Categoria: Editoriali

AAA Diritto al futuro cercasi, domenica 15 novembre dibattito sui giovani alla Rassegna della Microeditoria a Chiari

Dura la vita dei giovani in Italia. Da una parte la gerontocrazia, che mantiene gli ultrasessantenni saldamente al potere su tutte le poltrone che contano. Dall’altra la cronica mancanza di meritocrazia, per cui (quasi) tutto si muove grazie a conoscenze e raccomandazioni invece che in base alle capacità e al talento. Dall’altra ancora, un mercato del lavoro «duale», che spacca in due la società tra chi è protetto da un contratto a tempo indeterminato e chi invece si deve barcamenare tra un contratto atipico e l’altro, con retribuzioni spesso insufficienti e prospettive per il futuro limitate a dopodomani. In questo sottoinsieme sta la maggioranza dei giovani italiani: una situazione che non solo crea frustrazione e depressione a livello individuale, ma che ha anche effetti deleteri sull’intera società. Innanzitutto perchè i giovani non credono più nel futuro, non hanno le forze per andare a vivere da soli, costruirsi una vita autonoma e un nucleo familiare, fare figli e diventare finalmente adulti – e quindi stentano anche a entrare a pieno titolo nel circuito dell’economia italiana, perchè se non guadagnano non spendono e se non spendono non investono e se non guadagnano sono i genitori a dover pagare i loro conti fungendo in pratica da ammortizzatori sociali. Secondo poi, perchè quelli più scaltri, più coraggiosi, o anche solo meno pazienti scappano all’estero, per trovare le opportunità di carriera e di guadagno che qui in Italia sono un miraggio. Basti pensare che, per esempio, un laureato che fa un dottorato negli Stati Uniti prende 3mila euro al mese, mentre qui da noi 8-900 quando va bene.Il circolo vizioso va spezzato: e se è vero che servirebbero molte riforme, ancor più indispensabile è attivare il meccanismo del cambiamento attraverso le idee, il dibattito, le iniziative. Impegnandosi in prima persona. Domenica 15 novembre alla Rassegna della Microeditoria a Chiari, in provincia di Brescia, parteciperò al dibattito AAA Diritto al futuro cercasi insieme ad Alessandro Rosina [nella foto a destra], 41 anni, professore di Demografia alla Cattolica di Milano e autore con la giornalista Elisabetta Ambrosi del bellissimo saggio Non è un paese per giovani (Marsilio), e Sergio Nava, 34 anni, giornalista che collabora con Radio 24 dopo varie esperienze all'estero – che forse gli sono servite da ispirazione per il suo libro La fuga dei talenti (Edizioni San Paolo). Insieme cercheremo di fare il punto della situazione sulla «strada accidentata dei giovani italiani tra frustrazione, fuga e riscossa», come recita appunto il sottotitolo dell'incontro, fotografando la situazione di oggi e ragionando su come se ne possa uscire: per far tornare l’Italia un paese per giovani.A moderare il dibattito sarà Massimiliano Magli [nella foto a sinistra], giornalista trentaquattrenne che collabora con il quotidiano Bresciaoggi e dirige il network Nordpress. L’appuntamento è a Villa Mazzotti, in Sala Morcelli, alle 17:05. E quei cinque minuti «mancanti» non sono casuali: saranno dedicati al ricordo della grande poetessa milanese Alda Merini, scomparsa qualche giorno fa, che era stata ospite della prima edizione della Rassegna della Microeditoria nel 2003.Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Crisi e mercato del lavoro, Tito Boeri: è il momento che i giovani si facciano sentire e lancino delle proposte  

Luci e ombre del contratto di apprendistato - una buona occasione, ma preclusa (o quasi) ai laureati

Il contratto di apprendistato è davvero la soluzione? Quando si parla di giovani e lavoro, e più in particolare della difficoltà dei giovani italiani a trovare buona occupazione (cioè contratti "sani", che prevedano una retribuzione adeguata alle esigenze del lavoratore e che siano in linea con il suo grado di istruzione e le sue aspirazioni), spesso lo si invoca come forma contrattuale che potrebbe salvare la situazione.Facciamo un passo indietro. L'apprendistato esiste da sempre: fino a qualche anno fa con questa parola si intendeva il periodo in cui un ragazzo molto giovane imparava un mestiere, spesso nella bottega di un artigiano, osservando e appunto apprendendo i gesti e le tecniche. Con la legge Biagi questo particolare contratto di «formazione lavoro» è stato e suddiviso in tre tipologie: la prima dedicata ai giovanissimi (per il diritto-dovere di istruzione e formazione, con una durata massima di tre anni), la seconda «professionalizzante» (per il conseguimento di una qualificazione attraverso una formazione sul lavoro e un apprendimento tecnico-professionale, con una durata variabile da due a sei anni), e la terza per «percorsi di alta formazione» (per chi sta facendo l’università o altre forme di alta specializzazione).Sulla carta si tratta di un'occasione molto vantaggiosa non solo per i ragazzi, che hanno la possibilità di fare una "formazione on the job" percependo un vero e proprio stipendio, ma anche per le aziende che possono contare su una quota contributiva molto bassa. In un certo senso, l'apprendistato non è altro che uno stage  provvisto di retribuzione e coincidente con l'inserimento lavorativo del giovane in formazione.Peccato però che questa occasione sia appannaggio quasi esclusivo delle persone con titoli di studio bassi. Dei 600mila contratti di apprendistato attivati nell'ultimo anno monitorato, il 2007, più del 95% ha riguardato persone non laureate (oltre un terzo erano artigiani). Il recente rapporto di monitoraggio dell'Isfol  Apprendistato, un sistema plurale [nell'immagine, la copertina] sottolinea che questo dato fino a qualche anno fa era ancor più basso: nel 2002 la percentuale di apprendisti laureati si fermava allo 0,2%, ora è arrivata al 4,7%. Ma un incremento del 4,5% in cinque anni non sembra una grande conquista, specialmente se lo si traduce in numeri concreti: poco più di 28mila laureati, vale a dire meno di un decimo dei 300mila "dottori" sfornati ogni anno dalle università italiane, hanno potuto ottenere nel 2007 un contratto di apprendistato.Questi dati sono in netto contrasto con le indicazioni che oggi come ieri arrivano dal ministero del Lavoro. Roberto Maroni, ministro nel passato governo Berlusconi, aveva dedicato all'apprendistato la circolare 40/2004 definendolo «l'unico contratto di lavoro a contenuto formativo presente nel nostro ordinamento» e indicandolo come il solo «strumento idoneo a costruire un reale percorso di alternanza tra formazione e lavoro». A distanza di cinque anni il suo successore, l'attuale ministro Maurizio Sacconi, nel documento Italia 2020 – Piano di azione per l’occupabilità dei giovani attraverso l’integrazione tra apprendimento e lavoro ammette che «delle tre tipologie introdotte dalla legge Biagi risulta operativo solo l’apprendistato professionalizzante. Del tutto virtuale, in assenza delle necessarie intese tra Stato e Regioni, è l’apprendistato per l'espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione. Lo stesso può dirsi per l’apprendistato di terzo livello, finalizzato al conseguimento di un diploma o di un titolo di alta formazione, compresi i dottorati di ricerca. Una opportunità unica, specie per le nostre piccole e medie imprese, per investire con costi ragionevoli nella ricerca e nella innovazione, ma utilizzata, di fatto, solo nell’ambito di un progetto sperimentale da tempo concluso e che ha visto il coinvolgimento di non più di mille apprendisti». La Repubblica degli Stagisti crede nel contratto di apprendistato, tanto da averlo inserito nell'ultimo punto della sua Carta dei diritti dello stagista dove si legge che «lo stage non deve essere considerato l’unico strumento per realizzare una formazione: va incentivato l’utilizzo dei contratti di apprendistato». Ma per convincere le aziende italiane ad usarlo non bastano le parole. Bisogna intervenire prima di tutto, e con decisione, per rendere disponibile questo contratto anche ai laureati: per non lasciare che sia lo stage, di fatto, l'unico strumento utilizzato per loro come «formazione lavoro».Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Giovani e lavoro, il manifesto dei ministri Sacconi e Gelmini: «Non c'è bisogno di grandi riforme, basta avvicinare la scuola alle imprese»- Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»- Rapporto Excelsior 2009: sempre più stagisti nelle imprese italiane, sempre meno assunzioni dopo lo stage

Progetto "Les 4" di Promuovi Italia: il rovescio della medaglia

La notizia c'era e andava data - e infatti l'abbiamo data. Un fondo che permette di finanziare 6mila tirocini e che si ripromette di vegliare sulla qualità dei percorsi formativi e sui reali sbocchi occupazionali al termine degli stage è qualcosa che interessa senz'ombra di dubbio i lettori della Repubblica degli Stagisti – specialmente quelli campani, calabresi, pugliesi e siciliani cui è destinato il progetto. La speranza è che le promesse del responsabile di Promuovi Italia vengano, tra due o tre anni, confermate dai fatti. Eccole riassunte: questi stage saranno una sorta di "autostrada per l'occupazione" per i disoccupati, con una previsione del 65% di percentuale di assunzione dopo lo stage; se qualche stagista abbandonerà a metà percorso scatteranno controlli incrociati per capirne il motivo, e lo stesso accadrà per gli stage che non si trasformeranno in contratti di lavoro.Restano però in sospeso due questioni. La prima riguarda l'assenza, in questo progetto "Les 4" come in altri, di un limite massimo di età per partecipare. Il che produce, come già è successo in passato, stagisti trentenni, quarantenni o addirittura cinquantenni. C'è chi difende questa possibilità, invocando il  diritto a rifarsi una professionalità anche in tarda età, a "ricominciare daccapo". Noi invece riteniamo – e lo abbiamo scritto nero su bianco anche nella Carta dei diritti dello stagista – che gli stage siano uno strumento da utilizzare esclusivamente per i giovani. Sono loro che, del tutto inesperti, possono aver bisogno di questi momenti di transizione per passare dalla formazione al lavoro. Il diritto di ciascuno di cambiare lavoro anche a una certa età va certamente garantito, ma non attraverso gli stage – sebbene, beninteso, la legge non lo vieti. Una persona che ha lavorato già per due, dieci o addirittura vent'anni non ha bisogno di ulteriore formazione. Anche se cambia settore, ambito di attività, mansioni. Del mondo del lavoro sa già tutto quel che serve: l'importanza della puntualità, la gestione del proprio tempo, la relazione con colleghi, sottoposti e superiori. Passati i vent'anni, essere "lo stagista" è anche piuttosto umiliante – e lo ha descritto bene Andrea Bove nel suo amaro libro Stagista a quarant'anni. In più, i disoccupati adulti cercano un lavoro per poter tornare a guadagnare, a mantenere se stessi e magari anche la propria famiglia: e questo lo stage non lo consente, perchè non prevede una retribuzione ma solo la possibilità di un rimborso spesa.Per questo motivo, tra l'altro, noi reputiamo nella maggior parte dei casi negativi gli stage gratuiti, e promuoviamo attraverso questo sito una cultura dello stage che preveda da parte delle aziende l'erogazione di un buon rimborso spese, affinchè gli stagisti non debbano rimetterci di tasca propria.Qui, nel caso in questione del "Les 4", lo Stato interviene per risolvere il problema mettendo a disposizione 60 milioni di euro che si tramutano, per ciascun tirocinante, in un rimborso spese molto alto – quasi mille euro al mese – a cui si aggiunge anche il benefit dell'alloggio, quantificabile da 200 a 4-500 euro a seconda della località. Certamente un vantaggio per chi parteciperà a questo programma di tirocini. Ma è davvero un vantaggio per il mercato del lavoro italiano, per i giovani e meno giovani che cercano lavoro, e più in generale per la società?Noi diffidiamo degli stage troppo pagati in ambito pubblico, o comunque (come in questo caso) finanziati da un ente pubblico, perchè spesso nascondono logiche di assistenzialismo e clientelismo. Con le elezioni regionali alle porte c'è poco da scherzare: centinaia di questi "stage" da mille euro al mese potranno diventare, che lo si voglia o no, una sorta di bacino di consensi.Ma, al di là di questo, c'è un secondo aspetto molto più concreto che finisce sempre in un angolo, e che invece è importante ricordare. Ha senso che lo Stato paghi le persone che vanno in stage in aziende private? Tutti sanno che uno stagista, dopo le prime settimane, diventa operativo, quindi produttivo, quindi porta un vantaggio quantificabile anche economicamente al "soggetto ospitante". Specialmente in alcuni settori di attività, tra cui quello turistico, in cui non sono richiesti particolari titoli di studio e le mansioni da svolgere non sono complicate. Fare il barman, la receptionist, il commesso in un'agenzia di viaggi: dopo un mese o due di "rodaggio" più o meno tutti ce la fanno.E allora perchè dev'essere lo Stato a sobbarcarsi l'onere di pagare questi stagisti? Perchè non mettere come condizione alle imprese che vogliono partecipare a questo e ad altri progetti simili, dichiarandosi disponibili ad ospitare stagisti, di contribuire anche loro – pagando per esempio la metà del rimborso spese? In questo modo, tra l'altro, verrebbero responsabilizzate: avendo investito anche loro qualche moneta sonante – oltre al tempo del tutor  – nella formazione dello stagista, è probabile che sarebbero più motivate a tenerlo. Il "regalo", invece, è quasi sempre nemico della responsabilità.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage, maxi-finanziamento europeo da 60 milioni per disoccupati di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ma tra i criteri di selezione non c'è l'età- Progetto di stage "Les 4" di Promuovi Italia: la scheda con tutte le informazioni utili

Identikit degli stagisti italiani, oggi ultimo giorno per partecipare al sondaggio online promosso da Repubblica degli Stagisti e Isfol

Ultimo giorno utile, oggi, per partecipare al grande sondaggio online dedicato a tutti gli stagisti ed ex stagisti italiani, promosso dalla Repubblica degli Stagisti insieme all'Isfol. Il sondaggio, aperto il 6 maggio, ha finora raccolto la voce di quasi 3mila persone, che hanno dedicato cinque minuti del loro tempo – nel più completo anonimato – per raccontare il proprio stage (o i propri stage) anche con dettagli che quasi mai vengono investigati: non solo quando e dove si è fatto lo stage, quanto è durato e se ha portato ad un'assunzione oppure no, ma anche se lo stage è stato svolto nella propria città oppure se ci si è dovuti trasferire o fare i pendolari, se erano previsti un rimborso spese o altri benefit come i buoni pasto, l'alloggio etc, se il tutor è stato un punto di riferimento costante o, all'estremo opposto, nient'altro che una firma sul modulo....La Repubblica degli Stagisti invita tutti coloro che ancora non hanno partecipato ad affrettarsi, c'è tempo ancora fino a stasera a mezzanotte meno un minuto: ciascuno di voi potrà contribuire a rendere più preciso l'identikit degli stagisti italiani.Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato e a tutti i siti, blog, uffici stage, centri per l'impiego che hanno accettato di collaborare con noi diffondendo la notizia del sondaggio e invitando i propri utenti a partecipare. Per i risultati del sondaggio bisognerà aspettare un paio di mesi: giusto il tempo necessario ai ricercatori dell'Isfol di elaborarli, incrociando le voci più significative per arrivare a un'analisi quanto più approfondita possibile dell'universo stage.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Pronti, via! Parte il grande sondaggio online di Isfol e Repubblica degli Stagisti per scoprire chi sono gli stagisti italiani- Identikit degli stagisti italiani: prorogato fino all'inizio di ottobre il sondaggio online promosso da Isfol e Repubblica degli Stagisti

La Repubblica degli Stagisti al servizio dei lettori: al via la nuova rubrica «Help»

Si chiama «Help» la nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata a tutti i lettori e le lettrici che hanno dubbi, lamentele, problemi col loro stage. Funziona attraverso una casella di posta elettronica, help [chiocciola] repubblicadeglistagisti.it, a cui si può scrivere per fare le proprie domande e segnalazioni. Vi trovate a fare uno stage che ha poco a che vedere col progetto formativo che era stato concordato? Vi affidano mansioni di basso livello e non riuscite a schiodare dall'area fotocopiatrice? O, al contrario, vi trattano come se foste un dipendente a tutti gli effetti, affidandovi carichi di lavoro e responsabilità eccessive? Siete costretti a cambiare ogni giorno scrivania perchè non hanno un posto dove mettervi? Orari, assenze e ritardi sono gestiti in maniera troppo rigida – con richieste di certificati, inserimento nei turni o altro? Vi vengono proposte proroghe infinite che vanno a sforare i limiti massimi di durata imposti dalla normativa? Il numero degli stagisti è eccessivo in rapporto al numero dei dipendenti? Il vostro tutor è una donna incinta che vi passa le consegne prima di andare in maternità? O il vostro tutor... semplicemente non esiste?Spiegateci il vostro problema in una email: la redazione studierà il da farsi e vi darà informazioni e consigli su come muovervi, a chi rivolgervi, come difendervi dagli abusi. Nei casi più significativi, i giornalisti della Repubblica degli Stagisti andranno direttamente a chiedere conto dei problemi evidenziati.Il sito diventa quindi, una volta di più, un luogo di dibattito dove stabilire un contraddittorio tra i diversi abitanti dell'universo stage: gli stagisti in primis, e poi gli enti promotori (centri per l'impiego, uffici stage universitari, scuole di formazione...) e gli enti ospitanti (aziende e uffici pubblici).Il primo caso arrivato in redazione è quello di Sara, lettrice 29enne laureata in Lingue, delusa dallo stage finale svolto nell'ambito di un master: domani pubblicheremo qui sul sito la sua storia. L'invito ai lettori è quindi uno: scriverci all'indirizzo help [chiocciola] repubblicadeglistagisti.it, e chiamarci al vostro fianco per risolvere le piccole o grandi difficoltà che possono capitare nel corso di uno stage.Eleonora VoltolinaLeggi il primo caso della rubrica «help»: Stage deludente dopo un master da 11mila euro: una lettrice chiede «help» alla Repubblica degli Stagisti

Identikit degli stagisti italiani: prorogato fino all'inizio di ottobre il sondaggio online promosso da Isfol e Repubblica degli Stagisti

Tre mesi fa, il 6 maggio, la Repubblica degli Stagisti e l'Isfol avevano lanciato un grande sondaggio online invitando tutti coloro che nella vita avessero fatto almeno uno stage a raccontarlo attraverso un questionario - veloce, facile e anonimo. Obiettivo: tracciare attraverso le testimonianze dirette una sorta di identikit degli stagisti italiani.Il sondaggio avrebbe dovuto chiudersi domani, ma abbiamo deciso di prorogarlo di due mesi, per dare il tempo a tanti altri di partecipare. Sono già oltre 2mila i questionari raccolti, e speriamo che tanti altri si aggiungano: in autunno i ricercatori dell'Isfol elaboreranno i risultati e verso la fine di novembre li presenteremo al pubblico, invitando anche tutti coloro che avranno contribuito all'iniziativa pubblicando il banner o la news con il link al sondaggio.Infatti è importante sottolineare che per la buona riuscita di questo sondaggio online Isfol e Repubblica degli Stagisti chiedono la collaborazione della Rete: un appello a tutti i siti frequentati dai giovani, da quelli di news a quelli delle università e dei centri per l'impiego, dai blog ai forum e chi più ne ha più ne metta, affinchè pubblichino gratuitamente, anche solo per qualche giorno, il banner al sondaggio o la news con il link diretto. In questo modo permetteranno ai loro lettori di conoscere questa iniziativa e di partecipare, dando il loro prezioso contributo all'elaborazione dell'identikit.In questi mesi al nostro appello hanno già risposto decine di siti: il quotidiano online sul mercato del lavoro Lavoratorio, l'università di Torino attraverso il suo sito principale e poi anche con quello della facoltà di Economia, della scuola universitaria di management d'impresa, della facoltà di Veterinaria e di quella di Psicologia. E poi il centro per l'impiego della provincia di Rimini, l'università Statale di Milano attraverso il sito del suo Centro per l'orientamento allo studio e alle professioni e quello della facoltà di Veterinaria; Jobsoul - sistema orientamento università lavoro; Jobmeeting - portale delle fiere del lavoro; l'università di Genova nella sua pagina Studenti, quella di Bergamo nella pagina Stage, il Politecnico di Torino nella pagina Didattica, lo Iulm di Milano. E ancora: le università di Parma, del Piemonte orientale e di Verona, la facoltà di Ingegneria dell'università di Bologna, quella di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma, il centro per l'impiego della provincia di Frosinone e l'ente regionale Veneto Lavoro, il sito StageAdvisor e Step1, giornale online dell'università di Catania. E ancora Bloglavoro, l'Erdisu - ente della regione Friuli per il diritto allo studio universitario, Blogosfere economia e finanza, la testata giornalistica Offline - le notizie in altre parole, la rete degli Informagiovani di Venezia e Mestre, e poi il sito degli studenti del Politecnico di Bari e quello degli studenti di Torvergata, quello degli studenti in Scienze dell'ambiente della Statale di Milano e di quelli di Informatica dell'università di Salerno.A tutti questi, e a quelli che sicuramente per ora stiamo dimenticando (ma certamente rimedieremo!), un enorme GRAZIE. La buona riuscita del sondaggio per tracciare l'identikit degli stagisti italiani dipende anche da voi!Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche l'articolo «Pronti, via! Parte il grande sondaggio online di Isfol e Repubblica degli Stagisti per scoprire chi sono gli stagisti italiani»

La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»

Confrontare il mercato del lavoro, e in particolare l'uso dello strumento dello stage, in Italia rispetto al resto dell'Europa è spesso deprimente. All'estero i giovani sono molto più valorizzati: stipendi più alti, prospettive di carriera più luminose e sopratutto più veloci, maggiore meritocrazia e minore gerontocrazia. Ciò diventa il detonatore di quella che ormai tutti i media chiamano la «fuga dei cervelli».In questa prospettiva, l'Inghilterra e in primis la sua città-simbolo, Londra, sono state e continuano a essere la meta dei sogni per grappoli di studenti e laureati che non ne possono più di sentirsi offrire stage gratuiti o malpagati. L'altroieri però il prestigioso quotidiano economico inglese Financial Times ha lanciato l'allarme: guardate che il problema c'è anche qui da noi. «Demolire l'edificio marcio degli stage» è l'eloquente titolo dell'articolo, a firma Michael Skapinker, vicedirettore della testata. I più colpiti, parte Skapinker, sono i giovani che vogliono lavorare nell'avvocatura, nei media o in pubblicità: tutto quello che riusciranno a ottenere, anziché «un vero lavoro», sarà con tutta probabilità «una posizione temporanea, e non pagata, come stagisti». E dopo aver ricordato che gli stage ai suoi tempi (lui ha 54 anni) nemmeno esistevano, continua: «Oggi invece tanti giovani pensano di non avere chance di entrare da qualche parte senza un paio di lavori non pagati alle spalle. Il risultato è un esercito di ragazzi negli uffici, nelle redazioni giornalistiche, negli studi di registrazione». Si pone il problema di cosa far fare a questi giovani, come inserirli nelle routine lavorative, chi mettere al loro fianco per guidarli e formarli - questo, chiaramente, a patto che gli stagisti vengano usati come stagisti. Perchè poi, denuncia Skapinker, ci sono anche aziende che li usano come dipendenti a basso costo: «Ci sono stagisti che lavorano. Questo accade perchè alcune compagnie, che hanno avuto tagli di personale, li usano come rimpiazzo. Sono accettabili questi accomodamenti? "Certo che non lo sono. Quando mai lavorare gratis è stato giusto?" ha commentato un lettore in una discussione sul sito del Columbia Journalism Review» (il periodico della scuola di giornalismo più famosa del mondo, quella della Columbia University di New York).Skapinker si chiede anche come mai tutti questi giovani accettino di fare stage non pagati, e quindi in definitiva di venire sfruttati. La risposta è semplice: perchè coltivano la «speranza che si trasformi in un lavoro vero». Nell'attesa, chiaramente, devono continuare a pesare sulla loro famiglia: «Questo è il problema degli stage: più si va avanti, più c'è bisogno di genitori che sostengano con il loro denaro il sistema». Un sistema che quindi, di fatto, discrimina i giovani meno abbienti, le cui famiglie non possano permettersi di sostenere i lavori gratuiti dei figli. E siccome tutto il mondo è paese, il giornalista sottolinea anche quanto ormai perfino per ottenere un posto di stage ci sia bisogno di conoscenze e raccomandazioni. «Se le aziende intendono utilizzare lo stage in maniera seria» conclude il giornalista «devono pagare i loro stagisti». E a chi sostiene che in questo periodo di crisi economica per alcune aziende anche pagare uno stagista potrebbe essere troppo, Skapinker risponde chiaramente: «In questo caso, che lascino gli stage a quelle che sono disposte a prendersi questo impegno» E non cerchino di risolvere i loro problemi di budget, insomma, sfruttando i giovani e pesando sulle famiglie. Come la Repubblica degli Stagisti suggerisce, e non da oggi, attraverso la Carta dei diritti dello stagista.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - «Stagisti inglesi, il Guardian svela: un ente vigilerà affinché le aziende non li sfruttino»- «Jacques Attali nei guai: secondo Le Monde la sua associazione usa troppi stagisti»

Soffia il vento d'estate, il numero degli stage si impenna: come difendersi dalle fregature?

«Vento d'estate / io vado in stage voi che fate»... Si potrebbe parafrasare così una canzone di qualche anno fa, scomodando Niccolò Fabi e Max Gazzé. Perchè è innegabile che il numero degli stage d'estate si impenni. Da un certo punto di vista, le ragioni di questa impennata sono fisiologiche e positive: la stagione in cui scuole e università si fermano è il momento giusto perchè gli studenti, dopo aver passato nove mesi sui libri, facciano esperienza sul campo. Da un altro punto di vista, però, bisogna tenere alta la guardia: l'estate è il periodo in cui i dipendenti vanno in ferie, e le imprese devono trovare il modo di sostituirli. In questo contesto lo stagista diventa ancor più conveniente, perchè può essere inserito a costo zero o quasi zero, con il paravento della formazione, e piazzato a tappare i buchi al posto di un dipendente vero e proprio a cui invece bisognerebbe fare un contratto di sostituzione estiva con stipendio, contributi e tutto il resto.Alla Repubblica degli Stagisti  il «vento d'estate» aveva portato già l'anno scorso molte testimonianze. Per esempio quella di Claudia, che aveva descritto un'esperienza tremenda di stage estivo presso un'agenzia interinale, in cui per tre mesi l'avevano messa a fare il lavoro di un normale dipendente: ad agosto era addirittura rimasta da sola a tenere aperta la filiale. O quella di un'altra lettrice, studentessa di Scienze della moda, che aveva denunciato di essere stata piazzata da una grande griffe a fare la commessa in un negozio, per tutta la durata dello stage (ben sei mesi, da maggio a ottobre), inserita nei turni con gli altri dipendenti del punto vendita.Scrive oggi Beatrice, affezionata lettrice della Repubblica degli Stagisti fin dai tempi del blog: «Il problema dello stage oggi è anche più accentuato dalla crisi economica per cui le imprese, non avendo soldi per pagare il personale, offrono di continuo stage, lasciando magari a casa chi aveva un tempo determinato e che ovviamente costava di più». E proprio dopo aver letto il post con la storia di Claudia, Beatrice ha cominciato a spulciare gli annunci su Internet, notando che il web pullula di offerte di stage estivi, specialmente nelle agenzie interinali. «Non si potrebbe far qualcosa in merito?» chiede la lettrice. Certo: non è facile, ma ciascuno può fare qualcosa. Innanzitutto tutti potrebbero stare, in questi mesi ancor più del solito, con le antenne dritte e pronte a captare la fregatura. Diffidare degli stage di soli 2-3 mesi proposti proprio da giugno a settembre, specialmente in attività a diretto contatto col pubblico. Segnalare le sospette irregolarità prima al tutor dell'ente promotore, meglio se per iscritto, e nei casi più gravi anche alle Direzioni provinciali del lavoro (a questo link trovate un sistema che aiuta a individuare quella più vicina). Senza dimenticare che la Repubblica degli Stagisti e il suo Forum sono sempre a disposizione per le segnalazioni.Ma come capire fin dove utilizzare uno stagista d'estate è lecito, e da quando comincia l'illecito?  In sostanza, il principio si potrebbe riassumere così: uno stagista può certamente essere utile all'impresa che lo ospita, ma non deve mai diventare indispensabile. Se è lui che ha le chiavi dell'ufficio o del negozio, se è lui l'unico a garantire l'apertura al pubblico o i servizi ai clienti perchè tutti gli altri se ne sono andati in ferie, allora c'è decisamente qualcosa che non va, e non bisogna tacerla. Se ci si accorge o si subisce in prima persona una situazione di illegalità, c'è una sola cosa da non fare: restare in silenzio. Eleonora Voltolina

Pronti, via! Parte il grande sondaggio online di Isfol e Repubblica degli Stagisti per scoprire chi sono gli stagisti italiani

Lo stage riesce davvero ad aprire le porte del mercato del lavoro, serve per completare la formazione? Chi sono gli stagisti italiani? Quanti anni hanno, che studi hanno fatto? Cosa si aspettano - e cosa ottengono - dallo stage?La Repubblica degli Stagisti ha stretto un'alleanza con l'Isfol, l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, per andare a chiederlo direttamente ai diretti interessati: gli stagisti.Che in Italia sono tanti, tantissimi: almeno 300mila ogni anno, e il numero cresce costantemente.Il risultato è un sondaggio facile, veloce, da compilare qui su Internet: rimarrà online da oggi al 6 agosto, per 3 mesi, e sarà aperto a tutti coloro che nella loro vita abbiano svolto almeno uno stage. Attraverso una ventina di domande ciascuno potrà raccontare in maniera assolutamente anonima la sua esperienza (o le sue esperienze, in caso di stage "plurimi"): quanto è durato lo stage, dove è stato svolto, se era previsto un rimborso spese, se il tutor era presente, se per fare lo stage si è dovuto trasferire in un'altra città, se al termine gli è stato proposto un contratto...Informazioni preziose, spesso inedite, che verranno poi elaborate dai ricercatori dell'Isfol e permetteranno di tracciare un "identikit" degli stagisti italiani che verrà presentato in autunno.Per fare questo abbiamo bisogno della collaborazione dei media e dei siti più frequentati dai ragazzi - a cui chiediamo di pubblicare gratuitamente un banner che rimandi al sondaggio - per diffondere il più possibile la notizia dell'esistenza di questa iniziativa.L'obiettivo è che tanti, tantissimi partecipino: alla richiesta di collaborazione hanno già risposto positivamente Bloglavoro, Pollicino, Stageadvisor, Venetolavoro, Almalaurea, gli uffici stage / tirocini / job placement delle università di Genova, Torino, Venezia... e la speranza è che tanti altri si aggiungano.L'invito, insomma, è uno: partecipate!Vai al sondaggio >>Eleonora Voltolina

Lo stage, formidabile strumento di selezione

Lo scopo dello stage è quello di far conoscere ai neolaureati il mondo delle imprese per verificare se sono interessati - e adatti - a lavorare in azienda, oppure se la loro vocazione è quella di diventare dei liberi professionisti, insegnanti  o altro.Attraverso l’associazione Gidp/Hrda, network di 2350 dirigenti del personale di aziende medio grandi (sopra i 250 dipendenti), noi prestiamo da tempo molta attenzione all’inserimento nelle imprese dei giovani neolaureati che si trovano per la prima volta a contatto con aziende industriali, del terziario, del credito ecc.Curiamo ogni anno un’indagine (siamo ormai arrivati alla nona edizione!) che fa il punto sull’utilizzo degli stagisti come raccordo tra il mondo universitario e le grandi imprese.I giovani che si affacciano per la prima volta sul mondo del lavoro, infatti, spesso hanno una visione poco realistica del mondo economico - specie se hanno lauree umanistiche.Dalla nostra indagine emerge che le grandi aziende fanno un uso molto corretto degli stagisti: prevedono un tutor che segua i giovani nel progetto loro affidato, li utilizzano per le competenze che hanno e cercano di farli transitare dalla logica del sapere a quella del saper fare.Gli stagisti partecipano alla vita aziendale per periodi generalmente di 6 mesi (qualcuno anche di 12), e non certo gratis: sono retribuiti in media con un emolumento che si aggira sui 625 euro netti mensili e con un buono mensa da 5,20 euro al giorno.Le aziende serie ovviamente non utilizzano gli stagisti per supplire alle assenze per gravidanza, ferie temporanee o malattie dei propri dipendenti, ma cercano in loro dei validi collaboratori per accrescere il capitale umano dell’impresa. Insegnano loro il lessico aziendale, magari iniziando dalle fotocopie, per farli poi passare gradualmente a incarichi semi operativi.Gli stage sono poi un formidabile strumento di selezione!Normalmente, un’impresa che deve assumere un  paio di neo ingegneri o economisti (le lauree più concupite dal mercato) mette inserzioni sul Corriere, qualche avviso su Jobadvisor, Catapulta, TalentManager e simili, e attende che arrivino i cv. Ne riceve in media circa 300: a quel punto parte lo screening da parte del responsabile del recruiting, che deve verificare il tipo di laurea, gli anni di conseguimento (molto importante) la conoscenza della lingua inglese (sempre fondamentale), il percorso all’estero (Erasmus o altro) l’eventuale altra lingua del gruppo se il recruiter opera in una multinazionale, i piccoli lavori svolti durante il percorso di studi ecc…Così, attraverso un lavoro certosino, dagli iniziali 300 cv si passa ad una decina. A quel punto i candidati vengono chiamati per il colloquio di gruppo: gli esaminatori in poche ore devono indagare le capacità relazionali, di problem solving, decisionali di ciascuno, e scegliere chi far arrivare al colloquio individuale.Un percorso davvero lungo e costoso per un’azienda. Attraverso uno stage, invece, una nuova risorsa può essere conosciuta e osservata con calma, durante quei 6/12 mesi di stage che diventano in effetti un periodo di prova reciproca: perchè non solo i dirigenti hanno modo di conoscere il giovane, ma anche il giovane può capire se gli piace lavorare in quella realtà o no.Così il periodo di stage giova sia all’azienda che ai giovani, perchè fluidifica il passaggio a un contratto vero e proprio – che può essere  di volta in volta a tempo indeterminato, determinato, di apprendistato professionalizzante, di inserimento o a progetto. Questo processo si conclude molto spesso con soddisfazione da entrambe le parti: prova ne sia che dalla nostra indagine risulta che il 41% degli stagisti finito il percorso viene assunto. Vi pare poco?Paolo CitterioPresidente nazionale associazione direttori risorse umane GIDP/HRDAMembro C.D. Pmi di AssolombardaMembro C.D. Terziario Innovativo di Assolombarda