Categoria: Interviste

Roma: «Potenziamento delle lauree triennali e sgravi fiscali per i giovani che si mettono in proprio: ecco la ricetta del Censis per rilanciare l’occupazione»

Per avere un quadro più completo dell’analisi Censis su giovani e lavoro e per comprendere quali soluzioni concrete possano essere messe in campo, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto al direttore generale Giuseppe Roma di commentare i dati del documento da lui presentato durante una recente audizione parlamentare. 62 anni, laureato in urbanistica e docente presso la scuola di specializzazione dell’università La Sapienza,  Roma è entrato al Censis nel 1975 e da quasi vent'anni ne è direttore generale.Direttore, uno dei dati più significativi del testo che avete presentato in Commissione lavoro è che, nel nostro Paese, i laureati lavorano meno dei diplomati: 64% di laureati occupati contro il 70% [media Ue 84% e 76%, ndr]. Anche un paese come la Spagna, che pure ha un alto tasso di disoccupazione giovanile, ha percentuali di laureati che lavorano più alte delle nostre. Cosa non va?I problemi occupazionali dei giovani italiani sono dovuti a una serie di fattori. Una delle cause del minor livello di occupazione dei laureati è una percezione sbagliata, ma molto diffusa, dell’università. Mi spiego: le cosiddette “lauree brevi” da noi non hanno nessuna incidenza, a differenza di quanto accade in alcuni paesi europei. Dato che il più delle volte la “triennale” non è spendibile sul mercato del lavoro, la maggior parte dei ragazzi studia fino alla magistrale, con il risultato che i giovani si laureano a 26/27 anni, entrano tardi nel mondo del lavoro e il più delle volte senza le competenze adatte, per cui fanno fatica a collocarsi sul mercato. Quindi c’è un problema di formazione scolastica e universitaria? Il vostro studio evidenzia che un quarto delle aziende dichiara di non riuscire a trovare profili adatti o per il ridotto numero di candidati o per mancanza di un adeguato livello di preparazione.Il problema è a monte: l’università viene concepita in Italia come un momento di acculturazione generico e non come una tappa strumentale al lavoro. Il sistema formativo del nostro Paese non aiuta i giovani, ma li inserisce in un percorso lento e poco stimolante. I dati Isfol diffusi di recente vanno, però, in controtendenza : la laurea paga e i laureati avrebbero un salario e  un’occupazione migliori dei diplomati.La ricerca dell’Isfol analizza l’occupazione di chi ha una laurea a cinque anni dal conseguimento del titolo : è normale che le cifre, sia in relazione che agli stipendi che al numero di occupati, siano più alte.Anche i contratti “flessibili”  non hanno migliorato la situazione: un milione e mezzo di giovani impiegati con questo inquadramento, senza legame diretto con l’innalzamento del livello di occupazione. Cosa c’è di sbagliato nell’applicazione di questa tipologia contrattuale? Sul discorso contratto ho un’idea definita: il malfunzionamento del mercato del lavoro non è legato alle leggi che hanno introdotto questi tipi di contratti. Allo stato attuale non ci può essere una strada diversa per le aziende: la maggior parte delle nostre imprese non può garantire continuità, il mercato è incerto. Da qui la flessibilità. Il problema principale è nel valore che ha nel nostro Paese il contratto flessibile: anche all’estero esistono contratti a tempo determinato e a progetto, ma sono dei gradini funzionali all’upgrade di carriera del lavoratore. Da noi si passa semplicemente da un contratto all’altro senza prospettive, anche perché spesso è l’unica alternativa possibile. Il Censis avanza tre proposte: modifiche nell’iter di formazione dei giovani, maggiore sviluppo dell’iniziativa imprenditoriale, incentivazione del ricambio generazionale in azienda. Può spiegare meglio in che modo queste opzioni possono contribuire a risolvere i problemi di cui abbiamo parlato?La formazione deve andare in due direzioni: da un lato potenziamento della laurea breve, così da abbreviare i tempi di ingresso del mondo nel lavoro; dall’altro riqualificazione del lavoro tecnico, ad esempio, attraverso un percorso che preveda il diploma e 2 anni di master professionalizzante preparatorio a un mestiere specifico. L’Italia è un paese prevalentemente manifatturiero, che richiede personale tecnico qualificato, attualmente insufficiente a soddisfare la domanda di lavoro. In secondo luogo, non si può pensare che i giovani svolgano solo lavoro dipendente e impiegatizio, esiste anche il lavoro autonomo. Per questo, bisogna favorire l’iniziativa imprenditoriale: una soluzione potrebbe essere, ad esempio, esonerare dal pagamento delle tasse le imprese per i primi tre anni di vita.La terza proposta inserirebbe più rapidamente i giovani nella realtà imprenditoriale, introducendo un meccanismo secondo cui, a fronte di ogni lavoratore con contratto a tempo indeterminato ma il cui apporto in azienda non risulta congruente con gli obiettivi di competitività e sviluppo occupazionale, l’azienda assume due giovani a maggiore livello di professionalità, ricollocando il lavoratore in altre unità produttive.A proposito di formazione tecnica, il governo si sta orientando verso un rilancio dell’apprendistato, che dovrebbe servire a orientare i giovani verso settori quali il primario e il secondario e ridurre, così, la domanda in ambiti in cui si registra una sovraoccupazione, come il settore dei servizi. Non c’è in qualche modo il rischio che la formazione universitaria sia penalizzata?Se ci si orienta sia per un innalzamento della formazione nella scuola secondaria che per la valorizzazione della laurea breve non c’è questo rischio. Bisogna, però, muoversi in entrambe le direzioni.Nel testo dell’audizione si fa costantemente il confronto con la situazione europea. Può citare alcuni esempi di politiche occupazionali estere di successo e se qualcuna di esse potrebbe trovare applicazione anche in Italia?Faccio una premessa: nonostante in molti paesi europei i dati siano più confortanti, il problema occupazione non è completamente assente. La differenza principale tra l’estero è l’Italia sta nella maggiore attenzione ai giovani: in Germania i corsi di laurea sono istituiti in base alle richieste di lavoro che ci sono per quel settore, di modo che si studia perché si sa che dopo il titolo c’è lavoro; in Francia gli universitari ricevono dall’ateneo un contributo mensile di 300 euro per l’alloggio. La legge non può risolvere tutti i problemi, non è sufficiente, bisogna cambiare l’atteggiamento nei confronti dei giovani.Chiara Del PriorePer saperne di più su questo argomento, vedi anche:- Censis: in Italia i laureati lavorano meno dei diplomati. E i giovani non credono più nel Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 «pezzo di carta» Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 - Almalaurea fotografa i laureati del 2010 e lancia l'allarme: in Italia ce ne sono troppo pochi in confronto al resto d'Europa - Dieci buoni motivi lasciare l'Italia (e poi tornare): l'editoriale di Alessandro Rosina-  Prospettive per i giovani, in Italia si gioca solo in B e C. Per la serie A bisogna andare all'estero

Il presidente della Regione Enrico Rossi promette: «In Toscana ricevere dei soldi per uno stage sta per diventare un diritto»

Siamo a giugno: presidente Rossi, qual è la tabella di marcia per la parte del progetto «Giovani sì» della Regione Toscana dedicata agli stage?Ci siamo dati questo mese per far conoscere la nostra proposta sui tirocini. A partire da fine giugno cominceremo a distribuire i moduli per le richieste di partecipazione, e dal 1° luglio comincerà la ricezione delle domande e tutta la "macchina organizzativa" prenderà avvio. Prevediamo che questo progetto riguarderà in un triennio qualche decina di migliaia di giovani della Toscana. Le domande andranno inoltrate dalle imprese o anche i singoli ragazzi?Abbiamo trovato una soluzione innovativa. Distribuiremo un modulo di proposta di tirocinio che verrà firmato dal ragazzo e dal soggetto che si propone come ospitante, per comodità chiamiamolo «impresa» anche se poi potrà essere, in futuro, anche un ente pubblico o uno studio professionale. L’impresa dovrà erogare al ragazzo l’intero ammontare del rimborso spese, e poi noi la rimborseremo per la nostra parte. In questo modo noi rendiamo esplicito che il «contratto» che impegna la Regione a erogare il contributo di 200 euro al mese non lo facciamo solo con l’impresa, ma anche con il ragazzo. Abbiamo pensato che sia giusto dare al ragazzo l’idea che ha un diritto. Contemporaneamente stiamo lavorando alla proposta di legge.A che punto siete?Abbiamo già preparato una bozza, che entro fine giugno verrà depositata in Consiglio regionale. Con questa legge renderemo obbligatorio il pagamento di almeno 400 euro di rimborso spese mensile per i tirocini. La Regione, anche quando la legge sarà approvata, si impegnerà a proseguire con la stessa procedura, rimborsandone una parte. Puntiamo a completare l’iter entro giugno dell’anno prossimo. Quindi da quando entrerà in vigore questa legge tutti i tirocini svolti sul suolo toscano, indipendentemente da chi sia il soggetto ospitante, dovranno essere pagati almeno 400 euro al mese?Sì, con alcune eccezioni. Non rientreranno in questo obbligo i tirocini curriculari; e forse nemmeno gli stage svolti presso studi professionali, perchè il nostro ufficio legale ci ha segnalato l’esistenza di una sentenza della Cassazione che specificamente per i tirocini svolti in quel settore rimanda la competenza al nazionale, e non al regionale. Ma su questo dobbiamo effettuare una verifica approfondita, perchè chiaramente per noi sarebbe meglio includere anche questa tipologia nella nostra legge.Dove confluiranno i moduli di domanda per la partecipazione a questo progetto?I moduli dovranno confluire presso i Centri per l’impiego, i quali raccoglieranno le domande e faranno le istruttorie di ammissibilità, valutando il progetto formativo. A questo punto la Regione riceverà i tirocini ammissibili e io informerò il giovane e l’impresa, con una mia lettera, dell’impegno della Regione a finanziare lo stage. Per quanto riguarda l’aspetto del rimborso, importante sottolineare che la Regione darà i buoni allo stagista, e poi sarà lui a girarli all’impresa. Ciascun buono avrà un valore di 200 euro: quindi per un tirocinio di tre mesi al ragazzo arriveranno tre buoni, pari a 600 euro, e così via fino a dodici buoni, 2400 euro, nel caso dei tirocini di un anno.  Se avessimo fatto il contrario, l’imprenditore avrebbe potuto fare un po’ come gli pareva, decidere se erogare o no il rimborso: invece in questo modo al giovane verrà dato un certo potere e il diritto di rivendicare l’intera somma, i 200 euro di contributo regionale e anche l’altra quota che l’impresa si impegna a versare. Vogliamo sottolineare l’idea che ricevere dei soldi per uno stage sia un diritto.La scelta della Regione Toscana quindi è di interagire con gli stagisti.Sì, perché troppo spesso tra noi e giovani poniamo degli intermediari. Invece in questo caso è bene che l’istituzione Regione rovesci la partita.A questa iniziativa, come accennava, potranno partecipare non solo gli stagisti delle imprese private, ma anche quelli degli enti pubblici, delle associazioni non profit e degli studi professionali?In prima battuta si parte con le aziende private. Ad oggi abbiamo un tavolo aperto con gli ordini professionali e le università per trovare una soluzione anche con loro. Abbiamo avuto qualche difficoltà con gli ordini, ma questo protocollo d’intesa è in dirittura d’arrivo. Con le stesse regole del gioco, ovvio. Infine l’obiettivo è estendere i benefici anche ai tirocinanti e stagisti degli enti pubblici per i quali occorre però, al momento, fare ulteriori approfondimenti sulle normative.Avete previsto canali di comunicazione specifici per il progetto?C’è un numero verde, 800 098719, a disposizione e poi è già online il sito Giovanisi.it, dove sono riportati tutti i dettagli delle iniziative e renderemo scaricabile il facsimile del modulo per fare domanda. Gli stage attualmente in atto non verranno coperti, giusto?No, copriremo gli stage che verranno avviati dal 1° settembre in poi. Tra l’altro, dato che si partirà a fine estate, è evidente che nel 2011 non arriveremo a spendere tutti 10 milioni messi a budget: e quello che avanzerà slitterà andando ad aumentare il budget per gli anni successivi. Magari poi, più avanti, si potrà pensare di diminuire la quota in carico alla Regione, portarla a 150 euro come inizialmente avevamo pensato, o a 100. Ma per adesso, in questa prima fase, per far decollare il progetto abbiamo deciso di accollarci il 50% del rimborso minimo.Anche la Regione Toscana probabilmente, come la maggior parte degli enti pubblici, ospita al suo interno stagisti: quanti più o meno ogni anno?In Regione i giovani vengono molto più spesso accolti attraverso percorsi di servizio civile, che prevedono già un compenso di 433 euro al mese. Gli stagisti sono pochissimi: al massimo una ventina ogni anno.Il progetto ricadrà positivamente anche su di loro?Ripeto: una volta chiarite le questioni relative ai tirocinanti e stagisti degli enti pubblici varrà la medesima disciplina e quindi anche i 400 euro di rimborso di spese.intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mai più stage gratis: parte in Toscana il progetto per pagare gli stagisti almeno 400 euro al meseE anche:- La Regione Toscana presenta il progetto «Giovani Sì!» per sostenere studenti, stagisti e precari: 300 milioni di euro in tre anni- La Carta dei diritti dello stagista ispira Regioni, associazioni politiche e siti web a tutelare gli stagisti. A cominciare dal rimborso spese

«La convenzione con la Fondazione DNArt è sospesa»: parla Marco De Candido della Iulm

Dopo le nuove segnalazioni di M. R. e Alessandra G. relative agli stage attivati dalla Fondazione DNArt e dalla srl La Fabbrica delle idee ad essa collegata, la redazione ha voluto fare il punto della situazione con l'ente promotore di questi tirocini, che ha anche il dovere di verificarne la qualità e di reagire ad eventuali irregolarità. Nel caso specifico si tratta dell'università Iulm di Milano, dove le due ragazze si sono laureate rispettivamente in arte e comunicazione. Dall'ufficio stage dell'ateneo - 1200 tirocini attivati ogni anno su 4400 iscritti -  Simona Grassi fa sapere: «Dopo la segnalazione della Repubblica degli Stagisti abbiamo fatto un’analisi approfondita di tutta la pratica relativa a queste due aziende. Fondazione DNArt è convenzionata con il nostro ateneo dal 2005 e La fabbrica delle idee dal 2008. Dal 2005 sono andati in stage presso i loro uffici 13 studenti e abbiamo ricevuto  quasi sempre relazioni positive, fatta eccezione per due segnalazioni negative» - tra cui la relazione di M. R., consegnata a fine estate 2009. Marco De Candido [a fianco, nella foto], responsabile dell'Area orientamento studenti, stage & placement dell'ateneo, spiega: «Quella relazione conteneva elementi estremamente negativi, ma l'incipit positivo deve aver ingannato chi leggeva». De Candido ad ogni modo è determinato a venire a capo del problema: «Adesso DNArt è sospesa: proprio in questi giorni ci hanno richiesto di pubblicare un annuncio per la ricerca di uno stagista tra i nostri studenti, ma non abbiamo accettato» afferma. «Noi instauriamo un rapporto di partnership molto stretto con le grandi aziende. Ma la miriade di piccole realtà, soprattutto nel campo dell'arte e della comunicazione - che per noi sono aree fondamentali perché abbiamo due facoltà dedicate, quella di Arti, mercati e patrimoni della cultura e quella di Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità - è molto difficile da controllare. I mezzi a nostra disposizione per accorgerci di eventuali irregolarità durante gli stage sono pochi. È difficile per esempio avviare verifiche sull'eventuale eccesso di studenti rispetto al numero di dipendenti».Specie se un soggetto ospitante, come nel caso di DNArt, apre convenzioni con tanti atenei e magari anche altri soggetti promotori. Spiega ancora Simona Grassi: «L’ufficio stage attiva tirocini esclusivamente rispetto al numero dichiarato dall’azienda con riferimento al dm 142/1998, ma se sono presenti altri stagisti di altre università non ne veniamo a conoscenza, a meno che questo non ci venga riferito dal tirocinante: ciò purtroppo avviene raramente, e quasi sempre una volta che lo stage è terminato». Insomma, se una microimpresa recluta stagisti prendendone uno dalla Iulm, un altro dalla Bocconi, un altro dalla Statale, un quarto dalla Cattolica, un quinto dalla Bicocca, un sesto da un centro per l’impiego… Ne ottiene cinque-sei, mentre ciascun ente promotore è convinto che in quell’azienda ci sia solo il suo, e che il rapporto tra dipendenti e stagisti imposto dalla legge venga rispettato. Si torna all’annoso problema dei soggetti promotori che non si parlano, già denunciato dal responsabile dell’ufficio stage della Cattolica in un’intervista alla Repubblica degli Stagisti di qualche tempo fa. Bocconi e Statale ad esempio in passato hanno inviato diversi propri iscritti presso la sede della Fondazione DNArt – Fabbrica delle idee srl; dopo l'inchiesta di fine febbraio, la prima ha deciso di revocare la convenzione, la seconda di sospenderla temporaneamente. In mancanza di un database condiviso, bisogna affidarsi alla buona fede di aziende ed enti.De Candido assicura che la Iulm reagirà: «Non mi occupo direttamente della materia stage, ma essendo consapevole del lavoro che c'è dietro ogni volta che mi capita un'azienda che viola la normativa o non si comporta correttamente per quel che mi riguarda la questione è chiusa. A prescindere dalle opportunità che essa può offrire». E conclude:  «Mi occupo di tutto l'orientamento, sia in entrata che in uscita, ma ci tengo particolarmente all'argomento stage. Le aziende utilizzano moltissimo questo strumento; come periodo di prova nei casi positivi, ma soprattutto con la crisi  sono tante quelle che cercano di fare le furbe. A loro vorrei lanciare un messaggio il più duro possibile: da parte della Iulm ci sarà massima vigilanza e rigidità nel prendere provvedimenti». Annalisa Di Palo con la collaborazione di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Nuove testimonianze dei lettori: «Il mio stage alla Fondazione DNArt? Un reality senza premio finale»- «Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università- «La norma che regola la proporzione tra dipendenti e stagisti andrebbe rivista» parla Aida Riolo, responsabile dell'ufficio stage della Bocconi- Barbara Rosina dell'ufficio stage della Statale: «Ecco perchè abbiamo deciso di chiudere la convenzione con la Fondazione Dnart» E anche: - Quanti stagisti può ospitare un'azienda? Tutti i talloni d'Achille della normativa  - «Non abbiamo ispettori da mandare nelle aziende»: parla il responsabile dell'ufficio stage dell'università Cattolica - Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»

Il 9 maggio va in scena il progetto «Precarietà Zero». A Milano i GD presentano l'iniziativa in un pub

Andrea Catania, 26 anni, dopo la laurea in economia alla Bocconi ha cominciato a fare il ricercatore presso la fondazione Rodolfo Debenedetti, che si occupa di studiare la politica economica e in particolare la riforma dei sistemi pensionistici, le cause della disoccupazione europea e i sistemi di welfare. Da un anno e mezzo Catania è anche il segretario metropolitano dei Giovani Democratici di Milano: la Repubblica degli Stagisti gli ha chiesto di raccontare l'iniziativa Precarietà Zero, che è stata lanciata qualche settimana fa dal suo partito e che lunedì 9 maggio verrà presentata in molte città italiane attraverso vari eventi. In cosa consiste Precarietà Zero?È una campagna promossa dai Giovani Democratici, dall’associazione 20 maggio flessibilità sicura, dal Forum lavoro del PD e dai giovani dell’associazione Lavoro & Welfare. Si tratta di tre proposte di legge su cui avvieremo una raccolta firme. La prima sui contratti precari mira a restringerne l’utilizzo, rendendoli maggiormente costosi per il datore di lavoro, e ad introdurre un sussidio di disoccupazione universale per tutti i lavoratori. La seconda proposta interviene sul tema degli stage rendendo obbligatoria l’erogazione di una borsa di studio di almeno 400 euro e il rimborso delle spese vive; inoltre sono sanzionati gli abusi gravi con l’assunzione a tempo indeterminato ed è prevista l’istituzione di una nuova tipologia contrattuale, il contratto di praticantato, che prevede la possibilità di svolgere la pratica professionale durante il periodo di studi. Infine, la terza proposta di legge vuole introdurre uno statuto del lavoro autonomo per semplificare l’accesso e l’avvio di nuove attività da parte di giovani e disoccupati, esentandoli da Irap e Irpef per i primi tre anni, ma anche per garantire compensi equi e tutele sociali ai lavoratori autonomi in situazione di dipendenza economica.Cosa succede 9 maggio a Milano? Il 9 maggio all’Agharty, un pub in via Vigevano, organizzeremo dalle otto a mezzanotte una serata in cui illustrare queste proposte e lanciare la raccolta firme. La nostra intenzione è quella di creare un momento di confronto e di dibattito in cui far incontrare e parlare tanti giovani, capendo in che modo queste proposte di legge possono aiutare veramente chi è in una situazione di precarietà. Alterneremo momenti in cui alcuni artisti si esibiranno sul palco a momenti in cui giovani precari illustreranno la loro situazione. E per questo evento siete in cerca di ragazzi disponibili a raccontare la propria storia, giusto? Certo, questa è proprio la nostra intenzione. Anzi colgo l’occasione per invitare chiunque voglia portare la propria testimonianza a partecipare alla serata ed a contattarci all'indirizzo di posta elettronica info [chiocciola] gdmilano.it Per saperne di più su questo argomento, vedi anche:- Stage, un'altra regolamentazione è possibile: il Pd scende in campo con il disegno di legge Damiano

«In tv si può parlare di lavoro con equilibrio e senza banalità»: intervista a Sabrina Nobile, conduttrice del programma «Il contratto»

Otto anni fa Sabrina Nobile è approdata in tv come Iena e oggi, dopo alcune esperienze a Rai2 e Mtv, conduce su La7 Il Contratto. La trasmissione mostra la fase finale di una selezione per un posto di lavoro, in cui tre candidati si mettono alla prova per essere assunti a tempo indeterminato dal direttore risorse umane dell'azienda. Nella prima puntata la posta in gioco era una posizione di telesales presso Monster a Milano, nella seconda puntata un posto di designer in Elica a Fabriano. Stasera su La7 in prima serata va in onda la terza puntata: stavolta l'azienda protagonista è GetFit, catena di palestre, che cerca un business manager.Qual è il suo bilancio delle prime due puntate?Sono molto soddisfatta: si tratta di un format completamente nuovo e sperimentale. Non ci sono concorrenti bensì persone qualsiasi, vere, che provengono da una reale selezione di lavoro; le nostre telecamere le seguono con uno stile quasi documentaristico. Dal punto di vista televisivo hanno forse qualche problema di appeal, specialmente quando li trasportiamo in studio e li coinvolgiamo in una discussione che riguarda la loro vita professionale. La trasmissione del resto ha proprio questo obiettivo: parlare di lavoro con equilibrio e approfondimento, partendo dalla vita reale delle persone. E ci stiamo riuscendo: nelle prime due puntate sono emersi molti aspetti sui problemi legati al lavoro e sulle opportunità che il mercato offre.La prima critica che è stata fatta alla trasmissione è che la formula del reality non sarebbe adatta a un argomento serio come la ricerca di lavoro.Non parlerei di "formula reality", non è il termine giusto. Questa trasmissione non crea prove fittizie, occasioni fittizie, come di solito fanno i reality: si limita a seguire il percorso di selezione di un'azienda, mettendolo sotto le telecamere. C'è ovviamente lo sguardo e il commento "televisivo", ma cerchiamo di farlo nella maniera più discreta possibile. Semmai il problema del programma è quello di essere molto lento. E poi i mestieri che portiamo in tivù spesso non hanno profili affascinanti, non sono glamour: se nella seconda puntata abbiamo avuto i designer, nella prima si trattava di semplici televenditori. E nelle prossime avremo altre posizioni professionali legate alla vendita, una in un ottico, un'altra in un negozio: vogliamo stare sui mestieri di tutti i giorni, e questi sono effettivamente quelli più offerti. La seconda critica è che il programma sarebbe uno spot all'azienda che di volta in volta è protagonista della puntata.Ma questo non è proprio lo spirito. Le aziende sono le protagoniste insieme ai candidati, per cui è naturale che appaiano il capo del personale, il tutor, così come si vede la sede dell'azienda perché è lì che i ragazzi fanno lo stage. Ma noi facciamo di tutto per non far vedere marchi, per non "indugiare". L'azienda è presente nella puntata, ma non mi sembra proprio il caso di parlare di spot: non vendiamo certo i loro prodotti.Come avete selezionato le aziende che partecipano? Sulla base di quali criteri? Non mi sono occupata personalmente di questo aspetto, so che c'è stato un lungo lavoro della produzione in collaborazione con Giordano Fatali, il presidente di HR Community, che ha messo a disposizione i suoi contatti con queste aziende. Poi è stata fatta una selezione in base a vari criteri: molte sono state scartate perché ritenute non idonee per qualche motivo particolare, altre non hanno dato la loro disponibilità, non avevano interesse a partecipare a questo progetto. Quelle che hanno accettato hanno anche fatto una scommessa, in un certo senso: si tratta sempre di un format originale, quindi non c'erano dati basati sui risultati dello stesso programma in altri Paesi.Il programma comincia nel momento in cui l'azienda comunica la rosa dei tre candidati. Perché non mostrare anche la fase di selezione dei cv?Ne abbiamo discusso, perché effettivamente sarebbe stato interessante seguire anche quella parte. Ma abbiamo dovuto fare una scelta: se avessimo incluso anche quella fase preliminare, la trasmissione sarebbe diventata davvero lunghissima. E sarebbe stata molto diversa anche dal punto di vista produttivo: per documentare quella fase avremmo dovuto cominciare a entrare con le telecamere nelle aziende mesi prima, sin dall'inizio della fase della selezione, seguire tutti i colloqui, sarebbe stato un altro tipo di narrazione. Abbiamo scelto di arrivare alla fine, seguire la fase della settimana di stage. E già così è lungo!Nelle prime due puntate i concorrenti erano due uomini e una donna, e in entrambi i casi è stata la donna a spuntarla [nell'immagine a fianco, il momento della firma della vincitrice Mariachiara Russo al termine della seconda puntata]. C'è un perché?Come hanno detto il professor Martone e la nostra filosofa in studio, in generale le donne sono più preparate, escono dagli studi con i voti migliori. Però poi vengono penalizzate: stipendi più bassi, problemi legati alla tutela della maternità. Il nostro mercato del lavoro certamente non le aiuta a lavorare. Ma nel momento in cui competono alla pari con altri colleghi uomini, spesso sono più valide: non mi stupisce insomma che le aziende protagoniste delle prime due puntate abbiano valutato che tra dei sei candidati, le due donne fossero le più idonee. Mi fa piacere.All'inizio della prima puntata lei ha fatto una battuta: «Un contratto a tempo indeterminato è la prima volta che lo vedo». L'ambito televisivo infatti è precario per eccellenza. Dedichete per caso una delle prossime puntate a una posizione in un'azienda dell'ambiente televisivo - giornalistico - artistico?La prima tranche del programma prevede otto puntate, quindi altre cinque oltre alle due già andate in onda e a quella di stasera. In queste prime otto non ci sono aziende appartenenti a quel settore: abbiamo privilegiato come dicevo aziende più "standard". Se il programma andasse avanti con una seconda stagione, potremmo anche ampliare il raggio.In trasmissione non viene esplicitato l'ammontare dello stipendio connesso al contratto. Come mai?Penso che questo sia legato a una questione di privacy delle persone che partecipano al programma, per non rendere pubblico il loro futuro stipendio. Voi pensate che sia un aspetto importante?Sì, la Repubblica degli Stagisti pensa che sia fondamentale. Il telespettatore da casa vede il concorrente che sta firmando il contratto, eppure non sa quale retribuzione prevede quel contratto.È vero, in un'ottica di trasparenza potrebbe essere utile. Farò presente questo aspetto in redazione.Qual è l'aspetto più difficile per il conduttore nel gestire una trasmissione come questa?Il fatto che sia "ibrida". C'è una parte di talk show atipico, in cui le discussioni scaturiscono dalla visione dei filmati e si parla di "materia viva", delle storie di vita dei tre candidati. Gli ospiti sono fissi e commentano sempre lo stesso argomento, il lavoro: ma declinandolo di volta in volta, puntata dopo puntata, sulle esperienze specifiche delle persone che hanno di fronte. È molto complicato gestire l'interazione tra i giovani, gli ospiti, i filmati. Ma la cosa bella e stimolante sta proprio lì, nel fatto che i protagonisti non sono personaggi televisivi: sono persone vere.I risultati di ascolto sono stati per le prime due puntate un po' deludenti. La formula verrà ritoccata?La missione di questo programma non è far volare gli ascolti: è tentare di parlare di lavoro, con un linguaggio comune ma senza banalità. La7 ha voluto scommettere su una formula sperimentale; se avesse voluto far schizzare lo share avrebbe puntato su un "reality al massacro", in cui i concorrenti si scotennano pur di vincere il posto di lavoro. Abbiamo cercato un taglio molto diverso, meno facile, meno premiante dal punto di vista degli ascolti. Ma essendo le prime puntate della prima serie di un format assolutamente originale, tutto è perfettibile: le cose si migliorano strada facendo.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Michel Martone: «Il Contratto porta in tv la vita vera di chi cerca lavoro»- Trovare lavoro è un reality show: parte stasera la nuova trasmissione «Il Contratto» su La7

«Stagisti sfruttati, ribellatevi: anche il sindacato sarà al vostro fianco»: la promessa di Ilaria Lani, responsabile Politiche giovanili della Cgil

Ilaria Lani, classe 1978, milita nella Cgil dal 2005 ed è oggi responsabile nazionale per le Politiche giovanili. La sua storia e le sue idee sono condensate anche in alcune pagine del bel libro A tu per tu con il sindacato - dialoghi di relazioni sindacali e di lavoro, scritto da Francesco Lauria e Silvia Stefanovichj e pubblicato da Giuffré. La Repubblica degli Stagisti le ha chiesto di approfondire le ragioni del risveglio del più importante sindacato italiano, fino a ieri "addormentato" sulla questione stage e oggi invece più che mai agguerrito, attraverso la campagna "Non + stage truffa" connessa al progetto "Giovani non + disposti a tutto".Come mai il sindacato ha accumulato tanto ritardo nell'affrontare il tema degli stage e dei praticantati come "sottogradino" del precariato?Perché noi l'abbiamo sempre inteso non come precariato, ma come formazione in collaborazione con gli istituti formativi, le scuole e le università. Invece di fatto nel tempo è diventato altro, e il sindacato ci ha messo un po' a rendersene conto. Il motivo, alla base, è che lo stage non è considerato un "rapporto di lavoro", e quindi sta al di fuori del campo d'azione tradizionale del sindacato. Ce ne siamo occupati in passato in maniera un po' trasversale, monitorando questa modalità per i giovani di entrare in contatto con il mercato del lavoro e quindi collaborando con le Province e con i centri per l'impiego. Senza percepire che ormai stava diventando sfruttamento di lavoro mascherato. Quali sono stati gli elementi che nel corso del 2010 hanno convinto la Cgil dell'opportunità e dell'urgenza di entrare in campo sulla questione specifica degli stage?Non c'è un momento preciso; però negli ultimi anni ci siamo resi conto che vi era un utilizzo improprio dello stage. E poiché nel novembre 2010 è partita la campagna "Giovani non più disposti a tutto" finalizzata a far emergere il problema della precarietà e dello sfruttamento giovanile, all'interno di questa campagna ci è sembrato opportuno dedicare uno spazio e un'attenzione al tema dello stage.Questa attenzione è per caso legata a un aumento delle segnalazioni, presso le vostre Camere del lavoro, di stage impropri?Il sindacato è presente nei luoghi di lavoro e nella società, per cui le nostre antenne hanno registrato che il problema stava diventando sempre più un'emergenza. Ma solo in minima parte questo è avvenuto tramite segnalazioni dirette. Lo stagista non pensa al fatto che può rivolgersi al sindacato, non a caso la campagna vuole anche lanciare il messaggio che il sindacato può  e vuole anche occuparsi dei problemi degli stagisti e supportarli.Che cosa può fare, nel momento in cui uno stagista si presenta presso una sua sede raccontando di essere stato utilizzato come commesso in un negozio, o come telefonista in un call center - insomma di essere stato utilizzato come un lavoratore?Non c'è mai una soluzione standard, dipende caso per caso da quelli che sono gli interessi e le aspettative della persona che abbiamo di fronte. Si può procedere avviando una causa di lavoro; oppure, se in quell'azienda il sindacato è presente, si può intervenire direttamente. Oppure si può segnalare all'Ispettorato del lavoro il caso anomalo. Anche se uno delle cause di questi fenomeni è la mancanza di sanzioni per chi utilizza gli stage impropriamente, il sindacato può utilizzare diversi strumenti a seconda del contesto.Il documento che avete prodotto, "La dichiarazione dello stagista", in ampie parti segue la nostra Carta dei diritti dello stagista. Dunque il lavoro della Repubblica degli Stagisti è servito al sindacato per prendere coscienza di questo problema?Certo. Il fatto che alcune realtà, a partire dalla Repubblica degli Stagisti, abbiano lavorato e lavorino per far emergere il problema dello stage ci ha consentito di conoscere meglio la situazione e di attivare un confronto che ci ha permesso di individuare e condividere alcuni punti di merito per risolvere il problema dell'abuso dello stage.Nella vostra Dichiarazione, uno dei punti dice che lo stagista dovrebbe ricevere un rimborso spese di almeno 400 euro al mese, erogato dall'azienda ospitante oppure dalle istituzioni pubbliche. Qui non c'è il rischio di attendere sempre l'intervento dello Stato, senza responsabilizzare le singole imprese a dare questo rimborso?Noi in quel punto affermiamo due principi. Il primo è che ci deve assolutamente essere un rimborso per ciascuno stagista. Il secondo è che per supportare il periodo di formazione le istituzioni pubbliche possono concorrere, offrendo una borsa di studio. Insomma, da una parte le aziende devono comunque rimborsare lo stagista per le attività che lui svolge; dall'altra, poiché lo stage non è lavoro bensì una fase di formazione, è utile che le istituzioni pubbliche lo supportino anche economicamente.Come pensate di rendere operativa questa Dichiarazione?Intendiamo procedere in due direzioni. Innanzitutto diffondendola il più possibile, per sensibilizzare i giovani che si affacciano al mondo del lavoro rispetto ai diritti da pretendere. E poi trasformando la Dichiarazione in uno strumento per affermare questi diritti attraverso un confronto con le Regioni, le istituzioni pubbliche e le aziende stesse, per arrivare a leggi più tutelanti e a introdurre anche nei contratti nazionali di lavoro norme che combattano l'abuso dello stage. Puntiamo cioè a far inserire nei contratti collettivi alcune clausole rispetto all'utilizzo degli stagisti.intervista di Eleonora VoltolinaLa Cgil, promotrice dell'iniziativa «Non + stage truffa», organizza venerdì 4 marzo un Forum tra le reti di stagisti e praticanti come momento di dibattito per condividere esperienze, proposte e azioni per combattere l'abuso di stage e praticantato. Insieme a Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti, saranno presenti Stefano Campanari del Manifesto degli Stagisti, Sara Meddi della Rete Redattori Precari Roma, Valerio Marinelli dell'Associazione praticanti 6° piano e Luca De Zolt, tra i coordinatori della campagna «Giovani NON + disposti a tutto». Appuntamento a partire dalle 16:30 presso la Sala Santi della sede centrale della Cgil, in corso d'Italia 25.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Cgil scende in campo per stanare gli sfruttatori di stagisti con la campagna «Non + Stage Truffa»- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale

Michel Martone: «Il Contratto porta in tv la vita vera di chi cerca lavoro»

Michel Martone è uno degli ospiti e opinionisti della trasmissione «Il contratto», partita martedì scorso su La7, che vede tre candidati disputarsi di volta in volta un posto di lavoro a tempo indeterminato presso un'azienda. La partenza è tutta in salita: a seguire il debutto dell'ex Iena Sabrina Nobile e della sua squadra - oltre a Martone ci sono in studio l'ex direttore del personale Giordano Fatali, la personal coach Valentina Licata, la filosofa-psicologa Silvana Ceresa - sono stati solo 289mila telespettatori, con uno share davvero basso: 1,17%. Trentasettenne, Martone è docente di diritto del lavoro presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione e la Luiss di Roma; è stato uno dei più giovani professori nominati ordinari, e da anni è impegnato sul fronte del «risveglio generazionale» e della denuncia delle storture che rendono il mercato del lavoro «duale», impedendo a tanti giovani di trovare la propria realizzazione professionale e l'indipendenza economica. Professore, la prima puntata della trasmissione ha visto come protagonisti tre over 30, addirittura quella che è risultata vincitrice è prossima alla quarantina. Come interpreta questo fatto? Forse il pubblico non se l'aspettava?Nelle prossime puntate ci sarà spazio anche per ragazzi più giovani. Non bisogna dimenticare comunque che i processi selettivi sono fatti dalle aziende, il programma tivù parte dal momento in cui l'azienda comunica la rosa finale dei tre candidati. Quindi in questo caso è stata Monster ad aver inserito candidati ultratrentenni nella rosa;  in altri casi magari sarà diversamente. Comunque il dramma della precarietà non tocca solamente i ventenni, ma anche i quarantenni: ormai sono passati molti anni da quando è cominciato il problema, e quindi in questo labirinto non sono intrappolati solamente i ragazzi appena laureati ma purtroppo anche persone più grandi. Un suggerimento che ha dato in trasmissione è quello di fare in fretta a laurearsi. Lei, da docente universitario e da esperto del mercato del lavoro, suggerirebbe ai ragazzi di rinunciare a qualche voto alto pur di concludere gli studi velocemente?Sì. In generale è molto più importante laurearsi in tempo. Detto ciò, sono assolutamente convinto che per la gran parte delle facoltà italiane uno studente di medie capacità, con voglia di farcela e di studiare, può tranquillamente laurearsi con un bel voto e in tempo. Se si vuole si può. Poi è ovvio che ci sono ragazzi che devono fronteggiare straordinari sacrifici, che si ammalano durante il periodo di studi… In questi casi il ritardo della laurea è dovuto a fattori esterni, e non ci si può fare niente. Però in molti altri casi gli studenti non si impegnano abbastanza per raggiungere l'obiettivo. Alla domanda «È meglio rinunciare a un 30 e accettare un 27 per laurearsi prima?» rispondo di sì: ma aggiungo che ci si può anche laureare presto e con un buon voto. Il «fuori corso» dovrebbe essere l'eccezione, solo per quelli che hanno problemi: non la regola. Lei ha citato i dati di Almalaurea, secondo i quali l'età media per la laurea specialistica è 27 anni quando invece dovrebbe essere 24. Questo è molto preoccupante, e purtroppo dimostra che tanti giovani prendono l'università come un parcheggio. Il problema è che talvolta all'università ci si sta talmente bene che non si ha voglia di uscirne. Ma se se ne esce troppo tardi, il mercato del lavoro diventa veramente un labirinto, e la persona non ha più quell'adattabilità che poteva avere prima. A ventitré anni si è molto più flessibili che a trenta, molto più pronti a cambiare lavoro, si hanno meno problemi. Entrare tardi nel mercato del lavoro complica molto le cose.In trasmissione qualcuno ha detto che le lauree  in materie umanistiche, specialmente quelle in filosofia, sono molto richieste sul mercato. È d'accordo?Sostanzialmente no. Beninteso, se un ragazzo è particolarmente capace e intelligente può fare qualsiasi facoltà, e troverà sempre lavoro. Però certo non è il percorso che suggerirei a uno studente medio, perché oggi la disoccupazione intellettuale dei laureati in Lettere, in Filosofia, in Scienze della comunicazione è altissima. Meglio orientarsi su facoltà che offrono sbocchi lavorativi più sicuri. Una delle principali critiche "preventive" alla trasmissione è stata che fosse poco opportuno parlare del tema della disoccupazione in una trasmissione come questa.Io dico che invece è importante parlarne, è importante affrontare il tema. «Il contratto» ha il pregio di parlare della vita vera, della realtà così com'è. Mostra candidati veri, non personaggi che fingono di cercare un lavoro per apparire in tivù. Mostra aziende vere, che selezionano persone a cui far svolgere non solo i mestieri più "glamour", ma anche funzioni  semplici come quella del telesales. La scelta precisa è quella di aderire alla realtà. Si potevano cercare scorciatoie, per esempio utilizzando personaggi famosi: in America una trasmissione simile, The Apprentice, è tutta imperniata su Donald Trump. Ma quella è tutta finta: «Il contratto», invece, mostra come stanno realmente le cose. Al pubblico a casa offre consigli che possono risultare preziosi per i tanti giovani che si trovano nella stessa situazione: per questo il programma ha un alto potenziale di servizio, che anzi deve valorizzare.Nella prima puntata non si è fatto nessun accenno alla retribuzione; la trasmissione si intitola «Il contratto», ma al telespettatore non viene detto cosa c'è scritto in quel contratto, quanto il vincitore guadagnerà.Anch'io penso che andrebbe detto quali sono le condizioni economiche; probabilmente non dirlo esplicitamente è stata una svista, perchè certo si tratta di un elemento interessante anche per il pubblico. Sono sicuro che i candidati le conoscessero già, del resto chi firmerebbe un contratto senza conoscere lo stipendio? Dalle mie competenze in materia di contratti collettivi posso presumere che la retribuzione per quel lavoro fosse di 1400-1500 euro al mese. Anche questa è una bella differenza rispetto a un reality: qui la posta in gioco è un semplice contratto, con una normale retribuzione. Non c'è quell'idea della «svolta», del vincere una somma astronomica. Uno degli aspetti positivi di questa trasmissione è che mostra che per sopravvivere al mercato del lavoro ci vogliono impegno e fatica quotidiani, al contrario del Grande Fratello che da un giorno all'altro, e senza meriti, ti cambia la vita. Chi vince qui ottiene semplicemente un lavoro che dà una certa sicurezza: il che, per i tre candidati, era già tanto. Era d'accordo con la scelta finale dell'azienda?Sì, facevo il tifo per Manuela [nell'immagine a destra]. Anche se devo dire che tutti e tre i candidati avrebbero potuto prepararsi di più per la prova finale. Sono rimasto molto stupito: si sono presentati piuttosto impreparati. In generale, cosa l'ha colpita di più?Che i protagonisti della prima puntata - uno laureato in economia, uno in filosofia, una diplomata all'Accademia di belle arti - non fossero alla ricerca del lavoro per il quale avevano studiato, del lavoro dei loro sogni. Erano semplicemente alla ricerca di un contratto a tempo indeterminato che desse una sicurezza. Nella ragazza che ha vinto, Manuela, rivedevo molti dei miei studenti. Lei aveva tanta voglia di fare, e non aveva avuto fin qui fortuna nel mercato del lavoro.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Trovare lavoro è un reality show: parte stasera la nuova trasmissione «Il Contratto» su La7 - Michel Martone: ecco cosa penso degli stage

«La norma che regola la proporzione tra dipendenti e stagisti andrebbe rivista» parla Aida Riolo, responsabile dell'ufficio stage della Bocconi

Aida Riolo è alla guida dell’ufficio stage dell’università Bocconi. La Repubblica degli Stagisti le ha chiesto di fare il punto sulla situazione emersa rispetto alla Fondazione DNArt, a seguito della lettera di reclamo di alcune stagiste che hanno interrotto il tirocinio a pochi giorni dall'attivazione. Le lamentele delle ragazze, affidate anche alla redazione della Repubblica degli Stagisti che vi ha dedicato un approfondimento  della sua rubrica Help («Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università), sono molto circostanziate e riguardano sopratutto il sovrannumero di stagisti negli uffici della Fondazione, a fronte di un esiguo numero di dipendenti.Dottoressa Riolo, anche la Bocconi ha una convenzione con la Fondazione DNArt e ha inviato studenti in stage presso gli uffici di via dell'Orso. Fino a questo reclamo.Si tratta di un'azienda con cui lavoriamo da anni, e non avevamo mai avuto ragione di dubitare della loro gestione degli stagisti. Siamo rimasti sorpresi dalla testimonianza delle studentesse. Quando attiviamo una convenzione con un'azienda, chiediamo quanti dipendenti ha, e nei casi dubbi chiediamo le visure camerali. Però in effetti non possiamo sapere quanti stagisti hanno contemporaneamente, questo è impossibile se gli stagisti provengono da enti promotori diversi. Quindi ci fidiamo del fatto che, siccome uno degli articoli della convenzione riguarda il limite massimo di stagisti che un'azienda può ospitare, nel momento in cui le imprese sottoscrivono questo impegno vuol dire che lo rispetteranno. Ringraziamo la Repubblica degli Stagisti perché ci ha segnalato una cosa che difficilmente noi saremmo riusciti a cogliere. Quando si scoprono queste cose è sempre molto spiacevole. E nonostante le università facciano la comunicazione di ogni attivazione di stage all'Ispettorato del lavoro, l'ispettorato purtroppo non fa mai controlli a campione. In questo caso, si trattava di quattro persone contemporaneamente in stage.Questa situazione certamente mette l'ente ospitante in una certa difficoltà. Per quanto riguarda la Bocconi, noi abbiamo una convenzione solamente con la Fondazione DNArt, e non con la Fabbrica delle Idee srl. Tra l'altro la persona con cui ci interfacciamo all'interno della Fondazione è una nostra laureata, il che ci dà una certa sicurezza.Da quando vi è arrivata la segnalazione, come vi siete mossi?Abbiamo applicato la nostra prassi. Sugli oltre 4mila stage che attiviamo ogni anno, ve ne è una fisiologica parte in cui si presenta qualche problema, perché l'azienda non si comporta come dovrebbe, o lo stagista ha qualcosa da ridire su come stanno andando le cose. Attiviamo la procedura sentendo le due parti; in questo caso abbiamo detto alla Fondazione che probabilmente c'era stato da parte loro anche un errore di selezione. Il mondo dell'arte, della cultura e della comunicazione è una nicchia di mercato che ha logiche differenti rispetto all'azienda industriale e strutturata: per definizione è un mondo "destrutturato", con orari e un approccio al lavoro diversi. Quindi se si vuole inserire una studentessa universitaria che proviene dal mondo dell'economia - che per definizione studia l'organizzazione - e che non ha un'attitudine a lavorare in un ambiente destrutturato, bisognerebbe tenere conto di questo. Una persona molto inquadrata, che ha determinate aspettative, probabilmente si scontrerà molto presto con una realtà destrutturata. Però per altre persone queste realtà vanno benissimo, vanno incontro a ideali professionali e aspettative di inserimento in quel tipo di mercato, pur sapendo che il risvolto economico non è equiparabile ad altri.Una volta ascoltate le parti, avete deciso di non interrompere la relazione con la Fondazione DNArt. Esatto. Non rescinderemo subito la convenzione a questo primo campanello d'allarme: preferiamo attuare una sospensione della relazione, fino a che non si verificheranno le condizioni minime per potere collaborare di nuovo. So che è stato pubblicato dalla Fondazione DNArt un nuovo annuncio sul nostro sito, ma offerto a un pubblico diverso, quello dei triennalisti - che hanno altre aspettative. La Fondazione eventualmente ci dovrà garantire che se prendono il nostro stagista, prendono solo il nostro stagista. Ricorda quanti dipendenti a tempo indeterminato la Fondazione aveva dichiarato di avere al momento dell'avvio della convenzione con la Bocconi?Non dispongo di questa informazione perché abbiamo migliaia di aziende convenzionate. Posso dirle che quando un'azienda si registra ci indica una fascia, la più bassa per la nostra modulistica è quella 0-25 dipendenti. Per avere l'informazione precisa sul numero si può poi chiedere una visura camerale:  ve ne sono  alcuni tipi che comprendono anche questa informazione.Stando a quel che risulta alla Repubblica degli Stagisti, operano negli uffici di via dell'Orso - comuni alla Fondazione DNArt e alla Fabbrica delle Idee srl - tre o quattro dipendenti a tempo indeterminato. Non vi è ancora certezza però su come siano distribuiti questi dipendenti sulle due realtà: c'è quindi la possibilità che la Fondazione DNArt non ne abbia nemmeno uno. La Bocconi come si pone rispetto a questo?Il rapporto tra numero di stagisti e numero di dipendenti non dovrebbe più basarsi su una normativa che risale al 1997-1998, quando non era ancora presente la legge Biagi con tutto il suo portato di nuove formule contrattuali. Non è possibile pensare che nella prassi si faccia un conteggio solo sui tempi indeterminati; fortunatamente vi è uno spazio per la libera interpretazione.Quindi attivate stage anche in aziende che non hanno dipendenti a tempo indeterminato?Non di prassi. Però uno studio professionale, o un'associazione no profit, possono oggigiorno essere rette da uno, due o zero dipendenti a tempo indeterminato, ed essere al contempo realtà organizzativamente complesse, fatte di consulenti, volontari e così via. Noi non possiamo precludere ai nostri studenti la possibilità di fare esperienze di stage in queste realtà. Non si può non tenere conto che le formule contrattuali sono cambiate: l'abbiamo anche detto al ministero del Lavoro.Avete inviato un interpello?Non abbiamo percorso una via tanto "ufficiale", ma abbiamo fatto presente attraverso Italia Lavoro che c'è questo problema e abbiamo preso una posizione per cui «fino a cinque dipendenti», cioè la frase che è presente nella legge, noi interpretiamo che possa anche significare zero.In effetti vi sono interpretazioni contrastanti rispetto a quella frase.Attenzione però, non è che io mandi lo stagista nell'impresa individuale. Lo mando semmai in una realtà complessa, che non rispetta il requisito del personale a tempo indeterminato ma comunque offre un ambiente stimolante in cui si può imparare molto. In uno studio di avvocati paradossalmente può capitare che le uniche persone assunte a tempo indeterminato siano una o due segretarie: ma a fronte di venti professionisti che ci lavorano dentro, io ce ne mando anche due di stagisti!Qual è il numero indicativo che la porta a considerare una realtà sufficientemente "complessa", a prescindere dal numero dei dipendenti a tempo indeterminato? Basta che ci lavorino due o tre persone?No. E comunque stiamo parlando dell'1% dei casi di stage attivati dalla Bocconi. Nel restante 99% dei casi lavoriamo con realtà molto strutturate; ma ci sono anche queste realtà di nicchia, le associazioni, le fondazioni, che non vogliamo perdere.Nella fattispecie, la Fondazione DNArt - Fabbrica delle idee srl in tutto avrebbe tre o quattro tempi indeterminati, più un contratto a progetto. Cinque persone per voi equivalgono a una struttura sufficientemente complessa?Si valuta caso per caso. Senza dimenticare un certo approccio all'imprenditorialità delle singole persone. I nostri studenti infatti sono anche preparati, se lo vogliono, a diventare partecipi dello sviluppo di un'attività: non si deve pensare allo stagista come a uno che si siede alla scrivania e aspetta che gli dicano cosa fare. Per tornare alla Fondazione DNArt, lei prima diceva che voi chiederete delle garanzie perché il precedente non si ripeta.Noi non abbiamo preso alcuna decisione definitiva. Nel momento in cui loro ci diranno che hanno intenzione di offrire un nuovo stage, oppure che hanno trovato un candidato, noi ci faremo dichiarare che sono in regola con l'articolo 1 della normativa, che del resto hanno già firmato nella convenzione. Come impegno.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università- Barbara Rosina dell'ufficio stage della Statale: «Ecco perchè abbiamo deciso di chiudere la convenzione con la Fondazione Dnart»E anche:- Aziende senza dipendenti: è possibile lo stage? Regione (e provincia) che vai, risposta che trovi- Problemi con lo stage: vanno segnalati subito all'ente promotore

Barbara Rosina dell'ufficio stage della Statale: «Ecco perchè abbiamo deciso di chiudere la convenzione con la Fondazione Dnart»

L'ultimo caso di Help arrivato alla Repubblica degli Stagisti, relativo alla Fondazione DNArt, coinvolge anche l'università Statale di Milano, che negli ultimi anni ha inviato in stage presso questa Fondazione e la sua "gemella" Fabbrica delle Idee srl alcuni studenti e neolaureati. Fino a quando non ha ricevuto una formale lettera di reclamo da parte di Virginia L. e  Lorenza S., che tra le altre cose evidenziava come negli uffici di via dell'Orso, comuni alle due realtà, a un certo punto fossero presenti contemporaneamente quattro stagisti, a fronte di un numero esiguo di dipendenti a tempo indeterminato. Insomma, una violazione dell'articolo 1 della normativa 142/1998 sui tirocini.A questo punto Barbara Rosina, direttore del Cosp – il Centro di servizio di ateneo per l'orientamento allo studio e alle professioni – si è mossa per verificare la situazione e prendere provvedimenti. Il Cosp attiva circa 4mila tirocini all'anno; il personale dell'ufficio stage è composto da quattro persone coordinate dalla Rosina. E proprio a lei la Repubblica degli Stagisti ha chiesto di approfondire non solo il caso DNArt ma in generale sui problemi che possono capitare nel corso di uno stage, e sul ruolo che l'ente promotore può svolgere in questi casi.Dottoressa Rosina, come ha deciso di comportarsi l'università Statale in merito alla situazione emersa rispetto agli stage presso la Fondazione DNArt?Dopo attente verifiche abbiamo deciso di rescindere la convenzione che permetteva alla Fondazione e alla Fabbrica delle idee srl di ospitare stagisti provenienti dalla Statale. Stiamo preparando la lettera di notifica, manderemo in questi giorni la raccomandata. Per scrupolo abbiamo anche fatto una verifica con il nostro ufficio legale, che ci ha confermato che non abbiamo nessun tipo di vincolo a mantenere attive le convenzioni, laddove non soddisfino criteri di qualità e correttezza gestionale.Era la prima volta che vi capitava un caso del genere? No. Purtroppo molte società piccole organizzano attività legate all'ambito culturale e artistico muovendosi in maniera molto libera rispetto alla normativa sugli stage. Anche perché i ragazzi che vogliono lavorare in quel settore sono tantissimi e accettano qualsiasi cosa pur di farlo.Lei cosa consiglia in questi casi?Alle ragazze che hanno presentato il reclamo ho suggerito di non fossilizzarsi su quel settore. Non perché non ci sia niente di serio, ma perché purtroppo è molto saturo. Anche per altri casi stiamo cercando di sostenere gli studenti che abbiano avuto problemi di questo tipo, anche con percorsi di orientamento ad hoc, laddove possibile.Diceva che non è la prima volta che chiudete una convenzione.No, infatti. Giusto la settimana scorsa ne abbiamo chiusa una  con un'altra piccola società, stavolta di comunicazione, per ragioni quasi identiche. Sono situazioni che però è molto difficile controllare, anche perché la normativa è molto generica.  In generale, penso che sarebbe utile un migliore collegamento con l’ispettorato del lavoro. Avvierò una riflessione in questo senso, per valutare se mandare noi stessi segnalazioni su comportamenti scorretti nell'utilizzo dello strumento dello stage.Rispetto al caso in questione, prima di tutto vi siete mossi per verificare le dichiarazioni delle ragazze.Certamente. Sulla base della segnalazione, ci premeva sopratutto fare chiarezza sul numero di dipendenti a tempo indeterminato assunti presso la Fondazione DNArt e presso la srl Fabbrica delle Idee. Tra l'altro questa doppia realtà ci ha anche creato qualche problema nel fare le nostre verifiche: perchè se per le aziende si possono fare le visure camerali, per le Fondazioni questo tipo di documentazione è più difficile da reperire.Che risposta avete avuto quando avete contattato la Fondazione DNArt per chiedere conto dell'accaduto?I nostri operatori sono rimasti molto sorpresi dal comportamento dei nostri interlocutori. Sembravano sicuri di essere completamente in linea con le prescrizioni normative. Sembravano ritenere che tutto andasse bene e forse non pensavano che potessimo rescindere la convenzione con loro. Questo atteggiamento ci ha colpito, soprattutto a fronte di una richiesta di questo tipo.  Se infatti il richiamo sul mancato rispetto del progetto formativo può apparire opinabile, la violazione di un punto preciso della normativa dovrebbe essere percepita come qualcosa di incontrovertibile, di più serio e grave. Indipendentemente da questo aspetto, abbiamo anche ascoltato le esperienze delle stagiste, che si sono dimostrate anche assolutamente non formative e devo dire che – indipendentemente da altri aspetti – avremmo comunque preso i medesimi provvedimenti, in virtù della qualità dell’esperienza offerta ai ragazzi, che noi dobbiamo tutelare.Si verificano spesso problemi con gli stage?Spesso no: ma maltrattamenti e molestie capitano. A livello statistico capita più frequentemente con le microimprese e con le piccole associazioni, che tra l'altro sono anche quelle che offrono meno sbocchi lavorativi al termine del percorso formativo. Per gli studenti che devono fare stage curriculari per soli tre mesi esperienze di questo tipo possono anche avere un senso, quando però si tratta di laureati che sperano attraverso il tirocinio di trovare un lavoro la situazione diventa problematica. Spesso le piccole realtà non conoscono nemmeno bene la differenza tra stagista e dipendente: l'altro giorno ci ha chiamato un'associazione dicendo «Lo stagista in questi giorni non sta venendo, e non ci porta il certificato medico». E il nostro collega si è trovato a dover spiegare che lo stagista non è tenuto a portare proprio nessun certificato... Tornando al caso della Fondazione DNArt, come vi muoverete?Una volta mandata la lettera considereremo chiuso quel fronte. Dedicheremo invece del tempo alle ragazze, perché teniamo molto a sostenerne il percorso professionale dopo una esperienza così poco piacevole.  Ricevete molte segnalazioni da stagisti insoddisfatti?Da qualche tempo a questa parte le segnalazioni in effetti stanno aumentando. I ragazzi hanno iniziato a capire di potersi rivolgere a noi, e questo è indubbiamente un fatto positivo e una conferma che il nostro impegno va nella direzione giusta. E anzi qui colgo l'occasione per ringraziare la Repubblica degli Stagisti: noi siamo già molto sensibili a queste tematiche, ma sinergie e contributi sono sempre utili. Il problema però è che la normativa consente praticamente qualsiasi cosa. In alcuni casi, quando ci arriva un giovane dicendo «voglio assolutamente attivare questo stage» noi magari gli facciamo presente che le condizioni offerte dall'impresa in questione non sono ottimali, e lo sconsigliamo; ma se insiste non possiamo dirgli di no. Almeno cerchiamo di non attivare mai i dodici mesi tutti in una volta, abbiamo un regolamento interno che dice che la durata massima di uno stage è di sei mesi, al termine dei quali eventualmente si attivano gli altri sei di proroga. Ma scoraggiamo il «più 6»: perchè riteniamo che sei mesi siano già un tempo più che sufficiente per un percorso formativo. Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- «Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università- «La norma che regola la proporzione tra dipendenti e stagisti andrebbe rivista» parla Aida Riolo, responsabile dell'ufficio stage della BocconiE anche:- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato

Stage per mansioni di basso profilo, eppure qualche volta sono utili: la parola ai centri per l'impiego

Il comportamento delle aziende che reclutano stagisti per mansioni di basso profilo in fast food, profumerie, saloni di bellezza o tabaccherie, non è illegale perché la normativa vigente non pone limiti rispetto alla tipologia di imprese che possono ospitare persone in tirocinio. Ma al di là delle difese d'ufficio, della serie non-si-viola-nessuna-legge, la Repubblica degli Stagisti ha voluto approfondire il discorso con due esperti del settore, che spiegano il fenomeno con riflessioni meno banali.Secondo Luca Riva [nella foto a sinistra], responsabile del Jobcaffè (un ufficio che una volta si sarebbe definito «di collocamento», legato alla Provincia di Milano), gli stage attivati per mansioni di basso profilo non sono sempre e comunque ingiustificati. A patto che sussistano alcuni criteri: che la durata sia commisurata ai contenuti formativi o orientativi dello stage («in questi casi di solito stiamo sui due-tre mesi»), che siano finalizzati all'inserimento e che venga definito in maniera dettagliata il ruolo operativo del tirocinante. A questo proposito Riva precisa: «Per esempio dev'essere ben esplicitato che lo stagista non può stare da solo in negozio o alla cassa, non può fare turni se non strettamente motivati da esigenze formative, deve essere costantemente seguito e affiancato». Se questi criteri vengono rispettati, anche questo tipo di stage «può essere un modo per conoscersi reciprocamente tra impresa e tirocinante in vista di un rapido inserimento –  sempre che il rapporto funzioni». Nel fare questo ragionamento Riva pensa non a brillanti neodiplomati o neolaureati, ma a persone che faticano a trovare un impiego e ancor più a tenerselo: «Spesso stage di questo tipo sono utili per inserire ragazzi deboli, o a bassa scolarità, che in alcuni casi hanno anche problemi di tenuta al lavoro da verificare con periodi di stage brevi ma non brevissimi, anche su mansioni semplici. Penso anche ai ragazzi “piccolini” in carico alle comunità sociali, ai disabili e in generale a tutti i soggetti che possono necessitare di periodi più lunghi d’inserimento, sempre supportati da percorsi di tutoraggio e accompagnamento». Non deve infatti mai mancare il monitoraggio del soggetto promotore: «I feedback durante i tirocini e la valutazione finale permettono di poter valutare l'andamento del percorso ed eventualmente interrompere lo stage in corso e non autorizzarne altri in quella determinata azienda». Insomma, secondo Riva la materia «è meno schematica e lineare di quanto possa sembrare all’apparenza ed è quindi è giusto considerare, per quanto possibile, ciascun caso singolarmente, basandosi sulla situazione di partenza, sulle esigenze del ragazzo e sugli obiettivi, formativi e non, del tirocinio».Anche da parte di Lulzim Ajazi, responsabile del Centro per l'impiego di Mestre, non vi è una condanna a priori degli stage per mansioni di basso profilo. Tra l'altro, è proprio al suo cpi che qualche tempo è giunta da parte di una tabaccheria la richiesta di reclutare uno stagista, scatenando l'indignazione che la lettrice Silvia ha espresso alla redazione della Repubblica degli Stagisti. «Abbiamo pubblicato sul nostro sito l'annuncio per quello stage. Del resto non potevamo fare altro: la tabaccheria ci ha richiesto un servizio che noi siamo tenuti a dare. La procedura prevede che solo dopo la pubblicazione dell'annuncio, e non prima, l'impresa prepari il progetto formativo e lo porti all'ufficio preposto, che verificherà se può essere ritenuto adeguato». Insomma il progetto non viene stabilito a priori, bensì stilato solo una volta che il candidato è stato scelto, per costruirlo ad hoc sulle caratteristiche e le competenze pregresse di questo candidato. «È un cane che si morde la coda» commenta Ajazi «Potremmo accorgerci dell'eventuale abuso solo leggendo il progetto formativo, ma nel momento in cui pubblicizziamo la posizione di stage questo progetto ancora non c'è».Il Centro per l'impiego di Mestre serve ogni giorno 300 persone e attiva più o meno 500 stage all'anno, a cui vanno aggiunti i 400 tirocini estivi inscritti nei progetti di alternanza scuola-lavoro. In generale, rispetto ai progetti formativi ogni centro per l'impiego ha la facoltà di valutarne la congruità: «Ma ricordiamoci che il cpi è solo uno dei soggetti che possono fungere da ente promotore: quindi c'è anche la possibilità che uno stage che non venisse non giudicato congruo da noi, e quindi rifiutato, venga poi attivato da un'università, dal Comune o da altri enti autorizzati».Era la prima volta che al centro per l'impiego di Mestre arrivava una richiesta di stage da parte di una tabaccheria: «Potrebbe avere un valore positivo se fosse finalizzato all'inserimento lavorativo» riflette Ajazi «o negativo, se fosse soltanto per acquisire gratuitamente un lavoratore. Noi questo lo potremo scoprire solo andando a vedere il progetto formativo e a conoscere l'impresa». In passato è successo che il cpi mestrino rifiutasse di promuovere alcuni stage, per esempio nei casi in cui un'azienda proponeva sempre la stessa posizione senza mai assumere nessuno e sostituendo continuamente lo stagista con un nuovo stagista. «Io però rappresento un ufficio pubblico, che deve ottemperare ai principi di imparzialità, trasparenza e correttezza» puntualizza Ajazi: «Quindi non può esagerare nell’utilizzo del potere di veto, bloccando offerte di stage senza avere la certezza che le imprese che hanno proposto quelle posizioni vogliano abusarne. E in tanti casi non è verificabile con certezza la volontà di abuso. Comunque in alcuni casi, in passato, abbiamo segnalato situazioni anomale all'ispettorato del lavoro che hanno portato alla conversione degli stage in rapporti di lavoro subordinato». Ma per opporsi a uno stage potenzialmente "farlocco" il percorso è irto di ostacoli: «Rischiamo un esposto per omissione di atti d'ufficio: se decidiamo di non pubblicare una determinata inserzione, perché non ci sembra congrua, potremmo addirittura essere denunciati. Ci è capitato che, avendo riscontrato qualche progetto formativo non pienamente convincente, le associazioni sindacali e datoriali ci dessero contro dicendo "Non spetta al centro per l'impiego sindacare sulla qualità del progetto formativo, non ne ha nè il diritto nè le competenze!". E così noi possiamo agire solo in quei casi in cui l'abuso è veramente palese».L’ultima riflessione di Ajazi fa eco a quella di Riva: non fare di tutt'erbe un fascio nel giudicare gli stage per mansioni di basso profilo. «Molto differente è la situazione di un laureato rispetto a quella di un disoccupato di lungo periodo, magari con un livello di istruzione elementare, o un tossicodipendente, o un disabile psichico. Per queste persone anche lo stage è un inizio prezioso, e tutti gli altri discorsi vanno a farsi friggere: se riesco a trovare un tirocinio a una persona poniamo disoccupata da 48 mesi, quasi quasi dovrei pagare io l'azienda per accoglierlo!».Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il Natale risveglia la voglia di stagisti in profumerie e saloni di bellezza. Tirocini «sospetti» anche in tabaccherie e fast food