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L'informatica nelle scuole serve: “Non è vero che i nativi digitali conoscano così bene la tecnologia”

«Qualunque attività intraprendano in futuro, i ragazzi non potranno mai fare a meno del computer». Da questo assunto parte “Programma il futuro”: Maria Assunta Palermo, direttore generale del Ministero dell'Istruzione, ha presentato nei giorni scorsi gli esiti della quinta edizione del progetto che ha l'obiettivo di portare l'informatica nelle scuole, rivolgendosi a studenti di tutte le età dagli istituti primari fino alle superiori. Finora un successo: lo scorso anno a iscriversi è stato l'ottanta per cento degli istituti scolastici italiani con 38 milioni di ore di programmazione svolte nelle aule, con una media di 15 ore per studente; oltre 53mila gli insegnanti e studenti coinvolti.L'idea è nata nel 2014 su iniziativa del ministero, con la collaborazione del Cini, il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica. E a fiananziarla sono solo fondi di partner privati, tra cui Eni a capofila, e poi altri come Tim e Seeweb. Lo scopo «non è quello di far diventare tutti dei programmatori informatici» precisa il sito dove il progetto viene spiegato in dettaglio «ma diffondere conoscenze scientifiche di base per la comprensione della società moderna». Perché «capire i princìpi alla base del funzionamento dei sistemi e della tecnologia informatica è altrettanto importante che capire come funzionano l'elettricità o la cellula».La partecipazione è gratuita e aperta non solo alle scuole bensì potenzialmente a utenti di qualunque tipo. Basta iscriversi alla piattaforma e cominciare a usufruire del materiale didattico a disposizione. Due le modalità per aderire, una di base e una avanzata. La prima, “L'Ora del Codice”, consiste «nel far svolgere agli studenti un'ora di avviamento al pensiero computazionale» spiega il sito, ovvero quel tipo di ragionamento che «aiuta a sviluppare competenze logiche e capacità di risolvere problemi in modo creativo ed efficiente, qualità importanti per tutti i futuri cittadini». E lo si fa attraverso la programmazione, il cosiddetto coding, in un contesto di gioco.La modalità più avanzata prevede invece percorsi più articolati strutturati in funzione del livello di età e di esperienza dello studente. Esiste anche un corso preparatorio per l'università, 'Princìpi dell’Informatica' riservato ai ragazzi più grandi. E le lezioni «possono essere fruite sia in modo tecnologico, per le strutture dotate di computer e connessione a Internet, sia con lezioni tradizionali per quelle ancora non supportate tecnologicamente». Per gli insegnanti che partecipano come volontari ci sarà la piattaforma a fare da guida ai vari percorsi. «Quando si dice che tutti noi siamo in grado di utilizzare un device, e in particolare i giovani, in verità si sminuisce l'importanza della cultura informatica» afferma all'evento Anna Brancaccio, dirigente del Miur. Perché la verità è che «si crede erroneamente che i nativi digitali conoscano la tecnologia, quando invece la sanno per lo più usare in modo materiale», senza sapere cosa ci sia dietro. Quello che devono imparare è che «lo strumento non fa nulla che non sia l'uomo a far fare, che dietro l'oggetto c'è sempre un discorso progettuale, l'elaborazione di un'idea e un problema da risolvere». Sono macchine «a cui si danno istruzioni, e se queste sono sbagliate impediscono alle stesse di fare qualsiasi cosa» le fa eco Enrico Nardelli [nella foto], coordinatore del progetto e professore di Informatica all'università Tor Vergata. I computer insomma «fanno automaticamente delle attività al posto degli uomini ma senza potersi avvalere della nostra intelligenza» è la conclusione del docente.Scoprire cosa si nasconde dietro questi sistemi può fare inoltre da argine anche «alle situazioni patologiche che si sviluppano per l'uso non corretto di tali dispositivi, da utilizzatori passivi», sottolinea ancora Palermo. Conoscere le “diavolerie informatiche” e gli algoritmi dietro gli smartphone per proteggersi quindi dai rischi a cui ci si espone sul web come danni alla privacy, ciberbullismo, molestie in rete. E proprio per contrastare questi fenomeni, sempre nell'ambito di “Programma il futuro” è stata stilata la guida “Comunicare in rete in modo sicuro”, presentata all'evento come la prima di una serie rivolta alle scuole secondarie di primo grado.Il progetto bandisce ogni anno anche un concorso. Quello di quest’anno, intitolato “Programma una Storia” chiedeva ai ragazzi di creare un elaborato riferito a un'opera letteraria liberamente scelta e «con una modalità narrativa compatibile con lo specifico strumento previsto per il proprio ordine e grado di scuola, per esempio un’animazione, un quiz o un gioco». All'evento sono state premiate le tredici scuole vincitrici, soprattutto classi primarie. Segno di un progetto che attrae anche i piccolissimi e che «piace a tutti gli studenti» segnala Nardelli. Il cui auspicio è che l'informatica entri in pianta stabile nelle scuole: «Basterebbe anche solo un'ora a settimana». Ilaria Mariotti 

Diritto al voto dei fuorisede, presentata proposta di legge per votare nella città in cui si vive

Una proposta di legge per consentire ai fuorisede in caso di elezioni di votare senza essere costretti a rientrare nel luogo di residenza. L'iniziativa è stata presentata nei giorni scorsi alla Camera dalla deputata Pd Marianna Madia, prima firmataria della norma promossa insieme a Tom Osborn, segretario dei Giovani democratici del secondo municipio, l'europarlamentare dem Massimo Ungaro e la collega Giuditta Pini. L'obiettivo è quello di scardinare una contraddizione esistente dal 2015 quando, con l'entrata in vigore della legge elettorale Italicum, venne introdotta la possibilità di votare per gli italiani che si trovano temporaneamente all'estero - da un periodo di almeno tre mesi - per motivi di studio, lavoro o per curarsi. Con il risultato di creare un paradosso, sottolinea Madia, «perché se si va a fare l'Erasmus il diritto di voto è garantito grazie al voto per corrispondenza, e così è anche se ci si muove per motivi di lavoro o di cura». Al contrario «se ci si sposta in Italia, dalla Sicilia a Milano per esempio, non si può esercitare il diritto» spiega, se non rientrando a casa e facendosi carico delle spese per il viaggio. «Noi studenti e lavoratori fuorisede ci troviamo a spostare il centro della nostra vita e della nostra attività lontano da casa, in una città diversa da quella in cui siamo nati e cresciuti» si legge nella petizione lanciata su Change.org con l’hashtag #votodovevivo. «Siamo cittadini italiani come tutti gli altri, abbiamo gli stessi diritti e dobbiamo poterli esercitare allo stesso modo» è la rivendicazione. E il problema non è solo economico, i costi per la trasferta appunto, ma c'è di più: «Che succede se non è possibile spostarsi nei giorni della votazione perché, ad esempio, si ha un esame a breve o non ci si può assentare dal lavoro in quei giorni?». In quel caso l'eventualità più probabile è che ci sia una rinuncia al voto. Per evitare tali condizionamenti all'esercizio di un libero diritto un modo ci sarebbe, conferma Madia: «Si tratta dello Spid, il sistema per l'autenticazione digitale introdotto nella scorsa legislatura». Ci si presenta alle Poste, si consegnano i propri documenti e l'identità digitale si attiva. Attraverso questo metodo «per le consultazioni referendarie, per le quali non è prevista una circoscrizione o un collegio, per votare si potrà presentare una domanda in via telematica tramite Spid, allegando un contratto di lavoro o la documentazione dell’iscrizione all’università o un certificato medico» prosegue la deputata. Tutto ciò che attesti in sostanza le ragioni del cambio di domicilio. Nel caso di elezioni politiche o delle europee invece, l'ipotesi è quella di ampliare il meccanismo valido per gli italiani all'estero, «quindi il voto per corrispondenza senza spostarsi» chiarisce la deputata. E quel voto andrà poi conteggiato nella circoscrizione elettorale di residenza. Nella proposta di legge c'è anche una delega al Governo per avviare una sperimentazione per il voto elettronico, che in futuro potrà andare a sostituire quello per corrispondenza. Da quando esiste la possibilità di votare dall'estero, riflette Ungaro, «a ogni tornata si registrano decine di migliaia di votanti in più, ed è da considerarsi un successo». Quella della residenza «è una frontiera irrazionale che va contro la mobilità dei diritti che noi sosteniamo» osserva. Con dei limiti, naturalmente, perché «l'esercizio del voto per i fuorisede potrà esercitarsi solo per ragioni di studio, lavoro e cura». Ancora nulla da fare invece «per il voto in vacanza, quello ad agosto» scherza Ungaro. Anche nelle scorse legislature si era tentato di far passare la proposta, «con una pattuglia di giovani democratici tentammo di inserire il principio del voto per i lavoratori fuori sede ma non riuscimmo a ottenere un consenso largo nel partito» ricorda Pini. I Cinque stelle «ci avevano accusato di non trovare la soluzione per fare questa legge, ma adesso che il modo c'è speriamo in una convergenza, e che non ci siano più scuse a cui appigliarsi». Questa battaglia «non è né di sinistra né di destra ma per i diritti, tanto che ad appoggiarci ci sono moltissime associazioni universitarie tra cui Sapienza in movimento e Volt (movimento progressista europeo, ndr)» fa sapere Osborn. «Da settembre il comitato dei Giovani democratici del secondo municipio organizzerà iniziative in tutto il territorio per diffondere la conoscenza della proposta». Mentre nel frattempo la raccolta firme è già partita con l'obiettivo di calendarizzare il prima possibile la discussione sulla proposta di legge, al momento già depositata in Aula. «Se tutti gli studenti fuorisede potessero votare in egual misura la rappresentatività cambierebbe» ragiona Pini, «per città come Modena – da dove provengo – ma anche per Roma». Ilaria Mariotti   

Il caso degli “scontrinisti” che lavorano quasi gratis in musei e biblioteche: due anni dopo non è cambiato nulla

Era maggio del 2017 quando scoppiò il caso “scontrinisti”. Ventidue pseudo volontari impiegati a tutti gli effetti nella Biblioteca nazionale di Roma, dopo anni di servizio senza contratto né stipendio, rimborsati a fronte di scontrini racimolati un po' ovunque, decisero che la misura era colma. Ma quella protesta non portò a nulla: i volontari furono mandati a casa, e mai reintegrati. Ci fu anche un'ispezione avviata dal ministero dei Beni culturali, e gli atti finirono in procura. L'esito però, incredibilmente, non si conosce: «Sono passati due anni, era un altro governo, difficile ricostruire la vicenda», si difende debolmente l'ufficio stampa chiamato in causa per dare alla Repubblica degli Stagisti un aggiornamento sull'accaduto. Si scoprì in quel frangente che erano centinaia, forse migliaia gli “scontrinisti” in tutta Italia, sparsi tra musei, biblioteche e altri spazi di arte e cultura. Che fine hanno fatto? Qualcosa è stato fatto per fermare quegli abusi e ribadire i principi fondamentali del diritto del lavoro?Il comparto dei Beni culturali in Italia, paese in cui la cultura secondo i dati muove 250 miliardi di euro ogni anno, invece di reclutare professionisti del settore e pagarli a dovere ha continuato a attingere a piene mani dal terzo settore (nel solo 2015 sarebbero 800mila i volontari utilizzati).Il fulcro principale del problema, però, è che ben vengano i volontari – se sono davvero volontari. Se vogliono prestare la loro opera per beneficienza, per volontariato appunto: per regalare un po' del proprio tempo a una attività che ha bisogno di supporto. Non va bene, invece, quando le persone coinvolte vorrebbero in realtà lavorare: hanno cioè il bisogno e il desiderio di svolgere una attività lavorativa, e da essa trarre di che mantenersi – uno stipendio, i contributi previdenziali. Se il concetto di volontariato viene distorto, e si reclutano aspiranti lavoratori inventandosi anche un meccanismo di “retribuzione-non-retribuzione” come quello del rimborso delle spese a fronte di scontrini presentati, allora c'è qualcosa che chiaramente non va. Perché si tratta di una gigantesca ipocrisia per poter disporre di lavoratori inquadrandoli fantasiosamente come volontari. Senza bisogno di specificare che, per giunta, si viene a creare una situazione di “dumping”: ovviamente, potendo disporre di personale a costo zero o quasi, queste strutture sono disincentivate dal fare vere assunzioni e pagare regolari stipendi a regolari dipendenti.L'ultimo capitolo risale a qualche settimana fa. Per la mostra 'Eva vs Eva. La duplice valenza del femminile nell'immaginario occidentale', aperta a Tivoli a Villa d’Este e al Santuario di Ercole Vincitore dal 10 maggio scorso, a prestare servizio saranno ancora dei 'volontari'. Al bando uscito a fine aprile, che così recitava: «Avviso pubblico riservato ad enti del terzo settore per supporto all'accoglienza e attività informativa al visitatori», aveva risposto solo Avaca, una associazione presieduta da Gaetano Rastelli, [nella foto sotto], che era stato anche implicato nella precedente vicenda 'scontrinisti'. A denunciare l'accaduto è la FP Cgil del Lazio: «Per la specificità dei siti, patrimonio Unesco, la vigilanza e la tutela richiedono personale specializzato e formato» scrivono sul sito. «All'emergenza di personale e all'ondata di pensionamenti non si può far fronte, ancora una volta, ricorrendo allo sfruttamento del volontariato utilizzato a tutti gli effetti come lavoro subordinato».Ma Rastelli al telefono con la Repubblica degli Stagisti si giustifica: «È tutto pienamente legale, è una guerra che hanno innescato contro di me perché faccio parte di un'altra sigla sindacale». Sulla vicenda Villa d'Este conferma: «Mi sono presentato solo io al bando, e ho vinto». La giustificazione di Rastelli è che tutto si svolga nel perimetro della legge, come effettivamente è. La prova è all'articolo 17 del decreto 117 del 2017, dove si legge che gli enti del terzo settore, e Avaca lo è, «possono avvalersi di volontari nello svolgimento delle proprie attività». E poi, a detta di Rastelli, ci sarebbero «ben tre sentenze del giudice del lavoro» a dargli ragione. E ancora, il passaggio fondamentale su cui si basa tutto il sistema: «Al volontario possono essere rimborsate dall'ente tramite il quale svolge l'attività soltanto le spese effettivamente sostenute e documentate». Chi si presenta per queste attività può ricevere quindi una ricompensa economica – in realtà al volontario andrebbero rimborsate le spese sostenute, mentre gli scontrinisti presentano spesso scontrini non loro e per giunta il loro compenso è fisso, sempre uguale ogni mese; si tratta insomma di un escamotage, ma sembra che tutti su questo punto preferiscano sorvolare – e tale ricompensa economica, seppur modesta, a qualcuno fa comodo. È comunque meglio di niente, insomma? «A questi ragazzi vanno dei rimborsi a seconda delle presenze» spiega Rastelli. Per venti giorni si mettono insieme magari 4-500 euro». Che poi non solo di ragazzi non si tratta, ammette, «ma anche di quarantenni», oltre a «diplomati e laureati che aiutiamo a non starsene a casa con le mani in mano». Avaca e associazioni simili farebbero insomma del bene a suo dire: «Aiutiamo i giovani senza lavoro, e la Cgil mi attacca perché vorrebbe mettere dei pensionati al posto dei giovani a fare i volontari».Non dello stesso parere il comitato 'Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni culturali', collettivo che difende i diritti del comparto e che ha di recente lanciato un questionario per mappare il settore. «Sono due le categorie di chi accetta di andare a fare il volontario, spiega alla RdS la portavoce Daniela Pietrangelo: «Da una parte c'è del personale qualificato che pur di fare qualcosa e non restare disoccupato lo fa per arricchire il curriculum e avere un'esperienza in più». Che poi è quello che succede anche con i volontari del Servizio civile, ragiona Pietrangelo. E oggi, rivela, «sono proprio loro ad aver preso il posto degli scontrinisti alla Biblioteca nazionale di Roma». Poi ci sono «pensionati benestanti» li definisce lei, «gente non qualificata che può permettersi di passare ore e ore svolgendo un'attività senza retribuzione».A rimetterci è chi vorrebbe fare della cultura una professione. «Dopo una laurea in Beni Culturali, e dopo aver cambiato quattro cooperative di gestione musei, essere pagata pochissimo e con ritardi sovrumani, mi sono stancata e ho dovuto mettere la laurea in un cassetto» si sfoga Yle Sart in un commento sulla pagina Facebook del collettivo. E ancora, scrive Giuseppina Licordari: «È una vergogna perché è lo Stato a legalizzare il lavoro sottopagato. Io sono una vecchia archeologa collaboratrice del Mibact, che dal 1983 al 1998 ha lavorato per due lire. Non è cambiato nulla».«Ci sono i bandi» replica Rastelli, «partecipassero». Peccato però che chi accetta di lavorare gratis o per pochi spicci come pseudo volontario ottiene per di più un titolo preferenziale rispetto a chi non lo fa e che resta doppiamente beffato perché rischia di vedersi sorpassato in graduatoria. Ne è convinto un altro utente, Simone Fenzi, che commenta: «Chi si è laureato di recente e ha fatto tirocini vari o il Servizio civile non ha problemi. Io ho fatto varie campagne di scavo quando facevo l'università, dove curavamo tutto, dallo scavo alla documentazione, ma non ho niente per dimostrarlo».Il comitato 'Mi riconosci?' ha anche lanciato una proposta di legge per tentare di limitare l'uso del volontariato nella cultura circoscrivendolo a mansioni che non riguardino «la conservazione, la promozione, la valorizzazione, la catalogazione, lo studio e l’inventariazione». Nel frattempo però i bandi di questo tipo sono diventati la norma, e basta scorrere la pagina Facebook del comitato per farsene un'idea. Uno dei più clamorosi quello per bibliotecari alla Biblioteca Angelica a Roma. Le mansioni, di archiviazione e digitalizzazione, dovevano anche qui essere affidate a volontari ingaggiati da enti del terzo settore e rimborsati 25 euro al giorno. Del resto, si legge nello stesso bando, «c'è carenza di impiegati». Perciò si recluta personale volontario. Da qualche giorno il bando risulta revocato, segno forse che le proteste a qualcosa sono servite. Ilaria Mariotti 

Come cambia il mondo della consulenza, ora si apre ai laureati in materie umanistiche

Un corso accelerato di economia, finanza e organizzazione pensato per giovani che hanno un background di studi umanistico ma sognano la consulenza – un ambito professionale in netta crescita, che anno dopo anno offre sempre più opportunità di stage e lavoro e condizioni contrattuali e retributive molto migliori della media. Ma queste opportunità sono spesso riservate a chi ha lauree di tipo scientifico – Ingegneria in testa, ma anche Matematica, Statistica, Informatica... – le cosiddette “Stem” o tutt'al più, nell'alveo delle lauree umanistiche, quella più “di confine” e cioè Economia.Bip, la più importante società di consulenza a matrice italiana – uno sviluppo impetuoso nell'ultimo decennio che l'ha portata ad avere oggi oltre 2.400 dipendenti, di cui più di 2mila in Italia, e sedi in Inghilterra, Spagna, Turchia, Brasile, Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Emirati Arabi, Cile e Colombia – ha aperto le candidature per la seconda edizione del progetto BipBootcamp, un “programma intensivo di Business & Management Induction” con quindici posti a disposizione. Ad oggi sono già arrivate circa 150 application, ma c'è ancora tempo – fino a venerdì 2 agosto – per candidarsi.I selezionati cominceranno il percorso formativo il 13 settembre a Milano: cinque settimane (una in più rispetto alla prima edizione) di corso intensivo al Politecnico di Milano – il Bootcamp è infatti realizzato in collaborazione con il MIP, che mette a disposizione spazi e docenti – cui fa seguito uno stage formativo in Bip e poi nella stragrande maggioranza dei casi l'assunzione in azienda.«Ci rivolgiamo principalmente a giovani che a diciott'anni si sono innamorati di un percorso di studi senza avere un'idea chiara di quello che era il mondo del lavoro e poi, una volta laureati, si sono resi conto che i posti di lavoro “tradizionali” a cui quelle competenze davano accesso non soddisfacevano le loro ambizioni, e inoltre erano sempre meno numerosi» spiega Carlo Capé, AD di Bip: «Vogliamo intercettare coloro che hanno voglia di cambiare percorso professionale». Per la prima edizione del BipBootCamp, l'anno scorso, l'ufficio HR di Bip ha ricevuto complessivamente 175 candidature.Portare in un'azienda che finora ha assunto quasi esclusivamente economisti e ingegneri una pattuglia di letterati e scienziati politici è un azzardo, ma «noi avevamo bisogno di persone un po' diverse dal solito, e loro avevano di un percorso professionale diverso dallo standard», dice ancora Capé: «una magica combinazione di obiettivi e intenti».Il mondo della consulenza è del resto in un momento di profonda trasformazione: «Si sta evolvendo da un atteggiamento puramente tecnico a un atteggiamento più di visione» spiega Capé: «Nei progetti che in Bip seguiamo per i nostri clienti tutti gli elementi della consulenza passano da essere di breve termine e di tipo tecnico a essere di più di lungo termine, di prospettiva. Per fare un esempio: un tempo facevamo il ridisegno dei processi, la riduzione dei costi, cavalli di battaglia “storici” della consulenza. Ci siamo accorti adesso che questi sono fatti tecnici: migliorano sulla carta, e magari anche nella realtà, le performance dell'azienda, ma non è detto che lascino soddisfatti i dipendenti dell'azienda, che sono quelli che lavorano sui processi, e nemmeno che accontentino pienamente il cliente. Bisogna dunque cominciare a lavorare su aspetti relazionali, psicologici, esperienziali dal punto di vista dei progetti».Sta cambiando insomma la relazione dei consulenti con i propri clienti: «Non è più: ho vinto un progetto, lavoro col cliente per i prossimi tre, sei mesi» dice Capé: «Ora quando si vince un progetto si entra in relazione con un cliente con l'obiettivo di stabilire una partnership che duri anni, per aiutarlo a cambiare l'azienda, a farla diventare più sostenibile. E qui ci vuole una forma mentis non puramente tecnica, ma molto più visionaria. Per tutto questo i classici ingegneri – come il sottoscritto! – sono utilissimi, ma sono altrettanto utili persone che abbiano una preparazione più umanistica, più ampia». Ecco spiegato perché adesso più di prima un laureato in filosofia, o in lingue o in legge può trovare spazio in una società di consulenza manageriale.Certo, però, non bisogna negare che alcune competenze chi ha fatto percorsi umanistici non le può avere: il “gap tecnico” è un tema rilevante. «Di solito non c'è un gap bensì proprio uno zero assoluto», scherza Capé, «nel senso che gli esami di economia non vengono fatti di solito al di fuori delle facoltà economiche».Secondo l'AD di Bip il mestiere del consulente vede prevalere tre ingredienti, il primo: «intelligenza e buonsenso, cioè essere capaci in modo innato ad aiutare a risolvere situazioni: qui si tratta di una predisposizione naturale, abbastanza indipendente dalla preparazione accademica, e se vogliamo anzi facoltà di tipo umanistico-sociologico possono aiutare in questo senso». Il secondo ingrediente è «la capacità empatica e maieutica: andiamo ad affrontare clienti che ci chiedono aiuto, magari con soluzioni in qualche modo preconfezionate e già usate da altre parti, ma con la capacità di mettere il cliente in grado di tirare fuori la soluzione, senza che gliela imponiamo noi: e questa è una capacità ancora una volta di tipo psicologico e personale che prescinde dal corso di laurea».E poi c'è, innegabilmente, la formazione tecnica, che è quella in cui si concentra il famoso gap. Ma la formazione tecnica, assicura Capé, «serve... ma fino a un certo punto. Le cose studiate all'università sono utili, ma non capiterà mai un cliente che ci chieda una cosa esattamente così come l'abbiamo studiata sui libri. C'è dunque un lavoro di studio continuo sui meccanismi produttivi delle attività di ciascun cliente, ogni consulente deve essere capace di focalizzare come funziona ogni azienda: se ho un cliente che produce sci, o che vende energia, dovrò studiare nello specifico come funzionano quei mercati”. Dunque sì, i laureati umanistici del BipBootCamp rispetto a questo terzo ingrediente partono con un gap: ma niente che non si possa colmare.Nessun grande cambiamento nella seconda edizione del BipBootCamp rispetto alla prima – il tetto massimo di partecipanti che verranno ammessi è fissato anche quest'anno a 15 persone, e il costo è rimasto invariato, 1500 euro + Iva. Unica differenza, l'allungamento del periodo in aula da quattro a cinque settimane. «Dal punto di vista dei contenuti siamo stati molto soddisfatti» conferma Capé: «L'unica cosa su cui abbiamo voluto apportare un miglioramento è la “compattezza” del programma, forse eccessiva nella prima edizione. Perché uno può anche avere una super concentrazione però... il cervello umano ha una determinata capacità di ricezione. Il progresso sarà quindi, anche per le prossime edizioni, non tanto sui contenuti quanto sulla diluizione maggiore: vogliamo permettere alle persone di fare le cose con un po' più di calma, avere più tempo per lasciar “maturare” le nuove competenze. Non abbiamo troppa fretta: non ci corre dietro nessuno».

Le migliori policy per i giovani: premiate le dieci aziende eccellenti del 2018

Una volta all’anno la Repubblica degli Stagisti premia le aziende che si sono distinte per un particolare dettaglio della propria policy verso i giovani. I primi “AwaRdS” (gioco di parole tra “award”, che in inglese vuol dire “premio”, e RdS che è l'acronimo del nome di questa testata) sono stati conferiti nel 2014 e da allora molte aziende si sono succedute nel riceverli. I premi vengono assegnati dopo aver valutato i dati relativi all’anno precedente, dato che un punto fondamentale dell’attività della Repubblica degli Stagisti è proprio quello di coinvolgere le aziende del suo network in una “operazione trasparenza”, chiedendo loro di fornire anno per anno informazioni dettagliate sul numero di tirocinanti accolti, il numero di stage trasformati in contratti di lavoro, i dettagli sulle tipologie di inquadramento utilizzate, le assunzioni di under 30 effettuate senza passare attraverso lo stage, le condizioni economiche offerte – non solo l’entità dell’indennità mensile ma anche eventuali altri benefit come i buoni pasto, le agevolazioni per l’alloggio, il rimborso dei mezzi pubblici o altro – e poi anche informazioni su altre attività che coinvolgono i giovani, come la disponibilità ad ospitare studenti in alternanza scuola lavoro o la presenza di programmi particolari per i giovani, tipo “graduate program”. Dieci sono quest’anno le aziende hanno vinto gli “AwaRdS” 2019; i premi sono stati consegnati nel corso di “Best Stage”, l'evento annuale che la Repubblica degli Stagisti organizza per fare il punto sul tema dell'occupazione giovanile in Italia.Ecco l’elenco completo dei vincitori, con le motivazioni.Awards speciale “Welfare per gli stagisti”.Vince: DanoneMotivazione:
proprio nel corso dell'evento “Best Stage 2019” Sonia Malaspina, direttrice HR Sud Est Europa di Danone, ha raccontato la decisione presa da Danone a partire da giugno 2019: l’estensione del welfare aziendale – frutto della contrattazione di secondo livello e che ad oggi è pari a un importo annuale di 2mila euro – a chi fa un'esperienza di stage all’interno dell’azienda, in un'ottica di responsabilità sociale di impresa e di inclusione.[nella foto, Malaspina è con Eleonora Voltolina e Gennaro De Falco, il sindacalista della Fai Cisl che ha sottoscritto la modifica del contratto integrativo per includere gli stagisti nel piano di welfare aziendale]AwaRDS per il “miglior rimborso spese”.
Vincono: Everis e FerreroMotivazione:Everis offre un rimborso spese mensile di 1000 euro al mese per tutti + buoni pasto da 5,29 euro e notebook aziendale.Ferrero offre un rimborso spese mensile di 1000 euro per tutti + mensa + laptop, sportello commissioni e spaccio aziendale. AwaRDS per il “miglior tasso di assunzione post stage”.
Vincono: Everis, Spindox, MedtronicMotivazione: Tutte queste aziende hanno assunto oltre il 90% degli stagisti ospitati nel 2018, facendo loro un contratto di almeno 12 mesiIn particolare:Everis → 177 stage, di cui 6 curriculari, attivati nel 2018 su 873 dipendenti,Spindox → 27 stage, di cui 8 curriculari, attivati nel 2018 su 650 dipendentiMedtronic → 39 stage attivati nel 2018 su 887 dipendentiMenzione speciale a Bip, che ha raggiunto proprio esattamente il 90% di assunzioni sui 271 stage attivati nel 2018; e anche a Fonderie di Montorso, JSB e Sic, che hanno superato il 90% ma su numeri di stage troppo ridotti per poter dare accesso all'AwaRdS.AwaRDS per la “miglior performance di assunzioni dirette di giovani” 
Vincitori: SDG e BIP Motivazione: In particolare:SDG nel 2018 ha assunto senza passare attraverso lo stage 56 under 30, su un organico di 220 dipendentiBIP nel 2018 ha assunto senza passare attraverso lo stage 279 under 30, su un organico di 1.774 dipendentiAwaRDS Super-speciale piccola impresaVincitore: Nike GroupMotivazione: la performance 2018 di Nike è straordinaria: offre agli stagisti un rimborso spese mensile di 1000 euro al mese; ha contrattualizzato oltre il 90% degli stagisti (14 stage, di cui 3 curriculari, attivati nel 2018 su 51 dipendenti), e anche ha assunto senza passare attraverso lo stage 8 under 30.[nella foto, il momento in cui Eleonora Voltolina ha consegnato l'AwaRdS a Giulia Costanzo e Andrea Bottini, rispettivamente HR specialist e Digital Content specialist di Nike Group]AwaRDS Speciale Lavoro Agile
Vincitori: Nestlé e Danone Company Motivazione: le aziende dell'RdS network che hanno aderito lo scorso maggio alla Settimana del lavoro agile indetta dal Comune di Milano. Questo AwaRdS è infatti stato ideato grazie alla collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e il Comune di Milano.AwaRDS Speciale Women in Stem
Vincitore: EYMotivazione: a cavallo tra la fine del 2018 e l'inizio del 2019 la percentuale di giovani donne assunte di EY è passata dal 30 al 45%, sopratutto grazie all'iniziativa “Women of EY” avviata nell'autunno 2018 per aumentare gli inserimenti al femminile. Il progetto consiste in due appuntamenti mensili con assessment di gruppo riservati a ragazze; non semplicemente un momento di selezione, bensì anche di confronto e di condivisione, con incontri con manager donne che si raccontano alle candidate per sfatare i “falsi miti” che spesso allontanano le donne dal settore della consulenza.Naturalmente le aziende vincitrici possono cambiare cambiano di anno in anno; alcune riescono a ottenere lo stesso premio per più anni consecutivi, ma l’idea di fondo è che gli AwaRdS siano ogni anno contendibili da tutte le aziende che fanno parte dell'RdS network: il discrimine è esclusivamente la performance dell’anno prima e il confronto con le “colleghe” aziende virtuose.Oltre a quelle che hanno vinto uno o più Awards, è importante segnalare anche quelle che si sono aggiudicate il “Bollino OK Stage”, il primo e forse più famoso marchio della Repubblica degli stagisti, cioè il bollino di qualità che “certifica” il rispetto totale dei principi della Carta dei diritti dello stagista, compreso quello dell’obiettivo di trasformare almeno il 30% degli stage in contratti di lavoro. Delle 34 aziende che ad oggi fanno parte del network della Repubblica degli stagisti – in realtà le aziende sono più di ottanta, perché alcune di esse sono dei gruppi formati da più aziende – nel 2019 ben 27 hanno ottenuto il Bollino OK Stage, sempre per le performance 2018: Aon, Arval, Bip, Cefriel, Danone, Everis, EY, JSB, HBG, Ial Lombardia, Infocert, Ferrero, Fonderie di Montorso, Mars, Marsh, Medtronic, Mercer, Meta System, Nestlé, Noovle, Nike, Prometeia, Gruppo Sapio, SDG, SIC, Spindox e Tetra Pak.

Compensi, probabilità di assunzione, policy: una grande ricerca fa luce su come funzionano gli stage – anche i curricolari!

Il tirocinio è lo strumento in assoluto più utilizzato, negli ultimi anni, come politica attiva del lavoro. Ma come viene utilizzato? Quali sono le procedure, le policy, le condizioni offerte gli stagisti, i risultati occupazionali? Il Comune di Milano ha deciso di dedicare un approfondimento a questo tema e l’ha affidato a Eleonora Voltolina, la giornalista fondatrice della testata giornalistica online Repubblica degli Stagisti. Il risultato è una mappatura che è arrivata a coinvolgere quarantadue soggetti promotori attivi sul territorio di Milano, e a censire complessivamente 73mila tirocini, tutti attivati nel corso del 2017 da università, agenzie per il lavoro, associazioni, fondazioni, consorzi. I risultati sono stati presentati oggi a Milano nel corso di “Best Stage”, l'evento annuale della Repubblica degli Stagisti dedicato all'occupazione giovanile. 

“Il Comune torna a porre l'attenzione sull'accesso al lavoro per i giovani e sullo strumento dello stage” ha detto Cristina Tajani, assessora al Lavoro. E Milano si conferma effettivamente capitale degli stagisti: con 11mila tirocini extracurricolari avvenuti sul territorio del Comune e oltre oltre 5.600 nell’area della Città metropolitana, il totale è quasi 17mila tirocini extracurricolari che hanno avuto luogo nel 2017 a Milano e che la mappatura è riuscita a tracciare.
 A questi vanno sommati i 10mila curricolari attivati sempre nel 2017 a Milano città e i 4mila curricolari della Città metropolitana, per un totale di 14mila. 17mila più 14mila significa un piccolo esercito di 31mila persone che nel 2017 hanno fatto uno stage a Milano. E attenzione, si tratta di un numero per difetto, perché la mappatura ha raccolto i dati di molti soggetti promotori, ma non di tutti! Dunque questo numero è, per così dire,  “prudenziale”. Tra i risultati più importanti, il focus su quelli curriculari, per i quali non esiste nessuna rilevazione sistematica ufficiale e che quindi rimangono sempre nell’ombra. Questa mappatura ha permesso invece di censire oltre 22mila tirocini di questo tipo avviati nel 2017: in particolare 21mila sono quelli attivati dalle università ubicate sul territorio di Milano (tutte tranne la Bicocca hanno partecipato alla mappatura).

Lo spaccato sui tirocini curriculari permette di capire meglio come le università e gli altri enti formativi gestiscano questi percorsi “on the job” per i propri studenti. In oltre il 70% dei casi gli stagisti curricolari hanno meno di 25 anni. Dei 22mila mappati, oltre 7.500 erano studenti di triennale, quasi 12mila studenti di specialistica, e poco più di 2mila allievi di master o dottorati.

Poiché i tirocini curricolari si  svolgono durante periodo di studi, spesso potrebbe essere utile avere una formula “part-time” che consentisse al giovane di non dover interrompere completamente l'attività di studio. Purtroppo la modalità part-time non è ancora così diffusa: ha riguardato solo il 15% circa degli stage curricolari mappati.

C’è poi l’importante tema della sostenibilità economica. Fermo restando che per i curricolari non vige l’obbligo di erogare una indennità mensile, come invece accade per gli extracurricolari, quanto spesso gli stagisti curricolari ricevono una indennità mensile? 
Il 38% dei partecipanti alla mappatura purtroppo non monitora questo aspetto: questi soggetti promotori non hanno dunque idea se i loro tirocinanti curricolari ricevano o no un compenso.
 Stando alle risposte di chi monitora, purtroppo i tirocini curricolari sono ancora il più delle volte gratuiti (nel 90% dei casi in Statale, nel 100% in Formaprof e Cnos). Altro aspetto, la probabilità di assunzione post stage. Premesso che i curricolari non hanno come principale obiettivo quello dell’inserimento lavorativo, non bisogna però dimenticare che vengono abitualmente inquadrati come “curricolari” anche un gran numero di stage finalizzati alla redazione della tesi di laurea (i cosiddetti “stage per tesi”): e quando un tirocinio curricolare viene effettuato da un laureando la prospettiva di assunzione post stage acquisisce una certa rilevanza.

 Ciononostante, solamente il 30% dei soggetti promotori monitora la percentuale degli stage curricolari che si trasformano in contratto di lavoro: e tra questi nessuna delle istituzioni universitarie milanesi.

Il focus sulla extracurriculari, invece, permette di tracciare quei tirocini che vengono svolti dopo aver completato gli studi: dalla mappatura emerge che quasi un quarto degli stage extracurricolari viene effettuato da persone che hanno smesso di studiare da oltre tre anni. 
Qui giocoforza gli stagisti sono più “vecchi”: hanno nel 13% dei casi meno di vent'anni; c'è poi un 37% di giovani tra i venti e i venticinque anni, un 35% tra i ventisei e i trentacinque anni, e un 15% di over 35.

In media i gli stage extracurricolari durano di più rispetto ai curricolari. La durata più frequente – 42% del totale – è quella dei classici sei mesi, ma poi c'è una percentuale molto significativa di stage tra i sei e gli undici mesi (12%) e ancor più significativa di stage di un anno (21%). Ai soggetti promotori che hanno partecipato alla rilevazione è stato anche chiesto di dare un voto ai soggetti che materialmente ospitano gli stagisti. Il risultato? Le piccole aziende non sembrano molto ferrate su cosa sia una stage - prendono quattro e mezzo su questo punto - ma fanno un po’ meglio sul fronte dell’attenzione dedicata ai tirocinanti, arrivando a un 6,4. Gli enti pubblici, sia centrali sia locali, prendono voti molto bassi (sei risicato) per quanto riguarda l’attenzione verso lo stagista, ma vanno meglio quando ad essere valutata è consapevolezza su cosa sia uno stage. 

In entrambe le valutazioni, il punteggio più alto viene ottenuto dalle grandi imprese: sembra quindi che in questo tipo di realtà lo stage venga utilizzato meglio, con più cognizione di causa e cura verso la qualità formativa dei percorsi offerti ai tirocinanti. Ma mancano alcune informazioni importanti: sono davvero pochi i soggetti promotori che monitorano l'entità delle indennità ricevute dai propri stagisti, e l'esito occupazionale degli stage – sia nella modalità dell'assunzione diretta da parte dell'azienda che ha ospitato il tirocinante, sia nella circostanza indiretta e cioè quando una persona che ha appena terminato un tirocinio viene assunta da un'altra parte, presumibilmente per le competenze apprese proprio durante il periodo di stage. Come ha ricordato anche Maurizio Del Conte – giuslavorista e già presidente dell'Anpal – durante la presentazione dei risultati, incrociando le informazioni delle Cob (le comunicazioni obbligatorie) con il codice fiscale delle persone che hanno fatto un tirocinio il risultato occupazionale si potrebbe tracciare senza troppe difficoltà. Perché, allora, lo si fa così poco? 
A proposito invece di indennità mensile: l’introduzione di questo obbligo, avvenuta a partire dal 2012-2013, era stata a lungo osteggiata: i detrattori sostenevano che avrebbe finito per far ridurre il numero di opportunità di stage a disposizione dei giovani. Ma oltre ai dati diffusi ogni anno dal Ministero del Lavoro ora vi sono anche le voci dirette dei soggetti promotori: oltre il 90% di quelli che hanno partecipato alla mappatura ha confermato di non aver rilevato una diminuzione del numero di opportunità di tirocinio extracurriculare: anzi, oltre un terzo ha risposto addirittura che, al contrario, il numero di tirocini extracurricolari attivati è aumentato dopo il 2013. Ma l'ammontare medio di queste indennità di stage non è alto. Il 41% dei tirocini extracurricolari mappati prevedeva una indennità inferiore a 500 euro al mese: e se è vero che per la normativa regionale lombarda fino a pochi mesi fa indennità inferiori a 500 euro non erano tecnicamente “illegali”, ciò non toglie che siano molto basse e non mettano gli stagisti in grado di mantenersi autonomamente in città care come Milano. Risulta poi un 37% di stage la cui indennità è collocata tra i 500 e i 750 euro al mese, e solamente un 22% che prevede un rimborso spese superiore ai 750 euro. 

Questo ovviamente è un problema, sopratutto se lo si mette in relazione al dato sui tirocinanti “fuori sede”, pari in generale al 27%, che devono affrontare oltre a tutto il resto anche il costo di un alloggio in affitto. Questa mappatura rappresenta un aggiornamento e ampliamento di una prima mappatura che era stata  realizzata alla fine del 2011 sempre per l’assessorato al Lavoro del Comune di Milano e sempre dalla Repubblica degli Stagisti.
 La mappatura 2019 ha coinvolto quarantadue soggetti promotori, quando la mappatura del 2012 ne aveva coinvolti solamente undici; ed è più che triplicato il numero degli stage che la mappatura 2019 è riuscita a “censire” rispetto alla precedente – se nel 2012 i dati raccolti erano riferiti complessivamente a circa 23.600 stage realizzati nel 2010, questa è riuscita a raccogliere informazioni su 73mila stage attivati nel 2017.Il testo integrale con i risultati della mappatura è scaricabile in pdf qui  

Tirocini extracurriculari, l'Italia è ancora divisa in due

Sui tirocini l’Italia è ancora divisa. I dati della Fondazione Consulenti del Lavoro, probabilmente il più importante soggetto promotore di tirocini in Italia, fotografano due paesi distinti. Il maggior numero di percorsi extracurriculari attivati si registra a Sud, ma è nel Settentrione che le opportunità si trasformano più spesso in contratti di lavoro. Il dubbio, neanche troppo velato, è che qualcuno abusi dello strumento per trovare manodopera a buon mercato senza mai arrivare alla sospirata firma. Un boomerang per i giovani che sperano di avviare una carriera, che ha indotto alcuni enti pubblici (come l'Emilia Romagna) ad aumentare controlli e sanzioni.L’occasione per tirare le somme è venuta dal Festival del Lavoro, in scena a Milano dal 20 al 22 giugno. Di fronte a una platea qualificata formata da tecnici ed esperti, alcuni dei nomi più importanti a livello nazionale: dirigenti di Inps, Anpal, assessori regionali. Nella sessione plenaria è stato avvistato anche il vicepremier Matteo Salvini. L’unico grande assente è stato proprio il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che ha dato forfait all’ultimo.«Nel 2018 abbiamo attivato circa 27mila tirocini extracurriculari» ha rivelato il presidente della Fondazione Vincenzo Silvestri anticipando il Rapporto che sarà diffuso solo a settembre. Si tratta di un numero che, rapportato al totale dei tirocini extracurricolari attivati in Italia, rappresenta l'8,2% del totale: la quantità di attivazioni gestite da Fondazione Lavoro è quasi raddoppiata in cinque anni – se si pensa che nel 2013 l'agenzia dei consulenti del lavoro aveva attivato “solo” il 4,9% di tutti i tirocini a livello nazionale.In particolare, la Fondazione nel 2018 è stata soggetto promotore di quasi 6mila tirocini (per la precisione 5.869) nella sola Regione Lombardia; a seguire il Veneto con poco più di 4.700, la Campania con 3.700, il Lazio con quasi 2.600, il Piemonte con quasi 1.800, la Puglia con 1.600. «Il 60% di questi è stato trasformato in contratti». Un risultato «soddisfacente, possibile grazie ai nostri delegati che lavorano fianco a fianco con le aziende del territorio e ne conoscono i bisogni» ha aggiunto Luca Paone, vicepresidente dell’agenzia. Secondo Mauro Capitanio, consulente del lavoro che è stato presidente della Fondazione Lavoro per due mandati tra il 2012 e il 2018, il fatto che nel 2018 sia «aumentato il tasso di trasformazione dei tirocini smonta la teoria che il tirocinio sia una forma surrettizia per non pagare i contributi»; esso si dimostra, invece, «un investimento che l'azienda fa sul ragazzo, per poi inserirlo».I dati dell'anteprima del Rapporto curato dall'Osservatorio della Fondazione tracciano l'esito occupazionale degli stage 2013-2018 registrando la situazione contrattuale entro i sei mesi dalla conclusione del percorso formativo: la maggior parte degli stagisti assunti (38,9%) ha un contratto a tempo determinato; una percentuale simile (35,2%) ha un apprendistato, e un 20,3% un contratto a tempo indeterminato.La percentuale di assunzione post stage per i tirocini della Fondazione Lavoro è pari a 60,2%, ma se poi si va a spacchettare il dato per aree geografiche, a fronte delle Regioni del Nord dove il dato è pari a 63,5% e di quelle del Centro dove ad essere assunti sono stati il 62,5% dei tirocinanti passati attraverso la Fondazione, per le Regioni del Sud questa percentuale sprofonda di quasi dieci punti percentuali, fermandosi a 54,7% – che è, comunque, più della media nazionale rilevata dal Ministero del Lavoro.Allargando lo sguardo, Capitanio evidenzia come questi tirocini abbiano generato «59.700 posti di lavoro senza nessun costo per il sistema pubblico», in quanto i tirocini gestiti dalla Fondazione non prevedevano finanziamenti pubblici.Ma il tallone d’Achille resta la formazione. «I profili richiesti dalle aziende oggi sono spesso molto qualificati: la scuola non garantisce queste competenze» prosegue Silvestri: «Per questo è difficile che un’impresa si lasci scappare un dipendente che è stata costretta a formare internamente proprio perché il sistema dell’istruzione non fornisce abilità in linea con le esigenze del mercato».Dal Rapporto Tirocini  emerge, inoltre, una variazione di tendenza: mentre in passato a selezionare queste figure erano soprattutto le imprese del terziario, nel 2018 in prima linea sono passate le aziende attive nel settore industrial-produttivo e nel turismo.Lo spaccato dei profili racconta che oltre un tirocinio su sette, tra quelli promossi dalla Fondazione, riguarda la mansione di commesso: sono stati quasi 4.200 gli stage per profili di  “commessi delle vendite al minuto”. In seconda posizione, molto distanziati, i profili di “addetti a funzioni di segreteria” (poco meno di 2mila attivazioni) e a seguire i poco più di mille tirocini per profili di “baristi e professioni assimilate”.Un’altra interessante rilevazione focalizzata dai consulenti del lavoro – peraltro non una novità – è che la formazione tecnica offerta dagli ITS è quella che offre le migliori prospettive di impiego a breve termine. Secondo le statistiche, il tasso di allievi che trovano un’occupazione nei primi sei mesi dal diploma oscilla tra l’85 e l’89%. La Fondazione Lavoro sostiene, quindi, il tirocinio come strumento tra i più validi nell'ambito delle politiche attive volte a colmare i "fallimenti" del mercato del lavoro; quelle situazioni, cioè, in cui domanda e offerta non si incontrano in maniera spontanea. La responsabilità di completare la formazione passa dalla collettività alla singola azienda, determinando uno sgravio per il sistema dell'istruzione - che difficilmente riesce a restare sulla frontiera dell'innovazione tecnica e manageriale - e un vantaggio per il giovane, che riceve competenze aggiornate. Ma ci guadagna anche l'impresa, che trasmette valori e metodi di lavoro a soggetti perlopiù freschi di studi, e quindi potenzialmente più ricettivi. La filosofia della formazione interna ha preso piede da anni nel mondo delle corporations anglosassoni, dove "graduate programs" pluriennali  propongono agli aspiranti dirigenti una crescita graduale e "dal basso". Ispirandosi forse all'ambito sportivo, dove c'è una lunga tradizione in questo senso, di cui Barcellona con la sua "cantera" e l'Ajax sono gli esempi più noti.

Almalaurea, sale il tasso di occupazione dei laureati ma le retribuzioni restano ancora troppo basse

Tutto sommato ai laureati italiani non andrebbe poi così male dal punto di vista occupazionale. I dati annuali di Almalaurea, presentati nei giorni scorsi alla Sapienza di Roma, parlano di un tasso di occupazione – che include gli stage con borsa di studio – che «è pari, a un anno dal titolo, al 72,1% tra i laureati di primo livello e al 69,4% tra i laureati di secondo livello del 2017» si legge nel comunicato. E c'è un miglioramento rispetto per esempio a quattro anni fa, con una crescita «di 6,4 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 4,2 per i laureati di secondo livello». «Segnali positivi» secondo Almalaurea, benché un 30% di senza lavoro a un anno dalla laurea non possa considerarsi un buon risultato. Per di più tali percentuali «non sono ancora in grado di colmare la significativa contrazione del tasso di occupazione osservabile tra il 2008 e il 2014 (-17,1 punti percentuali per i laureati triennali; -15,1 per i magistrali)». Dopo cinque anni va meglio. Gli occupati salgono all'88,6% per la laurea di primo livello, all’85,5% per i laureati di secondo livello. E anche qui le curve sono in ascesa rispetto agli anni precedenti. Si tratta di medie naturalmente. Perché se da una parte 'i soliti noti', ovvero le lauree del gruppo ingegneristico, economico-statistico e medico, raggiungono il picco dell'89% di occupati, per chi ha scelto lauree del gruppo giuridico, letterario, psicologico e biologico, i disoccupati sono ben il 20%. Addirittura il tasso di occupazione dei laureati magistrali a ciclo unico del gruppo giuridico  a cinque anni dal conseguimento del titolo  è un avvilente 76%. In generale si può però continuare a dire che studiare paghi e che prendere la laurea convenga perché «i laureati godono di vantaggi occupazionali importanti rispetto ai diplomati di scuola secondaria, che si fermano al 65,7% nella fascia dai 20 ai 64 anni» si legge nel report.L'aspetto che invece continua a non decollare è quello delle retribuzioni. Lo stipendio medio a un anno dalla laurea è di «1.169 euro per i laureati di primo livello e a 1.232 euro per i laureati di secondo livello». Un aumento in realtà si rileva, spiega lo studio: 13 e 14 punti in più rispettivamente per i due gruppi. Ma il trend «non è ancora in grado di colmare la significativa perdita retributiva registrata nel periodo più difficile della crisi economica che ha colpito i neolaureati, ovvero tra il 2008 e il 2014». In quegli anni gli stipendi di chi si laureava calarono del 22 e del 17 per cento.E neppure dopo un quinquiennio dal titolo il quadro dei laureati di oggi diventa roseo. «La retribuzione mensile è pari a 1.418 euro per i laureati di primo livello e 1.459 euro per quelli di secondo livello». Piccoli segnali di ripresa ci sono, ma anche qui essi «non sono in grado di colmare la perdita retributiva intervenuta nel periodo 2012-2015».Non stupisce allora che sia quasi la metà la quota di laureati che si dice disposta a andarsene all'estero per lavorare. Sono oggi il 47,2%, quando «erano il 39,9% nel 2008». Uno su tre dichiara di essere disponibile a trasferirsi addirittura in un altro continente. «La realtà è che se ne vogliono andare» sbotta in uno dei panel finali del convegno Giuseppe Cirino della Federico II di Napoli [nella foto sopra]. «E l'università deve essere considerata responsabile se il suo capitale umano se ne va da un'altra parte alla prima offerta di lavoro, per una posizione migliore» continua, «per poi tornare in Italia solo per turismo». Sono gli stessi dati di Almalaurea a confermarlo: «Il premio salariale della laurea rispetto al diploma, in Italia, di circa il 38%, non è elevato come in altri Paesi europei: la media Ue è del più 52%, in Germania si sale a più 66 e in Gran Bretagna a più 53».La laurea almeno «consente di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, disponendo chi si laurea di strumenti culturali e professionali più adeguati» sottolinea il report. E proprio per questo è sbagliato pensare che «l'università debba rispondere alle esigenze estemporanee di un mercato che cambia molto velocemente trasferendo competenze professionalizzanti» ragiona durante il dibattito Francesco Ferrante dell'università di Cassino, quando invece «si deve creare un sapere che deve durare tutta la vita e modularsi sulla base dei cambiamenti, che non crei vantaggi solo in entrata». Ma ciò non basta a frenare la fuga, e la colpa, rincara la dose Cirino, «è di voi accademici che siete sempre rivolti verso il passato e non verso il presente che va a una velocità stratosferica».Anche il sistema aziendale ha le sue falle. «È proprio il tessuto imprenditoriale italiano, fatto di piccole e medie imprese per lo più, a non capire spesso quali siano le proprie esigenze occupazionali», fa notare Ferrante. Ne consegue che i laureati saranno poco valorizzati se le imprese non sanno capirli, se si rifiutano perfino talvolta di formarli «lamentandosi che non sappiano fare nulla, quando in tutto il mondo è risaputo che un laureato ha competenze generali che vanno poi declinate in funzione dell'impresa e con costi che sono a carico della stessa».E poi, altra questione nodale, la contendibilità dei posti. «I disoccupati italiani per cercare un impiego hanno fatto ricorso soprattutto a contatti informali, con amici e parenti in primis: ha intrapreso questa strada l’84,1% dei disoccupati in Italia, rispetto al 67,8 della media europea» si legge nell'indagine Almalaurea. In questo modo «di fatto restano penalizzati quanti non hanno un’adeguata rete di relazioni». Perchè quando si apre un posto di lavoro troppo spesso non viene pubblicizzata la posizione aperta, e quindi non si attiva un procedimento trasparente di candidature e selezione.La tesi è inequivocabile: «Il nostro sistema è ancora molto classista» chiosa di Giuseppe Valditara, capo dipartimento per la Formazione superiore e la ricerca del Miur [nella foto a destra]. «I figli del popolo, di chi esercita professioni esecutive, rappresentano appena il 21% della popolazione universitaria». Ergo, «non si favorisce la crescita sociale». E si emigra. Le promesse di investimenti ci sono: «120 milioni di euro per il sistema universitario subito, e altrettanti per le infrastrutture da diluire negli anni». Ma basteranno?Ilaria Mariotti

In anteprima i risultati della mappatura sugli stage a Milano e nuove policy di welfare aperte agli stagisti, ecco Best Stage 2019

Anche quest’anno è arrivato il momento dell’evento annuale “Best Stage” della Repubblica degli Stagisti dedicato all’occupazione giovanile, quest'anno organizzato in collaborazione con l'assessorato al Lavoro del Comune di Milano. Appuntamento dunque per martedì 25 giugno alle 09:45 presso la Sala Vitman dell’Acquario Civico di Milano. Ricchissimo il menù di argomenti che verranno approfonditi [qui la locandina]: in particolare l’evento sarà l’occasione per presentare in anteprima i risultati di una grande ricerca che la direttrice della Repubblica degli Stagisti, Eleonora Voltolina, ha svolto su commissione del Comune di Milano per indagare l’utilizzo dello strumento dello stage. Una ricerca che aggiorna e amplia la mappatura precedente, realizzata sempre della Repubblica degli Stagisti per il Comune di Milano nel 2012. La nuova edizione e però decisamente più ambiziosa: ha coinvolto il quadruplo dei soggetti promotori e “censito” il triplo degli stage, quasi 73mila. Dai dati raccolti, che verranno illustrati dall’assessora al lavoro del Comune di Milano Cristina Tajani insieme a Eleonora Voltolina, si possono trarre molte riflessioni utili su come, quando e perché lo stage possa essere uno strumento valido per entrare nel mondo del lavoro, e quali siano le criticità sulle quali bisogna ancora lavorare: prima fra tutte il monitoraggio della efficacia dello stage nel portare poi a un’assunzione, e la questione della sostenibilità economica.Dei risultati discuteranno in una tavola rotonda Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro all’università Bocconi e già presidente dell’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro; Luca Paone, vicepresidente della Fondazione Lavoro che gestisce l’attivazione dei tirocini per tutti i consulenti del lavoro a livello nazionale, e Wally Sinigaglia,  Employability People Advisor di The Adecco Group, una delle agenzie per il lavoro che hanno partecipato alla mappatura, moderati dalla giornalista Rita Querzé del Corriere della Sera.Un’altra grande notizia che verrà approfondita nel corso di Best Stage 2019 è la recentissima decisione di Danone di ampliare il raggio d’azione del suo piano di welfare, estendendolo – prima azienda in Italia! – anche agli stagisti. Sonia Malaspina, direttrice HR Sud Est Europa di Danone, racconterà questa innovazione e ne discuterà con Gennaro de Falco, sindacalista della Cisl che ha contribuito alla trasformazione di questa idea in una modifica ufficiale del contratto integrativo aziendale che quindi rende duratura nel tempo questa innovazione, e Costanza Ramorino, vicepresidente dell’associazione Valore D che tra i suoi obiettivi ha anche quello di incentivare le aziende alle buone pratiche in tema di welfare aziendale. In questo caso a moderare sarà il giornalista Riccardo Bianchi di FpS Media.Come di consueto, Best Stage sarà anche il momento per fare il punto su tutte le ultime attività realizzate dalla Repubblica degli Stagisti, con un aggiornamento sull’iter della proposta di legge presentata dal deputato Massimo Ungaro per garantire piiù diritti ai tirocinanti curriculari, sul progetto di videopillole informative realizzato nei mesi scorsi con la collaborazione della Cisl Lombardia e in particolare della brillante sindacalista Marta Pepe, e con la premiazione delle aziende virtuose dell’RdS network che quest’anno si saranno aggiudicate qualcuno degli AwaRdS, i premi che la Repubblica degli Stagisti dedica ogni anno alle aziende che si siano particolarmente distinte per un dettaglio della propria policy – come per esempio la performance di assunzione post stage superiore al 90%, o l’indennità mensile più alta a favore dei propri stagisti. L’evento è aperto al pubblico, gratuito fino a esaurimento posti, e ci si può prenotare pre-accreditandosi attraverso questo link. Se vi interessa il tema dell’occupazione giovanile, consideratevi invitati!

Rai, presto una nuova selezione per assumere cento giornalisti nei prossimi tre anni

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Una nuova selezione pubblica per giornalisti: questo ha deciso qualche giorno fa il consiglio di amministrazione della Rai. Una decisione che probabilmente deriva dal fatto che la graduatoria dell’ultima selezione, svolta nell’estate del 2015, ha cessato la sua validità a ottobre dell'anno scorso. Una scelta in linea con quanto l’Usigrai aveva chiesto già da mesi e ribadito da Vittorio di Trapani, segretario del sindacato dei giornalisti, alla Repubblica degli Stagisti proprio allo scadere della graduatoria. «In pochi anni arriviamo a fare una seconda selezione pubblica e per me, come sindacato, è un titolo di merito» spiega oggi il segretario: «Sono molto orgoglioso di questo».Insomma: selezione pubblica come strada maestra per assumere giornalisti in Rai. Una buona notizia visto anche che nella storia dell’azienda televisiva due selezioni di professionisti in così poco tempo non c'erano mai state. «Da quando abbiamo fatto la prima selezione», continua il segretario Usigrai, «abbiamo assunto duecento persone. E con la prossima ne assumeremo altre. Una risposta chiara e netta a chi ancora oggi prova a raccontare il luogo comune che in Rai si entra per raccomandazione». Val la pena di ricordare anche le procedure avviate negli ultimi anni per gli interni – giornaliste e giornalisti che in azienda lavoravano già, ma senza il giusto contratto – e nel corso degli ultimi sei-sette anni attraverso altre due selezioni hanno avuto la possibilità di veder riconosciuto il lavoro giornalistico.Quando la decisione del Cda è stata resa nota, sono cominciate a circolare anche ipotesi sui numeri dei giornalisti che saranno selezionati, ma su questo punto è bene essere cauti: «Bisogna prima capire quale sarà la validità della prossima graduatoria per calcolare il cosidetto turn over delle persone che nei prossimi anni andranno in pensione e dovranno essere sostituite», ragiona Di Trapani. E verificare quale sarà l’attuazione del piano industriale. Perché «se la validità coinciderà con l’attuazione e quindi con lo sviluppo urgente sul web è ovvio che sarà necessario calcolare più risorse per dare il via al nuovo piano». Fino ad allora mettere cifre nero su bianco è difficile. Ma probabilmente un numero intorno a cento, lo stesso fissato inizialmente l’ultima volta, è credibile. Del resto «in tre anni i numeri di pensionamenti girano intorno a queste cifre» conferma il segretario Usigrai.Ora il confronto tra azienda e sindacato andrà avanti, partendo dall’esperienza di cinque anni fa e giudicando cosa è stato positivo e cosa invece può essere migliorato. All'epoca c'era stata una prova scritta iniziale a domanda multipla, che aveva coinvolto circa 2.600 candidati, che aveva comportanto una prima scrematura; e poi una seconda fase con altre prove selettive. Tutto sta a vedere se si deciderà di procedere sulla stessa linea o di cambiare.Una cosa però è certa: «Questa volta la selezione sarà fortemente ancorata su base territoriale». Un punto critico della precedente selezione, infatti, fu che a molti dei giornalisti selezionati la Rai chiese trasferimenti in sedi molto lontane dalla propria residenza, e peraltro con dei tempi ristrettissimi per fornire una risposta e lo spauracchio di venire eliminati dalla graduatoria in caso di rifiuto. «L’altra volta era stato adottato un meccanismo simile a quello della magistratura» spiega di Trapani «per cui in ordine di graduatoria si sceglievano i posti disponibili. Determinando però il problema dei trasferimenti». Questa volta, invece, «stiamo valutando dei meccanismi che ancorino al territorio, in modo che ognuno possa aspirare a dei posti disponibili nelle Regioni che gli interessano». I vuoti di organico, infatti, riguardano tutto il territorio nazionale e a questi si aggiungono anche le richieste di trasferimenti di colleghi assunti a cui si potrebbe dare risposta con nuove immissioni.Ai tanti che hanno accolto la notizia della nuova selezione con gioia si affiancano però anche quelli che parteciparono alla precedente, superando la prima prova del test a risposta multipla e rientrando, quindi, in una graduatoria di quattrocento persone che, da bando, potevano affrontare le altre sette prove di idoneità. Senza però classificarsi nelle prime duecento posizioni. Dalla pubblicazione dei risultati è stato costituito un Comitato per l’informazione pubblica costituito da un centinaio di giornalisti rientranti in questa casistica che ha a più riprese rivendicato il diritto di estinguere la graduatoria della selezione prima di procederne a una nuova: cioè esaurire il bacino di idonei di cinque anni fa anziché (o prima di) crearne un altro. E ora, con gli ultimi sviluppi, il Comitato ha già annunciato di non escludere l’azione penale e la segnalazione alla Corte dei Conti per accertare ogni responsabilità.Ma di Trapani, come già ribadito in passato, precisa: «La definizione di idonei nel bando non c’era. Dalla prima prova si decise da accordo sindacale di portare alle prove professionali quattrocento persone. Ma queste non rappresentavano una lista di idoneità: solo quelli che erano passati dalla prima alla seconda fase. La graduatoria è stata determinata dalle sette prove professionali e nell’ambito della sua validità siamo riusciti ad assumere duecento persone. È evidente che allo scadere della graduatoria questa decade. Dopo di che, se un giudice dovesse dare loro ragione in sede giudiziaria, io rispetterò le sentenze, ma ad oggi so, visto che ho firmato io l’accordo sindacale, che quella graduatoria scadeva dopo tre anni dalla sua pubblicazione».Adesso non resta che aspettare gli sviluppi degli incontri tra le parti – azienda e sindacato – con l’auspicio che si proceda quanto prima, magari entro il termine della pausa estiva, alla raccolta delle candidature. Augurandosi, vista la precedente esperienza, che questa volta più delle polemiche a fare notizia siano le assunzioni.Marianna Lepore