Categoria: Editoriali

Lavoro e volontariato, dove sta il confine?

Cosa differenzia un lavoratore da un volontario? Principalmente una cosa: il denaro. Il lavoratore svolge una prestazione professionale dietro compenso: salvo storture, cioè, ha un contratto di subordinazione o di collaborazione col datore di lavoro, e una retribuzione ben definita che rappresenta una motivazione importante - spesso la principale, talvolta addirittura l'unica - per svolgere quel lavoro. Il volontario è invece chi presta la propria opera gratuitamente, come impegno più o meno civico. I volontari si possono suddividere grossomodo in due tipologie: vi sono quelli che non hanno particolari capacità professionali, e che dunque devolvono più che altro il proprio tempo rendendosi disponibili a fare qualsiasi cosa serva. È il caso di molti pensionati (ma anche, sempre piu numerosi, giovanissimi) che mandano avanti le segreterie, i banchetti per le raccolte fondi, le pesche di beneficienza di tante realtà non profit sparse sul territorio. Vi sono poi i professionisti che decidono, spesso per affinità ideologica con determinate realtà associative, di impiegare parte del proprio tempo libero svolgendo il proprio mestiere, ma senza chiedere compenso. Qui stanno per esempio tutti quei medici che partono per paesi del terzo mondo e regalano per qualche settimana le proprie abilità cliniche o chirurgiche negli ospedali da campo.Ovviamente non tutte le realtà possono avvalersi di volontari. Per poter utilizzare lavoro gratuito infatti bisogna essere associazioni, ong, insomma soggetti senza scopo di lucro. Nella legge quadro sul volontariato risalente al 1991 si legge infatti che «per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà», che «l’attività del volontariato non può essere retribuita in alcun modo [...] possono essere soltanto rimborsate dall’organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l’attività prestata», e infine che «la qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonome e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l’organizzazione di cui fa parte». Altrimenti sarebbe troppo facile: permettere il volontariato nelle imprese private, infatti, sarebbe un po' come legalizzare lo sfruttamento.Vi é però una sempre più grande zona grigia, rappresentata dalle associazioni non profit che svolgono attività produttive, spesso su commissione di enti pubblici. Per farlo nella maggior parte dei casi partecipano a bandi, ricevendo finanziamenti per realizzare determinati servizi. Ma per vincere i bandi queste associazioni il più delle volte tirano al massimo risparmio: il che, tradotto, si trasforma in abuso di stage e contratti parasubordinati, e sempre più spesso nell'impiego di volontari per mansioni specifiche.Per quanto riguarda gli stage, un dato ufficiale come al solito non c'è. La Repubblica degli Stagisti ha stimato che, su oltre 200mila associazioni non profit esistenti (che occupano più o meno mezzo milione di persone - i dati sono però un po' vecchiotti, dato che risalgono al Censimento generale dell’industria e dei servizi realizzato dall'Istat nel 2001), gli stagisti siano ogni anno almeno 60mila. L'aspetto qui inquietante è che non si comprende bene che senso possa avere lo stage in un'associazione, essendo già possibile svolgervi periodi di volontariato. La deduzione più verosimile, e triste, è che attraverso la formula dello stage le associazioni a corto di militanti possano reperire più candidature e sopratutto tracciare profili specifici, per non avere il pensionato settantenne che con tanta buona volontà viene a rispondere al telefono due pomeriggi a settimana, ma lo studente universitario ventenne, bravissimo col computer, che con entusiasmo dedica 8 ore al giorno a mettere in piedi un sito, a organizzare campagne di pubblicità o di raccolta fondi, mettendo a frutto le sue competenze specifiche. Un bel terno al lotto per l'associazione: con l'ulteriore vantaggio del solito paravento paternalistico-buonista di "offrire formazione" allo stagista in questione.Ma al di lá dello stage il punto è: quanto è accettabile che una associazione non profit agisca sul mercato, proponendosi per svolgere progetti ed erogare servizi? Pochi giorni fa l'edizione emiliana del sito del Fatto Quotidiano ha raccontato il caso della più importante biblioteca comunale di Bologna: «Salaborsa cerca “volontari”. I dipendenti: “Abbiamo paura che ci sostituiscano”». L'articolo racconta dell'annuncio recentemente pubblicato in rete dalla biblioteca per trovare persone «che li aiutino nella gestione quotidiana della struttura», dando voce ai timori dei dipendenti e al biasimo della rete. Perchè cercare volontari per svolgere mansioni simili o uguali a quelle dei bibliotecari significa essenzialmente una cosa (confermata peraltro dalle dichiarazioni dell'assessore Ronchi): siccome non ci sono più soldi per pagare lavoratori che tengano aperta la biblioteca e facciano tutto quel che c'è da fare per farla funzionare, si cercano volontari disponibili a svolgere quegli stessi compiti senza compenso.Il tema è scivolosissimo. Non è un caso che se ne parli poco nel dibattito pubblico. Perchè le associazioni servono. Assicurano prestazioni di cui grandi fette della società hanno bisogno. Le assicurano senza pesare sullo Stato, o pesando molto meno di quanto farebbe un normale fornitore "profit". Ma è accettabile che possano agire in tutti i settori professionali, facendo concorrenza - inevitabilmente sleale - alle imprese private? Ed è accettabile che riescano a contenere i costi, e dunque a offrire preventivi al massimo ribasso, perchè si avvalgono di volontari, stagisti e lavoratori precari (il più delle volte sottopagati) cui in molti casi affidano mansioni in tutto e per tutto identiche a quelle dei lavoratori subordinati?Sempre più spesso alla redazione della Repubblica degli Stagisti arrivano testimonianze di persone deluse. Che entrano con entusiasmo in qualche realtà non profit, il più delle volte credendo fortemente nei valori sbandierati sulle brochure o negli spot televisivi, per poi ritrovarsi in gironi danteschi in cui l'organizzazione interna é improntata al massimo risparmio, a cominciare da quello sulle risorse umane. In cui le persone vengono messe sotto pressione come - talvolta peggio che - in una struttura privata, con compiti specifici, orari di "lavoro", carichi di responsabilità spropositati. L'aspetto più brutto è che in questi casi i valori "esterni" sui quali si basa l'attività e l'esistenza stessa dell'associazione non vengono affatto rispettati nella gestione interna. Una contraddizione insopportabile: che alcuni vivono quasi come un tradimento.Forse la cosa migliore sarebbe che le associazioni tornassero a fare le associazioni, eliminando la possibilità che possano sostituirsi alle imprese "normali", agire sul mercato e utilizzare volontari al posto di lavoratori. Oppure, in alternativa, il mercato potrebbe rimanere aperto - ma solo a patto che le onlus concorressero ad armi pari con le imprese private, fornendo servizi e prestazioni esclusivamente attraverso personale correttamente contrattualizzato e retribuito. Come peraltro prevede anche la legge, che accanto ai volontari (che devono essere «determinanti» e «prevalenti») prevede che le associazioni possano avvalersi anche di «lavoratori dipendenti» o di «prestazioni di lavoro autonomo». Perchè la differenza tra lavoro e volontariato deve rimanere sempre ben chiara a tutti: anche in tempi di crisi e di spending review.Eleonora VoltolinaPer saperne di più, leggi anche:- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Servizio civile, tempo di selezioni: al sud si sgomita, al nord posti vuoti. E anche il volontariato diventa un ammortizzatore socialeE anche: - Leonzio Borea, direttore dell'Ufficio servizio civile nazionale: «Offriamo ai giovani un'esperienza preziosa, ma abbiamo sempre meno fondi»- Attenzione agli stage negli asili nido, spesso sono un paravento per lo sfruttamento

Scuole di giornalismo troppo costose, ma i veri problemi della professione sono altri

Le scuole di giornalismo sono il problema della professione giornalistica? Certo che no: chi lo pensa è ingenuo, o non conosce a fondo il mercato editoriale italiano, o è in malafede e per qualche ragione ha interesse a sparare su queste strutture.La verità è che non sono le scuole – coi loro 200-300 nuovi praticanti all'anno – che alimentano l'inflazione, immettendo sul mercato un numero di cronisti superiore al necessario. Il problema vero sono in primis le retribuzioni da fame dei precari e dei freelance – con buona pace del ministro Fornero che recentemente in Commissione lavoro al Senato ha dichiarato di «non vedere la ragione» di una legge sull'equo compenso giornalistico. E in secondo luogo l'impervia via di accesso alla professione: perché all'iscrizione all'albo dei pubblicisti, o all'esame per diventare professionisti, si arriva quasi sempre dopo essere stati bellamente sfruttati per anni e anni. Centinaia di persone pur di ottenere il tesserino arrivano anche a fingere di essere retribuite, scrivendo gratis - e pagandosi addirittura le ritenute di tasca propria - pur di poter presentare agli Ordini la richiesta di iscrizione all'albo pubblicisti. E poi ci sono i cosiddetti "praticanti d'ufficio", che rappresentano (stappate bene le orecchie, voi che accusate gli allievi delle scuole di inflazionare il mercato) ogni anno oltre il 50% del totale dei nuovi professionisti. È questo che crea il cortocircuito nella professione, unitamente a un mercato in caduta libera: sempre meno giornali venduti, sempre meno spettatori, sempre più scarsi introiti pubblicitari: ergo sempre meno soldi in cassa, editori sempre meno inclini ad assumere e a pagare.Le scuole di giornalismo hanno, in effetti, il problema che costano un occhio della testa. Però non sono la malattia: sono semmai il sintomo della malattia che ha colpito il sistema dei giornali, delle radio, delle tv e sopratutto oggi del web, e che anno dopo anno si aggrava. Esse si propongono di fornire ai giovani aspiranti giornalisti un percorso formativo completo, che li metta in grado di produrre informazione di qualità nel rispetto delle leggi e seguendo la deontologia. L'accesso viene regolato attraverso selezioni e prove scritte e orali per garantire che - a differenza di ciò che accade nel "libero mercato" - possano avere la chance di diventare giornalisti anche coloro che, pur meritevoli, non hanno amici o parenti in qualche redazione e non possono quindi contare su segnalazioni o raccomandazioni. Il problema delle scuole scoppia però una volta espletata questa procedura (sperabilmente) meritocratica di accesso: perchè i vincitori della selezione possono iniziare il loro praticantato solo a condizione di pagare una retta. E questa retta, come dimostra l'inchiesta di Marianna Lepore pubblicata nei giorni scorsi sulla Repubblica degli Stagisti, varia dai "soli" 4mila euro all'anno di Bari ai 10mila euro all'anno di alcune scuole romane. Soldi che ovviamente nella maggior parte dei casi sono le famiglie a dover tirar fuori, aggiungendo poi anche una quota in più per vitto e alloggio in caso l'aspirante cronista debba trasferirsi in un'altra città. Un canale di accesso che dunque si configura come "classista", perchè riservato pressoché solo a chi proviene da famiglie abbienti: il sistema potrebbe essere controbilanciato da una forte quota di posti coperti da borse di studio ma in realtà quelle esistenti sono pochissime. Dagli ultimi dati risulta che solo un allievo su cinque riesce a beneficiarne (una settantina su poco meno di trecento), e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di borse di studio a copertura parziale, e non totale, della retta.C'era una volta, a Milano, una scuola completamente gratuita. La prima scuola di giornalismo d'Italia, il glorioso "Ifg De Martino" [nell'immagine a fianco un particolare della copertina della pubblicazione uscita in occasione del suo 25esimo anno di attività], fondato negli anni Settanta proprio con lo scopo di garantire ai meritevoli di poter diventare professionisti pur senza avere "santi in paradiso". L'Ifg era gratis per i partecipanti, e lo è rimasto fino al 2007. Ora è accorpato al master della Statale, e costa circa 7mila euro all'anno. Chi scrive ha frequentato l'ultimo dei bienni gratuiti, il 15esimo, e sempre difenderà la preparazione dignitosa fornita dalle buone scuole, che non ha proprio nulla da invidiare a quella conquistata - con una dicitura ormai retorica - da chi, assunto o semiassunto in qualche redazione, ha avuto e ha la chance di farsi le ossa sul campo, consumandosi la scuola delle scarpe. Anche perché gran parte degli allievi delle scuole ha avuto ed ha alle spalle mesi o anni di campo, e ricorre alla scuola solamente perchè dopo tanti sforzi si rende conto che è l'unica via per arrivare all'albo.E poi comunque sul campo ci vanno anche i praticanti delle scuole: innanzitutto con le testate interne, per le quali lavorano in classe durante i mesi di formazione, e poi attraverso i periodi di stage in redazione "vere". Stage che rappresentano il secondo dei grandi problemi del meccanismo di funzionamento delle scuole: devono essere per forza svolti perchè questo tipo di praticantato sia considerato valido, ma si rivelano sopratutto un gran vantaggio per gli editori. Che di colpo possono disporre di decine e decine di giovani praticanti, affamati di esperienza e di contatti, già formati alla professione grazie alle competenze apprese alla scuola di giornalismo. Praticanti che non hanno però, a differenza di quelli contrattualizzati, nessun diritto: tantomeno alla retribuzione. Praticanti che possono essere inquadrati come stagisti, nel quadro delle leggi vigenti in materia, e quindi utilizzati senza nessun obbligo di erogare una indennità.Questa situazione ha contribuito a creare un pregiudizio verso gli allievi delle scuole, visti non solo come quelli che «si comprano il praticantato» ma anche come disponibili a lavorare gratis, e dunque concorrenti sleali di precari e freelance. Quel che spesso si dimentica è che dopo il biennio di praticantato, l'esame di Stato, l'iscrizione nell'albo dei professionisti, i ragazzi delle scuole si trovano nelle stesse identiche condizioni di tutti gli altri giornalisti precari, professionisti o pubblicisti. Una situazione insostenibile, fatta di 544 euro al mese di retribuzione media per i giornalisti freelance under 40 (il dato è quello ufficiale dell'Inpgi gestione separata), di testate che pagano pochi euro ad articolo e spesso facendo aspettare mesi (e qui ci sono le belle inchieste del collettivo Errori di stampa e di altri coordinamenti regionali). Il dramma del precariato giornalistico agisce dunque come una livella: lungi dall'essere privilegiati, gli ex allievi delle scuole si ritrovano anzi per certi versi ancor più cornuti e mazziati degli altri – perchè dopo aver fatto investire alle proprie famiglie migliaia e migliaia di euro per una formazione specifica non trovano sul mercato acquirenti disposti a pagare il giusto per queste competenze. Il gioco delle testate, purtroppo anche le più grandi, è infatti ormai quasi sempre quello del massimo ribasso: far lavorare non chi sa farlo con più professionalità, bensì chi è disposto a farlo per il meno possibile. Innescare guerre tra poveri è dunque controproducente, e molto miope. L'obiettivo comune di Ordine, sindacato e collettivi di precari dell'informazione dovrebbe essere quello di riportare le testate giornalistiche a fare contratti di praticantato. Quei famosi "articoli 35" che ad oggi sono praticamente estinti. E a fare una lotta senza quartiere agli editori sfruttatori, vigilando in maniera capillare (cdr, svegliatevi una buona volta: non siete stati eletti solo per perdere tempo alle riunioni sindacali in orario d'ufficio o ai convegni) e sopratutto a sanzionare in maniera esemplare chi non paga. Secondo il semplice principio che il giornalismo è una professione come un'altra e deve permettere a chi la svolge di pagarsi affitto e bollette: e pertanto un giornalista non pagato, semplicemente, non può essere un giornalista.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Le scuole di giornalismo sono ormai solo per i figli dei ricchi?- Giornalismo, le scuole muovono quasi 2 milioni di euro all'anno: tutti i numeri- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»E anche:- Equo compenso per i giornalisti, sfuma l'approvazione della legge ma i freelance non demordono- Giornalismo, al Festival i problemi della professione- Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità

Mae-Crui, il ministero degli Esteri avrebbe già i fondi per l'indennità agli stagisti: ecco dove

Il caso dei tirocini Mae-Crui non è risolto. Certo, è vero, i 555 studenti e neolaureati selezionati attraverso il secondo bando 2012 partiranno regolarmente: la sospensione è stata ritirata, con l'assicurazione da parte del ministero del Lavoro a quello degli Esteri che se nei prossimi mesi verrà introdotto l'obbligo di erogare una "congrua indennità" agli stagisti, quest'obbligo non verrà applicato retroattivamente - e dunque il Mae non sarà costretto a spese impreviste.Ma il problema rimane. Innanzitutto perchè il Mae-Crui avrà altri bandi, a cominciare dal terzo bando 2012 che dovrebbe uscire a settembre e aprire circa 600 posizioni per stage che si svolgeranno tra il gennaio e l'aprile del 2013. Dunque bisogna attrezzarsi ora, con anticipo, per evitare di ritrovarsi nella stessa situazione appena vissuta. Poi perchè per i prossimi bandi, in effetti, la nuova normativa sugli stage e sulla congrua indennità potrebbe (dovrebbe) essere finalmente operativa. E infine perchè, legge o non legge, è ora che il ministero degli Esteri affronti il problema: è indegno che ogni anno, da ormai un decennio, ospiti attraverso il Mae-Crui quasi 2mila tirocinanti all'anno - su un organico di ruolo che secondo un documento del 2005 era pari a 5.166 dipendenti a tempo indeterminato, più 772 unità di personale di altre amministrazioni e 2.716 risorse esterne, per un totale di 8.654 addetti, di cui 5.360 all'estero - senza prevedere per loro uno straccio di rimborso spese. Mandandoli in giro per il mondo (in uno degli oltre trecento uffici all’estero tra le 126 ambasciate, i 97 consolati, gli 89 istituti di cultura, le 9 rappresentanze permanenti presso gli organismi internazionali) completamente a carico delle famiglie. Che come al solito si ritrovano a dover sostenere il peso dei costi di trasporto, vitto, alloggio, talvolta addirittura assicurazione sanitaria. Quindi è ormai non più rinviabile affrontare il problema e trovare una soluzione. E naturalmente, in tempi di spending review, é doveroso farlo trovando le risorse già all'interno dei bilanci, senza cioè aumenti di spesa: vale a dire senza generare «nuovi o maggiori oneri per lo Stato». La Repubblica degli Stagisti già due anni fa aveva calcolato che per garantire 500 euro al mese a tutti i giovani Mae-Crui in forza presso la Farnesina e altre località europee, e 1000 euro al mese agli stagisti inviati verso destinazioni extraeuropee, servirebbe un fondo tra i 3 milioni e 500mila e i 4 milioni di euro. Non molto se si pensa che il Mae dispone annualmente di un bilancio di circa 2 miliardi di euro, tra bilancio effettivo e Aps, l'aiuto pubblico allo sviluppo.La Repubblica degli Stagisti ha dunque reperito e studiato alcuni documenti inerenti il bilancio del Mae. Scoprendo che uno in particolare, intitolato Nota integrativa alla legge di bilancio per l’anno 2012 e per il triennio 2012 – 2014 del Ministero degli Affari Esteri, esplicita il «Piano degli obiettivi per missione e programma». Proprio sulla base di questo documento è oggi in grado di suggerire al ministero, al governo e al Parlamento un modo per reperire immediatamente e senza spese aggiuntive i 4 milioni di euro necessari per i rimborsi.Nell'obiettivo 27 («Programmazione e coerenza della gestione delle risorse umane e finanziarie ed innovazione organizzativa») c'è una descrizione che accanto ad impegni generici (come per esempio la «programmazione e coerenza della gestione delle risorse umane e finanziarie») e altri che non riguardano i giovani («liquidazione del trattamento economico spettante al personale e rimborsi per viaggi e trasporti» oppure «contenzioso del personale e procedimenti disciplinari») contiene anche una voce molto interessante: la «preparazione degli aspiranti alla carriera diplomatica». Per questo obiettivo sono previsti sanziamenti in c/competenza per la realizzazione dell'obiettivo pari a 35 milioni e mezzo di euro per il 2012 e il 2013 e 36 milioni e mezzo per il 2014. E cosa sono i tirocinanti Mae-Crui se non potenziali "aspiranti"? Parte di quei 35 milioni di euro dunque potrebbero essere destinati alla loro indennità.C'è anche un'alternativa. L'obiettivo 38 infatti («Promozione del Sistema Paese»), ancor più corposo negli stanziamenti (177 milioni e spicci per il 2012, 174 milioni per il 2013 e quasi 173 milioni per il 2014), accanto anche qui ad azioni che c'entrano poco con i giovani (dal «curare la diffusione della lingua, cultura, scienza, tecnologia e creatività italiane all'estero» al «coordinarsi con gli enti di diritto italiano con compiti in materia di credito ed investimenti all'estero») al punto F recita: «curare le attività relative a borse di studio e scambi giovanili». Dato che molto spesso l'indennità per gli stagisti/tirocinanti viene inquadrata proprio come "borsa di studio", anche qui non sarebbe difficile estrapolare i 4 milioni necessari a garantire a tutti i Maecruini un rimborso dignitoso.Che fare dunque con queste informazioni? Agire. L'azione più forte sarebbe quella di formulare un emendamento alla legge di assestamento di bilancio. Questa legge si occupa di "aggiustare" il bilancio alla metà di ogni anno, ed è in preparazione proprio in questi giorni. Per fare un emendamento di questo tipo, però, necessiterebbe una cooperazione sincera e immediata del ministero degli Esteri, che dovrebbe con tempestività rendere noto a quali capitoli di spesa del bilancio, e precisamente a quali voci di spesa all'interno dei capitoli, afferiscono le risorse citate dal documento Nota integrativa e in particolare indicate per gli obiettivi 27 e 38. Informazioni essenziali sarebbero poi la rimodulabolità o non rimodulabilità delle voci, e sopratutto il dettaglio se le risorse di queste voci e di questi capitoli siano già totalmente impegnate o se siano (in parte o del tutto) non impegnate. Senza queste informazioni riuscire a formulare un emendamento sarebbe praticamente impossibile: ecco perché questa strada è percorribile solo con un sostegno diretto e leale del Mae.Un'altra via, meno immediatamente incisiva ma più politica e ugualmente importante, è poi quella di impegnare il governo ad agire in questo senso non attraverso l'obbligo della legge di assestamento di bilancio, ma con azioni future. Questa via può essere percorsa attraverso la presentazione in Parlamento di un ordine del giorno o di una risoluzione da parte di uno o più parlamentari (più fossero, meglio sarebbe), che se approvato impegnerebbe il governo ad agire nel senso indicato.Questo quindi è l'appello della Repubblica degli Stagisti a tutti i politici, i tecnici, i funzionari che hanno a cuore le condizioni di vita e di lavoro dei giovani: agite secondo le vostre prerogative, fate tutto quello che è in vostro potere per aiutare il ministero degli Esteri - spontaneamente o spintaneamente - a reperire i fondi necessari per il rimborso dei "maecruini". In generale, non dimenticate mai che c'è sicuramente spazio e modo nel bilancio del Mae, come in quello di molte altre pubbliche amministrazioni, di reperire i fondi necessari a prevedere finalmente una dignitosa indennità per i tirocinanti senza bisogno di sacrifici insormontabili. La questione del compenso potrebbe sembrare poco importante rispetto all'aspetto formativo di queste esperienze: ma è importante considerare che in questo momento di profonda crisi del consumo "retribuire" - anche in modo modesto - i 150-200mila stagisti che fanno ogni anno tirocini negli enti pubblici italiani, attingendo a fondi già disponibili dentro i bilanci (basta saperli trovare!), sarebbe un modo per iniettare nel circuito economico qualche risorsa, rallentare l'erosione dei risparmi delle famiglie, e iniziare - finalmente - a ripartire. A tutti i lettori, specialmente agli stagisti ed ex stagisti Mae-Crui, la Repubblica degli Stagisti infine tiene a ricordare che ciascun cittadino ha un potere di parola e di pressione, e chiede di sostenere questo appello scrivendo ai propri politici di riferimento per incentivarli ad occuparsi di questo importante tema.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perché- Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?E anche:- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?- Ministero degli Esteri, ancora niente rimborso per i tirocini malgrado i buoni propositi della riforma- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfrutta- Quanti sono gli stagisti negli enti pubblici? Ministro Brunetta, dia i numeri

Mae-Crui sospesi: una pressione per essere esonerati dal (futuro) obbligo di compenso agli stagisti?

La notizia che il ministero degli Esteri ha sospeso il II° bando 2012 di tirocini Mae-Crui, gelando oltre 500 studenti e neolaureati selezionati tra migliaia di candidati in primavera, già dichiarati vincitori e ormai convinti di partire il 3 settembre per tre mesi di training on the job alla Farnesina (per circa 350 di loro) o in giro per il mondo tra ambasciate, consolati e istituti di cultura (per i restanti 200) sta facendo il giro del web. Un articolo di Carmine Saviano campeggia oggi in homepage sul sito di Repubblica, e il gruppo su Facebook degli esclusi - arrabbiatissimi per l'opportunità sfumata all'improvviso - si arricchisce di ora in ora di nuovi contenuti.Partito come sempre dalle pagine di questo sito, il caso è sorprendente ed emblematico per diversi aspetti. Come si evince anche dal titolo un po' apocalittico dell'articolo su Repubblica («Se la riforma Fornero cancella il futuro»), il Mae sostiene che la colpa è della riforma del mercato del lavoro appena approvata, che avrebbe emanato «nuove disposizioni in materia di tirocini». Lo scrive nero su bianco un funzionario, Vincenzo Palladino, che però non vuole aggiungere altro rimandando al suo superiore, Daniele di Ceglie, responsabile del progetto. Che però guarda caso, proprio nei giorni in cui l'iniziativa a lui affidata finisce nella bufera, risulta in ferie e irraggiungibile. In compenso la Farnesina si affida stamane a una nota per spiegare che reputa «indispensabile disporre di un quadro di riferimento normativo chiaro e preciso» e che «solo a seguito della definizione delle linee-guida sarà possibile rivedere la disciplina degli stage presso il Mae».La nota esce a poche ore dalla pubblicazione sul sito ufficiale della Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane - partner del Mae per l'organizzazione di questo progetto - di un comunicato che esprime «perplessità all'effetto combinato del comma 34 lettera D e del comma 36 dell'art. 1 del ddl n° 5256 [...] la cosiddetta Riforma Fornero. Al comma 34, fra i criteri previsti per i tirocini formativi e di orientamento si legge: "riconoscimento di una congrua indennità, anche in forma forfetaria, in relazione alla prestazione svolta". D'altra parte al comma 36 si sottolinea come "Dall'applicazione dei commi 34 e 35 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica"». Concludendo con una deduzione logica che definire forzata è un eufemismo: «Le due prescrizioni rendono di fatto impossibile prevedere esperienze di formazione on the job nella Pubblica Amministrazione».C'è di che restare esterrefatti. O gli avvocati del Mae e della Crui sono digiuni di diritto, e incapaci di differenziare tra una norma di legge e un provvedimento che rimanda ad altro e successivo provvedimento, oppure c'è chi sta montando un caso ad arte: un qualsiasi studente universitario, e non solo di giurisprudenza, si rende infatti conto fin dalla prima lettura dell'articolo in questione che esso non é prescrittivo. Non è assolutamente vero che imponga di erogare un rimborso. L'articolo dice solo che ministero e Conferenza Stato-Regioni dovranno produrre entro sei mesi da oggi (tecnicamente anzi dal 18 luglio) linee guida in questo senso. Molto chiaro, molto facile capire. Nessuna possibilità di interpretare: l'obbligo di erogare la «congrua indennità» non esiste al momento e non esisterà fintanto che, entro i prossimi sei mesi, ministero e regioni non si accorderanno sul testo delle linee guida. Tutto al momento è esattamente come prima per quanto riguarda i tirocini. La riforma Fornero non ha cambiato nulla: ha espresso un indirizzo e previsto un successivo provvedimento. Ma non ha introdotto nessuna novità immediata alla normativa sugli stage.Difficile credere che i vertici degli uffici legali di Mae e Crui non si rendano conto di questo. Che siano caduti in un enorme equivoco. Che abbiano capito male. Difficile che realmente credano che sia possibile che le linee guida vengano stese, discusse e approvate trovando un accordo tra ministero e Regioni in poche settimane, per giunta in periodo estivo, e che entrino in vigore prima del 3 settembre. Quindi, difficile credere alle spiegazioni fornite. E allora? Allora bisognerebbe chiedere «cui prodest»: a chi giova questa polemica. E ragionare non sul breve periodo, ma sul medio e sul lungo.Mae e Crui gestiscono da oltre un decennio un programma che coinvolge quasi 2mila giovani universitari ogni anno. È una riga prestigiosa da aggiungere al cv, specie per quei ragazzi che sognano una carriera diplomatica. Tanto che il Mae-Crui ha potuto continuare per anni a esistere, registrando a ogni bando migliaia di richieste di partecipazione, pur non prevedendo nemmeno un euro di rimborso a favore degli stagisti. Tutto sulle spalle delle famiglie, anche i viaggi aerei per le sedi più sperdute, addirittura per alcuni Paesi le assicurazioni sanitarie. Dal canto suo, in questo modo il ministero degli Esteri ha potuto garantirsi ogni anno l'apporto prezioso ed entusiasta di centinaia e centinaia di giovani, braccia e cervelli a disposizione e a costo zero, spesso in grado di sopperire alla scarsa produttività dei dipendenti regolarmente assunti (e lautamente pagati) della Farnesina e delle varie ambasciate, o quantomeno di tappare i buchi di organico - sempre più frequenti in tempi di blocco del turn-over. Dunque il Mae-Crui, fuori dai denti, è anche un grande business.Si pensi allora un attimo a cosa succederebbe se, a ottobre o a novembre o a dicembre, uscissero  - stavolta davvero - le nuove linee guida sui tirocini. E stabilissero - stavolta davvero - che si debba dare obbligatoriamente un rimborso agli stagisti. Il Mae, così come moltissimi altri enti pubblici, si troverebbe di fronte a una scelta drastica. O chiudere il progetto di tirocini, rinunciando a questi 1800-1900 stagisti che per lunghi anni sono stati una vera e propria manna dal cielo, coadiuvando il personale diplomatico in ogni ufficio e funzione. Oppure inserire finalmente (meglio tardi che mai) in bilancio una voce per i rimborsi. Come peraltro hanno già fatto molti altri enti pubblici, tra cui perfino alcuni ministeri.La Repubblica degli Stagisti porta avanti la battaglia perchè venga intrapresa questa seconda strada da molto, molto tempo. Ormai due anni fa lanciò un appello - rimasto purtroppo senza risposta - all'allora ministro Franco Frattini, dimostrando che sarebbe bastato destinare una frazione molto piccola del bilancio annuale del ministero degli Esteri (solo lo 0,2%) per poter garantire un degno rimborso a tutti gli stagisti Mae-Crui: 500 euro al mese per chi fosse stato destinato alla Farnesina o a destinazioni europee, 1000 euro al mese per tutti gli altri. Questo perchè il Mae dispone di un bilancio poderoso, oltre due miliardi di euro, da cui sarebbe facile - e molto etico - estrapolare quattro milioni all'anno per gli stagisti. Si tratterebbe dunque di spostare risorse da una voce di bilancio all'altra, senza generare «maggiori oneri» per lo Stato. Facendo un po' di pulizia, riducendo gli sprechi (non pochi per esempio conoscono e criticano le cifre folli destinate alle spese di rappresentanza e in particolare ai catering degli eventi), e trovando le risorse necessarie per gli stagisti.Però questo «prodest» poco ai diretti interessati. Perché, si sa, i tagli piacciono sempre a tutti tranne che a quelli che dovrebbero subirli. E qui il nodo viene al pettine e si può forse cominciare a capire il senso  di questa sospensione. Il Mae non ha paura per adesso. La sospensione del II° bando 2012, così inopportuna, così inutile (i tirocini inizierebbero e con tutta probabilità finirebbero prima ancora che le nuove linee guida abbiano il tempo di vedere la luce - e in ogni caso nessuna legge in Italia è retroattiva), suona dunque come un avvertimento. Una pressione che il Mae rivolge al ministero del Lavoro. Con quale obiettivo? Magari quello di essere esonerato dal rispetto della futura normativa, e in particolare dal rispetto del futuro obbligo di compenso.Non è fantascienza. C'è un precedente preoccupante. Uno dei pochi Paesi dove il compenso agli stagisti è un diritto, la Francia, prevede che per tutti gli stage di durata superiore ai due mesi al tirocinante venga erogata una somma mensile non inferiore a 430 euro al mese. Una misura di civiltà. Ma non tutti sanno che quest'obbligo vale solo per gli stage svolti in imprese private: gli enti pubblici ne sono esonerati. Quindi perfino in Francia gli stage gratuiti nella pubblica amministrazione sono legali. La ratio è chiaramente quella di non affaticare le casse dello stato: ma il risultato concreto è un'ingiusta differenziazione tra i diritti di chi fa esperienze formative in realtà private e chi le fa in enti pubblici.Ecco quindi cosa sta probabilmente succedendo anche in Italia. Quegli enti pubblici che hanno maggiore interesse a difendere il proprio programma di tirocini gratuiti, come appunto il Mae, all'indomani dell'approvazione della riforma Fornero stanno cominciando a giocare - preventivamente - le proprie carte. Per mettersi al riparo, assicurarsi la possibilità di poter continuare a non pagare i propri stagisti, e sopratutto di non dover tagliare le proprie spese e i propri diritti acquisiti per trovare i fondi per i rimborsi.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?- Ministero degli Esteri, 555 stage Mae-Crui bloccati e non si capisce il perchéE anche:- Stage all'estero, Mae-Crui ma non solo: attenzione all'assicurazione sanitaria- Stage all'estero senza assicurazione sanitaria: le storie di chi ci è passato- Rimborso spese per gli stage Mae-Crui, a chi sì e a chi no. La richiesta di aiuto di una lettrice: «Non è giusto: tutti dovrebbero ricevere un sostegno»

Partite Iva vere e false: cari senatori, 18mila euro all'anno sono un reddito sotto la soglia della dignità

Un buon indicatore per differenziare un precario da un lavoratore flessibile è lo stipendio. Chi guadagna 7-800 euro al mese si sente insicuro, frustrato, non completamente indipendente; con quel che porta a casa non riesce nemmeno ad arrivare alla fine del mese, e si ritrova - a trent'anni o addirittura a quaranta - nell'umiliante posizione di dover chiedere soldi a mamma e papà. Chi invece guadagna 2-3mila euro al mese, anche se ha un contratto temporaneo, raramente si lamenta e ancor più raramente si sente toccato dai problemi dei precari: il suo stipendio gli consente di mantenersi autonomamente, lo gratifica, e compensa la quota di insicurezza dovuta alla data di scadenza impressa sul contratto.Il sistema si può applicare molto bene al lavoro autonomo, in particolare ai contratti "parasubordinati" (cococo e cocopro) e alle collaborazioni a partita Iva, per distinguere quelli veri da quelli falsi. Una stima dell'Isfol dice per esempio che in Italia ci sono almeno 350mila false partite Iva: un esercito di persone sottoinquadrate che fanno molto comodo ai datori di lavoro più spregiudicati. Per tracciare un primo confine si può presumere dunque che chi guadagna annualmente oltre una certa soglia sia davvero un lavoratore indipendente, un "autonomo verace", in grado di vendere le proprie competenze sul mercato a prezzi adeguati e di mantenersi offrendo la propria professionalità ai committenti interessati. E chi invece sta sotto questa soglia non possa essere considerato autenticamente autonomo - perchè troppo dipendente dal datore di lavoro, probabilmente alla sua mercè per quanto riguarda il compenso (che invece il freelance verace dovrebbe fissare e imporre, o quantomeno concordare, con la controparte), e molto impaurito all'idea di perdere l'unica - magra - fonte di reddito. A quanto è ragionevole che ammonti questa soglia? La cifra proposta in più occasioni da Pietro Ichino è 40mila euro lordi, cioè più o meno 1800 euro netti al mese (per 12 mesi, s'intende, dato che per gli autonomi non sono previste tredicesime o quattordicesime); altri si fermano a 30mila. Secondo la maggioranza dei senatori che siedono in questo momento a Palazzo Madama questa cifra invece, per chi è titolare di una partita Iva, è pari a 18mila euro lordi all'anno.Ma cosa vuol dire 18mila lordi? Vuol dire, netti nella tasca dei lavoratori, meno della metà. Perchè sul lordo si pagano le tasse. Perchè chi lavora in maniera autonoma si deve pagare in gran parte (o completamente) i contributi. Perchè deve acquistare di tasca propria gli strumenti di lavoro (primo fra tutti, ormai per quasi tutte le professioni intellettuali, il computer). Perché deve provvedere alla propria formazione continua (niente corsi di aggiornamento pagati dalle aziende, quelli sono riservati ai dipendenti).  E a partire dal reddito annuale, inoltre, il lavoratore autonomo deve accantonare una quota per le sue ferie (nessuno gliele pagherà) e per fare fronte ad eventuali altri periodi di inattività - per una gravidanza, un incidente, una malattia.Quindi 18mila euro lordi tolte le tasse, i contributi, l'ammortamento degli strumenti di lavoro, delle ore di formazione, la piccola quota di risparmio in vista di agosto e Natale, fanno più o meno 7-800 euro al mese. Basta guadagnare questa (misera) cifra, hanno detto i senatori, perché la collaborazione a partita Iva sia considerata ipso facto genuina, senza più bisogno di andare a controllare gli altri paletti che il ministro Fornero aveva indicato (la durata della collaborazione per uno stesso datore di lavoro, la quantità di fatture emesse verso uno stesso soggetto, la postazione fissa presso la sede del committente) nell'ottica di riuscire a smascherare la falsa configurazione del rapporto di lavoro. Se un lavoratore a partita Iva guadagna 7-800 euro netti al mese, hanno detto i senatori, allora è davvero un autonomo, non c'è alcun dubbio. Loro però percepiscono una «indennità mensile» tra 5.100 e 5.300 euro e spiccioli cui vanno aggiunti una «diaria prevista per tutti i parlamentari, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno» di 3.500 euro al mese, più un «rimborso delle spese per l'esercizio del mandato» di importo mensile di 2.090 euro «a titolo di rimborso delle spese effettivamente sostenute nella loro attività parlamentare e politica (è previsto l'obbligo di rendicontazione con cadenza quadrimestrale)», più un «rimborso forfettario delle spese generali» di 1.650 euro al mese «per le spese accessorie di viaggio e per le spese telefoniche». In più durante l'esercizio del mandato non pagano «viaggi aerei, ferroviari e marittimi e la circolazione sulla rete autostradale».Quindi i senatori, pur percependo 9mila euro netti al mese più 3.500 destinati a eventuali assistenti, con sommo sprezzo del ridicolo - e dell'articolo 36 della Costituzione - hanno affermato in Parlamento che un precario-autonomo-freelance (che dir si voglia), che magari è stato costretto ad aprire la partita Iva e che riesce a portare a casa la miseria di 800 euro al mese, non può lamentarsi. Lui è davvero un autonomo. Guadagna ben 18mila euro lordi all'anno! Non si tratta, attenzione, di fare populismo. Si tratta di vergognarsi, e di sperare che la Camera metta una pezza su questa novità indegna introdotta nel disegno di legge di riforma del mercato del lavoro dall'emendamento Castro-Treu. E se l'intento non è quello - come purtroppo sembra - di depotenziare la norma, permettendo che decine di migliaia di datori di lavoro continuino a sfruttare collaboratori falsamente inquadrati come partita Iva, bensì solo quello di semplificarla per evitare che i veri professionisti finiscano nel tritacarne dei controlli, almeno innalzi la soglia a una cifra accettabile.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Partite Iva, associati in partecipazione e interinali: la riforma dopo il passaggio in Senato- Cocopro, partite Iva e stipendi dei precari: le proposte dell'emendamento Castro-Treu- Se potessi avere mille euro al mese, il libro che racconta l'Italia sottopagataE anche:- Se un'impresa non è in grado di pagare decentemente i collaboratori, meglio che chiuda- Presidente Napolitano, la dignitosa retribuzione è un diritto costituzionale anche per i giovani

Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

Oggi la Repubblica degli Stagisti inaugura una nuova rubrica. Dedicata come sempre ai giovani che cercano di diventare adulti, di costruire la propria strada professionale e la propria indipendenza economica. Stavolta però focalizzata su quelli che invece di andare in cerca di un lavoro dipendente, decidono di mettersi in proprio, di provare a realizzare un'idea e lanciarla sul mercato, di aprire un'impresa. Gli startupper.Che in Italia non hanno certo vita facile, perchè mille sono i problemi da affrontare. Innanzitutto per racimolare i primi soldi necessari per partire: troppe porte sbattute in faccia dalle banche e dai fondi d'investimento, ben poco propensi a dar credito a chi non può fornire garanzie. Poi i passaggi obbligatori attraverso il labirinto della burocrazia, che spesso appaiono insensati e costruiti per scoraggiare e indebolire, più che facilitare. Infine la cultura dominante, non solo gerontocratica ma anche giovane-fobica, per cui tutti guardano con sospetto i giovani imprenditori, tendono a non fidarsi, non sia mai che l'inesperienza possa generare qualche catastrofe.Ma gli startupper vanno avanti. Non si fanno scoraggiare. Racimolano i primi soldi attraverso la solita rete FFF, family friends and fools, oppure se sono fortunati riescono a farsi finanziare da qualche business angel o integrare in qualche incubatore. Studiano la complessa cartina geografica delle regole, la differenza tra società srl, snc e tutta la galassia di possibilità previste dall'ordinamento italiano. Imparano i nomi delle tasse, le date delle scadenze fiscali e contributive, le diverse tipologie contrattuali e i loro costi.  Di solito all'inizio guadagnano poco o nulla; coinvolgono nel progetto qualche fratello, cugino, amico, compagno di scuola o di università, e per i primi mesi si va avanti in perdita, sviluppando l'idea senza un tornaconto economico, investendo il proprio tempo e le proprie energie, usando il proprio computer personale, lavorando dal divano di casa. Combattono contro i pregiudizi, contro i proprietari di immobili talvolta guardinghi ad affittare anche solo piccoli seminterrati senza la garanzia dei genitori, contro i primi fornitori che vorrebbero essere pagati in anticipo e i primi clienti che vorrebbero pagare a 90 giorni da fine mese.Poi a un certo punto, se le cose vanno bene, il meccanismo ingrana, arrivano i primi soldi, almeno quanto basta per comprare una scrivania e due sedie, e magari cominciare a fare qualche contratto e pagare qualche stipendio. Si tira un sospiro di sollievo, e si comincia a pensare a come reinvestire i primi guadagni per crescere e svilupparsi.Gli startupper non sono tutti uguali: ci sono i figli di imprenditori e i figli di nessuno, ci sono i tradizionalisti e gli innovatori, i solitari e i comunitari. Parleremo di loro, in questa rubrica, ogni martedì. Racconteremo le loro storie, le difficoltà, le conquiste, i costi affrontati, i guadagni realizzati. Siamo convinti che le loro testimonianze siano importanti e che possano mostrare la faccia di un'Italia giovane che non si arrende, che si dà da fare e che affronta sulla propria pelle tutto il bello e il brutto di questo Paese. È certamente esagerata, e in un certo senso addirittura ipocrita e disturbante, la frase del rettore di Harvard consacrata dal film The social network: «I migliori allievi di questa università non sono quelli che escono e trovano un lavoro, ma quelli che escono e se lo inventano». La maggior parte dei giovani, in tutti i Paesi del mondo, continuerà legittimamente a cercare un lavoro dipendente, perché fondare un'impresa non è un gioco: servono idee, competenze, spirito di sacrificio, propensione al rischio, capacità di gestione che non tutti hanno o vogliono mettere in gioco. Ma al contempo le imprese fondate da giovani sono una speranza, un segnale: e le più forti tra loro potranno anche poi, in futuro, creare nuovi posti di lavoro. Per questo vanno protette, sostenute, valorizzate.Ai lettori della Repubblica degli Stagisti un appello: segnalateci voi stessi storie da raccontare, scrivendo all'indirizzo startupper [chiocciola] repubblicadeglistagisti.itEd ecco la prima puntata della rubrica: «Non più bambini, oggi le Cicogne portano babysitter». Buona lettura.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Imprenditoria giovanile, ecco chi la sostiene- Aspiranti imprenditori, una pizza è l'occasione per partireE anche:- Al Jobmeeting di Bologna dibattito «Si può mangiare con la filosofia o la semiotica?», a Torvergata tavola rotonda «Trovare lavoro, inventarsene uno»

Presidente Napolitano, la dignitosa retribuzione è un diritto costituzionale anche per i giovani

Lunedì 28 maggio Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti, ha partecipato all'evento organizzato dall'Arel in Quirinale, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per la presentazione del libro Giovani senza futuro? (edito da Il Mulino e curato da Tiziano Treu e Carlo Dell'Aringa). Voltolina è anche autrice, a quattro mani con il professor Alessandro Rosina, di uno dei saggi contenuti nel libro: «Politiche a favore dell'indipendenza intraprendente delle nuove generazioni». E proprio l'enorme difficoltà che i giovani italiani incontrano nel trovare lavori degnamente retribuiti - e poter quindi conquistare l'indipendenza economica dalla propria famiglia - è stata al centro del discorso che Voltolina ha fatto di fronte al presidente Napolitano.     Oggi porto il mio contributo facendo un appello a tutti gli illustri presenti, affinché ciascuno secondo le sue competenze e possibilità si impegni a far tornare l’Italia al rispetto di uno dei più importanti articoli costituzionali: il numero 36, che prevede che ogni lavoratore debba essere pagato in misura proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, e comunque abbastanza da poter vivere un’esistenza libera e dignitosa.La verità conclamata è che nel nostro Paese milioni di giovani vedono calpestato ogni giorno questo diritto,  prima lavorando gratis per mesi o anni, per poi guadagnare cifre misere, addirittura al di sotto della soglia di dignità dei mille euro al mese.Il sistema si approfitta di loro allungando a dismisura, contro ogni ragionevolezza, il periodo di transizione dalla formazione al lavoro, costringendoli a restare il più possibile in questo limbo, sfruttando l’escamotage della «formazione» per non qualificarli come lavoratori e quindi non doverli pagare. E quando dico sistema, tengo a precisarlo sopratutto in questa sede, mi riferisco non solo a quello delle imprese private ma anche al pubblico. Il fatto è che l’allarme è posto in sordina perchè questi giovani non muiono di fame, sopravvivono grazie al sostegno dei genitori. Ma questo meccanismo di welfare familiare, benedetto da una grande parte della politica e generalmente accettato dalla tradizione socio-culturale italiana, salva i giovani solo in apparenza. In realtà, oltre ad azzerare la loro possibilità di mobilità sociale e dopare il mercato del lavoro, questo sistema li distrugge, impendendo loro di entrare a tutti gli effetti nell’età adulta. E quindi di poter diventare pienamente cittadini, poter agire nel loro Paese e per il loro Paese. Mantenere i giovani eternamente figli, fino a 30 anni o addirittura 40, vuol dire frenare il ricambio generazionale di cui l’Italia ha bisogno in tutti i settori.Ecco perché il mio appello è quello di lavorare per rimuovere, a livello normativo, le zone d’ombra che consentono di perpetuare questo status quo perverso; ma anche e sopratutto per lavorare a un cambiamento culturale, che convinca tutti i cittadini, che siano genitori, figli o datori di lavoro, che l’indipendenza economica è un valore imprenscindibile. Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Il presidente della Commissione Lavoro della Camera consegna a Mario Monti i risultati dell'indagine sul precariato - l'audizione di Eleonora Voltolina- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- Se potessi avere mille euro al mese, il libro che racconta l'Italia sottopagataA questo link sul sito dell'Arel il video dell'intero evento

Come far contare di più i giovani in politica?

Mercoledì 9 maggio a Milano, alle 16:15 all'università Cattolica, ci sarà un convegno sul tema della rappresentanza politica delle giovani generazioni: «Come dar peso al futuro?»  sottotitolo «Far contare di più il voto dei giovani?». A seguire, una tavola rotonda metterà a confronto le opinioni di Beppe Severgnini, Tito Boeri, Luigi Campiglio e Massimo Bordignon. Alessandro Rosina, organizzatore e discussant del dibattito nonché grande esperto di questioni generazionali, ne anticipa i temi e gli spunti, che verranno poi aperti alla votazione attraverso un sondaggio online veicolato dalla Newsletter della Repubblica degli Stagisti.     L’Italia ha da tempo perso slancio verso il futuro. Troppo spesso negli ultimi anni la difesa della condizioni, spesso dei privilegi, dell’oggi sono andati a discapito dell’investimento su condizioni migliori per il domani. Conseguenza di una classe dirigente molto longeva e poco lungimirante o di troppa timidezza delle forze che avrebbero dovuto farsi parte attiva del cambiamento?L’invecchiamento della popolazione, certo, non aiuta. Avere più vita davanti o alle spalle condiziona il modo di porsi rispetto al cambiamento, condiziona la propensione a lasciare qualche sicurezza del passato per guadagnare qualcosa di più per il futuro.Dare più peso al futuro significa dare più consistenza a quella componente della popolazione che al futuro è più interessata, ovvero a chi vivrà maggiormente le conseguenze, positive o negative, delle scelte prese oggi. Questa componente è costituita dalle giovani generazioni, il cui peso però, si è drasticamente ridotto nel tempo.In passato, quando sono nate le democrazie occidentali, i giovani erano la parte preponderante dell’elettorato. Ora non è più così. Nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, ultima fase in cui c’è stato un rilevante ricambio nella politica, i rapporti di forze erano ancora a favore dei giovani. La fascia 16-30 contava quasi 13 milioni e mezzo di persone nel 1991. Mentre la fascia 60-74, già in ascesa, era comunque sensibilmente meno consistente, arrivando a poco più di 8 milioni. Oggi il rapporto di forze si è rovesciato a favore dei più anziani. La fascia 16-30 è scesa a 9,7 milioni, quella tra i 60 e i 74 anni è invece salita a quasi 10 milioni. Se però togliamo gli stranieri e gli under 16 che non votano i rapporti di forza nell’elettorato attivo sono questi: elettorato 30 anni o meno pari a 7,5 milioni, elettorato 60-74enni pari a 9,8 milioni.Insomma, la componente demografica che esprime la classe dirigente italiana, fatta prevalentemente di over 60, ha un peso nettamente sovrastante rispetto ai Millennials - la generazione emergente, composta da coloro che sono entrati nella maggiore età dopo il 2000, che quindi oggi hanno sotto i 30 anni. Il peso relativo degli under 30 italiani sull’elettorato complessivo è uno dei più bassi al mondo. La classe dirigente italiana è una delle più vecchie del mondo sviluppato. Ma anche le soglie anagrafiche per entrare in Parlamento sono tra le più alte (25 anni alla Camera e 40 anni al Senato). La combinazione tra tutto questo fa sì che i Millennials italiani siano tra quelli che contano di meno, nelle democrazie occidentali, sul piano politico-elettorale.Che le nuove generazioni contino così poco è un bene o un male? Se non è un bene, quali misure potrebbero essere utili per far tornare a contare le nuove generazioni sulle scelte che riguardano il loro futuro e quello del paese? L’abbassamento del diritto di voto ai 16 anni? L'estensione agli stranieri? iI maggior coinvolgimento dei giovani espatriati? Il voto ai genitori per i figli minorenni? La soppressione dei vincoli anagrafici per accedere al Parlamento? L’introduzione di un limite dell’elettorato passivo a 60 anni? La ponderazione del voto con l’aspettativa di vita residua - secondo il principio che più futuro si ha davanti, più il voto conta?È ormai urgente introdurre correttivi, anche rimettendo in discussione convinzioni consolidate; non tanto a favore dei giovani, ma per consentire di inglobare maggiormente il benessere futuro nelle scelte di oggi. Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- In Nordafrica i giovani hanno deciso che il loro tempo è adesso. E in Italia?

Dar voce ai giovani, dar voce alle donne: l'impegno della Repubblica degli Stagisti

Nei giorni scorsi a Perugia, tra i tanti panel interessanti e sorprendenti del Festival del Giornalismo che si chiude oggi, uno riguardava la presenza e la rappresentazione delle donne nei media. Tra le relatrici  - oltre alla grande amica della Repubblica degli Stagisti Giovanna Cosenza, professoressa dell'università di Bologna e animatrice del blog Disambiguando - anche Loredana Lipperini, giornalista di Repubblica e conduttrice di Fahrenheit su Radio3, che ha iniziato il suo intervento con una serie di numeri sconfortanti sulla presenza e il ruolo delle donne nel giornalismo italiano. Sia da dentro (quante sono le donne giornaliste, quante - pochissime - ricoprono ruoli apicali) sia da fuori. E qui un dato su tutti: nei servizi della Rai, ogni volta che c'è da sentire un esperto, si finisce per chiamare un uomo. Una voce autorevole, un professore dotto, un politico, un economista, un avvocato: nove volte su dieci il giornalista (o la giornalista: nelle redazioni Rai sono il 34%) incaricato dell'intervista sceglie un interlocutore maschio. Le donne autorevoli ci sono, eppure vengono chiamate solo nel 10% dei casi.Del resto, questa percentuale può essere confermata e ampliata anche attraverso un semplice check empirico: basta guardare un qualsiasi talk-show - escludendo quelli che si occupano di gossip - e contare gli ospiti uomini e le ospiti donne (e volendo essere pignoli, anche il tempo di parola concesso). Solitamente il risultato è sconfortante. L'inglese Jane Martinson, giornalista del quotidiano The Guardian, per provare a tranquillizzare la platea ha detto che da una ricerca simile svolta nel Regno Unito è emerso che anche lì le donne vengono citate come esperte in articoli e servizi tv solo nel 24% dei casi. Ma difficilmente quando si parla di questi problemi mal comune fa mezzo gaudio - e comunque 24% è una percentuale bassa ma pur sempre più che doppia rispetto alla nostra.Una terza relatrice, Cristina Sivieri Tagliabue, ha aggiunto che secondo le rilevazioni più recenti alle donne giornaliste e opinioniste l'onore di avere il nome in prima pagina sui quotidiani Corriere e Repubblica spetta più o meno nel 5% dei casi. Il restante 95, agli uomini. E che anche nei programmi tv più seri, quando si prevede una presenza femminile, spesso invece di chiamare un'esperta del tema di cui tratta la puntata - capace di fare discorsi sensati e approfonditi, di argomentare e discutere, insomma di fornire un punto di vista autorevole - si preferisce invitare la showgirl di turno - incoronata tuttologa per l'occasione.Numeri e osservazioni che fanno riflettere e indignare, ma che devono anche indurre ad agire. Così ho deciso di fare una breve ricognizione della situazione sulla  Repubblica degli Stagisti. Prendendo in considerazione gli articoli usciti nell'ultimo mese, la proporzione qui quando intervistiamo o citiamo esperti è più o meno un terzo di donne e due terzi di uomini. Molto meglio della media - ma non  ancora abbastanza. Dunque, d'ora in avanti su queste pagine sarà attuato un nuovo codice di autoregolamentazione e vigilanza. La redazione farà attenzione a bilanciare gli interventi degli esperti anche a seconda del genere. Già lo facciamo in ottica generazionale, cercando di dare il più possibile spazio e visibilità a chi è anagraficamente giovane e quindi mediaticamente meno appetibile: tante sono le interviste che abbiamo dedicati a giovani scrittori, politici, sindacalisti, amministratori, docenti universitari, attivisti. D'ora in avanti punteremo anche al 50-50 rispetto al genere. Senza rinunciare ovviamente a un'oncia di autorevolezza: non faremo parlare le donne "a tutti i costi", così come non facciamo parlare i giovani "a tutti i costi". Ma avremo l'accortezza di cercare, tra i tanti esperti disponibili nelle università, negli studi professionali, nei centri di ricerca, tante brave donne quanti bravi uomini, così come cerchiamo - e troviamo - tanti bravi giovani quanti bravi anziani. Perché, semplicemente, non c'è dubbio che esistano. E che, in un mondo dei media che non smette di penalizzare giovani e donne, gli uni e le altre vadano valorizzati.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- 8 marzo: una festa celebrata da troppe casalinghe?- Donne e libere professioni, un binomio ancora difficile- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza- Chi c'è dietro la nuova legge della Regione Toscana sugli stage? Un gruppo di ventenniE anche:- Ventenni e riforma del lavoro, parla l'ideatore della lettera a Monti - Antonio De Napoli convocato oggi da Mario Monti in rappresentanza dei giovani italiani: «Gli porteremo l'appello di Voltolina e Rosina per chiamare anche le nuove generazioni al governo»- Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»- Lavoro e giovani: ce l'abbiamo un'idea? L'associazione Rena mette pepe al dibattito- Più il tempo passa più l'Italia invecchia: per frenare l'emorragia di expat servono meccanismi per far contare i giovani di più

Se un'impresa non è in grado di pagare decentemente i collaboratori, meglio che chiuda

Sembrava cosa fatta. La proposta di legge sull'equo compenso per il lavoro giornalistico aveva raccolto poche settimane fa il sì della Camera e il passaggio al Senato sembrava solo una formalità. Più o meno tutti, dal relatore Enzo Carra fino ai battaglieri collettivi di giornalisti precari come Errori di Stampa, si aspettavano a giorni il sì di Palazzo Madama. Invece ieri é arrivata la doccia fredda. Il governo ha deciso di congelare l'iter per avere il tempo di presentare alcuni emendamenti, e con tutta probabilità non si tratterà di interventi migliorativi - quantomeno dal punto di vista dei giornalisti sottopagati. Lo si intuisce dalle dichiarazioni di Maurizio Castro, senatore PdL, che all'agenzia Ansa ieri ha spiegato che «un esame ponderato del testo consentirà di emendare le imperfezioni tecniche e di prevedere forme di attuazione progressiva delle nuove norme» per andare incontro a «un tessuto imprenditoriale caratterizzato non solo da grandi gruppi, ma anche da piccoli editori locali e da imprese strutturalmente più fragili».Insomma l'esecutivo potrebbe piegarsi a queste pressioni e introdurre smussamenti e dilazioni, col risultato di svuotare di efficacia il provvedimento. Che già comunque non sarebbe stato immediatamente operativo, necessitando di una fase di definizione quantitativa del'«equo compenso».Il timore è che si voglia salvaguardare il "diritto" delle piccole case editrici di sottopagare (ergo: sfruttare) i giornalisti con la scusa che sono fragili. Invece dovrebbe valere un semplice principio, non solo per le aziende editoriali ma per tutte: se non sono in grado di pagare equamente i propri collaboratori, non sono sane. E se non sono sane, non conviene a nessuno che restino sul mercato: meglio che chiudano. Tenere in piedi realtà che sopravvivono grazie allo sfruttamento del lavoro gratuito o sottopagato di giovani e meno giovani, che non hanno la capacità di mettere in equilibrio costi e ricavi in modo da poter ricompensare adeguatamente chi lavora per loro, che ricorrono sistematicamente a sotterfugi o a ricatti e che spezzano il naturale e indispensabile legame tra lavoro e retribuzione, non ha alcun senso. Queste aziende inquinano il mercato. Il lavoro non pagato può esistere solo ed esclusivamente sotto forma di volontariato. Le testate giornalistiche che non sono in grado di pagare adeguatamente i propri collaboratori non sono degne di restare aperte. Si trasformino in associazioni non profit e reclutino persone disposte a scrivere come forma di volontariato, se ne sono capaci, anziché porsi sul mercato senza averne le capacità e la solvibilità. La professione giornalistica è, appunto, una professione. Chi la esercita deve poter ottenere un compenso decente per la propria prestazione. I "quattro euro a pezzo" devono semplicemente diventare illegali. Subito, e per tutti: sia per le grandi testate sia per quelle microscopiche.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignitàE anche:- Lo scandalo dei giornalisti pagati cinquanta centesimi a pezzo. Il presidente degli editori a Firenze: «La Fieg non dà sanzioni. E poi, cos’è un pezzo?»- Giornalisti freelance, sì alla reintroduzione del Tariffario: ma i compensi minimi devono essere più realistici. E vanno fatti rispettare con controlli e sanzioni