Categoria: Editoriali

Regioni e riforma del lavoro, è guerra al governo sull'articolo sui tirocini

Uno dei più positivi e importanti articoli del disegno di legge Fornero sulla riforma del mercato del lavoro è il 12, quello che riguarda i tirocini. Esso si propone di creare un tavolo di discussione tra governo e Regioni al fine di elaborare, nei 6 mesi successivi all'approvazione della riforma, una serie di linee guida per uniformare a livello nazionale la normativa sugli stage, ponendo alcuni paletti-base comuni che impediscano che ogni Regione faccia a modo suo. Un principio di puro buonsenso che è stato messo in dubbio ieri dalla Conferenza delle Regioni. L'assessore regionale toscano Gianfranco Simoncini, chiamato a parlare in commissione Lavoro al Senato in rappresentanza appunto delle Regioni, ha chiesto infatti la soppressione dell'articolo 12 del ddl, che costituirebbe una «invasione di campo» e avrebbe «profili di incostituzionalità». Perchè da tempo le  Regioni rivendicano la competenza esclusiva in materia di stage, e per questo chiedono al governo di fare un passo indietro rispetto alla prospettiva di una legge-quadro nazionale di indirizzo.Una richiesta grave e insensata, perché la revisione della normativa sui tirocini è parte essenziale della riforma del mercato del lavoro: senza un intervento sull'abuso degli stage, come la Repubblica degli Stagisti ha sempre ammonito, non si realizzerà mai un vero rilancio dell'apprendistato e più in generale un miglioramento delle condizioni dei giovani lavoratori.La posizione delle Regioni sorprende perché l'articolo 12 del ddl non è certo una  invasione di campo né tantomeno una prevaricazione dello Stato sulle Regioni: si limita a esplicitare la volontà di rivedere la «disciplina dei tirocini formativi, anche in relazione alla valorizzazione di altre forme contrattuali a contenuto formativo», cioè di depotenziare la capacità degli stage di fungere da concorrenti sleali dell'apprendistato; di prevedere «azioni e interventi volti a prevenire e contrastare un uso distorto dell’istituto, anche attraverso la puntuale individuazione delle modalità con cui il tirocinante presta la propria attività»; di introdurre «sanzioni amministrative, in misura variabile da mille a seimila euro»; e infine di impedire la «assoluta gratuità del tirocinio, attraverso il riconoscimento di una indennità, anche in forma forfetaria»: cioè di abolire gli stage gratuiti. Davvero difficile non essere d'accordo. E quasi sleale agitare lo spauracchio della incostituzionalità: come ha spiegato di recente il costituzionalista Francesco Clementi alla Repubblica degli Stagisti, la lettera "m" del comma 2 dell'articolo 117 della Costituzione garantisce sempre allo Stato di legiferare, anche in una materia formalmente di competenza esclusiva regionale, al fine di garantire un'uniformità standard su tutto il territorio nazionale su un certo tema. Nell'intervista Clementi ha anche ricordato che rispetto ai tirocini la Corte costituzionale si è pronunciata una sola volta, nel 2005, dicendo sì che erano di competenza regionale: ma solo ed esclusivamente quelli estivi. E non tutti i tirocini, che vengono svolti in tutti i 12 mesi da gennaio a dicembre da oltre mezzo milione di giovani ogni anno, e non certo solo dagli studenti da giugno a settembre.L'assessore Simoncini è alla guida dell'assessorato al lavoro di una Regione letteralmente all'avanguardia su questo tema, la Toscana, che ha licenziato nei mesi scorsi una legge assolutamente innovativa in materia di tirocini e il cui apporto sarà prezioso nel tavolo di confronto Stato-Regioni che il ministro Fornero ha già previsto di creare. Più degli altri dovrebbe essere consapevole dei rischi che comporta la presa di posizione della Conferenza delle Regioni: una leopardizzazione della normativa sugli stage e della tutela dei giovani, che porterebbe iniquità nel trattamento degli stagisti da una città all'altra.In effetti, solo nelle ultime settimane la Regione Toscana che ha legiferato imponendo un rimborso spese minimo di 500 euro al mese per i tirocini extracurriculari; la Regione Abruzzo che ha fatto lo stesso Con una deliberazione, ponendo però il rimborso minimo a 600 euro al mese; e la Regione Lombardia che invece ha approvato un regolamento che ribadisce la possibilità di fare stage gratis. Vogliamo andare avanti di questo passo? Vogliamo avere tra un anno venti regolamentazioni diverse dello stage, e far avere ai giovani diritti e doveri diversi a seconda del luogo in cui fanno lo stage?Senza una legge-quadro nazionale molte Regioni meno "responsabili" potranno continuare a permettere la vergogna degli stage completamente privi di rimborso spese, o a non prevedere sanzioni per i datori di lavoro che violano la normativa. I giovani hanno bisogno di regole certe, chiare e che li mettano al riparo dallo sfruttamento. Avere venti normative diverse sullo stage non va certamente in questo senso.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage, il ddl Fornero punta a introdurre rimborso spese obbligatorio e sanzioni per chi sfrutta- Stage, nuove norme regionali: sì all'obbligo di rimborso in Toscana e Abruzzo, no in Lombardiae anche:- Tirocini, il costituzionalista: «Lo Stato potrebbe fare una legge quadro»- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage- Riforma del lavoro, ecco punto per punto cosa riguarda i giovani

La raccomandazione dell’assessore per lavorare da Ikea: attentato alla merito(demo)crazia

Pochi giorni fa Ikea, nota multinazionale dell'arredamento fai-da-te, ha denunciato che in vista dell’apertura di un nuovo punto vendita vicino a Chieti ha ricevuto chiari messaggi da politici della Regione Abruzzo orientati a caldeggiare l’assunzione di alcune persone.Il rombo del tuono faceva presagire lo scatenarsi di una tempesta, con prime pagine dei quotidiani; invece tutto è finito immediatamente nel dimenticatoio. Qualche rimbalzo dai giornali locali al web, una – innegabile – pubblicità positiva per il marchio, e stop. Eppure il problema è assolutamente centrale: l’Italia non può cambiare e crescere se continua ad essere ostaggio di una politica clientelare e nepotista, pervasa da perverse logiche antimeritocratiche che comprimono le sue reali potenzialità di sviluppo.Il caso è indicativo. Il management della filiale italiana ha dichiarato che è «prassi» ricevere pressioni da politici locali quando apre una nuova sede sul territorio. Per Chieti, ha fatto sapere, sono arrivati tremila curricula per 220 nuovi posti disponibili. Secondo le notizie riportate da vari quotidiani, un assessore regionale avrebbe inviato su carta intestata (sic!) una lettera con un elenco di persone che gli stanno a cuore per “informarsi” sull’esito della procedura di recruiting. Come a dire: «Sarei molto contento che la selezione fosse favorevole a questi nomi». L’Ikea ha reso nota la pressione, assicurando che non cederà e che seguirà esclusivamente criteri meritocratici. Basta così? Assolutamente no. Le aziende straniere non possono trattare l’Italia come un paese con abitudini fastidiose, come zanzare da scacciare ogni volta che si presentano: quello che serve è una disinfestazione sistematica. Bisogna fare i nomi, costringendo così questi poco degni amministratori della cosa pubblica a rendere esplicitamente conto del proprio operato. L’Ikea dovrebbe fare un’operazione trasparenza. Innanzitutto raccontando i dettagli della sua procedura di recruitment, specificando che tipi di contratti farà ai 220 neoassunti, e con quali stipendi. E poi documentando quanto ha affermato, indicando il nome dell’assessore in questione e pubblicando le lettere che le sono arrivate. Solo così consentirà ai cittadini abruzzesi e a tutti gli italiani di valutare se davvero ci sono state pressioni per far assumere amici e protetti, a scapito di chi ogni giorno cerca lavoro senza avere santi in paradiso, puntando solo sulle proprie competenze. Solo così gli elettori potranno decidere se tale persona potrà rimanere al suo posto ed essere votata ancora in futuro, o al contrario chiederne subito le dimissioni.Sta crescendo fortemente l’insofferenza verso un paese dove contano più le logiche di appartenenza che le vere capacità. Questo è uno dei motivi delle difficoltà del sistema Italia di crescere e della fuga di molti giovani all’estero per veder riconosciuto davvero quanto valgono. Un recente sondaggio dell’associazione Italents svolto in collaborazione con il Comune di Milano ha evidenziato come la carenza di meritocrazia sia considerata dai giovani espatriati addirittura il principale motivo che li ha spinti ad andarsene. Più degli stipendi migliori, più del welfare più generoso.Questo caso va considerato un vero e proprio attentato alla meritocrazia. E come ogni reato, l’unico comportamento civile e responsabile è quello di denunciare pubblicamente. Per cambiare davvero, fino in fondo.Eleonora Voltolina e Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Fuggi-fuggi dall'Italia: sono almeno 2 milioni i giovani all'estero - Sulla Rete i giovani italiani scalpitano per fare rete: ITalents sbarca su Facebook, ed è boomE anche:- È giusto che i “figli di” sfruttino il vantaggio competitivo?

Università come agenzie per il lavoro a costo zero: una deriva da scongiurare

Il ministro del Lavoro ha dichiarato di avere intenzione di abolire gli stage post-formazione, consentendo che siano effettuati solo mentre una persona sta compiendo un percorso formativo. L'idea è molto interessante, ma attenzione: il «lavoro a costo zero» di cui parla Elsa Fornero non riguarda solamente gli stage post-formazione, bensì anche quelli svolti durante la formazione. Le università stanno infatti diventando già oggi, loro malgrado, concorrenti delle agenzie per il lavoro. Perchè ormai tutte sono dotate di uffici stage e placement, per poter far fare esperienze on the job ai propri studenti e sopratutto piazzare i neolaureati sul mercato. Impegno assolutamente meritorio e indispensabile: il problema è però che studenti (e allo stato attuale anche neolaureati), inquadrabili come stagisti, equivalgono a un esercito di potenziale forza lavoro a costo zero. Il ragionamento che sempre più spesso le aziende fanno è semplice: ho una posizione vacante, magari temporanea per un picco di lavoro o per la momentanea assenza di un dipendente. Potrei rivolgermi a un centro per l'impiego, ma temo che finiscano per propormi sempre gli stessi profili, persone con scarsa istruzione e scarse qualifiche, magari anche un po' in là con l'età. Potrei utilizzare un'agenzia per il lavoro, con la modalità del lavoro somministrato. Ma mi costerebbe uno sproposito: il lavoratore dovrei inquadrarlo e pagarlo al pari di un subordinato, e in più sborsare la commissione all'agenzia. In questo ragionamento irrompe la terza possibilità: una manna dal cielo, assolutamente priva di costi. L'università. Che é piena di giovani affamati di lavoro. Sono inesperti, è vero, ma molto volenterosi. Imparano in fretta. Non avanzano rivendicazioni sindacali, prendono quel che c'è senza protestare. E possono essere inquadrati come stagisti, senza nemmeno la seccatura di un - seppur minimo - contratto di lavoro. Con lo stage non c'è nessun obbligo: niente retribuzione, niente contributi, niente di niente. Le università offrono nella stragrande maggioranza dei casi questo servizio in maniera gratuita, accollandosi pure le uniche due piccole spese correlate allo stage, l'Inail e l'assicurazione. E molte non fanno nemmeno controlli sulla struttura societaria, le finalità di chi richiede stagisti, la qualità del percorso "formativo" offerto.Questo ragionamento porta un numero sempre più elevato di imprese a utilizzare le università come agenzie per il lavoro a costo zero. Hanno fatto scalpore per esempio, qualche tempo fa, gli annunci finiti nella newsletter di una importante università campana, che ai propri giovani - studenti e neolaureati in lingue orientali - veicolava offerte di stage nelle boutique del centro di Napoli. Come commessi.  Certo è comprensibile che ai proprietari del negozio facesse gola poter disporre, praticamente a costo zero, di persone laureate in cinese, giapponese o russo, in grado di mettere a proprio agio i ricchi acquirenti stranieri parlando nella loro lingua. Ma è altrettanto comprensibile che i giovani di quell'università si siano sentiti offesi da quelle offerte, e abbiano protestato. Allo stesso stesso modo, in misura sempre maggiore arrivano alle università richieste di stagisti da parte di call center, catene di grande distribuzione, punti vendita di commercio al dettaglio. Alcune fanno uno screening e rimandano al mittente le offerte non in linea con la formazione universitaria; ma molte altre abdicano, per mancanza di tempo o di personale o di volontà, e pubblicano tutto.Ma non si pensi che solo le imprese private facciano le furbe con questo escamotage. In realtà le università attivano anche decine di migliaia di stage in enti pubblici e perfino in organizzazioni non profit. Queste ultime infatti, pur potendo attingere al grande bacino dei volontari, vedono negli studenti e neolaureati profili incredibilmente più interessanti: ben più utile avere un giovane motivato, fresco di studi magari proprio in quelle materie di cui l'associazione si occupa, piuttosto che il pensionato che viene un paio d'ore a settimana più per sentirsi meno solo che per portare profitto all'associazione.Per gli enti pubblici, discorso a parte. Qui il dramma è quello dei buchi di organico, che in molti settori determinano rallentamenti. È il caso, già denunciato dalla Repubblica degli Stagisti, del comparto giudiziario. I tribunali sono drammaticamente sotto organico, e dunque si sono moltiplicate le iniziative volte a reperire forza lavoro direttamente dalle aule di giurisprudenza. Via dunque a protocolli d'intesa per mandare frotte di studenti e neolaureati a "formarsi" - in realtà, a dare una mano con cause, sentenze, archivi.Questa situazione non è più accettabile. Il ministro dell'istruzione e quello del lavoro devono al più presto sedersi a un tavolo e affrontare il problema: la crisi e il deficit non possono essere risolti condannando centinaia di migliaia di giovani studenti a lavorare gratis. Scuola e università devono instradarli al lavoro, è vero: ma appunto al lavoro, non al volontariato nè tantomeno alla schiavitù. Dunque sì all'abolizione degli stage post-formazione, ma a patto di riformare immediatamente l'intero sistema attraverso una stretta sulla normativa in materia di stage e sul lancio (o ri-lancio) di contratti che, assicurando ai giovani una equa base di diritti e garanzie, siano però al contempo vantaggiosi a livello fiscale e non troppo blindati: solo così si convinceranno le aziende a utilizzarli, e ricominciare ad assumere.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Quasi 80mila studenti universitari ogni anno fanno stage negli enti pubblici italiani: ma con quali garanzie di qualità?- Tribunali al collasso, sempre più stagisti per coprire i buchi di organico

Abolire gli stage post formazione: buona idea ministro, ma a queste condizioni

Elsa Fornero ha parlato di stage. Lo ha fatto domenica sera in tv, nella trasmissione «Che tempo che fa», cominciando proprio da questo argomento per rispondere alla domanda sulla riforma del lavoro prossima ventura. «Ci sono molti ragazzi che non trovano altro che stage» ha detto il ministro del Lavoro: «Stage è lavoro a costo zero. Zero remunerazione per una persona. Noi diciamo che lo stage può essere formativo, cioè è giusto anche che l'università non sia ossificata. Quando studi puoi fare lo stage. Quando non studi lo stage non è più consentito. Volete qualcuno? Lo pagate. Magari con un contratto flessibile. Quindi io avrei intenzione di eliminare gli stage post formazione».Questa, nel complesso, è una buona notizia. Vuol dire che il governo conosce e ammette il problema: il primo passo per affrontarlo e risolverlo. L'idea di limitare rigorosamente gli stage al momento della formazione, facendoli coincidere con il percorso di studi e non permettendo che vengano effettuati dopo, è peraltro molto condivisibile. Nel migliore dei mondi possibili sarebbe la soluzione ottimale. Il problema però è il transitorio. Come gestire quelle centinaia di migliaia di giovani che si sono diplomate o laureate negli ultimi mesi (alcune ormai da anni), e che però non hanno ancora trovato un lavoro stabile? È noto che tante aziende pongono obbligatoriamente lo stage come primo step di ingresso per i profili junior: niente stage oggi, niente posto (forse) domani. Senza l'opportunità dello stage, i neodiplomati e neolaureati perderebbero la possibilità di potersi mettere in luce e farsi assumere.Per contrastare questo andazzo e sanare la situazione bisognerebbe agire in maniera forte sul sistema delle imprese, convincendole - in un certo senso obbligandole - ad utilizzare i contratti veri già esistenti (apprendistato, inserimento) e un domani, quando saranno pronti, quelli attualmente in fieri (contratto unico dominante). Ma eliminando gli stage post-laurea senza agire per incentivare le imprese a fare contratti si cadrebbe dalla padella nella brace: l'unico risultato sarebbe avvantaggiare gli studenti universitari, che a quel punto diverrebbero ambitissimi. A scapito dei loro colleghi appena appena più vecchi, e già «fuori mercato».Per tutti gli stage, in ogni caso, sarebbe opportuno e urgente apportare alcune modifiche alla normativa vigente. Innanzitutto sarebbe importantissimo imporre un rimborso spese minimo a favore dei tirocinanti, così come accade in Francia, dove tutti gli stage di durata superiore ai due mesi devono essere ricompensati con almeno 430 euro al mese. La Regione Toscana si è mossa recentemente in questo senso, anche se l'obbligo di emolumento riguarda solamente gli stage non curriculari - cioè quelli che Fornero vorrebbe eliminare. Un'altra azione efficace sarebbe ridurre poi la durata massima, che in alcuni casi (per esempio per gli studenti universitari) è davvero elevata: fino a 12 mesi. E ancora: creare una sorta di «anagrafe» degli stage, un database online che possa garantire trasparenza e controllabilità di ciascun percorso di stage e che permetta a tutti i soggetti promotori (università e centri per l'impiego in primis) di condividere le informazioni sui soggetti ospitanti, sulla qualità formativa offerta, sulle condizioni economiche proposte, sull'esito degli stage. Intensificare i controlli, in special modo per scongiurare la pratica molto diffusa degli stage per mansioni di basso profilo. E introdurre sanzioni a fronte della violazione della normativa: ad oggi la legge è sine sanctione - il che la rende poco più di un suggerimento. Un'innovazione molto interessante sarebbe infine quella di legare il numero massimo di stagisti ospitabili annualmente al numero di contratti di apprendistato attivi in una certa impresa: il che significherebbe chiudere la possibilità di fare stage per quelle imprese (oggi la stragrande maggioranza) che non usano il contratto di apprendistato.Due sono quindi i punti chiave per attuare un'abolizione degli stage post-formazione che sia equilibrata e non danneggi nessuno. Il primo: prevedere un periodo di latenza, per esempio 12 o 24 mesi dall'entrata in vigore della legge, per permettere a chi ora sta per finire il suo percorso di istruzione di poter fare stage. Il secondo: stringere le maglie degli stage durante la formazione, secondo i criteri elencati poco sopra, in modo da renderli meno convenienti. E in questo modo disinnescando il circolo vizioso che da un decennio li rende concorrenti sleali dell'apprendistato e di tutte le altre forme contrattuali destinate ai profili junior.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage- Tribunali al collasso, sempre più stagisti per coprire i buchi di organico- Dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno gli studenti dell'Orientale di Napoli denunciano: nella newsletter di ateneo offerte di stage come commessi- La Cgil scende in campo per stanare gli sfruttatori di stagisti con la campagna «Non + Stage Truffa»E anche:- Stagista, perfavore, mi affetta due etti di crudo?- Attenzione agli stage negli asili nido, spesso sono un paravento per lo sfruttamento: la testimonianza di Michela Gritti

Riforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta

Il governo va avanti con la riforma del mercato del lavoro. Dopo le polemiche, in gran parte inutili, su aspetti secondari come l'articolo 18, e i dubbi sulla effettiva possibilità di reperire risorse - questo invece un punto fondamentale - per garantire ammortizzatori sociali anche ai precari, l'ultima notizia è che il ministro Fornero nei giorni scorsi ha smesso di parlare di "contratto unico" introducendo una dicitura nuova, il "contratto dominante". Che dovrebbe essere basato su una tipologia contrattuale già esistente: l'apprendistato. Ma questa impostazione, pur avendo il vantaggio di piacere ai sindacati, presenta non pochi  punti oscuri.Innanzitutto, l'apprendistato ha un limite anagrafico: può essere attivato solo su chi non ha ancora compiuto 30 anni. Di fatto quindi non è un'opzione praticabile per tutte le centinaia di migliaia di precari over 30. In secondo luogo, l'apprendistato è un contratto a forte contenuto formativo, per il quale si presuppone l'assunzione di un lavoratore non esperto: non si può (o meglio, non si potrebbe) quindi inquadrare in apprendistato qualcuno che abbia già alle spalle esperienze lavorative nello stesso settore.Ma il fulcro del problema sta nel numero. L'apprendistato attualmente è una chimera. Per anni il governo ha sventolato  un numero che sembrava significativo, 600mila. Il triplo degli studenti universitari che annualmente si laureano in Italia. Più o meno il numero complessivo di persone che ogni anno fanno esperienze di stage, tirocinio e praticantato. Sembrava un numero importante.Ma quel numero in realtà è un bluff. Perché rappresenta il numero di contratti di apprendistato attivi. E siccome ogni contratto dura anni (fino addirittura a sei), si capisce che 600mila non vuol dire nulla. Bisogna guardare il dato annuale. E quel dato è penoso: poco più di 280mila. Tanti sono i contratti di apprendistato avviati in tutta Italia in tutto il 2009 - ultimo anno per il quale ad oggi l'Isfol dispone di dati certi e confermati. Un numero ridicolo. Ancor più ridicolo se si considerano tutte le roboanti parole e anche gli sforzi messi in campo dai passati governi per rilanciare lo strumento. E per giunta un numero poco rappresentativo, perché gli studi spiegano che 2/3 degli apprendistati sono attivati per persone con bassa scolarità e mansioni di basso profilo, prevalentemente nei settori dell'artigianato, del commercio, dell'edilizia e metalmeccanico.Eppure l'apprendistato è un contratto che farebbe sognare tutti i giovani, anche i laureati. Perchè prevede ogni tutela possibile. Innanzitutto la continuità: una durata congrua, almeno due anni, che assicura quindi una prospettiva di medio periodo al lavoratore, garantendo un'occupazione sicura per un ragionevole lasso di tempo. Prevede retribuzione e contributi certi, collegati a contratti nazionali, e interamente a carico del datore di lavoro. Prevede il diritto a un certo numero di settimane di ferie ogni anno, naturalmente retribuite, a cui si sommano le ore di permesso che si accumulano automaticamente e che diventano, se non fruite appunto in maniera "spot", ulteriori giorni di ferie. Prevede il diritto al tfr, cioè il trattamento di fine rapporto. Prevede la tutela sia del posto di lavoro sia della retribuzione e del versamento dei contributi anche in caso di malattia o maternità. Prevede il diritto a percepire la tredicesima e ove previsto anche la quattordicesima, il che significa in sostanza un considerevole aumento del reddito annuo. Prevede (anche se questo aspetto è troppo spesso disatteso, anche a causa di una cronica mancanza di controlli e sanzioni) che il giovane lavoratore svolga un congruo numero di ore di formazione, in parte internamente all'azienda presso cui è assunto, in parte esternamente - e che quindi non dedichi il 100% del suo tempo al lavoro. Anche se ciò vuol dire che ogni anno per qualche giorno o settimana l'apprendista non è operativo al suo posto, bensì impegnato in corsi e lezioni, dal punto di vista dell'impresa assumere una nuova risorsa attraverso il contratto di apprendistato è comunque conveniente perché questa modalità prevede la possibilità di inquadrare fino a due livelli sotto il livello retributivo della qualifica corrispondente (lo stipendio andrà poi alzandosi anno dopo anno) e di pagare una quota inferiore di contributi.Dunque l'apprendistato è un buon contratto, anzi ottimo, che va certamente rilanciato. C'è chi pensa che per farlo sia indispensabile cambiargli il nome, perchè privo di «appeal» per i giovani laureati che non amano sentirsi qualificare, dopo un lungo percorso di studi, come «apprendisti» al pari del garzone del fornaio. In realtà più che sul nome il focus dovrebbe essere messo sul contenuto. E dovrebbero essere depotenziati i suoi concorrenti sleali, il più temibile dei quali è certamente lo stage.Bisogna però anche fare attenzione a non snaturarlo: ben poco senso hanno, in quest'ottica, le proposte avanzate da non poche voci della politica e del sindacato di irrigidirlo, rendendo in qualche modo obbligatorio trasformare automaticamente l'apprendistato in contratto a tempo indeterminato. Perché il grande valore di questa tipologia contrattuale sta non solo nel permettere a un'azienda di risparmiare sul costo del lavoro, che in Italia è a livelli di guardia - raramente chi svolge un lavoro dipendente si sofferma a pensarci, ma per uno stipendio di 1.500 euro al mese netti in busta paga, il datore di lavoro ne sborsa circa 3.200 tra contributi, tasse e balzelli. L'altro elemento fondamentale è che l'apprendistato permette al datore di lavoro di poter valutare serenamente la nuova risorsa, sul lungo periodo, rendendosi conto della sua affidabilità e delle capacità. Una valutazione che sta alla base della decisione di confermare o meno il giovane, e che verrebbe tranciata se davvero si finisse per introdurre una sorta di clausola di non revocabilità, che renderebbe di fatto l'apprendistato solo un contratto a tempo indeterminato con un po' di formazione e costi per i primi tempi ridotti.La riforma del lavoro necessaria - anzi ormai indispensabile - per rimettere in moto il Paese non può e non deve fermarsi a un rilancio dell'apprendistato, magari accompagnato da una - sacrosanta - riduzione delle altre tipologie contrattuali. C'è comunque bisogno di un contratto nuovo, che vada a coprire tutte le tipologie e le situazioni che restano fuori dal perimetro dell'apprendistato. A cominciare dagli over 30.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Apprendistato: coinvolge pochissimi laureati e spesso non garantisce vera formazione- Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»- Luci e ombre del contratto di apprendistato - una buona occasione, ma preclusa (o quasi) ai laureatiE anche:- Giovani e lavoro, il manifesto dei ministri Sacconi e Gelmini: «Non c'è bisogno di grandi riforme, basta avvicinare la scuola alle imprese»

Riforma del lavoro, inutile senza quella degli stage

La riforma del lavoro non ha alcun futuro se non si affronta il nodo degli stage. È in questo enorme bacino, che coinvolge oltre mezzo milione di persone all'anno, che si annida il maggior pericolo di fallimento di qualsiasi tentativo di riforma strutturale del sistema italiano.L'obiettivo dichiarato di Monti e Fornero è certamente condivisibile: aiutare i giovani a uscire dalla precarietà e dall'indigenza, permettendo loro di poter accedere a contratti decenti. In questo senso si parla di contratto unico, contratto prevalente, rilancio dell'apprendistato. Tutte tipologie contrattuali che assicurerebbero (o già garantiscono, nel caso dell'apprendistato - purtroppo ancora drammaticamente sottoutilizzato malgrado i tanti proclami dei governi precedenti) diritti e garanzie sia da tanti punti di vista: retribuzione dignitosa, contributi adeguati, ferie e malattia e maternità, tfr. Cose dell'altro mondo per la maggior parte dei giovani, oggi condannata a contratti a progetto senza progetto, collaborazioni finto-autonome (spesso con l'obbligo di aprire la partita Iva, per poi fare però un normale lavoro subordinato), full time inquadrati e pagati come part-time... e sopratutto stage e tirocini.Senza una nuova legge su questo tema cruciale non si può andare da nessuna parte. Gli stage sono lo strumento più conveniente oggi a disposizione dei datori di lavoro. Non prevedono praticamente nessun obbligo: nè di corrispondere un compenso agli stagisti, nè di assumerne almeno una parte, nè di prendere in tirocinio solo persone effettivamente inesperte, nè di usare questo inquadramento solo per i mestieri che effettivamente necessitano di una formazione approfondita. Non c'è nemmeno - e questo è l'aspetto più grottesco - una sanzione per chi viola i pochi e blandissimi paletti (il numero massimo di  stagisti ospitabili contemporaneamente, la durata massima, l'obbligo di mettere a disposizione un tutor...). Quindi sostanzialmente ad oggi la legge sugli stage è poco più di un suggerimento.Proprio per questo tutti ci si buttano a pesce. la caccia allo stagista é ormai aperta da anni e imprese private – ma anche enti pubblici e organizzazioni non profit – ci sguazzano felicemente. Meno felici sono i giovani che subiscono questa situazione: per loro gli stage si sono progressivamente trasformati da belle opportunità di crescita professionale e di inserimento lavorativo a via crucis infinita, passaggio obbligato per poter accedere - chissà quando - a un vero contratto. Nella maggior parte dei casi precario.I casi virtuosi, importantissimi da evidenziare e valorizzare per dimostrare che "un altro stage è possibile", sono troppo pochi per potersi accontentare: il cancro del lavoro mascherato da stage avanza e ogni giorno si moltiplicano gli annunci indegni che offrono stage per mansioni di basso profilo in negozi, supermercati, call center; oppure che ricercano "stagisti esperti" - un vero e proprio ossimoro.Qualsiasi riforma del lavoro sarà dunque assolutamente inefficace se non prevederà, come corollario immediato, una revisione totale della normativa in materia di stage e tirocini. Urge una legge quadro statale che ponga le condizioni minime da garantire a tutti i giovani, per assicurare loro esperienze realmente formative e dissuadere dall'abuso. La legge quadro dovrebbe agire almeno su tre fronti: imporre uno standard minimo di "diritti" per gli stagisti, a cominciare da un dignitoso rimborso spese che permetta loro di non dover pesare sulle famiglie. Prevedere severe sanzioni in caso di violazione. E mettere in piedi un sistema di monitoraggio continuo in grado di smascherare immediatamente gli abusi e di permettere ai soggetti promotori (università, centri per l'impiego, agenzie interinali...) di condividere le informazioni su ciascun soggetto ospitante. Una volta delineato il quadro generale, poi, ciascuna regione potrebbe farsi la sua legge ad hoc (come quella, estremamente innovativa, appena approvata in Toscana). Ma le regole del gioco le deve dettare lo Stato e devono proteggere e garantire tutti gli stagisti, da Aosta a Taranto.Senza una riforma degli stage la riforma del lavoro nascerebbe dunque irrimediabilmente zoppa. La miglior legge del mondo sul contratto unico o sul rilancio dell'apprendistato non avrebbe alcuna chance di essere applicata se restasse in piedi un concorrente sleale talmente più conveniente - lo stage appunto. Quale azienda sceglierà mai di pagare per qualcosa che può avere gratis?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Riforma del lavoro, il ministro Fornero: «Non andrà in vigore prima del 2013» - Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»- Tre milioni di giovani esclusi o sottoinquadrati: Monti, questa è la vera sfida da vincere- Chi ha paura del contratto unico? Panoramica dei vantaggi della flexsecurity per i giovani italianiE anche:- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- Ventenni e riforma del lavoro, parla l'ideatore della lettera a Monti

8 marzo: una festa celebrata da troppe casalinghe?

Perché è bassa l’occupazione femminile italiana? Uno dei motivi è… perché l’occupazione femminile è bassa. Ovvero, la partecipazione delle donne incentiva e stimola essa stessa una crescita della presenza femminile nel mercato del lavoro. Gli ostacoli che le donne trovano nel loro percorso valgono quindi al quadrato e spiegano le forti differenze sia tra Italia e gli altri paesi avanzati sia all’interno del territorio italiano.L’apprendimento dei ruoli di genere inizia molto presto. Già nei primissimi anni di vita. I bambini interiorizzano le norme e le aspettative sociali corrispondenti al loro sesso. Come vari studi hanno mostrato, è molto comune nelle famiglie italiane pretendere molto più dalle figlie femmine che dai maschi - anche quando la madre ha alto titolo di studio - di aver cura delle proprie cose e di collaborare nelle attività domestiche. Questo stile educativo riproduce di generazioni in generazione un modello asimmetrico che porta poi in età adulta le donne a sentirsi molto più responsabilizzate verso i carichi familiari, anche a costo di sacrificare il lavoro, mentre gli uomini a proiettarsi maggiormente verso l’esterno. Più che il titolo di studio, come vari studi documentano, sembra essere il fatto che la madre lavori essa stessa a forzare lo stile educativo verso una maggiore simmetria. L’essere occupata, da un lato trasmette verso le figlie femmine un modello di donna che non rinuncia ad una realizzazione professionale, ma tende a produrre, dall’altro, anche una ricaduta sulle attese verso i figli maschi: non potendo essere pienamente a loro servizio viene richiesto anche a questi ultimi un maggiore impegno nel gestire le proprie cose e nel contributo all’interno della famiglia.Anche nella politica e nella classe dirigente, in generale, avere poche donne non aiuta. Se c’è un mondo da riconfigurare per consentire di valorizzare meglio il capitale umano femminile, servono sensibilità e competenze adatte per agire sulle leve giuste. Se invece sono poche le donne ai vertici, non prevale la loro visione, tanto più se sono arrivate ad alte posizioni imitando e adottando modelli maschili di comportamento. Una condizione di questo tipo è addirittura controproducente. So di  donne che arrivate ai vertici avendo rinunciato ad avere figli davano per scontato che chi faceva figli non fosse adatta o all’altezza o sufficientemente motivata per far carriera.Il fatto è che per millenni ruoli maschili e femminili sono stati di un certo tipo e la società si è radicalmente strutturata coerentemente con questi ruoli. Ancora non pochi decenni fa la famiglia considerata come “idealtipo” e sedimentatasi nell’immaginario collettivo (basta vedere le pubblicità di allora e in parte anche di oggi), era quella con marito che porta a casa il salario e la donna che fa la casalinga e si dedica totalmente alla casa e ai figli. Un modello ben interiorizzato dagli appartenenti all’attuale classe dirigente italiana, che, come ben noto, è composta prevalentemente da maschi nati negli anni Cinquanta e dintorni. Per cambiare questo stato di cose non basta il riconoscimento che quel mondo non esiste più e che anzi sensibilità e capacità femminili sono ora più in sintonia di quelle maschili con le nuove sfide dello sviluppo. Ma è altresì ben vero che prima si cambia in tale direzione e maggior crescita e coesione sociale si ottengono, come una letteratura scientifica consolidata evidenzia.Tutto quello che ci obbliga a dare più spazio alle donne è quindi benvenuto, anche a costo di forzature. Le quote rosa e il congedo di paternità obbligatorio, se aiutano ad accelerare in questa direzione, ben vengano. Si tratta di misure che in un mondo ideale non dovrebbero esserci, quindi quando saremo sufficientemente vicini al paradiso in terra si potranno poi togliere. E allora anche la festa delle donne non sarà più necessaria.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento:- Per risollevare l'economia bisogna ripartire dalle donneE anche:- I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011

È giusto che i “figli di” sfruttino il vantaggio competitivo?

Si parla tanto di giovani e di quanto questo paese offra pochi spazi e scarse opportunità alle nuove generazioni. Vero, ma non vale per tutti. Ci sono giovani che, anzi, si trovano a proprio agio in un contesto culturalmente “familista” e caratterizzato da scarsi strumenti pubblici di protezione e promozione sociale. Si tratta dei “figli di”, ovvero di chi ha avuto l’indiscusso merito di scegliersi la famiglia giusta nella quale nascere. Come infatti molte ricerche documentano, nel nostro paese il successo del singolo risulta più legato alle risorse economiche e culturali dei genitori che alle proprie effettive capacità. Da tali risorse dipende strettamente, ad esempio, la probabilità di iscriversi all’università, di laurearsi in tempi accettabili, di trovare un lavoro solido e ben remunerato, di raggiungere i vertici della scala sociale. Chi ha genitori ricchi, influenti e ben introdotti non trova particolari problemi nel nostro Paese. Anzi, le difficoltà e gli ostacoli che trova ad emergere chi appartiene alle classi sociali più basse costituisce per i “nati bene” un rilevante vantaggio competitivo nella conquista delle posizioni di maggior potere e prestigio. Una sorta di corsia privilegiata. Come se nel campionato di calcio alcune squadre, del tutto arbitrariamente, partissero all’inizio con 10 punti di vantaggio e altre con 10 di penalità. Tutti grideremmo allo scandalo, in tal caso, perché la gara sarebbe falsata. Ci piace, invece, pensare che lo scudetto si guadagni solo con i valori che emergono in campo. Eppure questo arbitrio è quello che tolleriamo nella gara sociale.Questo suggerisce anche perché la classe dirigente italiana si sia così poco adoperata per rendere la società “familista” maggiormente equa e meritocratica: il principale effetto sarebbe infatti quello controproducente di aumentare il rischio di vedere i propri beneamati figli scavalcati dai coetanei delle classi più basse. Un padre potente, che pretende il meglio per il figlio, dispone di maggiori strumenti per garantirgli il successo in un paese dominato da nepotismo, raccomandazione e cooptazione.Ma proviamo a metterci dalla parte del “figlio di”. È giusto che egli sfrutti il peso dei genitori, il loro aiuto e le loro influenze per emergere e occupare le migliori posizioni, a scapito di altri con stesse o maggiori capacità ma che non possono contare su tali aiuti? Non è solo una questione di equità ma di efficienza, di allocazione ottimale delle risorse che implica che nella posizione giusta vada la persona che può svolgere meglio il ruolo richiesto. È quindi tutto il sistema, in termini di crescita economica e di dinamicità sociale, che ci perde. Certo, nel migliore dei casi il “figlio di” può cavarsela dicendo che sta dimostrando di far dignitosamente bene il lavoro che ha più facilmente di altri ottenuto. Di esserselo quindi, ex post, guadagnato. Ma chi ci dice che in una gara più equa tale posto non lo avrebbe raggiunto qualcuno in grado di far meglio di lui? Tanto di cappello invece a chi, pur nato da genitori potenti e influenti, ha deciso di intraprendere tutt’altra strada mettendosi completamente in gioco con i propri numeri. Una scelta che denota carattere in un paese dove invece è troppo comune seguire le orme dei padri stando per buona parte del cammino sulle loro spalle. A loro va tutta la nostra stima e l’augurio del miglior successo. La vera innovazione in Italia è proprio quella dei giovani che scelgono la via meno comoda della sfida con se stessi, scalando la montagna anziché farsi portare in cima da papà con l’elicottero.Alessandro Rosina   Dopo aver letto il pezzo, rispondi anche tu alla domanda del nostro sondaggio: > SÌ, lo farei anch'io > NO, rinuncerei all'appoggio Scopri i risultati nel prossimo emagazine! Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Quando l'eredità genitori-figli è un peso: un libro spiega perché l'Italia soffre di «immobilità diffusa». Con qualche idea per cambiare- Umberto Veronesi, la fatica delle donne e dei figli suoi: ma in verità sono i figli di nessuno che fanno una fatica bestiale per emergereE anche:- Bamboccioni? Nel libro «L'Italia fatta in casa» Alesina e Ichino spiegano di chi è la colpa - I laureati italiani fotografati da Almalaurea: sempre più disoccupati e meno retribuiti

Cassa integrazione per i padri, stage gratuiti per i figli: la perversa disconnessione tra paga e lavoro

Questa è la strana storia di una famiglia nella quale c’è una persona che lavora e una che riceve una retribuzione. Quanto basta per non precipitare in condizione di povertà e resistere, seppur con difficoltà, alla crisi. Tutto bene quindi? Mica tanto. Il fatto curioso di questa famiglia è che chi lavora e chi porta a casa i soldi non sono la stessa persona. Quello che non lavora è il padre cinquantenne, che però gode dei benefici dell’unico welfare che finora di fatto funziona in Italia, si trova cioè in cassaintegrazione. Chi non percepisce alcuna remunerazione è invece il figlio venticinquenne, che però fa uno stage che di fatto è un lavoro, nel senso che l’azienda fa utili grazie all’attività che svolge. Non prende quindi un accidente, ma gode dell’unico welfare che finora ha funzionato per i giovani italiani, ovvero l’aiuto e l’ospitalità della famiglia di origine.Una situazione schizofrenica no? Eppure per nulla rara in Italia. Tiene, ma i conti non tornano. Come può utilizzare al meglio il suo capitale umano e crescere un paese che eroga  il peggio dell’assistenza passiva, da un lato, e il peggio del riconoscimento del lavoro svolto, dall’altro? La mancanza di politiche attive e di un salario minimo hanno creato una disconnessione tra lavoro e suo valore dal quale abbiamo tutti da perdere e sicuramente frustra e deprime l’autonomia, l’intraprendenza e la voglia di fare dei giovani.L’esempio fatto è una estremizzazione, ma in generale i più produttivi sono i giovani, che però più facilmente hanno lavori precari e malpagati. Vivono quindi nella casa dei maturi genitori, i quali rendono di meno per il sistema produttivo ma hanno una remunerazione o una pensione maggiore rispetto allo stipendio o al rimborso spese del figlio.Recentemente un mio bravo collega ricercatore universitario a tempo determinato (scientificamente più produttivo della media dei professori ordinari) mi ha detto che è andato a comperarsi un’auto, pagando la metà in contanti e chiedendo un finanziamento per il resto. Si trattava di poche migliaia di euro. La risposta che ha avuto è stata: “torna con la busta paga di tuo padre”. Lascio a voi immaginare come si è sentito…Alessandro Rosina[nell'immagine, una locandina della campagna "Giovani non + disposti a tutto" della Cgil]Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Per rifare l'Italia bisogna partire dal lavoro e dalle retribuzioni dei giovani- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»- Chi ha paura dei giovani che scalciano?- Caro professor Rosina, grazie: il suo libro «Non è un paese per giovani» mi ha dato speranza per il futuro- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariatoE gli altri editoriali di Alessandro Rosina sull'argomento:- La gerontocrazia avvelena l'Italia: se i migliori sono i più anziani, la gara è già persa in partenza- Gioventù di nuovo in primo piano: dalla copertina del Time alle piazze italiane

Stagisti nelle aziende in crisi: non è illegale, ma la lista dei "contro" è bella lunga

È opportuno permettere di realizzare di tirocini all'interno di aziende in crisi? Gli aspetti critici di una situazione di questo tipo sono abbastanza evidenti. Quello macroscopico è che quasi sicuramente un'impresa che sta riducendo il personale non potrà offrire alcuna prospettiva occupazionale al termine dell'esperienza formativa. Gli stagisti possono quindi in questi casi trarre benefici solo dallo svolgimento dello stage, nell'ordine delle competenze acquisite; ma non certo sperare in un'assunzione.Il secondo aspetto critico è la possibilità che qualche imprenditore si faccia furbo e metta gli stagisti a fare il lavoro dei dipendenti appena lasciati a casa: sostituendo quindi lavoratori portatori di diritti (primi tra tutti, quello alla retribuzione e ai contributi) con giovani senza alcun diritto; e riuscendo quindi a portare avanti la propria attività economica a un costo estremamente ribassato.Il terzo aspetto critico é quello più umano e triste. Con quale motivazione e quale entusiasmo i lavoratori potrebbero accogliere uno stagista e svolgere il compito di formarlo, se sentono che il loro posto è in pericolo? Specialmente i precari finiscono in questi casi per vedere nel nuovo arrivato un competitor, qualcuno che se troppo ben addestrato potrebbe sostituirli. Risultato: una guerra tra poveri, con gli stagisti - ultima ruota del carro - accusati di "rubare il lavoro".Purtroppo la normativa a livello nazionale non pone limiti all'attivazione di stage in aziende in crisi: pertanto perfino un'azienda che sta fallendo, o che sta mettendo in cassa integrazione il suo personale, può teoricamente ospitare stagisti. Dei pericoli di questa situazione si sono accorti fortunatamente alcuni soggetti a livello locale. Il primo è stato il Piemonte, che nella legge regionale n° 34 del 2008 (era ancora in carica la giunta di Mercedes Bresso) ha vietato di prendere stagisti alle imprese in crisi: «Non è ammesso l’utilizzo di tirocini in aziende che abbiano in corso sospensioni di lavoratori in cassa integrazione o che nei sei mesi precedenti abbiano ridotto il personale con licenziamenti, mobilità»; anche se poi questo divieto è stato fortemente mitigato da una delibera della giunta regionale del dicembre 2009, che lo ha circoscritto «alle aree organizzative (uffici, reparti) ed alle figure professionali interessate alla cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga» e alla riduzione di personale.Nella primavera del 2011 poi la Regione Toscana ha stilato (e fatto firmare alle parti sociali) un «Protocollo d'intesa per l'attivazione di tirocini e stage di qualità» in cui ha messo nero su bianco che sono esclusi dalla possibilità di accogliere stagisti le realtà aziendali che abbiano effettuato licenziamenti negli ultimi 24 mesi o che abbiano attiva la cassa integrazione. Per ora questo Protocollo vincola solo le aziende che vogliono partecipare al progetto Giovani sì ma l'assessore al Lavoro Simoncini ha promesso che i contenuti del Protocollo coinfluiranno in una legge regionale che, una volta approvata, sarà vincolante per tutti gli stage attivati sul territorio toscano.L'ultima in ordine di tempo a pronunciarsi in questo senso è stata la Provincia di Padova che attraverso una delibera di giunta approvata a fine novembre in maniera bipartisan (con un promotore di centrodestra e uno di centrosinistra) ha sancito che i centri per l'impiego «non promuoveranno tirocini durante i periodi di sospensione dal lavoro Cigo, Cigs, cassa in deroga, salvo che gli stessi non vengano proposti per qualifiche e mansioni diverse da quelle dei sospesi». Il divieto però non è esteso agli altri enti promotori, pertanto sia le università sia le agenzie per il lavoro possono ancora, se lo ritengono opportuno, attivare stage in aziende che navigano in cattive acque.Vi sono poi singole imprese che per senso di responsabilità - o per specifici  accordi con le rappresentanze sindacali - sospendono volontariamente l'inserimento di tirocinanti nei periodi in cui attraversano difficoltà. C'è anche da specificare che non è inusuale che si verifichino situazioni complesse, in cui all'interno della stessa realtà un settore è in crisi e deve chiudere, ma magari contemporaneamente un altro è in crescita e può offrire nuovi posti di lavoro. In casi come questo, basterebbe aggiungere una postilla per specificare la possibilità di deroga. Perché questo semplice atto di buonsenso, limitare fortemente la possibilità per le imprese in crisi di avvalersi di tirocinanti, non viene codificato in forma di legge?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- In tempo di crisi i tirocini aumentano o diminuiscono?- Forum delle Risorse umane, le aziende raccontano la crisi. Marco Masella: «In Italia non investe più nessuna multinazionale»- I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011E anche- Laureato da più di 12 mesi? Non ci interessi. Il meccanismo perverso che rischia di escludere un'intera generazione dal mercato del lavoro