Categoria: Editoriali

Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

Oggi la Repubblica degli Stagisti inaugura una nuova rubrica. Dedicata come sempre ai giovani che cercano di diventare adulti, di costruire la propria strada professionale e la propria indipendenza economica. Stavolta però focalizzata su quelli che invece di andare in cerca di un lavoro dipendente, decidono di mettersi in proprio, di provare a realizzare un'idea e lanciarla sul mercato, di aprire un'impresa. Gli startupper.Che in Italia non hanno certo vita facile, perchè mille sono i problemi da affrontare. Innanzitutto per racimolare i primi soldi necessari per partire: troppe porte sbattute in faccia dalle banche e dai fondi d'investimento, ben poco propensi a dar credito a chi non può fornire garanzie. Poi i passaggi obbligatori attraverso il labirinto della burocrazia, che spesso appaiono insensati e costruiti per scoraggiare e indebolire, più che facilitare. Infine la cultura dominante, non solo gerontocratica ma anche giovane-fobica, per cui tutti guardano con sospetto i giovani imprenditori, tendono a non fidarsi, non sia mai che l'inesperienza possa generare qualche catastrofe.Ma gli startupper vanno avanti. Non si fanno scoraggiare. Racimolano i primi soldi attraverso la solita rete FFF, family friends and fools, oppure se sono fortunati riescono a farsi finanziare da qualche business angel o integrare in qualche incubatore. Studiano la complessa cartina geografica delle regole, la differenza tra società srl, snc e tutta la galassia di possibilità previste dall'ordinamento italiano. Imparano i nomi delle tasse, le date delle scadenze fiscali e contributive, le diverse tipologie contrattuali e i loro costi.  Di solito all'inizio guadagnano poco o nulla; coinvolgono nel progetto qualche fratello, cugino, amico, compagno di scuola o di università, e per i primi mesi si va avanti in perdita, sviluppando l'idea senza un tornaconto economico, investendo il proprio tempo e le proprie energie, usando il proprio computer personale, lavorando dal divano di casa. Combattono contro i pregiudizi, contro i proprietari di immobili talvolta guardinghi ad affittare anche solo piccoli seminterrati senza la garanzia dei genitori, contro i primi fornitori che vorrebbero essere pagati in anticipo e i primi clienti che vorrebbero pagare a 90 giorni da fine mese.Poi a un certo punto, se le cose vanno bene, il meccanismo ingrana, arrivano i primi soldi, almeno quanto basta per comprare una scrivania e due sedie, e magari cominciare a fare qualche contratto e pagare qualche stipendio. Si tira un sospiro di sollievo, e si comincia a pensare a come reinvestire i primi guadagni per crescere e svilupparsi.Gli startupper non sono tutti uguali: ci sono i figli di imprenditori e i figli di nessuno, ci sono i tradizionalisti e gli innovatori, i solitari e i comunitari. Parleremo di loro, in questa rubrica, ogni martedì. Racconteremo le loro storie, le difficoltà, le conquiste, i costi affrontati, i guadagni realizzati. Siamo convinti che le loro testimonianze siano importanti e che possano mostrare la faccia di un'Italia giovane che non si arrende, che si dà da fare e che affronta sulla propria pelle tutto il bello e il brutto di questo Paese. È certamente esagerata, e in un certo senso addirittura ipocrita e disturbante, la frase del rettore di Harvard consacrata dal film The social network: «I migliori allievi di questa università non sono quelli che escono e trovano un lavoro, ma quelli che escono e se lo inventano». La maggior parte dei giovani, in tutti i Paesi del mondo, continuerà legittimamente a cercare un lavoro dipendente, perché fondare un'impresa non è un gioco: servono idee, competenze, spirito di sacrificio, propensione al rischio, capacità di gestione che non tutti hanno o vogliono mettere in gioco. Ma al contempo le imprese fondate da giovani sono una speranza, un segnale: e le più forti tra loro potranno anche poi, in futuro, creare nuovi posti di lavoro. Per questo vanno protette, sostenute, valorizzate.Ai lettori della Repubblica degli Stagisti un appello: segnalateci voi stessi storie da raccontare, scrivendo all'indirizzo startupper [chiocciola] repubblicadeglistagisti.itEd ecco la prima puntata della rubrica: «Non più bambini, oggi le Cicogne portano babysitter». Buona lettura.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Imprenditoria giovanile, ecco chi la sostiene- Aspiranti imprenditori, una pizza è l'occasione per partireE anche:- Al Jobmeeting di Bologna dibattito «Si può mangiare con la filosofia o la semiotica?», a Torvergata tavola rotonda «Trovare lavoro, inventarsene uno»

Presidente Napolitano, la dignitosa retribuzione è un diritto costituzionale anche per i giovani

Lunedì 28 maggio Eleonora Voltolina, direttore della Repubblica degli Stagisti, ha partecipato all'evento organizzato dall'Arel in Quirinale, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per la presentazione del libro Giovani senza futuro? (edito da Il Mulino e curato da Tiziano Treu e Carlo Dell'Aringa). Voltolina è anche autrice, a quattro mani con il professor Alessandro Rosina, di uno dei saggi contenuti nel libro: «Politiche a favore dell'indipendenza intraprendente delle nuove generazioni». E proprio l'enorme difficoltà che i giovani italiani incontrano nel trovare lavori degnamente retribuiti - e poter quindi conquistare l'indipendenza economica dalla propria famiglia - è stata al centro del discorso che Voltolina ha fatto di fronte al presidente Napolitano.     Oggi porto il mio contributo facendo un appello a tutti gli illustri presenti, affinché ciascuno secondo le sue competenze e possibilità si impegni a far tornare l’Italia al rispetto di uno dei più importanti articoli costituzionali: il numero 36, che prevede che ogni lavoratore debba essere pagato in misura proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto, e comunque abbastanza da poter vivere un’esistenza libera e dignitosa.La verità conclamata è che nel nostro Paese milioni di giovani vedono calpestato ogni giorno questo diritto,  prima lavorando gratis per mesi o anni, per poi guadagnare cifre misere, addirittura al di sotto della soglia di dignità dei mille euro al mese.Il sistema si approfitta di loro allungando a dismisura, contro ogni ragionevolezza, il periodo di transizione dalla formazione al lavoro, costringendoli a restare il più possibile in questo limbo, sfruttando l’escamotage della «formazione» per non qualificarli come lavoratori e quindi non doverli pagare. E quando dico sistema, tengo a precisarlo sopratutto in questa sede, mi riferisco non solo a quello delle imprese private ma anche al pubblico. Il fatto è che l’allarme è posto in sordina perchè questi giovani non muiono di fame, sopravvivono grazie al sostegno dei genitori. Ma questo meccanismo di welfare familiare, benedetto da una grande parte della politica e generalmente accettato dalla tradizione socio-culturale italiana, salva i giovani solo in apparenza. In realtà, oltre ad azzerare la loro possibilità di mobilità sociale e dopare il mercato del lavoro, questo sistema li distrugge, impendendo loro di entrare a tutti gli effetti nell’età adulta. E quindi di poter diventare pienamente cittadini, poter agire nel loro Paese e per il loro Paese. Mantenere i giovani eternamente figli, fino a 30 anni o addirittura 40, vuol dire frenare il ricambio generazionale di cui l’Italia ha bisogno in tutti i settori.Ecco perché il mio appello è quello di lavorare per rimuovere, a livello normativo, le zone d’ombra che consentono di perpetuare questo status quo perverso; ma anche e sopratutto per lavorare a un cambiamento culturale, che convinca tutti i cittadini, che siano genitori, figli o datori di lavoro, che l’indipendenza economica è un valore imprenscindibile. Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Il presidente della Commissione Lavoro della Camera consegna a Mario Monti i risultati dell'indagine sul precariato - l'audizione di Eleonora Voltolina- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- Se potessi avere mille euro al mese, il libro che racconta l'Italia sottopagataA questo link sul sito dell'Arel il video dell'intero evento

Come far contare di più i giovani in politica?

Mercoledì 9 maggio a Milano, alle 16:15 all'università Cattolica, ci sarà un convegno sul tema della rappresentanza politica delle giovani generazioni: «Come dar peso al futuro?»  sottotitolo «Far contare di più il voto dei giovani?». A seguire, una tavola rotonda metterà a confronto le opinioni di Beppe Severgnini, Tito Boeri, Luigi Campiglio e Massimo Bordignon. Alessandro Rosina, organizzatore e discussant del dibattito nonché grande esperto di questioni generazionali, ne anticipa i temi e gli spunti, che verranno poi aperti alla votazione attraverso un sondaggio online veicolato dalla Newsletter della Repubblica degli Stagisti.     L’Italia ha da tempo perso slancio verso il futuro. Troppo spesso negli ultimi anni la difesa della condizioni, spesso dei privilegi, dell’oggi sono andati a discapito dell’investimento su condizioni migliori per il domani. Conseguenza di una classe dirigente molto longeva e poco lungimirante o di troppa timidezza delle forze che avrebbero dovuto farsi parte attiva del cambiamento?L’invecchiamento della popolazione, certo, non aiuta. Avere più vita davanti o alle spalle condiziona il modo di porsi rispetto al cambiamento, condiziona la propensione a lasciare qualche sicurezza del passato per guadagnare qualcosa di più per il futuro.Dare più peso al futuro significa dare più consistenza a quella componente della popolazione che al futuro è più interessata, ovvero a chi vivrà maggiormente le conseguenze, positive o negative, delle scelte prese oggi. Questa componente è costituita dalle giovani generazioni, il cui peso però, si è drasticamente ridotto nel tempo.In passato, quando sono nate le democrazie occidentali, i giovani erano la parte preponderante dell’elettorato. Ora non è più così. Nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, ultima fase in cui c’è stato un rilevante ricambio nella politica, i rapporti di forze erano ancora a favore dei giovani. La fascia 16-30 contava quasi 13 milioni e mezzo di persone nel 1991. Mentre la fascia 60-74, già in ascesa, era comunque sensibilmente meno consistente, arrivando a poco più di 8 milioni. Oggi il rapporto di forze si è rovesciato a favore dei più anziani. La fascia 16-30 è scesa a 9,7 milioni, quella tra i 60 e i 74 anni è invece salita a quasi 10 milioni. Se però togliamo gli stranieri e gli under 16 che non votano i rapporti di forza nell’elettorato attivo sono questi: elettorato 30 anni o meno pari a 7,5 milioni, elettorato 60-74enni pari a 9,8 milioni.Insomma, la componente demografica che esprime la classe dirigente italiana, fatta prevalentemente di over 60, ha un peso nettamente sovrastante rispetto ai Millennials - la generazione emergente, composta da coloro che sono entrati nella maggiore età dopo il 2000, che quindi oggi hanno sotto i 30 anni. Il peso relativo degli under 30 italiani sull’elettorato complessivo è uno dei più bassi al mondo. La classe dirigente italiana è una delle più vecchie del mondo sviluppato. Ma anche le soglie anagrafiche per entrare in Parlamento sono tra le più alte (25 anni alla Camera e 40 anni al Senato). La combinazione tra tutto questo fa sì che i Millennials italiani siano tra quelli che contano di meno, nelle democrazie occidentali, sul piano politico-elettorale.Che le nuove generazioni contino così poco è un bene o un male? Se non è un bene, quali misure potrebbero essere utili per far tornare a contare le nuove generazioni sulle scelte che riguardano il loro futuro e quello del paese? L’abbassamento del diritto di voto ai 16 anni? L'estensione agli stranieri? iI maggior coinvolgimento dei giovani espatriati? Il voto ai genitori per i figli minorenni? La soppressione dei vincoli anagrafici per accedere al Parlamento? L’introduzione di un limite dell’elettorato passivo a 60 anni? La ponderazione del voto con l’aspettativa di vita residua - secondo il principio che più futuro si ha davanti, più il voto conta?È ormai urgente introdurre correttivi, anche rimettendo in discussione convinzioni consolidate; non tanto a favore dei giovani, ma per consentire di inglobare maggiormente il benessere futuro nelle scelte di oggi. Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- In Nordafrica i giovani hanno deciso che il loro tempo è adesso. E in Italia?

Dar voce ai giovani, dar voce alle donne: l'impegno della Repubblica degli Stagisti

Nei giorni scorsi a Perugia, tra i tanti panel interessanti e sorprendenti del Festival del Giornalismo che si chiude oggi, uno riguardava la presenza e la rappresentazione delle donne nei media. Tra le relatrici  - oltre alla grande amica della Repubblica degli Stagisti Giovanna Cosenza, professoressa dell'università di Bologna e animatrice del blog Disambiguando - anche Loredana Lipperini, giornalista di Repubblica e conduttrice di Fahrenheit su Radio3, che ha iniziato il suo intervento con una serie di numeri sconfortanti sulla presenza e il ruolo delle donne nel giornalismo italiano. Sia da dentro (quante sono le donne giornaliste, quante - pochissime - ricoprono ruoli apicali) sia da fuori. E qui un dato su tutti: nei servizi della Rai, ogni volta che c'è da sentire un esperto, si finisce per chiamare un uomo. Una voce autorevole, un professore dotto, un politico, un economista, un avvocato: nove volte su dieci il giornalista (o la giornalista: nelle redazioni Rai sono il 34%) incaricato dell'intervista sceglie un interlocutore maschio. Le donne autorevoli ci sono, eppure vengono chiamate solo nel 10% dei casi.Del resto, questa percentuale può essere confermata e ampliata anche attraverso un semplice check empirico: basta guardare un qualsiasi talk-show - escludendo quelli che si occupano di gossip - e contare gli ospiti uomini e le ospiti donne (e volendo essere pignoli, anche il tempo di parola concesso). Solitamente il risultato è sconfortante. L'inglese Jane Martinson, giornalista del quotidiano The Guardian, per provare a tranquillizzare la platea ha detto che da una ricerca simile svolta nel Regno Unito è emerso che anche lì le donne vengono citate come esperte in articoli e servizi tv solo nel 24% dei casi. Ma difficilmente quando si parla di questi problemi mal comune fa mezzo gaudio - e comunque 24% è una percentuale bassa ma pur sempre più che doppia rispetto alla nostra.Una terza relatrice, Cristina Sivieri Tagliabue, ha aggiunto che secondo le rilevazioni più recenti alle donne giornaliste e opinioniste l'onore di avere il nome in prima pagina sui quotidiani Corriere e Repubblica spetta più o meno nel 5% dei casi. Il restante 95, agli uomini. E che anche nei programmi tv più seri, quando si prevede una presenza femminile, spesso invece di chiamare un'esperta del tema di cui tratta la puntata - capace di fare discorsi sensati e approfonditi, di argomentare e discutere, insomma di fornire un punto di vista autorevole - si preferisce invitare la showgirl di turno - incoronata tuttologa per l'occasione.Numeri e osservazioni che fanno riflettere e indignare, ma che devono anche indurre ad agire. Così ho deciso di fare una breve ricognizione della situazione sulla  Repubblica degli Stagisti. Prendendo in considerazione gli articoli usciti nell'ultimo mese, la proporzione qui quando intervistiamo o citiamo esperti è più o meno un terzo di donne e due terzi di uomini. Molto meglio della media - ma non  ancora abbastanza. Dunque, d'ora in avanti su queste pagine sarà attuato un nuovo codice di autoregolamentazione e vigilanza. La redazione farà attenzione a bilanciare gli interventi degli esperti anche a seconda del genere. Già lo facciamo in ottica generazionale, cercando di dare il più possibile spazio e visibilità a chi è anagraficamente giovane e quindi mediaticamente meno appetibile: tante sono le interviste che abbiamo dedicati a giovani scrittori, politici, sindacalisti, amministratori, docenti universitari, attivisti. D'ora in avanti punteremo anche al 50-50 rispetto al genere. Senza rinunciare ovviamente a un'oncia di autorevolezza: non faremo parlare le donne "a tutti i costi", così come non facciamo parlare i giovani "a tutti i costi". Ma avremo l'accortezza di cercare, tra i tanti esperti disponibili nelle università, negli studi professionali, nei centri di ricerca, tante brave donne quanti bravi uomini, così come cerchiamo - e troviamo - tanti bravi giovani quanti bravi anziani. Perché, semplicemente, non c'è dubbio che esistano. E che, in un mondo dei media che non smette di penalizzare giovani e donne, gli uni e le altre vadano valorizzati.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- 8 marzo: una festa celebrata da troppe casalinghe?- Donne e libere professioni, un binomio ancora difficile- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza- Chi c'è dietro la nuova legge della Regione Toscana sugli stage? Un gruppo di ventenniE anche:- Ventenni e riforma del lavoro, parla l'ideatore della lettera a Monti - Antonio De Napoli convocato oggi da Mario Monti in rappresentanza dei giovani italiani: «Gli porteremo l'appello di Voltolina e Rosina per chiamare anche le nuove generazioni al governo»- Il ministro Giorgia Meloni: «Per investire sui giovani è necessario un cambio di mentalità»- Lavoro e giovani: ce l'abbiamo un'idea? L'associazione Rena mette pepe al dibattito- Più il tempo passa più l'Italia invecchia: per frenare l'emorragia di expat servono meccanismi per far contare i giovani di più

Se un'impresa non è in grado di pagare decentemente i collaboratori, meglio che chiuda

Sembrava cosa fatta. La proposta di legge sull'equo compenso per il lavoro giornalistico aveva raccolto poche settimane fa il sì della Camera e il passaggio al Senato sembrava solo una formalità. Più o meno tutti, dal relatore Enzo Carra fino ai battaglieri collettivi di giornalisti precari come Errori di Stampa, si aspettavano a giorni il sì di Palazzo Madama. Invece ieri é arrivata la doccia fredda. Il governo ha deciso di congelare l'iter per avere il tempo di presentare alcuni emendamenti, e con tutta probabilità non si tratterà di interventi migliorativi - quantomeno dal punto di vista dei giornalisti sottopagati. Lo si intuisce dalle dichiarazioni di Maurizio Castro, senatore PdL, che all'agenzia Ansa ieri ha spiegato che «un esame ponderato del testo consentirà di emendare le imperfezioni tecniche e di prevedere forme di attuazione progressiva delle nuove norme» per andare incontro a «un tessuto imprenditoriale caratterizzato non solo da grandi gruppi, ma anche da piccoli editori locali e da imprese strutturalmente più fragili».Insomma l'esecutivo potrebbe piegarsi a queste pressioni e introdurre smussamenti e dilazioni, col risultato di svuotare di efficacia il provvedimento. Che già comunque non sarebbe stato immediatamente operativo, necessitando di una fase di definizione quantitativa del'«equo compenso».Il timore è che si voglia salvaguardare il "diritto" delle piccole case editrici di sottopagare (ergo: sfruttare) i giornalisti con la scusa che sono fragili. Invece dovrebbe valere un semplice principio, non solo per le aziende editoriali ma per tutte: se non sono in grado di pagare equamente i propri collaboratori, non sono sane. E se non sono sane, non conviene a nessuno che restino sul mercato: meglio che chiudano. Tenere in piedi realtà che sopravvivono grazie allo sfruttamento del lavoro gratuito o sottopagato di giovani e meno giovani, che non hanno la capacità di mettere in equilibrio costi e ricavi in modo da poter ricompensare adeguatamente chi lavora per loro, che ricorrono sistematicamente a sotterfugi o a ricatti e che spezzano il naturale e indispensabile legame tra lavoro e retribuzione, non ha alcun senso. Queste aziende inquinano il mercato. Il lavoro non pagato può esistere solo ed esclusivamente sotto forma di volontariato. Le testate giornalistiche che non sono in grado di pagare adeguatamente i propri collaboratori non sono degne di restare aperte. Si trasformino in associazioni non profit e reclutino persone disposte a scrivere come forma di volontariato, se ne sono capaci, anziché porsi sul mercato senza averne le capacità e la solvibilità. La professione giornalistica è, appunto, una professione. Chi la esercita deve poter ottenere un compenso decente per la propria prestazione. I "quattro euro a pezzo" devono semplicemente diventare illegali. Subito, e per tutti: sia per le grandi testate sia per quelle microscopiche.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento:- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignitàE anche:- Lo scandalo dei giornalisti pagati cinquanta centesimi a pezzo. Il presidente degli editori a Firenze: «La Fieg non dà sanzioni. E poi, cos’è un pezzo?»- Giornalisti freelance, sì alla reintroduzione del Tariffario: ma i compensi minimi devono essere più realistici. E vanno fatti rispettare con controlli e sanzioni

Regioni e riforma del lavoro, è guerra al governo sull'articolo sui tirocini

Uno dei più positivi e importanti articoli del disegno di legge Fornero sulla riforma del mercato del lavoro è il 12, quello che riguarda i tirocini. Esso si propone di creare un tavolo di discussione tra governo e Regioni al fine di elaborare, nei 6 mesi successivi all'approvazione della riforma, una serie di linee guida per uniformare a livello nazionale la normativa sugli stage, ponendo alcuni paletti-base comuni che impediscano che ogni Regione faccia a modo suo. Un principio di puro buonsenso che è stato messo in dubbio ieri dalla Conferenza delle Regioni. L'assessore regionale toscano Gianfranco Simoncini, chiamato a parlare in commissione Lavoro al Senato in rappresentanza appunto delle Regioni, ha chiesto infatti la soppressione dell'articolo 12 del ddl, che costituirebbe una «invasione di campo» e avrebbe «profili di incostituzionalità». Perchè da tempo le  Regioni rivendicano la competenza esclusiva in materia di stage, e per questo chiedono al governo di fare un passo indietro rispetto alla prospettiva di una legge-quadro nazionale di indirizzo.Una richiesta grave e insensata, perché la revisione della normativa sui tirocini è parte essenziale della riforma del mercato del lavoro: senza un intervento sull'abuso degli stage, come la Repubblica degli Stagisti ha sempre ammonito, non si realizzerà mai un vero rilancio dell'apprendistato e più in generale un miglioramento delle condizioni dei giovani lavoratori.La posizione delle Regioni sorprende perché l'articolo 12 del ddl non è certo una  invasione di campo né tantomeno una prevaricazione dello Stato sulle Regioni: si limita a esplicitare la volontà di rivedere la «disciplina dei tirocini formativi, anche in relazione alla valorizzazione di altre forme contrattuali a contenuto formativo», cioè di depotenziare la capacità degli stage di fungere da concorrenti sleali dell'apprendistato; di prevedere «azioni e interventi volti a prevenire e contrastare un uso distorto dell’istituto, anche attraverso la puntuale individuazione delle modalità con cui il tirocinante presta la propria attività»; di introdurre «sanzioni amministrative, in misura variabile da mille a seimila euro»; e infine di impedire la «assoluta gratuità del tirocinio, attraverso il riconoscimento di una indennità, anche in forma forfetaria»: cioè di abolire gli stage gratuiti. Davvero difficile non essere d'accordo. E quasi sleale agitare lo spauracchio della incostituzionalità: come ha spiegato di recente il costituzionalista Francesco Clementi alla Repubblica degli Stagisti, la lettera "m" del comma 2 dell'articolo 117 della Costituzione garantisce sempre allo Stato di legiferare, anche in una materia formalmente di competenza esclusiva regionale, al fine di garantire un'uniformità standard su tutto il territorio nazionale su un certo tema. Nell'intervista Clementi ha anche ricordato che rispetto ai tirocini la Corte costituzionale si è pronunciata una sola volta, nel 2005, dicendo sì che erano di competenza regionale: ma solo ed esclusivamente quelli estivi. E non tutti i tirocini, che vengono svolti in tutti i 12 mesi da gennaio a dicembre da oltre mezzo milione di giovani ogni anno, e non certo solo dagli studenti da giugno a settembre.L'assessore Simoncini è alla guida dell'assessorato al lavoro di una Regione letteralmente all'avanguardia su questo tema, la Toscana, che ha licenziato nei mesi scorsi una legge assolutamente innovativa in materia di tirocini e il cui apporto sarà prezioso nel tavolo di confronto Stato-Regioni che il ministro Fornero ha già previsto di creare. Più degli altri dovrebbe essere consapevole dei rischi che comporta la presa di posizione della Conferenza delle Regioni: una leopardizzazione della normativa sugli stage e della tutela dei giovani, che porterebbe iniquità nel trattamento degli stagisti da una città all'altra.In effetti, solo nelle ultime settimane la Regione Toscana che ha legiferato imponendo un rimborso spese minimo di 500 euro al mese per i tirocini extracurriculari; la Regione Abruzzo che ha fatto lo stesso Con una deliberazione, ponendo però il rimborso minimo a 600 euro al mese; e la Regione Lombardia che invece ha approvato un regolamento che ribadisce la possibilità di fare stage gratis. Vogliamo andare avanti di questo passo? Vogliamo avere tra un anno venti regolamentazioni diverse dello stage, e far avere ai giovani diritti e doveri diversi a seconda del luogo in cui fanno lo stage?Senza una legge-quadro nazionale molte Regioni meno "responsabili" potranno continuare a permettere la vergogna degli stage completamente privi di rimborso spese, o a non prevedere sanzioni per i datori di lavoro che violano la normativa. I giovani hanno bisogno di regole certe, chiare e che li mettano al riparo dallo sfruttamento. Avere venti normative diverse sullo stage non va certamente in questo senso.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfrutta- Stage, nuove norme regionali: sì all'obbligo di rimborso in Toscana e Abruzzo, no in Lombardiae anche:- Tirocini, il costituzionalista: «Lo Stato potrebbe fare una legge quadro»- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage- Riforma del lavoro, ecco punto per punto cosa riguarda i giovani

La raccomandazione dell’assessore per lavorare da Ikea: attentato alla merito(demo)crazia

Pochi giorni fa Ikea, nota multinazionale dell'arredamento fai-da-te, ha denunciato che in vista dell’apertura di un nuovo punto vendita vicino a Chieti ha ricevuto chiari messaggi da politici della Regione Abruzzo orientati a caldeggiare l’assunzione di alcune persone.Il rombo del tuono faceva presagire lo scatenarsi di una tempesta, con prime pagine dei quotidiani; invece tutto è finito immediatamente nel dimenticatoio. Qualche rimbalzo dai giornali locali al web, una – innegabile – pubblicità positiva per il marchio, e stop. Eppure il problema è assolutamente centrale: l’Italia non può cambiare e crescere se continua ad essere ostaggio di una politica clientelare e nepotista, pervasa da perverse logiche antimeritocratiche che comprimono le sue reali potenzialità di sviluppo.Il caso è indicativo. Il management della filiale italiana ha dichiarato che è «prassi» ricevere pressioni da politici locali quando apre una nuova sede sul territorio. Per Chieti, ha fatto sapere, sono arrivati tremila curricula per 220 nuovi posti disponibili. Secondo le notizie riportate da vari quotidiani, un assessore regionale avrebbe inviato su carta intestata (sic!) una lettera con un elenco di persone che gli stanno a cuore per “informarsi” sull’esito della procedura di recruiting. Come a dire: «Sarei molto contento che la selezione fosse favorevole a questi nomi». L’Ikea ha reso nota la pressione, assicurando che non cederà e che seguirà esclusivamente criteri meritocratici. Basta così? Assolutamente no. Le aziende straniere non possono trattare l’Italia come un paese con abitudini fastidiose, come zanzare da scacciare ogni volta che si presentano: quello che serve è una disinfestazione sistematica. Bisogna fare i nomi, costringendo così questi poco degni amministratori della cosa pubblica a rendere esplicitamente conto del proprio operato. L’Ikea dovrebbe fare un’operazione trasparenza. Innanzitutto raccontando i dettagli della sua procedura di recruitment, specificando che tipi di contratti farà ai 220 neoassunti, e con quali stipendi. E poi documentando quanto ha affermato, indicando il nome dell’assessore in questione e pubblicando le lettere che le sono arrivate. Solo così consentirà ai cittadini abruzzesi e a tutti gli italiani di valutare se davvero ci sono state pressioni per far assumere amici e protetti, a scapito di chi ogni giorno cerca lavoro senza avere santi in paradiso, puntando solo sulle proprie competenze. Solo così gli elettori potranno decidere se tale persona potrà rimanere al suo posto ed essere votata ancora in futuro, o al contrario chiederne subito le dimissioni.Sta crescendo fortemente l’insofferenza verso un paese dove contano più le logiche di appartenenza che le vere capacità. Questo è uno dei motivi delle difficoltà del sistema Italia di crescere e della fuga di molti giovani all’estero per veder riconosciuto davvero quanto valgono. Un recente sondaggio dell’associazione Italents svolto in collaborazione con il Comune di Milano ha evidenziato come la carenza di meritocrazia sia considerata dai giovani espatriati addirittura il principale motivo che li ha spinti ad andarsene. Più degli stipendi migliori, più del welfare più generoso.Questo caso va considerato un vero e proprio attentato alla meritocrazia. E come ogni reato, l’unico comportamento civile e responsabile è quello di denunciare pubblicamente. Per cambiare davvero, fino in fondo.Eleonora Voltolina e Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero - Sulla Rete i giovani italiani scalpitano per fare rete: ITalents sbarca su Facebook, ed è boomE anche:- È giusto che i “figli di” sfruttino il vantaggio competitivo?

Università come agenzie per il lavoro a costo zero: una deriva da scongiurare

Il ministro del Lavoro ha dichiarato di avere intenzione di abolire gli stage post-formazione, consentendo che siano effettuati solo mentre una persona sta compiendo un percorso formativo. L'idea è molto interessante, ma attenzione: il «lavoro a costo zero» di cui parla Elsa Fornero non riguarda solamente gli stage post-formazione, bensì anche quelli svolti durante la formazione. Le università stanno infatti diventando già oggi, loro malgrado, concorrenti delle agenzie per il lavoro. Perchè ormai tutte sono dotate di uffici stage e placement, per poter far fare esperienze on the job ai propri studenti e sopratutto piazzare i neolaureati sul mercato. Impegno assolutamente meritorio e indispensabile: il problema è però che studenti (e allo stato attuale anche neolaureati), inquadrabili come stagisti, equivalgono a un esercito di potenziale forza lavoro a costo zero. Il ragionamento che sempre più spesso le aziende fanno è semplice: ho una posizione vacante, magari temporanea per un picco di lavoro o per la momentanea assenza di un dipendente. Potrei rivolgermi a un centro per l'impiego, ma temo che finiscano per propormi sempre gli stessi profili, persone con scarsa istruzione e scarse qualifiche, magari anche un po' in là con l'età. Potrei utilizzare un'agenzia per il lavoro, con la modalità del lavoro somministrato. Ma mi costerebbe uno sproposito: il lavoratore dovrei inquadrarlo e pagarlo al pari di un subordinato, e in più sborsare la commissione all'agenzia. In questo ragionamento irrompe la terza possibilità: una manna dal cielo, assolutamente priva di costi. L'università. Che é piena di giovani affamati di lavoro. Sono inesperti, è vero, ma molto volenterosi. Imparano in fretta. Non avanzano rivendicazioni sindacali, prendono quel che c'è senza protestare. E possono essere inquadrati come stagisti, senza nemmeno la seccatura di un - seppur minimo - contratto di lavoro. Con lo stage non c'è nessun obbligo: niente retribuzione, niente contributi, niente di niente. Le università offrono nella stragrande maggioranza dei casi questo servizio in maniera gratuita, accollandosi pure le uniche due piccole spese correlate allo stage, l'Inail e l'assicurazione. E molte non fanno nemmeno controlli sulla struttura societaria, le finalità di chi richiede stagisti, la qualità del percorso "formativo" offerto.Questo ragionamento porta un numero sempre più elevato di imprese a utilizzare le università come agenzie per il lavoro a costo zero. Hanno fatto scalpore per esempio, qualche tempo fa, gli annunci finiti nella newsletter di una importante università campana, che ai propri giovani - studenti e neolaureati in lingue orientali - veicolava offerte di stage nelle boutique del centro di Napoli. Come commessi.  Certo è comprensibile che ai proprietari del negozio facesse gola poter disporre, praticamente a costo zero, di persone laureate in cinese, giapponese o russo, in grado di mettere a proprio agio i ricchi acquirenti stranieri parlando nella loro lingua. Ma è altrettanto comprensibile che i giovani di quell'università si siano sentiti offesi da quelle offerte, e abbiano protestato. Allo stesso stesso modo, in misura sempre maggiore arrivano alle università richieste di stagisti da parte di call center, catene di grande distribuzione, punti vendita di commercio al dettaglio. Alcune fanno uno screening e rimandano al mittente le offerte non in linea con la formazione universitaria; ma molte altre abdicano, per mancanza di tempo o di personale o di volontà, e pubblicano tutto.Ma non si pensi che solo le imprese private facciano le furbe con questo escamotage. In realtà le università attivano anche decine di migliaia di stage in enti pubblici e perfino in organizzazioni non profit. Queste ultime infatti, pur potendo attingere al grande bacino dei volontari, vedono negli studenti e neolaureati profili incredibilmente più interessanti: ben più utile avere un giovane motivato, fresco di studi magari proprio in quelle materie di cui l'associazione si occupa, piuttosto che il pensionato che viene un paio d'ore a settimana più per sentirsi meno solo che per portare profitto all'associazione.Per gli enti pubblici, discorso a parte. Qui il dramma è quello dei buchi di organico, che in molti settori determinano rallentamenti. È il caso, già denunciato dalla Repubblica degli Stagisti, del comparto giudiziario. I tribunali sono drammaticamente sotto organico, e dunque si sono moltiplicate le iniziative volte a reperire forza lavoro direttamente dalle aule di giurisprudenza. Via dunque a protocolli d'intesa per mandare frotte di studenti e neolaureati a "formarsi" - in realtà, a dare una mano con cause, sentenze, archivi.Questa situazione non è più accettabile. Il ministro dell'istruzione e quello del lavoro devono al più presto sedersi a un tavolo e affrontare il problema: la crisi e il deficit non possono essere risolti condannando centinaia di migliaia di giovani studenti a lavorare gratis. Scuola e università devono instradarli al lavoro, è vero: ma appunto al lavoro, non al volontariato nè tantomeno alla schiavitù. Dunque sì all'abolizione degli stage post-formazione, ma a patto di riformare immediatamente l'intero sistema attraverso una stretta sulla normativa in materia di stage e sul lancio (o ri-lancio) di contratti che, assicurando ai giovani una equa base di diritti e garanzie, siano però al contempo vantaggiosi a livello fiscale e non troppo blindati: solo così si convinceranno le aziende a utilizzarli, e ricominciare ad assumere.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Quasi 80mila studenti universitari ogni anno fanno stage negli enti pubblici italiani: ma con quali garanzie di qualità?- Tribunali al collasso, sempre più stagisti per coprire i buchi di organico

Abolire gli stage post formazione: buona idea ministro, ma a queste condizioni

Elsa Fornero ha parlato di stage. Lo ha fatto domenica sera in tv, nella trasmissione «Che tempo che fa», cominciando proprio da questo argomento per rispondere alla domanda sulla riforma del lavoro prossima ventura. «Ci sono molti ragazzi che non trovano altro che stage» ha detto il ministro del Lavoro: «Stage è lavoro a costo zero. Zero remunerazione per una persona. Noi diciamo che lo stage può essere formativo, cioè è giusto anche che l'università non sia ossificata. Quando studi puoi fare lo stage. Quando non studi lo stage non è più consentito. Volete qualcuno? Lo pagate. Magari con un contratto flessibile. Quindi io avrei intenzione di eliminare gli stage post formazione».Questa, nel complesso, è una buona notizia. Vuol dire che il governo conosce e ammette il problema: il primo passo per affrontarlo e risolverlo. L'idea di limitare rigorosamente gli stage al momento della formazione, facendoli coincidere con il percorso di studi e non permettendo che vengano effettuati dopo, è peraltro molto condivisibile. Nel migliore dei mondi possibili sarebbe la soluzione ottimale. Il problema però è il transitorio. Come gestire quelle centinaia di migliaia di giovani che si sono diplomate o laureate negli ultimi mesi (alcune ormai da anni), e che però non hanno ancora trovato un lavoro stabile? È noto che tante aziende pongono obbligatoriamente lo stage come primo step di ingresso per i profili junior: niente stage oggi, niente posto (forse) domani. Senza l'opportunità dello stage, i neodiplomati e neolaureati perderebbero la possibilità di potersi mettere in luce e farsi assumere.Per contrastare questo andazzo e sanare la situazione bisognerebbe agire in maniera forte sul sistema delle imprese, convincendole - in un certo senso obbligandole - ad utilizzare i contratti veri già esistenti (apprendistato, inserimento) e un domani, quando saranno pronti, quelli attualmente in fieri (contratto unico dominante). Ma eliminando gli stage post-laurea senza agire per incentivare le imprese a fare contratti si cadrebbe dalla padella nella brace: l'unico risultato sarebbe avvantaggiare gli studenti universitari, che a quel punto diverrebbero ambitissimi. A scapito dei loro colleghi appena appena più vecchi, e già «fuori mercato».Per tutti gli stage, in ogni caso, sarebbe opportuno e urgente apportare alcune modifiche alla normativa vigente. Innanzitutto sarebbe importantissimo imporre un rimborso spese minimo a favore dei tirocinanti, così come accade in Francia, dove tutti gli stage di durata superiore ai due mesi devono essere ricompensati con almeno 430 euro al mese. La Regione Toscana si è mossa recentemente in questo senso, anche se l'obbligo di emolumento riguarda solamente gli stage non curriculari - cioè quelli che Fornero vorrebbe eliminare. Un'altra azione efficace sarebbe ridurre poi la durata massima, che in alcuni casi (per esempio per gli studenti universitari) è davvero elevata: fino a 12 mesi. E ancora: creare una sorta di «anagrafe» degli stage, un database online che possa garantire trasparenza e controllabilità di ciascun percorso di stage e che permetta a tutti i soggetti promotori (università e centri per l'impiego in primis) di condividere le informazioni sui soggetti ospitanti, sulla qualità formativa offerta, sulle condizioni economiche proposte, sull'esito degli stage. Intensificare i controlli, in special modo per scongiurare la pratica molto diffusa degli stage per mansioni di basso profilo. E introdurre sanzioni a fronte della violazione della normativa: ad oggi la legge è sine sanctione - il che la rende poco più di un suggerimento. Un'innovazione molto interessante sarebbe infine quella di legare il numero massimo di stagisti ospitabili annualmente al numero di contratti di apprendistato attivi in una certa impresa: il che significherebbe chiudere la possibilità di fare stage per quelle imprese (oggi la stragrande maggioranza) che non usano il contratto di apprendistato.Due sono quindi i punti chiave per attuare un'abolizione degli stage post-formazione che sia equilibrata e non danneggi nessuno. Il primo: prevedere un periodo di latenza, per esempio 12 o 24 mesi dall'entrata in vigore della legge, per permettere a chi ora sta per finire il suo percorso di istruzione di poter fare stage. Il secondo: stringere le maglie degli stage durante la formazione, secondo i criteri elencati poco sopra, in modo da renderli meno convenienti. E in questo modo disinnescando il circolo vizioso che da un decennio li rende concorrenti sleali dell'apprendistato e di tutte le altre forme contrattuali destinate ai profili junior.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage- Tribunali al collasso, sempre più stagisti per coprire i buchi di organico- Dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno gli studenti dell'Orientale di Napoli denunciano: nella newsletter di ateneo offerte di stage come commessi- La Cgil scende in campo per stanare gli sfruttatori di stagisti con la campagna «Non + Stage Truffa»E anche:- Stagista, perfavore, mi affetta due etti di crudo?- Attenzione agli stage negli asili nido, spesso sono un paravento per lo sfruttamento: la testimonianza di Michela Gritti

Riforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta

Il governo va avanti con la riforma del mercato del lavoro. Dopo le polemiche, in gran parte inutili, su aspetti secondari come l'articolo 18, e i dubbi sulla effettiva possibilità di reperire risorse - questo invece un punto fondamentale - per garantire ammortizzatori sociali anche ai precari, l'ultima notizia è che il ministro Fornero nei giorni scorsi ha smesso di parlare di "contratto unico" introducendo una dicitura nuova, il "contratto dominante". Che dovrebbe essere basato su una tipologia contrattuale già esistente: l'apprendistato. Ma questa impostazione, pur avendo il vantaggio di piacere ai sindacati, presenta non pochi  punti oscuri.Innanzitutto, l'apprendistato ha un limite anagrafico: può essere attivato solo su chi non ha ancora compiuto 30 anni. Di fatto quindi non è un'opzione praticabile per tutte le centinaia di migliaia di precari over 30. In secondo luogo, l'apprendistato è un contratto a forte contenuto formativo, per il quale si presuppone l'assunzione di un lavoratore non esperto: non si può (o meglio, non si potrebbe) quindi inquadrare in apprendistato qualcuno che abbia già alle spalle esperienze lavorative nello stesso settore.Ma il fulcro del problema sta nel numero. L'apprendistato attualmente è una chimera. Per anni il governo ha sventolato  un numero che sembrava significativo, 600mila. Il triplo degli studenti universitari che annualmente si laureano in Italia. Più o meno il numero complessivo di persone che ogni anno fanno esperienze di stage, tirocinio e praticantato. Sembrava un numero importante.Ma quel numero in realtà è un bluff. Perché rappresenta il numero di contratti di apprendistato attivi. E siccome ogni contratto dura anni (fino addirittura a sei), si capisce che 600mila non vuol dire nulla. Bisogna guardare il dato annuale. E quel dato è penoso: poco più di 280mila. Tanti sono i contratti di apprendistato avviati in tutta Italia in tutto il 2009 - ultimo anno per il quale ad oggi l'Isfol dispone di dati certi e confermati. Un numero ridicolo. Ancor più ridicolo se si considerano tutte le roboanti parole e anche gli sforzi messi in campo dai passati governi per rilanciare lo strumento. E per giunta un numero poco rappresentativo, perché gli studi spiegano che 2/3 degli apprendistati sono attivati per persone con bassa scolarità e mansioni di basso profilo, prevalentemente nei settori dell'artigianato, del commercio, dell'edilizia e metalmeccanico.Eppure l'apprendistato è un contratto che farebbe sognare tutti i giovani, anche i laureati. Perchè prevede ogni tutela possibile. Innanzitutto la continuità: una durata congrua, almeno due anni, che assicura quindi una prospettiva di medio periodo al lavoratore, garantendo un'occupazione sicura per un ragionevole lasso di tempo. Prevede retribuzione e contributi certi, collegati a contratti nazionali, e interamente a carico del datore di lavoro. Prevede il diritto a un certo numero di settimane di ferie ogni anno, naturalmente retribuite, a cui si sommano le ore di permesso che si accumulano automaticamente e che diventano, se non fruite appunto in maniera "spot", ulteriori giorni di ferie. Prevede il diritto al tfr, cioè il trattamento di fine rapporto. Prevede la tutela sia del posto di lavoro sia della retribuzione e del versamento dei contributi anche in caso di malattia o maternità. Prevede il diritto a percepire la tredicesima e ove previsto anche la quattordicesima, il che significa in sostanza un considerevole aumento del reddito annuo. Prevede (anche se questo aspetto è troppo spesso disatteso, anche a causa di una cronica mancanza di controlli e sanzioni) che il giovane lavoratore svolga un congruo numero di ore di formazione, in parte internamente all'azienda presso cui è assunto, in parte esternamente - e che quindi non dedichi il 100% del suo tempo al lavoro. Anche se ciò vuol dire che ogni anno per qualche giorno o settimana l'apprendista non è operativo al suo posto, bensì impegnato in corsi e lezioni, dal punto di vista dell'impresa assumere una nuova risorsa attraverso il contratto di apprendistato è comunque conveniente perché questa modalità prevede la possibilità di inquadrare fino a due livelli sotto il livello retributivo della qualifica corrispondente (lo stipendio andrà poi alzandosi anno dopo anno) e di pagare una quota inferiore di contributi.Dunque l'apprendistato è un buon contratto, anzi ottimo, che va certamente rilanciato. C'è chi pensa che per farlo sia indispensabile cambiargli il nome, perchè privo di «appeal» per i giovani laureati che non amano sentirsi qualificare, dopo un lungo percorso di studi, come «apprendisti» al pari del garzone del fornaio. In realtà più che sul nome il focus dovrebbe essere messo sul contenuto. E dovrebbero essere depotenziati i suoi concorrenti sleali, il più temibile dei quali è certamente lo stage.Bisogna però anche fare attenzione a non snaturarlo: ben poco senso hanno, in quest'ottica, le proposte avanzate da non poche voci della politica e del sindacato di irrigidirlo, rendendo in qualche modo obbligatorio trasformare automaticamente l'apprendistato in contratto a tempo indeterminato. Perché il grande valore di questa tipologia contrattuale sta non solo nel permettere a un'azienda di risparmiare sul costo del lavoro, che in Italia è a livelli di guardia - raramente chi svolge un lavoro dipendente si sofferma a pensarci, ma per uno stipendio di 1.500 euro al mese netti in busta paga, il datore di lavoro ne sborsa circa 3.200 tra contributi, tasse e balzelli. L'altro elemento fondamentale è che l'apprendistato permette al datore di lavoro di poter valutare serenamente la nuova risorsa, sul lungo periodo, rendendosi conto della sua affidabilità e delle capacità. Una valutazione che sta alla base della decisione di confermare o meno il giovane, e che verrebbe tranciata se davvero si finisse per introdurre una sorta di clausola di non revocabilità, che renderebbe di fatto l'apprendistato solo un contratto a tempo indeterminato con un po' di formazione e costi per i primi tempi ridotti.La riforma del lavoro necessaria - anzi ormai indispensabile - per rimettere in moto il Paese non può e non deve fermarsi a un rilancio dell'apprendistato, magari accompagnato da una - sacrosanta - riduzione delle altre tipologie contrattuali. C'è comunque bisogno di un contratto nuovo, che vada a coprire tutte le tipologie e le situazioni che restano fuori dal perimetro dell'apprendistato. A cominciare dagli over 30.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Apprendistato: coinvolge pochissimi laureati e spesso non garantisce vera formazione- Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»- Luci e ombre del contratto di apprendistato - una buona occasione, ma preclusa (o quasi) ai laureatiE anche:- Giovani e lavoro, il manifesto dei ministri Sacconi e Gelmini: «Non c'è bisogno di grandi riforme, basta avvicinare la scuola alle imprese»