Categoria: Editoriali

Coronavirus e mercato del lavoro, la scellerata scelta delle Regioni di vietare gli stage

Un’azienda, cento aziende, mille aziende nonostante l’improvvisa emergenza Coronavirus stanno andando avanti. Meno male. Per fortuna. Grazie a loro sopravviveremo. Grazie a loro, quando il confinamento sarà finito, l’economia potrà ripartire. Si spera.Queste aziende continuano la propria attività. Perlopiù grazie al lavoro da remoto. Meno male. Per fortuna. I loro dipendenti non subiscono sospensioni, non si trovano in cassa integrazione. Non oggi, non domani. Speriamo nemmeno tra un mese, tra un anno. I loro dipendenti mantengono intatti i loro salari. Meno male. Saranno persone in grado di badare a sé stesse in questa crisi. Non peseranno sullo Stato, già fortemente provato dagli ingenti stanziamenti inevitabili per sostenere tutte le persone e le aziende in difficoltà. Saranno addirittura in grado di aiutare altri, in alcuni casi.Queste aziende continuano ad accogliere stagisti. Offrono occasioni di formazione di qualità e sopratutto offrono una indennità mensile. A volte buona. A volte ottima. A volte talmente alta da avvicinarsi a uno stipendio: mille euro al mese, perfino di più. Lo abbiamo documentato, abbiamo raccontato le storie delle aziende virtuose del network della Repubblica degli Stagisti, prima – nel mondo “normale” – e adesso, nel pieno dell’emergenza Coronavirus. Sono aziende che provvedono generosamente al benessere dei propri stagisti. Meno male. Per fortuna. Danno in questi tempi bui delle opportunità a qualche giovane. Permettono che si possa proficuamente usare questo tempo di lockdown. E anche in questo caso, questi stagisti sono in grado di badare a se stessi, economicamente. Non avranno bisogno di sussidi.Queste aziende sono abbastanza tecnologiche da essere state in grado di trasformare in pochissimo tempo le proprie policy e modalità di formazione e lavoro. Per permettere ai loro dipendenti e ai loro stagisti di svolgere le attività da casa. Strumenti tecnologici, nuove modalità di interazione online, mille innovazioni sono state messe in campo per diventare “smart” e permettere lo “smart working” e anche lo “smart internshipping”. Meno male. Per fortuna. In questo modo il lavoro non si ferma, l’economia non si ferma.Oppure sì. Si ferma, a volte. Perché il legislatore è ottuso. E dice: no. Fermi tutti. Dice: no, gli stagisti mica possono fare lo stage da casa. No. Gli stage vanno sospesi. Fino a quando? Fino a nuovo ordine. Ma i ragazzi restano senza far niente! Non importa.Ma i ragazzi restano senza entrate economiche!E che ci dobbiamo fare.Ci sarà un sussidio per gli stagisti?Per ora no. Poi vedremo.E nel tempo che passa tra ora e poi?Si arrangeranno.Ma davvero non si può pensare che uno stage si possa fare da casa? Alcune Regioni hanno detto di sì. Meno male. Per fortuna. La prima è stata la Lombardia, già a fine febbraio. Altre ne sono seguite. Alcune addirittura stanno cambiando idea, e dopo aver inizialmente detto di no, ora stanno cominciando a dire di sì, che effettivamente si può. Ovviamente non tutti gli stage possono essere trasformati in senso “smart”. Se uno faceva uno stage in una biblioteca, e quella biblioteca deve restare chiusa, è ben difficile che la sua attività possa proseguire online. Lo stesso vale per lo stage in un negozio. O in una fabbrica di qualcosa che non rientra nell’elenco delle attività essenziali. Per quegli stage purtroppo non c’è soluzione: la loro sorte è la sospensione.Ma tutti gli altri? Quelli che oggettivamente possono essere svolti da casa? A marzo l’Italia si è divisa in due: da una parte le Regioni che permettevano la prosecuzione degli stage da remoto. Dall’altra le Regioni che la vietavano.Ora siamo ad aprile, e un altro passo è stato fatto. Ora la Regione Lombardia ha detto nero su bianco: per gli stage già in corso va bene la modalità da remoto. Per quelli ancora da attivare, invece, no. Stop alle nuove attivazioni. Stop ai nuovi stage.Aspetta. Perché? Che senso ha? Se gli stage da remoto sono ammessi, autorizzati per quelli che già erano partiti, perché mai vietare di attivarne ex novo?Eh ma per quelli già partiti c’era stato un minimo di formazione di persona. Certo, i burocrati diranno questo. E’ l’unica giustificazione che abbia una – pur debolissima – parvenza di logica.Ma il tempo è eccezionale, e richiede misure eccezionali. Adesso vanno salvaguardate le cose più importanti. Tre elementi prima di tutto. Dal punto di vista delle persone la possibilità di essere attivi anche dentro casa e la possibilità di guadagnare qualcosa. Poter avere qualcosa di concreto da fare nelle lunghe giornate a casa. Poter avere il supporto economico rappresentato dall'indennità mensile. Dal punto di vista dello Stato, aiutare il più possibile il sistema produttivo che sta in piedi da solo, agevolarlo, non ostacolarlo. Perché ogni posto di stage o di lavoro, ogni stipendio o indennità mensile erogati da un’azienda privata, significano per lo Stato un cittadino – a volte un’intera famiglia – in meno per cui provvedere. Una richiesta in meno di sussidio. E’ davvero incredibile che le Regioni non si rendano conto del danno incalcolabile che stanno producendo ai singoli cittadini e allo Stato con questa decisione improvvida di vietare l’attivazione di stage in questo periodo. Spero davvero che qualcuno ragioni e cambi idea. Che le disposizioni cambino alla svelta. Ogni giorno di ritardo è un giorno perduto.Eleonora Voltolina[L'immagine a corredo di questo articolo è di Chiot's Run tratta da Flickr in modalità CreativeCommons]

Lavoro agile e tirocini da casa: perché prima no e adesso, col Coronavirus, sì

In tempi di Coronavirus, gli stagisti ce l’hanno particolarmente dura. In Italia per esempio negli ultimi giorni molti tirocini sono stati interrotti d’ufficio, a causa di provvedimenti delle singole università oppure delle amministrazioni regionali. Tutto ruota intorno a una domanda: posto che gli stagisti non sono lavoratori, è possibile per loro una modalità di prosecuzione dell’attività da remoto, con il cosiddetto “lavoro agile”?[Spoiler: quando è possibile, dovrebbe essere fatto. Per tutte quelle attività che sono disponibili a far proseguire il tirocinio anche da casa, o che addirittura lo desiderano, noi auspichiamo che ciò venga esplicitamente consentito: va salvaguardata ad ogni costo la possibilità per le persone di rimanere attive e di mantenere un minimo di reddito, anche da casa]Se qualcuno mi avesse chiesto anche solo un mese fa se proporre a un giovane di fare uno stage da casa propria fosse opportuno, la mia risposta sarebbe stata scontata: assolutamente no. Lo stage è infatti un’attività formativa prima di tutto, e la formazione avviene proprio “on the job”, stando dentro un posto di lavoro – un ufficio, un negozio, una fabbrica. Lo stagista impara guardando gli altri lavorare, sentendo le spiegazioni e gli insegnamenti di chi ha più esperienza, sotto l'ala protettrice di un tutor: impara simulando le attività e poi magari – quando è pronto – anche svolgendole, sempre ovviamente sotto la supervisione di qualcuno. Se si elimina il rapporto face to face, l’interazione diretta, si taglia una grande parte del senso formativo di uno stage. In una situazione normale.Ma questa, ormai l’abbiamo capito, non è una situazione normale. Qui bisogna fare i conti con decine di migliaia di persone, giovani e meno giovani, che fino a pochi giorni fa erano impegnate in un tirocinio, per il quale percepivano un’indennità mensile, e che ora a seconda di dove vivono si ritrovano nelle situazioni più disparate.In Lombardia è stata chiaramente prevista dalla Regione la possibilità di svolgere il tirocinio in quello che noi della Repubblica degli Stagisti abbiamo definito “smart internshipping”: l’ultimo provvedimento, datato 12 marzo, conferma come sia possibile «far svolgere l’esperienza presso il domicilio del tirocinante in modalità assimilabili allo smart working», ovviamente per tirocini «con obiettivi formativi riconducibili a profili professionali che consentono uno svolgimento dell’esperienza con questa modalità» e a patto che il soggetto ospitante assicuri «la costante disponibilità del tutor aziendale all’assistenza per il tramite di adeguata tecnologia». Altrove invece i tirocini sono stati sospesi d’ufficio. Il Lazio per esempio in una circolare firmata dalla responsabile della Direzione regionale Istruzione, Formazione, Ricerca e Lavoro Elisabetta Longo indica che «è disposta la sospensione di tutte le attività di tirocinio attualmente in corso, per causa di forza maggiore, sino alla data del 3 aprile 2020» specificando che «in qualità di istituto formativo, il tirocinio non configura un rapporto di lavoro. Pertanto, allo stato attuale, non è prevista la possibilità di condurre il tirocinio in remoto (es. FAD) o in modalità “agile”, ossia tramite la configurazione organizzativa tipica del telelavoro e dello smartworking”)».La Toscana ha una situazione particolare: forse la prima Regione a sospendere d’ufficio tutti i tirocini, il 10 marzo, con una comunicazione della Direzione Istruzione e Formazione della Giunta regionale che recitava come tutte «le attività didattiche individuali, compresi gli stage e i tirocini extracurricolari» dovessero essere sospese, proprio ieri – sei giorni dopo – ha fatto dietrofront. Una «Nota esplicativa in merito alla sospensione dei tirocini non curriculari in attuazione delle "Misure per il contrasto e il contenimento sull’intero territorio nazionale del diffondersi del virus Covid-2019”» indirizzata ai soggetti promotori di tirocini sul territorio toscano ha riaperto alla possibilità di riprendere i tirocini in smart working: «il tirocinio può essere svolto a distanza attraverso l’utilizzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) messe a disposizione dal soggetto ospitante, previo accordo con il Soggetto Promotore e il Tirocinante e conseguente modifica del Progetto Formativo» si legge nel documento. «Il tirocinante deve essere dotato di adeguati strumenti tecnologici idonei a salvaguardare il raggiungimento degli obiettivi formativi del tirocinio» viene specificato, e al tutor aziendale è attribuito il dovere di «adottare idonee modalità di monitoraggio dell’attuazione del progetto formativo e garantire adeguato supporto al tirocinante attraverso le modalità ICT identificate».In linea generale il punto focale, qui, è il bilanciamento dei tanti elementi in gioco. E allora è vero che è un tirocinio da casa propria è certamente meno efficace della possibilità di andare in un ufficio, confrontarsi con i colleghi, vivere l’ambiente di lavoro in maniera diretta. Ma questo non è più possibile: e non solo non è più possibile per gli stagisti, ma per nessuno, perché i più recenti provvedimenti invitano – laddove possibile – tutte le attività produttive a mettere i propri dipendenti a lavorare da casa.E allora piuttosto che lasciare gli stagisti senza fare niente, piuttosto che “abbandonarli” imponendo la sospensione dei tirocini, togliendo loro anche quel minimo di sostegno economico rappresentato dall’indennità mensile, è meglio autorizzare apertamente e chiaramente, come subito ha fatto la regione Lombardia, la possibilità di far proseguire i tirocini anche da remoto.Ovviamente nessun obbligo per i soggetti ospitanti: se qualcuno considerasse che il tirocinio non ha senso se svolto da casa, o se le circostanze oggettive lo rendessero evidente – si pensi semplicemente ad un negozio che ha chiuso: certamente uno stagista commesso non può svolgere la sua attività da casa! – l’opzione di sospendere il tirocinio deve certo essere garantita.Ma per tutte quelle attività che sono disponibili a far proseguire il tirocinio anche da casa, o che addirittura lo desiderano, il consiglio della Repubblica degli Stagisti agli amministratori pubblici e alla politica è quello di consentire il più possibile questa via: perché nel bilanciamento va salvaguardata ad ogni costo la possibilità per le persone di rimanere attive e di mantenere un minimo di reddito anche da casa.Per questo speriamo che già nel prossimo decreto in cui si definiranno i nuovi confini e parametri del “lavoro agile” sia prevista la possibilità di far figurare anche i tirocinanti nel computo delle persone che possono essere lasciate in attività da casa propria. Quanto più riusciremo a mantenere viva l’attività produttiva italiana in questo momento di forte pausa, anche coinvolgendo gli stagisti, quanto più avremo una chance di riprenderci più velocemente e meglio, quando la situazione migliorerà.

Aziende, non dimenticate i vostri stagisti: appello ai tempi del Coronavirus

Gli stagisti stanno all’ultimo, ultimissimo gradino del mercato del lavoro. Sono l’ultima, ultimissima categoria. Quella che proprio non ha tutele. Non ha garanzie di reddito. Non ha garanzie di mantenimento del posto. Non ha garanzie di niente. Non è nemmeno una categoria di lavoratori, tecnicamente.Già in una situazione normale questa estrema debolezza pesa: se così non fosse, una realtà come la nostra, una “Repubblica degli Stagisti” non esisterebbe. Ma in una situazione di emergenza, questa debolezza diventa ancor più un macigno.Oggi l’appello della Repubblica degli Stagisti alle aziende – e per quanto possibile anche agli enti pubblici, e a tutti i “soggetti ospitanti” – è quello di non dimenticare gli stagisti. L’emergenza Coronavirus sta chiudendo (quasi) tutti in casa, e da oggi anche una larga porzione di esercizi commerciali – negozi, bar, ristoranti – dovrà restare chiusa, unendosi alle attività che comportavano grandi assemblamenti di persone – cinema, teatri, palestre, musei, luoghi di culto – già chiusi da giorni. Contemporaneamente molte aziende stanno proseguendo la propria attività lavorando in smart-working, ma non dappertutto lo smart-working può essere declinato anche come smart-internshipping: vi sono casi in cui gli stage sono stati sospesi “di default” da provvedimenti universitari (alcune università hanno sospeso d’ufficio tutti i tirocini curricolari) oppure da ordinanze regionali (la Regione Toscana ha fatto lo stesso con tutti i tirocini anche extracurricolari).Ma gli stagisti che non possono proseguire la propria attività da remoto, che faranno? Come affronteranno le spese? Dovranno come al solito andare a bussare (virtualmente, s’intende, dato che di questi tempi ognuno se ne resta a casa sua) alla porta dei propri genitori o nonni chiedendo un sostegno economico?Noi chiediamo alle aziende di non dimenticare gli stagisti e le loro esigenze. In queste settimane – che potranno essere tre o forse anche di più – in cui molti stage sono sospesi, la vita continua a scorrere. Chi oggi è stagista ed è chiuso in casa e forzatamente inattivo non smette, per il fatto che esiste il Coronavirus, di avere bisogno di denaro per l’affitto, per mangiare, per tutte le spese quotidiane non sopprimibili. Se non l’importo pieno dell’indennità di tirocinio, le aziende – almeno quelle con le spalle più larghe, quelle con i conti più solidi – potrebbero prevedere di continuare a erogare almeno una parte dell’indennità. Un importo ridotto, certo, ma che comunque aiuterebbe gli stagisti a tirare avanti, non li lascerebbe dall’oggi al domani completamente privi di entrate.Aziende, se potete permettervelo, pensateci. Ci potrebbe essere bisogno di qualche aggiustamento creativo a livello burocratico, per poter erogare una somma a uno stagista tecnicamente “sospeso”. Ma siamo ragionevolmente certi che in qualche modo si potrebbe fare. E sarebbe un grande gesto di responsabilità e di cura verso i vostri stagisti, un grande segnale di solidarietà all’esterno.Eleonora Voltolina

Mamme 5 mesi, papà 7 giorni: per togliere la lettera scarlatta dalle spalle delle donne che lavorano bisogna cominciare dai congedi

A lungo le donne sono state tenute fuori dal mercato del lavoro da specifiche condizioni. Erano ignoranti, perché non era consentito loro studiare. Erano indisponibili, perché venivano fatte sposare presto, e una volta sposate, il loro lavoro diventava automaticamente prendersi cura della casa e dei figli. Erano prive di diritti civili, non potevano votare, essere elette; la legge le subordinava ai maschi della famiglia. Dove non arrivava la legge subentravano “usi e costumi”: per tradizione le donne non potevano fare questo e quello, dovevano stare al loro posto.Negli ultimi decenni, una dopo l’altra, queste condizioni sono scomparse. Grazie alle grandi battaglie per l’emancipazione, per i diritti civili, per la parità di genere, grazie alle femministe e a chi le ha sostenute. Oggi le ragazze possono studiare, vanno all’università e si laureano prima e meglio dei coetanei maschi. Si sposano più tardi, e comunque il matrimonio non è più la fine della loro attività al di fuori delle mura domestiche. I figli si pianificano. Le donne sono rappresentate, anche se non ancora paritariamente, in tutti i consessi che contano. L’unica condizione che ancora comprime le potenzialità delle donne nel mondo del lavoro è la questione della maternità. Le donne sono discriminate fin dall’inizio del proprio percorso professionale per il solo fatto di possedere un utero: presto o tardi potrebbero utilizzarlo, e la maternità è ancora vista come una iattura dalla maggior parte del mondo professionale.Da questo punto di vista gli “usi e costumi” sono duri a morire: è ancora forte la convinzione che la maternità condizioni irrevocabilmente la capacità professionale di una donna, tanto che le italiane, capita l'antifona, sono corse ai ripari – in maniera autolesionista, ma perfettamente comprensibile – e hanno spostato in avanti, anno dopo anno, il momento della maternità, tanto che oggi si fa il primo figlio in media a 31,2 anni. Nel 1978, l'anno in cui sono nata io, l'età media al primo figlio era 24,9 anni (fonte: Istat). Fino al 2008 è rimasto al di sotto dei trent'anni. Oggi siamo appunto addirittura a 31,2: una tragedia sotto molti punti di vista, che sarebbe qui troppo lungo elencare, ma sicuramente una decisione cosciente delle donne italiane, che pospongono la maternità a causa delle condizioni avverse sul mercato del lavoro.L’unico modo per contrastare questo status quo, ribaltare il tavolo e vincere la battaglia della parità di genere nel mondo del lavoro è ripensare completamente la questione della maternità, trasformandola in genitorialità e ponendo i due genitori, fatte salve le attività biologiche non trasferibili, su un piano di perfetta parità. Padre e madre sono entrambi capaci di prendersi cura dei figli, traendone peraltro gioia e soddisfazione. Ciò già accade, ovviamente, nel segmento – numericamente piccolo ma socialmente significativo – delle famiglie omogenitoriali, cioè quelle dove i genitori sono entrambi dello stesso genere: due mamme, due papà. Ma quando invece in una famiglia c'è una mamma e c'è un papà, sembra quasi “naturale” che sia lei a dover ridurre il suo impegno sul lavoro per liberare spazi da dedicare a figli e casa, piuttosto che lui.Ma non sta scritto da nessuna parte... Ah, invece sì. Da qualche parte sta scritto, già. Nella nostra Costituzione, all'articolo 37. Ma, ecco, la Costituzione ha passato la settantina, e ci sta che alcuni passaggi risultino datati. Ciò non ci deve fermare. Una soluzione c'è. E' costosa, non solo in termini monetari ma anche e sopratutto in termini sociali, perché è una vera e propria rivoluzione culturale. Mettere uomini e donne sullo stesso piano nella gestione della genitorialità, dando loro uguali diritti e doveri. A cominciare dal congedo. Quando nasce un figlio, oggi, la neomamma che lavora (parliamo di dipendenti subordinate, per le lavoratrici autonome le tutele sono molto diverse) viene messa in maternità. Il congedo obbligatorio dura cinque mesi; di solito si smette di lavorare due mesi prima del parto, e dunque si fanno due mesi di congedo prima e tre dopo; c'è chi sceglie di lavorare anche nell'ottavo mese di gravidanza, e fare poi quattro mesi dopo; ultimamente è stata aperta alle donne anche la possibilità di lavorare al nono mese e fruire tutti e cinque i mesi dopo il parto. Questi cinque mesi sono pagati all'80% dello stipendio – questa cifra può essere integrata fino al 100% dalle aziende in virtù di contratti integrativi aziendali. Dopo il quinto mese la donna lavoratrice torna al lavoro, oppure può scegliere di usufruire di ulteriori mesi di maternità, detta stavolta “facoltativa”, pagata al 30%, fino a che il bambino non ha un anno.A fronte di questa situazione, che garantisce alle madri lavoratrici subordinate una ottima tutela (la durata del congedo di maternità obbligatoria è tra le più alte, se non proprio la più alta al mondo), i papà sono pressoché inesistenti. Fino al 2012 non avevano diritto a nulla: se volevano stare qualche giorno accanto alle compagne, immediatamente dopo il parto, dovevano mettersi in ferie. Poi è stato timidissimamente introdotto il congedo retribuito anche per loro: un giorno, poi due, poi cinque. Praticamente una via di mezzo tra un contentino e un qualcosa di simbolico: niente che potesse davvero fare la differenza, all'interno di una famiglia o di un luogo di lavoro. E sempre per giunta con lo spauracchio che la misura, considerata “sperimentale”, potesse essere cancellata da un anno all'altro per mancanza di fondi o volontà politica. Adesso siamo a sette giorni. Mamme cinque mesi, papà sette giorni. E poi ci lamentiamo della discriminazione? C'è chiaramente qualcosa che non va. La situazione va riequilibrata: ai papà vanno dati gli oneri e gli onori di essere genitori, al pari delle mamme. Dunque l'unica via è un congedo di paternità paritario. Del perché serve, quanto costa, e chi lo osteggia, scrivo oggi su Linkiesta: ecco qui: Se condividete questa battaglia, sostenetela. Parlatene in pubblico, condividete questi articoli o altri che trattino il tema. C'è bisogno che salga nell' “agenda politica”. C'è bisogno di un cambio di sistema.Eleonora Voltolina

Giovani, non cadete nella trappola dell'astensione: se non andate a votare, altri decideranno per voi

Giovani, andate a votare domenica. Andateci prima di tutto perché è un diritto che ciascuno di noi ha acquisito grazie al lavoro e al sacrificio di tanti che si sono battuti per il suffragio universale, perché anche i meno abbienti e le donne avessero la possibilità di scegliere chi mandare a governare. Andateci perché è in gioco il vostro futuro, più che quello dei vostri genitori e nonni: perché ogni legge che verrà approvata nei prossimi mesi e nei prossimi anni inciderà sulla vostra vita. Sulle regole che dovrete seguire, sulle tasse che pagherete, sui servizi di cui potrete usufruire, sulla pensione che riceverete quando a vostra volta andrete in pensione (e sì, ci andrete. Ci andremo tutti. Non ascoltate i demagoghi che vi dicono di non occuparvi di questo tema, perché tanto in pensione non ci andrete mai. Ci andrete: tutto sta a capire se con importi dignitosi, oppure no). Andate a votare perché non è tutto uguale, perché c'è sicuramente un partito più degli altri che vi ispira fiducia, un candidato che quando parla vi sembra meglio degli altri, più sveglio, più capace, più preparato. Anche se non vi entusiasma proprio al 100%, ma un candidato in cui vi identificate almeno in parte, che vi sembra rappresentare meglio le vostre preoccupazioni e le vostre aspirazioni.Andate a votare perché, se non ci andate, lascerete che altri decidano al posto vostro. E non è mai, mai un bene che altri decidano per voi. Non lasciatevi abbindolare dai cattivi consiglieri: l'astensione non è mai un “segnale forte”, e non avrà alcun effetto. Nessuno coglierà un “messaggio”, nessuno modificherà la propria azione politica per rincorrere “gli astensionisti”. Semplicemente, il Parlamento verrà formato sulla base delle scelte elettorali di altri - di quelli che avranno votato, e così i consigli regionali. Voi avrete mancato l'occasione di dire la vostra, e non potrete più recuperarla, fino alla prossima tornata elettorale.Andateci magari di malavoglia, andateci arrabbiati, andateci delusi. Ma andateci. È un vostro diritto, è un vostro dovere, ma è sopratutto la cosa giusta da fare.Noi con la Repubblica degli Stagisti abbiamo contribuito a provare a riportare la mira sui contenuti, sulle proposte politiche, e in particolare sul tema dell’occupazione giovanile. Lo abbiamo fatto con una piattaforma programmatica, il Patto per lo stage, elencando ciò che si potrebbe fare a livello regionale e nazionale per assicurare ai giovani dei percorsi di transizione dalla formazione al lavoro migliori, più tutelanti,  più dignitose ed eque. Ci sono molti candidati che hanno sottoscritto il Patto: trovate l'elenco qui. Magari può essere una fonte di ispirazione dell'ultimo minuto per chi tra voi è indeciso.In ogni caso, quale che sia la vostra inclinazione politica, non restate a casa domenica 4 marzo. Fatelo per voi stessi e per il vostro futuro.Eleonora Voltolina

Nuove leggi sugli stage, 15 Regioni su 20 non hanno rispettato la scadenza

Tre giorni fa, il 25 novembre, è scaduto il termine ultimo per le nuove leggi regionali in materia di stage. Entro quel giorno tutte le Regioni italiane, cioè, avrebbero dovuto adeguare le proprie normative ai contenuti delle nuove Linee guida sui tirocini, approvate a fine maggio in Conferenza Stato-Regioni.La verità è che le Regioni sono in clamoroso ritardo. La Repubblica degli Stagisti sta svolgendo una ricognizione dalla quale emerge questo quadro: soltanto cinque Regioni hanno già completato l'iter legislativo per aggiornare le proprie normative. Si tratta di Lazio (la prima a tagliare il traguardo a inizio agosto), Basilicata, Veneto, Sicilia e Calabria. Altre due Regioni sono in dirittura d'arrivo, la Lombardia e la Valle d'Aosta: hanno il nuovo testo già pronto e manca solo qualche ultimo passaggio formale per l'approvazione. E le altre 13 Regioni? La situazione è varia. Ve ne sono alcune che non hanno ancora neppure cominciato a elaborare il nuovo testo; altre che hanno una bozza, ma la tengono strettamente riservata e talvolta nemmeno la condividono con le parti sociali (sindacati, associazioni datoriali). Altre ancora hanno avviato tavoli con le parti sociali e sono a metà o tre quarti del cammino. Fintanto che le nuove leggi non vengono approvate, in ciascuna Regione restano ovviamente in vigore quelle precedenti.Ma perché le Regioni sono così in ritardo? Al netto delle inefficienze tipiche della pubblica amministrazione e dei ritardi della burocrazia, vale la pena ricordare che il recepimento delle nuove linee guida non è un affare indolore dal punto di vista politico. Vi sono dei punti controversi, che non tutte le Regioni probabilmente vogliono recepire. In ogni caso, non sono tenute a farlo. Le linee guida non sono che una traccia, un suggerimento senza valore vincolante. Ciascuna amministrazione regionale può decidere di discostarsi anche in maniera significativa da ciò che le linee guida prescrivono.Lo ha fatto il Lazio, ignorando l'indicazione relativa all'indennità minima - 300 miseri euro al mese, dicono le Linee Guida - e innalzando tale indennità addirittura a 800 euro al mese, e ignorando la prescrizione di aumentare la durata massima dei tirocini a 12 mesi anche per i tirocini formativi e di orientamento (oltre che per quelli di inserimento o reinserimento). Cosa che già aveva fatto anche il Veneto, dove la durata massima resta infatti 6 mesi per entrambe le tipologie.Teoricamente le Regioni potrebbero discostarsi dalle linee guida solo in un'ottica di miglioramento e quindi di maggiori garanzie a favore dello stagista (come in effetti è accaduto nei casi citati sopra di Lazio e Veneto): «Le linee guida indicano taluni standard minimi di carattere disciplinate la cui definizione lascia, comunque, inalterata la facoltà per le Regioni e province autonome di fissare disposizioni di maggior tutela» si legge appunto nel testo licenziato dalla Conferenza Stato - Regioni lo scorso maggio. Ma in realtà negli anni passati si sono visti anche peggioramenti (come per esempio la legge della Campania).I punti maggiormente critici sono: la durata massima, l'ammontare dell'indennità minima, la possibilità di fare stage in aziende senza dipendenti, la proporzione massima tra numero di stagisti e numero di dipendenti (e chi si conteggia tra i dipendenti: solo chi ha contratto subordinato o anche i collaboratori? Solo chi lavora stabilmente a tempo indeterminato o anche i contratti a termine?), l'impianto sanzionatorio in caso di violazione delle prescrizioni normative...Non resta che attendere le 15 regioni ritardatarie, e analizzare caso per caso le nuove normative per capire come si propongono di tutelare le persone più o meno giovani che si trovano a fare tirocini.Eleonora Voltolina

Sciopero contro l'alternanza scuola lavoro: ragazzi, non sbagliate bersaglio

Ieri i giovani sono scesi in piazza contro l'alternanza scuola lavoro. Uno sciopero indetto dalle sigle di rappresentanza degli studenti delle scuole superiori e sostenuto da molte altre realtà. Il messaggio: non vogliono essere sfruttati. A una come me, che da quasi un decennio si batte per i diritti degli stagisti e contro lo sfruttamento, viene da piangere.Ma ragazzi, che state dicendo? Dite che non è giusto che facciate esperienze di lavoro, che alla vostra età dovreste solo studiare sui libri. Da anni però è ormai assodato che uno dei motivi per cui in Italia la disoccupazione giovanile è così alta è che non c'è un buon dialogo e coordinamento tra sistema scolastico e mondo del lavoro. Ci sono dati statistici incontrovertibili che dimostrano che in tutti i Paesi dove l'alternanza scuola-lavoro viene realizzata, come Svizzera Austria e Germania, il tasso di disoccupazione giovanile è bassissimo. Noi abbiamo quasi il 40%, uno dei tassi più alti d'Europa. Vogliamo farci qualcosa o ce lo teniamo così?Dite che non volete svolgere mansioni semplici, umili, di fatica come servire hamburger. Eppure vi è un enorme  valore formativo, a 17 anni, a imparare come si sta in un negozio. Come si serve un cliente. Come ci si rapporta con il proprio superiore, come si arriva puntuali e in ordine, come si sta sul posto di lavoro. Sì, anche per chi fa il liceo, anche per chi pensa che il cameriere non lo farà mai nella vita (e poi, chi lo sa?), un'esperienza di qualche settimana a fare un mestiere non di concetto è più che utile. È prezioso.Dite che 200 ore sono tante. Ma 200 ore sono 25 giorni. 25 giorni da diluire nell'arco di 3 anni. E quanti ce ne vogliono prima che ciascuno di voi, che nella maggior parte dei casi non ha mai messo giustamente piede prima in un luogo di lavoro, anche solo capisca dov'è e come si deve muovere? Pensate davvero che un'azienda possa usarvi per sostituire i suoi dipendenti? No. I 17enni in alternanza scuola-lavoro non sono appetibili a questi fini. Altri lo sono, e io mi batto tutti i giorni da molti anni per fermare lo sfruttamento. Ma proprio perché mi batto contro lo sfruttamento, so riconoscere lo sfruttamento. E no, fare 3 settimane in alternanza in un ristorante o un'officina meccanica o un ufficio comunale non è sfruttamento.Ancora sulla durata: per gli istituti tecnici e professionali le ore sono 400. Di nuovo, si tratta di 50 giorni. Da diluire in tre anni. Di cosa stiamo parlando?C'è tanta confusione, a partire dalla terminologia. Ho letto articoli di giornale ridicoli, che mischiavano le vostre esperienze in alternanza scuola-lavoro con i tirocini curriculari degli studenti universitari. Una confusione inaudita e pericolosissima. Forse li avete letti anche voi, forse hanno confuso anche voi. La verità è che i vostri percorsi non andrebbero chiamati stage, perché sono una cosa diversa. Perchè VOI siete diversi. Siete studenti, siete nella stragrande maggioranza dei casi ancora minorenni o neomaggiorenni, e i vostri percorsi formativi durano pochissimo, quasi sempre meno di un mese. Per questo ho già lanciato mesi fa alla ministra Fedeli la proposta di trovare una denominazione ad hoc per queste esperienze, per esempio "work experience", eliminando completamente la dicitura "tirocini" che può trarre in inganno, ed elaborando un quadro normativo ad hoc. Certo, ci sono stati brutti casi. E' vero. Ad alcuni di voi è capitato di essere messi a fare cose completamente slegate dal progetto formativo che vi era stato prospettato. Aziende sconsiderate, che non avevano capito nulla di cosa volesse dire ospitare uno studente in alternanza scuola-lavoro. Queste storture vanno denunciate. Ma bisogna anche avere la pazienza necessaria a che la cultura dell'alternanza scuola-lavoro prenda piede anche in Italia. E sopratutto non bisogna buttare il bambino con l'acqua sporca. L'alternanza scuola-lavoro è preziosa per il vostro futuro. Non per il mio. Non per quello dei vostri genitori, o dei vostri insegnanti, o del ministero dell'istruzione o del governo. Per il vostro futuro. Per darvi le basi per essere cittadini più consapevoli, lavoratori più consapevoli. La cosa migliore sarebbe offrire agli studenti, all'interno dell'alternanza, percorsi di work experience in linea con gli studi. Mandare gli studenti di liceo classico in uno studio legale, in un museo, in un'agenzia di comunicazione. Mandare quelli dello scientifico in uno studio di architettura, o presso l'ufficio di un ragioniere, o in una società informatica. Mi seguite? State annuendo? Attenzione però. Perché questo vuol dire anche mandare i ragazzi dell'alberghiero in un albergo, o un ristorante. Vuol dire mandare quelli dell'Itis in un'autofficina. Però – anzi, perciò – questa coerenza rischia anche di diventare una gabbia. E sopratutto, ci vuole tempo per trovare le aziende disponibili a ospitarvi, ragazzi. Non tutte vi vogliono. È molto impegnativo accogliervi, se vi si vuole accogliere bene. Ecco perché a volte il sistema del "match" salta, e le scuole vi mandano dove possono, presso le aziende che hanno dato la disponibilità a ospitare studenti in alternanza, senza fare particolare caso alla coerenza del settore di attività di quelle aziende con i vostri percorsi formativi.Allora c'è da gridare allo scandalo, se si viene assegnati a un fast food? La domanda vera è: si può diventare più consapevoli di come funziona il mondo servendo per qualche giorno hamburger? Certamente no, se si hanno 25 anni, magari un titolo di studio, e si ambisce a trovare un lavoro e a mantenersi. Altrettanto certamente sì, però, se si hanno 17 anni, e quell'esperienza è solo un modo per "assaggiare", per pochi giorni, il mondo del lavoro dopo aver tanto studiato sui libri, e con la prospettiva di tornare subito dopo a quei libri.E allora una domanda ve la faccio io, ragazzi che siete scesi in piazza a protestare. Voi che considerate umiliante e inappropriato passare due o tre settimane a servire hamburger o a disporre scatolette nello scaffale di un supermercato, e che sicuramente sapete che tutti i mestieri sono degni, siete consapevoli che centinaia di migliaia di persone fanno questo per vivere, tutti i giorni? Si alzano la mattina e svolgono esattamente quelle mansioni, per otto ore al giorno, per portare a casa lo stipendio con cui poi pagano i libri per mandare i loro figli – alcuni dei quali siete proprio voi, sì – a scuola. Non fate, vi prego, l’errore di denigrare questi mestieri. Di giudicarli privi di contenuto formativo. Non pensate che non vi sia formazione nell'imparare come si dispone la merce su uno scaffale, come si risponde alla lamentela di un cliente, come si rispetta la consegna di un compito assegnato dal capo, come si imparano le fasi della preparazione di un prodotto. Non sono mestieri degni solo quelli in cui non ci si sporcano le mani. Un periodo "on the job" in un supermercato è un'esperienza preziosa anche per chi nella vita punta a diventare un(a) supermanager, o un(a) grande avvocato-a, o presidente(ssa) del consiglio. Imparare, scoprire con umiltà come funziona il mondo del lavoro, anche partendo dai mestieri più semplici, consente di capire meglio il mondo.E anche se così non fosse, un'esperienza del genere comunque almeno un risvolto positivo ce l'ha di sicuro: stimola a rispettare le persone che lavorano, che ci servono al tavolo quando siamo al ristorante, che ci mostrano le magliette nei negozi, che ci accolgono nei posti dove noi siamo i clienti e loro gli inservienti. È un bel bagno di realtà. Magari non proprio piacevole, ma educativo.Lo so che è una posizione scomoda, la mia. Lo so che sarebbe più facile per me dirvi quello che vi dicono tanti altri, sobillarvi, dirvi “fate bene a protestare! Che vergogna! Uno studente non dovrebbe essere usato per queste mansioni degradanti!”. Ma se c’è una cosa che ho preferito fin qui sopra ogni altra, nel mio lavoro, è l’onestà intellettuale. E se voglio essere onesta con voi, devo dirvi che tutto questo livore verso l’alternanza scuola-lavoro non ha ragione di esistere. Che nessuno vi sta sfruttando. Che state avendo delle opportunità – più o meno ben organizzate, più o meno ben strutturate – di “assaggiare” il mondo del lavoro. Chi dice che queste opportunità non sono importanti, che sono umilianti, usa parole forti, fa la voce grossa e ottiene i titoli di giornale. Io invece voglio parlare alla vostra testa, non alla vostra pancia.Penso, ragazzi, che avreste molte cose per cui protestare. I fondi per il diritto allo studio che sono stati troppo scarsi per troppo tempo; adesso sono aumentati, finalmente, ma la verità è che non sono mai abbastanza. Il sistema didattico vetusto. Le dotazioni tecnologiche ridicole nelle scuole. La mancanza di un sistema di orientamento serio, che vi aiuti a scegliere al meglio cosa fare dopo le superiori.Avreste tante cose per cui battagliare. Non sbagliate bersaglio.Eleonora Voltolina

Cerco ingegnere a 600 euro al mese, ovvero l'analfabetismo degli addetti alle Risorse umane

Gira sui social, da un paio di giorni, un trafiletto che ha suscitato indignazione, tamtam sui media e perfino l'annuncio di un'interrogazione parlamentare al ministro del Lavoro. Si tratta della foto di un'inserzione pubblicata su un giornale cartaceo, una come diecimila altre, che offre un posto a un ingegnere, descrivendo il profilo richiesto e indicando il link al sito aziendale dove è possibile candidarsi inviando il cv.La fiammata di sdegno riguarda le condizioni offerte: «Contratto di 6 mesi, 600 euro netti al mese, ticket restaurant per ogni giorno lavorato» recita l'annuncio. Per questa proposta l'azienda in questione cerca un ingegnere civile con laurea magistrale «a pieni voti», che parli bene il tedesco e possibilmente anche l'inglese, che magari abbia fatto un Erasmus (esperienza molto apprezzata in sede di selezione), e che sia disponibile alle trasferte.È talmente palese che, se si trattasse di un'offerta di lavoro, la job description sarebbe completamente sproporzionata rispetto alle condizioni economiche offerte, che non serve neanche ripeterlo. All'occhio di qualsiasi esperto di mercato del lavoro è altrettanto palese che non si tratta di un annuncio di lavoro, bensì di un annuncio di stage. La durata, il compenso, il profilo ricercato: tutti gli indizi fanno intendere che la bufera si sia scatenata su un qui pro quo. Quel che appare un'offerta di lavoro umiliante e al ribasso, è in realtà un'offerta di stage come mille altre.E allora qual è il problema? È che l'inserzione è stata evidentemente  scritta coi piedi. Perché non appare mai la parola stage: anzi, appare la parola “contratto”, che è totalmente fuorviante (uno stage non è un contratto di lavoro!). Il proprietario dell'azienda, chiamato in causa in uno dei tanti articoli scaturiti dall'indignazione del web, si è difeso dicendo che in Gruppo Dimensione offrono lo stage come primo step a molti giovani e che poi assumono più di tre quarti degli stagisti con un vero contratto di lavoro subordinato. Ebbene, sarebbe il caso che lunedì mattina quel proprietario facesse una colossale lavata di capo al suo direttore Risorse umane. Perché la sua azienda non sarebbe mai finita in questa bufera se la persona incaricata del recruiting avesse fatto bene il suo mestiere.Delle due, l'una: o si tratta di una persona completamente ignara dei fondamenti del diritto del lavoro, che non conosce nemmeno la differenza tra un contratto di lavoro e un tirocinio; oppure di un furbetto che ha pensato bene di scrivere “contratto” anziché “stage” nella speranza di attirare più candidature. Non saprei proprio quale opzione augurarmi. In ogni caso, il risultato per l'azienda è stata una tonnellata di pubblicità negativa, un pesante colpo alla propria “reputation” sui social e non solo.Qual è la morale di questa storia? Che in Italia si devono fare dei passi avanti nella gestione delle risorse umane, e al più presto. Le imprese farebbero meglio a capire che ciascun ufficio HR è un biglietto da visita, che ormai si viene giudicati dai cittadini anche per come si trattano i propri dipendenti (e stagisti). E che ogni annuncio di stage e di lavoro, oggi, è quasi come una pagina pubblicitaria: dunque bisogna stare molto attenti a ogni singola parola.Il mercato del lavoro italiano è ancora immaturo, drammaticamente opaco. Troppe aziende pensano di poter ancora agire come trent'anni fa, pubblicando inserzioni imprecise, offrendo ai colloqui condizioni diverse da quelle prospettate nell'annuncio, giocando sulla sproporzione di forze tra chi offre lavoro (l'azienda) e chi più o meno disperatamente lo cerca (i candidati). Pensano che questi comportamenti resteranno senza conseguenze. Ma il web ha cambiato tutto. Questa azienda piemontese lo ha scoperto nel modo più traumatico, con una vera e propria doccia fredda: il suo annuncio di stage, tutto sommato dignitoso, banale nella sua normalità, è finito nel tritacarne e l'azienda non può biasimare che sè stessa. Se avesse prestato più attenzione al modo e alla veridicità in cui comunicava all'esterno le opportunità offerte, niente di tutto questo sarebbe successo. Bastava essere trasparenti e chiamare le cose con il loro nome: uno stage è uno stage, e va chiamato col suo nome, e non confuso con – o spacciato per – un contratto di lavoro.Eleonora Voltolina

La Repubblica degli Stagisti cambia il mondo del lavoro: arriva il riconoscimento di Ashoka

Cos'è Ashoka? Fino a un paio d'anni fa, anch'io non lo sapevo. Dico “anch'io” perché Ashoka non è ancora conosciuta, in Italia, così come lo è invece all'estero. Eppure si tratta di qualcosa di straordinario: un'organizzazione non profit che opera come una sorta di talent scout degli imprenditori sociali. Cerca in tutto il mondo coloro che lavorano per risolvere un problema che interessa la società – in qualsiasi ambito: ecologia, educazione, diritti. Li individua, li valuta, li passa al microscopio. E chi passa la selezione diventa “Ashoka Fellow”: entra nel network e da quel momento in poi l'associazione offre il suo supporto per sviluppare l'attività, renderla ancor più efficace e diffusa, talvolta anche esportarla in altri Paesi.Il motto di Ashoka è “Everyone a changemaker”: gli imprenditori e le imprenditrici sociali sono «changemaker che mirano ad un cambiamento sistemico, affinché prosperi l'intera comunità». In estrema sintesi: individuano un problema, si inventano una soluzione nuova, la strutturano in una modalità imprenditoriale, coinvolgono il loro target di riferimento, elaborano e promuovono proposte da sottoporre ai politici per migliorare il contesto di riferimento a livello normativo.Ashoka è attiva dal 1980; l'headquarter é a Washington ma i 3.300 fellow selezionati in questi trent'anni sono sparsi in tutto il mondo. La sede italiana è stata aperta un paio d'anni fa. Quasi un anno fa ho ricevuto una telefonata e ho saputo che ero stata “segnalata”. Ho cominciato il primo step di selezione con curiosità e timore, mantenendo le aspettative al minimo – perché era chiaro che il procedimento era lungo, complesso, e le probabilità di arrivare alla fellowship molto scarse. Invece, step dopo step, sono arrivata alla fine: Ashoka si è convinta che la Repubblica degli Stagisti potesse davvero essere un esempio forte di come si può aggredire un problema sociale che riguarda i giovani – le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro, gli stage che da opportunità rischiano di trasformarsi in trappola, se non gestiti in maniera responsabile – con un'idea nuova. Una testata giornalistica online che diventa luogo di incontro, informazione, denuncia, proposta; un meccanismo inclusivo che coinvolge il mondo delle imprese, valorizzandole e responsabilizzandole, e attraverso questa collaborazione garantendo anche la sostenibilità economica del progetto (fattore importantissimo per Ashoka: non si sostengono sognatori tout court, ma imprenditori sociali).Così, Ashoka ha detto sì. Ha detto che quel che ho fatto finora con la Repubblica degli Stagisti è importante, innovativo, e merita di essere sostenuto. Da oggi, e nei prossimi anni, Ashoka sarà dunque al mio, al nostro fianco. Valuterà con noi le strategie per rinforzare la Repubblica degli Stagisti, ampliare gli orizzonti di attività, consolidare il legame con i giovani, aumentare le imprese coinvolte, proseguire nel lavoro di proposta politica per migliorare il quadro normativo. Ipotizzare anche repliche in altri paesi dove la situazione degli stagisti sia simile all'Italia.Dire Ashoka vuol dire sopratutto il grande network di Ashoka, con tante possibili sinergie con i fellow italiani (io sono l'undicesima), ma anche con quelli stranieri che hanno realizzato progetti e iniziative su temi vicini al nostro. Da oggi ne faccio parte anch'io. E dico grazie. A chi ci ha creduto, a chi ci ha aiutato, a chi ha collaborato. Sono passati otto anni da quando presentammo il progetto al Circolo della Stampa di Milano, con le prime nove aziende pioniere che avevano creduto in noi. Con Ashoka a fianco a noi, i prossimi otto saranno una sfida entusiasmante per crescere ancora!Eleonora VoltolinaL'immagine è di © Alessandro Lorenzelli

Se il ministro dice che é più probabile trovare lavoro giocando a calcetto che mandando cv

In effetti, Giuliano Poletti non ha detto proprio questo. La sua frase originale aveva una sfumatura un po' diversa; sottolineava il fatto che le opportunità di lavoro spesso nascono da rapporti di fiducia, e che è più facile costruire questo rapporti in occasioni informali (la metafora del calcetto) piuttosto che formali (inviando un cv).Dunque il ministro ha detto una cosa sostanzialmente vera, sopratutto in un mercato del lavoro imperfetto e opaco come quello italiano: che il networking conta moltissimo, a volte addirittura più delle competenze. Un dato di fatto, suffragato da dati e ricerche che dimostrano che nella maggior parte dei casi le posizioni di lavoro vacanti vengono occupate grazie al passaparola, alle conoscenze, alle segnalazioni, e non mettendo un bell'annuncio e valutando in cv in maniera imparziale (ed efficiente).Dunque tutto ok? Ha fatto bene Poletti a dire quello che ha detto? No. Non ha fatto bene per niente – per almeno tre ragioni. Per il suo ruolo. Per la platea che aveva di fronte. E per la responsabilità politica.Il suo ruolo è quello di ministro del Lavoro. Lui al momento rappresenta, in Italia, la persona che più di tutte ha competenze e poteri in tema di occupazione. Non é un semplice cittadino: è il ministro della Repubblica incaricato dal presidente del Consiglio di occuparsi di questo tema. Se queste stesse parole fossero state pronunciate da un manager, magari in forma di consiglio ai ragazzi, per suggerire loro di non sottovalutare i contesti informali nella loro azione di ricerca di lavoro, non ci sarebbe stato nessun problema. Ma un ministro è un ministro. Deve essere continente. Deve misurare le parole col bilancino, stando attento al fatto che quel che dice assume inevitabilmente una valenza politica. Con quelle parole - effettivamente poste come un dato di fatto, senza una nota di biasimo o rammarico - è come se lui avesse posizionato il suo ministero, avesse avallato questo stato di cose. Non è opportuno che l'abbia fatto, perché appunto è il ministro del Lavoro.Secondo, perché si rivolgeva per giunta a giovanissimi. La frase é stata pronunciata a Bologna, durante un incontro con gli studenti di un istituto tecnico a cui il ministro era andato a parlare di alternanza scuola - lavoro. Un contesto delicato, una platea delicatissima: adolescenti alle prime armi, ancora digiuni di esperienze di lavoro, ma già bombardati da una narrazione a tinte fosche, in cui trovare un lavoro decente e guadagnare uno stipendio degno sono descritti come obiettivi difficili da raggiungere. Giovani sfiduciati, a cui non di rado cattivi maestri insegnano che studiare non porta a niente e che con la cultura non si mangia. Un ministro del Lavoro, di fronte a una platea come questa, deve scegliere con cura e con senso di responsabilità i messaggi da lanciare. Anche se magari é vero che attraverso gli amici del calcetto qualche volta si viene a sapere di qualche opportunità di lavoro, non sta al ministro occuparsi di questo aspetto. Altri lo faranno. A lui sta il compito di sottolineare quanto le competenze siano importanti nel mondo del lavoro, quanto la fatica sui banchi di scuola, magari intervallata da work esperience, abbia senso e non vada sottovalutata. Lui è la figura che più di tutte le altre dovrebbe rappresentare una guida per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro: il suo ruolo non è quello di indicare strade secondarie, nell'implicita ammissione che quelle maestre (quelle su chi lui ha potestà) non funzionano a dovere. Perfino io, nel mio piccolo, ho cura di modulare il registro a seconda delle diverse platee che mi trovo di fronte; e tengo sempre bene a mente che, quanto più giovani sono coloro che ho davanti, tanto più devo sforzarmi di modulare i messaggi dosando realismo e ottimismo, e sopratutto trasmettendo i valori più importanti. Qui il valore più importante è che bisogna studiare tanto, perché le competenze sono la chiave di tutto. Il terzo punto è che una frase così equivale ad abdicare. Cosa aggiunge alla situazione dei giovani italiani che attraversano il guado tra formazione e lavoro? Niente. Nella frase non c'è una analisi critica, ma sopratutto non c'è non dico una proposta politica, ma nemmeno una rivendicazione del proprio operato. Non c'è un rendiconto di ciò che sta facendo questo ministero, e più in generale questo governo, per sanare la situazione, per rendere più vivo e fluido e meritocratico il mercato del lavoro. È come se si dicesse: la situazione é questa, prendetene atto e agite di conseguenza. Personalmente non ho nulla contro il pragmatismo: essere concreti e non millantare sono qualità che apprezzo. Ma di fronte a una situazione critica, a un malcostume, un esponente del governo non può cavarsela con una battuta. E' il miglior regalo all'antipolica.Eleonora Voltolina