Antonio Loconte: «Cari aspiranti giornalisti, lasciate stare e fate gli idraulici»

Chiara Del Priore

Chiara Del Priore

Scritto il 28 Set 2012 in Interviste

Antonio Loconte è un giornalista di 34 anni. Quasi due anni fa è stato messo alla porta dalla redazione per cui lavorava e da allora vive un’esistenza all’insegna del precariato. La sua esperienza, che potrebbe essere quella di molti altri giornalisti freelance, è raccontata in Senza paracadute - diario tragicomico di un giornalista precario (Adda editore, 244 pagine, 15 euro), uscito qualche mese fa. Una storia che, utilizzando le parole di Antonio Caprarica, autore della prefazione, rappresenta «il paradigma di un paese che si nega il futuro. Eppure, non si chiude alla speranza: almeno finché l'istinto di ribellarsi, la feroce determinazione di non chinare la schiena ci costringeranno tutti a interrogarci». Il tutto senza perdere l'ironia: la video sigla di presentazione del libro mostra Loconte (nella foto a qui sotto a sinistra con Alessandro Banfi a un festival letterario) alle prese con il suo funerale, chiara metafora del destino di questa professione. La Repubblica degli Stagisti lo ha incontrato e ha parlato con lui di lavoro, problemi e scenari futuri del giornalismo.

Tu sei stato prima freelance sottopagato, poi assunto con tutti i crismi e con il buon stipendio dei giornalisti «garantiti», e poi di nuovo freelance sottopagato dopo il licenziamento.
Proprio così. Ho iniziato pagandomi anche il treno per raggiungere il posto di lavoro, una cooperativa di cui negli ultimi dieci mesi di vita ero socio, senza prendere una lira. E ho finito con l'assunzione da praticante, quella che mi ha permesso di prendere il tesserino da professionista. Poi cococo, cocopro, fatture con la partita iva aperta appositamente, un contratto Aeranti-Corallo per la piccola emittenza televisiva e uno Fnsi per la sostituzione di una collega a Leggo Bari, con mazzette di giornali, buoni pasto e parcheggio pagato. Sono passato da pochi spiccioli al mese a 2.500 euro con benefit annessi, tanto da sentirmi per sei mesi parte della casta.
E oggi?
Grazie a quest'ultimo contratto riesco a vivere con la disoccupazione che garantisce una copertura di 24 mesi, dunque fino a novembre. 1.400 euro al mese, a cui sottraggo di volta in volta le collaborazioni occasionali sempre fatturate; da dicembre ad agosto 2013 percepirò invece una cifra un po' inferiore. Se non avessi questo sussidio farei la fame. Ho delle collaborazioni, che sono soprattutto progetti in cui credo e dei quali spero di riuscire a vivere: per ora, però, le mie entrate sono limitate a qualche ufficio stampa.
Come nasce Senza Paracadute?
Nel cuore della notte. Prima di tutto ne ho sognato subito il titolo, che ho pensato bene di comunicare a mia moglie alle quattro del mattino. Ci ho messo un paio di mesi a mettere nero su bianco ciò che avevo chiaro in testa. La prima bozza era la vendetta nei confronti dell'azienda che mi ha licenziato senza una giusta causa quasi due anni fa. Poi, però, mi sono detto che volevo altro. Volevo raccontare la vita dei cronisti di strada, quelli spesso precari. Un modo per scuotere le coscienze dei giornalisti - molti dei quali negano di aver letto il libro, forse perché nella mia storia si riconoscono, ma invece di reagire subiscono - e far conoscere ai curiosi un mondo che è ben lontano dai riflettori sempre accesi, dalle paghe da nababbo e dai privilegi incondizionati della casta.
Che reazioni ha suscitato nel mondo della stampa?
Contrastanti. C'è chi ha deciso di crederci, di starmi accanto in questa battaglia e chi, invece, l'ha presa come una questione personale. Questo non è un libro contro qualcuno. In realtà è la voglia di un reale cambiamento, il sogno di vedere schierati dalla stessa parte garantiti e precari.
Al di là della crisi, che tocca più o meno tutti i settori, qual è il più grosso problema del giornalismo?
La lista è davvero lunga e prima o poi bisognerà cominciare da qualche parte. Stagisti e tirocinanti messi a svolgere le mansioni di un professionista - non nell'accezione di essere iscritto all'albo dei professionisti, ma in quella di fare da decenni il mestiere. Editori certi di poter fare ciò che gli pare, perché tanto sono ancora loro gli squali nella catena alimentare dell'informazione; super costosissimi master, che non ti danno la benché minima certezza di accedere alla professione in maniera dignitosa - tanti amici dopo l'investimento fanno i camerieri... E ancora, dopolavoristi e hobbisti: insegnanti, medici, sportivi, geometri, giardinieri e opinionisti pronti a essere scaraventati davanti a una telecamera o sulle pagine dei giornali perché tanto si accontentano di poco..
Nel tuo libro «Tonino il tuttofare» prepara gli aperitivi, parla del provolone come dello sfruttamento della prostituzione. La tua immagine è molto realistica e lontana da quella dei famosi mezzibusti. Credi che chi guarda a questo mestiere sia vittima di un’idealizzazione della figura del giornalista?
Il giornalista è ormai una figura mitologica. Mi è capitato di sentirne davvero delle belle.
«Ah, lavori per quella testata, quindi guadagni un sacco di soldi! Che bella vita fate! ». Non scarichiamo tufi, certo, ma lavoriamo anche 18 ore al giorno per pochi spiccioli, perché se non lo facciamo noi ci sono altre decine di migliaia di ragazzi pronti a farlo. Stiamo quasi abituandoci all'idea che sia una cosa normale, che non sia nemmeno il caso di ribellarci. Paghiamo come tutti le bollette, abbiamo un mutuo e la rata della macchina, valutiamo attentamente prima di avere un bambino e spesso ci occupiamo delle proteste di chi guadagna in un mese il doppio di quanto noi non portiamo a casa in 60 giorni. Questa non è flessibilità, è schiavitù. E guardate, un giornalista affamato è spesso un giornalista non libero. In Italia il 55% dei giornalisti è precario e uno su sei vive sotto la soglia della povertà. Poi c'è la casta, ma questa è un'altra storia. 
«Se potessi tornare indietro rifarei le stesse scelte e forse gli stessi identici errori, ma voi che ancora potete, lasciate stare e scegliete di fare gli idraulici». Perché chi vuole affacciarsi al mondo del giornalismo attualmente è meglio che prenda un’altra strada?
Rifarei le stesse identiche scelte, compresa quella di scrivere questo libro. L'idraulico perché qualche tempo fa ne ho chiamato uno a sostituire il sifone del lavandino del bagno: mi ha chiesto 200 euro e non ho battuto ciglio. Perché invece noi dobbiamo accontentarci di una mancia? Anche 3,10 euro a pezzo. Il giornalismo è ancora il mestiere più bello del mondo, ma i giornalisti stanno perdendo quella vocazione necessaria per fare questo lavoro. Dico solo che bisogna pensarci tre, quattro, anche 10 volte prima di decidere di buttarsi in questo mondo. I sogni vanno inseguiti, ma bisogna tornare coi piedi per terra quando muore di speranza anche chi ti sta accanto. Mi raccomando, il matrimonio tra giornalisti precari è un incesto.
Cosa bisognerebbe cambiare secondo te?
Il cambiamento deve essere soprattutto nelle nostre teste e nei nostri cuori. Non ci si può approcciare al giornalismo con l'idea che essere sfruttati, essere schiavi, sia l'unico modo per fare questo mestiere.
Nonostante tutto, il tuo è un libro ironico e leggero, che mostra una grande passione e un forte attaccamento alla professione. Forse qualche speranza c’è…
La speranza deve essere sempre l'ultima a morire. Nella video sigla del libro esco ed entro da una bara, mi preparo il mio metaforico funerale. Non prendersi troppo sul serio aiuta sempre, anche a rincorrere questo maledetto sogno. La crisi che stiamo attraversando, non solo economica, riguarda tutti: dal più pagato al più precario dei giornalisti. Se guardassimo tutti dalla stessa parte tornerebbe ad avere senso anche l'Ordine.


Chiara Del Priore


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