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Tirocini extracurriculari, l'Italia è ancora divisa in due

Sui tirocini l’Italia è ancora divisa. I dati della Fondazione Consulenti del Lavoro, probabilmente il più importante soggetto promotore di tirocini in Italia, fotografano due paesi distinti. Il maggior numero di percorsi extracurriculari attivati si registra a Sud, ma è nel Settentrione che le opportunità si trasformano più spesso in contratti di lavoro. Il dubbio, neanche troppo velato, è che qualcuno abusi dello strumento per trovare manodopera a buon mercato senza mai arrivare alla sospirata firma. Un boomerang per i giovani che sperano di avviare una carriera, che ha indotto alcuni enti pubblici (come l'Emilia Romagna) ad aumentare controlli e sanzioni.L’occasione per tirare le somme è venuta dal Festival del Lavoro, in scena a Milano dal 20 al 22 giugno. Di fronte a una platea qualificata formata da tecnici ed esperti, alcuni dei nomi più importanti a livello nazionale: dirigenti di Inps, Anpal, assessori regionali. Nella sessione plenaria è stato avvistato anche il vicepremier Matteo Salvini. L’unico grande assente è stato proprio il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che ha dato forfait all’ultimo.«Nel 2018 abbiamo attivato circa 27mila tirocini extracurriculari» ha rivelato il presidente della Fondazione Vincenzo Silvestri anticipando il Rapporto che sarà diffuso solo a settembre. Si tratta di un numero che, rapportato al totale dei tirocini extracurricolari attivati in Italia, rappresenta l'8,2% del totale: la quantità di attivazioni gestite da Fondazione Lavoro è quasi raddoppiata in cinque anni – se si pensa che nel 2013 l'agenzia dei consulenti del lavoro aveva attivato “solo” il 4,9% di tutti i tirocini a livello nazionale.In particolare, la Fondazione nel 2018 è stata soggetto promotore di quasi 6mila tirocini (per la precisione 5.869) nella sola Regione Lombardia; a seguire il Veneto con poco più di 4.700, la Campania con 3.700, il Lazio con quasi 2.600, il Piemonte con quasi 1.800, la Puglia con 1.600. «Il 60% di questi è stato trasformato in contratti». Un risultato «soddisfacente, possibile grazie ai nostri delegati che lavorano fianco a fianco con le aziende del territorio e ne conoscono i bisogni» ha aggiunto Luca Paone, vicepresidente dell’agenzia. Secondo Mauro Capitanio, consulente del lavoro che è stato presidente della Fondazione Lavoro per due mandati tra il 2012 e il 2018, il fatto che nel 2018 sia «aumentato il tasso di trasformazione dei tirocini smonta la teoria che il tirocinio sia una forma surrettizia per non pagare i contributi»; esso si dimostra, invece, «un investimento che l'azienda fa sul ragazzo, per poi inserirlo».I dati dell'anteprima del Rapporto curato dall'Osservatorio della Fondazione tracciano l'esito occupazionale degli stage 2013-2018 registrando la situazione contrattuale entro i sei mesi dalla conclusione del percorso formativo: la maggior parte degli stagisti assunti (38,9%) ha un contratto a tempo determinato; una percentuale simile (35,2%) ha un apprendistato, e un 20,3% un contratto a tempo indeterminato.La percentuale di assunzione post stage per i tirocini della Fondazione Lavoro è pari a 60,2%, ma se poi si va a spacchettare il dato per aree geografiche, a fronte delle Regioni del Nord dove il dato è pari a 63,5% e di quelle del Centro dove ad essere assunti sono stati il 62,5% dei tirocinanti passati attraverso la Fondazione, per le Regioni del Sud questa percentuale sprofonda di quasi dieci punti percentuali, fermandosi a 54,7% – che è, comunque, più della media nazionale rilevata dal Ministero del Lavoro.Allargando lo sguardo, Capitanio evidenzia come questi tirocini abbiano generato «59.700 posti di lavoro senza nessun costo per il sistema pubblico», in quanto i tirocini gestiti dalla Fondazione non prevedevano finanziamenti pubblici.Ma il tallone d’Achille resta la formazione. «I profili richiesti dalle aziende oggi sono spesso molto qualificati: la scuola non garantisce queste competenze» prosegue Silvestri: «Per questo è difficile che un’impresa si lasci scappare un dipendente che è stata costretta a formare internamente proprio perché il sistema dell’istruzione non fornisce abilità in linea con le esigenze del mercato».Dal Rapporto Tirocini  emerge, inoltre, una variazione di tendenza: mentre in passato a selezionare queste figure erano soprattutto le imprese del terziario, nel 2018 in prima linea sono passate le aziende attive nel settore industrial-produttivo e nel turismo.Lo spaccato dei profili racconta che oltre un tirocinio su sette, tra quelli promossi dalla Fondazione, riguarda la mansione di commesso: sono stati quasi 4.200 gli stage per profili di  “commessi delle vendite al minuto”. In seconda posizione, molto distanziati, i profili di “addetti a funzioni di segreteria” (poco meno di 2mila attivazioni) e a seguire i poco più di mille tirocini per profili di “baristi e professioni assimilate”.Un’altra interessante rilevazione focalizzata dai consulenti del lavoro – peraltro non una novità – è che la formazione tecnica offerta dagli ITS è quella che offre le migliori prospettive di impiego a breve termine. Secondo le statistiche, il tasso di allievi che trovano un’occupazione nei primi sei mesi dal diploma oscilla tra l’85 e l’89%. La Fondazione Lavoro sostiene, quindi, il tirocinio come strumento tra i più validi nell'ambito delle politiche attive volte a colmare i "fallimenti" del mercato del lavoro; quelle situazioni, cioè, in cui domanda e offerta non si incontrano in maniera spontanea. La responsabilità di completare la formazione passa dalla collettività alla singola azienda, determinando uno sgravio per il sistema dell'istruzione - che difficilmente riesce a restare sulla frontiera dell'innovazione tecnica e manageriale - e un vantaggio per il giovane, che riceve competenze aggiornate. Ma ci guadagna anche l'impresa, che trasmette valori e metodi di lavoro a soggetti perlopiù freschi di studi, e quindi potenzialmente più ricettivi. La filosofia della formazione interna ha preso piede da anni nel mondo delle corporations anglosassoni, dove "graduate programs" pluriennali  propongono agli aspiranti dirigenti una crescita graduale e "dal basso". Ispirandosi forse all'ambito sportivo, dove c'è una lunga tradizione in questo senso, di cui Barcellona con la sua "cantera" e l'Ajax sono gli esempi più noti.

Almalaurea, sale il tasso di occupazione dei laureati ma le retribuzioni restano ancora troppo basse

Tutto sommato ai laureati italiani non andrebbe poi così male dal punto di vista occupazionale. I dati annuali di Almalaurea, presentati nei giorni scorsi alla Sapienza di Roma, parlano di un tasso di occupazione – che include gli stage con borsa di studio – che «è pari, a un anno dal titolo, al 72,1% tra i laureati di primo livello e al 69,4% tra i laureati di secondo livello del 2017» si legge nel comunicato. E c'è un miglioramento rispetto per esempio a quattro anni fa, con una crescita «di 6,4 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 4,2 per i laureati di secondo livello». «Segnali positivi» secondo Almalaurea, benché un 30% di senza lavoro a un anno dalla laurea non possa considerarsi un buon risultato. Per di più tali percentuali «non sono ancora in grado di colmare la significativa contrazione del tasso di occupazione osservabile tra il 2008 e il 2014 (-17,1 punti percentuali per i laureati triennali; -15,1 per i magistrali)». Dopo cinque anni va meglio. Gli occupati salgono all'88,6% per la laurea di primo livello, all’85,5% per i laureati di secondo livello. E anche qui le curve sono in ascesa rispetto agli anni precedenti. Si tratta di medie naturalmente. Perché se da una parte 'i soliti noti', ovvero le lauree del gruppo ingegneristico, economico-statistico e medico, raggiungono il picco dell'89% di occupati, per chi ha scelto lauree del gruppo giuridico, letterario, psicologico e biologico, i disoccupati sono ben il 20%. Addirittura il tasso di occupazione dei laureati magistrali a ciclo unico del gruppo giuridico  a cinque anni dal conseguimento del titolo  è un avvilente 76%. In generale si può però continuare a dire che studiare paghi e che prendere la laurea convenga perché «i laureati godono di vantaggi occupazionali importanti rispetto ai diplomati di scuola secondaria, che si fermano al 65,7% nella fascia dai 20 ai 64 anni» si legge nel report.L'aspetto che invece continua a non decollare è quello delle retribuzioni. Lo stipendio medio a un anno dalla laurea è di «1.169 euro per i laureati di primo livello e a 1.232 euro per i laureati di secondo livello». Un aumento in realtà si rileva, spiega lo studio: 13 e 14 punti in più rispettivamente per i due gruppi. Ma il trend «non è ancora in grado di colmare la significativa perdita retributiva registrata nel periodo più difficile della crisi economica che ha colpito i neolaureati, ovvero tra il 2008 e il 2014». In quegli anni gli stipendi di chi si laureava calarono del 22 e del 17 per cento.E neppure dopo un quinquiennio dal titolo il quadro dei laureati di oggi diventa roseo. «La retribuzione mensile è pari a 1.418 euro per i laureati di primo livello e 1.459 euro per quelli di secondo livello». Piccoli segnali di ripresa ci sono, ma anche qui essi «non sono in grado di colmare la perdita retributiva intervenuta nel periodo 2012-2015».Non stupisce allora che sia quasi la metà la quota di laureati che si dice disposta a andarsene all'estero per lavorare. Sono oggi il 47,2%, quando «erano il 39,9% nel 2008». Uno su tre dichiara di essere disponibile a trasferirsi addirittura in un altro continente. «La realtà è che se ne vogliono andare» sbotta in uno dei panel finali del convegno Giuseppe Cirino della Federico II di Napoli [nella foto sopra]. «E l'università deve essere considerata responsabile se il suo capitale umano se ne va da un'altra parte alla prima offerta di lavoro, per una posizione migliore» continua, «per poi tornare in Italia solo per turismo». Sono gli stessi dati di Almalaurea a confermarlo: «Il premio salariale della laurea rispetto al diploma, in Italia, di circa il 38%, non è elevato come in altri Paesi europei: la media Ue è del più 52%, in Germania si sale a più 66 e in Gran Bretagna a più 53».La laurea almeno «consente di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, disponendo chi si laurea di strumenti culturali e professionali più adeguati» sottolinea il report. E proprio per questo è sbagliato pensare che «l'università debba rispondere alle esigenze estemporanee di un mercato che cambia molto velocemente trasferendo competenze professionalizzanti» ragiona durante il dibattito Francesco Ferrante dell'università di Cassino, quando invece «si deve creare un sapere che deve durare tutta la vita e modularsi sulla base dei cambiamenti, che non crei vantaggi solo in entrata». Ma ciò non basta a frenare la fuga, e la colpa, rincara la dose Cirino, «è di voi accademici che siete sempre rivolti verso il passato e non verso il presente che va a una velocità stratosferica».Anche il sistema aziendale ha le sue falle. «È proprio il tessuto imprenditoriale italiano, fatto di piccole e medie imprese per lo più, a non capire spesso quali siano le proprie esigenze occupazionali», fa notare Ferrante. Ne consegue che i laureati saranno poco valorizzati se le imprese non sanno capirli, se si rifiutano perfino talvolta di formarli «lamentandosi che non sappiano fare nulla, quando in tutto il mondo è risaputo che un laureato ha competenze generali che vanno poi declinate in funzione dell'impresa e con costi che sono a carico della stessa».E poi, altra questione nodale, la contendibilità dei posti. «I disoccupati italiani per cercare un impiego hanno fatto ricorso soprattutto a contatti informali, con amici e parenti in primis: ha intrapreso questa strada l’84,1% dei disoccupati in Italia, rispetto al 67,8 della media europea» si legge nell'indagine Almalaurea. In questo modo «di fatto restano penalizzati quanti non hanno un’adeguata rete di relazioni». Perchè quando si apre un posto di lavoro troppo spesso non viene pubblicizzata la posizione aperta, e quindi non si attiva un procedimento trasparente di candidature e selezione.La tesi è inequivocabile: «Il nostro sistema è ancora molto classista» chiosa di Giuseppe Valditara, capo dipartimento per la Formazione superiore e la ricerca del Miur [nella foto a destra]. «I figli del popolo, di chi esercita professioni esecutive, rappresentano appena il 21% della popolazione universitaria». Ergo, «non si favorisce la crescita sociale». E si emigra. Le promesse di investimenti ci sono: «120 milioni di euro per il sistema universitario subito, e altrettanti per le infrastrutture da diluire negli anni». Ma basteranno?Ilaria Mariotti

In anteprima i risultati della mappatura sugli stage a Milano e nuove policy di welfare aperte agli stagisti, ecco Best Stage 2019

Anche quest’anno è arrivato il momento dell’evento annuale “Best Stage” della Repubblica degli Stagisti dedicato all’occupazione giovanile, quest'anno organizzato in collaborazione con l'assessorato al Lavoro del Comune di Milano. Appuntamento dunque per martedì 25 giugno alle 09:45 presso la Sala Vitman dell’Acquario Civico di Milano. Ricchissimo il menù di argomenti che verranno approfonditi [qui la locandina]: in particolare l’evento sarà l’occasione per presentare in anteprima i risultati di una grande ricerca che la direttrice della Repubblica degli Stagisti, Eleonora Voltolina, ha svolto su commissione del Comune di Milano per indagare l’utilizzo dello strumento dello stage. Una ricerca che aggiorna e amplia la mappatura precedente, realizzata sempre della Repubblica degli Stagisti per il Comune di Milano nel 2012. La nuova edizione e però decisamente più ambiziosa: ha coinvolto il quadruplo dei soggetti promotori e “censito” il triplo degli stage, quasi 73mila. Dai dati raccolti, che verranno illustrati dall’assessora al lavoro del Comune di Milano Cristina Tajani insieme a Eleonora Voltolina, si possono trarre molte riflessioni utili su come, quando e perché lo stage possa essere uno strumento valido per entrare nel mondo del lavoro, e quali siano le criticità sulle quali bisogna ancora lavorare: prima fra tutte il monitoraggio della efficacia dello stage nel portare poi a un’assunzione, e la questione della sostenibilità economica.Dei risultati discuteranno in una tavola rotonda Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro all’università Bocconi e già presidente dell’Anpal, l’agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro; Luca Paone, vicepresidente della Fondazione Lavoro che gestisce l’attivazione dei tirocini per tutti i consulenti del lavoro a livello nazionale, e Wally Sinigaglia,  Employability People Advisor di The Adecco Group, una delle agenzie per il lavoro che hanno partecipato alla mappatura, moderati dalla giornalista Rita Querzé del Corriere della Sera.Un’altra grande notizia che verrà approfondita nel corso di Best Stage 2019 è la recentissima decisione di Danone di ampliare il raggio d’azione del suo piano di welfare, estendendolo – prima azienda in Italia! – anche agli stagisti. Sonia Malaspina, direttrice HR Sud Est Europa di Danone, racconterà questa innovazione e ne discuterà con Gennaro de Falco, sindacalista della Cisl che ha contribuito alla trasformazione di questa idea in una modifica ufficiale del contratto integrativo aziendale che quindi rende duratura nel tempo questa innovazione, e Costanza Ramorino, vicepresidente dell’associazione Valore D che tra i suoi obiettivi ha anche quello di incentivare le aziende alle buone pratiche in tema di welfare aziendale. In questo caso a moderare sarà il giornalista Riccardo Bianchi di FpS Media.Come di consueto, Best Stage sarà anche il momento per fare il punto su tutte le ultime attività realizzate dalla Repubblica degli Stagisti, con un aggiornamento sull’iter della proposta di legge presentata dal deputato Massimo Ungaro per garantire piiù diritti ai tirocinanti curriculari, sul progetto di videopillole informative realizzato nei mesi scorsi con la collaborazione della Cisl Lombardia e in particolare della brillante sindacalista Marta Pepe, e con la premiazione delle aziende virtuose dell’RdS network che quest’anno si saranno aggiudicate qualcuno degli AwaRdS, i premi che la Repubblica degli Stagisti dedica ogni anno alle aziende che si siano particolarmente distinte per un dettaglio della propria policy – come per esempio la performance di assunzione post stage superiore al 90%, o l’indennità mensile più alta a favore dei propri stagisti. L’evento è aperto al pubblico, gratuito fino a esaurimento posti, e ci si può prenotare pre-accreditandosi attraverso questo link. Se vi interessa il tema dell’occupazione giovanile, consideratevi invitati!

Rai, presto una nuova selezione per assumere cento giornalisti nei prossimi tre anni

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Una nuova selezione pubblica per giornalisti: questo ha deciso qualche giorno fa il consiglio di amministrazione della Rai. Una decisione che probabilmente deriva dal fatto che la graduatoria dell’ultima selezione, svolta nell’estate del 2015, ha cessato la sua validità a ottobre dell'anno scorso. Una scelta in linea con quanto l’Usigrai aveva chiesto già da mesi e ribadito da Vittorio di Trapani, segretario del sindacato dei giornalisti, alla Repubblica degli Stagisti proprio allo scadere della graduatoria. «In pochi anni arriviamo a fare una seconda selezione pubblica e per me, come sindacato, è un titolo di merito» spiega oggi il segretario: «Sono molto orgoglioso di questo».Insomma: selezione pubblica come strada maestra per assumere giornalisti in Rai. Una buona notizia visto anche che nella storia dell’azienda televisiva due selezioni di professionisti in così poco tempo non c'erano mai state. «Da quando abbiamo fatto la prima selezione», continua il segretario Usigrai, «abbiamo assunto duecento persone. E con la prossima ne assumeremo altre. Una risposta chiara e netta a chi ancora oggi prova a raccontare il luogo comune che in Rai si entra per raccomandazione». Val la pena di ricordare anche le procedure avviate negli ultimi anni per gli interni – giornaliste e giornalisti che in azienda lavoravano già, ma senza il giusto contratto – e nel corso degli ultimi sei-sette anni attraverso altre due selezioni hanno avuto la possibilità di veder riconosciuto il lavoro giornalistico.Quando la decisione del Cda è stata resa nota, sono cominciate a circolare anche ipotesi sui numeri dei giornalisti che saranno selezionati, ma su questo punto è bene essere cauti: «Bisogna prima capire quale sarà la validità della prossima graduatoria per calcolare il cosidetto turn over delle persone che nei prossimi anni andranno in pensione e dovranno essere sostituite», ragiona Di Trapani. E verificare quale sarà l’attuazione del piano industriale. Perché «se la validità coinciderà con l’attuazione e quindi con lo sviluppo urgente sul web è ovvio che sarà necessario calcolare più risorse per dare il via al nuovo piano». Fino ad allora mettere cifre nero su bianco è difficile. Ma probabilmente un numero intorno a cento, lo stesso fissato inizialmente l’ultima volta, è credibile. Del resto «in tre anni i numeri di pensionamenti girano intorno a queste cifre» conferma il segretario Usigrai.Ora il confronto tra azienda e sindacato andrà avanti, partendo dall’esperienza di cinque anni fa e giudicando cosa è stato positivo e cosa invece può essere migliorato. All'epoca c'era stata una prova scritta iniziale a domanda multipla, che aveva coinvolto circa 2.600 candidati, che aveva comportanto una prima scrematura; e poi una seconda fase con altre prove selettive. Tutto sta a vedere se si deciderà di procedere sulla stessa linea o di cambiare.Una cosa però è certa: «Questa volta la selezione sarà fortemente ancorata su base territoriale». Un punto critico della precedente selezione, infatti, fu che a molti dei giornalisti selezionati la Rai chiese trasferimenti in sedi molto lontane dalla propria residenza, e peraltro con dei tempi ristrettissimi per fornire una risposta e lo spauracchio di venire eliminati dalla graduatoria in caso di rifiuto. «L’altra volta era stato adottato un meccanismo simile a quello della magistratura» spiega di Trapani «per cui in ordine di graduatoria si sceglievano i posti disponibili. Determinando però il problema dei trasferimenti». Questa volta, invece, «stiamo valutando dei meccanismi che ancorino al territorio, in modo che ognuno possa aspirare a dei posti disponibili nelle Regioni che gli interessano». I vuoti di organico, infatti, riguardano tutto il territorio nazionale e a questi si aggiungono anche le richieste di trasferimenti di colleghi assunti a cui si potrebbe dare risposta con nuove immissioni.Ai tanti che hanno accolto la notizia della nuova selezione con gioia si affiancano però anche quelli che parteciparono alla precedente, superando la prima prova del test a risposta multipla e rientrando, quindi, in una graduatoria di quattrocento persone che, da bando, potevano affrontare le altre sette prove di idoneità. Senza però classificarsi nelle prime duecento posizioni. Dalla pubblicazione dei risultati è stato costituito un Comitato per l’informazione pubblica costituito da un centinaio di giornalisti rientranti in questa casistica che ha a più riprese rivendicato il diritto di estinguere la graduatoria della selezione prima di procederne a una nuova: cioè esaurire il bacino di idonei di cinque anni fa anziché (o prima di) crearne un altro. E ora, con gli ultimi sviluppi, il Comitato ha già annunciato di non escludere l’azione penale e la segnalazione alla Corte dei Conti per accertare ogni responsabilità.Ma di Trapani, come già ribadito in passato, precisa: «La definizione di idonei nel bando non c’era. Dalla prima prova si decise da accordo sindacale di portare alle prove professionali quattrocento persone. Ma queste non rappresentavano una lista di idoneità: solo quelli che erano passati dalla prima alla seconda fase. La graduatoria è stata determinata dalle sette prove professionali e nell’ambito della sua validità siamo riusciti ad assumere duecento persone. È evidente che allo scadere della graduatoria questa decade. Dopo di che, se un giudice dovesse dare loro ragione in sede giudiziaria, io rispetterò le sentenze, ma ad oggi so, visto che ho firmato io l’accordo sindacale, che quella graduatoria scadeva dopo tre anni dalla sua pubblicazione».Adesso non resta che aspettare gli sviluppi degli incontri tra le parti – azienda e sindacato – con l’auspicio che si proceda quanto prima, magari entro il termine della pausa estiva, alla raccolta delle candidature. Augurandosi, vista la precedente esperienza, che questa volta più delle polemiche a fare notizia siano le assunzioni.Marianna Lepore

Competenze digitali per trovare lavoro, un nuovo "alleato" per i giovani disoccupati

Uno dei problemi dell'occupazione – giovanile e non solo – in Italia è che le persone senza lavoro non hanno le competenze che le aziende cercano: il cosiddetto “mismatch” tra domanda e offerta vuol dire che i posti disponibili ci sarebbero, ma i datori di lavoro non riescono a trovare candidati in grado di svolgere il tipo di mansione di cui hanno bisogno. Corollario a questo discorso: molto spesso le competenze “missing” sono quelle dell'area digitale. Le aziende cercano persone in grado di maneggiare con disinvoltura programmi, applicazioni, strumenti (“tools”) informatici, e più spesso che mai non le trovano.Sono sempre più numerose le iniziative che si propongono di contribuire a diminuire questo mismatch, e spesso si incentrano proprio sul trasferimento di competenze digitali. Ultima nata, presentata nei giorni scorsi a Milano, è DigitAlly (un gioco di parole tra “digitally” che in inglese significa “in digitale”, e “ally” che vuol dire “alleato”), voluta e finanziata dal fondo di venture capital Oltreventure con 245mila euro. Quello che questa start-up offre ai giovani – il prossimo “open day” per conoscere da vicino il progetto è in calendario lunedì 17 giugno a Milano, presso il Tim Space di via Magolfa – è un percorso di formazione tutto incentrato sul digitale, ad esclusione della parte di coding (cioè la programmazione vera e propria, la “scrittura” informatica).«DigitAlly parte dal riconoscimento di un gap tra mondo dell’educazione / formazione e mondo del lavoro» spiega Francesca Devescovi, ceo di DigitAlly [a sinistra nella foto, insieme ad Anna Simioni]:  «Ciò che si impara a scuola e all’università spesso non serve per lavorare; allo stesso tempo le conoscenze richieste dalle aziende non vengono insegnate quasi da nessuna parte. C’è quindi una dispersione di forze: da una parte i ragazzi che, dopo gli studi, si trovano sfiduciati e disorientati rispetto al proprio futuro lavorativo; dall’altra le aziende che avrebbero bisogno di competenze soprattutto in ambito digitale e sono invece in difficoltà nell’attrarre e nell’inserire nel mondo del lavoro questa nuova generazione». Il primo e più importante target di Digitally è quello dei giovani senza lavoro: a loro viene proposto di seguire un corso di formazione della durata di sette mesi, di cui i primi tre – pari a 13 settimane per la precisione – in aula. «Le lezioni si svolgeranno in un coworking dentro la città di Milano, dove i partecipanti potranno incontrare tante altre persone che lavorano a progetti innovativi» racconta Anna Simioni, presidente e founder di DigitAlly: «La formazione è diversa da ciò che i ragazzi hanno vissuto finora: impareranno insieme in aula tutti i giorni lavorando moltissimo in team, grazie a professionisti del settore, il contatto quotidiano con aziende e project work concreti ed esperienziali».La seconda parte del percorso consiste in un’esperienza lavorativa di quattro mesi (sedici settimane) presso le aziende partner. «Al termine del percorso di apprendimento in classe i ragazzi metteranno in pratica ciò che hanno appreso attraverso un’esperienza lavorativa» dice Simioni: «I ruoli sono generalmente legati al mondo digitale: gestione del cliente, comunicazione attraverso i social media, realizzazione di campagne marketing e siti. L’esperienza lavorativa è garantita ai partecipanti che acquisiscono strumenti e skill del percorso in aula. Il periodo in azienda è di almeno quattro mesi, con una retribuzione mensile non inferiore ai 600 euro», che potrebbero anche arrivare sotto forma di indennità, in caso l'inquadramento previsto fosse quello dello stage extracurricolare. La tipologia di contratto, specifica Simioni, sarà scelta da ciascuna delle aziende partner. Ce ne sono già «diverse», assicura De Vescovi, «che si sono alleate per acquisire maggiori competenze digitali attraverso l’inserimento dei ragazzi formati da DigitAlly e supportare anche il resto dei dipendenti anche grazie alle iniziative di reverse mentoring o upskilling che DigitAlly offre». Il progetto ha un partner tecnologico – Microsoft, e in particolare il programma “Ambizione Italia” – e un partner scientifico, l’università Cattolica di Milano, che ha condotto per Digitally la ricerca qualitativa che è alla base del modello di business. «Le aziende che accoglieranno le ragazze e i ragazzi per l’esperienza lavorativa sono il Centro Medico Santagostino, Unes Supermercati, Nexi, Jointly e anche molte altre che si stanno aggiungendo» dice ancora De Vescovi: «Per questo servizio non chiediamo fee alle aziende, ma chiediamo loro di offrire una posizione lavorativa di almeno quattro mesi retribuita 600 euro al mese».I partecipanti al corso avranno anche una sorta di “angelo custode”, denominato “Virgilio”: «Come il poeta nella Divina Commedia guida Dante lungo il viaggio, allo stesso modo ci piacerebbe che agissero i nostri due Virgilio, Bianca e Bruno» scherza Simioni riferendosi ai due junior del team, Bianca Ricardi e Bruno Di Benedetto: «Il loro compito sarà quello di incontrare le ragazze e i ragazzi interessati a DigitAlly per individuare, fra questi, i più motivati a partecipare il percorso. Dopodiché, selezionati coloro che prenderanno parte alle classi, saranno al loro fianco sia nelle situazioni collettive sia in momenti di colloquio individuale, per assicurarsi che sfruttino nel modo migliore l’esperienza di DigitAlly come opportunità di crescita lavorativa e personale».Il team di DigitAlly al momento è composto da quattro persone: Simioni, un passato nella consulenza strategica e ruoli da “executive director per Cambiamento e Leadership” in molte realtà aziendali; Devescovi, già responsabile della formazione e welfare in Valore D e collaboratrice di AlleyOop del Sole 24 ore; e poi appunto i due “Virgilii”, Bianca Ricardi e Bruno Di Benedetto, entrambi under 30. Il contatto con i ragazzi potenzialmente interessati ad iscriversi al corso avviene soprattutto attraverso i social – Facebook, Instagram, Linkedin e Twitter. C'è un'agenzia specializzata in comunicazione e marketing sui social network che sta mettendo a punto una strategia per riuscire a intercettarli.C'è da dire che DigitAlly non è un progetto gratuito. Ma quanto costa? E chi si può candidare? «Ragazze e ragazzi tra i 18 e i 29 anni con qualsiasi formazione e titolo di studio», dunque anche il semplice diploma di maturità, ma anche una «laurea triennale o magistrale» risponde Francesca De Vescovi: «Essendo i corsi obbligatori, è importante che si riesca a prendervi parte in maniera regolare. DigitAlly è un ambiente inclusivo, con pari opportunità e dove ogni diversità viene valorizzata. Accogliamo ragazze e ragazzi qualificati», è la promessa, «senza discriminazione di genere, background formativo e culturale, nazionalità, religione, disabilità, orientamento sessuale, appartenenza politica».La quota di iscrizione costa 3mila euro, tuttavia la prima edizione prevede un prezzo scontato: «Coloro che prenderanno parte alla nostra prima “stagione” pagheranno 2mila euro, suddivisi in due parti» dice ancora De Vescovi. Idealmente, «partecipando a DigitAlly quest’anno, c’è la possibilità di ripagare interamente il corso tramite i quattro mesi di lavoro nelle aziende partner», perché la retribuzione/indennità minima che i ragazzi andranno a percepire dalle aziende una volta conclusa la parte in aula, 600 euro al mese, sarà pari a 2.400 euro per i quattro mesi complessivi. È in corso proprio in queste settimane la raccolta delle candidature per la prima edizione, che si terrà a partire da settembre a Milano. Iscrivendosi entro il 1° luglio i candidati hanno la possibilità di concorrere per cinque borse di studio complete assegnate in base all’Isee messe a disposizione da Nexi. Al corso potranno prendere parte non più di trenta persone, «selezionate principalmente in base alle loro motivazioni nella prospettiva di creare una classe eterogenea e in grado di costituire un gruppo affiatato». Durante le prime fasi della selezione i candidati saranno “sottoposti” a KnackApp, una tecnologia creata per fornire delle indicazioni sulle attitudini delle persone attraverso il videogaming.  Il piano di crescita di Digitally prevede di raggiungere 2mila studenti con sei sedi in tutta Italia entro il 2022: «Sicuramente impareremo moltissimo da questa edizione anche grazie all’aiuto concreto dei ragazzi con cui lavoreremo» riflette De Vescovi.L'offerta formativa di Digitally farà ottenere ai partecipanti anche specifiche certificazioni su alcuni dei tools digitali più richiesti dal mondo del lavoro: in particolare Google Ads, Google Analytics, Facebook e Hubspot. In più i ragazzi impareranno a gestire altri tools come Photoshop, Google Cloud, Excel, Instagram, Wordpress, Slack... Ma quali sono le professioni che si stagliano all'orizzonte di chi acquisisce competenze del genere? «Il digitale caratterizzerà sempre più il nostro modo di lavorare in modo trasversale, è un po’ come l’inglese di vent'anni fa» risponde Simioni: «All’inizio chi lo studiava pensava di fare il traduttore o di lavorare in qualche campo specifico, oggi è una competenza super diffusa che ti serve a fare moltissime cose. Pensiamo che gli strumenti digitali saranno ancora più indispensabili nel prossimo futuro, quindi se già ora ruoli come social media manager, user experience professional o data analyst, sono richiestissimi dal mercato, in futuro gli strumenti che insegniamo faranno parte del modo normale di lavorare di tutti, ed è ciò che spaventa chi vede nel digitale una minaccia».Ma allora, perché non insegnare il coding? Cioè quei linguaggi di programmazione – tipo Java, MySql, Python, C++... – così richiesti dal mercato del lavoro? «Pensiamo che per programmare serva un profilo personale molto specifico, mentre gli strumenti digitali sono utilizzabili da tutti ed anzi si combinano bene anche con percorsi di studi umanistici» risponde ancora Simioni: «Ed in questo penso stia un grande valore di DigitAlly: avvicinare al digitale anche ragazze e ragazzi che ritengono che sia un mondo da ‘nerd’ o per cui sia indispensabile avere fatto un lungo percorso tecnico-scientifico – ingegneria, informatica, fisica… Gli strumenti del digitale sono pensati per essere usati da tutti, e sempre di più sarà il ruolo di interfaccia con la ‘macchina’ a fare la differenza nel nostro quotidiano.  Quindi le competenze di programmazione sono di certo importanti ma c’è anche molto altro che si può imparare per aiutare le nostre aziende – e il Paese –  nella trasformazione digitale».

400 opportunità di stage all'estero nelle sedi diplomatiche, candidature aperte fino al 7 giugno

Quasi quattrocento – trecentonovantacinque, per la precisione – opportunità di tirocinio in sedi diplomatiche aperte agli studenti italiani di cinquantadue università: centottanta posti in Europa, cinquantasette in Asia, una cinquantina in Nord America, e molti altri ancora nel resto del mondo. Sono i numeri del nuovo bando Maeci-Crui, il programma nato dalla  collaborazione fra il ministero degli Esteri (il Maeci, appunto), il ministero dell’Istruzione e le università italiane, attraverso  il  supporto organizzativo della Fondazione Crui, che dal 2017 sostituisce il vecchio “Mae Crui” – con alcune differenze di cui la Repubblica degli Stagisti ha parlato spesso in questi anni: le più importanti sono che il Maeci-Crui non è più gratuito (buona notizia), e che non è più aperto ai neolaureati (notizia meno buona). In particolare, i tirocinanti Maeci-Crui ricevono dall’università a cui sono iscritti una indennità (minima) di 300 euro mensili. A sua volta, la sede diplomatica presso cui lo stagista è inviato può mettere a disposizione un alloggio gratuito quale beneficio aggiuntivo al rimborso spese previsto. La buona notizia è che lentamente il numero di sedi che prevede questo ulteriore benefit a favore dei ragazzi sta aumentando: erano 14 su 187 nello scorso bando, mentre in questo bando sono 24 su 211. Sempre pochissime, ma la percentuale passa dal 7% all’11%. Nello specifico,  a offrire l’alloggio sono le seguenti sedi: l’ambasciata a Copenhagen in Danimarca; quella a Madrid in Spagna; quella a Praga nella Repubblica Ceca; quella a Sofia in Bulgaria; quella a Doha in Qatar; quella a Il Cairo in Egitto; quella a Kampala in Uganda; quella a Khartoum in Sudan; quella a Lusaka in Zambia; quella a Manama in Bahrein; quella a Riad in Arabia Saudita; quella a Tbilisi in Georgia; quella a Teheran in Iran. E poi ancora il consolato generale e l’istituto di cultura a Marsiglia, in Francia; l’ambasciata e l’istituto italiano di cultura a Oslo, in Norvegia, ad Addis Abeba in Etiopia e ad Algeri in Algeria; il consolato generale a Gedda, in Arabia Saudita; la delegazione diplomatica speciale a Taipei a Taiwan; e l’istituto italiano di cultura a Toronto, in Canada. «Le spese ordinarie d’uso per il periodo di utilizzo sono a carico dello studente», precisa il bando: dunque vitto, spostamenti (viaggi in treno, aereo…), assicurazioni sanitarie e altro sono tutte a carico degli stagisti. I requisiti di accesso restano gli stessi dei bandi precedenti; tra i più rilevanti la cittadinanza italiana, l'età non superiore ai 28 anni, una media almeno del 27, la “fedina penale” pulita e nessun procedimento in atto, lo status di studenti iscritti a una delle facoltà previste (sono riportate in elenco all’interno del bando) all’interno di una delle università che partecipano all’iniziativa.La finestra per le candidature resta aperta fino a venerdì 7 giugno e i selezionati inizieranno l’esperienza di tirocinio dopo l’estate, per la precisione il 9 settembre; trattandosi di tirocini di durata trimestrale, il termine è previsto per il 6 dicembre. La possibilità di proroga è contemplata per un massimo di un ulteriore  mese (d’intesa tra la sede ospitante, il tirocinante e l’università di provenienza dello studente, specifica il bando): chi usufruisse di questa opzione potrà dunque trascorrere anche il periodo di Natale-Capodanno nella sede diplomatica di assegnazione.Per candidarsi bisogna inviare il curriculum personale, quello universitario, alcune autocertificazioni, una lettera motivazionale così come previsto nel bando, e poi indicare due sedi preferite di destinazione, una per ciascuna “gruppo”: nel Gruppo 1 vi sono tutte le destinazioni all’interno dell’Unione europea più Norvegia, Principato di Monaco, Vaticano, Svizzera e Stati Uniti, mentre il Gruppo 2 comprende… tutto il resto del mondo.In particolare, i quasi quattrocento percorsi di tirocinio – tutti obbligatoriamente “curricolari” – avranno luogo in 183 ambasciate, un centinaio di consolati, sessantasette istituti di cultura, quarantuno rappresentanze e una delegazione. Chi gestisce poi materialmente le candidature? In una prima fase l’università presso cui ciascun candidato è iscritto verifica il possesso dei requisiti richiesti. Poi «le candidature ritenute idonee dagli atenei», spiega il bando, vengono «esaminate da una commissione congiunta» composta da rappresentanti del ministero degli Esteri, di quello dell’Istruzione e della Fondazione Crui.Restano purtroppo le condizioni quasi vessatorie di accettazione: una volta ricevuta la comunicazione dalla propria università, i candidati che avranno passato la selezione dovranno «accettare o rifiutare l’offerta di tirocinio entro tre giorni lavorativi». Meglio avere le idee ben chiare fin dal principio, allora.

Equo compenso per i liberi professionisti: il Lazio ha la sua legge regionale

Il cammino è iniziato ai primi di ottobre dello scorso anno, quando la Giunta regionale del Lazio ha approvato un ordine del giorno della presidente della Commissione lavoro, Eleonora Mattia, per applicare l’equo compenso negli incarichi conferiti ai professionisti da tutti gli uffici regionali, enti strumentali e società controllate. In seguito ha presentato una proposta di legge «che è stata scelta come testo di riferimento», spiega Mattia alla Repubblica degli Stagisti, «e dopo un confronto con tutti i professionisti, ascoltati nel corso di varie audizioni, la legge è stata approvata dall’aula il 3 aprile». Così dopo Calabria, Basilicata, Piemonte, Campania e Sicilia anche il Lazio ha la sua legge, la n. 69, sull’equo compenso.Una battaglia portata avanti da Mattia, avvocato, nel Pd dal 2007, che è stata prima presidente dell’Assemblea provinciale del Pd Roma e poi membro della segreteria regionale nonché eletta in Assemblea nazionale. Vicensindaco nel comune di Valmontone dal 2013 dopo essere stata la più votata in assoluto, nel marzo 2018 è stata eletta al Consiglio regionale del Lazio.  La legge, ricorda Mattia, «vale per circa 175mila professionisti della nostra regione, sia per quelli iscritti a un albo che per quelli che non ne hanno uno di riferimento». Ed è stata concepita dopo aver analizzato studi di vari centri di ricerca per capire a quanto ammontasse l'equo compenso determinato dai singoli decreti ministeriali. Una platea vasta quella di applicazione, che spiega anche perché il provvedimento abbia trovato la convergenza di tutte le forze politiche che l’hanno votata all’unanimità. Da quando nel 2012 sono stati aboliti i minimi tariffari, «l’obiettivo di prendere degli incarichi costringeva i professionisti a una corsa al ribasso che non garantisce né la prestazione, né la dignità di chi lavora», spiega Mattia. La legge, però, un punto debole ce l’ha, visto che non tratta un altro tema caro ai liberi professionisti, quello sui tempi dei pagamenti. Ma sottolinea l’importanza per Regione e società controllate di far riferimento al riconoscimento dell’equo compenso per i professionisti e, soprattutto, vieta l’inserimento di clausole vessatorie all’interno di contratti di incarico professionale.Non ci sono, però, dei parametri “univoci” quando si parla di equo compenso. «Sono i criteri stabiliti dai decreti ministeriali, che cambiano da professione a professione». E questo è bene ricordarlo. Per quanti, invece, non abbiano un ordine professionale di riferimento, il principio applicato è quello della retribuzione proporzionata alla quantità e qualità della prestazione, secondo quanto sancito dall’articolo 36 della Costituzione.L’obiettivo alla base dell’approvazione della legge «È quello di frenare l’incessante calo dei redditi dei professionisti italiani che, tra il 2005 e il 2017, si è attestato al diciannove percento». Un calo che ha colpito, nello specifico, gli appartenenti alle categorie più disagiate: giovani e donne. Il reddito medio di un professionista sotto i 40 anni, infatti, arriva al cinquanta per cento di un over 45. E, ancora una volta, se il professionista è una donna la discriminazione è doppiamente applicata visto che il suo reddito medio non va oltre il cinquantasei per cento di quello di un uomo. L’equo compenso approvato cerca di tutelare i professionisti non solo dai pagamenti da parte degli enti pubblici, ma anche dai privati. Qualora, infatti, non venga dimostrato che il committente non abbia preventivamente pagato il progettista, qualsiasi procedimento amministrativo che abbia chiesto al privato di avvalersi di un professionista verrà sospeso. Una scelta che dovrebbe, almeno sulla carta, spingere i privati a rispettare i tempi dei pagamenti. Certo, in Italia non basta una legge per vederne poi l’applicazione, ma il passo intrapreso dalla Regione è sicuramente un segnale positivo per i professionisti laziali e per quelli delle altre regioni in cui l’argomento non è stato ancora trattato, che possono sperare il tema si allarghi fino al coinvolgimento di tutto il territorio nazionale.Quello ottenuto dalla Commissione lavoro della Regione Lazio è, quindi, un traguardo importante. Solo il primo di una lunga serie: come la proposta di legge regionale sul contrasto al caporalato, che intende favorire l'emersione del lavoro irregolare in agricoltura in coerenza con quanto disposto dalla disciplina nazionale. E si tornerà nuovamente sul tema delle tutele per i liberi professionisti, con una nuova proposta di legge presentata dalla presidente Eleonora Mattia, per introdurre specifici strumenti di sostegno e tutela delle professioniste e professionisti: un fondo rotativo dedicato e un’integrazione all’indennità di maternità.    Marianna Lepore

Women in Sciences, l'università Bicocca lancia un appello alle ragazze: studiate materie scientifiche!

Le donne sono oltre il 55% del totale degli iscritti alle università italiane – in tutto, quasi 1 milione e 700mila – e anche un po' di più, il 60%, se si guarda per esempio solo ai 33mila studenti dell'università Milano Bicocca. Dunque la questione non è che le ragazze non si iscrivano all’università: la questione sta  nella scelta della facoltà. A Giurisprudenza, per dire, alla Bicocca le donne rappresentano il 66% del totale degli iscritti, a Sociologia oltre il 70%. A Psicologia quasi l’80%, a Scienze della formazione addirittura l’88%!Ma quando si passa dal grande alveo delle facoltà umanistiche a quello delle facoltà scientifiche c’è un crollo. A livello nazionale, sui circa 281mila iscritti nelle classi di laurea che comprendono Engineering, manufacturing and construction, c'è solo un 29% di donne (fonte dati: Direzione generale per i contratti, gli acquisti e per i sistemi informativi e la statistica del Miur, anno di riferimento 2016). Ancor peggio se si considerano specificamente gli studenti di Informatica, più precisamente delle facoltà del gruppo Information and Communication Technologies (ICTs): qui  gli iscritti sono poco meno di 29mila e statisticamente le donne sono davvero pochissime, il 13%. Dati confermati al millimetro nel caso dell'università Bicocca: dei 1160 studenti iscritti alla facoltà di Informatica oltre mille sono uomini e le donne rappresentano solamente il 13,1%. E non va molto meglio a Fisica: qui, su 907 iscritti, le donne sono poco più di una su quattro: il 28,7%. Sembra che le studentesse siano ancora soggiogate al vecchio stereotipo di genere per cui “la matematica è roba da maschi”, e si regolino di conseguenza. Peccato però che, così facendo, si precludano proprio quei percorsi di studio che sono oggi – e saranno ancor più domani – richiesti dal mercato del lavoro. In altre parole: le ragazze fanno scelte universitarie ai limiti dell’autolesionismo, auto-escludendosi in partenza dai lavori meglio contrattualizzati e pagati.Come si inverte la tendenza? Ci prova la prossima settimana l’università Bicocca con una due giorni intensissima, “Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola”, in programma lunedì 13 e martedì 14 maggio. Un programma full day 9-18 che prevede workshop, tavole rotonde, “keynote speech” di 45 minuti, spettacoli teatrali a tema scienza. I relatori invitati a parlare (qui l'elenco completo degli interventi) sono complessivamente oltre quaranta, in maggioranza donne – dunque niente “gender balance” in questo caso, ma per una ottima causa: lanciare il messaggio che le donne scienziate esistono, che possono raggiungere ottimi risultati, fare carriera, fare la differenza in laboratorio, nelle aziende, all’università. Di solito i convegni scientifici sono tutti al maschile, tanto che per rivendicare un bilanciamento nelle opportunità di visibilità sono ormai attive molte iniziative, tra cui la campagna “No Women No Panel” lanciata dalla commissaria europea alla Digital Society and Economy Mariya Gabriel, oppure in Italia l’hashtag #tuttimaschi con cui segnalare sui social network gli eventi, i dibattiti, i talk show in cui non c’è nemmeno una donna tra gli ospiti. Invece in questo caso la voce sarà data in primo luogo alle donne.“Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola” è alla sua prima edizione. «La sua genesi è molto interessante» racconta alla Repubblica degli Stagisti Silvia Penati, docente di Fisica specializzata in fisica teorica delle particelle elementari, teoria delle stringhe e teorie con supersimmetria e tra le promotrici dell'evento: «Dal 2013 al 2017 sono stata capofila di un progetto europeo, COST, dedicato alla ricerca scientifica in fisica teorica, che aveva un forte impegno sulla questione della rappresentanza di genere nella comunità della fisica teorica – dove le donne sono meno del 10%». Parte dei fondi destinati al progetto venivano utilizzati per promuovere eventi: «Qualche anno fa capitò che la mia collega Nadia Malaspina assistesse ad un mio seminario in Bicocca sul progetto COST e le sue iniziative in ambito gender. Recentemente, ricordandosi di quella mia presentazione, ha avuto quindi l'idea di lanciare un evento simile nel nostro ateneo. Mi ha contattato e da lì, coinvolgendo altre colleghe di ambito scientifico, è iniziato tutto». [nella foto, Silvia Penati è a sinistra; al centro Sara Manzoni, a destra Nadia Malaspina]La due giorni, che ha già registrato quasi 250 iscrizioni (l’ingresso è libero, ovviamente aperto a entrambi i generi anche se l’evento è pensato per attrarre sopratutto ragazze, e la preiscrizione si effettua a questo link), sarà l’occasione di focalizzare il tema delle pari opportunità e degli stereotipi di genere con diversi attori del mondo accademico, industriale e sociale. «La popolazione femminile per il mio dipartimento oggi si attesta attorno al 10%» sottolinea Sara Manzoni, docente di informatica specializzata in Intelligenza artificiale e responsabile delle attività di Orientamento per il dipartimento di Informatica, sistemistica e comunicazione della Bicocca. Fortunatamente poi andando avanti la presenza femminile diventa più significativa: «Circa il 30% tra gli strutturati, e anche le studentesse di dottorato sono certamente una presenza importante, sia numericamente che dal punto di vista della qualità dei risultati». A conferma del fatto che, quando le ragazze trovano il “coraggio” di iscriversi a Informatica, possono raggiungere risultati eccellenti, eguagliando senza difficoltà e a volte superando i più numerosi colleghi maschi: «Quindi primario obiettivo per noi è cercare di colmare questo gap e cercare di stimolare e motivare le studentesse ad iscriversi ai nostri corsi di laurea» aggiunge Manzoni: «Mostrare con interventi su temi divulgativi di relatrici di alto profilo scientifico che la professionalità in contesto scientifico non è prerogativa maschile. Mostrare role-model che possano essere motivanti per lo sviluppo di interessi, passioni e curiosità delle studentesse presenti». Se “Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola” è alla prima edizione, è però vero che l’università Bicocca non è nuova a questo genere di iniziative. Il corso di laurea in Informatica organizza e gestisce già da quattro anni l’iniziativa NERD? (Non E’ Roba per Donne?) in collaborazione con IBM, offrendo ogni anno la possibilità a duecento studentesse di terza superiore di partecipare ad attività laboratoriali con ambienti e strumenti dell’ICT per sviluppare un progetto con la supervisione di un team di esperti. «L’iniziativa prevede inoltre incontri con ricercatrici e aziende del mondo ICT e docenti del CdL in Informatica» dice ancora Manzoni. E la partecipazione vale anche per l’alternanza scuola-lavoro «attraverso la definizione di un piano formativo individuale definito con gli istituti scolastici superiori».Inoltre «all’interno del Progetto Lauree Scientifiche del ministero dell’Istruzione, esteso la prima volta quest’anno a Informatica, uno degli obiettivi prioritari è quello di “stimolare la conoscenza e curiosità verso le discipline informatiche per una platea di studenti più ampia e eterogenea in termini di formazione scolastica superiore e di genere". Auspichiamo dunque che il ministero continui a finanziare progetti di questo tipo» dice Manzoni «per poter avere strumenti che ci consentano di proporne di nuove nei prossimi anni. Ad oggi, tutte le edizioni sono state basate sul volontariato delle colleghe del mio dipartimento!». In “Women in Sciences: le Scienze con la D maiuscola” ci sarà spazio anche per il divertimento: alla fine del primo giorno i lavori infatti si concluderanno con “Educazione (in) Fisica”, uno spettacolo teatrale che racconta in chiave ironica esperienze personali legate ai pregiudizi di genere «che tutte noi possono abbondantemente testimoniare» racconta Manzoni: «Una tra tutte: una mia ex-allieva che svolge attività professionale in ambito di consulenza tecnica risponde al telefono dicendo “Pronto? Risponde nome_azienda, come posso aiutarla?” e dall’altro lato: “Buongiorno signorina, avrei bisogno di una consulenza tecnica, posso parlare con un ingegnere?" e lei risponde: “Qui siamo tutti ingegneri!”. Esplicita sorpresa e poco imbarazzo, seguito da silenzio per alcuni secondi dall’altra parte delle cornetta…». Ma le cose stanno cambiando: «Il contesto professionale e culturale in cui si troveranno le nostre future studentesse sarà diverso da quello in cui ci siamo trovate noi», aggiunge Manzoni, «anche grazie ad un cambiamento di contesto socio-culturale in cui le diversità di genere dovranno pervadere tutti gli aspetti della nostra vita sociale e familiare».Ma perché questo cambiamento possa effettivamente avvenire, devono e dovranno esserci più donne che studiano materie scientifiche. E quindi bisogna parlare con le adolescenti, mostrare loro la strada, convincerle a credere nelle loro capacità: a partire da oggi.[alcune delle immagini che corredano questo articolo sono tratte dal Bilancio di Genere dell'università Milano Bicocca]

Reddito di cittadinanza, per ora niente proposte di lavoro a chi lo percepisce: il sistema non è ancora pronto

Obiettivo del reddito di cittadinanza «non è dare soldi a qualcuno per starsene sul divano, ma dire con franchezza: hai perso il lavoro perchè il tuo settore è finito o si è trasformato? Bene, ora ti è richiesto un percorso per riqualificarti ed essere reinserito». Così parlava il vicepremier Luigi Di Maio poco meno di un anno fa intervenendo a un congresso Uil a Roma. Ma a diverse settimane dall’erogazione dei primi sussidi, le politiche attive legate alla misura sono ancora ferme al palo. Motivo? La piattaforma informatica che serve a convocare i lavoratori non è ancora pronta.Insomma, pur di erogare in fretta la misura – e magari capitalizzarla in termini elettorali in vista dell’appuntamento di fine maggio con le consultazioni europee – si è dimenticato per strada il capitolo più importante: quello che subordina l’assegno alla ricerca attiva di un lavoro. Una fretta che consente a chi vuole far il furbo di percepire i soldi restando comodamente in poltrona. Proprio quello che, almeno stando alle promesse del governo gialloverde, si voleva a tutti i costi evitare.L’Inps ha iniziato nei mesi scorsi a raccogliere le richieste, le ha valutate per verificare il rispetto dei requisiti e ha infine cominciato a staccare gli assegni per gli aventi diritto. Ma i Centri per l'impiego, come confida alla Repubblica degli Stagisti un dipendente lombardo che preferisce l'anonimato – non hanno ancora ricevuto i nominativi dei beneficiari: impossibile, quindi, convocarli e far firmare il cosiddetto “Patto per il lavoro”, l'impegno attivo nella ricerca di un’occupazione che chi domanda sostegno deve sottoscrivere. Chi rifiuta, in teoria, perde i soldi. Ma in questo caso il problema non si pone: finché la prima proposta di lavoro non arriva, non la si può, ovviamente, rifiutare. «Stiamo attendendo che il sistema sia pronto» ammette Claudio Spadon, direttore dell’Agenzia Piemonte Lavoro, che gestisce i centri per l’impiego della regione settentrionale. «So che al ministero si sta lavorando in questo senso, e ho motivo di ritenere che sarà pronto in pochi giorni. Ma ci tengo a precisare che la nostra attività di supporto alla ricerca di lavoro è  precedente al tema del reddito di cittadinanza, e prosegue anche adesso con gli strumenti che già abbiamo a disposizione, cioè i Patti di servizio».Ma se una piattaforma a disposizione dei Centri per l’impiego esiste già, perché, allora, ne serve un’altra? Si tratta di comunicare ai centri la lista dei cittadini che percepiscono il reddito di cittadinanza, per poterli convocare e inserire nello schema di riqualificazione. Ma l’integrazione, segnala la fonte lombarda, può non essere facile. «I sistemi informatici devono parlarsi tra loro, e non è detto che sia semplice da realizzare, dato che sono stati progettati in epoche diverse». Non tutto è fermo. E' appena scaduto il termine per la presentazione delle candidature per i potenziali ”navigator”, i tutor che accompagneranno i cittadini nel percorso di ricerca di un impiego. I prescelti saranno ripartiti sul territorio sulla base di una convenzione che ogni regione firmerà con l'Agenzia nazionale. Quando il testo sarà pronto. Un processo di recruiting e selezione di figure “di alto profilo professionale”, quello dei navigator, gestito da Roma proprio per evitare i temuti clientelismi. Ma mentre a Palazzo si briga per chiarire gli aspetti operativi, c’è già chi ha deciso di rinunciare all'assegno: sarebbero molti i delusi dall’importo, che in qualche caso non arriva a 50 euro ma impegna a prendere parte a un percorso attivo di inserimento lavorativo. Il gioco non varrebbe la candela, e qualcuno ha scelto di passare la mano. Vale la pena ricordare, però, che le regole erano state esplicitate sin dall'inizio: il reddito di cittadinanza è un sostegno "modulare" e dunque, a meno che una persona sia completamente nullatenente, va semplicemente a integrare il reddito fino alla soglia minima individuata. L'Inps non è preparata a quello che è evidentemente un imprevisto, e per il momento – riportano i media locali – diverse sedi cittadine hanno diramato circolari in cui chiedono ai dipendenti di protocollare le richieste di rinuncia in attesa di lumi da Roma: non è ancora chiaro, infatti, se sia possibile tirarsi indietro. Ma non è chiaro nemmeno se il reddito di cittadinanza sia o meno compatibile con uno stage: si può richiedere la misura se si è impegnati in un tirocinio che prevede un'indennità mensile? «A mio parere, si. La misura è compatibile, in generale, con eventuali altri redditi da lavoro» spiega l’avvocato Andrea Brunelli, giuslavorista. «Deve, comunque, trattarsi di introiti molto bassi». Antonio Piemontese

Al via la nuova edizione della Dedagroup Digital Academy, opportunità per 30 aspiranti “professionisti digitali”

Sta per partire la quarta edizione della Dedagroup Digital Academy, progetto di Dedagroup, azienda dell’RdS network tra i principali attori dell’Information Technology “made in Italy”, per la formazione di giovani professionisti del mondo digitale. «L’Academy nasce per rafforzare la nostra strategia focalizzata allo sviluppo del capitale umano» spiega Valentina Gilli, direttrice Risorse Umane per Dedagroup «promuovendo attività a sostegno della crescita di nuove competenze e delle professionalità del futuro, con particolare attenzione ai temi dell’innovazione, e dell’inserimento in maniera continuativa di giovani talenti».Nel 2019 sono previste due edizioni: la prima si terrà il prossimo 13 maggio, la seconda in autunno. La selezione è rivolta a trenta giovani laureati e neo laureati al di sotto dei 28 anni, in possesso di una laurea del settore tecnico-scientifico ma anche umanistico e con una buona conoscenza della lingua inglese. Insomma, il gruppo si apre anche ai “letterati”. «Poiché il nuovo contesto digitale è sempre più permeato dalla contaminazione di competenze e di esperienze, abbiamo allargato la ricerca anche a giovani provenienti da corsi di laurea apparentemente lontani dal nostro settore come quelli in Beni Archivistici e Librari, Scienze internazionali, Architettura o Interfacce e Tecnologie della Comunicazione. La selezione prevede due fasi: un colloquio conoscitivo con l’HR business partner di riferimento per la futura divisione e un colloquio con i responsabili dell’area. Ma come si struttura l’Academy? «Consiste in un percorso di formazione full time e di training on the job, in cui i partecipanti possono conoscere da vicino la cultura e i valori di Dedagroup» spiega la direttrice HR «e sviluppare le professionalità proprie dell’era digitale richieste all’interno del Gruppo». Sei mesi durante i quali si alternano quindici giorni di attività in aula, presso l’headquarter dell’azienda a Trento, e per il restante periodo laboratori di pratica all’interno delle Business Unit e società del Gruppo. Quattro i moduli formativi proposti: digital economy, valore d’impresa (economics & performance), project management (gestione progetti, vendita a valore, metodologie agili) e people value (comunicazione in azienda, team work e problem solving, time management). Inoltre nell’edizione di quest’anno saranno introdotti nuovi temi quali l’ICT Literacy, per acquisire maggiore consapevolezza degli strumenti digitali nella ricerca delle informazioni; il Data Management, per approfondire l’importanza della corretta gestione del dato nell’economia digitale; e l’Intelligenza Artificiale, per far fronte a un aspetto sempre più determinante nei nuovi modelli di business.Cuore dell’offerta è il training on the job attraverso percorsi cross-industry, in cui i partecipanti sperimentano sul campo come nascono e si sviluppano le soluzioni software e i servizi made in Italy di Dedagroup. Inoltre i giovani hanno la possibilità di usufruire di percorsi di sviluppo già a disposizione dei collaboratori dell’azienda, come i Fit Talk, faccia a faccia interattivi con i grandi nomi delle trasformazione digitale; e i Tech Talk, webinar che promuovono la condivisione interna e la diffusione di tecnologie innovative. Nella maggior parte dei casi l’iter si conclude con opportunità concrete di inserimento in azienda. «Le prime tre edizioni, dal 2017 a oggi, hanno visto la partecipazione di 40 giovani e ben il 90 per cento di questi è stato assunto in Dedagroup» dice Gilli «il che conferma che la Dedagroup Digital Academy è uno strumento di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro molto efficace».«Oggi sono Business Analyst per la divisione internazionale del Gruppo» racconta Ilaria Vanoni, 24 anni, laureata in Economia aziendale, che ha partecipato alla seconda edizione dell’Academy «e mi occupo di identificare le esigenze dei clienti, attuali o potenziali, e di analizzare quale sia la soluzione migliore per soddisfarle». Vanoni è stata inserita con un contratto a tempo determinato. «La prassi aziendale è quella di assumere in apprendistato, ma nel mio caso è stata fatta un’eccezione volta ad agevolare le frequenti trasferte all’estero» spiega alla Repubblica degli Stagisti: «Proprio ora sto tornando dalle Hawaii, dove sono stata quasi tre settimane per aiutare tre organizzazioni a implementare dei cambiamenti nel loro software. Sono elettrizzata dopo questa prima trasferta e anche un po’ sotto pressione, perché ora conosco il cliente a livello personale, ma mi tranquillizza poter contare su colleghi competenti e disponibili».Perché l’Academy può essere la scelta giusta per il futuro di un giovane laureato? «La consiglio a chi vuole saperne di più dei temi caldi della tecnologia dell’informazione» afferma l’ex partecipante «con un occhio critico a quali sono i loro aspetti positivi e le chiavi di lettura per un’azienda che vi opera». Senza dimenticare lo sbocco occupazionale e la possibilità di crescere rapidamente che l’azienda offre. «Non avrei mai immaginato di poter avere tutta l’autonomia e la responsabilità che mi sono state affidate dopo soli sei mesi al mio primo impiego!».Per candidarsi a partecipare basta creare un account sul sito Dedagroup e compilare l’apposito form. Rossella Nocca