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“Lavoro etico e trasparenza sono valori che condividiamo con la Repubblica degli Stagisti”: Kirey Group entra nel network

Questo primo scorcio di 2024 segna l'ingresso nel network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti di Kirey Group, un "system integrator" che accompagna le aziende nel loro percorso di evoluzione tecnologica. Un'azienda in crescita, passata da 78 milioni di euro di fatturato nel 2021 a 87,4 nel 2022: «Operiamo nell’IT, uno dei mercati del lavoro più competitivi: per noi è cruciale incontrare, riconoscere e coltivare il talento» dice Melisa Costantino, HR manager del gruppo dal 2021: «Siamo sempre alla ricerca di giovani talenti e di senior ultra specializzati» specie negli ambiti «sistemistico, di Business Intelligence, delle applicazioni web, del mondo Cloud e DevOps e di quello della cybersecurity».Oggi Kirey conta 850 dipendenti nel suo headquarter in Italia, più altri 200 sparsi in altri sette Paesi europei – Spagna, Portogallo, Croazia, Romania, Bulgaria, Serbia, Albania – e nelle due sedi in Messico e Kenya. In questo quadro lo stage è uno momento fondamentale di primo contatto con i giovani. «Crediamo sia un efficace strumento, e abbiamo aderito alla Repubblica degli Stagisti perché ne sposiamo i valori in termini di lavoro etico e di trasparenza» conferma Costantino, che da esperta di Risorse umane con oltre vent'anni di esperienza, e anche da coach certificata, vede il lavoro «come punto di convergenza fra la massima espressione del proprio talento e la possibilità di avere una vita gratificante anche dal punto di vista sociale ed economico».Attraverso gli stage «abbiamo avuto modo, negli anni, di incontrare giovani talentuosi che in pochi mesi si sono inseriti benissimo nella nostra realtà aziendale, cogliendone a pieno le opportunità» dice ancora Costantino: «Oggi è una soddisfazione vedere che molti di loro stanno crescendo come professionisti in azienda». I dati lo confermano: nel 2022 Kirey ha ospitato poco meno di una cinquantina di stagisti, e ne ha poi assunti oltre il 90%, facendo seguire allo stage un contratto di apprendistato. «Abbiamo ottimi rapporti di collaborazione con tredici delle principali università italiane e con numerosi ITS sul tutto il territorio» racconta Costantino.Sul suo sito Kirey indica l'integrità come uno dei valori aziendali più importanti: “Agiamo in modo etico e trasparente con tutti: clienti, dipendenti, fornitori, investitori e stakeholder”. Perché non restino solo parole, l'azienda ha un codice etico che aggiorna periodicamente e diffonde ai dipendenti. «Facciamo il possibile per assicurarci che tutte le procedure e le norme che contiene non restino sulla carta, ma ispirino le nostre persone all’azione ogni giorno» conferma Costantino: «E questa attitudine alla trasparenza, all’agire etico e all’integrità ci viene riconosciuta anche dai nostri clienti».Il settore in cui Kirey opera è quello della digital transformation: consulenza, applicazioni tecnologiche, data management, sviluppo software, Cloud, cybersecurity. Tutte attività tradizionalmente percepite come maschili: e dunque a livello HR la sfida nella sfida è quella di rompere gli stereotipi di genere e puntare al gender balance, stimolando le candidature da parte di ragazze e donne. «Confermo, il nostro settore purtroppo è ancora lontano dal gender balance in termini assoluti» si rammarica Melisa Costantino, ma «stiamo notando con piacere una crescita di candidature da parte di giovani donne anche per ruoli tecnici. Oggi in Kirey Group abbiamo un 35% di donne, in aumento, e molte di loro hanno ruoli manageriali».Per rafforzare l'impegno sul fronte delle pari opportunità e della parità di genere, dall'anno scorso Kirey ha deciso di entrare a far parte di Valore D, la prima associazione di imprese in Italia che promuove l'equilibrio di genere e una cultura inclusiva nelle organizzazioni. Questo si traduce in azioni concrete che in Kirey spaziano dal «fare attività di sensibilizzazione sul tema in azienda al far partecipare alcune delle nostre professioniste a programmi di mentoring, al condividere con le altre imprese del network i nostri progetti di successo nell’ambito dell’inclusione». L'anno scorso è stato anche messo a punto un regolamento DE&I (diversity, equity and inclusion) focalizzato sulla «politica di genere, l’attenzione alle disabilità e la promozione dell’interculturalità».Nel selezionare le nuove risorse, il team HR non guarda solo sulle competenze tecniche ma anche «flessibilità, velocità di adattamento di fronte al cambiamento, learning agility» racconta la manager: «L’obiettivo è comprendere la capacità dei candidati di mettere in discussione i loro modelli di pensiero, per essere in grado di apprendere continuamente» anche sulla scorta del fatto che «lo sviluppo dell’intelligenza artificiale porterà a una veloce trasformazione che cambierà il nostro modo di pensare, lavorare e organizzare il lavoro».Le attività sono organizzate secondo una formula di lavoro ibrido «che prevede la presenza in ufficio 4 giorni al mese» spiega Costantino, «che può essere organizzata con il proprio team in modo flessibile». Gli stage durano dai 3 ai 12 mesi a seconda della complessità del progetto formativo e «nelle regioni in cui è permesso possono essere anche svolti da remoto». Oltre al tutor di linea, a ogni stagista viene anche assegnato «un riferimento fisso all’interno del team Recruiting, che lo contatta per indagare l’andamento dello stage in termini di relazione con i colleghi, apprendimento» e così via.«Il nostro è forse uno dei settori in cui il divario fra domanda e offerta è più ampio» chiude l'HR manager di Kirey Group, e questo fa sì che per chi ha «competenze tecnologiche ci siano moltissime opportunità, anche in Italia». Anche per questo, Kirey ha sviluppato «partnership con enti locali che, per dare una risposta alla carenza di figure informatiche, negli ultimi anni si sono organizzati per offrire percorsi di skilling e reskilling di laureati non Stem». Percorsi che permettono, appunto, di sviluppare le competenze più richieste dal mercato del lavoro del presente – e, sopratutto, del futuro.

Far vivere il mondo della consulenza ai giovani attraverso Instagram, il progetto di EY

Prima o poi tutti han sentito la frase “Quando non si capisce che lavoro fa, vuol dire che lavora in consulenza”: l'impegno di EY, ormai da qualche anno, è di cercare invece di spiegare questo mestiere alle platee più giovani. Arrivato ormai alla quarta edizione, attraverso appuntamenti con cadenza settimanale, il programma social EY4NextGeneration si propone di smentire i luoghi comuni raccontando il settore senza segreti e dando anche la possibilità di fare domande a chi in questo mondo ci lavora.  Quattro anni hanno consentito al programma di essere rifinito e perfezionato. La prima novità di questa edizione è la possibilità di seguire le dirette senza doversi necessariamente registrare, come in passato. «Il programma va live dall’account di EY su Instagram, quindi per seguire gli appuntamenti basta tenere d’occhio il calendario e seguirci sull’account social» spiega alla Repubblica degli Stagisti Silvia Zanella, EY Italy Employer Branding & Employee Experience Leader: «Non partecipiamo ognuno dal proprio account personale, come le classiche live su Instagram, ma abbiamo una sala dedicata per la diretta sia nella sede a Roma sia in quella a Milano in cui incontriamo live i professionisti EY delle interviste. Rispetto al passato, quindi, quest’anno abbiamo un approccio un po’ più diretto e cerchiamo di rispondere alla domanda: “chi sono e cosa fanno i consulenti in EY?”». Per esempio, illustrando anche tutti i percorsi formativi che è possibile intraprendere nella consulenza, aprendo una finestra sugli uffici.  L’altra novità, infatti, è proprio lo scenario delle dirette: fino allo scorso anno non c’era un vero e proprio “set”. Ora invece c’è una vera e propria sala ufficio dedicata alla live: «Una scelta anche frutto dell’evoluzione del programma: il fine è raccontare l’azienda cercando di fartela vivere. Certo EY4NextGeneration dà voce ai nostri professionisti, ma ti porta anche davvero dentro gli uffici: ti facciamo passare i tornelli ed essere presente. Il racconto di cos’è EY in questo modo è ancora più autentico».Quest’anno il programma si è trasformato in una sorta di video-podcast, soffermandosi sulle storie ed esperienze dei professionisti. «Abbiamo un programma settimanale molto fitto anche con ospiti speciali per consentire di conoscere meglio il settore professionale, i valori, il cardine dell’azienda». Gli appuntamenti sono in corso e proseguiranno fino a luglio: «Cerchiamo di coinvolgere tutta la firm, con esponenti di tutte le service line». Ogni argomento viene affrontato da chi all’interno della linea di servizio se ne occupa. I due filoni principali del programma sono l’orientamento e i progetti di EY, quindi quelli che aiutano a capire cosa fa un consulente per esempio in consulting, in auditing, in tax e legal o in strategy and transaction. Ogni tematica è affrontata da un consulente diverso che può spiegare cosa significa fare questo lavoro nella specifica service line a cui è assegnato.  Destinatari del programma sono principalmente gli studenti universitari che si approcciano al mercato del lavoro, i giovani professionisti interessati al mondo della consulenza, ma anche i professionisti un po’ più senior che hanno deciso di cambiare e avvicinarsi al settore consulting partendo da una storia ispirazionale. Tra tutti, però, «il target primario è quello delle nuove generazioni».  Le prime live sono partite a dicembre (sono comunque tutte sempre disponibili sull'account Instagram di EY): «La primissima, SheBelongs, era direttamente collegata a un’iniziativa di recruiting. Puntava a raccontare la posizione aperta per una delle nostre service line, con la testimonianza di una delle consulenti che già sono in EY dopo essere entrate con questo progetto; e visto che c’era una posizione aperta, era anche l’occasione per rispondere alle domande di chi voleva candidarsi», racconta Silvia Zanella: «Il fatto poi che fosse pensata per le donne ci ha dato occasione di manifestare come in azienda esistano progetti di recruiting tutti al femminile. Dedicare, infatti, alcuni progetti gender oriented ci permette di dare il nostro impatto sulla situazione gender in azienda anche se in EY fortunatamente il gender pay gap è praticamente nullo!». Un tema toccato anche nel corso della seconda diretta, Women in Tech, focalizzata su un progetto italiano e internazionale che vuole sensibilizzare e avvicinare le donne. «Anche in questo caso avevamo la testimonianza di chi fa parte del board italiano di Women in Tech: attraverso la narrazione di questo progetto abbiamo cercato di avvicinare le donne al tema». Altre live sono state già dedicate ai temi dell’orientamento, con l’incontro con una recruiter sul tema dello storytelling personale al colloquio; del Cv check dei profili interessati al mondo della consulenza con Fabiana Andreani, Career Mentor & Digital Content Creator. A metà marzo Andrea Nuzzo, content creator noto ai più per essere il papà della pagina Facebook “Sii come Bill”, ha focalizzato alcuni dei temi più cari alle nuove generazioni come l’inclusività nel linguaggio sul lavoro, la flessibilità, il work-life balance, partendo da un’indagine social svolta anche dalla community di Unfluencer, un gruppo di creator digitali con la missione di influenzare responsabilmente.Pochi giorni fa è stata la volta di Come funziona lo stage in EY, con Beatriz Dona Roldan e Daniele Piazza del team Talent Attraction & Acquisition che hanno cercato di dare una risposta a tutte le domande che un neo stagista ha, e spesso non chiede, appena riceve la conferma di inizio stage. Mentre dopodomani, mercoledì 27 marzo, si affronta il tema attualissimo dell’Intelligenza artificiale. Gli appuntamenti in calendario per il mese di aprile sono: mercoledì 3, il secondo episodio di Women in Tech; e mercoledì 17, un focus tutto sulla professione di auditor dal titolo “Cosa significa essere un revisore oggi?”. EY è infatti società di consulenza ma anche di revisione.Infine, a chiudere la serie di appuntamenti di aprile è prevista mercoledì 24, appena prima del ponte della Liberazione, la live con Road to Y7,  -1 mese al Summit. Il riferimento è al G7 Youth Summit, uno dei gruppi di lavoro del G7 – che quest'anno si svolgerà a giugno in Puglia – che permette ai giovani di diverse nazionalità di presentare le loro idee e proposte politiche ai leader dei grandi Paesi. Proprio in vista dell'evento, EY ha lanciato il programma “Road to Youth 7” durante il quale giovani professionisti o studenti appartenenti al network EY Campus Ambassador hanno avuto l’opportunità di sviluppare proposte su temi cruciali come sostenibilità, diversità, equità, inclusione, futuro del lavoro e innovazione.   Un aspetto importante che emerge da molte delle live di EY4NextGeneration è la trasversalità della figura del consulente, che può appartenere a diversi background accademici. «Ci sono ex ingegneri, laureati in giurisprudenza o in comunicazione» conferma Zanella: «Per alcuni team logicamente c’è la prevalenza di alcune facoltà, come economia, finanza. Ma il fattore differenziale è che la consulenza ti dà modo di sperimentare un lavoro». Un’apertura che può stimolare la curiosità di molti giovani. Marianna Lepore

Verso lo stop agli stage gratuiti nell'Ue, il testo della proposta di direttiva della Commissione

La Commissione Europea ha appena pubblicato le proposte di direttiva e di raccomandazione per migliorare in tutta Europa le normative sui tirocini e dare più diritti agli stagisti. Come prevedibile, il testo della direttiva – l’atto cioè più forte, perché vincolante per gli Stati membri, da adottare in ciascuno Stato entro due anni – è molto più blando di quello della raccomandazione: la Commissione ha scelto la via sicura di imporre poco, e suggerire un po’ di più. Il testo esplicativo spiega che si è giunti a questa formula dopo lunga riflessione e discussione, e che alla fine «l'opzione di policy ritenuta più adeguata» è risultata essere appunto «un pacchetto costituito da una direttiva da applicare agli stagisti che sono lavoratori secondo la legislazione europea e una raccomandazione aggiornata del Consiglio dell'Unione europea che copra tutti gli stagisti».In particolare, qui ci soffermeremo sul testo della proposta di direttiva. L’intento esplicito è quello di rischiare il meno possibile opposizioni da parte degli Stati e dei partiti politici in disaccordo con queste disposizioni – opposizioni che potrebbero basarsi sul fatto che l’Unione Europea non è competente rispetto alla materia del mercato del lavoro. Apparentemente, molte resistenze al lavoro del Commissario europeo per il Lavoro e i diritti sociali Nicolas Schmit sono arrivate anche a livello dei servizi giuridici della Commissione, che hanno spinto per un testo più prudente per evitare conflitti tra le competenze dell’UE e quelle degli Stati Membri. Ragion per cui la proposta licenziata dalla Commissione ha un approccio così cauto.Gli obiettivi focalizzati sono due «situazioni problematiche e illegali rilevate in tutti i tipi di stage nell'UE». La prima, quando gli stagisti pur facendo un vero percorso formativo e acquisendo nuove competenze «non godono dei diritti che sono  loro riconosciuti». La seconda, quando gli stage mascherano in realtà lavoro dipendente, e vengono cioè utilizzati dai datori di lavoro per risparmiare sul costo del personale. Interessanti i punti esplicitati nel testo per scovare i tirocini fittizi: dalla mancanza di progetto formativo alla durata eccessiva, dall’aspettativa di “performance” dello stagista quasi fosse un normale dipendente alla richiesta di “stagisti con esperienza” o con precedenti esperienze di stage o di lavoro nello stesso settore o attività, fino alla quantità di rapporti di stage comparata ai contratti di lavoro. 
La delusione più grande è quella relativa all'assenza di una chiara messa al bando degli stage senza compenso. Lo stesso commissario  Schmit ha affrontato di petto la questione con un tweet su X: “Perché la Commissione non ha proposto di vietare esplicitamente gli stage gratuiti? Perché legalmente non ci è possibile farlo! Abbiamo messo il massimo possibile nella direttiva e nella raccomandazione. Nel recepire la direttiva, gli Stati membri chiaramente dovrebbero vietare gli stage gratuiti».Gli stage gratuiti vengono scoraggiati, nel testo reso pubblico dalla Commissione, con una formulazione blanda (lo vedremo nel dettaglio tra un attimo). La direttiva invece si sofferma molto sulla possibilità per gli stagisti di far valere i propri diritti, dedicando vari articoli alla garanzia che possano fare ricorso, che possano essere difesi dai sindacati, che possano avere protezione contro possibili ritorsioni, o anche ottenere risarcimenti in caso le autorità accertassero che sono stati trattati ingiustamente. Sono principi condivisibili, ma la fattispecie non è forse così frequente da giustificare un’attenzione tanto diffusa all’interno di una direttiva di tale portata. 

Avremmo voluto vedere focalizzati i punti più salienti. Avremmo voluto leggere nero su bianco che qualsiasi tirocinio gratuito (a parte quelli brevissimi) non può più essere legale. In qualsiasi posto sia svolto (quindi anche enti pubblici), senza alcuna eccezione. Ma questo nel testo non c’è.A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, questo è comunque un passo avanti notevole – inimmaginabile anche solo pochi anni fa: basti pensare alla posizione che l’Unione Europea aveva preso nel 2014 con lo European Quality Framework for Traineeships, una misura insipida e per questo infatti largamente criticata, all’epoca, dai difensori dei diritti degli stagisti per la timidezza con la quale i grandi problemi degli stagisti erano stati affrontati. Adesso quindi è intenzione dell’Unione Europea, con questo testo di direttiva, cambiare atteggiamento verso il tema, venendo incontro alle esigenze degli stagisti. Il problema è che tra le righe del testo della direttiva ci sono alcuni scivoloni che potrebbero trasformarsi in trappoloni.“In respect of pay, trainees are not treated in a less favourable manner than employees”Il primo è più evidente è la perifrasi che viene utilizzata per vietare la gratuità degli stage. Anziché dire che ad ogni stagista è dovuto un compenso commisurato al tempo e all’impegno che dedica allo stage, ed eventualmente anche alle conoscenze pregresse e al suo grado di istruzione, il testo della direttiva è più arzigogolato: «Gli Stati membri dovrebbero assicurare che, rispetto alle condizioni di lavoro ivi compresa la retribuzione, gli stagisti non siano trattati in maniera meno favorevole che analoghi normali dipendenti  nella stessa struttura, a meno che un trattamento differente non sia giustificato da motivi oggettivi» si legge nell’articolo 3. Ma nella comparazione tra un lavoratore e uno stagista, il fatto stesso dell’inquadramento differente è un «motivo oggettivo» (“objective ground”).Purtroppo, pur assicurando il preambolo (non il testo vero e proprio) che no, “il semplice fatto di essere uno stagista non può costituire la base per un trattamento meno favorevole», l’articolo 3 si chiude specificando che un objective ground può invece essere tranquillamente rappresentato da “compiti differenti, minori responsabilità, minore intensità di lavoro, o l'onere della componente di formazione e addestramento professionale».È ovvio, perfino banale che uno stagista non possa pretendere di guadagnare quanto un dipendente. Quindi perché mai formulare la frase così? Perché alludere a un diritto che però nei fatti sarebbe inapplicabile, per il fatto stesso che lo stagista non assicura praticamente mai una performance paragonabile (tantomeno identica) a un dipendente?Sulla scorta di quella frase, nell’applicazione futura di questi principi, qualsiasi Stato potrebbe non solo (com’è ragionevole) limitarsi a prevedere che l’importo dell’indennità minima di stage sia inferiore a quello di uno stipendio, ma anche andare più in là. E scegliere per esempio di mantenere la gratuità degli stage, o inserire indennità minime irrisorie, sostenendo che gli stagisti hanno ovviamente meno competenze professionali, non sono autonomi, non prendono responsabilità per il loro lavoro, devono essere costantemente formati e supervisionati da qualcun altro. Che non svolgono un’attività equiparabile a quella di un dipendente, pur anche magari condividendo lo stesso “mansionario” col proprio tutor e/o con altre risorse junior. E che appunto “l'onere della componente” della loro formazione grava sull'azienda ospitante, costituendo già un sufficiente disturbo.“Trainees who are workers”Un altro punto critico è la definizione del raggio d’azione. Ben consapevole del fatto che questo è un elemento cruciale, la Commissione ha dedicato l’intero articolo 2 alle Definizioni. E quindi ecco le quattro fornite «ai fini di questa direttiva»:(a) con “stage” si intende un periodo limitato nel tempo di pratica di lavoro che include una significativa componente di formazione e addestramento professionale, effettuato per acquisire esperienza pratica e professionale nell'ottica di aumentare l'occupabilità e di facilitare la transizione verso un regolare rapporto di lavoro o accedere a una professione(b) con “stagista” si intende qualsiasi persona che svolga uno stage avendo un un contratto di lavoro o rapporto di lavoro così come definito da leggi, accordi collettivi o prassi in vigore in ognuno degli Stati membri con tenendo conto della giurisprudenza della Corte di Giustizia(c) con “regolare rapporto di lavoro” si intende qualsiasi rapporto di lavoro che non sia uno stage (d) con “dipendente regolare” si intende qualsiasi persona impegnata in un regolare contratto di lavoro Scrivere un testo che abbia senso i tutti i 27 Paesi dell’Unione, ciascuno con la sua lingua, le sue tipologie contrattuali, le sue denominazioni e definizioni delle variegate esperienze di formazione e lavoro, è certamente complesso. Ma chiunque mastichi un po’ di diritto del lavoro non può che notare alcuni passaggi (come questi due nella lunga premessa esplicativa: «Le disposizioni di attuazione incluse in questa proposta di direttiva sono  finalizzate ad assicurare che gli stagisti che sono lavoratori godano di tali diritti», e «sia i lavoratori (compresi gli stagisti che sono lavoratori) sia i lavoratori autonomi [devono] avere accesso a un'effettiva e adeguata protezione sociale») che farebbero intendere che ci sia una categoria di “stagisti che sono lavoratori” (“trainees who are workers”) e un’altra categoria diversa non meglio specificata – e che, salvo smentita, resterebbe esclusa da questi diritti. Il che combacia anche con la già citata frase che spiega che la direttiva riguarderebbe i “trainees who are workers”, e invece la raccomandazione coprirebbe “all trainees”.Nel testo della direttiva ricorre l’equiparazione tra stagista e lavoratore; si legge per esempio nella premessa che “La direttiva proposta contiene una serie di disposizioni che aiutano gli stagisti a difendere i loro diritti di “lavoratori”» (“defend their rights as ‘workers’”). In Italia, e probabilmente non solo in Italia, questo farà rizzare i capelli in testa a molti: basti pensare che nella nostra normativa è ripetuto continuamente che il tirocinio consiste in un periodo di orientamento al lavoro e di formazione e che non si configura come un rapporto di lavoro.

Nessuna menzione, invece, dei tirocini svolti durante periodi di formazione, quelli che noi in italiano chiamiamo “curricolari”. Di fatto, la richiesta contenuta nella risoluzione del Parlamento europeo di includerli nel raggio d’azione della futura legislazione europea a protezione degli stagisti è stata ignorata nella bozza di direttiva, e recuperata solo nella raccomandazione.Nel preambolo della direttiva invece trova purtroppo posto una menzione non entusiasmante, al comma 4, che sdogana gli stage per persone mature: siccome la popolazione invecchia e mancano lavoratori con competenze in determinati settori in crescita, come quelli legati alla transizione digitale, “gli stage di qualità possono essere un'utile strada upskilling e/o reskilling per persone di qualsiasi età per acquisire competenze pratiche sul lavoro per entrare nel mercato del lavoro o dare una nuova direzione alla loro carriera». Come, “di qualsiasi età”? Noi qui sulla Repubblica degli Stagisti abbiamo denunciato a più riprese le storture e i rischi di inquadrare le persone di mezza età, o perfino quasi anziane, al ruolo di stagisti con il paravento della “formazione”. Per riqualificare le competenze di una persona che ha già anni di esperienza nel mondo lavorativo ci sono altre strade: non la retrocessione a stagisti.Ma bisogna ricordare che questa è sola la prima bozza: adesso comincia una discussione in Parlamento e in Consiglio per portare a casa un testo definitivo – che comunque non riuscirà ad essere approvato prima della fine di questa legislatura, dato che le elezioni europee incombono. Nei prossimi mesi cambieranno sia la composizione del Parlamento europeo e quella della Commissione europea sia le forze politiche in campo, a seconda dei risultati di queste elezioni.Resta il fatto che la Commissione europea ha mantenuto la promessa e ha partorito una bozza di direttiva che contiene aspetti interessanti e che si propone di risolvere un problema che affligge in Europa milioni di persone: gli stage gratuiti, quelli di bassa qualità, quelli utilizzati per sfruttare manodopera o cervellodopera gratuita senza fare contratti di lavoro corretti e pagare le retribuzioni dovute. Si staglia all'orizzonte, anche se ancora lontano, il traguardo di ottenere più diritti per gli stagisti in tutta Europa grazie ad una presa di posizione netta dell’Unione Europea: bisognerà lavorarci nella prossima legislatura.Eleonora Voltolina

Ancora niente retribuzione per gli specializzandi di area sanitaria, la protesta e lo stallo della politica

Il disegno di legge è stato depositato un anno fa, ma per il momento è lettera morta. Grandi speranze per ora non se ne vedono per il testo che chiede di sanare la discriminazione che subiscono gli specializzandi di area sanitaria, che pur prestando servizio full time negli ospedali pubblici non percepiscono – a differenza dei medici – nessuna retribuzione. Lo conferma alla Repubblica degli Stagisti Andrea Crisanti, virologo e senatore del Pd, nonché primo firmatario del disegno di legge: «Dobbiamo lavorare in Commissione istruzione e ricerca affinché il finanziamento arrivi nella prossima legge di Bilancio». L’accordo politico in teoria ci sarebbe pure, prosegue, «ma i tentativi di inserire la riforma per ora sono andati a vuoto. Ci avevamo provato anche con il Milleproroghe, ma nulla». Lo scoglio sono i costi, pur contenuti rispetto agli introiti dello Stato. «Sono circa 800 milioni» spiega Crisanti. Gli specializzandi a cui andrebbe diretta la misura si aggirano sui 5mila e 500 tra farmacisti, biologi, psicologi: quindi «35mila euro per ognuno all’anno, da moltiplicare per gli anni del percorso di specializzazione, che nel caso dei farmacisti sono quattro, diventando quindi 140mila circa».A complicare ulteriormente la situazione, il caso degli psicologi. «Lì c’è una zona grigia, un po’ un sottobosco per quanto riguarda le scuole di specializzazione». Perché «sono spesso private, anche se accreditate». E anche questa «è una questione da risolvere» dice Crisanti. Si è anche tentato un altro escamotage, cioè «quello di destinare agli specializzandi non medici le borse stanziate per i bandi di specializzazione in medicina andati deserti negli ultimi anni». Ma neppure questa proposta ha avuto seguito. «Adesso torneremo alla carica per cercare di calendarizzare la proposta» assicura. Le categorie a cui si rivolge il disegno di legge sono tre: farmacisti, biologi e psicologi. E le associazioni studentesche che li rappresentano – rispettivamente ReNaSFO, ABIFB e L.A.psi. – sono sul piede di guerra, tanto che hanno annunciato per il prossimo 23 marzo una manifestazione in centro a Roma, a piazza Santi Apostoli. La disparità è palese, sottolinea con la RdS Seydou Sanogo, 31enne farmacista ospedaliero a Lecce e rappresentante ReNaSFO [il terzo da sinistra nella foto qui accanto]: «Un medico specializzando percepisce una borsa di studio che inizialmente è di circa 1.500 euro, per poi salire fino a circa 1.700 negli anni successivi». Un 'privilegio' da cui sono invece esclusi tutti gli altri, pur lavorando a tempo pieno negli ospedali. Per di più, sottolinea Sanogo, «dobbiamo versare 4.500 euro alle casse previdenziali dell’Enpam, e pagare le tasse della scuola, pari a circa 2.500 euro». Va chiarito poi che le scuole non sono facoltative, e lo ribadisce lo stesso disegno di legge. «ll possesso di un titolo di specializzazione è diventato requisito necessario per l'accesso alla dirigenza sanitaria del Servizio sanitario nazionale» specifica il ddl, «sia per i dirigenti di area medica sia per quelli di area non medica». Non si tratta quindi di un rimborso spese per un tirocinio: «quello si svolge prima dell’abilitazione» conferma Sanogo. In questo caso «parliamo di soggetti abilitati, che lavorano a tutti gli effetti». E che per partecipare a un concorso pubblico e essere assunti in ospedale devono passare per il percorso di specializzazione. Sono addetti nell'ambito delle attività formative di tipo pratico «a mansioni di tipo operativo, ad esempio nei laboratori» aggiunge il testo del ddl. Svolgendo mansioni di primaria importanza. Nel caso degli specializzandi farmacisti ospedalieri, ad esempio – 700 attualmente in Italia – «nel corso delle 6mila ore di formazione le attività riguardano l’analisi dell’appropriatezza prescrittiva dei farmaci, il corretto impiego dei dispositivi medici e la loro gestione logistica sulla base del rapporto costo efficacia» spiega un comunicato ReNaSFO. Non solo, ma gli specializzandi hanno la responsabilità anche relativa a «analisi farmaco-economiche e allestimento di terapie oncologiche e nutrizionali enterali e parenterali». Il risultato è che le scuole di specializzazione diventano elitarie. Sono «accessibili solo alle famiglie che possono permettersi di mantenere i figli che si stanno formando fino ai trent'anni di età» avverte Sanogo. Gli articoli costituzionali violati diventano almeno tre, denunciano le associazioni: «Non solo l'articolo 3 (il diritto all’uguaglianza, ndr), ma anche il 34» come sottolinea perfino il ddl. Quello «che garantisce l'accesso ai gradi più alti degli studi ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». E infine l’articolo 36 della Costituzione, «che prevede che il lavoro debba essere sempre retribuito in modo tale da assicurare al lavoratore e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa». Ilaria Mariotti

Orientamento sui social, ogni settimana EY racconta ai giovani chi è e cosa fa “il consulente”

Anche quest’anno torna EY4NextGeneration, il programma di orientamento professionale e volontariato di competenza offerto gratuitamente ai giovani che stanno entrando nel mondo del lavoro, per far scoprire chi è e che cosa fa un consulente. Appuntamenti a cadenza settimanale in diretta su Instagram, fino a fine luglio, con interviste a professionisti EY e ospiti speciali che raccontano quel che c’è dietro la parola “consulenza”. Ogni live è anche occasione per fare domande in diretta e ricevere subito una risposta. Prossime live: mercoledì 20 marzo “Come funziona lo stage in EY” e mercoledì 27 marzo "Intelligenza artificiale al lavoro", in entrambi i casi alle 18.«Siamo partiti quattro anni fa con una serie di live in cui i professionisti EY discutevano i temi più disparati dell’orientamento e del mondo della consulenza, e rispondevano alle domande che chi seguiva le live poteva porre», racconta Eleonora Torre, Employer Branding and Employee Experience in EY: «In abbinamento alle dirette c’erano anche dei programmi di mentoring, un link diretto con il team recruiting di EY: l’obiettivo primario era ed è tutt’ora instaurare un dialogo con i follower dell’account, quindi ragazzi, studenti che seguono e si approcciano per la prima volta al mondo della consulenza e hanno così l’opportunità di avere risposte a curiosità che in fase di colloquio probabilmente non chiederebbero mai».Il programma ha una finalità di orientamento per le nuove generazioni, come ad esempio l’approccio a uno stage o i chiarimenti su cosa faccia un consulente. «Su questo abbiamo sviluppato il concept dell’iniziativa. Negli anni, però, ci siamo resi conto che se il primo obiettivo era quello di trasferire conoscenza sul mondo del lavoro in generale, quello della consulenza rimaneva sui generis, di difficile approccio per chi non è al suo interno. Così abbiamo cercato di settorializzarci e rispondere alla domanda che tutti fanno: “Che cosa fa un consulente?”», racconta Torre. La risposta sta nelle storie personali e le esperienze dei professionisti di EY, veri protagonisti del programma. «I social oggi sono pieni di orientamento sul mondo del lavoro: noi abbiamo capito che farne uno settoriale era quel passetto in più che poteva aiutare. Di solito si immagina il consulente in giacca e cravatta, impettito, distante: EY4NextGeneration vuole rompere lo stereotipo, avvicinare, instaurare un dialogo».I feedback ricevuti da parte di giovani e professionisti nelle passate tre edizioni sono stati incoraggianti. «Per due motivi: il primo perché siamo la prima Big Four (ndr. le quattro società di consulenza e revisione che si dividono il mercato mondiale, ovvero EY, PwC, Deloitte, KPMG) che si approccia a questo nuovo modo di raccontarsi alle nuove generazioni di talenti. È piaciuto il modo in cui si cerca di instaurare un dialogo, a prescindere dall’occasione del colloquio o del rapporto di lavoro già esistente. E poi c’è l’utilità per gli studenti, lo stupore quasi nel poter sentire l’apertura dei professionisti rispetto alle loro storie», racconta Eleonora Torre. Quest’anno si è voluto poi dare più attenzione alle storie personali e ispirazionali: «Sento una storia, mi interesso e ho un modello di riferimento. Poi noi creiamo una serie di follow up, quindi se ci sono domande una diretta a volte consente di sbloccare il coraggio per scrivere un messaggio su Linkedin».Una differenza rispetto alle edizioni passate è proprio l’intervista live. In passato erano tutti collegati da casa, «quest’anno abbiamo cercato un modo per comunicare un’apertura e portare il programma dentro l’azienda. Perciò le live avvengono dalla sede di Milano e di Roma». Gli appuntamenti si dividono in incontri con finalità di orientamento e live con protagonisti i professionisti interni. «In una live di dicembre ci siamo occupati di Storytelling e colloquio, parlando con una nostra recruiter: un tema di interesse generale grazie al quale abbiamo instaurato delle interazioni con chi seguiva la diretta e ha voluto fare delle domande. Per esempio, mi ha colpito che qualcuno abbia chiesto se era corretto stringere la mano a un colloquio in presenza: non dimentichiamoci che il programma ha vissuto anche l’evoluzione del lavoro durante il periodo Covid. Oppure spieghiamo cosa fa un auditor oggi: perché siamo società di consulenza ma anche di revisione, e in questo modo cerchiamo di fornire quella comprensione e consapevolezza che spesso non si ha quando da neolaureati ci si candida per una Big Four senza sapere moltissimo delle attività. O ancora, spieghiamo come affrontare un business case durante un colloquio. Insomma sono incontri che vogliono fornire delle tip concrete».Anche se è difficile quantificare il numero esatto delle persone raggiunte in queste quattro edizioni, «negli anni passati sono stati migliaia» dice Eleonora Torre «gli studenti che ci hanno chiesto informazioni sul mondo della consulenza, quando ci sono state occasioni di mentoring o di contatto con il recruiter, e che hanno risposto in maniera attiva rispetto alle occasioni che il programma creava» ricorda Eleonora Torre. Ma l’obiettivo principale non è quello di selezionare nuove risorse: «Non è un programma di recruiting, ma un ripple, quindi nostre persone che mettono a disposizione dei giovani all'esterno le loro storie e il loro tempo per affrontare temi importanti nel mondo del lavoro e rispondere a domande e curiosità. Aprirsi e raccontarsi».Un “Ripple” è, nel gergo aziendale di EY, un programma global di volontariato di competenze: la società consente ai dipendenti di fare volontariato in orario lavorativo su quattro tematiche, di cui una è appunto avere un impatto sulle nuove generazioni. In questa categoria rientra EY4NextGeneration e tutte le ore che i dipendenti dedicano al programma sono identificate appunto come volontariato.Certo però è vero che, dal punto di vista dei giovani fruitori, «il programma crea un’occasione di recruiting in maniera indiretta» aggiunge Torre, «perché ci sono state persone che solo seguendolo si sono incuriosite ad EY e dopo sono entrate a far parte dell’azienda».Il settore della consulenza resta complesso, ma in questi  anni grazie al programma è aumentata l’interazione con le persone interessate a questo mondo anche perché «abbiamo cercato di renderlo più comprensibile possibile, di semplificare la complessità del concetto di “consulente”. La nostra non è un’azienda di prodotto, ma di servizio, e investire così tanto in iniziative come EY4NextGeneration pone l’accento su quello che effettivamente è il prodotto della società di consulenza: le sue persone» conclude Eleonora Torre. La consulenza oggi è oggetto di meme sui social ed è riuscita quindi ad avvicinare e incuriosire più giovani. Che nel 2024 avranno molte occasioni per togliersi tutti i dubbi a riguardo, seguendo gli appuntamenti settimanali di EY4NextGeneration: il prossimo il 20 marzo.Marianna Lepore

Stage in Toscana, cambia la normativa: l'indennità minima sale a 600 euro, incentivi solo se c'è assunzione

Un rimborso spese più alto per i tirocinanti, più controlli per evitare l’uso distorto dello stage e sostegno finanziario per le aziende vincolato alle assunzioni: sono i punti chiave delle nuove linee guida della Regione Toscana sui tirocini extracurriculari presentate la settimana scorsa dal presidente Eugenio Giani e dall’assessora al lavoro e formazione Alessandra Nardini. Obiettivo: migliorare l’uso degli stage e favorire realmente l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Per arrivare a questo risultato c’è stato un lungo confronto con le parti sociali e i soggetti della Commissione regionale permanente tripartita con cui sono state poi approvate le linee guida.  Le nuove regole hanno avuto il via libera dalla giunta regionale con la delibera 206 del 26 febbraio e diventerannooperative tra circa un mese. La legge regionale in vigore resterà la 15 del 2018 e sarà modificato solo il suo regolamento attuativo.  «Raccogliamo una delle esigenze delle tirocinanti e dei tirocinanti: l’aumento dell’indennità mensile», ha spiegato durante la conferenza stampa l’assessora Nardini. Il minimo obbligatorio «dai 500 euro attuali passa a 600 euro» al mese, spiega, «accollandoci come Regione l’aumento dell’importo» – perché «se prima il rimborso complessivo dato alle aziende era di 300 euro, adesso diventa 400» al mese. In realtà la Regione Toscana non se lo accolla (giustamente) per tutti, ma  solo per quei soggetti ospitanti che poi assumono lo stagista. Il cambiamento più significativo infatti «è aver legato il contributo al tema dell’assunzione. Questo significa che l’azienda riceve il contributo solo se attiva entro 30 giorni dal termine dello stage un contratto o a tempo indeterminato, o a tempo determinato ma di almeno 12 mesi o un apprendistato professionalizzante o di primo o di terzo livello». Contributo che arriva a coprire il 100 per cento dell’indennità corrisposta dall’azienda nel caso in cui lo stagista poi assunto sia un soggetto disabile o svantaggiato. Gli incentivi sono erogati all’azienda ospitante anche nel caso in cui lo stagista sia assunto da un’altra azienda, entro sei mesi dal termine del tirocinio, «per riconoscere la valenza formativa dell’impresa». In questo caso il soggetto terzo che assume il tirocinante non resta comunque a bocca asciutta: può presentare domanda di incentivo all’occupazione attraverso gli avvisi di Arti, l’ente che gestisce la rete regionale dei centri per l’impiego e le misure di politica attiva in regione Toscana, che saranno estesi a questa tipologia.  Per esempio per uno stage di sei mesi fino ad oggi le aziende della Toscana potevano richiedere alla Regione un contributo per la copertura parziale dell'indennità di stage e ricevere una somma di 1.800 euro (300 per 6 mesi). D'ora in poi, con le nuove linee guida, il contributo regionale sale a 400 euro, quindi la somma a disposizione per un'azienda che ospita uno stagista per sei mesi sale a 2.400 euro (400 per 6 mesi), ma è subordinata alla stipula di un contratto entro un mese dal termine del tirocinio.L’impresa ospitante che procederà all’assunzione potrà fruire anche degli incentivi all’occupazione: 8.721 euro per un tempo indeterminato, cifra che sale a oltre 10mila in caso di disabili o svantaggiati, e fino a 4.360 euro per il tempo determinato o l’apprendistato. La notizia, quindi, è che l'azienda "virtuosa" potrà sommare ai classici incentivi all'occupazione anche il rimborso per l'indennità erogata per sei mesi al tirocinante poi assunto. Quindi per esempio se attiva un contratto a tempo indeterminato al giovane che ha ospitato in stage per sei mesi, potrà alla fine fruire di un totale contributo di 11.121 euro. Gli incentivi previsti nel caso di assunzione da parte della stessa impresa che ospita il tirocinante, sono una novità di questo atto perché il contributo economico è dato a tutte le imprese che assumono indipendentemetne dalla situazione di disagio o difficoltà. Le risorse investite saranno 27,5 milioni di euro a valere sul fondo Sociale europeo 2021/2027.Non solo più investimenti ma anche più controlli. «Grazie al rinnovato accordo con l’Ispettorato nazionale del lavoro e alle professionalità di chi lavora nella nostra Agenzia regionale toscana per l’impiego, ci saranno più operatori che potranno controllare il buon andamento dei tirocini», ha infatti annunciato Nardini, aggiungendo che «nel 2022 nella nostra regione sono stati attivati 16.104 tirocini, oltre la metà donne, e giovani, con quasi otto su dieci nella fascia fino a 29 anni». Purtroppo, poi però, l’assessora ha presentato dati imprecisi sui risultati occupazionali degli stage in Toscana: «Abbiamo il tasso di inserimento occupazionale più alto, il 67 per cento dei ragazzi ha firmato un contratto entro sei mesi secondo una recentissima ricerca della Fondazione studi consulenti del lavoro. Davanti a Veneto, Marche, Umbria ed Emilia Romagna, regioni che spesso sono indicate come traini per il Paese e molto sopra la media per il centro Italia, ferma al 62 per cento». Peccato che il 67% non si riferisca affatto ai tirocini extracurricolari attivati sul territorio toscano nel corso del 2022 citati poco prima. La percentuale è invece tratta da un documento intitolato “I tirocini di Fondazione Lavoro e l’inserimento occupazionale”, pubblicato dall'Ufficio studi della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, ed è riferita in realtà solo agli esiti dei tirocini promossi dalla Fondazione Lavoro. Cioè la Fondazione ha analizzato esclusivamente i tirocini “avviati e terminati” per i quali ha rivestito il ruolo di soggetto promotore, e ha conteggiato tutti gli stagisti che, a sei mesi dalla fine del tirocinio, risultavano essere stati assunti (sia nel posto dove era avvenuto lo stage, sia presso “altro datore”). La Fondazione Lavoro è però soltanto uno dei tanti soggetti promotori attivi nella Regione Toscana – e in tutta Italia: dei 307mila tirocini extracurricolari avviati in Italia nel corso del 2022, solo 21mila sono stati attivati dalla Fondazione, il 7% del totale. Ancor più nello specifico, dei quasi 14mila stage attivati in Toscana in quell'anno (in effetti è 13.746 il dato ufficiale del ministero del Lavoro), quelli promossi dalla (e dunque considerati nelle statistiche della) Fondazione Lavoro sono stati solamente poche centinaia: nello specifico, 526. Meno del 4% del totale. Dunque dire “67% di assunti post stage in Toscana” è un dato fuorviante, perché non fotografa l'esito occupazionale di tutti i tirocini extracurricolari avvenuti in Toscana, ma solo della microscopica fettina di stage che in questa Regione hanno avuto come soggetto promotore la Fondazione dei consulenti del lavoro. Quel 67% è cioè riferito ai poco meno di 3.500 tirocini attivati in Toscana (peraltro nell’arco di ben 9 anni, tra il 2014 e il 2022) dalla Fondazione Lavoro. E il confronto con le altre Regioni è sempre basato solo ed esclusivamente sui tirocini attivati dalla Fondazione. Un dettaglio che i vertici regionali avrebbero dovuto conoscere, e certamente esplicitare durante la conferenza stampa. Tornando alle novità annunciate, la nuova normativa prevede l’introduzione di un digital badge, un vero e proprio tesserino digitale che conserverà tutte le informazioni rispetto alle esperienze fatte e alla abilità acquisite. «Siamo la prima regione in Italia a utilizzare questo strumento» ha sottolineato Nardini: «Lo facciamo per migliorare e qualificare ancora di più lo stage. Era una riflessione già partita a livello nazionale con l’ex ministro Orlando che aveva iniziato un percorso di revisione delle linee guida a livello nazionale. Purtroppo, quel lavoro si è interrotto con il cambio di governo». Lavoro di cui proprio l’assessora si era occupata in prima linea da coordinatrice della Commissione lavoro e formazione professionale. «In Toscana, però, abbiamo deciso di fare la nostra parte, fermo restando le nostre competenze regionali e rimanendo nel perimetro delle linee guida nazionali che sono rimaste invariate, al contrario di quanto ci saremmo aspettati e per cui stavamo lavorando. Un risultato che abbiamo raggiunto in sinergia con le parti sociali». Il digital badge non è, però, una novità. Già nel 2005 era stato istituito il libretto formativo del cittadino, che aveva però dovuto aspettare il 2013 per avere una normativa che lo rendesse agibile e il 2015 per essere integrato nel fascicolo elettronico del lavoratore, una versione moderna e digitale del libretto. Nel 2017, quando la Repubblica degli Stagisti aveva dedicato un approfondimento al tema, risultavano essere quattro le regioni in cui era possibile richiedere lo strumento, largamente sottoutilizzato – tra cui proprio la Toscana. Questo nuovo badge avrà comunque una piattaforma a sé stante in cui si attesteranno (similmente al libretto formativo del cittadino) «le conoscenze, abilità e competenze acquisite dal tirocinante nel contesto formativo ed esperienziale sperimentato nel corso del tirocinio».Il presidente Giani e l’assessora Nardini hanno poi sottolineato il cambio di prospettiva sull'utilizzo dello stage, visto che il contributo messo a disposizione dalla regione sarà legato all’assunzione dello stagista entro sei mesi. E sarà la stessa amministrazione a verificarne l’eventualità.  Tra gli aspetti positivi delle nuove linee guida c’è anche la creazione di un Osservatorio regionale dei tirocini in collaborazione con l’Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana, Irpet, e l’ufficio regionale di statistica. Sarà proprio l’Osservatorio ad analizzare e verificare i risultati, in particolare per quanto riguarda la qualità dell’occupazione creata, dopo una prima fase di attuazione sperimentale di almeno un anno. Positivo il commento dei sindacati e delle associazioni datoriali. Monica Stelloni della Cgil [nella foto a sinistra] parla di un risultato «frutto di un metodo» e del tirocinio che «torna ad essere strumento di politica attiva» di cui l’osservatorio potrà finalmente misurare l’efficacia; Flavio Gambini, della Uil, sottolinea anche la volontà «di cercare il work in progress e vedere l’attuazione e l’impatto che avrà», e Stefano Boni, Cisl, plaude al fatto che il contributo sia vincolato a una effettiva assunzione «quindi una cosa reale, non fittizia» e si augura che «nei controlli si verifichino che non ci siano anche mansioni troppo ripetitive».   Sul fronte delle imprese, Tiziano Tempestini di Confcommercio parla di «nuova dignità» per la misura del tirocinio; Laura Simoncini, di Confartigianato, di «un percorso costruttivo»; e Gabriele Baccetti di Confindustria ricorda che «sarà il monitoraggio a dirci se la strada individuata è quella giusta, come pensiamo, o se sarà necessario introdurre dei correttivi». Secondo Cinzia Caraviello di Confesercenti «aver aumentato anche se solo di 100 euro il rimborso spese è comunque un indicatore importante perché si andrà a pagare meglio questi giovani. E ben venga il monitoraggio perché ci diamo del tempo per essere vigili su quello che succederà».  L’aumento del rimborso spese a 600 euro mensili è senza dubbio una notizia positiva. Con questa modifica la Toscana si pone immediatamente dietro al Lazio, la più virtuosa con un’indennità per gli stagisti di 800 euro al mese, condividendo la posizione con Valle d’Aosta, Piemonte, Abruzzo e Molise, come si vede anche dall’ultima Guida Best Stage 2023 della Repubblica degli Stagisti. Ora bisognerà aspettare per capire se le modifiche introdotte continueranno ad attestare la Regione tra le virtuose per uso dello stage o se, invece, le aziende decideranno di invertire la rotta. Marianna Lepore

Stage all'estero, opportunità nelle agenzie Ue con indennità fino a 2mila euro mensili

Se si spinge lo sguardo oltre i confini nazionali si possono trovare decine di opportunità di stage che prevedono rimborsi spese paragonabili, quando non superiori, agli stipendi italiani per un impiego vero e proprio. A cui vanno aggiunti i rimborsi per le spese di viaggio e le maggiorazioni in caso di disabilità, sempre presenti nei regolamenti. E non esistono solo i celeberrimi stage alla Commissione europea o al Parlamento europeo: ci sono molte agenzie dell’Unione europea meno conosciute, o delegate a missioni specifiche. La Repubblica degli Stagisti ha selezionato le migliori call aperte a cui è possibile partecipare in questo momento. Andando in ordine di consistenza dell'indennità, la prima è l’Eba, l’Autorità per le banche con sede a Parigi che si occupa di «salvaguardare l’integrità e la robustezza del settore bancario europeo» è scritto sul sito. Qui la borsa sfiora i 2mila euro mensili, per la precisione 1.974,46 euro, per un tirocinio di sei mesi prorogabile fino a 18. La tassazione eventuale dipenderà dal paese di origine, per questa come per le altre agenzie Ue. Non ci sono deadline per le candidature, perché «tutti i 'papabili' entrano a far parte di un bacino da cui attingere per tutto l’anno». I criteri per essere selezionati, oltre alla nazionalità, sono la conoscenza dell’inglese a un livello almeno B2 e una laurea anche solo triennale. Ma poi, a seconda dei profili, ci sono una serie di requisiti da rispettare.Per chi ad esempio optasse per uno stage all’ufficio esecutivo, in cui fornire supporto nella produzione di documentazione, serve una laurea in Economia, Legge, o Studi Internazionali e conoscenza del pacchetto Office. E ancora, per il dipartimento Clienti è richiesta esperienza nelle mansioni da espletare relative alla finanza digitale (l’ufficio si occupa della protezione degli utenti nei pagamenti digitali). Ci si candida con una mail, inviando curriculum in formato europeo e lettera di motivazione, oltre alle copie delle proprie certificazioni. Si parte con una scrematura, la richiesta di un colloquio telefonico in inglese, e infine ai selezionati arriva infine una lettera da firmare contestualmente all’invio dei propri diplomi in originale. L’alternativa è spedire copie certificate. Le posizioni sono in tutto circa 25 ogni anno. La seconda agenzia è l’Esma, incaricata di supervisionare la stabilità del sistema finanziario europeo. Anche questa ha sede a Parigi, e il rimborso è ancora molto alto, pari a 1.770 euro mensili. Le vacancies sono al momento tre, per profili in ambito economico, legale e amministrativo, tutti con scadenza al 31 dicembre prossimo. La durata va dai sei ai dodici mesi, e per i requisiti si ripetono ancora una volta le condizioni valide per tutte le istituzioni Ue. La laurea almeno triennale quindi, e la conoscenza dell’inglese. Per ogni singola posizione poi possono cambiare, a seconda dei casi, i requisiti di accesso. Da notare che l’Esma prevede un’altra tipologia di stage per chi non abbia ancora conseguito la laurea, ma stia frequentando l'università (i famosi curricolari, che molte istituzioni italiane blasonate neanche pagano, come abbiamo denunciato a più riprese qui sulla Repubblica degli Stagisti). Per gli stagisti-studenti il compenso previsto è 1.185 euro al meseLa terza è l’agenzia spaziale europea Euspa, con sede a Praga. L’offerta include un tirocinio della durata massima di un anno, e l’importo è di 1.500 euro mensili, aumentato di 100 euro con un provvedimento dello scorso dicembre. Qui poi è anche riconosciuta una indennità per il viaggio di andata e ritorno fino a 1200 euro mensili. Le posizioni aperte al momento sono 11, con deadline fissata per le candidature al 31 maggio prossimo.Gli stage vanno dall’area Innovazione, al Legale, IT, Risorse Umane, Comunicazione a quelle più specifiche dell’agenzia come la Sorveglianza dello Spazio e le Politiche per la sua sostenibilità. Per candidarsi si accede per ogni posizione al link del sito. In generale però non esistono tempistiche precise di reclutamento, perché sarà l’agenzia che di volta in volta, in base alle esigenze di personale, andrà a selezionare tra le candidature inviate. Valgono le regole comuni di accesso per tutti gli stage nelle istituzioni europee: servono quindi laurea e conoscenza dell’inglese oltre che, quando richiesto dai profili, di una seconda lingua europea. E infine c’è l'Acer, organismo Ue che promuove l'integrazione e il coordinamento del lavoro dei regolatori nazionali dell'energia, con sede a Lubiana, in Slovenia. Il “grant” è più modesto, di 1.265 euro mensili, ma da rapportare a un costo della vita sicuramente inferiore rispetto per esempio alla capitale francese. E poi, oltre ai rimborsi per il viaggio, è concesso a tutti gli stagisti anche un pass gratuito per il trasporto pubblico. Ci sono una decina di disponibilità, ognuna in un diverso settore dell’agenzia (ad esempio gas, elettricità, trasparenza) e con specifiche mansioni e requisiti.Questi ultimi collegati alla singola posizione, oltre a quelli validi sempre (laurea e conoscenza della lingua, in questo caso pari al livello minimo C2). Inoltre Acer dichiara di aver aperto l’opportunità anche ai laureati provenienti dall’Ucraina, seppure non ufficialmente in Europa (ma in loro sostegno per lo stato di guerra). La durata va dai tre ai sei mesi, estendibili a un anno. E anche qui, come nelle altre agenzie, una volta inviata la candidatura, ci si può aspettare una chiamata in qualsiasi momento, a seconda delle necessità di personale. Ilaria Mariotti   

Diritti degli stagisti, mai più tirocini gratuiti: la Commissione europea promette una direttiva entro giugno

A giugno del 2023 il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione per dire basta agli stage privi di rimborso spese. Eppure gli stage gratuiti non sono magicamente scomparsi: continuano a proliferare in tutta Europa – perché, si sa, tra gli annunci della politica e i fatti concreti spesso passa molto tempo. E ancora nessuna restrizione normativa è intervenuta a vietarli. A inizio gennaio di quest’anno, la Commissione europea si è finalmente impegnata a presentare una proposta legislativa prima della scadenza della legislatura per migliorare le condizioni dei tirocinanti in Europa: i tempi della Commissione sono dunque estremamente ristretti, visto che tra tre mesi ci sono le nuove elezioni europee. In questi ultimi due mesi però non ci sono stati aggiornamenti, e le bocche degli addetti ai lavori sono rimaste cucite; ma qualche settimana fa il Parlamento europeo ha organizzato un dibattito coinvolgendo le due altre istituzioni più rappresentative, Commissione e Consiglio, per chiedere per gli stagisti – per l’ennesima volta – norme e condizioni migliori. Tra le richieste principali dei deputati ci sono indicazioni chiare sulla durata massima dei periodi di tirocinio, compensi minimi obbligatori a favore dei tirocinanti (anche curricolari), e l’accesso alla protezione sociale.  Durante l’evento Nicolas Schmit, Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, si è detto convinto che «il vantaggio dei tirocini non sia solo per i tirocinanti. Non riguarda solo i giovani, ma anche le aziende». Per questo motivo «devono essere pagati: per riconoscere il contributo dei giovani». Schmit ha assicurato che la Commissione sta preparando «un’iniziativa per aggiornare il quadro di qualità dell’Unione europea per i tirocini, da presentare prima della fine della legislatura di questo Parlamento».  L’aspetto più importante – la vera notizia – è che Schmit ha precisato che l’iniziativa a cui sta pensando la Commissione è una direttiva, a cui sarà associata anche una raccomandazione. (La direttiva è un atto giuridico che stabilisce un obiettivo che i Paesi membri devono raggiungere, lasciando comunque piena libertà su come farlo; la raccomandazione invece non è vincolante: in pratica è un modo per le istituzioni europee di rendere note le loro posizioni e suggerire linee di azione, senza imporre obblighi).  Schmit ha precisato che la Commissione è vincolata a comportarsi in questo modo anche se a suo avviso non è il metodo ideale, e ha rimarcato che è «giunto il momento di agire». Perché è «una questione di dignità, di giustizia sociale, di parità di accesso. Stiamo finalizzando la proposta legislativa: arriverà. E ringrazio il Parlamento per l’insistenza e l’impegno su questo tema importante per i giovani» ha detto. Tra gli interventi durante il dibattito non è mancato quello di Brando Benifei, capogruppo del Partito democratico all’Europarlamento e da sempre attivo nelle battaglie per i diritti dei giovani. Benifei ha ricordato che in Europa sono circa quattro milioni all’anno i giovani che svolgono un tirocinio come primo passo per entrare nel mondo del lavoro (si tratta, come già spiegato da Eva Lindström della Corte dei conti europea, del numero stimato degli extracurriculari: contando anche i curricolari si arriva addirittura a 13 milioni all’anno).«Ora siamo a un passo da un traguardo storico», ha sottolineato Benifei nel suo intervento, «la pubblicazione da parte della Commissione di una direttiva sulla qualità dei tirocini, che deve stabilire alcuni concetti chiave: basta allo sfruttamento del lavoro giovanile, basta a stage e tirocini non pagati, basta a condizioni lavorative umilianti e non trasparenti, basta alla sostituzione di regolari posti di lavoro con tirocini, una pratica vergognosa per abbattere costi, obblighi e diritti, riducendo l’uso dell’apprendistato». Anche Monica Semedo, europarlamentare democratica del Lussemburgo che aveva presentato la risoluzione poi approvata lo scorso giugno, ha ripercorso le richieste: «una remunerazione equa per evitare abusi, una durata limitata a sei mesi, tirocini inclusivi e accessibili a tutti e più stage trasnazionali». Ma soprattutto ha invitato a fare presto per i giovani europei, e ad approvare tutto entro il termine del mandato del Parlamento, ovvero entro tre mesi.L'estremo ritardo è stato sottolineato, dalle fila del gruppo della sinistra unitaria europea, dall'eurodeputata francese Leila Chaibi, che nel 2005 faceva parte del collettivo Generation Précaire. Il collettivo aveva all'epoca lanciato un appello per lo sciopero dei tirocinanti. Sono passati vent’anni e i bambini di allora sono gli stagisti, sottopagati, di oggi: «Niente è cambiato», ha detto Chaibi. Per ora, quantomeno.L’aspetto più volte ricordato è che il 2023 è stato l’Anno europeo della gioventù; ma nonostante i festeggiamenti, l’Unione europea ha dimenticato di fare la cosa più importante: dare delle regole precise per i tirocini, limitarne l’abuso, aiutare i giovani a entrare dignitosamente nel mondo del lavoro. E sopratutto stabilire una volta per tutte cos’è un tirocinio. Come sottolineato nel report della Corte dei Conti europea “Azioni dell’Ue a sostegno dei tirocini destinati ai giovani”, presentato a inizio febbraio, nonostante i numeri dei tirocinanti aumentino, ancora non esiste una definizione chiara di cosa sia uno stage, con sedici Paesi membri su ventisette che non hanno una definizione giuridica del tirocinio. Perciò servono norme uniformi e coerenti in tutto il panorama europeo e indicazioni chiare dal Consiglio.  Tra gli interventi durante l'evento al Parlamento europeo anche quello di Gianantonio Da Re, leghista del gruppo Identità e Democrazia, che a inizio febbraio ha presentato alla Commissione un’interrogazione con richiesta di risposta scritta relativa ai dati pubblicati dalla Corte dei Conti europea, in cui chiede quali misure intenda adottare per migliorare il settore dei tirocini, sia curricolari che extracurricolari, e favorire l’occupazione dei giovani europei.  Uno degli aspetti evidenziati da quasi tutti i parlamentari è anche l’imminente voto di giugno – che potrebbe segnare un forte astensionismo da parte dei giovani, delusi dalle promesse non mantenute di questo esecutivo. In chiusura di dibattito il commissario Schmit ha ribadito che si tratta di «una questione di giustizia sociale, perché coloro che non hanno genitori che possono sostenere le spese non possono partecipare a un tirocinio e la loro situazione sul mercato del lavoro non ne trarrà alcun miglioramento». E dopo aver rassicurato che la proposta legislativa arriverà in tempo ha anche pungolato gli Stati membri, invitandoli a fare a loro volta attenzione e garantire che anche il lavoro dei giovani meriti una retribuzione. Alla seduta del Parlamento hanno fatto seguito le dichiarazioni del gruppo dei Socialisti e Democratici, che per primi avevano caldeggiato una legge europea per garantire una indennità equa e pieni diritti per tutti i tirocinanti. Alicia Homs, relatrice della proposta, ha ribadito che sono necessari contratti scritti, limitati nel tempo e accesso alla previdenza sociale e alla rappresentanza sindacale per i tirocinanti, perché «i giovani europei non sono manodopera a basso costo o gratuita e non dovrebbero essere intrappolati in tirocini interminabili prima di iniziare la loro carriera e vita indipendente». Agnes Jongerius, portavoce del gruppo, le ha fatto eco ricordando che «i giovani sono uno dei gruppi più vulnerabili del mercato del lavoro. Dobbiamo fare in modo che l’occupazione di qualità inizi con le loro opportunità di tirocinio».  L’ultima parola spetta alla Commissione europea, che ha ora, un po’ in zona Cesarini, la grande opportunità di lasciare un segno del suo mandato andando incontro ai giovani. La userà bene?Marianna Lepore

600mila studenti fuorisede potranno votare alle Europee: ma per altri 4 milioni di cittadini il diritto non è ancora garantito

Ci sono voluti sedici anni di attesa, ma alla fine il primo traguardo è stato raggiunto: la settimana scorsa la Commissione affari costituzionali in Senato ha approvato all’unanimità un emendamento al decreto elezioni presentato da Fratelli d’Italia per consentire alle prossime elezioni europee di giugno il voto fuori sede per chi è temporaneamente domiciliato per motivi di studio lontano dalla propria residenza abituale. «Siamo molto contenti che la politica abbia finalmente dato una risposta concreta, ma non siamo del tutto soddisfatti perché è un risultato parziale, rivolto solo agli studenti fuorisede e non a tutta la platea di cittadini coinvolti dal problema» commenta a caldo Stefano La Barbera, fondatore del comitato Io voto fuori sede alla Repubblica degli Stagisti. Il comitato è nato nel 2008 per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del diritto di voto per i cittadini in mobilità e da allora si è battuto per far approvare una legge che garantisca questo diritto a coloro che vivono lontano dalla loro residenza. «Circa 4,9 milioni di cittadini», precisa La Barbera: più del dieci per cento del corpo elettorale. Così oggi da una parte si festeggia, ma allo stesso tempo si continua a chiedere alla politica «di dare una risposta a tutti i cittadini in mobilità, non solo ad alcune categorie. E quindi di fare un dispositivo che permetta a prescindere dalla condizione del singolo che si trova in mobilità, di poter votare senza dover giustificare la propria posizione». Che sia malato, studente, lavoratore, viaggiatore, non deve essere importante, l’unica cosa che andrebbe presa in considerazione è il fatto che si trovi lontano dalla propria residenza. L’articolo 1 del testo approvato prevede che «In occasione delle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia per l’anno 2024, gli elettori fuori sede che per motivi di studio sono temporaneamente domiciliati, per un periodo di almeno tre mesi» in cui ricade la data del voto, «in un comune italiano situato in una regione diversa» da quella in cui si è iscritti nelle liste elettorali, «possono esercitare il diritto di voto» con le modalità in seguito illustrate. Viene da chiedersi perché sia stata data questa possibilità per le europee e non anche per le amministrative, accorpate peraltro in un unico election day. La Barbera guarda il bicchiere mezzo pieno e lo considera un primo passo per «venire incontro alle sollecitazioni che abbiamo fatto come comitati e società civile», possibile anche perché meno complicato nella gestione rispetto alle regionali. «Le elezioni europee hanno circoscrizioni molto più ampie, solo cinque: Nord est, Nord ovest, Sud, Centro e Isole. Quindi sono solo cinque schede elettorali che dovrebbero eventualmente essere stampate nelle varie circoscrizioni e questo semplifica di molto le disposizioni elettorali. Sarà la prima volta che si sperimenterà questo sistema e il ministero dell’interno vuole valutare l’impatto che questa tipologia di voto avrà sull’andamento del processo elettorale prima di allargarlo alle altre elezioni. Questo è il motivo tecnico per cui la maggioranza è riuscita ad approvare il voto fuori sede solo per le europee». La Barbera ripercorre proprio le ultime settimane, quando durante il festival di Sanremo l’attenzione al tema è cresciuta grazie alla mobilitazione con le matite che molti cantanti hanno portato sul palco. «Così è arrivata la nostra richiesta a maggioranza e governo di studiare una soluzione». Una legge delega nei confronti del Governo, già approvata alla Camera, è in questo momento in votazione alla Commissione affari costituzionali del Senato; poi dovrà passare in assemblea. «Vogliamo che sia approvata al più presto perché l’emendamento di cui oggi parliamo vale solo per le europee di giugno» ed è dunque un provvedimento «a termine. Mentre la legge delega introduce il voto a distanza definitivamente nel nostro ordinamento, anche se limitatamente a europee e referendum, con possibile allargamento alle politiche». Legge delega che consentirebbe, quindi, a tutti i fuorisede, non solo agli studenti, di esercitare il proprio voto dove si risiede temporalmente. «La nostra richiesta» continua La Barbera, «è fare in fretta ed evitare che alle prossime elezioni accada di nuovo che milioni di cittadini non riescano a votare. In questo caso sarebbe tutto più complesso perché le tessere elettorali sono diverse per ogni singola realtà amministrativa, quindi il dispositivo va studiato con maggiore accuratezza e sicuramente il ministero dell’interno da questa sperimentazione trarrà le sue considerazioni». Al momento, quindi, la legge delega è ferma al Senato e se approvata non entrerà in vigore a breve perché «prevede un massimo di diciotto mesi dalla sua approvazione per produrre il dispositivo: questo significa che ci vorrà ancora molto tempo». La buona notizia, però, è che finalmente qualcosa si muove e con l’unanimità dei partiti sul tema. «Dopo tanti anni abbiamo diffuso nella classe politica la consapevolezza che questa fosse una tematica non più rimandabile. E poi una pietra miliare l’ha messa il Libro bianco sull’astensionismo, che è un documento governativo del 2022 da cui sono uscite le cifre: 4,9 milioni di elettori» che esercitano l’astensionismo involontario. Ovvero coloro che svolgono la propria attività lavorativa o frequentano corsi di studio scolastici o universitari in luoghi diversi dalla Provincia o Città metropolitana di residenza. La Repubblica degli Stagisti aveva raccontato due anni fa i contenuti del Libro bianco, e le sue tre soluzioni per ridimensionare le cifre dell’astensionismo: digitalizzazione della tessera e delle liste elettorali, election day e voto anticipato presidiato. Con questi numeri, «la politica non ha più potuto guardare dall’altra parte», osserva La Barbera. E poi c’è il supporto ricevuto negli anni anche da altre realtà. «Noi siamo il primo comitato nato nel lontano 2008, dopo si sono aggiunte altre associazioni: la prima è stata The Good Lobby, con cui poi abbiamo costituito la rete Voto sano da lontano formata da una dozzina di associazioni. Poi nell’ultimo anno si è unito anche Will, dando un enorme supporto dal punto di vista mediatico, grazie alla loro capacità di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica in maniera costante». Ora che la Commissione ha approvato l’emendamento, il testo è stato inserito nel decreto elezioni che deve essere approvato al Senato, dove arriverà nella settimana tra il 12 e il 14 marzo, e poi passare alla Camera per la definitiva approvazione entro il 29 marzo. Dal 20 aprile, poi, comincerà il processo elettorale, quindi il Presidente della Repubblica dovrà indire i comizi elettorali. «Diamo per scontato che il testo arrivi ad approvazione, non ci aspettiamo cambiamenti, non ci sarebbe altrimenti il tempo per la staffetta Camera – Senato. Per questo motivo festeggiamo il traguardo perché ora non dovrebbero più esserci sorprese». Il rischio, però, «è che la politica si rilassi. Che dica: il nostro l’abbiamo fatto, e decida di riprendere l’esame della delega dopo le Europee. Non vogliamo che accada: la nostra campagna è per una legge per il diritto di voto per tutti e siamo a un passo dall’averlo. Non vogliamo distrarre l’opinione pubblica con questa soluzione ponte appena approvata». La buona notizia è che tutti gli studenti fuori sede temporaneamente residenti in un comune diverso da quello di residenza potranno esercitare il proprio diritto di voto alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno senza necessariamente macinare chilometri in un weekend per tornare a casa. «È importante comunicare il più possibile questa notizia ed evitare l’effetto boomerang che alla fine siano in pochi a votare fuori sede», mette in guardia La Barbera. Una comunicazione necessaria anche perché non basta recarsi in un altro seggio la mattina stessa delle elezioni. Bisogna presentare apposita domanda, anche in forma telematica, al comune nelle cui liste elettorali si è iscritti. E bisogna farlo almeno 35 giorni prima della data della consultazione con la possibilità di revoca entro il 25esimo giorno antecedente. Questo significa che il 4 maggio è la data ultima per fare domanda; nel caso si cambiasse idea, la revoca va fatta non oltre il 14 maggio. Poi cinque giorni prima del voto sarà il comune di temporaneo domicilio a rilasciare, anche attraverso strumenti telematici, un’attestazione di ammissione al voto con l’indicazione del numero e dell’indirizzo della sezione presso cui votare. In pratica tra la data probabile di approvazione del provvedimento, il 29 marzo, e il giorno ultimo per aderire, ci saranno poco più di trenta giorni per informare chi è interessato. «Perciò è importantissimo diffondere la notizia per evitare che vadano pochi studenti fuori sede a votare e si dia motivo alla politica di dire la legge non è necessaria», conclude La Barbera. I giovani che potrebbero approfittare del provvedimento saranno circa 600mila fuorisede, che dovranno comportarsi, però, in maniera diversa in base a dove si trova il domicilio. Chi studia in una Regione che è nella stessa circoscrizione elettorale del proprio Comune di residenza, voterà nel Comune in cui è fuorisede. Ad esempio il giovane che è di Potenza ma studia a Salerno, potrà votare a Salerno, nel seggio che gli sarà indicato dopo l’accettazione della richiesta. Se, invece, il giovane è di Potenza ma studia a Pavia, dovrà spostarsi nel capoluogo della Regione in cui è fuorisede, (con uno sconto sui trasporti) quindi in questo caso andare a Milano. Questo perché i candidati sono diversi tra le cinque circoscrizioni (Nord est, Nord Ovest, Centro, Sud, Isole) e quindi il capoluogo fungerà da punto di raccolta per i fuorisede.   Il costo per coprire la nuova organizzazione sarà di 615mila euro attraverso risorse del fondo per le spese delle elezioni politiche, amministrative, europee e dell’attuazione dei referendum. L’iter potrebbe in futuro cambiare a seconda delle decisioni inserite nella legge delega ancora in discussione. Nel frattempo, grazie all’emendamento approvato si riuscirà almeno in parte a bloccare la contraddizione esistente dal 2015, quando con l’entrata in vigore dell’Italicum, è stata introdotta la possibilità di votare per gli italiani che si trovano momentaneamente all’estero per motivi di studio, lavoro o per curarsi, ma non per chi da un posto in Italia si sposta temporaneamente in un altro posto in Italia, senza cambiare residenza. Per chi è fuori dal territorio nazionale, ad esempio il giovane di Potenza che studia a Parigi o a Barcellona, è quindi già possibile da quasi dieci anni votare dall’estero anche senza essere iscritti all’Aire (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero). È necessario, però, presentare domanda entro l’ottantesimo giorno antecedente l’ultimo giorno delle votazioni, quindi in questo caso il 21 marzo, alla rappresentanza diplomatico-consolare competente in base al temporaneo domicilio. Il voto si esercita presso i seggi istituiti dagli uffici consolari: precedentemente sarà il Ministero dell’Interno a inviare il certificato elettorale con l’indicazione del seggio presso cui votare, data e orario di apertura delle votazioni. Ora bisognerà vedere cosa succederà in aula. Il senatore Andrea Giorgis, Pd, ha già annunciato che richiederà l’estensione di questo diritto di voto a tutti, non solo gli studenti; dello stesso parere anche Mariastella Gelmini di Azione, che ha parlato di un errore l’esclusione dei lavoratori. Il tempo certamente stringe, ma per ora gli studenti universitari possono festeggiare. Marianna LeporeFoto in basso a destra: di Diliff da Wikipedia in modalità Creative Commons

Tirocini gratuiti, l’Unesco predica bene e razzola male

Sei mesi a Parigi, nella sede centrale dell'Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. Sei mesi di tirocinio in una delle città con il costo della vita più alto in Europa: ma senza un rimborso spese mensile, senza ticket per il pranzo o accesso gratuito a qualche mensa, senza tessera per i mezzi pubblici, senza rimborso anche parziale delle spese di viaggio o di alloggio.  L’esperienza di mettere piede per qualche mese, anche se solo da stagista, in un’organizzazione del genere fa gola a molti – ma ancora una volta potranno permettersi questa opportunità solo quanti hanno alle spalle una famiglia che si sobbarcherà tutte le spese di permanenza per sei mesi a Parigi.E pensare che quando l’Unesco è nata, nel 1945, si era posta come obiettivo quello di contribuire alla costruzione della pace internazionale, di sviluppare il dialogo interculturale e combattere la povertà. Eppure oggi ritiene normale offrire dei tirocini senza prevedere un euro. Nella descrizione dell’offerta di stage l’Organizzazione è molto chiara nel dettagliare l’opportunità, i requisiti richiesti, le competenze, gli obiettivi di apprendimento e anche i benefici e diritti per gli stagisti: «L’Unesco non paga i tirocinanti. Non è previsto alcun compenso, finanziario o di altro tipo, per gli incarichi di tirocinio. Gli stagisti hanno diritto a 2,5 giorni di ferie al mese durante il loro stage».Nero su bianco, senza problemi. L'Unesco lo ricorda fin dal documento per far domanda: non vi diamo nulla. Quindi l’Organizzazione delle Nazioni Unite che vorrebbe «garantire che ogni bambino, giovane e adulto abbia accesso a un’istruzione di qualità per tutta la vita», ha però deciso di offrire un programma di stage solo per alcuni: quelli che possono permetterselo.Le sedi di servizio dei tirocini saranno il quartier generale di Parigi e poi una delle altre 50 sedi sul campo distribuite in tutto il mondo o uno dei nove istituti o centri di prima categoria. Sempre senza alcuna indennità.Non è certo una novità che l’Unesco non paghi: non l’ha mai fatto. Sorprende, però, che dopo quasi dieci anni di proteste e movimenti nati per denunciare lo sfruttamento degli stagisti nella galassia delle Nazioni Unite, non sia cambiato nulla. Già dal lontano 2015 a Ginevra è attiva, infatti, la campagna Fair Internship Initiative per portare alla ribalta la pratica discriminatoria dei tirocini senza rimborso spese all’interno dei palazzi dell’Onu. Gran parte degli stagisti infatti provengono solo da alcuni Paesi e tutti sono costretti a sacrifici enormi per vedere realizzato il sogno di fare uno stage prestigioso. Dopo tanti anni di manifestazioni e proteste qualche risultato è stato portato a casa. Se nove anni fa a pagare erano solo Ilo, Fao, Iom e Oms, oggi l’elenco è un po’ più lungo (e si può consultare su un database che i gestori della Fair Internship Initiative aggiornano periodicamente), ma ancora gli uffici più importanti come il Segretariato Onu, con tutti i dipartimenti collegati, o l’Unesco appunto, non prevedono indennità per i tirocinanti. Per il Segretariato qualcosa potrebbe cambiare, almeno sulla carta, tra un paio d’anni, sempre che venga dato seguito a una riforma approvata nel marzo 2023. Sei anni fa, nel 2018, l’ispettorato delle Nazioni Unite (Join inspection unit) aveva, infatti, definito l’abitudine di non pagare gli stagisti in contrasto con i valori chiave e il mandato dell’Onu. A questo aveva fatto seguito una raccomandazione per il Segretariato generale a intraprendere una riforma del programma di tirocini che includesse una borsa di studio. Con tempi a dir poco biblici la riforma è stata, appunto, approvata lo scorso anno, rimandando però la discussione alla riunione di marzo 2025 (marzo duemilaventicinque!) quando il Segretariato dovrebbe ripresentarsi con una proposta. Per ora quindi tutto tace e il silenzio non fa ben sperare. Ma se anche durante la Fifth Commission del prossimo anno dovessero esserci novità positive, questo non andrebbe a intaccare quello che succede con gli stage all’Unesco. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, infatti, rientra tra le agenzie specializzate dell’Onu e in quanto tale ha un proprio budget e una propria assemblea composta dai rappresentanti degli Stati membri. Questo significa che è anche dotata di autonomia decisionale e che le scelte fatte in sede di Segretariato non devono necessariamente ripercuotersi su di essa. In teoria dovrebbe essere più semplice cambiare le cose all’interno di un’agenzia specializzata, ma ad oggi non c’è stata la volontà politica di fare un passo avanti verso i diritti degli stagisti. Che, infatti, mettono tutti quanti in luce la criticità dell’assenza di un rimborso spese su una piattaforma come Glassdoor, il sito internet su cui impiegati o ex impiegati recensiscono anonimamente aziende e superiori. L’Unesco, quindi, ha un proprio bilancio di spesa biennale: l’ultimo è stato approvato a giugno 2022 per un totale di 1,5 miliardi di dollari, saliti a 1,8 nel bilancio approvato per il 2023/2024. Ed è proprio l’Unesco a sottolineare nel proprio sito che «l’ultimo anno di crisi ha evidenziato, più che mai, l’importanza cruciale di un’istruzione di qualità» e anche «della promozione dell’inclusione e della lotta alla discriminazione». Non solo, a causa della crisi pandemica, «quasi 1,6 miliardi di studenti sono stati colpiti dalla chiusura di scuole e università, causando la più grave interruzione dell’istruzione nella storia». Eppure l’Organizzazione per l’educazione, la scienza e la cultura, non reputa necessario inserire in bilancio un capitolo di spesa per pagare i propri tirocinanti e questo nonostante abbia, a novembre 2023, approvato un aumento storico del proprio bilancio del 25 per cento per rafforzare «la propria azione a favore dell’istruzione, della scienza, della cultura e dell’informazione in tutto il mondo». Nessun richiamo ai tirocinanti occupati oggi gratuitamente nei propri uffici per i quali non è previsto alcun minimo rimborso spese. Il classico caso di chi predica bene e razzola male.(Se nonostante gli aspetti negativi si volesse ugualmente far domanda, è necessario candidarsi entro il 30 giugno e si può farlo direttamente dal sito web dell’Unesco nella pagina dedicata alle offerte di tirocinio. Bisogna essere iscritti a un corso di laurea e avere almeno vent'anni. Quattordici i settori in cui è possibile farlo, a Parigi o in altre sedi). L’auspicio è che in Unesco si apra il dibattito sulla necessità di pagare i tirocinanti, ma all’orizzonte non ci sono segnali di questo tipo. E purtroppo non stupisce visto che proprio il segretario generale dell’Onu, Antonio Guteress, già nel 2017 decise di rispondere a una domanda di uno stagista che chiedeva se a suo avviso fosse giusto non pagare i tirocinanti che «anche se non hanno un rimborso spese, ogni anno ci sono tante domande per questi tirocini perché sono un’esperienza straordinaria», aggiungendo che avrebbe preferito un sistema misto, quindi tirocini sempre senza rimborso spese ma «per chi non ha risorse per affrontarlo, delle speciali borse di studio». Ma quello che servono non sono trattamenti speciali: bisogna semplicemente costruire un programma di tirocini equo, mettendo a budget le risorse per offrire una dignitosa indennità a tutti gli stagisti. Da parte di una Organizzazione delle Nazioni Unite votata all’educazione, la scienza e la cultura sarebbe, francamente, il minimo.Marianna LeporeFoto: logo Unesco da Wikimedia in modalità creative commonsFoto in alto a destra: da Flickr in modalità creative commons