Categoria: Interviste

Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»

La Repubblica degli Stagisti ha chiesto al ministro della Gioventù Giorgia Meloni di illustrare alcuni aspetti dell’iniziativa del Fondo Mecenati: in particolare, da dove arrivano i finanziamenti, che tipo di progetti il ministero intende promuovere e come si fa a favorire l’accesso dei giovani al sistema creditizio. Trentaquattro anni, giornalista professionista, Giorgia Meloni dopo una lunga militanza nel Fronte della gioventù e in Alleanza Nazionale è stata deputata e vicepresidente della Camera. Tre anni fa è diventata ministro del governo Berlusconi - il più giovane della storia della Repubblica.  Ministro Meloni, quando e come nasce l'idea del Fondo Mecenati? Il Fondo fa parte di un pacchetto di iniziative più ampio, denominato «Diritto al Futuro», pensato per rispondere alle principali necessità dei giovani italiani: casa, lavoro, formazione. In particolare, nasce per sostenere il lavoro autonomo favorendo la nascita di nuove imprese, lo spin-off universitario e i giovani professionisti emergenti nel campo della cultura e dell’arte. Chi sono i «mecenati»?I «mecenati» che cerchiamo sono realtà di grande rilievo e di comprovata solidità, anche in termini di fatturato, come ad esempio grandi aziende o fondazioni bancarie, che abbiano quindi la possibilità concreta di investire sui giovani talenti in cerca dell’opportunità per emergere. Perché solo loro, e non direttamente i giovani, possono fare domanda per partecipare e ottenere i finanziamenti?Al di là dell’effetto moltiplicatore che deriva dal meccanismo di cofinanziamento dei privati, è un’altra la considerazione che ha motivato questa scelta: tutte le misure del pacchetto hanno come obiettivo quello di sbloccare meccanismi che possano in futuro funzionare anche senza l’intervento pubblico. In questo caso particolare, la misura è un incentivo rivolto ai «mecenati» a credere e investire nell’eccellenza giovanile non solo per spirito filantropico, ma anche per le straordinarie opportunità di crescita che un investimento del genere è in grado di offrire. In tutte le realtà occidentali è una pratica molto diffusa che le grandi aziende investano ad esempio quote di capitale in start-up promettenti per poi farne società collegate. In Italia, invece, questo sistema in grado di favorire la nascita di nuove imprese è ancora poco presente.   Esiste un identikit dei progetti che pensate di finanziare? Siamo stati estremamente rigidi nello stilare i requisiti che per decreto sono necessari all’ammissibilità del progetto. Le iniziative finanziabili sono solo quelle che si trasformano immediatamente in impresa, nell’emersione di un nuovo talento artistico, o in uno spin-off universitario. Non finanzieremo né le spese di funzionamento del progetto né eventuali passaggi intermedi o «propedeutici» all’obiettivo. Partendo da questi principi fondamentali, la gamma dei progetti presentabili è molto vasta: dall'eco-innovazione all'innovazione tecnologica; dal recupero delle arti e dei mestieri tradizionali alla responsabilità sociale d'impresa, alla promozione dell'identità italiana ed europea. Tra gli obiettivi da segnalare, la promozione dello sviluppo dell'innovazione tecnologica, anche al fine di valorizzare i risultati della ricerca scientifica, favorendo l'acquisizione, e l'utilizzo di brevetti e il trasferimento tecnologico. Su quest’ultimo punto in particolare c’è una piccola considerazione da fare: dal 2008 oggi su circa 104mila brevetti presentati dalle università, meno di 700 si sono trasformati in attività economiche. Anche considerando che magari non tutti questi brevetti avessero le potenzialità per farcela, è evidente che ci siamo persi per strada un numero impressionante di buone occasioni per creare impresa.Sull'avviso sono elencati i requisiti principali dei progetti, ma la valutazione successiva è fatta dai privati. Lo Stato fa, quindi, un passo indietro nella scelta «qualitativa», lasciando carta bianca ai «mecenati»... Lasciamo che sia il «mecenate» a scegliere perché partiamo dall’assunto che se il privato rischia il 60% dell’investimento sarà lui a fare in modo che il progetto si realizzi nel miglior modo possibile. Ma il privato non ha affatto «carta bianca»: il nostro controllo su ogni fase del progetto resta infatti strettissimo.Da dove provengono i fondi? Sono sufficienti? La dotazione iniziale stanziata dal ministero della Gioventù è di 40 milioni di euro, e grazie al cofinanziamento dei privati saranno investiti in totale 100 milioni sul talento giovanile. È uno stanziamento importante, che non deve però essere visto come fine a se stesso: l’obiettivo resta quello di innescare un volano di emulazione positiva tra i grandi soggetti privati nazionali che, sensibilizzati sulle straordinarie potenzialità dei giovani italiani, tornino a puntare su di loro con convinzione. Vogliamo far passare il messaggio che scommettere sul talento giovanile italiano significa fare l’investimento più redditizio e più sicuro di tutti. Ci auguriamo anzi di tutto cuore di esaurire al più presto il fondo: sarebbe un segnale in controtendenza rispetto alla scarsa diffusione della cultura del mecenatismo in Italia. Il segnale che ci aspettiamo di riscuotere.Come fa il ministero a controllare che siano indirizzati effettivamente al finanziamento del progetto? Come indicato nel decreto, il dipartimento della Gioventù finanzia il progetto a mano a mano che le spese vengono sostenute dal soggetto cofinanziatore, unicamente a fronte di giustificativi di spesa. Quali sono oggi i principali ostacoli allo sviluppo dell'imprenditoria giovanile? In primis la difficoltà di accesso al credito e l’eccessiva diffidenza da parte dei potenziali investitori. Esiste poi il problema di una burocrazia talmente elefantiaca da rischiare di soffocare sul nascere anche le idee imprenditoriali con le carte in regola per raggiungere il successo. Cosa deve cambiare e come si fa a convincere il sistema creditizio a concedere prestiti e finanziamenti ai giovani?È innegabile che alla base occorra un netto cambio di mentalità, che ci avvicini alle altre realtà europee, o a quella americana, dove fare impresa non è certo una prerogativa per «figli d’arte», come invece accade in Italia. E occorre anche, dall’altra parte, educare le nuove generazioni al fare impresa. Ci stiamo muovendo su entrambi i fronti, mettendo in campo progetti volti alla promozione della cultura d’impresa, in collaborazione con il mondo universitario, sottoscrivendo protocolli d’intesa con gli ordini professionali, per offrire supporto ai giovani che si apprestano ad iniziare un cammino professionale. Va citato, poi, anche il portale dell’imprenditoria giovanile, www.giovaneimpresa.it, con tutte le informazioni necessarie per avviare un’impresa, come leggi e normative, modalità di accesso a bandi e agevolazioni. Nella recente manovra è stato, infine, inserito c’è il cosiddetto «forfettino». Si tratta di una tassa forfettaria del 5% per 5 anni per coloro che, invece di scegliere la strada del lavoro subordinato, decidono di aprire una nuova attività. Un regime fiscale di assoluto vantaggio che non ha eguali in Europa, e che per i giovani under 35 viene applicato fino al compimento del trentacinquesimo anno: questo significa che se, ad esempio, un giovane di vent'anni avvia un'attività in proprio può godere dei benefici di questa tassazione forfettaria per i successivi quindici anni. Vi siete ispirati a esperienze di altri Paesi per dare vita al Fondo?No, più che altro abbiamo constatato una carenza nella realtà italiana, di cui si è già parlato: quella di saper investire sulle nuove idee e sui nuovi progetti. Negli Stati Uniti, ad esempio, è ormai considerata una forma di investimento redditizio, nonché una tra le più sicure, quella di puntare sulle start up. Vogliamo che accada lo stesso anche in Italia, perché siamo convinti che quello che manca non siano certo le potenzialità o il fattore umano, ma il coraggio di scommettere sul proprio futuro e su quello della propria nazione. Chiara Del PriorePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:Fondo Mecenati, 40 milioni di euro per la valorizzazione dei giovani talentiLa Regione Toscana presenta il progetto «Giovani Sì!» per sostenere studenti, stagisti e precari: 300 milioni di euro in tre anniIntervista al ministro Giorgia Meloni: «Più controlli per punire chi fa un uso distorto dello stage. Ma i giovani devono fare la loro parte e denunciare le irregolarità»  

Tiraboschi difende la circolare: «I tirocini di inserimento non sono destinati ai giovani, e i neolaureati non accetteranno l'onta di registrarsi come disoccupati per poter fare stage oltre i 12 mesi»

Michele Tiraboschi, 46 anni, è docente di Diritto del lavoro all'università di Modena e consigliere del ministro Maurizio Sacconi. Con la Repubblica degli Stagisti a Ferragosto, all'indomani dell'approvazione della manovra anticrisi, aveva fatto il punto sull'articolo che poneva nuovi paletti all'utilizzo dei tirocini formativi. L'approvazione della circolare che ha dato chiarimenti e aggiunto particolari sull'applicazione delle nuove norme è una nuova occasione per fare il punto con lui sulla questione. Professor Tiraboschi, non le è piaciuto il titolo di uno degli ultimi articoli della Repubblica degli Stagisti: «Normativa sui tirocini, clamoroso retrofront del ministero del Lavoro». Sì, perché se vogliamo contrastare gli abusi dobbiamo dare tutti messaggi chiari. La confusione aiuta solo i più furbi a continuare a fare un cattivo uso di uno strumento importantissimo per dare opportunità formative e di lavoro ai giovani! Nel merito non penso affatto che la circolare abbia rappresentato una marcia indietro, né ciò potrebbe essere in chiave tecnica perché una circolare è subordinata alla legge. Oltre a essere coerente con il decreto, che infatti parla solo di tirocini formativi e di orientamento, la circolare mi parte contenga una soluzione equilibrata in una materia dove l’equilibrio è oggettivamente molto difficile. Io credo che per contrastare gli abusi occorra dare ai giovani e alle imprese interpretazioni rigorose, coerenti con le finalità del decreto, e contemporaneamente capaci di indicare in maniera chiara un percorso ragionevole per operartori e imprese che fanno un utilizzo corretto degli stage. Sarebbe un enorme passo in avanti rispetto alla situazione attuale, non crede? Del resto lei stessa scriveva, prima della circolare, che c'era un caos incredibile e che si rischiava di penalizzare giovani e disoccupati. La circolare è peraltro uscita a tempo record, con la conversione in legge del decreto, non appena si è avuta la certezza che non erano possibili emendamenti in Parlamento. Noi abbiamo semplicemente registrato che la circolare re-introduce molto di quello che il decreto aveva vietato. Infatti dire «niente più tirocini dopo i 12 mesi dalla laurea» è una cosa. Dire «niente più tirocini dopo i 12 mesi dalla laurea, però tirocini aperti a tutti i disoccupati e inoccupati» è un'altra.Il decreto si occupa dei giovani e dell'abuso degli stage nell'ingresso al lavoro: ma non possiamo penalizzare i disoccupati o taluni  gruppi svantaggiati impedendo loro di accedere allo strumento del tirocinio per inserirsi nel mercato. Se c’è un disabile, un rifugiato, un immigrato che ha perso il lavoro, un lavoratore in mobilità, abbiamo bisogno di permettergli di fare un tirocinio di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro. Per questo la circolare ha differenziato, credo opportunamente, gli stage «formativi e di orientamento» da quelli di vero e proprio «inserimento e reinserimento lavorativo».  Parliamo infatti di questa differenziazione. Con il termine «tirocini formativi e di orientamento» si erano finora, negli 14 anni, intesi tutti i tirocini – da quelli per i 18enni a quelli per i 50enni.Non sono d'accordo: leggendo bene la legge 196/1997 e il decreto ministeriale 142/1998, si vedrà che l’oggetto della legislazione previgente erano unicamente i tirocini con valenza formativa o di primo contatto col mondo del lavoro.  In particolare l'articolo 1 dell'articolo 18 della legge 196/1997, il pacchetto Treu, quando parla di tirocini formativi e di orientamento si riferisce esplicitamente a «momenti di alternanza tra studio e lavoro» e di esperienze tese ad «agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro». Le stesse parole vengono riprese nell'articolo 1 del dm 142/1998, cioè il regolamento attuativo dei principi espressi nel pacchetto Treu in merito ai tirocini. Forse non ne parla all'articolo 1, ma lo stesso dm 142/1998 all'articolo 7, quello in cui definisce le durate specifiche degli stage a seconda delle varie tipologie di beneficiari, elenca: «studenti che frequentano la scuola secondaria; lavoratori inoccupati o disoccupati ivi compresi quelli iscritti alle liste di mobilità; allievi… studenti… persone svantaggiate e soggetti portatori di handicap».È vero, in questo elenco ci sono anche gli inoccupati e i disoccupati: ma si tratta di una un passaggio secondario del decreto. Il legislatore, nel disciplinare i tirocini di orientamento, ha sentito probabilmente l’esigenza di dare indicazioni anche per i tirocini in favore dei disoccupati. Il decreto ministeriale è subordinato alla legge, e la legge non parlava di disoccupati: ricomprenderli è stata una chiara forzatura, facendolo si è aggiunta una categoria non contemplata dal campo di applicazione della legge 196. I lavoratori in mobilità o che hanno perso il posto non necessitano certo di un primo contatto nel mondo del lavoro. Quindi, ribadisco, non hanno bisogno di tirocini di orientamento, bensì di tirocini di inserimento e reinserimento.  Ma perché complicare le cose, adesso, introducendo questa distinzione? Non sarebbe meglio semplificare?Intendiamoci, se avessimo delle linee guida condivise tra Governo, Regioni e parti sociali tutto sarebbe più facile. Ma queste linee guida ancora non ci sono. Così come non è stato possibile modificare il decreto legge alla luce della sterminata casistica emersa dopo la sua approvazione, grazie anche al prezioso lavoro fatto dal vostro sito. Si è allora cercato di raggiungere una soluzione tecnicamente ineccepibile ma anche di buon senso, nella ricerca di quel difficile equilibrio di cui parlavo prima. La verità è che i tirocini hanno nella legge - nazionale e regionale - e nella prassi diverse funzioni, non sono una cosa unica. Un conto è offrire un’esperienza di questo tipo a un giovane nella transizione dalla scuola al lavoro; altra cosa è usarla per reinserire un adulto senza lavoro o aiutare un rifugiato. Sono situazioni distinte che meritano regole distinte. Il rischio però è che al 13esimo mese tutti i neodiplomati e neolaureati, per non perdere l'opportunità di fare stage, corrano a iscriversi al centro per l'impiego come inoccupati o disoccupati.Ma pensiamo davvero che un brillante neolaureato accetti l'onta di farsi qualificare come disoccupato dopo un master o un percorso all'estero che non gli consentono di utilizzare i dodici mesi? Io credo di no. Se però così fosse verrebbe irrimediabilmente vanificato l'intento del provvedimento cioè quello di incentivare l'utilizzo dell'apprendistato.Ma ricordiamoci per essere disoccupato non basta dirlo! Lo stato di disoccupazione, ai sensi della legislazione vigente, deve essere comprovato dalla presentazione dell'interessato presso gli uffici di collocamento di una dichiarazione che attesti l’attività lavorativa  precedentemente  svolta,  nonché l'immediata  disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa. I centri per l’impiego sono per contro tenuti a verificare l’effettività dello stato di disoccupazioneInsomma secondo lei chi sono i destinatari primari di questa nuova categoria di tirocini «di inserimento e reinserimento lavorativo»?Essi non sono destinati ai giovani; rappresentano la ragionevole opportunità concessa a un lavoratore in mobilità o a un vero disoccupato, specie in aree svantaggiate, di reinserirsi nel mondo del lavoro con quello che c'è, per esempio un tirocinio promosso da un centro per l'impiego. Magari rientrando in qualche progetto finanziato da fondi europei che altrimenti rimarrebbero non spesi. Dire che il tirocinio vale solo per i giovani entro 12 mesi dal titolo è una grave ingiustizia per chi è senza lavoro e, purtroppo, non trova altri sbocchi per farvi rientro. Questo percorso porta ragionevolmente a dire che ci sono tirocini per la formazione e l'orientamento nella fase di uscita da un percorso scolastico o universitario - dove il tirocinio è fondamentale per la eccessiva lontananza dei percorsi scolastici dal mondo del lavoro - e di primo ingresso nel mercato, e poi ci sono tirocini di reinserimento per chi è rimasto fuori.La profezia della Repubblica degli Stagisti, dato che i ragazzi sul Forum e sulla pagina Facebook sono stati i primi a ribellarsi contro i nuovi paletti denunciando che le aziende li stavano lasciando a casa, è che anche brillanti laureati o masterizzati si iscriveranno ai centri per l'impiego.Infatti mi ha molto sorpreso che mentre tutto il fronte datoriale su questo tema è rimasto in silenzio e non ha fatto polemiche, la rabbia si è scatenata proprio nei giovani, anche nei miei studenti universitari, che si sentivano penalizzati. Non hanno capito che il limite dei 12 mesi è stato posto per proteggerli dallo sfruttamento. Se corrono a farsi inserire nelle liste dei disoccupati o degli inoccupati, vanificano l’effetto. Ciò detto, e compresa la rabbia, credo sia evidente che gli abusi non si combatto solo a colpi decreto, ma anche con una nuova cultura del lavoro. Mi preoccupano le imprese che fanno chiaro abuso degli stage, ma mi sorprende anche come spesso gli studenti siano assuefatti alla reiterazione di stage fittizi. Capisco che non sia facile, quando non vi sono reali alternative, rinunciare alle lusinghe di un tirocinio “retribuito”, ma mai si deve rinunciare a denunciare l’abuso quando non c’è formazione e orientamento. Qui la legge già prevede una pesante sanzione che è la conversione dello stage in un rapporto di lavoro dipendente. intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagisti

L'assessore al lavoro della Regione Toscana: «La Corte costituzionale confermerà che i tirocini sono competenza nostra». E sulla circolare del ministero: «Non vale quanto la legge»

Gianfranco Simoncini, 53 anni, è l'assessore al Lavoro della Toscana, una delle regioni in prima linea sul fronte della tutela dei tirocinanti. Innanzitutto con il progetto «Giovani sì» che prevede un contributo regionale per il rimborso spese degli stagisti vincolando però le imprese a rispettare un Protocollo di qualità dei tirocini in molti punti simile alla Carta dei diritti dello stagista; e poi con il progetto di legge regionale specifico sui tirocini, che dovrebbe vedere la luce entro l'anno estendendo l'obbligo di rimborso e le clausole del Protocollo a tutti i tirocini attivati sul suolo toscano. Simoncini era stato fra i primi, dopo Ferragosto, a tuonare contro l'intervento a sorpresa del governo in materia, rivendicando la competenza regionale in materia di formazione e biasimando il ministro Sacconi per non aver mantenuto l'impegno a creare un tavolo di concertazione con Regioni e parti sociali per stabilire insieme un perimetro di paletti comuni, entro il quale poi ogni Regione legiferasse a suo modo. In particolare, l'assessore aveva espresso grande preoccupazione per il fatto che il testo di legge non facesse rientrare gli inoccupati e i disoccupati tra i potenziali beneficiari dello strumento dello stage.Assessore Simoncini, sarà contento: lunedì il ministero del Lavoro ha emesso una circolare che riapre l'utilizzo dei tirocini a disoccupati e inoccupati, come lei aveva chiesto.Contento non direi proprio. Abbiamo visto che è uscita la circolare e ora ne valuteremo attentamente i contenuti, ma per noi quello che fa fede continua ad essere l'articolo 11 del decreto legge, che proprio l'altroieri alla Camera è stato trasformato in legge all'interno della manovra, col voto di fiducia. E che dice testualmente che i tirocini extra curriculari «possono essere promossi unicamente a favore di neo-diplomati o neo-laureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento dei relativo titolo di studio», e che le uniche categorie che fanno eccezione sono «i disabili, gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti e i condannati ammessi a misure alternative di detenzione».Il testo dell'articolo 11 in effetti non è stato toccato, è uno dei pochi rimasti identici dal decreto legge del 13 agosto alla trasformazione in legge dell'altroieri. Però c'è la circolare…Ma esiste una gerarchia delle fonti: e quando mai una circolare può valere come o più di una legge? Quindi noi andiamo avanti, come avevamo preannunciato. Ricorreremo alla Corte costituzionale, perché il governo ha invaso il campo delle competenze regionali legiferando sui tirocini. Il ministro Sacconi a fine luglio aveva proposto un tavolo di concertazione sulle nuove regole per gli stage, promettendo che il nuovo quadro sarebbe stato stabilito e condiviso con regioni e parti sociali.Infatti: avremmo dovuto sederci tutti insieme, Regioni e parti sociali e Governo, ed elaborare linee guida condivise a livello nazionale. Invece l'articolo 11 del decreto legge, che tra l'altro è diventato immediatamente operativo, è stato un fulmine a ciel sereno che ha limitato pesantemente l'uso dei tirocini.Una durata massima di sei mesi secondo voi non è sufficiente a garantire un percorso formativo completo?Sui sei mesi ravamo pronti a discutere. Del resto la stessa delibera della regione Toscana, concordata con sindacati e associazioni di impresa, fissa in sei mesi il periodo standard del tirocinio.Insomma secondo voi il nocciolo del problema sta in quel limite a poter attivare i tirocini formativi solo nei 12 mesi post-diploma e post-laurea. Qual è la vostra posizione in merito?Non lo condividiamo assolutamente, è un vincolo incomprensibile e sbagliato, e tra l'altro usare le parole "neolaureati" e "neodiplomati" significa escludere completamente tutti coloro che altri titoli, per esempio la qualifica professionale. Personalmente, ritengo che la soluzione giusta sarebbe fissare un tetto di età per il tirocinio e limitare a un unico tirocinio nella vita per profilo professionale.In ogni caso la circolare riapre la possilità di attivare tirocini anche «a favore dei disoccupati, compresi i lavoratori in mobilità, e degli inoccupati». Non c'è il rischio che le aziende, potendo attivare stage ad libitum, non si decidano mai ad assumere?Se si pongono vincoli come quelli che abbiamo posto nella nostra delibera regionale, come per esempio un divieto di utilizzare gli stagisti nei periodi di punta o per basse qualifiche, o un rapporto  tra numero di tirocinanti e dipendenti, e si introduce l'obbligo della borsa di studio da pagare al tirocinante e il limite di età, il rischio si riduce fortemente. La nostra legge andrà in questa direzione.Lei già a fine agosto aveva scritto al ministro Sacconi [nella foto a sinistra, i due politici insieme a un convegno] per chiedergli di tornare sui suoi passi sull'articolo 11. Aveva almeno ricevuto una risposta?Il ministro aveva dato una disponibilità a rivedere la norma, ma poi non è avvenuto niente. Infatti il testo è stato approvato senza nemmeno la minima modifica dal Senato e dalla Camera: quindi ora è legge. Dal punto di vista politico si tratta di uno strappo molto grave. Sarebbe stato saggio un intervento riparatore di stralcio dell'articolo che riaprisse il tavolo del confronto. Cosa che non è avvenuta.Però la circolare ridà uno spazio di manovra alle Regioni. Afferma infatti che vi sono due tipi di tirocini, alcuni «formativi e di orientamento» per cui varrebbe il dettato della nuova legge, e altri «cosiddetti di inserimento o reinserimento lavorativo», proprio così vengono definiti, per i quali le Regioni sarebbero completamente competenti.Questa è un'altra anomalia. Da quando in qua una circolare può inventarsi una categoria? Dal pacchetto Treu in poi il termine «tirocini» ha riguardato tutti i tirocini. La differenziazione mi pare un modo del ministero del lavoro per mettere una pezza al pastrocchio, e ripristinare la sacrosanta possibilità per inoccupati e disoccupati di accedere a questo strumento. Del resto tutti i tirocini sono professionalizzanti! Comunque su questa definizione rifletteremo nella redazione della legge toscana.Rispetto al ricorso alla Corte costituzionale cosa si aspetta, e sopratutto con che tempi?Dalla Corte ci aspettiamo la riconferma della nostra posizione e la dichiarazione di incostituzionalità dell'articolo 11. Purtroppo i tempi non saranno brevissimi: comunque la Regione Toscana si darà una propria legge, anzi noi abbiamo cominciato già ieri una discussione in consiglio regionale, ed anche altre regioni andranno in tale direzione.Non c'è il rischio però che ogni Regione si arrangi da sola, creando 20 normative diverse e dando differenti diritti e doveri agli stagisti a seconda della Regione dove svolgono l'esperienza formativa?Appunto per questo avevamo dato la disponibilità  a linee guida condivise. Comunque nell'ultima riunione del coordinamento degli assessori al lavoro regionali abbiamo deciso di procedere autonomamente, dandoci nostre linee guida.Secondo lei c'è ancora la possibilità di mettere in piedi un tavolo di confronto tra Ministero, Regioni e parti sociali per stabilire queste linee guida a livello nazionale? Sino a dopo la pronuncia della Corte o c'è il ritiro dell'articolo 11 oppure è istituzionalmente impossibile concordare su questo tema.La Repubblica degli Stagisti aveva proposto che alla Camera il testo dell'art. 11 venisse migliorato, in sintesi chiedendo che non fosse immediatamente operativo ma che la sua validità partisse dal 1° gennaio 2012; che venisse definito con esattezza il perimetro dei "tirocini curriculari"; che venissero ricompresi i percorsi post-diploma e post-laurea. E infine che facessero eccezione non solo le categorie svantaggiate già previste nel decreto ma anche i disoccupati e inoccupati under 25, i migranti, le minoranze etniche e i disoccupati di lungo periodo. Che ne pensa?Mi sembra che le proposte della Repubblica degli Stagisti siano pienamente condivisibili e ne terremo conto nel confronto con le altre regioni e nella formazione della nostra legge regionale.intervista a cura di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagistiin particolare:- Nuova normativa sui tirocini, non ci si capisce niente e si rischia la paralisi: le rimostranze di lettori e aziende sui punti oscuri e sul silenzio del ministeroE anche:- Il presidente della Regione Enrico Rossi promette: «In Toscana ricevere dei soldi per uno stage sta per diventare un diritto»- Mai più stage gratis: parte in Toscana il progetto per pagare gli stagisti almeno 400 euro al mese

La deputata Marianna Madia aderisce all'appello: «Ma le probabilità di cambiare l'articolo sui tirocini nel passaggio della manovra alla Camera sono quasi nulle»

Marianna Madia, 31enne deputata del Partito Democratico, aderisce all'appello lanciato dalla Repubblica degli Stagisti per rivedere - per quanto possibile - la nuova normativa sui tirocini contenuta nella manovra durante il passaggio del testo alla Camera. «Già avevo scritto nei giorni scorsi sul mio blog di questa questione, evidenziando un ulteriore problema che ci era stato segnalato da Laura Boldrini dell'Alto commissariato ONU per i rifugiati» esordisce la parlamentare, autrice anche del libro Precari. Storie di un’Italia che lavora (uscito a maggio per la casa editrice Rubbettino). «Quindi rispetto ai nuovi stringenti paletti dei 12 mesi è giusto che facciano eccezione non solo le categorie svantaggiate già previste nel decreto» [cioè disabili, invalidi fisici, psichici e sensoriali, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti e condannati ammessi a misure alternative di detenzione] «ma anche i migranti». Come suggerito dalla Repubblica degli Stagisti - che a queste due categorie aggiunge anche tutti gli under 25 anni, i giovani che pur avendo completato la formazione non sono ancora riusciti a ottenere un primo impiego retribuito regolarmente, e infine i disoccupati di lungo periodo e le minoranze etniche. E allora, onorevole Madia, facciamo un passo indietro: ha senso secondo lei agire su questa materia tramite decreto legge anziché con una normativa quadro approfondita?Assolutamente no. L'articolo 11 non ha niente a che fare con la necessità e l'urgenza che è richiesta dai decreti legge. In particolare questo provvedimento - che non era previsto fino al mese di agosto - è nato dalla necessità di anticipare al 2013 il pareggio di bilancio. L'articolo 11 non ha alcun effetto sui saldi e quindi è estraneo al vero oggetto del decreto. Che la legislazione del 1997 vada riformata lo diciamo da tempo. Abbiamo presentato, come stimolo, un progetto di legge per la riforma dello stage. Quindi un articolo di poche righe che peggiora ulteriormente la materia è quanto di più inadatto, nel merito e nel metodo.Quando si prevede l'approvazione del decreto alla Camera? Che effetti avrà la blindatura della fiducia?Giusto oggi è arrivato il via libera della Commissione Vigilanza della Camera al decreto legge. Il testo è stato approvato senza modifiche, così com'era uscito mercoledì dal Senato. Già questo pomeriggio sarò in Aula, alle 15 comincerà la discussione sul provvedimento. Martedì si dovrebbero votare le questioni pregiudiziali e mercoledì, con la fiducia, andrà in approvazione il testo.In caso si aprisse uno spiraglio, ritorno che l'articolo 11 avrebbe qualche possibilità di essere migliorato?Non si intravedono spiragli finora, quindi il testo dovrebbe essere quello uscito dal Senato. L'articolo 11  a sua volta è identico all'originaria formulazione del decreto del 13 agosto, non essendo stato praticamente emendato in Senato: sono state approvate solo due piccole modifiche testuali che non cambiano il senso della normativa.Dove sta il limite tra competenza regionale e competenza statale? Davvero in Italia potrebbero sorgere 20 normative regionali, tutte una diversa dall'altra, in tema di tirocini?Gli stage appartengono alla competenza esclusiva delle regioni. Lo ha affermato la Corte costituzionale in una sentenza del 2005. Il dossier del servizio studi del Senato ha ribadito che, al contrario, l'articolo 11 è molto stringente anche per il legislatore regionale. Il rischio di un contenzioso Stato-regioni è dunque molto alto. La soluzione sta nella ricerca di un'intesa con le regioni per dei requisiti minimi. Un'intesa che guardi alle migliori pratiche regionali, come quella della Toscana che con una recente elegge ha fortemente innovato la materia. Niente di tutto questo è stato sinora realizzato dal governo. L'articolo 11 è la prova di questo modo di agire.Intervista a cura di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli StagistiE anche:- «Precari. Storie di un’Italia che lavora» Il libro di Marianna Madia accende il dibattito tra Tremonti e Camusso sul welfare per gli atipici- Urgono nuove regole per proteggere tirocinanti e praticanti: tante idee della Repubblica degli Stagisti nel disegno di legge di Cesare Damiano- Mai più stage gratis: parte in Toscana il progetto per pagare gli stagisti almeno 400 euro al mese- Il presidente della Regione Enrico Rossi promette: «In Toscana ricevere dei soldi per uno stage sta per diventare un diritto»

Paolo Esposito: «Noi giovani dobbiamo salire sul palcoscenico». E sabato a Napoli chi vuole un'Italia diversa è invitato al barcamp "Giù al nord"

Giovani, prendiamo le redini in mano. È con questo spirito che sabato 10 settembre a Napoli si svolge "Giù al nord", il barcamp organizzato dalla redazione del magazine online Caffè News: un'occasione per dibattere dei problemi più urgenti degli under 35 e chiedere proprio a loro di proporre delle soluzioni. L'appuntamento è a palazzo Serra di Cassano a partire dalle nove di mattina. La Repubblica degli Stagisti ha intervistato Paolo Esposito, 25enne laureando in Giurisprudenza e direttore del magazine, per avere qualche anticipazione.Come nasce l'idea del barcamp?Tutto parte dal sito Caffè News, che ho fondato nel 2005. "Giù al nord" è un'iniziativa che nasce dal basso, senza colore politico e affiliazioni, ma che comunque ottenuto importanti patrocini morali, come quello del Comune di Napoli e dell'Istituto italiano di studi filosofici. Siamo una redazione giovane, con collaboratori volontari sparsi in tutta Italia e qualcuno anche dall'estero: Londra, Parigi, anche Giamaica. Il barcamp è il punto di arrivo di una discussione già avviata online mesi fa in una sezione specifica del sito, e in generale la sintesi di sei anni di attività del magazine.Di cosa si parlerà allora esattamente?I temi di fondo sono tre - precariato, futuro e Mezzogiorno - con un comune denominatore: i giovani e le loro proposte per migliorare. La mattinata è divisa per aree tematiche. La prima è intitolata proprio "La Repubblica degli Stagisti", un prestito dalla vostra testata - che ringrazio perchè è una voce autorevole in materia di formazione e di lavoro. Non mancheranno paragoni con l'estero; e poi ovviamente parleremo di stage, troppo spesso dei tappabuchi o esperienze fini a se stesse che alimentano false speranze. Lo faremo innanzitutto attraverso le testimonianze dei ragazzi, ma in sala ci saranno anche economisti, docenti, politici. E proprio alla politica chiederemo delle risposte su questi temi.Qualche anticipazione sui nomi per questa prima parte?Parteciperà l'assessore allo sviluppo del comune di Napoli, Marco Esposito, e gli europarlamentari Erminia Mazzoni del Pdl e Andrea Cozzolino del Pd, che spiegheranno quali passi avanti si stanno facendo per incentivare l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e permettere loro di costruirsi un futuro, qui in Italia, senza dover fuggire all'estero per realizzarsi, mettere su casa, fare figli. Si parla anche di famiglia, quindi. Quali sono le altre due parti dell'incontro?Sì. In "Bimbo a bordo" ci occuperemo di maternità precaria e in generale delle difficoltà delle giovani coppie a costruirsi una famiglia propria. Nell'ultima parte invece, "Rotolando verso sud", si parlerà di lavoro e legalità, un tema scottante in un territorio come l'aversano - set di Gomorra - dove nasce e cresce il progetto Caffè News. Tra le testimonianze avremo quella della Nuova cucina organizzata, una cooperativa che gestisce un ristorante con prodotti equosolidali reinvestendo gli introiti nella ristrutturazione di beni confiscati alla camorra.Si avverte una certa componente territoriale. È per questo che avete scelto di intitolare il barcamp "Giù al nord"? Il nome deriva dalla convinzione che in Italia i giovani siano tutti accomunati dallo stesso senso di precarietà: nord, sud o centro non fa più molta differenza. L'idea del giovane meridionale che emigra nel settentrione per trovare lavoro è sempre meno valida, nonostante la situazione nel Mezzogiorno sia oggettivamente più critica. Ma proprio questa parte d'Italia possiede una grande risorsa, il Mediterraneo, e il titolo dell'iniziativa vuole anche essere il pretesto per lanciare un'idea: che proprio il sud possa guidare la riscossa del Paese, diversamente da quanto ha sostenuto la politica in questi anni.L'incontro è strutturato in forma di barcamp all'americana, con tempi veloci e ritmi serrati. Come mai questa scelta per un dibattito così ampio e articolato?È vero, ogni intervento potrà durare massimo cinque minuti, e per le risposte alle domande ci sarà un minuto circa. Questo perché spesso nei dibattiti i relatori se la cantano e se la suonano da soli, con interventi molto lunghi, autoreferenziali, che non approdano a niente. Nella mattinata di domani noi invece vogliamo che dal dibattito scaturiscano idee nuove e proposte concrete. Come verranno messe a frutto queste idee e proposte? È prevista la stesura di un documento finale, un manifesto che raccoglierà tutte le riflessioni emerse, e che poi diffonderemo. Rappresenterà una sorta di termometro che "misura la febbre" del nostro Paese. Bisogna far passare il messaggio che per trasformare l'Italia in un Paese per giovani c'è bisogno innanzitutto del coinvolgimento dei giovani stessi, che troppo spesso rimangono nel retroscena lasciando ad altri il palcoscenico. Se la sensazione di disagio è comune, comune deve essere lo sforzo per cambiare le cose. intervista di Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Giovani, riprendiamoci la scena: «Non siamo figli controfigure». La 27enne Benedetta Cosmi lancia la sfida in un libro- Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi- Controesodo, istruzioni per l'uso: le FAQ utili ai giovani fuggiti all'estero che desiderano tornare in Italia approfittando della legge sugli incentivi fiscali

Manovra, Michele Tiraboschi: «I nuovi paletti per i tirocini potranno essere modificati dalle Regioni»

L'articolo 11 delle disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo, cioè della manovra appena approvata dal governo attraverso un decreto legge per fronteggiare la crisi, è dedicato ai tirocini. In particolare tre aspetti vengono rivoluzionati: la durata massima di tutti gli stage, con l'escusione solamente di quelli curriculari - cioè svolti all'interno di un percorso universitario - e di quelli destinati a particolari categorie svantaggiate come i portatori di handicap, viene ridotta a sei mesi. Il secondo aspetto è che gli stage possono essere attivati solo per i primi dodici mesi dopo il diploma o la laurea: passato questo periodo, viene a decadere la possibilità di accedere a questo tipo di inquadramento. Terzo: i disoccupati e gli inoccupati non appaiono tra i potenziali destinatari dello stage. La Repubblica degli Stagisti ha sfidato il periodo ferragostano contattando Michele Tiraboschi, giuslavorista e consigliere del ministro Maurizio Sacconi per le materie del lavoro, per chiedergli alcuni chiarimenti. Professore, il fatto che queste disposizioni siano pubblicate in Gazzetta ufficiale vuol dire che d'ora in poi non potranno più essere attivati stage più lunghi di sei mesi, tranne se curriculari, e nessuna persona che abbia conseguito il titolo di studio da più di un anno potrà essere presa in stage? Cioè il decreto è immediatamente operativo?Sì, ovviamente i decreti legge hanno efficacia immediata. Si tratta tuttavia di un intervento sussidiario, perché la competenza in materia è delle Regioni che possono disporre diversamente. L'intervento del Governo attiene solo ai giovani e ha funzione di evitare gli abusi nell'utilizzo e nella durata degli stage che, non di rado, sono stati oggi comode alternative a contratti stabili e all'apprendistato.  Nulla esclude, peraltro, che il decreto venga modificato e integrato nel caso si raggiungesse una intesa con Regioni e parti sociali come previsto dall'accordo del 27 ottobre 2010 tra Governo, Regioni e parti sociali sull'apprendistato e dalla successiva intesa dell'11 luglio tra Governo e parti sociali.Nel testo del decreto legge è scritto che «Fatta eccezione per i disabili, gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, i soggetti in  trattamento  psichiatrico,  i  tossicodipendenti,  gli alcolisti e i condannati ammessi a misure alternative di  detenzione, i tirocini formativi e di orientamento non  curriculari  [...]  possono essere promossi unicamente a favore di neo-diplomati  o  neo-laureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento dei  relativo  titolo di studio». Le regioni potranno legiferare, se lo vorranno, in contrasto con questa disposizione?La materia è di loro competenza, e il decreto lo ribadisce dopo che lo ha già detto la Corte Costituzionale con la sentenza n. 50 del 2005. Ciascuna può dunque fare quello che vuole. Non escludo peraltro, nelle more della conversione del decreto, un accordo tra Stato, Regioni, e parti sociali che dica cose più precise a quel punto vincolanti per tutti, anche per le Regioni. Quello del decreto è un segnale di attenzione verso i giovani e contro il lavoro irregolare. Quell'«unicamente» potrà dunque essere ignorato, inserendo la possibilità per esempio di attivare uno stage per un disoccupato, o un laureato oltre i dodici mesi? Per un disoccupato sì, per un laureato da più di dodici mesi no salvo non sia disoccupato, ma allora cambia il target, o la legge regionale dica cose diverse.Come ci si regolerà per master, dottorati, corsi di specializzazione? Essi "varranno" come laurea e quindi daranno "diritto" ad altri 12 mesi di possibilità di stage?Si tratta di stage curriculari per cui non opera il disposto del decreto.Questa nuova normativa impedirà tutte le iniziative, da quelli dei centri per l'impiego ai grandi programmi tipo "Les4" di Italia Lavoro, che promuovono stage per inoccupati e disoccupati? Assolutamente no, le Regioni potranno prevedere programmi ad hoc per determinati gruppi svantaggiati oltre a quelli indicati dal decreto tra cui appunto i disoccupati. Il decreto non avrà in ogni caso effetto retroattivo.Non essendoci una definizione ufficiale di "tirocinio curriculare", come ci si regolerà? I tirocini curriculari saranno esclusivamente quelli fatti all'interno di corsi universitari?Esatto. Un master universitario può prevedere uno stage curriculare, uno master non universitario no.Poniamo il caso di un giovane che si sia laureato nel 2009 e che oggi decida di fare un master non universitario, oppure un corso di specializzazione: potrà secondo questa nuova norma fare stage durante il suo master/corso? Dipende in che Regione si trova e se c'è una legge regionale che regola la materia, altrimenti no. E a master/corso terminato? Vale la stessa cosa, questo anche nell'ottica di bonificare i master di dubbia utilità orientandoli verso quelli di qualità e cioè di livello universitario.In generale, come giudica questo provvedimento?Si tratta di una misura di sostegno alle recenti intese tra Governo, Regioni e parti sociali sull'apprendistato che ha l'obiettivo di ricondurre i tirocini al loro fine principale di rappresentare una forma di conoscenza diretta del mondo del lavoro per giovani inesperti nella fase di transizione dalla scuola al lavoro ed evitarne così un utilizzo abusivo e distorto.intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli StagistiIn particolare:- Anche gli stage finiscono nella manovra del Governo: da oggi solo per neodiplomati e neolaureati, e per un massimo di sei mesiE anche:- Vietare il rimborso spese per lo stage. Lo propone Michele Tiraboschi: ecco perchè- Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»

Stefano La Barbera: «Con delle semplici mail ci siamo fatti sentire in Parlamento. E in risposta abbiamo ottenuto quattro proposte di legge»

Stefano La Barbera, 29 anni, originario di Palermo, è uno degli ideatori della petizione per il voto agli studenti fuori sede. È laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino e attualmente vive a Bologna, dove lavora come consulente per una società di servizi per l’ingegneria con un contratto a tempo indeterminato. La Repubblica degli Stagisti ha fatto il punto con lui sui 300mila studenti fuori sede (e non solo) per i quali ad ogni tornata elettorale è difficile, se non impossile, esercitare il diritto di voto, sulle proposte di legge elaborate da alcuni parlamentari italiani e sui buoni esempi dall’estero.Come nasce l’idea della petizione?Nella maniera più casuale: poco prima delle elezioni politiche del 2008, discutendo al bar con un'amica francese. Si stupì che noi non potessimo votare fuori sede perché lei, pur essendo in Italia come Erasmus, non perdeva di certo il suo diritto in quanto in Francia c'è la possibilità di voto per chi è anche solo temporaneamente all'estero, come nel suo caso. Così, dopo aver appurato su Internet che praticamente l'Italia è l'unica democrazia occidentale che non garantisce il diritto di voto al cittadino in mobilità, spinti dalla rabbia, decidemmo di lanciare una raccolta firme online per sollevare il problema presso l'opinione pubblica.Secondo i dati Miur, gli studenti universitari fuori sede sono il 21,38% del totale, pari a 286mila.  Eppure prima di voi nessuno aveva preso in considerazione la questione voto. Perché, secondo te, questo disinteresse?Per scarsa capacità di comprendere la realtà e leggere le esigenze della società da parte di chi dovrebbe farlo a livello istituzionale: parlo non solo dei partiti ma anche delle associazioni universitarie che di queste problematiche dovrebbero essere i primi recettori. E del ministero dell'Interno, che ha uffici e funzionari preposti allo studio dei meccanismi e all'organizzazione del voto. Eppure uno studio della Banca d'Italia del 2010 afferma che ci sono circa 140mila lavoratori residenti nel meridione che lavorano al centro-nord. Con la precarizzazione del mondo del lavoro e il mutamento di tipologia della migrazione sud-nord - sono sempre più i lavoratori specializzati che migrano al nord per cercare lavoro è aumentato il fenomeno del pendolarismo di lungo raggio. La popolazione si è adeguata a questo ma la nostra democrazia no.Dal 2009 a oggi sono state presentate quattro proposte di legge, il presidente della Camera e quello della Repubblica hanno risposto alle vostre lettere. E poi?Di risposte fattive, poche. Con alcune rilevanti eccezioni: il senatore Ceccanti del Pd si è speso in prima persona per fare arrivare all'esame della commissione Affari Costituzionali del Senato la sua proposta di legge che prevede il voto per corrispondenza per gli studenti fuori sede. Inoltre le giovanili di Idv hanno diffuso l'iniziativa sia all'interno del partito sia mettendo sul loro sito il banner della nostra petizione. Ma è sopratutto dopo il referendum che è cresciuta l'attenzione al tema da parte degli altri partiti e sono arrivati l'appoggio anche delle giovanili di Futuro e Libertà e della Fgci [Federazione giovanile comunisti italiani] e una proposta di legge del senatore dell'Udc Roberto Occhiuto per il voto dei fuori sede ai referendum. In Rete avete ottenuto oltre 9mila firmatari per la petizione, più di 3mila iscritti al gruppo e quasi 2mila “mi piace” alla pagina Facebook. Anche la campagna per il voto ai referendum ha avuto un forte seguito. Ve lo aspettavate?A dire la verità quando scrivemmo tre anni fa la petizione non avremmo mai pensato di ottenere in così poco tempo un disegno di legge in Senato da parte del senatore Ceccanti.Tuttavia ci siamo subito resi conto dalla risposta della Rete che il nostro non era un problema di pochi, e approfondendo abbiamo scoperto che invece è quantitativamente molto rilevante, parliamo di circa 800mila persone che si trovano lontani dal loro luogo di residenza. E sono calcoli per difetto!Le proposte dei parlamentari vanno dalla possibilità di voto nella stessa circoscrizione dell’università di appartenenza al voto per corrispondenza, fino a ulteriori sconti sui biglietti ferroviari, aerei e marittimi. Ma nessuna vi entusiasma: perché?La metodologia proposta da Ceccanti del voto per corrispondenza presenta due pecche. In primo luogo limita questa possibilità agli studenti universitari escludendo così tutti gli altri cittadini che si trovano nelle stesse condizioni, discriminando tra un cittadino e un altro in maniera forse incostituzionale. In secondo luogo il voto per corrispondenza è un voto non presidiato, ma esercitato nella propria abitazione privata. Ciò non garantisce la libertà del voto espresso che è imposta invece dalla nostra Costituzione, e purtroppo questi timori manifestati da alcuni costituzionalisti si sono avverati nel caso del voto estero dove è stato utilizzato questa metodologia, come ci ricordano le cronache delle ingerenze della 'ndrangheta nell'elezione del senatore Di Girolamo.All’estero, invece, da tempo sono state adottate diverse soluzioni. È  solo un problema di tipo legislativo? No, anzi. Dal punto di vista legislativo, è una legge poco complessa da realizzare e che incontra un'approvazione bipartisan. Credo che il motivo sia più banale e triste: una legge di questo tipo non assicura nessun ritorno di voti immediati, in quanto mediamente i fuori sede voteranno a sinistra come a destra. Noi fuori sede non siamo identificabili con una parte politica, e la nostra è una questione che sta alla base della partecipazione democratica, è una battaglia per un diritto civile. Ed è per questo che non è facile trovare politici che diano seguito ad un'azione politica continuativa che porti a casa il risultato e che vadano oltre le semplici parole di approvazione e appoggio dei comunicati stampa. Il ministro della Gioventù Giorgia Meloni non ha risposto al vostro appello, ma ha elaborato una proposta di legge che equipara l’età dell’elettorato attivo e passivo, che ha iniziato il suo iter in commissione Affari Costituzionali. Qual è il vostro giudizio sulla questione?Del tutto positivo, poiché pone l'accento sul necessità di una adeguata rappresentanza dei giovani nelle istituzioni. Tuttavia è ininfluente nei riguardi della problematica da noi sollevata. Inoltre non è assicurato che i partiti politici sfruttino la possibilità offerte da una legge di questo tipo per fare entrare forze fresche e giovani in parlamento. Non mi pare che la Camera dei Deputati pulluli di giovani. Invece i fuori sede sono principalmente giovani tra i 18 e i 35 anni, quindi il ministro dovrebbe in primo luogo preoccuparsi di dargli la possibilità di esprimere la propria preferenza. Anche perché senza i loro voti non si capisce come la rappresentanza politica possa cambiare.Tra i modelli stranieri, l’opzione più attuabile in Italia per voi sarebbe l’advanced voting, sul modello danese. Quali sono i vantaggi di questa proposta?Il metodo dell'advanced voting prevede il voto presidiato presso seggi speciali istituiti in tutto il Paese un tot di giorni prima delle votazioni ufficiali. Il cittadino che faccia richiesta può votare lì, per cui verrà cancellato dalle liste elettorali del suo seggio di pertinenza e il suo voto verrà spedito attraverso canali interni all'amministrazione governativa alla sede di pertinenza in maniera che venga scrutinato poi insieme agli altri. Così con pochi seggi speciali aperti in tutta la nazione si eviterebbe il salasso dei rimborsi elettorali, che negli ultimi 5 anni è ammontato a 27 milioni di euro. Inoltre, in Danimarca ha votato fuori sede il 5% della popolazione, se una percentuale di questo tipo si avverasse anche in Italia staremmo parlando di due milioni e mezzo di voti...Le proposte di legge considerano solo gli studenti. Non sarebbe meglio creare un’unica disciplina organica anziché ragionare per categorie?È quello che chiediamo nello specifico. Non si può continuare a pensare di fare delle leggi per le singole categorie, ciò che ci accomuna evidentemente non è la professione ma il diritto di voto che ogni cittadino ha quando nasce. Inoltre la mancata garanzia del diritto di voto in base ad una discriminazione sulla professione esercitata presenta dei forti profili di incostituzionalità per quel che riguarda l'uguaglianza dei cittadini.Sembra che la coscienza politica e civile passi sempre più per Internet. Quanto pesa il Web? Già molto. E in futuro peserà moltissimo. Ma c’è di più: noi abbiamo saltato tutte le gerarchie partitiche e siamo entrati in contatto diretto con i rappresentanti che hanno presentato dei disegni di legge su nostra sollecitazione. Qualcosa di impensabile e irrealizzabile fino a qualche tempo fa se non per persone che avessero i giusti contatti. Con delle semplici mail abbiamo invece raggiunto il Parlamento. Ciò significa rapporto diretto con gli eletti e dunque possibilità massima di trasparenza e controllo. Tutto questo è motivo di grande speranza per il futuro perché, a mio parere, la trasparenza e il controllo sono proprio ciò di cui l'amministrazione delle cosa pubblica difetta nel nostro Paese a tutti i livelli, e questa mancanza mette in pericolo la nostra democrazia.Chiara Del PriorePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Io voto fuori sede, la democrazia passa per la Rete- E se il voto di un ventenne contasse triplo?- Per avere più giovani in politica: «Ragazzi, alle elezioni votate i vostri coetanei»

Caso Calabria, l'indignazione di Ichino: «Questi stage di tre anni in realtà sono posti di lavoro creati artificialmente, l'opinione pubblica deve reagire»

Una delle cose che colpisce di più nel caso dei "superstage calabresi" è l'insistenza dei beneficiari nel volere a tutti i costi questo prolungamento della loro condizione. Da una parte è comprensibile: non hanno in mano un'altra opportunità ed è normale che si aggrappino a questa. È Pietro Ichino [nella foto], giuslavorista e senatore del Pd, a fornire alla Repubblica degli Stagisti la sua visione sulla vicenda, dando un'interpretazione dell'atteggiamento di questi ragazzi così tenacemente aggrappati all'inquadramento come stagisti. E dicendosi convinto che non è più di stage che si può parlare in questo caso. Professor Ichino, è 'formazione' uno stage di 3 anni? Qual è il limite oltre il quale questo si trasforma in qualcosa di diverso, in un lavoro vero e proprio?In questo caso calabrese parlare di "stage" è veramente del tutto fuori luogo. Tecnicamente, lo definirei "job creation fuori mercato", ovvero creazione artificiale di posti di lavoro in soprannumero nelle amministrazioni pubbliche. Non è davvero quello che ci vuole per lo sviluppo della Calabria.Come commenta l’ennesima proroga concessa dal consiglio regionale calabrese ai “super-stagisti”?È una cosa desolante. In quella regione cambiano le maggioranze, ma non cambia la mentalità assistenzialistica bi-partisan, che è una delle cause del sottosviluppo della regione stessa. La politica calabrese ha una responsabilità gravissima nel circolo vizioso che condanna la regione alla povertà. Ma la cosa più impressionante è l’inerzia di quei 360 giovani, che dovrebbero essere i più svegli.Perché impressionante?Perché, con le loro lauree a pieni voti e con lode ci si sarebbe potuto aspettare da loro che avessero almeno un po’ di orgoglio, di sicurezza di sé nel mercato del lavoro, di idee sul come promuovere lo sviluppo della loro terra. Invece sono lì da tre anni aggrappati alla speranza di una qualche stabilizzazione ope legis, quindi sostanzialmente di un intervento assistenziale. Sembrano non rendersi conto di essere una contraddizione vivente.Quale contraddizione?Sostengono di essere i migliori, i più bravi. Dovrebbero dunque essere quelli che meno di tutti hanno bisogno di assistenza. Invece adducono il loro voto di laurea come titolo di precedenza rispetto agli altri per ottenere assistenza pubblica. Se hanno diritto all’assistenza i 110 e lode, che cosa dovrebbero chiedere tutti gli altri? E la cosa incredibile è che il governo regionale esprime comprensione di fronte a questa pretesa contraddittoria. Ma loro obiettano, per un verso, che è interesse della Calabria a trattenerli; per altro verso che la loro unica speranza di lavoro in Calabria risiede nella possibilità di un posto nelle amministrazioni pubbliche. È proprio qui che sbagliano di grosso. Non si accorgono che l’epoca dello Stato-mamma è finita, non traggono alcun insegnamento da quello che sta accadendo in Grecia. Non capiscono che l’unica speranza di sviluppo economico e di crescita dell’occupazione sta nella capacità della loro regione di attirare investimenti da fuori, quindi nella capacità dei calabresi di cercare nuovi piani industriali in giro per il mondo e negoziarne l’insediamento in Calabria, mostrando di essere loro i primi a crederci, essendo quindi disposti anche a scommettere qualche cosa di loro su questi piani.Più facile a dirsi che a farsi.Abbiamo una infinità di esempi, anche vicini a noi, di regioni depresse che sono riuscite o stanno riuscendo a decollare in questo modo. E non solo nell’Europa orientale. Non c’è un solo motivo ragionevole per cui il nostro Mezzogiorno non debba o non possa imitare quegli esempi e rimboccarsi le maniche. I calabresi non sono obbligati a farlo; ma se scelgono di non farlo, devono sapere che il salvagente dell’assistenza non c’è più: l’unica alternativa ad attirare investimenti sulla loro terra è recarsi loro dove c’è chi è interessato ad assumerli.Dopo le sue interrogazioni parlamentari rimaste senza risposta, cosa si può fare adesso contro un provvedimento che è del tutto illegale?Se le istituzioni tardano a reagire come dovrebbero, l'unico rimedio è che reagisca l'opinione pubblica: tocca soprattutto a voi giornalisti informarla e mobilitarla.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento leggi anche: - Superstage calabresi, l'interrogazione parlamentare di Ichino- Calabria, approvata la legge per stabilizzare i superstagisti. Nuova interrogazione parlamentare di Ichino: «Esito paradossale»- Superstage calabresi, ancora nessuna risposta all'interrogazione parlamentare. Pietro Ichino: il governo non sa che pesci pigliare   E anche:- I superstagisti calabresi a Pietro Ichino: «Ci aiuti a farci assumere». La risposta del senatore: «Non aspettate lo Stato-mamma, datevi da fare per attirare nella vostra terra buoni imprenditori»

Roma: «Potenziamento delle lauree triennali e sgravi fiscali per i giovani che si mettono in proprio: ecco la ricetta del Censis per rilanciare l’occupazione»

Per avere un quadro più completo dell’analisi Censis su giovani e lavoro e per comprendere quali soluzioni concrete possano essere messe in campo, la Repubblica degli Stagisti ha chiesto al direttore generale Giuseppe Roma di commentare i dati del documento da lui presentato durante una recente audizione parlamentare. 62 anni, laureato in urbanistica e docente presso la scuola di specializzazione dell’università La Sapienza,  Roma è entrato al Censis nel 1975 e da quasi vent'anni ne è direttore generale.Direttore, uno dei dati più significativi del testo che avete presentato in Commissione lavoro è che, nel nostro Paese, i laureati lavorano meno dei diplomati: 64% di laureati occupati contro il 70% [media Ue 84% e 76%, ndr]. Anche un paese come la Spagna, che pure ha un alto tasso di disoccupazione giovanile, ha percentuali di laureati che lavorano più alte delle nostre. Cosa non va?I problemi occupazionali dei giovani italiani sono dovuti a una serie di fattori. Una delle cause del minor livello di occupazione dei laureati è una percezione sbagliata, ma molto diffusa, dell’università. Mi spiego: le cosiddette “lauree brevi” da noi non hanno nessuna incidenza, a differenza di quanto accade in alcuni paesi europei. Dato che il più delle volte la “triennale” non è spendibile sul mercato del lavoro, la maggior parte dei ragazzi studia fino alla magistrale, con il risultato che i giovani si laureano a 26/27 anni, entrano tardi nel mondo del lavoro e il più delle volte senza le competenze adatte, per cui fanno fatica a collocarsi sul mercato. Quindi c’è un problema di formazione scolastica e universitaria? Il vostro studio evidenzia che un quarto delle aziende dichiara di non riuscire a trovare profili adatti o per il ridotto numero di candidati o per mancanza di un adeguato livello di preparazione.Il problema è a monte: l’università viene concepita in Italia come un momento di acculturazione generico e non come una tappa strumentale al lavoro. Il sistema formativo del nostro Paese non aiuta i giovani, ma li inserisce in un percorso lento e poco stimolante. I dati Isfol diffusi di recente vanno, però, in controtendenza : la laurea paga e i laureati avrebbero un salario e  un’occupazione migliori dei diplomati.La ricerca dell’Isfol analizza l’occupazione di chi ha una laurea a cinque anni dal conseguimento del titolo : è normale che le cifre, sia in relazione che agli stipendi che al numero di occupati, siano più alte.Anche i contratti “flessibili”  non hanno migliorato la situazione: un milione e mezzo di giovani impiegati con questo inquadramento, senza legame diretto con l’innalzamento del livello di occupazione. Cosa c’è di sbagliato nell’applicazione di questa tipologia contrattuale? Sul discorso contratto ho un’idea definita: il malfunzionamento del mercato del lavoro non è legato alle leggi che hanno introdotto questi tipi di contratti. Allo stato attuale non ci può essere una strada diversa per le aziende: la maggior parte delle nostre imprese non può garantire continuità, il mercato è incerto. Da qui la flessibilità. Il problema principale è nel valore che ha nel nostro Paese il contratto flessibile: anche all’estero esistono contratti a tempo determinato e a progetto, ma sono dei gradini funzionali all’upgrade di carriera del lavoratore. Da noi si passa semplicemente da un contratto all’altro senza prospettive, anche perché spesso è l’unica alternativa possibile. Il Censis avanza tre proposte: modifiche nell’iter di formazione dei giovani, maggiore sviluppo dell’iniziativa imprenditoriale, incentivazione del ricambio generazionale in azienda. Può spiegare meglio in che modo queste opzioni possono contribuire a risolvere i problemi di cui abbiamo parlato?La formazione deve andare in due direzioni: da un lato potenziamento della laurea breve, così da abbreviare i tempi di ingresso del mondo nel lavoro; dall’altro riqualificazione del lavoro tecnico, ad esempio, attraverso un percorso che preveda il diploma e 2 anni di master professionalizzante preparatorio a un mestiere specifico. L’Italia è un paese prevalentemente manifatturiero, che richiede personale tecnico qualificato, attualmente insufficiente a soddisfare la domanda di lavoro. In secondo luogo, non si può pensare che i giovani svolgano solo lavoro dipendente e impiegatizio, esiste anche il lavoro autonomo. Per questo, bisogna favorire l’iniziativa imprenditoriale: una soluzione potrebbe essere, ad esempio, esonerare dal pagamento delle tasse le imprese per i primi tre anni di vita.La terza proposta inserirebbe più rapidamente i giovani nella realtà imprenditoriale, introducendo un meccanismo secondo cui, a fronte di ogni lavoratore con contratto a tempo indeterminato ma il cui apporto in azienda non risulta congruente con gli obiettivi di competitività e sviluppo occupazionale, l’azienda assume due giovani a maggiore livello di professionalità, ricollocando il lavoratore in altre unità produttive.A proposito di formazione tecnica, il governo si sta orientando verso un rilancio dell’apprendistato, che dovrebbe servire a orientare i giovani verso settori quali il primario e il secondario e ridurre, così, la domanda in ambiti in cui si registra una sovraoccupazione, come il settore dei servizi. Non c’è in qualche modo il rischio che la formazione universitaria sia penalizzata?Se ci si orienta sia per un innalzamento della formazione nella scuola secondaria che per la valorizzazione della laurea breve non c’è questo rischio. Bisogna, però, muoversi in entrambe le direzioni.Nel testo dell’audizione si fa costantemente il confronto con la situazione europea. Può citare alcuni esempi di politiche occupazionali estere di successo e se qualcuna di esse potrebbe trovare applicazione anche in Italia?Faccio una premessa: nonostante in molti paesi europei i dati siano più confortanti, il problema occupazione non è completamente assente. La differenza principale tra l’estero è l’Italia sta nella maggiore attenzione ai giovani: in Germania i corsi di laurea sono istituiti in base alle richieste di lavoro che ci sono per quel settore, di modo che si studia perché si sa che dopo il titolo c’è lavoro; in Francia gli universitari ricevono dall’ateneo un contributo mensile di 300 euro per l’alloggio. La legge non può risolvere tutti i problemi, non è sufficiente, bisogna cambiare l’atteggiamento nei confronti dei giovani.Chiara Del PriorePer saperne di più su questo argomento, vedi anche:- Censis: in Italia i laureati lavorano meno dei diplomati. E i giovani non credono più nel Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 «pezzo di carta» Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4 - Almalaurea fotografa i laureati del 2010 e lancia l'allarme: in Italia ce ne sono troppo pochi in confronto al resto d'Europa - Dieci buoni motivi lasciare l'Italia (e poi tornare): l'editoriale di Alessandro Rosina-  Prospettive per i giovani, in Italia si gioca solo in B e C. Per la serie A bisogna andare all'estero

Il presidente della Regione Enrico Rossi promette: «In Toscana ricevere dei soldi per uno stage sta per diventare un diritto»

Siamo a giugno: presidente Rossi, qual è la tabella di marcia per la parte del progetto «Giovani sì» della Regione Toscana dedicata agli stage?Ci siamo dati questo mese per far conoscere la nostra proposta sui tirocini. A partire da fine giugno cominceremo a distribuire i moduli per le richieste di partecipazione, e dal 1° luglio comincerà la ricezione delle domande e tutta la "macchina organizzativa" prenderà avvio. Prevediamo che questo progetto riguarderà in un triennio qualche decina di migliaia di giovani della Toscana. Le domande andranno inoltrate dalle imprese o anche i singoli ragazzi?Abbiamo trovato una soluzione innovativa. Distribuiremo un modulo di proposta di tirocinio che verrà firmato dal ragazzo e dal soggetto che si propone come ospitante, per comodità chiamiamolo «impresa» anche se poi potrà essere, in futuro, anche un ente pubblico o uno studio professionale. L’impresa dovrà erogare al ragazzo l’intero ammontare del rimborso spese, e poi noi la rimborseremo per la nostra parte. In questo modo noi rendiamo esplicito che il «contratto» che impegna la Regione a erogare il contributo di 200 euro al mese non lo facciamo solo con l’impresa, ma anche con il ragazzo. Abbiamo pensato che sia giusto dare al ragazzo l’idea che ha un diritto. Contemporaneamente stiamo lavorando alla proposta di legge.A che punto siete?Abbiamo già preparato una bozza, che entro fine giugno verrà depositata in Consiglio regionale. Con questa legge renderemo obbligatorio il pagamento di almeno 400 euro di rimborso spese mensile per i tirocini. La Regione, anche quando la legge sarà approvata, si impegnerà a proseguire con la stessa procedura, rimborsandone una parte. Puntiamo a completare l’iter entro giugno dell’anno prossimo. Quindi da quando entrerà in vigore questa legge tutti i tirocini svolti sul suolo toscano, indipendentemente da chi sia il soggetto ospitante, dovranno essere pagati almeno 400 euro al mese?Sì, con alcune eccezioni. Non rientreranno in questo obbligo i tirocini curriculari; e forse nemmeno gli stage svolti presso studi professionali, perchè il nostro ufficio legale ci ha segnalato l’esistenza di una sentenza della Cassazione che specificamente per i tirocini svolti in quel settore rimanda la competenza al nazionale, e non al regionale. Ma su questo dobbiamo effettuare una verifica approfondita, perchè chiaramente per noi sarebbe meglio includere anche questa tipologia nella nostra legge.Dove confluiranno i moduli di domanda per la partecipazione a questo progetto?I moduli dovranno confluire presso i Centri per l’impiego, i quali raccoglieranno le domande e faranno le istruttorie di ammissibilità, valutando il progetto formativo. A questo punto la Regione riceverà i tirocini ammissibili e io informerò il giovane e l’impresa, con una mia lettera, dell’impegno della Regione a finanziare lo stage. Per quanto riguarda l’aspetto del rimborso, importante sottolineare che la Regione darà i buoni allo stagista, e poi sarà lui a girarli all’impresa. Ciascun buono avrà un valore di 200 euro: quindi per un tirocinio di tre mesi al ragazzo arriveranno tre buoni, pari a 600 euro, e così via fino a dodici buoni, 2400 euro, nel caso dei tirocini di un anno.  Se avessimo fatto il contrario, l’imprenditore avrebbe potuto fare un po’ come gli pareva, decidere se erogare o no il rimborso: invece in questo modo al giovane verrà dato un certo potere e il diritto di rivendicare l’intera somma, i 200 euro di contributo regionale e anche l’altra quota che l’impresa si impegna a versare. Vogliamo sottolineare l’idea che ricevere dei soldi per uno stage sia un diritto.La scelta della Regione Toscana quindi è di interagire con gli stagisti.Sì, perché troppo spesso tra noi e giovani poniamo degli intermediari. Invece in questo caso è bene che l’istituzione Regione rovesci la partita.A questa iniziativa, come accennava, potranno partecipare non solo gli stagisti delle imprese private, ma anche quelli degli enti pubblici, delle associazioni non profit e degli studi professionali?In prima battuta si parte con le aziende private. Ad oggi abbiamo un tavolo aperto con gli ordini professionali e le università per trovare una soluzione anche con loro. Abbiamo avuto qualche difficoltà con gli ordini, ma questo protocollo d’intesa è in dirittura d’arrivo. Con le stesse regole del gioco, ovvio. Infine l’obiettivo è estendere i benefici anche ai tirocinanti e stagisti degli enti pubblici per i quali occorre però, al momento, fare ulteriori approfondimenti sulle normative.Avete previsto canali di comunicazione specifici per il progetto?C’è un numero verde, 800 098719, a disposizione e poi è già online il sito Giovanisi.it, dove sono riportati tutti i dettagli delle iniziative e renderemo scaricabile il facsimile del modulo per fare domanda. Gli stage attualmente in atto non verranno coperti, giusto?No, copriremo gli stage che verranno avviati dal 1° settembre in poi. Tra l’altro, dato che si partirà a fine estate, è evidente che nel 2011 non arriveremo a spendere tutti 10 milioni messi a budget: e quello che avanzerà slitterà andando ad aumentare il budget per gli anni successivi. Magari poi, più avanti, si potrà pensare di diminuire la quota in carico alla Regione, portarla a 150 euro come inizialmente avevamo pensato, o a 100. Ma per adesso, in questa prima fase, per far decollare il progetto abbiamo deciso di accollarci il 50% del rimborso minimo.Anche la Regione Toscana probabilmente, come la maggior parte degli enti pubblici, ospita al suo interno stagisti: quanti più o meno ogni anno?In Regione i giovani vengono molto più spesso accolti attraverso percorsi di servizio civile, che prevedono già un compenso di 433 euro al mese. Gli stagisti sono pochissimi: al massimo una ventina ogni anno.Il progetto ricadrà positivamente anche su di loro?Ripeto: una volta chiarite le questioni relative ai tirocinanti e stagisti degli enti pubblici varrà la medesima disciplina e quindi anche i 400 euro di rimborso di spese.intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mai più stage gratis: parte in Toscana il progetto per pagare gli stagisti almeno 400 euro al meseE anche:- La Regione Toscana presenta il progetto «Giovani Sì!» per sostenere studenti, stagisti e precari: 300 milioni di euro in tre anni- La Carta dei diritti dello stagista ispira Regioni, associazioni politiche e siti web a tutelare gli stagisti. A cominciare dal rimborso spese