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Servizio civile, in Finanziaria fondi per 36mila opportunità per il 2019. Le associazioni: «Non basta»

Il 15 gennaio sono partiti i primi 19mila volontari 2019 del servizio civile, selezionati attraverso il bando dell'estate 2018. Ma la partita dei finanziamenti per l'edizione dell'anno venturo non è ancora chiusa. Per effetto del maxi emendamento alla legge di stabilità, che ha previsto un fondo aggiuntivo di 50 milioni, la somma destinata al servizio civile 2019 è salita a 198 i milioni di euro. Che tuttavia sono ancora troppo pochi.«Meno di 200 milioni saranno sufficienti per appena 35mila volontari in Italia e 1.000 all’estero, al di sotto dei 53mila avviati nel 2018 e ben lontano dalle oltre 110mila domande presentate», si legge nel comunicato stampa diffuso lo scorso 3 gennaio dalla Conferenza nazionale enti servizio civile (Cnesc), dal Forum nazionale servizio civile e dalla Rappresentanza nazionale dei volontari.«Aver ottenuto un finanziamento aggiuntivo, visto anche quello che sta succedendo al terzo settore e alle altre politiche giovanili, non è disprezzabile» ammette alla Repubblica degli Stagisti Licio Palazzini, presidente della Conferenza nazionale enti servizio civile: «Ma ci saremmo aspettati quantomeno la conferma dei 94 milioni richiesti dal Movimento 5 Stelle e non un loro dimezzamento». La Repubblica degli Stagisti ha chiesto più volte di poter intervistare il sottosegretario Vincenzo Spadafora in merito allo stanziamento di nuovi fondi, purtroppo senza successo. L’unico intervento in merito è stato quello in audizione alle Commissioni riunite Affari costituzionali, Lavoro e Affari sociali, dove Spadafora ha assicurato che «I 200 milioni sono un punto di partenza ma abbiamo la certezza, usando fondi residui e la collaborazione di altre istituzioni, di poter garantire anche quest’anno il servizio cercando di incrementarlo rispetto all’annualità precedente». Tuttavia regna ancora l’incertezza sui dettagli dei nuovi finanziamenti.«Più volte in campagna elettorale è stata sottolineata da parte del governo l’attenzione ai giovani. E quella stessa popolazione» commenta Giovanni Rende, uno dei quattro rappresentati dei volontari nella Consulta nazionale servizio civile «soprattutto meridionale, che il 4 marzo ha dato larga fiducia al governo, è la principale destinataria della misura del servizio civile e ora merita di avere una risposta». Secondo Rende il servizio civile va preservato «non solo in quanto misura di politica giovanile, ma in quanto uno strumento che i giovani hanno per rendere un servizio al paese, che va a integrare il servizio pubblico ad un costo molto più basso. Per questo l’ideale sarebbe dare la possibilità a tutti i giovani che lo richiedono di farlo».Ma le incertezze degli operatori del settore non riguardano solo il fattore economico. C’è preoccupazione agli aspetti organizzativi dell’attuazione della riforma del servizio civile, che il Dipartimento, con l’organico attuale, difficilmente riuscirà a fronteggiare a dovere. «Il Dipartimento ha due sezioni» spiega Enrico Maria Borrelli, presidente del Forum nazionale servizio civile «ovvero l'Ufficio giovani e l'Ufficio servizio civile. Quest’ultimo ha una dotazione di 85 unità, ed è sotto organico di 15. Rispetto alla mole enorme di attività che gestisce – 6mila progetti solo nel bando annuale – è un ufficio troppo piccolo, e ci sono funzioni, come le ispezioni e il monitoraggio, impossibili da adempiere. Per questo chiediamo di cercare di riorganizzare gli uffici e di destinarvi nuove risorse qualificate».«Non abbiamo ancora capito quando e come il Dipartimento della gioventù e del servizio civile intenda passare dalla progettazione annuale alla programmazione triennale» aggiunge Palazzini: «Dal 2016 ne chiediamo una sperimentazione: riteniamo opportuno che una parte di risorse sia destinata a sperimentare la programmazione triennale e un'altra, importante, resti sulla progettazione annuale».Negli anni passati «il dialogo con governo e Dipartimento era più frequente, aperto e diretto ed eravamo al corrente delle decisioni governative e di come le risorse sarebbero state individuate», lamenta il presidente del Forum, «mentre oggi siamo davanti a un’interlocuzione pressoché inesistente. Per questo chiediamo che sia aperto un confronto permanente con il mondo del servizio civile».«I fondamentali del servizio civile sono solidi e positivi» gli fa eco Palazzini, «ma perché migliorino bisogna che giovani, enti del terzo settore, comuni e regioni siano chiamati a lavorare insieme al Dipartimento o si rischia di compromettere la qualità delle esperienze».Intanto con l’avvio un paio di settimane fa dei primi percorsi di servizio civile del 2019 sono entrate in vigore alcune novità, come la maggiore tutela dei volontari studenti e delle madri attraverso la previsione di permessi extra per sostenere gli esami universitari per i primi e di ore di riposo aggiuntive per le seconde, nonché il riconoscimento del lavoro dei rappresentanti dei volontari come effettivo servizio. Novità che rendono il servizio civile più al passo con i tempi e con le esigenze del contesto attuale, nonostante le incognite che ad oggi vive il sistema. Rossella Nocca

Con Maeci-Crui 345 tirocini in ambasciate, consolati e istituti di cultura: candidature fino all'11 febbraio

È aperto fino alle 17 dell'11 febbraio il nuovo bando Maeci-Crui, che mette a disposizione 345 tirocini curricolari della durata di tre mesi da svolgere presso uffici consolari, rappresentanze diplomatiche e istituti italiani di cultura.L’ultimo bando del 2018, con in palio 357 posti, aveva fatto registrare 1.226 candidature per tutte le sedi di destinazione (ogni candidato può indicare due sedi di preferenza), di cui tuttavia solo 343 avevano rispettato i requisiti necessari per essere esaminate dalla Commissione. Poi, a seguito della rinuncia di 78 ragazzi, i tirocini attivati sono stati solamente 265. Le rinunce sono infatti, come conferma la Conferenza dei Rettori delle università italiane (Crui) alla Repubblica degli Stagisti, sempre molte, purtroppo, anche se negli ultimi bandi si è registrato un leggero calo della percentuale – passata dal 30 al 22-23 per cento. Ma perché oltre un vincitore su cinque del bando Maeci-Crui alla fine si tira indietro, rinunciando all'opportunità? Le ragioni restano purtroppo ignote, poiché il meccanismo di candidatura prevede che i rinunciatari comunichino la decisione al proprio ateneo di appartenenza, che provvede ad informare la Crui senza specificare la motivazione. Dunque né la Crui il ministero degli Esteri di fatto hanno dati certi per capire cosa non vada nel bando: perché qualcosa che non va evidentemente c'è, se si registra un tasso di rinuncia così alto. Forse il rimborso spese mensile è troppo esiguo, e i ragazzi al momento della chiamata si rendono conto di non potersi permettere tre mesi all'estero con soli 300 euro al mese di emolumento? Forse i tempi strettissimi richiesti per confermare la partecipazione (tre giorni lavorativi) mettono ansia? Forse passa un tempo troppo lungo (solitamente tre mesi) dal momento della candidatura a quello dell'inizio dello stage? Non è dato sapere.L'altra faccia della medaglia però, per chi ha intenzione di candidarsi, è che la possibilità di essere selezionati non è poi dunque così remota, se si rispettano i criteri di selezione.La prima cosa da tenere a mente è che i tirocini, che si svolgeranno nel periodo compreso tra il 6 maggio e il 5 agosto 2019, essendo curricolari, si rivolgono esclusivamente agli studenti universitari iscritti a uno dei 51 atenei che hanno aderito all’iniziativa (l’elenco si trova in fondo alla pagina) e frequentanti uno tra questi corsi di laurea magistrale o a ciclo unico: Giurisprudenza, Finanza, Relazioni internazionali, Scienze dell’economia, Scienze della politica, Scienze delle pubbliche amministrazioni, Scienze economiche per l’ambiente e la cultura, Scienze economico-aziendali, Scienze per la cooperazione allo sviluppo, Servizio sociale e politiche sociali, Sociologia e ricerca sociale, Studi europei. Variano invece le condizioni per chi volesse svolgere il tirocinio presso gli Istituti italiani di cultura, ai quali è richiesta l’iscrizione a uno tra i corsi di laurea magistrale o a ciclo unico elencati per comodità in fondo alla pagina: corsi tra cui rientra quello in lingue, escluso invece da quelli richiesti per i tirocini in ambasciata poiché non valido ai fini dell’accesso al concorso per diplomatici. Necessari alla candidatura sono poi i seguenti requisiti: avere la cittadinanza italiana; non essere stati condannati o imputati in procedimenti penali; non essere destinatari di provvedimenti che riguardano l’applicazione di misure di sicurezza o di prevenzione; avere acquisito almeno 60 crediti formativi universitari (cfu) nel caso di lauree specialistiche o magistrali e almeno 230 cfu nel caso di lauree magistrali a ciclo unico; avere una conoscenza certificata dell’inglese di livello B2 e, a titolo preferenziale, della eventuale seconda lingua straniera richiesta dalla sede di destinazione prescelta; avere riportato una media delle votazioni degli esami di almeno 27/30 e non avere un’età superiore ai 28 anni. Non possono invece candidarsi nuovamente coloro che abbiano già svolto un tirocinio Maeci-Crui o che abbiano rinunciato in passato al posto offerto, mentre potranno ritentare i candidati selezionati per un subentro che avessero rinunciato al posto offerto.Per quanto riguarda le condizioni economiche, si legge sul bando, è previsto un rimborso spese «nella misura minima di 300 euro mensili», erogato dall’ateneo di appartenenza, a cui va ad aggiungersi, in alcuni casi, un alloggio gratuito, messo a disposizione dalla sede ospitante. Per questa tornata, a fornire gratuitamente tale alloggio sono solo 14 delle 187 sedi, ossia: le ambasciate italiane a Copenaghen, Madrid, Praga, Riga, Sofia, Addis Abeba (Etiopia), Doha (Qatar), Kampala (Uganda), Khartoum (Sudan), Tblisi (Georgia) e Teheran (Iran), il consolato generale a Marsiglia, e gli istituti italiani di cultura di Stoccolma, Addis Abeba, Algeri e Toronto. È evidente purtroppo come gli studenti potranno avvalersi quindi dell’alloggio in paesi in cui, per la maggior parte, il costo della vita è già molto basso, mentre dovranno cavarsela da soli in mete molto più dispendiose, come Stati Uniti, Svizzera o Belgio, dove si riscontrano, tra l’altro, più posti disponibili: ben otto alla rappresentanza permanente d’Italia presso le organizzazioni internazionali Onu a Ginevra, nove all’ambasciata italiana a Washington, nove alla rappresentanza permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a New York e quattordici alla rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea di Bruxelles.Ma, per aiutare i ragazzi a scegliere la propria meta, indicando quelle che sembrano poter offrire più possibilità di essere selezionati, Repubblica degli Stagisti è andata a spulciare le candidature pervenute in occasione dell’ultimo bando: al primo posto per numero di candidature si trovano gli Stati Uniti con 114, a fronte di 43 posti disponibili, seguiti dal Canada, con 104 per soli 8 posti, e dalla Francia, con 88 candidature e solo 18 posti. È chiaro come per vincere un tirocinio in questi tre paesi, in particolar modo in Canada, la lotta sia davvero dura. In discesa sembra  invece essere la strada di coloro che indichino tra le preferenze Mozambico e Uzbekistan, i quali hanno ricevuto una candidatura a fronte di due e un posto rispettivamente disponibili. Per questi paesi, insomma, si potrebbe avere un solo "competitor" o, forse, nessuno. Strada liberissima infine per il Ghana o il Turkmenistan, non indicate la volta scorsa da nessun candidato.I tirocini hanno una durata di tre mesi, prorogabile di un ulteriore mese tramite l’accordo fra la sede ospitante, il tirocinante e l’università di provenienza dello studente, e comportano il riconoscimento di almeno 1 cfu per ciascun mese di attività effettiva. L’impegno richiesto è «a tempo pieno», come precisano sul bando: infatti «i tirocinanti saranno impegnati nella realizzazione di ricerche, studi, analisi ed elaborazione di dati utili all'approfondimento dei dossier trattati da ciascuna sede», nonché «coinvolti nell'organizzazione di eventi» e chiamati ad «assistere il personale del Maeci nelle attività di proiezione esterna».Per coloro che fossero interessati a candidarsi, basta collegarsi all’applicativo online e inserire dati anagrafici, curriculum vitae e curriculum universitario, e la candidatura vera e propria composta dall’autocertificazione della veridicità delle informazioni fornite, da una lettera motivazionale di una lunghezza massima di 3mila caratteri e dall’indicazione obbligatoria di due sedi, di cui una a scelta tra Ue, Norvegia, Principato di Monaco, Santa Sede, Svizzera e Usa ed una al di fuori di queste. È inoltre consigliato, prima di scegliere le sedi di destinazione, consultare il sito viaggiare sicuri del Maeci, così da «avere consapevolezza del contesto territoriale di riferimento, di eventuali problematiche relative alla sicurezza o alle condizioni sanitarie, della documentazione necessaria e delle procedure di ingresso».Tutte le candidature inviate saranno preselezionate dalle università di appartenenza, che verificheranno la presenza dei requisiti presenti nel bando dopodiché invieranno quelle ritenute idonee alla commissione Maeci-Miur-Fondazione Crui, che effettuerà la selezione vera e propria. A giochi fatti, gli atenei informeranno i vincitori del bando, i quali dovranno accettare o rifiutare l’offerta entro 3 giorni lavorativi. Giada ScottoUniversità aderenti: - Università degli Studi di Bari - Politecnico di Bari - Università degli Studi di Bergamo - Alma Mater Studiorum Università di Bologna - Università degli Studi di Brescia - Università degli Studi di Cagliari - Università degli Studi di Camerino - Università degli Studi della Campania "Luigi Vanvitelli" - Università degli Studi di Catania - Università degli Studi "G. D'Annunzio" Chieti Pescara - Università degli Studi di Firenze - Università degli Studi di Genova - Università dell'Insubria - Università degli Studi di Macerata - Università degli Studi di Messina - Università degli Studi di Milano - Università degli Studi di Milano-Bicocca - Università Commerciale "Luigi Bocconi" - Università Cattolica del Sacro Cuore - Libera Università di Lingue e Comunicazione – IULM - Università degli Studi di Napoli “Federico II” - Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" - Università degli Studi di Napoli "Parthenope" - Università degli Studi "Suor Orsola Benincasa" - Università degli Studi di Padova - Università degli Studi di Palermo - Università degli Studi di Parma - Università degli Studi di Pavia - Università degli Studi di Perugia - Università per Stranieri di Perugia - Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" - Università di Pisa - Scuola Normale Superiore di Pisa - Scuola Superiore "S. Anna" di Studi Universitari e di Perfezionamento - Università degli Studi di Roma "La Sapienza" - Link Campus University - Libera Università Internazionale degli Studi Sociali "Guido Carli" - LUISS - Libera Università "Maria SS. Assunta" - LUMSA - Università degli Studi di Roma "Tor Vergata" - Università degli Studi di Salerno - Università degli Studi di Sassari - Università degli Studi di Siena - Università per Stranieri di Siena - Università degli Studi di Teramo - Università degli Studi di Torino - Università degli Studi di Trento - Università degli Studi di Trieste - Università degli Studi di Udine - Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo" - Università Ca' Foscari di Venezia - Università degli Studi di Verona  Elenco classi di laurea ammesse per candidature presso istituti italiani di cultura: - LMG/01- Giurisprudenza - LM-01 Antropologia culturale ed Etnologia - LM-02 Archeologia - LM-05 Archivistica e Biblioteconomia - LM-10 Conservazione dei beni architettonici e ambientali - LM-11 Conservazione e Restauro dei beni culturali - LM-14 Filologia moderna - LM-15 Filologia, Letterature e Storia dell’antichità - LM-16 Finanza - LM-19 Informazione e Sistemi editoriali - LM-36 Lingue e letterature dell’Asia e dell’Africa - LM-37 Lingue e letterature moderne europee e americane - LM-38 Lingue moderne per la comunicazione e la cooperazione internazionale - LM-39 Linguistica - LM-43 Metodologie informatiche per le discipline umanistiche - LM-45 Musicologia e beni culturali - LM-49 Progettazione e gestione dei sistemi turistici - LM-52 Relazioni internazionali - LM-56 Scienze dell’economia - LM-59 Scienze della comunicazione pubblica, d’impresa e pubblicità

Punteggio in più nei concorsi pubblici per chi ha un dottorato di ricerca, la novità in Lazio

D'ora in poi in Lazio il dottorato varrà alcuni punti in più nelle procedure di concorso per posti pubblici. È la prima Regione in Italia a prevedere un vantaggio di questo tipo, al fine di valorizzare chi più investe nella formazione, raggiungendo il più alto titolo accademico oggi esistente nell'ordinamento universitario italiano – e cioè appunto quello di “dottore di ricerca”.«Una norma che va nella direzione segnata dalla nostra campagna per la valorizzazione del dottorato nel settore pubblico»: così Angelantonio Viscione, responsabile comunicazione dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (Adi), definisce l’articolo 13 della legge di stabilità 2019 della Regione Lazio, da poco approvata, che per la prima volta introduce la valorizzazione del dottorato di ricerca nelle procedure di reclutamento del personale in ambito regionale.Promotrice della proposta è Eleonora Mattia, consigliera regionale del PD e presidente della Commissione lavoro, che già nel novembre 2018 aveva presentato al presidente del Consiglio regionale una mozione proprio con questo obiettivo. «Fin dal mio insediamento in Commissione ho avviato una serie di confronti con diverse realtà legate alle mie deleghe, e ho deciso di portare avanti gli interessi dei dottori di ricerca che chiedevano tutele e garanzie offerte ancora troppo timidamente dalle leggi attuali», spiega Mattia alla Repubblica degli Stagisti, «visto che il dottorato di ricerca, pur essendo il più alto grado di formazione in Italia, non viene ancora adeguatamente valorizzato. Mentre credo sia giunta l’ora di investire su questa categoria che lo Stato forma, investendo dei soldi, ma poi non assume. Solo così potremo smettere di pensare che il dottorato sia solo un investimento a fondo perduto».Dei circa 160mila laureati che in Italia possono fregiarsi del titolo di dottore di ricerca (il numero si basa sui dati Istat più recenti, relativi al 2011)  il Lazio è in assoluto la Regione che ne ospita di più: ad oggi risiedono in questa regione quasi 24mila persone che hanno questo titolo di studio (seguono Lombardia con 22mila e Campania con 14mila). Anche il numero degli iscritti ai corsi di dottorato presso le università che hanno sede in Lazio è alto: secondo le statistiche del ministero dell'Istruzione vi sono quasi 5mila “dottorandi” nell'anno 2017/18 e coloro che hanno completato il ciclo di studi e sono stati dunque proclamati dottori di ricerca nel 2016, ultimo dato disponibile, sono circa 1.800.L’articolo approvato nella legge regionale di stabilità afferma che «in occasione di procedure di reclutamento di personale indette dalla Regione, dagli enti pubblici dipendenti e strumentali, ove pertinente rispetto al profilo richiesto, deve essere adeguatamente valutato ai fini del punteggio il possesso del titolo di dottore di ricerca».Il testo, quindi, non specifica un valore definito. E infatti «il prossimo step dovrà essere la definizione dei criteri di valutazione e del punteggio che sarà assegnato» spiega Viscione: «Tenendo anche presente che secondo il decreto ministeriale 509 del 1999 il dottorato di ricerca vale 180 cfu, e quindi il punteggio dovrà essere riparametrato tenendo in conto anche questo punto. Come Adi monitoreremo questa fase e le successive. E vigileremo affinché la “valutazione adeguata”, di cui si parla nella mozione approvata, sia congrua al valore del titolo». Al momento, comunque, non si sa ancora se la Regione o le sue società controllate hanno nei prossimi mesi intenzione di bandire concorsi o selezioni, ma «nel momento in cui questo dovesse accadere, sarà rispettato l’emendamento inserito nella legge di stabilità e approvato dall’aula» dice Mattia. Che dal canto suo continuerà il lavoro in sinergia con l’Adi per fare in modo che le loro proposte entrino a far parte della legislazione regionale; tra i suoi primi obiettivi del 2019, «giungere in tempi brevi all’approvazione delle due leggi sui lavoratori digitali e sull’equo compenso e dare piena applicazione ai nuovi strumenti introdotti dalla legge approvata a luglio sul diritto allo studio».Il risultato del Lazio è anche un incoraggiamento alle altre regioni che nei mesi passati hanno presentato la mozione relativa alla valorizzazione del titolo di dottorato nei concorsi regionali. «Lo hanno fatto altre quattro: Basilicata, Liguria, Toscana e Umbria e siamo in attesa dell’esito. Diversi consiglieri si stanno attivando per portare la mozione nelle rispettive giunte» spiega Viscione «e questa apertura non può che darci soddisfazione, perché chi è stato formato alla ricerca nelle università può dare un importante contributo a costruire un Paese innovativo e all’avanguardia a partire proprio dalle sue istituzioni». L'Adi si batte non solo perché si introducano «canali di accesso dedicati per i dottori di ricerca nei concorsi pubblici, ma anche per il riconoscimento del dottorato come esperienza lavorativa, il diritto al congedo per il conseguimento del primo dottorato di ricerca, sottraendolo alla discrezionalità del dirigente, e la valorizzazione del dottorato ai fini delle progressioni economiche».Il Lazio si pone dunque come capofila nel valorizzare le eccellenze che il nostro Paese forma ma non assume. E mettendo un argine, certamente piccolo ma decisamente un primo passo, nell’evitare la fuga all’estero dei tanti giovani che nelle università pubbliche raggiungono i più alti gradi di istruzione e si trovano poi costretti ad emigrare per continuare dignitosamente la propria carriera.Marianna Lepore

110 tirocini da 1.100 euro al mese alla Regione Siciliana, è il momento per le università siciliane di candidarsi

Scadenza prorogata al 5 febbraio per l’avviso della Regione Siciliana per l’attivazione di percorsi per rafforzare l’occupabilità di giovani laureati nella pubblica amministrazione regionale. L’avviso è realizzato con oltre due milioni 600mila euro provenienti da fondi europei dell’Asse 1 Occupazione 2014-2020. Si tratta della prima fase del progetto, in cui i quattro atenei siciliani – l’università di Palermo, quella di Catania, l’ateneo di Messina e l’università Kore di Enna – possono presentare istanza di finanziamento alla Regione.Poi, applicando la griglia di valutazione specificata nel bando, verrà stilata una graduatoria delle proposte progettuali e tutte quelle con punteggio superiore ai 65/100 saranno ammesse, fino ad esaurimento risorse. «Le università potranno quindi procedere con un avviso per la selezione dei tirocinanti», spiega alla Repubblica degli Stagisti Roberto Lagalla, assessore all’istruzione e alla formazione professionale della regione Sicilia. Saranno infatti gli atenei a procedere alla selezione dei candidati «secondo i criteri di selezione stabiliti dall’avviso, all’articolo 5 e a cui dovranno necessariamente attenersi».Il bando, infatti, identifica dei requisiti preferenziali per la selezione: «Il voto di laurea, con un punteggio superiore a 105, il possesso di master di 2° livello, dottorato di ricerca o di analogo titolo conseguito in università straniere, l’abilitazione alla professione inerente l’ambito disciplinare e la conoscenza certificata della lingua inglese superiore al livello minimo di accesso A2», oltre all’essere disoccupati o inoccupati. Finite le selezioni partiranno i tirocini della durata di 12 mesi per 110 stagisti. Probabilmente, afferma l’assessore, «già nella tarda primavera potranno avere inizio le attività formative propedeutiche all’inizio dello stage». Al fine di riuscire a impiegare tutte le risorse a disposizione, oltre due milioni di euro, Lagalla non esclude che a questo avviso possano seguirne altri, nel caso in cui non siano assegnati tutti i finanziamenti. Gli stagisti, che riceveranno un rimborso spese mensile lordo di 1.100 euro, saranno assegnati agli uffici dell’amministrazione regionale «per i quali è stato rilevato un oggettivo fabbisogno da parte della Funzione pubblica, tenendo conto delle caratteristiche curriculari dei candidati selezionati». Ma dall’assessorato al momento non sono in grado di specificare quali saranno nello specifico questi uffici.Un tirocinio in un ufficio pubblico fa però sorgere sempre qualche dubbio sulla sua utilità dal punto di vista dell'inserimento lavorativo: si acquisiscono, insomma, competenze poi spendibili sul mercato del lavoro privato? Lagalla precisa che un’esperienza di questo tipo è «utile ai fini dell’arricchimento personale e curricolare e può essere considerato certamente spendibile anche nel privato e in qualunque percorso professionale si decida di intraprendere», ma resta sempre il dubbio che, al di là dell’esperienza specifica e del rimborso spese, gli stagisti alla fine non avranno grandi competenze da inserire in curriculum. O, peggio, cercheranno poi di convincere la Regione ad assumerli, così come è accaduto anni fa con i "superstage" negli uffici pubblici calabresi. In effetti l’avviso ha tra i suoi obiettivi quello di «ampliare le opportunità di inserimento lavorativo dei giovani presso la pubblica amministrazione», ma l’assessore con la Repubblica degli stagisti mette le mani avanti: «Per sua definizione il tirocinio è una misura formativa di politica attiva che non obbliga in alcun modo all’assunzione e costituisce unicamente un’occasione di crescita professionale e un’opportunità per acquisire nuove competenze». Esclude, quindi, che si possano verificare casi di proroga come capitato in passato per i superstage in Calabria avviati nel 2007 o per il programma dei tirocini negli uffici giudiziari, reiterati anno dopo anno andando perfino contro la legge, ma puntualizza che per i 110 laureati siciliani che verranno selezionati questa esperienza «potrà rivelarsi utile, sul piano delle competenze maturate, anche ai fini della partecipazione a successivi concorsi per l’accesso alla pubblica amministrazione». Ma attenzione, il governo regionale ha già in corso delle procedure di stabilizzazione: solo in futuro, sulla base dei fabbisogni rilevati dalla funzione pubblica, «sarà possibile valutare altre iniziative per il reclutamento di nuovo personale presso l’amministrazione regionale».Le professionalità di questi potenziali stagisti sono oggettivamente appetibili per la pubblica amministrazione: a partecipare all’avviso potranno essere giovani dagli ambiti delle scienze ingegneristiche e architettura, giuridiche e politico sociali, economiche statistiche e gestionali, e anche da “altri ambiti disciplinari”. «Si è cercato di dare spazio a quei settori ritenuti maggiormente spendibili presso gli uffici dell’amministrazione regionale» conferma Lagalla alla Repubblica degli Stagisti: «Mentre per gli altri ambiti disciplinari si intendono laureati provenienti da qualsiasi altro settore, comunque compatibile con i fabbisogni rilevati dalla funzione pubblica». Per quanto riguarda l'età il limite è stato posto a 35 anni, «tenendo in considerazione l’età media nella quale i giovani completano il loro ciclo di studi e perfezionamento, evitando che l’intervento possa assumere la connotazione di un impiego precario».Ora bisognerà aspettare qualche settimana per vedere quante e quali proposte progettuali saranno state presentate e solo in seguito alla loro eventuale approvazione capire se saranno attivati tutti i 110 tirocini e in quali uffici specifici. Ai giovani siciliani conviene tenere sotto controllo il procedimento per non farsi scappare le selezioni delle singole università, consapevoli del fatto, però, che si tratta sempre e solo di un tirocinio in un ente pubblico, quindi – almeno per legge – con nessuna possibilità di assunzione diretta. Marianna Lepore

Bosch cerca 15 “ambasciatori dell’Industry 4.0” per contratti di alta formazione, candidature aperte fino al 4 febbraio

Dopo il successo della prima edizione, che si chiuderà ad aprile 2019, sono ripartite le selezioni per il Bosch Industry 4.0 Talent Program, il programma di apprendistato di alta formazione biennale volto all’inserimento di quindici giovani ingegneri esperti di Industry 4.0 all’interno del gruppo Bosch, che fa parte dell’Rds network. L’obiettivo è quello di formare e di assorbire figure che siano in grado di sviluppare soluzioni pratiche per migliorare le performance aziendali attraverso la digitalizzazione delle macchine e l’IoT, l’Internet delle cose, e di seguire progetti trasversali in ambito produttivo e commerciale.«Da quasi tutti i manager e i plant coinvolti è arrivata la richiesta di ospitare ulteriori ragazzi. Si è creato un volano produttivo sia di dimensione locale che nazionale» commenta Simona Erba, responsabile recruiting di Bosch «per l’implementazione dell’Industry 4.0 all’interno del gruppo, che oggi ha un ruolo privilegiato in questo campo, sia come utilizzatore che come provider di tecnologia».   Le sedi di destinazione – sia sedi commerciali sia stabilimenti di produzione – sono Bari, Brembate, Offanengo, Nonantola, Milano e Villasanta. Il programma è frutto della collaborazione tra Cefriel, un centro di innovazione digitale fondato nel 1988 dal Politecnico di Milano che crea prodotti digitali e sviluppa le competenze e la cultura digitale (ed è parte anch'esso del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti!) e Tec, la scuola di formazione del gruppo Bosch in Italia. «I ragazzi sono assunti per 24 mesi con un contratto di alto apprendistato» spiega alla Repubblica degli Stagisti Luca Assi, responsabile del progetto per Cefriel «in cui alternano il lavoro a una settimana al mese di formazione, tra Politecnico e Tec».La parte formativa consiste in un master in alto apprendistato erogato dal Cefriel, dal titolo “The Future of Engineering and Manifacturing: Industry 4.0”, dedicato all’approfondimento di temi quali IoT, big data, simulazione dei sistemi meccatronici, robotica etc. A cura della scuola di formazione Bosch è invece la formazione di stampo manageriale e gestionale su temi quali business model innovation e project management nonché sulle soft skills come capacità comunicative e gestione dello stress.Il master è un punto di forza del programma, avendo formato dal 2006 circa trecento studenti per altrettanti contratti di apprendistato con una settantina di aziende. «Il 95% dei giovani che l’hanno frequentato sono rimasti a lavorare presso l’azienda, ma nonostante ciò il tasso di abbandono sta aumentando, in virtù della crescente offerta di lavoro per gli ingegneri informatici e le figure affini a system integrator e società di consulenza, contesti dove il turn over è particolarmente alto» spiega Assi.Altro valore aggiunto del programma è il periodo di formazione di sei mesi in Germania, presso uno dei plant di eccellenza dell’Industry 4.0, dove si possono confrontare con il cuore del mondo Bosch. «I ragazzi diventano ambasciatori e divulgatori dell’Industry 4.0 in casa madre, e allo stesso tempo importano l’esempio tedesco in Italia», sottolinea Simona Erba. Per provare a candidarsi è necessario possedere una laurea magistrale in ingegneria informatica (la più ricercata), meccanica, elettronica, dell’automazione, meccatronica, elettrica o matematica. I candidati dovranno inoltre dimostrare doti di leadership, orientamento al risultato, spirito di gruppo, iniziativa, flessibilità, apertura mentale, passione per la tecnologia, curiosità per il mondo manifatturiero nonché, naturalmente, forte interesse per i temi IoT e Industry 4.0. E ancora, sono richieste buone conoscenze informatiche e dei principali linguaggi di programmazione, la disponibilità alla mobilità nazionale e internazionale e un’ottima conoscenza della lingua inglese.  Da gennaio fino alla prima settimana di febbraio Bosch girerà l’Italia da Nord a Sud per il recruiting, che si svolgerà attraverso assetment di gruppo e colloqui individuali, fino all’ultima prova di selezione che consisterà in un hackathon per testare le capacità informatiche, di programmazione e sviluppo software dei candidati. «Ci appelliamo in particolare alle donne» aggiunge Simona Erba «visto che nella scorsa edizione abbiamo avuto un'unica partecipante donna, non per nostra scelta ovviamente, ma perché il bacino d'utenza femminile in area Stem è piuttosto ristretto». L'auspicio è che questa volta il gap possa essere decisamente meno evidente.  Le candidature resteranno aperte fino a lunedì 4 febbraio 2019. È possibile presentare domanda direttamente attraverso il sito ufficiale di Bosch o l’offerta di lavoro su LinkedIn. Rossella Nocca

Il dottorato di ricerca serve per trovare lavoro? Sì, ma non all'università

A sei anni dal conseguimento del dottorato più di nove dottori di ricerca su dieci lavorano. L’occupazione, poi, si mantiene elevata in tutte le aree disciplinari. La stessa università pubblica italiana continua a reggersi per la maggior parte su personale precario: oltre 40mila tra assegnisti, borsisti, cococo e ricercatori a tempo determinato – ma in realtà offre pochi sbocchi a chi conclude il dottorato di ricerca. Sono questi alcuni dei dati pubblicati qualche settimana fa dall’Istat sull’inserimento professionale dei dottori di ricerca. Numeri che a prima vista sembrano positivi, con un alto tasso di occupazione e un buon livello retributivo, quasi 1.800 euro in media, ma che in realtà presentano diverse ombre. «In primo luogo solo il dieci per cento dei dottori di ricerca diventa professore, in linea con quanto già evidenziato dalle nostre indagini» dice alla Repubblica degli Stagisti Andrea Claudi, responsabile comunicazione nazionale dell’Associazione dottori di ricerca italiani. «Cifra che all’estero è pari al venticinque per cento. E, infatti, quasi due dottori di ricerca italiani su dieci vivono lontano dall’Italia». Una scelta che dall’Adi definiscono «non solo logica, ma quasi forzata in un sistema incapace di rinnovare l’università, con un corpo docente sempre più vecchio, e di adottare l’innovazione come volano per la crescita».I dati Istat certificano che a sei anni dal titolo solo due dottori occupati su dieci sono impiegati nel settore dell’istruzione universitaria e tra quelli occupati circa il settanta per cento svolge attività di ricerca e sviluppo, in diminuzione rispetto ai dati del 2008. Cifre che forse possono spiegare perché è cresciuta di moltissimo la quota dei dottori che sperimentano periodi di studio all’estero, arrivata al quarantacinque per cento. Un’esperienza riconosciuta come importante anche all’interno del Programma nazionale delle ricerche 2015-2020 per rafforzare l’integrazione della ricerca nel contesto internazionale. L’esperienza all’estero è forse l’elemento giudicato migliore dai dottori – in un percorso in cui la soddisfazione è molto, molto contenuta, tanto che meno della metà degli interpellati oggi rifarebbe la stessa scelta.Tra le principali cause di insoddisfazione c’è la bassa qualità della didattica offerta nei corsi di dottorato dagli atenei italiani. Ma anche la percentuale di futuro inserimento all’interno delle università. «Una sostanziale differenza tra Italia e resto d’Europa riguarda l’accessibilità ai finanziamenti: Gran Bretagna e Germania sono le prime in Europa ad avere accesso a fondi di ricerca pubblici, sia statali sia europei, e privati. Ma anche altri paesi, ad esempio la Polonia, stanno incrementando gli investimenti su questo fronte», spiega alla Repubblica degli Stagisti Giulia Malaguarnera, social media coordinator dell’European council of doctoral candidates and junior researchers (Eurodoc). «La carenza di bandi pubblici a livello nazionale, la lentezza delle procedure, tanto che del bando Prin 2017 ancora non si conoscono i vincitori, e la quasi totale assenza di specifici fondi per i giovani ricercatori, l’ultimo risale al 2014, costringono i gruppi di ricerca italiani a rivolgersi principalmente a canali di finanziamento europei»(*). E in questo contesto non meraviglia quindi che l’Italia sia il Paese in Europa con il più alto numero di cervelli in fuga, mentre la Gran Bretagna è quello con il più alto numero di ricercatori in entrata, come dimostra una recente analisi sui dati migratori riguardanti chi fa ricerca.Le cause principali del basso tasso di reclutamento italiano possono essere individuate secondo Adi nel costante definanziamento della ricerca pubblica  – con tagli continuativi dal 2008 ad oggi  – e poi nel blocco del turn over e nella precarizzazione del “pre ruolo” universitario. Un insieme di fattori che ha portato negli ultimi dieci anni alla riduzione di quasi il venticinque per cento del personale di ricerca negli atenei statali, con una perdita netta di oltre 15mila docenti. E con il ricorso a contratti sempre con meno tutele.Né sembra che nei prossimi anni andrà meglio: secondo le stime Adi dell’ultima indagine nazionale sul post-doc, appena un ventesimo degli attuali assegnisti di ricerca avrà qualche possibilità di lavorare a lungo termine nell’università italiana. Come se non bastasse, «nella legge di bilancio approvata al Senato spunta la riduzione del piano straordinario dei ricercatori a tempo determinato di tipo B. Degli 80 milioni previsti dal maxiemendamento, solo quaranta saranno utilizzabili per questo reclutamento», osservano i vertici Adi. «Dieci milioni saranno invece utilizzati per l'avanzamento di carriera dei ricercatori a tempo indeterminato in possesso di abilitazione scientifica nazionale. All'appello mancano quindi 30 milioni, sacrificati sull'altare delle clausole di salvaguardia. Il governo smentisce i proclami dei mesi scorsi» concludono «perdendo anche quest'occasione per evitare l'implosione dell'università italiana, ormai depauperata del capitale umano e con un rapporto sempre più sbilanciato tra pensionamenti e reclutamento».E sono sempre i dati a mostrare come l’Italia investa pochissimo nella ricerca: poco più dell’un per cento di Pil, percentuale che ci piazza al 12esimo posto su 28 paesi europei. Per questo l’Adi chiede un netto incremento nella spesa pubblica per gli atenei e un piano di reclutamento ordinato e stabile che riporti il sistema universitario a livelli europei, con non meno di 20mila assunzioni nei prossimi cinque anni. «Anche a livello europeo, però, è necessario incrementare le risorse per ricerca e sviluppo» specifica Malaguarnera: «Insieme ad altre organizzazioni europee, come Marie Curie Alumni Association e la League of european research universities, come Eurodoc rileviamo che nel nuovo piano di investimenti europeo per la ricerca il budget previsto sia al di sotto delle aspettative e chiediamo con forza un aumento del finanziamento indirizzato ai programmi Horizon rivolti ai giovani ricercatori».Non solo più fondi, però, perché secondo Adi ci sono varie altre best practices che andrebbero prese a prestito dagli altri paesi europei. Come «prevedere durante il dottorato corsi che favoriscano la conoscenza del mondo del lavoro extra accademico e che siano in grado di indirizzare le competenze trasversali naturalmente acquisite durante il percorso anche verso i settori pubblico e privato» elenca Andrea Claudi, ma anche creare dei «canali dedicati al dottorato all’interno dei career day universitari e nei centri per l’impiego, capaci di mettere in contatto l’industria che intende fare innovazione con i dottori di ricerca che abbiano le competenze richieste». E non da ultimo introdurre modifiche normative nei regolamenti di ateneo che facilitino l’imprenditorialità dei dottori di ricerca all’interno delle università stesse.Anche nel campo della raccolta dati, però, c’è molta strada da fare. Tanto che Eurodoc ha lanciato lo scorso ottobre un sondaggio rivolto ai postdoc europei con l’obiettivo di comprendere meglio le condizioni di vita e di lavoro, le prospettive e le ambizioni lavorative dei giovani ricercatori in Europa. E cercare grazie al confronto con i sistemi accademici dei vari Paesi di migliorare le proposte sviluppate da Adi e Eurodoc a livello nazionale ed europeo. I risultati saranno pronti per la prossima primavera.Marianna Lepore (*) Dati elaborati con il contributo di Emanuele Storti, General board member di Eurodoc   Foto di apertura: da Pixabay in modalità creative commons

Condizionati dai genitori e bloccati dall'immobilismo sociale, Almadiploma fotografa i diplomati 2018

Un Paese fermo nell'immobilismo sociale, che non cambia neppure tra le mura scolastiche. «La provenienza familiare influenza ancora moltissimo lo status dei ragazzi» esordisce Mauro Borsarini, presidente di Almadiploma, alla presentazione dell'indagine 2018 sul profilo dei diplomati nei giorni scorsi a Roma. Dei 292 istituti e 46.500 studenti finiti nel mirino del consorzio si vede come chi ha un'estrazione elevata ha una elevata probabilità di proseguire su quel binario, tanto che ad avere entrambi i genitori laureati sono per esempio il 38% dei liceali (al classico si toccano punte oltre il 69%), contro il 15 dei tecnici e il 10 dei percorsi professionali. Ed è proprio nei licei che si riscontrano anche le situazioni familiari più avvantaggiate, con la maggiore frequenza di figli di liberi professionisti, dirigenti e imprenditori, presenti nel 30 per cento dei casi (che diventano addirittura il 50 nei classici). «Il background culturale e socio-economico è un elemento fondamentale per studiare i percorsi formativi degli studenti» si legge nello studio, che evidenzia anche come la volontà di proseguire negli studi sia forte in chi proviene da contesti più abbienti. Intendono continuare a studiare otto liceali su dieci, mentre al tecnico e ai professionali rispettivamente il quarantatré e il ventidue per cento. I più ricchi riescono anche di più: «I liceali ottengono voti di diploma più elevati rispetto agli altri, con il massimo dei voti per il 9% di loro, la metà per i tecnici» rileva Almadiploma. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, perché non stupisce certo che i figli delle famiglie più agiate si iscrivano a scuole prestigiose, i licei appunto, per destinarli a carriere appetibili, contro i meno avvantaggiati a riempire invece gli istituti tecnici. E non sorprende nemmeno che, nonostante il generale livello superiore di istruzione, le madri (il 63,5% delle quali diplomate contro il 54,8% dei padri), non ricoprano quasi mai posizioni elevate – solo in meno di un caso su dieci – contro i padri, per cui avviene in un caso su cinque. A stupire è invece un altro dato: e cioè che i ragazzi ammettono apertamente di essere fortemente influenzati nelle proprie scelte dall'ambito familiare. Finiti i tempi in cui i genitori si contestavano, oggi i figli seguono la strada da loro decisa (per il 61,3%) da mamma e papà, e anche dagli insegnanti (influenti per il 42,1%). Ancora una volta, la percentuale maggiore di studenti più inclini a seguire i consigli dei genitori si ritrova nei licei, dove l'impronta iniziale della famiglia di origine si avverte a ogni step. Il trend resta però tra tutti i diplomati una volta conseguito il diploma, con diciannovenni che – quando decidono di andare avanti con gli studi, che accade circa per la metà degli studenti di scuola superiore – continuano a ascoltare mamma e papà anche per decidere a quale facoltà iscriversi. Una influenza che persiste anche sul medio-lungo periodo: «a distanza di cinque anni le figure più rilevanti nella scelta formativa permangono i genitori» conferma lo studio: lo sono – con poche differenze tra i vari rami di studio – per il 70% dei diciannovenni. E anche i docenti pesano molto, con un'influenza del 30%, ancora una volta rilevata in maniera quasi omogenea tra tutti i gruppi. Senza sorprese neppure il piano delle materie universitarie su cui cade la preferenza: quelle scientifiche per un quarto dei maschi, le umanistiche per quasi il 30% delle femmine.Poca autonomia insomma, nonostante «si osservi un generale aumento della rilevanza dei consigli esterni» sottolinea l'analisi, e il «crescente accesso all’informazione». E – altro elemento di novità – le esperienze all'estero dei diplomati, presenti nel bagaglio di in un diplomato su tre. Il riflesso della medaglia lo si vede con il senno di poi: «Se tornassero ai tempi dell’iscrizione» scrivono gli analisti «il 46% dei diplomati cambierebbe l’indirizzo di studio o la scuola». In seguito si pentono insomma della scelta fatta e una delle ragioni principali per cui, se potessero, cambierebbero percorso è molto pragmatica: «completare studi che preparino meglio all’università e al mondo del lavoro». Sarà per questo che si dicono soddisfatti – per qualcuno sarà una sorpresa... – delle esperienze di alternanza scuola-lavoro svolte, che per la prima volta li hanno messi in contatto con le aziende. Nel 2018 sono infatti arrivati al diploma di maturità i primi studenti che hanno compiuto l’intero triennio di alternanza scuola-lavoro previsto dalla legge 107/2015. Di loro «la grande maggioranza ha apprezzato lo stage – che è la misura di alternanza più diffusa – per tutti gli aspetti esaminati: chiarezza dei compiti, organizzazione, utilità per la formazione» evidenzia lo studio. Resta il neo della poca coerenza con gli studi rilevata dagli studenti: quasi la metà dei ragazzi lamenta questo problema. Ma a questo si potrebbe sopperire con «i nuovi percorsi pensati per questi indirizzi per acquisire competenze trasversali» si dice convinto Borsarini, spiegando anche come la probabile scelta del governo di diminuire le ore di alternanza a 150 per i tecnici e 90 per i licei rischi di «far disperdere un patrimonio di percorsi fatti bene e in cui i ragazzi trovano senso». Un passo indietro sul fronte dell'orientamento di cui i ragazzi hanno invece bisogno, e che sarebbe da scongiurare anche per colpire quell'immobilismo sociale riscontrato «su cui la scuola deve fare tanto» auspica Borsarini. Ilaria Mariotti 

La campagna Transparency at work pubblica la lista dei datori di lavoro virtuosi di Bruxelles

Una classifica dei venticinque datori di lavoro che offrono le migliori condizioni nella città di Bruxelles: è quella presentata oggi da InternsGoPro, impresa sociale attiva dal 2014 che ha la missione di garantire pari opportunità per i giovani e una migliore transizione dall’istruzione al lavoro. Si realizza, quindi, la campagna Transparency at work, lanciata un anno fa  con l’obiettivo di rendere i datori di lavoro più responsabili, incoraggiare le buone pratiche e raccogliere dati per sostenere una migliore integrazione dei giovani nel mercato del lavoro.La classifica pubblicata è il frutto dei dati raccolti nel corso di un anno da più di 500 giovani professionisti che hanno deciso di dare un voto alle aziende in cui lavorano a Bruxelles, in quello che è stato definito «il primo database partecipativo sulle condizioni di lavoro in Europa», grazie al quale i giovani possono giudicare esperienze come l’apprendistato, il tirocinio e contratti di lavoro di primo livello in pochi minuti, oltre a trovare le valutazioni sui loro prossimi datori di lavoro. In totale sono state valutate più di cento tra aziende, società, organizzazioni, attraverso un questionario compilati online, in cui era necessario indicare lo status (tirocinio, apprendistato, contratto di primo livello) e il nome della realtà che si giudicava, oltre a rispondere a un paio di domande concernenti l’esperienza, le condizioni economiche e le aspettative sul futuro. Non essendoci alcuna indicazione iniziale nel questionario, i giovani hanno potuto votare qualsiasi azienda, l’unico requisito era effettivamente averci lavorato (o fatto uno stage). «Non abbiamo censurato nessuno dei dati raccolti, ma li abbiamo controllati soprattutto nel momento in cui i voti erano estremamente positivi o negativi, per evitare risultati falsi», spiega alla Repubblica degli Stagisti Alexandre Beddock di InternsGoPro. «D'altronde non era possibile votare aziende per cui non si era lavorato, visto che avevamo i dati personali dei votanti e i loro contatti che abbiamo usato per fare alcune verifiche, poi ricontrollate anche tramite i profili Linkedin. Quindi se dopo un doppio controllo risultavano falsi, non li abbiamo pubblicati». Al primo posto della classifica c’è il WWF European policy office, che offre agli stagisti un rimborso spese medio di circa mille euro e ha ricevuto il punteggio massimo in tre dei sei criteri chiave per stilare la graduatoria (che sono: remunerazione, offerta e contratto, supervisione e gestione, contenuto didattico, sviluppo di carriera e contratto, ambiente di lavoro). Leggendo la classifica ci sono delle piacevoli notizie per la Repubblica degli stagisti: nell’elenco sono presenti ben tre aziende del network virtuoso della RdS. Nestlé occupa la terza posizione, offrendo un rimborso spese medio di 525 euro e il punteggio più alto per offerta e contratto, ottenendo il 100% di raccomandazioni da parte dei giovani. Altra azienda dell’RdS network presente in classifica è Danone in 18esima posizione, che riceve punteggi molto alti per contenuto didattico e ambiente di lavoro. In questo caso il rimborso spese medio per stagista è di circa mille euro. Terza azienda dell’Rds network presente è la società di consulenza EY che occupa la 20esima posizione. «L’obiettivo è quello di raccogliere dati per potenziare più di 100mila giovani nei possimi due anni», spiega Alexandre Beddock. «Grazie a questa classifica potranno leggere le informazioni sui potenziali datori di lavoro ed essere in grado di prendere delle decisioni migliori basate su questi numeri».La campagna è stata lanciata proprio da InternsGoPro, che è l’organizzazione leader, ma conta molti partner che hanno dato una mano nei diversi momenti del lancio: università, organizzazioni giovanili, sindacati, aziende.Lo scopo ultimo lo spiega Pierre Bosser, cofounder di InternsGoPro: «Molti giovani cadono nella trappola dei tirocini: finiscono per fare quattro, cinque o più stage prima di ottenere il loro primo vero lavoro. Per la prima volta, invece, possono avere voce in capitolo, dando risonanza e riconoscimento ai datori di lavoro che li supportano nello sviluppo del loro pieno potenziale».Ma c’è veramente bisogno di un mercato del lavoro trasparente? Non serve neanche chiederlo: i giovani alle continue prese con lavori poco degni di questo nome sanno perfettamente che è necessario. Le prime esperienze di occupazione sono spesso fonte di difficoltà, con la richiesta di competenze e abilità che un giovane difficilmente ha, con stage o contratti precari ormai obbligatori spesso e volentieri mal pagati, mal progettati e con poca trasparenza.In questo contesto Transparency at work può essere un buon mezzo per aiutare i giovani a trovare valutazioni sulle aziende e le università e i siti partner ad avere uno strumento di valutazione comune sulle condizioni di lavoro dei giovani nelle aziende.Marianna Lepore

La vertenza dei tirocinanti della giustizia, “vergogna civile dell'Italia” secondo la Cgil, di nuovo in trattativa al ministero

Un incontro previsto per lunedì prossimo – il 17 dicembre – con il sottosegretario con delega al personale giudiziario, Ferraresi, che avrà ad oggetto lo sbocco occupazionale dei tirocinanti della giustizia. In quella sede, spiega alla Repubblica degli Stagisti Claudio Meloni della Fp Cgil (la federazione della Cgil che si occupa di Funzione Pubblica, cioè dei dipendenti pubblici), «affronteremo la questione con l’obiettivo di trovare una soluzione, avendo davanti un ministro e un sottosegretario che hanno dichiarato di volerla risolvere e hanno prodotto un’intenzione politica con alcuni atti già in discussione parlamentare».Il riferimento è al disegno di legge concretezza, pensato dalla ministra Giulia Bongiorno, che prevede lo sblocco del turn over e l’anticipo delle facoltà assunzionali rispetto alle uscite nel triennio. «In tutto sono 3mila assunzioni straordinarie, di cui 2mila che interessano l’area professionale a cui dovrebbero accedere questi tirocinanti». Un bacino che potrebbe far fronte sia allo scorrimento della graduatoria per assistenti giudiziari, per cui ci sono ancora circa 1800 persone in coda, sia alla contrattualizzazione dei tirocinanti della giustizia. In pratica, approfittando anche del gran numero di pensionamenti che da qui a tre anni ci saranno negli uffici pubblici, – si stimano circa 5mila persone da qui al 2020 – si potrebbe trovare la soluzione finale su questo tema.Ci sarebbe quindi una strada per riuscire a inserire con contratti di lavoro, degni di questo nome, i “tirocinanti” (le virgolette sono d'obbligo...) che da anni entrano e escono dagli uffici giudiziari aiutando lo snellimento dei processi. «Al momento siamo al terzo anno di progetto formativo sotto l’ufficio per il processo», spiega Daniele De Angelis, tirocinante della giustizia nel Lazio e tra i primi alcuni anni fa a riuscire a calcolare il numero preciso delle persone coinvolte in questo abnorme programma. «La selezione dell’ufficio per il processo era per 1502 persone, i posti assegnati però furono solo 1.115. I rimanenti 400 sarebbero dovuti essere assegnati con un secondo bando, che però non è stato mai fatto. Dei 1.115 a oggi alcuni hanno superato il concorso per assistenti giudiziari, qualcun altro è riuscito a trovare un’occupazione, e ad oggi si stima che siano circa 900 i tirocinanti dell’ufficio per il processo». Una cifra che sarebbe compatibile con i numeri di cui parla il ministro Bongiorno e che lascerebbe spazio ai tirocinanti dei progetti regionali.«Come Cgil abbiamo presentato una piattaforma in cui abbiamo ragionato su come queste persone potrebbero entrare nella pubblica amministrazione, e abbiamo trovato la soluzione nella selezione tramite i centri per l’impiego, ovvero la legge 56 dell’87», dice Meloni alla Repubblica degli Stagisti. Una selezione che dovrebbe qualificare come professionalizzante il percorso svolto fino ad oggi, per riuscire a portare a una graduatoria finale dei tirocinanti da cui attingere fino al 2021. Il nodo centrale della questione è proprio questo: «L’attuale normazione identifica il tirocinio solo come un criterio di preferenza a parità di punteggio nella selezione: questo è un criterio molto debole». In pratica i tirocinanti che fino ad oggi hanno prestato servizio «non hanno un titolo riconosciuto come lavorativo. Con i lavoratori socialmente utili fu più semplice perché riuscimmo a trasformare il rapporto di lavoro prima in a tempo determinato e poi, dopo un certo periodo, procedere alla stabilizzazione. Qui la questione è più complicata, perché bisognerebbe fare un concorso per il tempo determinato. Per questo, anche se so che non tutti sono d’accordo su questa cosa, penso che se si deve aspettare un sei-sette mesi prima di procedere alla fase concorsuale, si possa nel frattempo fare una proroga ridotta dei tirocini. Con l’idea finale, però, che questa cosa deve finire perché è una vergogna civile per l’Italia». Negli ultimi mesi due regioni – Lazio e di recente Calabria – hanno rinnovato i tirocini, quelli però attivati su base regionale per gli esclusi dall’ufficio del processo. «Ma il rinnovo in questi casi è stato giustificato dall’impegno preso dalle precedenti amministrazioni regionali, tanto che l’autorizzazione del ministero sottolineava che l’ente avrebbe dovuto impegnarsi per trovare una soluzione lavorativa per i tirocinanti», spiega De Angelis. Che da stagista che vive questo calvario da anni in prima persona, dice: «Spero che il periodo di vacanza, fino a una selezione come operatore attraverso i centri per l’impiego, sia coperto da un rapporto contrattuale vero e proprio, ricordando che in vista di questo ulteriore progetto formativo tutti i presidenti di tribunali e corti di appello hanno palesato la paura di rimanere scoperti perché verrebbe meno una parte consistente di forza lavoro». Lunedì 17 dicembre, quindi, comincerà un nuovo faccia a faccia con il ministero – che non potrà, però, prevedibilmente risolversi in un unico appuntamento. Sarà necessario infatti introdurre qualche criterio nella selezione per non disperdere tutto questo bacino di tirocinanti. «Noi chiediamo l’accesso riservato» ammette esplicitamente Meloni: «Cioè che al termine venga individuata una graduatoria che mantenga dentro gli idonei. Una prassi non comune nelle selezioni attraverso i centri per l’impiego. Richieste che in parte si possono fare a normative vigenti e in parte hanno bisogno della valutazione da parte del legislatore». L’incontro di lunedì prossimo sarà quindi importante «per capire le intenzioni politiche del governo su questa questione, e vedere come si concretizzano gli impegni assunti davanti a noi nelle riunioni avute fino a oggi. Una cosa è certa: bisogna raggiungere l’obiettivo». Che è quello di trovare una soluzione per tutti i tirocinanti della giustizia, su questo punto Meloni è esplicito: «Nel momento in cui si decide di usare lo strumento del tirocinio, deve avere una finalizzazione. Non è pensabile che diventi un’area di parcheggio per lavoratori espulsi da altri cicli produttivi. La finalizzazione è necessaria normalmente per un tirocinio, dopo otto anni poi!». Durante l’incontro, quindi, in ballo ci saranno le vite di migliaia di tirocinanti in attesa di capire che cosa accadrà. «Potrei essere velatamente ottimista sulla volontà del ministero di risolvere il problema e prendere in considerazione la selezione come operatori tra i tirocinanti della giustizia» osserva Daniele De Angelis: «Il grosso dubbio è sulla capacità del ministero di garantire ai lavoratori un impegno nei primi mesi antecedenti all’eventuale selezione, e coprire con soluzioni tampone – che non siano però un tirocinio – questo periodo. Anche perché ricordiamo che in questo bacino, visto che saranno coinvolti tutti anche gli esclusi dall’ufficio per il processo, ci sono persone che da mesi o anni stanno a casa».Su questo punto, però, come detto, la Fp Cgil la pensa in maniera leggermente diversa. «È urgente capire come si gestisce la fase transitoria. Noi abbiamo chiesto la trasformazione a tempo determinato di questi rapporti» ribadisce Meloni «e sappiamo che è una richiesta che presenta alcune difficoltà anche normative. E da “laico” se mi dovessero dire che l’unica soluzione per portare a casa il tempo determinato è di proseguire per qualche mese con i tirocini, noi non diremmo di no». Anche se poi precisa che dal ministero non c’è stata alcuna notizia in questo senso. Se la partita dovesse entrare nel vivo, i tirocinanti della giustizia si ritroverebbero a far parte dei ruoli della pubblica amministrazione «come lavoratori dipendenti e quindi avranno gli inquadramenti contrattuali di riferimento».La questione del riassorbimento di questa «sacca abnorme» di tirocinanti potrebbe quindi essere facilitato anche dalla situazione attuale negli uffici della pubblica amministrazione. «In questo momento tutte le PA stanno riacquisendo le facoltà assunzionali e c’è una caccia alle graduatorie. Ad esempio da quella degli idonei degli assistenti giudiziari ha pescato anche il ministero dei beni culturali, chiamando centosessanta persone. O si pesca dalle graduatorie Ripam. Siamo in un contesto molto più favorevole degli anni passati. Ma certamente continuiamo a scontare una debolezza frutto del modo in cui la questione è stata affrontata nei precedenti governi».Ora bisognerà vedere come il ministero della giustizia risponderà alla piattaforma di proposte della Cgil, capire la posizione definitiva del governo gialloverde sulla questione e verificare se ci saranno spazi di trattativa per riuscire finalmente, dopo otto lunghissimi anni, a dare ai tirocinanti della giustizia un lavoro degno di questo nome.Marianna Lepore

Sette ventenni a tempo indeterminato in Bricocenter, i protagonisti dello SpeedUProgram si raccontano

Dalle promesse ai fatti. Circa un anno fa Bricocenter Italia, azienda di prodotti e servizi orientati al fai da te e parte del network virtuoso della RdS, lanciava un talent program – SpeedUProgram – rivolto a giovani neolaureati da inserire come junior project specialist con contratti a tempo indeterminato. E così è stato. Oggi, nel quartier generale della società a Rozzano, alle porte di Milano, dopo una selezione realizzata tra settembre e novembre 2017, lavorano sette ragazzi, tutti under trenta e donne, con l'eccezione di un solo ragazzo che rappresenta, in controtendenza rispetto al solito, una sorta di "quota azzurra" e anche di "quota international", dato che è di origini indiane. I sette hanno festeggiato lo scorso 20 novembre il primo anniversario dall'assunzione. E la scadenza del contratto non c'è, perché i posti sono tutti a tempo indeterminato. Una delle particolarità del processo di selezione è stata la ricerca di giovani in grado di misurarsi con una tipologia di lavoro basata su progetti, senza un inquadramento già predeterminato. Bricocenter è al momento in una fase di forte trasformazione, anche sul piano digitale: «Per questo non è stato pensato per loro un ruolo, ma delle mansioni in divenire» spiega Sara Cicognani, Talent acquisition e Employer branding di Bricocenter. Al centro ci sono le attitudini delle singole risorse, ed è a quelle che si guarda. Una chiave che ha caratterizzato anche il processo di selezione» ricorda. Uno degli step è stato la partecipazione a un business game in cui si chiedeva ai partecipanti, suddivisi in squadre, di gestire virtualmente un'azienda; la fase finale prevedeva invece la presentazione di un’idea partendo da alcune tematiche strategiche proposte come stimolo dall’azienda. In questo caso a interessare è stata soprattutto «la modalità di approccio» prosegue la manager. Ai ragazzi è stato chiesto di svolgere una presentazione – 'un pitch' – della loro idea davanti al comitato di direzione. Performance che «richiede notevoli doti comunicative ma anche la capacità di impattare sugli altri e essere influenti». «Qui si investe sulla capacità innovativa di gestire i progetti a prescindere dalla funzione» sottolinea Carla Vinci, una delle 'speeduppers' con in tasca una laurea magistrale in Ingegneria Chimica presa all'università di Cagliari, e oggi impegnata in Bricocenter  in un progetto di logistica che punta a «soddisfare i clienti offrendo loro i prodotti in pochissimo tempo». A ogni 'speedupper' è stato assegnato un progetto diverso, a seconda delle competenze, delle qualità personali e delle motivazioni espresse durante il periodo di formazione che hanno vissuto successivamente all’ingresso in azienda. Harpreet Singh, che è l'unico ragazzo, 28 anni e una laurea specialista in Economia aziendale, racconta per esempio: «Al momento sono impegnato su due fronti, uno nell'IT e uno nell’area marketing», con l'obiettivo di creare delle app mobile che introducano nuovi metodi di pagamento per agevolare l'acquisto del cliente e la qualità del lavoro dei venditori. Singh, prima di approdare in Bricocenter, si è laureato alla Cattolica di Piacenza e successivamente ha completato un master alla Aston University di Birmingham. E ha anche lavorato in Inghilterra come consulente per un'azienda del settore finanziario. A superare tutti gli step sono stati solo in sette su ben 550 candidati iniziali. I requisiti di accesso erano pochi ma stringenti: una laurea recente, l'inglese o il francese fluente, e aver svolto un'esperienza all'estero, di studio o lavoro, di almeno sei mesi. Non a caso i profili finalisti sono tutti molto diversi tra loro, anche dal punto di vista del background accademico. Margherita Tercon, per esempio, ha una laurea in Filosofia alla Sorbona e alle spalle alcuni periodi di teatro. Adesso si occupa di «trovare metodi innovativi per formare i venditori sui prodotti, con lo scopo di consigliare al meglio i clienti». Un progetto che ha già trovato vita nel negozio di recente apertura a Viareggio. Ma non c'è discontinuità con gli studi universitari perché, ragiona Tercon, «la passione è innata e ci si può anche appassionare a ciò che si fa». E poi, aggiunge, «la filosofia così come la formazione mettono entrambe al centro l’essere umano». Insieme a lei lavora anche Gaia Frontali, 24 anni, la più giovane degli 'speeduppers'. Ha una laurea triennale al Politecnico di Milano come interior designer ed è impegnata anche lei sul fronte formazione prodotto. «Il bello di questo nuovo approccio al lavoro» dice Frontali «è che sei all'interno di un'unica azienda ma, cambiando spesso, ti devi reinventare ogni volta». Lo stesso vale anche per Carla Vinci, l'ingegnere chimico che doveva «finire in qualche impianto o in raffineria», ma che si sente «contentissima di essere in Bricocenter», dove può portare «innovazione nei piani strategici». E ancora Lilia Labaied, francese, con una magistrale in Management dei beni culturali e una triennale in Economia, oggi al controllo di gestione: «Abbiamo sempre la possibilità di seguire nuovi percorsi, e questo ti dà grandi possibilità di conoscere e capire cosa ti piace di più fare».Una storia che si ripete anche per Gilda Giordani, laureata magistrale in Relazioni Internazionali ma con una triennale in Sociologia, e che oggi si occupa per Bricocenter della costumer satisfaction: «Adesso applico la sociologia dedicandomi all'analisi del cliente e allo sviluppo di sistemi orientati alla sua soddisfazione». E dopo un passato nel no profit, oggi «mi cimento in una dimensione profit». Martina De Luca invece ha una formazione accademica più "standard" a livello aziendale essendo laureata in Economia, tanto che in Bricocenter, dove ha per le mani un importante progetto commerciale, racconta di «aver sfruttato le competenze matematiche e statistiche imparate all'università». Sottolinea però come la formazione iniziale in azienda sia stata essenziale: «Senza non sarei riuscita». E ricorda come in quegli otto mesi «abbiamo partecipato a workshop e acquisito le basi del project management: design thinking, metodologia agile, value proposition design». Non solo in Italia poi perché «abbiamo visitato realtà innovative del settore retail, attraverso viaggi a Milano, Londra e Parigi». Inoltre, per conoscere meglio il business, c'è stata anche una fase «nei nostri negozi, affiancando le persone nei principali ruoli per comprendere le dinamiche interne». Durante la formazione gli 'speeduppers' sono stati supportati da coach interni e esterni e dal team Risorse umane attraverso incontri settimanali: «Un'occasione per fare il punto e scambiare punti di vista» evidenzia Martina De Luca. «Tutto molto stimolante!». E le prospettive di carriera? «Sono stati tutti assunti come potenziali manager» conferma Cicognani. «Uno degli obiettivi di SpeedUP è quello di creare le condizioni per accelerare l’apprendimento, far loro sperimentare stimolando un’evoluzione più rapida delle competenze di ciascuno». E per chi vorrà queste opportunità professionali si ripeteranno. Bricocenter si è posta l’obiettivo di replicare in futuro.Ilaria Mariotti