Categoria: Editoriali

“Venite in Italia, gli ingegneri costano meno”: davvero vogliamo attirare investimenti così?

Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di imprese straniere che aprano in Italia, creando posti di lavoro? Certamente sì.Per attirare queste imprese in Italia dobbiamo giocarci tutte le carte, evidenziando il più possibile i vantaggi che il nostro sistema Paese può offrire e sperando che riescano a controbilanciare tutti gli aspetti negativi che solitamente vengono associati all'Italia – dal costo dell'energia all'inefficienza della pubblica amministrazione (con annessa impenetrabilità della burocrazia), dalla lentezza della giustizia all'incertezza del diritto? Giusto, dobbiamo giocarci tutte le carte.O forse no. Non proprio tutte.Magari, ecco, cercare di convincere le aziende straniere a venire ad insediarsi da noi magnificando il basso costo dei nostri cervelli, anche no. Citare tra i vantaggi competitivi il fatto che un laureato costi un quarto in meno rispetto ad altri Paesi europei, anche no. Sottolineare che i nostri salari sono bassissimi, anche per le persone con alto grado di scolarizzazione… Ehi, davvero vogliamo puntare su questo?Davvero vogliamo proporre il nostro come un Paese da terzo mondo, rincorrendo un modello di competitività indiano invece che puntare a modelli europei?Perché é quello che appare in una brochure distribuita pochi giorni fa, all'evento di presentazione del piano nazionale Industria 4.0. Il presidente del consiglio Matteo Renzi sul palco a snocciolare i progetti per rilanciare l'economia, e in cartella stampa questa brochure dal titolo “Invest in Italy”, sottotitolo “The right place, the right time for an extraordinary opportunity”. Si elencano le riforme “pro business” del mercato del lavoro, gli incentivi agli investimenti, i distretti industriali, il capitale umano e il talento…Ecco, appunto: il capitale umano e il talento. «L'Italia offre un livello di retribuzione competitivo, che cresce meno che nel resto d'Europa, e una forza lavoro altamente qualificata». Insomma la brochure – peraltro, fatta bene nel complesso: chiara, esaustiva e ben impaginata, si vede che non ci ha messo le mani il ministero della Salute... – presenta come un dato positivo il fatto che in Italia abbiamo stipendi bassi. «Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800». Con tanto di grafici (v. a lato).Anche perché c'è un vero e proprio paradosso: un governo che presenta all'estero come “vantaggio” un dato che all'interno, per i cittadini, é un dramma – e tra le prime cause della nuova emigrazione. Che i lavoratori italiani siano pagati troppo poco è un dato politicamente negativo, che chi governa deve impegnarsi a mutare attuando politiche che abbiano come obiettivo quello di dare a tutti, specialmente a chi ha un'alta formazione, opportunità di impiego più eque e dignitose dal punto di vista della retribuzione. Dato questo presupposto, “vendere” i bassi salari come fattore competitivo dell'Italia è ben poco sensato, se contemporaneamente si dovrebbe lavorare per farli salire!Qualcuno dirà: per portare a casa il risultato non si deve andare troppo per il sottile. Se qualche azienda, allettata anche dalla possibilità di poter pagare poco i dipendenti, sceglierà di stabilirsi in Italia, noi ci avremo guadagnato posti di lavoro – tanti disoccupati, pure gli ingegneri, avranno contratti e stipendi, e pazienza se sono più bassi che nel resto d'Europa e crescono pure di meno. Dunque tutti contenti.Io capisco questa visione “utilitaristica”. Giuro, comprendo il ragionamento. Ma il costo del lavoro non è un fattore di competitività! Se così fosse, la Svizzera sarebbe ultima nel panorama mondiale – invece è ai primi posti. La battaglia sul costo del lavoro non è solo una battaglia ingiusta, è sopratutto una battaglia persa: un ingegnere indiano costa e continuerà a lungo a costare un decimo di uno italiano. Non è quello il punto.La riforma del lavoro che sosteniamo serve a permettere alle aziende di fronteggiare con maggiori strumenti le variazioni ormai vertiginose del mercato, per permettere loro di fare investimenti che un domani non le affondino, per aiutarle a rischiare di più in innovazione.Il costo del lavoro non è e non potrà mai essere un nostro asset, perché attrae aziende che non investono in innovazione.Lavoriamo invece tutti insieme per valorizzare l'università e la ricerca, riformare la fiscalità in modo che sia chiara e semplice, lavoriamo sui costi dell'energia e sulle infrastrutture, prevediamo incentivi intelligenti rivolti alle aziende straniere che scelgano di stabilirsi da noi. Questa è la chiave per convincerle a venire in Italia.Che il fine giustifichi i mezzi non mi è, francamente, mai andato giù. Ora arriviamo al punto di fare brochure dicendo “Venite in Italia, i nostri ingegneri sono bravissimi e costano poco”: perdonatemi, ma siamo proprio fuori strada. Eleonora Voltolina

Garanzia Giovani, se oltre mezzo miliardo di euro non cambia di una virgola la percentuale di assunzione post stage

Uno dei modi per capire se la Garanzia Giovani è efficace o no è andare a vedere quanto i tirocini siano stati utili per l'inserimento lavorativo. Gli stage sono infatti in Italia lo strumento principe di questa iniziativa: secondo il recente rapporto dell'Isfol, tra le misure messe a disposizione, circa il 70% dei giovani iscritti ha beneficiato proprio di quella. E infatti a causa della Garanzia Giovani il numero dei tirocinanti extracurriculari è aumentato tra il 2014 e il 2015 di quasi il 60%. La percentuale di assunzione post stage è però rimasta invariata: il risultato 2015, aiutato dagli incentivi, è identico a quella rilevato nel 2014, quando essi non erano ancora attivi. La differenza sta in centinaia di milioni di euro investiti – soldi pubblici, europei e nostrani – per coprire (in tutto o in parte) le indennità a favore degli stagisti, e poi per premiare le aziende che hanno assunto. Si sperava che assumessero di più: invece hanno assunto uguale a prima, ma intascando molti soldi. In particolare, dall'ultimo Rapporto del ministero del lavoro sulle Comunicazioni obbligatorie emerge che nel 2015 gli stage extracurriculari sono aumentati in un solo anno del +53,5%. La notizia più incredibile è che in Sicilia si è registrato un +714,7%: in questa regione il numero degli stage è dunque letteralmente esploso con Garanzia Giovani. Ma una impennata si è verificata anche in in altre Regioni, prevalentemente del sud e centro Italia: Basilicata (+164,7%), Campania (+110,6%), Calabria (+92,1%), Umbria (+87,4%), Lazio (+79,3%), Molise (+75,8%), Abruzzo (+75,0%).A questo punto la domanda è: quanti di questi tirocini extracurriculari si trasformano in lavoro? Certamente quasi nessuno nella pubblica amministrazione: ma in generale, invece?La risposta è: un quarto. Nel 2015, su 348mila stage extracurriculari, «il numero dei rapporti di lavoro attivati a seguito di una precedente esperienza di tirocinio è stato pari a 92mila» – cioè una media del 26,4%. Non si tratta, di per sé, di una percentuale irrilevante: vuol dire appunto che uno stagista su quattro viene assunto, anche se dentro questo dato ci sono sia i contratti di lavoro intermittente di un giorno (“a chiamata”) sia i contratti a tempo indeterminato. Il ministero del Lavoro ha fornito però alla Repubblica degli Stagisti importanti dettagli in più: circa il 40% di queste assunzioni – dunque poco meno di 37mila – è stato realizzato attraverso contratti a tempo indeterminato, e la quota di contratti precari (collaborazioni o altre tipologie) è tutto sommato molto ridotta, poco più del 3%.  Questa percentuale di assunzione post stage però esisteva già, anche prima di Garanzia Giovani. La domanda è: è aumentata grazie a questo programma, parallelamente al decollo del numero dei tirocini attivati? La risposta, come anticipato, è no. Infatti l'anno precedente (2014), sui 227mila stage extracurriculari attivati, per 60mila c'era stata assunzione. La media fa 26,4%. È quasi impressionante che sia assolutamente identica da un anno all'altro, considerando che nel 2014 non erano ancora stati attivati, di fatto, gli incentivi economici alle assunzioni di stagisti – una delle "chiavi di successo" della Garanzia Giovani.Certo, è possibile che i giovani che hanno visto attivare il loro stage nella seconda metà del 2015 possano aver ricevuto la proposta di assunzione nei primi mesi del 2016, uscendo dal raggio di monitoraggio del Rapporto sulle comunicazioni obbligatorie 2015. C'è ovviamente da sperarlo, ma questo si potrà sapere solo con rilevazioni successive.  Del resto è inevitabile che, ogni anno, chi fa stage a cavallo tra un anno e l'altro sfugga alle rilevazioni che si basano sui dati dal 1° gennaio al 31 dicembre di uno stesso anno: dunque anche la rilevazione 2014 ha con tutta probabilità lasciato fuori degli stagisti 2014 assunti poi nel 2015. Perciò questo aspetto è irrilevante, in quanto il confronto con i dati del rapporto dell'anno precedente è omogeneo.«Destinare i fondi della Youth Guarantee per un maxi-reclutamento di stagisti pagati dallo Stato non servirà a niente. Le aziende non li assumeranno, dopo. I giovani si ritroveranno, dopo 6 mesi, nella maggior parte dei casi ancora disoccupati: e lo Stato ci avrà perso centinaia di milioni di euro». Nell'ottobre del 2013, quasi tre anni fa, scrivevo su queste pagine un articolo diretto all'allora ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, che stava avviando le pratiche per attivare Garanzia Giovani e aveva appena lanciato un appello alle aziende italiane: di fare un gesto di "responsabilità sociale" nei confronti del Paese attivando 100mila stage. Ricordavo al ministro che l'Italia aveva già mezzo milione di stagisti all'anno (metà curriculari e metà extracurriculari), e che concretamente lo stage aveva dimostrato di essere tutto tranne che un canale privilegiato per l'accesso al lavoro. Se la percentuale di assunzione post stage fosse aumentata grazie al programma Garanzia Giovani, anche solo limitatamente ai tirocini extracurriculari, le mie profezie sarebbero state smentite dai fatti. Quanto vorrei aver avuto torto!Invece si può calcolare che sia stato finora speso oltre mezzo miliardo di euro per "regalare"  170mila stagisti alle aziende e purtroppo anche agli enti pubblici italiani (in quanto l'indennità di 500 euro al mese, quantomeno nella prima fase di attuazione del programma, è stata quasi in tutte le Regioni pagata interamente dal programma Garanzia Giovani, senza co-finanziamento da parte dei soggetti ospitanti: e 3mila euro per 170mila stagisti fa 510 milioni), più qualche altro centinaio di milioni per i bonus all'assunzione, variabili da 1.500 a 6mila euro a seconda del grado di occupabilità del giovane. Un dispendio enorme di risorse, per un risultato tutto sommato modesto.Un innegabile effetto positivo è però che circa 120mila giovani italiani hanno avuto una opportunità in più di fare uno stage extracurriculare, che probabilmente non avrebbero avuto se Garanzia Giovani non fosse esistita. Dunque, pur restando ferma la percentuale, in valori assoluti nel 2015 si sono realizzate 32mila assunzioni post stage in più rispetto al 2014, con una incidenza maggiore di contratti post stage a tempo indeterminato. Resta aperta la discussione: un tale dispendio di risorse non avrebbe dovuto avere come obiettivo anche quello di aumentare la propensione all'assunzione post stage?Eleonora Voltolina

Elezioni comunali alle porte, andate a votare ed esprimete la preferenza: ecco perché è così importante

Andate a votare. Scegliete accuratamente chi votare. È il mio consiglio a tutti, e in special modo ai giovani. Alle elezioni comunali si può esprimere la preferenza, cioè votare una persona. Anzi due: una donna e un uomo. Sprecare questa occasione, votando genericamente un partito o una lista, è un po' come votare a metà. Le persone, anche nella stessa lista, non sono "tutte uguali": questa banalizzazione uccide la buona politica, cancella chi di fatto si dedica anima e corpo alla propria missione per la collettività.Io vivo a Milano da oltre un decennio: ho vissuto pienamente il corso di due amministrazioni, e sono assolutamente certa che la Milano degli ultimi 5 anni sia stata migliore di quella di prima. Più innovativa, più inclusiva, più attenta ai deboli, più internazionale, più efficiente, non corrotta. Da cittadina milanese voterò convintamente il candidato sindaco Beppe Sala, che ho sostenuto fin dalle primarie, perchè prosegua e implementi il lavoro avviato da Giuliano Pisapia. Non voglio che si torni indietro, tantomeno con un candidato di centrodestra, Parisi, che se eletto sarebbe un burattino nelle mani di Salvini... Aiuto. La mia preferenza - preziosa quanto quella di ciascuno di voi - andrà a Cristina Tajani, assessore al lavoro uscente, candidata nella lista "Beppe Sala Sindaco": una giovane donna che ha guidato un assessorato con molte deleghe, e lo ha fatto in maniera brillante, ascoltando le varie anime della città, attivando partnership, facendo partire progetti sperimentali interessanti sui temi dell'innovazione, delle start-up, dei coworking, e molto altro. Se non avete ancora deciso chi votare, se non avete le idee chiare, mi sento di dire: su Cristina Tajani metterei la mano sul fuoco.  Anche nella lista di candidati del Partito Democratico ci sono tante persone che conosco valide e intelligenti, che mi auguro di vedere in consiglio comunale a fine giugno. In particolare Filippo Barberis, consigliere comunale uscente, molto attivo sopratutto sui temi del lavoro e della cultura, capace di portare avanti anche il fondamentale processo di "empowerment" della città metropolitana, affinché non resti solo sulla carta ma diventi una forza per la "grande Milano". Ma non posso non nominare Daniele Nahum, un grande amico, indispensabile sui temi dell'integrazione e, da esponente della comunità ebraica, del dialogo interreligioso.A Milano corrono anche i Radicali. Come ho già avuto modo di dire, mi è molto spiaciuto che abbiano deciso di non sostenere fin dal principio Beppe Sala; e voglio ragionevolmente credere che in caso di ballottaggio si schiereranno al suo fianco. Ma non posso non nominarli perché tra i candidati c'è una delle persone più integre e oneste che conosca. Per cui, se avete già deciso di votare radicale, anche qui non fatelo genericamente: usate la vostra preferenza, e datela a Valerio Federico.A favore dell'importanza di esprimere la propria preferenza dico solo una cosa: chi non la esprime deve essere consapevole che così facendo favorisce, di fatto, gli insiders. Chi è più incline a votare i giovani e gli outsiders, infatti, di solito ha poca dimestichezza con i meccanismi del potere e gli equilibri della rappresentanza, e quindi spesso dimentica il fattore fondamentale della preferenza. Al contrario, chi ha i capelli bianchi ha imparato in decenni di elezioni a portare avanti il proprio candidato. Dunque chi vota senza dare la sua preferenza non fa altro che avvantaggiare i soliti noti, che torneranno in consiglio comunale ancora una volta, forti delle proprie reti amicali e delle truppe cammellate che li votano. Per cambiare, per dare una spinta anche al ricambio generazionale, per portare in consiglio comunale e si spera anche in giunta - come assessori - persone innovative, è dunque indispensabile che anche i giovani esprimano la propria preferenza!Eleonora Voltolina

«Il Jobs Act è davvero una riforma di sinistra», il commento di Francesco Giubileo

Sul fatto che la riforma del governo Renzi sia o meno di sinistra si sono scritti chilometri di pagine: spesso  studi preliminari che poco hanno a che vedere con valutazioni empiriche  (per esempio quelli dell'Ocse e della Banca D’Italia) o “colorite” storie personali che in certi casi non hanno nulla a che vedere con il Jobs Act, vedi la situazione dell’ abuso dei voucher lavoro, oggi regolamentati con la tracciabilità digitale da decreto legge.Iniziamo con il rispondere a coloro che vedono nel Jobs Act un aumento della precarietà, dettato dal fatto che è stata introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Su questo sottolineo un tipico problema che spesso accompagna i critici: ovvero dimenticare da dove si è partiti. Così descriveva il mercato del lavoro nel 2013 il Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie 2014, quando ancora il primo ministro era  Enrico Letta: sinteticamente si può evidenziare come nell’anno 2013 emerga l’associazione “incertezza economica” e “tipologia contrattuale”, con un ruolo preminente dei rapporti di lavoro a termine ed un mancato risvolto reale degli interventi normativi per facilitare l’istaurarsi del rapporto a tempo indeterminato.  Insomma gli stessi tecnici dell’allora ministro Giovannini – ancora prima che un serio dibattito sull’articolo 18 prendesse piedi (si parlava soprattutto della proposta di Boeri e Garibaldi) – sottolineavano come, analogamente a quanto avveniva negli anni precedenti, i nuovi rapporti nel mercato del lavoro fossero caratterizzati da “precariato dirompente”.Ad eccezione delle modifiche del Decreto Poletti sul contratto a tempo determinato – giurisprudenza comunitaria permettendo – il governo Renzi ha cercato in tutti i suoi interventi di favorire la stabilità dei rapporti di lavoro, a partire dalla sostanziale eliminazione del contratto a progetto, strumento normativo che era già stato parzialmente migliorato dalla Riforma Fornero ma che restava oggetto di abusi, mascherando spesso veri e propri rapporti di lavoro subordinati. Il problema è sempre stata la verifica dell’attuazione delle regole.A ciò aggiungo che ad accompagnare il Jobs Act c’è anche la riforma del codice degli appalti, la quale si spera permetta il “concreto” rispetto della “clausola sociale” – anche in questo caso il problema è sempre stata la verifica dell’attuazione delle regole – riducendo il rischio dei classici “furbetti” che vincevano al massimo ribasso a danno delle retribuzione e del lavoro delle persone coinvolte in questi appalti.Tornando al Jobs Act, il tema centrale non è tanto quello di aver o meno creato più lavoro, cosa che empiricamente – ovvero un’associazione causale tra norma e incremento occupazionale – non è mai stata dimostrata da nessuno studio, dimenticando però il probabile effetto prodotto da centinaia (se non migliaia) di ulteriori variabili socio-economiche come export, spesa pubblica, mercato finanziario, e così via.Piuttosto la vera domanda centrale è se la riforma abbia favorito o meno la stabilizzazione dei lavoratori precari, certo anche per effetto del combinato disposto (ovvero la combinazione con gli esoneri contributivi); d'altronde il “mix” aveva proprio questo obiettivo e la tabella seguente non lascia dubbi. Sì, c’è stata una maggiore stabilizzazione dei lavoratori. Qualcuno obietterà che gli incentivi potevano essere più selettivi, ma proprio il caso “fallimentare” degli incentivi proposti dal governo Letta dovrebbe farci riflettere. Se si fossero messi dei paletti,  a parte il rischio di un possibile effetto sostituzione, probabilmente avremmo ottenuto un risultato nettamente inferiore.Resto convinto che l’affermazione di Renzi che il Jobs Act è una riforma di sinistra sia assolutamente condivisibile: coloro che criticano la legge dovrebbero ricordarsi del livello di precariato presente nel 2013 , un livello insostenibile, dove la stabilizzazione si poteva considerare più come un “premio alla lotteria” piuttosto che la conferma delle proprie capacità mostrate.Riforma o no, vorrei spronare l’esercito dei giovani disoccupati: più di una “garanzia del lavoro”, dovrebbero fare proprio il principio “ti trovi o ti crei un lavoro”, utilizzando appieno la mobilità all'estero che non va vista come fuga dei cervelli, ma piuttosto come possibilità di diventare cittadini del mondo e che, non dimentichiamolo, è aperta a profili professionali medio-bassi. A chi pensa di avere notevoli competenze, e almeno un minimo di esperienza, suggerisco invece di considerare la via dell’auto-impiego. Francesco Giubileo**esperto di servizi per l'impiego e consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana

A cinquant'anni non è giusto essere stagisti, per almeno cinque ragioni

Uno stage a 40 anni, magari anche a 50. Perché si è perso il lavoro e ci si deve riqualificare. Per non restare a ciondolare per casa con le mani in mano. Perché in assenza di stipendio anche un minimo di indennità mensile fa comodo. Perché piuttosto che niente, meglio piuttosto: e molto spesso l'unica proposta avanzata dai centri per l'impiego come politica attiva è proprio quella di un tirocinio.Sono spiegazioni sensate. Eppure, no: uno stage a 40 anni, o addirittura a 50, anche no. A meno di situazioni molto particolari – che possono per esempio coinvolgere persone adulte con fragilità psichiche, o con dipendenze da alcol o altre sostanze, o ancora rimesse in libertà dopo aver scontato una pena in  carcere – lo dice il buon senso: a cinquant'anni non è giusto essere stagisti. Va bene, Robert De Niro ci ha fatto un film e certo, siccome è De Niro, la cosa lì risultava perfino divertente. Ma in realtà non lo è: per almeno cinque ragioni.La prima è che il tirocinio è uno strumento pensato per addestrare al lavoro giovani senza esperienza. Persone che non solo non hanno conoscenze professionali specifiche, ma hanno anche bisogno di imparare le “competenze trasversali” necessarie per stare nel mondo del lavoro: imparare a gestire la puntualità e le tempistiche, i rapporti con colleghi e superiori. Tutte cose che chi ha 40-50 anni sa già grazie alle precedenti esperienze lavorative.Seconda ragione, lo stage non è un contratto di lavoro: le somme mensili attribuite agli stagisti sono delle “indennità”, da non confondere mai con una retribuzione. Invece le persone adulte, ancor più dei giovani, hanno bisogno di un lavoro vero e di uno stipendio vero. Inoltre non solo il tirocinio (che sia “formativo e di orientamento“” o “di inserimento / reinserimento lavorativo”, è indifferente) non è di per sé un contratto di lavoro, ma la sua efficacia e la percentuale media di successivo inserimento lavorativo è scarsissima. Solo 13 stage su 100 si trasformano in assunzione. E squi irrompe il terzo punto: se già stagisti 40-50enni in imprese private hanno scarsa probabilità di essere assunti, le probabilità precipitano a zero in caso vengano piazzati in enti pubblici. Il caso dei “precari della giustizia”, oltre 2mila disoccupati adulti inseriti negli anni scorsi in tirocinio nei tribunali e negli uffici giudiziari – più per tappare i buchi di organico, a ben guardare, che per ricevere una formazione utile per trovare lavoro... – è un chiaro esempio di quanto usare lo strumento dello stage nella pubblica amministrazione sia rischioso, e finisca per generare frustrazione e far perdere tempo prezioso agli stagisti attempati (fornendo di solito, peraltro, competenze specifiche difficilmente spendibili altrove).Quarta ragione, gli stage non danno luogo a contribuzione. Lo stage cioè non prevede che vengano pagati i contributi: ciò vuol dire che se un 40-50enne viene coinvolto in un periodo di stage, nella sua posizione previdenziale si creerà un buco contributivo, che sarà poi un problema quando la persona andrà in pensione.Il quinto e ultimo punto è psicologico. Essere inquadrati come stagisti quando si hanno 40 o 50 anni, e si è magari padri e madri di famiglia, può risultare umiliante. Ancor di più se magari si hanno figli che fanno a loro volta uno stage. Nessuno dice che un adulto non possa aver bisogno di formazione - anzi, viviamo in un'epoca in cui progresso e innovazioni tecnologiche rendono indispensabile la formazione continua, intesa come aggiornamento professionale periodico. Nei casi più radicali è vero anche che si può aver bisogno di una riconversione professionale: per esempio se si viene licenziati da un'impresa che operava in un settore in declino, che non offre la prospettiva di poter trovare lavoro in un'azienda simile. Un minatore che perde il lavoro, per esempio, dovrà per forza imparare un altro mestiere, perché non troverà nuove miniere disposte ad assumerlo. Ma per questo esistono i corsi di formazione. Lo stage, limitiamolo ai giovani.Eleonora Voltolina

Centri per l'impiego, «Per una riforma davvero efficace servono tanti soldi»: l'analisi di Francesco Giubileo

I servizi pubblici per l’impiego e le politiche attive del lavoro sono radicalmente modificati dal dlgs 150/2015, meglio noto come Jobs Act. L’aver introdotto una norma nazionale in una materia che stando ad una sentenza della Corte Costituzionale è di competenza concorrente delle Regione (in attesa delle modifiche del Titolo V e del successivo esito referendario) significa produrre un complesso intreccio tra regolamenti nazionali e regionali. Tale complessità si è trasformata, dopo un acceso confronto tra Stato e Regioni, in una fase di transizione dove le competenze restano a livello regione per un periodo di almeno due anni, nel quale si spera di attuare quanto previsto dalla riforma. Ma cosa prevede la riforma? Un percorso di attivazione dei disoccupati, sintetizzata nello schema qui sotto (l'immagine rappresenta il percorso “idealtipico” previsto nel Jobs Act), dove giocano un ruolo strategico il sistema informativo del lavoro e i Centri per l’impiego.Sotto diversi punti vista quanto definito dalla riforma dei servizi pubblici per l’impiego è senza dubbio rivoluzionario, ma  constatato il fallimento della Garanzia Giovani - a meno che si consideri la semplice presa in carico un successo - impone perlomeno di porsi non pochi dubbi sull’effettiva attuazione di questo percorso. Vediamo in dettaglio le criticità.Le criticità della riforma sul Portale Unico e i centri per l’impiego ed eventuali soluzioni. Il Jobs Act attribuisce al sistema informativo del lavoro un ruolo chiave nelle politiche del lavoro, nel quale andranno ad integrarsi: gli attuali sistemi regionali, le fonti amministrative di diversa natura, e soprattutto dove tutti i disoccupati si registreranno - nel cosiddetto Portale Unico - per accedere ad una serie di servizi, ad esempio il profiling e la determinazione dell’offerta di lavoro congrua. A questo si aggiunge una serie di funzionalità strategiche in tema di servizi alle imprese come l’azione di marketing territoriale attraverso l’analisi delle Comunicazioni obbligatorie.Attività certamente condivisibili, peccato che al momento quasi nulla di questo è attualmente realizzato dal portale ClickLavoro - in parte solo il profiling, oggetto tra l’altro di ampie critiche - e pertanto sorgono notevoli dubbi sui tempi necessari per realizzare il nuovo portale. In particolare, non si comprende perché  non utilizzare piattaforme oggi già disponibili in grado da realizzare, con poche modifiche, quanto previsto dalla Riforma, in modo da essere operativi in un paio di mesi (si veda il Dynamic Labour Market Analyzer). Il secondo problema è la sostenibilità economica dei cpi. In tal senso non è ancora certa la cifra esatta destinata a questa spesa; si è appena raggiunto un accordo di massima tra Stato e Regioni, a spanne servono non meno di 400 milioni all’anno per far andare avanti la “macchina”. In realtà, il rischio è che buona parte di questi servizi sia finanziata con fondi comunitari, camuffando le attuali mansioni in “servizi” in modo da poter utilizzare quelle fonti. Il problema è che utilizzando tali risorse, il sistema nel suo complesso mancherebbe totalmente di progettualità di lungo periodo, perché è vincolato da bandi temporanei più interessati alla rendicontazione economica che dell’effettiva efficacia delle politiche del lavoro.Anche in questo caso, non è chiaro perché non si sia sviluppato una sorta di Sportello unico del lavoro mettendo insieme gli sportelli territoriale dell’Inps, i Cpi e le Camere di Commercio: attraverso una ristrutturazione e riorganizzazione si sarebbe ottenuta una struttura capillare sul territorio totalmente in mano all’Inps che ne avrebbe garantito la corretta copertura economica. Un progetto analogo a quanto realizzato in Gran Bretagna, dove i cpi (Jobcentre Plus) svolgono un ruolo fondamentale nell’erogare tutte le politiche del lavoro - e soprattutto a differenza del caso italiano, la condizionalità è garantita da un programma molto più articolato e scandito da tempi e servizi proporzionali alla difficoltà di ricollocazione del disoccupato (nell'immagine qui sotto, il Pacchetto integrato di politica del lavoro in Gran Bretagna; la fonte è il Department for Work and Pensions)Infatti il rischio se compariamo il modello Italia con quello della Gran Bretagna è che questa riforma nasca già vecchia. Ad esempio, nell’attuazione della condizionalità verrà utilizzato il Voucher di ricollocazione, ma sempre dall’esperienza anglosassone si evince come l’efficacia di uno strumento analogo, il Job Entry Target (European Commission 2012 - Performance management in Public Employment Services, Brussels), sia stata piuttosto modesta: si collocavano soprattutto i più bravi e in prevalenza in contesti economici favorevoli. Verso i disoccupati più difficili da collocare sarebbe invece opportuno costruire meccanismi più complessi, come il Work Programme, un modello di lungo periodo focalizzato sulla sinergia tra pubblico e privato.Il vero problema per attuare un programma del genere sta nel fatto che nel Regno Unito i dipendenti dei cpi sono 70mila e si spendono per questi servizi più di 5 miliardi di euro all’anno. Tra gli obiettivi di  Matteo Renzi, alle primarie del Partito Democratico, c’era quello di rendere efficaci i cpi italiani come gli analoghi uffici svedesi: ma ora per mantenere la promessa servono soldi, tanti soldi.Francesco Giubileo** Francesco Giubileo, dottore di ricerca in Sociologia, è stato di recente nominato nel consiglio di amministrazione di AFOL Metropolitana, l'Agenzia per la formazione, l'orientamento e il lavoro di Milano. È stato consulente sul tema delle politiche attive del lavoro per la Regione Lombardia e la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, docente a contratto alla Statale di Milano ed è autore di numerose pubblicazioni focalizzate su welfare, politiche occupazionali, efficientamento dei servizi per l'impiego e sinergia tra servizi pubblici e servizi privati.L'immagine di anteprima è tratta dall'intervista che la giornalista Rosanna Santonocito, responsabile della sezione Lavoro del sito del Sole 24 Ore, ha realizzato qualche tempo fa a Francesco Giubileo proprio sul tema della riforma dei servizi per l'impiego.

500 giovani per la cultura, sono stagisti o no? Il ministero della Cultura va in confusione

I tirocini al ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo non sono tirocini. O almeno questo vorrebbero sostenere dal suddetto ministero. Il "caso" è quello dei 500 tirocini messi a bando due anni fa, i "500 giovani per la cultura" passati dalle mani del ministro Bray a quelle del ministro Franceschini.Quei 500 tirocini, banditi tra le polemiche, attivati tra mille ritardi e attualmente in corso, secondo il direttore generale Caterina Bon Valsassina non sarebbero (più) tirocini: «il programma "500 giovani per la cultura" non rientra nelle casistiche indicate […] in quanto non si tratta di forma di lavoro né di tirocinio di formazione e orientamento» si legge infatti nero su bianco in una circolare emessa pochi giorni fa, il 15 ottobre, dalla Direzione generale Educazione e ricerca del Mibact.E allora come dovrebbero essere chiamati questi 500 "giovani" (tra molte virgolette, dato che alcuni hanno superato i trent'anni)? Se non sono lavoratori e non sono stagisti, cosa diavolo sono? Il ministero non lo specifica, limitandosi ad affermare nella circolare 62/2015 che si tratterebbe invece «di un programma formativo straordinario che non è equiparabile ad alcuna forma di lavoro dipendente e per il quale non è previsto un contratto bensì la sottoscrizione di un progetto». Il Mibact non dovrebbe ignorare il fatto che i tirocini rispondono proprio a questa descrizione: non sono lavoro dipendente, non vengono attivati tramite contratto, bensì attraverso la sottoscrizione di un progetto formativo (e una convezione).In effetti, come noi sulla Repubblica degli Stagisti avevamo notato immediatamente, riferendosi ai "500 giovani per la cultura" il Mibact aveva fatto ben attenzione a usare sempre la perifrasi «percorsi formativi»: in tutto il bando, pubblicato a dicembre 2013, non si trovava infatti mai scritta la parola stage, o tirocinio, e noi avevamo infatti rilevato che era come se come se si volesse accuratamente evitare di chiamare le cose con il loro nome.   Ma nel nostro ordinamento non ci si può inventare di sana pianta «un programma formativo straordinario» pretendendo che non sia «equiparabile ad alcuna forma di lavoro» e collocandolo in un limbo privo di nome e di quadro normativo: perché questo vorrebbe dire collocarlo al di fuori del perimetro del diritto del lavoro, cosa ovviamente impossibile. E infatti anche il ministero dei Beni culturali, pur non nominando mai la parola «stage» o «tirocinio», alla fine del bando (datato dicembre 2013), facendo il dovuto «rinvio alla normativa vigente», aveva dovuto ammettere come tutto il programma formativo spiegato fino a quel punto si appoggiasse sulla «normativa vigente in materia di tirocinio formativo e di orientamento». Lo stesso ministro dell'epoca - Massimo Bray - aveva parlato apertamente di tirocini sul suo sito web in un post intitolato proprio Perché 500 giovani per la cultura. «Abbiamo la possibilità di impegnare 2,5 milioni di euro in formazione» spiegava Bray, dopo aver messo in chiaro l'impossibilità di procedere con assunzioni malgrado la carenza di personale: «Con il decreto “Valore Cultura” abbiamo pensato di dedicarli a 500 giovani, per offrire a neolaureati l’opportunità di una specializzazione che li portasse dentro il patrimonio culturale».  E rispondendo alle critiche rispetto all'esiguità della indennità, specificava come essa fosse «quella prevista per i tirocini» e che dunque non ci fosse «nessuna volontà di sfruttare il lavoro dei giovani laureati bensì di offrire loro un’opportunità unica di formazione», aggiungendo anche che «i posti di tirocinio» non sarebbero stati a Roma bensì «distribuiti su tutto il territorio italiano, in modo da non obbligare nessuno che non possa permetterselo ad andare fuori sede».Dunque che senso ha emettere, a due anni di distanza, una circolare in cui il Mibact - smentendo sé stesso - sostiene che «non si tratta di forma di lavoro né di tirocinio di formazione e orientamento»? Il tema è rilevante; basti pensare che all'interno delle Linee guida sui tirocini extracurriculari concordate in sede di Conferenza Stato-Regioni all'inizio del 2013 è chiaramente specificato che esse «rappresentano standard minimi di riferimento anche per quanto riguarda gli interventi e le misure aventi medesimi obiettivi e struttura dei tirocini, anche se diversamente denominate». Messaggio molto chiaro: evitate di fare i furbi, cambiando semplicemente nome agli stage nel tentativo di sfuggire alle prescrizioni. La Repubblica degli Stagisti da sempre ritiene, coerentemente con questo punto, che si debba in ogni contesto fugare ogni dubbio sulla impossibilità di inventare nuovi nomi per attività simili ai tirocini.Non esistono, quando si parla di formazione e lavoro, «programmi formativi straordinari» o altre diciture che permettano di esulare dalla normativa vigente. Se una persona entra in un ufficio, tutte le mattine, svolgendo delle mansioni, deve essere inquadrata con precisione. Può essere un lavoratore: un dipendente subordinato oppure un collaboratore autonomo (un cococo, un cocopro, un consulente a partita Iva...). Oppure può essere uno stagista, cioè una persona che svolge un periodo di "training on the job", e allora si fa riferimento alla normativa sui tirocini (a proposito, ministero dell'Istruzione, a quando l'emanazione di una nuova legge su quelli curriculari? Siamo in vacatio legis da ormai tre anni!). Tertium non datur, con buona pace del ministero dei Beni Culturali. Anche perché, quale potrebbe essere il motivo per non qualificare correttamente uno stage? Per non uniformarsi ai dettami della normativa? Per erogare un rimborso spese inferiore ai minimi obbligatori? Per far durare i percorsi formativi più a lungo del consentito? Perché? La Repubblica degli Stagisti spera vivamente che corra ai ripari, annullando quella circolare e sostituendola con una più conforme non solo al bando cui fa riferimento, ma anche e sopratutto al diritto del lavoro italiano.Eleonora Voltolina

Nuovo Mae-Crui, i tirocini del ministero degli Esteri: una vittoria ancora incompleta

Lo voglio dire: la notizia del nuovo bando per gli stage al ministero degli Esteri mi ha emozionato. Chi ci segue da più tempo ricorderà che la battaglia della Repubblica degli Stagisti sui Mae-Crui è iniziata tanti anni fa. Già nel 2010 cominciammo a pressare il Mae affinché introducesse una indennità a favore degli stagisti: ci pareva allucinante che centinaia di giovani ogni anno facessero stage alla Farnesina ma anche nelle ambasciate, nei consolati e negli istituti di cultura in giro per il mondo senza ricevere neanche un euro. Il Mae-Crui diventava sotto questo punto di vista un impegno economico non indifferente - l'alloggio, il vitto, il viaggio a volte molto costoso, per chi era destinato ad alcuni Paesi addirittura l'assicurazione sanitaria - e di conseguenza era precluso a tutti i giovani che non avessero alle spalle una famiglia abbiente, in grado di pagare qualche migliaia di euro per permettere al pargolo lo stage all'ambasciata a NY o al consolato a Delhi.Siamo stati poi i primi e praticamente gli unici a seguire l'evolversi, quasi kafkiano, della sospensione dei Mae-Crui nel 2012, a seguito delle novità sugli stage contenute nella riforma Fornero e poi delle linee guida concordate in Conferenza Stato-Regioni in materia di tirocini. Abbiamo dato voce ai 555 giovani che si erano candidati all'ultimo bando, bloccato senza una vera ragione e poi fortunatamente sbloccato in extremis; e poi abbiamo lavorato incessantemente per convincere il Ministero degli Esteri a far ripartire il programma, per tornare a offrire questa opportunità di formazione ai giovani, trovando però i fondi per garantire finalmente un dignitoso rimborso spese.Oggi i Mae-Crui sono tornati. E prevedono una indennità. Per me è una piccola grande vittoria della Repubblica degli Stagisti, ottenuta - è giusto e anzi indispensabile attribuire chiaramente il merito della riuscita di questa operazione - grazie alla attenzione che a questo tema ha dimostrato nell'ultimo anno la giovane parlamentare democratica Lia Quartapelle. I giovani possono d'ora in poi tornare a candidarsi per queste opportunità, per la prima volta contando su un sostegno economico.Si tratta di 400 euro al mese. Sono pochi, lo so. Noi suggerivamo che fosse molto di più. Pensiamo che l'emolumento "giusto" sarebbe dovuto essere di almeno 500 euro al mese per i tirocini in Europa, e di almeno 1000 euro per i tirocini extraeuropei. Abbiamo martellato il Ministero degli Esteri, spulciato i bilanci, lanciato appelli a tutti i ministri che si sono in questi anni avvicendati - Franco Frattini, Emma Bonino, Federica Mogherini. Non siamo riusciti a portare a casa il risultato. Sarebbero serviti tra i 3 e i 4 milioni di euro, ci sembrava un risultato raggiungibile su un bilancio complessivo del Mae di 2 miliardi all'anno. Invece il ministero non li ha trovati, o non ha voluto trovarli. Ne ha trovati una piccolissima parte. Per questi primi 82 tirocini che partiranno il 1° ottobre il Mae mette sul tavolo circa 50mila euro, un po' meno in realtà perché in alcuni casi anziché il denaro contante offrirà agli stagisti l'alloggio gratuito. Altri 50mila li mette il Ministero dell'istruzione. Di più, per ora, non si è riusciti a fare. Ma è un inizio.Ci sono altri punti critici di questo bando: la ripartenza dei Mae-Crui non è tutta rose e fiori. Innanzitutto vengono esclusi tutti i neolaureati: adesso si possono candidare solo gli studenti universitari. Questo è un grave danno per tutti coloro che si sono laureati di recente, sopratutto nel 2014 e nella prima metà del 2015. Tutti questi giovani sono capitati in un momento sfortunato, quello della sospensione dei Mae-Crui, e avrebbero avuto diritto a una chance. Sarebbe stato molto più responsabile, da parte degli organizzatori, prevedere almeno per questo primo bando una sorta di "platea allargata", a mò di sanatoria, permettendo anche ai neolaureati di candidarsi. Invece sono rimasti fuori.La platea dei candidabili, per giunta, si è ulteriormente ridotta perché rispetto al vecchio Mae-Crui alcune facoltà sono state depennate. Il caso più eclatante è quello degli studenti di Lingue, che erano degli "aficionados" del Mae-Crui: conteggiando tutti i partecipanti delle edizioni dalla prima, nel 2002, all'ultima nel 2012, gli studenti (e in quel caso anche i neolaureati) di Lingue rappresentavano ben il 12% del totale. Cioè oltre un maecruino su 10 era un linguista. Ora invece la facoltà di Lingue non appare tra quelle ammesse. Probabilmente perché la lista delle facoltà di provenienza, in questo nuovo corso del Mae-Crui - ora si chiama Maeci-Crui - è stata pedissequamente ricalcata sulla lista delle facoltà ammesse al concorso per diplomatici, in cui effettivamente Lingue non c'è.Un altro problema è il numero. 82 posti sono davvero pochissimi. È solo un inizio, certo: ma un inizio in sordina, che inevitabilmente delude un po' gli aspiranti maecruini, dopo tre anni di "dieta". Questo numero così scarso è certamente da legare alla volontà di tenere al minimo l'esborso per le indennità: 300 posti, che era il numero che prudenzialmente Lia Quartapelle aveva anticipato alla Repubblica degli Stagisti nell'intervista di aprile, sarebbero costati 180mila euro al Mae e altrettanti al Miur. Riducendo drasticamente il numero, i due ministeri invece se la sono cavata con 50mila a testa. Inoltre, si sono ridotte anche le sedi. Se il vecchio Mae-Crui distribuiva gli stagisti partecipanti tra ambasciate, consolati e istituti di cultura in giro per il mondo, il nuovo Maeci-Crui apre esclusivamente le sedi di ambasciata e le rappresentanze permanenti, in quanto almeno per ora il programma è legato a doppio filo alla campagna a sostegno della candidatura italiana al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e questa campagna prevede un coinvolgimento attivo solamente delle ambasciate e delle rappresentanze. Restano perciò escluse dal Maeci-Crui tutte le altre sedi e dunque diminuiscono le opportunità per i giovani.Infine, la tempistica: questo bando è stato pubblicato a fine giugno e chiuderà lunedì 13 luglio, offrendo dunque agli aspiranti stagisti solamente due settimane per compilare la documentazione necessaria per candidarsi. Un paradosso è però che le candidature non verranno valutate subito: la graduatoria finale verrà comunicata indicativamente nella prima settimana di settembre, dando poi solo pochissimi giorni alle università per comunicare ai candidati prescelti la vittoria e solamente 3 giorni ai candidati stessi per confermare di voler partire. Una conferma che arriverà dunque, giorno più giorno meno, a sole 2 settimane dall'inizio effettivo dello stage. Cioè in due settimane i prossimi maecicruini dovranno riorganizzare la propria vita, acquistare eventualmente un biglietto aereo (e con così poco anticipo, si può facilmente immaginare che non saranno disponibili tariffe vantaggiose), arrangiarsi alla meglio per trovare un alloggio nella sede di destinazione. Non è una tempistica degna di un programma così importante.C'è da sperare che il Mae, il Miur e la Crui vogliano valutare attentamente, dopo questo primo bando "sperimentale", come portare avanti il Maeci-Crui nel migliore dei modi, correggendo la rotta e rimediando agli errori commessi. Per i giovani italiani, specialmente quelli che aspirano alla carriera diplomatica, questi stage sono molto importanti. Noi con la Repubblica degli Stagisti continueremo a vigilare su questo programma e a sensibilizzare incessantemente tutti gli attori coinvolti affinché vengano offerte ai giovani partecipanti le condizioni migliori possibili.Eleonora Voltolina

Le parole sono importanti, sopratutto in politica: troppe imprecisioni sul reddito di cittadinanza

L'altroieri il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, ha creato non poco scompiglio annunciando di voler attuare una misura di welfare speciale. «Voglio introdurre in Lombardia la prima sperimentazione del reddito di cittadinanza riservato ai cittadini lombardi», queste le parole del governatore leghista riportate dai quotidiani: «Ci sono proposte di legge, e quella presentata dai grillini mi interessa molto, me la sono letta in questi giorni ed è interessante perché riguarda anche formazione e lavoro». Parole che hanno sparigliato la scena politica: il segretario della Lega Matteo Salvini, suo compagno di partito, si è immediatamente dissociato, mentre ovviamente sono arrivate dichiarazioni di apertura dal Movimento 5 Stelle e dal centrosinistra, avversari del centrodestra in consiglio regionale. Ma le parole di Maroni, seppur basate su un assunto sostanzialmente giusto - che con il denaro pubblico si vada ad aiutare chi non arriva alla fine del mese, per evitare le situazioni di miseria - sono state usate, bisogna dirlo, un po' a casaccio.Forse Maroni non sa che il reddito di cittadinanza, se venisse mai attivato in Italia, lo prenderebbe anche Lapo Elkann, come scrivevano già due anni fa Tito Boeri e Roberto Perotti sul sito La Voce. Perché esso è una misura legata all'unico requisito dell'essere cittadini, non a quello di essere disoccupati e nemmeno a quello di essere poveri. In tutto il mondo, il reddito di cittadinanza è in vigore solamente nello Stato dell'Alaska, negli Stati Uniti: viene erogato a tutti, anche a chi un lavoro ce l'ha, anche a chi è ricchissimo.  Il pastrocchio si aggrava ancor di più se si lega - cioè si condiziona - l'erogazione di questo sussidio alla ricerca di un lavoro. Offrire un sacrosanto, indispensabile sostegno economico a chi ha perso il lavoro e lo sta cercando attivamente, affinché non sprofondi nell'indigenza, ha già un altro nome: si chiama sussidio (o indennità) di disoccupazione. La condizione per ricevere tale sostegno è, ovviamente, quella di non avere un lavoro ma di cercarlo: si tratta dunque di una misura temporanea, che va necessariamente accompagnata da un buon servizio di collocamento e per la quale è lecito - anzi auspicabile - imporre al percettore di agire attivamente per uscire dallo stato di disoccupazione e dunque smettere di pesare sulle casse dello Stato. Il sussidio di disoccupazione ha poi vari "gradi" a seconda della platea che va a servire: in Italia per anni è stato riservato solo ai lavoratori con contratto a tempo indeterminato che venivano licenziati. Il che ha significato una sistematica esclusione di tutti gli altri, generando una diseguaglianza inaccettabile che per fortuna gli ultimi governi hanno affrontato apportando correttivi e aprendo la fruizione di tale sussidio (attraverso Miniaspi, una tantum, e oggi con Renzi con la Naspi e la Dis-coll) a una platea molto più vasta - sebbene persistano ancora delle sacche di ingiustizia per alcune categorie di cittadini tagliati fuori. Si parla invece di sussidio di disoccupazione universale, o universalistico, quando è previsto che tutti coloro che non hanno un lavoro ma lo cercano attivamente possano accedervi, indipendentemente dalle condizioni contrattuali pregresse.C'è poi il "reddito minimo garantito", che è una cosa ancora diversa: è legato alla povertà, per garantire che nessuno debba vivere sotto la soglia dell'indigenza. Ha poco senso condizionare strettamente questa misura alla ricerca di lavoro perché, nei molti Paesi in cui è in vigore, il reddito minimo molto spesso viene erogato anche a chi un lavoro ce l'ha già, ma percepisce una retribuzione insufficiente. In questi casi il rmg va a colmare il gap, fornendo a chi lo percepisce una somma che gli permetta, aggiunta allo stipendio, di arrivare alla soglia minima di sussistenza. Per questo la professoressa Chiara Saraceno lo definisce in un altro modo: "reddito di garanzia per i poveri". Stefano Fassina lo chiamava, nella campagna elettorale del 2013 del Partito democratico, "reddito di ultima istanza". Non c'è un limite temporale alla fruizione del reddito minimo garantito, che cessa solamente qualora migliorino le condizioni economiche del beneficiario: bisogna però aggiungere che in molti Paesi il sussidio decade qualora si rifiutino proposte di lavoro giudicate congrue. Quando invece è senza condizioni, cioè pensato per essere percepito a livello individuale (non legato alla famiglia) da chiunque stia al di sotto di un certo reddito senza limiti di età né di tempo di fruizione, viene definito "reddito di base incondizionato".Insomma, le tre misure sono simili perché prevedono che lo Stato dia dei soldi ai cittadini, come fosse uno stipendio mensile. Ma confonderle è pericoloso. Del resto non a caso gli economisti hanno dato loro nomi diversi: perché vogliono proprio dire cose diverse. Costano cifre diverse. Sono legate a visioni di politica diverse. È troppo chiedere che chi ne parla sappia di cosa parla? Come mai questo aspetto, in apparenza solo semantico, è così importante? Perché il pericolo tracciato da George Orwell settant'anni fa è sempre dietro l'angolo: che attraverso l'impoverimento della lingua, l'asfaltatura delle sfumature e delle differenze, si finisca per anestetizzare il cervello della gente. La "neolingua", la chiamava lo scrittore inglese nel suo capolavoro 1984 - lo stesso in cui profeticamente raccontava una società sorvegliata dai mille teleschermi del "Grande fratello". Una lingua che, per com'era costruita, impediva ai cittadini di comprendere chiaramente non solo le scelte politiche dei governanti ma anche in generale la realtà, azzerando in questo modo la capacità di analisi e quindi di eventuale critica. La forma si faceva sostanza.La politica che Maroni propone non consiste in un reddito di cittadinanza, bensì in un sussidio di disoccupazione universale: quello che manca a livello nazionale, il presidente della Regione Lombardia vorrebbe dunque introdurlo per i cittadini lombardi. Due parlamentari grilline, Giulia Grillo della Commissione Affari Sociali della Camera e Nunzia Catalfo della Commissione Lavoro del Senato, hanno scritto alla testata online Linkiesta in risposta all'editoriale di ieri del direttore Francesco Cancellato, dal titolo  "Reddito minimo garantito: perchè non possiamo più farne a meno". «Il Movimento ha depositato in Parlamento una proposta di legge sul reddito di cittadinanza. Si tratta della possibilità di dare 780€ mensili (9.360€ l'anno) a persone con più di 18 anni disoccupati o percettori di reddito/pensioni, inferiori alla soglia di povertà» ricordano Grillo e Catalfo: «Com'è giusto che sia abbiamo previsto degli obblighi per i beneficiari come ad esempio l'iscrizione presso i centri per l'impiego; l'essere subito disponibili a lavorare; accettare proposte di riqualificazione o formazione, offire la propria disponibilità per progetti utili alla collettività». Dunque loro vorrebbero una forma ibrida tra sussidio di disoccupazione universalistico e reddito minimo garantito - perché ovviamente, comprendendo anche i pensionati, la condizione dell'iscrizione ai cpi non potrebbe essere richiesta a tutti. E anche loro, ahinoi, lo chiamano reddito di cittadinanza - una definizione che anche Beppe Grillo nei suoi comizi in campagna elettorale ha sempre preferito, anche se poi nel programma elettorale del 2013 il M5S chiamava questa sua proposta "sussidio di disoccupazione garantito". Si tratta, è vero, di materie un po' tecniche, che non tutti sono tenuti a conoscere. Ma sono materie che definiscono la collocazione di miliardi di euro ogni anno, e sarebbe bene che molti più cittadini le approfondissero e si facessero la propria opinione al riguardo. Ma sopratutto è indispensabile che chi fa politica - i decisori - e chi ne scrive - i giornalisti - quantomeno le studi, prima di parlarne in pubblico e perdipiù scriverle nero su bianco. Pena lasciare purtroppo il dubbio che si tratti di demagogia ad uso e consumo di titolisti e talk show.Eleonora Voltolina

Primo maggio, Garanzia Giovani compie un anno: 3mila voci di suggerimenti e critiche per il ministro Poletti

Primo maggio, su coraggio. Con il 43% di disoccupazione giovanile - quella propriamente detta, cioè rilevata nella fascia dei 15-24enni in cerca di lavoro - ma sopratutto con un tasso del 30% tra i 18-29enni e, ancor più grave, quasi del 20% tra i 25-34enni, la festa dei lavoratori in Italia ormai da anni anziché celebrare il lavoro che c'è finisce per celebrare la speranza di quello che verrà. L'anno scorso Giuliano Poletti, da poche settimane a capo del ministero del Lavoro nel neonato governo Renzi, decise di usare il 1° maggio come data simbolica per lanciare il programma Garanzia Giovani, l'iniziativa di matrice europea per contrastare la disoccupazione giovanile e favorire l'occupazione e (termine più vago) l'occupabilità. La Garanzia in Italia prevede che entro quattro mesi gli under 30 senza lavoro e al di fuori di percorsi di istruzione o formazione si vedano offrire dai servizi per l'impiego regionali una proposta di "politica attiva": una offerta di un ulteriore periodo di formazione, un accompagnamento al lavoro, un contratto di apprendistato, una opportunità di tirocinio, un percorso di servizio civile, un sostegno all’autoimprenditorialità, una proposta di mobilità professionale all’interno del territorio nazionale o in Paesi Ue… Insomma, una azione di sostegno attivo per uscire dallo stato di disoccupazione e inattività.Oggi, a un anno di distanza, sopratutto considerando che solo per l'Italia sul piatto della Garanzia Giovani ci sono 1,5 miliardi di euro, non ci si può esimere dal tracciare un primo bilancio. La Repubblica degli Stagisti ha scelto di farlo ascoltando i giovani, raccogliendo le loro voci, le loro storie: i racconti dei fruitori, effettivi o potenziali, di questa Garanzia Giovani. Attraverso una collaborazione con il centro studi Adapt ha elaborato un questionario online, veloce e anonimo, dando la possibilità a tutti gli under 30 interessati di venire a dire la propria. A questo "monitoraggio informale" hanno partecipato oltre 3mila giovani.Le loro parole, i loro giudizi, i voti che hanno dato all'iniziativa sono molto importanti. E anche se ovviamente non si tratta di un campione rappresentativo, in quanto la partecipazione al monitoraggio è stata volontaria e dunque assolutamente casuale, quello che questi 3mila giovani hanno raccontato della loro personale esperienza con Garanzia Giovani è prezioso e deve essere messo al centro dell'attenzione, dal ministero e dalle Regioni, in modo da poter correggere in corsa gli errori e le storture, e poter fornire un servizio migliore nei prossimi mesi. Cos'hanno detto questi giovani finora, lo trovate in una sintesi qui (da pagina 39). Ovviamente il lavoro non è che a metà: seguiremo i nostri 3mila durante i prossimi mesi - con i primi lo stiamo già facendo - attraverso dei questionari di recall, per dar loro modo di raccontarci come sta andando, se ci sono state novità, se il giudizio è cambiato. Questo ci permetterà a fine anno di poter delineare un quadro più completo di cos'abbia veramente voluto dire la Garanzia Giovani nella vita degli under 30 italiani in cerca di lavoro.Per ora uno degli elementi finora più evidenti, la criticità che con più frequenza i 3mila hanno evidenziato rispondendo al monitoraggio, sta nei tempi enormemente dilatati. Passa cioè troppo tempo dal momento dell'iscrizione online al primo contatto da parte dei servizi per l'impiego, e poi ci sono ancora tempi morti fino al momento della presa in carico, con l'appuntamento di persona e la firma del patto di servizio. E poi ancora tempi morti prima di ricevere una proposta concreta di politica attiva. Il primo obiettivo che ministero e Regioni dovrebbero perseguire, dunque, è quello di velocizzare il sistema.L'altra grande criticità della Garanzia Giovani sta nella rosa di offerte che si possono e potranno "garantire" a questi giovani partecipanti - che sono, secondo i dati ufficiali, ormai quasi 600mila. Ci sono corsi di formazione adeguati per questi giovani, che diano competenze e specializzazioni in linea con le richieste del mercato di oggi e di domani, e che permettano loro di essere immediatamente più appetibili per le aziende? Ci sono opportunità di stage serie, con progetti formativi interessanti, aziende disponibili ad accogliere stagisti mettendo loro a disposizione tutor preparati e magari anche a offrire uno sbocco occupazionale? E posti di lavoro, contando anche sugli incentivi economici che il programma prevede a favore di chi assume un partecipante di Garanzia Giovani, ne salteranno fuori prima o poi? Per ora c'è poco, e a macchia di leopardo, anche perché il piano si sviluppa Regione per Regione, con differenze anche notevoli.Molti dei 3mila "monitorati" su questo punto hanno raccontato storie mortificanti, qualcuno si è sentito addirittura suggerire di cercarsi le opportunità da solo e poi andare a farsele "vidimare" al centro per l'impiego. Altri hanno denunciato come il programma sia tarato solo per chi ha bassi titoli di studio, e che vedendo la laurea scritta sul cv alcuni addetti dei centri per l'impiego alzano gli occhi al cielo e invitano a cercare altrove, o addirittura a trasferirsi all'estero.Nel giorno della Festa del Lavoro, il primo maggio, è bene cercare di capire cosa non sta andando. E ammettere che, se l'intero programma si basa sul servizio di politiche attive del lavoro, non può stare in piedi né tantomeno raggiungere risultati positivi se questo servizio funziona male in partenza. I centri per l'impiego sono al centro della Garanzia Giovani; devono raccogliere le richieste di adesione, smistarle, contattare gli iscritti, chiamarli a colloquio, prenderli in carico, fare un bilancio delle loro competenze, e predisporre per ciascuno di loro una azione specifica, coerente con la formazione pregressa e possibilmente anche con le aspettative. Devono - dovrebbero - contattare le aziende del proprio territorio, sondarne i bisogni occupazionali, proporre con prontezza i candidati in linea con i requisiti richiesti, farsi protagonisti delle attività di matching tra domanda e offerta di lavoro in maniera propositiva. Tutto ciò non avviene, per ragioni quantitative e qualitative: gli addetti dei centri per l'impiego italiani sono numericamente troppo pochi, e nella maggioranza dei casi non hanno competenze adeguate. Alcuni singoli cpi, o alcune zone dell'Italia, fanno eccezione: hanno costruito in questi anni un dialogo con il proprio territorio, accresciuto la formazione delle proprie risorse, e sono in grado di fornire servizi efficienti ed efficaci. La maggioranza però galleggia appena sopra la soglia della sufficienza, limitandosi a sbrigare il minimo indispensabile, a fare da supporto ai disoccupati che percepiscono sussidi e che hanno bisogno della certificazione del loro status. Mancano drammaticamente, di fatto, le politiche attive.In questo quadro inserire un capitolo di lavoro in più, la Garanzia Giovani, con i suoi 600mila iscritti - di cui una buona metà finora sconosciuta ai centri per l'impiego - è stato come, dopo un terribile incidente automobilistico, convogliare decine di ambulanze piene di feriti gravi verso un piccolo ospedale di campagna, con attrezzature scarse, pochi medici non addestrati alle emergenze, e già tutti i letti occupati. L'unica soluzione per festeggiare degnamente, insieme al 1° maggio, anche il primo compleanno della Garanzia Giovani è smettere di pensare che la riforma dei centri per l'impiego possa avvenire «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Dare ai cittadini un buon servizio di sostegno nella ricerca di un impiego, a cominciare dai giovani che in GG continuano a nutrire una speranza, non può materialmente avvenire gratis.Ci vogliono nuovi addetti, più preparati (perché non assumere, con un po' dei soldi del prefinanziamento della Garanzia appena aumentato dall'Unione europea, qualche addetto a tempo determinato - con una solida esperienza maturata nelle agenzie per il lavoro private - che finalmente dia vita agli annunciati "Youth Corner" all'interno dei cpi?). Ci vogliono strumentazioni informatiche al passo coi tempi, che aiutino chi lavora all'interno dei cpi a mappare il tessuto imprenditoriale circostante e a "matchare" velocemente i profili dei disoccupati con quello delle richieste delle aziende. Ci vuole formazione per i dipendenti già al lavoro, affinché diventino più capaci e veloci. Ci vuole un sistema meritocratico che incentivi i cpi a lavorare bene, anche legando una parte dello stipendio di manager e addetti ai risultati raggiunti. Perché nessun giovane si debba più sentir dire "trovati lo stage da solo e poi vienicelo a dire".Primo maggio, su coraggio ministro Poletti: la strada per rendere Garanzia Giovani davvero una garanzia, e in generale per dotare l'Italia di servizi all'impiego degni della media europea, è ancora lunga.