Tra web e cinema, i precari non ballano più da soli

Marianna Lepore

Marianna Lepore

Scritto il 20 Giu 2012 in Interviste

Silvia Lombardo oggi ha 34 anni. Quando era disoccupata ha aperto un blog e ha iniziato a lavorare alla sceneggiatura di un film insieme a un amico architetto precario, Giordano Cioccolini. Mentre la pellicola prendeva vita, ha scritto il libro La ballata dei Precari, Guida di sopravvivenza per trentenni. Dopo tre anni di lavorazione, nel 2012 è uscito anche il film, diviso in sei episodi con la partecipazione di attori volontari e la guest star (anche lei non pagata), Geppy Cucciari. La prima nazionale del film indipendente è stata a fine aprile al Teatro Valle a Roma. Oggi, dopo 15 anni di precariato, Silvia Lombardo ha un contratto a tempo determinato per «cui mi son trovata a baciar per terra». Racconta la generazione messa ai margini e si chiede perché «chi aveva un sogno» non si ribelli in maniera rivoluzionaria per i contratti da 300 euro al mese. La Repubblica degli Stagisti l’ha intervistata, in vista del dibattito "Generazione a quanti euro?" previsto per giovedì 21 giugno al Festival del lavoro 2012 cui parteciperà anche Eleonora Voltolina - direttore di RdS e autrice del libro Se potessi avere mille euro al mese - per capire come fare a sopravvivere a questa condizione.

Com’è nata l’idea?
Il blog risale ormai a tanti anni fa: rimasi per 7-8 mesi senza lavoro e diventai un'esperta di annunci. Così pensai di condividere queste informazioni. L’idea di fare un blog serio sarà durata un mese: poi di fronte ad annunci veramente demenziali, tipo stage come bagnino per aprire gli ombrelloni, cominciai a commentarli in maniera ironica. Da lì nacque Almost 30, il diario ignifugo di una quasi trentenne,  cronaca della mia quotidianità di disoccupata prima, precaria poi. Raccontavo una vita simile a quella di molti altri in un momento in cui di precariato non si parlava. Una parte del blog si chiamava Guida di sopravvivenza per trentenni: lo mandai come pdf regalo ai miei amici a Natale, non avendo soldi per altro, e qualcuno mi disse «perché non lo pubblichi? è divertente». Così l’ho ampliato, abbiamo iniziato a fare il film, ho conosciuto i ragazzi della Miraggi edizioni ed è nato il libro.
Che è crudelmente comico: l’unico modo per sopravvivere a questa condizione è farsi una risata e andare avanti?
Ognuno affila le armi che ha con la propria indole: la mia è il tragicomico. Un’ironia cattiva può essere una buona arma: mentre ci rido sopra mi pare perfino di trovare nuove soluzioni... ma sono illusioni, perché una soluzione vera per ora non c’è. Forse solo l’espatrio, come fanno tanti miei amici. Ma io purtroppo lavorando con le parole sono in un certo senso attaccata al mio Paese, alla mia lingua.
Blog, social network, internet possono aiutare nel superare la condizione di “precari”?
Possono essere un ottimo strumento. Unito al coraggio, ovviamente. Prima pensavo che la risposta dovesse arrivare dall’alto, che le istituzioni si dovessero far carico di un monitoraggio del precariato. Ora ho capito che probabilmente questo non avverrà mai. La soluzione arriva dal basso e i social network aiutano a fare rete e a creare nuove realtà lavorative mettendo a disposizione del pubblico, senza intermediari, i propri talenti. E ad avere un certo tipo di consapevolezza e coscienza di classe.  
Nello scrivere il libro e la sceneggiatura del film ti sei ispirata ad altri? Il precariato è un nuovo genere letterario/cinematografico?
Mi sono ispirata a storie vere di amici che a volte andavano oltre il demenziale e a qualche piccolo timido articolo, come quelli di Federico Pace su Repubblica, tra i primi a parlare di precariato. Si capiva già che erano grandi storie: quando arrivi al decimo cocopro e vedi che i tuoi amici sono nelle stesse condizioni, è evidente che qualcosa non va. Quanto al nuovo genere, credo si stia verificando lo stesso fenomeno cinematografico della commedia italiana anni 70: i film raccontavano la condizione della donna, la classe operaia, i fenomeni sociali più importanti che colpivano la vita privata del singolo. La maggior parte delle persone ha bisogno di fare massa e vedersi riflessa nel cinema: è un modo per non sentirsi soli e capire che non è un problema solo tuo.
Cosa pensi di chi lavora gratis o con salari da fame, specialmente nel mondo dello spettacolo?
L’ambito cinematografico è da sempre precario: la produzione di un film è di fatto un lavoro temporaneo. Ma il precariato si è declinato come diminuzione delle retribuzioni. Nell’ambito letterario, invece, c’è addirittura gente che paga per farsi pubblicare. La Miraggi edizioni, che ho scelto come casa editrice, è stata fondata da un gruppo di ragazzi precari che lavorava per l’editoria e dopo 10-15 anni ha pensato «forse sappiamo fare il mestiere, vale la pena investire». In questo settore cominciare da piccole realtà è probabilmente una mossa intelligente, ma sono sempre convinta che il lavoro, anche all’inizio, debba essere rimborsato. Capisco la tentazione di lavorare gratis, ma dopo un po’ si è professionisti e bisogna pretendere un compenso per la propria prestazione. In un altro Paese sarebbe impensabile: per esempio, il mio libro e il film sono finiti dentro la tesi di laurea di una ragazza olandese che ha fatto un parallelo sulla precarietà dei ragazzi italiani e olandesi. Leggendo una delle considerazioni finali nella tesi mi è venuta voglia di dar le capocciate al muro: «In fondo se una situazione del genere si fosse verificata in Olanda, ci saremmo ribellati, no?». 
Nel libro citi Bridget Jones, sostenendo che vivere come lei sarebbe la realizzazione di un sogno, e definisci “coraggiosa” la scelta di fare un figlio. La precarietà lavorativa incide sulla vita affettiva?
Tantissimo: Bridget Jones c’ha un grifone di pietre in terrazzo, io potevo avere giusto il terrazzo con il letto e l’angolo cottura! Questo senso di tenersi sospesi si trasmette a tutto il resto e incide tanto sulla vita affettiva. È una sorta di limbo, soprattutto nella scelta di fare un figlio. Io ho 34 anni e mi chiedo: se domani mi salta il contratto, cosa faccio? Sono convinta che me la caverò sempre, ma fare la pazza sulle spalle degli altri non mi entusiasma. Ci dicono che siamo bamboccioni e abbiamo paura: ma credo che sia una mossa molto responsabile pensarci bene prima di mettere al mondo un figlio in queste condizioni.
Quindi la famiglia diventa l’unico ammortizzatore sociale?
Un episodio del film La ballata dei precari si apre con il funerale di due genitori che lasciano una lettera al figlio precario in cui spiegano di essersi fatti ammazzare per lasciargli i soldi di una multimilionaria polizza sulla vita. E pensare che una volta erano i figli che, una volta cresciuti, aiutavano la famiglia... adesso a metà anno ti trovi strozzato dai debiti, non sai cosa fare e ribussi a casa: “mamma, scusa, la stanza l’hai usata diversamente, o posso tornare?” Lo fai per pagare i costi connessi al lavoro a falsa partita Iva per cui devi pagare le tasse. Soldi che non sai se ti torneranno mai indietro in servizi o previdenza, ammesso che un esaurimento nervoso non ti ammazzi prima.


Marianna Lepore

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