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Meno opportunità di stage in tutta Italia a causa del Covid: calo del 37 per cento nei primi nove mesi del 2020

Nel 2020 i tirocini sono decisamente diminuiti. Mancano ancora i numeri degli ultimi mesi dell’anno (per la precisione manca il quarto trimestre), è vero, ma il dato relativo ai primi nove mesi del 2020 è ben eloquente: un calo del 37% delle opportunità di stage.La Repubblica degli Stagisti ha chiesto e ottenuto dal ministero del Lavoro i numeri relativi a questo argomento: eccoli. I tirocini extracurricolari (gli unici, ricordiamolo, che vengono conteggiati e monitorati) attivati in Italia tra gennaio e settembre 2020 sono stati 165.146: 85.075 - il 51,5% - hanno coinvolto stagisti maschi e 80.071 – il 48,5% – hanno coinvolto stagiste femmine.      In calo del 37%, appunto, rispetto ai 263.196 che erano stati attivati nel nostro Paese nei primi tre trimestri del 2019: in quell’anno la suddivisione era stata, per quei nove mesi, di 132.479 stage attivati a favore di maschi e 130.717 attivati a favore di femmine: una percentuale di 50,3% per gli uomini e 49,7% per le donne, quindi parità quasi perfetta.A livello geografico, considerando i primi nove mesi del 2020, a patire di meno il calo di stage sono state tre regioni del Mezzogiorno: la Calabria con –17% (8.364 tirocini extracurricolari avviati contro i 10.103 del 2019), dunque ben venti punti percentuali sotto la media nazionale; la Sicilia con –19% (7.573 contro i 9.332 del 2019), e la Basilicata con –22% (1.852 contro i 2.366 del 2019). Al quarto posto, poco lontana, si trova la la provincia autonoma di Bolzano con –24% (1.854 contro i 2.452 del 2019). Le Regioni dove, al contrario, la contrazione delle opportunità di stage si è sentita di più tra gennaio e settembre del 2020 risultano essere l’Umbria con –48% (2.475 attivazioni contro le 4.801 del 2019), cioè undici punti in più della media nazionale; e poi il Friuli Venezia Giulia con –47% (1.872 contro i 3.519 del 2019) e la Toscana con –46% (6.255 contro i 11.441 del 2019).Ma bisogna anche dire che i dati specifici del terzo trimestre rappresentano, come previsto, un miglioramento rispetto a quelli del secondo trimestre. Il secondo trimestre infatti comprende i mesi di aprile, maggio e giugno: e specialmente i primi due, nel 2020, sono stati quelli del lockdown totale causa pandemia, con gli stage completamente bloccati in quasi tutte le Regioni. Per il secondo trimestre dunque il tonfo era stato fragoroso: dalle oltre 100mila attivazioni di stage registrate nel 2019 si era passati d’un colpo a poco più di 27mila attivazioni nel 2020. Un crollo: –73%.Invece il terzo trimestre 2020 è stato il momento in cui il peggio sembrava passato: piano piano si stava uscendo dal lockdown, i contagi scendevano, le attività economiche riaprivano i battenti. Ed ecco quindi perché il confronto tra il terzo trimestre 2020 e il terzo trimestre 2019 non è così clamoroso. La diminuzione c’è, naturalmente, ma è lieve: 68.514 stage attivati, quando l'anno prima nello stesso periodo erano stati 78.043. Un calo del 12% soltanto.Naturalmente il numero risponde anche alla situazione contingente: nelle attivazioni del terzo trimestre 2020 sono confluite tutte quelle che erano rimaste bloccate nei mesi precedenti causa pandemia, formando quindi un “grumo”: una volta sollevate le restrizioni rispetto al movimento delle persone e all’apertura delle attività, moltissimi tra coloro che avevano sospeso le attivazioni di stage hanno voluto recuperare il tempo perduto. Così si spiega una flessione così modesta nel terzo trimestre 2020.È molto probabile che i dati relativi al quarto trimestre 2020, quando saranno disponibili, riporteranno una diminuzione nuovamente marcata delle attivazioni di tirocini, anche in ragione del semilockdown vissuto in Italia a partire dall'introduzione delle nuove misure restrittive, in ottobre, e dall'istituzione delle zone gialle-arancioni-rosse da novembre. E a quel punto, con i dati di tutti e quattro i trimestri a disposizione, si potranno tirare le somme su quale è stata la misura del crollo degli stage, nel 2020, a causa del Coronavirus.

Navigator a rischio disoccupazione: 2.700 contratti in scadenza a fine aprile, e la proroga è in forse

Sono stati assunti con lo scopo di aiutare le categorie più fragili a trovare un lavoro, ma adesso rischiano a loro volta di restare a spasso. Sono i 2.668 navigator che a luglio 2019 hanno firmato con Anpal servizi, società in house di Anpal, un contratto di collaborazione continuativa in scadenza il 30 aprile prossimo. Stipendio, 1400 euro netti più 300 di rimborso per le spese mensili. Dopo aver superato una selezione pubblica sono stati messi a disposizione delle Regioni «a supporto dei centri per l'impiego nella realizzazione di un percorso che coinvolga i beneficiari del reddito di cittadinanza dalla prima convocazione fino all'accettazione di un'offerta di lavoro congrua», chiarisce il sito dell'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.Lo scopo era in buona sostanza far sì che la misura del reddito di cittadinanza fosse temporanea, traghettando il beneficiario verso la stipula di un contratto di lavoro. A distanza di oltre un anno e mezzo però i navigator si trovano con un contratto che sta per concludersi, e – nel bel mezzo di un governo nascente – nessuna certezza riguardo una sua proroga. Gli inizi della 'mission impossible' dei navigator non sono stati dei più fortunati. Messi al lavoro dopo un periodo di formazione iniziale di fatto solo a settembre 2019, si sono trovati a testa «un elenco medio di circa 350 persone da contattare per un primo incontro» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti Matteo Diomedi, 40enne di Ancona, navigator e presidente dell'Associazione nazionale navigator Anna [nella foto a destra].Poi la pandemia, e lo spostamento di tutte le attività dalla presenza fisica al contatto remoto, modalità che non ha facilitato il loro compito. «Uno dei principali problemi riscontrati tra i beneficiari del reddito è proprio la bassa scolarizzazione, che spesso non arriva alla licenza media» fa presente Diomedi. I dati, secondo l'ultimo monitoraggio reso disponibile da Anpal servizi e aggiornato al 31 ottobre 2020, dicono che i colloqui effettuati sono stati 950mila, e che hanno portato a circa 352mila contratti di lavoro, attorno al 25 per cento del totale dei percettori del reddito di cittadinanza – che sono circa 1milione e 300mila. Solo poco più della metà di questi contratti risultavano però ancora attivi lo scorso autunno, ovvero circa 192mila. Risultati un po' magri, insomma. Qualche soddisfazione è arrivata: «Ricordo in particolare il caso di un carpentiere di 26 anni» ripercorre Diomedi. «Era fermo per la pandemia, non riusciva a trovare stabilità». I colloqui «si sono concentrati sull'aspetto dell'infortunistica, di stimolo a rimettersi in gioco». Alla fine si è trasferito in un'altra regione e ha trovato posto in un cantiere: «Mi ha chiamato per ringraziarmi perché finalmente riusciva a mangiare due volte al giorno». Il supporto dato «è spesso solo di natura psicologica, tanto che alcune situazioni vengono poi passate ai servizi sociali». Alcuni chiamano «perché vorrebbero fare attività di volontariato, spesso l'obiettivo è anche solo la spinta a non rinchiudersi in casa e a cercare opportunità». Quello che fa un navigator «è recarsi presso le aziende in cerca di posti vacanti, ma anche far emergere competenze nascoste, mettere nelle condizioni di presentarsi a un colloquio». A pronunciarsi per un sì alla proroga è stato il numero uno di Anpal Domenico Parisi [nella foto a sinistra], professore di statistica alla Missisippi State University e direttore del Mississippi Works System, un sistema di incrocio domanda e offerta di lavoro basato sui big data. «Il loro ruolo andrebbe ampliato e non circoscritto al solo reddito di cittadinanza» ha detto in un'audizione alla Camera lo scorso novembre: «I navigator possono continuare a offrire il loro contributo nell'ottica di potenziare le politiche attive per il lavoro soprattutto per il superamento della fase emergenziale». Già la ministra del Lavoro uscente Nunzia Catalfo, in quota 5 Stelle, aveva dato rassicurazioni nel senso di un possibile stanziamento per la proroga dei contratti, ma ora la palla passerà al nuovo ministro Andrea Orlando, esponente del Pd. Nel frattempo i navigator di tutta Italia lo scorso 9 febbraio sono scesi in piazza per chiedere il rinnovo del contratto. Al loro fianco Nidil Cigil. «Il mancato rinnovo dei contratti comporterebbe gravi ripercussioni sia dal punto di vista occupazione considerato il numero delle persone coinvolte» ha sottolineato la presidente nazionale del sindacato Silvia Simoncini, «sia sotto l'aspetto dell'impoverimento dei servizi erogati alla collettività». I navigator dovrebbero anzi essere di più, «soprattutto in considerazione del rischio di infoltimento della schiera di persone in cerca di lavoro a causa della pandemia e del termine del blocco dei licenziamenti» prosegue Nidil in una nota. Disoccupati a cui si aggiungerebbero i quasi 2.700 navigator: una platea composta per il 54 per cento da donne, con un'età media di 35 anni, una laurea e in media anche una votazione pari a 107.Ilaria Mariotti 

Oltre 20mila posti pubblici vacanti per i concorsi bloccati: ora ripartono col nuovo protocollo Covid, ecco cosa prevede

Ripartono i concorsi pubblici: pochi giorni ancora e la macchina delle selezioni dovrebbe rimettersi in moto. Erano stati sospesi il 17 marzo 2020 con il Decreto Cura Italia, poi sono stati riavviati quando la pandemia Covid sembrava in via di risoluzione; il decreto legge Rilancio, a maggio, aveva posto in via sperimentale nuove regole fino al 31 dicembre 2020, come lo svolgimento presso sedi decentrate per evitare spostamenti massicci di candidati, o l’utilizzo della tecnologia digitale sia per le prove scritte che per l’orale. I concorsi erano quindi ripresi in tutta Italia, ma a causa dell’aumento dei contagi sono stati poi di nuovo bloccati.Dallo scorso novembre le prove preselettive, scritte e abilitazioni professionali sono sospese; è invece ancora possibile lo svolgimento di concorsi, in varie modalità, per le professioni sanitarie e le Forze dell'ordine. Per tutti gli altri enti pubblici il dpcm del 3 novembre ha trovato una parziale soluzione per sopperire alla mancanza di organici consentendo l’utilizzo delle graduatorie di merito vigenti già approvate da altri enti pubblici,  consentendo quindi una chiamata inaspettata per gli idonei non vincitori.Gli altri concorsi non rientranti nelle eccezioni precedenti hanno visto la sospensione momentanea diventare di lungo periodo con il Dpcm del 3 dicembre, che l’ha di fatto prolungata fino al 15 gennaio. Con l’ultimo decreto è rimasta in vigore la sospensione della possibilità di svolgere procedure preselettive e scritte: ma all’articolo 1 comma 10 lettera z si avvisa già che «a decorrere dal 15 febbraio 2021 sono consentite le prove selettive dei concorsi banditi dalle pubbliche amministrazioni nei casi in cui è prevista la partecipazione di un numero di candidati non superiore a trenta per ogni sessione o sede di prova, previa adozione di protocolli adottati dal Dipartimento della funzione pubblica e validati dal Comitato tecnico-scientifico».Ci sono voluti ancora un po’ di giorni, ma alla fine il 4 febbraio è arrivato il protocollo  per lo svolgimento dei concorsi pubblici che si rivolge non solo ai candidati ma anche le amministrazioni titolari delle procedure concorsuali, le commissioni esaminatrici, il personale di vigilanza e gli enti pubblici e privati coinvolti nella gestione dei concorsi.A quanto ammonta il numero dei posti che i concorsi bloccati tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 mettevano a bando? Mettendo insieme i numeri dei bandi pubblicati in quel periodo «il dato si attesta intorno ai 20mila posti sospesi», dice alla Repubblica degli Stagisti Martina Bortolotti dell’ufficio stampa Cgil Funzione Pubblica. Il numero è del tutto approssimativo, e aumenta se si prendono in considerazione i concorsi autorizzati negli ultimi mesi e non ancora partiti e quelli straordinari previsti anche dal Decreto Rilancio. Secondo una ricerca pubblicata a inizio luglio del portale Forumpa la cifra è pari a oltre 37mila. E ora si cerca di recuperare. Primo chiarimento: l’ambito di applicazione. Il protocollo validato dal Cts si applica alle prove preselettive e alle prove scritte delle procedure concorsuali. Prove orali e pratiche, infatti, «potranno svolgersi in via telematica». Se questo non dovesse essere possibile, allora dovranno seguire le regole del protocollo, in particolare nello scaglionamento degli orari di presentazione dei candidati e dove possibile nell’organizzazione in spazi aperti dello svolgimento delle prove.Secondo chiarimento: il numero di partecipanti. Il Dpcm del 14 gennaio ha previsto che dal 15 febbraio sia consentito lo svolgimento delle prove selettive dei concorsi anche in presenza con un numero di candidati non superiore a 30 per ogni sessione o sede di prova. Su questo punto arriva la precisazione del Cts. Visto che non si può limitare la partecipazione dei candidati ai concorsi su base territoriale e volendo limitare i movimenti delle persone tra le regioni, il Comitato tecnico scientifico specifica che non ci debbano essere più di due sessioni giornaliere, non consecutive e separate da un tempo necessario per far defluire i candidati e permettere la pulizia degli ambienti.Terza precisazione: le misure igienico sanitarie. Alle ormai classiche indicazioni dell’ultimo anno – non presentarsi se sottoposti a regime di quarantena o isolamento domiciliare fiduciario o con una temperatura superiore ai 37,5° C o con tosse, difficoltà respiratoria, perdita di gusto e olfatto, mal di gola – se ne aggiungono due nuove: bisognerà presentarsi da soli e senza alcun tipo di bagaglio e consegnare all’ingresso dell’area concorsuale «un referto relativo a un test antigenico rapido o molecolare effettuato mediante tampone oro/rino-faringeo» in una struttura pubblica o privata nelle 48 ore precedenti la data di svolgimento delle prove. Infine il protocollo prevede che dal momento di accesso dell’area concorsuale sarà obbligatorio indossare la mascherina chirurgica messa a disposizione dall’amministrazione organizzatrice. Chiunque non volesse rispettare anche solo una di queste indicazioni non potrà accedere all’area concorsuale.E qui ci sono alcune osservazioni da fare. Per quanto si prescriva il rispetto della distanza droplet di almeno un metro tra i candidati, aumentato di un altro metro all’interno dell’aula del concorso, sorprende l’obbligo di dover cambiare mascherina all’ingresso e quindi, in taluni casi, di dover togliere la ffp2 (con un grado di protezione più alto) con cui si è usciti da casa per sostituirla con una chirurgica (con un grado di protezione più basso). «Il problema nasce dal fatto che non è possibile controllare l’efficacia di un dispositivo di cui un utente è provvisto, perché quel dispositivo potrebbe essere danneggiato o non conforme agli standard di sicurezza» prova a spiegare Angelo Marinelli, 49 anni, segretario nazionale della Cisl Funzione Pubblica, alla Repubblica degli Stagisti «Perciò nel protocollo si è prevista la somministrazione a cura dell’amministrazione organizzatrice di nuovi dispositivi di protezione individuale, per garantire a tutti livelli standardizzati di sicurezza. Il problema è: quali sono questi livelli?». E su questo punto Marinelli aggiunge: «Noi sosteniamo che tutti i luoghi dove vengono erogati o gestiti servizi pubblici dovrebbero garantire il livello massimo di sicurezza possibile per cittadini, lavoratrici e lavoratori. In questo caso occorrerebbe rendere disponibili le mascherine ffp2 anziché quelle chirurgiche». Per questo il segretario nazionale Cisl Fp arriva a definire la gestione della prevenzione nell’emergenza epidemiologica in atto «ancora insoddisfacente».Sul punto dei dispositivi di protezione individuale sorprende poi la disparità di trattamento tra i candidati e gli operatori di vigilanza. Nel protocollo, infatti, non solo si prescrive l’uso delle mascherine chirurgiche per i candidati ma si precisa anche che «gli operatori di vigilanza e addetti all’organizzazione e all’identificazione dei candidati nonché i componenti delle comissioni esaminatrici devono essere muniti di facciali filtranti ffp2/ffp3».Altra prescrizione che lascia qualche perplessità è l’obbligo di consegnare un referto negativo relativo a un test antigenico rapido o molecolare fatto nelle 48 ore precedenti il concorso. La finalità del provvedimento è comprensibile, limitare la circolazione di infetti e il contagio a catena tra i candidati. Il problema, però, è la regola di base: perché introdurre prescrizioni diverse a seconda dei luoghi in cui si entra? Se, infatti, si prescrive l’obbligo della mascherina, l’utilizzo del gel disinfettante e la distanza tra i soggetti di un metro a volte aumentata fino a due metri, mettere anche l’obbligo del tampone negativo introduce una restrizione a questo punto valida solo per i concorsi. Eppure in altri luoghi, per esempio le chiese o i grandi supermercati o in questi ultimi tempi i locali della movida, dove pure si ritrovano molte persone quasi sempre a distanza inferiore ai due metri, non c’è alcun obbligo di questo tipo. Senza contare che la stessa Inail ha evidenziato in un videotutorial sui test diagnostici come il test antigenico rapido abbia «un’affidabilità minore rispetto al test molecolare»C’è poi il fattore costo. Chiunque abbia fatto un concorso sa bene che è anche un investimento economico: dai testi su cui studiare ai mezzi per spostarsi e spesso sistemazioni varie per dormire fuori casa. Spese che da sempre giovani e meno giovani mettono in conto per riuscire a firmare un contratto. Ora bisognerà aggiungere anche il costo del tampone. L'associazione per la difesa e tutela dei consumatori Altroconsumo a dicembre aveva fatto un’indagine da cui era emerso come il costo in sei regioni prese in esame  variasse per tipologia e territorio: dai 22 euro per un tampone rapido in Lazio ai 40 se fatto invece in Piemonte e dai 60 di un molecolare ai 110.A tutto questo vanno poi aggiunti i costi per chi gestisce i concorsi, dalla sanificazione e disinfezione dell’ambiente prima e dopo la prova, alla scelta degli edifici che dovranno avere una serie di aree riservate per accogliere ed eventualmente isolare i soggetti sintomatici. Oltre ad essere di grandi dimensioni per consentire un’area di quattro metri quadri per ogni candidato. Che, ultima fra le regole, non potrà mangiare durante il concorso, ma solo bere.Ognuno degli enti che gestiscono i concorsi pubblici avrà il compito di informare i candidati sulle modalità del concorso post Covid, tramite pec o con una comunicazione sul sito, e restano comunque valide le modifiche introdotte dal Decreto Rilancio come la possibilità di svolgere le prove in modalità decentrata o di svolgere gli orali in videoconferenza.Tante nuove regole e costi aggiuntivi, quindi, per un settore che è stato totalmente bloccato, con concorsi che da un anno ormai procedono mensilmente al rinvio delle comunicazioni ed altri di cui non si ha più notizia. Lasciando nel limbo giovani e meno giovani che su quelle selezioni avevano puntato.Sullo sfondo poi resta sempre la possibilità di nuovi blocchi. L’ultima richiesta è arrivata dal senatore Mario Pittoni, responsabile Scuola della Lega, che ha chiesto di fermare la ripartenza del concorso straordinario per docenti di terza fascia previsto per il 15 febbraio, visto il periodo di crescita dei contagi. E online è già partita una petizione diretta al dipartimento della funzione pubblica che contesta le nuove disposizioni, in particolare la richiesta del tampone per accedere al concorso.Quello che succederà da metà febbraio in poi sarà probabilmente legato anche all’insediamento del nuovo esecutivo. Che dovrà, quindi, trovare la difficile quadra tra il bilanciamento di un settore – quello dei concorsi – in crisi ormai da quasi un anno e la necessità di coprire quei posti ora disponibili, con il diritto alla salute dei candidati, tutelato dall’articolo 32 della Costituzione.Nel frattempo il 15 febbraio si torna a far concorsi: il primo a riprendere dopo l’interruzione causa pandemia è il concorso straordinario della scuola che prende il via lunedì e andrà avanti fino al 19.Marianna Lepore

Lo stage fa concorrenza sleale all'apprendistato, per correggere questa stortura bisogna riformarli entrambi

Gli stage sono troppi, i contratti di apprendistato troppo pochi. Da questa semplice e incontrovertibile verità è scaturito un lavoro dei Giovani democratici di Milano che vede la luce proprio oggi: una proposta per riformare in maniera combinata la disciplina dello stage e quella dell’apprendistato, appunto, per «spostare l’attuale sacca di sfruttamento e precarietà, che troppo spesso si nasconde dietro il tirocinio extracurriculare, verso un’opportunità di crescita per l’azienda e di sicurezza economica per i giovani lavoratori: l’apprendistato». L’impresa è ovviamente ardua, sopratutto perché l’apprendistato non ha mai avuto grande fortuna. Un vero e proprio mistero, perché sulla carta si tratta di un contratto molto vantaggioso per le aziende, sopratutto perché permette di inquadrare l’apprendista fino a due livelli sotto la categoria (e di conseguenza pagarlo meno) e prevede un’aliquota contributiva agevolata, dunque il datore di lavoro paga molti meno contributi previdenziali del normale: in più, da quando esiste Garanzia Giovani, se si accoglie un giovane in tirocinio e poi lo si assume con contratto di apprendistato si accede a un bonus.Tutto questo non è bastato, negli ultimi anni, a portare l’apprendistato ad essere il contratto “di default” per far entrare i giovani nel mondo del lavoro. E in parte questo insuccesso è da imputarsi alla concorrenza sleale del tirocinio, come la Repubblica degli Stagisti ha più volte notato - tanto da formulare una proposta, già nel 2010, che legasse il numero massimo di tirocinanti ospitabili al numero di apprendisti presenti in azienda (una proposta purtroppo mai attuata da nessuna regione). «Questi due rapporti risultano assolutamente concorrenti per la finalità: formazione ed inserimento lavorativo» si legge nel testo della proposta, presentata al pubblico proprio oggi: «Tuttavia sono molto diversi sul profilo pratico: per il giovane il tirocinio non concede alcuna tutela, mentre nell’apprendistato sono presenti tutte le tutele del contratto di lavoro dipendente; per il datore di lavoro il tirocinio consente molta flessibilità e riduce il costo del lavoro a un semplice rimborso sottopagato, mentre l’apprendistato prefigura un vero e proprio salario e richiede la contribuzione previdenziale, assistenziale e assicurativa per un periodo più lungo».E dunque ecco la nuova campagna lanciata dai Giovani Democratici di Milano con la collaborazione della pagina Facebook “Lo Stagista Frust(r)ato”, con quattro slogan molto eloquenti: “Meno stage più diritti”, “Meno stage extracurricolari più apprendistati”, “Stop all’abuso degli stage” e “L’apprendistato come vero e unico contratto di formazione”. Va specificato che il focus di questa proposta sta sull’apprendistato cosiddetto “di secondo livello” o “professionalizzante”, che quanto a numeri è il più frequente. Esistono poi l’apprendistato duale di primo livello per il diritto/dovere all’istruzione – in cui l’apprendista alterna giorni a scuola e giorni in azienda – e quello duale di terzo livello per “l’alta formazione e ricerca”, in cui l’apprendista segue lezioni all’università per una parte del tempo e lavora in azienda per l’altra parte; ma questa proposta si concentra sul “professionalizzante”.«Tutto è iniziato una sera di un anno fa. Con i Giovani Democratici di Milano avevamo ricevuto nei giorni precedenti diverse segnalazioni di brutte esperienze di stage: turnazione di stagisti sulla stessa posizione, mancanza di formazione nel corso dello stage, tutor assenti o indifferenti, promessi di assunzione puntualmente non rispettate…» ripercorre Davide Di Silvestre, 25enne attivista dei Giovani Democratici di Milano alla Repubblica degli Stagisti: «Abbiamo deciso di fare qualcosa, mettendo insieme un gruppo di lavoro senza formalizzarci troppo sull'appartenenza politica. Abbiamo studiato il problema con alcuni focus group, coinvolgendo stagisti ed ex stagisti di tutti i settori, poi ascoltando giuslavoristi, esperti e parti sociali: fondamentale è stato il nostro rapporto con Cgil-Nidil Milano ed alcune federazioni locali di Confartigianato e Confindustria» sulla scorta dei «pochi dati del Ministero del Lavoro e dell'Anpal». Passo successivo: un questionario online «con il quale abbiamo raccolto un migliaio di interviste che ci hanno aiutato molto alla stesura della nostra proposta: capire come e cosa modificare non è stato affatto facile, ma quei dati ci hanno suggerito i punti di maggiore criticità del sistema attuale: la concorrenza tra tirocinio e apprendistato, l'abuso del tirocinio per sostituire normale lavoro subordinato – sostituzioni malattia/maternità, aumento carico di lavoro… – riduzione progressiva dell'efficacia del tirocinio all'aumentare della distanza dal termine della formazione».Di Silvestre [nella foto qui accanto durante uno degli eventi di preparazione della proposta, insieme a Pietro Galeone e Serena Gerghi] rientra perfettamente nel target di giovani che vivono ogni giorno nell’universo stage: di origini abruzzesi, vive a Legnano e si divide tra il lavoro in banca e l’università Milano-Bicocca, dove studia Finanza. «Una volta raggiunto un testo che risolvesse queste criticità, abbiamo iniziato a contattare le parti politiche che si sono incontrate pubblicamente – anche telematicamente – ad un evento a Milano lo scorso 25 settembre e da quel momento abbiamo limato e modificato la proposta per accogliere i suggerimenti di tutti» continua, ricordando anche il contributo  della Repubblica degli Stagisti: «Alcune delle proposte inserite nella riforma ci sono state suggerite proprio da voi! Come ad esempio il portale online con i dati sul numero di tirocinanti finalizzato a garantire serietà e trasparenza dalla parte di chi offre stage e apprendistato».Sul versante tirocinio è stata ripescata dai promotori del progetto la proposta di legge a prima firma Massimo Ungaro (ex democratico, ora passato a Italia Viva) ma purtroppo mai calendarizzata in questi due anni e mezzo. «La nostra proposta sul nuovo tirocinio si riconduce alla proposta  Ungaro, attualmente depositata alla Camera dei Deputati, corretta in minima parte per essere integrata alla presente proposta». I tre punti principali sono una drastica riduzione della possibilità di attivare tirocini al di fuori di un percorso formativo-accademico («il tirocinio può essere attivato dagli studenti nell’arco del loro percorso di studi ed entro i 3 mesi successivi al conseguimento del titolo; in caso di conseguimento del titolo durante il periodo di tirocinio non occorrono adempimenti o procedure di riattivazione»), della durata massima – «non superiore ai 3 mesi (o alle 480 ore) nel caso di mansioni manuali o meramente esecutive; non superiore ai 6 mesi (o alle 960 ore) per mansioni di concetto» – e infine l’introduzione di una indennità minima obbligatoria anche per i tirocini configurati come “curricolari”, che oggi ancora possono essere gratuiti: «minimo 350 euro mensili (ciascuna regione può incrementare tale limite) per tirocini di durata superiore a un mese (160 ore); importo adeguato ogni tre anni secondo parametri Istat».In sostanza la proposta è quella di copiare il modello francese “addolcendolo”: in Francia infatti da molti anni i tirocini extracurricolari sono stati vietati, e dunque si possono fare solo stage curricolari, cioè svolti mentre si sta facendo un percorso formativo formalmente riconosciuto (per esempio si è iscritti a una facoltà universitaria). E questi tirocini curricolari, in Francia, vengono pagati: la cifra viene aggiornata periodicamente, ed è una percentuale dello Smic (il salario minimo in vigore in Francia ormai da settant’anni).In particolare la prima proposta ridurrebbe drasticamente il numero degli stage – diventerebbe impossibile attivarne per chiunque abbia finito l’ultimo ciclo di formazione da oltre tre mesi, dunque resterebbero davvero strettamente riservati solo ai giovani o tutt’al più a qualche adulto alle prese con una laurea tardiva. La seconda proposta renderebbe molto meno appetibile lo stage per tutte le mansioni che necessitano di una formazione lunga. E la terza proposta taglierebbe le gambe a chi negli stage vede solo un modo per poter disporre di persone senza doverle pagare. La Repubblica degli Stagisti concorda e sostiene in particolare la seconda e la terza proposta.Sul fronte dell’apprendistato, le misure contenute nella proposta sono molto più numerose e corpose: dalla semplificazione burocratica – digitalizzando «interamente tale procedura attraverso un portale online gestito da una PA da identificare (Inps, Ministero del Lavoro, Anpal, ecc.), con l’obiettivo di guidare l’HR o il piccolo imprenditore in tutte le fasi del percorso di attivazione (tagliando quelle ridondanti tra stato e regioni), oltre ad evitare dubbi interpretativi e gestire attraverso un’unica piattaforma tutte le comunicazioni obbligatorie che il portale manderà automaticamente a valle» – alla riformulazione del vantaggio contributivo, che aumenterebbe con “l’anzianità” («lo sgravio contributivo aumenta all’aumentare della permanenza dell’apprendista presso il datore di lavoro, per disincentivare la rotazione di apprendisti senza rinnovo») all’innalzamento della qualità e pertinenza della formazione obbligatoria durante l’apprendistato («bisogna privilegiare l’obiettivo di garantire l’occupabilità dell’apprendista nel settore in cui opera, fornendo attività formative effettivamente efficaci a tale scopo»), fino alle clausole di stabilizzazione, cioè «norme che disincentivino i datori di lavoro a non convertire alcun apprendistato in tempo indeterminato» come per esempio che «qualora il tasso di conversione degli apprendisti risultasse inferiore al 33%» l’azienda non possa più attivare più di un apprendistato nel corso dei dodici mesi successivi», controbilanciato dalla ipotesi che «qualora lo stesso tasso di conversione risultasse superiore al 80%, la decontribuzione risulterebbe efficace anche per gli apprendisti non convertiti»; e infine «per i datori che negli ultimi 36 mesi hanno attivato 3 o meno apprendistati, qualora il numero di apprendisti non confermati risultasse superiore a 2, la contribuzione a carico dell’azienda sugli apprendisti di nuova attivazione passerebbe dal 11,61% attuale al 20%».Una ulteriore proposta contenuta nel progetto dei Giovani Democratici di Milano sull’apprendistato è quella di abbassare ulteriormente la retribuzione degli apprendisti, ma solo per i primi mesi: «una retribuzione minima crescente (già previsto in alcuni ccnl): 60% della retribuzione minima per l’inquadramento nei primi 6 mesi, del 70% nei successivi 6 mesi, dell’80% fino alla conversione in contratto a tempo indeterminato».Ora che succederà? «Entro la fine del mese verrà presentata la nostra proposta sia alla Camera sia al Senato, ma le tempistiche della calendarizzazione e l'iter parlamentare saranno necessariamente influenzati dall'attenzione mediatica che gli verrà rivolta, per questo è fondamentale firmare la petizione sul nostro sito e diffondere il più possibile questa iniziativa».Ma questo è davvero il momento giusto, in piena pandemia, per prevedere una così radicale riforma di stage e apprendistato? Il rischio è chiaramente quello di contrarre ancor di più il numero di occasioni per i giovani di entrare nel mondo del lavoro. La soluzione proposta è di procedere «in due fasi, con l’obiettivo di non contrarre l’offerta di nuovi inserimenti lavorativi». «Il Paese sta vivendo una pesantissima crisi sanitaria, economica ed ora anche politica» dice De Silvestri: «Proprio per questo non possiamo pensare di fermarci. Il nuovo governo sarà chiamato a programmare investimenti per più di 200 miliardi di euro: non si può fare un investimento simile senza tenere conto di chi e come dovrà ripagare in futuro l'enorme quantità di debito necessario per finanziarla. Serve un’altra prospettiva, servono più diritti per sostenere chi si dovrà far carico della rinascita e della resilienza del nostro Paese». I politici ascolteranno? «Il 4 febbraio siamo stati auditi sul tema in Commissione Lavoro», il che è già un buon punto di partenza: «Tuttavia serve l'impegno di tutti nel diffondere e firmare la proposta per essere sicuri che questa possa veramente diventare legge e cambiare davvero l'ingresso nel mondo del lavoro della nostra e delle prossime generazioni».

Quasi il 70% degli universitari italiani abita ancora coi genitori: e se con il Recovery Fund si aumentassero i fondi per gli alloggi?

In questi giorni il mondo della politica sta raccogliendo suggerimenti e proposte in merito al Recovery Fund, cioè al “Piano italiano di Ripresa e Resilienza” che dettaglia come il governo ha intenzione di spendere i 210 miliardi in arrivo dall’Europa. Attraverso l’acquisizione di memorie scritte oppure di audizioni la Camera dei deputati sta raccogliendo materiale che sarà messo a disposizione dei parlamentari per il delicato lavoro delle prossime settimane. Oltre alle “solite” parti sociali - sindacati, associazioni di categoria - vi sono anche realtà meno scontate: tra i soggetti chiamati a dire la loro c’è stata anche la Repubblica degli Stagisti; la Commissione Lavoro ha chiesto poi contributi, tra gli altri, anche alla Consulta nazionale per il servizio civile universale, al movimento Donne per la salvezza - Half of it, alla Conferenza nazionale enti servizio civile...    Una delle memorie arriva dal think-tank Tortuga, un “collettivo” di una cinquantina di studenti, ricercatori e professionisti del mondo dell’economia e delle scienze sociali che dal 2015 svolge attività di ricerca e redige proposte di policymaking; l’anno scorso Tortuga ha anche firmato il libro Ci pensiamo noi, sottotitolo «Dieci proposte per far spazio ai giovani in Italia», pubblicato da Egea Editore, con una prefazione dell'ex presidente Inps Tito Boeri e di Vincenzo Galasso (già autori insieme, nel 2007, del pamphlet Contro   i   giovani   – come   l’Italia   sta   tradendo   le   nuove   generazioni).All’interno della memoria, lunga una trentina di pagine,  c’è un capitoletto dedicato al diritto allo studio universitario. I ricercatori di Tortuga inquadrano il tema a partire da un dato: l’Italia presenta uno dei più bassi tassi di studenti fuori-sede rispetto al panorama europeo. «Il 69% degli studenti universitari abita con i genitori, contro il 36% della media europea» si legge nel documento: «Per quanto riguarda gli alloggi per studenti, in Italia ci sono poco più di 48mila posti, un numero di gran lunga inferiore rispetto ai 165mila disponibili in Francia e ai 192mila della Germania, anche tenendo conto della differenza nella popolazione studentesca complessiva». E dunque praticamente da noi quasi nessun fuori sede può contare su un alloggio universitario: «In Italia solo il 3% della popolazione universitaria riesce a trovare posto in uno studentato, contro una media europea del 18%». Risultato: gli studenti universitari fuorisede italiani si devono accollare spese molto più alte di vitto e alloggio, che si mangiano infatti il 54% del loro intero budget secondo l’Indagine Eurostudent.Senza dimenticare il caso tutto italiano degli «idonei non beneficiari» di borse di studio e la recentissima presa di posizione della Corte dei Conti in merito: «Si tratta di un’anomalia ancora sussistente: sono studenti che, per mere ragioni legate alla insufficienza dei fondi, non si vedono riconosciuti i benefici, pur rientrando pienamente in tutti i requisiti di eleggibilità per l’accesso agli stessi». «Sanare questo problema risulta fondamentale per garantire a coloro che hanno diritto ad un sostegno pubblico la certezza di poterlo ricevere» scrive il Think-tank Tortuga, ricordando come il problema sia già in via di risoluzione: «Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un progressivo miglioramento su questo fronte: ci sembra importante ora un ultimo sforzo per chiudere il gap».E dunque la proposta è quella di «incrementare le risorse destinate agli investimenti in alloggi per studenti e nelle borse di studio». Come? Spostando «integralmente su questi capitoli di spesa le risorse attualmente destinate all’incremento della c.d. no-tax area (una spesa, tra l’altro, di natura ricorrente). Il Governo potrebbe inserire come target di questi interventi l’azzeramento degli idonei non beneficiari e il raddoppiamento dei posti disponibili per alloggi universitari nell’orizzonte temporale di spesa del PNRR» [che sta per Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ndr].E non si tratta solo di trovare le risorse adeguate, ma anche di erogarle in maniera tempestiva. Perché un altro annoso problema relativo al diritto allo studio consiste nel fatto che le borse, quando arrivano, arrivano troppo spesso in ritardo. Costringendo le famiglie ad anticipare le spese: peccato che non tutte possano farlo. «La certezza di ricevere in tempo la borsa di studio aumenterebbe le chances che la famiglia sostenga il percorso di studi, soprattutto quando questo avvenga al di fuori della propria città natale» scrivono i ricercatori di Tortuga: «La certezza che le spese possano essere coperte adeguatamente risulta, infatti, fondamentale nella scelta». Ricevere la borsa di studio all’inizio dell’anno funzionerebbe anche da incentivo alla performance universitaria: «Considerando gli alti tassi di abbandono, si potrebbe fornire la borsa di studio all’inizio dell’anno accademico per poi richiederne indietro una parte nel caso in cui lo studente non fosse stato in grado di raggiungere gli obiettivi richiesti dal punto di vista accademico».Anche perché non di rado capita che la mancanza di liquidità sia il motivo di un abbandono universitario: «La ricezione della borsa di studio all’inizio e non verso la fine dell’anno sarebbe chiaramente benefica a livello di organizzazione familiare», dunque, «perché ridurrebbe le necessità di “anticipare” fondi allo studente per i primi mesi di studi. Si risolverebbe quindi il problema di liquidità, che spesso è reale quanto la disponibilità vera e propria». L’Italia ha da anni un problema con l’istruzione universitaria. L’Istat attesta che la quota di popolazione con titolo di studio terziario continua a essere molto bassa: il 19,6% contro il 33,2% della media europea. In particolare i 30-34enni con istruzione universitaria in Italia erano il 19,2% nel 2008, e sono cresciuti di soli otto punti percentuali in oltre dieci anni, raggiungendo il 27,6% nel 2019. Nello stesso anno 2019 la media registrata di 30-34enni laureati nell’Unione europea era pari a 41,6%: siamo indietro di ben quattordici punti percentuali.Quindi il fatto che si debba trovare un modo per stimolare gli italiani a fare l’università è incontrovertibile. In questo contesto il freno rappresentato dal denaro non va sottovalutato: «Le famiglie con meno risorse potrebbero desistere dall’iscrivere un figlio o una figlia all’università consapevoli che se anche la borsa venisse assegnata, arriverebbe dilazionata nel tempo creando eccessivo disagio per un determinato periodo di tempo». E dunque dare i soldi all’inizio dell’anno accademico potrebbe convincere le famiglie più refrattarie a permettere ai propri figli di fare l’università. [La foto della Casa dello studente è di Alessandro Scarcella, tratta da Flickr in modalità Creative Commons]

Il congedo di paternità passa a 10 giorni retribuiti al 100%, ma ancora non basta: per scardinare gli stereotipi ci vorrebbero tre mesi

Novità per il congedo obbligatorio di paternità con la legge di Bilancio entrata in vigore lo scorso primo gennaio. Con la nuova disposizione i giorni lavorativi di astensione obbligatoria dal lavoro per i neopapà passano da 7 dello scorso anno a 10, a cui si aggiunge uno da prendere in alternativa alla madre. Il congedo deve essere utilizzato nei primi cinque mesi di vita del neonato ed è retribuito al 100 per cento.«Quanto stabilito dalla legge di Bilancio anticipa la disposizione della direttiva europea che tutti i paesi dovranno recepire entro il 2022» spiega alla Repubblica degli Stagisti Titti Di Salvo, sindacalista, ex deputata e da tempo impegnata sui temi della tutela della genitorialità. Il riferimento è al provvedimento approvato a luglio 2019, che dà agli Stati membri dell’Unione Europea tre anni per adeguarsi. «Per finanziare la misura sono stati stanziati 151 milioni, calcolando un costo giornaliero della misura in 15 milioni di euro: «Da una prima stima iniziale di 10 milioni al giorno, dunque un costo per lo Stato di 70 milioni l’anno per una settimana di congedo di paternità, la Ragioneria dello Stato  si è corretta ed è passata a una stima più alta, quantificando appunto 15 milioni al giorno il costo della misura». Di qui i 150 milioni necessari per fare stare a casa i neopapà per dieci giorni.Nonostante il passo in avanti, quella da poco entrata in vigore è una misura non strutturale, che quindi necessita di un rinnovo di anno in anno: «Siamo di fronte a un traguardo parziale, non scontato, raggiunto attraverso una lenta marcia iniziata nel 2012 e una petizione popolare promossa nel 2018».Il congedo di paternità in Italia è storia molto recente: fino al 2012 questa misura era assente (fino a quel momento i neopapà potevano usufruire soltanto del congedo parentale, ossia l'astensione facoltativa dal lavoro fino all'ottavo anno di età del bambino per un periodo di tempo continuativo o frazionato e una retribuzione al 30% dello stipendio; una misura che peraltro non è riservata ai genitori di sesso maschile, ma può essere richiesta da entrambi). Inizialmente erano solo due giorni, una sorta di contentino. Nel 2016 sono diventati quattro, ma poi improvvisamente hanno rischiato di sparire: tanto che tre anni fa è stato necessario lanciare una petizione per evitare che i giorni di congedo obbligatori sparissero dalla Legge di bilancio. Titti Di Salvo ne era stata promotrice insieme ad a personalità come il demografo Alessandro Rosina, docente dell'università di Cattolica di Milano e all’imprenditrice Riccarda Zezza, che con il suo progetto Maam sostiene l'empowerment delle mamme (e dei papà) in azienda, e anche la founder della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina.Negli anni il numero di beneficiari del congedo è aumentato, passando dai 73mila del 2015 ai 135mila del 2019 secondo i dati dell'Inps. Restano attualmente esclusi i dipendenti pubblici per i quali le disposizioni approvate sono valide ma non in vigore, in quanto per loro non è stata ancora emanata circolare applicativa. Una fetta non banale, che contempla più di un milione di lavoratori su un totale di 3 milioni e 300mila dipendenti pubblici. Su questo fronte Alessandro Fusacchia, deputato e fondatore della piattaforma Movimenta che ha avanzato una proposta di legge per istituire tre mesi di congedo obbligatorio, evidenzia però un paradosso: «Per i dipendenti pubblici, per cui prevediamo la stessa disciplina dei tre mesi obbligatori, c’è un nodo delicato da sciogliere: in alcuni passaggi informali che abbiamo fatto per il conteggio degli oneri della nostra proposta di legge per un congedo lungo per i dipendenti pubblici, la risposta che ci è stata data finora è stata: nessun onere. Non costa. Perché lo stipendio di quel papà assunto a tempo determinato nel pubblico è già contabilizzato nel bilancio dello Stato. Attenzione, però. Se vai tre mesi in congedo di paternità lo Stato deve sostituirti, non possiamo pensare che la macchina amministrativa in cui si sta prestando lavoro faccia finta che non esisti per tre mesi e rimpiazzi male il lavoro che fai, riorganizzando l’ufficio in qualche modo improvvisando o peggio ancora lasciando indietro per mesi le pratiche che seguivi tu. Quindi, il costo di sostituzione temporanea secondo me è un costo che un Paese civile deve prevedere, perché deve prevedere quella sostituzione anche breve». «Il congedo obbligatorio di paternità è tra le misure possibili quella più efficace per scardinare gli stereotipi nella divisione dei ruoli tra madre e padre» ribadisce Di Salvo. E scardinare gli stereotipi è la condizione necessaria per rimuovere le discriminazioni di genere che hanno penalizzato l’intero Paese perché hanno tenuto le donne fuori dal mercato del lavoro: «La condivisione delle responsabilità genitoriali è anche molto importante per l’equilibrio dei bambini. Qualcosa sta cambiando nelle nuove generazioni. Nei giovani padri è sicuramente più grande il desiderio di vivere la paternità nella quotidianità della cura. Anche se durante il periodo di lockdown in smartworking non parrebbe si sia modificato in maniera significativa il carico del lavoro di cura, che rimane per il 74 % a carico delle donne». «Che il congedo di paternità obbligatorio passi a 10 giorni è ovviamente una buona notizia, non c’è alcun dubbio. Si tratta di un segnale sostanziale e simbolico molto forte. Detto questo, è abbastanza e va bene così?» si chiede Fusacchia: «Assolutamente no. Una misura di questo tipo non è adeguata alle esigenze del Paese e non corrisponde alle nostre ambizioni rispetto alla costruzione di un congedo di paternità lungo. Un congedo di paternità obbligatorio di tre mesi come quello che proponiamo noi come Movimenta e su cui nei prossimi giorni depositeremo una proposta di legge formale molto articolata su più aspetti permetterebbe di costruire la genitorialità, di far fiorire la paternità, che non è mettere al mondo un figlio, ma crescerlo. Inoltre ridurrebbe drasticamente il rischio di discriminazione sul lavoro per le donne e quindi aiuterebbe a ristabilire parità effettiva tra uomini e donne: questo perché salterebbe il disincentivo a discriminare per le aziende, sapendo che sia la neo mamma sia il neo papà sarebbero off per un periodo di tempo significativo. Emerge anche un aspetto culturale: dobbiamo sottolineare che il tema dei congedi in generale e il fatto di poter conciliare la crescita dei figli con il lavoro è esploso durante la pandemia, soprattutto con il lockdown. Se qualcuno si deve magari temporaneamente sacrificare in famiglia non può essere automaticamente la donna. Noi dobbiamo capire come lavorare e occuparci dei figli, come evitare che le donne facciano passi indietro. Nel dramma totale della pandemia probabilmente c’è stato un piccolo elemento di maggiore consapevolezza rispetto al ruolo dei congedi e questi temi di cui stiamo discutendo possono aiutare a costruire una società più aperta, più equa, più giusta e andare nella direzione che noi chiediamo».All’estero la situazione è, come spesso accade, un po’ diversa: «Dal primo gennaio in Spagna è entrato in vigore il decreto legge del 2019 che prevede gradualmente per i padri le stesse 16 settimane di congedo, individuali e non trasferibili, retribuite al 100 per 100, previste per la madre. In Islanda sono previsti tre mesi per entrambi i genitori, in Francia il congedo di paternità è di 28 giorni, di cui però solo sette obbligatori» ricorda Di Salvo.  E lo scorso settembre in Svizzera è stata votata l'introduzione di un congedo di paternità di due settimane, con un referendum che ha vinto con oltre il 60% delle preferenze. Nel frattempo la legge di Bilancio italiana contiene anche altre novità per le famiglie, come «l’assegno universale per i figli, a partire dal settimo mese di gravidanza fino alla maggiore età» ricorda Di Salvo: «Avrà carattere universale e questa è la prima novità significativa. Perché fino ad oggi misure come gli assegni familiari erano previsti soltanto per i lavoratori dipendenti, così come le detrazioni familiari, erano possibili solo per le persone capienti – cioè in grado di presentare la dichiarazione dei redditi, con il paradosso di escludere dal beneficio proprio le famiglie più fragili con un reddito talmente basso, sotto i 7.500 euro l’anno, da non rendere possibile la dichiarazione fiscale senza poter godere così delle detrazioni!». Lo stesso paradosso che si era presentato al momento dell'attuazione della misura degli “80 euro” voluta dal governo Renzi: in quel caso potevano accedere ai famosi 80 euro solo le persone con un reddito tra 8mila e 26mila euro all'anno, escludendo dunque chi aveva redditi più bassi.«L’assegno universale è una buona misura ovviamente» commenta Fusacchia:  «Sarà differenziato per soglie di reddito affrontando anche il tema della disabilità. Inoltre dà un messaggio chiaro e cioè che c’è un riconoscimento nell’accompagnamento dei genitori e della crescita. L’assegno però non sostituisce in nessun modo il bisogno e la necessità di un congedo di paternità obbligatorio lungo di tre mesi. È un pezzo che si inserisce in un quadro generale, che va nella giusta direzione, ma ci sono ancora tanti tasselli che dobbiamo mettere insieme per costruire una politica a tutto tondo che punti sulla genitorialità, che scommetta sui bambini e sulle bambine e che veramente scommetta sulla parità di genere».Titti Di Salvo spiega che «l’assegno unico avrà anche carattere strutturale e sostituirà i diversi bonus previsti precedentemente, come il bonus bebè, il premio alla nascita, il bonus baby sitter, che comunque in parte verranno confermati per quest’anno perché l’assegno unico entrerà in vigore soltanto nel secondo semestre del 2021, dal primo luglio. Nella legge di bilancio sono state stanziate le risorse e i caratteri generali dell’assegno e un provvedimento successivo ne definirà la misura e i criteri». Si va quindi in un’ottica di semplificazione e ampliamento, mentre sul tavolo ci sono altri disegni di legge sul tema congedo, conclude Di Salvo: «La condivisione delle responsabilità genitoriali è anche molto importante per l’equilibrio dei bambini. Lo è anche per i padri. Perché la paternità, come la maternità, sono “master” per usare le parole di Riccarda Zezza. Da molti punti di vista è decisivo andare verso lo stesso tempo di congedo obbligatorio per le madri e per i padri. Ci sono in Parlamento alcuni disegni di legge che vanno proprio in quella direzione».  Chiara Del Priore

In scadenza bando Mibact per stage da mille euro: finiti i sei mesi, però, tutti a casa

Sei mesi di tirocinio con un rimborso spese di mille euro al mese, in un settore spesso sottopagato come quello della cultura: è quanto offre il bando per stage formativi del ministero per i Beni e le attività culturali e per il turismo pubblicato a metà dicembre e in scadenza a breve, il 30 gennaio. Una bella notizia, soprattutto in questi tempi di pandemia e crisi economica dove tra i settori più colpiti c’è stato proprio quello turistico culturale? Non proprio. Perché il bando in questione ricalca un altro del 2013, i 500 giovani per la cultura – così furono chiamati – che non solo non ha prodotto occupazione, ma tra lavoro mascherato da tirocinio e rimborsi spese arrivati dopo mesi e grandi proteste non è brillato per efficacia.Gli ultimi fatti: a metà dicembre il Mibact ha pubblicato un bando per la selezione per «tirocini formativi e di orientamento per 40 giovani fino a ventinove anni di età». Più che di stagisti qualsiasi, però, il ministero è alla ricerca di figure ben specializzate. Per partecipare infatti è richiesta una laurea in archivistica e biblioteconomia con una votazione pari o superiore a 105, con una differenza di punteggio non di poco conto tra i due punti aggiuntivi per il 106 e i 14 per il 110. A questo si aggiunge il vincolo di età (i candidati devono essere under 30)  e un titolo di studio conseguito da non più di 12 mesi. Quindi il ministero apparentemente cerca giovani neolaureati – ma non proprio, dato che poi si scopre che sono previsti punti aggiuntivi non indifferenti, dai 20 ai 30, se i candidati hanno un titolo di studio post universitario, anche diplomi di scuole di specializzazione, un titolo di dottore di ricerca, un periodo precedente di tirocinio o collaborazione nel settore dei beni culturali, perfino pubblicazioni.I 120 giovani con il punteggio più elevato saranno ammessi a sostenere il colloquio, che attribuisce fino a 50 punti e che data la situazione di pandemia verrà effettuato in modalità telematica. Al termine, trenta dei selezionati saranno assegnati ad altrettanti stage presso l’Archivio centrale dello Stato, le Soprintendenze archivistiche e bibliografiche e gli Archivi di Stato, dieci invece a tirocini presso l’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale. E cominceranno i tirocini formativi di sei mesi con un rimborso spese mensile di mille euro. Se i trenta stage saranno in sedi distribuite un po’ in tutto il territorio nazionale, isole comprese, quelli presso la Digital Library, invece, saranno esclusivamente a Roma. Nel bando non si fa alcun riferimento a eventuali svolgimenti a distanza dello stage, in smart internshipping, che quindi evidentemente si svolgerà in presenza. Il bando è molto chiaro sull’evidente assenza di prospettive future: l’articolo 7, infatti, precisa che alla conclusione del programma formativo «è rilasciato un apposito attestato di partecipazione» ma che questo «non comporta alcun obbligo di assunzione da parte del Ministero». Quindi il Mibact mette fin dall’inizio le mani avanti, ricordando che è solo uno stage, senza possibilità di assunzioni future. Il problema, però, è che il ministero da tempo ormai soffre di una cronica mancanza di personale. Se si dà un’occhiata all’atto di programmazione del fabbisogno di personale per il triennio 2019-2021, pubblicato ad aprile dello scorso anno, si legge a chiare lettere della «carenza di personale di questa amministrazione, rilevata al 25 marzo 2020 e quantificata in complessive 5.295» unità distribuite tra area I, II e III e personale dirigenziale. Il ministero negli ultimi anni ha bandito alcuni concorsi – per esempio quello per 1.052 assistenti alla fruizione e vigilanza al momento sospeso causa Covid, o quello per 250 unità di personale non dirigenziale, rientrante nel concorso del progetto Ripam per reclutare complessivamente 2.133 unità in diverse amministrazioni centrali, – e accoglie con regolarità anche giovani del servizio civile.  Va sottolineato però che nell’ultimo bando Mibact nella premessa si fa riferimento all’articolo 24 comma 4 del decreto legge 104/2020, dove tra le tante misure di rilancio dell’economia non solo si finanzia per 300mila euro per l’anno appena concluso il «Fondo mille giovani per la cultura» – quello che aveva permesso gli stage nel 2013 – ma si decide anche di finanziarlo con 1 milione di euro per il 2021 e di rinominarlo «Fondo giovani per la cultura» rilasciando poi a successivi accordi tra ministeri la determinazione delle modalità di accesso al fondo e lo svolgimento delle relative procedure selettive. In pratica nel 2021 potrebbe essere pubblicato un nuovo bando, che a questo punto potrebbe arrivare a coprire lo svolgimento di oltre 100 stage sempre nel settore dei beni culturali. E per «attrarre i giovani più capaci e meritevoli» e «proseguire la promozione di attività formativa di alto livello già avviata con successo negli anni 2014 e 2015» il ministero prevede un rimborso di mille euro lordi al mese «come parametrato all’importo delle borse di dottorato nelle università italiane». Quindi si cercano giovani brillanti che attirati dal rimborso spese e dall’idea di lavorare in sedi altrimenti difficilmente accessibili, siano disposti a svolgere un tirocinio che di fatto non porterà da nessuna parte, se non illudere di avere un futuro in quegli stessi uffici.L’aspetto che lascia certamente più sorpresi è il riferimento da parte del ministero all’attività formativa “avviata con successo” nel 2014 e nel 2015, quindi con i bandi dei 500 giovani per la cultura e del Fondo mille giovani dell’anno seguente. Eppure all’epoca certo non occuparono le prime pagine per puntualità dei rimborsi spesa o per i risultati prodotti, tutt’altro.Non solo: a certificare il fallimento di quel programma ci pensò poi la Corte dei Conti nell’ottobre del 2016 con la relazione «I tirocini formativi nel settore dei beni culturali (2013-2015)» in cui esprimeva perplessità su questo progetto sottolineando il limite comune a tutti i tirocini fatti negli uffici pubblici, «la loro non prevista valorizzazione all’interno di un progetto finalizzato all’assunzione, come ovvia conseguenza del divieto di reclutamento al di fuori delle procedure concorsuali di accesso agli impieghi nella pubblica amministrazione». E già all’epoca la Corte esprimeva «perplessità sull’impiego dello strumento del tirocinio formativo nel settore dei beni culturali, tenuto conto che forme di investimento in procedure selettive impegnative per l’organizzazione amministrativa non possono essere utile strumento di inserimento nel mondo del lavoro pubblico» e che risultava carente la prospettiva occupazionale nel lavoro privato.Cinque anni dopo si è esattamente nella stessa situazione, con l’avvio di tirocini che non avranno alcuno sbocco lavorativo e che si occuperanno di un tema delicatissimo quale la digitalizzazione, fondamentale per affrontare la crisi e permettere una fruizione telematica di tutto il materiale presente in archivi e biblioteche. Così nel paese che ad oggi, insieme alla Cina, detiene il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, ben 55 pari a quasi il 20 per cento di quelli presenti in tutto il mondo, ancora una volta saranno degli stagisti a “fare il lavoro sporco”. Per chi, comunque, attratto dall’esperienza sicuramente formativa e dal rimborso spese volesse fare domanda conviene affrettarsi. Entro le ore 14 del 30 gennaio scadono i termini per presentare e inviare tutto telematicamente dall’indirizzo procedimenti.beniculturali.it/40giovani È possibile fare l’application per entrambi i profili ricercati: online sono disponibili tutte le istruzioni per la compilazione e le faq. Sullo sfondo resta l’istantanea del settore dei beni culturali fortemente vittima della crisi economica e pandemica, in un Paese che da tutta questa ricchezza potrebbe guadagnare e, invece, senza un piano vero e proprio di assunzioni preferisce affidarsi ancora una volta al lavoro comodo ed economico degli stagisti. E forse non stupisce, se si pensa che i musei hanno riaperto in Italia solo il 16 gennaio e solo per le regioni in zona gialla o bianca. Contrariamente a quello che è successo in altri paesi europei – esempio più virtuoso di tutti è stata la Spagna, che non ha mai veramente chiuso i musei o i teatri preferendo definire quattro livelli diversi di rischio, dal basso all'estremo, lasciando sempre i musei aperti e limitando soltanto la percentuale di capienza massima. Un'altra strada, quindi, sarebbe possibile. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Marianna LeporeFoto di apertura: da Wikipedia in modalità Creative Commons

Colloquio in Sapio, istruzioni per l'uso

Sapio si è trovata in prima linea da quando è scoppiata la pandemia: si occupa infatti di produzione e fornitura di gas industriali e medicinali, tra cui l’ossigeno per gli ospedali. In questo periodo di superlavoro Cristina Auletta, responsabile del Recruiting e del welfare, ha trovato il tempo di raccontare alla Repubblica degli Stagisti come si entra in Sapio: come funziona la ricerca e selezione del personale. Auletta, 33 anni, vive a Monza («a due passi da Sapio»); dopo una laurea in Scienze dei servizi giuridici alla Bicocca e un master alla Cattolica in Consulenza del lavoro e direzione del personale, nel 2011 è entrata in Sapio come stagista e non ne è più uscita. Abitualmente il suo ufficio gestisce all’incirca una cinquantina di selezioni all’anno; nel corso del 2019 ha accolto dieci stagisti, offrendo loro una indennità di mille euro al mese.  Quali sono i profili che ricercate maggiormente?Dato il nostro business e il progetto ambizioso di internazionalizzazione, che stiamo portando avanti ormai da diversi anni, siamo alla ricerca di figure con una visione moderna e globale del lavoro, dotate non solo di expertise ma anche di una spiccata intelligenza emotiva. Siamo orientati principalmente verso profili tecnici, da inserire all’interno dei nostri stabilimenti, ma siamo aperti anche a posizioni di tipo commerciale e di staff, e quindi con le consuete lauree in discipline economiche o simili. La conoscenza della lingua inglese, chiaramente, è da ritenersi indispensabile per la stragrande maggioranza delle posizioni.   In questo senso, potrebbero essere proposte loro delle trasferte o dei periodi all'estero?Dipende: per esempio abbiamo pubblicato da poco un annuncio di job posting su una nostra società estera, così abbiamo dato la possibilità ai nostri colleghi di candidarsi per questa posizione in Spagna. Come funziona in generale il vostro iter di selezione?Pubblichiamo le nostre offerte di lavoro su LinkedIn, il nostro canale principale, e sulle career page delle università, come per esempio il Politecnico. A seguito dello screening delle Risorse umane, il primo colloquio è con il manager della funzione, a volte affiancato anche da HR, e serve a sondare la sfera delle competenze. A questo segue un colloquio con HR prettamente motivazionale e conoscitivo, per approfondire determinate soft skills del candidato. Una di queste, come le dicevo, è proprio l’intelligenza emotiva, ma anche l’empatia. Per alcune posizioni, inoltre è previsto un terzo colloquio con un test psicoattitudinale e un breve colloquio in inglese per testare il livello della lingua.  Cosa si intende per test psicoattitudinale, e come mai solo alcuni lo fanno?Dipende semplicemente dal livello di candidatura e dalla posizione che deve essere ricoperta. Diciamo pure che il test (con annesso il colloquio) è previsto da una certa posizione in avanti. Ma può capitare che questo terzo passaggio si attivi anche quando vogliamo chiarire dei dubbi che si sono generati nelle fasi precedenti. Siamo molto scrupolosi. Ci affidiamo a un consulente esterno che somministra il test, che poi verrà discusso con il candidato. Osserviamo il suo modo di argomentare le obiezioni che gli vengono rivolte, il modo di gestire il dialogo, la sua capacità di esposizione.  Insomma, ci teniamo a fare le scelte giuste e questo richiede tempo e attenzione. In questo momento, come è giusto, l’iter di selezione si svolge completamente da remoto, tramite videochiamata. Che impatto ha questo ultimo aspetto sulla conoscenza del candidato?Sicuramente è una modalità nuova anche per noi. Non avevamo mai svolto l'intero iter di selezione attraverso colloqui in videochiamata. Ci è capitato in questo periodo di portare a bordo delle persone senza mai averle viste “in presenza”, e devo ammettere che ha funzionato. Ormai abbiamo l’occhio allenato. E poi sono convinta che il talento trova sempre il modo di farsi notare, anche attraverso una web-cam. L’unico rammarico, in tutta onestà, è quello di non poter offrire un processo di onboarding come si deve, nel senso che una volta assunti ci si trova da subito a dover lavorare in modalità smart working e non si ha modo di vedere gli ambienti di lavoro, di conoscere e di interagire direttamente con i colleghi. Come preferite ricevere i curriculum? Less is more! La sintesi è il punto forte di un buon cv. Razionalizzare le informazioni è sempre vantaggioso, sia per chi deve conoscere, sia per chi vuole farsi conoscere. L’eccesso di informazioni annoia e porta spesso fuori strada. Una cosa che mi preme sottolineare è che non andrebbe mai omessa – come spesso ci è capitato di vedere - l’informazione relativa al diploma di scuola superiore. Rappresenta un elemento essenziale del quadro conoscitivo. Perché tagliare via pezzi così importanti della nostra esperienza formativa? Per quanto riguarda il formato, prediligiamo quello personalizzato, perché offre un valore aggiunto e lascia il candidato libero di esprimersi. Un cv può e deve avere una matrice creativa, e un’impaginazione strategica - come mi piace definirla – è già un buon punto di partenza.  Com'è organizzato il vostro ufficio HR? Siamo in nove. Io mi occupo, insieme al direttore HR Carlo Raise, della parte Recruiting. Svolgiamo la maggior parte del lavoro in house e ci avvaliamo di società di selezione per posizioni particolarmente critiche, o con un livello di seniority molto elevato. Fate colloqui di gruppo? A parte questo periodo Covid ovviamente…Oggi è tutto individuale, sì. Ma certamente ci è capitato in passato di fare qualche assessment per determinate tipologie di figure. Riteniamo che sia uno strumento importante per testare soprattutto le capacità relazionali e di leadership, e per valutare come una persona sia in grado di muoversi all’interno un unknowing team. In genere formiamo gruppi di 4, massimo 6 persone, e somministriamo loro un role play. È una modalità che ci permettere di far lavorare i candidati sotto stress (senza inutili sovradosaggi di ansia) e di osservarli a trecentosessanta gradi. Dopo questo momento segue sempre test sulle competenze e, infine, un colloquio individuale.  Prendendo in considerazione il primo colloquio, come avviene concretamente?Si tratta di un colloquio individuale con il manager di settore di dipartimento: è svolto in italiano e dura in media 40 minuti; poi dipende dalle posizioni. Se sono posizioni senior può durare anche più di un'ora.
  Può essere utile ai vostri candidati conoscere altre lingue straniere oltre all'inglese?Nell'ambito di amministrazione, di business analysis e controllo di gestione, se il candidato conosce anche il francese o il tedesco, che sono le lingue dei Paesi dove abbiamo nostre consociate, può rappresentare sicuramente un punto a suo favore. Apprezzate le autocandidature oppure preferite che ci si candidi unicamente attraverso i vostri annunci?La candidatura a un annuncio è sicuramente più efficace, mirata e in linea con le posizioni aperte. Ma esiste il modo per potersi autocandidare (anche in momenti in cui non stiamo ricercando), attraverso il nostro portale “Lavora con noi”. Le autocandidature, in genere, vanno ad arricchire il nostro database, che cerchiamo comunque di tenere allineato ai nostri bisogni.  Riscontrate qualche difficoltà a reperire donne con profili tecnico-scientifici? Non abbiamo mai avuto difficoltà “di genere” in questo senso. Non credo esista più questo tipo di limite culturale. Ma al di là di ogni considerazione, non è nostra prerogativa fare un balance tra assumere figure professionali maschili o femminili. Noi ricerchiamo il talento, e il talento non ha nulla a che vedere col genere. Vi sono delle competenze che ricercate nei candidati ma che faticate a trovare?Si sa che i laureati in informatica sono molto pochi e molto richiesti, quindi è difficile trovarli disponibili sul mercato. Facciamo anche fatica a trovare laureati in ingegneria per posizioni in ambito commerciale. Perché c'è un po' un pregiudizio nei laureati in ingegneria a fare un lavoro di questo tipo?Non parlerei di pregiudizio. Credo solo che i laureati in ingegneria abbiano ambizioni diverse rispetto a svolgere un lavoro di tipo commerciale. Il punto è che la nostra attività commerciale comprende non solo la vendita in quanto tale, ma anche una fetta importante di supporto tecnico al cliente. Ed è più vantaggioso per noi che i due aspetti convivano in un’unica figura. Questo perché ci teniamo a offrire ai nostri clienti un’assistenza completa.   Qual è l'errore che non vorreste mai veder fare a un candidato durante un colloquio?Senza dubbio il compiacimento del recruiter. La forza di un candidato sta proprio nel saper esprimere le sue opinioni in modo fermo e allo stesso tempo empatico. Essere se stessi è il pregio più grande. Un candidato che non si sa raccontare è un candidato che non potrà mai portare un valore aggiunto alla nostra azienda, che è fatta di persone, ancora prima che di ruoli. E poi un colloquio non è un interrogatorio: noi amiamo dialogare con i nostri candidati. Come date i vostri feedback? Via e-mail o tramite Linkedin, se la selezione arriva da lì. Chiaramente abbiamo delle tempistiche non così immediate - ma comunque un riscontro viene sempre dato, anche in caso di esito negativo. 
 Nel caso dello stage: una volta attivato qual è poi l'iter contrattuale che solitamente proponete al giovane?Tendenzialmente usiamo il tempo determinato; più di rado la somministrazione. 
 Ci sono differenze tra l'iter di selezione e le modalità di colloquio per selezionare uno stagista e l'iter per selezionare invece una persona da inserire direttamente con contratto?Di solito c’è uno step in meno per gli stagisti, e sicuramente non viene fatto il test psicoattitudinale. La vostra azienda nel momento del Covid ha avuto molto lavoro.Assolutamente sì, e questo ha rafforzato molto il senso di appartenenza. Su Linkedin sono stati pubblicati i volti delle persone di Sapio [ne abbiamo riportati alcuni in questo articolo, ndr] che hanno lavorato nei diversi ambiti: dal contact center fino alla gestione, pianificazione e distribuzione dell'ossigeno. Abbiamo fatto loro delle interviste, abbiamo dato loro una voce, volevamo che si sentissero dei protagonisti. E questo perché le nostre persone sono state impegnate in prima linea e non si sono mai tirate indietro davanti alle condizioni difficilissime nelle quali si sono trovate a lavorare – a vivere – durante questo terribile momento del nostro paese… e del mondo intero.

Protestano i praticanti avvocati bloccati dal Covid: l'esame rischia di slittare ancora

Praticanti avvocati sul piede di guerra. Continuano a protestare, per lo più inascoltati, i laureati in Giurisprudenza con il praticantato già maturato nel corso del 2020 e che a causa della pandemia non hanno potuto sostenere l'esame e abilitarsi alla professione. Non un gruppetto sparuto, ma almeno 20-25mila giovani secondo le stime delle associazioni che li rappresentano. La richiesta principale è una: trovare soluzioni alternative all'esame tradizionale costituito da tre prove scritte e un orale. La via maestra potrebbe essere concentrare l'esame in una sola prova orale, il cosiddetto 'orale abilitante' che non comporterebbe assembramenti e rappresenterebbe la via di uscita dall'impasse. Il rischio è in alternativa restare praticanti ancora per mesi, senza poter esercitare e riuscire finalmente a cominciare a guadagnare.Il caso scoppia a novembre dello scorso anno quando, dopo l'ultimo dpcm, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede annuncia lo slittamento delle prove scritte fissate per il 15, 16, 17 dicembre, come conseguenza «dell'aggravarsi dell'epidemia», e senza aprire a nessuna opzione alternativa per lo svolgimento dell'esame. Succede non solo agli aspiranti avvocati, ma anche a altre categorie professionali tra cui i giornalisti, che a loro volta vedono sospendersi lo scritto.I praticanti avvocati non ci stanno e il 16 dicembre scattano sit in di protesta in tutta Italia, tra Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Palermo e Vibo Valentia. Nel capoluogo lombardo decine di giovani alzano striscioni in cui chiedono certezze. Rivendicano di essere loro a mandare avanti i tribunali, «se tutti i praticanti di Milano incorciassero le braccia la giustizia a Milano durerebbe dieci giorni» grida da un megafono un manifestante ripreso in un video. «Il ministro ha preferito assumere una linea compiacente verso quella cerchia più ristretta e corporativa dell'avvocatura» accusano in un comunicato congiunto alcune associazioni del settore, tra cui l'Associazione italiana dei praticanti avvocati Aipavv, il Coordinamento dei giovani giuristi italiani, il Comitato per l'esame da avvocato.Una linea che «che sta falcidiando la maggior parte dei liberi professionisti» e che dimostra di «temere la concorrenza dei colleghi più giovani». L'assunto è che gli organi forensi si stiano giocando la carta del Covid per impedire l'accesso di nuove leve alla professione. «Vogliamo lavorare» scrivono, queste «sono decisioni miopi che tolgono l'opportunità di costruire il proprio futuro e rendersi indipendenti».Nel frattempo, il 18 dicembre, il ministero della Giustizia rende note le nuove date per il concorso, che si dovrà tenere secondo i piani il 13, 14 e 15 aprile 2021. Lo stato di emergenza è stato però esteso dal governo fino al 30 aprile, dunque anche su quelle date pende l'incertezza. «Cosa si farà se, ad aprile, non si potrà svolgere l'esame?» chiede dalle proprie pagine Facebook il Comitato per l'esame da avvocato. «Qual è il piano B?». Le nuove date «non risolvono nulla e non offrono soluzioni». Il rischio è infatti saltare anche la sessione 2021, mentre gli altri professionisti procedono senza intoppi grazie all'orale abilitante riconosciuto per esempio a commercialisti e architetti (senza contare le lauree abilitanti introdotte di recente).Alla questione si interessano alcuni politici. Lia Quartapelle, 38enne deputata del Pd, presenta il 23 dicembre un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro della Giustizia, ad oggi ancora senza risposta. «L'attuale esame di abilitazione, composto da tre scritti della durata di otto ore da svolgersi con carta e penna, è anacronistico» è la premessa. In più «c'è una ingiusta disparità di trattamento rispetto alle soluzioni alternative trovate per le altre categorie». L'appello è a chiarire «le misure che saranno prese nel caso in cui l'emergenza persista e l'esame venga di nuovo rinviato». Anche Matteo Richetti, senatore del gruppo misto, classe 1974, prende le parti dei praticanti: «Tra totoministri e ricerche di 'costruttori', il Paese, quello reale, continua a fare i conti con la realtà» scrive sul suo account il 13 gennaio: «Il decreto Milleproroghe ha confermato modalità alternative per le prove di abilitazione» evidenzia, «ma non per gli aspiranti avvocati». E rilancia: «Iniziamo a pensare a come far svolgere questo esame senza continuare a nascondere l’emergenza dietro un dito?».Dagli organi istituzionali per ora nessuna risposta. Tra le associazioni si susseguono proposte, anche se non sempre condivise da tutti i rappresentanti. Tra le ultime quella di ridurre la prova a un solo esame scritto, che non risolverebbe però il problema della presenza fisica e dunque il rischio contagio. Una idea dell'ultima ora – chissà che non sia la definitiva - arriva dal presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, il 61enne Vinicio Nardo [nella foto a sinistra].«Vanno studiate forme di esame emergenziale» ragiona in un video Facebook del 13 gennaio. Niente a che vedere, precisa, «con la riforma dell'esame, che è allo studio del Parlamento» e per cui sono in corso audizioni informali in Commissione Giustizia alla Camera (l'ultima quella dell'associazione Cogita a favore della proposta di legge Di Sarno e Miceli che prevede una riduzione degli scritti). Escludendo l'esame da remoto «che comporta procedimenti infattibili in quattro mesi» prosegue, si rende necessario «un esame rafforzato orale, con una struttura più ampia e con materie diverse». Senza pensare a questo come a «un condono generale», ma solo come a «un decreto valido per un anno». I tirocinanti e i giovani in generale «sono quelli che patiscono di più questa situazione» ammette, dunque «non possiamo voltarci dall'altra parte» è la conclusione.Ilaria Mariotti

Agenzia Onu per la proprietà intellettuale, stage a Ginevra con oltre 1500 euro di indennità mensile: domande entro fine gennaio

Nuovo anno, nuove possibilità di partecipare a tirocini internazionali: è stata prorogata fino al 31 gennaio – inizialmente prevista entro il 30 dicembre dell’anno appena concluso – la possibilità di candidarsi al programma di tirocini 2021 presso la World Intellectual Property Organization: l’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale, una delle tante agenzie specializzate delle Nazioni Unite con sede principale a Ginevra, in Svizzera.La buona notizia è che la Wipo rientra tra le agenzie delle Nazioni Unite che prevedono un rimborso spese per i suoi stagisti – cosa purtroppo non scontata, dato che l'Onu è una delle realtà internazionali “maglia nera” per quanto riguarda questo aspetto: le migliaia di internship che ogni anno hanno luogo nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a NY e in molte altre sedi in giro per il mondo purtroppo sono tuttora, malgrado da almeno cinque anni vengano periodicamente organizzate proteste e “scioperi” degli stagisti, completamente gratuiti. Il fatto che questa agenzia dell'Onu invece offra ai suoi tirocinanti oltre 1500 euro al mese è un fattore che, affiancato all’esperienza internazionale di pregio, dà un motivo in più per mandare l’application.La scadenza del 31 gennaio è importante perché «per ragioni amministrative, Wipo apre due volte l’anno gli elenchi per candidarsi. Quindi gli stagisti sono reclutati continuativamente nel corso dell’anno dall’elenco corrente o da quello più recente, in base alle esigenze», spiega alla Repubblica degli Stagisti Christine Merjanian, Wipo Talent Acquisition Manager. «Le domande vengono esaminate sulla base delle esigenze interne individuate dalle diverse unità organizzative».L’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale conta 1.508 lavoratori (ultimi dati disponibili aggiornati al 2020) di cui 418 lavoratori “flessibili” (dai contratti a tempo determinato anche di alto livello agli stagisti) e 1.090 di forza lavoro permanente, con una distribuzione a favore delle donne che in totale sono 803 e un’età media poco sotto i 49 anni. Dal 1999 al 2020 ha ospitato 506 tirocinanti, anche in questo caso con una distribuzione a favore del genere femminile che batte 320 a 186 gli uomini. La sede principale è a Ginevra, ma conta anche degli uffici periferici ad Algeri, Rio de Janeiro, Pechino, Tokyo, Singapore, Mosca e Abuja. Di norma ospita annualmente tra i 40 e i 50 stagisti, ma questo numero nel corso del 2020 è calato vertiginosamente a causa della pandemia Covid: «Nel corso dell’anno appena passato Wipo ha ricevuto 2.954 candidature e selezionato 27 stagisti». Nel 2019, invece, il numero di candidature è stato più basso, 1.181 ma in quel caso, spiega Merjanian, «gli stagisti selezionati sono stati 41». A vincere su tutti per numero di candidature l’India, con 122, tallonata dall’Italia, con 119 application e seguita dalla Cina, ferma a 79. Non ci sono però dati precisi sul numero di stagisti selezionati per nazione di provenienza, perché «per quanto riguarda le selezioni archiviamo i dati sulla base delle aree geografiche e non del Paese». Con questa classificazione le prime tre regioni erano Asia e Pacifico, seguita da Europa occidentale e da Africa.Al di là dell’esperienza internazionale, un fattore molto interessante per questo genere di stage è il rimborso spese: «La Wipo ha iniziato a prevedere un pagamento per i suoi tirocinanti dall’avvio del programma di tirocinio, nel 1999», puntualizza Merjanian. Lo stage è pensato per due categorie diverse di stagisti: gli studenti di un corso di laurea di primo livello iscritti al terzo o quarto anno accademico, o titolari di una laurea di primo livello da non più di due anni; e gli studenti di una magistrale o titolari di laurea specialistica o laureati che hanno completato i corsi, ma non la tesi. Per la prima categoria lo stage può durare dai tre ai sei mesi con un rimborso spese mensile di 1.570 franchi svizzeri, circa 1.460 euro, inclusa una tessera per il trasporto, mentre per la seconda categoria il tirocinio va dai tre mesi a un anno e il pagamento mensile sale a 2.070 franchi svizzeri, circa 1.925 euro, con la tessera mezzi inclusa.Il 2020 è stato un anno importante perché sono stati introdotti dei miglioramenti proprio per quanto riguarda le indennità mensili, per rendere questo tipo di stage più accessibile a tutti i candidati a livello globale. E, infatti, non solo è stato aumentato a 1.570 franchi l'emolumento mensile per gli stagisti di categoria 1, precedentemente fermo a 500 franchi svizzeri, ma si è deciso di includere anche la tessera per i trasporti locali per un importo di circa 70 euro, portando quindi i rimborsi agli attuali importi. Da ricordare, però, che la Wipo non è responsabile dell’organizzazione del viaggio per raggiungere Ginevra né dei relativi costi. Questo significa che a parte bisogna calcolare le spese di viaggio. Unica eccezione per gli stagisti che provengono da un paese in via di sviluppo o classificato tra quelli meno sviluppati: in questo caso si ha diritto a un massimo di 1.500 franchi svizzeri di rimborso viaggio a patto che sia effettuato sulla rotta e classe più economica. Una volta assegnati al quartier generale Wipo a Ginevra i tirocinanti hanno diritto anche a una “carte de légitimation” per tutta la durata dello stage, che funge da permesso di soggiorno e di lavoro.Ma cosa fa realmente la differenza in un aspirante stagista per essere selezionato? Christine Merjanian non ha dubbi: «Frequentare o aver frequentato un corso di laurea pertinente, mandare un application lucida e affiancare tutto con una buona lettera di presentazione». Da tenere a mente che tre posti di tirocinio sono riservati alle nazionalità sottorappresentate dagli Stati membri Wipo, che nell’ultimo elenco del 2020 vedevano tra gli stati europei solo Estonia, Lussemburgo, Malta e Slovenia. Oltre ai titoli di studio già elencati è necessario poi avere una buona conoscenza dell’inglese o del francese (la lingua che si parla nel cantone di Ginevra), meglio se entrambe. Chi conosce l’arabo, il cinese, il tedesco, il giapponese, il coreano, il portoghese, il russo e lo spagnolo ha delle possibilità in più. In aggiunta è richiesta una buona conoscenza del pacchetto office e di altri programmi rilevanti.Attualmente è quindi possibile candidarsi per uno stage che si svolgerà nei seguenti ambiti: legge e diritto della proprietà intellettuale, economia e statistica, tecnologia dell’informazione, servizi di cooperazione tecnica, amministrazione di progetto, amministrazione (finanza, risorse umane, pianificazione del programma), esame brevetto e marchio, diritto d’autore, traduzione, e altre aree come comunicazione e sicurezza.Per candidarsi è necessario creare il proprio profilo sul sito della Wipo e registrarsi compilando tutte le sezioni, in particolare indicando l’area preferita di lavoro. Sul sito è disponibile anche una guida molto utile perché mostra passo dopo passo come procedere. Gli ultimi step prevedono l’inserimento della lettera motivazionale e di almeno due contatti da utilizzare per eventuali referenze. Soltanto dopo aver compilato e inviato tutto si riceve un’email di conferma. In ogni momento è possibile modificare o ritirare la propria candidatura. Nel corso dell’anno ogni volta che si apre una nuova possibilità di stage vengono analizzate le application inserite e «se la domanda rispetta i requisiti richiesti sarai contattato direttamente per un’intervista». Il colloquio può essere fatto al telefono, in videoconferenza o di persona e include anche un test scritto.La Wipo scrive chiaramente che «a causa dell’elevato numero di candidature, saranno contattati solo i giovani selezionati»  e se dopo sei mesi dalla data di chiusura dell’avviso di ricerca non si è ricevuta alcuna mail significa che l’application non è stata presa in considerazione. Il tempo di validità massima della propria candidatura è di un anno, quindi all’apertura del nuovo elenco se ancora interessati sarà necessario rifare tutto da capo.La Wipo tutela la proprietà intellettuale a livello globale ed è stata istituita nel 1967, riunendo 193 stati membri. «Affianca governi, società e aziende nella gestione di tutto quello che attiene il campo della proprietà intellettuale e offre programmi e servizi di protezione a livello internazionale, contribuisce alla risoluzione delle controversie e alla definizione di regole equilibrate».Anche questa agenzia ha subito gli effetti della diffusione della pandemia Covid, così come il suo programma di stage: «I tirocinanti che già avevano cominciato il tirocinio con Wipo all’interno degli uffici a Ginevra sono stati trasferiti in smart internshipping, con gran parte di loro che sono rimasti in città durante questo periodo», spiega Merjanian. Pandemia che potrebbe avere ripercussioni anche per l’anno in corso. E infatti, «i tirocinanti già in Wipo continueranno in telelavoro come il resto del personale fino a quando non sarà consentito il ritorno nei locali». Diversa, invece, la situazione per i prossimi stagisti: «una volta che la situazione relativa alla pandemia di Covid sarà tornata alla normalità, riprenderà il reclutamento di nuovi tirocinanti con sede a Ginevra. Nel frattempo stiamo esaminando le richieste di stage caso per caso per determinare se un tirocinio a distanza può essere appropriato a seconda del tipo di stage, della residenza dello stagista e del fatto che nei mesi futuri dovrà essere in ufficio a Ginevra per almeno la metà delle ore totali del suo periodo di stage».Per avere un’idea di quali siano i compiti svolti dalle diverse sezioni dove si potrebbe prendere servizio si può dare un’occhiata a questo link e soprattutto leggere le testimonianze di alcuni ex stagisti che raccontano la loro esperienza, dal background di provenienza all’ufficio assegnato e compiti svolti durante il tirocinio.Svolgere uno stage presso la Wipo non significa, però, avere un posto di lavoro assicurato. I tirocinanti, infatti, sono considerati dei candidati “esterni” per qualsiasi posto libero a tempo determinato per cui eventualmente si candidano. Il che significa che sono tenuti a seguire il normale iter di selezione. Qualcuno ce la fa: «Nel 2019 cinque stagisti sono stati assunti come dipendenti. A questi si aggiunge un altro numero limitato di ex tirocinanti a cui sono stati offerti dei contratti di consulenza», spiega Merjianian.Agli interessati all’esperienza internazionale che non demordono nemmeno dalla possibilità di svolgere questo tirocinio in parte a distanza conviene affrettarsi per rispettare i tempi di chiusura del bando.Marianna LeporeFoto in alto a sinistra: credit Wipo/Berrot in modalità Creative Commons