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Tirocini per operai, inservienti e camerieri in Sardegna: il consigliere regionale Marco Meloni prepara un'interrogazione per l'assessore

Poche ore dopo la pubblicazione dell'articolo «La Regione Sardegna promuove stage-vergogna: 10 milioni di euro per tirocini di 6 mesi come inservienti, operai, camerieri. E perfino braccianti agricoli», venerdì 16 dicembre, il consigliere regionale Marco Meloni (PD) ha scritto alla Repubblica degli Stagisti: «Preparerò e presenterò al più presto un'interrogazione su questo tema». Ed è stato di parola: «Ci sto lavorando: la sovrapposizione di normative nazionali, bandi e linee guida è un ginepraio. Quel che è certo è che la Regione sta promuovendo dei tirocini che non sono né formativi né di inserimento». L'interrogazione verrà presentate al presidente della Giunta regionale e all’assessore al Lavoro della Regione Sardegna entro la fine della settimana, forse già domani.Una delle prime problematiche saltate all'occhio di Meloni rispetto ai tirocini formativi del progetto Voucher TFO 2011 è quella che siano aperti solo a persone maggiori di 26 anni e di 30 anni se laureati: «Questa  decisione dell’amministrazione regionale ci lascia perplessi. Si incentiva l'utilizzo dello stage per la formazione non di soggetti giovani, quelli ovviamente più bisognosi di addestramento e pratica,  bensì di  persone già in età adulta, per le quali il tirocinio rischia di essere inutile. Anzi, peggio: di costituire una sterile ripetizione di esperienze lavorative già vissute in precedenza».Qualcuno dice che la scelta dell'età minima è stata fatta per non sovrapporre l'iniziativa Voucher TFO 2011 a un'altra iniziativa analoga promossa dalla Regione Sardegna, denominata PIP e destinata ai più giovani. «Ma la spiegazione non è convincente, anche perché le due misure hanno "regole del gioco diverse", e il TFO essendo completamente gratuito per le imprese finisce per essere un concorrente sleale del PIP - dove invece l'impresa è chiamata, più correttamente a mio avviso, a compartecipare allla retribuzione facendo fifty-fifty con il contributo pubblico».Ma anche lasciando perdere la «discutibile scelta anagrafica», e accettando parzialmente la logica del "due misure diverse e alternative per due fasce d'età diverse", Meloni focalizza «l’aspetto più grave della vicenda»: cioè il fatto che «i tirocini sono per la stragrande maggioranza per mansioni di basso profilo, in settori commerciali e d'impresa nei quali la formazione necessaria è molto veloce». I famosi stage di 6 mesi per imparare a fare gli inservienti in cucina, gli addetti all'autolavaggio o alla pompa di benzina, i cassieri al supermercato, i commessi in negozio. Addirittura i braccianti agricoli e le stiratrici. I timori di Meloni sono dunque concentrati sulla «qualità formativa inesistente» e sulla incapacità dell'agenzia regionale per il lavoro di effettuare un controllo sugli annunci «col risultato che su un sito ufficiale della Regione appaiono al momento annunci con profili di illegalità: ne abbiamo individuati non pochi destinati a persone di un solo genere, o al di sotto di una certa età». E poi sulla probabilità che alcune imprese finiscano per prendere più tirocinanti di quanto la legge consenta, violando la proporzione numerica stagisti/dipendenti, e sulla opacità delle procedure di follow-up del progetto: «Il rischio più grosso» riflette Meloni «è che questo progetto abbia l'unico esito di fornire manodopera gratuita a centinaia di imprese, che potranno giovarsi dell'apporto di personale per ben 6 mesi senza doverli pagare e senza essere vincolate ad assumerne nemmeno una parte. I tirocinanti-lavoratori si troverebbero, da parte loro, a ricevere un compenso pari a meno della metà di quanto previsto dai contratti nazionali di lavoro».Il consigliere è anche perplesso rispetto a una modifica che le "regole del gioco" del bando TFO 2011 hanno subito in itinere: mentre nella prima delibera, del 1° giugno, si diceva che la partecipazione sarebbe stata aperta «esclusivamente a soggetti disoccupati o inoccupati che non abbiano avuto alcuna esperienza di lavoro o con qualsiasi altro strumento di inserimento lavorativo presso l’azienda in cui intendono svolgere il tirocinio», nella seconda delibera datata 13 ottobre il divieto è stato inspiegabilmente ammorbidito: «Per usufruire del voucher i tirocinanti non devono aver avuto una esperienza lavorativa superiore a tre mesi presso l’azienda in cui intendono svolgere il tirocinio al momento della pubblicazione dell’avviso pubblico». «Di fatto in questo modo si permette alle aziende di prendere in stage persone che già hanno avuto come stagisti o addirittura come dipendenti precedentemente» conclude preoccupato Meloni. Si vedrà cosa risponderà la giunta regionale della Sardegna all'interrogazione.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Regione Sardegna promuove stage-vergogna: 10 milioni di euro per tirocini di 6 mesi come inservienti, operai, camerieri. E perfino braccianti agricoli

Regione Puglia, tirocini pagati e incentivi all'assunzione: in chiusura il bando per le aziende. E nel 2012 sarà la volta dei ragazzi

Stage in azienda pagati fino a 800 euro al mese e incentivi all'assunzione a tempo indeterminato. È la nuova doppia linea di azione da poco avviata dalla Regione Puglia per contrastare la disoccupazione giovanile nel suo territorio e rivitalizzare le imprese locali con nuove leve. Per il momento per i ragazzi pugliesi si tratta di un pre allerta: il bando, che scade a fine anno, riguarda solo gli aspiranti soggetti promotori, le aziende; ma subito dopo verrà pubblicato quello per gli aspiranti stagisti, e potranno partire le candidature.L'intervento, uno dei 43 previsti dal Piano straordinario per il Lavoro lanciato lo scorso maggio, è pensato per tutti i disoccupati e inoccupati della Puglia (è richiesta la residenza in regione da almeno due anni) che abbiano almeno finito gli studi superiori. E proprio il grado di istruzione determina il limite d'età; ce ne sono due: 25 anni per i diplomati, 29 anni per i laureati. E in accordo con la riforma estiva dello stage, se i titoli sono stati conseguiti da più di un anno dall'attivazione del percorso, non si chiude alcuna porta: basterà una certificazione di disoccupazione o inoccupazione da parte del centro per l'impiego locale  e ci si potrà candidare ugualmente. Le direttrici di azione sono due, dunque, e funzionano in sequenza: prima una, poi l'altra. Il primo passo è l'attivazione di tirocini formativi, che attinge a un budget di 5milioni di euro provenienti per il 50% dal Fondo sociale europeo, per il 40% dal fondo nazionale di rotazione (di cui è titolare il ministero del Tesoro) e per il 10% dal bilancio regionale. Il numero di percorsi verrà definito dopo il 31 dicembre, una volta elaborate le richieste delle aziende; di certo per il momento c'è che avranno una durata massima di sei mesi (elevati a dodici per disabili e appartenenti a categorie svantaggiate) e dovranno rispettare un range orario settimanale che oscilla tra un minimo di 30 e un massimo di 40 ore - si tratta quindi sostanzialmente di tirocini full time. Per ogni ora di frequenza allo stagista vengono versati 5 euro, fino appunto ad un massimo di 200 euro a settimana e 800 al mese; spesa che viene divisa a metà tra Regione Puglia (che versa la "sua" quota ogni tre mesi - si tratta in realtà di soldi in piccola parte suoi e in gran parte comunitari o statali) e soggetto ospitante (che si regola autonomamente, e paga anche l'assicurazione).Ma in quali aziende andranno a finire i ragazzi? Il bando è aperto a tutte le imprese che sul suolo pugliese hanno sede legale o operativa, ma rimangono fuori quelle in difficoltà economica e quelle attive in settori produttivi -  agricolo, carbonifero, siderurgico, delle costruzioni - in cui l'impiego di stagisti ha raramente come fine la formazione. Proprio al soggetto ospitante spetta la stesura del progetto formativo, validato dalle controparti sindacali, che è parte integrante del dossier di candidatura e che anzi rappresenta per il Servizio politiche per il lavoro [a fianco, l'assessore al welfare Elena Gentile] il principale strumento di selezione: una volta accertato il possesso dei requisiti minimi, la graduatoria finale delle imprese vincitrici (attesa per fine gennaio 2012) sarà stilata in base alla qualità di ciascun progetto: chiarezza, completezza, coerenza interna e con gli obiettivi dell'avviso.E si pensa anche al dopo stage: scaduti i sei o i dodici mesi la Regione ha a disposizione 10milioni di euro per "premiare" le aziende che assumono i ragazzi a tempo indeterminato, su suolo pugliese, pagando per un anno metà del costo salariale lordo (cioè stipendio più contributi). L'assunzione però deve avvenire a ridosso della fine del tirocinio, entro 20 giorni, e prevedere almeno 24 ore settimanali di lavoro, oltre che una qualifica idonea si intende. Le regole di accesso agli incentivi sono state pensate per evitare che un'azienda che ha accolto 5-6 stagisti e ne assume solamente uno possa godere del contributo regionale: per riceverlo, si deve invece dimostrare di contrattualizzare almeno la metà degli stagisti avviati con questo bando - la proporzione non si applica quindi alla totalità di quelli presenti in azienda. Si pone però un problema frequente: come interpretare quell'«almeno»? Cosa succede cioè se gli stagisti che aspirano all'assunzione sono un numero dispari, poniamo sette? Gli incentivi si applicano a tre o a quattro stagisti? La responsabile del procedimento Elena Pietanza chiarisce che l'arrotondamento va applicato per difetto e quindi nell'esempio considerato è sufficiente che l'azienda assuma tre tirocinanti per beneficiare del sostegno regionale.L'iniziativa, fin qui e sulla carta, sembra lodevole. Ai disoccupati pugliesi non rimane che attendere l'anno nuovo per consultare il bando ad hoc per loro; e anche la lista della aziende vincitrici, per farsi un'idea più concreta delle possibilità di tirocinio - e magari di assunzione. La Repubblica degli Stagisti attende con loro. Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Tirocini Les4 di Italia Lavoro, in Puglia nessuno sembra conoscerli. A parte l'agenzia Obiettivo Lavoro- Al via ad aprile i 1.200 tirocini formativi del Piano Lavoro Puglia- Stagisti laureati, solo nelle imprese private sono 100mila. Un esercito che però difficilmente trova lavoro: gli ultimi dati dell'indagine Excelsior-Unioncamere - I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011

Nuova normativa, i chiarimenti ufficiali del ministero: «Niente tirocini dopo i master, e limite di 6 mesi di durata da applicare al singolo stage»

A quattro mesi dall'entrata in vigore dei nuovi paletti sugli stage - con il decreto legge 138, poi convertito in legge 148/2011 - e a tre mesi dalla circolare n° 24, il ministero del Lavoro chiarisce ufficialmente alcuni dei punti che erano rimasti oscuri rispetto all'interpretazione della normativa. Lo fa sulla spinta di una richiesta di chiarimenti rivolta dalla Repubblica degli Stagisti alla Direzione generale dell’attività ispettiva e a quella per le politiche dei servizi per il lavoro: «Condivisa la necessità di fornire ulteriori chiarimenti, si è proceduto ad integrare le FAQ già pubblicate sul portale di Cliclavoro». Si comincia con una curiosità: i 12 mesi dal diploma o dalla laurea devono sussistere non al momento in cui lo stage viene avviato, ma a quello della candidatura: alla domanda «Il termine di  12 mesi […] decorre dal momento dell’effettivo inizio dello stage o dalla presentazione della domanda da parte del neo diplomato / neo-laureato?» il ministero infatti risponde che «i requisiti richiesti devono sussistere al momento della presentazione della domanda di partecipazione allo stage». Resta da capire se per «domanda di partecipazione» si intenda solo la candidatura a bandi di stage (per i quali in effetti tra raccolta delle candidature, valutazione, pubblicazione delle graduatorie e avvio dei tirocini possono passare anche molti mesi), tipo quelli in enti pubblici gestiti dalla Fondazione Crui o quelli all'estero promossi dalla Fondazione Crt col progetto «Master dei Talenti», oppure se si intenda in senso molto più ampio qualsiasi autocandidatura. In questa seconda ipotesi, potrebbe essere attivato un tirocinio anche a un diplomato/laureato da oltre 12 mesi, in caso quella persona avesse inviato mesi o anni prima un cv a un ente o a un'azienda, «domandando di partecipare» alle selezioni per uno stage. Ma questo è un dettaglio. Sono in realtà sopratutto due le risposte importanti che tanti aspettavano. La prima è quella relativa ai master. Il ministero sancisce (ripetendolo ben due volte) che essi non riaprono la finestra dei 12 mesi: prima scrive che «non è possibile promuovere tirocini formativi e di orientamento dopo il conseguimento di un master o di un dottorato […mentre…] è possibile attivare tirocini curriculari nell’ambito di un master o di un dottorato, laddove gli stessi siano espressamente previsti dal relativo piano di studi», poi ribadisce che «è possibile attivare tirocini extra-curriculari esclusivamente nei confronti di “neo-diplomati o neo-laureati” con esclusione, pertanto, di coloro che abbiano conseguito un master universitario o un dottorato di ricerca o un titolo relativo ad un corso di formazione post-universitario o ad un corso di qualificazione professionale». È però subito previsto un piccolo escamotage: alla domanda «come si qualifica un tirocinio attivato nell’ambito di un master che abbia inizio successivamente alla conclusione delle lezioni in aula?» la risposta ufficiale è «un tirocinio che costituisce parte integrante del curriculum formativo del master è da qualificarsi come stage curriculare, anche se di fatto abbia inizio dopo il completamento delle lezioni». Aprendo la possibilità per i promotori di master di «autocertificare» la curricularità di uno stage attivato a favore di un proprio allievo, anche parecchio (quanto?) tempo dopo la fine delle lezioni.La seconda risposta molto attesa è quella relativa al limite massimo dei 6 mesi, per capire se debba essere riferito «al singolo periodo di stage» oppure «cumulativo di tutti i tirocini effettuati». L'interpretazione corretta è la prima: «La durata massima di 6 mesi deve essere riferita al singolo tirocinio». E qui però i responsabili del ministero vanno oltre, aggiungendo altre indicazioni riferite a casi particolari: «È possibile che lo stesso neolaureato / neodiplomato svolga più di un tirocinio formativo […] presso la stessa o presso diverse realtà aziendali, in forza di progetti formativi diversi». E poi: «In forza del medesimo progetto formativo rimane invece ferma la durata massima di sei mesi, anche qualora il tirocinio sia svolto presso diverse realtà aziendali». Due postille che potrebbero rendere la situazione ancor più caotica. Innanzitutto perché la prima sancisce che si possa fare più di un tirocinio nella stessa impresa: basterà cambiare il «progetto formativo». Considerando che molto spesso esso è impreciso, vago, copincollato uguale per decine o centinaia di stagisti, non può in effetti essere considerato «'na garanzia». E questa apertura  rischia di far magicamente moltiplicare il numero di aziende che improvvisamente sentiranno la necessità di offrire ai giovani una duplice esperienza formativa, con due progetti beninteso ben distinti, molto diversi, magari addirittura designando due diversi tutor aziendali: col risultato di poter disporre, come prima, di uno stesso stagista per 12 mesi aggirando il limite dei 6.Un altro aspetto problematico è, specularmente, il divieto contenuto nella seconda postilla - cioè quello di svolgere due stage con «medesimo progetto formativo», anche in aziende diverse. Vorrebbe dire che un aspirante pubblicitario non potrebbe fare due esperienze in due agenzie, perché il fine formativo di entrambi gli stage sarebbe il medesimo (ovvero imparare a fare il copywriter o l'art director)? O che un aspirante giornalista non potrebbe fare stage in due diversi giornali, essendo il progetto formativo sempre quello di imparare a redigere articoli e a impaginarli?Sebbene insomma l'intento del ministero appaia buono - cercare di evitare gli abusi, gli stage reiterati, ma contemporaneamente non chiudere ermeticamente tutte le porte, per non rischiare di vietare anche le buone opportunità - la Repubblica degli Stagisti teme che non sia stata presa sufficientemente in considerazione la tendenza tipica italiana ad aggirare e storcere e deformare le leggi a proprio vantaggio. L'interpretazione dei 6 mesi riferiti al tirocinio e non alla singola persona era senz'altro auspicabile: il timore è che le righe successive possano però provocare nei prossimi mesi piccoli e grandi disastri.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Nuova normativa sui tirocini nella manovra di Ferragosto, il diario di bordo: tutti gli articoli, gli approfondimenti e le interviste della Repubblica degli Stagisti

La Regione Sardegna promuove stage-vergogna: 10 milioni di euro per tirocini di 6 mesi come inservienti, operai, camerieri. E perfino braccianti agricoli

È ormai un'abitudine che le Regioni promuovano e finanzino tirocini. A torto o a ragione, sono considerati buoni strumenti non solo per la formazione, ma anche per l'inserimento lavorativo. Alcune scelgono di farlo con criterio, operando un controllo serrato sulla qualità dei percorsi formativi e sull'esito occupazionale. Altre meno. Altre per niente. E poi c'è la Sardegna.Qui è appena partito un programma di tirocini denominato "Voucher TFO 2011", che la giunta, guidata da Ugo Cappellacci, ha dotato di un finanziamento molto significativo: quasi 10 milioni di euro. Questi soldi andranno a finanziare  circa 3mila tirocini sul territorio: ciascuno di essi sarà promosso dall’Agenzia Regionale per il Lavoro, durerà sei mesi con un impegno di 32 ore settimanali, e potrà essere svolto solo da persone NON giovani. Esatto: il bando è aperto esclusivamente a persone «maggiori di 26 anni» e «di 30 anni se laureati». E già qui le opzioni sono due: o chi ha scritto e approvato il regolamento dell'iniziativa ha confuso «maggiore» con «minore», dimostrando incompetenza e sciatteria fuori dalla norma, o siamo di fronte a un caso più unico che raro, in cui un'amministrazione sceglie di incentivare l'utilizzo dello stage per la formazione e l'occupazione non dei giovani, bensì degli adulti (che di stage non avrebbero probabilmente bisogno).Eppure non è quello dell'età, di cui si sta già peraltro occupando un consigliere regionale del PD, l'aspetto più preoccupante dei TFO 2011 sardi. Il problema vero è che questi tirocini sono per la stragrande maggioranza per mansioni di basso profilo, in settori commerciali e d'impresa nei quali la formazione necessaria è molto veloce e si diventa subito operativi. Insomma per mestieri per i quali non c'è affatto bisogno di fare tirocinio.Qualche esempio? Un tirocinio a una stazione di servizio, per imparare alternativamente a fare il benzinaio e il tabaccaio (annuncio n° 76). Uno per fare l'operatore di raccolta differenziata (annuncio n° 211) occupandosi tra le altre cose di «svolgere attività di manutenzione ordinaria o straordinaria su impianti», «imballare materiali» e «pulire gli ambienti o i locali». Un tirocinio per fare l'idraulico presso una Asl, un altro per fare l'autista (sempre per la stessa Asl). Uno addirittura per imparare il mestiere di camionista: «il tirocinante effettuerà attività di trasporto, con sede operativa nella provincia di Nuoro e raggio operativo in tutta la Sardegna». A questo annuncio fa eco quello di un'azienda di trasporti e montaggi che cerca un autista-montatore che «svolgerà attività di trasporto e spostamento merci e montaggio arredamento». Ci sono anche offerte per aspiranti muratori (annuncio n° 583: «progetto formativo riguardante pulizia delle aree verdi e piccoli interventi di muratura e idraulica»), edicolanti (annuncio n° 476), operai. Alcuni caseifici propongono percorsi di stage per «addetto alla produzione di formaggi e ricotte»; vi sono addirittura una cooperativa agricola che offre un tirocinio per il profilo professionale del «bracciante agricolo» e una lavanderia che cerca una «stiratrice».E poi una vera e propria pioggia di tirocini per fare i camerieri in bar, pizzerie, ristoranti: il più triste è forse l'annuncio n° 910, in cui una pizzeria propone sei mesi di stage per imparare a fare «l'inserviente di cucina». Al contrario il n° 453 recita pomposamente che «la formazione e l'orientamento saranno finalizzati all'acquisizione di capacità teorico/pratiche nella produzione, preparazione e vendita di gelati, nella preparazione di crepe e snack, nella caffetteria e nella gestione sala/clienti». La fantasia non manca nemmeno ai proprietari di un'impresa di pulizie che per indorare la pillola descrivono così il tirocinio proposto: «finalizzato all'apprendimento di base per quanto riguarda le varie procedure di intervento del servizio di pulizia, mediante l'illustrazione dei seguenti argomenti: principi della detergenza; uso dei detergenti; metodi di lavaggio (sistemi manuali e meccanizzati); pulizia e sanitizzazione dei servizi igienici». Proprio questo annuncio ha fatto indignare i lettori della Repubblica degli Stagisti, che sul wall del gruppo FB hanno postato vive proteste.Scorrendo una per una le 38 pagine di annunci pubblicati sull'agenzia Sardegna Tirocini si scopre che i più richiesti sono i commessi - per supermercati, discount, negozi. Molti annunci anche per magazzinieri (anche con mansioni di «carico e scarico») e panettieri, senza dimenticare ovviamente il settore turistico, molto importante per la regione: banconisti in agenzie di viaggio, receptionist e portinai negli alberghi.  Non mancano gli annunci in cui i datori di lavoro si dichiarano esplicitamente alla ricerca di persone «esperte» - come nel caso dell'annuncio n° 556, che cerca una «ragazza esperta in caffetteria», o dell'annuncio n° 544 che recita «è richiesta esperienza in contabilità, gestione aziendale e paghe, familiarità con il web e software gestionale». E perché mai una persona così esperta dovrebbe essere interessata a un tirocinio? La sensazione è quella di essere di fronte a uno scherzo di pessimo gusto. I pochi tirocini formativi veramente validi, come quello in cui il teatro lirico di Cagliari offre sei mesi di formazione a un aspirante direttore d'orchestra, si perdono nel mare magnum delle offerte di piccolo e piccolissimo cabotaggio.Resta da capire chi ci guadagnerà davvero dal programma Voucher TFO 2011. Certo, ogni tirocinante riceverà 500 euro al mese dalla Regione Sardegna. Ma il vantaggio maggiore ce l'avranno senza dubbio tutte quelle aziende che potranno disporre di una o più persone in più, in maniera totalmente gratuita e senza alcun vincolo di assunzione. Per quanto tempo ancora dovremo assistere ad un tale sperpero di denaro pubblico? Allo spettacolo avvilente di istituzioni che preferiscono distribuire da una parte un'elemosina a qualche migliaio di adulti in età da lavoro e dall'altra una sponsorizzazione a imprese talmente poco solide da non poter pagare nemmeno un rimborso ai propri stagisti? Veramente non c'era un modo migliore per spendere 10 milioni di euro, in questo periodo di crisi nera dove le risorse a disposizione sono risicatissime? Non sarebbe stato meglio investire per migliorare il sistema di collocamento e il flusso domanda-offerta di lavoro nei centri per l'impiego sardi? Per strutturare dei percorsi d'inserimento professionale per i giovani attraverso l'apprendistato? Per finanziare start-up in grado di creare veri posti di lavoro nel futuro e portare finalmente sviluppo in una regione in difficoltà?Invece no. Si è scelta come sempre la via della facilità, forse sperando che questa elemosina generalizzata valga domani come capitale elettorale; sicuramente umiliando oggi migliaia di giovani sardi perbene - che giustamente aspirerebbero a qualcosa di più di un tirocinio come stiratrice o venditore di scarpe. Prendersi realmente la responsabilità di governare un territorio attuando politiche utili a lungo termine, quella è un'altra cosa.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il Natale risveglia la voglia di stagisti in profumerie e saloni di bellezza. Tirocini «sospetti» anche in tabaccherie e fast food- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voceE anche:- La Cgil scende in campo per stanare gli sfruttatori di stagisti con la campagna «Non + Stage Truffa»- Provincia di Padova, la giunta detta le linee guida: stop agli stage gratuiti e niente stagisti nelle imprese non virtuose

Lanciata a Parigi la European Quality Charter of Internships. Melandri, Ichino, Mosca, Vaccaro e Simoncini i primi politici italiani a sostenerla

Si chiude oggi a Parigi la conferenza internazionale sull'occupazione giovanile organizzata dallo European Youth Forum, con un panel tutto dedicato alla tematica dello stage e con il lancio della European Quality Charter of Internships and Apprenticeships - una sorta di Carta dei diritti dello stagista europea che riassume i criteri fondamentali per realizzare stage di qualità e tenere i giovani alla larga dallo sfruttamento. La direttrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina, protagonista del panel sui tirocini, ha anche annunciato in anteprima i nomi dei politici italiani che hanno già scelto di sottoscrivere e sostenere la Charter. Si tratta di quattro parlamentari e un assessore regionale, tutti molto impegnati sui temi dell'occupazione giovanile: Giovanna Melandri, già ministro delle politiche giovanili; Pietro Ichino, primo firmatario di un progetto di riforma del mercato del lavoro nel senso della flexsecurity e dell'abolizione dei contratti precari; Alessia Mosca e Guglielmo Vaccaro, promotori della legge Controesodo che incentiva il rientro in Italia dei laureati fuggiti all'estero; e Gianfranco Simoncini, che nella sua Toscana ha dato avvio al progetto «Giovani sì» (con un fondo di 30 milioni a sostegno di tirocini che rispettino il «Protocollo di qualità» sottoscritto da Regioni, parti sociali e associazioni datoriali) e che sta lavorando a una legge regionale che, prima in Italia, introdurrebbe l'obbligo di erogare agli statisti un minimo di rimborso spese.La Quality Charter è un documento elaborato dallo European Youth Forum [nella foto, il vicepresidente Luca Scarpiello durante un momento dell'evento] insieme a un gruppo di associazioni ed enti - tra cui la Repubblica degli Stagisti è l'unica realtà italiana - e focalizzato a indirizzare una policy europea rispetto al tema dei tirocini e dei periodi di formazione "on the job". Messa a punto sotto la guida della più giovane europarlamentare europea, la danese Emilie Turunen, la Charter ha l'obiettivo di sensibilizzare Parlamento e Commissione Ue e convincerli a mettere questo tema nella loro agenda - e sopratutto a spingere gli Stati membri a elaborare normative nazionali in linea con questi standard.Il primo punto fondamentale è che lo stage non debba essere usato per sostituire posizioni di lavoro dipendente: in molti paesi europei, in primis l'Italia, questo problema è concreto, e ogni giorno vi sono aziende che da una parte sopprimono posizioni lavorative e dall'altra coprono quelle stesse posizioni attraverso tirocinanti che non possono rivendicare alcun diritto. La Charter dice anche che i progetti formativi dovrebbero sempre rispettare la formazione pregressa degli stagisti: purtroppo infatti il numero di giovani laureati e addirittura a volte "masterizzati" a cui vengono proposti stage anche per imparare mansioni di basso profilo è in continuo aumento. Altri tre punti chiave sono che questo tipo di esperienze formative debbano essere svolte essenzialmente durante i periodi di studio, e non dopo; che la durata massima debba essere limitata; e che ogni Paese monitori in maniera capillare l'attivazione, lo svolgimento e l'esito di tutti gli stage.Nella Quality Charter però il punto più importante è quello relativo ai soldi: essa sancisce e suggerisce che gli stage non debbano mai essere gratuiti. Nello specifico, il testo divide gli stage «as part of higher education» (cioè quelli che noi in Italia definiremmo "curriculari") da quelli fatti dopo la fine del percorso di studi, e per quelli curriculari parla del «right to receive reimbursement of costs incurred during the internship or right to receive food, housing, and public transportation tickets instead». Spese vive, cibo, alloggio, trasporti pubblici: insomma il minimo indispensabile perchè lo stagista non vada a rimetterci. Per quanto riguarda invece gli stage fatti al di fuori dei percorsi formativi, bisogna premettere che la Charter li disincentiva fortemente («internships taking place outside/after formal education should ideally not exist») perchè vanno a riguardare persone ormai non più giovanissime. Però considerando che in effetti esistono e che non si possono cancellare, per questi stagisti più anziani si chiede la garanzia di una «decent remuneration not below the EU poverty line of 60 % median income or national minimum wage, if more favourable [and] reimbursement of costs incurred during the internship».La Quality Charter pone particolare attenzione alla questione dei soldi perché la gratuità degli stage costituisce una barriera all'accesso alla formazione. Solo chi ha i mezzi per superarla, cioè una famiglia abbiente, può accedere a queste esperienze formative; e risulta respingente e insuperabile per chi non ha questi mezzi, o l'incredibile motivazione di fare un lavoro (per esempio il cameriere la sera) per mantenersi. Di fatto pertanto gli stage gratuiti si configurano come una nuova frontiera di classismo: solo chi è ricco può accedervi, e arricchire il proprio cv, e di conseguenza renderlo più appetibile per le imprese. Ecco perchè bisogna contrastarli in tutti i modi, anche in quei casi - ce ne sono - in cui essi garantiscano un buon livello formativo: perchè sono riservati a chi ha paracaduti familiari, e lasciano irrimediabilmente fuori gli altri, configurandosi come l'ennesimo elemento di immobilità sociale del nostro mercato del lavoro in ingresso.Il cammino della European Quality Charter of Internships and Apprenticeships è appena cominciato: per appoggiarlo si può likare la fan page su Facebook e sopratutto coinvolgere i propri politici di riferimento, le organizzazioni sindacali e non profit, ogni singolo ente della società civile, nel sostegno attivo a questa iniziativa.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- A Parigi la conferenza internazionale sull'occupazione giovanile promossa dallo European Youth Forum: intervista al vicepresidente Luca Scarpiello- Emilie Turunen, pasionaria dei diritti degli stagisti al Parlamento europeo: «L'Italia è fra i Paesi messi peggio»- Parlamento europeo, risoluzione contro i tirocini gratis e le aziende che sfruttano gli stagistiE anche:- Stagisti a zero euro, no grazie: ecco perchè vietare il rimborso spese per legge sarebbe ingiusto e controproducente

I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011

Lavoro in diminuzione e giovani vittime principali della crisi economica. Sono questi gli aspetti che più preoccupano del 45esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato venerdì 2 dicembre a Roma. In un’ Italia definita «fragile, isolata ed eterodiretta» dove le linee guida dell’economia sono stabilite dall’Europa, i più colpiti dal declino economico sono proprio loro: i giovani. Il confronto con i nostri vicini Ue è impietoso: da noi solo il 20% dei 15-24enni è occupato, contro il 34% degli europei. Ma gli italiani non sono abituati al lavoro precoce, dice qualcuno, quindi questo dato non è pertinente. Va bene, allora si guardi la fascia più ampia degli under 30: tra i 15-29enni in Italia meno di tre su cinque lavorano, la media europea è di quasi tre su quattro. Uno scarto molto ampio, di 12 punti percentuali, che evidenzia un sistema che invece di puntare sui giovani, e dunque sul futuro, li emargina. Non è un caso dunque se le donne italiane «sono tra quelle che fanno figli più tardi - l’età media al parto di 31,1 anni rappresenta una delle età più avanzate in Europa». Maglia nera poi anche per i laureati italiani, i più disoccupati del vecchio Continente: il tasso di occupazione per loro è del 76%, all’ultimo posto tra i Paesi europei dove la media è dell’80%. E se è pur vero che il crollo dell’occupazione dall’inizio della crisi nel 2008 ha riguardato tutti raggiungendo il tasso del -4% (a fronte di un aumento dello 0,6% del lavoro sommerso), c’è però un dato che colpisce: tra il 2007 e il 2010 il numero dei giovani occupati è diminuito di 980mila unità (si registra tuttavia una lieve ripresa per l’anno in corso dello 0,4%), ma nelle generazioni più mature i livelli occupazionali hanno subito un processo inverso: i posti di lavoro sono stati non solo salvaguardati, ma sono addirittura aumentati del 7% tra i 45-54enni e del 12 tra i 55-64enni. Segno che le conseguenze più pesanti della crisi si scaricano su chi deve ancora entrare nel mercato del lavoro e non su chi è già dentro.Non solo. I giovani sono anche quelli che pagano di più sul fronte dell’uscita dall’occupazione, quindi nei licenziamenti: «Nel 2010, su 100 licenziamenti 38 hanno riguardato giovani under 35 e 30 soggetti con 35-44 anni», si legge nel rapporto. «Solo in 32 casi si è trattato di persone maggiori di 45 anni». Del resto il motivo è presto spiegato in un’Italia così ostinatamente gerontocrate: il Censis rivela che il Belpaese presenta un tasso di anzianità aziendale superiore alla media europea. «Lavora nella stessa azienda da più di dieci anni il 50% dei lavoratori italiani, il 44 dei tedeschi, il 43 dei francesi, il 34 degli spagnoli e il 32 degli inglesi». «Tuttavia» precisa lo studio «solo il 23% dei giovani risulta disponibile a trasferirsi in altre regioni o all’estero per trovare lavoro». Siamo indietro alla media europea infatti anche per quanto riguarda la mobilità transnazionale, per cui solo 12 italiani su 100 tra quelli della fascia d'età 15-35 anni hanno soggiornato all’estero per studio o lavoro - contro il 15% europeo. Ma fa da contraltare a questo dato il costo sopportato dalle famiglie per i viaggi dei figli: sono loro a mantenerli nel 68% dei casi (in Europa la media è più bassa di tre punti).«Investita in pieno dalla crisi» è scritto «ma non esente da responsabilità proprie, la generazione degli under 30 sembra incapace di trovare dentro di sé la forza di reagire». Commenta così il Censis il fenomeno dei cosiddetti neet, dove ancora una volta il triste primato spetta all’Italia: l’11% dei giovani di 15-24 anni, che diventa il 16% di quelli tra 25 e 29, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è rispettivamente del 3% e dell’8%. Un segnale grave, su cui la classe dirigente dovrebbe riflettere.  Esiste tuttavia un settore che sembra non conoscere crisi: quello del lavoro manuale, il 36% del totale e il più richiesto. Le aziende anzi lamentano proprio le difficoltà di reperimento di professionisti come magazzinieri, meccanici, operai, addetti alle pulizie. Tant’è che dei 309.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo quinquennio la quasi totalità hanno riguardato figure professionali non qualificate. «È così che negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra italiani e stranieri», si evidenzia. Una realtà riflesso di un «sistema formativo che è da una parte con il mondo reale che sta dall’altra», a detta di Giuseppe De Rita [nella foto], presidente Censis. E infatti «con la crisi, l’appetibilità e la richiesta di laureati nel mercato del lavoro è addirittura diminuita», e i giovani che iniziano percorsi professionali «nella maggioranza dei casi sono sottoinquadrati». C’è poi il problema mai risolto della dispersione scolastica: se tutti più o meno si iscrivono alle scuole superiori, il tasso di diploma non supera la soglia del 75% dei 19enni. Circa il 65% dei diplomati tenta poi ogni anno la carriera universitaria, ma tra il primo e il secondo anno di corso quasi il 20% abbandona. C’è comunque una buona notizia. Nel 2010 la quota di 18-24enni in possesso della sola licenza media e non più inseriti in percorsi formativi è scesa dal 19 al 18%. E in quello che il Censis chiama «il disinvestimento dei giovani», «destinati a vivere un perpetuo presente» si afferma purtroppo sempre di più un pensiero «avulso dal merito e dalla cultura del lavoro»: il 38,2% dei 15-30enni ritiene l’università un’opzione non attraente (il numero più alto in Europa). Su un dato si può però tirare un sospiro di sollievo. Più del 57,3% degli italiani si dice disponibile a sacrificare il proprio tornaconto personale per l’interesse generale. Forse è arrivato il momento di farlo, guardando alle difficoltà delle generazioni più giovani.  Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Chi ha paura dei giovani che scalciano?- Giovani e lavoro, il manifesto dei ministri Sacconi e Gelmini: «Non c'è bisogno di grandi riforme, basta avvicinare la scuola alle imprese»- Lavoro e giovani: ce l'abbiamo un'idea? L'associazione Rena mette pepe al dibattito   E anche: - Emergenza neet, la Città dei Mestieri di Milano lancia la ricetta per incrementare l'occupazione giovanile

Reddito minimo garantito, parte la raccolta firme della Cgil per ripristinare la legge sperimentale in Lazio. Con due ombre: il costo spropositato e il rischio di assistenzialismo

Reddito minimo garantito per adulti in difficoltà economiche. È questo in estrema sintesi il contenuto della campagna 'La precarietà non paga, il reddito garantito sì!', lanciata giovedì scorso, il 24 novembre, da Cgil Roma e Lazio, Giovani non più disposti a tutto e Bin (Basic Income Network). Obiettivo: raccogliere firme per ripristinare una legge regionale già esistente – e che la giunta Polverini vorrebbe abrogare - che fino all’anno scorso garantiva 700 euro netti al mese a disoccupati, inoccupati o lavoratori in mobilità tra i 30 e i 44 anni residenti nel Lazio e con un reddito inferiore agli 8mila euro annui. Qualcosa di diverso dal sussidio di disoccupazione, che riguarda chi nel mercato del lavoro è già entrato con un contratto a tempo indeterminato o determinato, e una volta scaduto il termine oppure licenziato riceve dallo Stato un contributo temporaneo. Il reddito minimo, al contrario, potrebbe includere anche chi non ha mai avuto un contratto e un lavoro vero e proprio. Per accedervi è sufficiente rispettare i criteri indicati.Il provvedimento per il reddito minimo era stato varato per la prima volta nel 2009, quando la Regione Lazio era presieduta da Piero Marrazzo. L’allora governatore aveva stanziato 46 milioni di euro per un progetto sperimentale unico in Italia che prevedeva l’erogazione di un contributo ai lavoratori precari in situazione di difficoltà economica. In Regione erano arrivate ben 135mila domande, di cui 7mila risultate poi vincitrici (anche se di fatto le procedure di pagamento non sono mai state avviate). La giunta Polverini ha però recentemente deciso di apportare una modifica alla manovra finanziaria sottraendo i fondi necessari all'applicazione della legge, e dichiarando infine pochi giorni fa di voler procedere a una sua definitiva abrogazione. Il tema del reddito minimo in tempi di crisi potrebbe forse risultare un po’ stridente, non può comunque essere liquidato con l’argomento della mancanza di risorse economiche. Ne è certo Salvatore Marra dell’ufficio Politiche giovanili della Cgil Roma e Lazio. La ricetta per finanziarlo è semplice: «attingere dal buco mostruoso della sanità», oppure abolire «qualcuna delle ventuno commissioni regionali in cui ogni deputato percepisce doppi stipendi grazie a doppi incarichi», insomma «razionalizzare le spese». In effetti sono diversi in Europa i casi di paesi (uno è la Danimarca) che garantiscono un reddito minimo, o che se non altro adottano misure di welfare che permettono ai soggetti più svantaggiati di condurre una vita dignitosa.La questione è anche arrivata sul tavolo del neo insediato governo Monti, al quale il comitato Il nostro tempo è adesso ha fatto pervenire il suo decalogo di proposte per migliorare la condizione dei giovani, lanciando idee in larga parte condivise dalla Repubblica degli Stagisti: contratto di lavoro stabile, lavoro ben pagato, previdenza, diritti come malattia e maternità, formazione continua, aiuti per la casa. Altra cosa è però il reddito minimo garantito, iniziativa che solleva perplessità sia di carattere economico - s livello nazionale erogare anche solo 500 euro al mese, cioè 6mila euro annui, a una platea ipotetica di un milione di beneficiari costerebbe l'esorbitante cifra di 6 miliardi di euro all'anno - sia di tipo organizzativo e in un certo senso morale. Ad esempio: come si potrebbe essere sicuri che gli assegnatari del sussidio continuerebbero ad attivarsi per cercare lavoro pur percependo soldi dallo Stato? Non bisogna nascondersi che in Italia la tendenza a "sedersi" sugli aiuti pubblici è più marcata che in altri Paesi. A detta di Sandro Gobetti di Bin Italia, intervenuto alla presentazione della campagna, la questione troverebbe soluzione nello stesso dettato della legge, che stabilisce che «il centro per l’impiego dia avviso delle nuove offerte di lavoro». Ma la norma permette di rifiutarle se ritenute non congrue al proprio background formativo: e dunque non vi sarebbe limite agli eventuali rifiuti? Elemento che non è dato sapere. Gobetti si dice poi convinto che i beneficiari del reddito minimo non starebbero certo a casa con le mani in mano, ma al contrario andrebbero «in cerca di opportunità o di come guadagnare qualche soldo per sopravvivere, sperando che qualcosa vada in porto per dare vita a un progetto di lavoro». Insomma, è d’obbligo concedere il massimo della buona fede. E alla domanda se quella del reddito minimo garantito non potrebbe trasformarsi in una misura assistenzialistica fine a se stessa e per di più molto pesante per le casse dello Stato, Gobetti risponde che «in termini generali può costare molto meno dare 500 euro a una ragazza madre senza lavoro piuttosto che lasciare a lei o alla famiglia il compito di occuparsi della propria sopravvivenza».In linea teorica forse è vero. In pratica, però, stabilire che chiunque non abbia un lavoro possa essere mantenuto dallo Stato anche per anni, e di conseguenza mettere una spesa dell'ordine dei miliardi di euro sulle casse dello Stato, non è probabilmente la mossa migliore per incentivare l'occupazione giovanile.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Elsa Fornero, ritratto del nuovo ministro del Lavoro: avanti con il contratto unico e il welfare per i precari- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo»- In Italia si guadagna troppo poco: per rendere dignitose le retribuzioni dei giovani bisogna passare dal «minimo sindacale» al «salario minimo»  

Laureati, sempre più tirocini gratis e lavori lontani dagli studi. Se il centro-sud fotografato da Almalaurea piange, il nord che emerge dall'indagine Stella non ride

Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 È l’abuso di tirocini il dato che emerge con forza quest’anno nell’indagine Stella, che insieme al Rapporto Almalaurea è una delle due rilevazioni fondamentali sull’occupabilità dei laureati in Italia. «Si nota un uso improprio dello stage» conferma alla Repubblica degli Stagisti Nello Scarabattolo, 56 anni, che oltre ad essere presidente del comitato scientifico Stella è uno dei più importanti esperti europei di informatica e insegna al Dipartimento di tecnologie dell'informazione di Crema. «Questo strumento viene sempre più utilizzato per coinvolgere ripetutamente persone in attività sottopagate giungendo alla situazione limite di precariato continuo». Proprio a causa dell’aumento di stage e tirocini Cilea, il Consorzio interuniversitario lombardo per l'elaborazione automatica, ha aggiunto quest’anno al questionario alcuni quesiti relativi al tema: «Ha uno stage ancora in corso?», «Se ancora in corso è retribuito?», «Se non lavora, non cerca occupazione e non studia cosa sta facendo?». Grazie alle risposte a queste domande si sono profilate interessanti novità e conferme. La maggior parte degli stage sono gratuiti e il numero dei tirocini sale all’incremento del titolo di studio, perciò la percentuale più alta si registra tra i laureati a ciclo unico.Nel dettaglio, su 5mila laureati triennali che hanno conseguito il titolo nel primo semestre 2010 intervistati a luglio 2011, sono solo 111 (due su cento) ad aver dichiarato di essere impegnati al momento esatto della rilevazione in uno stage o un praticantato: nella metà dei casi senza percepire un euro. Aumentano a uno su venti se si prendono invece in considerazione i quasi 5mila laureati magistrali: su 254 stagisti-praticanti in 133 fanno l'esperienza formativa gratis, 93 con borsa-lavoro e 26 con un compenso maggiore. La percentuale si impenna  infine se si considerano le risposte dei laureati a ciclo unico: su 705 intervistati, quasi uno su quattro ha dichiarato di essere in stage o di svolgere un praticantato. Qui la metà percepisce almeno un rimborso per le spese vive, e "solo" uno su tre lo fa gratis; sempre piccolissima (un misero 13%) la quota di stagisti o praticanti "graziati" da un compenso un po' più consistente. «I laureati a ciclo unico che dichiarano di svolgere un stage o tirocinio o praticantato non retribuito  sono per la maggior parte di giurisprudenza e ciò spiega l’impennata dei valori dei praticantati che, se in passato erano retribuiti, ad oggi sono perlopiù a titolo gratuito» riflette Claudia Montalbetti, responsabile del coordinamento tecnico e organizzativo di Cilea Stella. Mancano nell’indagine le rilevazioni a proposito delle diverse tipologie di soggetti ospitanti (la "vetrina universitaria laureati con curricula per le aziende navigabile on-line") e i numeri relativi agli stage curriculari svolti durante gli studi che Cilea Vulcano comprende nella sua indagine sui laureandi, non inclusa nell’indagine Stella.Ma i dati non fanno emergere solamente fenomeni negativi: la prima rilevazione del 2011 relativa agli esiti occupazionali di 14mila laureati del primo semestre 2010 a 12 mesi dalla laurea rivela che l’occupabilità di laureati ha subito un’inversione di tendenza rispetto al trend dell’ultimo biennio ed è leggermente aumentata.Tra coloro che decidono di mettersi sul mercato del lavoro, tre laureati triennali su quattro (73%) e 8 laureati specialistici su 10 hanno trovato  infatti  occupazione in circa sei mesi dal conseguimento del titolo. Ma non è tutto oro quello che luccica; infatti un altro dato da interpretare , probabilmente alla luce di un forzato spirito di adeguamento, è la diminuzione delle percentuali di soddisfazione: «La sensazione è che siano aumentati i posti di lavoro ma che molti neolaureati svolgano professioni meno legate al loro ambito di specializzazione» spiega Scarabottolo. Col risultato, non certo positivo, di un mismatch al ribasso.Per i laureati triennali emerge inoltre, probabilmente a causa delle difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, la tendenza a proseguire negli studi (si passa dal 44,2% per i laureati 2009 al 46,4% per i laureati 2010), scelta che però per alcuni percorsi di laurea triennali è quasi fisiologica. «Per il laureati magistrali invece» prosegue il presidente «l’effetto della crisi è evidenziato da un aumento di oltre due punti percentuali di laureati che cercano lavoro e dalla forma di collaborazione, visto che più del 7% dei laureati magistrali accetta uno stage o una esperienza di praticantato gratuito».Sul fronte dello stipendio nessuna grande novità: la retribuzione media passa da 1.126 euro per i laureati 2009 a 1.133 euro per i laureati 2010. Ancora presente una certa disparità tra i generi: le laureate guadagnano di meno all’ingresso. Il 50% dei maschi guadagna tra i 1.000 e i 1.500 euro, mentre il 50% delle colleghe dichiara un reddito compreso tra i 500 e i 1.250 euro. I tempi di ingresso nel mondo del lavoro invece incrementano dai cinque mesi per i laureati del 2009 a più di sei mesi per quelli 2010, registrando variazioni tra gruppi disciplinari. Leggermente in aumento la quota di coloro che dichiara di lavorare all’estero (1,7% dei laureati specialistici occupati; 1% dei laureati del primo ciclo).L’iniziativa Stella, ad oggi, raccoglie le adesioni di 11 atenei italiani, dei quali otto lombardi, (università di Bergamo, Brescia, università Cattolica, Milano-Bicocca, Milano Statale, Pavia, Politecnico di Milano, Iulm, università di Pisa, scuola superiore Sant’Anna e università di Palermo), rappresenta il 17,3% dei laureati italiani e l’84% dei laureati in atenei lombardi.Ma come si integrano Stella e Almalaurea? E quali sono le principali differenze? «Al momento non si integrano, piuttosto sono confrontabili» risponde Scarabottolo «e quest’anno abbiamo appositamente armonizzato i questionari per poter comparare e leggere in maniera unitaria i dati delle due iniziative e fornire quindi al ministero, agli atenei e al mondo del lavoro un quadro nazionale sull’occupabilità dei laureati».Almalaurea si riferisce inoltre a un numero più consistente di atenei (54, rispetto agli 11 Stella) e a un bacino di laureati intervistati a un anno dalla laurea più numeroso: 161mila contro i 31mila di Stella; però ad Almalaurea mancano quasi completamente gli atenei lombardi, molto importanti ovviamente a livello di occupazione in Italia. «Per quanto riguarda le differenze di metodo noi prediligiamo un approccio partecipato: tutte le università che si associano a Stella hanno un delegato del rettore esperto di statistica nel nostro comitato tecnico scientifico».Giulia CimpanelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Censis: in Italia i laureati lavorano meno dei diplomati. E i giovani non credono più nel «pezzo di carta»- Almalaurea fotografa i laureati del 2010 e lancia l'allarme: in Italia ce ne sono troppo pochi in confronto al resto d'Europa- Almalaurea, crollano occupazione e stipendi dei laureati. E chi fa uno stage ha solo il 6% in più di opportunità di lavoro Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4

Provincia di Padova, la giunta detta le linee guida: stop agli stage gratuiti e niente stagisti nelle imprese non virtuose

Un passo concreto contro lo sfruttamento degli stagisti arriva dalla Provincia di Padova dove negli ultimi tre anni il numero dei tirocini è aumentato del 43%: la Repubblica degli Stagisti è in grado di anticipare il  documento in dodici punti per promuovere «un tirocinio di qualità» che è stato approvato in giunta martedì 22 novembre e  che verrà presentato ufficialmente domani (venerdì 25). «Penso sia il primo regolamento in materia di stage approvato da una provincia» dice fiero l'assessore al Lavoro del Pdl Massimiliano Barison «E credo che farà anche da apripista». «Raccogliamo  il frutto di uno sforzo bipartisan» sottolinea Paolo Giacon, consigliere Pd [foto sotto], coautore del progetto: «questa volta la politica ha dimostrato di essere sensibile ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro». Ma cosa prevede nel dettaglio questa delibera? Anzitutto l'introduzione a favore dei tirocinanti di un compenso (definito «borsa lavoro» o «rimborso spese»):  almeno 400 euro mensili per i laureati e 300 euro per gli studenti. «Al fine di garantire risorse minime ed evitare che per gli spostamenti ed il vitto il giovane possa pesare sulla famiglia». E poi l'introduzione di precisi limiti al reclutamento di stagisti che sembrano ricalcati sulla Carta dei diritti dello stagista: le aziende non potranno più utilizzarli in sostituzione di personale in malattia, maternità, mobilità o cassa integrazione. Inoltre, i centri per l'impiego (cpi) «non promuoveranno tirocini durante i periodi di sospensione dal lavoro Cigo, Cigs, cassa in deroga, salvo che gli stessi non vengano proposti per qualifiche e mansioni diverse da quelle dei sospesi». Misure simili a quelle previste dalla legge regionale del Piemonte e nel Protocollo per i tirocini di qualità della Regione Toscana. Né li promuoveranno «per la medesima qualifica e mansione dei lavoratori licenziati nelle aziende che abbiano posto in mobilità personale nei sei mesi precedenti». Non solo. Per poter attivare nuovi stage, i datori di lavoro dovranno aver assunto, negli ultimi due anni, anche a tempo determinato (o a progetto) e per un minimo di otto mesi, il 30% degli ex tirocinanti.  Proprio la quota  prevista dalla Carta dei diritti dello stagista. In modo da evitare di trasformare lo stage «in uno strumento sostitutivo e a basso costo del lavoro». Ancora, addio agli stagisti commessi, operai e camerieri. La Provincia di Padova dice stop agli stage per mansioni di basso profilo  stabilendo  l'impossibilità di attivare stage per lavori generici e non qualificanti. Infine i cpi non potranno «promuovere più di un tirocinio tra una stessa azienda o con aziende appartenenti a uno stesso gruppo e un medesimo lavoratore né di concordare proroghe salvo in casi particolari e documentati».  Una lunga assenza per malattia del tirocinante ad esempio, o un significativo cambiamento nell'organizzazione dell'azienda, comunque sempre entro la durata massima di sei mesi.Il monitoraggio della Provincia sul rispetto delle regole sarà duplice. Da un lato si terrà d'occhio la qualità dell'esperienza formativa raccogliendo - attraverso un contatto diretto e telefonico - il feedback di ogni singolo protagonista. Dall'altro si sfrutterà il database del CoVeneto che attraverso le comunicazioni obbligatorie è in grado di avere una panoramica completa sul territorio ed evidenziare eventuali abusi.  Attraverso questi due strumenti, il controllo sarà affidato ai singoli cpi: qualora un datore di lavoro risulti inadempiente sospenderanno  la promozione di tirocini presso la sua azienda per un anno.Il progetto per un tirocinio di qualità, lanciato la scorsa estate da Giacon, è stato subito accolto dall'assessore Barison diventando oggetto di un'ampia concertazione che ha coinvolto anche sindacati e parti sociali. «Questa guida» spiega l'assessore alla Repubblica degli Stagisti «è il frutto di un lungo lavoro di collaborazione. Col consigliere Giacon ci siamo tenuti sempre in contatto perché, al di là del colore politico, sugli stage la pensiamo allo stesso modo». «Per realizzarla» racconta «siamo partiti dal presupposto che il tirocinio debba essere uno strumento in grado di aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo de lavoro. Perché se perde questa finalità diventa inutile. Ecco Perché i punti che abbiamo approvato vanno tutti nella direzione di impedirne un uso distorto». Un rischio che anche a Padova  si è dimostrato sempre in agguato. «L'abuso nell'utilizzo di questo istituto» ammette Barison «l'abbiamo toccato con mano. Giovani abbandonati a sé stessi, costretti a fare le fotocopie: un classico che mi ha colpito perché penso che una persona non debba essere degradata nella propria professionalità. In questo modo si corre il rischio di allontanarla anziché avvicinarla al mondo del  lavoro. E c'era già chi diceva “non faccio più lo stage perché ho avuto un'esperienza pessima”. Abbiamo quindi voluto dare un segnale per valorizzare l'impegno della persona e stimolare la sua partecipazione introducendo un compenso minimo che  si potrà corrispondere anche con l'attivazione di corsi  a patto che siano qualificanti ed economicamente quantificati».Un regolamento importante insomma, che pur muovendo molti passi nella direzione di tutelate i giovani dallo sfruttamento mantiene però almeno un paio di punti deboli. Può stupire, ma ad essere esentate dall'obbligo della borsa lavoro saranno proprio le pubbliche amministrazioni. Un'esenzione che nel caso di tirocinanti portatori di handicap riguarderà anche le aziende. «Per quanto riguarda l'amministrazione pubblica» si difende Giacon «non abbiamo potuto fare diversamente, il rischio era di aumentare la spesa, una cosa che non possiamo imporre. In ogni caso la deroga è minima perché la Provincia tramite i cpi promuove quasi esclusivamente stage aziendali. I disabili, invece, godono già di normative ad hoc». Infine resta un pericoloso spazio interpretativo laddove si sancisce che la Provincia «si riserva di promuovere ugualmente i tirocini in assenza dei requisiti» qualora lo si ritenga caratterizzato da elevata qualità. «In realtà» obietta ancora il consigliere «io la leggerei come una clausola di elasticità e di buon senso che ci consentirà di adattarci via via alle condizioni del mondo del lavoro». Le nuove regole, che entro l'anno verranno discusse in Consiglio, per il momento riguarderanno solo gli stage promossi dalla Provincia e dai cpi che, a leggere i dati raccolti dall’Osservatorio provinciale del Lavoro, mostrano un trend in crescita: 3.790 tirocini attivati nel 2008 e ben 5.415 nel 2010. La speranza, però, è di poter presto estendere queste linee guida anche all'università. «Siamo già in contatto per avviare un confronto» conclude Barison «e mi auguro che altri possano seguire il nostro esempio». «L'augurio» gli fa eco Giacon «È che tutte le altre provincie d'Italia adottino lo stesso provvedimento in attesa di un intervento del legislatore nazionale».Ivica Graziani Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage in Lombardia, i punti controversi della bozza del regolamento regionale: niente rimborso spese obbligatorio, di nuovo 12 mesi di durata e apertura alle aziende senza dipendenti

Stagisti laureati, solo nelle imprese private sono 100mila. Un esercito che però difficilmente trova lavoro: gli ultimi dati dell'indagine Excelsior-Unioncamere

Gli stagisti italiani sono colti: un terzo ha una laurea in tasca, o sta per conseguirla. Eppure le assunzioni rimangono molto basse. Sono alcuni dei dati ufficiali contenuti nel focus Formazione continua e tirocini formativi di Excelsior, l'indagine promossa da Unioncamere che ogni anno misura il polso  dei fabbisogni occupazionali e fa anche il punto sull'utilizzo dello stage da parte delle imprese private. Proprio oggi il focus viene presentato a Verona in occasione della fiera "Job&Orienta": e uno dei dati più significativi a emergere è proprio quello del piccolo esercito di 100mila stagisti laureandi o laureati che affollano le imprese private italiane.Come già anticipato nell'anteprima di settembre, nel 2010 il numero di stagisti totali  nelle imprese è diminuito, seppur di poco: siamo a quota 311mila, meno 3% rispetto all'anno precedente. Un lieve calo probabilmente dovuto alla crisi, che comunque lo stesso rapporto interpreta «più come stabilizzazione che non come inversione di tendenza». Del resto la contrazione riguarda quasi esclusivamente un solo settore, quello turistico e alberghiero, che raccoglie un sesto degli stagisti totali e dove più spesso si registrano casi di abuso - complice il periodo di recessione economica. Il macrosettore dei servizi è appunto quello più affollato di giovani in formazione: finisce qui il 71% del totale, contro il 28% dell'industria; in termini assoluti si parla rispettivamente di 221mila e 90mila unità. Al suo interno, il settore terziario rimane il più gettonato, raccogliendo da solo oltre un terzo dei tirocinanti totali, 132mila (+2,3%). Il primato in particolare va ancora all'ambito comunicazione e ai servizi socio-assistenziali, seguiti dai servizi alle imprese. A perdere più stagisti è invece il comparto costruzioni, che registra un sonoro -17%; segno che la stasi del mercato immobiliare ha falciato anche le posizioni di stage. A livello geografico sono le imprese del nord est quelle più popolate da tirocinanti, che finiscono soprattutto nelle piccole aziende, ma con sempre minore frequenza. Nel 2010 sono passati di qui 149mila giovani, con una leggera flessione rispetto al 2009, mentre nelle grandi è stato boom: +88%, da 25mila a 46mila unità.  Dopo lo stage a restare in azienda sono ancora in pochi, mediamente il 12,3%  (+0,7% rispetto al 2009). Le chances crescono al crescere delle dimensioni (si arriva al 23% nelle imprese con oltre 250 dipendenti) ma anche il settore conta: in quello dei servizi di trasporto e logistica quasi un quarto degli stage si trasformano in contratti; "bene" anche i servizi informatici, le public utilities e le industrie chimiche, farmaceutiche e petrolifere. L'affollato ambito comunicazione si ferma invece alla media nazionale, mentre a fondo classifica ci sono istruzione, servizi per l'alloggio e industria mineraria. Ad incidere sulla possibilità di assunzione sono però anche altri due fattori, che Excelsior ha preso in esame per la prima volta quest'anno: laurea e durata dello stage. Più lungo è lo stage, maggiori sono le possibilità di assunzione e i laureati, soprattutto se neo, sono avvantaggiati. E dovrebbe essere una buona notizia, dal momento che in Italia i tirocinanti laureati sono quasi un terzo del totale. Con prevedibili disparità: nel settore comunicazione si registrano picchi del 70% (molte pergamene anche nei servizi finanziari, assicurativi e nelle imprese informatiche, chimiche e farmaceutiche), mentre nei servizi di alloggio e ristorazione la quota di tirocinanti laureati sprofonda al 12%; in coda anche i comparti costruzioni, impiantistica, metallurgico, e le attività commerciali. Una volta tanto il sud fa la parte del "più colto": quasi il 42% di stagisti laureati, contro il 37 del centro e il 30 del nord; ma in questo caso non è un primato di cui andare fieri, dato che si tratta per lo più di risorse che non trovano sbocchi lavorativi. La palma d'oro spetta alla Campania, con oltre la metà degli stagisti che hanno conseguito almeno il primo livello; all'estremo opposto il Trentino Alto Adige (18%), terra di alberghi, ristoranti e lavori stagionali, ma sopratutto terra di alternanza scuola-lavoro, dove lo stage si fa già alle scuole superiori.Di buono c'è che, secondo il monitoraggio Excelsior, i tirocini extra lunghi sono una rarità: oltre la metà è durata tra i 2 e i 6 mesi; un altro 40% un solo mese e una piccola parte (il 7%) ha superato il semestre. Quelli più corposi appartengono al settore dei servizi, che raccoglie l'8,6% dei tirocini sopra i sei mesi, e il primato spetta ancora all'ambito media e comunicazione, seguito dai servizi alle imprese e dall'assistenza sociale. Durata e grandezza dell'azienda sono direttamente proporzionali, ma la relazione sottolinea più che altro l'importanza di alcune «caratteristiche strutturali»: alti livelli tecnologici, forti quote di laureati, capitali elevati, attività interne di ricerca e sviluppo. Insomma, più impegnativo è lo stage, più dura. E più dura più è probabile che si venga assunti. Excelsior sembra restituire l'immagine di uno stage dove merito e competenza contano, facilitando il traghettamento dalla formazione al lavoro vero e proprio. Ma i risultati sono ancora deludenti: si rimane inchiodati a una media nazionale di poco più di uno stagista ogni dieci assunto, malgrado l'altissima percentuale di laureati che, comprensibilmente, aspirano ad un contratto. Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Dati Unioncamere 2010, per la prima volta in dieci anni diminuiscono (di pochissimo) gli stage. Ma è una buona notizia solo a metà- Corsa agli stage, la crisi mette un freno. Primi dati del nuovo Rapporto Excelsior: 322mila tirocinanti l'anno scorso nelle imprese private italiane- Indagine Excelsior, focus Tirocini / A sorpresa le regioni che assumono più stagisti sono Lazio, Basilicata e Campania - Stagisti in hotel, bar e ristoranti: se 55mila all'anno vi sembran pochi