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Covid, Lazio in fascia gialla. Ma i tirocini come vanno?

Come va la vita agli stagisti italiani? La Repubblica degli Stagisti da mesi sta raccogliendo informazioni sugli effetti dell’emergenza Covid sullo stage. Oggi approfondiamo la situazione nella regione Lazio.Il Lazio è la seconda Regione più popolosa d’Italia, con quasi 6 milioni di residenti; ed è la terza – a “parimerito” con il Piemonte – per numero di persone che fanno stage sul suo territorio: intorno alle 34mila all’anno. Ma ora, con la pandemia tutto è cambiato. Al momento in cui l’emergenza è scoppiata, a marzo, in Lazio erano in corso 13.988 tirocini extracurricolari. Parte di questi percorsi – più di un terzo: 5.676 – erano “freschi freschi”, cioè erano stati attivati da poco, dal 1° gennaio 2020 in avanti. La restante parte “proseguiva” dall’anno precedente (un tirocinio può durare fino a 12 mesi).Dai dati forniti alla Repubblica degli Stagisti dalla Direzione Istruzione, Formazione, Ricerca e Lavoro della Regione Lazio, di questi 13.988 tirocini 2.640 risultano essere stati interrotti. Gli altri sono stati variamente sospesi – per qualche settimana o qualche mese – e poi ripresi, alcuni nella modalità “smart” da casa, altri in presenza. C’è da dire che il Lazio è stata una delle poche Regioni che ha provveduto a mettere in campo una misura per aiutare gli stagisti rimasti improvvisamente a spasso: migliaia di tirocinanti (a giugno 2020 erano già quasi 7mila) hanno potuto accedere all’indennizzo “Nessuno Escluso”, messo in campo dalla giunta Zingaretti per sostenere il reddito improvvisamente crollato di stagisti, colf e badanti, rider, soggetti in stato di disoccupazione o sospensione dal lavoro e studenti universitari.Nel secondo trimestre del 2020, comprensibilmente, il numero di tirocini attivati è calato brutalmente: solo 1.631 secondo i dati della Direzione regionale sono stati quelli attivati tra aprile e giugno di quest’anno, contro i 7.895 dello stesso periodo dell’anno scorso. In Lazio si è quindi verificata una diminuzione di quasi l’80% delle opportunità di stage nel periodo più caldo della pandemia, e cioè nelle fasi 1 e 2.E poi? La Repubblica degli Stagisti ha chiesto alla Regione anche un dato non solo inedito ma anche inconsueto: il numero di tirocini extracurricolari attivati tra aprile e agosto del 2020. In particolare, dal 1° aprile al 31 agosto risultano essere partiti in Lazio 4.782 percorsi di stage. Nello stesso periodo del 2019 ne erano partiti 11.584.Che significano questi numeri? Significano che, una volta passata la fase iper-critica della pandemia, anche in Lazio come in tutte le Regioni italiane piano piano la vita economica “normale” ha ripreso il suo corso, e con essa anche le attivazioni di nuovi tirocini. Ma comunque i numeri sono sempre contenuti.Sebbene insomma la ripresa dei tirocini ci sia stata – quei quasi 5mila attivati tra aprile e agosto ne sono la prova: e parte di questi percorsi con tutta probabilità è ancora in corso in questo momento – essa non è bastata a colmare il “cratere” creato dall’effetto Covid. Dalla proporzione tra il numero di tirocini attivati nel periodo aprile/agosto 2020 e quelli attivati nel periodo aprile/agosto 2019 risulta un calo del 60%. Quindi chi cercava uno stage in Lazio in quei mesi ha avuto purtroppo il 60% in meno di probabilità di trovarlo.Ora il Lazio è stato posizionato, nel nuovo Dpcm emanato dal governo qualche giorno fa, nella lista delle Regioni in “fascia gialla”. Ciò significa che le attività economiche, a parte alcune limitazioni sopratutto negli orari serali e notturni e nei giorni festivi, proseguono per ora normalmente. Ne deriva che anche i tirocini attualmente in corso possano proseguire senza particolari problemi; naturalmente, là dove possibile, sarebbe sempre meglio seguire le indicazioni e preferire una modalità di svolgimento da remoto.A questo proposito, proprio oggi la Regione ha reso pubblico un documento di diciotto pagine con le risposte alle FAQ più frequenti in materia di normativa sui tirocini: e le ultime pagine sono proprio dedicate al tema “stage durante il Covid”.«Durante l’attuale fase d’emergenza, si dovrà valutare in prima istanza se il tirocinio possa essere svolto in  presenza, ferma  restando  la  rigida  attuazione  delle disposizioni  nazionali  e  regionali sulla sicurezza organizzativa e sanitaria per il contenimento del Covid-19» si legge «altrimenti si dovrà optare per il tirocinio in FAD». Dove “FAD” è un acronimo che sta per “formazione a distanza”. «Il tirocinio in FAD è realizzabile laddove i contenuti del progetto formativo individuale» è specificato nel documento «si prestino alla loro attuazione (in termini di apprendimento, orari e tutorship) mediante tecnologie digitali (ICT), come quelle utilizzate per  l’organizzazione del lavoro e della formazione in  ambienti virtuali», con un riferimento alla circolare di fine marzo dedicata proprio a questo. Si può anche fare un tirocinio in modalità “mista”: «Nel caso in cui il soggetto ospitante […] abbia  organizzato il lavoro dei dipendenti alternando giornate in presenza con giornate in smartworking [...], è possibile estendere tale possibilità anche ai tirocinanti». Ma la Regione Lazio non incoraggia questa opzione, perché teme che diventino «più complesse le operazioni di attestazione delle presenze attraverso l’uso combinato di registri presenze e timesheet».Nel documento si trovano anche  interessanti indicazioni su cosa si debba fare nel caso in cui un tirocinante finisca in quarantena o in isolamento causa Covid. Qui tutti i dettagli.

L'Italia continua a svuotarsi: 131mila italiani espatriati nel 2019, due su cinque sono under 35

Un'Italia impoverita delle «sue forze più giovani e vitali, di capacità e competenze che vengono messe a disposizione di altri Paesi che non solo le valorizzano appena le intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori». Il quindicesimo Rapporto italiani nel mondo curato dalla sociologa Delfina Licata e edito dalla Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei è stato presentato online – come richiedono i tempi – nei giorni scorsi. E la fotografia è ancora una volta quella di un sempre più giovane e corposo flusso migratorio degli italiani verso l'estero. Migliaia di persone che se ne vanno, mentre da noi, dice a chiare lettere il rapporto, «imperversa un malessere demografico spietato». L'unica parte di un'Italia sempre più spopolata che cresce «è quella che ha messo radici all’estero». La comunità degli italiani espatriati fuori dai confini nazionali ha raggiunto quota 5,5 milioni di persone.Oltre la metà, vale a dire tre milioni, è residente in Europa; con una crescita rispetto al 2006 – quando di italiani all'estero se ne contavano 3,1 milioni circa – del 76 per cento, che non ha conosciuto pause in questi ultimi tre lustri. Ma tutti questi emigrati faranno mai rientro? «Di tornare se ne parla poco, sono solo partenze» è la risposta impietosa di Licata. Proprio qui sta uno dei nodi: «La mobilità all'estero è una strada che vorremmo non a senso unico» ha detto il premier Giuseppe Conte prendendo parte alla presentazione del rapporto, la prima volta per un presidente del Consiglio  «bensì percorribile in entrambe le direzioni». L'Italia ha bisogno «di chiamare a raccolta le energie migliori tra questi giovani all'estero, offrendo incentivi a rientrare nel Paese, a aggregare talenti per il rilancio delle imprese in particolare nel Mezzogiorno». La mobilità verso l'estero «deve superare il suo essere malata e diventare circolare» gli ha fatto eco Vincenzo Morgante, direttore di TV2000.A lasciare l'Italia nel 2019 sono stati ufficialmente 131mila cittadini, diretti verso 186 destinazioni del mondo e provenienti da ogni provincia italiana. Di questi circa il 75 per cento è sotto i 50 anni: più nello specifico, il 40 per cento ha tra i 18 e i 34 anni, mentre il 23 ha un'età compresa tra i 35 e i 49 anni. La metà di queste persone ha scelto di partire per ragioni di espatrio. Un altro consistente 35 per cento è invece costituito da nuove nascite di italiani all'estero. Si parla di numeri ufficiali, che risultano dunque al registro Aire – l'anagrafe degli italiani all'estero – a cui sfuggono di converso gli espatriati che non comunicano la propria partenza, malgrado sia obbligatorio per legge farlo.Il dato più significativo sulla composizione del flusso migratorio italiano verso l'estero è quello anagrafico. La nuova mobilità è formata «sia da nuclei familiari con minori al seguito (più 84 per cento nella classe di età da zero a 18 anni)» si legge, «sia dai giovani e giovani adulti da inserire immediatamente nel mercato del lavoro (più 78 per cento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni)». A decidere di cambiare residenza è insomma la forza lavorativa nei suoi anni migliori, insoddisfatta, come si deduce, dell'offerta che proviene dall'Italia.L'altro dato è poi che a emigrare non è sempre e solo – o almeno non più – chi ha la laurea. Lo studio «svela un costante errore nella narrazione della mobilità recente» è scritto, «raccontata come quasi esclusivamente formata da altamente qualificati occupati in nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche». I cosiddetti "cervelli in fuga". Non è così: tra gli italiani residenti all'estero solo un 29 per cento risulta in possesso di una laurea (dato del 2018). E in più, rispetto al 2006 la percentuale di chi si è spostato all’estero possedendo una laurea o un dottorato è cresciuta del 193 per cento, ma quella di chi aveva in tasca solo un diploma è cresciuta ancor di più, registrando un +292%. All'estero si cerca insomma non solo l'occupazione specialistica, ma anche «lavori generici». Ed è andando fuori dai confini nazionali che «il bisogno di lavoro viene soddisfatto» ha commentato monsignor Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes [nella foto sotto], intervenendo al webinar. L'analisi evidenzia poi un altro fattore, che è quello della provenienza dell'espatriato. Perché al primo posto in numeri assoluti c'è sempre la Lombardia con oltre 21mila partenze nel 2020, seguita da Sicilia, Lazio e Veneto, che si attestano ognuna sulle circa 10mila partenze. Ma sarebbe un errore considerare l'espatrio come prerogativa del Nord Italia, mette in luce il rapporto. In percentuale «a svuotarsi sono soprattutto i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, eventi calamitosi o sfortunate congiunture economiche» spiega il comunicato, ovvero quasi sempre piccoli centro.Il vero divario non è insomma tra Nord e Sud, ma tra città e aree interne, che sono quelle da cui si scappa di più perché «è qui che regna il malessere» ha segnalato Licata. È il caso per esempio di Castelnuovo di Conza (in provincia di Salerno) che ha fatto registrare un boom di iscrizioni all'Aire segnando un più 478 per cento, seguito da Carrega Ligure (Alessandria) con il più 361 per cento. In terza posizione Castelbottaccio (Campobasso) con una crescita del 269 per cento.Quanto alle mete, sono aumentati gli spostamenti verso il Regno Unito e la Spagna, rispettivamente saliti del 147 e 242 per cento. Ma mentre si continua a approdare nei Paesi «di vecchia mobilità» come li definisce il rapporto, Germania, Svizzera e Francia, si individuano anche «nuove frontiere» della mobilità: Malta (più 632 per cento), Portogallo (più 399 per cento), Irlanda (più 332 per cento), Norvegia (più 277 per cento) e Finlandia (più 206 per cento). L'ultimo mito da sfatare riguarda poi le pensioni che finiscono nei conti correnti stranieri, ai connazionali fuori dall'Italia da generazioni, e a cui il rapporto dedica un capitolo. Sbaglia chi crede che siano un buco nero: le pensioni pagate all’estero «rappresentano solo il 2,4 per cento del totale delle prestazioni Inps», ha chiarito il presidente dell'istituto pensionistico Pasquale Tridico all'incontro telematico. Ma il dato da considerare è soprattutto che il saldo tra entrate e uscite è a nostro favore perché a fronte dei soldi in uscita vi sono altrettante pensioni percepite da italiani rientrati dopo anni di lavoro all'estero.  «Il complesso delle pensioni ricevute da Paesi stranieri è pari a 3,5 miliardi di euro» ha precisato Tridico. «Le pensioni verso l'estero ammontano invece «a 466 milioni», determinando «un saldo abbondantemente a nostro vantaggio» frutto di decenni di emigrazione italiana nel Novecento. Un elemento che definisce ancora una volta il nostro come un Paese di emigrati, tanto che si stima che la comunità italiana nel mondo arrivi a raggiungere la cifra «di 80 milioni di persone» ha specificato il premier Conte. Al diritto di migrare deve fare però da contropartita, nelle parole del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, «il diritto di restare, il diritto di tornare, il diritto a una vita felice e dignitosa». Ilaria Mariotti 

Lavorare nelle istituzioni UE: mille assunzioni all'anno, ma diminuiscono i candidati under 35

Come si ottiene un posto di lavoro nelle istituzioni europee? Molti lo sognano, pochi lo ottengono. Ora c'è un report speciale per capire se il processo di selezione del personale in questo tipo di strutture è davvero efficace oppure no. È questo l’obiettivo della relazione speciale dal titolo “Ufficio europeo di selezione del personale: è tempo di adattare il processo di selezione all’evolversi delle esigenze in termini di assunzioni” diffusa ieri alla stampa dalla Corte dei Conti europea, che formula delle raccomandazioni pertinenti ai fini del piano strategico dell’Epso, l’Ufficio europeo per la selezione del personale, per il prossimo quadriennio 2020-2024. La Repubblica degli Stagisti ha avuto modo di intervistare in esclusiva Annemie Turtelboom, la 53enne politica fiamminga, già più volte ministra in Belgio, responsabile del report  e componente della Corte dei Conti europea dal maggio 2018, incarico che conserverà fino al 30 aprile 2024. Il documento – che arriva a dieci anni dal precedente – riguarda la selezione per posizioni lavorative e quindi non prende in analisi gli stagisti all’interno delle istituzioni europee; ma anche in questo caso l’Italia è tra i paesi con più candidature. Nel 2016, ultimi dati disponibili, la percentuale più alta di domande arrivava proprio dal nostro Paese con un venti per cento di richieste – una percentuale decisamente sovradimensionata se si considera che, a livello di popolazione, l'Italia rappresenta solamente il 14% dei cittadini dell'UE.C’è un primo punto che Annemie Turtelboom tiene a sottolineare accoratamente alla Repubblica degli Stagisti: «L’Epso è stato istituito per assumere le persone migliori per le istituzioni europee. Ma ora è evidente che è troppo lento e troppo costoso. In Europa abbiamo bisogno di queste competenze, di avere personale giovane – nuovi talenti – di garantire la diversità: requisiti che vanno applicati in modo rapido ed adeguato alle esigenze delle istituzioni. Perciò sono molto contenta che questo report sia stato fatto: è importante per tutte le persone che sognano o realmente vogliono lavorare nelle istituzioni europee». E prosegue con una frase che potrebbe sembrare ovvia, ma non lo è: «Dovrebbe essere normale avere le stesse opportunità sia che si viva nel sud Italia, per esempio in Puglia, o nel nord della Finlandia, o si abbia già un lavoro per un’organizzazione no profit o non governativa nella città di Bruxelles. Le opportunità dovrebbero essere le stesse e le raccomandazioni contenute nel documento possono aiutare a raggiungere questo obiettivo». Ogni anno le istituzioni europee assumono su «oltre 50mila candidati, circa mille nuovi membri del personale permanente per carriere a lungo termine», si legge nel report, con un rapporto quindi tra candidature e posizioni disponibili di uno a 50. Non tutte le candidature arrivano però alla selezione vera e propria: nel caso specifico i campioni di concorsi esaminati dal 2012 al 2017 hanno riguardato oltre 52mila candidati totali, di cui solo meno di 38mila sono arrivati a sostenere i test; tra questi, alla fine sono stati selezionati 1.085 vincitori. Personale permanente che è selezionato tra i vincitori di concorsi organizzati dall’Epso. «Abbiamo fatto questo report speciale perché erano passati ormai dieci anni dal precedente ed era necessario aggiornarlo», spiega Annemie Turtelboom, anche perché «il contesto odierno è diverso: non assumiamo più grandi numeri come una volta. Oggi abbiamo selezioni sempre molto mirate in alcune aree specifiche e abbiamo verificato come Epso non sia più in grado di fare questa selezione, perciò abbiamo deciso di pubblicare un nuovo report. Lavorare nelle istituzioni europee per tanti che vivono negli stati membri è una grande aspirazione, c’è quindi molto interesse su questo tema da parte dei giovani che si sentono europei e vogliono veramente lavorare in queste istituzioni, anche se a volte hanno la sensazione di non avere tutti le stesse opportunità». Un problema che «è connesso al processo di selezione».L’Ufficio europeo per la selezione del personale nasce nel 2003, quando le istituzioni avevano necessità di assumere nuova forza lavoro in vista degli allargamenti dell’Europa del 2004 e del 2007 verso i paesi dell’est. Si è andati avanti così fino al 2012 quando c’è stato un cambio di paradigma. Da allora, infatti, le istituzioni europee ricercano profili specialistici e, come si legge dal report, il quarantadue per cento dei vincitori di concorso da quella data fino al 2018 ha prodotto elenchi di riserva ridotti, con meno di trenta candidati vincitori. «Questa è l’evoluzione di Epso, passato dal reclutamento di grandi quantità di personale a piccoli gruppi di persone con profili molto specifici». Un cambiamento che ha ovviamente delle ripercussioni anche proprio sull’Ufficio europeo per la selezione del personale che, continua a spiegare Turtelboom, «non è più in grado di adattarsi all’attuale ambiente di reclutamento e ha, invece, bisogno di migliorare in cinque aree: profili specialistici, giovani, persone al di fuori dell’area di Bruxelles, costo e durata». Questo perché al momento è difficile verificare i profili specialistici, tanto che spesso alcune figure sono eliminate nel processo di selezione prima ancora che la conoscenza venga testata. C’è un altro problema, fortemente sentito da Turtelboom, ed è quello dell’età: «in proporzione sul totale è diminuito il numero dei candidati sotto i 35 anni e per noi questo è un vero peccato». Così come i processi di selezione al momento adottati da Epso si rivolgono principalmente a candidati che già vivono o lavorano a Bruxelles o in qualche modo hanno dei collegamenti con le istituzioni europee. Anche questo, quindi, incide sulla pratica della diversità. Ma quanto costano queste selezioni specialistiche di personale? Il costo arriva ad essere anche il doppio rispetto a quelle fatte dalle singole istituzioni, e la durata è decisamente troppo lunga: oggi dal momento dell’avviso alla reale assunzione ci vuole in media oltre un anno, mentre secondo il report 10 mesi dovrebbe essere il tempo massimo consentito. «Epso deve essere più veloce, più flessibile, adattarsi alle richieste delle istituzioni e all’ambiente in rapida evoluzione, lavorare su piccoli gruppi. Mentre oggi non è flessibile, non è adattivo e non è veloce», osserva Turtelboom. Concetti chiaramente espressi nel report in cui, se da una parte si legge che «nel complesso, i concorsi generali organizzati dall’Epso consentono di assumere la persona giusta per il posto giusto a costi ragionevoli» e che «la pianificazione dei concorsi è adeguata per le selezioni su larga scala», dall’altra è evidenziato che «per quanto concerne i profili specialistici, il processo di selezione dell’Epso non è adatto alle attuali esigenze delle istituzioni Ue in materia di assunzioni». A supporto di quest’ultima tesi si nota come, a giudizio della Corte, l’Epso non pubblicizzi in maniera adeguata i concorsi rivolti al personale specializzato, selezioni che seguono il formato standard con la conseguenza che le conoscenze di natura specialistica sono verificate nel corso di una prova intermedia o addirittura dopo, nella fase di valutazione delle competenze tramite colloquio. E tutto questo comporta che «candidati con un profilo adeguato rischiano di essere eliminati nella fase di preselezione». L’auspicio di Turtelboom è che l’Epso prenda in considerazione le raccomandazioni illustrate nel report. «Devono considerare il processo di selezione un sistema ampio, nuovo, più veloce, più flessibile ed economico per scegliere figure specialistiche in grado di adattarsi all’ambiente in rapida evoluzione. Perciò è consigliabile che misurino il grado di soddisfazione delle istituzioni, cosa che attualmente non fanno e questo è un problema. Dovremmo anche monitorare il costo della selezione e abbreviare la sua durata a dieci mesi, mentre oggi arriva a tredici. Questo punto è molto importante perché abbiamo verificato che tutti i processi di selezione specialistici fatti proprio dalle istituzioni sono fino al cinquanta per cento più economiche e il quaranta per cento più veloci di quelle fatte direttamente da Epso. Perciò consigliamo di introdurre una nuova selezione per figure specialistiche che consenta più velocità e flessibilità». Quest’ultima è la seconda raccomandazione formulata insieme a quella di ovviare alle debolezze individuate nel processo di selezione e di migliorare la capacità dell’Epso di adattarsi a un contesto in materia di assunzioni in rapida evoluzione. Marianna LeporePhoto copyright: ECA

Agenzia europea per le sostanze chimiche, opportunità di stage a 1300 euro mensili in Finlandia

Il freddo della Finlandia non ferma gli italiani a caccia di opportunità all'estero. Sono stati ben undici, sul totale di una ventina, gli stagisti di nazionalità italiana che nel 2020 hanno partecipato al programma di tirocini offerto dall'Echa. L'agenzia europea predisposta al controllo delle sostanze chimiche e alla loro sicurezza è una delle istituzioni europee meno note, complice anche forse la collocazione geografica: ha sede infatti a Helsinki. La sua mission è quella di «costituire il centro di conoscenza per la gestione sostenibile delle sostanze chimiche, contribuendo a un ampio ventaglio di iniziative globali e politiche dell’Ue, a vantaggio dei cittadini e dell’ambiente».«Mediamente riceviamo ogni anno tra le 100 e le 130 candidature» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti Nedyu Yasenov dell'ufficio stampa Echa. E quelle «degli italiani sono sempre tra le più numerose». Come dimostrano appunto i dati sulla loro partecipazione, crescente negli anni: nel 2020 un vero exploit, con tre stagisti italiani nella sessione dello scorso settembre e ben otto in quella di marzo. «Nel 2019 sono stati invece sei in tutto; tre nel 2018; e solo uno nel 2017». E se il clima nordico non ha scoraggiato i nostri connazionali finora, meno che mai dovrebbe farlo in futuro perché – prosegue l'addetta stampa – «a causa della pandemia sarà possibile sia lavorare da casa che venire in ufficio, in conformità con le stesse regole valide per tutto lo staff Echa».  Le posizioni offerte non si limitano all'ambito scientifico e ai settori della chimica, tossicologia, biologia o scienze dell'ambiente. Ci sono invece tirocini anche nelle aree «legale, comunicazione, finanza, risorse umane e Ict» specifica il sito. Gli stage si suddividono in due tornate annuali, una con inizio il primo marzo, e l'altra il primo settembre, per una durata dei percorsi variabile dai tre ai sei mesi. E possono partecipare non solo «neolaureati con qualifiche professionali attinenti ai campi di lavoro dell'Echa», chiarisce il sito, ma anche «dipendenti del settore sia pubblico che privato arruolati in ambiti pertinenti rispetto alla legislazione applicabile sui prodotti chimici». Esiste la possibilità di inviare candidature spontanee tutto l'anno, ma per chi volesse farsi avanti proprio adesso (e quindi iniziare lo stage a marzo 2021), la scadenza a cui guardare è quella di domenica 8 novembre, quando si chiuderanno le selezioni per i tredici posti di tirocinio attualmente vacanti, nei settori più disparati. Si va dal dipartimento legale per «laureati in legge con forti doti di analisi», che si occuperanno di mansioni quali «riassumere testi legali e condurre ricerche su casi giurisprudenziali», all'area 'Computational Assessment' in cui il tirocinante – con un background scientifico – sarà impegnato nel contributo «all'armonizzazione dei dati europei», e ancora all'unità sui Biocidi per laureati in Chimica o affini per supporto alle attività «di approvazione delle sostanze».Per tutti l'offerta prevede una borsa di 1300 euro mensili a cui si aggiunge un contributo per le spese di viaggio di andata e ritorno. Le distanze devono però essere superiori ai 200 chilometri dalla sede dell'agenzia, e le tariffe si baseranno sui calcoli contenuti nel regolamento dello staff. Non è prevista invece un'assicurazione sanitaria, di cui a farsi carico dovrà essere lo stesso tirocinante prima di accedere al tirocinio.  Nelle interviste online ai partecpanti del passato compaiono due italiani su un totale di sette. Una è Francesca Angiulli, laureata in Chimica nel 2011 e stagista presso l'Unità di Gestione del rischio. «Ho imparato molto» racconta: «Cooperavo con i manager per l'ambiente e la sicurezza di diverse compagnie chimiche: un'esperienza complessa ma estremamente stimolante». L'altro è Nicola Tecce, stagista nell'Evaluation Unit: «È stato interessante approfondire le mansioni dell'agenzia e accrescere le mie conoscenze sulle scienze ambientali» dice dell'esperienza. Che lo ha aiutato a orientarsi «nelle scelte future una volta finito il master». Per le posizioni disponibili al momento ci si candida attraverso l'application online sul sito. «Ci potrà essere a seconda delle esigenze una intervista telefonica o video» spiega il regolamento, a cui farà seguito una mail ufficiale che indicherà l'inizio e la durata del tirocinio. E da tenere in conto c'è poi che, benché l'assunzione in organico passi attraverso un regolare concorso – trattandosi di un'istituzione europea – non sono da escludere offerte di contratti a tempo determinato, come nel caso dell'ex stagista serbo Deagan Jevtic. Come raccontato nell'intervista pubblicata, a conclusione del tirocinio si è visto offrire un contratto di lavoro temporaneo – per poi essere reclutato a Bruxelles in una società nel campo della chimica. Ilaria Mariotti 

Che succede agli stagisti in caso di secondo lockdown?

Che effetti avrebbe un eventuale nuovo lockdown sui tirocinanti? La prima grande differenza è che stavolta non si tratterebbe una situazione completamente nuova e imprevista. Ciò vuol dire che potrà essere evitata quella fase deleteria di confusione e incertezza che ha caratterizzato i mesi di marzo e di aprile della scorsa primavera. Durante il primo lockdown, infatti, una delle grandi questioni aperte è stata fin dall’inizio quella della possibilità o impossibilità di far proseguire gli stage da casa, in una modalità da remoto simile a quella dello smart working (quello che noi della Repubblica degli Stagisti abbiamo ribattezzato “smart internshipping”, appunto). A parte la Lombardia, che in maniera piuttosto lungimirante aveva previsto fin da fine febbraio per iscritto la possibilità per gli stagisti di andare avanti con il percorso formativo on the job anche da casa, nelle altre Regioni in primavera è stato il caos – con il risultato che migliaia e migliaia di tirocinanti sono rimasti per diverse settimane nel limbo. Questa situazione non dovrebbe ripetersi, in caso scattasse il temuto lockdown autunnale, perché ormai tutte le Regioni hanno convenuto – chi prima chi dopo – che la possibilità di garantire agli stagisti una continuità della propria attività (e del piccolo reddito derivante dalle indennità mensili) sia prioritario. Dunque non ci dovrebbero essere sorprese, e quindi se lockdown sarà, al pari dei dipendenti, anche gli stagisti potranno contare sulla possibilità di continuare il proprio tirocinio da casa, evitando  la duplice criticità di interrompere la propria formazione e di vedersi tagliata l’indennità mensile.Certamente però non si può nascondere che un eventuale nuovo lockdown avrebbe effetti molto negativi per gli stagisti – sia per quelli in attività, sia per gli aspiranti tali.Per gli stagisti in attività infatti il tirocinio da remoto non è un diritto, bensì semplicemente una opzione aperta. Ciò vuol dire che la possibilità di continuare il proprio tirocinio da casa dipende da alcuni fattori. Il primo fattore è quello della fattibilità: ci sono tirocini che semplicemente non possono essere svolti se non in un determinato luogo. Pensiamo banalmente agli stage come commessi nei negozi, o come istruttori nelle palestre: se il negozio o la palestra sono costretti a chiudere, perché considerate attività non indispensabili, automaticamente anche il tirocinio deve essere fermato – sospeso oppure interrotto, a seconda delle considerazioni del soggetto ospitante. Quindi in caso di lockdown è facile prevedere che vi saranno migliaia se non decine di migliaia di tirocini destinati alla sospensione o all’interruzione per una semplice e incontrovertibile verità: che sarebbe impossibile farli proseguire da remoto.Vi è anche però un secondo scenario, cioè quello in cui la possibilità di svolgere lo stage da remoto esisterebbe, ma per qualche motivo non viene utilizzata. Come detto, proseguire lo stage da casa non è un diritto, bensì una possibilità: pertanto dal punto di vista del soggetto ospitante permettere al tirocinante di continuare da casa non è, di converso, un dovere. Anche perché mettere gli stagisti in condizione di proseguire da casa non è una cosa automatica: significa impegnarsi a riorganizzare il tirocinio in modo che possa avere senso anche da remoto – bisogna pensare a nuove modalità per i tutor di seguire gli stagisti a loro affidati per telefono o in video call, ricalibrare le attività affinché siano compatibili con uno svolgimento da casa, e così via. E idealmente, anche se nessuno l’ha ancora scritto nero su bianco, bisognerebbe anche dotare queste persone della strumentazione necessaria a svolgere il tirocinio da casa, come per esempio un telefono cellulare, un computer portatile, e magari un contributo per le spese di connessione veloce a Internet. Tutte cose che alcune aziende virtuose hanno già pensato di offrire ai propri stagisti, ma che certamente non sono la normalità.Senza contare che vi sono molte attività che, da quando è scoppiata la pandemia, letteralmente lottano per la sopravvivenza. Tutte le loro energie sono convogliate sull'obiettivo di salvare i bilanci, utilizzare al meglio la cassa integrazione e gli altri aiuti previsti dallo Stato, trovare il modo di evitare di licenziare il personale. In situazioni di questo tipo lo stagista diventa, tristemente ma verosimilmente, l'ultima delle priorità.E fin qui abbiamo parlato di chi adesso, in questo esatto momento, sta svolgendo il suo stage e che è preoccupato per la piega che potrebbero prendere gli eventi in caso di lockdown.Ma vi è anche un’altra categoria di giovani che verrà certamente colpita in maniera decisa da un’eventuale chiusura delle attività produttive in Italia: ed è quella degli aspiranti stagisti, cioè coloro che stanno in questo momento cercando un’opportunità per completare la propria formazione ed entrare nel mondo del lavoro.È facile prevedere infatti che le opportunità crolleranno dal punto di vista della quantità: ciò che è successo nei primi sei mesi del 2020, e che la Repubblica degli Stagisti ha potuto quantificare e rendere pubblico grazie ai dati inediti del ministero del Lavoro nelle scorse settimane, è destinato a ripetersi. Basti pensare che durante la prima ondata di Coronavirus, e in particolare nel secondo trimestre del 2020, il numero dei tirocini è crollato diminuendo del 73% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quindi è un dato praticamente certo che l’eventuale richiusura, dovuta alla seconda ondata che stiamo vivendo, porterebbe ad una contrazione più che rilevante delle opportunità di tirocinio per i giovani italiani.Queste sono certamente le previsioni più facili e immediate che è giusto fare alla vigilia di un lockdown che sembra quasi inevitabile. Ma certamente non bastano le considerazioni: ci vuole un piano per scongiurare il peggio, ed evitare che siano proprio i giovani all’ingresso nel mondo del lavoro quelli destinati a pagare il prezzo più alto di questa crisi.Eleonora Voltolina

Toscana, via alle domande di contributo per le aziende che attivano tirocini

Mentre ancora si attende la pubblicazione dell’avviso pubblico per il sussidio agli stagisti toscani over 30 sospesi causa Coronavirus – che ai primi di luglio era stato deciso con una delibera di giunta che ancora non si è concretizzata – esce in Toscana un altro avviso, pubblicato proprio ieri sul Bollettino ufficiale della Regione e destinato alle imprese che hanno attivato uno stage extracurricolare e che potranno richiedere un rimborso parziale o totale dell’indennità elargita allo stagista.  Si tratta quindi di un intervento non solo su stage passati, ma anche su stage futuri.Da oggi è quindi possibile inviare online le domande di accredito fino a esaurimento risorse. Attenzione, non si parla di qualsiasi tipo di stage, ma solo di quelli extracurricolari attivati in regione all’interno del programma Garanzia Giovani. L’avviso, infatti, rientra nell’ambito del progetto Giovanisì, pensato e attivato dalla Regione a partire dal 2011 per favorire l’autonomia degli under 30.Sul piatto ci sono quasi 9 milioni di euro (per la precisione 8 milioni 884mila) che verranno distribuiti in tre anni dal 2020 al 2022 per un totale di spesa complessivo, per l’anno in corso, di 3 milioni 807mila euro. Fondi che arrivano dalla Misura 5 del programma Garanzia Giovani – Fase 2. Altri 2 milioni 700 mila euro saranno spesi nel corso del prossimo anno mentre nel 2022 si prevede di investirne circa 2 milioni 400mila.L’avviso era atteso da tempo, visto che il precedente decreto dirigenziale era stato pubblicato ormai a dicembre dello scorso anno e l’apertura per la presentazione delle richieste aveva preso il via a partire dal 2 gennaio 2020. Il nuovo testo era stato già approvato a fine settembre con il decreto 15970 e prevedeva l’invio delle richieste di contributo a partire dal 14 ottobre. Poi un giorno prima del via, il 13, la Direzione istruzione e formazione della Regione Toscana è intervenuta con un nuovo decreto, il numero 16140, posticipando a giovedì 22 ottobre – oggi – l’inizio di validità dell’avviso che si applicherà, quindi, «alle domande di contributo che saranno compilate a partire da tale data, anche se la relativa comunicazione obbligatoria di instaurazione del rapporto di tirocinio fosse stata inviata prima».Questo avviso potrebbe anche in piccola parte incentivare le aziende toscane ad attivare nuovi stage nei prossimi mesi, nonostante la crisi economica e l’aumento dei contagi in corso da Coronavirus. Un obiettivo importante da perseguire visto che nel primo semestre 2020 il crollo degli stage in Italia è stato del 48% considerando la media nazionale, secondo i numeri del Sistema Informativo Statistico delle Comunicazioni Obbligatorie del ministero del Lavoro. La Toscana in particolare ha avuto un calo del 52% di nuove attivazioni, posizionandosi in quarta posizione per perdita di tirocini al pari di Piemonte e Provincia di Trento e superata solo da Friuli, Val d’Aosta e Umbria. Nel dettaglio, secondo i dati inediti che la Repubblica degli Stagisti ha potuto avere dal ministero del Lavoro, nel primo trimestre 2020 sono stati attivati in Toscana 2.985 tirocini extracurricolari – di cui il 50,5%, 1.507, a favore di uomini, e il 49,5%, 1.478, a favore di donne – a fronte di 3.680 tirocini attivati nello stesso periodo del 2019 (in quel caso, il 48,6% – 1.790 – per uomini e il 51,4% – 1.890 – per donne). Quindi nel primo trimestre 2020 il calo registrato in questa regione era “solo” del 19% rispetto all'anno scorso.La situazione, come prevedibile, si è aggravata ulteriormente nel secondo trimestre 2020: a causa del lockdown sono partiti in Toscana solamente 882 tirocini (il 53% – 469 – per uomini e il restante 47% – 413 – per donne), mentre nel 2019 ne erano stati attivati ben 4.446 (il 48% – 2.134 – per uomini e il 52% – 2.312 – per donne). Un crollo addirittura dell'80%, in cui si nota anche purtroppo un piccolo ma rilevante spostamento della maggiore opportunità verso gli stagisti maschi, mentre prima le stagiste erano quasi sempre in proporzione leggermente maggiore.Oggi, quindi, si parte in Toscana, con l'obiettivo di sostenere le aziende che ospitano stagisti. Attenzione: il contributo non è elargito al tirocinante, ma è una sorta di rimborso che arriva alle imprese che abbiano deciso di attivare nell’ambito del progetto Giovanisì tirocini extracurricolari per giovani tra i 18 e i 29 anni. Quindi ragazzi che rientrano nella categoria Neet, ovvero inoccupati o disoccupati, che siano residenti o domiciliati sul territorio toscano e in possesso del Patto di attivazione della Garanzia giovani finalizzato all’attivazione di tirocini in corso di validità e presa in carico da un centro per l’impiego della Toscana. Per chi non fosse ancora registrato al Programma Garanzia giovani è bene ricordare che, in attuazione delle misure di prevenzione e contenimento del contagio da Covid19 attualmente in vigore, non è consentito accedere ai centri per l’impiego senza appuntamento. Questo significa che la registrazione va fatta telematicamente, dopo la quale si riceve giorno e orario per l’appuntamento con il centro per l’impiego prescelto per completare l’adesione e stipulare il patto di attivazione.La domanda da questa mattina può, quindi, essere presentata da un soggetto ospitante privato con sede sul territorio toscano per ottenere una copertura parziale o totale del rimborso spese mensile che andrà ad erogare allo stagista. L’articolo 3 del bando specifica bene qual è l’importo massimo erogabile e la tipologia di stage ammissibile, due i casi a disposizione. Il primo: un contributo di 300 euro per sei mesi destinato ai soggetti ospitanti che hanno attivato un tirocinio nei confronti di un neet tra i 18 e i 29 anni residente o domiciliato in Toscana o per uno stage formativo e di orientamento o per uno finalizzato all’inserimento o reinserimento al lavoro, in questo caso per soggetti in stato di disoccupazione. Il secondo caso, invece, è: un contributo di 500 euro per un anno destinato sempre ai soggetti ospitanti che abbiano attivato un tirocinio a un neet con disabilità o in condizioni di svantaggio.L’avviso non prevede un termine ultimo di invio delle domande ma una procedura “a sportello”. Questo significa che le domande possono essere presentate continuativamente fino all’esaurimento delle risorse stanziate. In pratica non ci sono limiti di tempo né eventuali punteggi da assegnare in graduatoria ma è semplicemente il possesso dei requisiti abbinato alla velocità nel fare richiesta a determinarne la validità. Nel bando è, infatti, specificato che «Nel caso in cui le risorse stanziate non risultino sufficienti per finanziare tutte le richieste di contributo presentate entro la data di chiusura dell’avviso, si procederà alla selezione delle domande in base al criterio cronologico di presentazione». I soggetti ospitanti devono quindi affrettarsi e se in possesso dei requisiti fare domanda online di ammissione al finanziamento accedendo attraverso la Carta Nazionale dei Servizi con cui compilare l’applicativo “Tirocini On Line”. È possibile anche accedere all’applicativo con le credenziali Spid ma in questo caso attraverso un altro indirizzo. Il processo di iscrizione è un po’ macchinoso ma ampiamente e dettagliatamente descritto nel bando e una volta inviato tutto sarà possibile scaricare la ricevuta con gli estremi dell’invio.La domanda di rimborso non è valida per i tirocini al momento in corso: questo significa, come specificato a più riprese nel bando, che va presentata «al termine del tirocinio» e, nello specifico, entro 30 giorni dalla chiusura dello stage. Rientrano, quindi, nella categoria dei possibili beneficiari tutti gli stage terminati dal 22 settembre in poi. Le previsioni di spesa per il 2021 e il 2022 fanno, però, ben sperare per uno slancio delle aziende nelle attivazioni di nuovi stage nei prossimi mesi, presumibilmente da inizio del prossimo anno. Perché potranno successivamente fare richiesta del contributo regionale di rimborso nelle prossime due finestre di apertura.Per informazioni sull’avviso la Regione mette anche a disposizione un numero verde 800.098.719 e un indirizzo di posta elettronica info[chiocciola]giovanisi.it mentre per l’assistenza in fase di registrazione, compilazione e presentazione delle domande, all’interno dell’applicativo Tirocini online nella sezione informazioni e contatti è presente un numero verde. Marianna Lepore

Fellowship Programme UN/Desa, un anno di lavoro all'estero con stipendi fino a 6mila dollari al mese

Riparte il Fellowship Programme, il programma finanziato dal Governo italiano attraverso la Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Affari esteri e curato dal dipartimento degli Affari economici e sociali delle Nazioni Unite (UN/Desa), arrivato alla 21esima edizione.Obiettivo: offrire a giovani italiani l’opportunità di svolgere un’esperienza formativa e professionale nelle organizzazioni internazionali di circa dodici mesi, preceduta da un corso di formazione della durata di due settimane, in programma per maggio del prossimo anno. La scadenza per la presentazione delle candidature è il 30 ottobre 2020, esclusivamente online attraverso il sito UN/Desa.Anche per l’edizione 2020/2021 sono una quarantina i posti disponibili, con importi mensili variabili tra i 1.200 e i circa 6mila dollari a seconda del costo della vita della località di destinazione: si va ad esempio dai 1.200 della Guinea agli oltre 6mila dello Zambia. «Gli stipendi  vengono calcolati dall’International Civil Service Commission (ICSC) in base ad un insieme di costi locali variabili» spiega un addetto dell'ufficio UN/Desa alla Repubblica degli Stagisti: «In alcune città capitali alcune voci di spesa, come gli affitti di alloggi ufficialmente approvati, possono essere particolarmente alte. Grosse variazioni di mese in mese possono anche capitare dovuto a fattori del tipo svalutazione della valuta locale, inflazione galoppante, incertezze economiche dovute ad instabilità politica, e così via».Requisiti necessari per l’invio della candidatura sono: età inferiore ai 28 anni (con data di nascita il 1° gennaio 1992 o successiva, quindi); nazionalità italiana; ottima conoscenza della lingua inglese e italiana; possesso di uno dei seguenti titoli accademici: laurea specialistica/magistrale; laurea magistrale a ciclo unico; laurea triennale accompagnata da un titolo di master universitario; Bachelor’s Degree accompagnato da un titolo di master universitario.Per fornire ai candidati tutte le informazioni utili alla presentazione della domanda sono in corso dei webinar: il prossimo è previsto proprio oggi, mercoledì 21 ottobre, alle ore 17, e poi un altro lunedì 26 ottobre alle 10:30 di mattina.Dal 1999, anno della prima edizione, a oggi sono state inoltrate ogni anno in media poco più di 1.200 candidature, per una media di 33 partecipanti a ciascuna edizione. Relativamente all'edizione 2019/2020, le donne partecipanti sono state 27 (il 69% del totale) e 12 gli uomini, per una media di età di 26 anni e mezzo. La preselezione dei candidati è effettuata dall'ufficio UN/Desa di Roma. A seguito di un esame dei profili di tutti i candidati idonei, l'Ufficio redige una rosa di massimo cinque candidati per ciascuna borsa di studio, che soddisfano tutti i requisiti richiesti dall'organizzazione beneficiaria. Vengono prese in considerazione nell’ambito del processo di selezione anche caratteristiche e competenze come motivazione, conoscenze linguistiche e tecniche, qualifiche e specializzazioni universitarie, nonché esperienze volontarie e professionali. Solo i candidati selezionati vengono informati dell'esito del processo di preselezione, con l'invito a partecipare alle fasi successive del processo di selezione.La fase finale si compone di due parti: una prova scritta e un colloquio basato sulle competenze. La prova scritta è gestita sempre dall'ufficio UN/Desa di Roma tramite un'applicazione appositamente progettata. Le interviste sono condotte a distanza tramite videoconferenza da gruppi convocati dagli uffici destinatari, nel caso di borse di studio in agenzie/organizzazioni del Sistema delle Nazioni Unite, e convocati da UN/Desa, nel caso di borse di studio in uffici sul campo dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.L'integrità dell'intero processo di selezione viene successivamente esaminata dal Comitato Fellowship dell'UN/Desa nella sede centrale di New York, che è responsabile della finalizzazione dell'elenco dei candidati selezionati sulla base delle raccomandazioni di ciascuna giuria.Tutti i candidati selezionati vengono informati tramite e-mail dell'esito della selezione finale. Nei casi in cui il candidato di prima scelta rifiuta il premio, l'Ufficio UN/Desa di Roma contatta gli altri candidati consigliati in ordine di graduatoria per verificare la loro disponibilità.«Ho partecipato al Fellowship Programme nell'anno 2019-2020 e sto attualmente trascorrendo i miei ultimi mesi di fellowship in Niger» racconta il ventottenne Luigi Limone: «Lavoro per l'UNODC, che sta per United Nations Office on Drugs and Crime, e sono stato assegnato al Country Office a Niamey, la capitale del Paese, per occuparmi di assistenza tecnica e rafforzamento delle capacità delle autorità nazionali coinvolte nel contrasto alla tratta di esseri umani e al traffico illecito di migranti, con riferimento soprattutto agli aspetti di law enforcement & legal cooperation». Luigi ha una laurea magistrale in Relazioni e Istituzioni dell'Asia e dell'Africa con un focus sulle regioni Medio-Oriente/Nord Africa e Africa sub-sahariana, oltre a una triennale in Scienze della Mediazione linguistica e culturale che gli ha permesso di scoprire e approfondire i principali aspetti giuridici, economici, socio-culturali e linguistici del mondo arabo-islamico: «Il mio lavoro quotidiano prevede mansioni che vanno dall'organizzazione, implementazione e monitoraggio delle attività progettuali, in particolare formazioni, sessioni informative e tavole rotonde con il coinvolgimento dei diversi attori nazionali, regionali e internazionali coinvolti nella lotta contro la tratta di esseri umani e il traffico illeciti di migranti in Niger e nella regione dell'Africa occidentale, alla gestione e rafforzamento delle relazioni con le istituzioni nazionali, i principali, gli enti e le agenzie ONU e le organizzazioni internazionali e non-governative, alla ricerca di opportunità di finanziamento e alla stesura di nuovi progetti».Non si tratta della sua prima esperienza all'estero: «Avevo già fatto un Erasmus Mundus di un anno in Marocco, vissuto e lavorato per un po’ di tempo a Bruxelles e fatto esperienze di volontariato internazionale in Giordania. Tuttavia questa è la mia prima vera esperienza di lavoro sulla gestione e implementazione di progetti di assistenza tecnica e cooperazione allo sviluppo sul campo. La caratteristica del bando Fellowship è proprio quella di permettere a chi viene selezionato di svolgere un programma di learning on the job in un Paese in via di sviluppo; e io grazie alla Fellowship ho avuto l’occasione di farlo per la prima volta».La Fellowship di Luigi Limone prevede una borsa di studio di  2.999 dollari mensili, importo che «permette di coprire le principali spese che bisogna affrontare in un contesto particolarmente complicato come il Niger, in cui – a differenza di altre duty station previste nel Fellowship Programme – è richiesto il rispetto di una serie di misure di sicurezza, in particolare per quanto riguarda i meccanismi di protezione attorno alle abitazioni per lo staff delle Nazioni e la comunità expat in generale a Niamey. L’alloggio non viene fornito dal Programme, che si occupa di assegnare una somma di denaro per coprire le spese – ma la ricerca dell’alloggio spetta ai singoli Fellow. In Niger lo staff Onu non vive in compounds, ma esiste comunque un quartiere specifico di Niamey dove è consigliato cercare l’alloggio e dove effettivamente tutto lo staff Onu vive. Attraverso un accordo con un’impresa locale, sono forniti guardiani che sorvegliano la casa 24 ore su 24, è richiesta la presenza del filo spinato attorno alle mura e le inferriate alle finestre, oltre che meccanismi di protezione e sicurezza interna». Ma com'è vivere all'estero in un periodo di pandemia mondiale? «In Niger gli effetti della pandemia si sono sentiti relativamente poco. Nel periodo “caldo”, quello compreso tra marzo e maggio, sono state introdotte misure come la chiusura delle frontiere terrestre e aeree, il coprifuoco durante la notte tra le 19 e le 6 di mattina, la chiusura dei principali luoghi pubblici come ristoranti e bar e l’isolamento della città di Niamey. Per quanto riguarda l’implementazione delle attività, sicuramente le organizzazioni umanitarie ne hanno risentito con possibilità di intervento limitate. Io per scelta ho deciso di rimanere in Niger, nonostante ci sia stata data la possibilità dal Fellowship Programme di continuare la fellowship in telelavoro dall’Italia. Devo dire che sono stato fortunato nella mia scelta, perchè da giugno l’emergenza Covid in Niger è terminata e abbiamo potuto riprendere le nostre attività, almeno a livello nazionale. Restano sospese quelle attività che richiedevano spostamenti nella regione o missioni all’estero. Ora mi ritrovo a Niamey e non sono ancora uscito dal Paese dall’inizio della Fellowship, quindi è inevitabile che si inizi a sentire un po’ di incertezza e pressione soprattutto alla luce di una seconda ondata in Europa e dei rischi di rimanere bloccato qui senza sapere quando potrò rivedere la mia famiglia. Sono comunque contento della decisione di essere rimasto, nonostante io debba ammettere che in un Paese come il Niger il Covid è forse l’ultimo dei problemi».A chi vuole prepararsi per il colloquio Luigi consiglia di «fare esperienze che possano permettere di acquisire competenze trasversali e allo stesso tempo specializzarsi in un paio di settori specifici. Le capacità di adattamento, la flessibilità e la predisposizione al lavoro in team, oltre alla conoscenza delle lingue e l'interesse verso le tematiche della cooperazione allo sviluppo sono sicuramente aspetti molto importanti e che vengono testati durante la fase di selezione».Chiara Del Priore

Vigilanza sulle pensioni, l'Autorità europea offre 1300 euro al mese ai suoi stagisti: il bando è aperto

Ancora qualche giorno a disposizione, e poi domenica 25 ottobre chiuderà la call per candidarsi a uno degli stage offerti dall'Autorità europea di vigilanza sulle pensioni e le assicurazioni, Eiopa, con sede a Francoforte, in Germania. I posti vacanti non sono molti, «tra i dieci e i quindici ogni anno» fa sapere alla Repubblica degli Stagisti Jerneja Orthmayr, addetta stampa dell'organizzazione. Ma il rimborso spese è sostanzioso, pari a 1.330 euro mensili netti. L'emergenza Covid sta aprendo a nuovi scenari sulle modalità di partecipazione ai tirocini, per cui non è escluso che possano svolgersi anche dalla propria postazione casalinga al computer.  «La sicurezza sarà messa al primo posto» sottolinea Orthmayr, «nel caso in cui presenziare in ufficio oppure viaggiare dal proprio paese di origine verso Francoforte risultasse rischioso oppure impossibile per eventuali future misure restrittive». Non è esclusa pertanto la possibilità di «lavorare da casa se si daranno queste circostanze». E se così dovesse essere «saranno studiati  programmi su misura per garantire ai partecipanti di beneficiare al massimo dell'esperienza». Al momento dunque tutte le opzioni restano aperte, anche perché i tirocini «avranno inizio a partire da gennaio 2021»: impossibile oggi fare previsioni accurate su a che punto sarà, allora, l'emergenza epidemiologica. La durata dei tirocini è flessibile, potendo variare da uno a sei mesi; per farsi avanti bisogna dimostrare di possedere i requisiti comunemente richiesti per i programmi di stage presso le istituzioni europee: la cittadinanza europea, una laurea già ottenuta oppure in fase di conseguimento, padronanza dell'inglese, non avere alle spalle ruoli quali assistente di un parlamentare europeo o un contratto a tempo determinato presso una istituzione Ue, «di qualunque durata esso sia» precisa il regolamento. Quanto al background di studi, è preferibile avere una preparazione di stampo economico, incentrata su materie quali Finanza, Corporate affairs, Protezione dei consumatori, oltre che una conoscenza dei principali pacchetti applicativi Microsoft. Uno dei passaggi centrali del programma prevede poi che sia il candidato a proporsi per un determinato dipartimento in cui opera l'Autorità. L'elenco è lungo e ben dettagliato. Solo per citare alcuni esempi, uno dei settori disponibili è il Dipartimento per la Protezione del consumatore, «responsabile di fornire supporto legislativo alla Commissione Ue, produrre linee guida per assicurare il rispetto della legislazione, monitorare il mercato per la mitigazione del rischio assicurativo». Gli stagisti qui si occupano di «analizzare normative in un'ottica comparata, realizzare ricerche anche in diverse lingue e preparare appunti per gli stakeholders, supportare nelle attività di realizzazione di documenti». Per chi invece fosse interessato al Dipartimento del Corporate Support, il cui compito principale è l'assegnazione delle risorse, i progetti a disposizione sono ad esempio nel campo del project managment o delle risorse umane. E ancora, per chi fosse attratto dall'area Rischi e Stabilità finanziaria, responsabile di monitorare i livelli di rischio nel campo assicurativo e pensionistico, le mansioni si concentrano su «contributi agli studi focalizzati sulla stabilità finanziaria, supporto sull'analisi dei mercati e dati statistici, contributo allo sviluppo di nuovi strumenti di analisi». Quasi tutto il regolamento è dedicato alla spiegazione del funzionamento dei vari dipartimenti e delle mansioni del tirocinante, per cui è cura del candidato proporsi per il profilo più confacente alla propria formazione e ai propri interessi. Curriculum e lettera motivazionale vanno poi redatti in inglese e spediti via mail. La palla passerà infine ai recruiter dei vari dipartimenti che li analizzeranno e valuteranno a seconda delle esigenze di organico. Potrà seguire, in caso di esito favorevole, una intervista via Skype o telefono. La corsa al posto non sarà in discesa perché «le candidature di quest'anno sono enormemente aumentate» sottolinea l'ufficio stampa. Quelle ricevute finora sono infatti 320, «contro le 43 del 2018». E tra quelle di due anni fa, ben 12 – dunque quasi un quarto – provenivano da italiani, come sempre tra i più attivi nella caccia al tirocinio in Europa.  Ilaria Mariotti 

Università, iscrizioni in aumento nonostante il Covid  

L'università è ricominciata e il temuto crollo delle nuove iscrizioni nell'anno del Covid-19 non c'è stato, anzi. A giudicare dai dati provvisori, si sta registrando una crescita di immatricolazioni. Dopo il semestre di didattica a distanza e sedute di laurea da remoto, in quasi tutte le università italiane in queste settimane si sta intanto avviando una nuova esperienza: il sistema misto, in cui convivono didattica in presenza e a distanza. Se infatti le lezioni negli atenei sono riprese in sede, le disposizioni anti Covid-19 consentono di accogliere solo circa il 50 per cento degli studenti in aula. Le università si sono quindi attrezzate con applicazioni e piattaforme di prenotazione online. Una volta esaurito il numero di posti, viene proposta allo studente la lezione online, da seguire in contemporanea da casa. Per garantire a tutti la possibilità di seguire in presenza, sono previsti turni alterni. In alcuni atenei, per garantire la ripresa almeno parziale delle attività è stato necessario prevedere spazi temporanei. A Padova l'università ha a disposizione il polo fieristico di Rovigo, un cinema e una parrocchia; a Firenze un cinema multisala; mentre la Luiss di Roma ha allestito appositamente due tensostrutture. Le indicazioni principali per chi torna in sede sono poche e semplici: distanziamento minimo di 1 metro, obbligo di mascherina anche da seduti durante la lezione, autocertificazione della temperatura corporea al di sotto di 37.5. «Da noi le lezioni sono cominciate il 28 settembre» spiega alla Repubblica degli Stagisti Eugenio Gaudio, rettore dell'università La Sapienza di Roma «ed entro fine ottobre saranno avviati tutti i corsi. Tendenzialmente gli studenti sono divisi in due/tre gruppi, che si alternano una settimana ciascuno in aula».  L'Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, è al lavoro per monitorare la nuova esperienza di insegnamento. «Insieme alla rete European association for quality assurance in higher education stiamo avviando uno studio sull'efficacia della didattica a distanza» dice il presidente Antonio Felice Uricchio «e nelle prossime settimane sottoporremo studenti, governance e docenti a questionari di valutazione. Le università stanno lavorando con impegno e ne misureremo i risultati». Senza dubbio la pandemia, con tutte le difficoltà e le disomogeneità del caso, ha accelerato una svolta tecnologica da tempo evocata. «L'auspicio è che questa fase sia colta non solo come tragedia, ma come opportunità per l'Università per migliorare la qualità della formazione e della ricerca» aggiunge Uricchio, già rettore dell'università di Bari «attraverso un utilizzo della tecnologia sempre più spinto e modalità didattiche duali per abbattere i costi di mobilità senza perdere il senso di comunità e le relazioni sociali e prestando sempre attenzione anche al profilo psicologico dello studente». Nonostante le incertezze, c'è tanta voglia di normalità, e il ritorno allo studio ne rappresenta una parte importante a cui non si intende, per fortuna, rinunciare. «Chi ha chiuso le immatricolazioni vede già un incremento direi diffuso su tutto il territorio» ragiona Ferruccio Resta, presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) e rettore del Politecnico di Milano «e anche le pre iscrizioni degli studenti stranieri mostrano in alcuni casi incrementi incoraggianti». Un buon segnale, se si pensa che l'Italia è penultima in Europa, davanti alla Romania, per quota di giovani laureati, pari al 27,6 per cento a fronte della media europea del 40 per cento.  Il rettore Gaudio conferma la tendenza alla crescita. «A Medicina, su cui abbiamo già i dati definitivi, abbiamo registrato una richiesta del 10 per cento superiore rispetto al 2019. Per gli altri corsi avremo dati certi a fine dicembre, ma già possiamo rilevare un aumento di 3mila iscritti. In particolare, oltre che per Medicina, sono cresciute le domande per i corsi di laurea in Lettere e filosofia, Scienze politiche e Ingegneria informatica, che sono poi i punti di forza dell'ateneo». Questo probabilmente anche per effetto del pacchetto di agevolazioni previsto dall'università per scongiurare un crollo delle immatricolazioni. «Abbiamo innalzato la no tax area, fissata dal governo a 20mila euro, fino a 24mila» illustra Gaudio «e previsto, per gli Isee fra i 24mila e i 40mila euro, una riduzione delle tasse fino all'80 per cento. E ancora, abbiamo aumentato le borse di studio per reddito e merito di 1 milione e mezzo, per un totale di 5 milioni di euro». A queste misure straordinarie, si sommano quelle già previste dall'ateneo romano, come la riduzione delle tasse per gli appartenenti allo stesso nucleo familiare e l'esenzione completa per i meritevoli con una media superiore a 27. Fra le altre iniziative volte a incentivare le iscrizioni, citiamo quella dell'Università di Padova che ha introdotto un contributo alle matricole per l’acquisto di computer di alta gamma con importi che vanno dai 240 euro (Isee da zero a 20mila euro) ai 180 euro (Isee tra i 20mila e i 50mila euro). E ancora, la possibilità di richiedere una Sim dati gratuita di 60 giga al mese e, per chi ha un Isee fino a 50mila euro, un contributo di 500 euro per l’affitto per i fuori sede e di 350 euro per i pendolari.  Nei decreti che si sono succeduti da inizio pandemia a oggi il governo ha stanziato 165 milioni per supportare le iscrizioni e innalzare la no tax area. Dal mondo accademico e associazionistico non manca un appello a dare continuità all'investimento sulla formazione, a più livelli. «Il sistema universitario è cronicamente sottofinanziato» conclude il rettore de La Sapienza «con un definanziamento che negli ultimi 15 anni ha raggiunto il venti per cento. Il nuovo Ministro ha già introdotto un'iniezione di risorse, con un aumento del dieci per cento sul fondo di finanziamento ordinario, segnale che salutiamo con favore. Ora va intrapresa una fase che veda gli studi, la ricerca e l'internazionalizzazione dell'università quali driver di sviluppo del Paese».   Il presidente Crui manifesta segnali di ottimismo a riguardo: «Il Covid-19 sembra aver rimesso al centro del dibattito pubblico il ruolo della scienza per la sicurezza e la salute. I luoghi in cui quella stessa scienza viene esercitata, innovata, sistematizzata e insegnata si chiamano università. Siamo fiduciosi nel fatto che, quando si dovrà decidere come investire il cosiddetto Recovery Fund, i decisori avranno ancora ben chiara questa evidenza». «Se prima esisteva un problema di sovraffollamento delle aule, oggi la situazione è inevitabilmente peggiorata» sottolinea Camilla Guarino, coordinatrice di Link Coordinamento Universitario, tra le associazioni scese in piazza lo scorso 26 settembre per chiedere il diritto allo studio per tutti «e se si fosse investito sull'edilizia scolastica ora la situazione sarebbe diversa. Senza contare che ci sarà sicuramente un aumento degli idonei non beneficiari di alloggio, a causa della necessità di garantire il distanziamento anche negli studentati». Non basta contenere l'emergenza sociale sul breve periodo: occorre pensare al futuro. «In questa fase chiediamo di investire sul diritto allo studio e di rendere l'università gratuita. Se quest'anno si è riusciti a tamponare, ora servono misure strutturali» aggiunge Guarino «non solo per tornare alla normalità pre crisi per per avere una situazione migliore. Se non è questa un'occasione per rimediare e puntare su ricerca e sanità allora quando?».   Rossella Nocca

Il Parlamento europeo condanna i tirocini gratuiti, risoluzione storica per gli stagisti

574 voti a favore, 77 contrari, 43 astenuti (di cui, tra gli italiani, tutti gli eurodeputati della Lega): con questi numeri è passata ieri pomeriggio al Parlamento europeo la proposta di “Risoluzione del Parlamento europeo sulla garanzia per i giovani”. Un testo attraverso cui l'organo legislativo dell'UE finalmente condanna esplicitamente «la pratica degli stage, dei tirocini e degli apprendistati non retribuiti», specificando che la gratuità «costituisce una forma di sfruttamento del lavoro dei giovani e una violazione dei loro diritti».«Mai prima d'ora il Parlamento europeo aveva espresso ufficialmente come propria posizione la messa al bando dei tirocini non remunerati», dice alla Repubblica degli Stagisti Brando Benifei, 34enne capodelegazione degli europarlamentari del Partito Democratico, «perché è un tema che non è così condiviso da tutti»; ma ieri «si è costruita invece una maggioranza politica – e quindi una posizione del Parlamento – che dice cose molto chiare», esortando anche gli Stati membri «a garantire che i giovani che si registrano nei programmi della garanzia per i giovani ricevano offerte qualitativamente valide, diversificate e personalizzate, con un'equa remunerazione». Certo, la risoluzione è un atto “non vincolante”, ma ha una grande rilevanza. Il lavoro per arrivare a questo risultato è durato mesi, coinvolgendo tutte le forze politiche: «Ovviamente ci sono state divergenze su alcuni punti, tra cui quello “più caldo” sulla presa di posizione per la messa al bando dei tirocini non remunerati e senza contenuto formativo, con uno strumento giuridico nuovo da far proporre alla Commissione europea con una nuova iniziativa legislativa» racconta Benifei. C’è stata nei mesi scorsi «una forte mobilitazione dei movimenti giovanili, per esempio dello European Youth Forum che segue da vicino la legislazione europea», per convincere uno per uno gli europarlamentari a votare a favore: «Il PPE, i liberali e i conservatori europei – il partito dove sta Fratelli d’Italia – si sono divisi al loro interno. Quelli che sono stati più compatti nel lavorare su questo punto sono stati i Socialisti e democratici, i Verdi e la sinistra».In particolare fino a ieri il fiato è rimasto in sospeso a causa di uno dei sette emendamenti proposti, che se fosse stato approvato avrebbe sostanzialmente «annacquato» la risoluzione: «Bisogna dirlo sinceramente: non tutti sono d’accordo – ed è legittimo, ci mancherebbe – che i tirocini extracurricolari debbano essere remunerati e che anche quelli curricolari debbano avere un minimo di rimborso spese, per essere economicamente sostenibili» dice Benifei: «C'è stato un tentativo di escludere i curricolari da questa considerazione». L'emendamento, proposto da Monica Semedo – 36enne eurodeputata del Lussemburgo – a nome del gruppo Renew, voleva che la frase «condanna la pratica degli stage, dei tirocini e degli apprendistati non retribuiti, che costituisce una forma di sfruttamento del lavoro dei giovani e una violazione dei loro diritti» venisse sostituita con la ben più morbida formulazione «esorta gli Stati membri a garantire una remunerazione adeguata per gli stage, i tirocini e gli apprendistati al di fuori dei programmi di studio ufficiali, in modo da evitare ostacoli fattuali per i giovani provenienti da gruppi vulnerabili e da contesti socioeconomici modesti». Se l'emendamento fosse stato approvato ieri durante le votazioni, sarebbe scomparso dalla risoluzione il termine “condanna”, che invece è una delle parole-chiave di tutto il testo; e in più, come sottolinea Benifei, avrebbe circoscritto la presa di posizione del Parlamento europeo ai soli tirocini extracurricolari, cioè quelli “al di fuori dei programmi di studio ufficiali”, anziché a tutti i tirocini. Fortunatamente gli eurodeputati che hanno votato a favore della proposta di cambiamento si sono fermati a 303 (tra cui tutti gli eletti di Forza Italia, a cominciare da Silvio Berlusconi), e 375 hanno invece contro: dunque il testo è potuto rimanere com'era. «La formulazione che è stata mantenuta parla di tirocini in generale. Chiaramente non possono essere messi sullo stesso piano gli extracurricolari e i curricolari – questo lo dico io, al di là del testo ma a fronte delle discussioni fatte. Ma il tentativo di escludere i curricolari non è stato approvato» e dunque si può affermare che il testo tocchi «tutti i tirocini, ribadendo la necessità di una tutela, di un percorso di dignità».Andando a spulciare il testo della risoluzione si legge, al paragrafo 11, che il Parlamento chiede che «siano delineati criteri e norme di qualità chiari e vincolanti per le offerte» all’interno di un «quadro di qualità». Questo vorrebbe dire uno stop ai tirocini di basso profilo, come magazzinieri in negozi e supermercati, pagati coi soldi di Garanzia Giovani? In Italia sono stati quasi 20mila, dall’avvio di GG a fine aprile di quest’anno secondo i dati dell’Anpal, i tirocini attivati in questa categoria, che tecnicamente si chiama “Professioni non qualificate nel commercio e nei servizi” e che comprende, tra gli altri, i mestieri di addetti allo spostamento e alla consegna merci, addetti ai servizi di pulizia di uffici, alberghi, navi, ristoranti, aree pubbliche e veicoli, e  addetti ai servizi di custodia di edifici, attrezzature e beni. «Quando parliamo di questo punto ci riferiamo esattamente a questo genere di situazioni, dove palesemente si tratta di lavoro a basso costo, con poco percorso formativo per i tirocinanti» conferma Benifei: «Secondo il Parlamento europeo, Garanzia Giovani non dovrebbe finanziare questo tipo di esperienze. E quindi noi chiediamo che oggi i Governi, che hanno l’ultima responsabilità anche sul monitoraggio dell’utilizzo di queste risorse, adeguino il funzionamento interno del programma nei propri Paesi in modo che le risorse non possano essere utilizzate per esperienze di tirocinio che non abbiano un contenuto utile». Garanzia Giovani dev'essere usata insomma per aiutare i giovani partecipanti a «trovare una strada», e non come «un aiuto per le imprese che vogliono avere un lavoratore a basso costo» ribadisce l'eurodeputato: «Non si possono usare i fondi europei per forme di “cheap labor”: questo è il messaggio». Ora tutto sta a vedere come si comporterà la Commissione europea, che «dopo tante nostre insistenze raccoglie finalmente questo tema», dopo sei anni dalla partenza di Garanzia Giovani. L'auspicio di Benifei è che la risoluzione approvata ieri non resti «solo una affermazione di principio», ma che la Commissione la usi come base per prendere la decisione di «impedire, rendendolo non conforme alle regole del programma, l’utilizzo di Garanzia Giovani per esperienze che non hanno contenuto formativo».Del resto Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione dal dicembre dello scorso anno, sembra essere più sensibile rispetto ai suoi predecessori rispetto al tema della qualità del lavoro giovanile. Non solo aveva risposto positivamente alla domanda che Benifei già aveva posto qualche mese fa sulla possibilità di immaginare un aiuto finanziario ai tirocinanti rimasti senza tirocinio a causa del Covid attraverso il fondo Sure. «In passato,  a fronte di domande puntuali su questo tipo di questioni, avevo ricevuto risposte fumose dalla Commissione europea» dice l'eurodeputato, ma ora sembra che la musica sia cambiata: «Von Der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione ha anche voluto ricordare il lavoro per uno schema europeo di salario minimo. Quindi mi sembra più sensibile al tema della buona remunerazione del lavoro rispetto alla precedente Commissione europea».Ora tutti i Paesi dovranno tenere conto – e dare conto anche alle proprie opinioni pubbliche – del fatto che il Parlamento europeo si è espresso con una raccomandazione molto netta «contro pratiche abusive» nell'utilizzo degli stage gratuiti e/o privi di contenuto formativo «dentro e fuori Garanzia Giovani», riassume Benifei, che si augura «ci sia una spinta a una mobilitazione dell’opinione pubblica» per portare i governi di ogni singolo Paese membro a migliorare l'uso dello strumento dello stage al proprio interno: «Lanciamo la palla anche alle organizzazioni giovanili, ai sindacati, alle realtà del lavoro» affinché facciano la loro parte nel fare pressione.E rispetto in particolare a Garanzia Giovani, dove «c’è un potere diretto più incisivo, perché comunque si tratta di fondi europei», questa risoluzione indica «alla Commissione di impedire alle autorità di gestione di finanziare attività di utilizzo di Garanzia Giovani che non rispondano a criteri di qualità. Serve non una indicazione generica, ma una norma cogente». Il parlamento ieri ha preso «una posizione netta» e ora, dice Brando Benifei, «vogliamo delle risposte».Eleonora Voltolina