Categoria: Editoriali

Quel pasticciaccio brutto dei due Les4 omonimi: perchè Italia Lavoro non chiarisce la posizione delle agenzie interinali nell'attivazione dei suoi tirocini?

Maledette omonimie. Quando due cose diverse si chiamano con lo stesso nome il rischio di confonderle, fare confusione e di non capirci più niente é sempre concreto.Parlando di tirocini, da un po' di tempo a questa parte una delle omonimie più problematiche si chiama "Lavoro e Sviluppo 4", abbreviato in Les4. Rispondono a questo stesso nome due distinte iniziative destinate a favorire l'occupazione dei cittadini senza lavoro delle regioni meridionali e finanziate con fondi statali. La Repubblica degli Stagisti se ne occupa da anni. Una é il Les4 di Promuovi Italia, agenzia  di assistenza tecnica che opera alle dipendenze del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del turismo della Presidenza del consiglio, fornendo supporto alle pubbliche amministrazioni nella gestione degli interventi a sostegno dello sviluppo delle attività economiche ed occupazionali nella filiera dell’industria turistica. In questo caso il fondo ammonta a 60 milioni di euro in tre anni, ed è vincolato all'attivazione di tirocini in un solo settore: quello del turismo.L'altro Les4 è quello di Italia Lavoro [nell'immagine a destra, l'homepage del sito], società per azioni totalmente partecipata dal ministero dell'Economia che opera come ente strumentale del ministero del Lavoro per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche del lavoro, dell'occupazione e dell'inclusione sociale. Questo Les4 é molto più imponente, disponendo di un budget doppio (120 milioni di euro, sempre per il triennio 2009-2012) ed essendo aperto a tutti i settori professionali - tranne quello turistico ovviamente.La Repubblica degli Stagisti ha sempre definito "cugini" questi due progetti, evidenziandone analogie e differenze. Ma a questo punto sottolineare la differenza più importante, e metterla sotto il microscopio, è diventato fondamentale: se addirittura Promuovi Italia, quella del Les4 meno controverso, si è spazientita di essere sempre confusa con Italia Lavoro tanto da pubblicare nella sua homepage una nota ufficiale di Antonino Bussandri, direttore operativo per l'assistenza agli interventi di politica del lavoro e per l'occupazione. Nella nota, a margine di alcuni aggiornamenti sullo stato della situazione, il dirigente scrive: «L’occasione è propizia per ribadire che Promuovi Italia non opera e non realizza interventi tramite Agenzie di Lavoro interinale (quali ad esempio Laborint o Obiettivo Lavoro). La nostra Società gestisce l’intero processo di realizzazione dei tirocini e di conseguenza si assume in via esclusiva la responsabilità delle attività svolte in proprio e delle informazioni fornite direttamente o tramite il call center».Perché un manager pubblico, dipendente di un ente pubblico, arriva a mettere nero su bianco una frase del genere? Il riferimento al Les4 di Italia Lavoro è implicito ma chiarissimo, quello alle agenzie per il lavoro coinvolte è addirittura esplicito.La differenza dei due progetti infatti, in caso non si fosse capito, è che Promuovi Italia gestisce tutto il processo dei tirocini, mentre Italia Lavoro ha deciso di affidare il compito a un intermediario. E invece di delegare ai centri per l'impiego statali, ha aperto alle agenzie interinali.Ora, il fatto che l'intermediazione tra domanda e offerta di lavoro non sia più, da 15 anni, un monopolio statale é certamente un fattore positivo. Le agenzie per l'impiego svolgono un ruolo prezioso e i contratti di somministrazione sono a ben guardare molto più tutelanti di tutti gli altri contratti "temporanei", perché presuppongono per legge che il lavoratore somministrato, a parità di mansioni, abbia lo stesso inquadramento contrattuale e lo stesso trattamento retributivo di un dipendente "interno". Ma qui non c'entra l'intermediazione e non c'entra il contratto di somministrazione. C'entra che una società di proprietà pubblica ha previsto che all'interno di un progetto multimilionario un ruolo non ben identificato venisse svolto dalle agenzie interinali. A vantaggio di chi?Queste agenzie, è vero, non prendono direttamente soldi da Italia Lavoro per collaborare alla realizzazione del Les4. Ma non essendo enti benefici, da qualche parte devono avere un tornaconto. Da qui si possono inferire almeno tre conseguenze.La prima, che sia la singola azienda a pagare l'agenzia interinale per averle trovato lo stagista "pagato dallo Stato". Da quel che è stato riferito alla Repubblica degli Stagisti, ciascuna azienda attingerebbe a quella quota che Italia Lavoro le eroga per ricompensarla del "disturbo" di formare lo stagista, facendo fifty-fifty con l'agenzia interinale. Quindi in maniera indiretta i 1.000 euro che le aziende ricevono per ciascuno stagista finirebbero, per un 30-50%, nelle casse delle agenzie interinali: piccole somme che, tutte insieme, costituirebbero un guadagno indicativamente, a volersi temer bassi, tra uno e tre milioni di euro.Non risulta, chiaramente, che laddove ad attivare i tirocini Les4 siano i centri per l'impiego le aziende si dimostrino ugualmente generose. E a dire il vero il problema non si pone, perché - come la Repubblica degli Stagisti ha avuto modo di appurare - nella maggior parte dei casi i centri per l'impiego non sanno nemmeno cosa sia il Les4, dicono di non occuparsene e a volte sono gli stessi dipendenti pubblici a rinviare gli aspiranti lesquattristi alle agenzie private.Il secondo aspetto è che le società di lavoro interinale devono sempre attirare nuovo capitale umano, cioè candidati da presentare ogni volta che un loro cliente gliene fa richiesta. Quindi ogni cv in più ha un valore economico ben preciso: va ad arricchire infatti il portafoglio e rende l'agenzia più appetitosa sul mercato, perchè più pronta a fornire molteplici profili e quindi a soddisfare ogni richiesta.Già questo aspetto basterebbe da solo a bilanciare le agenzie interinali per il loro disturbo: il vantaggio di aver ampliato la propria platea.E qui si passa al terzo aspetto. Le agenzie ormai utilizzano massicciamente il web per i loro annunci. Addirittura capita che ne pubblichino di "civetta", cioè finti, col solo obiettivo di recuperare nuovi cv da aggiungere al proprio database e da ricontattare chissà quando. Ma per ricevere risposte devono pubblicare annunci appetibili: più interessante è l'offerta, più i naviganti saranno invogliati a inviare il proprio cv. Nel panorama dei tirocini, che solitamente non prevedono uno straccio di rimborso spese (la Repubblica degli Stagisti con l'Isfol, e più recentemente l'indagine Stella del Cilea, hanno dimostrato che per oltre il 50% degli stage non é previsto un euro di compenso), poter pubblicare annunci di stage evidenziando un sontuoso emolumento, ben 1000 euro al mese, e un referente istituzionale prestigioso, il Ministero del Lavoro, è un'opportunità strepitosa. Alcuni lettori della Repubblica degli Stagisti hanno inoltre segnalato che vi sono agenzie che millanterebbero addirittura di essere "esclusiviste", di aver cioè ricevuto da Italia Lavoro l'esclusiva sull'intermediazione dei progetti Les4: in particolare Obiettivo Lavoro. Quando si deciderà Italia Lavoro, o il Ministero che la possiede, a dare delle risposte chiare rispetto a questa situazione?Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il regalo alle agenzie interinali nell'attivazione degli stage Les4 di Italia Lavoro- Tirocini Les4 di Italia Lavoro, in Puglia nessuno sembra conoscerli. A parte l'agenzia Obiettivo Lavoro- Progetto "Les 4" di Promuovi Italia: il rovescio della medaglia- Lavoro e sviluppo 4, milioni di euro ma non si sa a chi: la lista delle aziende c'è ma non si vede. Ministero, e la trasparenza?E anche:- Stage, maxi-finanziamento europeo da 60 milioni per disoccupati di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Ma tra i criteri di selezione non c'è l'età- Sei milioni di euro per le aziende che ospitano stagisti lucani, campani, calabresi, pugliesi, sardi e siciliani- Al via il Les 4 di Italia Lavoro: 120 milioni di euro per 6mila tirocini in aziende di tutti i settori in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sardegna e Sicilia»- Tirocini Les4, la Repubblica degli Stagisti gira le domande dei suoi lettori agli organizzatori: ecco le risposte di Promuovi Italia- Progetto Les4, blocco o non blocco? Gli aspiranti stagisti lanciano un help, ma Promuovi Italia rassicura: «Tutto procede come previsto»

Il neopresidente del consiglio Mario Monti in Senato: «Risolvere il problema dei giovani è il fine di questo governo»

Al termine del discorso pronunciato da Mario Monti al Senato per ottenere la fiducia, viene naturale un'esclamazione: finalmente!Non ne facciamo un caso politico, nel senso di contrapposizione tra partiti, tra destra e sinistra, ma realmente gli intenti del professore sembrano esprimere ai più alti livelli istituzionali il grido nel deserto che da anni risuona attraverso il paese, sia dei giovani che - ebbene sì - delle aziende. Il grido del buon senso, la denuncia delle irrazionalità sempre più stridenti alle quali assistiamo giorno dopo giorno, che hanno portato all'antipolitica, alla sfiducia totale nelle nostre istituzioni, e dunque nella possibilità di cambiare il nostro futuro.Per quanto riguarda le tematiche che tratta il nostro giornale, sembrerebbe che questo nuovo governo abbia percepito, pur essendo - come rileva Alessandro Rosina nel suo editoriale di questa mattina - di una generazione anziana rispetto alla fascia di maggiore sofferenza sociale del paese, che la «questione giovani» è assolutamente prioritaria. Prioritaria perché riguarda non solo i giovani stessi, ma è il freno principale allo sviluppo in generale. Prioritaria perché è l'emblema più doloroso dell'iniquità che si è andata formando in questo paese nei ultimi decenni, dove sono stati sempre difesi i diritti acquisiti a scapito di quelli a venire. Prioritaria perché ricomprende tutte le tematiche sociali del momento - anche la natalità tra le più basse del mondo, e il lavoro femminile incredibilmente sottosviluppato. Perché fino a prova contraria sarebbero i giovani a dover fare figli in una società.E non pensiamo che questa piaga della precarietà delle giovani generazioni sia stato un fattore positivo per le aziende - serie, ovviamente: furbi esclusi. Al contrario: il valore principale di una realtà imprenditoriale che si rispetti sono le risorse umane, e la precarizzazione dilagante ha fortemente indebolito negli anni le aziende italiane. In piena crisi esse non hanno più avuto le risorse economiche per firmare contratti troppo onerosi, ma d'altra parte - in mancanza di leggi adeguate - non hanno potuto disporre di un inquadramento che permettesse loro di investire correttamente sui nuovi assunti, e si sono viste in un certo senso costrette a rendere ancora più instabile il lavoro. E il circolo vizioso persiste. Dunque l'annuncio di Monti di adottare sostanzialmente un contratto unico per i giovani è una vera rivoluzione. Riuscendo a disegnare un'architettura legislativa che consenta ai giovani di entrare nella società con pari dignità, ovvero con la possibilità di guadagnarsi un salario che li renda indipendenti e che li tuteli nel loro sviluppo professionale fino alla pensione, libereremo finalmente una intera generazione - se non due o tre -. Così si fa crescere un paese. Solo in presenza di regole chiare, condivise, e che tutelino entrambe le parti si potrà innescare un circolo virtuoso.Lo aspettavamo da anni, ora speriamo che si realizzi. E anche al più presto.Per saperne di più, leggi anche: - Anche in Italia serve il salario minimo di Eleonora Voltolina- Pietro Ichino: bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo- L'audizione alla commissione lavoro della camera del direttore della Repubblica degli Stagisti

Tre donne nel nuovo governo, ma nessun under 50: peccato, Monti ha perso un'occasione per dimostrare che i giovani possono contare

L’albero si giudica dai frutti. Quello che conta è che questo esecutivo ora dimostri di essere davvero in grado di fare le riforme che servono al paese. L’obiettivo, è stato ben detto: coniugare crescita ed equità sociale. Ora Monti indichi la via e noi tutti a remare da quella parte. Ma, guardando all’età dei ministri, non possiamo esimerci dal fare qualche sconsolata considerazione. Il male italiano negli ultimi decenni è stato quello di sacrificare troppo spesso la qualità del futuro alla difesa dei privilegi e delle rendite del presente. Le componenti della società più portate per loro natura a fare da ponte virtuoso tra il presente e il futuro sono le nuove generazioni. Questo ponte in Italia risulta sempre più avvolto da una fitta nebbia. Ora il presidente Monti ha deciso che nel suo esecutivo non gli under 40, ma nemmeno gli under 50 potessero essere utili per diradare tale nebbia. La pressione sulla presenza femminile sembra sia servita. Il premier incaricato, letto l’elenco, ci ha tenuto a sottolineare che tre donne occupavano posti chiave. Implicitamente se ne deduce che i giovani non ci sono perché non ritenuti adatti per ruoli importanti o perché comunque non ne sono stati trovati all’altezza. Meglio lasciarli fuori che inserire belle presenze di comodo come nel precedente Governo. E allora abbiamo quantomeno perso un’occasione, quella di dimostrare con questo esecutivo che anche in Italia ci sono giovani di qualità da mettere in gioco. Ma c’è di più. Di fatto si nega che nelle importanti scelte da adottare per rimettere in piedi il paese e avviarlo su un percorso solido di sviluppo, sia importante includere nella stanza dei bottoni la visione della realtà, l’interpretazione del cambiamento e delle sfide in atto, la capacità di innovare e trovare soluzioni inedite propria delle nuove generazioni.  Ci troveremo alla fine con un presidente 68enne, ministri con età media di 64 anni, sottosegretari cinquantenni o forse anche quarantenni (con qualche collaboratore trentenne). Difficile trovare un altro paese in cui il merito riconosciuto e le capacità percepite sono così fortemente legate all’età anagrafica. Ma questi ragionamenti sono allo stato attuale un lusso. Monti ha messo assieme una squadra di qualità che probabilmente esprime il meglio che l’Italia over 50 ha a disposizione. Questa ora è la nostra squadra e con questa dobbiamo vincere.Alessandro RosinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- L'appello a Mario Monti: nel prossimo governo devono esserci anche giovani e donne- Antonio De Napoli convocato oggi da Mario Monti in rappresentanza dei giovani italiani: «Gli porteremo l'appello di Voltolina e Rosina per chiamare anche le nuove generazioni al governo»

In Italia si guadagna troppo poco: per rendere dignitose le retribuzioni dei giovani bisogna passare dal «minimo sindacale» al «salario minimo»

In Inghilterra sullo stage sta succedendo un putiferio: e pensare che  il fenomeno è molto meno esteso che da noi, e coinvolge (secondo le stime della "Repubblica degli Stagisti inglese", il sito web Interns Anonymous) circa 250mila persone ogni anno su una popolazione di 60 milioni.Cos'è che ha fatto scoppiare la bomba? Un autorevole parere espresso dai consulenti legali del governo. Che, chiamati a valutare la situazione degli interns, hanno stabilito che pur non essendo un lavoratore lo stagista effettua un percorso formativo attivo e pertanto apporta un contributo all'ufficio che lo ospita. Quindi negargli un compenso è illegale.C'è di più. In Inghilterra come nella maggior parte dei Paesi occidentali (18 su 27 membri Ue, per esempio, ma anche Stati Uniti e Australia) vige uno strumento che si chiama "salario minimo". Attenzione: non è un reddito minimo, cioè una somma di tipo assistenzialistico che lo Stato elargisce a chi non lavora. Il salario minimo è una soglia minima oraria sotto la quale nessun datore di lavoro può scendere. In italiano il linguaggio comune lo chiamerebbe «minimo sindacale», perché nel nostro Paese questo minimo non l'ha mai posto lo Stato per legge: lo ha lasciato alla libera contrattazione tra i sindacati e le associazioni datoriali – col risultato che ogni categoria ha il suo contratto nazionale che fissa i minimi di compenso, frastagliandoli in mille cifre diverse, mille accordi separati che danno ai lavoratori retribuzioni e diritti diversi a seconda del contratto di riferimento.Il tallone d'Achille del sistema italiano è diventato evidente negli ultimi dieci anni, con la crescita impetuosa dei contratti flessibili e in particolare del lavoro "parasubordinato" e finto autonomo. La tipologia più usata per i giovani, il contratto a progetto, così come le prestazioni a partita Iva, sono infatti completamente slegate dai contratti nazionali: col risultato che ogni giorno spuntano offerte di lavoro da 800, 600, addirittura 400 euro al mese per lavori full-time, inquadrate come lavoro autonomo ma in realtà corrispondenti ad impieghi subordinati classici. E con retribuzioni chiaramente indecenti – ma non illegali.L'introduzione anche in Italia di un salario minimo sarebbe fondamentale per arginare questa deriva, ed evitare lo sfruttamento. La Repubblica degli Stagisti ne è talmente convinta che pochi mesi fa ha lanciato un'iniziativa, Milledodici, mirata proprio a stimolare le imprese a non offrire contratti pagati meno di mille euro netti al mese per impegno full time.L'introduzione di un salario minimo sarebbe utile, come dimostra la polemica divampata oltremanica, anche per tutelare maggiormente gli stagisti: perché allo stipendio minimo si potrebbe agganciare un rimborso spese minimo per gli stagisti. Il meccanismo funziona già in Francia, paese dell'antica tradizione di salario minimo (l'antenato dell'attuale Smic, salaire minimum interprofessionnel de croissance, risale addirittura al 1950): qui tutti gli stage di durata superiore a due mesi e svolti all'interno di imprese private devono prevedere obbligatoriamente un rimborso spese di almeno 400 euro al mese. Più o meno un terzo del minimo dovuto a un lavoratore.E anche la politica sta lentamente prendendo coscienza del problema: il salario minimo per esempio era tra le proposte contenute nel programma del Partito democratico alle elezioni politiche del 2008 dove al punto 6, «Stato sociale: più eguaglianza e più sostegno alla famiglia, per crescere meglio», si leggeva la promessa di una «sperimentazione di un compenso minimo legale, 1000-1100 euro netti mensili, per i precari». Ma Veltroni non ha vinto contro «il principale esponente dello schieramento avverso», e il governo Berlusconi non ha mai pensato a introdurre una misura di questo tipo, che risulterebbe osteggiata in maniera bipartisan: i sindacati non lo vogliono perchè limiterebbe il loro peso, le aziende chiaramente vedono come il fumo negli occhi l’introduzione di vincoli retributivi. E allora deve venir fuori un terzo fronte, quello dei giovani e degli onesti e della società civile. Che deve essere più forte di questi due poteri forti, e chiedere e pretendere che la discussione sul salario minimo almeno venga aperta.Eleonora Voltolina scopri l'Emagazine della settimana >> Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Da Londra arriva un primo alt ai tirocini gratuiti: secondo i consulenti legali del governo violano la legge sul salario minimo- Milledodici, ovvero almeno mille euro netti al mese per almeno un anno. Ecco le condizioni minime per offerte di lavoro dignitoseE anche:- Precari sottopagati oggi, anziani sottopensionati domani? Ecco come stanno veramente le cose: meglio prepararsi al peggio- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Unitalk, intervista a Gianfranco Dore della Uil: «Pagare di più i contratti atipici è l'unico modo perchè la flessibilità non si trasformi in precariato»    

Della Valle risponde a una precaria nella prima puntata della trasmissione di Santoro: basta lotta di classe

Michele Santoro è tornato sugli schermi la scorsa settimana con il suo Servizio Pubblico. Un esperimento di produzione indipendente veicolato attraverso una multitudine di canali diversi, compreso il web: una modalità innovativa di concepire un prodotto multimediale moderno che potrebbe aprire nuove prospettive nel futuro. Nella prima puntata della trasmissione c'è stato un momento di grande tensione: una giovane precaria ha attaccato duramente l'imprenditore Diego Della Valle, presente tra gli ospiti. Il succo del suo intervento infuocato: esiste una lotta tra imprenditori e lavoratori, tra ricchi e poveri, ed è venuto il momento di dire basta alla collusione tra poteri economici e politici per tornare al lavoro come diritto costituzionale. Malgrado un tono purtroppo paternalistico, caratteristica molto italiota dell'anziano che si rivolge al giovane ribelle come se fosse un figlio in piena crisi adolescenziale, Della Valle ha dato tuttavia una risposta su cui vale la pena riflettere. Ha invitato a evitare di guardare il mondo in modo manicheo, ma sopratutto "verticale". In altre parole, l'opposizione novecentesca tra ricchi e poveri oggi non porta più da nessuna parte. Andrebbero invece applicate delle valutazioni "orizzontali" per creare una distinzione, ben più ancorata alla realtà, tra le persone corrette e quelle scorrette. Ci sono degli imprenditori perbene e degli imprenditori mascalzoni. Ci sono dei politici perbene e dei politici che pensano solo al proprio interesse. E ci sono dei lavoratori perbene, ma anche dei lavoratori disonesti.Questo concetto è fondamentale in una società dove il malessere sociale, la pressoché totale paralisi politica e la scelta di troppe aziende di usare le leggi vigenti sul lavoro a proprio unico beneficio, fanno crescere la sensazione di "schifo generalizzato". Ma questo sentimento, seppur legittimo e in gran parte veritiero, non è costruttivo. Mai. Impedisce anzi alle parti sane, concrete, oneste della politica e dell'imprenditoria di emergere, e dunque di mostrare vie d'uscita, esempi positivi dai quali trarre spunti per migliorare.Rifiutandosi di vedere le differenze, preferendo usare etichette standard - "politico", "imprenditore", "lavoratore" - come se fossero tutti uguali, si annulla l'impegno di chi agisce in maniera onesta, di chi non si è adeguato al sistema. Vale per i politici, per le imprese e anche per i lavoratori o chi lotta per loro.Troppo spesso nelle conversazioni si sente dire in questo periodo una frase emblematica: «Io non saprei per chi votare, tanto sono tutti uguali». Ma in una democrazia rappresentativa si devono denunciare e tentare di escludere i politici scorretti o che non convincono, e però ci si deve anche sforzare di trovare le persone giuste e affidabili da sostenere e da proporre al posto di quelle "impresentabili". È l'unico modo in cui il popolo sovrano può esercitare davvero il suo potere.

Chi ha paura dei giovani che scalciano?

Ci risiamo. A una settimana giusta dall’infelice uscita di Silvio Berlusconi sul presidente dei Giovani Industriali, un 36enne a capo di un’industria da 4 milioni di euro di fatturato all’anno sprezzantemente definito dal premier «ragazzotto industriale», oggi è la controparte a fare un passo falso.Il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, a Napoli per il convegno «Finalmente sud», avventurandosi in un botta-e-risposta a distanza con Matteo Renzi a proposito delle istanze generazionali e del ricambio ai vertici del Pd sabato scorso ha detto «È chiaro che tocca ai giovani, a chi deve toccare? Ma bisogna mettersi a disposizione, non si può pensare che un giovane per andare avanti deve scalciare, insultare».Scalciare? Le parole, diceva Nanni Moretti, sono importanti. Usare verbi come questo, al pari di termini come «ragazzotti», non può che far trasparire superbia e boria e sopratutto scarso rispetto nei confronti degli avversari – e alleati – più giovani.Un atteggiamento che, se in un certo senso prevedibile da Berlusconi (che già in passato aveva suggerito a una ragazza, come antidoto alla precarietà, la soluzione di cercarsi un fidanzato ricco come suo figlio Piersilvio), sorprende da Bersani, tradizionalmente più attento a questi temi.Tra l’altro definire giovani due persone di 36 anni – il primo a capo di 12mila imprenditori, l’altro alla guida di una città di quasi 400mila abitanti – è anche una forzatura. Possono essere definiti giovani solo se comparati all’età media dei politici italiani - non solo il premier ha ormai compiuto 75 anni, ma Bersani ha sorpassato quest’anno la boa dei 60, come il suo coetaneo Antonio Di Pietro; il leader della Lega Umberto Bossi ne ha 70, mentre i tre che una volta venivano definiti “le nuove leve” della politica italiana – Fini, Rutelli e Casini, a capo di Fli, Api e Udc – sono nati rispettivamente nel 1952, 1954 e 1955. Il meno anziano dei leader dei grandi partiti è Nichi Vendola, ed è tutto dire – perché ha 53 anni e la sua prima elezione in Parlamento risale a quasi vent’anni fa.In un interessante editoriale sulla Stampa Irene Tinagli, 37enne “cervello in fuga” eccellente che insegna Economia a Madrid (e che probabilmente, se fosse rimasta qui in Italia, sarebbe ancora aggrappata ad assegni di ricerca annuali e alla protezione di un barone), si chiede perché mai «l’opzione generazionale non arriva mai». E ricorda come all’estero le cose vadano diversamente: dall’Inghilterra guidata dal quarantacinquenne David Cameron al primo ministro norvegese Jens Stoltenberg, eletto quando aveva 41 anni dopo averne passati cinque a capo del dicastero dell’Economia (noi per parte nostra abbiamo il sessantaquattrenne Tremonti, già attivo in quel ministero in qualità di collaboratore dai lontani anni Ottanta). Per non parlare del primo ministro danese, la quarantaquattrenne Helle Thorning-Schmidt, che ha nominato al ministero delle Finanze un trentottenne e a quello degli Interni una ventottenne.Concordo con la Tinagli: le persone – vecchie o giovani che siano – devono dimostrare sul campo quello che valgono, e non è affatto detto che un Renzi sia più capace di un Bersani per il solo fatto di avere un quarto di secolo in meno. La politica ha bisogno di buone idee che camminino su buone gambe, di schiene dritte e occhi rivolti al futuro: è vero che possono esserci ottantenni con queste caratteristiche e ventenni invece già vecchi, asserviti al sistema, disonesti ed egoisti.Insomma, se è innegabile che avere una certa età non significa per forza essere bolliti e non possedere più le caratteristiche necessarie per riformare un sistema, è altrettanto vero che essere giovani non significa automaticamente essere credibili o avere idee candide. Però è assurdo che in Italia si continui a vedere il ricambio generazionale come il fumo negli occhi, a negarne il valore e le potenzialità. La maggior parte degli studiosi concorda nel sostenere che l’apice delle capacità intellettuali viene raggiunto fra i trenta e i quarant’anni. Se non fossero marginalizzati nel sistema decisionale dei partiti, tutti questi trentenni non “scalcerebbero” ma parteciperebbero con grande beneficio di tutti. A cominciare da noi cittadini.Eleonora Voltolinapubblicato sul blog del Fatto Quotidiano

Perché l'Emagazine - le ragioni di questo nuovo format

Internet non è sempre il luogo migliore per fare giornalismo: la velocità di successione delle notizie spinge troppo spesso l'editore a mettere sotto pressione i giornalisti per trovare “la notizia che genera più clic”, che si indicizza meglio su google, che porta più traffico. Ma sopratutto a produrre di più, sempre di più, per emergere nel magma di notizie di cui praticamente viene letto solo il titolo. Ne emerge un meccanismo pubblicitario che valuta la pagina Internet tra un quinto e un decimo del valore di una pagina stampata. Questo si ripercuote inevitabilmente sulla qualità dell'informazione e sul compenso riconosciuto a chi scrive. E noi, alla Repubblica degli Stagisti, questa logica non la vogliamo assecondare.Noi vogliamo pubblicare un giornale serio anche se online, con degli articoli elaborati, fonti verificate, notizie inedite. Articoli che diano una vera informazione, scritti da giornalisti correttamente retribuiti. Questi articoli, d'altro canto, se necessitano di un tempo congruo per essere scritti, meritano dall'altra parte un tempo maggiore di lettura. Per questo abbiamo pensato di riassumere settimanalmente gli articoli del nostro sito su  un Emagazine.Questa formula consente al lettore di dedicare serenamente più tempo alla lettura degli articoli, senza però rinunciare a quanto di meglio offra la forma elettronica: i link che rimandano alle fonti e a pagine web di approfondimento, oppure la “navigabilità” del magazine che consente di trovare rapidamente il contenuto cercato. Come formato abbiamo scelto il pdf, perché ci è sembrato il formato maggiormente in grado di accontentare tutti, essendo leggibile su ogni tablet, online, offline o attraverso il vostro reader preferito.Ovviamente ciò non vuol dire che rinunciamo al sito, al contrario! Il sito resta il primo spazio dove gli articoli vengono pubblicati ed per sua natura è un luogo aperto, dove il motore di ricerca consente a tutti di trovare l'informazione che cercano. Dove la nostra community (più di 25mila utenti registrati!) si scambia in libertà giudizi, pensieri ed esperienze sul Forum. E dove infine chi cerca uno stage o un lavoro può trovare offerte dignitose. Il nostro Emagazine si rivolge piuttosto a chi vuole tenersi regolarmente aggiornato sull'attualità, valorizzando i contenuti giornalistici che contraddistinguono la Repubblica degli Stagisti.Questa è la nostra visione del giornalismo di domani: unire gli indubbi vantaggi del web all'approfondimento vecchia maniera, per offrire ai lettori un'informazione precisa e aggiornata ma veicolata attraverso i supporti di nuova generazione.Non vi resta che provare il nostro Emagazine e... Buona lettura!

Berlusconi, gerontocrate a corrente alternata: ai «ragazzotti» di Confindustria Giovani nemmeno una risposta, alle ragazzotte tutta l'attenzione

L’emergenza gerontocrazia in Italia è riemersa prorompente, sabato scorso, nelle parole di Silvio Berlusconi. «Per amor di Patria non commento le dichiarazioni di alcuni ragazzotti industriali» ha detto il premier da Bruxelles, a margine delle dichiarazioni sull’esito di un incontro con il cancelliere tedesco Angela Merkel.Il capo dei «ragazzotti», per la cronaca, è un imprenditore di 36 anni. Si chiama Jacopo Morelli e da qualche mese guida i Giovani Imprenditori, movimento interno a Confindustria che conta oggi oltre 12mila associati – tutti manager tra i 18 e i 40 anni – che hanno responsabilità di gestione in aziende iscritte alle associazioni territoriali aderenti a Confindustria.I «ragazzotti» capitanati da Morelli non sono bolscevichi nè rivoluzionari, non fanno parte dell’esercito di precari, tradizionalmente anzi costituiscono l’elettorato di centrodestra. Ma non sono evidentemente contenti di come vanno le cose oggi in Italia, e infatti per il loro convegno di Capri in questi giorni hanno scelto un titolo che è un chiaro messaggio: «Alziamo il volume, diamo voce al futuro».I «ragazzotti» vorrebbero essere guidati da un governo capace di prendere decisioni e di traghettare il Paese fuori dalla crisi, «perché una politica debole, incapace di fare le riforme si basa solo sul consenso immediato e non si impegna per costruirlo su temi cruciali», come ha detto Morelli: «la politica deve passare dal dire al fare, dagli annunci all’azione». Il presidente del Giovani Industriali non dà giudizi espliciti sul governo, ma ne sottolinea la mancanza di autorevolezza e l’incapacità di realizzare programmi: «Abbiamo bisogno di leader che sappiano spiegare, convincere, agire. L’unica prova concreta della capacità di leadership è la capacità di guidare».L’attacco al premier, benché sottotraccia, è evidente: senza nominarlo mai, Morelli lascia intendere che Berlusconi non si stia dimostrando un vero leader perché non è in grado di agire e di realizzare quelle riforme che sono indispensabili per non restare il fanalino di coda d’Europa nella crescita, nell’occupazione e nella valorizzazione dei giovani.Comprensibile che il Cavaliere non apprezzi: del resto si sa che non ama molto le critiche. Ma ci si potrebbe chiedere in quale altro Paese un primo ministro si permetterebbe di definire sprezzantemente «ragazzotto» un trentaseienne laureato con lode in Economia, amministratore delegato di una società che fa quattro milioni di euro di fatturato, impegnato da undici anni in un’associazione di categoria del quale è stato vicepresidente e ora presidente.Una riflessione a latere si potrebbe anche dedicare al rapporto lievemente schizofrenico che il premier (che ha appena compiuto 75 anni – trent’anni secchi più del suo omologo inglese David Cameron, 25 più di Obama e Zapatero, una ventina più di Sarkozy e della Merkel…) ha verso la giovinezza.In questo caso la disprezza, sottintendendo che i rappresentanti degli industriali under 40 non sono degni della sua considerazione e non meritano una risposta. Dall’altra però si circonda di giovani e giovanissime donne, impegnando con loro molto del suo tempo e posizionandole spesso e volentieri in ruoli politici di rilievo a livello locale, nazionale ed europeo.Insomma, alle ragazzotte senza arte né parte tutta l’attenzione. Ai ragazzotti che fanno impresa, creano o difendono posti di lavoro, lanciano proposte per rimettere in sesto l’economia italiana e chiedono al governo di realizzare qualche riforma, una pernacchia.Eleonora Voltolinapubblicato sul blog del Fatto Quotidiano

Alessandro Rosina: io sto con gli indignati, ma l'indignazione deve essere costruttiva

Io sto con gli indignati. Del resto nella prima pagina del mio libro Non è un paese per giovani si parla di generazione “rapinata” e l’introduzione finisce con la frase: «Proprio da questi giovani l’Italia può ripartire. Ma solo se avranno l’arrogante audacia di lottare senza timori reverenziali, il creativo coraggio di riattivare un conflitto generatore di cambiamento; la lucida determinazione di rompere una volta per tutte la lunga tregua generazionale che blocca in un abbraccio soffocante le energie più vigorose del nostro paese».Io quindi non posso che stare dalla parte degli indignati, ma non per questo condivido in toto le loro posizioni. Il movimento ha certo varie anime, ma quella che più si è distinta ha espresso le proprie idee in una lettera inviata al presidente Napolitano e a questa farò riferimento.Vi si trova scritto che  «La questione non si risolve togliendo i diritti a chi li aveva conquistati, i genitori, ma riconoscendo diritti a chi non li ha». Si nega di fatto che esista una questione generazionale che invece c’è, soprattutto nel nostro paese. La loro attenzione è concentrata sulla crisi, le sue cause e i suoi effetti, perché il movimento italiano va a rimorchio delle iniziative e delle riflessioni sviluppate in altri paesi, dalla Spagna fino agli Stati Uniti. Ma i problemi italiani che frenano la crescita e marginalizzano i giovani sono in larga parte precedenti alla recessione. La crisi ha certo accentuato tutto. Ma noi avevamo già un debito pubblico alle stelle, avevamo già un tasso di occupazione giovanile molto basso, scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, un welfare pubblico inadeguato.  Non si può pensare che tutto questo sia solo colpa della speculazione internazionale. Negli Stati Uniti il bersaglio è Wall Street, da noi Piazza Affari e Bankitalia. Ma se l’occupazione della Borsa americana a cui mirano i giovani indignati statunitensi rappresenta simbolicamente un attacco al cuore al modello di sviluppo economico dominante, l’analoga operazione sulla Borsa italiana appare invece un’imitazione sbiadita e di scarsa efficacia, considerata anche la marginalità di quest’ultima nel sistema finanziario globale. Ha più senso, allora, ed è più originale il Dito medio di Maurizio Cattelan, opera d'arte provocatoria ormai da mesi esposta di fronte alla sede milanese della Borsa. Forse, anche per questo, l’attenzione si è spostata su Mario Draghi. Ma anche questo bersaglio sembra poco convincente. La Banca d’Italia è diventata un punto di riferimento centrale per i dati e le analisi su quello che non funziona in questo paese e su quanto marginalizzate siano state le nuove generazioni. Da anni gli interventi di Draghi si sono incentrati sull’importanza di riforme che mettano i giovani al centro della crescita riducendo nel contempo le disuguaglianze sociali e gli squilibri generazionali. Quelle di Draghi non sono solo vaghe parole sui giovani, sono interventi puntuali e documentati. Nel caos italiano e nella caduta di credibilità del nostro paese, la Banca d’Italia e il suo Governatore, con tutti i loro limiti, sono rimasti tra i pochi solidi punti di riferimento anche per i nostri interlocutori internazionali. Infine, la questione del debito è giusta ed è comprensibile la provocazione di rifiutarsi ad accollarselo. Certo non si può però rinnegarlo, non può farlo un paese grande e complesso come il nostro. Ma se ci fosse un governo credibile che proponesse un piano di rientro che  carica la maggior parte dei costi sulle generazioni più adulte e mature, ovvero su quelle che l’hanno creato, penso troverebbe il consenso dei più. Proprio la questione del debito pubblico, ma non solo, fa capire che c’è un patto generazionale che è saltato. Nessuna generazione ha diritto di difendere il proprio benessere scaricando i costi così pesantemente su quelle successive. Questo in Italia è successo e questo non deve più accadere, con o senza vincolo del pareggio di bilancio da mettere nella Costituzione.Quindi, io sto con gli indignati: ma più con quelli che vogliono far tornare il paese a crescere con un modello di sviluppo che metta al centro le nuove generazioni che con quelli genericamente e ideologicamente antisistema.Alessandro RosinaPer saperne di più, leggi anche: - Un esercito immobile: l'editoriale di Alessandro Rosina su giovani disoccupati e precari- In Nordafrica i giovani hanno deciso che il loro tempo è adesso. E in Italia?E anche:- Quando l'eredità genitori-figli è un peso: un libro spiega perché l'Italia soffre di «immobilità diffusa». Con qualche idea per cambiare - Bamboccioni? Nel libro «L'Italia fatta in casa» Alesina e Ichino spiegano di chi è la colpa

L'apartheid del lavoro italiano al vaglio della Commissione europea: le ragioni di una denuncia

Il dibattito sul precariato italiano stagna. Vissuto sulla propria pelle da circa cinque milioni di persone, potenziato dalla crisi, il problema ha una particolarità: anziché esplodere, implode. Non trova sbocchi. Chi avrebbe in mano le leve per mutare la rotta fa orecchie da mercante. Da qui la decisione di bussare alla porta dell’Unione europea attraverso una denuncia con sette firme in calce: quella di Emma Bonino, vicepresidente del Senato e già commissario europeo, e poi Benedetto della Vedova deputato di Fli, Antonio Funiciello direttore dell'associazione Libertà Eguale, Pietro Ichino giuslavorista e senatore PD, Giulia Innocenzi responsabile italiana del sito web Avaaz in Italia, Nicola Rossi esponente della fondazione Italia Futura, e la sottoscritta in rappresentanza della Repubblica degli Stagisti.La denuncia è uno strumento che potenzialmente ogni singolo cittadino ha in mano, se pensa che uno Stato membro violi una delle normative comunitarie.  Noi abbiamo scelto di portare di fronte all’Ue l’apartheid del mercato del lavoro italiano. Mettendo nero su bianco quello che tutti sanno ma nessuno vuole ammettere: la disparità di trattamento fra i lavoratori subordinati regolari e quelli sostanzialmente dipendenti, ma qualificati come collaboratori autonomi continuativi. I freelance spintanei. E’ qui che si annida il vizio italiano, perché a loro «è riservato uno statuto protettivo incomparabilmente più povero rispetto ai subordinati regolari». In pratica «non hanno protezione contro il licenziamento e contro la reiterazione dei contratti a termine; sono esclusi da qualsiasi limite di orario di lavoro; non godono del diritto alle ferie annuali; sono normalmente esclusi dall’applicazione dei contratti collettivi di settore e in particolare degli standard retributivi minimi; il loro contributo complessivo ammonta approssimativamente al 27 per cento della retribuzione, mentre per i subordinati regolari esso ammonta al 32 o 33 per cento». Insomma figli di un dio minore rispetto a quelli “normalmente” assunti con un contratto di lavoro dipendente. L’Unione europea però ha una direttiva specifica, la n. 1999/70, che vieta che ciò avvenga prescrivendo l’obbligo (non raccomandazione: obbligo) di prevedere misure per impedire e  punire l’abuso di una successione di contratti a tempo determinato. Non solo. La Corte di Giustizia ha ribadito che la normativa mira a «impedire che un rapporto di impiego di tale natura venga utilizzato da un datore di lavoro per privare questi lavoratori di diritti riconosciuti ai lavoratori a tempo indeterminato».Cosa che quotidianamente avviene in Italia. Grazie a un cavillo: i lavoratori discriminati non sono (solo) quelli temporanei, ma soprattutto quelli che sono (o meglio si pretende che siano) indipendenti. Ma «le disposizioni delle direttive europee in materia di lavoro devono intendersi riferite a tutte le posizioni di lavoro sostanzialmente dipendente» si legge nella denuncia, e dipendente va considerato chiunque «collabori continuativamente con un’unica azienda, inserito nella sua struttura, traendo da tale rapporto l’intero proprio reddito, o la parte assolutamente prevalente di esso». Quindi anche i finti cocopro, cococo e le finte partite Iva.E’ evidente che il nostro mercato del lavoro é fuori controllo: esistono casi di finti cocopro reiterati «fino ad assumere una durata complessiva anche ultradecennale e persino pluridecennale». Prassi «diffusissima e pacificamente tollerata» che tocca una percentuale abnorme di persone, circa un terzo del totale. «L’esistenza stessa di quel terzo di lavoratori non protetti costituisce violazione grave, di entità macroscopica, della direttiva n. 1999/70».L’Ue non può tollerare questa «fuga dal diritto del lavoro». Per realizzare la flessibilità non si può creare una serie A e una serie B di lavoratori, dove tra l’altro i giovani giocano quasi tutti nella più scadente. Ci vuole invece «un diritto del lavoro capace di conciliare la massima possibile flessibilità delle strutture produttive con la massima possibile sicurezza di tutti i lavoratori dipendenti nel mercato. Con la conseguenza che quest’ultima non può essere costruita con l’ingessatura dei rapporti di lavoro, bensì con il rafforzamento della posizione di tutti i lavoratori nel mercato del lavoro».La denuncia è stata presentata il 14 settembre alla Rappresentanza romana della Commissione Ue. La  palla passa adesso a Bruxelles, che già entro ottobre potrebbe aprire una procedura di infrazione e di diffida nei confronti dell’Italia. Obbligandola, finalmente, a mettere fine all’insopportabile apartheid.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Senza soldi non ci sono indipendenza, libertà, dignità per i giovani: guai a confondere il lavoro col volontariato- Giovani disillusi e conservatori: da un sondaggio di Termometro Politico emerge il ritratto di una generazione terrorizzata dal futuroE anche:- Nelle pagine del Rapporto sullo stato sociale un allarme sulla questione giovanile: e tra 15 anni la previdenza sarà al collasso- «Le mie pensioni»: quanto prenderanno domani i precari di oggi?