò che desidera. 

Testo raccolto da Ilaria Mariotti

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