Categoria: Interviste

Michel Martone: «Il Contratto porta in tv la vita vera di chi cerca lavoro»

Michel Martone è uno degli ospiti e opinionisti della trasmissione «Il contratto», partita martedì scorso su La7, che vede tre candidati disputarsi di volta in volta un posto di lavoro a tempo indeterminato presso un'azienda. La partenza è tutta in salita: a seguire il debutto dell'ex Iena Sabrina Nobile e della sua squadra - oltre a Martone ci sono in studio l'ex direttore del personale Giordano Fatali, la personal coach Valentina Licata, la filosofa-psicologa Silvana Ceresa - sono stati solo 289mila telespettatori, con uno share davvero basso: 1,17%. Trentasettenne, Martone è docente di diritto del lavoro presso la Scuola superiore della pubblica amministrazione e la Luiss di Roma; è stato uno dei più giovani professori nominati ordinari, e da anni è impegnato sul fronte del «risveglio generazionale» e della denuncia delle storture che rendono il mercato del lavoro «duale», impedendo a tanti giovani di trovare la propria realizzazione professionale e l'indipendenza economica. Professore, la prima puntata della trasmissione ha visto come protagonisti tre over 30, addirittura quella che è risultata vincitrice è prossima alla quarantina. Come interpreta questo fatto? Forse il pubblico non se l'aspettava?Nelle prossime puntate ci sarà spazio anche per ragazzi più giovani. Non bisogna dimenticare comunque che i processi selettivi sono fatti dalle aziende, il programma tivù parte dal momento in cui l'azienda comunica la rosa finale dei tre candidati. Quindi in questo caso è stata Monster ad aver inserito candidati ultratrentenni nella rosa;  in altri casi magari sarà diversamente. Comunque il dramma della precarietà non tocca solamente i ventenni, ma anche i quarantenni: ormai sono passati molti anni da quando è cominciato il problema, e quindi in questo labirinto non sono intrappolati solamente i ragazzi appena laureati ma purtroppo anche persone più grandi. Un suggerimento che ha dato in trasmissione è quello di fare in fretta a laurearsi. Lei, da docente universitario e da esperto del mercato del lavoro, suggerirebbe ai ragazzi di rinunciare a qualche voto alto pur di concludere gli studi velocemente?Sì. In generale è molto più importante laurearsi in tempo. Detto ciò, sono assolutamente convinto che per la gran parte delle facoltà italiane uno studente di medie capacità, con voglia di farcela e di studiare, può tranquillamente laurearsi con un bel voto e in tempo. Se si vuole si può. Poi è ovvio che ci sono ragazzi che devono fronteggiare straordinari sacrifici, che si ammalano durante il periodo di studi… In questi casi il ritardo della laurea è dovuto a fattori esterni, e non ci si può fare niente. Però in molti altri casi gli studenti non si impegnano abbastanza per raggiungere l'obiettivo. Alla domanda «È meglio rinunciare a un 30 e accettare un 27 per laurearsi prima?» rispondo di sì: ma aggiungo che ci si può anche laureare presto e con un buon voto. Il «fuori corso» dovrebbe essere l'eccezione, solo per quelli che hanno problemi: non la regola. Lei ha citato i dati di Almalaurea, secondo i quali l'età media per la laurea specialistica è 27 anni quando invece dovrebbe essere 24. Questo è molto preoccupante, e purtroppo dimostra che tanti giovani prendono l'università come un parcheggio. Il problema è che talvolta all'università ci si sta talmente bene che non si ha voglia di uscirne. Ma se se ne esce troppo tardi, il mercato del lavoro diventa veramente un labirinto, e la persona non ha più quell'adattabilità che poteva avere prima. A ventitré anni si è molto più flessibili che a trenta, molto più pronti a cambiare lavoro, si hanno meno problemi. Entrare tardi nel mercato del lavoro complica molto le cose.In trasmissione qualcuno ha detto che le lauree  in materie umanistiche, specialmente quelle in filosofia, sono molto richieste sul mercato. È d'accordo?Sostanzialmente no. Beninteso, se un ragazzo è particolarmente capace e intelligente può fare qualsiasi facoltà, e troverà sempre lavoro. Però certo non è il percorso che suggerirei a uno studente medio, perché oggi la disoccupazione intellettuale dei laureati in Lettere, in Filosofia, in Scienze della comunicazione è altissima. Meglio orientarsi su facoltà che offrono sbocchi lavorativi più sicuri. Una delle principali critiche "preventive" alla trasmissione è stata che fosse poco opportuno parlare del tema della disoccupazione in una trasmissione come questa.Io dico che invece è importante parlarne, è importante affrontare il tema. «Il contratto» ha il pregio di parlare della vita vera, della realtà così com'è. Mostra candidati veri, non personaggi che fingono di cercare un lavoro per apparire in tivù. Mostra aziende vere, che selezionano persone a cui far svolgere non solo i mestieri più "glamour", ma anche funzioni  semplici come quella del telesales. La scelta precisa è quella di aderire alla realtà. Si potevano cercare scorciatoie, per esempio utilizzando personaggi famosi: in America una trasmissione simile, The Apprentice, è tutta imperniata su Donald Trump. Ma quella è tutta finta: «Il contratto», invece, mostra come stanno realmente le cose. Al pubblico a casa offre consigli che possono risultare preziosi per i tanti giovani che si trovano nella stessa situazione: per questo il programma ha un alto potenziale di servizio, che anzi deve valorizzare.Nella prima puntata non si è fatto nessun accenno alla retribuzione; la trasmissione si intitola «Il contratto», ma al telespettatore non viene detto cosa c'è scritto in quel contratto, quanto il vincitore guadagnerà.Anch'io penso che andrebbe detto quali sono le condizioni economiche; probabilmente non dirlo esplicitamente è stata una svista, perchè certo si tratta di un elemento interessante anche per il pubblico. Sono sicuro che i candidati le conoscessero già, del resto chi firmerebbe un contratto senza conoscere lo stipendio? Dalle mie competenze in materia di contratti collettivi posso presumere che la retribuzione per quel lavoro fosse di 1400-1500 euro al mese. Anche questa è una bella differenza rispetto a un reality: qui la posta in gioco è un semplice contratto, con una normale retribuzione. Non c'è quell'idea della «svolta», del vincere una somma astronomica. Uno degli aspetti positivi di questa trasmissione è che mostra che per sopravvivere al mercato del lavoro ci vogliono impegno e fatica quotidiani, al contrario del Grande Fratello che da un giorno all'altro, e senza meriti, ti cambia la vita. Chi vince qui ottiene semplicemente un lavoro che dà una certa sicurezza: il che, per i tre candidati, era già tanto. Era d'accordo con la scelta finale dell'azienda?Sì, facevo il tifo per Manuela [nell'immagine a destra]. Anche se devo dire che tutti e tre i candidati avrebbero potuto prepararsi di più per la prova finale. Sono rimasto molto stupito: si sono presentati piuttosto impreparati. In generale, cosa l'ha colpita di più?Che i protagonisti della prima puntata - uno laureato in economia, uno in filosofia, una diplomata all'Accademia di belle arti - non fossero alla ricerca del lavoro per il quale avevano studiato, del lavoro dei loro sogni. Erano semplicemente alla ricerca di un contratto a tempo indeterminato che desse una sicurezza. Nella ragazza che ha vinto, Manuela, rivedevo molti dei miei studenti. Lei aveva tanta voglia di fare, e non aveva avuto fin qui fortuna nel mercato del lavoro.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Trovare lavoro è un reality show: parte stasera la nuova trasmissione «Il Contratto» su La7 - Michel Martone: ecco cosa penso degli stage

«La norma che regola la proporzione tra dipendenti e stagisti andrebbe rivista» parla Aida Riolo, responsabile dell'ufficio stage della Bocconi

Aida Riolo è alla guida dell’ufficio stage dell’università Bocconi. La Repubblica degli Stagisti le ha chiesto di fare il punto sulla situazione emersa rispetto alla Fondazione DNArt, a seguito della lettera di reclamo di alcune stagiste che hanno interrotto il tirocinio a pochi giorni dall'attivazione. Le lamentele delle ragazze, affidate anche alla redazione della Repubblica degli Stagisti che vi ha dedicato un approfondimento  della sua rubrica Help («Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università), sono molto circostanziate e riguardano sopratutto il sovrannumero di stagisti negli uffici della Fondazione, a fronte di un esiguo numero di dipendenti.Dottoressa Riolo, anche la Bocconi ha una convenzione con la Fondazione DNArt e ha inviato studenti in stage presso gli uffici di via dell'Orso. Fino a questo reclamo.Si tratta di un'azienda con cui lavoriamo da anni, e non avevamo mai avuto ragione di dubitare della loro gestione degli stagisti. Siamo rimasti sorpresi dalla testimonianza delle studentesse. Quando attiviamo una convenzione con un'azienda, chiediamo quanti dipendenti ha, e nei casi dubbi chiediamo le visure camerali. Però in effetti non possiamo sapere quanti stagisti hanno contemporaneamente, questo è impossibile se gli stagisti provengono da enti promotori diversi. Quindi ci fidiamo del fatto che, siccome uno degli articoli della convenzione riguarda il limite massimo di stagisti che un'azienda può ospitare, nel momento in cui le imprese sottoscrivono questo impegno vuol dire che lo rispetteranno. Ringraziamo la Repubblica degli Stagisti perché ci ha segnalato una cosa che difficilmente noi saremmo riusciti a cogliere. Quando si scoprono queste cose è sempre molto spiacevole. E nonostante le università facciano la comunicazione di ogni attivazione di stage all'Ispettorato del lavoro, l'ispettorato purtroppo non fa mai controlli a campione. In questo caso, si trattava di quattro persone contemporaneamente in stage.Questa situazione certamente mette l'ente ospitante in una certa difficoltà. Per quanto riguarda la Bocconi, noi abbiamo una convenzione solamente con la Fondazione DNArt, e non con la Fabbrica delle Idee srl. Tra l'altro la persona con cui ci interfacciamo all'interno della Fondazione è una nostra laureata, il che ci dà una certa sicurezza.Da quando vi è arrivata la segnalazione, come vi siete mossi?Abbiamo applicato la nostra prassi. Sugli oltre 4mila stage che attiviamo ogni anno, ve ne è una fisiologica parte in cui si presenta qualche problema, perché l'azienda non si comporta come dovrebbe, o lo stagista ha qualcosa da ridire su come stanno andando le cose. Attiviamo la procedura sentendo le due parti; in questo caso abbiamo detto alla Fondazione che probabilmente c'era stato da parte loro anche un errore di selezione. Il mondo dell'arte, della cultura e della comunicazione è una nicchia di mercato che ha logiche differenti rispetto all'azienda industriale e strutturata: per definizione è un mondo "destrutturato", con orari e un approccio al lavoro diversi. Quindi se si vuole inserire una studentessa universitaria che proviene dal mondo dell'economia - che per definizione studia l'organizzazione - e che non ha un'attitudine a lavorare in un ambiente destrutturato, bisognerebbe tenere conto di questo. Una persona molto inquadrata, che ha determinate aspettative, probabilmente si scontrerà molto presto con una realtà destrutturata. Però per altre persone queste realtà vanno benissimo, vanno incontro a ideali professionali e aspettative di inserimento in quel tipo di mercato, pur sapendo che il risvolto economico non è equiparabile ad altri.Una volta ascoltate le parti, avete deciso di non interrompere la relazione con la Fondazione DNArt. Esatto. Non rescinderemo subito la convenzione a questo primo campanello d'allarme: preferiamo attuare una sospensione della relazione, fino a che non si verificheranno le condizioni minime per potere collaborare di nuovo. So che è stato pubblicato dalla Fondazione DNArt un nuovo annuncio sul nostro sito, ma offerto a un pubblico diverso, quello dei triennalisti - che hanno altre aspettative. La Fondazione eventualmente ci dovrà garantire che se prendono il nostro stagista, prendono solo il nostro stagista. Ricorda quanti dipendenti a tempo indeterminato la Fondazione aveva dichiarato di avere al momento dell'avvio della convenzione con la Bocconi?Non dispongo di questa informazione perché abbiamo migliaia di aziende convenzionate. Posso dirle che quando un'azienda si registra ci indica una fascia, la più bassa per la nostra modulistica è quella 0-25 dipendenti. Per avere l'informazione precisa sul numero si può poi chiedere una visura camerale:  ve ne sono  alcuni tipi che comprendono anche questa informazione.Stando a quel che risulta alla Repubblica degli Stagisti, operano negli uffici di via dell'Orso - comuni alla Fondazione DNArt e alla Fabbrica delle Idee srl - tre o quattro dipendenti a tempo indeterminato. Non vi è ancora certezza però su come siano distribuiti questi dipendenti sulle due realtà: c'è quindi la possibilità che la Fondazione DNArt non ne abbia nemmeno uno. La Bocconi come si pone rispetto a questo?Il rapporto tra numero di stagisti e numero di dipendenti non dovrebbe più basarsi su una normativa che risale al 1997-1998, quando non era ancora presente la legge Biagi con tutto il suo portato di nuove formule contrattuali. Non è possibile pensare che nella prassi si faccia un conteggio solo sui tempi indeterminati; fortunatamente vi è uno spazio per la libera interpretazione.Quindi attivate stage anche in aziende che non hanno dipendenti a tempo indeterminato?Non di prassi. Però uno studio professionale, o un'associazione no profit, possono oggigiorno essere rette da uno, due o zero dipendenti a tempo indeterminato, ed essere al contempo realtà organizzativamente complesse, fatte di consulenti, volontari e così via. Noi non possiamo precludere ai nostri studenti la possibilità di fare esperienze di stage in queste realtà. Non si può non tenere conto che le formule contrattuali sono cambiate: l'abbiamo anche detto al ministero del Lavoro.Avete inviato un interpello?Non abbiamo percorso una via tanto "ufficiale", ma abbiamo fatto presente attraverso Italia Lavoro che c'è questo problema e abbiamo preso una posizione per cui «fino a cinque dipendenti», cioè la frase che è presente nella legge, noi interpretiamo che possa anche significare zero.In effetti vi sono interpretazioni contrastanti rispetto a quella frase.Attenzione però, non è che io mandi lo stagista nell'impresa individuale. Lo mando semmai in una realtà complessa, che non rispetta il requisito del personale a tempo indeterminato ma comunque offre un ambiente stimolante in cui si può imparare molto. In uno studio di avvocati paradossalmente può capitare che le uniche persone assunte a tempo indeterminato siano una o due segretarie: ma a fronte di venti professionisti che ci lavorano dentro, io ce ne mando anche due di stagisti!Qual è il numero indicativo che la porta a considerare una realtà sufficientemente "complessa", a prescindere dal numero dei dipendenti a tempo indeterminato? Basta che ci lavorino due o tre persone?No. E comunque stiamo parlando dell'1% dei casi di stage attivati dalla Bocconi. Nel restante 99% dei casi lavoriamo con realtà molto strutturate; ma ci sono anche queste realtà di nicchia, le associazioni, le fondazioni, che non vogliamo perdere.Nella fattispecie, la Fondazione DNArt - Fabbrica delle idee srl in tutto avrebbe tre o quattro tempi indeterminati, più un contratto a progetto. Cinque persone per voi equivalgono a una struttura sufficientemente complessa?Si valuta caso per caso. Senza dimenticare un certo approccio all'imprenditorialità delle singole persone. I nostri studenti infatti sono anche preparati, se lo vogliono, a diventare partecipi dello sviluppo di un'attività: non si deve pensare allo stagista come a uno che si siede alla scrivania e aspetta che gli dicano cosa fare. Per tornare alla Fondazione DNArt, lei prima diceva che voi chiederete delle garanzie perché il precedente non si ripeta.Noi non abbiamo preso alcuna decisione definitiva. Nel momento in cui loro ci diranno che hanno intenzione di offrire un nuovo stage, oppure che hanno trovato un candidato, noi ci faremo dichiarare che sono in regola con l'articolo 1 della normativa, che del resto hanno già firmato nella convenzione. Come impegno.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università- Barbara Rosina dell'ufficio stage della Statale: «Ecco perchè abbiamo deciso di chiudere la convenzione con la Fondazione Dnart»E anche:- Aziende senza dipendenti: è possibile lo stage? Regione (e provincia) che vai, risposta che trovi- Problemi con lo stage: vanno segnalati subito all'ente promotore

Barbara Rosina dell'ufficio stage della Statale: «Ecco perchè abbiamo deciso di chiudere la convenzione con la Fondazione Dnart»

L'ultimo caso di Help arrivato alla Repubblica degli Stagisti, relativo alla Fondazione DNArt, coinvolge anche l'università Statale di Milano, che negli ultimi anni ha inviato in stage presso questa Fondazione e la sua "gemella" Fabbrica delle Idee srl alcuni studenti e neolaureati. Fino a quando non ha ricevuto una formale lettera di reclamo da parte di Virginia L. e  Lorenza S., che tra le altre cose evidenziava come negli uffici di via dell'Orso, comuni alle due realtà, a un certo punto fossero presenti contemporaneamente quattro stagisti, a fronte di un numero esiguo di dipendenti a tempo indeterminato. Insomma, una violazione dell'articolo 1 della normativa 142/1998 sui tirocini.A questo punto Barbara Rosina, direttore del Cosp – il Centro di servizio di ateneo per l'orientamento allo studio e alle professioni – si è mossa per verificare la situazione e prendere provvedimenti. Il Cosp attiva circa 4mila tirocini all'anno; il personale dell'ufficio stage è composto da quattro persone coordinate dalla Rosina. E proprio a lei la Repubblica degli Stagisti ha chiesto di approfondire non solo il caso DNArt ma in generale sui problemi che possono capitare nel corso di uno stage, e sul ruolo che l'ente promotore può svolgere in questi casi.Dottoressa Rosina, come ha deciso di comportarsi l'università Statale in merito alla situazione emersa rispetto agli stage presso la Fondazione DNArt?Dopo attente verifiche abbiamo deciso di rescindere la convenzione che permetteva alla Fondazione e alla Fabbrica delle idee srl di ospitare stagisti provenienti dalla Statale. Stiamo preparando la lettera di notifica, manderemo in questi giorni la raccomandata. Per scrupolo abbiamo anche fatto una verifica con il nostro ufficio legale, che ci ha confermato che non abbiamo nessun tipo di vincolo a mantenere attive le convenzioni, laddove non soddisfino criteri di qualità e correttezza gestionale.Era la prima volta che vi capitava un caso del genere? No. Purtroppo molte società piccole organizzano attività legate all'ambito culturale e artistico muovendosi in maniera molto libera rispetto alla normativa sugli stage. Anche perché i ragazzi che vogliono lavorare in quel settore sono tantissimi e accettano qualsiasi cosa pur di farlo.Lei cosa consiglia in questi casi?Alle ragazze che hanno presentato il reclamo ho suggerito di non fossilizzarsi su quel settore. Non perché non ci sia niente di serio, ma perché purtroppo è molto saturo. Anche per altri casi stiamo cercando di sostenere gli studenti che abbiano avuto problemi di questo tipo, anche con percorsi di orientamento ad hoc, laddove possibile.Diceva che non è la prima volta che chiudete una convenzione.No, infatti. Giusto la settimana scorsa ne abbiamo chiusa una  con un'altra piccola società, stavolta di comunicazione, per ragioni quasi identiche. Sono situazioni che però è molto difficile controllare, anche perché la normativa è molto generica.  In generale, penso che sarebbe utile un migliore collegamento con l’ispettorato del lavoro. Avvierò una riflessione in questo senso, per valutare se mandare noi stessi segnalazioni su comportamenti scorretti nell'utilizzo dello strumento dello stage.Rispetto al caso in questione, prima di tutto vi siete mossi per verificare le dichiarazioni delle ragazze.Certamente. Sulla base della segnalazione, ci premeva sopratutto fare chiarezza sul numero di dipendenti a tempo indeterminato assunti presso la Fondazione DNArt e presso la srl Fabbrica delle Idee. Tra l'altro questa doppia realtà ci ha anche creato qualche problema nel fare le nostre verifiche: perchè se per le aziende si possono fare le visure camerali, per le Fondazioni questo tipo di documentazione è più difficile da reperire.Che risposta avete avuto quando avete contattato la Fondazione DNArt per chiedere conto dell'accaduto?I nostri operatori sono rimasti molto sorpresi dal comportamento dei nostri interlocutori. Sembravano sicuri di essere completamente in linea con le prescrizioni normative. Sembravano ritenere che tutto andasse bene e forse non pensavano che potessimo rescindere la convenzione con loro. Questo atteggiamento ci ha colpito, soprattutto a fronte di una richiesta di questo tipo.  Se infatti il richiamo sul mancato rispetto del progetto formativo può apparire opinabile, la violazione di un punto preciso della normativa dovrebbe essere percepita come qualcosa di incontrovertibile, di più serio e grave. Indipendentemente da questo aspetto, abbiamo anche ascoltato le esperienze delle stagiste, che si sono dimostrate anche assolutamente non formative e devo dire che – indipendentemente da altri aspetti – avremmo comunque preso i medesimi provvedimenti, in virtù della qualità dell’esperienza offerta ai ragazzi, che noi dobbiamo tutelare.Si verificano spesso problemi con gli stage?Spesso no: ma maltrattamenti e molestie capitano. A livello statistico capita più frequentemente con le microimprese e con le piccole associazioni, che tra l'altro sono anche quelle che offrono meno sbocchi lavorativi al termine del percorso formativo. Per gli studenti che devono fare stage curriculari per soli tre mesi esperienze di questo tipo possono anche avere un senso, quando però si tratta di laureati che sperano attraverso il tirocinio di trovare un lavoro la situazione diventa problematica. Spesso le piccole realtà non conoscono nemmeno bene la differenza tra stagista e dipendente: l'altro giorno ci ha chiamato un'associazione dicendo «Lo stagista in questi giorni non sta venendo, e non ci porta il certificato medico». E il nostro collega si è trovato a dover spiegare che lo stagista non è tenuto a portare proprio nessun certificato... Tornando al caso della Fondazione DNArt, come vi muoverete?Una volta mandata la lettera considereremo chiuso quel fronte. Dedicheremo invece del tempo alle ragazze, perché teniamo molto a sostenerne il percorso professionale dopo una esperienza così poco piacevole.  Ricevete molte segnalazioni da stagisti insoddisfatti?Da qualche tempo a questa parte le segnalazioni in effetti stanno aumentando. I ragazzi hanno iniziato a capire di potersi rivolgere a noi, e questo è indubbiamente un fatto positivo e una conferma che il nostro impegno va nella direzione giusta. E anzi qui colgo l'occasione per ringraziare la Repubblica degli Stagisti: noi siamo già molto sensibili a queste tematiche, ma sinergie e contributi sono sempre utili. Il problema però è che la normativa consente praticamente qualsiasi cosa. In alcuni casi, quando ci arriva un giovane dicendo «voglio assolutamente attivare questo stage» noi magari gli facciamo presente che le condizioni offerte dall'impresa in questione non sono ottimali, e lo sconsigliamo; ma se insiste non possiamo dirgli di no. Almeno cerchiamo di non attivare mai i dodici mesi tutti in una volta, abbiamo un regolamento interno che dice che la durata massima di uno stage è di sei mesi, al termine dei quali eventualmente si attivano gli altri sei di proroga. Ma scoraggiamo il «più 6»: perchè riteniamo che sei mesi siano già un tempo più che sufficiente per un percorso formativo. Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- «Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università- «La norma che regola la proporzione tra dipendenti e stagisti andrebbe rivista» parla Aida Riolo, responsabile dell'ufficio stage della BocconiE anche:- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato

Stage per mansioni di basso profilo, eppure qualche volta sono utili: la parola ai centri per l'impiego

Il comportamento delle aziende che reclutano stagisti per mansioni di basso profilo in fast food, profumerie, saloni di bellezza o tabaccherie, non è illegale perché la normativa vigente non pone limiti rispetto alla tipologia di imprese che possono ospitare persone in tirocinio. Ma al di là delle difese d'ufficio, della serie non-si-viola-nessuna-legge, la Repubblica degli Stagisti ha voluto approfondire il discorso con due esperti del settore, che spiegano il fenomeno con riflessioni meno banali.Secondo Luca Riva [nella foto a sinistra], responsabile del Jobcaffè (un ufficio che una volta si sarebbe definito «di collocamento», legato alla Provincia di Milano), gli stage attivati per mansioni di basso profilo non sono sempre e comunque ingiustificati. A patto che sussistano alcuni criteri: che la durata sia commisurata ai contenuti formativi o orientativi dello stage («in questi casi di solito stiamo sui due-tre mesi»), che siano finalizzati all'inserimento e che venga definito in maniera dettagliata il ruolo operativo del tirocinante. A questo proposito Riva precisa: «Per esempio dev'essere ben esplicitato che lo stagista non può stare da solo in negozio o alla cassa, non può fare turni se non strettamente motivati da esigenze formative, deve essere costantemente seguito e affiancato». Se questi criteri vengono rispettati, anche questo tipo di stage «può essere un modo per conoscersi reciprocamente tra impresa e tirocinante in vista di un rapido inserimento –  sempre che il rapporto funzioni». Nel fare questo ragionamento Riva pensa non a brillanti neodiplomati o neolaureati, ma a persone che faticano a trovare un impiego e ancor più a tenerselo: «Spesso stage di questo tipo sono utili per inserire ragazzi deboli, o a bassa scolarità, che in alcuni casi hanno anche problemi di tenuta al lavoro da verificare con periodi di stage brevi ma non brevissimi, anche su mansioni semplici. Penso anche ai ragazzi “piccolini” in carico alle comunità sociali, ai disabili e in generale a tutti i soggetti che possono necessitare di periodi più lunghi d’inserimento, sempre supportati da percorsi di tutoraggio e accompagnamento». Non deve infatti mai mancare il monitoraggio del soggetto promotore: «I feedback durante i tirocini e la valutazione finale permettono di poter valutare l'andamento del percorso ed eventualmente interrompere lo stage in corso e non autorizzarne altri in quella determinata azienda». Insomma, secondo Riva la materia «è meno schematica e lineare di quanto possa sembrare all’apparenza ed è quindi è giusto considerare, per quanto possibile, ciascun caso singolarmente, basandosi sulla situazione di partenza, sulle esigenze del ragazzo e sugli obiettivi, formativi e non, del tirocinio».Anche da parte di Lulzim Ajazi, responsabile del Centro per l'impiego di Mestre, non vi è una condanna a priori degli stage per mansioni di basso profilo. Tra l'altro, è proprio al suo cpi che qualche tempo è giunta da parte di una tabaccheria la richiesta di reclutare uno stagista, scatenando l'indignazione che la lettrice Silvia ha espresso alla redazione della Repubblica degli Stagisti. «Abbiamo pubblicato sul nostro sito l'annuncio per quello stage. Del resto non potevamo fare altro: la tabaccheria ci ha richiesto un servizio che noi siamo tenuti a dare. La procedura prevede che solo dopo la pubblicazione dell'annuncio, e non prima, l'impresa prepari il progetto formativo e lo porti all'ufficio preposto, che verificherà se può essere ritenuto adeguato». Insomma il progetto non viene stabilito a priori, bensì stilato solo una volta che il candidato è stato scelto, per costruirlo ad hoc sulle caratteristiche e le competenze pregresse di questo candidato. «È un cane che si morde la coda» commenta Ajazi «Potremmo accorgerci dell'eventuale abuso solo leggendo il progetto formativo, ma nel momento in cui pubblicizziamo la posizione di stage questo progetto ancora non c'è».Il Centro per l'impiego di Mestre serve ogni giorno 300 persone e attiva più o meno 500 stage all'anno, a cui vanno aggiunti i 400 tirocini estivi inscritti nei progetti di alternanza scuola-lavoro. In generale, rispetto ai progetti formativi ogni centro per l'impiego ha la facoltà di valutarne la congruità: «Ma ricordiamoci che il cpi è solo uno dei soggetti che possono fungere da ente promotore: quindi c'è anche la possibilità che uno stage che non venisse non giudicato congruo da noi, e quindi rifiutato, venga poi attivato da un'università, dal Comune o da altri enti autorizzati».Era la prima volta che al centro per l'impiego di Mestre arrivava una richiesta di stage da parte di una tabaccheria: «Potrebbe avere un valore positivo se fosse finalizzato all'inserimento lavorativo» riflette Ajazi «o negativo, se fosse soltanto per acquisire gratuitamente un lavoratore. Noi questo lo potremo scoprire solo andando a vedere il progetto formativo e a conoscere l'impresa». In passato è successo che il cpi mestrino rifiutasse di promuovere alcuni stage, per esempio nei casi in cui un'azienda proponeva sempre la stessa posizione senza mai assumere nessuno e sostituendo continuamente lo stagista con un nuovo stagista. «Io però rappresento un ufficio pubblico, che deve ottemperare ai principi di imparzialità, trasparenza e correttezza» puntualizza Ajazi: «Quindi non può esagerare nell’utilizzo del potere di veto, bloccando offerte di stage senza avere la certezza che le imprese che hanno proposto quelle posizioni vogliano abusarne. E in tanti casi non è verificabile con certezza la volontà di abuso. Comunque in alcuni casi, in passato, abbiamo segnalato situazioni anomale all'ispettorato del lavoro che hanno portato alla conversione degli stage in rapporti di lavoro subordinato». Ma per opporsi a uno stage potenzialmente "farlocco" il percorso è irto di ostacoli: «Rischiamo un esposto per omissione di atti d'ufficio: se decidiamo di non pubblicare una determinata inserzione, perché non ci sembra congrua, potremmo addirittura essere denunciati. Ci è capitato che, avendo riscontrato qualche progetto formativo non pienamente convincente, le associazioni sindacali e datoriali ci dessero contro dicendo "Non spetta al centro per l'impiego sindacare sulla qualità del progetto formativo, non ne ha nè il diritto nè le competenze!". E così noi possiamo agire solo in quei casi in cui l'abuso è veramente palese».L’ultima riflessione di Ajazi fa eco a quella di Riva: non fare di tutt'erbe un fascio nel giudicare gli stage per mansioni di basso profilo. «Molto differente è la situazione di un laureato rispetto a quella di un disoccupato di lungo periodo, magari con un livello di istruzione elementare, o un tossicodipendente, o un disabile psichico. Per queste persone anche lo stage è un inizio prezioso, e tutti gli altri discorsi vanno a farsi friggere: se riesco a trovare un tirocinio a una persona poniamo disoccupata da 48 mesi, quasi quasi dovrei pagare io l'azienda per accoglierlo!».Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il Natale risveglia la voglia di stagisti in profumerie e saloni di bellezza. Tirocini «sospetti» anche in tabaccherie e fast food

Claudia Cucchiarato, la portavoce degli espatriati: «Povera Italia, immobile e bigotta: ecco perché i suoi giovani scappano»

La Repubblica deli Stagisti incontra Claudia Cucchiarato, 31enne giornalista e autrice del libro Vivo altrove (Bruno Mondadori).La fuga dei giovani dall'Italia è fisiologica o deve preoccupare?In un momento di globalizzazione economica, proliferazione dei voli low-cost, sviluppo del tele-lavoro, la partenza dei giovani da tutti i Paesi del mondo è fisiologica. La fuga dei giovani dall'Italia è preoccupante perché riguarda una fetta grandissima della popolazione, di tutte le regioni e di tutte le estrazioni sociali ed economiche; tuttavia, allo stesso tempo, queste partenze in massa non vengono controbilanciate da un flusso in ingresso di persone delle stesse caratteristiche, come succede in tutti gli altri Paesi industrializzati.All'estero i giovani italiani trovano migliori opportunità di lavoro e stipendi più alti: verità o leggenda?Nella maggior parte dei casi è una verità, ma ci sono anche le leggende. Barcellona, per esempio, non è il miglior posto in cui migrare soprattutto in questo momento per trovare lavoro, manca anche per gli autoctoni, eppure tutti i giorni ricevo almeno una mail di qualcuno che ha deciso di venirci comunque. Le fughe spesso non sono solo per questioni economiche o professionali, ma anche in virtù di una qualità della vita migliore. Detto questo, nella maggior parte dei casi fuori dall'Italia essendo “nessuno” è più facile trovare un lavoro qualificato e ben pagato se si ha voglia di lavorare e una buona preparazione.Nel suo libro c'è anche chi finisce a fare il cameriere: ma allora vale davvero la pena di andarsene?Sì: perché quello che non c'è in Italia non è solo il lavoro, ma soprattutto le condizioni di libertà minime per sentirsi persone. La produzione culturale di una città come Londra, la multietnicità di una città come Berlino, il clima e la qualità della vita a basso costo di una città come Barcellona o Madrid, sono tutti fattori che incidono molto nella decisione di tagliare la corda e trasferirsi in un posto in cui stare meglio, sentirsi liberi di vestirsi come si vuole o uscire con la persona che si ama, maschio o femmina che sia. È anche l'apertura della società e il grado di civiltà di un Paese a rendere più appetibile la maggior parte dei posti che esistono nel mondo, o almeno in Europa, rispetto all'immobile e spesso insopportabilmente bigotta società italiana.Con Sergio Nava, autore del blog Fuga dei Talenti e del libro omonimo, avete lanciato un paio di mesi fa il Manifesto degli Espatriati: in cosa consiste questa iniziativa?Io e Sergio ci siamo conosciuti qualche mese fa per la presentazione del mio libro a Milano e ci siamo trovati subito d’accordo nel pensare che era ora di smettere di lamentarsi o limitarsi a raccogliere lamentele nei nostri rispettivi spazi web. Abbiamo quindi deciso di allearci e di passare dalle parole ai fatti, riassumendo tutto quello che dell’Italia non piace alle persone che abbiamo intervistato negli ultimi anni. Il Manifesto degli Espatriati raccoglie in nove punti queste considerazioni e si conclude con un decimo punto, in cui i firmatari si impegnano a lavorare affinché queste “pecche” del sistema Italia vengano risolte. In poche settimane abbiamo già raccolto mille firme.Il Manifesto può essere sottoscritto solo da chi è andato a vivere all'estero. E se qualcuno rimasto in Italia volesse darvi sostegno, come potrebbe farlo?Chi vive in Italia non può per definizione sottoscrivere un Manifesto degli Espatriati. Però quotidianamente sia io che Sergio riceviamo commenti nei nostri blog sul Manifesto, gli italiani che vivono in Italia o chiunque altro può commentare l'iniziativa nei post dedicati al Manifesto sui siti Vivo altrove e Fuga dei Talenti.Quali sono oggi i tre-quattro Paesi che consiglierebbe a un aspirante espatriante?Io continuo a consigliare la Spagna a chi vuole fare un'esperienza di vita stimolante dal punto di vista della libertà di espressione o della qualità della vita a basso costo. Sicuramente la Germania in questo momento è il Paese in cui si trova più facilmente lavoro, anche se Berlino è la città con il tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti in Europa, chi ci va oggi lo fa per mettere in piedi una propria impresa o per fare lavori di tipo artistico. Gli Stati Uniti e l'Inghilterra, come anche l'Olanda, sono posti sicuramente molto aperti e accoglienti per giovani molto preparati come di solito sono gli italiani.A livello europeo, l'Italia è il paese peggiore dal punto di vista delle opportunità offerte ai giovani, o ci sono posti dove si sta ancora peggio?Dipende da che tipo di Paesi vogliamo prendere in considerazione. Sicuramente ce ne saranno di posti anche in Europa in cui i giovani non vengono valorizzati, eppure tra tutte le interviste che ho fatto per il libro, le storie che ho raccolto nel blog e nel sondaggio lanciato nel sito di Repubblica a ottobre (oltre 25mila testimonianze raccolte), pochissime persone mi hanno detto di aver trovato società di arrivo poco propense a vedere le giovani generazioni come una risorsa. Ovunque i giovani sono il futuro da coltivare, non una minaccia da mettere sotto giogo, come spesso sembra accadere in Italia, dove abbiamo la classe politica, dirigente, insegnante più anziana del mondo. Un record almeno ce l'abbiamo, sarà pur per qualcosa. Io credo che sia perché quando si ha addirittura un presidente del Consiglio che, aiutato dalle televisioni che possiede, vende la vecchiaia come una malattia più che come una tappa fisiologica della vita, allora è inevitabile che i giovani vengano guardati con un mix di invidia e timore.Lei vive da cinque anni a Barcellona. Tornerebbe? Per il momento non ho intenzione di tornare, sarebbe strategicamente e professionalmente sbagliato per diversi motivi. Eppure il motivo principale per cui in questo momento non tornerei è perché la mia vita ormai è qui, il mio fidanzato, la mia “famiglia” acquisita, i miei amici... Mi manca moltissimo la mia famiglia naturale, ma ci metto meno tempo e spendo meno soldi io a tornare da Barcellona a Treviso con un volo low-cost di quello che ci mette mio fratello a tornare da Milano a Treviso in treno. E poi sono del parere che esista un tempo di permanenza all'estero (di solito 4-5 anni), superato il quale tornare indietro diventa veramente difficile, soprattutto dopo aver constatato che in tutti questi anni poco o nulla è cambiato nel Paese d'origine. E in Italia negli ultimi cinque anni secondo me non solo non è cambiato nulla di quello che non mi piaceva, ma se possibile sono pure peggiorate molte cose. C'è un sacco di lavoro da fare, bisognerebbe iniziare subito o aver iniziato ieri.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Vivendo altrove, il confronto fra l’Italia e altri paesi diventa impietoso. E illuminante». In un libro le storie degli italiani che fuggono all'estero

Il deputato Aldo Di Biagio spiega la sua interrogazione: «Bisogna difendere chi ha lauree "deboli" dalla discriminazione nelle selezioni»

Tre deputati di diversi schieramenti, Aldo di Biagio e Angela Napoli del Fli e la 30enne Marianna Madia del Pd, decidono di fare fronte comune per difendere i laureati (e specialmente le laureate) che hanno scelto facoltà cosiddette deboli, come quelle umanistiche, e si trovano in difficoltà perché durante i colloqui le imprese dimostrano di prediligere quasi esclusivamente chi ha fatto Economia o Ingegneria. I tre hanno presentato a metà ottobre un'interrogazione parlamentare al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, in cui esprimono preoccupazione per «i parametri stringenti a cui i profili dei candidati devono attenersi per essere in linea con quelli ricercati: per tutte le aree operative [...] dal settore amministrativo, commerciale, passando per il settore acquisti e risorse umane sembrano essere ricercati esclusivamente laureati con un età non superiore ai 26/28 anni, con un'esperienza di almeno due anni e soprattutto con una laurea in ingegneria gestionale o economia e commercio anche se talvolta per le posizioni aperte sarebbero più indicate formazioni attinenti ad altri percorsi universitari».Per approfondire i contenuti di questa inconsueta interrogazione la Repubblica degli Stagisti intervista Di Biagio, 46 anni, tra il 2001 e il 2005 a capo dell'ufficio Rapporti internazionali del gabinetto del ministro Alemanno al dicastero delle Politiche agricole e forestali, che nel 2008 è stato eletto deputato nella circoscrizione Estero - Europa.L'interrogazione parte dalla presa d'atto che una larga fetta di neolaureati si trova le porte sbarrate. È colpa delle aziende che sono troppo "conformiste" e cercano sempre gli stessi profili o dei ragazzi che si iscrivono alle facoltà sbagliate? Forse la risposta è più semplice. Vi è un allarmante scollamento tra il mondo dell’impresa e quello della formazione. Imprenditori, selezionatori e datori di lavoro in genere non conoscono il mondo dell’università, per cui tendono a rifugiarsi in profili universitari sempreverdi come Economia, ignorando tutto il resto. Non esistono percorsi formativi per così dire “sbagliati”: è il pensare comune che per sintesi tende ad inquadrare come “non corretto” ciò che non è integrato. Secondo me una laurea in Scienze politiche piuttosto che in Relazioni pubbliche o Scienze della comunicazione offre quell’eclettismo e quella trasversalità di competenze di cui le imprese hanno realmente bisogno, soprattutto per competere sui mercati internazionali. In questa tendenza tutta italica del fare selezione si colloca la filosofia del decennio, cioè quella di dare preponderanza al parere dello psicologo del lavoro che invece dovrebbe intervenire, eventualmente, solo nella fase conclusiva della selezione. Insomma: bisogna dare priorità alla competenza, non alla laurea né alla rispondenza psicologica del candidato con le discutibili pratiche adoperate del selezionatore-psicologo in fase di selezione. Al primo posto la meritocrazia, null’altro. È di qualche giorno fa un’allarmante dichiarazione dell’ad di Fiat Marchionne che ha ribadito che l'Italia è al centodiciottesimo posto su centotrentanove per efficienza del lavoro ed è al quarantottesimo posto per la competitività del sistema industriale. Negli ultimi dieci anni il nostro paese non ha saputo reggere il passo con gli altri: probabilmente anche per colpa dell’incapacità del nostro sistema industriale di individuare il profilo professionale giusto per il posto giusto.Denunciate anche una discriminazione: i maschi sarebbero avvantaggiati nelle selezioni rispetto alle femmine. Quali fonti si possono utilizzare per avere un quadro più preciso di questa situazione? E come porvi rimedio? Innanzitutto bisogna leggere la miriade di dati statistici che ci scorrono sotto gli occhi tutti i giorni: da Almalaurea all’Istat la percentuale di donne occupate è sempre più bassa rispetto a quella maschile, ne consegue che forse risultano essere le donne quelle maggiormente penalizzate anche nelle dinamiche di selezione. Alle osservazioni di natura matematica si aggiungono le molte testimonianze di donne che denunciano che, malgrado il fatto che gli annunci di lavoro siano rivolti ad ambosessi ai sensi della normativa vigente, spesso in realtà l’azienda vuole un uomo – ma questo i selezionatori non te lo dicono o forse te lo fanno intuire all’ultimo. Anche aziende importanti fanno muovere giovani laureate da ogni parte d’Italia per organizzare colossali selezioni, magari coinvolgendole in più step, ma poi in realtà finiscono per prendere il giovane ventiseienne con laurea in Economia. È un copione che si ripete, e la cosa più drammatica è che a questi giovani non viene nemmeno pagata la trasferta. Su questo versante – al fine di smussare le derive sessiste delle dinamiche occupazionali – sono molti i progetti in cantiere che stiamo portando avanti anche nell’ambito di Generazione Italia e Futuro e Libertà per l’Italia.Però rispetto alla laurea e al genere del candidato le aziende private, proprio perchè sono private, possono fare un po' come gli pare... o no? L’autonomia organizzativa, gestionale ed operativa delle nostre aziende non coincide con l’anarchia. Non si può nascondere un comportamento ai limiti della costituzionalità dietro il dito della crisi, delle esigenze interne e della rispondenza psicologica tra profilo ricercato e quello selezionato. In questo il Parlamento e i ministeri competenti, pur nei limiti del caso, possono sollevare il problema ed analizzare potenziali interventi. L’avvio di un’indagine ministeriale e parlamentare può offrire strumenti in grado di indirizzare, magari con provvedimenti specifici o direttive. E le imprese non potranno ignorarli. Vuole lanciare un appello ai lettori della Repubblica degli Stagisti? Ho avuto modo di leggere molti interventi sul vostro portale, le istanze e i problemi che questo “popolo” costantemente pone in evidenza restando però inascoltato. Trovo interessante la vostra iniziativa e credo che sia fondamentale che si crei un rapporto di input-feedback con le istituzioni al fine di migliorare ciò che non va nel nostro sistema, soprattutto nel mercato del lavoro. Invito i lettori della Repubblica degli Stagisti che hanno sperimentato la difficoltà di districarsi nella giungla dei colloqui di lavoro e nel percorso minato selle selezioni a raccontare le loro storie: ogni testimonianza potrà essere di supporto alle indagini che stiamo avviando. Condividete con noi le vostre esperienze! Quali effetti concreti potrà produrre la vostra interrogazione?In primis ha l’ambizione di sollevare il caso creando il problema, finora ignorato nelle sedi istituzionali. Soltanto dinanzi al problema si possono definire delle soluzioni. Ci tengo a chiarire che potranno essere avviate due indagini: una di carattere interno al ministero del lavoro, quindi di natura ministeriale, che coinvolgerebbe anche gli uffici territoriali del ministero. L’altra di natura parlamentare, per raccogliere informazioni, confrontare i dati in materia, ascoltare i protagonisti di questa vicenda e delineare un dossier che servirà da base per eventuali provvedimenti normativi. Non si può prevedere un riscontro a breve, ma l’attenzione è talmente elevata che provvederemo a sollecitare rapidamente i vari step in tempi non eccessivamente dilatati. Abbiamo bisogno di dare delle risposte ai nostri laureati, per far capire che ci siamo e non attendiamo inermi che facciano le valigie per raggiungere qualche paese straniero. La fuga dei talenti è una sconfitta per il nostro sistema e questo intervento parlamentare ne rappresenta una presa di coscienza.intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ingegneria ma non solo: quali sono le lauree più utili per trovare lavoro?- Trovare lavoro dopo la laurea o il master, attenzione alle percentuali di placement: a volte possono riservare sorprese- Dalla parte dei laureati - lo stage serve per trovare lavoro?E leggi anche le storie di vita vissuta raccolte dalla Repubblica degli Stagisti su questo argomento:- Laurea in psicologia, ma con qualcosa in più: il cinese. La storia di Alessandro, «cool hunter» tra Pechino e Shanghai- Tecnologie fisiche innovative, facoltà poco conosciuta ma molto utile per trovare lavoro: la storia di Michela

Leonzio Borea, direttore dell'Ufficio servizio civile nazionale: «Offriamo ai giovani un'esperienza preziosa, ma abbiamo sempre meno fondi»

Lunedì 4 ottobre scadono i termini per fare domanda per partecipare al bando 2010 del servizio civile nazionale: in palio quasi 20mila percorsi di un anno nel volontariato, con un piccolo compenso di 433 euro al mese. La Repubblica degli Stagisti fa in esclusiva il punto della situazione con Leonzio Borea, direttore dell'ufficio Servizio civile nazionale - il dipartimento della Presidenza del consiglio dei ministri che si occupa di questa iniziativa - chiedendogli un bilancio del bando e una previsione su come potrà sopravvivere il progetto a fronte dei grandi tagli subiti negli ultimi tre anni. Borea, 59 anni, è avvocato penalista ed è stato senatore dal 2001 al 2006 per l'Udc; è alla guida dell'Unsc dal luglio del 2008.Direttore, chi sono i soggetti accreditati a ospitare i vostri volontari? E quali sono i settori più rappresentati?Gli enti accreditati sono ad oggi 3.585: 1.710 onlus, cioè cooperative e associazioni, e poi enti pubblici: enti locali, università, scuole, ministeri, aziende ospedaliere, consorzi. Infine ci sono anche tre Ong. Il settore prevalente è quello dell’assistenza, che assorbe  il 61% delle risorse; segue il settore educazione e promozione culturale con il 24%, il settore del patrimonio artistico culturale con l’8%, e poi ambiente e Protezione civile.Il sistema prevede che questi soggetti accreditati percepiscano indennizzi?Noi corrispondiamo agli enti, quale contributo per la formazione dei giovani, solo 90 euro una tantum per ciascun volontario e il rimborso del vitto e dell’alloggio se previsti dal progetto. Eroghiamo poi direttamente  a ciascun volontario, tramite accredito su conto corrente bancario, la paga mensile di 433,80 euro.Tutti i volontari svolgono al massimo trenta ore settimanali di servizio civile?No, trenta ore è l’orario minimo. Ciascun ente prevede l’orario settimanale di attività utile alla realizzazione del progetto, fermo restando l’obbligo del monte annuo di 1.400 ore.Fate un monitoraggio a posteriori della soddisfazione dei volontari rispetto all’esperienza effettuata?Sì, e abbiamo un'ottima customer satisfaction. Tutti i volontari che abbiano svolto almeno 9 mesi di servizio sono invitati a compilare un questionario di fine servizio; in più sul sito dell’ufficio, nell’area  dedicata ai volontari, ognuno può scrivere la propria esperienza nella sezione «Racconta il tuo servizio civile»: le testimonianze sono molto positive. L’Unsc poi commissiona periodicamente ad enti di ricerca le tematiche che intende approfondire: per esempio la Fondazione Zancan nel 2008 ha condotto uno studio «Valutare il servizio civile: volontari, enti e utenti a confronto». In più ogni anno la Cnesc - la Conferenza  enti per il servizio civile, che raccoglie 15 tra le maggiori associazioni accreditate - pubblica un suo Rapporto da cui si rilevano dati interessanti sul lavoro  degli enti, dei volontari e dell’Unsc. E in ultimo anche gli enti attuano un monitoraggio sulla formazione, strumento indispensabile per sviluppare la cultura del servizio civile, assicurarne il carattere nazionale ed unitario, per formare  cittadini responsabili e socialmente attivi.Come mai solamente il 2% dei progetti di servizio civile ha luogo all’estero?La richiesta è aumentata nell’ultimo periodo, ma non è possibile soddisfarla poiché i costi del volontario all’estero sono quasi doppi rispetto al volontario che opera in Italia: c'è un contributo aggiuntivo di 15 euro al giorno più 20 euro per il vitto e l’alloggio per tutto il periodo di permanenza all’estero. Costi per noi troppo alti. Poi gli enti che organizzano progetti all’estero sono pochi rispetto a quelli con sedi nazionali, avendo la necessità di avere sedi idonee ad ospitare i volontari.Il budget a disposizione del servizio civile a partire dal 2008 ha subito un calo molto forte. Come lo possiamo spiegare?Già era prevista una riduzione dei fondi, 170 milioni di euro per il 2009 e 120 per il 2010. Il dramma è che poi su questi 120 milioni si è abbattuta un'altra scure, che ci ha portato via un altro 20%: quindi altri 20 milioni di euro in meno. E siamo arrivati a 100.Ma chi è che decide questi tagli?Siamo nella finanziaria: quindi Tremonti e un po' Brunetta. La riduzione dei fondi destinati al servizio civile è il risultato della crisi economica che ha coinvolto tutti, pubblica amministrazione compresa.Il rimborso di 433,80 euro al mese significa che ogni volontario costa poco più di 5.200 euro. Nel 2006 erano stati attivati 45mila percorsi di scn, pari a una spesa di quasi 300 milioni di euro. No, di più! Infatti fino al 2007 il volontario costava 7.200 euro, perché gravava l'Inps per il 25,4%:  fortunatamente poi nel 2009 siamo riusciti a eliminarla. Quindi per l'anno 2006 la spesa fu di oltre 320 milioni di euro: ma siccome il budget non c'era, si crearono delle passività che abbiamo poi smaltito in questi anni. Io ho ereditato infatti 93 milioni di euro di oneri previdenziali e fiscali da pagare. Ogni 100 milioni, è importante sapere che prima del 2009 ben 33,9 se ne andavano tra Inps e Irap. Ora almeno l'Inps non lo paghiamo più!Cioè l'Inps ha rinunciato a questi soldi, o li prende da qualche altra parte?No, siamo noi che abbiamo fatto modificare la norma, inserendo nella finanziaria 2009 un emendamento che ha mutato il sistema previdenziale che riguardava il volontario, dandogli la possibilità di riscattare immediatamente l'anno di servizio civile ai fini pensionistici, ma ponendo direttamente a lui l'onere economico del riscatto.In pratica questo vuol dire che ora è il ragazzo che si deve pagare l'Inps?Esattamente. Spiego meglio. Prima della sospensione della leva obbligatoria, il volontario era un «obiettore di coscienza» e veniva equiparato a un militare: quindi aveva diritto a una contribuzione figurativa a carico dello Stato. Nel 2006, con la sospensione della leva obbligatoria, l'Unsc era stato costretto a pagare l'Inps a favore del volontario. L'Inps con due grandi forzature aveva equiparato il volontario a un cocopro, quale non è perché il volontario non è un lavoratore, riconoscendogli però per l'anno di volontariato per il quale noi pagavamo 2mila euro di contribuzione solamente 4 mesi di anzianità. In più il contributo era riscattabile, da parte del ragazzo, solo se dopo il servizio civile svolgeva almeno altri 2 anni e 8 mesi da cocopro. In un'assemblea nazionale della fine del 2008 io esposi il problema ai volontari, e loro con grande senso di responsabilità si resero immediatamente disponibili a rinunciare a questa miseria di 4 mesi di contribuzione pur di dare la possibilità ai più giovani di fare questa esperienza del servizio civile: in questo modo dandoci la possibilità di investire fondi in volontari anziché nell'Inps.Generosi, ma il loro "sacrificio" non è valso a molto: negli ultimi tre anni il numero di posti si è comunque più che dimezzato. Il servizio civile rischia di andare in estinzione?Non è questa l’intenzione. Stiamo lavorando per trovare un sistema di finanziamento attraverso la copartecipazione degli enti, fruitori del servizio. A tale scopo il Consiglio dei ministri il 3 settembre 2009 ha approvato  uno schema di disegno di legge che delega il governo alla redazione di un testo unico: l’obiettivo è riorganizzare l’attuale normativa non solo alla luce del principio affermato dalla Corte costituzionale, che ha individuato nella «difesa della Patria» art. 52 della Costituzione la natura giuridica del scn, ma anche in relazione alle nuove esigenze. In particolare bisogna ripartire adeguatamente la materia fra i livelli di governo statale, regionale e provinciale; delineare lo status del giovane impegnato nel servizio; rendere flessibile la durata, l’orario di servizio e la sede di realizzazione del progetto, favorendo la mobilità interregionale. Auspichiamo  che la legge venga approvata nel corso del 2011, che è l’anno europeo del volontariato proclamato dall’Ue e coincide con il decimo anniversario sia della legge istitutiva del servizio civile in forma volontaria, sia dell’anno internazionale dei volontari.Cosa intende con il cambiamento di status?La definizione del volontario: non dovrebbe essere un prestatore d'opera, ma un servitore della patria. Questo cambiamento di status avrebbe come conseguenza il non pagamento dell'Irap, perché l'attività del volontario è una attività di volontariato non incompatibile con la piccola indennità mensile, chiaramente da non tassare. E agli enti locali cosa chiedete?Dato che hanno risorse e modalità di tassazione, chiediamo loro di contribuire a questi progetti cofinanziandoli. In questo modo sarebbe possibile rilanciare il servizio civile e tornare ad aumentare il numero di posti, permettendo a più giovani di fare questo tipo di esperienza. Che è preziosa da due punti di vista: innanzitutto per la società, perché va a supplire ad alcune carenze del pubblico rispetto all'assistenza ai meno fortunati, e poi per i giovani che in quest'anno hanno la possibilità di fare un'esperienza formativa e di trasformarsi da volontari occasionali a volontari per la vita.© Riproduzione riservata: per espressa richiesta del direttore Borea, questa intervista non può essere riportata su altri media nemmeno per stralciEleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Al via il nuovo bando per il servizio civile: 20mila posti a disposizione in Italia e all'estero, 433 euro il rimborso spese mensile- Giovanni Malservigi: «Il servizio civile in una casa di riposo mi ha aperto un altro mondo»

La replica di Fulvio Mazza: «La Bottega editoriale non è un covo di imbroglioni per ragazzi sprovveduti»

La Repubblica degli Stagisti ha contattato il giornalista Fulvio Mazza per chiedergli la sua versione dei fatti rispetto alla richiesta di help della lettrice Sandra G. sui corsi-stage a pagamento organizzati dall'agenzia letteraria Bottega Editoriale, della quale è socio di maggioranza – rappresenta il 50,75% del capitale sociale – e amministratore unico. L'intervista si è svolta in quattro tempi, attraverso due telefonate e due scambi di email: Mazza ha preferito  alla fine dire la sua per iscritto, inviando alla redazione una email con alcune risposte. Eccole pubblicate qui sotto integralmente, correlate ciascuna alla rispettiva domanda. Impossibile invece, essendosi Mazza opposto alla consuetudine giornalistica della registrazione delle interviste telefoniche, riportare i contenuti – peraltro molto significativi – delle conversazioni a voce.La Bottega Editoriale  tra il novembre 2008 e il febbraio 2009 ha organizzato un corso per redattori di casa editrice a un costo di 720 euro + Iva per ciascun partecipante. Alla Repubblica degli Stagisti risulta che dagli iniziali 20 posti disponibili si salì poi a 32 iscritti,  e che alcuni corsisti però abbandonarono il corso a metà. Come stanno le cose?La Bottega editoriale è un’agenzia letteraria che, talvolta, organizza scuole di redattore di casa editrice. Quando il numero dei corsisti previsti è fisso non subisce poi mutazioni. Ben difficilmente avviene che corsisti abbandonino il corso una volta iniziato.Rispetto a quel corso, sul vostro sito si legge: «il pool organizzativo programmerà un periodo di stage al termine della Scuola da svolgere all’interno della propria struttura e/o all’esterno». I tre migliori corsisti avrebbero dovuto fare uno stage presso Bottega editoriale. Alla fine del corso lei prospettò invece a tutti corsisti la possibilità di svolgere un periodo di stage di sei mesi presso Bottega editoriale, con un'ulteriore quota di adesione di 410 euro + Iva. Come mai questo cambiamento di rotta?I corsi sono differenti di volta. Talvolta sono molto orientati al teorico; talaltra molto orientati al pratico, soprattutto se a svolgerlo sono persone che hanno precedentemente svolto i corsi teorici. Ai corsisti viene prospettata la possibilità di effettuare stage. Ma non si dà garanzia della successiva effettuazione degli stage stessi, dipende da come i corsisti andranno dal punto di vista qualitativo. Nel bando per la prossima scuola di casa editrice, pubblicato un paio di mesi fa [il termine ultimo per le iscrizioni è il 30 settembre e la prima lezione è fissata per il 4 ottobre, ndr], evidenziamo difatti che «I corsisti saranno privilegiati nella possibilità di accedere agli stages, da svolgere all’interno della struttura de la Bottega editoriale e/o all’esterno presso i partner della Scuola». Abbiamo cambiato, rispetto agli altri anni, questo aspetto per non dare l’impressione di un automatismo: in altre parole, ci siamo accorti del nostro errore e lo abbiamo rettificato. Dei trenta partecipanti al primo corso, nella primavera del 2009 ve ne furono nove che aderirono alla nuova offerta per lo «stage-corso». Ma è vero che sostanzialmente a questi stagisti-corsisti vennero assegnati compiti pratici che poi la Bottega Editoriale utilizzò per la sua attività? Da un documento in possesso della Repubblica degli Stagisti risulta che tra il febbraio e il giugno del 2009, durante appunto lo «stage-corso»,  vennero loro affidati compiti come lo sbobinamento di un master dal quale avrebbe poi dovuto essere tratto un libro, e poi la trascrizione del testo di un romanzo per seconda lettura, la stesura della scheda libri finalisti del Premio Tropea… Come lo spiega?In grandissima parte le esercitazioni dei corsisti si svolgono su testi/argomenti che poi non vengono utilizzati nella nostra attività. In qualche caso, assolutamente minoritario, può accadere il contrario. Ciò avviene anche e soprattutto perché, in tal modo, il corsista può più concretamente comprendere (sempre, ovviamente, con il nostro ausilio) la giustezza o gli errori di quel che fa. Stesso dicasi per gli stagisti.I nove stagisti-corsisti ebbero la possibilità di decidere se svolgere i compiti assegnati presso la sede della Bottega Editoriale, che si trova al piano terra della sua abitazione privata a Rende, oppure da casa propria. Alcuni venivano quindi a svolgere i loro compiti presso la vostra sede. Ma i tirocini erano stati regolarmente formalizzati con un ente promotore? Per esempio, dato che tutti i corsisti erano studenti o neolaureati, con l'università? Disponevano di una posizione Inail? Cosa sarebbe successo se uno degli stagisti-corsisti si fosse fatto male mentre stava lavorando presso la vostra sede? Gli stagisti sono ovviamente segnalati all’Inail seguendo le procedure previste dallo stesso Istituto.Per le passate edizioni e in particolare per il corso novembre 2008 - febbraio 2009, quanti crediti formativi universitari sono stati attribuiti per la frequentazione del vostro corso per redattori di casa editrice? E da quali atenei? I Cfu variano di anno in anno e da università ad università. Negli ultimi anni abbiamo avuto crediti (da un minimo di 2 ad un massimo di 10) dalle università di Cosenza, Messina e Catania.Gli articoli che appaiono sulla testata giornalistica da lei diretta, Bottega Scriptamanent, vengono retribuiti o sono scritti a titolo gratuito? In caso vengano pagati, quali sono le modalità di pagamento e a quanto ammontano i compensi? Quante persone si sono iscritte all'albo dei giornalisti pubblicisti grazie alle collaborazioni retribuite con testate giornalistiche da lei dirette?Chi, corsista o meno, scrive per le nostre riviste in modo abituale viene pagato regolarmente. Chi scrive per mero esercizio del suo diritto costituzionale no.  Una quindicina di nostri collaboratori abituali sono ora giornalisti iscritti agli ordini della Sicilia, dell’Emilia Romagna, della Calabria e forse anche di altre regioni che ora non ho presente. Tre di questi sono ora direttori di altrettante testate giornalistiche. Molti degli ex corsisti hanno avuto assegnati, dopo i rispettivi corsi, lavori (retribuiti, ovviamente) nelle nostre attività editoriali. Diversi di questi anche in ruoli apicali. Altri hanno acquisito ruoli interessanti in giornali, soprattutto in quotidiani, e altre strutture editoriali.La Bottega Editoriale ha ricevuto finanziamenti da parte della Regione Calabria, precisamente dal Sistema Bibliotecario Vibonese: per esempio, nel 2009, 8729 euro per la partecipazione alla Fiera del libro di Torino e 4618,70 euro per la partecipazione a Galassia Gutenberg. Durante lo «stage-corso» della primavera 2009 alcuni stagisti-corsisti vennero mandati a Torino e a Napoli per seguire tali eventi: i finanziamenti avrebbero dovuto coprire anche le loro trasferte? In queste occasioni, chi pagò le loro spese di viaggio e alloggio? Ai ragazzi venne chiesto di restituire i soldi per viaggi e hotel?Il Sistema bibliotecario vibonese quando ci affida l’incarico di gestire parte o tutta l’attività degli stand della Regione Calabria ci da un importo forfettario. Non paga, dunque, alcuna spesa specifica. E, particolarmente, non è stato mai successo che abbiamo chiesto – a qualcuno che ha ricevuto soldi per viaggi ed hotel (o per qualsiasi altra ragione) da enti pubblici – di restituirci tali soldi.Spero di essere riuscito a dimostrare che la Bottega editoriale non è un covo di imbroglioni per ragazzi sprovveduti.  Ma che è invece un’agenzia letteraria che, peraltro, partecipa, a livelli qualificati, alle maggiori manifestazioni librarie nazionali quali – per fare solo un esempio - il Salone del Libro di Torino. Ed anche che sa riconoscere i propri errori e porvi rimedio appena possibile. Anche, sulla scorta di segnalazioni da parte dei nostri stessi utenti/clienti, laddove si accorgessero di nostre insufficienze, errori e quant'altro. Anzi, le dirò, dovrebbe essere un elemento di comune di dimostrazione di capacità dialettica, di spirito critico, requisito e portato, allo stesso tempo, per chiunque intenda svolgere un lavoro editoriale, la professione giornalistica o comunque una professione intellettuale. Per dirla tutta e per dirla chiara: non è facile, in Calabria, fare un’agenzia letteraria (e, in verità, nemmeno fare un’impresa economia, di qualsiasi genere). Siamo un’azienda giovane che sta cercando di crescere pian piano. Talvolta facciamo errori ma cerchiamo subito di ripararli. Credo che la cosa più importante sia l’onestà intellettuale. E noi ci sforziamo di mantenerla sempre alta. All’inizio, non le nego che non sempre riuscivamo a pagare tutti e tutto. Adesso tutti sono in regola, tutti sono contrattualizzati. Pubblichiamo due riviste che, mi sembra, hanno un certo rilievo culturale e sociale. Lavorano con noi, a diverso livello (ma tutti, ovviamente, pagati) una quindicina di persone, in gran parte ex corsisti. Non mi sembrano cose da poco.Nota. Pur apprezzando la disponibilità di Fulvio Mazza, la Repubblica degli Stagisti non può non rilevare, a chiusura di questa intervista, che la modalità scelta per rispondere alle domande ha reso impossibile il contraddittorio e l'approfondimento delle risposte.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Help dalla Calabria: «Durante un corso-stage a pagamento per redattore di casa editrice, l'agenzia ha utilizzato il mio lavoro e mi ha fatto pagare le trasferte di tasca mia»- La replica di Fulvio Mazza: «La Bottega editoriale non è un covo di imbroglioni per ragazzi sprovveduti» E anche gli altri casi di help trattati dalla Repubblica degli Stagisti:- Un'aspirante giornalista: «Una testata non voleva pagare i miei articoli: ma grazie alla Repubblica degli Stagisti e a un avvocato ho ottenuto i 165 euro che mi spettavano»- Stage gratuito ma valido per il tesserino da giornalista: i lettori della Repubblica degli Stagisti segnalano l'annuncio "impossibile" di una testata giornalistica- Normativa sugli stage, la Repubblica degli Stagisti vigila: un caso di illegalità «sventato» grazie alla segnalazione di un lettore- Nuova richiesta di help: «Ho risposto a un annuncio per uno stage, ma poi ho scoperto che avrei dovuto pagare 1600 euro: era un corso a pagamento!»- Aspiranti giornalisti, attenzione agli annunci di stage a pagamento in Rete: la richiesta di help di tre lettori- Stage al museo con volantinaggio, la richiesta di help di un lettore arrabbiato- Stage a pagamento: un lettore chiede «help» alla Repubblica degli Stagisti- Stage deludente dopo un master da 11mila euro: una lettrice chiede «help» alla Repubblica degli Stagisti

Emilie Turunen, pasionaria dei diritti degli stagisti al Parlamento europeo: «L'Italia è fra i Paesi messi peggio»

Emilie Turunen, 26enne danese del Socialistisk Folkeparti e vicepresidente del gruppo dei Verdi in Europa, è la più giovane deputata del Parlamento europeo. Nel luglio scorso ha curato un rapporto sulla disoccupazione giovanile e gli stage nell'UE che è stato approvato all’unanimità dal Parlamento europeo. L’abbiamo incontrata a Bruxelles per approfondire i temi del suo rapporto e ascoltare la voce, flebile in Italia, di una nostra coetanea in politica. Quali sono le principali conclusioni del rapporto?Penso che siano sorprendentemente chiare, nonostante siano il frutto di un compromesso tra le varie  famiglie politiche, i conservatori, i socialisti, i verdi e i liberali. Ci sono due cose che vale la pena menzionare in particolare: il rapporto richiede di elaborare una carta di qualità degli stage per definire quanto può durare lo stage e che gli stage abbiano un reale valore formativo e siano retribuiti. In secondo luogo la risoluzione chiede delle garanzie per evitare che i giovani europei restino disoccupati per più di quattro mesi e che venga quindi loro offerto un lavoro o una formazione.Quali sono i paesi più a rischio per la disoccupazione giovanile e l’abuso di stage? La disoccupazione giovanile è una questione molto seria in tutti i paesi. Siamo nella stessa situazione degli anni ’80 e siamo a rischio di perdere una generazione intera specialmente nell’Europa del sud e dell’est. La Spagna è l’esempio peggiore, con il 42% dei disoccupati tra i giovani. Sugli stage non abbiamo statistiche purtroppo. Da quanto ho capito in questi mesi di lavoro, mi sembra sia un problema particolarmente sentito in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e anche in Spagna e Portogallo.Forse è per questo che così tanti italiani vengono a Bruxelles per uno stage nelle istituzioni europee. Visto che in Italia non esiste di fatto una regolamentazione sugli stage mentre c’è a livello UE…Non sempre purtroppo. Il mio rapporto è molto chiaro anche nei confronti delle istituzioni europee perché abbiano un comportamento esemplare al proposito mentre spesso non ce l’hanno. Ci sono casi di cattivi stage anche in queste istituzioni.La risoluzione dà un’indicazione politica. Ora come si può passare alla fase legale e imporre agli stati membri di implementare le disposizioni che avete approvato?Per prima cosa, dovremmo redigere una carta di qualità degli stage. Personalmente ho già cominciato a lavorare al proposito con il Forum Europeo dei Giovani e la Commissione ci dovrebbe supportare. Per essere approvato deve passare attraverso la procedura legale standard in cui la Commissione lancia la proposta, il Consiglio e il Parlamento la approvano e poi ovviamente gli stati dovranno tradurla nella legislazione nazionale. Tuttavia, chiederei a tutti gli stati membri di definire una regolamentazione al proposito per velocizzare il processo – mentre a livello europeo ci limiteremmo a definire un minimo comun denominatore.In Italia la testata online Repubblica degli Stagisti sta portando avanti una Carta dei diritti come quella di cui parla. Da chi dovrebbe essere approvata? Dalla Commissione? Dagli stati nazionali? Dalle regioni che hanno alcune competenze per quanto riguarda la formazione?Ci sono molti attori in questo momento sul tema. Credo sia importante approvare la Carta a livello nazionale per prendere in considerazione per bene le specificità di ogni paese e mercato del lavoro. A livello europeo si tratterebbe piuttosto di indicazioni e linee guida generali. Nella sua esperienza di lavoro sul tema, trova che ci sia una sensibilità politica sul tema degli stage? Normalmente si sente parlare di precarietà o di disoccupazione, ma non tanto di stage…È un tema che sta acquisendo importanza. Probabilmente ancora per un po’ non sarà in prima pagina ma tra politici e organizzazioni giovanili si sta prendendo coscienza della sua centralità. Dovrebbe davvero essere un tema di discussione pubblica, perché si parla del futuro della nostra generazione che è stata particolarmente colpita dalla crisi. Siamo la fascia più vulnerabile e avremmo bisogno di supporto dal resto della popolazione, perché siamo noi che terremo in piedi il welfare del futuro.Lei ha 26 anni, è una ragazza ed è la più giovane eurodeputata. Guardando dall’Italia lei è un panda in estinzione. Com’è successo?In Danimarca abbiamo una cultura politica più aperta. Nel parlamento nazionale abbiamo diversi deputati della mia età: almeno due del 1984 e diversi altri under 30. E’ più raro avere un giovane a Strasburgo perché normalmente questa carica era vista come una sorta di pre-pensionamento – ma ora le cose stanno cambiando, anche per l’importanza maggiore che sta acquisendo il Parlamento Europeo. In Danimarca presiedevo l’organizzazione giovanile del mio partito, la più grande del paese. Il partito mi ha chiesto di candidarmi e gli elettori mi hanno dato il loro supporto.Com’è il lavoro al Parlamento Europeo? Esiste un approccio generazionale alle questioni, una sorta di lobby giovanile?Nonostante io sia giovane, faccio parte di un movimento di sinistra ecologista che va al di là delle divisioni di età sui temi di giustizia sociale e ambientale. Ovviamente ho una maniera di pensare un po’ diversa dagli altri, soprattutto nel modo di comunicare, l’uso dei social media. Ma non esiste una lobby giovanile al momento, forse dovremmo crearne una…Lei viene da un’esperienza di partito. Dove può formarsi un giovane leader del 2010? Dai partiti? Dai sindacati studenteschi? Da altre organizzazioni?Credo ci siano molti posti in cui lavorare per il proprio paese e l’Europa. Ho cominciato in una ONG lavorando sul traffico delle donne cambogiane, un impegno molto diverso da quello formalmente politico, sono stata in un’organizzazione studentesca. Poi sono entrata nella politica partitica, ma comunque ci sono molti altri attori. Credo che, anche se non si riconoscono in un partito, i giovani possano trovare un posto in cui portare avanti le loro idee e dove sentono di poter fare la differenza. C’è molto da fare per costruire forti organizzazione studentesche, forti sindacati…Ha parlato di social media. Che uso fa dei social network? Il Parlamento Europeo ha lanciato l’iniziativa “Tweet your MEP” per mettere in contatto gli eurodeputati con i propri elettori internauti. Cosa ne pensa?Penso sia un’ottima idea. Forse sono un po’ vecchia, ma nella vita personale non uso moltissimo Facebook, però è uno strumento molto importante per comunicare con gli elettori. Sto imparando ad usarlo, e probabilmente mi viene più spontaneo per questioni anagrafiche che agli altri eurodeputati. Credo sia un’ottima cosa che il Parlamento lanci queste iniziative per aprirsi ai cittadini.Il lavoro per Emilie Turunen non finisce qua, dunque. La Commissione ha tre mesi di tempo per rispondere alla risoluzione. In seguito si dovrà passare alla fase di messa in pratica da parte delle istituzioni comunitarie e nazionali. Il percorso è lungo, ma i principi sono chiari. Continueremo a seguire Emilie Turunen e il suo importante lavoro. Andrea GarneroL'intervista è stata realizzata attraverso la collaborazione tra Lo Spazio della Politica e la Repubblica degli Stagisti. Alla Turunen è stata consegnata anche una copia, tradotta in francese, della Carta dei diritti dello stagista.Questa intervista rappresenta la prima tappa di uno speciale sul tema del lavoro dal punto di vista globale, curato dal 24enne Andrea Garnero per Lo Spazio della Politica. Dopo la Turunen, Garnero andrà in altri continenti ad ascoltare esperienze di imprenditorialità giovanile e soluzioni contro la crisi. Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Parlamento europeo, risoluzione contro i tirocini gratis e le aziende che sfruttano gli stagisti

Il Trinity College di Dublino interessato a «copiare» il Master dei Talenti: intervista ad Angelo Miglietta, segretario generale della Fondazione CRT

Dal 2003 la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino premia attraverso il progetto Master dei Talenti i più brillanti neolaureati di Piemonte e Valle d'Aosta con stage all'estero fino a dodici mesi, erogando loro rimborsi che arrivano a superare i tremila ero al mese. Dopo sette anni di attività, la Fondazione pubblica un libriccino che raccoglie le buone pratiche per il "montaggio" di un tirocinio all'estero che funzioni davvero. Poco più di trenta pagine, in italiano e in inglese, per raccontare come si costruiscono il bando e il modulo di candidatura, come si raccolgono e valutano i cv, e come si seguono "a distanza" i tirocinanti durante gli stage e dopo. Angelo Miglietta, docente di Economia aziendale alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Torino e da quattro anni segretario generale della Fondazione, fa il punto della situazione con la Repubblica degli Stagisti partendo dall'interessamento di una importante istituzione irlandese, il Trinity College di Dublino [nell'immagine a destra], verso il progetto.Professor Miglietta, è appena tornata da Dublino una piccola delegazione della Fondazione CRT. Che cosa siete andati a fare?La trasferta a Dublino e’ servita per effettuare uno scambio di buone pratiche con il Careers Advisory Service, l’equivalente nel mondo anglosassone degli uffici di Job Placement delle nostre università, del Trinity College. Il Trinity era interessato a conoscere nei dettagli il nostro programma di tirocini all’estero in quanto loro non hanno un approccio così strutturato nei confronti degli stage in azienda, e soprattutto al momento non ne attivano all’estero. I creatori e responsabili del progetto, Luigi Somenzari e Chiara Ventura, hanno trascorso una mezza giornata con il direttore del Careers Advisory Service, prendendo in analisi i vari aspetti del progetto, le diverse tecnicalità e rispondendo alle domande che emergevano.Come è nato l'interessamento del Trinity College nei confronti del Master dei Talenti?Lo staff della Fondazione che segue il progetto, in occasione della pubblicazione del «Manuale di Istruzioni di "montaggio" del Progetto Master dei Talenti», ha inviato una sorta di newsletter agli uffici di Careers Advisory Service di alcuni selezionati atenei europei. Oltre al Trinity College ha dimostrato interesse anche la prestigiosa School of Economics dell’Università Cattolica di Louvain in Belgio.Un manuale di istruzioni di "montaggio" del progetto: ce lo racconta?Sette anni di Progetto Master dei Talenti Neolaureati ci hanno insegnato che, nella creazione di buone pratiche, è importante la giusta combinazione di competenza, passione e capacità di cogliere i suggerimenti dettati dall’esperienza. Partendo da questa semplice intuizione abbiamo deciso di codificare gli insegnamenti di cui nel tempo abbiamo fatto tesoro, affinché potessero essere d’aiuto a chi desiderasse replicare questo tipo di esperienza progettuale, o anche solo trarne spunto. La pubblicazione, che si completa idealmente con il volume «Master dei Talenti Neolaureati: Indagine sugli ex borsisti del progetto», utilizza un linguaggio semplice e facilmente accessibile: è più vicina ad un “manuale di assemblaggio” che non ad un “abstract”.Viene da pensare che, dopo tanto lavoro per mettere a punto il progetto, i segreti del suo successo sarebbero stati gelosamente custoditi. E invece...Nel settore del no-profit la condivisione delle buone prassi dovrebbe costituire la norma e non l’eccezione. La Corte costituzionale ha ben inquadrato il ruolo delle fondazioni di origine bancaria quando le ha definite “soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali”. Risulta di tutta evidenza che soggetti investiti di tale ruolo non possano che naturalmente condividere qualunque buona prassi che possa costituire uno strumento di crescita per la società.Al momento ci sono candidati italiani - fondazioni, associazioni, enti -che hanno manifestato interesse per emulare le "buone pratiche" contenute nel manuale?La guida è stata pubblicata e messa on-line da poco tempo; le richieste di informazioni sono giunte al momento dall’estero. Siamo comunque sicuri che non mancheranno richieste di assistenza anche da parte di soggetti italiani.Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Occupati e ben pagati: ecco l'identikit di chi ha partecipato al Master dei Talenti della Fondazione CRT- Master dei Talenti CRT, Angelo Miglietta: «Quest'anno è stato boom di candidature: ecco perché»