Categoria: Notizie

Portare lavoro al Sud, grazie al cambio di paradigma digitale Bip apre due nuove sedi in Puglia

Creare lavoro al sud Italia. Una missione urgente, se si pensa che dalle Regioni del Mezzogiorno tra il 2002 e il 2021 c'è stato un “deflusso netto” di 808mila under 35, di cui 263mila laureati: oltre l'80% di loro, stando al Rapporto Svimez, si è spostato al centro-nord. In quello stesso periodo la quota di emigrati meridionali con elevate competenze si è quasi quadruplicata: oggi sono quasi uno su tre quelli che partono con una laurea in tasca.Perché si lascia la propria terra? A volte per curiosità, voglia di scoprire il resto del mondo. A volte, invece, perché si sente di non avere altra scelta. E molto spesso, in questo caso, la ragione è semplice: la mancanza di lavoro, o di un lavoro adeguato alle proprie competenze e ambizioni. Se nel posto in cui si vive non c'è un mercato del lavoro sufficientemente mobile, stimolante, si va a cercare opportunità altrove. Capita che la scelta avvenga addirittura prima: tra il 2000 e il 2022 le università del Mezzogiorno hanno registrato una diminuzione degli immatricolati del 4%, mentre quelle del centro-nord un incremento del 30%. Gli studenti meridionali che "salgono" fin dalla triennale per studiare, racconta lo Svimez, sono sempre di più – così come quelli che, completata la triennale nella loro Regione d'origine, scelgono il centro-nord per la magistrale o un master. Così il sud d'Italia si spopola – la popolazione tra il 2011 e il 2023 si è ridotta di oltre un milione di persone, a fronte di una sostanziale stabilità nel centro-nord – e ad andarsene sono sopratutto quelle energie giovani che invece avrebbero tanto da dare ai territori.E quindi, bisogna creare lavoro al sud. Creare imprese locali, certo. Ma anche, da parte di aziende nate al centro-nord, aprire sedi nel Mezzogiorno. È uno dei progetti di Bip, la più grande società di consulenza a matrice italiana, da molti anni parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti. Dopo aver aperto uffici a Palermo, Catania e Messina, Bip sbarca ora in Puglia con una doppietta: una sede “flagship” a Bari e una sede “di progetto”, in joint-venture con un'azienda cliente, a Lecce.«Ci stiamo muovendo nei territori dove c'è un incrocio tra buone università, e quindi disponibilità di talenti, e la possibilità di servire i clienti al meglio, con infrastrutture adeguate» spiega Alberto Idone, entrato in Bip nel 2004, quando era un ventiseienne fresco di laurea in microelettronica appena tornato da un biennio negli Usa, e cresciuto all'interno dell'azienda fino ad essere oggi, a 45 anni, partner con la responsabilità di group managing partner Italy. Le università, in particolare, sono un nodo centrale dell'iniziativa: Bip è interessata soprattutto a candidati con background STEM (science, technology, engineering and mathematics)  e «il livello di gestione e di qualità degli atenei del Sud è adesso molto alto» assicura Idone. Un circolo virtuoso, perché la partnership di una grande azienda (oggi Bip è presente in tredici Paesi nel mondo e impiega oltre 5mila persone a livello globale) con le università porta anche gli studenti ad avere più fiducia in un possibile sbocco lavorativo dopo la laurea: «Uno dei temi annosi del Sud è che molti giovani non vanno all'università perché dopo non c'è un futuro, e allora pensano che sia meglio iniziare a lavorare». Da questo cul-de-sac si esce solo creando effettivamente opportunità di lavoro di qualità nei territori. Peraltro, Bip seleziona per le sue sedi al sud anche profili umanistici, per ruoli di organizzazione e di risorse umane.All'inaugurazione della sede di Bari, a fine gennaio, era presente il sindaco Antonio De Caro; il presidente della Regione Michele Emiliano è passato il giorno dopo, durante il “Talent Discovery Day” organizzato per far conoscere Bip alla città e raccogliere le prime candidature spontanee. Il progetto prevede di portare 250 posti di lavoro in Puglia da qui alla fine del 2025: al momento in organico ci sono già una trentina di persone, e le risorse umane sono al lavoro per vagliare i cv arrivati – già oltre duecento. E il famigerato digital divide? «Il 60% dei residenti del Mezzogiorno ha difficoltà di accesso a Internet, è vero; ma il gap in questi anni è stato colmato parecchio, soprattutto nei grandi centri cittadini. La situazione cambia ovviamente nei paesi dell'entroterra, ma nel caso di Bari, Lecce, Palermo non abbiamo alcun problema» assicura Idone: «La riduzione del digital divide è un fattore abilitante. Dieci anni fa, o anche solo cinque, sarebbe stato impossibile, perché per il nostro lavoro abbiamo bisogno della banda larga» non solo banalmente per le riunioni Teams ma anche «per alcune attività in cui ci sono grandi file da trasferire: la banda larga è precondizione». E nei grandi capoluoghi del Mezzogiorno funziona bene come a Milano.Le sedi al sud possono anche essere preziose per le persone che vogliono “tornare”. A chi proviene dalla Puglia, o dalla Sicilia, e un lavoro ce l'ha già – in Bip, o altrove – al centro-nord, si apre d'un tratto la possibilità di ritornare nella propria Regione senza dover abdicare, come spesso accade, alle proprie ambizioni professionali. Per molti questa possibilità ha un valore incommensurabile. «Prima che professionisti siamo tutti persone» dice Idone con semplicità: «Se la persona è più a suo agio, non c'è dubbio che poi il professionista riesca anche meglio nel suo lavoro». Bip ha già gestito finora una trentina di richieste di questo tipo da parte di suoi dipendenti desiderosi di rientrare in terra natìa, con dei periodi di «transizione». Peraltro, queste nuove sedi sono anche pensate per ridurre uno degli aspetti meno positivi del lavoro nel settore della consulenza: e cioè l'alto turn-over. «Nei mercati molto maturi, come Milano e Roma, il tasso di turn-over è naturalmente alto, soprattutto nei giovani alle prime esperienze di lavoro», a cui può capitare, «dopo aver studiato materie di ampio respiro», di sentirsi stretti quando vengono messi a lavorare su progetti «molto focalizzati, verticali». La possibilità di “testare” più ambienti di lavoro è naturalmente legittima, ma le aziende virtuose ci tengono a costruire con i dipendenti collaborazioni durature. «Noi impostiamo le relazioni sempre a lungo termine, non ci interessa avere interinali per coprire degli spike» conferma Alberto Idone. Nelle sedi del sud il turn-over è molto meno marcato, probabilmente perché «le persone sono  più a loro agio; sono in una comfort zone perché vivono dove hanno costruito il loro bagaglio di affetti, di relazioni; e così sono più focalizzate, concentrate. Questo va migliorare tutte le dinamiche del lavoro: per noi sembra essere una scommessa vincente».Per queste sedi del sud, che non possono contare su un grande "indotto" di mercato territoriale, Bip ha ideato una strategia particolare: «Le abbiamo specializzate con dei temi principali. A Palermo, la cyber security. A Bari vogliamo lanciare un centro di eccellenza digitale sull'AI, l'intelligenza artificiale» spiega Idone. Un progetto di ampissimo respiro, perché «l'intelligenza artificiale è un settore dove in questo momento c'è molta ricerca e sviluppo, molte tecnologie sono in fase di sperimentazione; non ci sono ancora molti casi di applicazione pratica, ma stanno emergendo». Secondo il manager «la curva di domanda esploderà dal secondo semestre di quest'anno in avanti». E Bip sarà pronta. Con i suoi trecento professionisti già attivi nel campo dell'AI sparsi in Italia, e con quelli che andranno a costituire il nuovo gruppo di lavoro pugliese.«I clienti più importanti, i "consumatori della consulenza", sono le grandi aziende; e al sud ce ne sono ancora poche rispetto a quante ce ne sono al nord» spiega Alberto Idone: «Con un network solo locale il progetto Sud non sarebbe potuto decollare. È proprio il cambio di paradigma che sostanzialmente svincola la presenza fisica dal luogo del cliente che ci permette di attuarlo».Il cambio di paradigma vuol dire che oggi una persona può lavorare per uno dei clienti più importanti a livello mondiale non dalla sede di Milano, di Roma o di New York, ma da quella di Palermo. E questo grazie alla tecnologia. « È uno dei pochi lati positivi di quella sciagura che è stato il Covid» riflette Idone. E non solo dal punto di vista informatico – «le tecnologie non sono che degli strumenti, alla fine» – ma anche per «le nuove modalità sociali: oggi è più facile impostare le relazioni a distanza, c'è più abitudine». Il che permette a un cliente di accettare che il suo consulente non sia insieme a lui in ufficio, ma altrove. Magari in un'altra città. Magari in Puglia. Magari nell'ufficio di Bari Vecchia con vista sul porto di Bari e sul mar Adriatico: «Una volta sarebbe stato impossibile. È un cambiamento culturale». 

Diritti degli stagisti diversi da Paese a Paese, il compenso è nodo della discordia: l’analisi europea

Sono passati dieci anni – correva l’anno 2014 – dalla pubblicazione della raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea per tirocini di qualità negli Stati membri. Un ulteriore elemento per approfondire il tema arriva ora da un report della Corte dei Conti europea presentato pochi giorni fa: “Azioni dell’Ue a sostegno dei tirocini destinati ai giovani”.Il documento, in realtà, non introduce nuovi elementi e non anticipa le azioni prossime venture del Consiglio: è semplicemente un’analisi basata in parte su informazioni di dominio pubblico e in parte su materiale raccolto appositamente o durante precedenti lavori di audit. In pratica una fotografia dello stato dell’arte.L’obiettivo principale è quello di «fornire ai portatori d’interesse e al grande pubblico una fonte di informazioni obiettiva e utile in vista dell’aggiornamento del quadro strategico dell’Ue relativo ai tirocini, al momento in corso», riassume Eva Lindström della Corte dei Conti Europea, responsabile dell’analisi. C’è un messaggio principale che arriva dalla relazione: «Ormai da dieci anni abbiamo una norma priva di efficacia vincolante e possiamo vedere che la maggior parte degli Stati membri non l’ha attuata pienamente», si rammarica Lindström. Il momento è «tempestivo», in quanto il dibattito pubblico sui tirocini “equi” è più che mai attuale: anche per questo Lindström si augura che la relazione venga «presa in considerazione dagli stakeholder».A parte la constatazione che se già gli stati in questi dieci anni avessero attuato la raccomandazione del 2014 pienamente la situazione sarebbe migliore, i punti chiave del documento sono tre: una definizione di tirocinio – che al momento differisce tra i vari Stati membri – e poi una maggiore disponibilità di dati attendibili e un accesso più equo alle opportunità, che non lasci fuori i giovani che arrivano da contesti sociali differenti. «I tirocini sono diventati molto importanti per accedere al mercato del lavoro. Se funzionano bene creano una situazione vantaggiosa per i tirocinanti e per i datori di lavoro. Certo c’è il rischio che alcuni sfruttino gli stagisti per sostituirli ai dipendenti e ci sono forti preoccupazioni anche sulla qualità degli stage offerti» spiega Lindström alla Repubblica degli Stagisti.La Corte dei Conti europea ha utilizzato due fonti principali, i sondaggi Eurobarometro del 2013 e del 2023, confrontandoli, e ha condotto una propria indagine presso le autorità di gestione all’interno dei singoli Stati membri. «I dati sui tirocini non si riflettono bene nelle statistiche ufficiali e oggi non esiste una loro raccolta sistematica. Per esempio, non ci sono informazioni precise sugli importi o sul numero esatto di formatori che beneficiano dei fondi europei» premette Lindström.Sulla base dei dati a disposizione, la Corte dei Conti europea stima che ogni anno ci siano circa 3,7 milioni di giovani europei che intraprendono un tirocinio come prima esperienza nel mondo del lavoro, al di fuori del percorso di studi (ovvero quelli che in Italia chiamiamo extracurriculari), a cui si aggiungono i tirocini nel sistema educativo – i curriculari. «Se dovessimo stimare il numero totale di tirocini nell’intera Unione europea, penso che arriveremmo a circa 13 milioni all’anno, compresi anche i formativi». Almeno 700mila avvengono in Italia, «veramente tanti» osserva Lindström. Che allontana però l’idea secondo la quale ridurre il numero degli stage potrebbe aumentarne la qualità: «Non vedo perché: non c’è una quantità definita per cui più tirocini hai, meno qualità ottieni. È una responsabilità dei datori di lavoro, certamente, ma anche del legislatore». Tornando al documento, Lindström si sofferma sul raffronto tra il rapporto Eurobarometro 2023 e quello del 2013: nel più recente si nota come «lo svolgimento di tirocini di qualsiasi tipo è diventato molto più frequente. Quindi aumentano i numeri, ma non esiste una definizione chiara di cosa sia uno stage, con 16 membri su 27 che non hanno una definizione giuridica del tirocinio». La raccomandazione del 2014 (che peraltro non era vincolante, cioè non prevedeva per gli Stati membri l’obbligo di recepirla ed emettere normative corrispondenti ai principi che vi erano espressi – insomma, era sostanzialmente solo parole) non chiariva, poi, se e a quali condizioni i tirocinanti potessero o dovessero essere considerati lavoratori. Una questione invece «importante da affrontare: c’è competenza dell’Unione europea nella politica sociale rispetto alle condizioni di lavoro dei lavoratori, quindi se i tirocinanti fossero considerati tali, sarebbero protetti dalla legislazione europea». In pratica, osserva Lindström, sul tema tirocini c’è confusione, addirittura per alcuni Paesi non è contemplata una definizione giuridica del tirocinante. Le raccomandazioni del Consiglio dell’Ue stabiliscono poi una sorta di requisito minimo per tirocini “di buona qualità”, ma solo una minoranza di Stati membri ha allineato il proprio quadro giuridico alle raccomandazioni. E questo «potrebbe comportare il rischio di sfruttamento dei giovani». E poi c’è una questione chiave, da sempre sostenuta dalla Repubblica degli Stagisti: la sostenibilità economica dello stage. «La questione del compenso è il punto di disaccordo tra le parti interessate quando si parla di tirocini di qualità. Da una parte i sindacati e le organizzazioni giovanili si sono battuti per vietare gli stage gratis» riassume Lindström: «Dall’altra le aziende affermano che il tirocinio è un’esperienza di apprendimento e come tale non è lavoro. Non solo, hanno anche sostenuto che se si dovesse avere l’obbligo di retribuire i tirocinanti, le aziende avrebbero più costi e anche un maggiore onere amministrativo». Svolgere un periodo di stage gratuitamente, però, comporta disparità di opportunità, perché non tutte le famiglie possono sobbarcarsi le spese connesse al mantenimento di un figlio stagista per settimane o addirittura mesi. Il rapporto non ignora questo tema, evidenziando anzi il problema dell’assenza di rimborso spese e il grande disaccordo che c’è sulla tematica, ma non offre indicazioni su cosa fare. Lindström, però, non si sottrae alla domanda se la remunerazione oggi sia un fattore di qualità: «Penso di sì. Ricordiamo però che si tratta sempre di un mercato del lavoro, quindi nessuno è obbligato a fare un tirocinio. Oggi è diventato normale farlo, e questo potrebbe portare alcuni giovani a pensare che sia più o meno necessario avere un certo numero di stage nel curriculum per poter entrare nel mercato del lavoro. Mettendo alcuni di loro in una situazione molto difficile, con la sensazione di essere costretti a fare non solo uno, ma forse due o tre, magari senza rimborso spese, per potere fare poi domanda per un lavoro. Non tutti, però, hanno la disponibilità economica per farli gratuitamente».La responsabile dell’analisi della Corte dei conti europea evidenzia anche che in ben dieci Stati europei non vi è alcun obbligo legale di pagare gli stagisti neppure nel caso dei tirocini nel “mercato libero” (ovvero quelli extracurriculari, non legati all’acquisizione di qualifiche professionali). La raccomandazione del 2014 del Consiglio dell’Unione europea non viene applicata in modo uniforme dai vari Paesi e questo anche perché è una soft law, ovvero una norma priva di efficacia vincolante diretta. «Sono dieci anni che usiamo questa soft law e ancora non è stata implementata da tutti!», sottolinea Lindström, convinta che nella prossima revisione i legislatori dovrebbero partire innanzitutto dalla definizione di tirocinio.In realtà, anche se i politici europei ora dovessero decidere di produrre una nuova raccomandazione, non ci sarebbe comunque di nuovo alcun obbligo per gli Stati membri di applicarla. «La questione su cui si sta concentrando ora il legislatore è se sia sufficiente produrre una nuova soft law o se si dovrebbero compiere ulteriori passi verso una sorta di testo più vincolante». Produrre una nuova raccomandazione, infatti, significherebbe ancora lasciare su base volontaria dei singoli Paesi la scelta di applicarla. Perché l’istruzione, aggiunge un senior auditor della Corte, «è di competenza degli Stati. Il ruolo dell’Unione è quello di sostenere e integrare, non può fare molto altro».Il testo sui tirocini pubblicato pochi giorni fa dalla Corte serve quindi per esaminare le informazioni sul tema di dibattito e fornire un’analisi che dia sufficienti notizie a politici e parti interessate sullo stato attuale della situazione.Per capire l’applicazione della precedente raccomandazione del Consiglio, del 2014, bisogna approfondire i dati della relazione. Nelle legislazioni nazionali c’è, di solito, un buon grado di attuazione dei tirocini collegati alle politiche attive del mercato del lavoro (Paml) e un grado minore per quelli del libero mercato, totalmente vietati in Francia. Gli unici Paesi in cui i principi di qualità del 2014 nei tirocini Paml sono attuati pienamente sono l’Austria e il Belgio. Quelli in cui sono attuati parzialmente sono, invece, Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Croazia, Slovenia, Grecia e Malta. Negli altri i principi di qualità del 2014 sono stati in gran parte applicati. Diversa la situazione per i tirocini nel libero mercato, ovvero secondo l'analisi della Corte quella parte di stage extracurriculari che non sono collegati a politiche attive nel lavoro ma guidati da un accordo tra tirocinante e datore di lavoro, poco comuni in Italia, Slovacchia, Estonia, Finlandia e Svezia; vietati in Francia e Lettonia; attuati parzialmente in Irlanda, Paesi Bassi, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Croazia e Grecia; e attuati in gran parte solo in Spagna, Belgio, Slovenia, Romania, Bulgaria e Lituania.A rendere difficoltosa la comprensione di questi dati è la modalità di categorizzazione dei tirocini, molto diversa da quella usata in Italia – dove i tirocini extracurricolari sono, appunto, 320mila all'anno, quindi non pochi. In sostanza la Corte dei Conti europea distingue innanzitutto due macrocategorie, stage formativi e  stage “nel mercato del lavoro”, che sono quello che noi chiamiamo curricolari ed extracurricolari. Ma poi ciascuna di queste macrocategorie è a sua volta scomposta in altre due aree. I curricolari vengono suddivisi in un primo segmento, quello dei tirocini “collegati a programmi di istruzione”, e in un secondo segmento di tirocini “professionali obbligatori”. Gli extracurricolari invece possono essere “legati alle politiche attive per il mercato del lavoro” oppure quelli “nel libero mercato”. Questi ultimi sono i meno regolamentati, non legati a qualifiche riconosciute, e in pratica dipendono da un singolo accordo tra il datore di lavoro e il tirocinante, e sono infatti indicati come "poco comuni" in Italia. Adesso sta ai legislatori farsi carico delle decisioni politiche per cambiare il quadro di qualità dei tirocini e introdurre i giusti elementi per vederne l’applicazione omogenea sul territorio. Qualcosa si muove: la scorsa settimana c’è stato un nuovo dibattito in Parlamento europeo con la Commissione europea in cui sono state rimarcate le richieste arrivate lo scorso anno dal Parlamento per norme chiare su durata e compenso dei tirocini oltre all’accesso alla protezione sociale. Tutto tace però sul fronte del nuovo testo del Consiglio, di cui al momento non circola nemmeno una bozza. Marianna LeporeFoto in alto a destra: ECA copyrightFoto di apertura: da Freepik in licenza gratuita

Smartworking dall’estero, una rarità: in EY adesso si può grazie alla “job portability”

Quando si parla di smartworking, viene naturale dare per scontato che si possa lavorare da remoto da qualsiasi posto: casa propria, un bar, il parco, la casa al mare…  ammesso che ci sia una buona connessione internet, beninteso. Non è proprio così. Si può, ma rimanendo nei confini del proprio Paese. Questa poco conosciuta limitazione territoriale diventa ovviamente un ostacolo se una persona ha necessità o voglia di stare all’estero per un periodo, senza per questo sospendere la sua attività lavorativa. E non si tratta solo di una peculiarità tutta italiana dovuta alla rigidità della nostra burocrazia e del nostro diritto del lavoro: in nessun Paese (almeno tra quelli europei) lo smartworking è libero dalla connotazione territoriale. EY, società di consulenza che da molti anni fa parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti, ha deciso di fare un passo avanti, lanciando un progetto all’avanguardia che ha dato ai suoi dipendenti la possibilità di lavorare – ovviamente con pc e cellulare – dall’estero: nel corso del 2023, già in cento in Italia e duemila in Europa hanno potuto usufruire di questa chance.L’idea è partita a gennaio 2022 con una prova pilota della sede tedesca di EY. Un successo che ha ispirato i manager della sede italiana: «Sulla base dell’esperimento fatto dai colleghi tedeschi» racconta alla Repubblica degli Stagisti Francesca Giraudo, Talent Leader di EY, «l’Italia si è fatta portabandiera di questa iniziativa e ha guidato un progetto che ha visto l’implementazione della policy per poter lavorare dall’estero».Ottenere il risultato non è stato facile, in primis perché «parlare di smart working fuori dall’Italia è un’operazione molto complicata sotto il profilo giuridico, fiscale, assicurativo» osserva Giraudo: «Ci sono una molteplicità di regole di compliance da seguire e in quanto società di revisione avevamo bisogno di essere inappuntabili. Per questo siamo orgogliosissimi di essere riusciti a portare a casa il risultato». Al momento per i dipendenti italiani è possibile lavorare in smart working dall’estero per un massimo di venti giorni lavorativi, che quindi, includendo i fine settimana, arrivano praticamente a un mese. «Non escludiamo un possibile allungamento» anticipa la manager, «ma in questa prima fase abbiamo preferito fermarci a questo punto per verificare sia l’appeal dell’iniziativa sia eventuali azioni di assestamento». Ma tutto finora è filato liscissimo.Perché prevedere una limitazione nel numero di giorni di smart working dall’estero a disposizione? Perché ci sono specifiche normative che regolano la possibilità per le persone di lavorare in uno Stato in cui non sono residenti. Il limite massimo per poter sostare in un paese prima di essere considerati fiscalmente residenti è di 183 giorni. «Il limite è posto a tutela del massimo rispetto delle normative fiscali e previdenziali vigenti nei Paesi interessati, e degli accordi internazionali sottoscritti. Noi abbiamo iniziato a concedere i primi venti giorni di job portability anche per vedere come reagivano i dipendenti, se approfittavano dell’opportunità e come. E nel caso il progetto avesse funzionato, valutare se estenderlo ulteriormente. I più evoluti nel panorama delle sedi EY europee», spiega Giraudo, al momento «sono i tedeschi che hanno ben sessanta giorni all’anno di smart working dall’estero e stanno valutando di estenderlo a cento». Non solo, «anche l’Olanda sta passando dagli attuali venti a quaranta giorni». Circa 2mila persone di EY in tutta Europa hanno già potuto sfruttare questa opportunità. «È stata un’operazione molto innovativa che ha necessitato il coinvolgimento di vari esperti in materia internazionale» sottolinea Giraudo: «Abbiamo buttato il cuore oltre l’ostacolo e consentito a tutti i dipendenti un’esperienza che a nostro avviso dà flessibilità e che si basa sulla fiducia nel rapporto di lavoro».Ma perché per la legge italiana lo smart working da uno stato estero presenta delle difficoltà? «Perché tutta la disciplina in relazione allo smart working è nata con un implicito riferimento al territorio nazionale, in assenza di un vero e proprio coordinamento tra normative internazionali. Consideriamo anche che è il risultato di un nuovo modo di lavorare non espressamente previsto nelle normative di riferimento internazionali, proprio perché rappresentativo di un nuovo fenomeno», spiega Giraudo: «Esiste un principio giuridico per cui hai una sede di lavoro, il tuo ufficio. Lo smart working, o lavoro agile, è la modalità che ha consentito, sin dal 2017 e in presenza di determinati requisiti, di poter svolgere la prestazione lavorativa in parte presso i locali interni e in parte all’esterno senza una postazione fissa. Il tutto nel rispetto delle norme poste a tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro nonché della riservatezza dei dati trattati nell’esecuzione dell’attività lavorativa. Esistono quindi diversi punti di attenzione per motivi giuridici e giuslavoristici, assicurativi e fiscali. Il problema è stato proprio quello di affrontare la frammentazione normativa nei vari Paesi e le difficoltà che alcuni avevano nel concedere questa modalità al di fuori dei confini nazionali. Per questo siamo partiti in quasi tutti i Paesi ma, poi prevedendo alcune eccezioni, come la Svizzera: lì i nostri dipendenti non possono lavorare in smart working».Per capire perché sia tanto complicato lavorare dalla propria casa all’estero piuttosto che dal proprio appartamento in una qualsiasi città italiana bisogna risalire alle norme sul lavoro agile, che sono state pensate sulla base del principio di territorialità. «Lo smart working all’estero ovviamente ha una serie di regole che abbiamo dovuto attivare soprattutto per garantire la compliance fiscale e previdenziale tramite un tool che ci consente di verificare a priori e attraverso un processo di approvazione le richieste dei nostri dipendenti che, su loro richiesta e per esigenza personale, manifestano la necessità di poter lavorare dall’estero per un periodo di tempo determinato e definito a priori».Oggi grazie alle policy approvate nei singoli Paesi i dipendenti EY di Italia, Germania, Austria, Belgio, Portogallo, Olanda, Francia, possono lavorare dall’estero in determinati paesi. La situazione è un po’ disomogenea perché non sempre c’è una reciprocità perfetta: in alcuni casi possono venire colleghi stranieri da un dato Paese a fare job portability in Italia, ma gli italiani non possono, ancora, andare in quel dato Paese, e altre volte il contrario.EY ha dovuto compiere un lungo e intricato percorso, «con il supporto di team dedicati confrontandosi anche con le autorità quando necessario», racconta Giraudo. «Non potevamo lasciare lo sviluppo della questione al caso: tutto questo deve valere per 36mila persone in Europa, e andava fatto bene». Dopo la Germania, apripista a gennaio 2022, e l’Austria a fine 2022, la formalizzazione dello smart working dall’estero è arrivata in Italia a febbraio del 2023.Oggi sono ventinove i Paesi in cui EY ha uffici e da cui è possibile questa modalità di lavoro, in pratica tutta l’Unione europea con l’aggiunta della Gran Bretagna. Il management di EY vede questo progetto come un connubio di «flessibilità e responsabilità», intendendo con questo «responsabilizzare le persone. Far capire che non devono essere in ufficio perché si sta in ufficio. Bisogna invece chiedersi: qual è il posto giusto per fare questo lavoro, farlo al meglio e stare bene nel farlo?», osserva Giraudo, sottolineando come EY si impegni da sempre perché le persone che fanno parte dell’organizzazione «possano scegliere il meglio per sé e per i clienti. Per dare ai nostri talenti un ambiente quanto più inclusivo e accogliente possibile e far sentire tutti “al posto giusto e al momento giusto”». Marianna Lepore

Servizio civile, il nuovo bando: 52mila posti, l'indennità mensile aumenta del 15%

Sarà online fino alle ore 14 del 15 febbraio il bando per partecipare alla nuova edizione del programma di Servizio civile universale. È aperto a chiunque tra i 18 e i 28 anni, non abbia precedenti penali e voglia cimentarsi in una iniziativa a beneficio della collettività. Alcuni posti sono riservati a chi è in difficoltà, quindi con bassa scolarizzazione, problemi economici o fragilità personale. A saltare all’occhio c’è subito una novità, e cioè l’aumento dell’indennità riconosciuta ai partecipanti, che dallo scorso maggio è passata da 443,30 euro mensili a 507,30 euro. «Si tratta di un adeguamento Istat legato al costo della vita» sottolinea alla Repubblica degli Stagisti Enrico Maria Borrelli, fresco di nomina come presidente della Consulta nazionale per il Servizio civile universale: «Per chi accede al bando si apre una collaborazione con lo Stato, quindi è nelle cose che ci sia un aumento del rimborso». Accade ad esempio anche alle pensioni corrisposte dall’Inps. Non cresce però l’impegno richiesto. I progetti continuano a avere una durata tra gli otto e i dodici mesi, con turni di 25 ore settimanali. Ma non è detto che si debba rispettare una scaletta settimanale perché per alcuni progetti il calcolo delle ore è su base annuale, «con un monte ore che varia, in maniera commisurata, tra le 1145 ore per i progetti di 12 mesi e le 765 ore per i progetti di otto mesi, articolati su cinque o sei giorni a settimana» specifica il sito.L’altro aspetto nuovo introdotto da quest’anno è il canale preferenziale per i concorsi pubblici. Una riserva per i volontari che terminano il percorso civile «senza demerito» puntualizza il bando, pari a una quota del 15 per cento di posti nei concorsi pubblici per l’assunzione di personale non dirigenziale. Una regola che però non vale per ogni ente della pubblica amministrazione, ma solo quelli indicati nel bando appena uscito. Vi rientrano, per fare qualche esempio, Province, Comuni, Regioni, istituzioni educative e universitarie. «Una bella notizia considerando che negli ultimi tempi la cronaca ci ricorda come non di rado i bandi pubblici vadano deserti – perché tra i giovani il posto fisso, specie nel pubblico, non è più un traguardo» conferma Borrelli. Un interesse in discesa che si riscontra un po’ ovunque in ambito lavorativo tra le nuove generazioni, come il fenomeno delle grandi dimissioni post pandemia ha messo in luce.E il servizio civile non fa eccezione, anche se «non ci sono flessioni importanti nelle domande degli ultimi anni» riflette Borrelli: «C'è stata una piccola contrazione, ma la richiesta oscilla sempre tra le 100 e le 120mila domande, con una media pari a 106mila». C’è sempre quindi una richiesta sovrabbondante rispetto ai posti messi a bando, che sono quest’anno 51.132, per 2.023 progetti. A cui vanno aggiunti 1.104 volontari da inserire nei 160 programmi che si svolgeranno all’estero. Una tendenza in crescita è però «quella delle rinunce, quindi a non portare a termine il percorso, che si verifica circa nel 13 per cento dei casi». La spiegazione potrebbe trovare le sue radici nella pandemia, «che ha segnato un cambio di passo, perché il pensiero comune è diventato quello di vivere il presente, perché la vita è solo una». C'è un po' meno voglia di mettersi in gioco, «e lo vediamo soprattutto dalla tipologia di iniziative più in voga tra i ragazzi».Se una volta infatti ci si candidava con entusiasmo anche ai progetti in cui l’obiettivo era aiutare il prossimo, «come per esempio nell’assistenza agli anziani, adesso i ragazzi fanno scelte più autoreferenziali». Vanno per la maggiore percorsi come la promozione culturale, i progetti dedicati all’ambiente, e soprattutto quelli sulla trasformazione digitale. «Da qualche anno abbiamo avviato una sperimentazione in ambito digitale, i progetti sono al momento un paio e interessano un migliaio di giovani» dice Borrelli, e stanno avendo grande successo: «Riguardano mansioni relative alla digitalizzazione della Pubblica amministrazione come può essere l’assistenza agli anziani nell’utilizzo dello Spid».Va detto che pure per il servizio nazionale vale il problema del mismatch: non è sempre facile incrociare il candidato giusto e il percorso giusto. «Capita anche per alcuni progetti di solito molto in voga, come quelli per la promozione culturale: è accaduto ad esempio in più casi su Roma, dove non c'erano candidature» adeguate. Non se lo spiega Borrelli, se non attribuendo la causa a una mancanza di comunicazione. «Il servizio civile» denuncia, «continua a essere un fatto di nicchia, la gente non lo conosce». Andrebbe pubblicizzato, «e su scala nazionale, non solo sui territori». Una difficoltà «che è nota ai governi, che però non agiscono per cambiare le cose». Dovrebbe invece diventare una scuola di cittadinanza a disposizione della società, e l’auspicio di Borrelli per i suoi tre anni di mandato alla presidenza della Consulta va in tal senso. «Il mio tentativo sarà far sì che il servizio civile si normalizzi, entri finalmente a regime e non sia in costante sperimentazione con continue riforme». E che questa esperienza possa essere conosciuta da tutti i giovani italiani.Ilaria Mariotti

Candidature aperte per tirocini alla Corte dei conti europea: il rimborso spese sale a 1.500 euro

Gli italiani sono stati il 50 per cento dei candidati per i tirocini alla Corte dei conti europea nell’ultima sessione di stage e circa il venti per cento sul totale dei selezionati. Insomma, i giovani del nostro Paese dimostrano di essere particolarmente interessati al programma di stage presso l’organo di controllo delle finanze dell’Unione europea, che ha sede in Lussemburgo. Probabile che anche questa volta non si lasceranno scappare l’occasione per far domanda per i tirocini che prenderanno il via il primo maggio 2024 e per cui è ancora possibile fare l’application entro il 31 gennaio. Oltre all’esperienza internazionale di alto prestigio c’è anche una motivazione in più per tentare questa chance: il rimborso spese mensile previsto per i sei mesi di tirocinio ammonta a 1.500 euro, 150 in più dello scorso anno. Un aumento dell’11% dovuto, è vero, all’aumento del costo della vita, ma comunque interessante da sottolineare (specie in tempi in cui altri enti continuano a proporre tirocini gratuiti…).I posti a disposizione per l’intero anno sono sessanta, quindi circa venti stagisti per ognuna delle tre sessioni di tirocinio nel corso del 2024 – quelle di marzo, maggio e ottobre. Non c’è però ancora certezza sulla distribuzione effettiva per periodo e sul totale, questo perché «il budget di spesa è calcolato su circa sessanta tirocinanti all’anno, sulla base delle esperienze passate», spiega alla Repubblica degli Stagisti Vincent Bourgeais, senior communication officer della Corte dei conti, ma «il numero esatto dipende da quante richieste riceviamo dai vari uffici e servizi della Corte che ospiteranno gli stagisti». Per esempio nel 2019 gli stage totali attivati erano stati 55, nel 2020 solo 43.  Gli italiani, si diceva, sono sproporzionatamente numerosi nel far domanda per questo programma. Nella sessione cominciata a ottobre «la Corte dei conti ha ricevuto 1.108 candidature: Italia in testa con 548, seguita da Spagna a 175 e Grecia a 60. Sono stati selezionati 33 tirocinanti», spiega alla Repubblica degli Stagisti Damijan Fiser, vice portavoce della Corte dei Conti europea, di cui «sette italiani, cinque spagnoli, cinque tedeschi e cinque irlandesi, tre greci, due francesi e due finlandesi, e uno stagista rispettivamente da Portogallo, Ungheria, Olanda e Lussemburgo». Quindi non solo siamo i primi per candidature, ma anche (fortunatamente) per selezionati.Se si è interessati a svolgere un’esperienza del genere, per un periodo che va dai tre ai cinque mesi, si può provare a far domanda. Prima, però, bisogna accertare di avere tutti i requisiti necessari: essere un cittadino di uno Stato membro dell’Unione europea, aver completato almeno quattro semestri di studi universitari in un settore che rivesta interesse per il lavoro della Corte – in pratica non si può essere ai primi anni universitari – avere un’ottima padronanza di una lingua ufficiale dell’Ue e conoscerne in modo soddisfacente una seconda. Non solo, è necessario anche non aver già svolto un tirocinio, pagato o non, in un qualsiasi altro ente, istituzione o agenzia europea, nemmeno come assistente di un deputato del Parlamento europeo. Questo perché uno degli obiettivi del programma di tirocini della Corte è consentire al maggior numero possibile di partecipanti di fare un’esperienza nell’amministrazione dell’Unione europea.Un mese prima dell’inizio del tirocinio l’ufficio risorse umane contatterà via email i giovani selezionati che a questo punto dovranno presentare un estratto del casellario giudiziale che attesta l’assenza di precedenti penali. A questo va aggiunto anche un certificato medico che attesti l’idoneità fisica e in caso di disabilità un certificato del proprio medico di famiglia che attesti la capacità di operare in un ambiente di lavoro in cui siano adottati gli opportuni accorgimenti. Un requisito, quello “dell’idoneità fisica”, che «viene richiesto a tutti i neo assunti, indipendentemente dalla tipologia contrattuale», spiega Bourgeais. Per candidarsi allo stage bisogna compilare online l’application, rispondendo ad alcune domande, tra cui la scelta della durata di tirocinio (tre, quattro o cinque mesi) e l’area preferita in cui svolgerlo, e compilare tutti gli step presenti sul sito, anche la lettera motivazionale sul perché si voglia fare questa esperienza alla Corte dei conti. Oltre ai 1.500 euro di indennità mensile è previsto anche il rimborso delle spese di viaggio di andata e ritorno dal luogo di residenza. L’Eca fornisce ai tirocinanti un’assicurazione contro gli infortuni. Gli stagisti devono essere coperti anche da un’assicurazione sanitaria, che in linea di massima è data dalla Tessera europea di assicurazione malattia, ovvero la nostra tessera sanitaria, valida anche in Lussemburgo. Se per qualche motivo, però, lo stagista ne fosse sprovvisto «l’Eca gli offrirà un’assicurazione sanitaria. In tal caso il tirocinante deve pagare un terzo del premio assicurativo», come stabilisce l’ultima decisione datata 23 settembre 2023. «Questo aspetto, comunque, non è preso in considerazione durante la fase di selezione, ma solo in un secondo momento quando il candidato è stato selezionato», precisa Bourgeais. Non sono previsti buoni pasto o sconti per il pranzo ma gli stagisti possono risparmiare sui trasporti: in Lussemburgo, infatti, tutti i mezzi pubblici sono gratis. La Corte, si legge dal sito, «accetta candidature per tirocinanti in tutti i propri settori di attività: audit, traduzione, comunicazione, amministrazione generale, IT e gestione della biblioteca» e sono particolarmente incoraggiati a presentare domanda «candidati con profili nel campo dell’audit informatico e della scienza dei dati». Questo perché la Corte vuole migliorare «il modo in cui si serve della tecnologia e dei dati nel proprio lavoro di audit, ed è alla ricerca di tirocinanti che abbiano la visione e le idee per produrre un impatto effettivo in questo settore».All’inizio del periodo di stage è assegnato un mentore di tirocinio che aiuta nell’integrazione nel gruppo di lavoro e monitora i compiti dello stagista. «Tutti gli stagisti della Corte iniziano lo stesso giorno, in gruppo. Vivere quest’esperienza assieme in genere fa sì che si formi un gruppo affiatato. Oltre ad acquisire esperienza pratica, costituiscono una rete di contatti che dura oltre il termine dello stage».Se selezionati si entrerà a far parte di un ente che nell’anno in corso conta 972 dipendenti,  più della metà donne. E in cui si presta molta attenzione in materia di diversità e inclusione, «in modo che tutti possano conseguire il proprio pieno potenziale». Marianna LeporeFoto in alto a destra: di Euseson in modalità Creative Commons

Ancora tirocini gratis, stavolta al ministero dell’Università

Si è chiuso pochi giorni fa, l’8 gennaio, un bando organizzato dalla Crui per tirocini curriculari all’interno del ministero dell’Università e ricerca: sedici posti presso le sedi dell’amministrazione centrale del Mur, per stage da svolgere tra i mesi di febbraio e giugno. Dopo il bando per stage gratuiti alla Camera dei deputati di qualche mese fa, un altro bando per stage gratuiti organizzato in un prestigioso ente pubblico.Il programma anche in questo caso è disciplinato da una convenzione firmata nel settembre del 2022 da Fondazione Crui e Ministero dell’università e ricerca. Nel testo firmato dall'allora presidente Crui, Ferruccio Resta, si legge tra le premesse che «Il Mur intende promuovere ed integrare il percorso formativo universitario offrendo agli studenti delle università italiane periodi di tirocini curriculari, da svolgersi presso la propria sede in Roma, secondo modalità concertate con gli Atenei».Il programma è rivolto agli atenei associati alla Crui, al momento 85 – anche se solo in 60 aderiscono a questo specifico bando.La Crui, secondo quanto stabilito nella convenzione, pubblica sul proprio sito il bando con le offerte di tirocinio sulla base delle informazioni ricevute dal Mur che «si impegna a garantire la realizzazione di almeno due cicli di tirocini curriculari all’anno». Dopo di che sono le università che stipulano una convenzione con la Fondazione Crui e in base a questa si occupano della preselezione dei candidati, della stipula di un’assicurazione contro gli infortuni e per la responsabilità civile dei tirocinanti. Una commissione congiunta Mur-Crui compie l’ulteriore scrematura e sceglie i candidati idonei a svolgere il tirocinio gratuito, della durata di quattro mesi. Il bando si è chiuso con un risultato di 265 domande arrivate al ministero, tra cui ora verranno scelti i sedici giovani che parteciperanno al tirocinio.Il bando non prevede alcuna indennità: eppure la convenzione prevedrebbe diversamente. L’articolo 9 mette nero su bianco che «il bando può prevedere un contributo per il rimborso delle spese sostenute dal tirocinante, laddove queste siano all’uopo destinate dal Mur o dall’Università».  La possibilità di prevedere un emolumento insomma esiste, nonostante gli stage siano curriculari. Passando però dalla convenzione al bando vero e proprio si perde traccia dell'indennità. Anzi, viene specificato che «i tirocini non danno luogo ad oneri a carico del Ministero», e che non è previsto alcun «contributo per il rimborso delle spese sostenute dal tirocinante». Che fine abbia fatto l’eventuale contributo, non è dato sapere.Repetita iuvant: la legge, purtroppo, non prevede un obbligo di garantire agli stagisti curriculari un rimborso spese mensile, obbligo che esiste invece per gli extracurriculari. Ma anni di battaglie sul tema hanno portato molte aziende e anche parecchi enti pubblici a introdurre un’indennità anche per i curriculari – lo garantiscono per esempio tutte le realtà che aderiscono al network della Repubblica degli Stagisti. Stupisce che il ministero dell’Università non abbia pensato di introdurre un rimborso spese per questi stage, peraltro dopo le numerose polemiche sollevate sul caso dei tirocini gratuiti alla Camera dei deputati organizzati sempre dalla Crui.Anche in questo caso, come per gli stage a Montecitorio, traspare il timore di rivendicazioni da parte degli stagisti, tanto che nell’avviso di selezione si legge che il tirocinio «non può in alcun modo ed a nessun effetto configurarsi come rapporto di lavoro, né può dar luogo ad aspettative di futuri rapporti lavorativi» e che «non sono configurabili pretese del tirocinante in ordine ai contenuti, alle modalità ed ai risultati del tirocinio o in ordine alle spese e agli eventuali inconvenienti che esso potrebbe comportare a carico del tirocinante». Una copia-carbone delle (disgraziate) parole contenute nella convenzione tra la Camera dei deputati e la Crui. Infine, sia ben chiaro che i tirocini «non danno luogo ad oneri a carico del Ministero dell’università e della ricerca». Quindi nella convenzione, quella “generale” che attivava la collaborazione tra Crui e Mur per realizzare questi bandi di tirocinio, si parla della possibilità di un contributo a favore degli studenti-tirocinanti – a carico del Mur oppure dell’Università. Poi però, nell’avviso di selezione, l’amara sorpresa: il ministero non intende mettere a disposizione risorse. Chissà se qualcuna delle università, che già selezionano e si fanno carico della copertura delle assicurazioni, troverà qualche fondo per pagare gli stagisti. Qualcuna in passato lo ha fatto, in qualche caso, specialmente per tirocini svolti presso soggetti ospitanti recalcitranti a prevedere una indennità: ma si tratta di una fattispecie rarissima e anche poco sensata. Perché mai un'università dovrebbe pagare un proprio studente per lo stage che questi svolge in un ministero? Il ministero dovrebbe avere soldi in abbondanza per provvedere da solo a coprire sedici indennità di stage! Possibile che al Mur e alla Crui siano tutti convinti che sia giusto non prevedere un rimborso spese, anche di modesta entità, per i tirocinanti curriculari? Nessuno che si renda conto che continuare a proporre stage di questo tipo è ingiusto e classista? La Repubblica degli Stagisti ha provato a chiederlo direttamente a Crui e ministero. Nonostante le mail e ripetute telefonate, da prima di Natale a oggi, non è riuscita ad ottenere risposta dall’ufficio stampa della Conferenza dei rettori delle università italiane. Qualche risposta, decisamente scarna, è arrivata invece dal ministero: «I tirocini non prevedono un rimborso spese in quanto curriculari e, come tali, appartengono al periodo di formazione finalizzato ad integrare l’apprendimento durante il corso di studi. Infatti, le Università al termine delle attività di stage riconosceranno un numero di CFU, proporzionato alle attività richieste durante il tirocinio e al piano di studi dello studente».Insomma il ministero si trincera dietro la scusa che pagare i curricolari non è obbligatorio – il che è vero, ma è altrettanto vero che non è nemmeno vietato – e che il guadagno degli studenti-stagisti sarà nei cfu accumulati. Eppure  quattro mesi a Roma sono dannatamente cari per uno studente, la vita costa, il vitto e l’alloggio costano anche a chi sta ancora studiando, e non solo ai laureati. E il tempo e l’impegno di un tirocinante vanno ricompensati, senza distinzione tra curricolari ed extracurricolari. Mentre la risposta ministeriale, laconica, è che il rimborso spese «non è stato introdotto in quanto si tratta di tirocini curriculari e non extracurriculari». E qui allora la Repubblica degli Stagisti rivolge un appello al ministro Valditara: per le prossime volte, meglio “introdurlo”, il rimborso. Rispetto al bando della Camera, per giunta, c’è pure la beffa della (assenza di) mensa. Se infatti a fine novembre, quando era divampata – grazie alla nostra denuncia – la polemica sugli stage gratuiti, Camera e Crui si erano affrettate a sottolineare come fosse però «previsto l’accesso gratuito ai servizi di ristorazione della Camera» (dettaglio curiosamente non specificato nel bando, peraltro), nel caso, invece, dei tirocini presso il ministero dell’Università non c’è nemmeno questo piccolo aiuto. La Repubblica degli Stagisti ha, infatti, chiesto al ministero se fossero previsti ticket per il pranzo e la risposta anche in questo caso è stata che «non sono previsti in quanto trattasi di tirocini curriculari e non extracurriculari». Forse al ministero e alla Crui pensano che gli stagisti curricolari, a differenza dei loro colleghi extracurricolari, siano in digiuno permanente.Marianna LeporeFoto di apertura di Lalupa da Wikipedia in modalità Creative Commons

L'Ocse aumenta a mille euro l'indennità mensile per i suoi stagisti, un motivo in più per far domanda

Tra le organizzazioni che offrono tirocini con un buon rimborso spese oltre all’esperienza all’estero c’è l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, con sede a Parigi. Al momento è possibile candidarsi per svolgere un tirocinio nel corso del 2024. E quest’anno ci sarà un motivo in più per i giovani italiani per far domanda: il rimborso spese mensile, infatti, è stato innalzato a 1.000 euro.«L’indennità è aumentata rispetto ai 740 euro del 2022 a partire dai tirocini che hanno preso il via il primo marzo 2023», spiega alla Repubblica degli Stagisti Martin Wassermann, Talent management analyst all’Ocse: «Questo per gli stage che hanno sede in Francia. Una scelta fatta per attrarre giovani talenti provenienti da contesti differenti e promuovere l’inclusione e il benessere supportando meglio gli studenti durante il loro tirocinio presso l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico». Il rimborso spese di mille euro «è esteso anche ai tirocinanti che lavorano da remoto per i gruppi di lavoro con sede a Parigi». La maggior parte degli stage ha sede proprio lì – l’anno scorso sono stati ben il 98% – ma alcuni possono essere anche in altre sedi regionali come Berlino, Instanbul, Tokyo o Trento. In questo caso si possono reperire alcune informazioni sui siti dedicati, da cui si evince che a Trento il rimborso spese per gli stagisti è di circa 980 euro al mese, mentre a Berlino di circa 1.100 euro.La principale motivazione che ha spinto l’Ocse ad aumentare del trentacinque per cento l’indennità per i tirocinanti della sede parigina è stato «l’innalzamento del costo della vita. Per raggiungere il risultato sono state effettuate consultazioni con le parti interessate, inclusa anche la comunità di tirocinanti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico», precisa Wassermann. «Infine l’aumento è stato approvato dal management dell’Ocse». Anche se la precedente indennità, seppur bassa, non scoraggiava gli aspiranti stagisti dal candidarsi: «Non abbiamo individuato alcuna correlazione tra il numero di domande ricevute e il rimborso spese che eroghiamo. Continuiamo a ricevere, infatti, circa 7.500 candidature per pubblicazione di posti vacanti (ndr. quindi circa 22mila l’anno) con una tendenza in aumento».  Al momento è possibile candidarsi per i tirocini “invernali”, ma non c’è una vera e propria data di inizio ufficiale degli stage. «Reclutiamo stagisti su base continuativa, senza una scadenza o una data di avvio prestabilita. Gli studenti possono presentare domanda in qualsiasi momento e possono essere reclutati in base alle necessità degli uffici», spiega Wassermann: «Tuttavia, per scopi amministrativi pubblicizziamo una nuova apertura per le candidature per il periodo estivo e invernale, rispettivamente il 1° marzo e il 1° settembre. Questo perché riceviamo un elevato numero di domande. Il periodo di candidatura non ha alcun impatto sulle date di inizio del tirocinio». Se però una volta scaduto il periodo di reclutamento non si venisse chiamati, conviene rifare l’application, in caso si fosse ancora interessati a tentare quest’esperienza. Martin Wassermann precisa anche «il processo di selezione dura circa tre mesi. Quindi l’ufficio tirocini suggerisce di fare domanda almeno tre mesi prima il periodo preferito di inizio stage».Chi fosse interessato a far domanda può procedere con l’application online. Per prima cosa bisogna verificare di avere tutti i requisiti: essere studenti iscritti agli ultimi anni di un corso di laurea, un master o un dottorato. E avere una buona conoscenza di almeno una delle due lingue ufficiali: inglese e francese. A quel punto si può procedere con la candidatura che raccoglie informazioni personali, di studio, le eventuali esperienze lavorative oltre a una lettera motivazionale. Lo scopo, si legge dal sito, «è quello di acquisire informazioni sul perché si vuole fare uno stage presso l’Ocse e avere un’idea di come si possa contribuire al nostro lavoro. Oltre a capire in che modo uno stage in questi uffici ti aiuterebbe a raggiungere i tuoi obiettivi di carriera».In questa fase è possibile anche indicare le aree di interesse in cui si vorrebbe svolgere lo stage. A questo punto i tirocinanti che soddisfano le richieste degli uffici e si distinguono per conoscenza della lingua, capacità di redazione e altri requisiti, sono inseriti in un gruppo a disposizione di tutti i responsabili delle assunzioni e del personale delle risorse umane. I candidati che rispecchiano i criteri ricercati sono invitati a sostenere un colloquio. Le interviste sono condotte in remoto attraverso videochiamate, quindi non è necessario andare a Parigi per farle. Visto l’alto numero di richieste, l’Ocse avverte che non può dare un feedback a tutti: solo i candidati selezionati vengono contattati dalle varie direzioni per un’intervista. Per questo, «se non si è contattati entro tre mesi dall’invio della domanda di stage, vuol dire che in questa occasione la domanda non è stata considerata utile e potrai fare una nuova richiesta a marzo o settembre».Ogni anno i tirocinanti ospitati all’Ocse sono circa 700, un numero molto alto, e altrettanto è la richiesta: circa 11 volte tanto. Inutile aggiungere, quindi, che la competizione è notevole. «Nel 2023 abbiamo ricevuto il maggior numero di candidature da Francia, Italia e Turchia. Su un totale di 701 stagisti selezionati, 110 erano francesi, 72 italiani e 52 americani» snocciola Wasserman. L’anno precedente, il 2022, erano «stati selezionati 112 tirocinanti francesi, 60 americani e 60 italiani, su un totale di 638 stagisti» e in quel caso il maggior numero di candidature coincideva con i primi tre paesi con più selezionati.Lo scorso anno si è registrato il numero più alto di tirocinanti: precedentemente il record era del 2021 con 670 (di cui 53 italiani), un picco verificatosi dopo il forte calo dovuto alla pandemia Covid del 2020, quando il totale selezionati era stato di appena 373 giovani. Quindi negli ultimi tre anni anche il numero di giovani provenienti dall’Italia è via via aumentato.In fase di candidatura è possibile scegliere la durata del tirocinio, da un minimo di un mese a un massimo di sei, anche se Wasserman aggiunge che i potenziali stagisti sono incoraggiati «a svolgere uno stage di quattro mesi o più per sfruttare al meglio questa esperienza e acquisire conoscenze significative». Tirocinio che può anche occasionalmente essere rinnovato per altri sei mesi. L’impegno è «per 40 ore a settimana, 8 ore al giorno dal lunedì al venerdì, con un orario di inizio alle 9 del mattino». Non sono previste facilitazioni per il pranzo. In compenso, «previo accordo con la direzione competente, è possibile scegliere di lavorare da casa. In genere gli stagisti che scelgono lo smart-internshipping fanno lo stage a tempo pieno, ma a volte è consentito anche il part-time». Una modalità introdotta durante la pandemia per venire incontro agli studenti: poiché l’Ocse conta 38 paesi aderenti, alcuni avevano regole molto rigide sugli spostamenti ed era quindi stata inserita la possibilità di stage da remoto che, parzialmente, è ancora possibile.Questo per «consentire di reclutare i candidati più diversi tra loro, provenienti da contesti differenti. Certo, vista la natura del nostro lavoro, pensiamo che se gli stagisti collaborano a stretto contatto con il proprio team possano trarre maggiori benefici dai tirocini in sede, che consentono una maggiore interazione, collaborazione e tutoraggio dai propri supervisori», osserva Wassermann. Non solo, uno stage sul posto permette di sviluppare il proprio network, visto che «consente di partecipare a diversi incontri e conferenze e a tutte le attività organizzate da Intern Circle», un gruppo gestito da stagisti Ocse per dare un valore aggiunto a questa esperienza organizzando eventi e creando attività di networking. «Gli stage a distanza sono più adatti a chi per qualsiasi motivo non può trasferirsi a Parigi, ma in questo caso sarà piuttosto limitata la possibilità di lavorare in gruppo, di sfruttare il tutoraggio e il networking».In una selezione così forte cos’è che può fare la differenza? Sicuramente l’aderenza dei propri studi alle aree di ricerca dei tirocinanti. Ma non va sottovalutata la capacità di mettere in risalto nella lettera motivazionale e nell’eventuale colloquio quello che si è imparato all’università. Un curriculum in ambito economico può fare la differenza visto che la maggior parte degli stagisti ha studi in questo settore o in politica internazionale, ma molti provengono anche da altre aree di studio. L’importante è «spiegare in modo semplice come si potranno applicare le proprie competenze e talenti una volta accettato l’incarico».Per verificare di essere idonei al partecipare a questa selezione, da quest’anno c’è un piccolo aiuto in più. L’Ocse, infatti, ha creato un test di idoneità al tirocinio, disponibile a questo link, dove si può rispondere ad alcune domande per capire se si può tentare o meno questa opportunità. Se selezionati si entrerà a far parte di un grande gruppo di lavoro in cui gli stagisti potranno avere vari compiti: partecipare alla preparazione di studi e documenti, fare ricerche di vario tipo, raccogliere e organizzare dati, partecipare a convegni e seminari o contribuire all’organizzazione di eventi. In questa fase avranno diritto anche a due giorni e mezzo di ferie per ogni mese di tirocinio svolto, oltre a tutte le festività celebrate in Francia.Per altre informazioni non solo è disponibile un file con tutte le faq sul programma, che contengono anche qualche suggerimento per compilare al meglio la domanda, ma anche una brochure che raccoglie le testimonianze dirette di ex stagisti. Tutti concordi nel definirla un’esperienza arricchente, totalmente nuova, l’opportunità di prendere parte a progetti che avranno un impatto sulla vita di migliaia di persone oltre a incontrare stagisti da tutto il mondo. Marianna LeporeFoto in basso a destra di Hervé Cortinat / OECD da Flickr in modalità Creative Commons

Tirocini al Cern di Ginevra, sogno per gli aspiranti scienziati: 1600 euro al mese di indennità

Uno dice “Cern di Ginevra” e subito si pensa al top della ricerca scientifica mondiale, all’acceleratore di particelle, ai neutrini; in qualcuno scatta anche un po’ di orgoglio italiano nel pensare che si tratta di una istituzione guidata da una scienziata romana di fama internazionale, la fisica Fabiola Gianotti. Qualcun altro con la memoria lunga forse sorride ripensando alla gaffe dell’allora ministra dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, che in un comunicato tanti anni fa aveva magnificato un (inesistente) tunnel tra il Cern e il Gran Sasso. La reputazione del Cern lo precede, molti sognano di lavorarci… o di farci un tirocinio.E questa opzione non è impossibile. I tirocini al Cern esistono e sono anche ben pagati: 1.600 euro al mese, cifra record, almeno per gli stagisti italiani abituati a ben più magre cifre. La European Organization for Nuclear Research – di cui “Cern” è l’acronimo – è il più grande laboratorio al mondo che svolge ricerca scientifica sulla fisica delle particelle elementari; dal 2016 vede, per la prima volta, una donna alla direzione: Gianotti, appunto, ora al suo secondo mandato.Lo stage in questione, lo Short Term Internship, ha al momento le application aperte per tirocini curricolari da svolgersi il prossimo anno. Per candidarsi è necessario essere maggiorenni e studenti di una laurea triennale o magistrale, ma non dottorandi. Bisogna mantenere lo stato di studente per tutta la durata del tirocinio e provenire da una delle seguenti aree di studio: fisica applicata, informatica, matematica, elettricità, elettronica, ingegneria meccanica o civile, strumentazione, scienza dei materiali, radioprotezione, sicurezza e protezione ambientale, topografia, comunicazione scientifica. Oppure da ambiti amministrativi quali: traduzione, contabilità, servizi legali, risorse umane, biblioteconomia, logistica.Non c’è però molta trasparenza sui numeri di tirocinio disponibili, sugli eventuali benefit per i tirocinanti (come buoni pasto o rimborsi per spese di viaggio) e nemmeno sul numero di candidature che ogni anno il Cern riceve per questo tipo di stage. La Repubblica degli Stagisti ha contattato l’ufficio stampa – come fa sempre per stage di questo tipo– e dopo una lunga attesa dovuta alla chiusura di anno ha saputo che «sfortunatamente il dipartimento Risorse umane non tiene traccia delle statistiche per i Tirocini a breve termine» e quindi, in sostanza, non può rispondere alle domande. Decisamente poca chiarezza per il più importante laboratorio mondiale di ricerca che nel 2022 contava circa 2.658 dipendenti del laboratorio che partecipano alla progettazione, costruzione e gestione dell’infrastruttura di ricerca, a cui si aggiungono più di 17mila utenti nel mondo che lavorano insieme «per superare i limiti della conoscenza». Un ambiente sopratutto maschile: al 31 dicembre dello scorso anno solo il 21 per cento del personale scientifico, fisici, ingegneri e computer scientists, erano donne, ma la presenza femminile è in crescita rispetto al passato, nel 2018 erano il 12 per cento e ventanni prima solo il tre.Sullo Short Term Internship, si diceva, non ci sono statistiche registrate quindi, per capire qualcosa in più sull’appeal dei tirocini al Cern bisogna basarsi solo sui dati relativi agli altri programmi di tirocinio: il Technical student programme, dedicato agli studenti universitari in fisica applicata, ingegneria o informatica che possono completare il progetto finale di studi proprio presso questa Organizzazione per un periodo dai 4 ai 12 mesi; l'Administrative Student Programme, per studenti in amministrazione sempre per un periodo dai due ai 12 mesi; il Summer Student Programme, che dura però solo dalle 8 alle 13 settimane ed è dedicato agli studenti universitari o di master in fisica, ingegneria, matematica o computer science; e infine il Doctoral Student Programme per chi sta scrivendo una tesi di dottorato in fisica applicata, ingegneria o informatica, e può firmare un contratto di sei mesi, rinnovabile tre volte, per completare le proprie ricerche. Per questi quattro programmi il Cern fornisce dati statistici a partire dal 2018. E come tutte le selezioni con un ottimo rimborso mensile, le domande dal nostro Paese sono tra le più numerose. Per esempio per il Technical student programme l’Italia è quarta, con quasi l’otto per cento di application – ma seconda per selezionati, con il dieci per cento: meglio di noi solo la Germania. L’Italia è prima per tirocinanti nell'intero quinquennio, con più del 12 per cento di stagisti su un totale di 788. Anche per l’Administrative student applicants il nostro Paese è terzo sia per domande, circa il sette per cento, sia per numero di selezionati. Non male la posizione nemmeno per il Doctoral student programme dove pur essendo terzi con il 16 per cento di domande, gli italiani sono i più selezionati nel 2022: quasi il 37 per cento. Posizione consolidata nel quinquennio 2018-2022, con il 30 per cento di stagisti provenienti dall’Italia. Tornando allo Short Term Internship, oltre ai requisiti illustrati prima, è necessario anche avere una buona conoscenza dell’inglese e/o del francese. Lo stage può durare da uno a sei mesi: chi fa domanda deve indicare in fase di application la preferenza.Da sapere che, pur trattandosi di tirocini rivolti a studenti universitari e quindi in italiano qualificabili come “curricolari”, il Cern non firma, e lo sottolinea, alcun tipo di eventuale convenzione di tirocinio delle università: viene utilizzata solo quella prevista dall’Organizzazione per la ricerca nucleare. In aggiunta, ed è importante ricordarlo, l’ateneo di provenienza deve assicurarsi che lo stagista sia coperto interamente da un assicurazione medica, lavorativa e per incidenti privati valida nell’area di Ginevra, quindi  –  dato che la città è al confine – sia Francia sia Svizzera. Il tema del costo della vita, infatti, raffredda un po’ gli entusiasmi rispetto all’entità del rimborso spese: Ginevra è una delle città più care del mondo e anche solo l’affitto di una stanza in una casa in condivisione può arrivare a 900-1000 euro al mese; quindi è molto probabile che gli stagisti, pur ricevendo un'indennità mensile che per i parametri italiani sembra generosa, debbano comunque dover contare anche su un sostegno economico delle loro famiglie.Per partecipare alla selezione è necessario fare domanda compilando il form presente su questa pagina ma è possibile anche procedere con la candidatura attraverso Linkedin o Indeed. Dopo aver inserito dati personali, curriculum e lettera motivazionale, o in inglese o in francese, bisogna rispondere ad alcune domande preliminari sulla conoscenza delle lingue ufficiali al Cern, il motivo per cui si fa domanda per una precisa posizione e il periodo nel quale si preferirebbe fare il tirocinio. Il Cern chiede esplicitamente ai candidati di dichiarare se dispongono di «sufficienti disponibilità economiche per affrontare questo tirocinio, necessarie per vivere sul posto durante lo stage, tenendo a mente che si riceverà un rimborso mensile di 1.557 franchi svizzeri».Le domande vengono poi esaminate da un gruppo di esperti del Cern e gli idonei successivamente contattati dal coordinatore del programma di stage. Non tutti, però: visto l’alto numero delle domande ricevute, si riceve una risposta solo se è positiva. Se si è interessati ad avere qualche dettaglio in più su come può essere lavorare al Cern e che tipo di persone ci sono, si può dare una lettura alla sezione “la nostra gente”.  Qui, per esempio, ci sono le storie di chi ha partecipato al Summer student programme per tre mesi e poi è riuscita a tornare in seguito con un altro contratto, chi ha partecipato all’Administrative Studentship programme che consiglia di non scoraggiarsi al primo diniego ma di continuare a tentare – perché a volte si viene scartati semplicemente per mancanza di posti. Marianna LeporeFoto di apertura: di Pietro Battistoni da Pexels  Foto in alto a destra: Cern credits Foto di Pietro Battistoni: https://www.pexels.com/it-it/foto/cern-806763/

Continental entra nel network di aziende virtuose di RdS: «Per noi un'azione socialmente importante»

In quest'ultimo scorcio di 2023 la Repubblica degli Stagisti dà il benvenuto a un nuovo nome nel suo network di aziende virtuose: Continental Italia. Fondata in Germania oltre cent'anni fa, con un organico di 200mila persone nel mondo, Continental è attiva nei settori Automotive, Tires e Tech, e nota sopratutto per gli pneumatici. In Italia è presente con un branch commerciale e impiega circa duecento dipendenti sulle tre società Continental Italia, Franchising Service Company (FSC) che offre servizi di franchising ai rivenditori di pneumatici, e Conti Trade che sviluppa la rete di officine in franchising BestDrive.L'adesione al network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti è una scelta che rappresenta una «azione socialmente importante, perché riteniamo lo sviluppo dei giovani un aspetto fondamentale per il futuro della nostra azienda e della nostra comunità» spiega Luca Armand, da maggio dell’anno scorso direttore Risorse umane di Continental Italia dopo oltre vent'anni in direzioni HR di importanti gruppi multinazionali: «Crediamo che RdS valorizzi il percorso formativo dei giovani e, attraverso l’informazione, ne tuteli e promuova anche la qualità».In Continental gli stage sono organizzati in modo che «gli stagisti possano acquisire competenze spendibili nel mercato del lavoro, sviluppare le proprie attitudini e soft skills, raggiungere i loro obiettivi personali» dice Armand: «Offriamo un trampolino di lancio per la loro carriera: crediamo nello scambio di conoscenze con i giovani professionisti e forniamo un adeguato rimborso spese per il periodo trascorso con noi». Per tutti, senza distinzione tra curricolari ed extracurricolari, l’indennità è di 850 euro al mese – che caso di proroga dello stage oltre i sei mesi “canonici” diventano 1000 – più buoni pasto e notebook aziendale.Gli stage si svolgono in modalità ibrida: come i dipendenti, anche gli stagisti possono svolgere la propria attività «fino al 50% mensile da remoto», anche se poi il consiglio di Armand, almeno per le prime settimane, è sempre quello di essere il più possibile presenti «per meglio conoscere le attività, il proprio gruppo e il contesto dell’organizzazione». A metà e alla fine del percorso vengono organizzati degli incontri tra ciascun stagista e l'ufficio HR, «per condividere insieme aspettative e stato di avanzamento rispetto agli obiettivi del progetto formativo. Passiamo tanto tempo insieme ai nostri ragazzi, e ci piace vederli crescere».Più o meno uno stage su tre si trasforma in assunzione: «Il nostro obiettivo, non riuscendo sempre a garantire un contratto di lavoro dopo lo stage, è di supportare i nostri stagisti il più possibile lungo il loro percorso», prosegue il direttore HR, «contribuendo alla loro employability e ampliando il loro orizzonte lavorativo».Aderire al network della Repubblica degli Stagisti è anche un modo per «avvicinare giovani universitari provenienti da diverse istituzioni accademiche». Le università sono infatti un bacino di candidati strategico per Continental: «In materia di stage per noi il requisito di formazione universitaria è indispensabile», conferma Armand (che a sua volta ha al suo attivo una laurea in Economia). Per i curricolari è anche aperta l'opzione “tesi in azienda”, particolarmente adatta a «integrare concretamente l'esperienza lavorativa acquisita in azienda con la teoria appresa attraverso i testi accademici». Negli anni, Continental ha anche sviluppato partnership con alcuni atenei del territorio milanese, come per esempio il master in Sales Management dell’università Cattolica.Nei rapporti con le università molta attenzione viene posta a «stimolare un aumento delle candidature da parte delle donne». Perché in un settore – quello dei motori – ancora percepito come maschile a causa di stereotipi duri a morire, il tema del gender balance è molto sentito: specialmente quando si tratta di posizioni in ambito commerciale, a Continental arrivano molte più candidature di uomini. Come fare per riequilibrare? «Noi lavoriamo per sradicare l’elemento culturale presente nel nostro Paese che vede il carico familiare ricadere prevalentemente sulle donne, che quindi potrebbero avere meno tempo da dedicare al lavoro – in particolare a un lavoro che porta a spostarsi molto sul territorio. Ci impegniamo ogni giorno a lavorare su una cultura organizzativa flessibile che garantisca benessere e armonia tra lavoro e vita privata per tutti i colleghi, e che non precluda l’accesso a posizioni di vendita o manageriali alle donne».Continental offre per esempio «programmi di mentoring, counseling e coaching mirati a supportare le persone nella gestione dello stress e a sviluppare nuovi modi per affrontare le sfide professionali di tutti i giorni – come, ad esempio, il momento di transizione da stage a dipendente» dice Armand. E poi c'è il sostegno «a organizzazioni no-profit, per contribuire al benessere delle comunità», nell'ottica della responsabilità sociale di impresa.Senza dimenticare, nella gestione del core business, un aspetto sempre più importante per le nuove generazioni: quello dell'attenzione all'ambiente. “Il nostro obiettivo è essere l'azienda di pneumatici più all'avanguardia in termini di responsabilità ambientale e sociale” si legge sul sito di Continental, e per una volta non si tratta solo di parole. «Siamo stati i primi produttori a lanciare uno pneumatico rispettoso dell’ambiente, che garantisce una minore resistenza al rotolamento e pertanto una riduzione delle emissioni inquinanti delle auto» dice Armand. Nel 2021 Continental ha anche presentato un altro pneumatico realizzato per «più del 50% con materiali rinnovabili o riciclate, che mira a minimizzare il consumo di risorse lungo l'intera catena del valore del pneumatico». Un impegno sul fronte dell'ambiente che si riflette anche in due gamme specifiche di prodotti che utilizzano PET e altri materiali riciclati, rinnovabili e certificati, e in una ricerca costante per nuovi materiali più ecosostenibili: come quella sulle proprietà del tarassaco, che ha già permesso di mettere in produzione un pneumatico per biciclette realizzato proprio con la gomma di tarassaco – con la speranza di poter poi allargare anche ad auto e camion.«Guardando alla Vision 2050, Continental vuole essere parte del cambiamento» riassume Armand: «Carbon neutrality, emission-free mobility and industry, circular economy e value chain responsabile sono i nostri obiettivi di sostenibilità per il futuro». Benvenuti nell’RdS network, allora!

Oltre 700mila tirocini all'anno in Italia: tutti numeri più aggiornati

Quali sono i numeri più aggiornati sugli stage in Italia? Come denunciamo da molti anni, non c'è una risposta precisa a questa domanda, perché i tirocini si dividono in due grandi segmenti: quelli curricolari, svolti mente si studia, e quelli extracurricolari. Degli extracurricolari si conosce anno dopo anno il numero preciso perché ogni attivazione deve essere formalizzata attraverso la “comunicazione obbligatoria”, una procedura che permette al ministero del Lavoro di tracciarli. Ma per i curricolari la situazione è ben più complessa e nebulosa.L'unica rilevazione che censisce parzialmente questi tirocini è il Rapporto biennale dell'Anvur, l'agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. L'Anvur conta però solo i tirocini degli studenti universitari, e inoltre li conta un anno sì e un anno no, e per giunta li conta non seguendo l'anno solare bensì quello accademico. Infine, li conta con talmente tanta lentezza e ritardo che gli ultimi dati disponibili risalgono a quasi un decennio fa (ben prima della pandemia!).Quindi, ecco il dato più recente: poco più di 300mila tirocini – 301.319 per la precisione – attivati nelle università italiane nell’anno accademico 2015/16. Non vuol dire, ahinoi, molto. Nel 2023 è uscito un nuovo Rapporto biennale, che dovrebbe teoricamente contenere i dati dell'anno accademico 2017/18. Ma finora il testo integrale non è ancora stato pubblicato; sul sito dell'Anvur è presente una versione “sintesi” di 196 pagine, che però non contiene dati sui tirocini (c'è anche il video dell'evento della presentazione ufficiale, con la ministra dell'Università Anna Maria Bernini). Quindi non è detto che il Rapporto contenga ancora, come negli anni passati, una sezione dedicata ai tirocini. Peraltro, non è nemmeno chiaro se quelli censiti da Anvur siano tutti i tirocini attivati dalle università, quindi compresi anche quelli in favore di studenti di dottorato e di studenti di master universitari, oppure esclusivamente quelli in favore di studenti iscritti a percorsi triennali, specialistici e a ciclo unico. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto alla dirigenza di Anvur questo e altri dettagli, ma non ha ancora ricevuto risposta. La situazione di trasparenza per quanto riguarda i tirocini curricolari è dunque molto scarsa. Non si conosce il numero delle attivazioni. Si può stimare che siano ogni anno (2020 escluso, ovviamente) circa 400mila: a quelli universitari bisogna anche aggiungere tutti quelli realizzati durante percorsi di formazione non universitari, ma formalmente riconosciuti – come per esempio gli ITS, i corsi professionalizzanti, i master non universitari. Considerando che questi tirocini sono probabilmente più di 100mila all'anno, forse 400mila è addirittura una stima prudente. Ma si tratta, appunto, di una stima.Per il segmento dei tirocini extracurricolari per fortuna la situazione è più chiara. Secondo il Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie del 2023, nel corso del 2022 (anche qui c'è un leggero ritardo tra il dato e la sua divulgazione, ma comunque limitato a un anno) sono stati attivati quasi 314mila percorsi: va ricordato che in questo caso ad essere censiti sono esclusivamente gli stage attivati al di fuori dei percorsi di studi, quindi svolti da persone che cercano in qualche modo di entrare nel mondo del lavoro.Il numero, che per la precisione è 313.603, è in leggera flessione rispetto all'anno precedente (2021): circa un 5% in meno. I cali più vistosi si sono verificati in Calabria (-27% tra il 2021 e il 2022), Friuli-Venezia Giulia e Veneto (-17%), Puglia e Marche (intorno al -12%). All'estremo opposto, ai due capi dell'Italia si è verificato un aumento notevole: in Valle d’Aosta i tirocini sono aumentati del +20%, in Sicilia del 18%.Come sempre, la parte del leone in assoluto la fa la Lombardia, con 66.360 tirocini extracurricolari attivati sul suo territorio nel corso del 2022: rappresentano il 21% di tutti gli stage d'Italia. Insomma oltre un tirocinio extracurricolare su cinque si svolge in Lombardia. A seguire il Lazio con quasi 33mila percorsi attivati, il Piemonte con oltre 29.500, il Veneto con un po' più di 29mila e la Campania con 26.500.In particolare il Veneto aveva avuto un vero e proprio "exploit" di stage nel 2021 (oltre 35mila), molti dei quali erano probabilmente percorsi fermati dal Covid l'anno prima e "recuperati"; col 2022 il numero è tornato ai livelli abituali.Degli stage attivati nel 2022, circa 156mila - quindi quasi il 50% del totale - sono stati attivati su persone di meno di 25 anni: una crescita di circa un punto percentuale rispetto al 2021, e di oltre tre punti percentuali rispetto all'annus horribilis 2021, dove i tirocini in favore di giovani si erano fermati sotto il 46%. In questa fascia di età i maschi sono leggermente più numerosi, 53% contro 47% di femmine – la quota di giovani donne è comunque in ripresa, dato che rappresentava solo il 44% nel 2020 e il 45% nel 2021.Vi sono stati poi poco più di 111mila tirocini extracurricolari attivati per "giovani adulti", cioè nella fascia di età 25-34 anni; e circa 37.500 per adulti, tra i 35 e i 54 anni. In entrambi questi segmenti c'è una maggioranza di donne, 56%. Infine, quasi 9mila stage hanno coinvolto persone over 55, con il solito corollario di criticità rispetto all'inquadramento in stage di persone molto più vicine alla pensione che non all'avvio del percorso professionale.Nel Rapporto si scopre che la maggior parte dei tirocini attivati è come al solito concentrata nel settore dei Servizi, che con 239mila attivazioni rappresenta oltre i tre quarti del totale, in gran parte all'interno dei macro-segmenti “Trasporti, comunicazioni, attività finanziarie e altri servizi alle imprese” (84.672 attivazioni) e del “Commercio e riparazioni” (72.950 attivazioni). Insieme, i due totalizzano oltre la metà del totale; entrambi i settori vedono una prevalenza di stagiste donne. Circa uno stage extracurricolare su dieci in Italia avviene in un ente pubblico (33.307 sono stati i percorsi attivati nel settore “Pubblica amministrazione, istruzione e sanità”).Dei tirocini extracurricolari il Rapporto del ministero del Lavoro consente anche di conoscere altri dettagli, anche se purtroppo si tratta di dati strutturati in modo da essere poco rilevanti. Per esempio, viene indagata la durata dei tirocini: ma inspiegabilmente le quattro categorie previste sono “Fino a 30 giorni” (cioè meno di un mese), poi “31- 90 giorni” (uno-tre mesi), “91- 365 giorni” (da tre mesi a... dodici!) e “366 e oltre” (cioè tirocini di durata superiore a un anno). È chiaro che l'informazione rilevante è annegata nella categoria sproporzionata 91-365, perché uno stage di quattro mesi è ben diverso da uno stage di un anno! Per questo, il fatto che nel Rapporto si legga che «la maggior parte dei tirocini ha avuto una durata da 3 a 12 mesi (73,7% del totale)» non permette di valutare in profondità questo aspetto, né di capire se gli stage di 6 mesi siano ancora lo "standard", né quanti stage si avvicinino alla durata massima prevista da quasi tutte le normative, e cioè appunto 12 mesi. Più interessante lo spacchettamento dei tirocini più brevi: solo il 6,4% dura meno di un mese, il 17,2% si colloca tra 2 e 3 mesi. I tirocini con durata superiore all’anno, che come specifica il Rapporto «sono destinati presumibilmente a disabili», rappresentano ovviamente una quota piccolissima, il 2,7% del totale.Rispetto allo svolgimento di questi percorsi formativi “on the job”, che prevedono tutti un progetto formativo individuale e che hanno una durata prestabilita, il Rapporto indica che solo il 68% dei 314mila tirocini del 2022 si è svolto fino alla fine. Un 14,8% è stato interrotto anticipatamente per volontà del tirocinante, quindi nel 2022 oltre 46mila stagisti hanno abbandonato in corso d'opera. Solo una frazione microscopica, zero virgola quattro per cento, è stata interrotta invece per volere del soggetto ospitante: questo perché la maggior parte delle normative regionali pone molti vincoli a questa fattispecie, giustamente per evitare che gli stagisti vengano magari "liquidati" perché non molto efficienti o produttivi.In ogni caso, una risposta esauriente alla domanda “quanti stage sono avvenuti in Italia l'anno scorso” non c'è. Possiamo dire: un po' sopra i 700mila, sommando i 314mila extracurricolari al numero indefinito di curricolari, stimato a 400mila. Ma per avere finalmente un numero preciso bisognerebbe (re)introdurre anche per i tirocini curricolari la comunicazione obbligatoria di avvio. Una procedura semplice, non costosa, veloce. Una procedura che inspiegabilmente trova forti resistenze in Parlamento, dove più volte è stata proposta e più volte è stata rigettata. Oggi più che mai, invece, ci sarebbe bisogno di trasparenza nel mercato del lavoro – e ancor più nel segmento del “mercato degli stage”, che riguarda i nostri giovani e il loro futuro.  Eleonora VoltolinaL'immagine a corredo dell'articolo è di Cottonbro Studio [da Pexels in modalità Creative Commons]