Categoria: Interviste

Tirocini, il costituzionalista: «Lo Stato potrebbe fare una legge quadro»

Gli stage sono una materia di competenza statale o regionale? Stando alla riforma del titolo V° della Costituzione, la formazione professionale attiene alla sfera di intervento legislativo delle Regioni. Tanto che nel 2005 una sentenza della Corte costituzionale ha ordinato di sopprimere un articolo della legge Biagi, il numero 60, che normava in maniera precisa la materia dei tirocini estivi, riconoscendo che in quel caso il governo aveva sconfinato nell'area di competenza delle singole regioni. E anche sulla base di questa sentenza, nonchè dell'intervento normativo "spot" realizzato dal governo Berlusconi a Ferragosto con l'articolo 11 del decreto legge 138, alcune regioni (prima tra tutte la Toscana) si sono mosse legiferando per conto proprio. Ma in realtà gli stage sono una categoria ibrida, a cavallo tra formazione e lavoro, e non vengono svolti solo d'estate, nei periodi di vacanza dalla scuola o dall'università. Per fare chiarezza sul tema la Repubblica degli Stagisti ha intervistato Francesco Clementi, 37enne professore associato di Diritto pubblico comparato alla facoltà di Scienze politiche dell'università di Perugia e di diritto costituzionale italiano e comparato nel master dell'Istituto Alti Studi per la Difesa, nonché editorialista del Sole 24 Ore.Professore, si dice oggi che l'istruzione, la formazione e lo sbocco verso il lavoro dovrebbero essere un tutt'uno. Però a livello tecnico le competenze sono diverse, possiamo riassumerle? La riforma del titolo V° all’art. 117 introduce un nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni. Possiamo fare la metafora di una cassettiera: nel primo cassetto troviamo la competenza legislativa esclusiva dello Stato, nel secondo cassetto la competenza concorrente tra Stato e Regioni. Nel terzo c'è tutto quello che avanza: cioè la potestà legislativa residuale. Per quanto ci riguarda, il sistema è abbastanza articolato. Infatti nel primo cassetto vi sono le norme generali relative all’istruzione, alla lettera n; mentre nel secondo cassetto, la legislazione concorrente delle Regioni, va «l’istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale». Il quadro quindi è particolarmente complesso e l’esigenza di delimitare le sfere di azione dei soggetti istituzionali deputati all’assolvimento della funzione è il primo punto di ogni ragionamento. Si pensi, ad esempio alla materia del lavoro che  travalica la cassettiera, e rompe l'ordine e la rigidità dei cassetti. Perché un conto è il lavoro in senso stretto, che è competenza dello Stato, un altro è l'insieme delle  materie che si intrecciano ad esso: stage, tirocini, istruzione, formazione. Un coacervo di normative che non si può ricondurre al lavoro in senso stretto, ma che non si può nemmeno separare nettamente. È assurdo questo.Più che altro determina a cascata un altro problema: la costante necessità che intervenga la Corte costituzionale a dipanare ogni conflitto di competenza. La giurisprudenza costituzionale, sopratutto riguardo alla formazione professionale e all'apprendistato, prevede una certa strada: di volta in volta attribuire la competenza o allo Stato o alle Regioni, a seconda del caso. Il nostro sistema da questo punto di vista è in qualche modo incerto: la certezza ce la può dare solo ogni volta la Corte quando si esaurisce il procedimento giurisdizionale.Infatti è proprio sulla sentenza n. 50/2005 che si basano le Regioni per rivendicare la competenza esclusiva in materia di tirocini, perché questa sentenza ha stabilito che la disciplina sui tirocini estivi di orientamento, «dettata senza alcun collegamento con rapporti di lavoro, e non preordinata in via immediata ad eventuali assunzioni, attiene alla formazione professionale di competenza esclusiva delle Regioni». Nel dirimere questi conflitti, cioè attribuire o alle Regioni, la Corte delimita le cose che si possono fare. E nel ginepraio delle competenze decide secondo dei principi. Un principio è la classica «leale collaborazione tra soggetti istituzionali». Un altro principio che dovrebbe essere privilegiato è il  principio di prevalenza. Che nella sentenza 50/2005 viene infatti utilizzato, facendo prevalere il diritto delle regioni a legiferare su questa materia, ma al contempo restringendolo a capi specifici e ben individuati. Perché? Perché la Corte costituzionale, in questa operazione di dipanamento dei nodi, opera un doppio intervento: da una parte attribuisce la ragione a uno dei due soggetti, dall'altro però delimita anche il campo di intervento. Dunque la situazione in questo caso è che le Regioni hanno ricevuto dalla Corte la possibilità di legiferare su una certa materia, quindi si sono sentite dare ragione, ma al tempo stesso quella possibilità è stata definita molto precisamente. In effetti la sentenza parla solo di tirocini estivi di orientamento, anche perché si basava sul ricorso a un articolo della legge Biagi, il 60 - poi soppresso - che normava proprio esclusivamente i tirocini estivi. Ma dunque non si può effettuare un'azione "sineddotica" e considerare che la Corte volesse intendere che l'intera materia dei tirocini - e non solo quella dei tirocini svolti durante i mesi estivi slegati da ogni finalità occupazionale - sia da considerarsi di competenza esclusivamente regionale?No. Non si può estendere la sentenza della Corte a tutti i tirocini. L’estensione a tutti non sarebbe un’interpretazione giuridicamente corretta. Per questo la Corte sta molto attenta a disciplinare il singolo aspetto che è chiamata a discutere. In questo caso nel 2005 si è espressa sui «tirocini estivi». Quindi intendeva proprio i «tirocini estivi», e nient'altro. Se avesse voluto intendere tutti i tirocini, avrebbe omesso di scrivere la parola «estivi». Nelle sentenze ogni parola viene pesata, a maggior ragione nelle tematiche, come questa, ove i confini sono incerti. In queste situazioni la Corte opera col bisturi e non con l'accetta. E il bisturi è stato proprio dire «tirocini estivi» e non altro.Non c'è modo di sapere prima cosa è di competenza regionale e cosa è di competenza statale? Bisogna per forza scomodare ogni volta la Corte?Si potrebbe partire da una domanda: quando parliamo di formazione che intendiamo? Qualcosa che riguarda il mercato del lavoro? Oppure l'istruzione intesa come trasferimento di competenze per permettere a una persona di svolgere un determinato mestiere? Oppure la disciplina dei rapporti di lavoro? E questa formazione è pubblica? È privata? È interna o esterna all'azienda? La tematica del lavoro e dunque della formazione al lavoro ha una serie di differenti varianti. Il problema  ricade sul legislatore solo ex post, non ex ante. Cioè una Regione o lo Stato prima fanno la legge, e poi eventualmente vanno a discuterne davanti alla Corte se qualcuno fa opposizione. Il presidente della Regione Toscana ha recentemente deciso di fare una legge su stage e tirocini, e l'ha fatta. Poi magari lo Stato dirà «Caro mio, tu ti sei allargato troppo scrivendo le norme, quella è roba mia, andiamo davanti alla Corte». E la Corte dirà chi ha ragione e chi ha torto. La differenza di base che ci permette di dire se i processi di formazione attengono alla competenza propriamente regionale oppure a quella propriamente statale non si basa sull'etichetta («formazione») o sul soggetto che la emana («legge regionale» o «legge statale») bensì sulla natura delle norme poste in essere e sull'area di intervento delle norme stesse. Quindi per sapere a chi spetta davvero e fino in fondo la disciplina di una certa cosa non ci si basa sul principio di gerarchia, ma sull'area dell'intervento normativo posto in essere da chi ha promosso la norma. È il bello e il brutto di materie vaste e articolate non delimitabili esattamente nelle competenze previste dall’articolo 117.Si rischia di sconfinare.Esatto. Dunque il problema vero non è il contenuto della norma, è il confine della stessa. Confine che non si trova nella Costituzione, perché la Costituzione non lo dà. Quindi è impossibile definire la competenza. Infatti noi le chiamiamo «materie trasversali». Come la torta marmorizzata che ha una serie di strati autonomi e a sè stanti. L'unica soluzione è la giurisprudenza: solo lei ci può dire di che stiamo parlando. Sostanzialmente quindi lo Stato e le Regioni continuano a legiferare, e poi qualora uno dei due rivendichi un'invasione di campo, si va davanti alla Corte costituzionale che di volta in volta decide chi ha ragione. Questo sistema però ha un difetto. Il giovane lettore della Repubblica degli Stagisti si sentirà nell'incertezza più totale: lo stage che sta facendo potrebbe essere messo in questione dal punto di vista giuridico. In ogni caso, per tranquillizzare gli animi, possiamo dire che tutte le decisioni della Corte non hanno valore retroattivo: dunque se un ragazzo fiorentino oggi fa uno stage secondo la nuova legge regionale toscana, e tra un anno la Corte deciderà che quella legge non può essere valida, la validità dello stage - ormai concluso, o ancora in essere - non potrà essere messa in discussione. Il problema in realtà sorge quando le Regioni o per paura di non avere le competenze o perché rigettano la legge statale ma non ne approntano una regionale finiscono per bloccare tutto.Ma questo non è un problema giuridico, è un problema politico.Abbiamo fatto riferimento alla Regione Toscana, che ha pochi mesi approvato una legge regionale sugli stage, molto innovativa, che per la prima volta impone di erogare un rimborso spese agli stagisti - quantomeno in caso di tirocini extracurriculari. Altre regioni si apprestano a fare altrettanto. Tra poco allora avremo 20 regolamentazioni diverse sullo stage, una per regione? È una prospettiva realistica?In effetti potenzialmente sì. Si potrebbe avere una disciplina patchwork. Per scongiurare quella deriva, la prospettiva che voi proponete di una legge quadro che vincoli le regioni a rispettare una serie di paletti, ma lasciandole libere di definire poi i dettagli, è non solo praticabile, ma assolutamente auspicabile. Se si vuole occupare dei giovani, il governo Monti potrebbe ben cominciare anche da qui. Perché bisogna dare certezze ai giovani che fanno stage e dare alla Corte uno strumento di garanzia - una legge quadro - che le consenta di disciplinare con certezza, avendo ben definiti i livelli essenziali delle prestazioni diritti civili e sociali cioè il 117 comma 2 lettera m. La lettera m legittima insomma, anche in una materia di competenza regionale, un intervento statale per garantire un'uniformità standard su tutto il territorio nazionale. Insomma: noi abbiamo una frammentarietà e incertezza giuridica che rischia di crescere nel tempo. Ciò può essere sanato in due modi: o ex post dalla Corte, che nei prossimi anni giudicherà tutte le cause emerse, oppure ex ante dal governo, che fa una norma quadro e dà certezza costruendo un minimo standard comune. Dando modo ai giovani che fanno stage in Puglia, nel Lazio, in Lombardia o in Sicilia, di avere le stesse garanzie. E coordinando i vari interventi legislativi regionali. Mi auguro proprio che il governo Monti abbia modo di intervenire anche in questo senso.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'assessore al lavoro della Regione Toscana: «La Corte costituzionale confermerà che i tirocini sono competenza nostra». E sulla circolare del ministero: «Non vale quanto la legge»- La Toscana approva la nuova legge sugli stage: per la prima volta in Italia il rimborso spese diventa obbligatorio- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage E anche:- Ventenni e riforma del lavoro, parla l'ideatore della lettera a Monti- Riforma del lavoro, il ministro Fornero: «Non andrà in vigore prima del 2013»

Il 16 maggio tutti a Bruxelles per la prima manifestazione degli stagisti europei

Lo scorso dicembre all'Oecd di Parigi è stata ufficialmente presentata  la Quality Charter of Internships and Apprenticeships, la Carta europea per la qualità  di stage e praticantati promossa dall'European Youth Forum e insieme ad alcuni partner tra cui, per l'Italia, la Repubblica degli Stagisti. Per farsi dare gli ultimi aggiornamenti sull'avanzamento dei lavori la testata ha intervistato il segretario generale del Forum, il 32enne Giuseppe Porcaro. Che dà appuntamento a tutti per maggio a Bruxelles: «Stagisti di tutta Europa, unitevi!».Allora segretario, cosa è successo dopo il lancio ufficiale della Carta? Continuiamo a raccogliere adesioni e a consolidare la nostra posizione a livello istituzionale. A fine gennaio ad esempio abbiamo incontrato il Consiglio europeo per discutere di come impiegare a favore della disoccupazione giovanile i fondi europei inutilizzati. È stato proposto di usare quei soldi per finanziare tirocini e apprendistato ma il Forum, pur manifestando soddisfazione, ha  puntualizzato che investire tout court sulla quantità non è una soluzione. Bisogna stabilire innanzitutto di criteri di qualità, come fa appunto la Carta.Quale è stata la difficoltà maggiore nell'elaborare questi criteri?Coinvolgere il mondo dell'imprenditoria. Sono le aziende del resto che devono poi assumere i tirocinanti. Nella fase iniziale non ci siamo riusciti e ne è derivato un documento promosso sostanzialmente dalla società civile - associazioni, sindacati, cittadini. Non ci siamo arresi però, il dialogo con le imprese è ancora aperto, ormai è una sfida. E con una posizione istituzionale più forte, abbiamo più possibilità.Adesso qual è il prossimo passo? Aspettiamo con ansia l'employment package, il pacchetto di misure anti disoccupazione che la Commissione europea emanerà a fine aprile, di cui dovrebbe far parte anche il quality frame sugli stage. A quel punto la Commissione lancerà un processo di consultazione e lì inizierà la nostra lotta per vederci riconosciuti i principi della Carta. Ci aspetta una primavera di attivismo. Anche per questo stiamo organizzando la prima grande manifestazione degli stagisti europei. Qualche anticipazione? L'idea è quella di occupare pacificamente l'esplanade del Parlamento europeo a Bruxelles. Sarà un'occasione per avanzare nel dibattito ma anche per festeggiare il grande esercito europeo di stagisti. Avremo anche diverse testimonianze.  È tutto in fieri, ma come data abbiamo già scelto il 16 maggio, in occasione dello Youth Fest, il festival che trae nome dal nostro magazine «Youth opinion» e che quest'anno sarà dedicato proprio alla Carta. Speriamo di avere grande partecipazione. Ma lei ha mai fatto uno stage? Sì, uno. Mentre ero in Erasmus a Parigi, nel lontano 2001. Seguivo i corsi e contemporaneamente ero stagiaire presso il CCIVS - Coordinating Committee for International Voluntary Service, una ong dell'Unesco. Collaboravo alle preparazioni per il 2001 come anno internazionale del volontariato. E però... non ero pagato. Il Forum prevede un programma di internship? Sì, offre stage semestrali pagati 1500 euro lordi - circa 1200 netti - aperti a laureati e studenti. Ci sono poi percorsi di massimo tre mesi, a cui accedono solo gli studenti più giovani, e che vengono riconosciuti all'interno dei loro percorsi universitari. Al momento il Forum ospita tre stagisti.E quanti sono i dipendenti del Forum? Chi paga i vostri stipendi?Siamo 26 ragazzi e ragazze da tutta Europa [a fianco, una foto del team]. Il Forum è un'entità indipendente registrata secondo la legge belga come Aisbl, Association Internationale San But Lucratif - l'equivalente di una onlus - e ha un budget annuale di tre milioni di euro, dal quale si attinge per il pagamento degli stipendi [l'80% di questa cifra proviene dalla direzione Istruzione e cultura della Commissione europea; la restante parte arriva dalle quote associative delle organizzazioni membre e dal Consiglio d'Europa, ndr]. E il segretario generale esattamente che funzione ha?È il rappresentante legale dell'associazione e dirige la parte operativa del Forum: il board elabora le direttive strategiche e il segretariato lavora per realizzarle. È un ruolo trasversale: servono doti di leadership, capacità di analisi strategica e politica, di relazione con le istituzioni, di mediazione.Come è arrivato a ricoprire questo ruolo?Sono laureato in Scienze internazionali e diplomatiche all'Orientale di Napoli - vengo da un paese della provincia campana, Marigliano - e nel 2006 ho finito un dottorato in Geografia dello sviluppo. Sono entrato nel Forum nel 2007 come coordinatore delle politiche giovanili e finito quel mandato ho risposto all'open call per la posizione di segretario generale. Ho intrapreso le selezioni, gestite in parte da un'agenzia di reclutamento belga. Dopo la prima fase eravamo rimasti in tre ad aver superato tutti i test e la parola finale è spettata all'assemblea generale.Buon lavoro allora. Segniamo l'appuntamento per il 16 maggio a Bruxelles?Sì, a breve manderemo a tutti i nostri partner un Save the date con dettagli più precisi. Lettori della Repubblica degli Stagisti, se vi è possibile partecipate! intervista di Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Lanciata a Parigi la European Quality Charter of Internships. Melandri, Ichino, Mosca, Vaccaro e Simoncini i primi politici italiani a sostenerla- Conferenza internazionale sull'occupazione giovanile promossa dallo European Youth Forum: l'intervista al vicepresidente Luca Scarpiello- Un sondaggio dello European Youth Forum svela il prototipo dello stagista europeo: giovane, fiducioso e squattrinatoE anche: - Emilie Turunen, pasionaria dei diritti degli stagisti al Parlamento europeo: «L'Italia è fra i Paesi messi peggio»- Parlamento europeo, risoluzione contro i tirocini gratis e le aziende che sfruttano gli stagisti- Stagisti a zero euro, no grazie: ecco perchè vietare il rimborso spese per legge sarebbe ingiusto e controproducente

Riforma dell'Ordine dei giornalisti: verso un ponte di due anni per salvare i pubblicisti

Una norma "salva pubblicisti", ovvero un periodo ponte di almeno due anni che consenta a quanti hanno già iniziato i 24 mesi di collaborazione retribuita con una testata di concludere il percorso per l'iscrizione all'albo dei giornalisti pubblicisti secondo le vecchie regole. È la soluzione prospettata alla Repubblica degli Stagisti dal presidente dell'Ordine nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino [nella foto] per tutelare il percorso attualmente avviato dagli aspiranti pubblicisti. Che dal prossimo 13 agosto, con l'entrata in vigore dell'obbligo dell'esame di Stato per tutte le professioni regolamentate, si vedrebbero altrimenti costretti a sostenere una prova d'esame analoga a quella prevista oggi per i professionisti. «Penso che sia una norma di generale civiltà non penalizzare quelli che hanno già avviato il percorso», rassicura Iacopino.  «Non mi riferisco a coloro che hanno già concluso e acquisito il titolo, per i quali varranno ovviamente le vecchie regole» precisa, «nè tantomeno a chi il 13 agosto avrà scritto due articoli. Ma a quanti a quella data avranno compiutamente avviato il percorso per diventare pubblicisti. In tutte le norme generali c'è un articolo che tutela alcune posizioni. Prendiamo il caso limite di una persona che finisce i due anni il 13 agosto: cosa facciamo, la cacciamo?». L'introduzione della norma non è ovviamente automatica e sarà oggetto di discussione nel tavolo tecnico istituito presso il ministero della Giustizia dove, nelle prossime settimane, si deciderà il futuro assetto della categoria, nel quadro della più generale riforma degli Ordini professionali imposta dal "decreto salva Italia", oggi legge 214 del 22 dicembre 2011. Quanto potrebbe essere lungo questo periodo ponte presidente?Credo almeno due anni dall'entrata in vigore della nuova normativa. Penso che non dovremmo avere difficoltà ad argomentare e a far recepire la norma, che è una norma di banale buon senso. Qui stiamo parlando della vita delle persone: c'è gente che fa il pubblicista perché non ha le opportunità per diventare professionista. Con l'introduzione dell'esame di Stato c'è da aspettarsi una sensibile riduzione del numero dei pubblicisti? L'esame imporrà certamente una riflessione da parte di chi avvia il percorso. Con la legge attuale, diciamo la verità, non è certo proibitivo diventare pubblicista. Detto questo, dobbiamo anche prevedere qualcosa che consenta ad esempio al professor Monti di continuare a fare il commentatore per il Corriere della Sera e, se lo desidera, di poter avere una qualificazione. La figura del pubblicista all'inizio era esattamente questa: il professore, il corrispondente dal grande paese o dal piccolo centro che, pur avendo un'altra attività, costituisce una fonte di notizie. Queste persone devono rimanere senza alcuna tutela? Io credo di no. Tra l'altro si incorrerebbe in un'altra norma di legge vigente che è l'esercizio abusivo della professione. Ma i pubblicisti  di oggi hanno ben altro profilo. Sono anche frequenti casi in cui l'aspirante è costretto a pagare di tasca propria i contributi, falsificando la documentazione fiscale pur di dimostrare una collaborazione retribuita con una testata.Quando pizzico casi simili faccio la denuncia alla Procura della Repubblica. Sono stato ascoltato dalla Procura di Isernia e da quella di Santa Maria Capua Vetere, attivata da quella di Catania e abbiamo mandato a tutte le Procure la segnalazione. C'è chi se n'è fregato e c'è chi invece chi si è attivato.Rispetto all'esame per diventare professionisti, la maggioranza dei candidati che si presentano oggi all'esame di Stato proviene da praticantati d'ufficio. La riforma cercherà di ridurre il ricorso a questo strumento?Non sono in grado di affermare che siano la maggior parte. In linea di massima i praticanti d'ufficio sono colleghi che vengono angariati e sfruttati da radio, tv e giornali medio piccoli, perché i grandi non lo fanno. Negare loro anche il diritto ad un riconoscimento mi pare onestamente ingiusto. Che ci voglia maggior rigore sì, ma questo per tutto, per i praticantati d'ufficio come per i praticantati freelance. Ci vuole lo stesso rigore  che ci ha portato a ridurre le scuole di giornalismo da 21 a 12. Rispetto alle scuole, c'è appunto chi sostiene che siano un modo per "comprare il praticantato".All'inizio anch'io ero contrario alle scuole. Poi mi sono convinto che in mancanza dell'opportunità di fare il praticantato tradizionale, le scuole costituiscano spesso l'unica opportunità per chi vuole intraprendere questa strada. L'idea era sana, purtroppo in molti casi è stata vanificata da costi insopportabili e talvolta sporcata dal comportamento di alcuni accademici. Comunque la mia firma sotto un provvedimento di apertura di una nuova scuola non c'è. C'è semmai sotto provvedimenti di chiusura. L'ultima scuola che non è partita, perché non l'abbiamo autorizzata è Bologna - che adesso è sospesa. Le scuole convenzionate con l'Ordine rendono disponibili le loro percentuali di placement? L'unica scuola che lo fa stabilmente è lo Iulm, qualche dato è disponibile anche per la Luiss. I numeri sono sconfortanti, anche se bisogna chiarire a che cosa ci riferiamo: se parliamo di giornalisti assunti a tempo indeterminato siamo al di sotto il 10 per cento; se invece parliamo di persone che hanno un contratto dopo l'altro siamo sicuramente al di sopra. Ma non è comunque quello che volevamo. Non ambivamo al 100%, ma neppure al 20-25% attuale. A molti non resta che lavorare come collaboratori freelance, con remunerazioni spesso al di sotto della soglia di povertà. La legge sull'equo compenso migliorerà la situazione? Secondo me sì, perché gli editori rischiano i soldi del finanziamento pubblico, che sono tanti. Purtroppo con l'avvicendamento alla presidenza della Fieg abbiamo improvvisamente avuto delle difficoltà. Diciamo che gli editori stanno facendo lobbying. Lei ha più volte invitato i collaboratori a denunciare le situazioni di sfruttamento. Ma che cosa può fare concretamente l'Ordine contro gli abusi degli editori?Contro l'editore nulla, ma contro il direttore ci può essere la sospensione dall'attività professionale. La prima volta di due mesi, la seconda di sei. Non solo nei confronti del direttore, ma anche del caporedattore e del caposervizio. Dinanzi a queste situazioni io mi chiedo comunque: che cosa fanno i comitati di redazione?. Perché se un membro del cdr, che ha una tutela di legge oltre che contrattuale, denuncia che l'editore paga 2 euro a pezzo lordi i colleghi, il caporedattore e il caposervizio non potranno più far finta di non sapere. Non vuole essere uno scaricabarile, ma la Federazione nazionale della stampa non ha voluto sottoscrivere la Carta di Firenze dopo averla costruita perché ha  realizzato che chiamava pesantemente in causa la responsabilità dei cdr. Poi non ci si può stupire se il sindacato non è tanto popolare.Tornando all'imminente riforma dell'Ordine, è già stata fissata una data per l'avvio del tavolo tecnico con il ministero della Giustizia?Non ancora. C'è però una determinazione del ministero a fare dei  singoli dpr [decreti del Presidente della Repubblica, ndr], e non un provvedimento omnibus che inevitabilmente avrebbe finito per scontentare tutti gli ordini. Il 29 febbraio abbiamo avuto un secondo incontro con il ministro Severino durante il quale sono intervenuto per segnalare la specificità della nostra struttura ordinistica e la necessità di procedere non più per incontri collegiali ma per tavoli tecnici separati, o comunque con ordini accorpati. Mi è stato risposto che il ministero conosce bene l'aspetto che riguarda i pubblicisti e che questo problema sarà affrontato in un tavolo tecnico dedicato. Si tratta di un grande risultato. L'obiettivo a cui noi punteremo in sede tecnica è di cogliere l'opportunità che ci viene del 13 agosto per concordare una riforma generale dell'ordine, le cui linee guida sono state approvate dal Consiglio nazionale lo scorso 19 gennaio. Da lì pertiremo per una discussione aperta non solo al contributo dei tecnici del ministero, ma di tutti. Mi rendo conto che qualcuno vede nell'obbligo dell'esame di Stato per i pubblicisti un appesantimento. Ma io invito a dare un'altra lettura: a riflettere cioè sul fatto che le professioni che prevedono un esame di Stato obbligatorio hanno anche maggiori tutele.Intervista di Ilaria CostantiniPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Approvate le linee guida per la riforma dell'Ordine dei giornalisti: fino al 13 agosto si continua a diventare pubblicisti senza esame (e senza intoppi)- Che fine faranno i pubblicisti? Ordine dei giornalisti in subbuglio per la riforma delle professioni- Giornalisti precari alla riscossa: a Firenze due giorni di dibattito per approvare una Carta deontologica che protegga dallo sfruttamento- Lo scandalo dei giornalisti pagati cinquanta centesimi a pezzo. Il presidente degli editori a Firenze: «La Fieg non dà sanzioni. E poi, cos’è un pezzo?»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità E anche: - Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Alle nuove norme sui praticanti manca l'equo compenso, lo dice anche la commissione giustizia del Senato- Disposti a tutto pur di diventare giornalisti pubblicisti: anche a fingere di essere pagati. Ma gli Ordini non vigilano?- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»

«Per garantire a tutti 600 euro al mese bastano 18 miliardi di euro all'anno»

Seicento euro al mese assicurati dallo Stato a tutti coloro che ne hanno bisogno, indipendentemente dall'età e dallo status, senza limiti di tempo, senza obbligo di cercare lavoro. Una proposta che la rete «Intelligence Precaria» e il docente universitario Andrea Fumagalli hanno lanciato calcolandone sostenibilità, costi e finanziamenti: il progetto è stato anche pubblicato nei Quaderni di San Precario. Fumagalli, 53 anni, attualmente professore associato di economia politica all’università di Pavia, membro del network UniNomade e vicepresidente del Bin-Italia (Basic Income Network), è uno dei principali esperti di reddito minimo garantito in Italia. La sua proposta è quella di introdurre nel nostro Paese un «reddito di base incondizionato», in modo da assicurare a tutti i cittadini al di sotto della soglia di povertà un reddito. Nell'idea sviluppata da Fumagalli questa misura sostituirebbe tutte le altre forme di welfare attualmente esistenti in Italia - via dunque indennità di disoccupazione, cassa integrazione, mobilità - molto costose ma incapaci di raggiungere tutte le persone bisognose di sostegno. Tutti i Paesi che fanno parte dell’Unione europea, ad esclusione di Italia, Grecia e Ungheria, riconoscono ai cittadini una qualche forma di reddito minimo garantito. Quante persone ne beneficiano, in media, in ogni Paese?Normalmente la percentuale varia da un minimo del 6% a un massimo del 20% di popolazione in età lavorativa in base alle modalità di intervento statale. In Italia, secondo la nostra statistica, i beneficiari sarebbero intorno agli 8 milioni e mezzo, circa il 14% della popolazione.Quanto costerebbe alle casse dello Stato la manovra che proponete?Il costo da sostenere per garantire un reddito mensile di 600 euro, cioè 7.200 all’anno, non si discosterebbe di molto da quanto il Paese spende ora per i vari ammortizzatori sociali. La popolazione italiana residente è di poco meno di 60 milioni. Secondo la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale - CIES il numero dei poveri relativi è pari a 7.810.000, con un’incidenza del 13,1%. La soglia di povertà relativa è di circa 600 euro al mese. Di contro, i poveri assoluti sono tre milioni, con un reddito inferiore a 385 euro al mese. Coloro che hanno una situazione reddituale inferiore del 10% alla soglia di povertà relativa sono 2.384.000; coloro a cui manca un 20% per arrivare sempre alla soglia di povertà relativa sono invece poco più di due milioni. Dei restanti tre milioni e mezzo di poveri relativi, 328.000 si collocano in un intervallo di reddito inferiore dal 35% al 20% alla soglia di povertà relativa. Tutte queste categorie sono coloro a cui spetterebbe il reddito minimo garantito?Sì. Partendo da tali dati e ipotizzando che le quattro classi di reddito individuate presentino una distribuzione omogenea, ne consegue che ai residenti con povertà (-10%) la somma che manca alla soglia di povertà relativa di 7.200 euro all’anno è pari a 360 euro; ai residenti con povertà (-20%) la somma mancante è 720 euro; a coloro con una povertà inferiore del 35%, la somma mancante è di 1.980 euro; e alla classe più povera in media mancano 4.890 euro annui. Perciò la somma lorda necessaria per arrivare sul territorio nazionale a garantire a tutti un reddito di base di euro 7.200 all’anno è, secondo i dati Istat, di 17 miliardi e 996.820 euro.Diciotto miliardi di euro insomma. Non poco.Il costo attuale del welfare, nella sua totalità, copre redditi anche superiori ai 600 euro al mese. Non sono disponibili dati completi, ma dalla banca dati Inps sulle indennità di disoccupazione e l’uso della cassa integrazione si può desumere che lo stato spenda un totale di 15,5 miliardi di euro. Il costo reale dell’introduzione di un reddito di base incondizionato di 600 euro mensili risulterebbe quindi pari a 20,7 miliardi, meno i 15,5 miliardi che già spendiamo, ovvero a un aumento di budget di 5,2 miliardi di euro. Si tratta di una spesa del tutto abbordabile: problema non è dunque di sostenibilità economica, ma di volontà politica.Cinque miliardi di euro non sono comunque pochi. Come si concilia questo coi tempi di crisi e di riduzione della spesa pubblica?Al fine di finanziare il RBI sarebbe auspicabile la separazione tra assistenza e previdenza, ovvero tra fiscalità generale a carico della collettività e contributi sociali, a carico dei lavoratori e delle imprese (Inps). In altre parole, la somma che finanzia il RBI non deve derivare dai contributi sociali, ma piuttosto dal pagamento delle tasse dirette e dalle entrate fiscali generali dello Stato, relative ai diversi cespiti, che sono i valori materiali e immateriali facenti capo ad una proprietà, di reddito - qualunque sia la loro provenienza. Occorre poi costituire un bilancio autonomo di welfare definendo un bilancio suo proprio, dove vengano contabilizzate tutte le voci di entrata e di uscita, ovvero le fonti di finanziamento e le voci di spesa. E infine bisogna ridefinire a fini fiscali il concetto di attività lavorativa. Per un trattamento fiscale e contributivo omogeneo dovrebbero essere considerate come prestazioni lavorative, oltre a tutte quelle subordinate e parasubordinate, anche quelle che sono oggi soggette ad un trattamento fiscale in quanto considerate attività di impresa.Concretamente dove si possono recuperare i fondi?È necessario procedere al riguardo ad una riforma del sistema fiscale, per renderlo adeguato alle nuove forme di produzione. I criteri sono due: progressività forte delle aliquote e tassazione omogenea di tutti i redditi. Si rende necessario così un sistema fiscale, compatibile con lo spazio pubblico e sociale europeo, capace di cogliere i nuovi cespiti di ricchezza e tassarli in modo progressivo. Ed è proprio coniugando principi equi di tassazione progressiva e relativa a tutte le forme di ricchezza a livello nazionale ed europea con interventi sapienti sul piano della specializzazione territoriale che si possono reperire le risorse necessarie per far sì che i frutti della cooperazione sociale e del comune possano essere socialmente ridistribuiti.Perchè avete considerato un reddito di base di 600 euro? Non è certamente una cifra con cui al giorno d'oggi una persona si possa mantenere...Il limite dei 600 euro mensili è quello della soglia di povertà relativa. Nel nostro studio, abbiamo considerato anche per un  valore del RBI maggiore del 20% della soglia di povertà relativa. In ogni caso, il livello di "reddito di base" è oggetto di contrattazione, con l'unica condizione che sia sempre espresso in termini relativi. Ciò infatti consente che ad ogni anno la soglia di reddito da raggiungere si alzi, aumentando così il numero dei possibili beneficiari.Il ministro Elsa Fornero ha dichiarato più volte di voler lavorare all'introduzione di una qualche forma di reddito minimo, a patto che sia inserito «in un pacchetto più ampio» di misure. Il ministro l’ha detto ma si è subito tirata indietro dicendo che non ci sono fondi.Nel nostro Paese esistono provvedimenti simili al riconoscimento di un reddito minimo garantito?In realtà no. Per previdenza sociale in Italia si intendono due forme di cassa integrazione, quella a carico dell’Inps e quella in deroga pagata dalle regioni con fondi europei; il sussidio di disoccupazione che si attiene a una legge fatta e mai variata dal dopoguerra e a cui ha i requisiti per accedere circa un inoccupato su quattro; infine c’è l’Indennità di mobilità, che regola i licenziamenti collettivi e che ha parametri ancora più stretti del precedente.Quindi voi proponete di eliminare tutte queste forme per introdurre l’RBI. Perché nessuno ci ha mai pensato prima?La discriminante è certamente politica. Chi è contrario sono imprenditori e sindacati. I primi perché per loro la cassa integrazione è una valvola di flessibilità e in questo modo i costi ricadono sull’Inps, se si eliminasse i costi di eventuali licenziamenti cadrebbero direttamente su di loro. Per quanto riguarda i sindacati loro gestiscono le casse integrazioni e questa è l’unico compito che permette loro di mantenere una rappresentanza politica fondamentale.Pensa che sarebbe opportuno porre un limite temporale alla fruizione del reddito minimo garantito, come per esempio la income-based jobseeker's allowance inglese che si può percepire solamente per sei mesi? No. Secondo me il reddito di base incondizionato dovrebbe avere i seguenti parametri: essere individuale e non legato alla famiglia, non avere limiti di età, etnia, religione, essere incondizionato ad esclusione del livello di reddito.Intervista di Giulia CimpanelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Reddito minimo garantito: ce l'hanno tutti tranne Italia, Grecia e Bulgaria- Reddito minimo garantito, parte la raccolta firme della Cgil per ripristinare la legge sperimentale in Lazio. Con due ombre: il costo spropositato e il rischio di assistenzialismoE anche:- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo»

E se Steve Jobs fosse nato a Napoli? Essere «affamati e folli» a volte non basta

Da poche righe buttate giù su un blog a un libro. «Se Steve Jobs fosse nato a Napoli» (pubblicato poche settimane fa da Sperling & Kupfer) è la storia amara di due giovani napoletani e della loro voglia di affermarsi, frustrata da un contesto ostile, che non dà spazio a chi è «affamato e folle», ma non ha le condizioni materiali «giuste». La Repubblica degli Stagisti ne ha parlato con l’autore, Antonio Menna, 44 anni, giornalista e collaboratore di quotidiani come Il Mattino e Liberazione, lucano di  nascita ma napoletano d'adozione. Menna aveva già scritto due romanzi: nel 2007 «Cocaina e cioccolato» e nel 2009 «Baciami molto». Tutto è partito con un post, pochi giorni dopo la morte di Steve Jobs. Da qui il successo sul web e poi il libro. Com’è nata quest’idea?Quando Steve Jobs è morto la Rete è stata travolta dall'emozione e sono stati rilanciati molti dei suoi interventi. Uno di questi era il famoso «siate affamati, siate folli», pronunciato agli studenti di Stanford. Questa espressione mi ha un po' irritato. E, per reazione, mi sono chiesto se sia davvero così. Davvero bastano carattere e tenacia per farcela? Davvero le condizioni esterne non contano nulla? Ho provato a collocare Jobs in un altro posto e in un'altra epoca. Avere vent'anni a Napoli nel 2011. Che cos'avrebbe fatto? Ne è nato un racconto di due paginette che ho pubblicato sul mio blog. Pensavo lo leggessero i soliti cento frequentatori. Invece quel post è esploso: il contatore delle visite dopo appena due ore era già impazzito. È stato un contagio velocissimo. Ho condiviso il post sulla mia rete social e dopo un po' mi sono accorto che veniva condiviso a sua volta dai miei amici e dagli amici degli amici. Una moltiplicazione pazzesca che ha portato in 24 ore il blog ad avere 200mila lettori. Nel giro di una settimana, siamo arrivati a più di mille commenti e 10mila condivisioni su Facebook e Twitter. Il mio blog, in quei tre giorni, è stato il più visitato al mondo sulla piattaforma di Wordpress: ne hanno parlato tv e giornali nazionali e stranieri. In quei giorni mi è venuto in mente che quel post poteva essere la traccia su cui scrivere un romanzo. Le avventure di questi due ragazzi di vent'anni, dei Quartieri Spagnoli di Napoli, che hanno un’idea straordinaria e provano a realizzarla, inciampando in mille ostacoli. I protagonisti del libro sono giovani, provengono da famiglie modeste e sono dei Quartieri Spagnoli. La scelta non è casuale. In un contesto economicamente più «solido» e in un’altra zona di Napoli, l’esito della storia sarebbe stato diverso? Io penso di sì. In Italia se nasci «male» sei condannato. Nascere male significa non avere reti di protezione. Da noi contano le famiglie, i circoletti, le cricche. Se sei un talento libero, fuori da circuiti amicali e familiari sei spacciato. In questo senso, la famiglia dove nasci, il luogo dove cresci, i circuiti sociali dove ti inserisci sono, purtroppo, determinanti. I gruppi dirigenti, ogni tanto, su base familiare o di appartenenza, prelevano un giovane e lo ammettono al tavolo. Nella scelta però preservano loro stessi, quindi selezionano quello più ubbidiente, possibilmente quello che non può minacciare la loro leadership. Al talento libero, autonomo, brillante, non resta che cercare da una parte di apparire meno di quello che è, e dall'altra di trovarsi una protezione. I protagonisti del mio libro sono di famiglie semplici. I Quartieri Spagnoli provano a tenere i ragazzi sotto scacco. Ma i due sono tutt'altro che scugnizzi, furbi e bulli, come si potrebbe immaginare, o come un certo colore su Napoli ci ha sempre restituito. Sono ingenui, creativi, attraversati perfino da un sentimento di giustizia. Uno non penserebbe mai di trovarli lì, ai Quartieri Spagnoli. Eppure ci sono. Come ce ne sono tanti nella realtà. Il contesto però non li aiuta. Anzi, per un tragico paradosso, sembra allearsi coi peggiori, e quasi divertirsi a ostacolarli. I due si scontrano con lo scetticismo, la difficoltà a ottenere finanziamenti dalle banche, i tempi burocratici e, non ultimo, la camorra. C’è qualcosa che influisce più di tutto? I ragazzi attraversano una «via crucis». Nella vita reale magari te ne può capitare una oppure due. Nel libro invece le racconto tutte: mi interessava fare una sorta di viaggio nei problemi, nei punti di blocco del nostro sistema. Dal credito, che nessuno fa a chi non ha garanzia, alla burocrazia, che è stracolma di norme confuse, alla corruzione, soprattutto quella minima dei cinquanta euro da parte dei pubblici uffici, che logora il sistema economico. Fino alla camorra, tratto che caratterizza tipicamente l'ambientazione napoletana. Sono tappe di un calvario che un giovane senza protezioni attraversa di sicuro in un Paese come il nostro, in particolare in una realtà come meridionale. E ciascuna di queste tappe rappresenta un problema da risolvere, se vogliamo far decollare il nostro Paese. Verso la fine del libro scrive: «Puoi essere affamato e folle quanto vuoi, ma se nasci nel posto sbagliato, ti rimangono la fame e la follia, e niente più». Ma si intuisce che i due amici non perdono la speranza. È possibile trovare una strada diversa? Io ho scritto un libro problematico sull'Italia e su Napoli. Ma non voglio che il messaggio sia distruttivo e disperato. C'è chi ce la fa anche in Italia, e anche a Napoli. Il fatto è che si pagano costi altissimi, e che tutte queste difficoltà disperdono risorse, energie, talenti, e allontanano investimenti. Il problema quindi è quello che si muove intorno. Le opportunità a Napoli, ma per certi versi in tutto il Paese, sono poche e questo condiziona molto - soprattutto tra i venti e i trent'anni, quando ti affacci sul mercato del lavoro. Se non si affrontano questi nodi è inutile parlare di speranza. Ai ragazzi che mi chiedono un consiglio io dico che chi ha la possibilità fa bene ad andare via. Le condizioni per realizzare se stessi fuori dai soliti circuiti familistici e amicali, in Italia e al Sud, non ci sono.In questo periodo si sono moltiplicate le polemiche sul posto fisso. Secondo una ricerca i giovani sono anche disposti a guadagnare meno pur di conquistarlo. Che ne pensa?I protagonisti del mio libro sono due amici non perdono mai la speranza perché, in fondo, la nostra forza è il capitale umano. Abbiamo persone straordinarie, su cui dobbiamo investire. Le condizioni esterne sono decisive per la realizzazione di sé. Questa è una riflessione da fare, in un tempo in cui si tende a colpevolizzare paradossalmente chi non riesce. Quante volte abbiamo sentito che si è precari perché non si è capaci? Che si fallisce perché non si ha abbastanza talento? Quante volte ancora dobbiamo sentir parlare di bamboccioni, di sfigati, di fannulloni? I protagonisti del libro dimostrano che non sono loro il problema. E che chi tende a colpevolizzarli fa solo un'operazione di spostamento della responsabilità. La colpa è delle generazioni precedenti, che hanno costruito un'Italia bloccata. E oggi se la prendono con chi ne paga il prezzo. Ecco perché mi scaglio contro il consiglio retorico, fondamentalmente privo di senso, di Jobs - che andava certamente bene per gli Usa ma non per l'Italia. Certo, contano la determinazione, la grinta, la personalità. Se hai talento ma non hai il carattere per provarci fallisci in partenza. Ma basta il carattere? Bastano le qualità interiori? No. Questo vuol dire che è solo colpa del contesto? No. Ognuno di noi ha le sue responsabilità. Ma dico basta alla retorica del «se vuoi fortemente una cosa, la ottieni». A volte, e in certe città, con il mondo che ti gira intorno ostinatamente al contrario, se vuoi fortemente una cosa, probabilmente diventi solo pazzo.Chiara Del PriorePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno due milioni i giovani all'estero- «Non è un paese per bamboccioni», un libro per chi è stufo di piangersi addosso- L'Italia è un paese per vecchi che parlano di giovani

Ventenni e riforma del lavoro, parla l'ideatore della lettera a Monti

Dalle pagine del Corriere della Sera la lettera aperta dei 19 ventenni che chiedono al governo Monti di fare presto con la riforma del lavoro e di creare un sistema più favorevole e meritocratico per l'occupazione giovanile è rimbalzata su giornali, siti web e televisioni. Una grande attenzione mediatica alimentata anche da  contro-lettere, ironia, dietrologia su chi siano - e che mire abbiano - i promotori di questa fortunata iniziativa. La Repubblica degli Stagisti ha raggiunto al telefono il ragazzo che  l'ha materialmente ideata, scrivendo la prima bozza e coinvolgendo gli altri firmatari: Antonio Aloisi. Ventidue anni, classe 1989, originario della provincia di Lecce, Antonio studia Giurisprudenza alla Bocconi; pochi mesi fa è stato anche eletto rappresentante degli studenti nel consiglio di amministrazione dell'ateneo.   Tutti parlano della vostra lettera. Sì... Devo essere sincero, non ci aspettavamo tutta questa eco. Ma com'è nata l'idea? Semplicemente chiacchierando e discutendo con tanti ragazzi della mia età, non solo bocconiani, sia fisicamente sia virtualmente. È emerso in maniera dirompente il fatto che nonostante posizioni politiche di partenza e provenienze geografiche differenti, su questo tema la pensavamo tutti allo stesso modo. Eppure questa opinione largamente condivisa era di fatto sottorappresentata. Abbiamo voluto tirare fuori queste idee, dare visibilità a questa posizione.Molti si chiedono come siate riusciti a far pubblicare la lettera dal Corriere.Nessuno di noi ha parenti che ci lavorano, lo giuro. Controllate pure. Abbiamo semplicemente mandato il testo della lettera tramite email. Io poi sono un follower di De Bortoli su Twitter, come tanti altri: non c'è davvero nulla di più. Lo ripeto, si tratta di un'iniziativa spontanea. Neanche volevamo firmarci, perché siamo convinti che le nostre identità singole contino marginalmente. Non vogliamo far nascere un forum, un account twitter, un blog. Non vogliamo candidarci a nulla. La cosa importante è che tantissima altra gente abbia poi sostenuto la lettera: per noi è stato quasi un sollievo, oltre che una soddisfazione. Vi è arrivata addosso anche una pioggia di critiche.Le nostre richieste e proposte hanno creato dibattito, e naturalmente ci sono posizioni contrastanti. Va bene così: per noi il più grosso risultato raggiunto è che dei 20-30enni si siano potuti pronunciare su una materia che li riguarda direttamente. Non puntiamo nè al plebiscito nè alla singola gloria personale. Hanno detto che non siete rappresentativi, che siete solo 19. Perché non avete cercato di raccogliere un numero più elevato di firme?Non avevamo e non abbiamo i mezzi per ottenere un consenso largo. Io - non lo dico per purezza, ma come dato di fatto - non appartengo a nessun gruppo studentesco che abbia un network in tutto il Paese. Era materialmente difficile contattare centinaia o migliaia persone, e poi ci avremmo messo troppo tempo. Il grande network per fortuna si è formato a posteriori. E immediatamente si è formata anche una pattuglia di detrattori che vi ha accusato di essere tutti iscritti a università private.Per smentire queste voci basta fare un check online. Alcuni firmatari sono studenti di licei pubblici, una a Napoli frequenta quello dove si diplomò Giorgio Napolitano, un'altra il Massimo di Palermo. Altri sono iscritti a università pubbliche, e poi c'è anche chi - come me - frequenta un'università privata. Non c'è nulla di male.Vi hanno accusato anche di essere tutti di destra.Io non mi sento nè di destra nè di sinistra, non ho mai avuto tessere di partito, le uniche tessere che ho nel portafoglio sono il badge dell'università e la carta fidaty dell'Esselunga. Hanno scritto che un altro dei firmatari, Piero Majolo, scrive sul mensile dei giovani della PdL: in realtà lui mi ha detto di aver scritto sì e no un paio di articoli per il giornaletto di questa associazione, e poi di essere stato messo alla porta.Di te in particolare hanno detto che sei un figlio di papà.  [Aloisi senior è stato consigliere regionale in Puglia dal 1996 al 2005, capogruppo di Forza Italia e vicepresidente del consiglio regionale, ndr].Su questo sono mortificato, mi spiace. Sono passati anni dall'esperienza in consiglio regionale di mio padre, e comunque: che c'entra? Su questi temi lui non la pensa assolutamente come me, anzi scherzando al telefono mi ha detto che mi scriverà una contro-lettera. Un'altra riflessione: nel testo c'è scritto che vorremmo che venissero ridotti i privilegi alla generazione che è venuta prima di noi. E mio padre è del 1955!Dite che volete la flessibilità. Ma siete consapevoli del labile confine che in Italia separa flessibilità e precarietà? Eccome. Ci hanno preso per fessi, lo scarto tra intenzioni e pratica è formidabile. La flessibilità è una sorta di cartonato verbale che hanno usato i vari esponenti che si sono susseguiti al governo: classi dirigenti votate alla conservazione che ci hanno regalato quello che abbiamo ora. Bisognerebbe ridisegnare un'impalcatura normativa in cui trovassero difesa le esigenze dei giovani. Non mi sembra un'eresia, bensì una proposta di buon senso. Vorrei che i legislatori spostassero l'asse del privilegio al merito.Credete molto in questo governo.La nostra è un'apertura di credito, aspettiamo che arrivi qualcosa di concreto. Del resto tutto il Paese è abbastanza orgoglioso e concorde nel tributare una forma di consenso al premier Monti. Avete anche parlato di articolo 18...No!Beh sì. Quando scrivete «Non ci scandalizza che si cominci a ragionare del cosiddetto "motivo economico o organizzativo per il licenziamento", nell'ottica di una intelligente spinta riformatrice», è chiaro che state parlando di articolo 18. La verità è che l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori non riguarda nessun giovane. Il buonissimo e stimatissimo Gino Giugni ha fatto cose encomiabili, ma che non riguarderanno mai me nè i miei coetanei. Perché a noi fanno contratti a progetto: io ne ho avuti già due. E certo ai cocopro non si applica la protezione dell'articolo 18 - che peraltro nei modelli diffusi a livello mondiale non c'è.Insomma dite: perché in tutto il resto del mondo l'articolo 18 non esiste, e noi dobbiamo farci le barricate?Premettendo che non mi entusiasma il trapianto con rischio di rigetto, dico solo che in altri Paesi il mercato del lavoro funziona meglio. Nessuno è allegro di mandare la gente a spasso: però altrove i legislatori hanno elaborato forme serie e intelligenti di diritto del lavoro, sgravi fiscali che rendono appetibili i licenziati e facilitano il ricollocamento, ammortizzatori sociali, servizi di outplacement adeguati. Non è un discorso di monotonia del posto fisso, ma altrove funziona meglio. Per quanto non stia certo nell'articolo 18 il nucleo della nostra proposta, bisogna ammettere che fuori dall'Italia il sistema è più snello. E poi la mobilità stessa dovrebbe essere basata sul talento, sul merito.A Sky Tg 24 Pomeriggio, mentre si parlava di voi, a un certo punto è andato in onda l'sms di un telespettatore: «Il lavoro è un diritto, la carriera è merito». Che ne pensi?Ti rispondo con una domanda: tu nella redazione della Repubblica degli Stagisti assumeresti mai qualcuno che non conosce la grammatica o che non sa trovare la notizia?Certo che no.Bene. Se assumessimo come prospettiva quella del telespettatore, staresti negando un diritto a un cittadino! Ed è chiaro che non è così. Non mi pare blasfemo coniugare diritti e merito. Del resto l'articolo 3 della Costituzione dice che bisogna «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ora bisognerebbe impegnarsi per rimuovere questi ostacoli a livello generazionale.Avete anche posto il problema della rappresentanza. Chi ha titolo per parlare a nome dei giovani?Direi non il sindacato, data la composizione anagrafica dei suoi iscritti: perché giustamente un'associazione fa la volontà degli associati, quindi in questo caso di 50-60enni e pensionati. Più che stabilire chi ha titolo di rappresentare i giovani, io dico che è importante che le idee dei giovani emergano e arrivino al tavolo del governo. Ci sono però anche tanti giovani, dentro e fuori dal sindacato, che la pensano in maniera diversa da voi.Grazie a dio ci sono diversi pensieri! La pretesa unità non è possibile, la stessa Fiom dissente dalla linea della Cgil, molti esponenti del PD sono in disaccordo con le prese di posizione del responsabile Economia del partito. La nostra proposta vuol essere solo un suggerimento di prospettiva, per ripensare e ridisegnare un modello di mercato del lavoro. Una prospettiva generazionale, perché devono aumentare tutele e garanzie per noi giovani: su questo siamo tutti d'accordo.Se sull'obiettivo c'è accordo, vi sono però modi molto diversi di arrivarci: voi proponete di innovare il diritto del lavoro, altri propongono di tornare all'indeterminato per tutti. Quale posizione ha più seguito? Non sono Mannheimer, non so se la nostra posizione sia maggioritaria o minoritaria! Nessuno ha dati statistici per dire chi prevalga. E poi le posizioni non sono solo due: probabilmente sono mille. Qualcuno resterà deluso, magari quel qualcuno sarò io e chi la pensa come me: ma l'importante è che l'esecutivo faccia una scelta, e la faccia in fretta.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più, leggi anche:- Chi ha paura del contratto unico? Panoramica dei vantaggi della flexsecurity per i giovani italiani- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovaniE anche:- Elsa Fornero, ritratto del nuovo ministro del Lavoro: avanti con il contratto unico e il welfare per i precari- Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Antonio De Napoli convocato oggi da Mario Monti in rappresentanza dei giovani italiani

Campus Mentis, D'Ascenzo: «Facciamo orientamento, non placement»

Fabrizio D’Ascenzo, ordinario di Economia all’università La Sapienza, è anche direttore del centro di ricerca ImpreSapiens, che gestisce l’iniziativa Campus Mentis avviata dal ministro Giorgia Meloni nel 2009 (allora si chiamava «Global Village Campus») con un evento sperimentale a Pomezia. L’anno successivo le tappe diventarono tre – Pomezia, Catania, Abano Terme – con un coinvolgimento di circa 1.500 ragazzi («al lordo di chi non si presenta senza nemmeno avvisare, purtroppo»). Ora Campus Mentis è inserito nel pacchetto «Diritto al futuro»: nel 2011 sono già stage realizzate due tappe (Milano e Abano), la prossima è in calendario per fine febbraio a Napoli. Impresapiens è un centro di studi universitario, trasversale a più dipartimenti e facoltà, che riunisce venti professori più una dozzina di collaboratori. Nel 2009 e 2010 ha ricevuto dal ministero l’incarico diretto annuale per la realizzazione di Campus Mentis; nel 2011 invece l’incarico – sempre con la formula dell’assegnazione diretta – è diventato triennale, con un appalto di 1.489.500 euro per un arco temporale di 32 mesi.La Repubblica degli Stagisti ha voluto cogliere l'occasione del "caso Avec", l'azienda che ha utilizzato la mailing list di giovani raccolta a Campus Mentis per veicolare un'offerta commerciale, per fare il punto con D'Ascenzo sull'organizzazione e le criticità.Professore, come monitorate che le imprese che partecipano a Campus Mentis non usino l’evento per vendere i propri prodotti, invece che offrire opportunità di lavoro?La nostra finalità è offrire un'ampia platea di imprese a disposizione dei ragazzi. Una volta che veniamo a conoscenza di soggetti che se ne "approfittano" cerchiamo di prendere i nostri provvedimenti: per avere un ritorno, consultiamo anche più volte i partecipanti.Come? Via email, normalmente a un anno dalla loro partecipazione al Campus: un tempo ragionevole per capire che cosa stanno facendo.Però per altri versi meno ragionevole: una storia come quella svelata dalla Repubblica degli Stagisti, relativamente a un'azienda che voleva vendere stage all'estero a pagamento, a distanza di un anno potrebbe sfuggire. Questo è vero. Noi facciamo il contatto a distanza di un anno per capire cosa stanno facendo a livello lavorativo, per il placement. Tuttavia il nostro primo obiettivo non è il placement, è l'orientamento al lavoro.Non è un po' tardi per fare orientamento al lavoro su gente che è già laureata, magari da tempo?Le università hanno degli uffici placement che su certi aspetti francamente non completano la preparazione: per esempio non insegnano come si fa un curriculum vitae. Noi cerchiamo di offrire altri elementi a completamento, per irrobustire il bagaglio dei ragazzi. Se dicessimo "Vi faremo trovare lavoro" saremmo dei venditori di fumo: il punto fondamentale, che a volte non viene compreso e che alcuni ragazzi forse non vogliono capire, è che noi gli mettiamo a disposizione delle opportunità, non certezze. La  finalità è permettere ai ragazzi di incontrare congiuntamente nello stesso luogo e in un periodo di tempo limitato una pluralità di aziende.Però se il fine è mettere in contatto una pluralità di aziende in un tempo limitato con un gruppo di giovani che stanno cercando lavoro, non è un po' ipocrita dire che Campus Mentis non è un career day?È evidente che questi ragazzi sono alla ricerca di lavoro. Ma noi ci rivolgiamo prevalentemente a neolaureati: anche se poi non possiamo escludere coloro che sono laureati da più tempo, perché sarebbe iniquo.Dunque Campus Mentis è più efficace sui neolaureati: cioè da quanto?Da poco: diciamo nei primi sei mesi. Però, essendo una iniziativa per tutti, ci sono anche persone laureate da più tempo, che magari qualche lavoro lo hanno fatto già. Ma è giusto che sia così: forse non avevano trovato quello che stavano cercando.O forse avevano trovato un lavoro temporaneo e poi gli è scaduto il contratto.Può essere anche questo, capita. Questo fa parte delle cose che noi non possiamo tenere sotto controllo. Come non possiamo prenderci responsabilità rispetto a come le aziende si rapportano ai ragazzi. Questa vicenda che avete fatto emergere voi sicuramente non è leale, e provvederemo a fare i nostri accertamenti. Però sono cose che avvengono successivamente al Campus. A monte: come vengono selezionate le imprese?Il nostro partner Cegos Search si occupa di comporre il pacchetto di partecipanti. Dal nostro sito riceve le candidature delle aziende che desiderano partecipare e seleziona. In più ci dà suggerimenti su imprese qualificate disponibili a partecipare.La partecipazione è gratuita?Assolutamente gratuita, diciamolo a chiare lettere.Chiedete alle aziende partecipanti, a cui state quindi regalando della visibilità, di assicurare che abbiano posizioni aperte?Assicurare, no. L'interesse, sì. Nel senso: "siete interessati a venire a vedere buoni profili?".Troppo facile…Posso ribattere dicendo che ci è capitato più volte di vedere aziende che venivano con diffidenza, specialmente nelle prime edizioni. Poi, verificato il livello dei ragazzi, aprivano più posizioni.Parliamo del caso Avec. Ha avuto lo spazio gratuito dentro Campus Mentis [nell'immagine, il suo stand in una delle ultime tappe], è venuta in contatto con centinaia di ragazzi, e poi invece di proporre dei lavori ha proposto di comprare i suoi viaggi "stage" all'estero. Cosa farete?Anzitutto le nostre verifiche; qualora le cose stessero effettivamente così, non lavoreremmo più con questa azienda. Sanzionarla sarebbe impossibile, non avremmo strumente per farlo: ma sicuramente chiederemo ragione del loro comportamento ed eventualmente la escluderemo dalle tappe successive.Parliamo di profili bassi: i partecipanti di Campus Mentis sono tutti laureati con alti voti. Eppure la Repubblica degli Stagisti è venuta a sapere che vi sono aziende che sono venute a proporre posizioni per cui addirittura c’erano requisiti fisici, tipo l'altezza per una ragazza. Prima di tutto potrebbero essere aziende che si stanno affacciando oggi sul mercato e hanno quindi necessità di riempire diversi ruoli, tra cui – non lo escludo – anche la hostess. Da un altro punto di vista è chiaro che nessuno è obbligato ad accettare una posizione. C'è chi può dire "non mi interessa, il mio profilo è più elevato" ma c'è anche chi può dire "intanto entro così, poi posso migliorare all'interno".I laureati in Lettere, Scienze della comunicazione, Lingue dicono di venire "rimbalzati", e che tutti vogliono solo ingegneri ed economisti. Come si può lavorare sull'apertura di posizioni anche per profili non strettamente scientifico-economici? Il fatto che siano più ricercate le lauree in economia e ingegneria lo dice il mercato, non noi.Però voi attraverso fondi pubblici offrite ad un'azienda una cosa che quell'azienda sul mercato pagherebbe 4-5mila euro.Io infatti ho sempre pensato che noi stiamo offrendo molto.Allora se offrite molto, perché non chiedere in cambio la garanzia che le aziende partecipanti aprano posizioni anche per laureati in materie deboli? In questo modo si potrebbe davvero trasformare Campus Mentis in qualcosa di più che un career day. No però non dica così, noi ci teniamo a differenziarci dai career day!Con tutti i distinguo del caso, nel momento in cui il ragazzo passa da uno stand all'altro la situazione è in qualche modo assimilabile ad un career day, anche se poi c'è tutto il resto.Sì e no. Nel senso: è vero che il ragazzo passa da uno stand all'altro, ma non lascia solo il curriculum. Fa un colloquio, parlando con persone qualificate. Troppo spesso nei career day le persone dietro gli stand stanno lì esclusivamente a raccogliere curriculum. Certo non facciamo la "rassegna" la mattina, ma la nostra richiesta è di avere - e nella stragrande maggioranza dei casi questo avviene - persone qualificate.Quindi addetti HR assunti ed esperti?Questa è la nostra richiesta. Poi se ci sono stati dei casi in cui le persone non avevano queste caratteristiche, significa che non l'hanno rispettata. Un punto che vorrei sottolineare è che non possiamo fare richieste troppo stringenti, imporre alle aziende "fai questo". Però si potrebbe per esempio chiedere loro di dare prima l'elenco di chi ci sarà, con la qualifica, e dire no a chi manda lo stagista o la hostess.Magari potesse essere così diretto! Le aziende non lo fanno.Ma chi riceve gratis questa possibilità potrebbe anche adeguarsi a qualche regola.Temo l’effetto boomerang: l'irrigidimento porterebbe qualche azienda a ritirarsi, e di conseguenza i ragazzi se ne troverebbero a disposizione di meno. Ultima questione, la sistemazione in alberghi a 4 stelle. Alcuni giovani sono rimasti sorpresi dal lusso di questo pacchetto. Lei fa riferimento solo alla tappa di Milano: Abano non era assolutamente sullo stesso livello. Ma mi perdoni il sorriso: da una parte si dice l'albergo è brutto, dall'altra che l'albergo è troppo bello. La domanda che faccio io è: ma lo sapete che tariffe abbiamo pagato noi o no?Ce le dica!No, io non ve le dico. Ma vi assicuro che abbiamo avuto da quella struttura un'offerta estremamente concorrenziale per la piazza di Milano. Quindi tranquillizzo tutti: non sperperiamo soldi!intervista di Eleonora VoltolinaQualche giorno dopo questa intervista il professor D'Ascenzo, relativamente al caso della Avec srl, ha scritto alla redazione della Repubblica degli Stagisti: «Vi comunico che, a seguito della vostra segnalazione, è stata inviata alla azienda che mi avevate evidenziato una lettera di esclusione».Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- E dopo Campus Mentis la proposta che non ti aspetti: uno stage a pagamento- Campus Mentis, 9 milioni di euro dal ministero della Gioventù per investire sui talenti laureati: ma il gioco vale la candela?- Ecco il backstage della tappa di Milano del maxi career day sponsorizzato dal ministero della GioventùE anche:- Intervista al ministro Giorgia Meloni: «Più controlli per punire chi fa un uso distorto dello stage. Ma i giovani devono fare la loro parte e denunciare le irregolarità»- Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»- Al Jobmeeting di Bologna dibattito «Si può mangiare con la filosofia o la semiotica?», a Torvergata tavola rotonda «Trovare lavoro, inventarsene uno»

Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»

La recente ricerca pubblicata dal movimento romano di giornalisti precari Errori di stampa è di quelle che bastano a suscitare sdegno. Freelance, collaboratori, precari: chiamateli come volete, ma sono (quasi) sempre sfruttati. I quotidiani e i periodici italiani, grandi o piccoli che siano, pagano in media 30 euro ad articolo. Ci sono le eccezioni virtuose, certo, ma resta il fatto che statisticamente un giornalista non assunto dovrebbe scrivere un articolo al giorno per... 40 giorni al mese prima di arrivare a racimolare appena mille euro. E il problema delle retribuzioni sotto la soglia della dignità si estende anche a radio e televisioni. La denuncia di Errori di stampa rilancia il dibattito sul disegno di legge per l'equo compenso, già presentato in Parlamento oltre un anno fa. Enzo Carra, 68enne deputato Udc e relatore del ddl, fa così il punto della situazione rispondendo alle domande della Repubblica degli Stagisti.Quali sono i contenuti principali del disegno di legge?La legge serve ad ancorare il compenso per i collaboratori esterni, freelance e precari dei giornali, a parametri tali per cui il loro lavoro non sia pagato meno della media dei giornalisti contrattualizzati. Subito dopo l’approvazione della legge dovrebbe riunirsi un comitato paritetico composto da rappresentanti del dipartimento dell’editoria di Palazzo Chigi, la Federazione nazionale della stampa e l’Ordine dei giornalisti. Questa commissione avrà il compito di individuare, entro 6 mesi, delle indicazioni chiare circa il valore di ogni pezzo, pari alla media del costo che avrebbe se fosse scritto da giornalisti assunti. Tale valore costituirà l’equo compenso per i freelance.Quali schieramenti politici vi si oppongono?Al momento nessuna parte politica è radicalmente contraria al disegno. Abbiamo avuto qualche problema con la Lega che però poi ha acconsentito a farci chiedere come sede legislativa la commissione cultura, permettendoci di non allungare a dismisura i tempi.A che punto è l’iter legislativo?Il testo della legge è già stato trasmesso a Palazzo Chigi. Il governo sta raccogliendo i pareri dei ministeri competenti in materia: Lavoro, probabilmente Sviluppo economico, Rapporti con il parlamento, il dipartimento editoria. Ci risulta che questi ultimi due abbiano già dato un parere positivo sul disegno di legge. Mi auguro che nei prossimi giorni il governo ci ritrasferisca il testo per la votazione nella Commissione cultura, dove direi che l’approvazione è scontata, e poi ci sarà il passaggio in Senato.Quando potrebbe entrare in vigore la legge?Dobbiamo fare un grosso pressing sul Senato per accelerare i tempi. Noi abbiamo fatto tutto in cinque mesi; loro avranno già a disposizione il materiale sull’audizione e le relazioni da noi raccolte, quindi potrebbero impiegare molto meno tempo a decidere. Mi auguro che la legge possa essere già approvata entro giugno. Poi la commissione verrà istituita il prima possibile. Mi aspetto che l’equo compenso entri effettivamente in vigore nei primi mesi del prossimo anno.Come verrà garantito che i giornali rispettino l’equo compenso?Semplicemente, chi non rispetterà i parametri individuati dalla commissione paritetica non potrà accedere ai contributi pubblici per l’editoria. E c’è un numero enorme di giornali che dipendono proprio da questi finanziamenti.Ma le piccole testate che non accedono ai contributi potranno continuare a sfruttare i freelance senza colpo ferire.Crediamo che, nel momento in cui venga stabilito un equo compenso, sia comunque più facile far valere i propri diritti, contrattare il prezzo.Sarà possibile rivolgersi agli Ordini regionali per segnalare chi non rispetta le disposizioni?Certo. Attenzione: in epoca di liberalizzazioni, non si può certo fissare una tariffa minima per il lavoro dei giornalisti. Però è chiaro che, nel momento in cui Odg ed editori individuano insieme in commissione paritetica un equo compenso, possono poi almeno far sì che venga rispettato.La linea tra tariffa ed equo compenso sembra un po’ sfumata…La linea è sottile ed in effetti l’unico problema della legge è che arriva in un momento in cui si mettono sotto accusa gli ordini professionali proprio per le tariffe minime. Quello che importa è non ricadere nella fattispecie, altrimenti si direbbe che stiamo cercando di ingessare la professione. Questo non lo vogliamo e non lo possiamo fare. Vogliamo soltanto dire che un editore non può pagare 1 o 5 euro per un articolo; non è assolutamente una questione di tariffe, ma piuttosto di dignità del lavoro.Come distinguere tra l’equo compenso per una notizia breve, per un’intervista, un’infografica, un articolo online…?Questa è una delle cose più semplici. Non sarà un grande problema per la commissione paritetica individuare dei parametri per ciascuna tipologia di articolo.Ci saranno differenze tra l’equo compenso che dovrebbero pagare i grandi quotidiani e quello che spetterebbe invece alle piccole testate?No, non abbiamo voluto fare nessuna distinzione di questo tipo nel disegno di legge, proprio perché altrimenti si potrebbe dire che ricadiamo nell’individuazione di tariffe minime.I dati raccolti da Errori di stampa mostrano uno scenario nerissimo in cui è praticamente impossibile vivere da freelance. La situazione è davvero così grave?Sì, i dati lo dimostrano a tutti gli effetti. Ed è una condizione del tutto particolare che non esiste per altre categorie professionali. Questa legge vuole risolvere una situazione gravissima che non ha equivalenti e che lede la dignità di lavoratori professionisti.di Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità- Giornalisti precari alla riscossa: a Firenze due giorni di dibattito per approvare una Carta deontologica che protegga dallo sfruttamento- Articoli pagati 2,50 euro e collaborazioni mai retribuite. Ecco i dati della vergogna che emergono da una ricerca dell'Ordine dei giornalisti- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti- Giornalisti freelance, sì alla reintroduzione del Tariffario: ma i compensi minimi devono essere più realistici. E vanno fatti rispettare con controlli e sanzioniE anche:- Disposti a tutto pur di diventare giornalisti pubblicisti: anche a fingere di essere pagati. Ma gli Ordini non vigilano?- Un'aspirante giornalista: «Una testata non voleva pagare i miei articoli: ma grazie alla Repubblica degli Stagisti e a un avvocato ho ottenuto i 165 euro che mi spettavano»

Stage gratuiti e lavoro nero, così sopravvive la microeditoria

Quando si è affacciato al mondo della piccola editoria italiana Federico Di Vita aveva 24 anni, una laurea in lettere in tasca e un'attrazione per i libri tanto forte da fargli apparire ragionevole l'idea di iniziare a lavorare come redattore in una casa editrice indipendente. Cinque anni più tardi, dopo aver brillantemente ricoperto praticamente tutti i ruoli disponibili nel settore, Federico non aveva ancora avuto l'onore di firmare un vero contratto di lavoro. Il primo stage si era infatti presto trasformato in una "collaborazione informale", cioè gratuita, durata più di due anni. Il secondo microeditore elargiva invece una remunerazione di 250 euro mensili, in nero. Una situazione limite, un'eccezione? Magari. «Tutto il settore si regge di fatto sul contributo di stagisti e persone che lavorano in condizioni simili alle mie», ammette Federico che in «Pazzi scatenati, usi e abusi dell'editoria italiana» (Effequ 2011) si è preso la sua piccola rivincita. Il suo libro inchiesta, di estremo interesse proprio perché scritto da un insider, racconta i perversi meccanismi che governano la filiera del libro italiano, svelando tra l'altro come centinaia di microeditori riescano oggi a sopravvivere in un mercato in crisi e altamente concorrenziale, dove i grandi gruppi si spartiscono gran parte della torta. La battaglia di resistenza combattuta dalla microeditoria indipendente rischia però di scaricarsi troppo spesso sulle spalle dei lavoratori, se così è lecito definire chi per anni offre il proprio lavoro in cambio di compensi nulli o irrisori. Di Vita, come si è arrivati ad una situazione di illegalità tanto diffusa? Negli ultimi quindici anni il numero delle piccole case editrici è molto cresciuto e al tempo stesso si sono quasi completamente saturati alcuni dei principali sbocchi professionali per i laureati in materie umanistiche, in primis la scuola. Moltissimi laureati si sono così orientati sull'editoria generando una grande offerta di lavoro per un settore che aveva invece capacità di assorbimento limitate. Nel frattempo c'è stata anche una rivoluzione tecnica che ha reso apparentemente semplice mettere in piedi un'impresa editoriale: in tanti hanno pensato che bastasse un computer, senza considerare invece quanto può essere difficile portare un titolo in libreria in un mercato così saturo.A quanto pare in tanti hanno creduto in questa illusione…Sì. Illuso è l'editore che crede di poter un giorno offrire un contratto a quelli che nel frattempo fa lavorare gratis o quasi; e a loro volta illuse le persone che si prestano a lavorare a simili condizioni, perché molto spesso indugiano troppo prima di capire la situazione. Io per primo intendiamoci: ho scritto questo libro proprio perché sono rimasto invischiato per cinque anni in questo ambiente, senza mai aver avuto un contratto ed essendo sempre stato pagato niente o pochissimo.Ma come si giustifica in questi casi l'editore?Molti piccoli editori hanno la «sindrome del benefattore», io la chiamo così.  Ti dicono: ti faccio fare questa esperienza per 250, 300 euro al mese. Certo ti pago in nero, ti sfrutto, ma intanto ti aiuto a formarti. Il microeditore non ti promette un impiego definitivo, anzi molto spesso ti sprona a cercare altro nel frattempo, con l'alibi che la casa editrice non ti impegnerà tutta la giornata. Il che può essere vero: ma a me è capitato più volte di dover lavorare fino alle 4 di notte all'impaginazione di un libro. Alcuni piccoli editori, non c'è dubbio, sono in malafede; tanti altri invece si ritengono sinceramente dei benefattori. Sono una particolarissima specie di squali-sognatori.Che tipo di mansioni si può essere chiamati a ricoprire? Chiunque lavora nel settore finisce per fare un po' di tutto: non solo nella microeditoria, ma anche in case editrici un po' più conosciute e affermate i ruoli non sono quasi mai definiti una volta per tutte. Nell'ultima casa editrice per cui ho lavorato facevo il redattore, ma curavo anche tutta la comunicazione online e fino allo scorso luglio anche l'ufficio stampa. Il tutto per?Per 250 euro al mese, con degli extra a volte. Non è che lavorassi a tempo pieno, però lavoravo tanto, molto molto di più di quello per cui ero pagato. Secondo te quante persone si trovano oggi in una situazione analoga?Facendo un giro sui siti dei vari microeditori, tra lo staff trovi quasi sempre 5 o 6 o anche dieci persone. Poi ti accorgi che la casa editrice esce con un libro ogni due o tre mesi. Quindi o quei libri vendono tutti 200mila copie o questa gente non lavora, oppure, come poi in effetti è, lavora in nero. Mentre fai lo stage, non sei pagato d'accordo, ma almeno resti entro i limiti della legge: dopo ovviamente no. Basterebbe un semplice accertamento fiscale per portare alla luce lo stato delle cose. In un'intervista che riporto nel libro un piccolo imprenditore dice esplicitamente che «si lavora su base volontaria», che è un ossimoro per definizione, un controsenso. Il lavoro è una mansione svolta in cambio di un compenso, intendo dire: vocabolario alla mano.Nelle grandi case editrici la situazione è diversa? Uno stage ha qualche probabilità in più di trasformarsi in un posto di lavoro?Sicuramente anche i grandi editori sfruttano il meccanismo dello stage, anche se in questo caso non posso parlare per esperienza diretta. Ma almeno in una grande realtà non è impossibile riuscire ad avere un contratto e comunque non credo ci siano persone che lavorano per sempre, del tutto e completamente in nero. Oltretutto in Mondadori o in Feltrinelli i ruoli sono ben definiti: se entri come redattore o come ufficio stampa, puoi ragionevolmente presupporre di continuare a fare il tuo lavoro, senza che ti sia richiesto di passare a fare altro semplicemente perché ce n'è la necessità. La definizione dei ruoli aiuta la tua crescita professionale, ma anche la macchina dell'editore a funzionare bene.La vera domanda a questo punto è: perché tante persone si prestano a lavorare in condizioni simili? Secondo me esiste la percezione che sia socialmente prestigioso lavorare nell'editoria e in particolare per una realtà indipendente: aiutare a far crescere una piccola impresa, sfidare i grandi giganti editoriali può sicuramente essere appassionante. Ma se mi presto a lavorare gratis o per cifre irrisorie in realtà io sto svalutando quel lavoro, è come se ammettessi che il valore di quello che faccio è nullo o quasi. Non è solo una questione personale, ma anche sociale. Io sconsiglierei vivamente di intraprendere questa strada. Tu stesso alla fine ti sei deciso ad abbandonarla: la collaborazione con la casa editrice con cui hai pubblicato «Pazzi scatenati» si è interrotta dopo l'uscita del libro. Sì, mi è stato detto che non c'era più la necessaria serenità per continuare il nostro rapporto. Adesso lavoro in una libreria indipendente di Roma e sono soddisfatto: non solo perché mi piace, ma soprattutto perché mi pagano per quello che faccio, cioè proporzionalmente al lavoro che svolgo. A questo punto per me è un dato inaspettato. Ilaria CostantiniPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero- 30mila giovani italiani lavorano sulla base di un accordo verbale. Ma senza contratto, che lavoro è?

Chi c'è dietro la nuova legge della Regione Toscana sugli stage? Un gruppo di ventenni

Dietro la nuova legge regionale sui tirocini in Toscana, che per la prima volta in Italia introduce l'obbligo (quantomeno per quelli "non curriculari") del rimborso spese, c'è un gruppo di ventenni. È la verità: senza i Giovani Democratici toscani questa legge semplicemente non esisterebbe. Sono stati loro a porre fin dall'inizio del 2010 ai vertici della Regione l'urgenza del problema, a pungolarli affinché passassero dalle parole ai fatti, a lavorare sulla bozza del protocollo per i tirocini di qualità e su quella della legge appena approvata. I GD in Toscana contano più di 3mila iscritti; hanno circoli in tutte le province e in più di 80 comuni, e un gruppo su Facebook con 2mila membri. Chi li guida dal febbraio del 2011 è Andrea Giorgio, 25 anni, laureato in Relazioni internazionali all'università di Firenze e a tre esami dal traguardo della specialistica in Scienze del lavoro. Un giovane impegnato in politica fin dal liceo - i primi passi con i movimenti contro la guerra, e subito dopo col Social Forum europeo a Londra e Parigi – e attivo nel partito fin dal momento in cui, dalla fusione di Margherita e DS, nacque il PD.Insomma ce l'avete fatta. La Toscana è la prima Regione in Italia ad avere una legge sugli stage "alla francese" che impone il rimborso spese e sanziona gli abusi.Ce l'abbiamo fatta, sì. È stata lunga però: quasi due anni. L'idea ci venne durante "Job on the Road", un viaggio fatto dai Giovani Democratici nei luoghi di lavoro del nostro territorio. Girammo ore ed ore di interviste rendendoci conto delle condizioni di lavoro di una generazione e di come la crisi, già dall'inizio, si stesse scaricando sui giovani: dagli imprenditori ai precari. Ci rendemmo conto che mentre la crisi distruggeva i posti di lavoro aumentavano gli stage, un fenomeno che già un po' conoscevamo ma sul quale cominciammo a raccogliere testimonianze e storie. E venne fuori che  troppo spesso sotto c'era un vero e proprio sfruttamento legalizzato. Da questo lavoro preparatorio, ed assieme a voi della Repubblica degli Stagisti, siamo partiti per elaborare una nostra proposta su cui abbiamo raccolto in pochi giorni migliaia di firme e che é diventata presto una battaglia. Un territorio come il nostro non poteva tollerare oltre fenomeni del genere: adesso proveremo ad esportare il nostro successo in altre regioni, in attesa che il governo si renda conto di quanto sia importante regolare questo strumento.Sulla proposta di legge qualcuno ha storto il naso, almeno inizialmente. È vero, non é stato facile coinvolgere le istituzioni. Tanto loro quanto le varie parti sociali erano forse poco consapevoli dei numeri e delle condizioni degli stage, strumenti abusati senza regole nè tutele che coinvolgevano più di 15mila ragazzi toscani ogni anno. Ci ha aiutato molto il grande spazio che la nostra campagna ha avuto sui media, e la disponibilità del presidente della Regione Enrico Rossi e dell'assessore al lavoro Gianfranco Simoncini, che hanno dimostrato come non occorra il giovanilismo di facciata per risolvere i problemi della nostra generazione [Rossi e Simoncini hanno entrambi passato la cinquantina, ndr].  Tutti poi hanno dato una mano: dalle associazioni di categoria ai sindacati, ed il primo passo é stata la firma di un protocollo tra la parti sociali e la regione che prendeva atto della situazione e si impegnava a riformare il sistema. E ora? Manca soltanto il regolamento attuativo, che arriverà entro 60 giorni. Poi l'impegno sarà quello di convincere alcuni settori che in questi anni hanno abusato degli stage – penso al commercio, al turismo, alla pubblica amministrazione – che questi contratti non sono delle forme di lavoro a basso costo ma che sono strumenti di formazione e come tali devono essere usati. Quali saranno gli elementi importanti del regolamento? Se la legge é un passo importante, che proietta la nostra regione all'avanguardia in Italia, il vero tassello fondamentale sarà proprio il regolamento, che avrà il compito di definire tante questioni cruciali. Sarà importante lavorare per stabilire bene la durata massima degli stage in funzione delle mansioni, eliminando la possibilità di svolgere stage in alcuni settori a basso contenuto formativo. E andrà definito in un minimo di 400 euro il rimborso mensile, già previsto nella legge. Altra questione fondamentale sarà la previsione di un blocco degli stage per le aziende che abbiano fatto ricorso alla cassa integrazione o a procedure di mobilità negli ultimi mesi, per evitare l'«effetto sostituzione». Stiamo poi lavorando per la creazione di un database pubblico online, gestito dalla regione e dai centri per l'impiego, che metta in rete i soggetti promotori, con una classificazione delle imprese per numero di stage attivabili, numero di stage attivati al momento, eventuali provvedimenti sanzionatori a loro carico. Questa è un'idea che abbiamo ripreso da voi della Repubblica degli Stagisti: pensiamo che sarebbe molto utile tanto come punto di ritrovo tra domanda e offerta, quanto come strumento di controllo a disposizione dei vari enti promotori. L'ultima cosa su cui abbiamo avviato una discussione con la regione, ma che inevitabilmente dovrà essere trattata a parte, é l'estensione dei rimborsi – oltre che delle tutele – agli stage curriculari. Su questo c'é una disponibilità di massima ma dovremo lavorare anche assieme agli atenei. Quando non vi occupate di stage cosa fate?Proviamo ad occupare ogni spazio utile a rappresentare la nostra generazione e a rompere il muro dell'antipolitica. Col nostro esempio cerchiamo giorno dopo giorno di dimostrare come possa essere diversa: un gruppo di ragazzi in gamba, che tutti i giorni spendono gratuitamente il proprio tempo mettendolo a disposizione degli altri. La campagna forse più significativa che abbiamo seguito quest'anno è stata quella che ha portato al progetto «Giovani sì» della Regione Toscana, con 340 milioni di euro in tre anni a favore delle giovani generazioni con incentivi per la stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato, contributi per gli affitti, prestiti agevolati per giovani imprenditori o giovani professionisti, finanziamenti per andare a studiare all'estero e tanto altro.  Prossimi progetti concreti?In questo periodo stiamo raccogliendo le firme per «L'Italia sono anch'io» e a breve presenteremo nei consigli comunali degli ordini del giorno per il riconoscimento della cittadinanza onoraria ai ragazzi nati in Italia e per la creazione dei consigli degli stranieri in tutti i territori. Poi non va dimenticato il lavoro che le singole federazioni e circoli fanno sul territorio, le battaglie per il diritto di accesso alla rete, alle biblioteche, fino al riconoscimento dei diritti civili. E continueremo a lavorare sull'università: evitando che i decreti attuativi del governo portino ad un'omologazione al ribasso del diritto allo studio delle varie regioni, rendendo più progressive le tasse universitarie e provando a costruire migliori sinergie tra atenei e mondo produttivo. A breve avrete il congresso dei GD.Il 2012 in effetti sarà un anno importante. Intanto perché il congresso nazionale dovrà ridefinire gli obiettivi e lo modalità del lavoro della nostra organizzazione. E poi perché dovremo partecipare alla costruzione del programma del PD alle prossime elezioni politiche: questo Paese ha bisogno di puntare con forza sulla nostra generazione, noi vogliamo intestarci la sua rappresentanza e faremo una battaglia perché i giovani diventino il perno di un programma di governo forte ed ambizioso. intervista di Eleonora Voltolinaper saperne di più, leggi anche:- La Toscana approva la nuova legge sugli stage: per la prima volta in Italia il rimborso spese diventa obbligatorioE anche:- La Carta dei diritti dello stagista ispira Regioni, associazioni politiche e siti web a tutelare gli stagisti. A cominciare dal rimborso spese- Il presidente della Regione Enrico Rossi promette: «In Toscana ricevere dei soldi per uno stage sta per diventare un diritto»- Mai più stage gratis: parte in Toscana il progetto per pagare gli stagisti almeno 400 euro al mese- Elezioni regionali alle porte: se qualche candidato se la sente di impegnarsi per i giovani, ecco le proposte della Repubblica degli Stagisti- Stage in Lombardia, i punti controversi della bozza del regolamento regionale: niente rimborso spese obbligatorio, di nuovo 12 mesi di durata e apertura alle aziende senza dipendenti