Categoria: Editoriali

Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage

La riforma del lavoro non ha alcun futuro se non si affronta il nodo degli stage. È in questo enorme bacino, che coinvolge oltre mezzo milione di persone all'anno, che si annida il maggior pericolo di fallimento di qualsiasi tentativo di riforma strutturale del sistema italiano.L'obiettivo dichiarato di Monti e Fornero è certamente condivisibile: aiutare i giovani a uscire dalla precarietà e dall'indigenza, permettendo loro di poter accedere a contratti decenti. In questo senso si parla di contratto unico, contratto prevalente, rilancio dell'apprendistato. Tutte tipologie contrattuali che assicurerebbero (o già garantiscono, nel caso dell'apprendistato - purtroppo ancora drammaticamente sottoutilizzato malgrado i tanti proclami dei governi precedenti) diritti e garanzie sia da tanti punti di vista: retribuzione dignitosa, contributi adeguati, ferie e malattia e maternità, tfr. Cose dell'altro mondo per la maggior parte dei giovani, oggi condannata a contratti a progetto senza progetto, collaborazioni finto-autonome (spesso con l'obbligo di aprire la partita Iva, per poi fare però un normale lavoro subordinato), full time inquadrati e pagati come part-time... e sopratutto stage e tirocini.Senza una nuova legge su questo tema cruciale non si può andare da nessuna parte. Gli stage sono lo strumento più conveniente oggi a disposizione dei datori di lavoro. Non prevedono praticamente nessun obbligo: nè di corrispondere un compenso agli stagisti, nè di assumerne almeno una parte, nè di prendere in tirocinio solo persone effettivamente inesperte, nè di usare questo inquadramento solo per i mestieri che effettivamente necessitano di una formazione approfondita. Non c'è nemmeno - e questo è l'aspetto più grottesco - una sanzione per chi viola i pochi e blandissimi paletti (il numero massimo di  stagisti ospitabili contemporaneamente, la durata massima, l'obbligo di mettere a disposizione un tutor...). Quindi sostanzialmente ad oggi la legge sugli stage è poco più di un suggerimento.Proprio per questo tutti ci si buttano a pesce. la caccia allo stagista é ormai aperta da anni e imprese private – ma anche enti pubblici e organizzazioni non profit – ci sguazzano felicemente. Meno felici sono i giovani che subiscono questa situazione: per loro gli stage si sono progressivamente trasformati da belle opportunità di crescita professionale e di inserimento lavorativo a via crucis infinita, passaggio obbligato per poter accedere - chissà quando - a un vero contratto. Nella maggior parte dei casi precario.I casi virtuosi, importantissimi da evidenziare e valorizzare per dimostrare che "un altro stage è possibile", sono troppo pochi per potersi accontentare: il cancro del lavoro mascherato da stage avanza e ogni giorno si moltiplicano gli annunci indegni che offrono stage per mansioni di basso profilo in negozi, supermercati, call center; oppure che ricercano "stagisti esperti" - un vero e proprio ossimoro.Qualsiasi riforma del lavoro sarà dunque assolutamente inefficace se non prevederà, come corollario immediato, una revisione totale della normativa in materia di stage e tirocini. Urge una legge quadro statale che ponga le condizioni minime da garantire a tutti i giovani, per assicurare loro esperienze realmente formative e dissuadere dall'abuso. La legge quadro dovrebbe agire almeno su tre fronti: imporre uno standard minimo di "diritti" per gli stagisti, a cominciare da un dignitoso rimborso spese che permetta loro di non dover pesare sulle famiglie. Prevedere severe sanzioni in caso di violazione. E mettere in piedi un sistema di monitoraggio continuo in grado di smascherare immediatamente gli abusi e di permettere ai soggetti promotori (università, centri per l'impiego, agenzie interinali...) di condividere le informazioni su ciascun soggetto ospitante. Una volta delineato il quadro generale, poi, ciascuna regione potrebbe farsi la sua legge ad hoc (come quella, estremamente innovativa, appena approvata in Toscana). Ma le regole del gioco le deve dettare lo Stato e devono proteggere e garantire tutti gli stagisti, da Aosta a Taranto.Senza una riforma degli stage la riforma del lavoro nascerebbe dunque irrimediabilmente zoppa. La miglior legge del mondo sul contratto unico o sul rilancio dell'apprendistato non avrebbe alcuna chance di essere applicata se restasse in piedi un concorrente sleale talmente più conveniente - lo stage appunto. Quale azienda sceglierà mai di pagare per qualcosa che può avere gratis?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, il ministro Fornero: «Non andrà in vigore prima del 2013» - Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Tre milioni di giovani esclusi o sottoinquadrati: Monti, questa è la vera sfida da vincere- Chi ha paura del contratto unico? Panoramica dei vantaggi della flexsecurity per i giovani italianiE anche:- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- Ventenni e riforma del lavoro, parla l'ideatore della lettera a Monti

8 marzo: una festa celebrata da troppe casalinghe?

Perché è bassa l’occupazione femminile italiana? Uno dei motivi è… perché l’occupazione femminile è bassa. Ovvero, la partecipazione delle donne incentiva e stimola essa stessa una crescita della presenza femminile nel mercato del lavoro. Gli ostacoli che le donne trovano nel loro percorso valgono quindi al quadrato e spiegano le forti differenze sia tra Italia e gli altri paesi avanzati sia all’interno del territorio italiano.L’apprendimento dei ruoli di genere inizia molto presto. Già nei primissimi anni di vita. I bambini interiorizzano le norme e le aspettative sociali corrispondenti al loro sesso. Come vari studi hanno mostrato, è molto comune nelle famiglie italiane pretendere molto più dalle figlie femmine che dai maschi - anche quando la madre ha alto titolo di studio - di aver cura delle proprie cose e di collaborare nelle attività domestiche. Questo stile educativo riproduce di generazioni in generazione un modello asimmetrico che porta poi in età adulta le donne a sentirsi molto più responsabilizzate verso i carichi familiari, anche a costo di sacrificare il lavoro, mentre gli uomini a proiettarsi maggiormente verso l’esterno. Più che il titolo di studio, come vari studi documentano, sembra essere il fatto che la madre lavori essa stessa a forzare lo stile educativo verso una maggiore simmetria. L’essere occupata, da un lato trasmette verso le figlie femmine un modello di donna che non rinuncia ad una realizzazione professionale, ma tende a produrre, dall’altro, anche una ricaduta sulle attese verso i figli maschi: non potendo essere pienamente a loro servizio viene richiesto anche a questi ultimi un maggiore impegno nel gestire le proprie cose e nel contributo all’interno della famiglia.Anche nella politica e nella classe dirigente, in generale, avere poche donne non aiuta. Se c’è un mondo da riconfigurare per consentire di valorizzare meglio il capitale umano femminile, servono sensibilità e competenze adatte per agire sulle leve giuste. Se invece sono poche le donne ai vertici, non prevale la loro visione, tanto più se sono arrivate ad alte posizioni imitando e adottando modelli maschili di comportamento. Una condizione di questo tipo è addirittura controproducente. So di  donne che arrivate ai vertici avendo rinunciato ad avere figli davano per scontato che chi faceva figli non fosse adatta o all’altezza o sufficientemente motivata per far carriera.Il fatto è che per millenni ruoli maschili e femminili sono stati di un certo tipo e la società si è radicalmente strutturata coerentemente con questi ruoli. Ancora non pochi decenni fa la famiglia considerata come “idealtipo” e sedimentatasi nell’immaginario collettivo (basta vedere le pubblicità di allora e in parte anche di oggi), era quella con marito che porta a casa il salario e la donna che fa la casalinga e si dedica totalmente alla casa e ai figli. Un modello ben interiorizzato dagli appartenenti all’attuale classe dirigente italiana, che, come ben noto, è composta prevalentemente da maschi nati negli anni Cinquanta e dintorni. Per cambiare questo stato di cose non basta il riconoscimento che quel mondo non esiste più e che anzi sensibilità e capacità femminili sono ora più in sintonia di quelle maschili con le nuove sfide dello sviluppo. Ma è altresì ben vero che prima si cambia in tale direzione e maggior crescita e coesione sociale si ottengono, come una letteratura scientifica consolidata evidenzia.Tutto quello che ci obbliga a dare più spazio alle donne è quindi benvenuto, anche a costo di forzature. Le quote rosa e il congedo di paternità obbligatorio, se aiutano ad accelerare in questa direzione, ben vengano. Si tratta di misure che in un mondo ideale non dovrebbero esserci, quindi quando saremo sufficientemente vicini al paradiso in terra si potranno poi togliere. E allora anche la festa delle donne non sarà più necessaria.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento:- Per risollevare l'economia bisogna ripartire dalle donneE anche:- I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011

È giusto che i “figli di” sfruttino il vantaggio competitivo?

Si parla tanto di giovani e di quanto questo paese offra pochi spazi e scarse opportunità alle nuove generazioni. Vero, ma non vale per tutti. Ci sono giovani che, anzi, si trovano a proprio agio in un contesto culturalmente “familista” e caratterizzato da scarsi strumenti pubblici di protezione e promozione sociale. Si tratta dei “figli di”, ovvero di chi ha avuto l’indiscusso merito di scegliersi la famiglia giusta nella quale nascere. Come infatti molte ricerche documentano, nel nostro paese il successo del singolo risulta più legato alle risorse economiche e culturali dei genitori che alle proprie effettive capacità. Da tali risorse dipende strettamente, ad esempio, la probabilità di iscriversi all’università, di laurearsi in tempi accettabili, di trovare un lavoro solido e ben remunerato, di raggiungere i vertici della scala sociale. Chi ha genitori ricchi, influenti e ben introdotti non trova particolari problemi nel nostro Paese. Anzi, le difficoltà e gli ostacoli che trova ad emergere chi appartiene alle classi sociali più basse costituisce per i “nati bene” un rilevante vantaggio competitivo nella conquista delle posizioni di maggior potere e prestigio. Una sorta di corsia privilegiata. Come se nel campionato di calcio alcune squadre, del tutto arbitrariamente, partissero all’inizio con 10 punti di vantaggio e altre con 10 di penalità. Tutti grideremmo allo scandalo, in tal caso, perché la gara sarebbe falsata. Ci piace, invece, pensare che lo scudetto si guadagni solo con i valori che emergono in campo. Eppure questo arbitrio è quello che tolleriamo nella gara sociale.Questo suggerisce anche perché la classe dirigente italiana si sia così poco adoperata per rendere la società “familista” maggiormente equa e meritocratica: il principale effetto sarebbe infatti quello controproducente di aumentare il rischio di vedere i propri beneamati figli scavalcati dai coetanei delle classi più basse. Un padre potente, che pretende il meglio per il figlio, dispone di maggiori strumenti per garantirgli il successo in un paese dominato da nepotismo, raccomandazione e cooptazione.Ma proviamo a metterci dalla parte del “figlio di”. È giusto che egli sfrutti il peso dei genitori, il loro aiuto e le loro influenze per emergere e occupare le migliori posizioni, a scapito di altri con stesse o maggiori capacità ma che non possono contare su tali aiuti? Non è solo una questione di equità ma di efficienza, di allocazione ottimale delle risorse che implica che nella posizione giusta vada la persona che può svolgere meglio il ruolo richiesto. È quindi tutto il sistema, in termini di crescita economica e di dinamicità sociale, che ci perde. Certo, nel migliore dei casi il “figlio di” può cavarsela dicendo che sta dimostrando di far dignitosamente bene il lavoro che ha più facilmente di altri ottenuto. Di esserselo quindi, ex post, guadagnato. Ma chi ci dice che in una gara più equa tale posto non lo avrebbe raggiunto qualcuno in grado di far meglio di lui? Tanto di cappello invece a chi, pur nato da genitori potenti e influenti, ha deciso di intraprendere tutt’altra strada mettendosi completamente in gioco con i propri numeri. Una scelta che denota carattere in un paese dove invece è troppo comune seguire le orme dei padri stando per buona parte del cammino sulle loro spalle. A loro va tutta la nostra stima e l’augurio del miglior successo. La vera innovazione in Italia è proprio quella dei giovani che scelgono la via meno comoda della sfida con se stessi, scalando la montagna anziché farsi portare in cima da papà con l’elicottero.Alessandro Rosina   Dopo aver letto il pezzo, rispondi anche tu alla domanda del nostro sondaggio: > SÌ, lo farei anch'io > NO, rinuncerei all'appoggio Scopri i risultati nel prossimo emagazine! Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Quando l'eredità genitori-figli è un peso: un libro spiega perché l'Italia soffre di «immobilità diffusa». Con qualche idea per cambiare- Umberto Veronesi, la fatica delle donne e dei figli suoi: ma in verità sono i figli di nessuno che fanno una fatica bestiale per emergereE anche:- Bamboccioni? Nel libro «L'Italia fatta in casa» Alesina e Ichino spiegano di chi è la colpa - I laureati italiani fotografati da Almalaurea: sempre più disoccupati e meno retribuiti

Cassa integrazione per i padri, stage gratuiti per i figli: la perversa disconnessione tra paga e lavoro

Questa è la strana storia di una famiglia nella quale c’è una persona che lavora e una che riceve una retribuzione. Quanto basta per non precipitare in condizione di povertà e resistere, seppur con difficoltà, alla crisi. Tutto bene quindi? Mica tanto. Il fatto curioso di questa famiglia è che chi lavora e chi porta a casa i soldi non sono la stessa persona. Quello che non lavora è il padre cinquantenne, che però gode dei benefici dell’unico welfare che finora di fatto funziona in Italia, si trova cioè in cassaintegrazione. Chi non percepisce alcuna remunerazione è invece il figlio venticinquenne, che però fa uno stage che di fatto è un lavoro, nel senso che l’azienda fa utili grazie all’attività che svolge. Non prende quindi un accidente, ma gode dell’unico welfare che finora ha funzionato per i giovani italiani, ovvero l’aiuto e l’ospitalità della famiglia di origine.Una situazione schizofrenica no? Eppure per nulla rara in Italia. Tiene, ma i conti non tornano. Come può utilizzare al meglio il suo capitale umano e crescere un paese che eroga  il peggio dell’assistenza passiva, da un lato, e il peggio del riconoscimento del lavoro svolto, dall’altro? La mancanza di politiche attive e di un salario minimo hanno creato una disconnessione tra lavoro e suo valore dal quale abbiamo tutti da perdere e sicuramente frustra e deprime l’autonomia, l’intraprendenza e la voglia di fare dei giovani.L’esempio fatto è una estremizzazione, ma in generale i più produttivi sono i giovani, che però più facilmente hanno lavori precari e malpagati. Vivono quindi nella casa dei maturi genitori, i quali rendono di meno per il sistema produttivo ma hanno una remunerazione o una pensione maggiore rispetto allo stipendio o al rimborso spese del figlio.Recentemente un mio bravo collega ricercatore universitario a tempo determinato (scientificamente più produttivo della media dei professori ordinari) mi ha detto che è andato a comperarsi un’auto, pagando la metà in contanti e chiedendo un finanziamento per il resto. Si trattava di poche migliaia di euro. La risposta che ha avuto è stata: “torna con la busta paga di tuo padre”. Lascio a voi immaginare come si è sentito…Alessandro Rosina[nell'immagine, una locandina della campagna "Giovani non + disposti a tutto" della Cgil]Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»- Chi ha paura dei giovani che scalciano?- Caro professor Rosina, grazie: il suo libro «Non è un paese per giovani» mi ha dato speranza per il futuro- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariatoE gli altri editoriali di Alessandro Rosina sull'argomento:- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza- Gioventù di nuovo in primo piano: dalla copertina del Time alle piazze italiane

Stagisti nelle aziende in crisi: non è illegale, ma la lista dei "contro" è bella lunga

È opportuno permettere di realizzare di tirocini all'interno di aziende in crisi? Gli aspetti critici di una situazione di questo tipo sono abbastanza evidenti. Quello macroscopico è che quasi sicuramente un'impresa che sta riducendo il personale non potrà offrire alcuna prospettiva occupazionale al termine dell'esperienza formativa. Gli stagisti possono quindi in questi casi trarre benefici solo dallo svolgimento dello stage, nell'ordine delle competenze acquisite; ma non certo sperare in un'assunzione.Il secondo aspetto critico è la possibilità che qualche imprenditore si faccia furbo e metta gli stagisti a fare il lavoro dei dipendenti appena lasciati a casa: sostituendo quindi lavoratori portatori di diritti (primi tra tutti, quello alla retribuzione e ai contributi) con giovani senza alcun diritto; e riuscendo quindi a portare avanti la propria attività economica a un costo estremamente ribassato.Il terzo aspetto critico é quello più umano e triste. Con quale motivazione e quale entusiasmo i lavoratori potrebbero accogliere uno stagista e svolgere il compito di formarlo, se sentono che il loro posto è in pericolo? Specialmente i precari finiscono in questi casi per vedere nel nuovo arrivato un competitor, qualcuno che se troppo ben addestrato potrebbe sostituirli. Risultato: una guerra tra poveri, con gli stagisti - ultima ruota del carro - accusati di "rubare il lavoro".Purtroppo la normativa a livello nazionale non pone limiti all'attivazione di stage in aziende in crisi: pertanto perfino un'azienda che sta fallendo, o che sta mettendo in cassa integrazione il suo personale, può teoricamente ospitare stagisti. Dei pericoli di questa situazione si sono accorti fortunatamente alcuni soggetti a livello locale. Il primo è stato il Piemonte, che nella legge regionale n° 34 del 2008 (era ancora in carica la giunta di Mercedes Bresso) ha vietato di prendere stagisti alle imprese in crisi: «Non è ammesso l’utilizzo di tirocini in aziende che abbiano in corso sospensioni di lavoratori in cassa integrazione o che nei sei mesi precedenti abbiano ridotto il personale con licenziamenti, mobilità»; anche se poi questo divieto è stato fortemente mitigato da una delibera della giunta regionale del dicembre 2009, che lo ha circoscritto «alle aree organizzative (uffici, reparti) ed alle figure professionali interessate alla cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga» e alla riduzione di personale.Nella primavera del 2011 poi la Regione Toscana ha stilato (e fatto firmare alle parti sociali) un «Protocollo d'intesa per l'attivazione di tirocini e stage di qualità» in cui ha messo nero su bianco che sono esclusi dalla possibilità di accogliere stagisti le realtà aziendali che abbiano effettuato licenziamenti negli ultimi 24 mesi o che abbiano attiva la cassa integrazione. Per ora questo Protocollo vincola solo le aziende che vogliono partecipare al progetto Giovani sì ma l'assessore al Lavoro Simoncini ha promesso che i contenuti del Protocollo coinfluiranno in una legge regionale che, una volta approvata, sarà vincolante per tutti gli stage attivati sul territorio toscano.L'ultima in ordine di tempo a pronunciarsi in questo senso è stata la Provincia di Padova che attraverso una delibera di giunta approvata a fine novembre in maniera bipartisan (con un promotore di centrodestra e uno di centrosinistra) ha sancito che i centri per l'impiego «non promuoveranno tirocini durante i periodi di sospensione dal lavoro Cigo, Cigs, cassa in deroga, salvo che gli stessi non vengano proposti per qualifiche e mansioni diverse da quelle dei sospesi». Il divieto però non è esteso agli altri enti promotori, pertanto sia le università sia le agenzie per il lavoro possono ancora, se lo ritengono opportuno, attivare stage in aziende che navigano in cattive acque.Vi sono poi singole imprese che per senso di responsabilità - o per specifici  accordi con le rappresentanze sindacali - sospendono volontariamente l'inserimento di tirocinanti nei periodi in cui attraversano difficoltà. C'è anche da specificare che non è inusuale che si verifichino situazioni complesse, in cui all'interno della stessa realtà un settore è in crisi e deve chiudere, ma magari contemporaneamente un altro è in crescita e può offrire nuovi posti di lavoro. In casi come questo, basterebbe aggiungere una postilla per specificare la possibilità di deroga. Perché questo semplice atto di buonsenso, limitare fortemente la possibilità per le imprese in crisi di avvalersi di tirocinanti, non viene codificato in forma di legge?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- In tempo di crisi i tirocini aumentano o diminuiscono?- Forum delle Risorse umane, le aziende raccontano la crisi. Marco Masella: «In Italia non investe più nessuna multinazionale»- I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011E anche- Laureato da più di 12 mesi? Non ci interessi. Il meccanismo perverso che rischia di escludere un'intera generazione dal mercato del lavoro

Più il tempo passa più l'Italia invecchia: per frenare l'emorragia di expat servono meccanismi per far contare i giovani di più

Ancora una volta nel suo messaggio di fine anno, il Presidente Giorgio Napolitano ha dedicato i suoi passaggi più salienti ai giovani e al loro futuro. È evidente la sua preoccupazione. C’è un’Italia piena di potenzialità da sbloccare, ostaggio di una politica incapace o inadempiente. Se il Paese non cambia le principali vittime saranno le nuove generazioni, che già oggi pagano le carenze di un mercato del lavoro inefficiente e di un welfare iniquo e squilibrato.Perché allora non lasciar scegliere a loro stessi la propria sorte? Se, come dice Napolitano, è soprattutto il futuro dei giovani ad essere in gioco e se la vecchia classe dirigente si è rivelata fallimentare, si cambi allora squadra e si inizi un nuovo ciclo chiamando alla responsabilità le nuove generazioni. Il capo dello Stato ha scelto invece la via di un governo tecnico composto da persone con età media di 20 anni superiore rispetto all’età media della popolazione italiana, tenendo conto che quest’ultima è comunque già tra le più alte al mondo.Le nuove generazioni sono pregate di attendere e di sperare che il governo formato da sagge persone con i capelli bianchi faccia finalmente le scelte giuste per il loro futuro. Lo vedremo e non possiamo che dare fiducia. Se c’è però una cosa certa è che più il tempo passa, più l’Italia invecchia e meno ancora i giovani sono destinati a contare.L’Istat ha appena diffuso le previsioni demografiche più aggiornate. Gli over 65 sono oltre uno su cinque e saliranno verso quota uno su tre nei prossimi decenni. I venti-trentenni (fascia 20-39) sono stati quasi raggiunti dai cinquanta-sessantenni (50-69), ma alla fine di questa decade i secondi saranno oltre 3 milioni in più rispetto ai primi. Inoltre, peseranno di più nell’elettorato gli over 80 rispetto agli under 25!Se questo è lo scenario, come aiutare le nuove generazioni a contare di più in modo da dare più peso nelle scelte di oggi alla qualità del loro futuro?Se si esclude la scelta di andarsene in massa all’estero, rimangono comunque alcune opzioni. Abbassare a sedici anni l’età minima al voto? Togliere il vincolo dei 25 anni per essere eletti alla Camera e dei 40 per essere eletti al Senato? Vincolare la rappresentanza alla Camera solo agli under 65 o 70 (o comunque a quelli con età inferiore all’età media effettiva di pensionamento)? Consentire ai genitori di votare anche per i figli minorenni? Ponderare il voto in base all’aspettativa di vita residua (facendo in modo che chi ha più futuro davanti abbia un voto che pesi di più)? Alcune di queste proposte sono in discussione o in sperimentazione in altri paesi. Data la nostra situazione noi dovremmo semplicemente applicarle tutte. O rassegnarci definitivamente.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Dieci buoni motivi lasciare l’Italia (e poi tornare)- Tre donne nel nuovo governo, ma nessun under 50: peccato, Monti ha perso un'occasione per dimostrare che i giovani possono contare- Prospettive per i giovani, in Italia si gioca solo in B e C. Per la serie A bisogna andare all'esteroE anche:- E se il voto di un ventenne contasse triplo?- Per avere più giovani in politica: «Ragazzi, alle elezioni votate i vostri coetanei»- Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»

La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza

Viviamo in un paese “gerontocratico”? Diciamo che ci sono buoni motivi per ritenerlo. Quantomeno possiamo affermare che tra i paesi più sviluppati il nostro è quello che si avvicina di più ad un sistema politico nel quale le posizioni di prestigio e potere sono saldamente nelle mani delle generazioni più anziane.L’età media dell’intera classe dirigente italiana è ben rappresentata da quella dei componenti dell’attuale governo, pari a 64 anni. L’età matura degli attuali ministri non è quindi un’anomalia all’interno del nostro stivale, lo è solo se la si confronta con la situazione delle altre economie avanzate. La sovrarappresentazione italica nelle posizioni più preminenti della generazione degli over 60 risulta, ad esempio, evidente non solo nella politica ma anche ai vertici del mondo delle professioni e dell’università (i docenti sopra tale età sono più del doppio da noi rispetto a Francia, Spagna, Regno Unito, ecc.).Perché ci troviamo in questa situazione? Avanziamo due contrapposte interpretazioni.Un possibile motivo è che i sessantenni e settantenni siano più bravi. Avendo quindi maggiori capacità e competenze è giusto che siano loro a guidare e a decidere. Questo significa che rispetto agli altri paesi i nostri anziani al potere sono migliori e/o i nostri giovani-adulti esclusi sono meno capaci. Chi si sentisse di appoggiare questa ipotesi deve però spiegare perché l’Italia capitanata da una classe dirigente vecchia (supposta meritevole) abbia raggiunto risultati di crescita e di credibilità internazionale così bassi. E anche spiegare perché quando i giovani (che noi lasciamo da parte) se ne vanno all’estero trovano ampia valorizzazione e più veloci opportunità di emergere e far carriera.Il secondo motivo imputa la nostra gerontocrazia “de facto” alla scarsa disponibilità di chi è al potere di rimettersi in discussione, indipendentemente dai risultati ottenuti. Ma esiste forse anche un meccanismo meno esplicito e consapevole di freno al ricambio generazionale. Se da lungo tempo è al potere sostanzialmente una stessa generazione è più facile che diventi autoreferenziale, che interpreti la realtà con i propri schemi e punti di riferimento. Quando quindi c’è da scegliere per cooptazione un ministro, un dirigente, il membro di un CdA, è più facile che i nomi da cui ci si trovi a pescare (competenti o meno) appartengano a persone anagraficamente, e spesso socialmente, simili. Insomma funziona la logica dell’appartenenza, anche nella buona fede. Ogni tanto ci scappa qualche giovane bravo, ma spesso è figlio di qualcuno noto e ben inserito.Qualche tempo fa in una tavola rotonda ho avuto una discussione accesa con un senatore della Lega che si diceva contrario a togliere il vincolo dei 40 anni per entrare al Senato. Un limite anagrafico tra i più severi nelle grandi democrazie occidentali, soprattutto se si considera che in Italia vige il sistema bicamerale perfetto che prevede che tutte le leggi debbano essere approvate comunque anche in Senato. L’argomento del senatore leghista era che fare entrare i giovani troppo presto in politica dandogli troppe responsabilità li si rovina, gli si fa credere che la politica sia una professione. Qualche mese dopo il figlio di Bossi veniva eletto nel consiglio regionale della Lombardia con stipendio analogo a quello di un parlamentare. Così funzionano le cose in questo paese sempre più arrogantemente gerontocratico e pieno di strade spianate solo per i “figli di”.E’ allora davvero un peccato che il (sicuramente valido) governo Monti non sia stato l’occasione per segnare una discontinuità anche su questa anomalia italiana (si vedano in particolare i dati pubblicati sul sito Ingenere).La gerontocrazia italiana non ha futuro. Se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza. Più vecchi di così…Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Gioventù di nuovo in primo piano: dalla copertina del Time alle piazze italiane- Dal «latte stagista» a Che Guevara, la pubblicità scende in campo contro la gerontocrazia- Elezioni alle porte: se tutti votassimo un candidato giovane, entrerebbe un po' di aria fresca nei consigli regionaliE anche:- Solo otto consiglieri regionali under 35 eletti in Lombardia: giovani senza rappresentanza e senza voce- Progetto Lombardia 2010, SPAZIO AGLI UNDER 35: videointerviste ai candidati più giovani delle prossime elezioni regionali- Libri sui giovani: il quotidiano La Repubblica consiglia quelli scritti dai vecchi, la Repubblica degli Stagisti risponde col suo controelenco di autori under 40

Tre milioni di giovani esclusi o sottoinquadrati: Monti, questa è la vera sfida da vincere

Pubblichiamo il post di esordio di Alessandro Rosina, docente di demografia e autore del famoso saggio Non è un paese per giovani, come blogger sul sito del webmagazine L'Inkiesta. Lo spazio si intitola significativamente «Degiovanimento».La questione delle pensioni oramai possiamo considerarla quasi del tutto definita, tranne aggiustamenti. L'impatto stimato (pubblicato ampiamente sui vari quotidiani) evidenzia bene come a perderci siano state soprattutto le donne e a guadagnarci non siano stati necessariamente i giovani. Quindi di equo finora si è visto poco.Il riequilibrio si potrà ottenere se gli introiti non serviranno solo a fare cassa, ma verranno destinati a coprire le carenze di un welfare pubblico obsoleto e a migliorare le condizioni dei giovani sul mercato del lavoro (non bastano certo gli incentivi fiscali per le assunzioni).In attesa di vedere cosa il governo tirerà fuori di convincente dal cilindro - che si spera segnerà una forte discontinuità rispetto al passato - può essere utile fare il punto sulla realtà che ci troviamo davanti.Chiariamo subito una cosa. Si legge spesso sui giornali che in Italia quasi un giovane su tre non lavora: magari fosse vero! Il malinteso nasce da una errata interpretazione del tasso di disoccupazione. Il complemento a cento dei disoccupati non sono quelli che lavorano, va infatti aggiunta la sempre più ampia componente degli scoraggiati e inattivi. Se si guarda infatti al tasso di occupazione, il valore scende a meno di uno su quattro ed è il più basso in Europa.Se si allarga poi il quadro la situazione non migliora molto. Per i giovani tra i 18 e i 29 anni gli ordini di grandezza della (non) presenza nel mercato del lavoro sono i seguenti (riferiti alla media 2010): attorno ai 2,5 milioni sono quelli che studiano; circa 3,2 milioni lavorano, di questi oltre 1 milione sono sottoinquadrati secondo le stime dell’Istat. Un ammontare analogo corrisponde ai lavoratori con contratto a tempo determinato o con una collaborazione. Ci sono poi quelli che non studiano e non lavorano, che sono oltre 2,1 milioni. Oltre la metà di questi rimangono inoccupati per oltre due anni e per la maggioranza dei casi provengono da classi sociali medio-basse: questo a conferma che gli squilibri generazionali sono strettamente connessi a quelli sociali.Su quindi quasi 7,8 milioni di giovani, ad essere pienamente inseriti nel mercato del lavoro sono non più di 2,2 milioni (meno del 30 per cento). Tolti gli studenti, si arriva poco sopra il 40%. Questo significa che la grande maggioranza dei giovani che hanno concluso gli studi è esclusa o mal inserita. È qui che il Governo Monti è chiamato a dare il meglio di sé. Senza interventi coraggiosi e incisivi su questo punto potremo anche superare la crisi ma non andremmo certo lontano.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Tre donne nel nuovo governo, ma nessun under 50: peccato, Monti ha perso un'occasione per dimostrare che i giovani possono contare- Prospettive per i giovani, in Italia si gioca solo in B e C. Per la serie A bisogna andare all'esteroE anche:- I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011- Emergenza neet, la Città dei Mestieri di Milano lancia la ricetta per incrementare l'occupazione giovanile

Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani

Per rifare l'Italia, come dice anche Alessandro Rosina, bisogna partire dai giovani. Perché non è più accettabile che siano emarginati, schiacciati, e che su di loro ricada sempre il peggio della crisi.Cominciamo a rifare l'Italia riducendo il tempo ormai abnorme che passa tra la fine della formazione e l'inizio di un lavoro decentemente stabile e decentemente remunerato. Ogni anno ci sono 500mila stagisti e 200mila praticanti che non sono tutelati, non hanno diritti, non hanno nemmeno la garanzia di un minimo compenso per il tempo e l'impegno e l'energia che danno ai datori di lavoro presso cui si "formano". E qui calco le virgolette, perché questa storia della formazione è diventata un paravento, una scusa per sminuire i giovani e posticipare il momento di riconoscere il loro valore e pagarli adeguatamente.Rifacciamo l'Italia partendo dai soldi, quei soldi che mancano ai giovani. Non facciamo i timidi, la questione salariale è centrale! Non si può accettare che milioni di persone non vengano pagate adeguatamente, che lavorino senza ricevere un compenso accettabile e in grado di assicurare quell'esistenza libera e dignitosa di cui anche la nostra Costituzione parla.Questo vuol dire vietare che chiunque svolga un'attività lavorativa, anche se in formazione, lo faccia a titolo gratuito: un compenso minimo obbligatorio per gli stagisti e i praticanti è una misura per la quale da sempre si batte la Repubblica degli Stagisti.E questo vuol dire anche superare il tabù e aprire il dibattito sul salario minimo, quella misura già in vigore nella maggior parte dei Paesi europei e occidentali, che imporrebbe una cifra minima oraria sotto la quale nessun datore di lavoro, per nessuna ragione, potrebbe scendere. C'é chi mugugna di fronte a questa prospettiva, c'è chi teme che possa mettere in difficoltà il sistema attuale dei contratti nazionali stipulati dai sindacati. Io rispondo: chi se ne importa. Rifacciamo l'Italia anche rompendo i tabù. Oggi i giovani vengono contrattualizzati molto spesso con le tipologie di lavoro atipico, fintamente autonomo, contratti che non hanno alcun legame coi contratti nazionali: e dunque quei "minimi sindacali" scritti nei contratti, per i cocopro non valgono. Tutelare i giovani vuol dire anche capire che è inutile difendere strenuamente garanzie e tutele contrattuali, se poi loro a quei contratti non accedono.E allora già che ci siamo buttiamo giù anche un altro tabù, cominciamo a pensare all'opzione del contratto unico come a un prezioso panzer in grado di fare piazza pulita di tutti quei troppi contratti tutti diversi, con diritti diversi, regolamentazioni diverse, fatti apposta per frastagliare il diritto del lavoro e renderlo sempre più debole.Rifacciamo l'Italia guardando quindi al presente ma anche al futuro, per scongiurare la terribile prospettiva che i giovani sottopagati di oggi si trasformino nel 2040 in anziani sottopensionati, costretti all'indigenza. E per rifare l'Italia in questo senso ci vuole un intervento forte sul sistema previdenziale, per ridurre la molteplicità di casse previdenziali, impedire che i contributi possano essere "persi", e sopratutto immaginare un meccanismo nuovo che copra i buchi contributivi nei periodi di passaggio da un contratto a un altro. Rifare la previdenza peró vuol dire necessariamente rimettere in discussione le pensioni di ieri e di oggi, anche qui senza tabù. E stiano lontani i demagoghi che alzano gli scudi, perché qui nessuno vuol toccare la pensione da 1000 euro del nonnino ottantenne: qui peró si dice forte e chiaro che se la vita media è 84 anni non si può andare in pensione a 58 o 60, e vivere un quarto di secolo sulle spalle dello Stato. Né si possono ricevere pensioni da migliaia e migliaia di euro mensili, magari cumulabili le une con le altre, avendo versato negli anni di lavoro molto meno di quel che si viene a percepire.Io peró ho anche paura. Paura di chi nega il problema, di chi nega che i giovani siano in difficoltà, sostenendo che alla fine il welfare tipico italiano è quello familiare - e dunque non è poi così drammatico che siano i genitori e i nonni a pagare non solo i libri, la scuola e l'università, ma anche gli alloggi, e che foraggino i figli anche per mesi o anni dopo la fine degli studi, mentre questi figli passano da uno stage all'altro per poi approdare a qualche contrattino da pochi mesi e pochi soldi. Ho paura perché quei giovani nei periodi in cui restano senza lavoro non ricevono nessun aiuto dallo Stato, "perché tanto ci sono le famiglie". Il welfare deve essere completamente riformato, per sostenere questi giovani di oggi e di domani.Ma contemporaneamente ho paura di chi dice sì, bravi, più welfare per tutti, ma come se ci fosse l'albero della cuccagna e un pozzo senza fondo a cui attingere risorse. Decidere di investire sui giovani, sulle loro retribuzioni e sul loro lavoro e sul loro welfare, vuol dire anche essere capaci di recuperare risorse da investire lì. E quindi pensare a riforme grandi del sistema, temi urticanti per molti come l'età pensionabile, il sistema degli ammortizzatori sociali assistenzialistici, la dualità e l'apartheid del mercato del lavoro. Vuol dire innescare un ricambio generazionale, e ricambio vuol dire che i giovani cominciano a decidere e ad essere leader, e che i vecchi si fanno da parte. L'idea di ricambio non piace mai a chi sta in sella: ma si può pensare davvero che a rifare l'Italia siano solo i 60-70enni?Spero che il Partito Democratico su questi temi non si blocchi, che abbia il coraggio di gettare il cuore oltre l'ostacolo, e che lavori per rifare l'Italia a partire dai giovani.Eleonora Voltolina[testo tratto dall'intervento al convegno «Rifare l'Italia. Costruire l'Europa» del PD. Milano, venerdì 2 dicembre]Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo»- Elsa Fornero, ritratto del nuovo ministro del Lavoro: avanti con il contratto unico e il welfare per i precari- Il presidente della Commissione Lavoro della Camera consegna a Mario Monti i risultati dell'indagine sul precariato - l'audizione di Eleonora Voltolina- «Gratis non si lavora». Anche su Twitter monta la protesta contro il lavoro sottopagato E anche:- Urgono nuove regole per proteggere tirocinanti e praticanti: tante idee della Repubblica degli Stagisti nel disegno di legge di Cesare Damiano- Milledodici, ovvero almeno mille euro netti al mese per almeno un anno. Ecco le condizioni minime per offerte di lavoro dignitose- Nelle pagine del Rapporto sullo stato sociale un allarme sulla questione giovanile: e tra 15 anni la previdenza sarà al collasso

Quel pasticciaccio brutto dei due Les4 omonimi: perchè Italia Lavoro non chiarisce la posizione delle agenzie interinali nell'attivazione dei suoi tirocini?

Maledette omonimie. Quando due cose diverse si chiamano con lo stesso nome il rischio di confonderle, fare confusione e di non capirci più niente é sempre concreto.Parlando di tirocini, da un po' di tempo a questa parte una delle omonimie più problematiche si chiama "Lavoro e Sviluppo 4", abbreviato in Les4. Rispondono a questo stesso nome due distinte iniziative destinate a favorire l'occupazione dei cittadini senza lavoro delle regioni meridionali e finanziate con fondi statali. La Repubblica degli Stagisti se ne occupa da anni. Una é il Les4 di Promuovi Italia, agenzia  di assistenza tecnica che opera alle dipendenze del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del consiglio, fornendo supporto alle pubbliche amministrazioni nella gestione degli interventi a sostegno dello sviluppo delle attività economiche ed occupazionali nella filiera dell’industria turistica. In questo caso il fondo ammonta a 60 milioni di euro in tre anni, ed è vincolato all'attivazione di tirocini in un solo settore: quello del turismo.L'altro Les4 è quello di Italia Lavoro [nell'immagine a destra, l'homepage del sito], società per azioni totalmente partecipata dal ministero dell'Economia che opera come ente strumentale del ministero del Lavoro per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale. Questo Les4 é molto più imponente, disponendo di un budget doppio (120 milioni di euro, sempre per il triennio 2009-2012) ed essendo aperto a tutti i settori professionali - tranne quello turistico ovviamente.La Repubblica degli Stagisti ha sempre definito "cugini" questi due progetti, evidenziandone analogie e differenze. Ma a questo punto sottolineare la differenza più importante, e metterla sotto il microscopio, è diventato fondamentale: se addirittura Promuovi Italia, quella del Les4 meno controverso, si è spazientita di essere sempre confusa con Italia Lavoro tanto da pubblicare nella sua homepage una nota ufficiale di Antonino Bussandri, direttore operativo per l'assistenza agli interventi di politica del lavoro e per l'occupazione. Nella nota, a margine di alcuni aggiornamenti sullo stato della situazione, il dirigente scrive: «L’occasione è propizia per ribadire che Promuovi Italia non opera e non realizza interventi tramite Agenzie di Lavoro interinale (quali ad esempio Laborint o Obiettivo Lavoro). La nostra Società gestisce l’intero processo di realizzazione dei tirocini e di conseguenza si assume in via esclusiva la responsabilità delle attività svolte in proprio e delle informazioni fornite direttamente o tramite il call center».Perché un manager pubblico, dipendente di un ente pubblico, arriva a mettere nero su bianco una frase del genere? Il riferimento al Les4 di Italia Lavoro è implicito ma chiarissimo, quello alle agenzie per il lavoro coinvolte è addirittura esplicito.La differenza dei due progetti infatti, in caso non si fosse capito, è che Promuovi Italia gestisce tutto il processo dei tirocini, mentre Italia Lavoro ha deciso di affidare il compito a un intermediario. E invece di delegare ai centri per l'impiego statali, ha aperto alle agenzie interinali.Ora, il fatto che l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro non sia più, da 15 anni, un monopolio statale é certamente un fattore positivo. Le agenzie per l'impiego svolgono un ruolo prezioso e i contratti di somministrazione sono a ben guardare molto più tutelanti di tutti gli altri contratti "temporanei", perché presuppongono per legge che il lavoratore somministrato, a parità di mansioni, abbia lo stesso inquadramento contrattuale e lo stesso trattamento retributivo di un dipendente "interno". Ma qui non c'entra l'intermediazione e non c'entra il contratto di somministrazione. C'entra che una società di proprietà pubblica ha previsto che all'interno di un progetto multimilionario un ruolo non ben identificato venisse svolto dalle agenzie interinali. A vantaggio di chi?Queste agenzie, è vero, non prendono direttamente soldi da Italia Lavoro per collaborare alla realizzazione del Les4. Ma non essendo enti benefici, da qualche parte devono avere un tornaconto. Da qui si possono inferire almeno tre conseguenze.La prima, che sia la singola azienda a pagare l'agenzia interinale per averle trovato lo stagista "pagato dallo Stato". Da quel che è stato riferito alla Repubblica degli Stagisti, ciascuna azienda attingerebbe a quella quota che Italia Lavoro le eroga per ricompensarla del "disturbo" di formare lo stagista, facendo fifty-fifty con l'agenzia interinale. Quindi in maniera indiretta i 1.000 euro che le aziende ricevono per ciascuno stagista finirebbero, per un 30-50%, nelle casse delle agenzie interinali: piccole somme che, tutte insieme, costituirebbero un guadagno indicativamente, a volersi temer bassi, tra uno e tre milioni di euro.Non risulta, chiaramente, che laddove ad attivare i tirocini Les4 siano i centri per l'impiego le aziende si dimostrino ugualmente generose. E a dire il vero il problema non si pone, perché - come la Repubblica degli Stagisti ha avuto modo di appurare - nella maggior parte dei casi i centri per l'impiego non sanno nemmeno cosa sia il Les4, dicono di non occuparsene e a volte sono gli stessi dipendenti pubblici a rinviare gli aspiranti lesquattristi alle agenzie private.Il secondo aspetto è che le società di lavoro interinale devono sempre attirare nuovo capitale umano, cioè candidati da presentare ogni volta che un loro cliente gliene fa richiesta. Quindi ogni cv in più ha un valore economico ben preciso: va ad arricchire infatti il portafoglio e rende l'agenzia più appetitosa sul mercato, perchè più pronta a fornire molteplici profili e quindi a soddisfare ogni richiesta.Già questo aspetto basterebbe da solo a bilanciare le agenzie interinali per il loro disturbo: il vantaggio di aver ampliato la propria platea.E qui si passa al terzo aspetto. Le agenzie ormai utilizzano massicciamente il web per i loro annunci. Addirittura capita che ne pubblichino di "civetta", cioè finti, col solo obiettivo di recuperare nuovi cv da aggiungere al proprio database e da ricontattare chissà quando. Ma per ricevere risposte devono pubblicare annunci appetibili: più interessante è l'offerta, più i naviganti saranno invogliati a inviare il proprio cv. Nel panorama dei tirocini, che solitamente non prevedono uno straccio di rimborso spese (la Repubblica degli Stagisti con l'Isfol, e più recentemente l'indagine Stella del Cilea, hanno dimostrato che per oltre il 50% degli stage non é previsto un euro di compenso), poter pubblicare annunci di stage evidenziando un sontuoso emolumento, ben 1000 euro al mese, e un referente istituzionale prestigioso, il Ministero del Lavoro, è un'opportunità strepitosa. Alcuni lettori della Repubblica degli Stagisti hanno inoltre segnalato che vi sono agenzie che millanterebbero addirittura di essere "esclusiviste", di aver cioè ricevuto da Italia Lavoro l'esclusiva sull'intermediazione dei progetti Les4: in particolare Obiettivo Lavoro. Quando si deciderà Italia Lavoro, o il Ministero che la possiede, a dare delle risposte chiare rispetto a questa situazione?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il regalo alle agenzie interinali nell'attivazione degli stage Les4 di Italia Lavoro- Tirocini Les4 di Italia Lavoro, in Puglia nessuno sembra conoscerli. A parte l'agenzia Obiettivo Lavoro- Progetto "Les 4" di Promuovi Italia: il rovescio della medaglia- Lavoro e sviluppo 4, milioni di euro ma non si sa a chi: la lista delle aziende c'è ma non si vede. Ministero, e la trasparenza?E anche:- Stage, maxi-finanziamento europeo da 60 milioni per disoccupati di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ma tra i criteri di selezione non c'è l'età- Sei milioni di euro per le aziende che ospitano stagisti lucani, campani, calabresi, pugliesi, sardi e siciliani- Al via il Les 4 di Italia Lavoro: 120 milioni di euro per 6mila tirocini in aziende di tutti i settori in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia»- Tirocini Les4, la Repubblica degli Stagisti gira le domande dei suoi lettori agli organizzatori: ecco le risposte di Promuovi Italia- Progetto Les4, blocco o non blocco? Gli aspiranti stagisti lanciano un help, ma Promuovi Italia rassicura: «Tutto procede come previsto»