Categoria: Interviste

Chi c'è dietro la nuova legge della Regione Toscana sugli stage? Un gruppo di ventenni

Dietro la nuova legge regionale sui tirocini in Toscana, che per la prima volta in Italia introduce l'obbligo (quantomeno per quelli "non curriculari") del rimborso spese, c'è un gruppo di ventenni. È la verità: senza i Giovani Democratici toscani questa legge semplicemente non esisterebbe. Sono stati loro a porre fin dall'inizio del 2010 ai vertici della Regione l'urgenza del problema, a pungolarli affinché passassero dalle parole ai fatti, a lavorare sulla bozza del protocollo per i tirocini di qualità e su quella della legge appena approvata. I GD in Toscana contano più di 3mila iscritti; hanno circoli in tutte le province e in più di 80 comuni, e un gruppo su Facebook con 2mila membri. Chi li guida dal febbraio del 2011 è Andrea Giorgio, 25 anni, laureato in Relazioni internazionali all'università di Firenze e a tre esami dal traguardo della specialistica in Scienze del lavoro. Un giovane impegnato in politica fin dal liceo - i primi passi con i movimenti contro la guerra, e subito dopo col Social Forum europeo a Londra e Parigi – e attivo nel partito fin dal momento in cui, dalla fusione di Margherita e DS, nacque il PD.Insomma ce l'avete fatta. La Toscana è la prima Regione in Italia ad avere una legge sugli stage "alla francese" che impone il rimborso spese e sanziona gli abusi.Ce l'abbiamo fatta, sì. È stata lunga però: quasi due anni. L'idea ci venne durante "Job on the Road", un viaggio fatto dai Giovani Democratici nei luoghi di lavoro del nostro territorio. Girammo ore ed ore di interviste rendendoci conto delle condizioni di lavoro di una generazione e di come la crisi, già dall'inizio, si stesse scaricando sui giovani: dagli imprenditori ai precari. Ci rendemmo conto che mentre la crisi distruggeva i posti di lavoro aumentavano gli stage, un fenomeno che già un po' conoscevamo ma sul quale cominciammo a raccogliere testimonianze e storie. E venne fuori che  troppo spesso sotto c'era un vero e proprio sfruttamento legalizzato. Da questo lavoro preparatorio, ed assieme a voi della Repubblica degli Stagisti, siamo partiti per elaborare una nostra proposta su cui abbiamo raccolto in pochi giorni migliaia di firme e che é diventata presto una battaglia. Un territorio come il nostro non poteva tollerare oltre fenomeni del genere: adesso proveremo ad esportare il nostro successo in altre regioni, in attesa che il governo si renda conto di quanto sia importante regolare questo strumento.Sulla proposta di legge qualcuno ha storto il naso, almeno inizialmente. È vero, non é stato facile coinvolgere le istituzioni. Tanto loro quanto le varie parti sociali erano forse poco consapevoli dei numeri e delle condizioni degli stage, strumenti abusati senza regole nè tutele che coinvolgevano più di 15mila ragazzi toscani ogni anno. Ci ha aiutato molto il grande spazio che la nostra campagna ha avuto sui media, e la disponibilità del presidente della Regione Enrico Rossi e dell'assessore al lavoro Gianfranco Simoncini, che hanno dimostrato come non occorra il giovanilismo di facciata per risolvere i problemi della nostra generazione [Rossi e Simoncini hanno entrambi passato la cinquantina, ndr].  Tutti poi hanno dato una mano: dalle associazioni di categoria ai sindacati, ed il primo passo é stata la firma di un protocollo tra la parti sociali e la regione che prendeva atto della situazione e si impegnava a riformare il sistema. E ora? Manca soltanto il regolamento attuativo, che arriverà entro 60 giorni. Poi l'impegno sarà quello di convincere alcuni settori che in questi anni hanno abusato degli stage – penso al commercio, al turismo, alla pubblica amministrazione – che questi contratti non sono delle forme di lavoro a basso costo ma che sono strumenti di formazione e come tali devono essere usati. Quali saranno gli elementi importanti del regolamento? Se la legge é un passo importante, che proietta la nostra regione all'avanguardia in Italia, il vero tassello fondamentale sarà proprio il regolamento, che avrà il compito di definire tante questioni cruciali. Sarà importante lavorare per stabilire bene la durata massima degli stage in funzione delle mansioni, eliminando la possibilità di svolgere stage in alcuni settori a basso contenuto formativo. E andrà definito in un minimo di 400 euro il rimborso mensile, già previsto nella legge. Altra questione fondamentale sarà la previsione di un blocco degli stage per le aziende che abbiano fatto ricorso alla cassa integrazione o a procedure di mobilità negli ultimi mesi, per evitare l'«effetto sostituzione». Stiamo poi lavorando per la creazione di un database pubblico online, gestito dalla regione e dai centri per l'impiego, che metta in rete i soggetti promotori, con una classificazione delle imprese per numero di stage attivabili, numero di stage attivati al momento, eventuali provvedimenti sanzionatori a loro carico. Questa è un'idea che abbiamo ripreso da voi della Repubblica degli Stagisti: pensiamo che sarebbe molto utile tanto come punto di ritrovo tra domanda e offerta, quanto come strumento di controllo a disposizione dei vari enti promotori. L'ultima cosa su cui abbiamo avviato una discussione con la regione, ma che inevitabilmente dovrà essere trattata a parte, é l'estensione dei rimborsi – oltre che delle tutele – agli stage curriculari. Su questo c'é una disponibilità di massima ma dovremo lavorare anche assieme agli atenei. Quando non vi occupate di stage cosa fate?Proviamo ad occupare ogni spazio utile a rappresentare la nostra generazione e a rompere il muro dell'antipolitica. Col nostro esempio cerchiamo giorno dopo giorno di dimostrare come possa essere diversa: un gruppo di ragazzi in gamba, che tutti i giorni spendono gratuitamente il proprio tempo mettendolo a disposizione degli altri. La campagna forse più significativa che abbiamo seguito quest'anno è stata quella che ha portato al progetto «Giovani sì» della Regione Toscana, con 340 milioni di euro in tre anni a favore delle giovani generazioni con incentivi per la stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato, contributi per gli affitti, prestiti agevolati per giovani imprenditori o giovani professionisti, finanziamenti per andare a studiare all'estero e tanto altro.  Prossimi progetti concreti?In questo periodo stiamo raccogliendo le firme per «L'Italia sono anch'io» e a breve presenteremo nei consigli comunali degli ordini del giorno per il riconoscimento della cittadinanza onoraria ai ragazzi nati in Italia e per la creazione dei consigli degli stranieri in tutti i territori. Poi non va dimenticato il lavoro che le singole federazioni e circoli fanno sul territorio, le battaglie per il diritto di accesso alla rete, alle biblioteche, fino al riconoscimento dei diritti civili. E continueremo a lavorare sull'università: evitando che i decreti attuativi del governo portino ad un'omologazione al ribasso del diritto allo studio delle varie regioni, rendendo più progressive le tasse universitarie e provando a costruire migliori sinergie tra atenei e mondo produttivo. A breve avrete il congresso dei GD.Il 2012 in effetti sarà un anno importante. Intanto perché il congresso nazionale dovrà ridefinire gli obiettivi e lo modalità del lavoro della nostra organizzazione. E poi perché dovremo partecipare alla costruzione del programma del PD alle prossime elezioni politiche: questo Paese ha bisogno di puntare con forza sulla nostra generazione, noi vogliamo intestarci la sua rappresentanza e faremo una battaglia perché i giovani diventino il perno di un programma di governo forte ed ambizioso. intervista di Eleonora Voltolinaper saperne di più, leggi anche:- La Toscana approva la nuova legge sugli stage: per la prima volta in Italia il rimborso spese diventa obbligatorioE anche:- La Carta dei diritti dello stagista ispira Regioni, associazioni politiche e siti web a tutelare gli stagisti. A cominciare dal rimborso spese- Il presidente della Regione Enrico Rossi promette: «In Toscana ricevere dei soldi per uno stage sta per diventare un diritto»- Mai più stage gratis: parte in Toscana il progetto per pagare gli stagisti almeno 400 euro al mese- Elezioni regionali alle porte: se qualche candidato se la sente di impegnarsi per i giovani, ecco le proposte della Repubblica degli Stagisti- Stage in Lombardia, i punti controversi della bozza del regolamento regionale: niente rimborso spese obbligatorio, di nuovo 12 mesi di durata e apertura alle aziende senza dipendenti

Ancora lontana in Emilia la legge regionale sugli stage, la Cgil: «Entro febbraio? Ma se non esiste nemmeno una prima bozza!»

In Emilia Romagna chi si è diplomato o laureato da più di un anno, come la Repubblica degli Stagisti ha appurato ed evidenziato nelle scorse settimane, non ha più accesso agli stage. Una situazione che è scaturita dall'ultima legge sui tirocini di Ferragosto – e dal disconoscimento della successiva circolare del ministero del lavoro da parte della Regione – e che dovrebbe presto essere sanata attraverso una legge regionale. Il prossimo incontro su questo argomento sarà il 1° febbraio, quando le regioni vedranno i responsabili nazionali del mercato del lavoro e formazione di Cgil, Cisl e Uil proprio per discutere di tirocinio e apprendistato, prima degli incontri nazionali su queste tematiche con il governo e il ministro Fornero programmati tra 15-20 giorni. Però i lavori sono ancora in alto mare: lo denuncia Claudio Cattini, 55 anni, che dal 2005 è il responsabile del dipartimento formazione e ricerca della Cgil Emilia Romagna e nei 15 anni precedenti è stato segretario regionale della Cgil scuola. A che punto è la regione Emilia Romagna nella discussione del nuovo testo di legge sui tirocini?Ma non c’è nessun testo di legge! La Regione ha fatto alle parti sociali accenni molto generali, non nel merito. La discussione di un’eventuale proposta della giunta è già stata spostata due volte in commissione consiliare e l’ultima discussione tripartita è stata sospesa. Non è stato fatto nessun ragionamento di merito: la verità è che la regione ha promesso una legge, ma non ne ha parlato con nessuno.Quindi non avete potuto esaminare nessuna proposta?No, non sono state presentate bozze alla commissione regionale tripartita né alle parti sociali, non c’è niente di scritto. L’ultima volta era presente anche il presidente della commissione lavoro e istruzione, Beppe Pagani, ma nemmeno lui ha qualcosa in mano. Quindi la commissione consiliare che dovrà poi fare la discussione sulla legge non ha nulla. Del resto il governo ha fatto una legge e una circolare contraddittorie: ora fare un nuovo intervento legislativo su quel punto non è semplice.Oggi il confronto in che fase è?È fermo, siamo al dibattito iniziale: se il tirocinio sia una modalità didattica o una transizione al lavoro, con cosa debba essere finanziato... Noi come Cgil, Cisl e Uil vorremmo fare ancora una discussione generale, perché ci sono già le leggi regionali dell’Emilia Romagna del 2003, la 12 e la 17, in particolare l’articolo 9 della legge 12, dove è scritto chiaramente che cos’è un tirocinio: una modalità didattica non una transizione al lavoro. Vuoi che si faccia dodici mesi, ventisette o trentadue dopo la laurea non è questo il punto, ma cosa è nel merito.Nella pratica che cosa cambia?Se è una modalità didattica non è inserimento e reinserimento. Può esserlo il percorso formativo di riconversione o di specializzazione di una persona, ma non il tirocinio in sé. E questo dibattito iniziale lo si sta ancora facendo. Perché se il tirocinio è una modalità didattica, allora è come l’uso dei laboratori o la formazione a distanza: un modo per far raggiungere degli obiettivi formativi a un gruppo di allievi.  Oggi però è spesso usato per introdurre nel mercato del lavoro i giovani….Ma questo è fuori dalle norme nazionali e della regione Emilia Romagna. Sono altre le forme che dovrebbero garantire l’ingresso nel mercato del lavoro: l’apprendistato e il contratto di inserimento. Questi sono contratti di lavoro, il tirocinio no: gli mancano alcune cose importanti come il versamento dei contributi. Quindi non può essere usato in sostituzione di un contratto di lavoro.Potrebbero esserci delle novità in settimana?L’assessore in diverse occasioni ha venduto la cosa come fatta, ma per procedere serve una proposta convincente e condivisa da tutte le parti sociali, non soltanto da quelle datoriali. Nella nostra regione c’è poi il patto per lo sviluppo firmato da poco, dove c’è scritta una cosa precisa: che le risorse in Emilia Romagna vanno per la stabilizzazione al lavoro e per l’apprendistato, non per i tirocini. Quindi la Regione deve investire per trasformare i contratti a tempo determinato in tempo indeterminato. L’unico contratto che va seriamente sostenuto e finanziato è l’apprendistato: la regione ha deciso così insieme a tutte le parti sociali, quindi c’è poi una leggera contraddizione nel mettere in campo i tirocini.Che quindi vanno accantonati?No, però ne va discusso il merito. Tutti questi elementi poi predispongono un fatto: che si disponga di risorse per finanziarli. In Emilia Romagna a sostenere che va fatta una legge sui tirocini e che vadano finanziati quelli d’inserimento e reinserimento sono il comparto del commercio e le pubbliche amministrazioni che di questi 14mila tirocini che lei ha citato nel suo articolo ne utilizzano circa 12mila. Le pubbliche amministrazioni, province e regione, fanno moltissimi tirocini, forse – a pensar male, anche se non si dovrebbe - perché non possono fare assunzioni di altro tipo. Bisogna riflettere sul perché la gran parte dei tirocini sia utilizzata molto in questi due settori. Da qualche mese l’Emilia ha deciso di disconoscere la circolare ministeriale di settembre e di non attivare stage a persone diplomate o laureate da più di 12 mesi. Non si rischia però così di escludere molti da un canale di ingresso al mercato del lavoro?Questo lo capisco in alcune professioni in cui il tirocinio ha un senso, ma francamente fare il tirocinante per fare il portiere non è un’opportunità di lavoro in più, è uno sfruttamento ulteriore ed è negare un posto di lavoro a una retribuzione dignitosa. Insisto: 12mila tirocini di quei 14mila sono di bassissime professionalità e non hanno niente a che vedere con l’avviamento al lavoro, semplicemente quel condominio prendendo un tirocinante spende 400 invece di 800 euro per un contratto. Se posso essere più secco, il tirocinio è un’opportunità di lavoro in meno per i giovani perché si copre un posto di lavoro vero con un rapporto di lavoro falso. Poi ci sono altri 2mila stage che potrebbero avere senso se inseriti in un percorso formativo. Perché alla fine pochissimi di questi vengono trasformati in apprendistato, cioè a tempo determinato. Come paradosso matematico chi fa un tirocinio ha meno probabilità di avere un posto a tempo determinato di chi non lo fa. Quindi i sindacati in questo momento sono contrari a questa eventuale legge?Cgil, Cisl e Uil hanno espresso unitariamente forti perplessità sul principio iniziale che ci è stato illustrato: regolare i tirocini non curricolari, in particolare di inserimento e reinserimento. Se si vuole fare un atto amministrativo, in particolare una legge, lo si fa sui tirocini, non solo su una modalità particolare che per noi non esiste. Il tirocinio è uno solo: formativo e orientativo. Curricolare e non curricolare è un’alchimia di alcune circolari. E per come è fatto oggi, il non curricolare nella maggior parte dei casi non dà nessun riconoscimento, quindi bisogna per forza appesantire il fatto che è un percorso formativo formale, che ci siano delle ore di didattica prima e dopo. Ci deve essere una progettazione e, alla fine, una certificazione che si può fare solo se quel tirocinio è fatto dalle scuole o dai centri di formazione o da altri soggetti. Perché se non ti assumono, devi avere qualcosa che abbia un minimo di valore per il percorso che hai fatto e questa cosa qui se non è curricolare non c’è.Si è già deciso quando si tornerà a discutere?No, per ora non è stata convocata un’altra commissione tripartita. Suppongo che qualcosa, a fine mese, lo diranno perché se vogliono fare una legge entro fine febbraio già sono in ritardo. Il testo deve essere prima discusso con le parti sociali: queste possono dire di non essere d’accordo e il testo può andare avanti lo stesso, però la discussione deve essere fatta. Alla Repubblica degli Stagisti risultava che nel giro di qualche settimana ci sarebbero state delle novità…Sì, però se non riescono a convincere la parte rilevante delle parti sociali sull’utilità dell’operazione si fa fatica a fare una legge. Nel sistema “concertativo” che c’è in Emilia Romagna non è che fai una legge contro qualcuno. Se nel merito ci sono dei dubbi e non c’è una discussione fatta fino in fondo è difficile andare avanti.Che ne dice della legge sui tirocini appena approvata dalla Regione Toscana?La legge della Toscana per me è legittima nel senso che la regione può decidere legittimamente quello che crede rispetto a queste materie, ma penso che sia sbagliato costruire un nuovo rapporto di lavoro perché ne abbiamo già abbastanza. Quello che deve far riflettere è che in ogni regione, Veneto, Lombardia, Puglia, sui tirocini c’è un’interpretazione diversa, ma non è che si possono inventare i rapporti di lavoro a seconda delle regioni perché devono essere regolati con dei contratti nazionali. Certo che quel che può essere diverso da posto a posto sono i percorsi formativi. La legge toscana ha però un taglio che a noi in Emilia Romagna non piacerebbe perché considera il tirocinio come un rapporto di lavoro vero e proprio. In particolare non ci convincono i tirocini di inserimento e reinserimento, perché non hanno finalità didattiche. E il rimborso spese, che fa assomigliare troppo lo stage a un contratto di lavoro di serie B.intervista di Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento leggi anche:- «I tirocini di inserimento non esistono, una circolare non è fonte di diritto»: così la Regione Emilia Romagna blocca gli stage per laureati e diplomati da più di 12 mesi- La Toscana approva la nuova legge sugli stage: per la prima volta in Italia il rimborso spese diventa obbligatorioE anche:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagisti

«Aprire l'accesso al servizio civile agli stranieri? Attenzione, può portare cortocircuiti». Parla Claudio Di Blasi dell'associazione Mosaico

«Abbiamo 223 ragazzi che devono partire con il servizio civile nazionale il 1 febbraio». E che fino a all'altroieri sono rimasti in sospeso. A parlare è Claudio Di Blasi, presidente dell'associazione Mosaico, sodalizio bergamasco impegnato da anni sul fronte del Scn. Preso in contropiede, così come tutte le realtà analoghe, dalla sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che ha accolto il ricorso di Syed Shahzad Tanwir, escluso dalle graduatorie perché non è cittadino italiano, bloccando l'attivazione del bando chiuso a novembre dello scorso anno.Di Blasi, dopo l'asccoglimento del ricorso da parte del Tribunale del lavoro di Milano, qual è la situazione?La nostra associazione aveva già ricevuto la conferma delle graduatorie, abbiamo più di duecento ragazzi che avrebbero dovuto iniziare il servizio civile il 1 febbraio. L'altro giorno, però, l'ufficio nazionale ci ha comunicato formalmente che tutto è sospeso.Avvocati per niente e l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione hanno accolto la richiesta di sospensiva, sancita giovedì dalla Corte d'appello.Con questo sblocco siamo tutti felici, a cominciare dai ragazzi. In questi giorni mi sono confrontato con una serie di situazioni individuali: c'era quello che aveva lasciato il lavoro per il servizio civile, l'altro che aveva affittato un appartamento vicino al luogo dove avrebbe dovuto essere impiegato... Se le partenze fossero state davvero bloccate, sarebbe stato un dramma per moltissimi di loro.Tornando al ricorso, avete preclusioni rispetto alla partecipazione degli stranieri ai bandi per il Servizio civile?Qui entriamo quasi nel campo delle valutazioni politiche. Diciamo intanto che la nostra associazione non ha mai preso una posizione. Se mi chiede un parere personale, dico che preferirei che il cittadino immigrato mi desse qualche segnale del fatto che vuole entrare a far parte della comunità nazionale. In altre parole, credo che sarebbe logico affermare che a questi bandi possano concorrere gli stranieri che abbiano fatto richiesta di cittadinanza italiana.E quale sarebbe la differenza?Non sono un avvocato, però dal punto di vista della giurisprudenza aprire agli immigrati in modo incondizionato porta a dei cortocircuiti.Può fare un esempio?La legge 64 del 2001, quella che ha istituito il Scn, stabilisce che il 10 per cento dei posti messi a bando per entrare nei vigili del fuoco e nel corpo forestale dello stato siano riservati a chi ha svolto il servizio civile in questi stessi settori. Ora, il corpo dei pompieri in caso di emergenza può essere militarizzato, quindi per farne parte bisogna essere cittadini italiani. Dunque, se apriamo a tutti gli stranieri, che fine fanno questi posti riservati?In un articolo pubblicato sul sito della sua associazione lei è stato molto critico nei confronti di chi ha promosso il ricorso, quasi accusandolo di volersi sostituire al legislatore. Perché?Quando ho letto le parole dei legali di Syed mi è sembrato che tenessero, giustamente, molto in attenzione gli interessi del loro assistito, ma che non avessero considerato i ritorni di questa sentenza sulla vita di tantissime persone. Per me è stata una leggerezza. Quando poi chiedono al governo di sedersi intorno a un tavolo per vedere come modificare la normativa, a me pare che compiano un atto irrituale: in questo Paese le leggi vengono approvate dal Parlamento e possono essere abrogate solo dalla Corte costituzionale o tramite un referendum.Riccardo SaporitiPer saperene di più su questo tema leggi anche:- Dallo stop al bando al via libera definitivo: la vicenda travagliata del bando per il Servizio civile 2012- Leonzio Borea, direttore dell'Ufficio servizio civile nazionale: «Offriamo ai giovani un'esperienza preziosa, ma abbiamo sempre meno fondi»- Al via il nuovo bando per il servizio civile: 20mila posti a disposizione in Italia e all'estero, 433 euro il rimborso spese mensileE anche:-Giovanni Malservigi: «Il servizio civile in una casa di riposo mi ha aperto un altro mondo»-«Il Servizio civile non è un modo per ammazzare un anno di tempo o guadagnare qualche soldo», parla l'ex volontario Luca Crispi

Sardegna, il direttore dell’Agenzia per il lavoro difende i TFO: «Anche per un benzinaio 6 mesi di stage hanno senso: forse dopo vorrà aprire una stazione di servizio sua»

Tirocini per operai, camerieri e inservienti promossi dalla Regione Sardegna. Fin da venerdì scorso la Repubblica degli Stagisti, dopo aver pubblicato un articolo di denuncia sull'argomento, ha cercato di mettersi in contatto con la Regione. Dopo aver rincorso invano l’assessore Liori tramite l’ufficio stampa, finalmente ha trovato una disponibilità in Stefano Tunis, 39enne direttore dell’Agenzia regionale per il lavoro con una lunga carriera politica e professionale alle spalle: responsabile delle risorse umane in varie aziende tra cui SCR, gruppo attivo nelle bonifiche e nello smaltimento dei rifiuti industriali di impianti petrolchimici; segretario provinciale e poi regionale dell'Udc tra tra il 1994 e il 2004, assessore e consigliere comunale di Sarroch, e infine anche candidato alle elezioni regionali per il PdL nel 2009 (senza però risultare eletto). Ancora oggi Tunis è membro del coordinamento provinciale del Popolo delle Libertà. Tra i primi ideatori e sviluppatori del progetto Voucher TFO 2011, spiega le motivazioni di quella che lui chiama «sperimentazione di una misura»: «Visto lo straordinario successo dei Piani d’inserimento professionale (PIP) per giovani tra i 18 e i 25 anni nei primi dieci mesi del 2011, insieme alla Regione, considerando variabili come il rapporto tra disoccupati e numero di abitanti e la potenziale percentuale di successo, abbiamo deciso di attivare anche dei  tirocini con voucher destinati a diplomati con più di 26 anni e laureati maggiori di 30».Progetto sperimentale in che senso?Si tratta di un programma svolto una tantum. Sarà poi la Regione, sulla base dei risultati, a decidere se istituzionalizzarlo o meno o se eventualmente scegliere una sintesi tra TFO e PIP.Ha parlato di successo del PIP, avete dei dati per dimostrarlo?Da febbraio a novembre abbiamo attivato 2.300 PIP e, per quanto riguarda il monitoraggio di quelli iniziati nelle prime due mensilità, al momento il 28% delle risorse sono state contrattualizzate in seguito al periodo di stage. Di questo 28%, oltre due terzi sono stati assunti a tempo indeterminato.Sì, ma i PIP prevedono una contribuzione regionale nei confronti dell’azienda in caso di assunzione della risorsa, mentre i voucher no. Vi aspettate la medesima percentuale di successo?Ci piacerebbe che a livello di inserimento almeno il 30% dei tirocinanti venisse contrattualizzato. Quello che ci aspettiamo è che entro aprile l’intera dotazione destinata ai voucher sia spesa. Il secondo obiettivo è quello di strutturare un sistema di domanda e offerta professionale istituzionale al fine di superare quello del passaparola che troppo spesso sconfina nella raccomandazione. Ponendo il caso che siano tutti alla ricerca di lavoro, ben oltre il 10% della massa di disoccupati sardi ha utilizzato nei primi giorni lo strumento: questo è già un grande successo. In pochi giorni sono pervenute 1.750 richieste di partecipazione al programma, di cui 1.450 già autorizzate.Venendo ai punti più spinosi. Perché gran parte delle offerte si riferiscono a profili di basso livello? Ci vogliono sei mesi di formazione per imparare a fare l'inserviente in cucina?  La cassiera al supermercato? L’addetto alle pulizie? L'autista e il montatore di mobili? Dov'è il valore formativo in questi tirocini definiti appunto «formativi e di orientamento»?In realtà queste mansioni sono la minoranza. Sono di gran lunga prevalenti i profili di livello medio alto. Per quanto riguarda quelli più bassi si deve tenere presente che potrebbero essere finalizzati a una volontà di successiva creazione d’impresa. Mi spiego meglio: una persona può accettare o cercare uno stage come addetto alla pompa di benzina perché ha in progetto di aprirne una e il suo fine è quello di imparare il mestiere da vicino.Qui cade dunque la finalità di successiva assunzione del tirocinio.Sì. Ma la finalità primaria di questo strumento è quella formativa e in questo caso è rispettata al cento per cento.Quindi continuerete a proporre profili di livello basso?Alcuni, come quelli di addetti alle pulizie, non li ho ancora autorizzati. Mi riservo di fare una riflessione. Per ora, nel frattempo, sono sospesi. Li valuterò ma tenderei a non escluderli.I limiti di età minima fanno intuire che i beneficiari di questa misura abbiano già finito gli studi da 5-6 anni. La Regione cosa pensa che abbiano fatto queste persone in questi anni? Non intuisce che abbiano cercato di inserirsi nel mercato del lavoro - attraverso stage, contratti a termine, magari anche lavoro nero - maturando quelle esperienze che invece si pretende non abbiano?Se queste persone oggi sono ancora disoccupate è evidente che si tratti di profili deboli e che quindi troveranno utile l’opportunità di potersi inserire in un settore professionale. Molte invece sono persone che hanno già operato in un ambito e ne vorrebbero sperimentare un altro: con i TFO ne hanno lo strumento.La vostra agenzia si ritiene esonerata dall'esercitare un controllo sulla qualità e sul rispetto dei vincoli di legge rispetto agli annunci pubblicati? Ve ne sono alcuni limitati solo a ragazze: la legge prevede che ciò non si possa fare.Mi sono accorto tardi di questa tipologia, diversamente non avremmo mai pubblicato annunci che fanno discriminazione di genere. Sto procedendo alla loro cancellazione. In realtà la nostra agenzia svolge un monitoraggio costante dei tirocini attivati e se riscontriamo delle anomalie procediamo subito a verificare ed eventualmente a sospendere.Nella prima delibera, quella di giugno 2011, si diceva che voucher sarebbero stati riservati a disoccupati o inoccupati che non avessero avuto «alcuna esperienza di lavoro presso l’azienda in cui intendono svolgere il tirocinio». Nella delibera del 13 ottobre invece il divieto si è ammorbidito, aprendo la partecipazione a tutti coloro che non abbiano avuto «esperienza lavorativa superiore a tre mesi presso l’azienda in cui intendono svolgere il tirocinio». Chi ha deciso di permettere alle aziende di prendere in stage persone che già avevano avuto come stagisti o dipendenti?Questa decisione nasce da momenti di concertazione tra l’organo politico e le associazioni di categoria. In ogni caso si è posto il limite dei tre mesi.Perché oggi si richiede di fare stage per mestieri per i quali fino a pochi anni fa la prassi prevedeva un inserimento diretto come lavoratori con qualche settimana di addestramento?Sono un sostenitore del tirocinio in tutti gli ambiti, se non abusato. Dal mio punto di vista la prestazione professionale non si compone solamente di capacità tecniche ma è costituita anche da rapporto umano. Per questo un periodo di prova un po’ prolungato è un’ottima opportunità, sia per il datore di lavoro che per la risorsa.Lei ha mai fatto uno stage?Non uno stage, ma sono entrato nel mondo del lavoro con un contratto di prestazione occasionale nel settore Risorse umane di un’agenzia di lavoro interinale. Mi avevano chiesto di scegliere tra la modalità di tirocinio con borsa di studio o questo contratto, il cui compenso, però, era legato al risultato. Il mio «contratto atipico», poi, è sfociato in un’assunzione a tempo indeterminato.Giulia CimpanelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Regione Sardegna promuove stage-vergogna: 10 milioni di euro per tirocini di 6 mesi come inservienti, operai, camerieri. E perfino braccianti agricoli- Tirocini per operai, inservienti e camerieri in Sardegna: il consigliere regionale Marco Meloni prepara un'interrogazione per l'assessore  

I sindacati rispondono alla Regione Lombardia: «Nella proporzione numerica tra stagisti e dipendenti non si devono contare anche i precari»

La Regione Lombardia sta in queste settimane lavorando su una bozza di regolamento regionale in materia di stage, di cui la Repubblica degli Stagisti ha anticipato i punti centrali lanciando quattro proposte per migliorarla e rendere più efficace il contrasto degli abusi. Anche i sindacati naturalmente sono attenti alla questione, e all'inizio di novembre hanno fatto avere all'assessorato regionale al Lavoro una loro contro-proposta con alcuni emendamenti. Li racconta alla Repubblica degli Stagisti Fulvia Colombini, segretaria regionale della Cgil Lombardia - che è la regione più rappresentativa e importante per l'universo stage, dato che ogni anno qui ha luogo circa un sesto degli stage di tutta Italia (oltre 60mila solo nelle imprese private, a cui ne vanno aggiunti 20-30mila stimati negli enti pubblici e organizzazioni non profit).A che punto è la Regione Lombardia con la bozza di regolamento regionale sul tema tirocini?C’è stato il seminario dell’11 novembre e poi come parti sociali siamo stati chiamati in Regione proprio un paio di settimane fa. L’assessore Rossoni ci ha detto che per mettere a punto la bozza definitiva e "chiudere" bisognerà aspettare la fine di gennaio. Noi siamo un po’ preoccupati: abbiamo mandato una serie di modifiche significative e ci terremmo ad avere un riscontro, per evitare di arrivare a gennaio e trovarci di fronte a un testo da prendere o lasciare. Quali sono gli emendamenti più importanti che avete proposto?Uno sul punto della durata dei tirocini. Rifacendoci alla circolare del ministero del lavoro, noi diciamo che quelli di inserimento / reinserimento lavorativo dovrebbero durare al massimo 6 mesi proroghe comprese, e non 12 come propone l’assessore.  Per quanto riguarda i limiti numerici, l'aspetto che ci preoccupa è che la Regione vorrebbe contare nella proporzione tra stagisti e dipendenti non solo gli assunti a tempo indeterminato, ma tutti quanti: anche i precari, addirittura i collaboratori a progetto che formalmente non sono nemmeno dipendenti, ma lavoratori autonomi! Secondo noi non è legittimo: quindi noi abbiamo riportato questa proporzione ai dipendenti con contratto stabile.Qual è la vostra posizione sui tirocini presso aziende che non hanno nemmeno un dipendente subordinato?Nella sua formulazione la Regione propone la dicitura «da 0 a 5 dipendenti, un tirocinante»: nella nostra controproposta abbiamo invece scritto «fino a 5», perché secondo noi non dovrebbero essere permessi stage in aziende che non abbiano almeno un dipendente.E per quanto riguarda il rimborso spese?Lì abbiamo scritto che va previsto un rimborso a carico delle aziende, «congruo e proporzionale alle spese sostenute dal tirocinante».Non avete però introdotto una cifra.No. Il documento è unitario di Cgil Cisl e Uil: la nostra valutazione, come sindacati, è stata che un documento unitario sarebbe stato più forte di fronte alla Regione. Però questo ha significato anche mediare tra differenti visioni: come Cgil avremmo preferito indicare una cifra minima, ma alla fine non l’abbiamo spuntata.Vi aspettate che la Regione Lombardia allochi dei fondi, così come ha fatto la Toscana, per sostenere i tirocini di qualità?Noi pensiamo che il rimborso spese debba essere a carico dell’azienda ospitante, quindi non chiederemmo alla Regione di impegnarsi nel cofinanziamento. Però invece un aspetto molto importante su cui la Regione dovrebbe investire denaro è quello degli incentivi all'assunzione.Nella vostra bozza non avete emendato nulla rispetto a chi potrà fare da soggetto promotore. Eppure la proposta regionale si discosta significativamente dal dm 142/1998, prevedendo che per svolgere questo ruolo basti essere «istituzioni accreditate ai servizi di istruzione e formazione professionale e ai servizi del lavoro».È vero, nella bozza si "largheggia" rispetto ai criteri più stringenti che sono finora elencati nel decreto 142. Questo perché la Lombardia ha messo in piedi in questi anni, esercitando il principio di sussidiarietà, un sistema di accreditamento. Nel caso specifico si tratta di circa 200 enti accreditati, di cui una quarantina veramente attivi sul territorio. Sul sito della Regione c'è un lungo elenco dei soggetti che hanno un accreditamento: bisogna scremare per individuare quelli che sono accreditati alla formazione professionale, alla formazione continua e ai servizi al lavoro. In ogni caso per fare da soggetto promotore di tirocini bisognerà che un dato ente sia accreditato sia per i servizi di istruzione e formazione sia per i servizi al lavoro.Non siete preoccupati che questa apertura a tanti soggetti promotori possa parcellizzare la situazione e renderla ancor meno controllabile e trasparente? Almeno adesso vi sono una serie di promotori "principali" di stage, le università e i centri per l'impiego. Domani in Lombardia potrebbe non essere più così.La paura c'è. Noi vorremmo almeno che la Regione facesse un rating, per esempio conteggiando gli esiti: se tu mi prendi in carico in un anno 100 persone, a cui fai fare un tirocinio, io vorrei poter sapere quanti di questi sono stati trasformati in rapporto di lavoro. Così il sistema sarebbe trasparente e le persone potrebbero rivolgersi a un soggetto piuttosto che a un altro in base alle sue performance. Finora c'è stata invece molta opacità. Questa nostra proposta in realtà è stata già inserita in un accordo dell'anno scorso sulle politiche attive: la Regione ci aveva detto di sì, ma al momento ancora non si è attrezzata. Come valutate le quattro proposte lanciate dalla Repubblica degli Stagisti alla Regione Lombardia per migliorare il regolamento?Molto positivamente. Siamo com'è naturale d'accordo con la prima proposta, quella del rimborso spese minimo obbligatorio. Condividiamo anche l'idea del database sul sito della Regione: avevamo proposto una cosa analoga chiamandola "cabina di regia" per monitorare tutti questi percorsi. Quindi la vostra idea potrebbe integrare la nostra, prevedendo che le informazioni raccolte vengano messe in rete e consultabili sul web. Come Cgil teniamo molto alla questione della trasparenza.Per quanto riguarda la nostra idea di vietare gli stage per mansioni di troppo basso profilo?Al nostro interno abbiamo una discussione aperta. Alcune categorie, come quella del commercio, ci dicono che effettivamente lo stage può essere utile. Bisognerebbe stabilire però che per queste mansioni molto basse - il barista, la receptionist - lo stage possa durare solo 1-2 mesi. E sarebbe importante poter definire attraverso i contratti nazionali le mansioni dei tirocinanti,  individuando dei profili con durate adeguate alla professionalità.L'ultima proposta della Repubblica degli Stagisti, la più innovativa, è quella di legare il numero massimo di stagisti ospitabili al numero di contratti di apprendistato attivi in una data azienda.In linea teorica l'idea è interessante. Purtroppo però in Lombardia l'anno scorso il contratto di apprendistato ha rappresentato solamente il 2,7% degli accessi al mercato del lavoro. In pratica nessun giovane viene assunto così. Basti pensare che gli apprendistati avviati nel I° trimestre 2011 sono stati solamente 3.800 - a fronte di 33.600 contratti a tempo indeterminato, 66mila contratti a termine, 18mila contratti di collaborazione a progetto, 19mila contratti di somministrazione attivati nello stesso periodo. Insomma il numero di apprendisti in Lombardia è residuale: questa tipologia viene peraltro utilizzata sopratutto nelle imprese di tipo artigianale, e pochissimo nei settori del terziario e industriale. Insomma la Cgil dice: se si riuscisse a far aumentare il numero di apprendisti si potrebbe anche pensare di legarlo al numero degli stagisti, ma allo stato attuale no. Eppure introdurre un vincolo di questo tipo non sarebbe un incentivo shock per le imprese per fare finalmente contratti di apprendistato? Forse sì. Però ci sono anche aziende che decidono di non usare questa tipologia contrattuale. Prima della crisi infatti c'era un numero abbastanza consistente di imprese che dopo una fase di stage e una fase di contratto a termine stabilizzava con l'indeterminato, senza passare per l'apprendistato. Dire "se non hai apprendisti non puoi prendere stagisti" rischierebbe quindi di togliere qualche opportunità a qualcuno. L'importante però è che la proporzione tra dipendenti e tirocinanti non venga stravolta inserendo nel conteggio anche tutti i precari.Cosa faranno la Cgil e gli altri sindacati se la Regione manterrà questo punto, permettendo quindi per ipotesi a un'impresa con pochissimi dipendenti a tempo indeterminato ma decine di collaboratori a termine o parasubordinati di prendere parecchi stagisti alla volta?Noi faremo sicuramente opposizione, spero anche con Cisl e Uil. Comunicheremo in tutti i modi ai giovani che ci siamo battuti per loro, creeremo mobilitazione. Il problema vero è che una volta sentito il nostro parere, nulla vieta a Rossoni di non recepire i nostri emendamenti e procedere di testa sua. Il regolamento viene adottato dall'assessorato e diventa immediatamente operativo. Comunque sia, non ha una validità pari a una legge regionale. Quindi se proprio dovesse essere pessimo, noi potremo lavorare nei prossimi mesi per spingere a introdurre modifiche, o a farne un altro, o a elaborare una vera e propria legge regionale in merito.intervista di Eleonora Voltolinaper saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage in Lombardia, i punti controversi della bozza del regolamento regionale: niente rimborso spese obbligatorio, di nuovo 12 mesi di durata e apertura alle aziende senza dipendenti- La Repubblica degli Stagisti lancia quattro proposte alla Regione Lombardia per regolamentare i tirocini in maniera innovativaE anche:- Nuova normativa, i chiarimenti ufficiali del ministero: «Niente tirocini dopo i master, e limite di 6 mesi di durata da applicare al singolo stage»- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagisti

A Parigi la conferenza internazionale sull'occupazione giovanile promossa dallo European Youth Forum: intervista al vicepresidente Luca Scarpiello

Domani e dopodomani l'European Youth Forum sarà a Parigi, ospitato dall'Oecd - Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, per mettere insieme nuove idee e progetti che ridiano futuro ai giovani. La Repubblica degli Stagisti, che interviene alla conferenza internazionale nel panel "Internview" in cui verrà presentata la Quality Charter of Internships and Apprenticeships, ha intervistato Luca Scarpiello, ventisettenne vicepresidente del Forum e unico italiano nel board, per avere gli ultimi aggiornamenti sullo stato dei lavori in materia di stage e occupazione giovanile.Il tema del lavoro è al centro del seminario di Parigi. Quali sono i principali linee d'azione del Forum su questo fronte?  Innanzitutto lotta alla gerontocrazia: se sei giovane devi avere gli stessi diritti e lo stesso trattamento dei lavoratori più anziani. La riforma del welfare e la riduzione del precariato sono altre due priorità; serve un'armonizzazione delle misure a livello europeo. C'è poi la questione del reddito minimo: già un anno fa il Parlamento europeo ha sollecitato l'approvazione di una direttiva quadro; alcuni Paesi, come l'Italia, sono del tutto sprovvisti di una legge in materia. Il reddito può essere percepito anche sotto forma di servizi, non solo in moneta; ma deve essere slegato dai contributi versati, secondo un principio di solidarietà. Le transizioni poi sono un altro nodo centrale, in particolare quella tra istruzione e mondo del lavoro. Parliamo quindi di stage, che non è una tortura cinese: serve, ma solo se fatto con criterio. Troppo spesso invece è sottoprecariato.L'EYF è appunto promotore della Carta europea dei diritti dello Stagista, sottoscritta dalla Rds. A che punto sono i lavori? Sì, è un'iniziativa del 2008. Allora non c'erano dati, sensibilizzazione al problema, o volontà politica di occuparsene. Dopo due anni di dialogo con le organizzazioni internazionali siamo arrivati a una bozza legislativa condivisa, che attinge al meglio delle singole normative nazionali. Il testo è stato sottoscritto anche dalla Repubblica degli Stagisti, da Generation Praktikum, Précaire anonyme, Génération précaire ed è ora aperto all'adesione dell'intera società civile. A gennaio era prevista la presentazione della base legislativa da parte della Commissione europea, ma l'impegno a occuparsi degli internships è venuto meno proprio in questi giorni; il 15 dicembre incontreremo il commissario Andor per capire le ragioni della scelta e agire di conseguenza. Intanto a Parigi presenteremo ufficialmente la Carta; puntiamo all'adozione anche da parte del Parlamento europeo, con cui siamo già in contatto [sotto, la pagina tramite cui tutti i cittadini possono aderire alla campagna].Può riassumere le linee fondamentali della carta?Intanto distinguiamo tra stage svolti all'interno dei percorsi formativi - in prospettiva, gli unici che per noi dovrebbero esistere - e stage post studi. Prevediamo l'obbligatorietà del rimborso, che non deve essere inferiore al salario minimo, se previsto, e che deve comunque permettere di vivere al di sopra della soglia di povertà relativa. Il progetto formativo deve essere chiaro, flessibile - ad esempio non deve intralciare gli studi - e concordato con lo stagista. E la durata massima deve essere ragionevole, in base agli obiettivi del progetto formativo: se ad esempio sono raggiungibili in tre mesi, non ha senso far durare di più lo stage. In tempi in cui il budget sono più importanti delle persone è scomodo prendere queste posizioni. Ma cerchiamo un cambiamento concreto e non  ci aspettiamo che qualcuno ce lo dia:  cerchiamo di prendercelo, con strumenti democratici. Lei ha stage all'attivo? Io sono uno stagista. Del Parlamento europeo, dal quale ricevo un contributo di circa mille euro al mese. Alla base di quello che facciamo c'è la passione, la voglia di cambiare le cose; non lo facciamo certo per soldi, ma nemmeno ci rimettiamo di nostro: sarebbe contrario ai principi della nostra lotta. Poi ho fatto uno stage nella direzione Comunicazione istituzionale della Regione Puglia, nel 2007. E ancora prima sono stato nell'ufficio Europa della Cgil, per quasi tutto il 2005 - poco più che ventenne. Erano stage non retribuiti, che però mi sono tornati utili nel gestire una responsabilità così grande come la vicepresidenza della più importante organizzazione giovanile europea. A proposito, come ci è arrivato un italiano alla vicepresidenza dello Youth Forum?Faccio politica da quando avevo 17 anni. Ho iniziato nelle organizzazioni studentesche, prima dell'Unione degli studenti e poi dell'Obessu, la rete europea che riunisce tutte le associazioni giovanili nazionali. Mi è sempre piaciuta l'idea di poter incidere sui processi reali. Poi nel 2006 sono entrato nel Forum nazionale dei giovani, allora appena nato, che mi chiese di occuparmi del settore estero - e che adesso è una delle nostre 98 organizzazioni membre. E nel 2009 sono stato candidato nel board dell'European Youth Forum; mi sono occupato di lavoro e politiche sociali - ancora lo faccio, ormai mi chiamano il crisis board man! - e l'anno mi hanno proposto come vicepresidente. In tutto ciò sono anche iscritto a Scienza politiche all'università di Bari, la mia città d'origine. Pensa di tornarci, o comunque di spendere le sue competenze in Italia?Mi piacerebbe, certo, ma non è semplice. Sento che quello che facciamo nel Forum non è riconosciuto in Italia. Il mio futuro è incerto come quello di qualsiasi giovane. Intanto sarò a Bruxelles fino a tutto il 2012, poi sarà il momento di passare il testimone. Vedremo: cammino domandando, come ho imparato a fare in questi anni.Intervista di Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Diritti dello stagista: se non ci pensa lo Stato, dal blog di Eleonora Voltolina sul Fatto quotidiano- Un sondaggio dello European Youth Forum svela il prototipo dello stagista europeo: giovane, fiducioso e squattrinato- Lo Youth Forum: «Gli stage gratuiti e senza prospettive ci sono in tutta Europa, e spesso sono sacrifici inutili»E anche: - Il presidente della Commissione Lavoro della Camera consegna a Mario Monti i risultati dell'indagine sul precariato - l'audizione di Eleonora Voltolina In Italia si guadagna troppo poco: per rendere dignitose le retribuzioni dei giovani bisogna passare dal «minimo sindacale» al «salario minimo»- Parlamento europeo, risoluzione contro i tirocini gratis e le aziende che sfruttano gli stagisti

Stage all'università di Torino, la rappresentante del Rettore: «Vogliamo solo proteggere i giovani. Se la nostra interpretazione è sbagliata, il ministero lo dica»

All'indomani della pubblicazione dell'articolo «Università di Torino, la «telenovela» sulle nuove linee guida super restrittive per la gestione dei tirocini», la redazione della Repubblica degli Stagisti è stata contattata da Adriana Luciano, rappresentante del Rettore per i rapporti con il mondo del lavoro. Docente ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro, 66 anni, Luciano è anche dal 2007 delegata per i servizi di Job placement dell’ateneo. All'interno del Corep - Consorzio per la ricerca e l’educazione permanente - è direttrice del Laboratorio Frame per la ricerca nel campo della formazione permanente e delle politiche del lavoro e  direttrice del master universitario per il management del Welfare locale. Fa inoltre parte dei comitati scientifici di Fondazione Gramsci, Ires Piemonte e Isfol.Eccoci, professoressa.Innanzitutto desidero scusarmi per non essere riuscita a rispondere alla vostra giornalista Giulia Cimpanelli: proprio in quei giorni ero fuori Torino, impegnata in un convegno internazionale. Però ci terrei a fare il punto della situazione rispetto alle problematiche emerse.Prego.Innanzitutto rispetto ai tirocini curriculari. Voi avete notato che la nostra definizione è differente rispetto a quella fornita dal ministero nella circolare del 12 settembre. È vero. Ma voglio rassicurare tutti: con la frase, «saranno considerati tirocini curriculari esclusivamente quelli previsti nel curriculum, salvo eventuali ed ulteriori provvedimenti specifici dei corsi di laurea», intendiamo dire che tutti i corsi di laurea, compresi quelli che in passato non prevedevano crediti formativi universitari - i cfu - dedicati ai tirocini, hanno la possibilità di definire e gestire in autonomia i tirocini curriculari. In virtù di questo chiarimento, ad  esempio, la nostra facoltà di Giurisprudenza che non prevedere cfu per i tirocini sta definendo una nuova normativa per rendere possibili i  curriculari. Quindi gli studenti non avranno problemi e potranno farsi attivare tirocini «curriculari» anche senza una diretta connessione con cfu.Il problema è anche il limite di tempo. Inizialmente sembrava che la vostra università avesse deciso di limitare il «monte stage» massimo a 6 mesi curriculari e 6 mesi extra.E su questo ha già risposto il collega Angelo Saccà: in realtà il «monte» a disposizione di ciascun nostro studente è di 6 mesi curriculari e 6 mesi extracurriculari durante gli studi, più ulteriori 6 mesi extracurriculari utilizzabili dopo la laurea. Diciotto mesi complessivi: ci sembra un tempo congruo. In quanto pubblica istituzione, ogni università ha il dovere di dare interpretazioni corrette e univoche a disposizioni che provengano da altre istituzioni pubbliche. Le nostre linee guida rappresentano un’interpretazione della norma tesa a salvaguardare contemporaneamente l’esigenza dei giovani di cogliere buone opportunità di tirocinio e il dovere dell’ateneo di  impedire abusi, nonché di dare a tutti gli uffici Job placement dell’università la possibilità di adottare comportamenti univoci.Ma perchè limitare a 6 mesi? Né nella legge né nella circolare del ministero tale limite è applicato alla persona: il limite è inteso sempre come applicato al singolo stage.Direi che invece la legge e la circolare non sono affatto chiare in merito. E personalmente propendo per l’ipotesi che l’interpretazione corretta sia di applicare il limite dei 6 mesi alla persona, una volta conseguita la laurea. Perchè altrimenti, scusi, vorrebbe dire che la legge permette a un neolaureato di fare ben dodici o addirittura diciotto mesi di stage post laurea.È un’ipotesi molto remota: implicherebbe che un ragazzo riuscisse a farsi attivare un primo stage di 6 mesi esattamente il giorno della sua laurea, poi un secondo stage esattamente allo scadere del primo, e addirittura un terzo stage a un anno meno un giorno dalla sua laurea. Improbabile forse, ma possibile – stando all’interpretazione dei 6 mesi applicati allo stage e non alla persona. Quindi noi reputiamo che il ministero non volesse dire questo. Naturalmente poi siamo pronti a modificare le nostre linee guida, in caso ci arrivi notizia ufficiale che la volontà del Ministero è diversa. Altre università hanno interpretato la norma e la circolare in maniera molto diversa rispetto a voi.In effetti sappiamo che, in assenza di chiarimenti univoci da parte del ministero, alcuni atenei  hanno interpretato la norma in maniera più estensiva, applicando il vincolo dei sei mesi ad ogni tirocinio post lauream. Difficile dire chi abbia torto o ragione e quale delle due soluzioni tuteli meglio i laureati. In ogni caso, il quesito è stato posto al ministero e, non appena otterremo risposta, ci adegueremo.Quindi le vostre linee guida non cambieranno fino a che il ministero non chiarirà.Esatto. In ogni caso vorrei che fosse chiaro un messaggio: tutte queste nostre decisioni sono state prese con l’unico obiettivo, comune del resto al vostro, di proteggere il più possibile i giovani. Tutti ovviamente auspichiamo che al più presto l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro avvenga attraverso forme contrattuali adeguate, come i contratti di apprendistato. Ma tutti sappiamo anche che a tutt’oggi il tirocinio è lo strumento più usato dalle aziende, e che si tratta di uno strumento di cui spesso si abusa, tanto da produrre vere e proprie distorsioni nel mercato del lavoro. In questo senso bene ha fatto il ministero a intervenire per ridurne la durata e per limitare il periodo entro il quale può essere utilizzato dopo la fine degli studi. Ancor meglio farà se darà tempestivamente risposta ai numerosi quesiti rimasti aperti, compreso quello dei tirocini per i dottori di ricerca e i titolari di master.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Università di Torino, la «telenovela» sulle nuove linee guida super restrittive per la gestione dei tirocini- Manovra, la riforma della normativa sugli stage getta gli enti promotori nel caos: e scatta l'anarchia interpretativaE anche:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagisti- Laureato da più di 12 mesi? Non ci interessi. Il meccanismo perverso che rischia di escludere un'intera generazione dal mercato del lavoro

La responsabile didattica del master della Cattolica: «Aziende selezionate sulla base di criteri di serietà della formazione»

Dopo la segnalazione di Bernardo Bassoli, la Repubblica degli Stagisti ha voluto vederci più chiaro sulle modalità di organizzazione degli stage e gestione dei contatti con le aziende, nell’ambito del master in cinema digitale e produzione televisiva dell’università Cattolica. Per questo ha contattato Benedetta Mincarini, uno dei responsabili per la parte didattica del master.Dottoressa Mincarini, a occuparsi degli stage è lo stesso ufficio stage and placement dell’università?L’organizzazione degli stage avviene in due fasi: nella prima i tutor del master si occupano fattivamente della ricerca, del contatto con le strutture, dell’organizzazione dei colloqui e della preparazione della documentazione finale per l’apertura dello stage. L’ultima fase, quella prettamente amministrativa, che consiste nella firma dei progetti formativi individuali e nell’apertura della copertura assicurativa, è portata avanti dall’ufficio stage and placement dell’università Cattolica in contatto con i tutor, che tengono le fila dei rapporti tra università, struttura ospitante e studente.Nella scelta delle aziende da destinare allo stage, si fa una selezione tenendo conto soprattutto di quelle che potrebbero garantire futuri sbocchi occupazionali agli allievi del master?Le aziende ospitanti sono selezionate sulla base di criteri di serietà della formazione. Si tratta di strutture che hanno da anni relazioni con il nostro master o di docenti del master che sono a capo di gruppi di lavoro o di società che agevolano l'inserimento degli studenti. Ogni anno si aggiungono poi nuove sedi, sulla base di annunci trovati sulla rete, e verificati, o di chiamate dirette ai tutor da parte di produttori e autori.Se una struttura ospitante dichiarasse preventivamente l'assenza di qualsiasi possibilità di assunzione al termine dello stage, mandereste comunque uno stagista a fare questa esperienza?Partendo dal presupposto che quasi tutte le strutture in questi ultimi anni dichiarano scarse possibilità di assunzione, cerchiamo - come detto - di selezionare società serie che almeno diano l'opportunità di chiudere la formazione e di far fare incontri proficui allo studente per lavori futuri. Molto spesso lo studente non si ferma alla prima esperienza ma, attraverso conoscenze fatte durante lo stage, si muove su altre produzioni. Il campo audiovisivo è per costituzione così strutturato: le produzioni - su set piuttosto che televisive - iniziano e finiscono, quindi per forza di cose ci si trova a doversi reinserire in nuove opportunità. Su questo punto siamo sempre molto chiari fin dai colloqui di selezione per il master.Una volta che un ragazzo è idoneo per uno stage, è costretto ad accettarlo? In caso di rifiuto, è il master che ne trova un altro, oppure si è costretti a provvedere autonomamente? I tutor del master organizzano negli ultimi mesi di aula dei colloqui di orientamento e confronto molto dettagliati. Lo studente ha la possibilità di indicare non solo l'ambito d'elezione per il suo stage, ma anche le strutture e i programmi di riferimento. Naturalmente i tutor cercano poi di creare l'incrocio tra questi desiderata e le esigenze del mercato del lavoro. Se la struttura indicata dallo studente in quel momento non è alla ricerca, il tutor ne cercherà un’altra il più vicino possibile all'indicazione ricevuta. Una volta trovata una sede confacente, lo studente viene avvisato della possibilità e si verifica il suo interesse a partecipare ai colloqui. Se l’allievo, dopo i colloqui di selezione, che pur ci sono anche per uno stage, a volte con decine di candidati, viene considerato idoneo può naturalmente rifiutare portando le sue motivazioni, ma gli viene chiesto di fare una ricerca specifica rispetto alle sue esigenze. Chiaro che i tutor proseguono la ricerca, ma a quel punto danno la priorità agli altri studenti che non hanno ancora avuto una possibilità di colloquio.Quindi se un allievo rifiuta un'opportunità di stage viene messo «in coda» ed è costretto ad aspettare che tutti gli altri siano collocati. Secondo lei corretto verso chi fa un master e investe seimila euro? La procedura è questa, ma non da considerarsi una «punizione». Una classe di 20 persone ha le sue dinamiche e bisogna mantenere gli equilibri delicati che la regolano. Se uno studente ha già avuto 2, 3, 4 opportunità di colloquio e addirittura ha aperto uno stage e rifiuta l'opportunità, siamo sicuri che si leveranno le proteste di coloro che sono ancora in attesa. Non possiamo quindi - a meno che, come le dicevo, non si apra casualmente un’opportunità adatta allo studente in questione - continuare a dare nuove prospettive solo a lui/lei. Cerchiamo quindi prima di  far fare colloqui agli altri e aprire altri stage, continuando parallelamente a cercare per lo studente suddetto. Chiediamo anche a lui/lei di aiutarci a trovare una collocazione più adatta, visto che probabilmente non sono stati centrati i suoi desiderata. Il fatto che uno studente paghi 6.000 euro per noi è sacrosanto. Nel senso che portiamo avanti con la massima serietà e il massimo impegno il lavoro didattico. La stessa serietà e impegno sono però richiesti a chi i 6.000 euro li ha pagati e investiti.La fase di apertura degli stage è molto delicata, perché si porta dietro le aspettative e le paure dei ragazzi e delle loro famiglie. Cerchiamo quindi di fare sempre tesoro degli avvenimenti pregressi per poter gestire con la massima cura le delicatezza che possono sorgere e sempre sorgono.Se un ragazzo dichiarasse di non aver fatto nulla durante il suo stage, come reagirebbe l'ufficio master nei confronti della struttura ospitante, responsabile della formazione dello stagista?Abbiamo negli anni selezionato strutture con un approccio formativo serio. Se dovesse verificarsi il caso di scarsa attività durante lo stage, o perché la segnalazione sia arrivata dal masterista o perché trattasi di struttura nuova, cerchiamo di confrontarci con lo studente in itinere, non a fine stage, e di interloquire con il tutor interno alla struttura. Naturalmente, una volta iniziato lo stage, è più il tutor interno alla struttura a «vegliare» sulla buona riuscita dello stage e, a meno di coinvolgimento nostro da parte dello studente, non riusciamo a monitorare tutto quello che accade, o non accade,nel quotidiano.Nel caso in cui un ragazzo non trovi spazio durante il proprio stage, cosa deve fare? Può essere libero di andarsene per cercarne un altro in cui abbia possibilità di lavorare di più?Premettendo il fatto che la ricerca stage comporti sempre anche una verifica di «garanzia formativa» della struttura, nel caso in cui lo studente, per diversi motivi e dopo confronto con i tutor, non sia soddisfatto del suo impiego o grado di impiego, può interrompere lo stage e cercare altra soluzione per la quale sarà aperto un altro progetto formativo.Se un allievo del master volesse interrompere lo stage prima della scadenza ha diritto comunque all'attestato o perde il riconoscimento? In realtà è una questione matematica, nel senso che per chiudere lo stage, e quindi il monte-ore del master, devono essere garantite almeno 250 ore di tirocinio. Circa un mese e mezzo, calcolando otto ore al giorno. Se uno stage di tre mesi dovesse chiudersi prima, ma lo studente avesse comunque già superato le 250 ore, non ci sarebbero problemi. Lo stage si interrompe, ma il master è chiuso. Al contrario, se lo stage si interrompesse subito, o comunque sotto le 250 ore, bisogna aprire un nuovo progetto formativo con altra struttura. Questo regole non sono decise da noi, ma ci sono state indicate dall'università Cattolica, sulla base del decreto legge che regolamenta i tirocini. In tutti i casi, se il motivo di interruzione dello stage fosse grave, saremmo noi a incentivare l'uscita dello studente dalla realtà che sta vivendo, come è capitato, e ad aiutarlo a riposizionarsi.All'interno del cosiddetto placement sono considerati anche gli stage?A questa domanda posso rispondere parzialmente. Un ufficio dell'università si occupa di monitorare il placement. Il nostro monitoraggio interno, che deriva dal contatto continuo con gli ex studenti, non tiene conto dello stage, ma dei contratti, anche se atipici e su produzioni di breve durata, che gli studenti hanno firmato dopo lo stage. Non è semplice sintetizzare una fase molto delicata che è una sorta di bilancino di precisione tra esigenze del mercato e desideri degli studenti, che spesso sono confusi e spaventati davanti al futuro. Poi c'è tutto un discorso sulla tempistica: a volte consigliamo di accettare uno stage che parte subito piuttosto che attendere mesi, nell'incertezza, le risposte di strutture che tardano ad arrivare. Cerchiamo di parlare e consigliare continuamente i nostri studenti, appoggiandoli in questo periodo più che in altri. Spesso è con loro che si trovano soluzioni in un'ottica di trasparenza e dialogo. intervista di Chiara Del PriorePer saperne di più su quest'argomento, leggi anche:- La delusione di un lettore dopo un master: «Perché le aziende prendono stagisti se non ne hanno bisogno?» - L'help di Luca M.: «Con il Wea della Cattolica buoni rimborsi stage solo agli studenti. Ed io, appena laureato, ho dovuto rinunciare ad un'occasione». Ecco spiegato il paradosso- Identikit degli stagisti italiani, ecco i risultati: troppo spesso i tirocini disattendono le aspettative

Sempre più numerosi i giovani che aprono la partita Iva: i consigli dell'esperto Dario Banfi a tutti gli aspiranti freelance

Dalla ricerca «Specula» di Formaper, l'agenzia speciale della camera di commercio di Milano, emerge che un numero sempre più consistente di laureati lombardi a un anno dalla fine degli studi ha aperto una partita Iva. Un dato che fa capire quanto il lavoro autonomo, spontaneo o spintaneo che sia, stia diventando comune per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Dario Banfi, classe 1971, è un freelance espertissimo di partite Iva: non solo perchè in prima persona è giornalista professionista, copywriter e consulente in comunicazione, ma anche perché è attivo nell'associazione Acta (l'associazione Consulenti terziario avanzato) e insieme a Sergio Bologna ha pubblicato pochi mesi fa con Feltrinelli il bel saggio Vita da freelance, sottotitolo «I lavoratori della conoscenza e il loro futuro». Alla vigilia del Jobmeeting di Milano, dove alle 16 Banfi terrà il seminario «Partita Iva, tutto quello che i neolaureati dovrebbero sapere», la Repubblica degli Stagisti l'ha intervistato per chiedergli un'analisi della situazione e sopratutto qualche dritta per i giovani che intraprendono una professione autonoma.Dario Banfi, secondo lei i freelance possono essere considerati una «categoria»?Certamente. Sebbene appartengano a professioni differenti, hanno in comune l’indipendenza e l’assenza di vincoli di subordinazione. Sono lavoratori professionali autonomi, diversi da commercianti e artigiani, o come si dice di “seconda generazione”. Affrontano rischi legati alla discontinuità del lavoro, alla produzione,  alla ricerca di clienti. Hanno in comune l’intraprendenza e lo strumento con cui lavorano, ovvero il sapere. Non hanno capitali o mezzi di produzione, ma si affidano alle conoscenze specialistiche e alla capacità di offrire consulenza per creare innovazione.Qual è la sfida per i freelance del nuovo millennio?Da una parte coalizzarsi, dall’altra mantenere viva la capacità di offrire lavoro di alta professionalità in un mercato che punta a declassare questa categoria, abbassando costi e spostando i rischi d’impresa, togliendo spesso dignità al lavoro autonomo. Queste due priorità sono fortemente sentite con la crisi. C’è comunque una sfida più generale che riguarda i cittadini-lavoratori, ovvero la conquista di alcuni diritti sociali e di protezioni all’interno del nostro sistema di welfare che sono stati sistematicamente negati o rimossi per le nuove generazioni e il nuovo lavoro. Dalle coperture per malattia e infortunio al sostegno al reddito a una buona previdenza.Ritiene che possa essere correttamente inquadrato come freelance anche chi percepisce il 100% del suo reddito, o comunque la parte nettamente prevalente di esso, da un solo committente?Non è il numero dei committenti che definisce il vincolo di autonomia o subordinazione, ma la relazione con il datore di lavoro, l’uso dei mezzi, il vincolo della presenza e altri fattori che insieme definiscono quando un’attività può essere considerata eterodiretta. L’ha specificato più volte la Corte di Cassazione. Ma se ci pensate ogni freelance percepisce il 100% del suo reddito temporaneo da un solo committente ogni volta che lavora per lui. Un webmaster, per esempio, che crea tre siti in un anno, in maniera consecutiva, ogni 4 mesi percepisce il suo reddito da un solo committente. È soltanto il periodo d’imposta annuale che ci fa pensare al rapporto tra reddito e tempo: ma l’autonomia non c’entra con l’anno solare o con il tempo, ma con la natura del lavoro. Usare soltanto il parametro quantitativo per dedurre la dipendenza è un errore.A un freelance possono essere imposti orari e luoghi di lavoro, o queste imposizioni cozzano con l’autonomia tipica del professionista?La Corte di Cassazione lo spiega bene. La subordinazione è l’assoggettamento del prestatore d’opera al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro. Continuità, durata, modalità di pagamento, regolazione di un orario, imposizione della presenza sono criteri distintivi. È su questi elementi che bisogna tenere alta la testa, se si vuole rimanere indipendenti.Capita sempre più spesso che ai giovani venga proposto-imposto di aprire partita Iva per collaborare da indipendenti anziché con un classico contratto di lavoro subordinato. Quali sono in questi casi i primi consigli da dare?Stay hungry. Non sedersi su situazioni di primo impiego ma sfruttarle al massimo, facendo esperienza, ricordando che cosa consente di fare una partita Iva. A volte non c’è scelta, è vero, ma bisogna sentirsi liberi di cercare altro, trovare altre consulenze, differenti committenti. Avere una partita Iva permette di sperimentare, fare piccoli investimenti in strumenti tecnologici. Una cosa è certa: questa situazione deve essere vissuta come temporanea, lo stesso lavoratore deve cercare di cambiare. L’altra strada è aprire un contenzioso per farsi assumere come dipendenti, ma spesso è un percorso lungo e improduttivo.In quali frangenti secondo lei un giovane NON dovrebbe accettare di aprire una partita Iva?Quando è del tutto evidente che si tratta di un lavoro alle dipendenze, con mansioni strettamente vincolate al sistema di organizzazione interna. Non si lavora con partita Iva come segretaria d’azienda, fattorino o deskista in un giornale. Non dovrebbe poi aprire partita Iva se, avendo possibilità, si può inquadrare il lavoro autonomo in altro modo, risparmiando sui costi di gestione o rispetto a oneri fiscali o contributivi. Oltre alla partita Iva, quali sono gli altri inquadramenti più frequenti per i freelance e come funzionano?Sono i contratti a progetto, la cessione del diritto d’autore e le collaborazioni con ritenuta d’acconto. I primi richiedono un accordo scritto che descriva - e presupponga realmente - un progetto, un compenso e una durata. La seconda formula offre un vantaggio fiscale, ma riguarda le opere cedute secondo le norme che regolano il diritto d’autore come per esempio libri, articoli, traduzioni ecc. Il lavoro occasionale, invece, attiene i compensi che non superano i 5mila euro all’anno da parte di un medesimo committente. Nel libro si fa un accenno a una cifra-chiave, 27 euro, indicata come il limite minimo sotto al quale nessun freelance dovrebbe farsi pagare per nessuna prestazione. Come inquadra il problema della retribuzione dei freelance, spesso troppo scarsa – specie per i giovani?La capacità di quotare il lavoro autonomo si acquisisce con l’esperienza o secondo alcune regole che ho descritto in un documento disponibile gratuitamente sul sito di Acta. La scarsità dei compensi dipende da molti fattori: sul fronte della domanda, l’errata comprensione del valore e dei costi del lavoro autonomo, a cui si somma la sfrontatezza di chi cerca di fare cassa su chi è senza tutele; sul fronte dell’offerta l’eccessiva disponibilità di manodopera - si pensi al giornalisti che accettano di farsi pagare solo 4-5 euro per i loro articoli. Questo contrasta col principio che dovrebbe essere alla base del lavoro freelance: non svendere mai il proprio lavoro! Quanto alla cifra chiave di 27 euro all’ora è il ricalcolo del costo orario di un lavoratore autonomo prendendo come parametro i 1.000 euro al mese indicati da Veltroni, in passato, come stipendio minimo contro la precarietà. In realtà, però, soltanto alcuni freelance vendono prestazioni su base oraria. Molto più spesso si usano misure forfetarie, che prescindono da quantità o unità e guardano unicamente al valore dell’opera e ai vantaggi offerti al committente. A livello previdenziale c’è grande preoccupazione per non solo per i lavoratori precari ma anche per gli autonomi o «finti autonomi». Un trentenne che oggi lavora a partita Iva nel 2040 porterà a casa una pensione dignitosa?No. Con l’attuale sistema contributivo avrà magre consolazioni. È indispensabile introdurre correttivi come quelli ipotizzati, per esempio, nel disegno di legge Cazzola 1299/2008 che giace nel dimenticatoio. È indispensabile eliminare sia le situazioni di privilegio sia di apartheid, come le “Gestioni Separate”, tutte, non soltanto quella INPS. Occorre recuperare la finalità solidaristica della previdenza, prevedendo una pensione base legata al numero degli anni lavorati, indipendentemente dai contributi versati e dalla tipologia di lavoro svolto.Lei ha quarant’anni e ha scritto Vita da freelance insieme a un grande esperto di lavoro, Sergio Bologna, che ha quasi il doppio della sua età. C’è una differenza «generazionale» nel percepire e concepire questo tema? No. La cosa più interessante del lavoro svolto con Sergio Bologna è la sintonia di vedute. Abbiamo una convinzione: da soli, giovani, quarantenni o in età adulta, non importa, non ce la possiamo fare. Dobbiamo unire le forze, coalizzarci. La nostra alleanza nella scrittura è una buona metafora, che comunque da anni abbiamo rinsaldato nella partecipazione attiva ad ACTA, “sindacato” dei freelance. Non ci siamo divisi i compiti, ma mescolato la sensibilità su temi diversi. Sergio partendo dalla sua grande cultura storico-politica, per me dal mondo delle tecnologie e dalle problematiche di welfare, diritto e fisco. Alcuni capitoli sono scritti a quattro mani, senza fatica. Non è difficile intendersi tra freelance. intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'apartheid del lavoro italiano al vaglio della Commissione europea: le ragioni di una denuncia- Lo scandalo dei giornalisti pagati cinquanta centesimi a pezzo. Il presidente degli editori a Firenze: «La Fieg non dà sanzioni. E poi, cos’è un pezzo?»

Laureati e diplomati da più di 12 mesi, in Campania niente più tirocini. Il responsabile del centro per l'impiego di Napoli spiega perché

Il 13 agosto è stato approvato il decreto legge 138 che all’articolo 11 introduceva una limitazione nell’uso dei tirocini formativi, dedicandoli esclusivamente ai neodiplomati e neolaureati da non più di un anno. Poi a metà settembre è arrivata una circolare interpretativa del Ministero del Lavoro che per un attimo ha tranquillizzato molti laureati «extra 12 mesi», perché specificava che l’articolo 11 non riguardava disoccupati, inoccupati, immigrati e altri soggetti svantaggiati. Tutto risolto quindi? Non proprio. Un lettore della Repubblica degli Stagisti, con il nickname “agenziaformativa” ha segnalato nel forum il caso della regione Campania dove i centri per l’impiego hanno deciso di continuare nell’interpretazione ristretta del decreto, negando gli stage agli inoccupati e disoccupati. Il perché lo spiega alla Repubblica degli Stagisti Giannandrea Trombino, 42enne funzionario responsabile del cpi di Napoli Fuorigrotta, dopo aver guidato quello di Napoli Centro e quello di Scampia.Dottor Trombino, a seguito dell’approvazione del decreto 138 e alla successiva circolare ministeriale  del 12 settembre il centro per l’impiego di Napoli ha sospeso l’attivazione di tirocini per i disoccupati e inoccupati, quelli che la circolare definisce «tirocini di reinserimento – inserimento al lavoro»?Innanzitutto diciamo che la circolare ha dato adito a molti dubbi anche tra noi operatori. I miei colleghi ed io abbiamo interpretato il testo giungendo alla conclusione che, in mancanza di una normativa regionale specifica che stabilisca diversamente, si possono al momento stipulare i tirocini con soggetti che stanno uscendo dal mondo dell’istruzione, sia scolastica sia universitaria, quindi con diplomati e laureati da non più di 12 mesi. Come mai questa interpretazione restrittiva?  Penso che l’obiettivo fosse quello di evitare gli abusi del tirocinio che sono stati fatti negli anni passati, e di promuovere l’utilizzo di contratti regolari, tra cui il contratto di Apprendistato, anch’esso recentemente riformato. In questo senso, il limite a neodiplomati e neolaureati posto dal decreto, voleva evitare probabilmente l’utilizzo del tirocinio per mascherare veri e propri rapporti di lavoro - senza diritti contrattuali, retribuzione e previdenza - come è successo troppo spesso in questi ultimi anni. Se i tirocini fossero aperti a tutti i disoccupati e inoccupati allora ci sarebbero anche i quarantenni: mentre il decreto voleva evitare proprio questo.Quindi non c’è nessuna possibilità per i laureati da più di 12 mesi?Il decreto 138 e la successiva circolare ministeriale pongono dei “paletti” base in materia di tirocini, limitandolo ai soggetti neo diplomati/laureati da non più di dodici mesi, ma ribadiscono la competenza esclusiva delle Regioni in materia. I “paletti” servono  anche perchè non tutte le Regioni hanno già adottato proprie norme organiche in materia. Le Regioni che si sono già dotate di una propria normativa, o che lo faranno, potranno chiaramente estendere la platea dei tirocinanti ad ulteriori fasce di soggetti, oltre ai neo diplomati/laureati e alle altre categorie svantaggiate menzionate nel decreto 138. Analogamente, Regioni, Ministeri e Province potrebbero varare specifiche iniziative di inserimento-reinserimento rivolti ad ulteriori categorie di soggetti svantaggiati. In Campania, ad esempio, abbiamo avuto diversi progetti con tirocini aziendali rivolti a categorie differenti e target specifici negli ultimi anni.Quali sono questi progetti e chi coinvolgono?Ad esempio la Regione avviò un progetto che aveva come target gli indultati [coloro che escono prima dal carcere per effetto dell’indulto, ndr]. Nella città di Napoli abbiamo poi il progetto Quadrifoglio i cui destinatari sono i giovani tra 18 e 29 anni. Quando si attiva un tirocinio, il cpi chiede ai soggetti ospitanti delle garanzie relative all’inserimento lavorativo successivo? E nel caso in cui il soggetto ospitante non sia in grado di fornirle, il tirocinio viene ugualmente attivato? Non possiamo normalmente chiedere alcuna garanzia, perchè il tirocinio non è un rapporto di lavoro e le parti normalmente con esso non assumono impegni successivi allo stage; bisogna ricordarsi infatti che si tratta di formazione. Ci sono però dei progetti particolari, come ad esempio il progetto IN.LA, sempre della Provincia di Napoli, in cui le aziende che aderiscono al bando, ricevono contributi per ospitare un tirocinante in azienda, e si impegnano, al termine del tirocinio, a stipulare un contratto di lavoro di almeno 12 mesi.Ai giovani rimasti fuori dall’applicazione del decreto non resta quindi alcuna possibilità?Non del tutto: come detto prima, domani mattina la Regione o la Provincia potrebbero intervenire in maniera diversa, con una normativa regionale più elastica, o con progetti e misure rivolti a target diversi da quelli di cui parla il decreto 138. intervista di Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Tirocini, in Campania i centri per l'impiego ignorano la circolare e li attivano solo entro i 12 mesi dal diploma o dalla laurea.- Crollo degli stage in tutta la Provincia di Salerno: Immacolata Carillo racconta i tre mesi dopo il decreto legge 138- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagisti