Categoria: Interviste

Katia Scannavini: «Italia Lavoro non ha tutelato la mia gravidanza»

Ha 38 anni, una laurea, un master e un dottorato di ricerca, ma dopo aver lavorato per diversi anni nel settore delle politiche del lavoro, non è stata ritenuta una risorsa valida su cui continuare a investire: Katia Scannavini è stata messa alla porta da Italia Lavoro mentre era incinta. Dopo il licenziamento è stata poi riassunta ma solo fino alla fine del contratto. «È qualcosa che ha segnato decisamente la mia esistenza» racconta «e ha rovinato un periodo così importante e delicato come quello della maternità». Oggi ha un contratto con un’organizzazione non governativa ma è in causa con Italia Lavoro per essere assunta a tempo indeterminato. «Tornare lì significherebbe riconquistare la dignità al lavoro troppo spesso dimenticata nel nostro paese».  Dal 2006 al 2011 ha lavorato per Italia Lavoro: di cosa si occupava e che tipi di contratto ha avuto?Sempre contratti a progetto: a volte durava un anno, il primo da febbraio del 2006 a febbraio del 2007, ma più avanti anche contratti di un mese, due, tre, quindi estremamente brevi che venivano di volta in volta rinnovati. I miei ruoli sono stati diversi, ma l’elemento fondamentale di quei sei anni è che intervenivo sulle politiche attive del lavoro: preparavo pacchetti formativi o possibilità per l’inserimento delle fasce deboli nel mercato del lavoro, quindi donne, neolaureati, over cinquanta. Italia Lavoro con me e attraverso tanti altri collaboratori a progetto, interni alla propria azienda, lavorava e metteva in atto politiche a favore dei precari esterni. Un paradosso nel paradosso.In che sede lavorava e come era stata selezionata? Lavoravo nella sede di Roma. Italia Lavoro ha cambiato nel tempo i metodi di reclutamento: io avevo fatto un colloquio con una persona delle risorse umane e con il capo del primo programma in cui ho lavorato. Sono stata presa nel 2006 in quel progetto che era appena partito. Poi sono cambiati i metodi selettivi con l'introduzione anche di prove scritte. Ho sempre dovuto fare, anche per l’ultimo contratto, una selezione, quindi test scritti e orali con cui sostanzialmente riattivavo il mio contratto. Quanti dei suoi colleghi, entrati con lei nel 2006, sono oggi fuori da Italia Lavoro?È molto difficile saperlo e questa è una delle caratteristiche di chi lavora a progetto: ha difficoltà a creare un gruppo comune. Posso dire che una percentuale considerevole è a casa e non è rientrata in Italia Lavoro. Mi dicono che basta camminare per i corridoi per rendersi conto che non c’è più nessuno. L’azienda ha tagliato sui collaboratori perché deve ridurre le spese o perché il numero era superiore alle necessità aziendali?Sicuramente l’azienda in questo momento ha necessità di avere meno spese, quindi la soluzione più rapida è lasciare a casa i lavoratori. Anche se questa è una delle scelte più semplicistiche che un addetto alla gestione di un’impresa possa applicare. Detto ciò se prendiamo in considerazione il fatto che io e altri colleghi siamo stati lasciati a casa lo scorso anno solo perché avevamo rivendicato dei diritti in modo molto semplice attraverso una lettera, questo la dice lunga sulle modalità con le quali si vogliono conservare certi tipi di collaboratori. L’azienda non vuole questioni o difficoltà nel gestire i lavoratori. Ha tagliato sicuramente per ridurre i costi ma le politiche di risparmio potrebbero essere anche altre.Come previsto dal collegato lavoro lei aveva mandato all’azienda una lettera per tutelare la sua situazione precaria, quanti dei suoi colleghi che hanno fatto lo stesso sono stati licenziati? Tutti e diciassette siamo stati lasciati a casa, poi siamo stati reintegrati dopo un incontro forzato con Sacconi. Nessuno però ha avuto i rinnovi man mano che i contratti scadevano. La maggior parte di queste persone ha attivato un procedimento legale e alcuni di questi colleghi sono tornati in azienda perché hanno patteggiato, come prevede la legge, la possibilità di rientrare con un contratto a tempo determinato per tre anni. Evidenziando anche che l’azienda sapeva che avrebbe potuto perdere molte di quelle cause altrimenti non avrebbe accettato proposte di questo tipo. Molti oggi sono in azienda ma il contratto scadrà nel 2014.E l’incontro con Sacconi?Un mese dopo, ma eravamo solo della sede del Lazio. C’eravamo sentiti con colleghi di altre sedi che non se l’erano sentita di venire a Roma: erano senza lavoro e avrebbero avuto delle spese che non potevano sostenere. Avevamo fatto volantinaggio la mattina sotto l’azienda cercando di farci ricevere, senza successo, dai responsabili. Saputo che Sacconi era a un convegno al Cnel, ci siamo andati insieme ad altri precari della pubblica amministrazione, di agenzie come sviluppo Lazio o Formez che sono in situazioni molto simili alla nostra. Una volta dentro abbiamo chiesto cortesemente di prendere la parola. Mi sono alzata proprio io (nella foto) per far vedere concretamente qual era la mia situazione, chiedendo a Sacconi di poter intervenire. L’ex ministro non è stato felice di questo nostro intervento. Disse che non avrebbe potuto fare niente su Italia Lavoro, ma alla fine intervenne perché era una situazione veramente sconveniente per il governo. Di lì a poco ci fece riassorbire dall’azienda che ci inviò un sms chiedendo di ripresentarci e di firmare una carta dove si sottolineava che il nostro contratto era di nuovo attivo fino a scadenza. Crede che il suo licenziamento sia legato al fatto che era incinta?L’azienda non ha mai detto una cosa del genere quindi a mia volta non posso affermarlo. Posso però dire che nonostante fosse a conoscenza della gravidanza non ha tutelato la situazione di maternità di una sua dipendente. Avevo mandato la richiesta di maternità chiedendo di poter lavorare, come fanno quasi tutti i collaboratori a progetto, fino all’ottavo mese e l’azienda mi ha licenziata al sesto. Anche laddove affermino che non è stata una sorta di persecuzione rispetto al mio stato, di sicuro non c’è stata tutela rispetto alla mia gravidanza. La lettera di licenziamento è arrivata quindi molto prima della scadenza del contratto, se lo aspettava?No, non credevo di poter essere lasciata senza tutele in una condizione di grande vulnerabilità come quella di una donna in stato interessante. Non mi sarei mai aspettata questa cosa anche perché non avevo diffidato l’azienda. Pensavo che il responsabile delle risorse umane mi chiamasse e avessimo possibilità di confrontarci rispetto a tutto il lavoro che avevo fatto in azienda. E poi la legge italiana sottolinea determinati tipi di tutele. Ma la risposta del braccio tecnico del ministero del lavoro è stata quella di mettere a casa una persona incinta. Per me è stata una doccia fredda. Ricorderò per sempre quel 6 aprile 2011, era un sabato mattina, arriva questa raccomandata, la apro: tre righe nere su un foglio bianco, fredde, lucide, dove si sottolineava che dal momento in cui avevo aperto quella busta veniva rescisso il mio contratto e non avevo più possibilità di andare in ufficio e di continuare la mia attività lavorativa. Ha aperto una vertenza presso il tribunale del lavoro ed è alla seconda udienza: che cosa chiede e che tempi ci vorranno per una sentenza definitiva?  Chiedo di essere reintegrata a tempo indeterminato. Perché come la maggior parte dei lavoratori a progetto di Italia Lavoro in realtà eravamo dipendenti, obbligati ad avere un orario come quello dei dipendenti, chiamati a fare molte più mansioni di quelle scritte sul contratto, soggetti a dover giustificare le nostre assenze. Quindi ho sempre vissuto, come tutti i miei colleghi, una situazione di lavoratore subordinato mascherato dietro un contratto a progetto. I tempi del tribunale del lavoro di solito sono abbastanza veloci. Tuttavia non so ancora bene quando sarà l’ultima udienza, però dopo questa ci sarà la terza definitiva.È una vertenza individuale?Per forza, perché i lavoratori a progetto non hanno possibilità di aprire vertenze collettive. C’è stato un vero e proprio smembramento della categoria: noi volevamo fare una vertenza di gruppo ma la legge non lo permette. Il lavoratore cocopro è assolutamente atomizzato e se vuol rivendicare dei diritti lo deve fare in totale autonomia. Ci siamo però organizzati per portare avanti una battaglia di ordine mediatico. Abbiamo tentato di rendere pubblica la nostra situazione. Sottolineando che in queste agenzie tecniche che spesso lavorano nella totale ombra rispetto all’opinione pubblica, negli ultimi tempi stanno uscendo fuori scandali legati alle agenzie delle regioni per Italia Lavoro o per il Formez o per Sviluppo Lazio, funziona nello stesso identico modo: c’è uno sperpero di denaro molto forte. E contemporaneamente c’è questo utilizzo scriteriato dei lavoratori. Abbiamo tentato di unirci per evidenziare le condizioni di lavoro alle quali siamo stati costretti a vivere. Detto ciò legalmente non abbiamo potuto presentarci come una collettività che denunciava un problema davanti a un giudice. Quando sono state fatte le nuove selezioni, avrebbe potuto partecipare o c’erano clausole specifiche?Teoricamente avrei potuto partecipare, in pratica non l’ho potuto fare perché avendo questo procedimento si sapeva perfettamente che l’azienda non mi avrebbe mai assunta. Del resto è capitato: altri colleghi che hanno da sempre lavorato come me per Italia Lavoro si sono candidati per delle posizioni che erano le loro fino al giorno prima e non sono stati neanche ammessi ai colloqui, dopo la prima selezione sui curricula. È un paradosso che una persona per 5-6 anni ha fatto proprio quel lavoro in quell’azienda e non riesca a superare lo scoglio della lettura del curriculum. Ha un contratto di collaborazione con un’organizzazione non governativa fino al giugno 2013, dopo spera di tornare in Italia Lavoro?Lo spero. È chiaro sono in una situazione abbastanza delicata: ho una figlia quindi non si va mai a dormire sereni la sera sapendo che a giugno scadrà il contratto e non devo badare soltanto a me stessa. C’è un’ansia di questo tipo e in cuor mio spero di tornare in Italia Lavoro, dove ho lavorato per tanto tempo avendo anche dei riconoscimenti rispetto alla qualità del mio operato. Detto ciò vorrei tornare lì per riconquistare una dignità dei lavoratori che ormai è sempre più schiacciata. L’idea che quanto mi è stato fatto possa avere una giustizia all’interno di un’aula di tribunale mi rinfrancherebbe molto proprio come cittadina, come lavoratrice e non ultimo come donna, visto quello che ho subito in un periodo così delicato della mia vita. Ha avuto una bambina, sarà una donna del domani, cosa spera per lei e per il vostro futuro?Spero che mia figlia non rimanga in Italia. Di avere in qualche modo la possibilità e l’opportunità di mandarla in un paese dove tutto quello che qui manca sia stato riconosciuto e dove sia in grado di vivere in modo più dignitoso e più sereno rispetto a quanto ha dovuto fare sua madre. Soprattutto in un Paese dove, laddove lei avesse dei meriti, le fossero riconosciuti. Perché il nostro Paese non è affatto così. Marianna Lepore Per saperne di più su questo argomento leggi anche:- Italia Lavoro aiuta i cittadini a trovare un impiego ma lascia a casa i suoi collaboratori- La Cgil: «Su oltre mille lavoratori Italia Lavoro non può averne solo 400 stabili»- Il regalo alle agenzie interinali nell'attivazione degli stage Les4 di Italia Lavoro e anche:- Tirocini Les4 di Italia Lavoro, in Puglia nessuno sembra conoscerli. A parte l'agenzia Obiettivo Lavoro- Quel pasticciaccio brutto dei due Les4 omonimi: perchè Italia Lavoro non chiarisce la posizione delle agenzie interinali nell'attivazione dei suoi tirocini?

La Cgil: «Su oltre mille lavoratori Italia Lavoro non può averne solo 400 stabili»

«Italia Lavoro applicherà ai suoi dipendenti la riforma Fornero?» si chiede Roberto D’Andrea, segretario Nidil Cgil, la categoria sindacale in rappresentanza delle forme parasubordinate, che da tempo segue le vicende dei collaboratori dell’agenzia tecnica del ministero ed è l’unico sindacato che da alcuni anni si schiera contro il regolamento aziendale. Tutto inizia nel 2008 quando Cgil, Cisl e Uil firmano con Italia Lavoro un accordo sulle condizioni dei collaboratori a progetto, che definisce, tra gli altri, i minimi salariali e la costituzione di un bacino di prelazione in caso di nuovi incarichi. In seguito alla firma, però, l’azienda inizia ad applicare queste tipologie di contratto per tutte le mansioni tanto che alcuni lavoratori decidono di aprire contenziosi per avere il riconoscimento del lavoro subordinato. Così nel 2009 la Cgil decide di ritirare la firma dall’accordo, anche in seguito agli esiti di queste vertenze favorevoli ad alcuni dipendenti ad Avellino, Benevento, Roma, e i rapporti con Italia Lavoro si interrompono. La Repubblica degli Stagisti ha intervistato Roberto D’Andrea per capire oggi qual è la situazione dei lavoratori in azienda. La rottura sindacale tra Cgil e Italia Lavoro è del 2009? Sì, ma si è acuita nel 2010 con l’uscita del collegato lavoro, la legge che fa sì che vada in prescrizione qualsiasi rapporto non impugnato entro 60 giorni dalla scadenza dello stesso. Alcuni lavoratori per non perdere i rapporti di lavoro pregressi impugnano i vecchi contratti e l’azienda a quel punto ne licenzia diciassette. Solo grazie all’impegno di questi lavoratori, con il nostro appoggio, siamo riusciti a farli rientrare anche se alcuni, come Katia Scannavini, sono ancora in causa: alcune sentenze sono previste fra qualche mese. 
Il numero preciso dei licenziati è di diciassette persone? Questi diciassette sono quelli della sede nazionale, ma da lì in poi l’azienda ha iniziato ad aumentare il turn over per cui ci sono anche una decina di cause in Puglia e altre sparse sul territorio. Alcune sono rientrate perché i lavoratori sono stati reintegrati: la loro collaborazione è stata trasformata in contratto a tempo determinato. Non conosciamo purtroppo il numero preciso ma mentre l’azienda minimizza e parla di numeri “fisiologici”, io credo che stiamo intorno a una cinquantina tra contenziosi chiusi e contenziosi in atto, però è un numero approssimativo. Tra l’altro l’azienda è stata anche attenzionata dalla Corte dei Conti proprio per le cause – perché c’è anche un’esposizione economica.Cosa è successo dopo? La vera novità arriva dal 18 luglio con l’entrata in vigore della legge n. 92, la riforma Fornero. L'azienda ci chiama dicendoci che non possiamo trattare a riguardo di come la legge si abbatte sull'organico aziendale perché non siamo più tra i firmatari dell'accordo. Replichiamo dicendo che è un'interpretazione un po' forzata perché nel 2009 abbiamo ritenuto di non dover firmare, ma siamo nel 2012, c'è una nuova legge e francamente ci sembrava un po' strumentale rifiutare il confronto sindacale.Come mai i sindacati non sono riusciti a trovare un accordo comune per agire contro il regolamento aziendale che dice «Italia Lavoro non si avvarrà dello stesso lavoratore con contratto di collaborazione per più di tre anni»? Perché solo noi abbiamo messo in discussione questo regolamento, le altre sigle dicevano che erano d’accordo. Così l’azienda avendo gioco facile ha continuato a trattare solo con chi era firmatario di accordo e si è rifiutata per anni di aprire una discussione seria su come le collaborazioni venissero usate. Noi continuiamo a dire che non possono essere utilizzate, come peraltro riconosce la legge Fornero stessa, per l’attività principale del committente. Sarebbe stato del tutto coerente quindi discutere con noi anche dell’utilizzo delle collaborazioni visto che nel 2009 avevamo ritirato la firma per le stesse ragioni per cui la legge oggi dice che non si possono usare.
Quante vertenze individuali ad oggi sono state aperte contro Italia Lavoro? Non so dire quante sono le vertenze individuali, perché non tutti passano attraverso l’ufficio legale della Cgil. Molte cause, anche di iscritti al sindacato, vengono fatte individualmente da avvocati di fiducia. 
Cosa chiedono i cocopro che hanno avviato queste vertenze? I casi sono individuali perché ci sono persone che lavoravano da otto-nove anni e altri che lavoravano solo da qualche mese. Qualcuno ha rifiutato di transare e chiede il riconoscimento del tempo indeterminato. Altri lavoratori, a fronte del fatto che hanno una famiglia e dei mutui da pagare, hanno accettato l’offerta dell’azienda di prendersi 36 mesi a tempo determinato e hanno chiuso la causa.
Oggi, quindi, si trovano in mezzo a una strada lavoratori che in questi anni hanno cercato di facilitare il ricollocamento sul mercato del lavoro di licenziati e cassintegrati …. Sì, ma la cosa proprio assurda alla base è che un'azienda che ha un organico di 1100 lavoratori non può averne solo 400 stabili e 700 collaboratori. La tematica che Italia Lavoro si rifiuta di affrontare è proprio che tipo di organico vuole utilizzare: è vero che è legata a progettazione europea con bandi triennali, però c’è un organico stabilmente impegnato per cui si dovrebbe ragionare su altre forme di lavoro. E chi fa progettazione in maniera continuativa da otto-dieci anni non può stare a collaborazione, perché non c’è nessun progetto. 
Come è andato l’incontro tra l’azienda e la Nidil Cgil di inizio settembre? Abbiamo invitato l’azienda ad aprire una discussione, ma hanno risposto che avrebbero trattato solo con le organizzazioni che in passato avevano sottoscritto accordi. Un’interpretazione secondo me forzata perché un’opzione di verifica dell’organizzazione del lavoro in un’azienda si fa con tutti i sindacati, poi chi è d’accordo firma. L’azienda invece ha detto che non avrebbe verificato con noi la liceità delle collaborazioni bensì avrebbe solo discusso, in seguito, delle condizioni che si applicavano ai collaboratori. È un modo di interpretare la norma un po’ strano. 
Italia Lavoro ha firmato un accordo con Cisl e Uil per prorogare i contratti a progetto, di cosa si tratta? Hanno firmato il 16 settembre questo accordo che utilizza la lettera g del comma 23 della legge Fornero che va a disciplinare le elevate professionalità e consente all’azienda di continuare a utilizzare i contratti a progetto. Ma è un’interpretazione che serve più all’azienda per scappare dalle assunzioni piuttosto che ai lavoratori. Cioè risolve il problema dei rinnovi immediati dei contratti ma non di come questi contratti si utilizzano. E si sono spinti in maniera un po’ avventuristica, forzando la legge. Non è possibile che ci sia gente che continua a lavorare a collaborazione proprio nel pubblico quando in realtà le stesse aziende private adesso dovranno mettersi in regola rispetto alla riforma Fornero.  
Qual è la richiesta della Cgil? Che venga fatta un’analisi seria dell’organizzazione del lavoro e che si metta bene il discrimine tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, collaborazioni, partite iva o lavoro occasionale. Il lavoro dipendente non si può fare a collaborazione, in qualche modo lo dice anche la riforma: non si può fare per mansioni ripetitive ed esecutive, non si può fare se il progetto non ha obiettivi misurabili, quindi secondo noi le 700 collaborazioni che ci sono dentro Italia Lavoro non sono in linea con la legge Fornero. Chiediamo di verificare questo e di ragionare su percorsi di stabilizzazione, sulla creazione di un bacino di prelazione che inizi con il dare contratti a tempo determinato se sono impossibilitati ad assumere a tempo indeterminato. Siamo disposti a ragionare di mille forme ma che non eludano il vero problema: lì dentro dietro le collaborazioni c’è lavoro dipendente mascherato. 
Quando c’è stato l’ultimo incontro tra la Nidil Cgil e Italia Lavoro? Lunedi 15 ottobre: noi abbiamo continuato a chiedere che l’azienda si ponga il problema della stabilizzazione dei rapporti di lavoro e che chiarisca effettivamente cosa è una collaborazione e cosa non lo è. L'azienda si è detta disponibile a ridiscutere, compatibilmente con i vincoli di spesa, quanto previsto dalla legge Fornero. Verificheremo nelle prossime settimane se, effettivamente, Italia Lavoro muterà i suoi comportamenti. Marianna Lepore Per saperne di più su questo argomento leggi anche:- Italia Lavoro aiuta i cittadini a trovare un impiego ma lascia a casa i suoi collaboratori- Il regalo alle agenzie interinali nell'attivazione degli stage Les4 di Italia Lavoro- Tirocini Les4 di Italia Lavoro, in Puglia nessuno sembra conoscerli. A parte l'agenzia Obiettivo Lavoro e anche:- Quel pasticciaccio brutto dei due Les4 omonimi: perchè Italia Lavoro non chiarisce la posizione delle agenzie interinali nell'attivazione dei suoi tirocini?

Maternità precaria: per avere un sussidio meglio essere ragazza madre

«Perché la maternità, per una lavoratrice precaria, è come una malattia», con queste parole Martina Proietti,  giovane reporter che nel 2011 ha vinto il premio Ilaria Alpi con il reportage Maternità precaria, spiega la sua scelta di approfondire questo spinoso argomento in un video. Il premio ha regalato a Martina notorietà nel mondo del giornalismo: «Ho ottenuto tanta pubblicità e l'inizio, per una sconosciuta come me, di una specie di carriera avendo avuto modo di farlo vedere a molti giornalisti».Martina Proietti ha 28 anni è romana e oggi è inviata del programma L'ultima Parola di Rai2. Maternità precaria non è il suo unico reportage: quest’anno ha infatti scritto e girato anche Emergenza Casa andato in onda su canale 118 RadioRadicale tv .«Nel 2010, nel paese del Family Day, gli sportelli Politiche della famiglia consigliano alle ragazze in dolce attesa di non far riconoscere il proprio figlio al compagno, perché solo così potranno ottenere più punti nelle graduatorie per gli asili nido e per gli aiuti economici, questo è il succo di Maternità precaria», denuncia Martina.Uno spaccato sulle discriminazioni lavorative nei confronti delle donne incinte e sulla mancanza di garanzie e welfare per le mamme precarie. Un'investigazione in due puntate attraverso le esperienze di donne di età compresa tra i 25 e i 38 anni, felici per l'arrivo di un bimbo ma estremamente fragili dal punto di vista professionale, in dolce attesa ma con contratti di lavoro a progetto, in nero o vittime di licenziamenti senza preavviso. Giovani future madri alle prese con una società, quella italiana, dove la spesa a favore delle politiche del welfare sfiora appena l'1,2% del Pil, contro una media europea del 2,4% (dossier Mamme nella Crisi di Save the children, 18 settembre 2012). In Italia, infatti, a livello nazionale esiste solo il “Fondo nuovi nati”, una sorta di prestito con garanzia statale, pari a 5mila euro che lo Stato eroga alle famiglie con tasso agevolato. Soldi che devono chiaramente essere restituiti. «La prima realtà sconvolgente l’ho riscontrata parlando con Regina, una delle protagoniste della mia inchiesta. Regina ha 29 anni, lavora come assistente nel sociale, specializzata nel seguire ragazzi autistici. Per le assistenti come lei ci sono contratti a progetto o prestazioni occasionali. Quando rimane incinta il suo datore di lavoro le dice che "è troppo incinta, la sua pancia è troppo grande" e non la riconferma. E allo sportello delle politiche familiari del comune di Roma le hanno detto che era difficilissimo ottenere sussidi e le hanno consigliato vivamente di non far riconoscere il bambino dal compagno così da ottenere i fondi statali per ragazze madri».Quindi l’Inps alle precarie come Regina non assicura un sostegno economico in caso di maternità?No, in teoria l’indennità c’è anche per le precarie che abbiano versato contributi di almeno tre mesi nell’anno precedente la gravidanza. La realtà dei fatti è che poi i requisiti richiesti sono così restrittivi che sono pochissime quelle che effettivamente la ricevono.Esistono delle alternative all’Inps?Sì, bisogna rivolgersi ai comuni e capire cosa garantiscono in caso di maternità alle precarie. Qui il problema è duplice: in primis quasi tutti i comuni offrono indennità ridicole, a Roma, per esempio, nel 2010 era 300 euro al mese per cinque mesi; in secondo luogo il primo requisito per riceverla è quasi sempre essere disoccupate.Tutti i comuni le garantiscono?Non è detto, dipende se hanno i fondi e se decidono di stanziarne a questo scopo. Spesso nei comuni più piccoli si può ottenere di più che in quelli più grandi, dove la richiesta è maggiore.Esistono associazioni che assicurano forme sostitutive di indennizzo e sistemi di welfare per mamme precarie?Sì, in particolare nelle grandi città. Io per esempio ho intervistato Vita di donna. Non garantiscono soldi perché non ne hanno neanche loro ma tutela legale, appoggio e informazioni utili. Purtroppo non basta. Ma molte mamme precarie desistono sia dal cercare di ottenere qualcosa dagli enti pubblici o dall’Inps sia dal rivolgersi a loro.Perché?Chi ha una famiglia alle spalle si appoggia a quella. Ed è vergognoso che ad oggi ci siano persone di 38 anni come Sabrina, che ho intervistato, che non possono permettersi un figlio se non con l’aiuto della famiglia d’origine. Lei era curatrice d’arte: niente contratti, solo collaborazioni occasionali. Un disastro. Ha deciso di non rinunciare alla gravidanza grazie all’aiuto di genitori e suoceri: ormai i nonni sono il welfare che lo stato non garantisce.Insomma i nonni sono il welfare e la maternità una malattia, come è possibile in un Paese dell’Unione Europea, nel 2012?Negli stati moderni la maternità dovrebbe avere un ruolo sociale, invece le mamme che ho intervistato mi hanno assicurato che aspettare un bambino è come essere malati. Si rischia di perdere il lavoro o se il contratto scade di non trovarlo più. Ma la cosa sconvolgente è che la maternità è considerata una malattia anche formalmente, per legge. Nel bilancio di stato, infatti, i costi per la maternità fanno parte di quelli per malattie e disabilità.Ha intervistato anche donne che hanno effettivamente perso il lavoro a causa della gravidanza?Sì, Elena è stata licenziata all’ottavo mese di gravidanza per cessione attività. Peccato che lo studio nel quale lavorava sia ancora aperto. E lei invece il lavoro non ce l’ha più.Il suo reportage risale a due anni fa, cos’è cambiato oggi?Nulla. Nel ddl Fornero si individuano delle buone linee guida: congedo parentale, revisione dell'articolo sul fenomeno delle dimissioni in bianco. Tutte cose che comunque erano già previste dalla legge 188 del 2007, poi abrogata.  Mi aspettavo che la riforma Fornero dedicasse un capitolo a questo tema e invece non l’ha affrontato. Sicuramente le cose si stanno muovendo in una direzione di più attenzione per il lavoro e per il lavoro femminile di conciliazione e diritti.  Ma il problema serio è comunque a monte. Si tratta di regolarizzare la situazione dei contratti atipici - cococo, cocopro -  e questo vale per tutti, soprattutto per le donne perché un paese che pensa alle donne pensa anche al futuro. Tali contratti non godono di alcuna tutela. E comunque anche se andiamo in una direzione giusta con il ddl Fornero,  siamo molto lontani dalle politiche del welfare europeo.Giulia CimpanelliPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Indennità di maternità per le precarie, quanto danno le casse previdenziali dei professionisti- Ma le lavoratrici precarie hanno diritto all'assegno di maternità?- Inps: la dura legge dell'indennità di maternità alle lavoratrici precarie  

Rimborso spese al «netto» o al «lordo»? Come funziona la trattenuta Irpef per gli stagisti

A luglio di quest’anno il comune di Napoli ha finalmente pagato il rimborso spese agli stagisti del programma Tirocini formativi per l’occupazione 2010-2011. La Repubblica degli Stagisti da tempo seguiva la vicenda di questi 49 ex tirocinanti che, secondo bando, avrebbero dovuto ricevere 2mila euro per i cinque mesi di training on the job passati negli uffici comunali. E che per ottenere quel che gli spettava hanno dovuto pazientare oltre un anno. Tutto è bene quel che finisce bene? Non proprio. Perché è sopraggiunto un altro problema: come segnalato sul forum della RdS, il rimborso spese è stato tassato al 23% e quindi i ragazzi hanno ricevuto solo 1540 euro nonostante molti di loro fossero privi di altri redditi, e dunque pienamente nella "no tax area". La Repubblica degli Stagisti ha quindi contattato l’Agenzia delle entrate  per capire se la procedura applicata, non solo a questo tirocinio ma a molti altri, è giusta. Purtroppo non è stato possibile parlare direttamente con un funzionario: l'intervista che segue dunque è il risultato dei quesiti inviati all'ufficio stampa, che a sua volta li ha girati internamente per ottenere risposte, e della rielaborazione di queste risposte con integrazioni scaturite da successive richieste di chiarimento, sempre mediate dalla portavoce Antonella Gorret. Una modalità di approfondimento giornalistico non proprio ottimale: ma il risultato contiene comunque informazioni rilevanti per tutti coloro che fanno o faranno uno stage, percependo un emolumento, e che sono interessati a capire come esso funziona dal punto di vista fiscale.   Innanzi tutto qual è la soglia limite di reddito sotto la quale non c’è la trattenuta Irpef?In linea generale, in mancanza di altri redditi, non è dovuta l’Irpef sui redditi da lavoro dipendente e assimilato, tra cui le borse di studio, qualora non si superi la soglia di 8mila euro: quel che si dice la "no tax area". Poiché un datore di lavoro non può sapere se il contribuente ha altri redditi, il sostituto d’imposta è tenuto a operare e a versare le ritenute a titolo di acconto dell’Irpef dovuta. La ritenuta è calcolata applicando l’aliquota più bassa, il 23%, qualora la retribuzione annua non superi 15mila euro e tenendo conto delle previste detrazioni per lavoro dipendente.Partiamo da un caso specifico: alcuni ex tirocinanti del Comune di Napoli hanno ricevuto – peraltro con un anno e mezzo di ritardo – un rimborso spese decurtato del 23% per ritenute Irpef, per un tirocinio per il quale era prevista una indennità forfettaria di 2mila euro, malgrado molti di questi ex stagisti fossero neolaureati, quindi senza reddito. Il Comune si è comportato in maniera corretta? Allora: all'interno del territorio comunale indennità e rimborsi spese sono tassabili per intero . Il trattamento fiscale delle trasferte invece è il seguente: il rimborso forfettario è imponibile solo per la parte eccedente 46,48 euro, al netto delle spese di viaggio e trasporto e il limite è ridotto di un terzo o due terzi se alloggio e vitto sono forniti gratuitamente; il rimborso analitico, quindi delle spese di viaggio, trasporto, vitto e alloggio documentate, non è imponibile. Il datore di lavoro dovrebbe applicare le ritenute solo se gli emolumenti sono imponibili, mentre, in caso di “rimborso spese” non imponibili, le ritenute non andrebbero proprio fatte. In quest’ultimo caso, datore di lavoro che per errore applica le ritenute, in presenza di soli redditi esenti, per il recupero delle ritenute erroneamente subite si deve necessariamente presentare istanza cartacea di rimborso all'Agenzia delle Entrate.Ma nella terminologia ormai comunemente usata il rimborso forfettario è usato come sinonimo di “compenso”, “emolumento”, “indennità” e i commercialisti sostengono che a livello fiscale esso sia assimilabile a una borsa di studio/lavoro. Mentre dalla risposta sembrerebbe quasi che il rimborso forfettario sia un ibrido tra il rimborso a piè di lista e la borsa di studio, indicata nella riforma Fornero come "indennità". È così? Esistono quindi tre tipi di rimborsi e tre comportamenti diversi da attuare?È vero, nel linguaggio comune spesso si parla di “rimborso spese” anche in presenza di “borsa di studio/lavoro”, utilizzando le due espressioni per identificare il medesimo fenomeno. I rimborsi in senso stretto, invece, danno luogo a diversi trattamenti fiscali: per le trasferte nel territorio comunale l’indennità e i rimborsi spese sono tassabili per intero, salvo i rimborsi per le spese di trasporto documentate, come ricevute di taxi e biglietti di autobus; per le trasferte fuori dal territorio comunale è necessario operare un’altra distinzione tra il rimborso forfettario e il rimborso analitico o a piè di lista. Come si spiega la differenza tra lordo e netto, e in particolare, che molte aziende private effettuando i calcoli corrispondano ai propri stagisti un rimborso mensile forfettario netto pari al lordo, poiché già sanno con ragionevole certezza che lo stagista si terrà sotto il limite della "no tax area" rispetto al reddito, mentre le amministrazioni pubbliche decurtano anche le indennità più basse, pur sapendo che al 99,9% i beneficiari non supereranno il limite e dunque andranno a credito?Premesso che normativamente non vi sono, sul punto, diversità di trattamento tra aziende private e amministrazioni pubbliche, non è da escludere che taluni soggetti applichino erroneamente la normativa tributaria, conteggiando le ritenute anche quando non dovrebbero. Come vengono gestiti i rimborsi dell’Irpef destinati ai tirocinanti? E cosa si deve fare per ottenere il riaccredito delle somme erroneamente detratte?I rimborsi Irpef destinati ai tirocinanti non vengono, né potrebbero, essere gestiti con modalità diverse rispetto a quelle previste per la generalità dei contribuenti. Il rimborso può essere richiesto presentando il modello 730, l'Unico o con un’istanza cartacea all’Agenzia delle Entrate. Il modello 730 è il modo più semplice e veloce, ma è riservato solo a chi ha un reddito imponibile di lavoro dipendente o assimilato. Si presenta al datore di lavoro entro il 30 aprile o al CAF o a un professionista abilitato, entro il 31 maggio. Nel caso in cui non esista un datore di lavoro, in presenza di altri redditi tassabili, occorre presentare il modello Unico. Si può utilizzare il modello reso disponibile gratuitamente sul sito dell’Agenzia oppure utilizzare software e pubblicazioni in commercio. Deve essere trasmesso telematicamente all’Agenzia delle Entrate, entro il 30 settembre, direttamente dal contribuente o avvalendosi d’intermediari abilitati, professionisti o CAF. Entro l’anno successivo, l’Agenzia delle Entrate esegue il controllo automatizzato delle dichiarazioni e se le somme non eccedono un certo limite d’importo, dispone automaticamente il rimborso a favore del contribuente. Se, invece, l’importo del rimborso supera i 5mila euro, la richiesta di rimborso viene controllata dalle strutture territoriali dell’Agenzia.Per chi non abbia reddito, perché ancora in cerca di lavoro, c’è un modo per recuperare le trattenute Irpef che non erano dovute?L’unico modo è presentare una domanda cartacea all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate territorialmente competente, in base alla propria residenza. La domanda, in carta semplice, va presentata entro 48 mesi dalla data in cui sono state subite. Non serve un modello specifico, ma è necessario spiegare con precisione i motivi della domanda e quantificare il rimborso richiesto. È utile allegare i documenti che dimostrano la bontà delle ragioni esposte nella domanda stessa. Il rimborso può essere erogato in tre modi: attraverso accredito sul conto corrente, ma il contribuente deve fornire in tempo utile all’Agenzia delle Entrate le proprie coordinate IBAN; in contanti presso gli uffici postali nel caso in cui il contribuente non fornisca le coordinate bancarie e il rimborso sia inferiore a mille euro; con un vaglia cambiario spedito dalla Banca d’Italia con una raccomandata nel caso in cui il rimborso sia pari o superiore a mille euro. Perché deve essere il richiedente a quantificare il rimborso? È danneggiato, in quanto ha subito una trattenuta maggiore del dovuto: non sarebbe corretto che fosse l’Agenzia delle Entrate, che ha i dati dei redditi di ciascuno, a quantificare la somma evitando che il richiedente sbagli i calcoli o si scoraggi e non richieda quanto gli spetta? I rimborsi tributari sono disciplinati specificamente dalle singole normative delle diverse imposte, che regolano le modalità e i termini per le procedure di rimborso. Nel nostro sistema tributario, di norma, è il creditore d’imposta-soggetto passivo a dover attivare, entro termini decadenziali, la procedura di rimborso, specificando l’importo richiesto. In tali ipotesi l’Agenzia non può procedere d’ufficio, di propria iniziativa.Quali sono in media i tempi di recupero della somma versata?Molto brevi se si usa il modello 730, se ci sono i presupposti. Le altre due modalità, modello Unico o istanza all’ufficio, richiedono tempi più lunghi, anche se negli ultimi anni siamo riusciti a ridurli: ora bisogna aspettare al massimo un anno e mezzo, necessario per verificare che effettivamente il rimborso sia dovuto. Si tratta di soldi pubblici per cui va prestata la massima attenzione. Ma per evitare a monte tutti questi problemi, un giovane che inizi uno stage non potrebbe fare un'autocertificazione al suo datore di lavoro attestando di non aver percepito altri redditi nei mesi precedenti e di non prevedere di averne fino alla fine dell'anno?No, la normativa non prevede tale possibilità.Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento leggi anche:- L'Anci giovane: «Ci occuperemo degli ex stagisti del Comune di Napoli» - Sindaco De Magistris, perché non risponde alle domande sugli stage al Comune di Napoli?- Comune di Napoli, l'assessore: «I soldi per gli stagisti dell'ano scorso non ci sono»e anche:- Stage al Comune di Napoli, ottimo per Carmine e pessimo per Assia: storie a confronto - Medici specializzandi, allarme rientrato: sparisce l'emendamento sull'Irpef per le borse di studio

Antonio Loconte: «Cari aspiranti giornalisti, lasciate stare e fate gli idraulici»

Antonio Loconte è un giornalista di 34 anni. Quasi due anni fa è stato messo alla porta dalla redazione per cui lavorava e da allora vive un’esistenza all’insegna del precariato. La sua esperienza, che potrebbe essere quella di molti altri giornalisti freelance, è raccontata in Senza paracadute - diario tragicomico di un giornalista precario (Adda editore, 244 pagine, 15 euro), uscito qualche mese fa. Una storia che, utilizzando le parole di Antonio Caprarica, autore della prefazione, rappresenta «il paradigma di un paese che si nega il futuro. Eppure, non si chiude alla speranza: almeno finché l'istinto di ribellarsi, la feroce determinazione di non chinare la schiena ci costringeranno tutti a interrogarci». Il tutto senza perdere l'ironia: la video sigla di presentazione del libro mostra Loconte (nella foto a qui sotto a sinistra con Alessandro Banfi a un festival letterario) alle prese con il suo funerale, chiara metafora del destino di questa professione. La Repubblica degli Stagisti lo ha incontrato e ha parlato con lui di lavoro, problemi e scenari futuri del giornalismo. Tu sei stato prima freelance sottopagato, poi assunto con tutti i crismi e con il buon stipendio dei giornalisti «garantiti», e poi di nuovo freelance sottopagato dopo il licenziamento. Proprio così. Ho iniziato pagandomi anche il treno per raggiungere il posto di lavoro, una cooperativa di cui negli ultimi dieci mesi di vita ero socio, senza prendere una lira. E ho finito con l'assunzione da praticante, quella che mi ha permesso di prendere il tesserino da professionista. Poi cococo, cocopro, fatture con la partita iva aperta appositamente, un contratto Aeranti-Corallo per la piccola emittenza televisiva e uno Fnsi per la sostituzione di una collega a Leggo Bari, con mazzette di giornali, buoni pasto e parcheggio pagato. Sono passato da pochi spiccioli al mese a 2.500 euro con benefit annessi, tanto da sentirmi per sei mesi parte della casta.E oggi? Grazie a quest'ultimo contratto riesco a vivere con la disoccupazione che garantisce una copertura di 24 mesi, dunque fino a novembre. 1.400 euro al mese, a cui sottraggo di volta in volta le collaborazioni occasionali sempre fatturate; da dicembre ad agosto 2013 percepirò invece una cifra un po' inferiore. Se non avessi questo sussidio farei la fame. Ho delle collaborazioni, che sono soprattutto progetti in cui credo e dei quali spero di riuscire a vivere: per ora, però, le mie entrate sono limitate a qualche ufficio stampa.Come nasce Senza Paracadute?Nel cuore della notte. Prima di tutto ne ho sognato subito il titolo, che ho pensato bene di comunicare a mia moglie alle quattro del mattino. Ci ho messo un paio di mesi a mettere nero su bianco ciò che avevo chiaro in testa. La prima bozza era la vendetta nei confronti dell'azienda che mi ha licenziato senza una giusta causa quasi due anni fa. Poi, però, mi sono detto che volevo altro. Volevo raccontare la vita dei cronisti di strada, quelli spesso precari. Un modo per scuotere le coscienze dei giornalisti - molti dei quali negano di aver letto il libro, forse perché nella mia storia si riconoscono, ma invece di reagire subiscono - e far conoscere ai curiosi un mondo che è ben lontano dai riflettori sempre accesi, dalle paghe da nababbo e dai privilegi incondizionati della casta. Che reazioni ha suscitato nel mondo della stampa?Contrastanti. C'è chi ha deciso di crederci, di starmi accanto in questa battaglia e chi, invece, l'ha presa come una questione personale. Questo non è un libro contro qualcuno. In realtà è la voglia di un reale cambiamento, il sogno di vedere schierati dalla stessa parte garantiti e precari. Al di là della crisi, che tocca più o meno tutti i settori, qual è il più grosso problema del giornalismo?La lista è davvero lunga e prima o poi bisognerà cominciare da qualche parte. Stagisti e tirocinanti messi a svolgere le mansioni di un professionista - non nell'accezione di essere iscritto all'albo dei professionisti, ma in quella di fare da decenni il mestiere. Editori certi di poter fare ciò che gli pare, perché tanto sono ancora loro gli squali nella catena alimentare dell'informazione; super costosissimi master, che non ti danno la benché minima certezza di accedere alla professione in maniera dignitosa - tanti amici dopo l'investimento fanno i camerieri... E ancora, dopolavoristi e hobbisti: insegnanti, medici, sportivi, geometri, giardinieri e opinionisti pronti a essere scaraventati davanti a una telecamera o sulle pagine dei giornali perché tanto si accontentano di poco.. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE Nel tuo libro «Tonino il tuttofare Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE » prepara gli aperitivi, parla del provolone come dello sfruttamento della prostituzione. La tua immagine è molto realistica e lontana da quella dei famosi mezzibusti. Credi che chi guarda a questo mestiere sia vittima di un’idealizzazione della figura del giornalista?Il giornalista è ormai una figura mitologica. Mi è capitato di sentirne davvero delle belle. Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE «Ah, lavori per quella testata, quindi guadagni un sacco di soldi! Che bella vita fate! Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE ». Non scarichiamo tufi, certo, ma lavoriamo anche 18 ore al giorno per pochi spiccioli, perché se non lo facciamo noi ci sono altre decine di migliaia di ragazzi pronti a farlo. Stiamo quasi abituandoci all'idea che sia una cosa normale, che non sia nemmeno il caso di ribellarci. Paghiamo come tutti le bollette, abbiamo un mutuo e la rata della macchina, valutiamo attentamente prima di avere un bambino e spesso ci occupiamo delle proteste di chi guadagna in un mese il doppio di quanto noi non portiamo a casa in 60 giorni. Questa non è flessibilità, è schiavitù. E guardate, un giornalista affamato è spesso un giornalista non libero. In Italia il 55% dei giornalisti è precario e uno su sei vive sotto la soglia della povertà. Poi c'è la casta, ma questa è un'altra storia.  Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE «Se potessi tornare indietro rifarei le stesse scelte e forse gli stessi identici errori, ma voi che ancora potete, lasciate stare e scegliete di fare gli idraulici Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE ». Perché chi vuole affacciarsi al mondo del giornalismo attualmente è meglio che prenda un’altra strada? Rifarei le stesse identiche scelte, compresa quella di scrivere questo libro. L'idraulico perché qualche tempo fa ne ho chiamato uno a sostituire il sifone del lavandino del bagno: mi ha chiesto 200 euro e non ho battuto ciglio. Perché invece noi dobbiamo accontentarci di una mancia? Anche 3,10 euro a pezzo. Il giornalismo è ancora il mestiere più bello del mondo, ma i giornalisti stanno perdendo quella vocazione necessaria per fare questo lavoro. Dico solo che bisogna pensarci tre, quattro, anche 10 volte prima di decidere di buttarsi in questo mondo. I sogni vanno inseguiti, ma bisogna tornare coi piedi per terra quando muore di speranza anche chi ti sta accanto. Mi raccomando, il matrimonio tra giornalisti precari è un incesto. Cosa bisognerebbe cambiare secondo te?Il cambiamento deve essere soprattutto nelle nostre teste e nei nostri cuori. Non ci si può approcciare al giornalismo con l'idea che essere sfruttati, essere schiavi, sia l'unico modo per fare questo mestiere. Nonostante tutto, il tuo è un libro ironico e leggero, che mostra una grande passione e un forte attaccamento alla professione. Forse qualche speranza c’è…La speranza deve essere sempre l'ultima a morire. Nella video sigla del libro esco ed entro da una bara, mi preparo il mio metaforico funerale. Non prendersi troppo sul serio aiuta sempre, anche a rincorrere questo maledetto sogno. La crisi che stiamo attraversando, non solo economica, riguarda tutti: dal più pagato al più precario dei giornalisti. Se guardassimo tutti dalla stessa parte tornerebbe ad avere senso anche l'Ordine.Chiara Del PriorePer approfondire questo argomento, leggi anche:- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso, ma le retribuzioni al di sotto della soglia della dignità - Lo scandalo dei giornalisti pagati 50 centesimi a pezzo. Il presidente degli editori a Firenze: «La Fieg non dà sanzioni. E poi, cos’è un pezzo?» - Giornalisti precari in rivolta: a Napoli reclamano più spazio nella web tv del Comune, a Roma diventano Errori di stampa

Largo ai giovani giornalisti: Napoli ospita gli Youth Media Days

Ha 27 anni, è il presidente di Youth Press Italia ed è addetto stampa di Cittalia – Anci ricerche e uno degli organizzatori dell’evento citato tra i progetti di eccellenza per la valorizzazione della creatività urbana nel corso del World Urban Forum 6. Ma sopratutto Simone d’Antonio è il giornalista che si è inventato il Festival del giornalismo giovane, che debutterà a Napoli venerdì 21 settembre già con un pedigree di tutto rispetto: l'adesione alla campagna “I’m a city changer” e la citazione da parte di UN Habitat, l’agenzia tematica dell’Onu, tra i progetti urbani innovativi di partecipazione e coinvolgimento del territorio. La Repubblica degli Stagisti lo ha intervistato per sentire come è nata questa idea.Il Festival del giornalismo giovane prenderà il via a Napoli il 21 settembre, che obiettivi si pone?Abbiamo voluto realizzare per la prima volta in Italia uno spazio dedicato soltanto ai giovani giornalisti. Negli altri eventi molto spesso c’è poco tempo per temi come l’accesso alla professione e la lotta al precariato e si lascia la scena ai colleghi più esperti. Invece nel nostro caso abbiamo cercato di mettere in campo sia le migliori esperienze, anche di innovazione, realizzate dal basso un po’ in tutta Italia, sia lasciare spazio al dialogo sulle problematiche affrontate dai giovani giornalisti. Avremo anche un dibattito sulle scuole di giornalismo per capire se oggi rappresentano ancora un qualcosa di significativo nonostante la crisi o uno spreco perché formano più giornalisti rispetto a quanti il mercato possa offrire. L’obiettivo è favorire la discussione tra le diverse posizioni su questo argomento. E poi la legge sull’equo compenso: daremo attenzione anche a questo tema.L’evento è organizzato da Youth Press Italia: di che cosa si occupa quest’associazione, nata nel 2008, di cui sei presidente?Di promuovere, anche in Europa, tutte le esperienze di giornalismo giovane italiane. Siamo parte di una rete europea, European Youth Press, che raggruppa più di venti associazioni nazionali di giovani giornalisti molto diverse tra loro: alcune nate negli anni ’50, come quella tedesca, o con diversi milioni di iscritti e un bilancio di vari milioni di euro, come quella svedese. E hanno focus molto diversi: chi si concentra sui giornali scolastici, chi sugli studenti di giornalismo. Noi cerchiamo di abbracciarli tutti e di portare all’attenzione di questo network di oltre 50mila giornalisti in tutta Europa i temi avvertiti in Italia, come il precariato e l’accesso alla professione, e di far sì che ci possa essere anche un’azione di lobbying a livello europeo e che sia possibile confrontare le esperienze tra i diversi paesi. In uno dei panel a Napoli avremo, infatti, sia giovani giornalisti italiani che lavorano all’estero, in testate come Cafebabel, sia giornalisti stranieri che racconteranno come si lavora negli altri Paesi.Quali sono i consigli che l’associazione dà a chi vuole affermarsi nel giornalismo?Specializzarsi quanto più possibile su di un tema e fare esperienza all’estero. Imparare le lingue, bene, in modo da poterci anche lavorare, rappresenta l’unica garanzia in questo momento per ricollegarci a un mercato del lavoro sempre più europeo e sempre meno locale e nazionale. Il giornalismo è una di quelle poche professioni in cui non ci sono cervelli in fuga perché le differenze linguistiche e soprattutto il modo in cui si utilizza una lingua non consente di potersi esprimere in altri paesi con la proprietà che si ha nella propria lingua. Rimanendo in Italia, bisogna però essere quanto più competenti e esperti possibili su un tema, credo sia l’unica garanzia per poter offrire agli editori e ai giornali un contributo unico rispetto ad altri. Qual è la tua ricetta, se ne hai una, per sconfiggere lo sfruttamento nel mondo del giornalismo?Applicare nella maniera più stretta possibile la Carta di Firenze e gli altri strumenti di cui si è dotato negli ultimi anni l’Ordine dei giornalisti. Anche se credo non sia stato fatto ancora abbastanza soprattutto sul fronte delle multe agli editori e quindi della possibilità di rendere veramente operativi questi strumenti. A Napoli raccoglieremo queste denunce: abbiamo aderito alla campagna lanciata dal coordinamento dei precari di Napoli, che consentirà a tanti ragazzi di raccontare le proprie storie di precariato e raccogliere segnalazioni che saranno comunicate agli organismi competenti di categoria. Come mai la scelta di Napoli?Perché per la sua natura di città mediterranea, creativa, vivace rappresenta la cornice più adatta per un evento del genere. Poi perché è da sempre al centro del rapporto letterario e giornalistico del nostro paese e perché in questo momento, nonostante la crisi di parecchie aziende editoriali, continua ad avere tantissime esperienze di innovazione a livello scolastico e universitario, ma non solo. Ci sono i ragazzi di Radio Siani che si impegnano fortemente contro la camorra e hanno la sede a Ercolano in un edificio sottratto ai clan. Grazie alla collaborazione con il Comune di Napoli e con altri soggetti della società civile sarà poi possibile mostrare ai giovani i lati nascosti della città attraverso gli atelier urbani, che sono un elemento di grande novità per questo tipo di eventi in genere monotematici. Noi invece abbiamo voluto aprirci nei confronti della città, mostrando le eccellenze del mondo produttivo, ma anche gastronomico e della società civile: vedremo la Napoli dei migranti, ma anche i progetti di riqualificazione partecipata di alcune piazze come piazza Mercato. Il festival è dedicato ai giornalisti under 35: qual è la loro percentuale oggi in Italia e i loro principali tipi di contratto?Dati precisi non ce ne sono, nemmeno l’Ordine riesce a fornirli perché ha solo il numero di iscritti che rappresentano una fetta parziale del totale dei giovani giornalisti. Si parla di stime dell’80% di giornalisti precari al sud, del 60% al nord, ma è difficile quantificarlo veramente. Le tipologie contrattuali sono le più varie. Anzi molto spesso si lavora in nero o per i famosi 3 o 5 euro a pezzo e per il web ci sono pagamenti che vanno a numero di click o numero di parole. È uno scenario sconfortante a cui va messo un freno: con i meccanismi di controllo da parte degli ordini di categoria nei confronti degli editori, ma soprattutto mettendo dei paletti chiari alle retribuzioni minime e speriamo che la legge sull’equo compenso possa aiutare a rendere più effettivo questo tipo di controllo. Chi finanzia questo festival?In un momento di crisi come questa abbiamo provato a fare tutto low cost. Un piccolo finanziamento di 5mila euro lo abbiamo avuto partecipando a una campagna di micro grant dello European youth forum. Il Comune di Napoli ci ha aiutato per la parte logistica dandoci le sale, la Banca di Credito Popolare, non scelta a caso ma perché è attiva sul territorio, ci ha dato un altro finanziamento e poi abbiamo avuto degli altri supporti come Sorbillo che servirà il catering o l’associazione degli ostelli della gioventù, solo per dirne alcuni. Chi volesse venire a seguire i dibattiti che deve fare?Deve registrarsi nella sezione apposita del sito dedicata all’evento che è festival.youthpressitalia.eu Può venire tranquillamente, saranno tre giorni di conferenze, sarà un evento unico in Italia. Speriamo di poter organizzare anche altre edizioni e che diventi un appuntamento fisso sia della programmazione culturale napoletana sia del dibattito giornalistico italiano. Tu sarai il moderatore di un panel dal titolo “Giornalismi del futuro: oltre la crisi, accesso alla professione e le sfide del settore”: qual è la tua posizione sull’accesso al giornalismo?Per mia esperienza personale posso dire che il modo migliore per imparare questo mestiere è quello di lavorare fin da subito, iniziando a collaborare con testate locali. Ma questo non va in contrasto con il frequentare una scuola di giornalismo. Credo sia un mestiere che dipende anche dalla personale attitudine a mettere in gioco la propria creatività, il modo di proporti. E che si impara facendolo, come gli altri mestieri della comunicazione. Quindi sei contrario alle scuole di giornalismo?Noi come associazione rappresentiamo tutti, anche gli studenti delle scuole. C’è però un problema creato da chi ha concepito le scuole: si creano ogni anno un numero maggiore di professionisti rispetto a quelli che il mercato è in grado di assorbire. Le scuole si sono moltiplicate sul territorio senza dei criteri di qualità omogenei tra loro e questo non ha contribuito a renderle il sistema esclusivo di accesso alla professione. Però, ripeto, non siamo contrari: come per fare il medico devi studiare, hai bisogno di farlo anche per fare il giornalista. Ma non penso debba essere un canale esclusivo. Ci devono essere dei meccanismi di accesso chiari, con regole ben precise: un sistema più moderno ed europeo.Tra i tanti appuntamenti della tre giorni qual è a tua avviso quello da non perdere e perché?Certamente quello sul precariato e sull’accesso alla professione di sabato 22 che si concentra sul forte dibattito delle ultime settimane, sia sui siti dei coordinamenti che su facebook, sulle diverse posizioni in campo sul tema dell’equo compenso. Un altro panel a cui tengo particolarmente è “giornalismi abroad” di sabato 22, sempre nel pomeriggio, che riguarderà le esperienze di giovani giornalisti italiani che lavorano all’estero e anche la storia di cinque fotoreporter napoletani che hanno organizzato una mostra sulle rivoluzioni arabe e daranno dei consigli a chi intraprende questa strada. Marianna Lepore La Repubblica degli Stagisti parteciperà al Festival nel panel "Scuole di giornalismo: inizio del precariato o speranza per il futuro?" Per saperne di più su questo argomento leggi anche:- Le scuole di giornalismo sono ormai solo per i figli dei ricchi? - Equo compenso per i giornalisti, sfuma l'approvazione della legge ma i freelance non demordono- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le restribuzioni sotto la soglia della dignità E anche:- Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi- Giornalismo, al Festival i problemi della professione- Enzo Iacopino: «Le scuole strumento essenziale, il problema sono i costi»

Giornalismo, Cotroneo: «Meglio il praticantato nelle scuole che nelle redazioni»

È entrato all'Espresso all'inizio degli anni Ottanta, con un contratto di praticantato, restandoci poi per 25 anni e divenendone una delle firme di punta. Roberto Cotroneo, 51 anni, oggi dirige una delle scuole di giornalismo più prestigiose, la Scuola Superiore “Massimo Baldini” della Luiss. La Repubblica degli Stagisti l'ha intervistato per cercare di capire qualcosa in più, stereotipi a parte, sulle scuole di giornalismo.  Direttore, cosa risponde a chi accusa le scuole di giornalismo di essere posti dove i figli di papà si comprano il praticantato e diventano giornalisti?Che è una sciocchezza. Noi abbiamo allievi che non sono figli di papà, che vincono delle borse di studio, diamo esattamente sei esenzioni totali ogni due anni. Le scuole possono essere frequentate anche dalle persone che non ne hanno le possibilità, come tutti i master post laurea. E poi non si compra il praticantato nella scuola di giornalismo, si impara a fare i giornalisti. Si fa per due anni un lavoro durissimo, a tempo pieno otto ore al giorno, facendo tutte le discipline: un lavoro importante che vedono poi le testate quando vanno a fare gli stage.Non è un'imboscata: io e molti collaboratori della Repubblica degli Stagisti, compreso il direttore, siamo giornalisti grazie a una scuola. Ma proprio perché a scuola ci hanno insegnato bene il mestiere, vediamo che la situazione di questo canale di accesso alla professione è critica a causa dei costi sempre più alti. La Luiss per esempio costa 20mila euro a biennio: è accettabile?È inevitabile. E poi tutti i canali di accesso alle professioni sono critici, ormai. C’è una regola dell’Ordine che dice che le scuole non devono avere utili, e infatti noi andiamo esattamente in pari. Non guadagnamo sulla scuola di giornalismo. Quella cifra serve esattamente a pagare attrezzature, tecnologie ad altissimi livelli che rinnoviamo ogni due anni. Se gli editori facessero il loro mestiere e sponsorizzassero le scuole di giornalismo, e ne avrebbero interesse visto che formiamo dei giornalisti per loro, le cose sarebbero diverse. Secondo lei le 12 borse di studio parziali su 30 posti che mettete a disposizione sono sufficienti? Comunque resta il 50% della quota da pagare, 10mila euro, e poi per tutti gli allievi che arrivano da fuori Roma ci sono anche le spese di vitto e alloggio nella capitale, non proprio basse. Per le famiglie resta un gran sacrificio… Tenga conto che c’è una norma che obbliga un 15-20% del fatturato delle scuole in borse di studio, quindi noi diamo quello che l’ordine – che sta facendo un eccellente lavoro da questo punto di vista -  chiede. Se le altre scuole non lo fanno, escono dalla normativa. Le università costano, non è che uno è obbligato a fare il giornalista nella vita. Fare una scuola di giornalismo purtroppo ha dei costi, su questo non c’è dubbio. Il mio sogno è fare una scuola di giornalismo che ha tutte borse di studio e che porta all’esenzione totale di tutti gli allievi, ma non si può. Questo è il problema. Chi paga queste borse?È la Luiss che le paga. Non ci sono aziende esterne, le diamo noi stessi. Prendiamo una parte dei nostri proventi e le trasformiamo in borse di studio.Quali sono, oggi, gli sbocchi occupazionali per i praticanti della scuola?Noi abbiamo 11 giornalisti al Tg1: prepariamo davvero, è per questo che abbiamo bisogno di investimenti e di tutto quello che lei può immaginare.Vista la forte crisi nel settore giornalistico, su cosa la scuola punta maggiormente per aiutare i suoi praticanti a trovare un lavoro?Sull’online, chiaramente, sulla competenza e sulle nuove tecnologie. Come mai le scuole hanno costi tanto differenti, dagli 8mila ai 20mila euro per avere, in linea teorica, gli stessi insegnamenti?Non lo so: so quello che costa la nostra per il tipo di spese che abbiamo, e non possiamo minimamente stare sotto quel tipo di cifra. Se mi chiede come mai ci sono scuole che costano 8mila euro, non glielo so dire. Normalmente sono scuole che hanno sovvenzioni regionali. Certo le posso dire una cosa: una scuola di giornalismo, organizzata nel modo giusto, con tutto quello che serve, non può costare 8mila euro. Perché vuol dire che qualcosa non torna.Come spendete i circa 600mila euro che ricavate ogni due anni dai candidati e dai vostri allievi? Sono 300mila euro all’anno: li spendiamo pagando i docenti, i tutor, comprando le attrezzatture, stampando il giornale, tenendo i domini, facendo le riforme grafiche.Come tutte le scuole, a un certo punto anche per i vostri allievi c'è lo stage: si tratta di vero apprendimento o di sfruttamento nelle redazioni? Lo stage fa parte del percorso formativo della scuola di giornalismo, è obbligatorio perché completa il praticantato. Tutto dipende dalla redazione in cui vanno e come si comportano i capiredattori nei confronti degli stagisti. Da parte nostra non abbiamo mai avuto casi di sfruttamento e lo so perché ho le relazioni degli allievi che vengono poi consegnate all’ordine, è tutto assolutamente scritto. Non posso escludere quello che succede in altre scuole. A noi non sono mai successi casi di sfruttamento:  seguo gli stage dei miei allievi telefonando a uno a uno i direttori e cercando di far capire come sono i miei allievi e come dovrebbero essere in qualche modo utilizzati. Se ci sono scuole che li mandano allo sbaraglio in redazioni che conoscono poco, è un altro discorso. Cerco di stare attento a non far finire i miei allievi in stage che non siano adeguati a un livello di professionalità e di competenza che hanno.È giusto che scuole costose come la vostra mandino i propri allievi in redazioni che prevedono stage gratuiti? Non potreste mettere una clausola per cui ai vostri allievi garantite di mandarli in redazioni "illuminate" che prevedano di erogare un rimborso? Purtroppo non posso modificare il codice civile. Se gli editori di Repubblica non vogliono pagare gli stagisti non è che posso obbligarli attraverso qualunque clausola perché legalmente non avrebbe nessun valore. Lo stage, come si sa, non è detto che debba essere pagato e io non posso obbligare De Benedetti, o il gruppo Rcs, o Sky a pagare gli stagisti. Mi piacerebbe che li pagassero: ma purtroppo è una decisione loro, non mia.Peraltro forse da gennaio 2013 sarà anche obbligatorio il pagamento degli stage….Sì. Dovrebbe diventare obbligatorio, allora a quel punto la legge mi aiuterebbe, ma io posso fare molto poco: se non ribadire che sono d’accordo, ovviamente, che gli stagisti dovrebbero essere pagati.Una volta diventati professionisti, la vostra scuola continua a seguire gli ex praticanti nel loro percorso lavorativo monitorando lo stato occupazionale?Assolutamente sì, abbiamo tutti i dati, monitoriamo e cerchiamo di seguire il più possibile tutto questo. Le statistiche sono buone: abbiamo alcuni articoli 1 e molti hanno dei contratti con cui collaborano con giornali importanti.  Lei quest'anno al festival del giornalismo di Perugia ha lamentato il disinteresse degli editori delle grandi testate, che non chiamano mai lei e gli altri direttori delle scuole per farsi segnalare gli allievi più bravi. Quindi nel nostro mondo si continua ad andare avanti per cooptazione e anzianità? Niente spazio al merito e alle nuove leve?Se mi fa questa domanda così diretta le rispondo che sì, ancora siamo a cooptazione, decisamente. C’è questo problema, non posso negarlo, c’è nei giornali come negli altri posti di lavoro.Oggi consiglierebbe a un giovane che vuole diventare giornalista di frequentare una scuola di giornalismo?Se un giovane vuole diventare giornalista l’unica cosa è frequentare una scuola di giornalismo. In questo momento non conosco altri modi.Il praticantato con l'assunzione, col famoso articolo 35 del contratto di lavoro giornalistico, è praticamente estinto. Perché? Questo deve chiederlo agli editori. Ho fatto il praticantato in un giornale dove poi ho lavorato per 25 anni, l’Espresso. Perché non c’è più? Chi lo sa.Tra il percorso che si faceva una volta nei giornali e quello che si fa oggi nelle scuole, qual è il migliore?Oggi sicuramente il praticantato nelle scuole. La professione è profondamente cambiata, la parte artigianale che c’era un tempo non esiste più. Quindi è molto meglio fare un praticantato nelle scuole e imparare più cose possibile. Perché oggi il livello tecnologico nel mestiere è talmente importante che non si può più imparare a Repubblica, come ho fatto io. Se mi chiede se sia giusto avere delle scuole di giornalismo quasi gratis magari per i meno abbienti con un ingresso ad altissimo livello, con selezioni molto forti, sì, è un problema che dovremmo porci. Però ora le scuole di giornalismo costano perché costa farle davvero: una volta per fare questo mestiere serviva la macchina da scrivere e due fogli. Oggi non è più così. Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Le scuole di giornalismo sono ormai solo per i figli dei ricchi?- Scuole di giornalismo troppo costose, ma i veri problemi della professione sono altri- Equo compenso per i giornalisti, sfuma l'approvazione della legge, ma i freelance non demordono- Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi E anche:- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalismo, al Festival i problemi della professione- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità- Costi, remunerazione minima, articoli richiesti: tutti i requisiti per diventare pubblicisti, Ordine per Ordine

Enzo Iacopino: «Le scuole strumento essenziale, il problema sono i costi»

La prima è nata alla fine degli anni settanta ed era completamente gratuita: da allora le scuole di giornalismo sono cresciute (fino a essere 21) e diventate molto costose. Negli ultimi anni Enzo Iacopino, dal 2007 segretario e dal 2010 ad oggi presidente dell’Ordine dei giornalisti, le ha monitorate facendo chiudere tutte quelle che non rispettavano il quadro di indirizzi. La Repubblica degli Stagisti lo ha intervistato per avere la sua opinione sui problemi della professione, a cominciare da quello dei canali di accesso.Oggi in Italia esistono 11 scuole di giornalismo, ma ognuna ha requisiti diversi: perché l’Ordine firmando le convenzioni non stabilisce regole comuni su età o numero di allievi?Le regole sono comuni e scaricabili dal sito dell’ordine. Il numero varia perché al momento della convenzione si è stabilito un tetto massimo ma dove non c’era una struttura adeguata per trenta si è fissato un numero inferiore. Il problema però è un altro: ormai il praticantato tradizionale non lo fa più nessuno perché nessun editore lo consente. L’Ordine ha chiuso una decina di scuole: perché?Alcune erano una finzione: mi è capitato di andare a fare ispezioni a sorpresa in una scuola che aveva sede in un garage. Per 30 ragazzi c’erano a disposizione solo tre quotidiani. E i docenti nemmeno sapevano di esserlo. Abbiamo scoperto queste cose solo quando i ragazzi dopo l’esame, liberati dal “ricatto”, ci hanno raccontato cosa succedeva. Credo comunque che le scuole siano diventate uno strumento essenziale, se garantiscono la qualità. Il problema però è che costano una cifra insopportabile. Infatti: dagli 8mila ai 20mila euro a biennio: un business non indifferente… Le rette sono una cosa insopportabile e ci sono molti altri costi da aggiungere. Dobbiamo però decidere se essere ipocriti o concreti. La deperibilità delle attrezzature in una scuola è altissima e bisogna affrontarla. Il discorso che andrebbe fatto è: se l’informazione è patrimonio della società, lo Stato non può guardare dall’altra parte sperando che i privati risolvano il problema. Se i giornalisti devono garantire l’informazione e devono essere preparati a fornirla, i master devono costare come un normale corso post laurea: 3mila, 3.500 euro. L’Ordine non potrebbe almeno controllare che sia effettivamente rispettato il requisito delle borse di studio per garantire l’accesso ai più meritevoli? Ma se i praticanti, quando sono dentro le scuole e sono vittime di quello che accade, non lo dicono, come faccio a sapere che non danno borse di studio? Alcune scuole sono state diffidate, a firma Iacopino abbiamo scritto «se non date le borse di studio e non ci date le prove con la tracciabilità bancaria, vi chiudiamo la scuola». Però gli studenti ce l’hanno detto solo quando sono venuti a fare l’esame.  Nelle analisi fatte dall’Ordine non c’è nessun dato sugli obiettivi occupazionali né le scuole pubblicano dati simili sui loro siti: nessuno fa un monitoraggio sul placement degli ex allievi?L’unico è lo Iulm. Un altro monitoraggio lodevole, lo ha fatto Franco Abruzzo. Né l’Ordine né le università hanno strumenti per obbligare i ragazzi a dire cosa fanno finito il master. Non so come aggirare il problema, chiunque mi dia un suggerimento avrà la mia gratitudine pubblica. Non si può pretendere che un’università insegua i suoi ex allievi né mettere nelle norme l’obbligo deontologico, a carico degli ex studenti, di comunicare cosa fanno!Quindi gli esiti occupazionali non sono presi in considerazione dai vertici dell’Ordine per la conferma delle convenzioni?No. Come segretario dell’ordine ho fatto la prima riforma del quadro di indirizzi e ho ottenuto una norma sulle incompatibilità: prima chi controllava poteva anche insegnare nelle scuole, ora no. Volevo un monitoraggio sul mercato per capire quanti posti nuovi vengono creati in un anno e quanti ne produciamo nelle scuole: mi hanno votato contro. Ho provato molte volte a eliminare i limiti di età per l’accesso alle scuole, ma ci è stato obiettato che non si applicano alle selezioni universitarie le stesse norme dei concorsi pubblici. Ho cercato di far inserire una norma che riducesse il numero di posti assegnati a una scuola in proporzione ai partecipanti alla selezione. Se sono in 30, non puoi avere 30 posti. Mi hanno messo in minoranza. Però con onestà, il numero maggiore di neo professionisti non viene dalle scuole: questa guerra concede solo alibi agli editori. Qual è la percentuale maggiore di partecipanti agli esami?I praticantati di ufficio, i “negri delle redazioni”, sfruttati da tv, radio, giornali: colleghi ai quali l’ordine alla fine riconosce un diritto negato dall’editore. Posso dare i numeri sulle statistiche delle sessioni di esame dal gennaio 2011 all’aprile 2012: su 1519 presenti totali alla prova scritta - non solo esordienti ma anche bocciati delle precedenti sessioni - c’erano 394 riconoscimenti di ufficio e 299 provenienti dalle scuole, una media a sessione di 66 dai giornali e 50 dalle scuole.Ma secondo i dati dell'Ordine, quanti nuovi giornalisti servono ogni anno per assicurare il turn over?Se i giornalisti si comportassero con dignità nel 2011 sarebbero stati 600. Ma i nuovi ingressi nel 2011, dati Inpgi1 non co.co.pro, credo siano 18. Dietro questo sbarramento c’è la vergogna, che denuncio con voce praticamente isolata, di chi va in prepensionamento e per una mancetta continua a fare lo stesso lavoro di prima. Si ha il diritto di continuare a scrivere ma non di occupare lo stesso posto, anche per un principio di solidarietà tra colleghi. A Milano sono state accorpate due scuole, la Statale e l'Ifg, mentre in Campania ci sono due scuole attive, a Napoli e Salerno, ma il mercato editoriale del territorio, lo dimostra l’indagine del Coordinamento dei giornalisti precari della Campania, non riesce ad assorbire tutti i giornalisti, professionisti o pubblicisti: perché lasciarle aperte tutte e due?Fino a quando rispettano i parametri della convenzione non possiamo chiuderle. La Walter Tobagi è stata accorpata perché l’Ordine non aveva più soldi per pagarla. A parte l’antica rivalità tra napoletani e salernitani, non credo ci siano possibilità di moral suasion sui due master. Dovremmo riuscire a parametrare le scuole sulle prospettive concrete di mercato, con un ultimo semestre mirato: per una scuola nella specializzazione economica, per un’altra in quella sportiva. Dovremmo andare verso una riforma che tocca la laurea: il nostro è un mestiere delicato, bisogna essere alfabetizzati. Con l’intervento dello Stato, poi, verrebbero calmierati i prezzi... ma il percorso è lungo. È notizia di questi giorni che il rettore dell’università di Sassari, Attilio Mastino, abbia affidato la delega al professor Virgilio Mura per la riattivazione del master in giornalismo addirittura entro novembre. Che ne pensa? La scuola chiusa di Sassari è una delle esperienze più devastanti che abbia vissuto come presidente dell’Ordine, sono stato presente a tutte le ispezioni dopo che i praticanti mi hanno segnalato che giravano i pollici e avevano un calendario di lezioni mai rispettato. Valuteremo quello che l’università ci fa vedere non quello che promette. Promesse prima della chiusura ne avevamo avute molte, impegni mantenuti direi molto vicino a zero.Dopo il no del ministro Fornero alla legge sull'equo compenso, ci sono speranze perché venga approvata in tempi rapidi?Il ministro Fornero ha un'idea proprietaria delle istituzioni. Oltraggia la Camera che ha approvato all'unanimità la legge con il parere favorevole del governo Monti, ignora gli appelli del Capo dello Stato e dei presidenti del Senato e della Camera, travalica le sue competenza e cerca di impedire ai senatori di procedere nel loro lavoro. È un comportamento senza precedenti. Ritengo che il Senato avrà l'orgoglio di rivendicare le sue prerogative e procederà all'approvazione, ignorando la difesa degli interessi degli editori fatta dal ministro Fornero con le sue affermazioni.Marianna LeporePer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Le scuole di giornalismo sono ormai solo per i figli dei ricchi?- Scuole di giornalismo troppo costose, ma i veri problemi della professione sono altri- Equo compenso per i giornalisti, sfuma l'approvazione della legge, ma i freelance non demordono- Giornalismo, le scuole muovono quasi 2 milioni di euro all'anno: tutti i numeri E anche:- Giornalismo, al Festival i problemi della professione- Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi- Enzo Carra: «Dal 2013 equo compenso per i giornalisti freelance»- Giornalisti precari, il problema non è il posto fisso ma le retribuzioni sotto la soglia della dignità

Start-up in accelerazione al Politecnico di Milano

Da 20 a 100: è quintuplicato in un solo anno il numero di proposte per avvio di start-up che gli studenti del Politecnico di Milano mandano all’Acceleratore d’impresa d’ateneo. «Stiamo osservando una forte tendenza dai giovani nel tornare a considerare la creazione di nuove imprese una strada interessante per il futuro», commenta Matteo Bogana,  da un anno e mezzo coordinatore dell'acceleratore d'impresa gestito dalla Fondazione Politecnico di Milano. Bogana ha 38 anni, una laurea in ingegneria elettronica e un dottorato di ricerca in ingegneria dei materiali al Politecnico. Ha maturato oltre dieci anni di esperienza lavorativa nella gestione di progetti ad alto contenuto tecnologico sia presso importanti gruppi italiani che esteri: Andersen Consulting, Accenture, General Electric e Fondazione Politecnico di Milano.  L'Acceleratore ha tre sedi: Milano, Como e Lecco; a Milano, con Bogana, lavorano altre cinque persone che si occupano dello scouting, della valutazione e del supporto alla nascita ed allo sviluppo dei progetti imprenditoriali, oltre che di gestire progetti di ricerca sia a livello nazionale che internazionale. «Sono ingegneri con esperienze diverse in vari settori: la cosa che accomuna di più le persone che fanno questo mestiere è lo spirito imprenditoriale, tanto è vero che alcuni nostri ex colleghi hanno deciso in primis di mettersi in gioco diventando co-fondatori di start-up: l'ultimo temporalmente è stato l'ingegner Giuseppe De Giorgi che, dopo aver lavorato con noi, ha co-fondato Fubles ed ora ne è chief operating officer», racconta.Per volontà di chi e con che fondi è nato l’Acceleratore? L’Acceleratore d’impresa è nato nel 2001 per volontà del Politecnico di Milano e del Comune di Milano con fondi erogati dal Comune. Da quando è partito ha incubato 65 start-up, che hanno generato 600 nuovi posti di lavoro e 54 milioni di euro di fatturato nei primi tre anni di vita, di cui più del 50 per cento fatte da persone legate al Politecnico di Milano.Come sono cambiati i numeri negli ultimi anni?Negli ultimi tre anni l’Acceleratore ha analizzato circa 600 idee di servizi o prodotti e sono stati affiancati dai tutor oltre 80 progetti imprenditoriali. Questi hanno dato vita a 16 nuove start-up il cui fatturato, insieme a quello delle aziende già presenti all’interno dell’Acceleratore, è stato di circa 24 milioni di euro. Le start-up che hanno avuto più fortuna sono costituite da persone che avevano già lavorato per grandi aziende e poi hanno deciso di tornare in Politecnico per far partire un’impresa loro. Quello che voglio dire è che un minimo di esperienza in grandi realtà è importante se non fondamentale per avere successo.Con quali modalità studenti o esterni possono proporvi start-up?Proposte di idee imprenditoriali o start-up possono essere inviate tramite il nostro sito alla voce «Inviaci la tua idea d'Impresa!». Oltre a questo canale apriamo diverse competizioni ogni anno per la raccolta e la premiazione delle migliori idee imprenditoriali.Come agite nell'avvio e affiancamento di nuovi progetti?Una volta scelte le idee che hanno potenziale aiutiamo a formare un team ben nutrito intorno allo startupper. Le migliori vengono supportate anche dal punto di vista economico, le altre vengono aiutate a cercare partnership e finanziamenti tramite sponsor esterni o business angels. Inoltre aiutiamo nella stesura di business plan, analisi di mercato e business model. Quelle che partono rimangono generalmente all’interno dell’acceleratore per tre anni e poi iniziano a camminare con le loro gambe.Quanto date come supporto economico? E con che frequenza?Direttamente come Acceleratore supportiamo le start-up principalmente tramite tre premi: Start-cup Milano Lombardia, una volta all'anno, assieme a tutte le principali università lombarde, Premio nazionale dell'innovazione, una volta all'anno assieme all'associazione Pni Cube, e infine Switch2Product due volte all'anno. I premi cambiano a seconda di quanto messo a disposizione dagli sponsor; il valore può variare parecchio ma mediamente, per le migliori idee, si tratta di cifre comprese tra i 10 e i 15mila euro. Oltre a questi vi sono i premi dei concorsi legati alla Scuola di imprenditorialità del Mip, school of management del Politecnico. Oltre al nostro supporto economico diretto noi aiutiamo le migliori idee a raccogliere capitali per l'avvio d'impresa anche da soggetti istituzionali con cui collaboriamo continuamente.E in concreto cosa offrite?Forniamo una scrivania, internet ed una sala riunioni in un open-space per i progetti più giovani ed ancora in fase di definizione. Per le aziende vere e proprie un ufficio di 20 metri quadri più tutti i servizi necessari. Ad oggi nella sede di Milano abbiamo a disposizione un open space da circa dieci scrivanie e venti uffici dedicati, ma abbiamo in corso di definizione un progetto mirato ad un significativo ampliamento degli spazi disponibili. Ovviamente gli spazi sono importanti, ma il nostro valore aggiunto sta nel supporto alle persone ed alle start-up, in particolare nelle prime fasi di definizione dell'idea imprenditoriale e di avvio dell'azienda vera e propria, oltre che nel processo di internazionalizzazione del team.Quali sono le difficoltà maggiori che ad oggi vedete per le start-up?In Italia ci sono due tipi di problemi: legati alla burocrazia e alla legge e legati alla mentalità. Ci sono delle necessità a livello politico: è necessaria per esempio la defiscalizzazione degli investimenti a favore di start-up e sarebbe opportuno un sistema di liberalizzazione del lavoro che permettesse alle nuove imprese di assumere collaboratori con maggiore flessibilità. A livello di mentalità in Italia abbiamo due grossi limiti: il primo è la reticenza a lavorare in team e a rischiare insieme, fondamentale per l’avvio di una start-up. Il secondo è la paura ad investire su se stessi che però ora si sta iniziando a superare. E più persone la sorpassano più si innescherà un meccanismo che vedrà la ripresa dell’imprenditoria.In che senso?La chiave di successo di start-up country come la California o Israele sta nello sviluppo di questo ecosistema: bisogna iniziare a incentivare le persone a investire in impresa e non in mattoni. Per questo noi svolgiamo anche un’operazione motivazionale nei confronti dei nuovi imprenditori. Poi, una volta che inizia a salire il numero delle start-up parte il circolo virtuoso: vedendo casi di successo altre persone vorranno emularli e così via.Quali sono invece le difficoltà di cui i vostro start-upper si lamentano più spesso?La prima è certamente la difficoltà di reperimento di finanziatori e quindi di capitali per superare la fase iniziale. La seconda è la difficoltà di market check: per questo noi li aiutiamo a verificare che il prodotto sia vendibile e le esigenze del mercato.Cosa si può o potrebbe fare per eliminarle?Si tratta di un’opera che va oltre il nostro incubatore: bisognerebbe sviluppare in Italia una cultura del rischio condivisa e trasmetterla alle imprese e ai loro dipendenti.In quali settori nascono più start-up o pervengono più proposte?La prevalenza è nella information technology che tocca il 35%. Poi l’elettronica con il 15% e il biomedicale con il 13%. Quindi incubate solamente idee legate alle specializzazioni del Politecnico? Mai start-up in campo umanistico?Se puramente umanistico no. Ma oggi spesso start-up di contenuto socio umanistico hanno una forte componente tecnologica. Un esempio? Nel campo dell’editoria la tecnologia e l’informatica stanno entrando prepotentemente. In tal caso capita di supportarne.In Italia stanno nascendo sempre nuovi incubatori: è un bene o un male?Certamente un bene. Con molti di loro, tra cui, in area milanese Fondazione Filarete, Parco tecnologico padano, ComoNext, The Hub, collaboriamo fattivamente, condividendo progetti o scambiandoceli. A livello nazionale siamo soci fondatori dell'associazione Pni Cube degli incubatori universitari. Anche questo settore però è colpito dal problema italiano della non condivisione: bisognerebbe fare sistema e lavorare molto più insieme. Noi non li vediamo come competitor ma certo siamo, insieme all’incubatore del Politecnico di Torino, quelli con più esperienza.Conta molto l’esperienza in questo campo?Nessuno sa prima chi farà i soldi, ma almeno noi riusciamo a capire preventivamente chi non li farà.E quali sono le caratteristiche attraverso cui riuscite a capire quali progetti sono destinati a fallire?Capiamo che fallirebbero grazie a due caratteristiche fondamentali e strettamente correlate: il team e l’idea. Il team deve essere all’altezza del progetto imprenditoriale: persone brillanti e sveglie che conoscano a fondo il loro progetto. Capitano spesso team che lanciano piani fantasmagorici e quando chiediamo loro se qualcuno sa da dove partire in concreto o sia in grado di fare qualcosa nel settore non sanno da dove cominciare. Infine bocciamo le idee che violano principi scientifici e fisici o che sono già viste e collaudate: non sapete quanti chiedono di lanciare un gruppo d’acquisto online!Come vedete l'azione dei business angels e delle società di venture capital?Collaboriamo in particolare con i primi perché le società di venture capital investono una volta che l’impresa ha già ricavato un utile. Comunque le riteniamo molto importanti per la crescita. I business angels sono fondamentali invece per far partire una start-up e per superare le difficoltà iniziali. In Italia, purtroppo, sono ancora troppo pochi.Giulia CimpanelliPer saperne di più leggi anche:- Brain Calling Fair, chi ha un'idea incontra chi ha voglia di scommetterci: scoccheranno scintille?- Aspiranti imprenditori, una pizza è l'occasione per partire- Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa

Annibale D'Elia: «Principi attivi non è X Factor, la sua forza è la dimensione collettiva»

Dal 25 giugno scorso sono aperte le candidature alla terza edizione di Principi attivi, la linea d'azione di Bollenti Spiriti con cui fino al prossimo 19 ottobre la Regione Puglia sostiene l'innovazione under 32 con finanziamenti fino a 25mila euro. Annibale D'Elia, sociologo, 42 anni, da cinque è a capo dello "Staff Bs" e alla Repubblica degli Stagisti spiega i principi e i numeri dietro l'iniziativa.Chi sono le persone che lavorano a Bollenti Spiriti?Lo staff è composto da dieci persone, ugualmente distribuite nelle tre principali attività del programma: Laboratori urbani, Principi attivi e le azioni a sostegno della legalità. Sette - me compreso - sono dipendenti a tempo determinato, con un contratto di tre anni; in tre invece hanno un contratto a progetto. E tutti hanno più o meno trent'anni.Nessuno stagista?No, nessuno. In tutta la sua storia [dal 2006, ndr] l'ufficio non ha mai ospitato stagisti. Cerchiamo di mantenere coerenza tra le cose che diciamo e quelle che facciamo [i tirocinanti della Regione Puglia non sono quasi mai retribuiti, almeno non con i fondi dell'ente]: la migliore forma di comunicazione sono i comportamenti. La prima edizione di Principi attivi è stata finanziata con dieci milioni e mezzo di euro, di cui 7,5 statali; la seconda con meno della metà, e tutti regionali. Cosa è successo tra il 2008 e il 2010?È cambiato il governo, semplicemente. Gran parte delle risorse del primo bando veniva dal Fondo nazionale per le Politiche giovanili, istituito dall'allora ministro Melandri. Era stato firmato un accordo quadro di tre anni, a partire dal 2008, e per ogni annualità erano previsti circa 4 milioni: le prime due hanno finanziato il primo Principi attivi, che si è dispiegato nell'arco di un biennio. Quello è stato un momento di particolare effervescenza per le politiche giovanili territoriali, anche se crediamo di essere, insieme alla Toscana, una delle poche Regioni che ha dato continuità a quelle azioni. Per la seconda edizione del bando non è stato utilizzato un soldo di contributo esterno: 4,8 milioni di euro e tutti regionali.Quest'anno ricompaiono i finanziamenti statali: oltre 4 milioni dal Fondo nazionale, che costituiscono il 100% delle risorse a disposizione.Sì. Perché, con "soli" due anni di ritardo, è arrivata la terza annualità dell’accordo quadro, riferita al 2010. E abbiamo pensato di finanziare Principi attivi solo con quelli. È anche un modo per alzare l'asticella: vorremmo dare sempre meno soldi, nel senso che renderci inutili è la nostra più sfacciata ambizione. La cosa migliore che può succedere a Principi attivi è che non serva più. È mai capitato che dei progetti vincitori siano tornati a chiedervi aiuto perché non riuscivano ad andare avanti? Sono venuti a chiederci dei pareri, non altri soldi. Volendo le organizzazioni nate con Principi attivi possono partecipare al bando Start up – stiamo cercando di omogeneizzare le logiche dei due bandi. Ma noi siamo una cosa diversa, non facciamo start up [D'Elia comunque è stato recentemente chiamato a far parte della task force nazionale costituita dal ministro dello Sviluppo economico per incentivare le start up innovative, ndr].Cosa fate allora?Non molto tempo fa è uscito un libro, Rain Forest, “foresta pluviale”, secondo cui l’innovazione non avviene attraverso ordinate dinamiche di selezione e avanzamento delle opzioni migliori. La società non funziona a mercati aperti bensì a reti chiuse, con alte barriere di ingresso, alti livelli di sfiducia. Per cui chi c'è ci sarà. I giovani sono tradizionalmente vittime della trappola dell'esperienza: si pretende da loro esperienza ma nessuno è disposto a farla fare. Questo è vero nel lavoro e tanto più vero nell’impresa. La metafora tradizionale del campo coltivato - ara, semina, innaffia - non funziona se cerchi innovazione: il nuovo nasce dove non te lo aspetti. Generando energie non sotto il tuo diretto controllo, costruendo fiducia reciproca, senza puntare all'immediato controvalore. Questo fa Principi attivi.E in merito al come?Il principio è abbastanza elementare: le risorse destinate ai giovani è bene che vadano direttamente a loro, senza quella diabolica filiera lunga per cui alla fine ai ragazzi arriva poco e male. Le politiche giovanili oggi hanno un grande limite: emulano lo stile tipico delle politiche sociali, old school aggiungerei. Lo Stato prende i soldi e li dà a degli specialisti di cura del disagio affinché risolvano il problema. Questo schema non può essere applicato ai giovani, che non sono un problema: sono la più grande risorsa di questo Paese, un gigantesco giacimento di petrolio ecologico e abbandonato. L'approccio "Cosa possiamo fare per questi poveretti?" è sbagliato. Tra tante buone idee e talenti però ci potrebbe essere qualcuno che utilizza male questi soldi. In alcuni casi la fiducia può essere mal riposta.La fiducia può essere sempre mal riposta. Altrimenti non sarebbe fiducia, sarebbe certezza. Ma il punto è un altro: il valore aggiunto di Principi attivi è nella dimensione collettiva del processo, nel far partire 400 progetti in contemporanea. Qua sta la forza del cambiamento. Non ci interessa né eleggere vincitori né inseguire i furbi. Che ci sia qualcuno che usa male l’opportunità è da mettere in conto. Ma utilizzate strumenti di controllo? In Inghilterra per sconfiggere gli hooligans hanno abbassato le gabbie, non le hanno alzate. Per quanto possibile cerchiamo di fare il contrario di quello che in genere la pubblica amministrazione fa quando dà dei soldi, elaborando strumenti rigidi ed astratti per arginare gli abusi. Meccanismi molto rigidi conducono alla clandestinità; i nostri invece sono basati sulle relazioni, non solo virtuali. Fiducia chiama fiducia: se i ragazzi sentono di riceverne, è più facile che ne diano. È persino successo che qualcuno abbia restituito i soldi. E finora, con 15 milioni di euro distribuiti, abbiamo avuto un solo contenzioso.Com'è costituita la commissione che dichiara i progetti vincitori? Il sito BS pubblica la composizione di quella 2010, ma al momento il file non è scaricabile.Sì, siamo passati a un nuovo sistema di gestione del sito e alcuni link non funzionano. Sistemeremo subito... Il primo anno la commissione era composta da tre persone dello staff Bs, me compreso, e da un gruppo di esperti nelle più varie materie, suggeriti dall’Arti. Per la seconda abbiamo affidato la valutazione interamente ai membri Arti [mostra il file e presenta singolarmente i componenti]. Pur essendo una commissione collegiale - tutti valutano tutto - si tende a costituire delle sottocommissioni, in base alle competenze. La nuova composizione non è ancora definita, ma replicheremo lo schema del 2010.C’è un miglioramento che vorrebbe applicare al bando?Sarebbe bello individuare le idee vincenti tramite colloqui personali, faccia a faccia. E ancora meglio se potesse essere un processo pubblico, tipo presentazione pitch, in cui esporre davanti a tutti le proprie idee, rischiando magari anche dei processi di miglioramento collettivo. Ma applicare questa logica a più di 2mila candidature è troppo complicato! intervista di Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Quattro milioni di euro per le idee giovani dei "bollenti spiriti": riparte in Puglia il bando Principi attivi - Startupper, nuova rubrica della Repubblica degli Stagisti dedicata ai giovani che creano impresa