Expat, nel 2024 record di partenze tra i giovani: tutti i nuovi dati nel Rapporto Italiani nel mondo

Ilaria Mariotti

Ilaria Mariotti

Scritto il 08 Gen 2026 in Approfondimenti

buone opportunità cervelli in fuga cittadini italiani all'estero emigrazione Expat lavorare all'estero stage all'estero tirocini all'estero vivere all'estero

«È profondamente sbagliato insistere con l’espressione “cervelli in fuga”». Delfina Licata [nella foto a destra], sociologa della Fondazione Migrantes lo ha ribadito più volte alla presentazione del Rapporto italiani nel mondo 2025, di cui è curatrice fin dalla prima edizione (siamo giunti alla ventesima).

Innanzitutto perché chi emigra dall’Italia, i cosiddetti expat, non sono solo ricercatori e laureati. Anzi, a prevalere sono proprio le persone che come ultimo titolo di studio conseguito hanno un diploma di scuola superiore. I dati Istat sui flussi del 2024 mostrano come chi espatria è per meno di un terzo laureato o dottore di ricerca (31,8%). La maggioranza, il 36,1%, è diplomato, mentre un altro terzo, il 31,1%, è composto da persone che si sono fermate alla scuola dell'obbligo.

Forse non sarebbe neppure corretto parlare di “fenomeno”, perché nelle partenze non c'è nulla di eccezionale. L’Italia, ricorda il Rapporto, è da sempre crocevia di movimenti. Tuttavia un dato è cruciale: nel 2024 si è toccato il record storico di 155.732 partenze.

Tra il 2006 e il 2024 l’emigrazione italiana è diventata strutturale e dopo la crisi del 2008 gli espatri sono cresciuti costantemente. Il totale ammonta a 1,6 milioni di espatri e 826 mila rimpatri in vent'anni; altro dato da aggiungere è che anche i rimpatri sono aumentati, in particolare dopo l’entrata in vigore del decreto legge 34/2019, che ha dato continuità alle agevolazioni fiscali per chi rientra (avviate nel 2010 con la legge detta Controesodo).

Si è così creato un saldo negativo tra entrate e uscite di oltre 817mila cittadini italiani, sopratutto concentrato tra Lombardia, Nordest e Mezzogiorno. E in contemporanea è spuntata una nuova regione al di fuori dell’Italia, la ventunesima, composta da quelle 6,4 milioni di persone, quasi un italiano su nove, che al 1° gennaio 2025 risulta iscritta all’Anagrafe per gli italiani all’estero (Aire). Una «Italia fuori dell’Italia».

La mobilità internazionale è diventata «un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera e spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità». L’estero «diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale». Prova ne sia l’età media: l’aumento nelle partenze riguarda in particolare la classe di età 18-34 anni, tra cui si rileva un +47,9% rispetto all’anno scorso. Il «cuore della mobilità più recente», come lo definisce il RIM, è però la fascia dei 25-34enni, che rappresentano oltre un terzo – per la precisione, il 37,5% – del totale espatri del 2024. La stessa fascia anagrafica in cui peraltro, dal 2012 al 2024, la percentuale dei laureati è progressivamente salita, attestandosi a circa la metà delle partenze dal 2022.

L’Italia è un Paese ripiegato su stesso che fatica a scrollarsi il peso di persistenti fragilità, sintetizza il RIM. E così ogni partenza è sì «una scelta, ma anche una spia». Non partono «solo gli spiriti avventurosi, ma anche – e soprattutto – chi non trova in Italia spazio per vivere con dignità»
Lo ha spiegato nel suo intervento anche Paolo Pagliaro, direttore dell’agenzia di stampa 9 Colonne: «Dietro ogni comune che si svuota c’è una politica pubblica che non ha funzionato, e dietro ogni giovane che parte un sistema educativo che non ha saputo accoglierlo». Si può partire per amore o apertura mentale ma anche per necessità». Conseguenza di «un sistema bloccato, senza lavoro stabile e riconoscimento di merito». Espatriare è «una forma di reazione al senso di esclusione e invisibilità».

«Il Rapporto sta ai fatti per come sono» gli fa eco Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Si delinea «un’altra Italia rispetto a quella da cartolina”, dove «la staffetta tra giovani e anziani si è inceppata, con un incremento dell’occupazione solo nella fascia over 50» è la riflessione di Manuela Perrone [nella foto a sinistra], giornalista del Sole 24 OreMa non è una novità: «Già nel 2011 Pietro Ichino aveva parlato dell’esistenza di un apartheid del mercato del lavoro: uno dei padri, protetto, sindacalizzato e a tempo indeterminato. E poi un altro, precario: quello dei figli»L’estero diventa una via di sopravvivenza. “Quando andai alle Olimpiadi di Londra nel 2012 c’erano gli italiani che facevano i camerieri» ricorda Paolo Lambruschi di Avvenire: «Non lo spifferavano in giro per imbarazzo, ma già allora guadagnavano 3mila sterline al mese». È il lavoro precario “che spinge le persone ad andarsene».

C’è poi tutto il capitolo delle donne, che rappresentano ormai quasi la metà – il 48,3%  – degli iscritti Aire. La crescita nelle partenze nel loro caso viaggia a un ritmo più sostenuto: dal 2006 si registra un +115,9% delle donne rispetto al +98,3% degli uomini. E numerose sono anche le famiglie: su quasi 6,5 milioni di italiani residenti all’estero, quelli in famiglia risultano quasi 3 milioni 857mila. La spiegazione è concentrata in queste righe dello studio: «Dalle tante interviste raccolte in questi anni grazie al RIM, traspare come la famiglia riesca a sentirsi all’estero più forte e a vivere più serenamente, più supportata dal legislatore e accompagnata da un welfare più attento alle donne, madri e lavoratrici, ai bambini dalla nascita al completamento del percorso formativo e a volte anche oltre, e al benessere generale del nucleo».

In Italia quasi la metà delle donne tra i 15 e i 64 anni è invece priva di occupazione. E nel frattempo calano drasticamente le nascite. «Le donne partono per vedersi riconoscere competenze, ma anche per realizzare quel desiderio genitoriale che in Italia sono costrette a posticipare o abbandonare del tutto» è la visione di Perrone. Tutt’altro che il racconto «che vorrebbe le ragazze italiane senza desiderio di fare figli perché egoiste»In fin dei conti la storia si ripete da anni: si va all’estero perché in Italia non si vede futuro. «Noi lo avevamo» considera Roberto Inciocchi, giornalista Rai. «E se non attraiamo eccellenze il motivo è semplice: pensiamo a chi si laurea in Medicina e non vede un bisturi prima di due anni».

Ilaria Mariotti  

Community