
Eleonora Voltolina
Scritto il 05 Apr 2025 in Approfondimenti
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E se la situazione del mercato del lavoro fosse talmente disperata che per trovare un impiego ci si dovesse ingegnare per... cercarlo nel passato? Sono 130 anni che gli scrittori inventano metodi più o meno fantasiosi per muoversi da un’epoca all’altra, dalla prima “Time Machine” inventata da H. G. Wells nel 1895 ai viaggi sulla Terra da parte di iperlongevi uomini del futuro, colonizzatori di altri mondi, immaginati dal padre della fantascienza libertaria Robert Heinlein in “Time enough for love” (con corredo di amori incestuosi), fino alle famose pietre di Diana Gabaldon che permettono a Jamie e Claire di amarsi nonostante i secoli nella saga di “Outlander”.Ma nessuno prima d’oggi aveva mai pensato di far viaggiare le persone nel tempo a scopi occupazionali. È l’idea che ha ispirato Luca Giommoni, insegnante e giornalista toscano, già autore di un romanzo sul tema della migrazione, ad avventurarsi nell’universo dei centri per l’impiego. In “Nero” sottotitolo “Il complotto dei complotti”, tratteggia uno scenario fantascientifico in cui chi si iscrive alle liste di disoccupazione rischia che la “disponibilità a trasferte” acquisti un significato finora impensato – e di finire spedito altrove nel tempo e nello spazio. Del resto, nell'Italia di cinquanta o cent'anni fa non era forse più facile trovare lavoro e guadagnarsi la vita? Le prospettive di realizzazione professionale e personale non erano forse più rosee per i giovani?
Con una prosa che ricorda un po’ quella arguta e surreale di Stefano Benni, Giommoni racconta la storia di Nero Ceccobelli, trentenne rimasto a casa dopo aver inanellato vari lavori precari – di cui uno proprio in un centro per l’impiego – e dei suoi tentativi di ritrovare lavoro. Da corsi di formazione destinati a rimanere rigorosamente solo sulla carta a colloqui di lavoro ai limiti dell'assurdo (in uno, il candidato viene penalizzato perché non ha il diabete), fino a proposte di lavoro improbabili come quella di andare a cercare il Graal a proprie spese (per avere «l’opportunità di risolvere uno dei più antichi misteri dell’umanità!»), l’autore racconta la storia delle «prime generazioni che avrebbero guadagnato meno dei propri genitori».
Il mondo dei centri per l’impiego è descritto in maniera caricaturale, tra capi che non escono mai dalla propria stanza – tanto che ci si chiede perfino se esistano davvero – a colleghi che puntano a fare il meno possibile e si rivoltano contro i dipendenti efficienti, a procedure fatte apposta per rallentare qualsiasi attività. L’autore parla con precisione delle procedure tipiche delle politiche attive del lavoro, utilizzando appropriatamente i termini del gergo dei cpi – come la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, i tirocini, i patti di servizio personalizzati, la Naspi, la Garanzia Giovani, i Neet. Ma sempre con scetticismo rispetto alla possibilità che questi strumenti possano essere efficaci: «Al centro per l’impiego ci si poteva andare per svariati motivi: un certificato di disoccupazione, il modello C2 storico, due chiacchiere, e tutto andava anche bene, purché non ci si andasse per trovare lavoro».
Tutto questo malgrado la buona volontà di alcuni prodi singoli – tra cui anche il buon Nero, che nel corso del suo breve contratto come operatore del centro per l’impiego ce la mette tutta «pensando a tutti i giovani neolaureati, tutte quelle ragazze e quei ragazzi che ogni giorno cercavano di guadagnarsi una vita e ogni giorno morivano un po’ di più alla mercé di tirocini non retribuiti, Cococo, catene piramidali, Almalaurea, disarticolazioni salariali, centri per l’impiego e sensi di colpa».
A cercare di remare nella direzione giusta, contro le correnti di inefficienza del sistema, c’è anche Elettra, laureata super qualificata, scappata all’estero per disperazione e poi ritornata in Italia senza un vero perché; per lei la missione di migliorare il mercato del lavoro italiano – o quantomeno di riuscire nella mission impossible di ritrovare un lavoro a Nero – poco a poco si trasforma in una ragione di vita.
Ma il personaggio con la storia forse più tragica è il padre di Nero, rimasto vedovo ed entrato in una depressione maniacale da cui il figlio cerca in qualche modo, senza successo, di farlo uscire. Attorno al rapporto tra padre e figlio si snodano interessanti riflessioni sulle dinamiche familiari del mondo di oggi, tra genitori che non diventano mai vecchi e figli che non diventano mai grandi e rapporti di interdipendenza quasi mai sani.
Tutt'intorno, un'Italia che da “Repubblica democratica fondata sul lavoro” sembra sprofondata in un'anarchia di sfruttamento selvaggio, in cui a qualcuno può capitare di essere «venduto in un’asta di lavoro dove il banditore faceva la proposta di assunzione e chi si offriva alla cifra più bassa veniva assunto». Fino alla piega fantascientifica del viaggio nel tempo, grazie a cui Nero si ritrova catapultato in un altro continente, in un’altra epoca, dove effettivamente – però meglio non fare troppi spoiler – un lavoro, in qualche modo, lo trova anche.
La domanda che attraversa tutto il libro è: fino a che punto si è disposti ad andare per ottenere un lavoro? Chi si è disposti a calpestare, e su quali valori si è disposti a sputare pur di realizzarsi professionalmente, e acquisire soldi e potere? E d'altro canto, fino a dove si spingono i governi per manipolare i dati statistici, e mettere in pratica politiche spericolate per potersi fare belli nei notiziari affermando di aver risolto questo o quel problema?
Il libro da un certo punto in poi richiede grande attenzione per orientarsi nei vari piani temporali in cui ogni vicenda è ambientata, e tenere il conto degli intrecci; in alcuni punti la narrazione straborda, e nel corso delle quasi 400 pagine trova spazio perfino un cameo dell’attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni in versione giovanissima – l’autore prova a immaginare cosa potrebbe accadere per evitare che la Giorgia adolescente cominci la sua attività politica nel Fronte della Gioventù dell'MSI, e dare una direzione diversa a tutta la sua vita (politica e non). Degno di nota l' editing pressoché perfetto: non capita spesso, specie di recente, di trovare libri – e così lunghi! – quasi del tutto privi di refusi ed errori di stampa. Un’attenzione al prodotto finale che fa onore non solo all'autore ma anche agli editor della piccola casa editrice Effequ (che si autodefinisce «storta, libertaria e indipendente») che ha pubblicato il libro.
Con “Nero” Luca Giommoni disegna una distopia del mercato del lavoro italiano – che, come sempre accade nelle distopie, prende diretta ispirazione dalle storture che già esistono nella realtà. La sua versione dei viaggi nel tempo, congegnati per far diminuire i tassi di disoccupazione, è brutalmente inquietante.
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