Diritti degli stagisti, Benifei: “Buon punto di partenza” in attesa delle elezioni europee

Eleonora Voltolina

Eleonora Voltolina

Scritto il 27 Mar 2024 in Interviste

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La Commissione europea ha pubblicato pochi giorni fa due documenti importanti per i diritti degli stagisti: una proposta di Direttiva e una proposta di Raccomandazione del Consiglio. Questi due testi contengono elementi che nei prossimi anni potrebbero significativamente migliorare la vita di milioni di stagisti – sempre a patto che gli Stati membri adeguino le proprie normative di conseguenza. Ma al momento attuale sia la direttiva sia la raccomandazione sono solo a una fase embrionale: queste proposte andranno discusse, emendate, e poi (sperabilmente) approvate. Dunque per ora i testi non hanno ancora un valore vincolante: ma sono un punto di partenza. La Repubblica degli Stagisti ne ha parlato con Brando Benifei, eurodeputato dal 2014, capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo dal 2019, e da sempre impegnato nelle battaglie politiche per i diritti degli stagisti.

stage lavoro Brando BenifeiPartiamo con la domanda più scomoda, che ha portato alcuni giornali a paventare una "marcia indietro" nel cammino verso l'introduzione dell'obbligo di pagare gli stagisti: perché il testo della direttiva è stato formulato con tanta cautela?

Perché purtroppo le resistenze a una direttiva così significativa sono tante, sia a livello politico che tra i corridoi di Commissione e Consiglio. Trattandosi di una proposta di direttiva – e una proposta di Raccomandazione del Consiglio – che mira a regolamentare il mercato del lavoro nell’Unione Europea, la Commissione ha dovuto trovare un difficile equilibrio da un punto di vista legale per evitare di sforare rispetto alle competenze che sono conferite all’Unione dai trattati ed evitare di essere accusata di non rispettare il principio di sussidiarietà. C’è stata una discussione molto complicata a livello dei servizi giuridici UE su come risolvere questo aspetto, e la proposta di direttiva appare dunque impostata secondo un approccio ispirato alla cautela, per poter essere pubblicata entro la fine del mandato in corso, ormai in scadenza. Ed è un bene che sia stato fatto, altrimenti avremmo dovuto aspettare una nuova Commissione e un nuovo Parlamento, col rischio che una nuova maggioranza non recepisse le richieste del Parlamento Europeo che chiedeva un testo legislativo in grado di porre fine alla pratica degli stage non retribuiti in Europa. Abbiamo una base su cui impostare un lavoro e iniziare un iter legislativo importante. Parlamento e Consiglio saranno co-decisori paritetici sulla direttiva, il vero lavoro inizia ora.

Uno dei punti più critici, all'interno del testo della direttiva, è la formulazione che ricorre più volte “stagisti che sono lavoratori ai sensi della legge europea” (“trainees who are workers under EU law”). Che da una parte rischia di avere un effetto di esclusione, riservando esplicitamente la protezione della direttiva solo alla categoria di stagisti che la Commissione ritiene siano lavoratori, e lasciando fuori tutti gli altri. Dall'altra parte, rischia di alienare il sostegno di alcuni Paesi: per esempio l'Italia ha sempre battuto molto sul principio che lo stage non è lavoro. Proverete a lavorare su queste definizioni?

Questo è evidentemente uno degli aspetti più significativi del dibattito che avrà luogo tra i gruppi politici in Parlamento e tra le istituzioni. Io credo che dovremo spingere per allargare il più possibile il campo di applicazione della direttiva, lavorando sulle definizioni in modo tale che non si lasci agli Stati Membri un’eccessiva flessibilità e margine di intervento. Non c’è dubbio che al contempo dobbiamo rendere lo stage una casistica limitata e ben definita, e favorire ad esempio l’uso di contratti di apprendistato. Mi sono battuto da sempre per estendere il più possibile ai tirocinanti i diritti che sono attribuiti ai lavoratori sotto contratti di lavoro regolari, perché non possiamo continuare a vedere lo stage utilizzato come sostituzione di manodopera. L’obiettivo finale deve essere quello di assicurare che la pratica dei tirocini non pagati nell’UE diventi effettivamente considerata illegale – o per meglio dire: non consentita nei fatti – rafforzando il principio di parità di trattamento tra tirocinanti e lavoratori. Il principio è già incluso nella bozza della Commissione, ma è migliorabile in alcuni aspetti; e vanno norme chiare che stabiliscano un principio di equa rimunerazione per gli stagisti. Bisogna sradicare una volta per tutte l’utilizzo abusivo di stage e tirocini solo come scappatoia legale per non assumere persone, spesso i più giovani, con contratti di lavoro regolari. La proposta della Commissione tocca questi aspetti e propone misure significative a riguardo. Io credo che sia necessario specificare che stagisti e tirocinanti sono lavoratori in formazione, non semplicemente persone che si formano su un posto di lavoro. Sarà un concetto difficile da digerire per molti, ma non possiamo più vivere nell’ambiguità e permettere che lo stage rimanga la zona grigia del diritto del lavoro, che in alcuni Paesi sembra più un far west.

La direttiva non parla mai del diritto a un equo compenso, che è invece importantissimo nella nostra e vostra battaglia. Vedi spazio per provare a reinserire un “right to fair remuneration”?

Sì, e intendo farlo. Molto intelligentemente, la Commissione propone nel capitolo II, articolo 3 della proposta di direttiva il principio di non-discriminazione, stabilendo che i tirocinanti non possono essere discriminati rispetto alle loro condizioni di lavoro, inclusa la remunerazione, rispetto ai lavoratori regolari. Ci tengo a sottolinearlo perché è da sempre uno dei punti chiave della posizione del Parlamento Europeo: interrompere la pratica degli stage gratuiti non può essere avvenire solo con un approccio legalistico ma deve essere affrontato anche sotto l’angolo dei diritti, perché si tratta di una forma di sfruttamento del loro lavoro, una vera e propria ingiustizia sociale. Allo stesso tempo, ritengo ci sia lo spazio per aggiungere un paragrafo a questo articolo 3 sul principio di non-discriminazione, ovvero il principio all’equa retribuzione, che possa stabilire in maniera chiara che gli stage devono essere retribuiti e secondo quali criteri.

Molti aspetti che non sono presenti nella proposta di direttiva sono “recuperati” nella proposta di raccomandazione. Come interagiscono questi due strumenti? Mettere le cose più importanti politicamente, e più controverse, solo nella raccomandazione non offre agli Stati membri un modo facile per eludere i principi che trovano più ostilità nella parte datoriale, come per esempio il divieto di gratuità?

Direttiva e Raccomandazione sono due strumenti giuridici differenti, che la Commissione, per questioni legali, ha dovuto adottare appunto per evitare di essere accusata di sforare su un terreno giuridico di non-competenza. Mentre la direttiva contiene disposizioni che si applicano al diritto degli Stati Membri, che sono “obbligati” a interiorizzare nei loro ordinamenti con una normativa nazionale di recepimento, la Raccomandazione è adottata dagli Stati, contiene disposizioni che “vincolano” gli Stati che la sottoscrivono, ma non è una legge. Per questa ragione, la Commissione si è potuta spingere di più sulla Raccomandazione ed è dovuta essere più prudente sulla direttiva, ma la combinazione dei due strumenti può produrre l’obiettivo da noi prefissato. Ovviamente dipenderà dal contenuto finale dei due testi.

Che ruolo ha avuto Nicolas Schmit, il Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, nel portare a casa questo risultato?

Un ruolo determinante. Senza il suo impegno sul terreno dei giovani e dei loro diritti, e senza la sua determinazione a rispettare la richiesta esplicita del Parlamento Europeo a legiferare su questo tema, non ci sarebbe questa proposta adesso – e forse non ci sarebbe mai stata, con il rischio di aver perso completamente l’occasione. Schmit ha fatto da traino in Commissione Europea affinché venisse rispettato l’impegno dell’esecutivo comunitario a dar seguito alle proposte di iniziativa legislativa del Parlamento, e a Schmit deve andare il ringraziamento di tutti quelli che si battono per un’Europa che ha a cuore i diritti dei giovani e dei lavoratori. Dopo il salario minimo, la direttiva sulle condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili, la direttiva sul lavoro su piattaforma, la garanzia per l’infanzia e oggi abbiamo una proposta di direttiva sui tirocini, un altro fondamentale tassello per costruire l’Europa sociale.

In linea generale, come valuti questi due testi, e in particolare il testo della direttiva?

È presto per dare un giudizio finale e complessivo sui due documenti, perché sarà imprescindibile una discussione con gli stakeholder di settore, tanto nel mondo sindacale e le parti sociali in generale quanto con le organizzazioni che si occupano del tema, con cui dovremo avere un confronto puntuale e approfondito. Però ribadisco il mio giudizio positivo alla pubblicazione di una vera e propria direttiva e di una raccomandazione che possa affrontare in sede europea un fenomeno gravissimo che affligge milioni di ragazze e ragazze su tutto il continente. Non è chiaramente un punto di arrivo, ma di partenza. Il vero lavoro parlamentare e al Consiglio inizierà con ogni probabilità dopo le elezioni europee: ci sono forze che si stanno battendo per alzare l’asticella dei diritti dei giovani e altre che dicono che l’Europa è inutile e non fa niente – ma che allo stesso tempo non deve permettersi di intaccare la sovranità degli stati a decidere cosa sia giusto e sbagliato sul fronte del diritto e dei diritti. Il risultato delle elezioni sarà fondamentale per capire anche in che direzione andrà questo lavoro.

Intervista di Eleonora Voltolina

[la foto di Brando Benifei di apertura è di Diego Ravier]

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