Riforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 14 Mar 2012 in Editoriali

Il governo va avanti con la riforma del mercato del lavoro. Dopo le polemiche, in gran parte inutili, su aspetti secondari come l'articolo 18, e i dubbi sulla effettiva possibilità di reperire risorse - questo invece un punto fondamentale - per garantire ammortizzatori sociali anche ai precari, l'ultima notizia è che il ministro Fornero nei giorni scorsi ha smesso di parlare di "contratto unico" introducendo una dicitura nuova, il "contratto dominante". Che dovrebbe essere basato su una tipologia contrattuale già esistente: l'apprendistato. Ma questa impostazione, pur avendo il vantaggio di piacere ai sindacati, presenta non pochi  punti oscuri.
stageInnanzitutto, l'apprendistato ha un limite anagrafico: può essere attivato solo su chi non ha ancora compiuto 30 anni. Di fatto quindi non è un'opzione praticabile per tutte le centinaia di migliaia di precari over 30. In secondo luogo, l'apprendistato è un contratto a forte contenuto formativo, per il quale si presuppone l'assunzione di un lavoratore non esperto: non si può (o meglio, non si potrebbe) quindi inquadrare in apprendistato qualcuno che abbia già alle spalle esperienze lavorative nello stesso settore.
Ma il fulcro del problema sta nel numero. L'apprendistato attualmente è una chimera. Per anni il governo ha sventolato  un numero che sembrava significativo, 600mila. Il triplo degli studenti universitari che annualmente si laureano in Italia. Più o meno il numero complessivo di persone che ogni anno fanno esperienze di stage, tirocinio e praticantato. Sembrava un numero importante.
Ma quel numero in realtà è un bluff. Perché rappresenta il numero di contratti di apprendistato attivi. E siccome ogni contratto dura anni (fino addirittura a sei), si capisce che 600mila non vuol dire nulla. Bisogna guardare il dato annuale. E quel dato è penoso: poco più di 280mila. Tanti sono i contratti di apprendistato avviati in tutta Italia in tutto il 2009 - ultimo anno per il quale ad oggi l'Isfol dispone di dati certi e confermati. Un numero ridicolo. Ancor più ridicolo se si considerano tutte le roboanti parole e anche gli sforzi messi in campo dai passati governi per rilanciare lo strumento. E per giunta un numero poco rappresentativo, perché gli studi spiegano che 2/3 degli apprendistati sono attivati per persone con bassa scolarità e mansioni di basso profilo, prevalentemente nei settori dell'artigianato, del commercio, dell'edilizia e metalmeccanico.
Eppure l'apprendistato è un contratto che farebbe sognare tutti i giovani, anche i laureati. Perchè prevede ogni tutela possibile. Innanzitutto la continuità: una durata congrua, almeno due anni, che assicura quindi una prospettiva di medio periodo al lavoratore, garantendo un'occupazione sicura per un ragionevole lasso di tempo. Prevede retribuzione e contributi certi, collegati a contratti nazionali, e interamente a carico del datore di lavoro. Prevede il diritto a un certo numero di settimane di ferie ogni anno, naturalmente retribuite, a cui si sommano le ore di permesso che si accumulano automaticamente e che diventano, se non fruite appunto in maniera "spot", ulteriori giorni di ferie. Prevede il diritto al tfr, cioè il trattamento di fine rapporto. Prevede la tutela sia del posto di lavoro sia della retribuzione e del versamento dei contributi anche in caso di malattia o maternità. Prevede il diritto a percepire la tredicesima e ove previsto anche la quattordicesima, il che significa in sostanza un considerevole aumento del reddito annuo. Prevede (anche se questo aspetto è troppo spesso disatteso, anche a causa di una cronica mancanza di controlli e sanzioni) che il giovane lavoratore svolga un congruo numero di ore di formazione, in parte internamente all'azienda presso cui è assunto, in parte esternamente - e che quindi non dedichi il 100% del suo tempo al lavoro. Anche se ciò vuol dire che ogni anno per qualche giorno o settimana l'apprendista non è operativo al suo posto, bensì impegnato in corsi e lezioni, dal punto di vista dell'impresa assumere una nuova risorsa attraverso il contratto di apprendistato è comunque conveniente perché questa modalità prevede la possibilità di inquadrare fino a due livelli sotto il livello retributivo della qualifica corrispondente (lo stipendio andrà poi alzandosi anno dopo anno) e di pagare una quota inferiore di contributi.
Dunque l'apprendistato è un buon contratto, anzi ottimo, che va certamente rilanciato. C'è chi pensa che per farlo sia indispensabile cambiargli il nome, perchè privo di «appeal» per i giovani laureati che non amano sentirsi qualificare, dopo un lungo percorso di studi, come «apprendisti» al pari del garzone del fornaio. In realtà più che sul nome il focus dovrebbe essere messo sul contenuto. E dovrebbero essere depotenziati i suoi concorrenti sleali, il più temibile dei quali è certamente lo stage.
Bisogna però anche fare attenzione a non snaturarlo: ben poco senso hanno, in quest'ottica, le proposte avanzate da non poche voci della politica e del sindacato di irrigidirlo, rendendo in qualche modo obbligatorio trasformare automaticamente l'apprendistato in contratto a tempo indeterminato. Perché il grande valore di questa tipologia contrattuale sta non solo nel permettere a un'azienda di risparmiare sul costo del lavoro, che in Italia è a livelli di guardia - raramente chi svolge un lavoro dipendente si sofferma a pensarci, ma per uno stipendio di 1.500 euro al mese netti in busta paga, il datore di lavoro ne sborsa circa 3.200 tra contributi, tasse e balzelli. L'altro elemento fondamentale è che l'apprendistato permette al datore di lavoro di poter valutare serenamente la nuova risorsa, sul lungo periodo, rendendosi conto della sua affidabilità e delle capacità. Una valutazione che sta alla base della decisione di confermare o meno il giovane, e che verrebbe tranciata se davvero si finisse per introdurre una sorta di clausola di non revocabilità, che renderebbe di fatto l'apprendistato solo un contratto a tempo indeterminato con un po' di formazione e costi per i primi tempi ridotti.
La riforma del lavoro necessaria - anzi ormai indispensabile - per rimettere in moto il Paese non può e non deve fermarsi a un rilancio dell'apprendistato, magari accompagnato da una - sacrosanta - riduzione delle altre tipologie contrattuali. C'è comunque bisogno di un contratto nuovo, che vada a coprire tutte le tipologie e le situazioni che restano fuori dal perimetro dell'apprendistato. A cominciare dagli over 30.

Eleonora Voltolina


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