Categoria: Editoriali

Più il tempo passa più l'Italia invecchia: per frenare l'emorragia di expat servono meccanismi per far contare i giovani di più

Ancora una volta nel suo messaggio di fine anno, il Presidente Giorgio Napolitano ha dedicato i suoi passaggi più salienti ai giovani e al loro futuro. È evidente la sua preoccupazione. C’è un’Italia piena di potenzialità da sbloccare, ostaggio di una politica incapace o inadempiente. Se il Paese non cambia le principali vittime saranno le nuove generazioni, che già oggi pagano le carenze di un mercato del lavoro inefficiente e di un welfare iniquo e squilibrato.Perché allora non lasciar scegliere a loro stessi la propria sorte? Se, come dice Napolitano, è soprattutto il futuro dei giovani ad essere in gioco e se la vecchia classe dirigente si è rivelata fallimentare, si cambi allora squadra e si inizi un nuovo ciclo chiamando alla responsabilità le nuove generazioni. Il capo dello Stato ha scelto invece la via di un governo tecnico composto da persone con età media di 20 anni superiore rispetto all’età media della popolazione italiana, tenendo conto che quest’ultima è comunque già tra le più alte al mondo.Le nuove generazioni sono pregate di attendere e di sperare che il governo formato da sagge persone con i capelli bianchi faccia finalmente le scelte giuste per il loro futuro. Lo vedremo e non possiamo che dare fiducia. Se c’è però una cosa certa è che più il tempo passa, più l’Italia invecchia e meno ancora i giovani sono destinati a contare.L’Istat ha appena diffuso le previsioni demografiche più aggiornate. Gli over 65 sono oltre uno su cinque e saliranno verso quota uno su tre nei prossimi decenni. I venti-trentenni (fascia 20-39) sono stati quasi raggiunti dai cinquanta-sessantenni (50-69), ma alla fine di questa decade i secondi saranno oltre 3 milioni in più rispetto ai primi. Inoltre, peseranno di più nell’elettorato gli over 80 rispetto agli under 25!Se questo è lo scenario, come aiutare le nuove generazioni a contare di più in modo da dare più peso nelle scelte di oggi alla qualità del loro futuro?Se si esclude la scelta di andarsene in massa all’estero, rimangono comunque alcune opzioni. Abbassare a sedici anni l’età minima al voto? Togliere il vincolo dei 25 anni per essere eletti alla Camera e dei 40 per essere eletti al Senato? Vincolare la rappresentanza alla Camera solo agli under 65 o 70 (o comunque a quelli con età inferiore all’età media effettiva di pensionamento)? Consentire ai genitori di votare anche per i figli minorenni? Ponderare il voto in base all’aspettativa di vita residua (facendo in modo che chi ha più futuro davanti abbia un voto che pesi di più)? Alcune di queste proposte sono in discussione o in sperimentazione in altri paesi. Data la nostra situazione noi dovremmo semplicemente applicarle tutte. O rassegnarci definitivamente.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Dieci buoni motivi lasciare l’Italia (e poi tornare)- Tre donne nel nuovo governo, ma nessun under 50: peccato, Monti ha perso un'occasione per dimostrare che i giovani possono contare- Prospettive per i giovani, in Italia si gioca solo in B e C. Per la serie A bisogna andare all'esteroE anche:- E se il voto di un ventenne contasse triplo?- Per avere più giovani in politica: «Ragazzi, alle elezioni votate i vostri coetanei»- Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»

La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza

Viviamo in un paese “gerontocratico”? Diciamo che ci sono buoni motivi per ritenerlo. Quantomeno possiamo affermare che tra i paesi più sviluppati il nostro è quello che si avvicina di più ad un sistema politico nel quale le posizioni di prestigio e potere sono saldamente nelle mani delle generazioni più anziane.L’età media dell’intera classe dirigente italiana è ben rappresentata da quella dei componenti dell’attuale governo, pari a 64 anni. L’età matura degli attuali ministri non è quindi un’anomalia all’interno del nostro stivale, lo è solo se la si confronta con la situazione delle altre economie avanzate. La sovrarappresentazione italica nelle posizioni più preminenti della generazione degli over 60 risulta, ad esempio, evidente non solo nella politica ma anche ai vertici del mondo delle professioni e dell’università (i docenti sopra tale età sono più del doppio da noi rispetto a Francia, Spagna, Regno Unito, ecc.).Perché ci troviamo in questa situazione? Avanziamo due contrapposte interpretazioni.Un possibile motivo è che i sessantenni e settantenni siano più bravi. Avendo quindi maggiori capacità e competenze è giusto che siano loro a guidare e a decidere. Questo significa che rispetto agli altri paesi i nostri anziani al potere sono migliori e/o i nostri giovani-adulti esclusi sono meno capaci. Chi si sentisse di appoggiare questa ipotesi deve però spiegare perché l’Italia capitanata da una classe dirigente vecchia (supposta meritevole) abbia raggiunto risultati di crescita e di credibilità internazionale così bassi. E anche spiegare perché quando i giovani (che noi lasciamo da parte) se ne vanno all’estero trovano ampia valorizzazione e più veloci opportunità di emergere e far carriera.Il secondo motivo imputa la nostra gerontocrazia “de facto” alla scarsa disponibilità di chi è al potere di rimettersi in discussione, indipendentemente dai risultati ottenuti. Ma esiste forse anche un meccanismo meno esplicito e consapevole di freno al ricambio generazionale. Se da lungo tempo è al potere sostanzialmente una stessa generazione è più facile che diventi autoreferenziale, che interpreti la realtà con i propri schemi e punti di riferimento. Quando quindi c’è da scegliere per cooptazione un ministro, un dirigente, il membro di un CdA, è più facile che i nomi da cui ci si trovi a pescare (competenti o meno) appartengano a persone anagraficamente, e spesso socialmente, simili. Insomma funziona la logica dell’appartenenza, anche nella buona fede. Ogni tanto ci scappa qualche giovane bravo, ma spesso è figlio di qualcuno noto e ben inserito.Qualche tempo fa in una tavola rotonda ho avuto una discussione accesa con un senatore della Lega che si diceva contrario a togliere il vincolo dei 40 anni per entrare al Senato. Un limite anagrafico tra i più severi nelle grandi democrazie occidentali, soprattutto se si considera che in Italia vige il sistema bicamerale perfetto che prevede che tutte le leggi debbano essere approvate comunque anche in Senato. L’argomento del senatore leghista era che fare entrare i giovani troppo presto in politica dandogli troppe responsabilità li si rovina, gli si fa credere che la politica sia una professione. Qualche mese dopo il figlio di Bossi veniva eletto nel consiglio regionale della Lombardia con stipendio analogo a quello di un parlamentare. Così funzionano le cose in questo paese sempre più arrogantemente gerontocratico e pieno di strade spianate solo per i “figli di”.E’ allora davvero un peccato che il (sicuramente valido) governo Monti non sia stato l’occasione per segnare una discontinuità anche su questa anomalia italiana (si vedano in particolare i dati pubblicati sul sito Ingenere).La gerontocrazia italiana non ha futuro. Se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza. Più vecchi di così…Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Gioventù di nuovo in primo piano: dalla copertina del Time alle piazze italiane- Dal «latte stagista» a Che Guevara, la pubblicità scende in campo contro la gerontocrazia- Elezioni alle porte: se tutti votassimo un candidato giovane, entrerebbe un po' di aria fresca nei consigli regionaliE anche:- Solo otto consiglieri regionali under 35 eletti in Lombardia: giovani senza rappresentanza e senza voce- Progetto Lombardia 2010, SPAZIO AGLI UNDER 35: videointerviste ai candidati più giovani delle prossime elezioni regionali- Libri sui giovani: il quotidiano La Repubblica consiglia quelli scritti dai vecchi, la Repubblica degli Stagisti risponde col suo controelenco di autori under 40

Tre milioni di giovani esclusi o sottoinquadrati: Monti, questa è la vera sfida da vincere

Pubblichiamo il post di esordio di Alessandro Rosina, docente di demografia e autore del famoso saggio Non è un paese per giovani, come blogger sul sito del webmagazine L'Inkiesta. Lo spazio si intitola significativamente «Degiovanimento».La questione delle pensioni oramai possiamo considerarla quasi del tutto definita, tranne aggiustamenti. L'impatto stimato (pubblicato ampiamente sui vari quotidiani) evidenzia bene come a perderci siano state soprattutto le donne e a guadagnarci non siano stati necessariamente i giovani. Quindi di equo finora si è visto poco.Il riequilibrio si potrà ottenere se gli introiti non serviranno solo a fare cassa, ma verranno destinati a coprire le carenze di un welfare pubblico obsoleto e a migliorare le condizioni dei giovani sul mercato del lavoro (non bastano certo gli incentivi fiscali per le assunzioni).In attesa di vedere cosa il governo tirerà fuori di convincente dal cilindro - che si spera segnerà una forte discontinuità rispetto al passato - può essere utile fare il punto sulla realtà che ci troviamo davanti.Chiariamo subito una cosa. Si legge spesso sui giornali che in Italia quasi un giovane su tre non lavora: magari fosse vero! Il malinteso nasce da una errata interpretazione del tasso di disoccupazione. Il complemento a cento dei disoccupati non sono quelli che lavorano, va infatti aggiunta la sempre più ampia componente degli scoraggiati e inattivi. Se si guarda infatti al tasso di occupazione, il valore scende a meno di uno su quattro ed è il più basso in Europa.Se si allarga poi il quadro la situazione non migliora molto. Per i giovani tra i 18 e i 29 anni gli ordini di grandezza della (non) presenza nel mercato del lavoro sono i seguenti (riferiti alla media 2010): attorno ai 2,5 milioni sono quelli che studiano; circa 3,2 milioni lavorano, di questi oltre 1 milione sono sottoinquadrati secondo le stime dell’Istat. Un ammontare analogo corrisponde ai lavoratori con contratto a tempo determinato o con una collaborazione. Ci sono poi quelli che non studiano e non lavorano, che sono oltre 2,1 milioni. Oltre la metà di questi rimangono inoccupati per oltre due anni e per la maggioranza dei casi provengono da classi sociali medio-basse: questo a conferma che gli squilibri generazionali sono strettamente connessi a quelli sociali.Su quindi quasi 7,8 milioni di giovani, ad essere pienamente inseriti nel mercato del lavoro sono non più di 2,2 milioni (meno del 30 per cento). Tolti gli studenti, si arriva poco sopra il 40%. Questo significa che la grande maggioranza dei giovani che hanno concluso gli studi è esclusa o mal inserita. È qui che il Governo Monti è chiamato a dare il meglio di sé. Senza interventi coraggiosi e incisivi su questo punto potremo anche superare la crisi ma non andremmo certo lontano.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Tre donne nel nuovo governo, ma nessun under 50: peccato, Monti ha perso un'occasione per dimostrare che i giovani possono contare- Prospettive per i giovani, in Italia si gioca solo in B e C. Per la serie A bisogna andare all'esteroE anche:- I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011- Emergenza neet, la Città dei Mestieri di Milano lancia la ricetta per incrementare l'occupazione giovanile

Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani

Per rifare l'Italia, come dice anche Alessandro Rosina, bisogna partire dai giovani. Perché non è più accettabile che siano emarginati, schiacciati, e che su di loro ricada sempre il peggio della crisi.Cominciamo a rifare l'Italia riducendo il tempo ormai abnorme che passa tra la fine della formazione e l'inizio di un lavoro decentemente stabile e decentemente remunerato. Ogni anno ci sono 500mila stagisti e 200mila praticanti che non sono tutelati, non hanno diritti, non hanno nemmeno la garanzia di un minimo compenso per il tempo e l'impegno e l'energia che danno ai datori di lavoro presso cui si "formano". E qui calco le virgolette, perché questa storia della formazione è diventata un paravento, una scusa per sminuire i giovani e posticipare il momento di riconoscere il loro valore e pagarli adeguatamente.Rifacciamo l'Italia partendo dai soldi, quei soldi che mancano ai giovani. Non facciamo i timidi, la questione salariale è centrale! Non si può accettare che milioni di persone non vengano pagate adeguatamente, che lavorino senza ricevere un compenso accettabile e in grado di assicurare quell'esistenza libera e dignitosa di cui anche la nostra Costituzione parla.Questo vuol dire vietare che chiunque svolga un'attività lavorativa, anche se in formazione, lo faccia a titolo gratuito: un compenso minimo obbligatorio per gli stagisti e i praticanti è una misura per la quale da sempre si batte la Repubblica degli Stagisti.E questo vuol dire anche superare il tabù e aprire il dibattito sul salario minimo, quella misura già in vigore nella maggior parte dei Paesi europei e occidentali, che imporrebbe una cifra minima oraria sotto la quale nessun datore di lavoro, per nessuna ragione, potrebbe scendere. C'é chi mugugna di fronte a questa prospettiva, c'è chi teme che possa mettere in difficoltà il sistema attuale dei contratti nazionali stipulati dai sindacati. Io rispondo: chi se ne importa. Rifacciamo l'Italia anche rompendo i tabù. Oggi i giovani vengono contrattualizzati molto spesso con le tipologie di lavoro atipico, fintamente autonomo, contratti che non hanno alcun legame coi contratti nazionali: e dunque quei "minimi sindacali" scritti nei contratti, per i cocopro non valgono. Tutelare i giovani vuol dire anche capire che è inutile difendere strenuamente garanzie e tutele contrattuali, se poi loro a quei contratti non accedono.E allora già che ci siamo buttiamo giù anche un altro tabù, cominciamo a pensare all'opzione del contratto unico come a un prezioso panzer in grado di fare piazza pulita di tutti quei troppi contratti tutti diversi, con diritti diversi, regolamentazioni diverse, fatti apposta per frastagliare il diritto del lavoro e renderlo sempre più debole.Rifacciamo l'Italia guardando quindi al presente ma anche al futuro, per scongiurare la terribile prospettiva che i giovani sottopagati di oggi si trasformino nel 2040 in anziani sottopensionati, costretti all'indigenza. E per rifare l'Italia in questo senso ci vuole un intervento forte sul sistema previdenziale, per ridurre la molteplicità di casse previdenziali, impedire che i contributi possano essere "persi", e sopratutto immaginare un meccanismo nuovo che copra i buchi contributivi nei periodi di passaggio da un contratto a un altro. Rifare la previdenza peró vuol dire necessariamente rimettere in discussione le pensioni di ieri e di oggi, anche qui senza tabù. E stiano lontani i demagoghi che alzano gli scudi, perché qui nessuno vuol toccare la pensione da 1000 euro del nonnino ottantenne: qui peró si dice forte e chiaro che se la vita media è 84 anni non si può andare in pensione a 58 o 60, e vivere un quarto di secolo sulle spalle dello Stato. Né si possono ricevere pensioni da migliaia e migliaia di euro mensili, magari cumulabili le une con le altre, avendo versato negli anni di lavoro molto meno di quel che si viene a percepire.Io peró ho anche paura. Paura di chi nega il problema, di chi nega che i giovani siano in difficoltà, sostenendo che alla fine il welfare tipico italiano è quello familiare - e dunque non è poi così drammatico che siano i genitori e i nonni a pagare non solo i libri, la scuola e l'università, ma anche gli alloggi, e che foraggino i figli anche per mesi o anni dopo la fine degli studi, mentre questi figli passano da uno stage all'altro per poi approdare a qualche contrattino da pochi mesi e pochi soldi. Ho paura perché quei giovani nei periodi in cui restano senza lavoro non ricevono nessun aiuto dallo Stato, "perché tanto ci sono le famiglie". Il welfare deve essere completamente riformato, per sostenere questi giovani di oggi e di domani.Ma contemporaneamente ho paura di chi dice sì, bravi, più welfare per tutti, ma come se ci fosse l'albero della cuccagna e un pozzo senza fondo a cui attingere risorse. Decidere di investire sui giovani, sulle loro retribuzioni e sul loro lavoro e sul loro welfare, vuol dire anche essere capaci di recuperare risorse da investire lì. E quindi pensare a riforme grandi del sistema, temi urticanti per molti come l'età pensionabile, il sistema degli ammortizzatori sociali assistenzialistici, la dualità e l'apartheid del mercato del lavoro. Vuol dire innescare un ricambio generazionale, e ricambio vuol dire che i giovani cominciano a decidere e ad essere leader, e che i vecchi si fanno da parte. L'idea di ricambio non piace mai a chi sta in sella: ma si può pensare davvero che a rifare l'Italia siano solo i 60-70enni?Spero che il Partito Democratico su questi temi non si blocchi, che abbia il coraggio di gettare il cuore oltre l'ostacolo, e che lavori per rifare l'Italia a partire dai giovani.Eleonora Voltolina[testo tratto dall'intervento al convegno «Rifare l'Italia. Costruire l'Europa» del PD. Milano, venerdì 2 dicembre]Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo»- Elsa Fornero, ritratto del nuovo ministro del Lavoro: avanti con il contratto unico e il welfare per i precari- Il presidente della Commissione Lavoro della Camera consegna a Mario Monti i risultati dell'indagine sul precariato - l'audizione di Eleonora Voltolina- «Gratis non si lavora». Anche su Twitter monta la protesta contro il lavoro sottopagato E anche:- Urgono nuove regole per proteggere tirocinanti e praticanti: tante idee della Repubblica degli Stagisti nel disegno di legge di Cesare Damiano- Milledodici, ovvero almeno mille euro netti al mese per almeno un anno. Ecco le condizioni minime per offerte di lavoro dignitose- Nelle pagine del Rapporto sullo stato sociale un allarme sulla questione giovanile: e tra 15 anni la previdenza sarà al collasso

Quel pasticciaccio brutto dei due Les4 omonimi: perchè Italia Lavoro non chiarisce la posizione delle agenzie interinali nell'attivazione dei suoi tirocini?

Maledette omonimie. Quando due cose diverse si chiamano con lo stesso nome il rischio di confonderle, fare confusione e di non capirci più niente é sempre concreto.Parlando di tirocini, da un po' di tempo a questa parte una delle omonimie più problematiche si chiama "Lavoro e Sviluppo 4", abbreviato in Les4. Rispondono a questo stesso nome due distinte iniziative destinate a favorire l'occupazione dei cittadini senza lavoro delle regioni meridionali e finanziate con fondi statali. La Repubblica degli Stagisti se ne occupa da anni. Una é il Les4 di Promuovi Italia, agenzia  di assistenza tecnica che opera alle dipendenze del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del consiglio, fornendo supporto alle pubbliche amministrazioni nella gestione degli interventi a sostegno dello sviluppo delle attività economiche ed occupazionali nella filiera dell’industria turistica. In questo caso il fondo ammonta a 60 milioni di euro in tre anni, ed è vincolato all'attivazione di tirocini in un solo settore: quello del turismo.L'altro Les4 è quello di Italia Lavoro [nell'immagine a destra, l'homepage del sito], società per azioni totalmente partecipata dal ministero dell'Economia che opera come ente strumentale del ministero del Lavoro per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale. Questo Les4 é molto più imponente, disponendo di un budget doppio (120 milioni di euro, sempre per il triennio 2009-2012) ed essendo aperto a tutti i settori professionali - tranne quello turistico ovviamente.La Repubblica degli Stagisti ha sempre definito "cugini" questi due progetti, evidenziandone analogie e differenze. Ma a questo punto sottolineare la differenza più importante, e metterla sotto il microscopio, è diventato fondamentale: se addirittura Promuovi Italia, quella del Les4 meno controverso, si è spazientita di essere sempre confusa con Italia Lavoro tanto da pubblicare nella sua homepage una nota ufficiale di Antonino Bussandri, direttore operativo per l'assistenza agli interventi di politica del lavoro e per l'occupazione. Nella nota, a margine di alcuni aggiornamenti sullo stato della situazione, il dirigente scrive: «L’occasione è propizia per ribadire che Promuovi Italia non opera e non realizza interventi tramite Agenzie di Lavoro interinale (quali ad esempio Laborint o Obiettivo Lavoro). La nostra Società gestisce l’intero processo di realizzazione dei tirocini e di conseguenza si assume in via esclusiva la responsabilità delle attività svolte in proprio e delle informazioni fornite direttamente o tramite il call center».Perché un manager pubblico, dipendente di un ente pubblico, arriva a mettere nero su bianco una frase del genere? Il riferimento al Les4 di Italia Lavoro è implicito ma chiarissimo, quello alle agenzie per il lavoro coinvolte è addirittura esplicito.La differenza dei due progetti infatti, in caso non si fosse capito, è che Promuovi Italia gestisce tutto il processo dei tirocini, mentre Italia Lavoro ha deciso di affidare il compito a un intermediario. E invece di delegare ai centri per l'impiego statali, ha aperto alle agenzie interinali.Ora, il fatto che l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro non sia più, da 15 anni, un monopolio statale é certamente un fattore positivo. Le agenzie per l'impiego svolgono un ruolo prezioso e i contratti di somministrazione sono a ben guardare molto più tutelanti di tutti gli altri contratti "temporanei", perché presuppongono per legge che il lavoratore somministrato, a parità di mansioni, abbia lo stesso inquadramento contrattuale e lo stesso trattamento retributivo di un dipendente "interno". Ma qui non c'entra l'intermediazione e non c'entra il contratto di somministrazione. C'entra che una società di proprietà pubblica ha previsto che all'interno di un progetto multimilionario un ruolo non ben identificato venisse svolto dalle agenzie interinali. A vantaggio di chi?Queste agenzie, è vero, non prendono direttamente soldi da Italia Lavoro per collaborare alla realizzazione del Les4. Ma non essendo enti benefici, da qualche parte devono avere un tornaconto. Da qui si possono inferire almeno tre conseguenze.La prima, che sia la singola azienda a pagare l'agenzia interinale per averle trovato lo stagista "pagato dallo Stato". Da quel che è stato riferito alla Repubblica degli Stagisti, ciascuna azienda attingerebbe a quella quota che Italia Lavoro le eroga per ricompensarla del "disturbo" di formare lo stagista, facendo fifty-fifty con l'agenzia interinale. Quindi in maniera indiretta i 1.000 euro che le aziende ricevono per ciascuno stagista finirebbero, per un 30-50%, nelle casse delle agenzie interinali: piccole somme che, tutte insieme, costituirebbero un guadagno indicativamente, a volersi temer bassi, tra uno e tre milioni di euro.Non risulta, chiaramente, che laddove ad attivare i tirocini Les4 siano i centri per l'impiego le aziende si dimostrino ugualmente generose. E a dire il vero il problema non si pone, perché - come la Repubblica degli Stagisti ha avuto modo di appurare - nella maggior parte dei casi i centri per l'impiego non sanno nemmeno cosa sia il Les4, dicono di non occuparsene e a volte sono gli stessi dipendenti pubblici a rinviare gli aspiranti lesquattristi alle agenzie private.Il secondo aspetto è che le società di lavoro interinale devono sempre attirare nuovo capitale umano, cioè candidati da presentare ogni volta che un loro cliente gliene fa richiesta. Quindi ogni cv in più ha un valore economico ben preciso: va ad arricchire infatti il portafoglio e rende l'agenzia più appetitosa sul mercato, perchè più pronta a fornire molteplici profili e quindi a soddisfare ogni richiesta.Già questo aspetto basterebbe da solo a bilanciare le agenzie interinali per il loro disturbo: il vantaggio di aver ampliato la propria platea.E qui si passa al terzo aspetto. Le agenzie ormai utilizzano massicciamente il web per i loro annunci. Addirittura capita che ne pubblichino di "civetta", cioè finti, col solo obiettivo di recuperare nuovi cv da aggiungere al proprio database e da ricontattare chissà quando. Ma per ricevere risposte devono pubblicare annunci appetibili: più interessante è l'offerta, più i naviganti saranno invogliati a inviare il proprio cv. Nel panorama dei tirocini, che solitamente non prevedono uno straccio di rimborso spese (la Repubblica degli Stagisti con l'Isfol, e più recentemente l'indagine Stella del Cilea, hanno dimostrato che per oltre il 50% degli stage non é previsto un euro di compenso), poter pubblicare annunci di stage evidenziando un sontuoso emolumento, ben 1000 euro al mese, e un referente istituzionale prestigioso, il Ministero del Lavoro, è un'opportunità strepitosa. Alcuni lettori della Repubblica degli Stagisti hanno inoltre segnalato che vi sono agenzie che millanterebbero addirittura di essere "esclusiviste", di aver cioè ricevuto da Italia Lavoro l'esclusiva sull'intermediazione dei progetti Les4: in particolare Obiettivo Lavoro. Quando si deciderà Italia Lavoro, o il Ministero che la possiede, a dare delle risposte chiare rispetto a questa situazione?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il regalo alle agenzie interinali nell'attivazione degli stage Les4 di Italia Lavoro- Tirocini Les4 di Italia Lavoro, in Puglia nessuno sembra conoscerli. A parte l'agenzia Obiettivo Lavoro- Progetto "Les 4" di Promuovi Italia: il rovescio della medaglia- Lavoro e sviluppo 4, milioni di euro ma non si sa a chi: la lista delle aziende c'è ma non si vede. Ministero, e la trasparenza?E anche:- Stage, maxi-finanziamento europeo da 60 milioni per disoccupati di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ma tra i criteri di selezione non c'è l'età- Sei milioni di euro per le aziende che ospitano stagisti lucani, campani, calabresi, pugliesi, sardi e siciliani- Al via il Les 4 di Italia Lavoro: 120 milioni di euro per 6mila tirocini in aziende di tutti i settori in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia»- Tirocini Les4, la Repubblica degli Stagisti gira le domande dei suoi lettori agli organizzatori: ecco le risposte di Promuovi Italia- Progetto Les4, blocco o non blocco? Gli aspiranti stagisti lanciano un help, ma Promuovi Italia rassicura: «Tutto procede come previsto»

Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»

Al termine del discorso pronunciato da Mario Monti al Senato per ottenere la fiducia, viene naturale un'esclamazione: finalmente!Non ne facciamo un caso politico, nel senso di contrapposizione tra partiti, tra destra e sinistra, ma realmente gli intenti del professore sembrano esprimere ai più alti livelli istituzionali il grido nel deserto che da anni risuona attraverso il paese, sia dei giovani che - ebbene sì - delle aziende. Il grido del buon senso, la denuncia delle irrazionalità sempre più stridenti alle quali assistiamo giorno dopo giorno, che hanno portato all'antipolitica, alla sfiducia totale nelle nostre istituzioni, e dunque nella possibilità di cambiare il nostro futuro.Per quanto riguarda le tematiche che tratta il nostro giornale, sembrerebbe che questo nuovo governo abbia percepito, pur essendo - come rileva Alessandro Rosina nel suo editoriale di questa mattina - di una generazione anziana rispetto alla fascia di maggiore sofferenza sociale del paese, che la «questione giovani» è assolutamente prioritaria. Prioritaria perché riguarda non solo i giovani stessi, ma è il freno principale allo sviluppo in generale. Prioritaria perché è l'emblema più doloroso dell'iniquità che si è andata formando in questo paese nei ultimi decenni, dove sono stati sempre difesi i diritti acquisiti a scapito di quelli a venire. Prioritaria perché ricomprende tutte le tematiche sociali del momento - anche la natalità tra le più basse del mondo, e il lavoro femminile incredibilmente sottosviluppato. Perché fino a prova contraria sarebbero i giovani a dover fare figli in una società.E non pensiamo che questa piaga della precarietà delle giovani generazioni sia stato un fattore positivo per le aziende - serie, ovviamente: furbi esclusi. Al contrario: il valore principale di una realtà imprenditoriale che si rispetti sono le risorse umane, e la precarizzazione dilagante ha fortemente indebolito negli anni le aziende italiane. In piena crisi esse non hanno più avuto le risorse economiche per firmare contratti troppo onerosi, ma d'altra parte - in mancanza di leggi adeguate - non hanno potuto disporre di un inquadramento che permettesse loro di investire correttamente sui nuovi assunti, e si sono viste in un certo senso costrette a rendere ancora più instabile il lavoro. E il circolo vizioso persiste. Dunque l'annuncio di Monti di adottare sostanzialmente un contratto unico per i giovani è una vera rivoluzione. Riuscendo a disegnare un'architettura legislativa che consenta ai giovani di entrare nella società con pari dignità, ovvero con la possibilità di guadagnarsi un salario che li renda indipendenti e che li tuteli nel loro sviluppo professionale fino alla pensione, libereremo finalmente una intera generazione - se non due o tre -. Così si fa crescere un paese. Solo in presenza di regole chiare, condivise, e che tutelino entrambe le parti si potrà innescare un circolo virtuoso.Lo aspettavamo da anni, ora speriamo che si realizzi. E anche al più presto.Per saperne di più, leggi anche: - Anche in Italia serve il salario minimo di Eleonora Voltolina- Pietro Ichino: bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo- L'audizione alla commissione lavoro della camera del direttore della Repubblica degli Stagisti

Tre donne nel nuovo governo, ma nessun under 50: peccato, Monti ha perso un'occasione per dimostrare che i giovani possono contare

L’albero si giudica dai frutti. Quello che conta è che questo esecutivo ora dimostri di essere davvero in grado di fare le riforme che servono al paese. L’obiettivo, è stato ben detto: coniugare crescita ed equità sociale. Ora Monti indichi la via e noi tutti a remare da quella parte. Ma, guardando all’età dei ministri, non possiamo esimerci dal fare qualche sconsolata considerazione. Il male italiano negli ultimi decenni è stato quello di sacrificare troppo spesso la qualità del futuro alla difesa dei privilegi e delle rendite del presente. Le componenti della società più portate per loro natura a fare da ponte virtuoso tra il presente e il futuro sono le nuove generazioni. Questo ponte in Italia risulta sempre più avvolto da una fitta nebbia. Ora il presidente Monti ha deciso che nel suo esecutivo non gli under 40, ma nemmeno gli under 50 potessero essere utili per diradare tale nebbia. La pressione sulla presenza femminile sembra sia servita. Il premier incaricato, letto l’elenco, ci ha tenuto a sottolineare che tre donne occupavano posti chiave. Implicitamente se ne deduce che i giovani non ci sono perché non ritenuti adatti per ruoli importanti o perché comunque non ne sono stati trovati all’altezza. Meglio lasciarli fuori che inserire belle presenze di comodo come nel precedente Governo. E allora abbiamo quantomeno perso un’occasione, quella di dimostrare con questo esecutivo che anche in Italia ci sono giovani di qualità da mettere in gioco. Ma c’è di più. Di fatto si nega che nelle importanti scelte da adottare per rimettere in piedi il paese e avviarlo su un percorso solido di sviluppo, sia importante includere nella stanza dei bottoni la visione della realtà, l’interpretazione del cambiamento e delle sfide in atto, la capacità di innovare e trovare soluzioni inedite propria delle nuove generazioni.  Ci troveremo alla fine con un presidente 68enne, ministri con età media di 64 anni, sottosegretari cinquantenni o forse anche quarantenni (con qualche collaboratore trentenne). Difficile trovare un altro paese in cui il merito riconosciuto e le capacità percepite sono così fortemente legate all’età anagrafica. Ma questi ragionamenti sono allo stato attuale un lusso. Monti ha messo assieme una squadra di qualità che probabilmente esprime il meglio che l’Italia over 50 ha a disposizione. Questa ora è la nostra squadra e con questa dobbiamo vincere.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'appello a Mario Monti: nel prossimo governo devono esserci anche giovani e donne- Antonio De Napoli convocato oggi da Mario Monti in rappresentanza dei giovani italiani: «Gli porteremo l'appello di Voltolina e Rosina per chiamare anche le nuove generazioni al governo»

In Italia si guadagna troppo poco: per rendere dignitose le retribuzioni dei giovani bisogna passare dal «minimo sindacale» al «salario minimo»

In Inghilterra sullo stage sta succedendo un putiferio: e pensare che  il fenomeno è molto meno esteso che da noi, e coinvolge (secondo le stime della "Repubblica degli Stagisti inglese", il sito web Interns Anonymous) circa 250mila persone ogni anno su una popolazione di 60 milioni.Cos'è che ha fatto scoppiare la bomba? Un autorevole parere espresso dai consulenti legali del governo. Che, chiamati a valutare la situazione degli interns, hanno stabilito che pur non essendo un lavoratore lo stagista effettua un percorso formativo attivo e pertanto apporta un contributo all'ufficio che lo ospita. Quindi negargli un compenso è illegale.C'è di più. In Inghilterra come nella maggior parte dei Paesi occidentali (18 su 27 membri Ue, per esempio, ma anche Stati Uniti e Australia) vige uno strumento che si chiama "salario minimo". Attenzione: non è un reddito minimo, cioè una somma di tipo assistenzialistico che lo Stato elargisce a chi non lavora. Il salario minimo è una soglia minima oraria sotto la quale nessun datore di lavoro può scendere. In italiano il linguaggio comune lo chiamerebbe «minimo sindacale», perché nel nostro Paese questo minimo non l'ha mai posto lo Stato per legge: lo ha lasciato alla libera contrattazione tra i sindacati e le associazioni datoriali – col risultato che ogni categoria ha il suo contratto nazionale che fissa i minimi di compenso, frastagliandoli in mille cifre diverse, mille accordi separati che danno ai lavoratori retribuzioni e diritti diversi a seconda del contratto di riferimento.Il tallone d'Achille del sistema italiano è diventato evidente negli ultimi dieci anni, con la crescita impetuosa dei contratti flessibili e in particolare del lavoro "parasubordinato" e finto autonomo. La tipologia più usata per i giovani, il contratto a progetto, così come le prestazioni a partita Iva, sono infatti completamente slegate dai contratti nazionali: col risultato che ogni giorno spuntano offerte di lavoro da 800, 600, addirittura 400 euro al mese per lavori full-time, inquadrate come lavoro autonomo ma in realtà corrispondenti ad impieghi subordinati classici. E con retribuzioni chiaramente indecenti – ma non illegali.L'introduzione anche in Italia di un salario minimo sarebbe fondamentale per arginare questa deriva, ed evitare lo sfruttamento. La Repubblica degli Stagisti ne è talmente convinta che pochi mesi fa ha lanciato un'iniziativa, Milledodici, mirata proprio a stimolare le imprese a non offrire contratti pagati meno di mille euro netti al mese per impegno full time.L'introduzione di un salario minimo sarebbe utile, come dimostra la polemica divampata oltremanica, anche per tutelare maggiormente gli stagisti: perché allo stipendio minimo si potrebbe agganciare un rimborso spese minimo per gli stagisti. Il meccanismo funziona già in Francia, paese dell'antica tradizione di salario minimo (l'antenato dell'attuale Smic, salaire minimum interprofessionnel de croissance, risale addirittura al 1950): qui tutti gli stage di durata superiore a due mesi e svolti all'interno di imprese private devono prevedere obbligatoriamente un rimborso spese di almeno 400 euro al mese. Più o meno un terzo del minimo dovuto a un lavoratore.E anche la politica sta lentamente prendendo coscienza del problema: il salario minimo per esempio era tra le proposte contenute nel programma del Partito democratico alle elezioni politiche del 2008 dove al punto 6, «Stato sociale: più eguaglianza e più sostegno alla famiglia, per crescere meglio», si leggeva la promessa di una «sperimentazione di un compenso minimo legale, 1000-1100 euro netti mensili, per i precari». Ma Veltroni non ha vinto contro «il principale esponente dello schieramento avverso», e il governo Berlusconi non ha mai pensato a introdurre una misura di questo tipo, che risulterebbe osteggiata in maniera bipartisan: i sindacati non lo vogliono perchè limiterebbe il loro peso, le aziende chiaramente vedono come il fumo negli occhi l’introduzione di vincoli retributivi. E allora deve venir fuori un terzo fronte, quello dei giovani e degli onesti e della società civile. Che deve essere più forte di questi due poteri forti, e chiedere e pretendere che la discussione sul salario minimo almeno venga aperta.Eleonora Voltolina scopri l'Emagazine della settimana >> Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Da Londra arriva un primo alt ai tirocini gratuiti: secondo i consulenti legali del governo violano la legge sul salario minimo- Milledodici, ovvero almeno mille euro netti al mese per almeno un anno. Ecco le condizioni minime per offerte di lavoro dignitoseE anche:- Precari sottopagati oggi, anziani sottopensionati domani? Ecco come stanno veramente le cose: meglio prepararsi al peggio- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Unitalk, intervista a Gianfranco Dore della Uil: «Pagare di più i contratti atipici è l'unico modo perchè la flessibilità non si trasformi in precariato»    

Della Valle risponde a una precaria nella prima puntata della trasmissione di Santoro: basta lotta di classe

Michele Santoro è tornato sugli schermi la scorsa settimana con il suo Servizio Pubblico. Un esperimento di produzione indipendente veicolato attraverso una multitudine di canali diversi, compreso il web: una modalità innovativa di concepire un prodotto multimediale moderno che potrebbe aprire nuove prospettive nel futuro. Nella prima puntata della trasmissione c'è stato un momento di grande tensione: una giovane precaria ha attaccato duramente l'imprenditore Diego Della Valle, presente tra gli ospiti. Il succo del suo intervento infuocato: esiste una lotta tra imprenditori e lavoratori, tra ricchi e poveri, ed è venuto il momento di dire basta alla collusione tra poteri economici e politici per tornare al lavoro come diritto costituzionale. Malgrado un tono purtroppo paternalistico, caratteristica molto italiota dell'anziano che si rivolge al giovane ribelle come se fosse un figlio in piena crisi adolescenziale, Della Valle ha dato tuttavia una risposta su cui vale la pena riflettere. Ha invitato a evitare di guardare il mondo in modo manicheo, ma sopratutto "verticale". In altre parole, l'opposizione novecentesca tra ricchi e poveri oggi non porta più da nessuna parte. Andrebbero invece applicate delle valutazioni "orizzontali" per creare una distinzione, ben più ancorata alla realtà, tra le persone corrette e quelle scorrette. Ci sono degli imprenditori perbene e degli imprenditori mascalzoni. Ci sono dei politici perbene e dei politici che pensano solo al proprio interesse. E ci sono dei lavoratori perbene, ma anche dei lavoratori disonesti.Questo concetto è fondamentale in una società dove il malessere sociale, la pressoché totale paralisi politica e la scelta di troppe aziende di usare le leggi vigenti sul lavoro a proprio unico beneficio, fanno crescere la sensazione di "schifo generalizzato". Ma questo sentimento, seppur legittimo e in gran parte veritiero, non è costruttivo. Mai. Impedisce anzi alle parti sane, concrete, oneste della politica e dell'imprenditoria di emergere, e dunque di mostrare vie d'uscita, esempi positivi dai quali trarre spunti per migliorare.Rifiutandosi di vedere le differenze, preferendo usare etichette standard - "politico", "imprenditore", "lavoratore" - come se fossero tutti uguali, si annulla l'impegno di chi agisce in maniera onesta, di chi non si è adeguato al sistema. Vale per i politici, per le imprese e anche per i lavoratori o chi lotta per loro.Troppo spesso nelle conversazioni si sente dire in questo periodo una frase emblematica: «Io non saprei per chi votare, tanto sono tutti uguali». Ma in una democrazia rappresentativa si devono denunciare e tentare di escludere i politici scorretti o che non convincono, e però ci si deve anche sforzare di trovare le persone giuste e affidabili da sostenere e da proporre al posto di quelle "impresentabili". È l'unico modo in cui il popolo sovrano può esercitare davvero il suo potere.

Chi ha paura dei giovani che scalciano?

Ci risiamo. A una settimana giusta dall’infelice uscita di Silvio Berlusconi sul presidente dei Giovani Industriali, un 36enne a capo di un’industria da 4 milioni di euro di fatturato all’anno sprezzantemente definito dal premier «ragazzotto industriale», oggi è la controparte a fare un passo falso.Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, a Napoli per il convegno «Finalmente sud», avventurandosi in un botta-e-risposta a distanza con Matteo Renzi a proposito delle istanze generazionali e del ricambio ai vertici del Pd sabato scorso ha detto «È chiaro che tocca ai giovani, a chi deve toccare? Ma bisogna mettersi a disposizione, non si può pensare che un giovane per andare avanti deve scalciare, insultare».Scalciare? Le parole, diceva Nanni Moretti, sono importanti. Usare verbi come questo, al pari di termini come «ragazzotti», non può che far trasparire superbia e boria e sopratutto scarso rispetto nei confronti degli avversari – e alleati – più giovani.Un atteggiamento che, se in un certo senso prevedibile da Berlusconi (che già in passato aveva suggerito a una ragazza, come antidoto alla precarietà, la soluzione di cercarsi un fidanzato ricco come suo figlio Piersilvio), sorprende da Bersani, tradizionalmente più attento a questi temi.Tra l’altro definire giovani due persone di 36 anni – il primo a capo di 12mila imprenditori, l’altro alla guida di una città di quasi 400mila abitanti – è anche una forzatura. Possono essere definiti giovani solo se comparati all’età media dei politici italiani - non solo il premier ha ormai compiuto 75 anni, ma Bersani ha sorpassato quest’anno la boa dei 60, come il suo coetaneo Antonio Di Pietro; il leader della Lega Umberto Bossi ne ha 70, mentre i tre che una volta venivano definiti “le nuove leve” della politica italiana – Fini, Rutelli e Casini, a capo di Fli, Api e Udc – sono nati rispettivamente nel 1952, 1954 e 1955. Il meno anziano dei leader dei grandi partiti è Nichi Vendola, ed è tutto dire – perché ha 53 anni e la sua prima elezione in Parlamento risale a quasi vent’anni fa.In un interessante editoriale sulla Stampa Irene Tinagli, 37enne “cervello in fuga” eccellente che insegna Economia a Madrid (e che probabilmente, se fosse rimasta qui in Italia, sarebbe ancora aggrappata ad assegni di ricerca annuali e alla protezione di un barone), si chiede perché mai «l’opzione generazionale non arriva mai». E ricorda come all’estero le cose vadano diversamente: dall’Inghilterra guidata dal quarantacinquenne David Cameron al primo ministro norvegese Jens Stoltenberg, eletto quando aveva 41 anni dopo averne passati cinque a capo del dicastero dell’Economia (noi per parte nostra abbiamo il sessantaquattrenne Tremonti, già attivo in quel ministero in qualità di collaboratore dai lontani anni Ottanta). Per non parlare del primo ministro danese, la quarantaquattrenne Helle Thorning-Schmidt, che ha nominato al ministero delle Finanze un trentottenne e a quello degli Interni una ventottenne.Concordo con la Tinagli: le persone – vecchie o giovani che siano – devono dimostrare sul campo quello che valgono, e non è affatto detto che un Renzi sia più capace di un Bersani per il solo fatto di avere un quarto di secolo in meno. La politica ha bisogno di buone idee che camminino su buone gambe, di schiene dritte e occhi rivolti al futuro: è vero che possono esserci ottantenni con queste caratteristiche e ventenni invece già vecchi, asserviti al sistema, disonesti ed egoisti.Insomma, se è innegabile che avere una certa età non significa per forza essere bolliti e non possedere più le caratteristiche necessarie per riformare un sistema, è altrettanto vero che essere giovani non significa automaticamente essere credibili o avere idee candide. Però è assurdo che in Italia si continui a vedere il ricambio generazionale come il fumo negli occhi, a negarne il valore e le potenzialità. La maggior parte degli studiosi concorda nel sostenere che l’apice delle capacità intellettuali viene raggiunto fra i trenta e i quarant’anni. Se non fossero marginalizzati nel sistema decisionale dei partiti, tutti questi trentenni non “scalcerebbero” ma parteciperebbero con grande beneficio di tutti. A cominciare da noi cittadini.Eleonora Voltolinapubblicato sul blog del Fatto Quotidiano