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Gli stage dopo il Covid: il primo evento in presenza di RdS dallo scoppio della pandemia

Per la prima volta da un anno e mezzo la Repubblica degli Stagisti torna a organizzare un evento in presenza. Si tratta di Best Stage, l’appuntamento annuale dedicato all’occupazione giovanile e ai più importanti fatti di attualità che riguardano il grande tema dell’accesso dei giovani al mondo del lavoro. Quest’anno il titolo del convegno è “gli stage dopo il Covid”, perché innegabilmente la pandemia ha inciso in maniera potente sulla vita dei giovani italiani, specialmente quelli che si apprestavano e apprestano a entrare nel mondo del lavoro.Gli ospiti di Eleonora Voltolina, fondatrice e direttrice della Repubblica degli Stagisti, quest’anno saranno tre: il giuslavorista Maurizio Del Conte, già presidente di Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, e oggi alla guida di Afol metropolitana, l’azienda speciale consortile per la formazione, l'​orientamento e il lavoro del territorio metropolitano milanese.Poi Paolo Romano, segretario metropolitano dei giovani democratici di Milano, che racconterà il grande lavoro portato avanti per presentare in Parlamento due proposte di riforma coordinata dei tirocini e dell’apprendistato: un’iniziativa dal titolo #LoStageNonèLavoro che ha raccolto oltre 50mila firme su Change.org e che si spera potrà portare miglioramenti sostanziali a livello normativo.La terza ospite sarà Cristina Tajani, assessora alle Politiche del lavoro, attività produttive, commercio e Risorse umane del Comune di Milano. Tajani, che ha annunciato di recente l’intenzione di non ricandidarsi alle elezioni comunali del prossimo autunno dopo due mandati prima nella giunta Pisapia e ora nella giunta Sala, ripercorrerà le iniziative e i progetti portati avanti in questi dieci anni con la Repubblica degli Stagisti, a partire dalla prima “mappatura” degli stage sul territorio milanese - realizzata proprio su commissione dell’assessorato e presentata nell’ormai lontano gennaio del 2012, quando Tajani era assessora da pochi mesi, e poi aggiornata nel 2019. Durante l’evento verranno anche premiate le aziende virtuose del network della Repubblica degli Stagisti che, nonostante l’anno difficile dovuto alla pandemia, hanno avuto performance eccellenti rispetto all’indennità di stage erogata, al tasso di assunzione post stage (oltre il 90%!) e alle assunzioni di giovani under 30 senza passare attraverso lo stage.Verrà anche presentata la nuova edizione della “Guida Best Stage”, pubblicazione elettronica, scaricabile gratuitamente sul sito della Repubblica degli Stagisti, che riassume le informazioni più importanti sul tema dello stage, con un quadro sintetico ed esaustivo della situazione normativa regione per regione, e che presenta una per una le aziende che fanno parte dell'RdS network. La Guida Best Stage, giunta alla sua settima edizione, è un supporto dedicato a tutti i giovani per gestire la propria ricerca di lavoro in maniera informata e responsabile, avere un'idea chiara del contesto di riferimento, e saper giudicare le offerte senza rischiare di cadere in situazioni poco chiare o senza sbocchi. Negli anni è stata scaricata da centinaia di migliaia di giovani, e l’auspicio è che anche questa edizione possa essere uno strumento utile per non sentirsi perduti nel mare magnum del mercato del lavoro… e del “mercato degli stage”.L’evento Best Stage sarà quest’anno l’occasione per fare il punto sulle difficoltà che i giovani italiani, specialmente gli stagisti e aspiranti stagisti, si sono trovati ad affrontare con la pandemia di Covid, e su come la situazione sta evolvendo e i possibili scenari per il futuro prossimo. «Questo è il primo evento "in presenza" dallo scoppio della pandemia» chiude Voltolina «e c'è una certa emozione nel tornare a vedere le persone... di persona!».L’appuntamento è per oggi pomeriggio alle 15 a Palazzo Reale [per le restrizioni dovute al Covid, l’ingresso è consentito solo a chi si è precedentemente accreditato online]

“Un'altra prospettiva”, lavorare in consulenza dopo una laurea umanistica: il corso accellerato di BIP e PoliMi

Torna il corso di formazione intensivo per laureati umanistici che vogliono dare una svolta digitale alla loro carriera. Dopo un anno di pausa, per ovvi motivi “pandemici”, la società di consulenza BIP organizza una nuova edizione del suo Bootcamp: una opportunità costruita insieme al MIP-Politecnico di Milano e dedicata appunto ha chi ha una formazione universitaria umanistica ma desidera buttarsi nel campo – professionalmente molto fertile – della consulenza d’impresa.Per l’ultima edizione, nel 2019, a Bip erano arrivate ben 200 application: l’azienda aveva poi preselezionato 50 candidati, che avevano svolto l’iter di selezione per poi arrivare alla rosa finale dei 15 ammessi al Bootcamp. Numeri un po’ ridotti per questa edizione 2021, per la quale le candidature sono aperte fino a venerdì 23 luglio: «In questa edizione la classe sarà composta da dieci persone, al fine di garantire un’allocazione ottimale sui progetti di BIP» spiega Ursula Buchmeiser, austriaca, in BIP da quattordici anni e oggi HR Transformation Lead. Il corso intensivo comincerà il 10 settembre e avrà una durata di un mese:  «Quest’anno concentreremo la didattica in quattro settimane sfruttando l’utilizzo di una innovativa piattaforma di apprendimento digitale (DHUB) sviluppata da MIP su tecnologia Microsoft. Tale approccio ci permetterà di coniugare la fruizione di pillole digitali in modalità asincrona, con live session gestite da docenti MIP e nostri esperti BIP». Rispetto alle edizioni passate, e forse anche a causa della spinta che la pandemia di Covid-19 ha dato alla didattica a distanza, quest’anno il 100% della formazione “in aula” sarà da remoto: «Siamo riusciti in questa edizione a costruire un approccio didattico estremamente innovativo, che coniuga diverse modalità di apprendimento e fruizione dei contenuti», conferma Buchmeiser, «come live session in digitale, online ed esercitazioni periodiche, per massimizzare l’efficacia della formazione e preparare i partecipanti alle sfide della consulenza».La fee di partecipazione è fissata a 1.500 euro, che idealmente sono “compensati” dai 2.400 euro di compenso per lo stage trimestrale (BIP, che da anni è una delle aziende virtuose dell'RdS network, offre ai suoi stagisti 800 euro al mese, che salgono a 1000 per i fuorisede) che segue il percorso di formazione in aula [Tutte le informazioni sui costi, il programma e le modalità di candidatura al Boot Camp sono disponibili in questa brochure e video di presentazione].Complessivamente dei 30 ex “bootcampini” – conteggiando insieme quelli che hanno partecipato alla prima edizione e quelli che hanno partecipato alla seconda – al termine dello stage BIP ha ne ha assunti a tempo indeterminato 22. L’iniziativa è quindi un vero e proprio canale di recruiting per l’azienda, che nel suo organico vuole affiancare ai “classici” neolaureati in economia e ingegneria anche giovani con background formativi e quindi anche una forma mentis differente.  E quando si dice “background differenti”, non lo si dice per dire: uno dei partecipanti all’ultima edizione, Paolo Napolitano, per esempio ha una laurea in Scienze Storico-Religiose con una tesi sul «Prototipo del sovrano giusto nella letteratura copta: i casi di Alessandro Mango e Costantino».«L’egittologia mi appassionava fin da piccolo» racconta lui alla Repubblica degli Stagisti: «Tutta colpa della leggenda della maledizione di Tutankhamun… E del film “La Mummia”! Anche se poi studiando ho scoperto che di veritiero in quel film non c’è quasi nulla, infatti ci sono rimasto un po’ male. Durante i due anni di magistrale mi sono appassionato di coptologia, cioè il mondo cristiano egiziano; ho fatto una tesi sperimentale e ho dovuto tradurre geroglifici».Passare dai geroglifici alla consulenza aziendale è un passo non da poco, ma Napolitano ha avuto un’intero clan a sostenerlo nella scelta di cambiare rotta: «In famiglia mia tutti sono consulenti e laureati in matematica, tranne mia madre che è avvocata. Tutti mi parlavano di consulenza, di quanto fosse stimolante la relazione con il cliente. I miei conoscevano Bip, mi hanno detto che era ottima e di provarci».L’impatto con il BootCamp è stato buono: «Ero convinto che la prospettiva manageriale fosse difficile, invece è stata appassionante, mi piaceva e quindi capivo bene l’aspetto strategico – acquisire e gestire clienti. Pensavo fosse una delle materie più difficili… e invece no. Stessa cosa per la settimana dedicata alla finanza: io ho grossi problemi con i numeri, ma il professore ha spiegato concetti difficili in materia molto chiara, anche attraverso esercitazioni e laboratori».Quando ha iniziato il BootCamp Napolitano aveva 24 anni (oggi ne ha da poco compiuti 26); giusto il tempo di finirlo, fare lo stage di tre mesi, venire assunto, ed è scoppiata la pandemia: «Per amore avevo scelto Milano come sede dello stage, trasferendomi da Pomezia, la mia città. Abbiamo vissuto il primo lockdown a Milano, e poi abbiamo deciso di tornare giù» – in una situazione più confortevole, anche in caso di eventuali lockdown successivi. Il trasferimento nella sede romana di BIP è stato chiesto e ottenuto immediatamente, senza problemi.Marta Longo, invece, sembra felice della sua sistemazione milanese: friulana d’origine, laureata alla prestigiosa scuola per Interpreti e traduttori di Trieste, tante esperienze di studio e lavoro anche all’estero nel curriculum, è arrivata al Bootcamp a venticinque anni. Già lavorava ma non era contentissima, «purtroppo mi stufo presto se non ho stimoli» ammette.«Fortunatamente ho avuto l’opportunità di partecipare a questo progetto e di dare un’altra prospettiva a un percorso che altrimenti sarebbe stato già scritto. Non dico che la scelta di studiare le lingue fosse stata casuale, a me le lingue piacevano!», confida, «Ma a diciott’anni non si hanno forse le idee troppo chiare». Oggi che ne ha ventisei farebbe una scelta diversa: «Mi affascinerebbe molto fare Ingegneria, o Biologia».Il BootCamp per lei è stata una esperienza entusiasmante: «Mi è piaciuto moltissimo tornare sui banchi perché lo fai con una testa diversa – all’università sei ancora un po’ giovane. Affronti le giornate in maniera diversa. Strategy è stata la materia che mi è piaciuta di più: il professore giovane e bravissimo». Del processo di selezione ricorda di avere fatto «un assessment con altre tre ragazze, una presentazione più un test di inglese, un test di logica e un test di cultura generale. Nel colloquio individuale mi chiesero quante lampadine ci fossero a Codroipo, il mio paese natale: era una domanda di logica. Il feedback della giornata di assessment l’ho avuto quasi subito, la settimana dopo: ero molto felice».«Per me il Bootcamp è stata una sfida tosta ma bella da affrontare» dice Paolo Napolitano: «Si conoscono persone del tuo stesso livello che stanno affrontando questa sfida con te, si crea team working. E poi Bip non ti lascia mai, qualsiasi problema chiami e ti aiutano». E se «un po’ di rimpianto» c’è nel non essere diventato professore di Egittologia, il mondo della consulenza spalancato da Bip sembra reggere molto bene al confronto.«Penso che per i laureati umanistici questa del BootCamp sia una possibilità di intraprendere una carriera meno convenzionale rispetto a quella prevista da un percorso come il nostro» chiude Marta Longo: «Io non volevo fare la traduttrice; con queste competenze ci sono molte più prospettive».

Minacce ai tirocinanti calabresi che protestano, i sindacati: “Non si può continuare a illuderli”

L'ultima forma di protesta per i tirocinanti negli uffici pubblici in Calabria l'ha ideata Saverio Bartoluzzi, coordinatore provinciale dell’Unione sindacale di base (Usb) di Vibo Valentia: una “presenza passiva”. Cioé entrare, firmare, ma poi non svolgere i propri compiti in quanto non affiancati da alcun tutor. «Il progetto di stage prevede che affianchino un dipendente: ma visto che non hanno né tutor né dipendenti da affiancare è automatica la loro presenza passiva». La protesta è stata interrotta poche ore fa con un comunicato dell'Usb, perché alcuni tirocinanti che avevano aderito hanno subito delle minacce. Nello stesso testo il sindacato ricorda che «in alcun modo i soggetti ospitanti possono imporre al personale tirocinante lo svolgimento di mansioni che spettano ai dipendenti pubblici assunti con regolare contratto di lavoro».Grazie al lavoro svolto negli ultimi anni dall’Unione sindacale di base è venuta a galla un’altra faccia della medaglia di questi tirocini: la raccolta dei comportamenti fuori norma a cui sono obbligati gli stagisti. «Nella macro area dei tirocinanti della funzione pubblica ci sono due categorie: gli amministrativi e gli addetti al verde», spiega Bartoluzzi alla Repubblica degli Stagisti: «I primi spesso sono nel protocollo mentre non dovrebbero protocollare visto che non possono sostituire un dipendente che non c’è. Mentre tra gli addetti al verde ci sono tirocinanti che guidano i mezzi, altri che usano la motosega, attrezzature che non dovrebbero essere utilizzate dai tirocinanti ma solo dai dipendenti. Gli stagisti addetti al verde per esempio dovrebbero solo tenere le buste, non usare le motoseghe. In un comune sulla costa il tecnico dell’ufficio è un tirocinante, un ingegnere laureato: il responsabile dirigente tecnico è in malattia da mesi. È lo stagista che porta in concreto avanti l’ufficio, che firma le carte, che ha nei fatti un ruolo che non potrebbe avere sulla carta». La descrizione spiega bene come questi non siano veri stagisti, ma dipendenti mascherati da anni da stagisti. Anche perché nella maggior parte dei casi sono persone over 30, spesso anche over 40, con esperienza lavorativa pregressa, finiti a fare uno stage in questi enti pubblici nella speranza di ritrovare il lavoro perduto, e rimasti impantanati in una serie di “proroghe” che li hanno immobilizzati nel ruolo improprio di stagisti per (anzi, da) anni.«Siamo convinti che si possa lavorare per una contrattualizzazione che porti poi a una stabilizzazione dei tirocinanti in Calabria, usando i fondi della blue economy e della green economy o con dei progetti ad hoc per la cura del verde o la digitalizzazione sia nel settore amministrativo che in quello dell’ambiente in cui utilizzare i fondi del Recovery plan». Bartoluzzi non ha dubbi: non si può continuare con nuovi tirocini, illudendo le persone. Ma anche l'opzione di lasciarle all’improvviso a casa, dopo anni, è altrettanto improponibile per lui.La vicenda è quella dei tirocinanti negli uffici pubblici in Calabria, di cui la Repubblica degli Stagisti segue da tempo gli sviluppi. A occuparsene di recente era stato Graziano Di Natale, segretario-questore dell’assemblea regionale della Calabria, con una proposta di provvedimento amministrativo, che mirerebbe a usare i fondi del Pnrr per procedere all’assunzione diretta a tempo indeterminato da parte degli enti pubblici di questi stagisti attraverso contratti a tempo parziale.Il tempo però stringe e nel concreto ad oggi non si è arrivati a nulla per risolvere l'annosa questione dei 6mila e passa tirocinanti calabresi. Sul numero totale, peraltro, non si è mai arrivati a un censimento reale della platea; e di conseguenza spesso in passato sono stati emanati provvedimenti che si basavano su cifre probabili ma non certe. «Pensavano che il numero totale fosse 6.522 ma dagli ultimi conteggi dovrebbero essere 6.700: 2mila ministeriali e 4.700 tirocini di inclusione sociale», spiega Bartoluzzi.«Il 28 giugno si è già concluso un tirocinio in un comune in provincia di Reggio Calabria», continua, «l’ultimo tirocinio di inclusione sociale finisce il 23 dicembre, ma il grosso numero arriverà a conclusione tra fine giugno, fine luglio e fine agosto, quindi una gran parte di stagisti entro la fine dell’estate non verrà più pagata». Anche se proprio sulla questione pagamento, il sindacalista fa notare come «ad oggi stanno aspettando gli ultimi tre mesi di rimborso spese».C’è un particolare non di poco conto che va precisato: non sono tirocini normali quelli che ora volgono al termine. Ma sono stage “abnormi” cominciati in alcuni casi sette-otto anni fa, partiti come progetti regionali e poi passati sotto la gestione di vari ministeri. Prorogati contra-legem di anno in anno, in barba a tutte le normative sugli stage, con l’obiettivo di non mettere di punto in bianco in mezzo ad una strada persone che, seppur con un rimborso spese minimo di 400-500 euro al mese, ormai di quel tirocinio avevano fatto una “professionalità”. Stagisti che come detto non hanno più vent’anni, che in molti casi erano già fuoriusciti dal mercato del lavoro e che oggi hanno anche più di cinquant'anni e difficilmente riuscirebbero a trovare un’occupazione in piena crisi economica, soprattutto dopo anni di tirocinio che consente un inserimento solo in quel tipo di ufficio. I tirocinanti di cui si sta parlando sono distribuiti praticamente in tutti gli uffici pubblici della Calabria e consentono da anni il normale svolgimento delle più svariate mansioni e il funzionamento degli enti. «Sono divisi in quattro categorie e come Usb abbiamo deciso di organizzare quattro eventi che vadano ognuno a intaccare il settore specifico. Per i tirocinanti della giustizia abbiamo deciso di incontrare il presidente della Corte, Nicola Gratteri, mentre per quelli presenti negli uffici del ministero dell’istruzione di incontrare il provveditorato regionale».Pur rientrando tutti nella macro categoria di tirocinanti, infatti, si tratta di soggetti partiti negli anni con bandi diversi che riguardavano appunto quattro aree. Per ognuna Bartoluzzi individua le criticità più evidenti: «I tirocinanti della giustizia hanno accesso a dati molto sensibili che non dovrebbero essere in mano a uno stagista, come sapere chi è sotto processo. Nei comuni rilasciano addirittura le carte d’identità e sappiamo bene che se facessimo una denuncia all’ispettorato del lavoro facendo presente che uno stagista ha rilasciato un documento potrebbe anche venir fuori che questo documento non sia valido: quindi oggi in Calabria abbiamo migliaia di documenti non validi». Non solo, i tirocinanti Miur assistono i disabili nelle scuole «mentre anche questo dovrebbe farlo solo un dipendente. E poi gli stagisti del ministero della cultura portano avanti i musei, gestendoli direttamente, talvolta senza dipendenti statali».L’Unione sindacale di base segue questa vertenza da un anno organizzando diverse manifestazioni e a ottobre dell'anno scorso era riuscita ad ottenere anche un incontro con l’ex ministro del Sud Provenzano con cui era cominciato un dialogo, poi interrotto in seguito anche ai cambi al governo. Anche in questo caso l’Usb aveva portato avanti la necessità della stabilizzazione senza concorsi. Per spiegare come per alcune figure sia un processo normale Saverio Bartoluzzi l'esempio degli addetti al verde pubblico, per i quali non c’è «bisogno di lauree o altri titoli». E ritorna sull’inadeguatezza dei concorsi pubblici per coprire i posti ricordando il flop della selezione organizzata dal ministro Brunetta: «Almeno in Calabria su 6.500 tirocinanti oltre mille, forse millecinquecento sono laureati e ben inseriti come nell’area del ministero della Cultura, quindi si poteva già attingere da lì».Qualcosa a livello politico sembrava essersi mosso a settembre 2020 con un’assemblea di tutti i sindacati e l’assessore al lavoro Fausto Orsomarso. Sul tavolo c’era un’idea di contrattualizzazione su cui erano d’accordo tutti. «Siamo andati a Roma a chiedere un tavolo interministeriale ottenuto subito. Ne sono partiti quattro fino ai primi di giugno. Orsomarso aveva sempre parlato di una proposta di contrattualizzazione a tre anni per 18 ore settimanali ma la proposta dagli emendamenti presentati non c’è. Perciò abbiamo deciso di rompere il dialogo con l’assessore».Al momento in commissione bilancio alla Camera dei deputati sono stati presentati degli emendamenti al decreto Sostegni bis da Francesco Cannizzaro,  esponente di Forza Italia, che saranno in discussione da oggi, primo luglio. Inizialmente bocciati e poi riammessi, consentirebbero per i tirocinanti in Calabria del ministero della Giustizia, dell’Istruzione e della Cultura l’assunzione a tempo determinato da parte delle amministrazioni statali  anche con contratti di lavoro a tempo parziale, nei limiti della dotazione organica, attraverso selezioni riservate o procedure concorsuali riservate. Bartoluzzi è però scettico: «Gli emendamenti presentati da Cannizzaro per mano di Orsomarso potrebbero andare bene per i tirocinanti ministeriali, quindi Mic, Giustizia e Miur, perché parlano di una contrattualizzazione e assorbimento tramite i ministeri. Ma per i tirocini di inclusione sociale, circa 4.700, sarebbe un grosso problema perché dalla richiesta iniziale di 200 milioni di finanziamento, nell’emendamento presentato si è passati a dieci milioni di euro a cui si dovrebbero aggiungere ulteriori diciotto milioni dalla Regione Calabria per una proroga di dodici mesi. Non servirebbe a nulla. Ci sarebbe solo un’ulteriore agonia di un anno per questi stagisti». Sempre gli emendamenti di Cannizzaro affiderebbero l’organizzazione delle selezioni o procedure concorsuali al Formez e l’Usb si dice contraria a ulteriori avvicinamenti di altri enti «che servono a fare un giro di soldi che nulla porta al fine della contrattualizzazione».Nel frattempo l’Unione sindacale di base è pronta a tornare di nuovo in piazza. Finita da poche ore la presenza passiva, ora «ci saranno incontri con sindaci e parlamentari. Continueremo a manifestare e creare disagio perché solo in questo modo in poche ore otteniamo molte più risposte che in mesi e mesi di attesa». Il prossimo appuntamento è fissato per lunedì 5 luglio a Roma presso la sala stampa della Camera dei deputati e lunedì successivo, il 12 luglio, l'Usb dovrebbe incontrare i parlamentari calabresi, i sindaci e tutte le figure regionali più importanti dei ministeri interessati.Marianna Lepore

Rapporto Almalaurea 2021, meno lavoro per i laureati a causa della pandemia

«Un paese ad alto tasso ereditario, con punte medievali» quello rappresentato dalla platea dei laureati, secondo il presidente di Almalaurea Ivano Dionigi, intervenuto alla presentazione del rapporto Almalaurea 2021, indagine sulla condizione occupazionale di 665mila laureati. Sono i dati a dirlo: solo un quinto di chi si è laureato nel 2020 – il 21,9 per cento – proviene da famiglie svantaggiate, in cui i genitori svolgono professioni come operai o addetti commerciali. Il restante 80 per cento è composto da figli della classe media occupati in professioni impiegatizie o autonome (circa la metà del totale), oltre a un 22 per cento di giovani di elevata estrazione sociale, con genitori imprenditori, liberi professionisti e dirigenti. Una fascia che diventa ancora più folta, il 33 per cento, nelle lauree magistrali a ciclo unico, quelle in cui il periodo di studio è più lungo. Con un trend che sembrerebbe in crescita se i laureati con almeno un genitore con un titolo universitario erano il 26 per cento dieci anni fa e sono oltre il 30 oggi.  «Non è stato fatto abbastanza» commenta il professore: «Il diritto allo studio non è solo esonero delle tasse, ma anche il pagamento dei libri, il vitto, l'applicazione insomma dell'articolo 34 della Costituzione che prevede che i capaci e meritevoli devono poter accedere i gradi più alti degli studi». Un ascensore sociale «che si è arrestato, e non da quest'anno». Non è tutta colpa del Covid, dunque.La famiglia influisce quasi sempre sulla scelta del tipo di corso di laurea: chi si iscrive a un corso magistrale, sottolinea il rapporto, ha nel 44 per cento dei casi almeno un genitore laureato. E poi sulla facoltà, la stessa del genitore il 40 per cento delle volte. «Sono le famiglie a decidere per il figlio, bisogna lavorare sull'orientamento» commenta ancora Dionigi. Di pari passo vengono confermate le differenze di genere e territoriali. Gli uomini continuano a essere facilitati, con il 17 per cento in più di possibilità di trovare lavoro a un anno dalla laurea. E ciò nonostante le donne occupino ormai stabilmente la quota maggioritaria dei laureati, circa il 58 per cento. In più chi risiede al Nord ha almeno il 30 per cento di possibilità in più di essere occupato rispetto agli originari del Sud, «che rischia di diventare un guscio vuoto» rilancia il presidente di Almalaurea.Il rapporto segna poi un altro dato negativo, che è quello – prevedibile – degli effetti della pandemia sull'occupazione, scesa di circa 4,9 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 3,6 punti per quelli di secondo livello a un anno dal titolo, che risultano occupati nel complesso quasi nel 70 per cento dei casi. Marginali invece gli effetti su chi si è laureato da cinque anni e quasi sempre conta su un posto di lavoro (la percentuale è dell'88 per cento). Una fascia che ha tenuto di più «perché già inserita in un contesto lavorativo». In definitiva la pandemia, si legge nel rapporto, «pare aver colpito non tanto la qualità del tipo di occupazione trovata, quanto le opportunità di lavoro». Qualche buona notizia c'è. Per esempio il numero degli immatricolati, che dopo il crollo registrato negli anni 2013-2014 è risalito ai livelli del 2003, con gli attuali 327mila iscritti. Visto da un'altra ottica il numero non è però così roseo: solo il 40 dei 19enni si iscrive all'università e l'Italia resta così in fondo alla classifica per numero di laureati. «Siamo penultimi prima della Romania – dove però il tasso cresce – con il 27 per cento della popolazione in possesso di questo titolo» fa sapere Dionigi. «La media Ue è del 40, la Francia ha quasi la metà dei trentenni laureati». Un nodo che poi si riflette nel reclutamento, perché da noi «solo il 18 per cento di chi è impiegato nelle alte professioni ha la laurea, così come solo un quarto dei manager di azienda». E spesso «chi è diplomato non assume il laureato». Non a caso «sono pochi gli studenti esteri a venire in Italia». L'altra buona notizia è l'aumento, seppur lieve, delle retribuzioni, che passano a una media di 1.270 euro mensili per i laureati di primo livello contro i 1.364 per quelli di secondo, sempre a un anno dal titolo, salendo più o meno del 6%. A cinque anni dalla laurea lo stipendio medio cresce ancora, toccando rispettivamente 1.469 e 1.556 euro, con un aumento di circa 4 punti rispetto all'anno scorso. Un altro spiraglio sul futuro arriva dalla richiesta di curriculum alla banca dati Almalaurea da parte delle aziende. «Dopo il consistente decremento rilevato nei mesi primaverili del 2020» è scritto nel rapporto, «continuano progressivamente ad aumentare, fino a raggiungere le cifre record di quasi 117mila cv a marzo e di 115mila a maggio 2021».Segnali di ripartenza dunque. E pur in un contesto in cui lo smart working è esploso (arrivato al 30 per cento per i neolaureati di oggi), resta però la preoccupazione degli effetti sui giovani della didattica a distanza, «soprattutto per le matricole, quelle che hanno iniziato il percorso universitario allo scoppio dell'emergenza Covid, senza aver mai frequentato in presenza» sottolinea Dionigi. E che adesso sembrano impigriti e restii a voler tornare in presenza, come testimoniano le aule restate vuote. «Lo smartphone e il pigiama hanno fatto grossi danni, pur essendo sul momento un male necessario». La scuola «è stata messa dopo le messe in piega» denuncia il presidente, «chiudendo più di tutti». E adesso i ragazzi «hanno buchi culturali e cicatrici». E il rischio è che «chi è soggetto a dispersione si arrenda». Ilaria Mariotti 

Calabria, la proposta: 100 milioni all'anno del Recovery fund per assumere negli enti pubblici 7mila ex “superstagisti”

Usare circa 100 milioni all'anno dei fondi del recovery fund per assumere nelle pubbliche amministrazioni calabresi 7mila ex “superstagisti”: persone disoccupate che da anni vengono tenute in stage (ormai di durata completamente sproporzionata rispetto ai massimi previsti dalle normative) negli uffici giudiziari e in molti altri enti pubblici.Del caso dei tirocinanti in Calabria la Repubblica degli Stagisti si è occupata più volte negli ultimi anni. Stage che non riguardano solo il caso eclatante degli uffici giudiziari, ma che coinvolgono anche tutti gli altri uffici pubblici. Ora in attesa che qualcuno riesca a risolvere il problema c’è una nuova proposta che questa volta arriva da Graziano Di Natale, della lista Io resto in Calabria con Pippo Callipo presidente, 45 anni, segretario-questore dell’assemblea regionale della Calabria.La proposta di provvedimento amministrativo, numero 106, è stata depositata in Regione il 26 aprile e presentata pochi giorni fa anche nella sala conferenze stampa della Camera dei Deputati con l’intervento, tra gli altri, di Flora Fante, membro della Commissione lavoro alla Camera, che ha assicurato che esaminerà la proposta come spunto per eventuali altri provvedimenti. Di Natale propone di stabilizzare i tirocinanti calabresi, ex percettori di mobilità in deroga, e di farlo grazie ai fondi del PNRR. Intendendo per stabilizzazione, si legge nel testo della proposta di legge, «quella procedura di cui si avvalgono le pubbliche amministrazioni per regolarizzare la posizione lavorativa dei così detti precari, riservando posti in favore del personale previamente assunto con contratti flessibili a tempo determinato».«Fino ad alcuni mesi fa, dato l’elevato numero di stagisti interessati e la crisi economica in cui versa il nostro Paese, era improponibile pensare all’avvio di un processo di stabilizzazione dalla portata così ampia» spiega Di Natale alla Repubblica degli Stagisti: «Tutto è però cambiato quando sono state tracciate le misure prioritarie del Recovery Plan, poi declinato nel nostro Pnrr, ponendo l’accento sul rilancio dell’occupazione. A quel punto si è aperto uno spiraglio ed è nata la mia proposta di legge». Di Natale non dimentica che c’è stato «un vero e proprio abuso dell’istituto del tirocinio che dovrebbe rappresentare solo un momento formativo». E nella premessa della sua proposta di legge evidenzia che «il rapporto di tirocinio in questi anni ha dissimulato un vero e proprio contratto di lavoro subordinato equiparabile ad un contratto flessibile di cui possiede oggetto, finalità e modalità esecutive» e che «l’utilizzo distorto che oggi si fa di questo istituto richiede una correzione normativa».L’obiettivo della proposta di legge è «indicare, attraverso l’applicazione dell’Istituto della stabilizzazione, un percorso che permette di poter gradualmente inserire i tirocinanti in un contesto normativo che possa tutelarli e tutelare l’Ente rispetto a un’enorme mole di contenzioso che si potrebbe innescare da parte degli stessi tirocinanti». «La proposta include tutti i 7mila ex percettori di mobilità in deroga», precisa Di Natale e prevede all’articolo 3 la possibilità per enti territoriali e pubbliche amministrazioni che hanno vuoti di organico e hanno già ospitato questi stagisti  di «procedere all’assunzione diretta a tempo indeterminato con contratto a tempo parziale» di questi soggetti «con diritto di essere stabilizzati».«La nostra proposta di legge tenta di trovare applicazione attraverso una legge speciale che superi gli ostacoli previsti dall’articolo 20 della riforma Madia del 2017 che stabilisce, tra i vari vincoli, avere tre anni di esperienza anche non continuativi. Solo una legge speciale, infatti, può superare questi ostacoli in quanto preposta a regolare particolari circostanze rappresentate dalla mancanza dei requisiti da parte dei tirocinanti. È evidente che il requisito di “aver maturato almento tre anni non continuativi su otto”, per l’iter procedurale scelto, risulti completamente irrilevante», precisa Di Natale, assicurando che «la proposta di provvedimento vale per tutti o per nessuno».Il testo fa riferimento ai tre anni come previsto dalla riforma Madia, alla base per una possibile contrattualizzazione, ma in pratica a detta del consigliere in questa precisa casistica questo elemento non sarà preso in considerazione. Quindi: contrattualizzazione per tutti, anche se in realtà – si legge nel testo della proposta di legge – le pubbliche amministrazioni dovranno rispettare i vincoli finanziari e tenere in considerazione la programmazione del fabbisogno di personale e i posti in dotazione. L’eventuale assunzione, se la legge dovesse essere approvata - si verificherà solo rispettando tutte le premesse.Per affrontare una spesa ad oggi sempre rimandata anche per l’assenza di fondi con cui pagare eventuali contratti di lavoro ci sarebbero sul piatto circa 197 milioni di euro determinati per il 2022 e il 2023 provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, dal fondo finanziamenti per la decontribuzione Sud e dal Programma nazionale di Garanzia di occupabilità. Per realizzare il progetto di assunzioni ne servirebbero circa 100 all'anno. Nel testo della proposta di legge si prevede che queste persone saranno inquadrate nella categoria giuridica B, per 18 ore settimanali per due annualità al costo annuo di circa 14mila euro pro capite, quindi quasi 1.200 euro al mese. Di Natale non specifica però se nel costo siano compresi i contributi e l’eventuale tredicesima e quattordicesima. La gran parte delle risorse, più di 80 milioni di euro, si legge sempre nel documento, arriveranno dal fondo della missione 5 del Piano nazionale di ripresa e resilienza del Recovery Plan, quindi in questo senso non può dirsi definitiva visto che bisognerà prima verificare l’esito delle procedure di approvazione dei piani di recupero e resilienza da parte del Consiglio europeo.Di Natale assicura che terminati i due anni i tirocinanti non ritornerebbero nel limbo del rinnovo del contratto perché «i fondi del recovery potranno accompagnare questo importante processo di stabilizzazione fino al 2026, tempo necessario affinché possano implementarsi le diverse azioni a partire dalle misure del Pnrr e da quanto previsto dai diversi provvedimenti legislativi prossimi all’emanazione, come la riforma della pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, della giustizia. E poi» aggiunge, «ci sono i fondi comunitari ordinari in seno ai Por e Pon finalizzati alle politiche attive del lavoro, quelli della legge di Bilancio 2021 che prevede misure finanziate dal piano ReactEU che ha previsto l’istituzione del programma garanzia di occupabilità dei lavoratori e il fondo finanziamenti per la decontribuzione Sud». Flussi finanziari che a suo dire «lasciano intravedere una prosecuzione che va oltre i due anni precauzionalmente indicati».In realtà sono anni che questi stagisti anomali – per età, ripetizione delle mansioni e rinnovo del tirocinio contra legem – intravedono soluzioni mai realmente concretizzate. Di Natale, però, assicura che proprio riguardo all’aspetto finanziario la sua proposta sia molto articolata e preveda diverse strategie che richiedono un coinvolgimento interministeriale. E ne elenca alcune: «Le iniziative di politica attiva del lavoro rivolte ai giovani e alle donne, che potrebbero riservare un canale privilegiato ad alcuni di questi stagisti. Certo gli under trenta nel caso specifico sono una parte minimale rispetto al numero complessivo. Ma quelli con un’età più vicina alla pensione potrebbero approfittare delle politiche che favoriscono il ricambio generazionale attraverso soluzioni che anticipano l’età pensionabile e garantiscono la cosìdetta indennità di accompagnamento alla pensione fino ai 67 anni». E poi la proposta più volte in passato avanzata e applicata anche negli ultimi concorsi pubblici del ministero della giustizia, di riservargli una corsia privilegiata nei futuri concorsi. Tutto questo, però, non si concretizza automaticamente con questa proposta di legge. Ma con un provvedimento legislativo da fare in seguito, per cui Di Natale dice che si batterà, ma che di fatto resta solo una ipotesi.Non dovranno, a suo dire, però verificarsi altre storture come questa, perciò chiarisce che il tirocinio richiede una correzione normativa così come raccomandato dalla Corte di giustizia europea per dare dignità agli stagisti.La proposta di legge non ha, però, scaldato gli animi e la triplice sindacale calabrese rappresentata da Angelo Sposato, Cgil, Tonino Russo, Cisl e Santo Biondi, Uil, l’ha definita una legge parziale perché, appunto, mancherebbe di una visione organica del futuro professionale dei tirocinanti.La dotazione finanziaria reale della proposta, infatti, dovrà essere definita solo «ad esito delle procedure di approvazione dei piani di recupero e resilienza del quadro finanziario pluriennale 2021-27 da parte del Consiglio dell’Unione europea» si legge nel testo del provvedimento, al quale è collegato il Recovery Fund e solo «ad esito dei provvedimenti applicativi, statali, dei fondi provenienti dal Pnrr» e di quelli relativi al Programma nazionale. In pratica se le risorse ci saranno è presto per dirlo, perciò il piano sembra non avere basi solidi su cui svilupparsi. A fine maggio gli stagisti erano tornati a protestare davanti alla sede della Regione Calabria, a Catanzaro, affiancati dai sindacati Usb e Csa. Proprio in quella sede Patrizia Curcio, del Csa, aveva specificato che «la richiesta dei tirocinanti non è la stabilizzazione, perché è un procedimento che richiede un tempo lungo. Chiediamo il riconoscimento di una dignità lavorativa attraverso la contrattualizzazione, primo passaggio per acquisire un titolo negli ambiti lavorativi nei quali prestiamo servizio». Nel frattempo in Regione l'assessore al lavoro Fausto Orsomarso è riuscito a far istituire un tavolo tecnico a Roma presso il Dipartimento della Funzione pubblica, promosso dalla Regione Calabria e da alcuni deputati calabresi di Forza Italia. I primi incontri ci sono stati alla fine di aprile e dalle parole dell’assessore sembra abbiano dato un esito positivo, attraverso una normativa ad hoc che tenga presente le diverse categorie di tirocinanti e le diverse età anagrafiche. Tutto dovrebbe concludersi, come è facile immaginare, prima delle elezioni previste ad ottobre. La Repubblica degli Stagisti ha provato a contattare l’assessore Orsomarso per sapere a che punto fosse la trattativa, ma non ci è stata concessa un’intervista. L’assessore ha solo detto che «c’è finalmente un tavolo aperto interministeriale, lo chiedevo dal 7 settembre quando mi sono insediato e finalmente lo abbiamo ottenuto. Lavoriamo in silenzio, sperando che sulla nostra proposta di contrattualizzazione arrivi una risposta a breve».Intanto gli stagisti continuano a manifestare. L’ultima protesta è della settimana scorsa: martedì 15 giugno centinaia di tirocinanti sono scesi lungo la strada che porta all’aeroporto di Lamezia Terme per uan dimostrazione pubblica organizzata dall’Unione sindacale di base, bloccando il traffico e protestare contro la Regione e la mancanza di risposte occupazionali.Marianna Lepore

Lauree abilitanti, il ddl in aula a fine giugno: «Niente più esame di Stato per chi ora è al terzo anno»

Niente più esame di Stato ma accesso diretto alla professione. Una laurea abilitante in principio prevista solo per i medici con il decreto Cura Italia, e che riguarderà in futuro – grazie anche a quanto sottoscritto nel Recovery Plan definitivo - pure i percorsi per odontoiatra, farmacista, veterinario, psicologo, geometra, agrotecnico, perito agrario e perito industriale. Salvo sorprese dell'ultima ora dovrebbero essere queste le facoltà per cui sarà soppresso l'esame di abilitazione, conferma alla Repubblica degli Stagisti Manuel Tuzi, 33enne deputato M5S in Commissione Cultura e relatore del disegno di legge Manfredi  attualmente in discussione in Parlamento, approvato a ottobre 2020 sotto l'allora governo (Conte II). «Siamo in fase di trattativa» fa sapere Tuzi: «Per queste lauree abbiamo la certezza, per altre ne stiamo discutendo». Probabile sarà però l'inserimento di «chimici e fisici, oltre a un articolato che preveda la possibilità per i singoli Ordini professionali di fare richiesta per un accesso diretto alla professione post laurea» prosegue il parlamentare: «Una modalità aperta per favorire l'adesione al nuovo sistema anche in una fase successiva». E che stando al testo attuale dovrebbe riguardare le professioni di tecnologo alimentare, dottore agronomo e dottore forestale, pianificatore, paesaggista e conservatore, assistente sociale, attuario, biologo, chimico e geologo. Titoli che, è scritto nel ddl, «possono essere resi abilitanti, su richiesta dei consigli dei competenti ordini o collegi professionali o delle relative federazioni nazionali». Scopo primario: accelerare il processo di entrata nel mercato del lavoro per i giovani. «L'obiettivo è semplificare l'iter, che così com'è è presente quasi esclusivamente in Italia, comportando un rallentamento per l'occupazione giovanile» osserva Tuzi. Il che non significa abbassare gli standard della preparazione, ma riformulare il tipo di formazione: «Il testo attuale prevede che l'abolizione dell'esame di Stato corrisponda con un tirocinio professionalizzante da svolgere nel corso degli anni accademici».«Nell'ambito delle attività formative professionalizzanti previste per le classi di laurea magistrale di cui al comma 1» si legge infatti all'articolo 1 del disegno di legge, «almeno trenta crediti formativi universitari sono acquisiti con lo svolgimento di un tirocinio pratico-valutativo interno ai corsi di studio». Vale a dire, i trenta crediti acquisiti con il tirocinio professionalizzante andranno a sostituire l'esame vero e proprio di abilitazione. Sarà poi ogni corso a indicarne le modalità «nell'ambito della disciplina delle citate classi e dei regolamenti didattici di ateneo dei relativi corsi di studio» è scritto ancora.Non solo, ma nella seduta di laurea con tutta probabilità «sarà inserita una prova pratico-valutativa» specifica il relatore. Una sorta di piccolo esame che confermi insomma l'abilitazione alla professione. Aspetti però «su cui si sta discutendo, anche per capire se la seduta di laurea sia il momento giusto per il loro svolgimento». Maggiore sicurezza c'è invece sulle tempistiche secondo Tuzi. «Il testo sarà in aula il prossimo 21 giugno», dopodiché «l'iter tra Camera e Senato dovrebbe essere veloce perché la legge è collegata a un'altra riforma relativa alle classi di laurea». Ci sarò quindi una norma transitoria «in fase di elaborazione», per cui chi si laurea entro l'anno finirà con le modalità classiche. Probabile invece che rientreranno nella nuova normativa «gli studenti che stanno al momento frequentando il terzo anno». Una cosa è sicura però, a non rientrare nelle previsioni del disegno di legge – né ora né in futuro – saranno almeno tre titoli: avvocati, notai e commercialisti. Lo confermano sia Tuzi che Antonio De Angelis, 40enne presidente di Aiga, associazione italiana dei giovani avvocati. «L'esame da avvocato ci sarà sempre» asserisce De Angelis, «tra le lauree abilitanti non c'è Giurisprudenza e non ci sarà come ha espressamente chiarito il ministero dell'Istruzione». Una prova per l'abilitazione da avvocato al momento riformata – a causa dell'emergenza Covid – e passata dai tre scritti e un orale a una doppia prova solo in forma orale. Una formula temporanea, destinata forse a cambiare di nuovo in futuro.«Al momento ci sono due proposte di legge in discussione in Parlamento sulla riforma dell'esame da avvocato» spiega De Angelis. «Speriamo che una volta superata la crisi sanitaria si torni a affrontare la questione». L'auspicio per i circa 26mila giovani italiani che ogni anno attendono l'abilitazione alla professione forense «è che si dia il via a una riduzione delle prove scritte, passando da tre a una, eliminando i due pareri e lasciando solo l'atto giudiziario, che è poi quello che si fa durante la pratica». In aggiunta per Aiga la speranza è che «si passi da una a due sessione all'anno di esame, per consentire a chi non passa» prosegue De Angelis, «una doppia chance». Ilaria Mariotti 

Expat italiani nel mondo, vi va di condividere le vostre best practice?

Un appello agli italiani all’estero, specialmente ai giovani. Raccontare le “Best Practice”: le iniziative, i progetti, le idee che ogni giorno migliorano/aiutano/arricchiscono la vita degli italiani all’estero.Gli italiani ufficialmente residenti all’estero sono quasi cinque milioni e mezzo. Ovviamente tra loro vi sono i figli e i nipoti di chi è emigrato decenni fa: per le nostre regole sulla cittadinanza infatti si mantiene il diritto di avere il passaporto italiano grazie alla discendenza – lo ius sanguinis, contrapposto nel dibattito politico allo ius soli che è invece il diritto di cittadinanza in base al territorio in cui si nasce/vive.Ma vi sono anche tantissimi italiani che negli ultimi anni hanno deciso di trasferirsi all’estero: l’ultima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo, uscita a ottobre 2020, racconta che gli iscritti all’Aire – l’anagrafe dei residenti all’estero – sono aumentati del 7,3% nell’ultimo triennio. E da notare che non tutti quelli che partono, ovviamente, si iscrivono all’Aire all'istante: alcuni fanno passare addirittura anni prima di fare questo passo (che in realtà sarebbe obbligatorio entro i primi 12 mesi dall’espatrio).Ancora nel RIM 2020 si scopre che “nel corso del 2019 hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali, per solo espatrio, 130.936 connazionali (+2.353 persone rispetto all’anno precedente)”. Quel “per solo espatrio” vuol dire che sono già esclusi da questo numero gli oltre 91mila bambini che iscritti nel 2019 all’Aire “di diritto”, cioè perché nati all’estero da genitori con passaporto italiano.Dei quasi 131mila espatriati dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019, “il 40,9% ha tra i 18 e il 34 anni”: vuol dire che sono quasi 54mila gli under 35 andati via dall’Italia nel solo 2019. “In generale, gli emigrati hanno un’età mediana di 31 anni per gli uomini e 29 anni per le donne”. Un trend in continua crescita da molti anni.Ora c’è una “chiamata” per loro. Per chi vive altrove da molti anni o anche solo da poco, la Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) ha una proposta. Segnalare i progetti più innovativi che hanno incontrato nella loro vita all’estero che riguardano “famiglie, bambini,  lingua e cultura italiana, lavoro, accoglienza”. Progetti organizzati da italiani, iniziative singole o portate avanti da soggetti istituzionali – come i consolati, per esempio – o non istituzionali come associazioni, reti etc. C’è un sito apposta per raccogliere i progetti: Nuovemigrazioninuovepratiche.it.L’obiettivo è la “circolarità”: far conoscere le best practice, far circolare le informazioni, in modo che un territorio possa fungere da pungolo o da ispirazione per un altro territorio.Qualche esempio? I Newcomers Network Party portati avanti dal Comites di Monaco di Baviera, gli incontri di Primo Approdo di San Paolo, Parigi, Londra. Ma anche lo sportello del lavoro, iniziativa sempre della Baviera per aiutare i cittadini italiani a non finire nei tranelli del lavoro nero o a condizioni di precarietà e fragilità per la mancata conoscenza della lingua. E proprio a proposito di lingua, e del desiderio di chi vive all’estero di mantenere e far mantenere ai propri figli e nipoti la conoscenza dell’italiano, c’è un altro esempio: una comunità di una ventina di famiglie di Essen, in Germania, che si è riunita attorno al bel progetto italiano “Nati per leggere” e che, approfittando della disponibilità della Biblioteca comunale Sala Borsa di Bologna e dei frequenti rientri di alcuni dei suoi membri, approvvigiona incontri di lettura e prestiti di libri per bambini e ragazzi con sempre nuovi arrivi e in maniera gratuita. Oppure, al contrario in un certo senso perché in questo caso la lingua di cui si parla non è quella di provenienza ma quella di destinazione, il progetto Itau Family, che sta per “Famiglia Italoaustraliana Online”, che ha creato un canale You Tube con consigli per superare l’esame di lingua piuttosto ostico che viene richiesto ai giovani italiani che si trasferiscono in Australia. Altro esempio ancora, il blog “Mamme di cervelli in fuga”: una rete di genitori che si scambiano consigli e suggerimenti su come vivere e reinventare la genitorialità quando i figli sono lontani. «La nuova emigrazione ha dato prova di creatività nel trovare mezzi di mutuo soccorso, di capacità di connessione, di voglia di dimostrare attaccamento all'Italia» dice Maria Chiara Prodi, da anni residente a Parigi e presidente della Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del CGIE: «Tutta questa creatività rischia di disperdersi, mentre, grazie al ruolo della rappresentanza di base degli italiani all'estero, ha il potenziale per venire in aiuto a tanti altri gruppi informali e per essere valorizzata nel lavoro di collaborazione con istituzioni ed associazioni storiche dell'emigrazione italiana».Per partecipare raccontando la best practice “preferita” basta collegarsi al sito Nuovemigrazioninuovepratiche.it e compilare un breve form. E non serve nemmeno essere iscritti all’Aire, nessuno si formalizza: dunque possono partecipare anche tutti coloro che vivono di fatto all’estero ma non l’hanno ancora ufficializzato con il cambio di residenza; e anche quelli che dopo un periodo all’estero sono tornati in Italia. «Aiutateci a raccogliere le iniziative più belle e a metterle in circolo!» è l’appello che Maria Chiara Prodi. Expat, battete un colpo!

Aumentare il numero di donne nelle professioni tecnico scientifiche, Assolombarda ci prova con Steamiamoci

Ci sono ancora troppe poche donne che fanno mestieri tecnico-scientifici. Il che, con buona pace di chi è rimasto al Medioevo e vorrebbe le donne ancora solo angeli del focolare, non è un bene per l'economia e per la società. Alla fine del 2016, per incentivare le ragazze a scegliere percorsi formativi “steam” (che sta per Science, Technology, Engineering, Arts, Mathematics) Assolombarda – l'associazione confindustriale che raggruppa quasi 7mila imprese che operano nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza, Pavia – ha lanciato STEAMiamoci. Si tratta di un progetto che vuole essere «soggetto promotore, nonché agente catalitico e sintesi di iniziative che hanno l’obiettivo di mobilitare e valorizzare anche i talenti femminili nelle professioni tecnico scintifiche» riassume alla Repubblica degli Stagisti Anna Carmassi, tra le cinque donne di impresa – insieme a Emanuela Calderoni, Lara Botta, Laura Rocchitelli, Marzia Maiorano e Francesca Del Bo – che ha lanciato il progetto e oggi project leader di STEAMiamoci. Nel nome, «che vuole essere un’esortazione, l’acronimo STEM si completa con la A di arte, per includere ogni aspetto del sapere».Nel mondo la percentuale femminile occupata in ruoli Stem si aggira attorno al ventiquattro per cento e scende al 19 in ruoli manageriali, secondo un’indagine Linkedin. Negli Stati Uniti solo il 14 per cento di tutti gli ingegneri e un quarto di tutti i professionisti IT è donna. In Italia nell’Ict le donne impiegate sono il 15 per cento del totale, numero che scende per ruoli di direzione tecnica, ricerca, sviluppo e produzione. Quanto le scelte fatte siano motivate da una volontà e quanto invece da una consuetudine di genere influenzata da famiglia e scuola non è ancora dato sapere. E proprio progetti come questo cercano di invertire la rotta.Al tavolo di STEAMiamoci sono rappresentati i diversi comparti dell’industria e dei servizi e a questi si aggiungono atenei, pubbliche amministrazioni, enti internazionali e istituzioni diplomatiche. «È un progetto nato dal sistema Confindustria e le aziende associate possono aderire in qualsiasi momento, a titolo gratuito. In modo analogo aderiscono associazioni ed enti», spiega Carmassi. «Le attività che svolgiamo sono molteplici e in ambiti molto diversi tra loro: incontri di orientamento nelle scuole e di sensibilizzazione nelle aziende, valorizzazione di best practices e iniziative delle imprese, interviste a role model e gruppi di lavoro su progetti specifici».In pratica chi aderisce a STEAMiamoci – sono già una novantina le imprese, più quattro università e 44 altri enti – attua o ha intenzione di attuare azioni concrete orientate al superamento degli stereotipi, soprattutto nelle aree tecnico scientifiche. Ci sono gruppi di lavoro che nascono su sollecitazione di chi partecipa al tavolo e trattano tematiche diverse: dalla leadership alla didattica della matematica, alla comunicazione. «Gli obiettivi vengono stabiliti autonomamente dai gruppi stessi costituiti da donne e uomini molto collaborativi, di età ed esperienze diverse. Il prossimo 22 giugno nell’ambito della nostra riunione collegiale, ne conosceremo gli argomenti e lo stato di avanzamento», aggiunge Carmassi.STEAMiamoci alimenta le sinergie tra chi è parte di questa rete e fa da cassa di risonanza delle diverse iniziative. Il progetto non coinvolge, però, solo aziende lombarde. «Nell’aprile 2020 è nato l’asse Milano – Napoli: niente costi di adesione, disponibilità a collaborare». Un primo gemellaggio dunque tra Assolombarda e l’Unione industriali di Napoli «con l’obiettivo di replicare su quel territorio le iniziative già realizzate a Milano e confrontarci per sviluppare congiuntamente altre attività». A quelle due associazioni confindustriali oggi si sono aggiunte, della galassia confindustriale, tre rappresentanze internazionali, una rappresentanza regionale, un'associazione con perimetro regionale, dodici associazioni di territorio, una federazione di settore, una associazione di settore: «a testimoniare la voglia di essere, insieme, fattore inclusivo e accelerante di un efficace cambiamento culturale nel Paese». Ai tavoli STEAMiamoci si raggruppano aziende, atenei, istituzioni sempre con il fine di condividere idee e creare sinergie. Diverse le azioni in campo, a partire dall’erogazione di borse di studio legate a percorsi di istruzione STEM. Il progetto è attualmente in fase di revisione ma negli ultimi tre anni sul territorio di Milano sono state erogate annualmente 10 borse di studio del valore di mille euro lordi ciascuna più un premio speciale aggiuntivo all’anno di 5mila euro lordi intitolato a Maria Gaetana Agnesi – matematica milanese, prima donna autrice di un libro di matematica e prima a ottenere nel 1750 una cattedra universitaria di matematica presso l'università di Bologna – alle migliori studentesse iscritte al primo anno di informatica dell'università Bicocca. «L’assegnazione delle borse di studio è stato il primo gesto concreto per incoraggiare le ragazze a intraprendere percorsi di istruzione tradizionalmente considerati maschili, a esprimere le loro attitudini e a investire in una formazione molto richiesta dalle aziende». Inizialmente erogate sul territorio milanese, il 2021 vedrà l’assegnazione di questi premi anche ad altre realtà del territorio nazionale.Non solo borse di studio, però. A disposizione di chi abbia voglia di trovare un modello di riferimento cui ispirarsi c’è la sezione “Protagoniste del Futuro”, una raccolta di profili di donne – ad oggi sono 75 – che si distinguono nel mondo delle imprese, della ricerca, dell’accademia le cui interviste sono pubblicate sul sito e diffuse sui canali social. Testimonianze mostrate anche durante gli incontri di orientamento e diffusione delle materie STEM dedicati alle scuole di ogni ordine e grado dove parlano proprio imprenditrici, donne manager o scienziate. C’è poi la rassegna cinematografica gratuita “Dove osano le donne”, organizzata presso la sede di Assolombarda Confindustria Milano, che ha visto tra il 2017 e il 2019 la proiezione  di tredici film che raccontano storie di successo tutte al femminile e in cui prima di ogni proiezione è proposto dal vivo un intervento a tema. La pandemia ha sospeso questa attività in attesa di trovare una nuova modalità di fruizione.Tra gli aderenti a STEAMiamoci ci sono anche alcune aziende virtuose del network RdS: tra queste EY, che ha iniziato a far parte del progetto due anni fa. Il gruppo EY in Italia conta circa 5.500 dipendenti, con un’età media intorno ai 33 anni e una distribuzione di genere praticamente paritaria (51-49). «Abbiamo deciso di aderire al progetto perché crediamo che ogni singola azienda possa dare un certo contributo importante; e nel momento in cui lo si mette in comune con Assolombarda e altre aziende, e si fa “rete”, l’impatto che si può avere è decisamente maggiore», spiega Francesca Giraudo, EY Italy Talent Leader: «Abbiamo partecipato con una serie di iniziative in un percorso di investimento di EY sul tema dell’avvicinamento in particolare delle donne alle materie Stem. E tra queste l’iniziativa a cui abbiamo dedicato più energie si chiama EY4NextGeneration, un programma che stiamo facendo con Valore D e Aiesec di supporto alle nuove generazioni».L’attività di EY all’interno del progetto STEAMiamoci si concretizza in «orientamento nelle scuole, partendo dalle scuole superiori con progetti di alternanza, webinar dedicati, mentoring one to one e altre iniziative, come dei concorsi soprattutto a livello europeo in cui chiediamo alle donne di candidarsi e presentare dei progetti  che poi partecipano a un percorso di selezione, Un altro modo per incentivare le donne alle tematiche stem. E poi lavoriamo tanto sulla cultura, sulla mentalità». Steamiamoci un ulteriore tassello in un impegno quotidiano verso l’inclusione. «Il tema di riuscire ad attrarre donne che abbiano fatto un percorso stem o che siano orientate alla tecnologia è veramente un elemento che ci permette di sopravvivere sul mercato. Oggi se non sei inclusivo, se non hai orientamento al futuro, alla tecnologia e alle competenze stem, non sei competitivo e metti a rischio il tuo business».«Ai webinar abbiamo avuto 1072 iscrizioni, di cui 672 ragazze, mentre nel mentoring one to one abbiamo avuto 81 persone di cui 44 donne focalizzati su tematiche stem 24». La pandemia Covid ha logicamente rivoluzionato anche questo settore e se prima tutto si svolgeva in presenza  oggi, invece, è tutto online. «L’online però ha facilitato il mentoring one to one, perché precedentemente era troppo dispendioso. Quindi secondo me ha senso che resti tale, mentre le attività formative ritorneranno in presenza, magari non tutto il percorso. E tra i nostri target ci sarà di assumere almeno un 50% di neolaureati che provengono da atenei che non sono i principali di Roma e Milano per coprire tutta Italia».Per il futuro EY progetta di portare avanti EY4NextGeneration, «lavorando sempre più in parnership con le università». L’obiettivo è interessare le persone «a un percorso di competenza stem per non spaventare le donne verso dei percorsi che sono pienamente nelle loro corde».Tanti progetti nell’ultimo anno e mezzo sono saltati causa pandemia, ma tra i risultati più importanti raggiunti da STEAMiamoci di Assolombarda c’è anche «la scelta di affiancare il Premio ITWIIN dell’Associazione italiana donne inventrici e innovatrici, per premiare le donne più brillanti del nostro Paese e consentire alla vincitrice di accedere alla successiva competizione internazionale», come conferma Anna Carmassi: «Dopo le territoriali di Napoli e Milano, la prossima edizione, in programma per novembre 2021, potrà contare sul supporto di Unindustria Roma». Per seguire le attività di STEAMiamoci è possibile visitare il sito o  seguire i profili social su instagram o linkedin per rimanere aggiornati su iniziative e progetti. Marianna LeporeFoto di apertura: di Nasa/Goddard/Jessica Koynock da Flickr in modalità Creative CommonsFoto in basso a sinistra: di OECD/Christian Moutarde da Flickr in modalità Creative Commons

Rapporto Giovani, quota dei Neet lievitata a causa della pandemia

La pandemia ha aggravato le condizioni di vita dei giovani italiani, in particolare dei Neet. La denuncia arriva dall'ultima edizione del Rapporto Giovani, nona indagine sui Millennials nati tra i 1980 e il 2000 realizzata dall'Istituto Toniolo in collaborazione con università Cattolica, Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo. Secondo il rapporto, gli inattivi sotto i 34 anni sono passati da una incidenza del 28,9 del 2019 per cento al 30,7, con un divario dalla media Ue salito dall'11,6 ai 12,3 punti percentuali. «Per i giovani non c'è mai stata una ripresa a partire dalla punta più elevata della crisi economica italiana registrata nel 2012» commenta Alessandro Rosina [nella foto sotto], demografo e coordinatore dell'Osservatorio Giovani che edita il rapporto, al webinar di presentazione del volume nei giorni scorsi. «L'indicatore dei Neet è stato introdotto nel 2010» sottolinea, «e da allora l'Italia è rimasta il Paese con il record negativo della loro presenza nella popolazione, con un divario rispetto alla Ue mai ridotto nel tempo». Avevamo la maglia nera in tempi normali, «e siamo stati quelli che sono peggiorati di più in anni di crisi»: si tratta di un fardello «che non possiamo più portarci dietro: in assenza di politiche adeguate il rischio è la cronicizzazione di tale condizione e diventare destinatari passivi del reddito di cittadinanza» chiosa Rosina.La conseguenza sarà l'esclusione sociale permanente, «con rinuncia definitiva a solidi progetti di vita» tra cui la genitorialità, è l'allarme lanciato dal rapporto. Soprattutto per la fascia più adulta dei Neet, quelli over 30, che nell'ottanta per cento dei casi si dichiarano insoddisfatti della propria vita, contro una quota pari a circa alla metà degli altri coetanei. Lascia allibiti anche il dato sulla scarsa conoscenza di uno dei mezzi introdotti a livello europeo, nel 2014, per contrastare proprio il fenomeno dell'inattività giovanile, ovvero Garanzia Giovani. Quasi la metà dei 18-24enni dice di non saperne nulla. In totale un terzo non conosce lo strumento e chi lo conosce afferma di averne solo una vaga idea, segno che «a scuola non si parla dei mezzi che riguardano il lavoro e le nuove generazioni» conclude Rosina. Ulteriore affondo per un orientamento già di suo poco applicato. Anche se, da parte sua, la ministra per le Politiche giovanili intervenuto al webinar Fabiana Dadone ricorda la recentissima apertura di «una piattaforma, Giovani 2030, aggregatore di tutte le opportunità destinate ai giovani, nazionali e internazionali, per evitare che i giovani a caccia di opportunità si disperdano tra i vari siti». Il malessere sociale dà poi manforte allo sfruttamento, perché tra chi naviga in cattive acque economiche ben il 41,7 per cento si dice disposto a accettare un qualsiasi lavoro, contro il 33,3 per cento di chi sta economicamente meglio. E i progetti di vita si sospendono. Tra gli intervistati che vivono ancora con i propri genitori, al di là di chi sta ancora studiando, a prevalere decisamente nelle motivazioni sono le difficoltà oggettive: oltre uno su tre non è in grado di affrontare i costi di un’abitazione, contro uno su cinque che dichiara di stare bene così. Chi risponde di non potersi permettere una casa arriva al 49 per cento nel caso dei Neet, contro il 27 per cento di chi ha un lavoro stabile. «Mancano le condizioni per realizzare progetti di vita» evidenzia Rosina: «Fino alla fine del secolo scorso la metà di chi restava a casa dichiarava di non andarsene perché a proprio agio in quella sistemazione; oggi quei giovani sono diventati uno su cinque, quindi solo una minoranza». A precipitare sono anche le finanze dei giovani, «che rappresentano un dei gruppi maggiormente colpiti da condizioni di vulnerabilità e fragilità economica» secondo il report. Gli effetti della pandemia sono al momento ancora accennati, ma lo studio «segnala il reale rischio di un ulteriore peggioramento» si legge nel comunicato. Il 42 per cento degli intervistati tra i 18 e i 34 anni afferma di vivere in una situazione economica «non buona», e uno su quattro fornisce la stessa valutazione per la famiglia in cui vive.La crisi sanitaria ha reso ancora più dipendenti dalla famiglia di origine. Se si considera che nelle famiglie che percepiscono il reddito di cittadinanza, la percentuale di chi ha un titolo di studio basso sfiora la metà contro un terzo del resto dei giovani, «l'esito potrebbe essere quello di rafforzare le disuguaglianze e porre ancora un freno alla mobilità sociale» è scritto nel rapporto. «Solo il cinque per cento della popolazione gode del novanta per cento della ricchezza e una persona su quattro è a rischio povertà» secondo i dati forniti nel webinar dal sociologo dell'università di Genova Mauro Migliavacca, curatore all'interno del Rapporto Giovani del capitolo sulla povertà, la cui incidenza «è in crescente aumento», per cui fondamentale sarà «supportare il reddito dei giovani». E creare un salto di qualità attraverso il Next Generation Ue, «risorsa principale che l'Italia ha per tornare a crescere e essere competitiva» rilancia Rosina. E che «dovrà coinvolgere i giovani, senza lasciarli sullo sfondo», auspica Dadone. È importante «che si sentano parte di qualcosa». Ilaria Mariotti 

La scienza non è per soli uomini: in Lazio ora c'è una proposta di legge per incentivare le ragazze a studiare le STEM

«Le ragazze vengono dissuase dallo studio delle materie scientifiche fin dall’età di undici anni». E' l'allarme lanciato da Michela di Biase, consigliera regionale PD nel Lazio e prima firmataria di una proposta di legge relativa al sostegno della formazione e dell’inserimento lavorativo delle donne in ambito Stem. I numeri parlano chiaro. Secondo dati Censis 2019 le laureate in Italia sono pari al 56 per cento del totale e sono la maggioranza anche negli studi post-lauream: quasi sei su dieci iscritti a corsi di dottorato, master o corsi di specializzazione. Eppure continuano ad essere minoranza nei percorsi di studio in scienza, tecnologia, ingegneristica e matematica, nonostante siano proprio gli ambiti in cui è più facile trovare poi un’occupazione.E ancora: il rapporto AlmaLaurea 2018 sul profilo dei laureati attesta che gli uomini che nel 2017 hanno conseguito un titolo universitario in un percorso Stem sono quasi sei su dieci e in alcuni settori, come quello ingegneristico, più di sette su dieci. La proposta di legge di Di Biase prende lo spunto anche da altri numeri, come quelli dell’indagine Pisa 2018, che ogni tre anni valuta le competenze dei quindicenni rispetto alle capacità di lettura, la matematica e le scienze. Indagine che racconta un paese in cui esiste uno dei divari di genere più profondi riguardo alle abilità matematiche. In Italia la differenza tra ragazzi e ragazze sui risultati in matematica è di 16 punti contro una media Ocse di soli cinque punti. Dietro l’Italia ci sono solo il Costa Rica e la Colombia. Dati che si rivelano drammatici se poi se ne vedono i risvolti occupazionali. Quasi otto lavoratori su dieci in ambito Stem è maschio, con una presenza ancora più alta ai vertici delle società Ict, che arriva al 97 percento nei ruoli di presidente di società.Il percorso del testo di legge è cominciato da poco in Commissione lavoro, formazione e pari opportunità, presieduta da Eleonora Mattia che alla Repubblica degli Stagisti spiega: «È appena iniziato il 22 aprile il ciclo di audizioni che mira a coinvolgere i vari stakeholder e costruire un dialogo condiviso per arricchire il testo base. Abbiamo inaugurato questo percorso con la Rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, il Rettore dell’università Roma Tre Luca Pietromarchi e il Rettore di Tor Vergata Orazio Schillaci». Una presenza che Mattia giudica un «segnale importante rispetto a quella alleanza tra istituzioni e agenzie educative e formative, tra la società civile e la politica, oggi più che mai urgente per far fronte alle sfide che la pandemia e la ripresa ci impongono».È ancora presto per conoscere i tempi di approvazione, «Ora si proseguirà con un altro ciclo di audizioni» spiega alla Repubblica degli Stagisti Michela Di Biase, «È una legge di cui donne e uomini hanno bisogno, perché parliamo di diritti e di civiltà, per guardare a un mondo più moderno, lontano dagli stereotipi che hanno segnato il passato e spesso relegato le donne a percorsi di studio o carriere lavorative per le quali non erano portate a scapito degli studi scientifici».«Tutti i dati ci mostrano come a soffrire di più gli effetti della crisi odierna sono le donne e i giovani» dice Mattia: «Nel 2020 tra gli under 24 abbiamo registrato un calo dell’occupazione pari al sette per cento nel Lazio e non meno preoccupante il dato sulle lavoratrici con un calo di 33mila unità a fronte di una flessione degli uomini di sole 14mila». E il motivo per cui gli effetti della crisi pesino di più sulle donne: «è legato alla natura stessa dell’occupazione femminile, tendenzialmente più precaria e aggravata da un carico di lavoro di cura non retribuito assolutamente sbilanciato a loro sfavore. Tra gli elementi che contribuiscono al gap di genere c’è sicuramente la segregazione formativa ossia la tendenza delle ragazze ad evitare percorsi formativi altamente specializzati come quelli in materie tecnico scientifiche perché considerati appannaggio maschile».La diversità di scelta negli studi e di interesse verso la matematica non avviene però solo dalle scuole superiori in poi ma è qualcosa di trasversale a tutti gli ordini scolastici. «Differenze significative si rilevano già a sette anni ed aumentano con l’età» e sono poi responsabili delle scelte scolastiche e universitarie finendo per riflettersi nell’occupazione e relativa retribuzione delle donne. Perciò è importante incidere sulla fascia di età a partire dalle scuole medie: la causa più importante del gap in questo settore sta infatti negli stereotipi che involontariamente genitori e insegnanti e soprattutto la società trasmettono alle bambine.La proposta di legge è ancora più importante se si considera che non ha precedenti in altre regioni italiane. Di Biase si spinge oltre: «Intanto è una battaglia di civiltà e di parità. I dati poi ci dicono che questa è la strada giusta: l’80 per cento delle professioni del prossimo futuro richiederà competenze di tipo digitale e le Stem sono il settore occupazionale che registrerà la maggiore crescita. È importantissimo non tenere fuori le donne da questi percorsi. E non è solo un problema di parità nel mercato del lavoro: escludere le donne dall’innovazione, dalla progettazione e dalla gestione tecnologica riproduce le disparità esistenti tra i generi limitando le possibilità dello stesso sistema economico di utilizzare appieno le risorse potenzialmente a disposizione». Più donne al lavoro non deve essere solo uno slogan, perché Bankitalia ha dimostrato come far salire l’occupazione femminile al sessanta per cento farebbe aumentare il Pil di ben sette punti percentuali.Destinatari diretti delle risorse della proposta di legge saranno enti locali, università, scuole, enti di ricerca con sede nella regione Lazio per le iniziative e i progetti che attueranno tra quelli previsti dalla legge e indicati nel Piano che sarà poi predisposto dalla Giunta regionale. Quindi non direttamente le studentesse. Tra gli utilizzi dei fondi ci sono anche le borse di studio, anche per i dottorati, di cui beneficeranno le giovani donne. Bisognerà, quindi, leggere in un secondo momento i bandi dei singoli progetti per verificare se la residenza in regione sarà un fattore discriminante o meno. È ancora presto, invece, per conoscere le disposizione finanziarie perché solo una volta conclusa la discussione e il voto sugli articoli si trasmette il testo in commissione bilancio dove si elaborano le risorse da stanziare. In pratica prima di questo passaggio non è possibile sapere quanto si investirà se la legge dovesse essere approvata.L’obiettivo della proposta è favorire e incentivare azioni a favore delle donne nel Lazio, promuovendo e finanziando programmi, progetti e interventi per la promozione dell’uguaglianza e delle pari opportunità e focalizzandosi in particolare nella diffusione della passione fin dall’infanzia per le materie scientifiche e della consapevolezza delle opportunità anche professionali che proprio le discipline Stem possono offrire.Nel 2020 la ricerca «Perché i giovani italiani non studiano informatica?» ideata da Repubblica degli Stagisti e Spindox, società di consulenza informatica aderente all’RdS network, in collaborazione con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo aveva raccontato come le giovani donne italiane avrebbero intrapreso altri studi se informate sugli sbocchi lavorativi. Quasi quattro donne su dieci, infatti, tornerebbero sulla decisione di non studiare materie informatiche, con un dato ancora maggiore al Sud. Anche perché la richiesta di professioni nel settore ICT cresce ogni anno mediamente del 26%, con picchi del 90% per nuove professioni come Business Analyst e specialisti dei Big Data – i dati provengono dall'Osservatorio delle Competenze Digitali – e i profili contrattuali e retributivi che le aziende del settore ICT offrono ai propri stagisti e dipendenti sono di qualità molto superiore alla media. Ma pochi giovani – e pochissime donne – possono cogliere queste opportunità, semplicemente perché non hanno le competenze necessarie.La proposta di legge Di Biase è «fondamentale per contrastare pregiudizi e promuovere la formazione e occupazione delle donne in settori in cui la loro presenza è fortemente limitata» assicura Mattia alla Repubblica degli Stagisti, e illustra quali potranno essere i provvedimenti: «Penso a interventi previsti per le studentesse della scuola secondaria di primo e secondo grado per stimolare la passione e l’apprendimento delle discipline tecnico-scientifiche, favorire la consapevolezza e la valorizzazione delle competenze oltre che percorsi di orientamento che promuovano le carriere scientifiche». Ci sono poi borse di studio dedicate, percorsi di tirocinio formativo e i corsi di istruzione e formazione tecnica superiore rivolti prevalentemente alle ragazze nel campo della programmazione, sviluppo digitale e data analysis.La proposta prevede che la Regione «promuova e sostenga progetti e interventi per la promozione dell’uguaglianza e delle pari opportunità. Vogliamo che le istituzioni favoriscano le studentesse verso le materie Stem, incoraggiandole fin dalla più giovane età. È prevista anche l’istituzione di un osservatorio regionale sulle pari opportunità e la violenza sulle donne», aggiunge Di Biase «che monitori la situazione nel Lazio sugli stereotipi di genere e in particolare al gap di conoscenze e occupazione tra le donne e gli uomini rispetto alle materie scientifiche».Se la legge dovesse quindi essere approvata saranno finanziate iniziative per stimolare l’apprendimento delle materie Stem «rivolte alle alunne della scuola secondaria di primo grado, programmi di orientamento allo studio per le studentesse delle superiori, oltre a borse di studio e dottorati industriali dedicati alle ragazze e formazione per i docenti sugli stereotipi di genere» spiega la consigliera regionale. A queste politiche si aggiungono anche tirocini e corsi di formazione professionalizzanti per fornire competenze in campo scientifico alle giovani donne. Al momento non esiste ancora una previsione sull'investimento che la Regione intende fare su questa proposta di legge - elemento non indifferente per capire nella sostanza quanto sia importante il tema - perché è una valutazione che farà il bilancio soltanto una volta che il testo verrà votato in commissione. Marianna LeporeFoto in basso a destra: da Flickr in modalità Creative Commons di NASA/Goddard/Jessica Koynock