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Archeologi sottopagati sempre più in crisi, dal Lazio un grido d’allarme

Retribuzioni e contratti di lavoro inadeguati, richieste illecite da parte dei committenti, pressioni indebite sul professionista, mancata applicazione delle normative nazionali in materia di tutela e di archeologia preventiva, fraintendimento del ruolo del professionista in sede di progettazione: è solo parte dell’elenco delle tante denunce che l’Associazione Nazionale Archeologi del Lazio ha raccolto negli ultimi 18 mesi. Comportamenti scorretti e spesso anche contro legge che hanno fatto lanciare l’allarme e portare l’ANA a richiamare l’attenzione di tutti gli attori coinvolti.«Sono anni che l’Associazione riceve segnalazioni, ma negli ultimi mesi abbiamo deciso di iniziare una raccolta più dettagliata anche in funzione della ripresa lavorativa post pandemica», spiega alla Repubblica degli Stagisti Alessandro Garrisi, 45 anni, archeologo, direttore generale della Fondazione Nino Lamboglia Onlus e direttore archeologo degli scavi di Capo Don presso Riva Ligure nonché presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Archeologi dal 2019. «In totale», continua a spiegare, «solo nella regione Lazio abbiamo raccolto alcune decine di segnalazioni».L’allarme che ANA lancia è in particolare sull’inadeguata retribuzione dei professionisti coinvolti. «Purtroppo gli archeologi escono dall’università senza essere pronti per confrontarsi sul mercato del lavoro. Non hanno neppure una vaga idea di quali siano i costi a cui andranno incontro per la semplice gestione della propria attività, per cui specie all’inizio arrivano ad accettare qualsiasi offerta», racconta Garrisi. Situazione che è andata peggiorando anche a causa della pandemia e del lungo blocco che c’è stato in questo settore lavorativo. «Negli ultimi tempi ci sono colleghi che anche dopo anni di esperienze e titoli maturati si piegano a tariffe inammissibili che diventano lesive per tutta la categoria professionale. Parliamo di soggetti che lavorano anche a 60 euro lordi al giorno. Ma quando si fa lavorare un professionista qualificato con queste cifre o gli si commissiona una valutazione di impatto archeologico per 150 euro, la qualità del lavoro sarà commisurata a quello che viene pagato. Questo significa che il pagamento di una tariffa irrisoria non solo squalifica il lavoro di chi la accetta, ma mette anche a repentaglio la qualità del processo di tutela».Eppure la figura del professionista dei beni culturali è diventata sempre più centrale negli ultimi anni, «con una richiesta sempre più evidente delle nostre competenze nelle fasi di progettazione ed esecuzione delle opere di interesse pubblico», spiega Aglaia Piergentili Màrgani, presidente di ANA Lazio, e questo «dimostra la centralità del nostro ruolo a tutela del patrimonio archeologico».Centralità che nei fatti non trova, però, riscontro quando si tratta di pagare. Perché in questo caso non solo le cifre sono inadeguate ma anche i tempi di pagamento sono mortificanti. «Quando faccio un lavoro e anziché essere pagato all’emissione della fattura, o entro 30 giorni che sarebbe ancora un termine accettabile, vengo pagato dopo mesi a volte addirittura dopo anni, di fatto non si consente al professionista di fare affidamento sull’introito del proprio lavoro che non sa quando arriverà». Non solo, si lasciano tanti soggetti impossibilitati nel pianificare la propria vita.Il presidente nazionale ANA evidenzia anche un altro aspetto troppo spesso non raccontato. «L’impresa che paga in ritardo sta usufruendo di una sorta di prestito a tasso zero: se deve pagare al dottor Rossi mille euro e non lo fa per sei mesi, di fatto il dottor Rossi sta facendo un prestito per sei mesi visto che in quel lasso di tempo l’impresa potrà investire quei soldi altrove».Come spesso capita ad essere maggiormente colpiti dallo sfruttamento sono i neo-archeologi, quindi professionisti giovani, under 35. La pandemia, però, ha messo sempre più in luce il problema delle sottoretribuzioni. «In questa fase c’è stata la riscoperta della professione da parte di tante colleghe e colleghi che negli anni avevano indirizzato la propria attività professionale altrove rispetto al lavoro da campo, per esempio lavorando in tutte quelle attività legate alla fruizione dei beni culturali che si sono completamente fermate con la chiusura dei luoghi della cultura. Ed ecco quindi che il fenomeno delle retribuzioni inadeguate è diventato ancora più evidente», conclude Garrisi. Coinvolgendo a questo punto anche tanti ultra quarantenni.Ma dove, nel grande mondo dei beni culturali, si viene più spesso sottopagati? «In particolare nella cantieristica legata ai servizi, quindi scavi per condutture acqua, luce, gas o fibra. Qui il sistema dell’appalto e del sub-appalto genera i danni più importanti». Non bisogna però generalizzare in negativo, perché, ci tiene a ricordarlo il presidente ANA, esistono anche imprese che si comportano con correttezza nei confronti del professionista. Comportamenti in regola che dimostrano a suo avviso come «i margini di profitto siano sufficienti a garantire floridezza all’impresa e un’equa retribuzione al professionista. Quando questo non avviene, il motivo è evidente».I dati raccolti ad oggi riguardano solo la regione Lazio, «perché questa sezione regionale ha lanciato l’iniziativa e ha avuto la capacità di concretizzarla per prima». L’intento, però, è quello di replicarla anche in altre regioni nei prossimi mesi ed arrivare a consolidare il rispetto delle normative per esempio sulle figure autorizzate ad operare nei beni culturali e quello della legge sull’equo compenso per il professionista.In un settore come quello dei beni culturali in cui si moltiplicano gli annunci, anche ministeriali di offerte di lavoro gratis o sottocosto – come il bando per la selezione di un’associazione di volontariato senza scopo di lucro per attività di collaborazione della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio in cui si pagava ogni volontario 27,50 euro al giorno, o quello per uno stage di sei mesi della Direzione generale beni culturali in cui si cercavano tra gli altri 10 stagisti archeologi che fin dall'inizio sapevano non sarebbero stati mai assunti o quello dei 500 giovani per la cultura, stagisti per mesi non pagati dal ministero a cui non seguì mai alcun inserimento  – in cui da sempre mancano investimenti e dove, a causa degli ultimi due anni di chiusure forzate in tutto il comparto, i guadagni sono stati minimi, il grido d’allarme dell’Associazione Nazionale Archeologi contro una prassi di sfruttamento consolidata della categoria suona ancora più forte e dovrebbe essere subito accolto da chi di dovere per porre un freno al fenomeno. E dare una svolta che tuteli i lavoratori del settore privato impegnati nella tutela del patrimonio archeologico, vitale per l’economia italiana.Marianna Lepore

Mismatch tra domanda e offerta di lavoro, 235mila posti vacanti. Confcooperative: «Riaffermare gli istituti tecnici»

Mancano all'appello 235mila lavoratori. Se trovati, «farebbero aumentare il Pil di oltre 21 miliardi, pari all'1,2 per cento del totale» afferma Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, commmentando i dati dell'indagine condotta insieme al Censis 'Mismatch, il grande gap da sanare'. Una stortura di vecchia data nel mercato del lavoro italiano, che persiste senza miglioramenti. La conseguenza è, continua Gardini, «una limitazione alla crescita e all'occupazione nel momento in cui registriamo due milioni e 300mila disoccupati e 3 milioni di Neet, di cui oltre il 53 per cento di donne». Una perdita «incomprensibile» che «richiede misure urgenti di politiche attive per riconnettere domanda e offerta lavoro»: serve un «patto sociale tra imprese e rappresentanze dei lavoratori», secondo Gardini, per convergere su obiettivi «che facciano ripartire il paese». La storia si ripete, perché a mancare non sono tanto i posti di lavoro o la voglia di lavorare, come talvolta si dice. Bensì l'incrocio tra domanda e offerta di lavoro, il famoso mismatch, ovvero imprese che offrono lavoro ma non trovano personale con i giusti requisiti, o candidati che non corrispondono a nessuno dei profili ricercati. Si prendano i Neet, «zoccolo inscalfibile» come li definisce lo studio, che testimonia come vi rientri un giovane su quattro nella fascia 15-29 anni, per un totale di 2 milioni e 100mila soggetti, su 9 milioni totali appartenenti a questa fascia di età, e di cui più della metà è costituito da donne (52,7 per cento). Di questo folto gruppo sono in 258mila a essere laureati, il 12,3 per cento del totale, senza – nonostante il titolo di studio – riuscire a trovare una collocazione lavorativa. Un dato che si ripete anche tra i disoccupati generali, (2 milioni e 300mila), di cui 309mila risultano in possesso di una laurea, mettendo in evidenza come, si legge nello studio, «il titolo di studio non garantisca l'occupazione».Fra i Neet chi possiede un basso titolo di studio rappresenta solo il 36 per cento. Dunque i giovani che non studiano e non lavorano restano fuori dal mercato del lavoro benché spesso preparati, solo perché le aziende non cercano soggetti con quel tipo di percorso formativo, oppure sono loro stessi a non sapere a chi proporsi. Si crea così un distacco che può essere «spia – al di là di situazioni individuali e sociali, scelte personali e motivazioni delle più diverse – di un mancato raccordo fra i processi di formazione e l’avvio di un percorso lavorativo» scrivono ancora gli analisti. Una condizione che rischia poi di «alimentare quella disaffezione al lavoro che si aggira minacciosamente e che può condizionare negativamente gli esiti di tanti impegni orientati alla ripresa». Fondamentale per coprire le mancanza di personale adeguato è il rilancio di «competenze che supportino i processi di cambiamento» e, secondo il mantra che si ripete da anni, riaffermare «il protagonismo degli istituti tecnici». Dallo studio arriva anche una stoccata al reddito di cittadinanza, considerata una «soluzione sacrosanta per tamponare l’insorgenza della povertà anche di chi è occupato». Ma resta il nodo di «affrontare alla radice il tema dell’occupabilità». Non si può sfuggire quindi «al miglioramento degli strumenti di collocamento pubblici con l’aiuto dei privati».Le difficoltà registrate nell'incrocio tra domanda e offerta di lavoro si evincono anche da LinkedIn. Non è facile per le aziende trovare i profili che cercano, e la riprova è che gli annunci restano attivi per molto tempo, oltre un mese, senza trovare il candidato adatto. «Basandoci su dati estratti dalla piattaforma LinkedIn» è scritto nell'indagine, «emerge come su un totale di 153mila annunci pubblicati dalle aziende che risultano ancora attivi, il 57 per cento, quindi oltre la metà, è stato pubblicato nell’ultimo mese, il 16,1 per cento nell’ultima settimana e l’1 per cento nell'ultimo giorno». Ne deriva che «uno su due è attivo in piattaforma da oltre un mese», senza però trovare riscontro. Giace quindi inascoltato, proprio nel social specializzato nell'incrocio tra domanda e offerta di lavoro, che in media raccoglie circa 25mila annunci a settimana e 1.600 giornalmente. Si tratta insomma della riprova, anche sul web, che i candidati risultano spesso «di difficile reperimento», dando «la misura delle frizioni che caratterizzano il rapporto fra domanda e offerta di lavoro». L’outlook sull’occupazione di Manpower Group, fa sapere ancora lo studio, anticipa che nel quarto trimestre il 43 per cento delle imprese intervistate prevede di aumentare il proprio organico e i settori più richiesti secondo le previsioni risultano essere ristoranti e alberghi, fra i più colpiti dalle restrizioni dovute alla pandemia, e poi finanza e servizi alle imprese, e attività manifatturiere. Rispetto all'annus horribilis 2020, se venisse confermata la stima di crescita certificata dall'Ocsse, avremo un un prodotto interno lordo pari a 1.751 miliardi di euro, pari a 97,6 miliardi in più rispetto all'anno precedente. Ebbene, chiarisce il rapporto, con la forza lavoro necessaria, «il Pil del 2021 avrebbe raggiunto una cifra di poco superiore ai 1.770 miliardi, senza contare gli effetti positivi sui livelli di occupazione e reddito disponibile». Ilaria Mariotti

I giovani possono cambiare il mondo: Ashoka e Ang selezionano nuovi changemaker, call aperta fino al 15 ottobre

Una call per changemaker – 'Gen C, generazione changemaker' – a caccia di «giovani protagonisti del cambiamento». A chiamare a raccolta visionari con idee per cambiare il mondo due organizzazioni, l'Agenzia nazionale giovani, diretta dalla 33enne Lucia Abbinante, e Ashoka, associazione fondata in India nel 1980 da Bill Drayton con lo scopo di «identificare e sostenere gli imprenditori sociali che presentino idee per una profonda trasformazione sociale» si legge nel sito. Con Gen C «insieme ad Ashoka Italia vogliamo dare voce a chi realizza progetti positivi, che mettono energie, idee, visioni e competenze a servizio dei territori» commenta Abbinante con la Repubblica degli Stagisti. L'attenzione è rivolta in particolare a una tipologia di lavoro «che deve avere la capacità di generare un cambiamento talmente potente da modificare il sistema» spiega alla RdS Federico Mento, 45enne antropologo, direttore di Ashoka Italia e in passato Ceo per sette anni della Human Foundation. Nello specifico, è scritto nel bando, si cercano «changemaker dai 15 ai 25 anni e mentor dai 25 ai 35 anni che, attraverso le innovazioni, si stiano impegnando per migliorare la società». Per i primi ci sarà la possibilità di essere inseriti in automatico nelle piattaforme di crowdfunding di uno dei partner dell'iniziativa, Produzioni dal basso. I mentor saranno invece «volontari a sostegno dei più giovani» specifica Mento. La ricerca è rivolta a giovani «empatici, coraggiosi, motivati e determinati a cambiare le cose per il bene di tutti». Nel mondo attuale ci sono sfide «sempre più complesse, dalle transizioni ecologiche e digitali, alle nuove forme di lavoro, alla sostenibilità sociale e i piani di ripresa economica dall’emergenza sanitaria». I candidati possono, ad esempio, «aver fondato in questi campi un movimento o un’associazione, creato un’attività imprenditoriale, costituito un gruppo informale per realizzare attività di sensibilizzazione, aver costruito percorsi formativi». Il punto cardine è «l'aver generato impatto, ottenuto risultati». E ancora, che si tratti di soggetti che non operano soli, ma la cui attività si basi «sulla co-leadership, quindi sul coinvolgimento di più persone». La gamma dei temi è ampia e quelli indicati «sono solo alcuni di quelli sui quali sarà necessario confrontarsi per permettere ai giovani di godere di un’Italia e un’Europa all’altezza delle loro aspirazioni» continua il bando. I campi possono essere i più vari, spiega Mento, perché l'importante non è tanto il settore quanto l'incisività del progetto. Questo è il tipo di focus: «Ci deve essere una storia che lascia un segno». E poi, «una volta individuata l'esperienza che possiede queste caratteristiche, ci sono una serie di altri criteri per capire il profilo della persona». Più in particolare si cerca «di comprendere se nella biografia del candidato a changemaker ricorrono iniziative collegate all'intraprendenza, se questa capacità ha attraversato la storia di quella persona». Per partecipare c'è tempo fino al 15 ottobre, mentre le selezioni si terranno fino al 19 novembre. Le premiazioni saranno infine a dicembre, in occasione dell'Ashoka changemaker summit. Per correre nella selezione occorre compilare un questionario. A sostenere la call un partenariato di 40 organizzazioni (tra cui Fondazione Unipolis, L'Oreal, Associazione nazionale giovani innovatori, Randstad, Croce Rossa e altri), che conferiscono al progetto «ulteriori strumenti e risorse per arrivare alla costruzione di una comunità» aggiunge il comunicato. Saranno questi a tenere i corsi di formazione online offerti ai partecipanti della call. Sono inoltre fissati appuntamenti, 'weekend trasformativi' in diverse città italiane che saranno occasione di ispirazione, dibattito, ascolto, connessione e confronto, organizzati sempre dai partner dell’iniziativa. Il prossimo, tra l'8 e il 10 ottobre, sarà in Puglia. «Si potrà così acquisire maggiore consapevolezza rispetto al proprio ruolo da protagonista del cambiamento» è scritto ancora. L'obiettivo, prosegue Mento, «è che i changemaker non siano eroi solitari ma in grado di mobilitare i loro pari». Si aspira a «creare una comunità di giovani appassionati innovatori, che partecipino alla vita della comunità e – insieme ai fellow – lancino iniziative per trasformare la società». Ai giovani si è soliti attribuire inerzia. E invece, nella Generazione Z e i Millennials, spesso rappresentate in termini negativi, «in realtà sono tanti i giovani attivi nel cambiare l’Italia con idee e soluzioni innovative» afferma il comunicato. Per questo, rilancia Mento, «vorremmo che quello della call diventasse un appuntamento ricorrente, con una selezione continua che aiuti a crescere nuove generazioni di changemaker». Per Abbinante 'Generazione changemakers' creerà «una grande rete e una comunità di promotori di cambiamento sociale». Ilaria Mariotti 

Probabilità di assunzione post stage, il grande approfondimento della Repubblica degli Stagisti

Lo stage serve davvero per trovare lavoro? I dati a disposizione sono pochi, imprecisi, spesso vecchi. Noi pensiamo invece che questa informazione sia fondamentale per poter valutare l'efficacia dello strumento del tirocinio anche dal punto di vista occupazionale. Dunque abbiamo avviato una ricognizione, cercando di ordinare i dati esistenti e di chiederne di inediti al ministero del Lavoro, per poter tracciare un quadro più preciso di quante probabilità ci siano, effettivamente, che lo stage sia una anticamera del lavoro.Abbiamo suddiviso le informazioni in una dozzina di articoli, dedicando a ciascuno l'approfondimento e il confronto di alcuni dati. Eccoli:- Conteggiare gli assunti post stage, le difficoltà non diventino scuse per tenere i cittadini al buio- Efficacia degli stage, serve trasparenza: ecco i dati che vanno resi pubblici- Assunzioni post stage, che contratti vengono fatti agli stagisti?- Fare un tirocinio a cinquant’anni serve per trovare lavoro?- Stage per persone adulte, solo con dati chiari si può dire se servono o no - e fare policy di conseguenza- Quanti vengono assunti dopo uno stage curricolare? Non si sa - Quanto vengono pagati gli stagisti? E quelli che ricevono indennità più alte vengono assunti più spesso?- Il Covid diminuisce di 3 punti e mezzo la probabilità di essere assunti post stage: i dati inediti- Stage e contratto di lavoro subito nello stesso anno, i dati inediti 2019 e 2020- Assunzioni post stage entro un mese, i dati inediti (ma senza tasso)- Tasso di assunzione post stage a sei mesi, dati a confronto- Quante probabilità ho di essere assunto dopo uno stage? La verità è che non si sa (ma si potrebbe)

Green pass sui luoghi di lavoro dal 15 ottobre: le regole valgono anche per gli stagisti

È entrata in vigore oggi la legge 126 che introduce misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19 tra cui sicuramente la più importante è l’utilizzo della certificazione verde, in particolare l’obbligo di green pass per accedere ai luoghi di lavoro.A partire dal 15 ottobre e fino al 31 dicembre 2021, data ultima dello stato di emergenza, si stabilisce l’obbligo per i lavoratori nel pubblico e nel privato, di possedere ed esibire, su richiesta, la certificazione verde covid per accedere ai luoghi di lavoro. Il green pass, in sostanza, è reso obbligatorio per tutti coloro che svolgono un lavoro, tanto come dipendenti quanto come collaboratori, volontari e stagisti.Il nuovo decreto legge introduce degli articoli aggiuntivi alla legge 87 del 17 giugno 2021 focalizzando in particolare l’attenzione sui nuovi obblighi per i lavoratori. Per quanto riguarda il settore pubblico, introduce per tutto il personale delle amministrazioni pubbliche per l’accesso al luogo di lavoro «l’obbligo di possedere e di esibire, su richiesta, la certificazione verde COVID-19».La domanda è: stagisti compresi? Erano quasi 31mila nel solo 2020 le persone impegnate in tirocini nel settore “pubblica amministrazione, istruzione e sanità”: e senza dimenticare che questo numero riguarda solamente i tirocini extracurricolari, lasciando fuori le migliaia e migliaia di tirocini curricolari svolti negli uffici pubblici da studenti universitari, di master e così via. Insomma, anche per gli stagisti è obbligatorio il green pass? Al comma 2 è precisato che questa disposizione «si applica altresì a tutti i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato presso le amministrazioni di cui al comma 1, anche sulla base di contratti esterni». Questo passaggio, “attività di formazione”, significa che anche i tirocinanti negli uffici pubblici sono obbligati ad avere il green pass altrimenti, secondo quanto previsto dal comma 8, incorrono come tutti i dipendenti nella sanzione amministrativa che va da 600 a 1.500 euro. Lo conferma anche Roberto Camera, esperto di diritto del lavoro, funzionario dell'Ispettorato nazionale del lavoro di Modena e ideatore del sito dottrinalavoro.it: in un articolo a domande e risposte con le casistiche da applicare post green pass, alla domanda «Ho un tirocinante in azienda, va chiesto il green pass anche a lui?» risponde «Sì, l'accesso ai locali aziendali è subordinato al possesso del green pass per lo svolgimento di attività lavorativa o formativa, a qualsiasi titolo». Qualora in fase di accesso nel luogo di lavoro qualcuno comunichi di (o risulti) non essere in possesso della certificazione verde allora, secondo il nuovo provvedimento, è considerato «assente ingiustificato fino alla presentazione della certificazione». Non ci sono, però, conseguenze disciplinari e si ha diritto alla conservazione del rapporto di lavoro anche se è precisato che per i giorni di assenza ingiustificata «non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento». Questo significa che anche lo stagista privo di certificazione vedrà il proprio contratto di stage sospeso e si vedrà decurtato il rimborso spese mensile fino a quando non presenterà il proprio green pass. Mentre se “beccato” in ufficio senza il green pass potrà ricevere una multa dai 600 ai 1.500 euro.La norma non si occupa, però, solo del comparto pubblico, ma anche del privato. Anche in questo caso c’è l’obbligo per accedere al luogo di lavoro di possedere ed esibire su richiesta la certificazione verde. Disposizione valida anche per chi svolge attività di formazione e quindi, anche per gli stagisti. Che sono un numero ragguardevole: oltre 40mila nel solo settore dell'industria, quasi 57mila nel commercio, oltre 58mila nei trasporti, comunicazioni, attività finanziarie e altri servizi alle imprese, 14mila e passa nelle costruzioni... solo per fare alcuni esempi con i dati più recenti, quelli relativi agli extracurricolari attivati nel 2020.Come per il settore pubblico, gli unici esclusi sono i soggetti esenti dalla campagna vaccinale per motivi medici con idonea certificazione. Anche in questo caso saranno i datori di lavoro a verificare il possesso del green pass. In caso la persona ne sia sprovvista, sarà considerata assente ingiustificata fino alla presentazione della certificazione, con il diritto di conservazione del rapporto di lavoro e senza conseguenze disciplinari, ma in questo periodo non avrà diritto alla retribuzione né ad altro compenso o emolumento. Nel testo iniziale era prevista una differenza tra il settore pubblico e quello privato che avrebbe riguardato anche gli stagisti, ovvero un periodo di cinque giorni prima della sospensione del rapporto di lavoro nel settore pubblico che avrebbe consentito di vaccinarsi e ottenere subito il green pass. La legge, infatti, all’articolo 5 rende disponibile subito dopo la prima dose di vaccino il certificato verde e non più dopo 15 giorni. Con quest’ultima modifica, quindi, non ci sarà differenza di comportamento tra il comparto pubblico e quello privato e soprattutto non ci sarà più “sospensione”. Restano poi valide le sanzioni amministrative dai 600 ai 1.500 euro in caso di violazione della disposizione.Il decreto legge all’articolo 2 introduce anche l’articolo 9 sexies per quanto riguarda l’impiego delle certificazioni verdi negli uffici giudiziari. In questo caso è necessario sottolineare che nell’elenco dei soggetti che non possono accedere agli uffici giudiziari se non possiedono la certificazione verde Covid non è esplicitamente inserito il tirocinante che, però, non è nemmeno nell’elenco dei soggetti per cui non si applicano queste disposizioni, come avvocati, consulenti e periti, non si capisce se per una svista del legislatore o perché in questo caso la categoria debba comportarsi come in tutti gli uffici pubblici. Sarebbe stato, quindi, più opportuno esplicitare anche in questo caso la situazione dello stagista visti i tanti tirocinanti presenti negli uffici giudiziari. Nel testo non si fa nemmeno riferimento esplicito alla figura del praticante avvocato. Anche se l’articolo 3 introduce il 9 septies in cui si disciplina l’impiego delle certificazioni verdi nel settore privato e si stabilisce che «a chiunque svolga un’attività lavorativa nel settore privato è fatto obbligo, ai fini dell’accesso nei luoghi in cui l’attività è svolta, di possedere e esibire su richiesta la certificazione verde Covid-19» e al comma 2 si precisa che la disposizione si applica «a tutti i soggetti che svolgono, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato» nel settore privato anche sulla base di contratti esterni. Giovanni Antonino Cannetti, presidente del Coordinamento giovani giuristi italiani, spiega alla Repubblica degli Stagisti che vista «la qualifica in capo al titolare dello studio legale di datore di lavoro ai sensi della normativa giuslavoristica, potrebbe ritenersi che dal 15 ottobre lo stesso titolare di studio professionale sia legittimato a richiedere ai soggetti che svolgono il tirocinio forense, cosìdetto praticantato, di esibire la certificazione verde per l’accesso ai locali», ma sottolinea che in materia di green pass vi sono molti dubbi interpretativi non risolti.    Ricapitolando, quindi, dal 15 ottobre uno stagista sia che svolga il suo tirocinio in un ufficio pubblico sia che lo svolga in una impresa privata non potrà accedere agli uffici se non sarà in possesso del green pass. Per ottenerlo la via più semplice è quella di vaccinarsi contro il Covid, avere con sé il risultato negativo a un test molecolare o antigenico, o essere guariti – ed avere quindi qualcosa che lo documenti – dal Coronavirus. Il green pass ha un qr code che si può esibire direttamente dall’app Immuni o dall’app Io o è scaricabile dal sito dgc.gov.it.Nel frattempo cominciano ad esserci le prime proteste nei confronti dell’applicazione del green pass anche ai tirocinanti, ed è quindi bene ricordare che chi non volesse per i più svariati motivi sottoporsi alla vaccinazione può sempre sottoporsi a tampone per ottenerlo. In un emendamento approvato il 15 settembre in commissione Affari costituzionali della Camera è stata prorogata a 72 ore la validità del risultato del tampone molecolare.    L’ultimo punto da sottolineare è il riferimento continuo nel testo al “luogo” di lavoro. Per quanto sul tema ci siano interpretazioni diverse, se uno stagista stesse svolgendo il suo tirocinio in smart internshipping avrebbe l’obbligo di avere il green pass solo per i giorni in cui fisicamente accederà all’ufficio. Questo, però, come ha evidenziato l'ex ministro del lavoro Tiziano Treu, oggi presidente del Cnel, non significa che il datore di lavoro sia obbligato a offrire a un non vaccinato il lavoro (o tirocinio) da casa,  visto che non tutti sono in grado di offrire mansioni da remoto. Ora quindi c’è tempo per tutti gli stagisti o aspiranti tali di mettersi in regola con la vaccinazione entro il 15 ottobre per evitare di avere sorprese all’ultimo momento.Marianna Lepore [Foto a sinistra di ThisisEngineering RAEng, tratta da Unsplash]

Stage di 6 mesi per 130 giovani nei beni culturali: ma poi tutti a casa, non c'è possibilità di assunzione

Ci risiamo. Centotrenta nuove opportunità di tirocinio nel settore dei beni culturali con un rimborso spese mensile di mille euro per sei mesi: il ministero dei beni culturali ci ricasca e pubblica un nuovo bando  per  stage «formativi e di orientamento» che in realtà richiedono figure iper specializzate, le migliori sul mercato, per tirocini a tempo senza alcuno sbocco professionale.«Puntuale come un orologio. Carenza di personale negli archivi, nelle biblioteche, nei musei, nella catalogazione? Ecco oggi pubblicato un bando per 130 tirocinanti specializzati freschi freschi, pagati con i fondi per l'occupazione giovanile, da distribuire in tutta Italia», è l’allarme lanciato immediatamente dall’associazione Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, che dal 2015 porta avanti una battaglia per la valorizzazione dei lavoratori dei beni culturali.Sul sito della Direzione generale dei beni culturali si precisa che i nuovi tirocinanti «saranno impiegati per la realizzazione di specifici progetti inerenti al sostegno delle attività di tutela, fruizione e valorizzazione del patrimonio culturale presso gli uffici centrali e periferici del Ministero e degli istituti e luoghi della cultura». Il ministero intende promuovere «l’attività formativa di alto livello» nel settore del patrimonio culturale «già avviata con successo in anni precedenti, disciplinando le modalità di accesso al Fondo giovani per la cultura per lo svolgimento di tirocini formativi e di orientamento destinati a giovani particolarmente qualificati per l’anno 2021».Nulla di nuovo, comunque. La Repubblica degli Stagisti aveva già previsto questo scenario quando a fine gennaio aveva raccontato del primo bando per tirocini formativi per 40 giovani fino a 29 anni previsto con il «Fondo giovani per la cultura» finanziato con ben 1 milione di euro per l’anno in corso. «In pratica nel 2021 potrebbe essere pubblicato un nuovo bando, che a questo punto potrebbe arrivare a coprire lo svolgimento di oltre 100 stage sempre nel settore dei beni culturali», era stata la nostra previsione. Viene fuori che avevamo sbagliato solo sui numeri, e per difetto – visto che i tirocini ora a bando sono 130.La premessa è che offrire degli stage per giunta ben pagati non è sbagliato. Ma farlo nel settore pubblico dove non potranno mai sfociare in un contratto vero e proprio, farlo in un campo come quello dei beni culturali dove la crisi post pandemia è altissima e le offerte di lavoro sono poche, farlo ricalcando programmi o progetti di tirocinio che non hanno portato a nulla se non allo sconforto ulteriore di una larga platea di laureati brillanti, e farlo in pubbliche amministrazioni che spesso sono sotto organico e che quindi tendono a usare gli stagisti per rimpiazzare i dipendenti mancanti – un modo per rimandare, di anno in anno, un vero concorso e vere assunzioni – questo sì, è sbagliato.«Ci sarà la fila per questi tirocini, che sono pagati 1000 euro lordi al mese. E per certi versi si tratta di un (misero) miglioramento, rispetto ai 400 euro di servizio civile offerti per posizioni simili fino a pochi anni fa. Ma è il sistema a non avere senso: questi giovani professionisti, dopo sei mesi, saranno sbattuti fuori dal ministero, con un enorme spreco di tempo e soldi, e nessuna possibilità di trasmettere le competenze acquisite», sintetizzano bene gli attivisti di Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali  sulla loro pagina Facebook.E infatti all’articolo 3 del bando in esame a chiare lettere è scritto che alla conclusione del programma formativo «è rilasciato un apposito attestato di partecipazione, valutabile ai fini di eventuali successive procedure selettive nella pubblica amministrazione». Ma questo «non comporta alcun obbligo di assunzione da parte del ministero della Cultura». Quindi il Mic, esattamente come ha fatto con l’altro bando, mette fin dall’inizio le mani avanti: è solo uno stage, non illudetevi di rimanere.Eppure, come accennato, il ministero è in una cronica mancanza di personale da tempo. Nell’atto di programmazione del fabbisogno di personale per il triennio 2019-2021, pubblicato ad aprile dello scorso anno, si legge della «carenza di personale di questa amministrazione, rilevata al 25 marzo 2020 e quantificata in complessive 5.295» unità distribuite tra area I, II e III e personale dirigenziale. È vero, il ministero negli ultimi anni ha bandito dei concorsi pubblici, ma evidentemente il personale continua a non essere sufficiente e si preferisce creare dei programmi ad hoc per reclutare brillanti laureati da lasciare poi in mezzo ad una strada dopo sei mesi di stage.Le premesse, insomma, non sono positive. Ma per quanti in questo momento siano alla ricerca di uno stage, potrebbe convenire tentare anche questa carta. La domanda di partecipazione va compilata e inviata soltanto in modalità telematica entro le ore 14 del 13 ottobre al link procedimenti.beniculturali.it/giovani È necessario aver conseguito una laurea magistrale tra quelle indicate nel bando con una votazione pari o superiore a 105/110 entro 12 mesi antecedenti la data di pubblicazione dell’avviso pubblico.Come già nel bando precedente, più si è brillanti e qualificati, più chance si hanno di essere selezionati. Per il voto di laurea si va dagli zero punti per la votazione di 105 ai quattordici per il 110 e lode, a cui si sommano i punteggi per gli eventuali titoli ottenuti in seguito: come ad esempio 20 punti per un titolo di studio post universitario o per precedenti tirocini in ambito culturale o 30 per un dottorato. A quel punto sono ammessi alla fase selettiva i candidati con il punteggio più elevato in un numero pari al triplo dei posti a disposizione, quindi 390, che sono ammessi a sostenere un colloquio per accertare le competenze. I 130 posti di stage sono così suddivisi: 40 presso la Direzione generale archivi; 30 presso la Direzione generale Biblioteche e diritto d’autore; 10 presso la Direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio; 10 presso l’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale; 10 presso la Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali; 30 presso la Direzione generale Musei. I candidati possono far domanda per ognuna delle varie categorie, senza limiti.  I colloqui, si specifica nel bando, «si svolgeranno unicamente in modalità telematica, nel rigoroso rispetto delle norme anti Covid-19». A quel punto, al termine della selezione i candidati con il punteggio più alto sono ammessi al tirocinio e a parità di punteggio prevale il candidato più giovane. Che comincerà il suo stage di sei mesi, per 25 ore settimanali, e al termine, tornerà a casa senza che quel tirocinio possa portare a un vero inserimento lavorativo.Il ministero, quindi, ancora una volta tamponerà la mancanza di personale con degli stagisti. Ripetendo un progetto già sviluppato nel 2013 e nel 2015 su cui intervenne anche la Corte dei Conti nell’ottobre del 2016 con la relazione «I tirocini formativi nel settore dei beni culturali (2013-2015)»  in cui certificò il fallimento di quel programma, sottolinenando il limite comune a tutti i tirocini fatti negli enti pubblici, «la loro non prevista valorizzazione all’interno di un progetto finalizzato all’assunzione, come ovvia conseguenza del divieto di reclutamento al di fuori delle procedure concorsuali di accesso agli impieghi nella pubblica amministrazione».     A chi, nonostante tutto, è interessato al bando conviene affrettarsi a far domanda di partecipazione. Sullo sfondo resta il settore dei beni culturali fortemente vittima della crisi economica e pandemica, un ministero che non impara dai propri errori e tanti giovani che hanno deciso di specializzarsi nel settore dei beni artistici e culturali, forse attratti dalla ricchezza che in questo campo l’Italia offre. Del resto, abbiamo pur sempre il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, ben 55 sui 1154 totali. Peccato non saper valorizzare le professionalità che dovrebbero prendersene cura e valorizzarli – e saper offrire, anno dopo anno, solo stage senza sbocchi lavorativi.Marianna Lepore

Servizio civile all'estero, salta la partenza di 350 giovani. Diciannove paesi nella black list

Trecentocinquanta volontari del servizio civile universale in partenza per progetti di volontariato all'estero sono rimasti bloccati in Italia. La doccia fredda è arrivata con una nota del Dipartimento per le politiche giovanili che a metà agosto ha pubblicato sul sito un avviso in cui invitava gli enti per il Servizio civile a sospendere i progetti già avviati tra maggio e giugno e quelli in avvio a settembre. Una decisione presa sulla scorta del parere negativo espresso dal Maeci sull'invio di operatori in alcuni paesi esteri «in ragione dell’emergenza sanitaria globale e delle conseguenti misure restrittive, del contesto securitario o di entrambi i fattori». Non solo motivi legati al Covid dunque. Con un comunicato congiunto è arrivata la risposta delle organizzazioni attive nella gestione del serivizio civile, il Forum nazionale servizio civile, la Cnesc, Conferenza nazionale enti servizio civile, l’Aoi, associazione ong italiane, e la Rappresentanza dei Volontari, con la richiesta di trovare al più presto una soluzione. Molti dei trecentocinquanta volontari coinvolti dal blocco non erano ancora espatriati «perché per queste esperienze è prevista una precedente formazione in Italia» fa sapere Laura Milan, vicepresidente Cnesc. Quelli in loco sono al momento settanta: «Solo due persone della nostra associazione, la Papa Giovanni, si trovavano in Kenya già da luglio, ma per il momento non è stato predisposto nessun rientro». La direttiva del dipartimento per gli enti interessati all'invio di operatori è infatti quella di «sospendere le partenze» oppure, «nei casi in cui l’invio in tali territori fosse già avvenuto, a portare a conoscenza il dipartimento del nominativo dei giovani che già si trovano nei territori, indicando la data di arrivo dei giovani». Non esiste insomma un vero e proprio divieto, ma un invito a enti e volontari a prendere coscienza della situazione rispetto ai rischi presenti in quei Paesi, considerate zone rosse. Nella black list Bielorussia, Camerun, Etiopia, Kenya, Madagascar, Mozambico, Congo, Sudan, Uganda, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Perù, Cina, Filippine e India. Paesi per cui però non sono sconsigliati i viaggi di studio e di lavoro. «Non mi sento di dire che non ne capisco il motivo» afferma Enrico Maria Borrelli, presidente del Forum nazionale servizio civile. I ragazzi del servizio civile «sono contrattualizzati dallo Stato, che di conseguenza assume delle responsabilità». Ci sono contesti, «come per esempio quello dell'India, in cui è complicatissimo assicurare la protezione necessaria di fronte all'emergenza sanitaria» prosegue Borrelli: «Lì sono addirittura presenti zone franche dove la sanità proprio non arriva». In aggiunta la crisi afghana «ha creato uno sconquassamento in tutta l'Eurasia e aperto a potenziali conflitti». Comprensibile dunque la preoccupazione del ministero. Il problema è però il futuro dei ragazzi coinvolti. La soluzioni alternative proposte dal Dipartimento sono due: «il ricollocamento degli operatori presso altra sede all’estero situata in paesi considerati sicuri o presso altra sede in Italia» oppure «la prosecuzione del progetto in Italia con attività da remoto per l’estero in attesa che si ripristino condizioni favorevoli alla partenza». Nessuna delle due convince però gli enti interessati. «I progetti del servizio civile all'estero non sono realizzabili da remoto» spiega Borrelli. Sarebbe possibile in Italia, dove si fanno «attività informative o di promozione culturale». Ma i ragazzi che partono per l'estero sono assegnati a «progetti in cui si gestisce la mediazione di un conflitto: come si possono ricollocare?». Dello stesso avviso Milani: «I ragazzi vengono inseriti in realtà che già operano, con personale pronto a accoglierli». Le attività riguardano «lo sviluppo dei diritti umani, la promozione della pace, il supporto alla popolazione». Compiti precisi insomma, impossibili da spostare altrove. Domani, giovedì 16 settembre, è previsto un nuovo tavolo di confronto con il Dipartimento per le politiche giovanili. Nella precedente riunione, avvenuta a fine agosto ci sono state delle aperture su alcuni paesi, considerati 'arancioni': Mozambico, Kenya, Etiopia, Ecuador, Perù, Colombia. «Un centinaio di volontari potrebbero ricevere l'ok per le partenze in questi Paesi» fa sapere Milani, «ma ancora non possiamo dirlo finché il dipartimento non si esprimerà». Anche perché le indicazioni del Maeci riguardano solo alcune zone del Paese, «dunque restiamo in attesa di sapere quali». Da parte degli enti la richiesta è di «chiarire lo status di sospensione laddove dovesse adottare questo strumento» e in più di riconoscere il diritto «a chi non sia potuto partire o abbia deciso di interrompere il servizio di ricandidarsi ai prossimi bandi anche dopo il superamento del 29esimo anno di età» si legge nel comunicato. In più che per i volontari sia fissata «una data di avvio straordinaria ad ottobre solo se c’è la certezza di poter partire per i relativi paesi esteri compresi nella lista, evitando di lasciare così i giovani in un limbo di incertezza». Infine «che il ministero delle Politiche giovanili, di concerto con il Maeci, chieda al ministero della Salute di inserire i giovani in servizio civile tra le categorie che possono recarsi nei Paesi del cosiddetto elenco E del dpcm 2 marzo 2021, per i quali gli spostamenti dall’Italia sono consentiti solo in presenza di precise motivazioni quali, tra gli altri, il lavoro». Già nel marzo 2020, in pieno lockdown, «il governo equiparò il servizio civile ai lavori socialmente importanti per la comunità» si legge ancora nel comunicato. Nel frattempo anche la politica si è mossa con una interrogazione parlamentare, ancora senza risposta, promossa dalla parlamentare Pd Francesca Bonomo. La richiesta è nuovamente di «rivedere il blocco». In attesa di capire quale sarà la soluzione proposta dal governo, «per i progetti da avviare negli scenari di rischio l'unica soluzione è quella di rimandare al 2022 nella speranza che le condizioni mutino» chiarisce Borrelli. «Altrimenti salteranno». Ilaria Mariotti 

“Devolvi allo studio i tuoi 600 euro di indennità Covid”, partite Iva vessate dai furbetti del bonus

«Voi richiederete questo bonus e il vostro stipendio sarà decurtato di 600 euro. In sostanza continuerete a prendere quello che prendete e lo studio risparmierà su tutti quelli che possono permettersi di richiedere questa cifra»: non usa mezzi termini Monica Tricario, partner dello studio di archittetura milanese Piùarch. La richiesta risale all'aprile 2020, ovviamente, e viene diretta durante una riunione ai tanti lavoratori a partita Iva dello studio per i quali, a detta dei soci, il lavoro diminuirà causa pandemia. Per evitare di non avvalersi più delle loro prestazioni ecco l’escamotage: risparmiare 600 euro dallo stipendio di ognuno di quelli che potranno richiedere l’indennità covid alle Casse o all’Inps.Lo scandalo era già uscito un anno fa sulle pagine di Fanpage e nel luglio 2020 era anche partita un’interrogazione a risposta immediata al ministero del lavoro di Chiara Gribaudo, in cui la deputata PD evidenziava come questo bonus fosse divenuto «oggetto di trattative nella quantificazione del compenso» tanto che non pochi titolari di studi professionali avevano cominciato a decurtare le retribuzioni mensili dei collaboratori professionisti proprio dei 600 euro di bonus, «trasformando la provvidenza assistenziale loro riconosciuta in un arricchimento indebito» e soprattutto finendo per trasformare un bonus che doveva sostenere i redditi dei professionisti in difficoltà, in un vantaggio per i datori di lavoro.Gribaudo chiedeva quindi quali urgenti iniziative sarebbero state adottate per garantire la corretta percezione del bonus «per i lavoratori autonomi riconosciuto agli avvocati in regime di mono committenza, agli architetti a partita Iva e a tutti i professionisti che risultano aver subìto una corrispondente decurtazione da parte dei titolari dei propri studi professionali di riferimento». All’interrogazione aveva risposto l’allora sottosegretario al lavoro Stanislao Di Piazza, dichiarando la pratica come «palesemente illegittima» perché «verrebbe meno il presupposto stesso del bonus, che viene erogato sulla base dei redditi prodotti». Ma precisando anche che nel caso specifico della stessa prassi adottata da alcuni studi di avvocati il ministero della Giustizia «organo che esercita la vigilanza sugli ordini professionali degli avvocati ha comunicato che non risultano pervenuti al ministero esposti o denunce relativi ai fatti descritti». In pratica, senza la denuncia circostanziata dei fatti non si poteva fare nulla.Ora la notizia dello sfruttamento improprio del bonus da parte, nel caso specifico, dello studio di architettura Piùarch è ritornata alla ribalta dopo che sull’account Instagram @riordine_degli_architetti, che da mesi denuncia tutti gli annunci choc o le malefatte nell’ambiente di lavoro, è stato pubblicato l’audio di quella riunione dell’aprile 2020 in cui sfacciatamente i soci dello studio avanzavano questa richiesta ai propri collaboratori a partita iva. Trattati, a parole, come dei dipendenti.La storia è stata rilanciata sempre su Instagram da Giuditta Pini, 36 anni, deputata del Partito democratico, che l’ha definita «abbastanza deprimente». E ha presentato ieri un’interrogazione al ministro del lavoro per sapere «se è a conoscenza di questa pratica che al di là del caso specifico è stata segnalata come prassi di moltissimi studi non solo di architettura», spiega Pini alla Repubblica degli Stagisti. Nel testo dell'interrogazione viene anche chiesto cosa il ministero stia facendo «per verificare quello che è successo e quali iniziative intende prendere per fermare l’uso distorsivo della norma sulle partite iva» che permette un utilizzo massiccio di collaborazioni di questo tipo al posto di assunzioni da parte degli studi professionali. Secondo i primi dati, pubblicati dal Sole24Ore nel giugno 2020, quasi quattro professionisti su dieci iscritti alle Casse ha chiesto e ottenuto il bonus di 600 euro. E più della metà degli oltre 420mila bonus concessi sono stati distribuiti tra avvocati, quasi 140mila domande liquidate, e architetti e ingegneri, quasi 100mila. Sempre secondo questi dati, ben sei iscritti su dieci alla cassa forense e all’Inarcassa hanno ricevuto il bonus.In pratica la categoria degli architetti e ingegneri, stando a questi dati, è stata sensibilmente colpita dalla crisi. Oppure in qualche caso alcuni studi hanno approfittato di un aiuto statale per risparmiare? Già a maggio del 2020 l’Associazione di intesa sindacale degli architetti e ingegneri liberi professionisti italiani, Inarsid, aveva lanciato l’allarme sul proprio blog: «Giungono segnalazioni da parte di ingegneri e architetti ai quali, da parte di certi colleghi tra virgolette, vengono fatte richieste di ‘compensare’ il bonus di 600 euro ricevuto da Inarcassa con le loro spettanze mensili. Attenti ai “furbetti del bonus” …. Pratica inaccettabile».   Ora che si ritorna a parlare di questo comportamento scorretto, lascia stupito confrontare le dichiarazioni espresse nel file audio con la realtà. I soci di Piùarch parlano di difficoltà economiche, ma secondo la classifica annuale Guamari pubblicata nel dicembre 2020 si tratta del quarantesimo studio in Italia per fatturato. E secondo i bilanci 2020 in realtà non ha attraversato nessun periodo difficile, come invece dichiarato nella “famosa” riunione: nell’anno della crisi Covid ha avuto ricavi in aumento a 3,8 milioni di euro, con un +700mila euro sul 2019, e l’anno si è chiuso con un avanzo di utili di oltre 466mila euro, quasi triplicato rispetto al 2019. Facendo così chiudere il 2020 con 833mila euro di disponibilità liquide, come riportato in un articolo  di Francesco Floris pubblicato sul Fatto quotidiano qualche giorno. Numeri che stridono non poco con quanto detto durante la riunione registrata dal partner dello studio Monica Tricario, che parlava di crisi e contrazione del lavoro, e poi più palesemente rivelato da un altro partner Francesco Fresa con la frase «dal primo maggio non c’è lavoro per tutti quanti».Lo studio in questione ha lavorato con le maggiori case di moda, da Dolce & Gabbana a Fendi o Gucci; solo qualche mese fa ha vinto il concorso nazionale a inviti per la nuova sede milanese di Snam, e nel 2020 ha vinto il concorso architettonico internazionale indetto da Fondazione Human Technopole e Arexpo per la progettazione dell’area ex Esposizione universale 2015 dell’istituto, il Campus e l’edificio della nuova Fondazione sull’area Expo. Se lo studio fosse stato realmente in difficoltà avrebbe potuto semplicemente chiedere, per non tagliare organico, di pagare meno i propri collaboratori per qualche mese. Non di “sottrarre” loro un aiuto di Stato.In tutto questo bisogna ricordare che esistono delle sanzioni penali per i contributi a fondo perduto non spettanti. E sono precisate nello stesso decreto Rilancio che istituitiva il bonus, dove all’articolo 25 comma 14 si precisa che “nei casi di percezione del contributo in tutto o in parte non spettante si applica l’articolo 316-ter del codice penale” che punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chi presenti dichiarazioni false. Non solo: l’Agenzia delle entrate può anche procedere al recupero dell’intero importo ricevuto e applicare delle sanzioni dal cento al duecento per cento. Nel caso specifico in realtà i beneficiari non avevano dovuto dimostrare alcun calo di reddito, tanto che Tricario nella stessa riunione, a uno dei collaboratori coinvolti che chiedeva come fare per dimostrarlo, rispondeva «Non devi farlo se nel 2018 hai guadagnato meno di 35mila euro».  Quindi in realtà né lo studio né i suoi lavoratori a partita iva hanno commesso un reato. Diverso sarebbe se qualcuno dei coinvolti decidesse di sporgere denuncia. Al momento Riordine degli architetti si sta adoperando per far arrivare il video ai sindacati e al tribunale del lavoro di Milano.  Nel frattempo i singoli coinvolti potrebbero denunciare il fatto all’Inps o fare causa, ma trattandosi di collaboratori a partita Iva è improbabile che ciò avvenga, perché c'è sempre il timore di perdere il lavoro, di inimicarsi gli studi professionali, di diventare dei paria e non lavorare più. «Bisogna denunciare il fatto» dice invece Giuditta Pini «e capire attraverso ministero e suoi organi di controllo come e se si possono sanzionare questi studi. Visto che probabilmente avranno ricevuto altri tipi di agevolazioni, capire con ministero del Tesoro e Agenzia delle entrate se ci sono eventuali danni per l’erario e come punire». Nel frattempo nell’ultimo post disponibile sulla pagina facebook di Piùarch si susseguono commenti sconfortati e arrabbiati nel confronti dello studio.Che, è bene ricordare, è il caso più importante uscito ora: ma non l’unico. Tra i più eclatanti del 2020, infatti, c’è anche l’episodio dei tanti giovani avvocati le cui testimonianze sono state raccolte da Antonio De Angelis, presidente di Aiga, Associazione dei giovani avvocati, che ha raccontato come in tanti l'anno scorso avessero chiamato per denunciare il comportamento scorretto dei titolari degli studi in cui lavoravano a partita iva. Ovvero il taglio del compenso mensile, decurtato proprio dei 600 euro ricevuti dallo Stato.È probabile che la stessa situazione si sia verificata in molte altre collaborazioni a partita iva nel corso del 2020 e forse anche del 2021. Ecco perché invitiamo i lettori della Repubblica degli Stagisti a segnalarci i singoli casi per verificare quanto ampia e trasversale questa prassi, scorretta, si sia diffusa in quest'ultimo anno e mezzo.Marianna Lepore

Stage all'estero, decine di opportunità con buone indennità nelle Agenzie europee meno conosciute

Non solo Parlamento o Consiglio dell’Unione europea: sono tante le agenzie meno conosciute che offrono tirocini ben pagati e che possono essere un buon trampolino per il futuro. A differenza delle istituzioni, sono costituite come entità giuridiche separate per svolgere compiti tecnici e scientifici specifici che aiutano le istituzioni UE e gli Stati membri ad attuare politiche e prendere decisioni. Quasi tutte ospitano dei tirocini e per alcune di queste i bandi sono al momento aperti, quindi è bene non lasciarsi scappare l’occasione di fare domanda.Tra gli enti poco conosciuti c’è l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, EU-Osha, con sedi a Bilbao, in Spagna, e Bruxelles, in Belgio, che ospita un suo programma di tirocini. L’agenzia offre ai partecipanti la possibilità di comprendere le attività che svolge, acquistare esperienza pratica e lavorare in un ambiente multiculturale e multilingue. Al momento ha in corso una selezione per otto tirocini, da distribuire in quattro dipartimenti, che si svolgeranno durante l’annata 2021/22. Lo stage dura da un minimo di sei a un massimo di 12 mesi e prevede un’indennità mensile di circa 1.200 euro oltre al rimborso delle spese di viaggio di inizio e fine tirocinio se si vive in una città a più di 50 chilometri dalla sede dello stage. Per partecipare c’è tempo fino alle ore 13 del 7 settembre, data ultima entro cui spedire all’indirizzo recruitment [chiocciola] osha.europa.eu l’application form disponibile sul sito dell’agenzia. È necessario avere una laurea di primo livello, essere cittadino di uno stato membro dell’UE, avere una buona conoscenza dell’inglese e di un’altra lingua dell’unione. Si può far domanda per una sola o per più unità dell’EU-Osha e nel corso della selezione i candidati che superano un primo screening possono essere contattati telefonicamente per un’intervista per verificare disponibilità, conoscenze linguistiche e aspettative. Alla fine solo i candidati selezionati riceveranno una lettera dalle Risorse umane con i dettagli del contratto. Sul sito dell’agenzia è disponbile anche un documento con tutte le norme che disciplinano il tirocinio. L’Agenzia europea per l’uguaglianza di genere, Eige, offre due posizioni di tirocinio per cui è possibile candidarsi rispettivamente entro il 9 e il 10 settembre. Lo stage dura sei mesi, si svolge a Vilnius, in Lituania, e ha una borsa di studio mensile di 950 euro. L’Eige è un organismo autonomo dell’Unione europea attivo dal 2007 con lo scopo di promuovere la parità tra uomini e donne e, infatti, svolge attività di raccolta, analisi e diffusione di dati e informazioni sul tema dell’uguaglianza di genere. Chi volesse far domanda deve non aver già svolto uno stage in un’altra istituzione europea, avere un inglese fluente sia scritto sia parlato, un’ottima conoscenza di almeno un’altra lingua europea e dimestichezza con l’ambiente Windows. I due stage sono offerti rispettivamente uno nella Knowledge Management and Communication Unit, l’altro nell’Operation Unit. Nel primo caso lo stagista svolgerà diversi compiti nel campo della comunicazione visto che si occuperà dei social media, di redigere presentazioni in Power Point e newsletter, di organizzare meeting ed eventi. Lo stage nell’Operation Unit sarà invece nel campo dell’uguaglianza di genere, e lo stagista assisterà tutte le fasi del lavoro di ricerca dell’Istituto sui temi dell’uguaglianza e della violenza di genere, contribuendo alle attività di comunicazione dell’Eige. Per questo stage, tra i requisiti, c’è anche la richiesta di un’iniziale esperienza nel campo delle tematiche chiave dell’Istituto: vanno bene un tirocinio, una tesi o una specializzazione. Per fare domanda è necessario compilare in inglese in ogni sua parte e inviare l’application form scaricabile da questo link entro le 13.30 del giorno di scadenza all’indirizzo mail eige.hr [chiocciola] eige.europa.eu I candidati devono essere pronti, qualora selezionati, a inviare attestati o documenti che accertino le qualifiche inserite in fase di domanda. La commissione esaminatrice può anche decidere di sottoporrli a un colloquio. Se selezionati, partirà lo stage che oltre al rimborso spese mensile prevede anche un’indennità di viaggio ma non l’assicurazione sanitaria a cui deve pensare lo stagista direttamente. Per avere informazioni su com’è vivere in Lituania si può dare un’occhiata ai link messi a disposizione da Eige. Anche il Centro comune di ricerca (Joint Research Center) ha al momento le application aperte per fare un tirocinio  in una delle sedi in cui sono dislocati i suoi uffici: Belgio, Italia, Germania, Spagna o Olanda. È possibile mandare la propria candidatura entro la mezzanotte del 13 settembre. Questo ente offre sia tirocini legati alla redazione di una tesi sia un tirocinio entro i cinque anni seguenti alla laurea. Per il 2022 il JRC cerca in particolare degli stagisti scientifici in 18 aree, i cui dettagli sono disponibili nella descrizione. Non è specificato il numero totale di posti – verosimilmente almeno uno per area per un totale di 18 stage. La prossima sessione di stage comincerà il primo marzo e durerà cinque mesi e il rimborso spese mensile sarà tra i 1.100 e i 1.400 euro a seconda del paese in cui si svolgerà. Anche in questo caso per fare domanda è necessario registrarsi, creare un account e a quel punto compilare tutte le sezioni previste.  C’è tempo ancora fino al 30 settembre, invece, per far domanda per uno stage presso il Comitato economico e sociale europeo con sede a Bruxelles. Quest’organo consultivo dell’Unione europea ospita due sessioni di tirocinio nel corso dell’anno, primaverile e autunnale, per un totale – almeno stando alla specifica dello scorso anno – di 26 stage distribuiti in altrettanti dipartimenti. La prima sessione si svolge da febbraio a luglio ed è quella per cui c’è ancora tempo per fare l’application, la seconda va da settembre a febbraio e di solito si può far domanda a partire dai primi giorni di gennaio. Il rimborso spese, che normalmente viene rivisto a inizio anno, al momento è di circa 1.230 euro al mese. Sul sito è disponibile una pagina con tutte le faq relative agli stage offerti. Per partecipare è necessario compilare online l’application form, solo dopo aver completato tutte le sezioni è possibile l’invio e si riceve un numero di registrazione. Se pre-selezionati si riceverà un’email con richiesta di copia dei documenti come il diploma di laurea o la carta d’identità. Solo se selezionati verrà richiesto anche il casellario giudiziario e un certificato medico.Altra interessante opportunità quella offerta dall’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale (Euspa) con sede a Praga. L’Euspa offre, infatti, tirocini pagati per la durata massima di un anno per vari dipartimenti. Al momento è possibile fare l’application per sei diverse sezioni: risorse umane, legale, market development, Galileo services e Egnos services. Solo per quest’ultimo dipartimento lo stage potrebbe essere o nella capitale ceca o a Tolosa in Francia. Il rimborso spese offerto è di 1.200 euro al mese, che può essere riparametrato se si sceglie uno stage part time. A questo si aggiunge l’eventuale rimborso delle spese di viaggio di inizio e fine tirocinio. Tra i requisiti c’è la richiesta di un casellario giudiziario pulito e un’iniziale esperienza o conoscenza del settore di cui si occupa l’Agenzia. Le candidature sono aperte tutto l’anno con la data ultima di registrazione del 15 dicembre. Poi non appena c’è un posto libero disponibile il candidato viene contattato per un colloquio telefonico. Tutti i candidati saranno informati del corso della loro application e del relativo esito. Per partecipare alla selezione è necessario registrarsi sul portale dedicato e creare il proprio account. A quel punto sarà possibile far domanda e completare tutte le nove sezioni del modulo.  Anche l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ospita tirocini per cui l’apertura delle domande è partita a fine marzo ed è tutt’ora in corso fino al 31 dicembre. In questo caso la sede dell’agenzia è Parigi, in Francia. L’ESMA è un’autorità indipendente che contribuisce a preservare la stabilità del sistema finanziario dell’Unione europea promuovendo la stabilità e il buon funzionamento dei mercati finanziari. L’agenzia offre tirocini sia a laureati di primo livello che agli studenti universitari. Nel primo caso il rimborso spese mensile sarà di circa 1.800 euro, nel secondo di circa 1.200. Tre i profili per cui è possibile far domanda da questo link: finanziario, legale e trasversale. Per ognuno dei tre percorsi, che possono durare dai sei ai dodici mesi, ci sono dei requisiti specifici che è bene consultare sul sito. Per fare domanda è necessario prima creare il proprio profilo sul portale per le assuzioni dell’ESMA e completare nella sezione “Mio Profilo” le informazioni personali e il curriculum. A quel punto basterà selezionare “Apply” vicino al profilo prescelto per registrare la propria domanda.Anche l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (Acer) ha un programma di tirocini rivolto principalmente ai giovani laureati. In questo caso non c’è nessuna scadenza per fare domanda, le application sono sempre aperte. Come per l’Eige, anche in questo caso non bisogna aver svolto precedentemente stage in un’istituzione o organo dell’Unione europea, avere almeno 18 anni, essere cittadino di uno Stato membro e aver completato almeno un ciclo di studi universitario triennale. È necessario avere una buona conoscenza della lingua inglese e di un’altra lingua europea. Il tirocinio dura da un minimo di tre a un massimo di sei mesi e può essere rinnovato una volta fino a un massimo totale di 12 mesi. Lo stage si svolge a Lubiana, in Slovenia, e prevede un rimborso spese mensile che da quest’anno è pari a 1.058 euro. In aggiunta per chi svolge un tirocinio di almeno tre mesi è possibile chiedere il rimborso spese del viaggio di andata e ritorno dal proprio paese di origine e tutti gli stagisti hanno l’abbonamento mensile gratis al trasporto pubblico cittadino. Se interessati bisogna quindi compilare l’application form presente su questa pagina, allegare copia del proprio diploma e inviare tutto alla mail traineeship[at]acer.europa.eu L’Agenzia stila un elenco dei candidati idonei in base ai posti disponibili e alle esigenze attuali e prima della decisione finale il Team Risorse umane può cntattar ei candidati per verificare idoneità, competenze linquistiche e reciproche aspettative. Sarà poi il Direttore dell’Acer a decidere chi selezionare. Tutti i candidati, però, sono informati sugli esiti della procedura. Causa pandemia Covid e conseguenti restrizioni di viaggio, l’Acer avvisa che ha adottato test scritti online e colloqui orali, ma che le informazioni in merito saranno date solo ai candidati preselezionati. Marianna Lepore

No al lavoro al massimo ribasso, il ministero modifica un bando per restauratori dopo le proteste

Un bando per la selezione di tre sole figure professionali che riesce a fare molto rumore e obbliga il Ministero della cultura a una retromarcia. È la selezione di restauratori di materiali cartacei pubblicata dal Mic il 15 luglio per una procedura comparativa finalizzata al «conferimento di tre incarichi individuali, per lo svolgimento di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di beni la cui tutela è affidata all’Istituto centrale per la grafica».  Apparentemente una buona notizia per il settore cultura, che viene da due anni di lavoro ai minimi termini, ma in realtà più che un’offerta di lavoro sembra una richiesta di prestazione gratis.Il bando, infatti, nella sua prima versione prevedeva all’articolo 7 per la “valutazione comparativa delle candidature” la nomina di una Commissione interna che avrebbe accertato il possesso dei requisiti e attribuito dei punteggi per la valutazione di merito del curriculum secondo dei parametri ben definiti per titolo di studio ed esperienza lavorativa. Scorrendo la specifica saltano all’occhio i comma 7 e 8. Nel primo si precisava che sarebbero stati attribuiti 0,50 punti «per ogni riduzione di un euro sulla tariffa oraria definita nel bando di 35 euro per prestazioni per l’Istituto e per gli esterni», nel secondo, addirittura, che sarebbe stato attribuito un punto aggiuntivo «per la disponibilità di ogni ora lavorativa settimanale gratuita a favore dei beni dell’Istituto». In pratica il ministero della Cultura nel bando per la selezione di restauratori per l’Istituto centrale per la grafica metteva nero su bianco che chiunque avesse offerto una riduzione in euro quanto più alta sulla tariffa base oraria definita e una disponibilità a lavorare gratis per più di un’ora a settimana avrebbe avuto più punti e quindi più possibilità di essere selezionato.Accetta di lavorare gratis e sarai selezionato. Un concetto a cui i giovani italiani, purtroppo, sono abituati, ma che stride più del solito se a dirlo è un ministero. Ad accorgersi dell’incredibile refuso è stata l’associazione Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali, che dal 2015 porta avanti una battaglia per la valorizzazione dei lavoratori dei beni culturali. E che il 20 luglio è partita all’attacco con una campagna sui social «Più lavori gratis più hai punteggio» o «Se lavori gratis, scali la graduatoria» chiedendo direttamente al ministero, su Twitter, «Stavolta l’hanno addirittura scritto nero su bianco, in una guerra al massimo ribasso. Non vi vergognate a speculare così sulle nostre vite?».Grande stupore anche perché nemmeno due settimane prima, nel corso del G20 cultura, l’associazione era stata a Roma a manifestare e lì aveva incontrato il sottosegretario Lorenzo Casini portando come sempre avanti tutte le battaglie intraprese in questi anni. «A fine giugno avevamo manifestato davanti al ministero della cultura con le lavoratrici e i lavoratori esternalizzati di tutta Italia, da Taranto a Roma a Milano», spiega alla Repubblica degli Stagisti Rosanna Carrieri, 25 anni, portavoce dell’associazione . La decisione di manifestare era stata presa dai lavoratori del settore culturale, «noi abbiamo colto questa richiesta e deciso di unirci alla protesta, vista anche la situazione sempre più difficile nel nostro settore, peggiorata a causa della pandemia». Grazie a questa manifestazione l'associazione aveva finalmente ottenuto un primo incontro con il ministero. Contatto stabilito, interlocuzione partita, e da qui la prima richiesta concreta: modificare il bando (di cui curiosamente, a oggi, è impossibile reperire la prima versione). Ricapitolando: con questa selezione chi si offriva per una retribuzione più bassa aveva più chance di essere chiamato. Ma già il compenso di partenza scelto dal ministero – da cui quindi partire per la cifra al “ribasso” – era minimo: una tariffa oraria di soli 35 euro. La protesta sollevata sui social dall’associazione Mi Riconosci? questa volta ha ottenuto un grande risultato. La denuncia pubblica, infatti, è del 19 luglio e già il giorno seguente l’ufficio stampa del Mic era uscito con un comunicato dichiarando che «Il capo di gabinetto del ministero della cultura professor Lorenzo Casini ha provveduto a richiedere la modifica immediata del bando emanato dal Direttore dell’Istituto centrale per la grafica, con la richiesta di cancellazione della parte relativa all’attribuzione di un punteggio nella valutazione delle candidature che offrano “disponibilità di ore lavorative gratuite a favore dei beni dell’Istituto”. Il bando in questione dovrà essere modificato anche nel punto in cui si fa riferimento all’attribuzione di punteggio nei casi di “riduzione della tariffa oraria settimanale definita nel bando”, che dovrebbe essere ritenuta congrua per lo svolgimento delle attività ipotizzate». Il comunicato è stato condiviso sui social network: «Per il ministero della Cultura nessuna prestazione professionale, per di più specializzata e altamente qualificata come quella dei restauratori, dovrebbe essere oggetto di meccanismi di ribasso retributivo» è la precisazione del capo di gabinetto Casini. La soddisfazione dell’associazione Mi Riconosci? è palpabile: «Abbiamo dovuto lavorare e lottare per più di cinque anni, ma alla fine per la prima volta è successo: il ministero della Cultura ha modificato un bando facendo seguito a una nostra denuncia, con parole che sembrano uscite dal nostro ufficio stampa».Un risultato importante che, però, è solo «una goccia in un vaso», visto che servono «riforme che blocchino tutti i bandi di questo tipo». E resta sullo sfondo una domanda: com’è possibile che dal ministero nessuno avesse pensato prima della pubblicazione del bando che una richiesta di quel tipo fosse sbagliata? L’associazione dopo questo importante traguardo raggiunto non demorde e va avanti contro tutti i bandi che chiedono il massimo ribasso e il lavoro gratuito.Nel settore culturale «la situazione concorsi è abbastanza variegata, e la pratica delle richieste al ribasso è abbastanza diffusa» spiega Carrieri: «Ma non dimentichiamo, ad esempio, il bando per la digitalizzazione che cercava figure altamente specializzate per dar loro solo dei tirocini sottoretribuiti con una cifra forfetaria». Come a dire: potrebbe andare anche peggio, anzi a volte va peggio.Al momento è ancora possibile far domanda per questa selezione: il termine ultimo di partecipazione è la mezzanotte del 31 agosto. Bisogna ricordare che gli incarichi non hanno limiti temporali precisi, visto che all’articolo 5 il bando spiega che «quando il primo operatore raggiungerà un fatturato complessivo compreso tra i 10mila e i 12mila euro, gli subentrerà il secondo e così via il terzo e poi nuovamente il primo, fino a un massimo di tre». Il tutto per tre anni rinnovabile una sola volta, con un contratto «professionalmente autonomo».L’associazione Mi Riconosci?... nel frattempo continua a portare avanti un dialogo con il ministero sulla gestione più ampia del settore culturale e dello sfruttamento dei lavoratori e lavoratrici del settore: «È la prima volta che il ministero accoglie in modo così evidente una nostra richiesta. In passato abbiamo evidenziato altre problematiche simili ma quando abbiamo chiesto tavoli di confronto siamo stati spesso ignorati», osserva Carrieri: «Perciò questo risultato è importante, probabilmente anche frutto della mobilitazione degli ultimi mesi. Non basta, però, rettificare un bando per risolvere tutte le difficoltà che ci sono nel settore». L’obiettivo, infatti, è continuare il dialogo con il ministero e «riuscire man mano a ottenere un vero riconoscimento delle professioni dei beni culturali tale da renderle professioni sostenibili».Per questo motivo l’associazione era presente il 29 e 30 luglio a Roma per organizzare un Oltre il G20 insieme all’Unione sindacale di base, all’associazione nazionale archivistica italiana, all’associazione italiana biblioteche e a tante altre. L’obiettivo era porre in contraddizione questa riunione dei ministri della Cultura delle venti più grandi economie del mondo con lo stato attuale del mondo culturale. «C’è stato uno spettacolo passerella al Colosseo» si rammarica Carrieri, mentre il ministro Franceschini «continua a parlare a pochi eletti ignorando le lavoratrici e i lavoratori del settore culturale». Emblematico resta il video del dialogo tra il Presidente del Consiglio Draghi e Franceschini che l’associazione è riuscita a catturare durante una passeggiata all’interno del Colosseo nel G20, in cui a proposito delle critiche degli archeologi nei confronti del progetto Colosseo, l’attuale presidente del Consiglio diceva che «se uno ascolta troppo gli esperti non fa niente».  Una frase «che ci sembra abbastanza emblematica di quello che è stato il G20 cultura e di quanto ci fosse stato bisogno di manifestare in quei giorni».Ora restano vive le battaglie per la stabilizzazione dei lavoratori esternalizzati e la richiesta di pieno riconoscimento: «Fin quando il ministero tratterà la cultura come un passatempo o un hobby non ci sarà un vero riconoscimento delle professioni dei beni culturali».Marianna Lepore