Categoria: Interviste

Centro per l'impiego di Frosinone: il posto «magico» dove uno stagista su due trova lavoro

Rispolverando il sempreverde Trilussa, se in media nella vita a ognuno spetta un pollo, ci sarà sempre il fortunato che se ne mangia due, e il poveraccio che resta a bocca asciutta... E così, parlando dell'attività dei centri per l'impiego, è interessante andare a scoprire come vanno le cose in uno di quelli che funzionano meglio - almeno per quanto riguarda la promozione di tirocini: quelli che portano alla media nazionale di assunzione dopo lo stage (26,5%) i famosi due polli, e contribuiscono a innalzarla.I due polli in questo caso sono rappresentati da un dato percentuale: 44%. Che tradotto vuol dire: mentre in media in Italia chi fa uno stage attraverso un centro per l'impiego ha poco più di una possibilità su quattro di ottenere un contratto, a Frosinone le possibilità salgono a quasi una su due.«Questi risultati sono il frutto di un lavoro che parte da lontano» spiega alla Repubblica degli Stagisti Gerardo Segneri, coordinatore dei centri per l'impiego della provincia di Frosinone: «Agendo sempre su due versanti, quello delle aziende e quello dei lavoratori, in questo caso tirocinanti». In tutto nel 2007 sono stati attivati dai quattro centri della provincia - Frosinone, Sora, Cassino e Anagni - 1548 stage (di cui 19 a persone disabili). Qualche dato sull'età degli stagisti: la parte del leone la fanno i 20-24enni (36%) e i 25-29enni (23%). Un 22% degli stage ha coinvolto persone ultratrentenni e infine un 18% ragazzi con meno di 19 anni. Nella maggioranza dei casi (quasi 6 su 10) il titolo di studio è il diploma: «Ma siamo anche riusciti a collocare in stage ben 460 persone che avevano solamente la licenza media, e oggi come oggi non è facile: questo titolo di studio è ormai davvero molto debole» puntualizza Segneri.E dove sono andati a finire, questi stagisti? In oltre la metà dei casi in microimprese (con meno di dieci dipendenti); un 23% è stato inserito in piccole imprese con 10-15 dipendenti, un altro 17% in piccole imprese con 16-49 dipendenti. Solo il 4% hanno trovato posto in medie imprese (da 50 a 249 dipendenti) e come fanalino di coda un 1% nelle grandi imprese. Ma come, si dice che le microimprese sono quelle meno inclini ad assumere dopo lo stage... «Beh, nel nostro territorio no» ribatte Segneri: «Anzi noi, a differenza di altri centri per l'impiego, attiviamo stage anche ad aziende che non hanno nemmeno un dipendente. E non lo facciamo a caso: siamo persuasi che il titolare abbia la possibilità di seguire molto da vicino il suo stagista, non avendo altri dipendenti. E i fatti ci danno ragione: non di rado è capitato che alla fine dello stage l'impresa passasse da zero dipendenti a un dipendente!»: assumendo cioè l'ex stagista.Il centro per l'impiego di Frosinone è poi molto presente nel monitoraggio in itinere dello stage: svolge per ogni tirocinio tre verifiche presso l'impresa ospitante - una all'inizio, un'altra a metà e la terza poco prima della fine - parlando con lo stagista e con il tutor aziendale per accertarsi che tutto proceda bene: «In questo modo riusciamo sempre ad avere un quadro preciso dell'andamento dello stage, della capacità dell'azienda di trasmettere competenze, e della reale utilità del percorso formativo per il tirocinante». Qualche caso problematico può capitare, ma in percentuale sono davvero pochi: «Solo un 12% interrompe lo stage prima del previsto» spiega Segneri «ma nella maggior parte dei casi lo fa perchè ha trovato  un'occasione di lavoro migliore, o per motivazioni personali». Se però emergono problemi concreti con l'impresa, la convenzione non viene rinnovata: «Come ente promotore, noi abbiamo la discrezionalità di decidere se un'azienda è adatta o no ad accogliere stagisti. E questa discrezionalità la usiamo: a un'azienda che si è dimostrata incapace di condurre in modo corretto un tirocinio non mandiamo   più stagisti».  Insomma, il centro per l'impiego di Frosinone ha una ricetta magica per trasformare lo stage in lavoro? «Più che una ricetta, abbiamo alle spalle un gran lavoro» conclude Segneri: «Ci siamo impegnati negli anni per diffondere e radicare  una cultura dello stage, spiegando bene sia alle persone in cerca di lavoro sia alle aziende quali sono le finalità dello stage, cercando di prevenire gli abusi e gli usi distorti di questo strumento. E poi abbiamo fatto e continuiamo a fare un oculato lavoro di preselezione: cerchiamo insomma di mandare la persona giusta al posto giusto». Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, vedi anche l'articolo «Stage attivati dai centri per l'impiego: ecco la radiografia annuale dell'Isfol»

Generazione 1000 euro, il regista: «Ragazzi, ricominciate a indignarvi e a lottare per i vostri diritti»

Seguire il proprio talento ed essere condannati alla precarietà o forzare la propria natura per un lavoro relativamente sicuro? È probabilmente la domanda chiave per molti neolaureati o laureandi. Ed è quella che, mettendo il dito nella piaga, pone il film “Generazione mille euro”, da qualche giorno nelle sale (nella foto a destra, Alessandro Tiberi e Carolina Crescentini in una scena). Al centro del film, tratto dal libro omonimo di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, c’è Matteo, trentenne matematico che in attesa di un concorso universitario non truccato lavora in un ufficio marketing senza la minima motivazione. E che a un certo punto è chiamato a una scelta di vita. La Repubblica degli Stagisti ha girato la domanda direttamente al regista, Massimo Venier, già noto per il sodalizio con il trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Chi oggi sta per uscire dall’università probabilmente dovrà scegliere, come il protagonista Matteo, tra un lavoro per cui si sente portato e uno che troverà facilmente. Vale la pena di seguire il talento?Ovviamente sì. Io penso che il tema non sia tanto quello di seguire il talento, quanto di non uccidere la propria natura. Moltissime persone seguirebbero la prospettiva di un lavoro scintillante in una città altrettanto scintillante, magari tradendo la propria passione, perché pensano che essere adulti voglia dire fare scelte di questo tipo. E io ho molto rispetto per questo tipo di approccio, il film non vuole dare lezioni a nessuno. Ma non a caso il protagonista sceglie di non tradire se stesso. Io dico che se siamo in un’epoca in cui si dice “non puoi permetterti di essere te stesso”, la situazione è molto grave. Dal punto di vista professionale, inoltre, ho il sospetto che paghi di più seguire il proprio talento.Il mercato del lavoro si è fatto più arduo: crede che la generazione dei neolaureati di oggi sia incapace di accettare i compromessi?No. Non voglio naturalmente generalizzare, ci sarà pure qualcuno viziato, ma esistono tante altre persone che col compromesso ci nascono. Una gran parte di persone si impedisce persino di pensare alcune cose. Si accettano come normali situazioni per cui bisognerebbe indignarsi, a partire dal nepotismo.  Credo che dire che i ragazzi non sono capaci di accettare dei compromessi sia troppo a favore di qualcuno. Pensare di avere dei diritti è considerata una cosa borghesoccia, da figli di papà. Invece ci sono dei diritti che sono stati conquistati duramente e che stiamo buttando via.Non ci sono stage in questo film.Ecco, lo stage è un esempio di come si accettano situazioni ancora meno tutelate. Non ho voluto inserirne nel film perché ho pensato che la scelta del protagonista dovesse essere tra due possibilità lavorative comparabili, e non tra un vero lavoro e uno stage. A proposito di scelte, le due giovani donne sembrano avere le idee molto più chiare degli uomini.Non è un caso. Credo che sia così anche nella vita reale. Ho una stima a prescindere per le donne - per il loro modo di affrontare e risolvere le cose. Se dovessi scegliere di affidare qualcosa a qualcuno, sceglierei una donna.Non mi sembra neanche casuale la presenza di Paolo Villaggio (nella foto, in una scena del film) nell cast. È un omaggio alla feroce rappresentazione del mondo aziendale che fece con Fantozzi?Sì, è vero. Visto che stiamo parlando di un grandissimo attore, mi sono stupito che nessuno finora l’abbia osservato. Anche senza i livelli di Fantozzi, nel film raccontiamo la “nuova alienazione”. Il fatto che lui interpreti un personaggio importante è senz’altro una citazione.L’azienda è rappresentata come una somma di insipienza, pesantezza, perfino sadismo. Non è possibile essere umani?Qualcuno lo è, diamo comunque una piccola speranza. Dopo i graffi non infieriamo e lasciamo che prevalga l’amore per i personaggi.Nel film Milano non è solo uno sfondo: è molto protagonista. Questo film si sarebbe potuto girare anche altrove?Secondo me no. Milano è il luogo dove il fenomeno della precarietà nasce e dove è più forte. È una città poco generosa, dove non esiste più la “solidarietà del quartiere”. Al massimo c’è un controllo sociale. E poi è una città carissima: l’aspetto economico è pesante.A Milano con mille euro si riesce a vivere?È difficile, perché la città è organizzata in modo da chiedere soldi ossessivamente, in tutti i modi. Si può vivere con mille euro rinunciando a molto. Per questo una battuta dice che è la prima volta che le persone se ne tornano in Molise. Non è per mancanza di rispetto ai molisani, che hanno frainteso il senso e se la sono presa, ma è perché per la prima volta ci sono giovani che pensano che in provincia si viva meglio. Fabrizio Patti  

Social network delle mie brame, come trovo il lavoro migliore del reame? Su Internet

Marco Scaloni, classe 1975, è un ingegnere elettronico col pallino di Internet. Nell’ambito del progetto «Senigallia 2.0» ha portato una testimonianza di come la Rete si possa utilizzare non solo per l’informazione o lo svago, ma anche per mettere in circolazione il proprio cv e tessere quelle preziose relazioni professionali che servono a trovare lavoro – o magari a trovarne uno migliore.Insomma, Internet è diventato un’enorme bacheca di annunci di lavoro?Si, ma è molto di più. È uno strumento utilissimo, che si può utilizzare a vari livelli.Partiamo dal primo, allora.Le classiche bacheche di annunci, quelle affisse nei centri per l’impiego oppure pubblicate sulla stampa cartacea, hanno trovato in Internet un luogo ideale dove crescere e migliorare. Una delle più frequentate è Trovolavoro, creata dal Corriere della Sera. Ma esistono anche motori di ricerca focalizzati sugli annunci di lavoro, che offrono la possibilità di cercare le inserzioni in centinaia di siti specializzati. Un esempio è JobCrawler.Passiamo al secondo livello.Oltre a cercare lavoro, è bene farsi trovare da chi il lavoro lo offre. Siti come Monster oppure Emurse sono enormi vetrine in cui inserire il proprio cv, con la speranza che questo sia prima o poi «pescato» da qualche selezionatore.Capita davvero?Assolutamente sì. Qualche tempo fa sono stato contattato dall’ufficio Risorse umane di un’importante compagnia telefonica che aveva scovato il mio cv su uno di questi siti. Ho fatto il primo colloquio, poi il secondo, finché non mi hanno formalizzato una vera e propria proposta di contratto. Insomma, dal virtuale al reale: mettendo un semplice cv su Internet ho trovato lavoro. Anzi, avrei, perché ho rifiutato l’offerta. Altri siti utili?Tutti quelli che permettono di caricare il proprio cv vanno bene, l’importante è che poi questo sia facilmente rintracciabile. Mentre un sito personale o il proprio blog spesso hanno una bassa popolarità, esistono servizi - anche gratuiti - che godono di un ottimo trattamento da parte dei motori di ricerca, e ciò aumenta di molto la possibilità che il cv venga “scovato”. Io, ad esempio, utilizzo ClaimId, un servizio nato per offrire un luogo rappresentativo della propria identità online: una semplice pagina dove presentarti al mondo, professionalmente e non solo, con il link al proprio blog, le gallerie di foto, i siti preferiti, e naturalmente il cv - magari tradotto in più lingue. Insomma un biglietto da visita, pubblico e ben piazzato su Google.E i social network?Sono utilissimi. Certamente tutti conoscono Facebook, il social network «generalista» che moltiplica contatti e relazioni con persone più o meno lontane. Ciò che è sempre stato vero - e lo è a maggior ragione oggi - è che sono proprio i cosiddetti “legami deboli” a rivelarsi importanti nel trovare lavoro. Ex colleghi, compagni di scuola persi di vista, amici degli amici. Chi non ha mai detto che il lavoro si trova con le “conoscenze”? I social network aiutano in maniera efficace a mantenerle e rafforzarle. Se dovessi consigliare un social network a scopo professionale, senz’altro direi LinkedIn. Da lì ho ricevuto nel giro di un anno una decina di messaggi da parte di selezionatori del personale, “cacciatori di teste” che scandagliano il sito in cerca di persone con specifiche competenze. Le offerte mi sono giunte per lo più dall’estero, anche da multinazionali molto importanti. Quando ho voluto approfondire ho risposto, facendo poi colloqui. Il sistema funziona davvero. Certo, per aiutarlo bisogna avere qualche accortezza.Per esempio?Consiglio di mettere più dettagli possibile nel cv. I selezionatori che si servono di LinkedIn fanno ricerche per parola chiave: più dettagliata sarà la descrizione delle proprie esperienze, più saliranno le possibilità che il cv «emerga» dalla massa.Ma chi ha già un lavoro non rischia di infastidire i suoi superiori apparendo su LinkedIn?Forse in passato, oggi sempre meno. In realtà il sistema serve a creare relazioni, e creare relazioni è proficuo per te e per la tua azienda. Dopo tutto su LinkedIn sono in buona compagnia: tra i miei contatti ci sono il proprietario e il responsabile delle Risorse umane dell’azienda dove lavoro!Intervista di Eleonora Voltolina

Master dei Talenti CRT, Angelo Miglietta: «Quest'anno è stato boom di candidature: ecco perché»

Il Master dei Talenti è un progetto della Fondazione CRT rivolto ai neolaureati delle università piemontesi e valdostane. Oltre due milioni di euro vanno a finanziare ogni anno una settantina di stage in giro per il mondo: i fortunati vincitori percepiscono un rimborso spese - erogato dalla Fondazione - che varia da 1400 a 3300 euro al mese, e hanno l'opportunità di fare esperienze nei quattro angoli del pianeta. La percentuale di assunzione dopo lo stage, per quelli svolti in strutture private, è superiore al 90%: una vera autostrada verso l'occupazione.Quest'anno al bando hanno risposto oltre settecento ragazzi, con un incremento del 40% rispetto alle precedenti edizioni: un boom che rende comprensibilmente orgoglioso Angelo Miglietta, docente di Economia aziendale alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Torino, che della Fondazione è segretario generale dal luglio del 2006.Professore, quest'anno per voi è stato boom di candidature: ne avete ricevute 723 per 67 stage. Cosa è successo?Innanzitutto Torino era letteralmente tappezzata di manifesti: la campagna di comunicazione ideata dal nostro ex borsista Andrea Martina era sicuramente azzeccata e ha convinto molti a provarci. E poi un aspetto tecnico che finalmente abbiamo risolto, quello del limite temporale di attivazione dei tirocini: fino all'anno scorso potevamo accettare solo candidati che non solo iniziassero, ma anche terminassero lo stage entro i 18 mesi dalla laurea. Ora il termine viene interpretato in senso più ampio, e basta che inizi entro i 18 mesi.Forse c'entra un po' anche la crisi?Può essere. Magari i neolaureati sentono che ci sono meno opportunità lavorative rispetto al passato, scoprono che questo Master dei Talenti non è poi così male e decidono di candidarsi. Diciamocelo: le opportunità che diamo sono eccezionali, e i ragazzi se ne sono accorti! Chi sono questi ragazzi? Proviamo a fare un identikit dei candidati.In media, si sono laureati a 24 anni e 2 mesi, con un voto medio di poco inferiore al 108. Tre su quattro hanno una laurea specialistica. Nella maggior parte dei casi (quest'anno il 58%) sono residenti in provincia di Torino, o comunque in Piemonte: c'è però un 13% di candidati residenti in altre province, formato da chi si trasferisce negli atenei piemontesi per studiare. E' giusto ricordare che questo progetto è riservato a chi si sia laureato da non più di un anno e mezzo in un'università del Piemonte o della Valle D'Aosta.Possiamo fare un prospetto degli atenei di provenienza?Quello di Torino fa sempre la parte del leone: quest'anno il 71% dei candidati proveniva da lì. Poi il Politecnico al 25%, in leggera flessione (l'anno scorso era al 26,2%, e nel 2007 al 29,3%). Un 3,7% si è laureato all'università del Piemonte orientale. E poi abbiamo anche ricevuto una candidatura dall'università della Valle d'Aosta e una dall'Accademia albertina.In cosa sono laureati i candidati?Parlando in generale, per il 57% in materie umanistico/sociali e per il 43% in materie tecnico/scientifiche. In particolare abbiamo una buona percentuale di candidati laureati in Ingegneria (15%), Economia (13,5%), Scienze matematiche, fisiche e naturali (11,4%) e Architettura (10,2%). Ma anche Lettere e Scienze Politiche non se la cavano male, rispettivamente con l'11,6% e il 10,3%. E poi seguono a ruota Lingue e letterature straniere, Giurisprudenza, Psicologia, Medicina... Insomma, ci sono opportunità per tutti. Però bisogna saperle cogliere al volo.intervista di Eleonora Voltolina Per saperne di più su questo argomento, vedi anche gli articoli - «Master dei Talenti 2009, è boom di richieste per gli stage a 5 stelle»- «Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Paola Laiolo, da Torino a Bruxelles inseguendo l'Europa» - «Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Francesco Imberti, dalla Cina con amore (per il cibo italiano)» - «Master dei Talenti CRT - Le voci degli stagisti più fortunati d'Italia»

Superstage calabresi, ancora nessuna risposta all'interrogazione parlamentare. Pietro Ichino: il governo non sa che pesci pigliare

Li abbiamo chiamati superstage. Sono partiti l'anno scorso, per iniziativa del consiglio regionale della Calabria, e finora hanno coinvolto 500 laureati delle tre università calabresi. Sono stage abnormi, prima di tutto per la loro durata: 2 anni. Peccato che la normativa vigente (dm 142/1998) preveda che per i laureati gli stage possano durare al massimo 1 anno, e che 2 anni siano concessi solo per i portatori di handicap. In più questi superstage sono aperti non solo a giovani, ma anche ad adulti: il bando accettava candidature fino a 37 anni, e anzi attribuiva punteggi aggiuntivi per chi fosse già iscritto ad albi professionali o avesse conseguito master e dottorati. Risultato: tra i superstagisti ci sono dottori commercialisti 36enni con studi avviati, ingegneri 30enni, professori universitari 32enni. Questo snaturamento dello strumento dello stage, portato sotto i riflettori proprio dalla Repubblica degli Stagisti, è stato contestato dal senatore e giuslavorista Pietro Ichino [nella foto], che il 15 gennaio ha presentato un'interrogazione parlamentare per chiedere conto al governo di questa iniziativa. Ma sembra che in questi due mesi e mezzo né Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e del welfare, né Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, né Andrea Ronchi, ministro per le Politiche comunitarie, abbiano trovato il tempo di dare una risposta. Professor Ichino, dai ministri interpellati ancora nessuna risposta. Com'è possibile che il governo ignori una richiesta di chiarimenti su una questione che muove non pochi spiccioli, ma ben 6 milioni di euro all'anno? E' il segno di un imbarazzo grave. Evidentemente i ministri competenti non sanno che pesci pigliare. Anche perché in questa vicenda è fortemente coinvolto anche il centro-destra. Alcuni esponenti del consiglio regionale calabrese hanno cercato di dire che il "Programma Stages" non promuoverebbe stage, ma qualcos'altro di diverso, e pertanto di non assoggettabile alla normativa vigente sugli stage formativi in azienda. E' credibile? Hanno sostenuto che non si tratterebbe di stage, ma - nientemeno - di un master universitario di secondo livello! Non sanno di che cosa parlano. Non sanno, in particolare, che un master universitario deve rispondere a requisiti didattici ben precisi, che qui difettano totalmente. Considerando che la metà dello stanziamento, 3 milioni di euro, proviene da fondi europei, si potrebbe chiedere anche all'UE un parere in proposito? Ci penserà comunque il Fondo Sociale Europeo a chiedere conto dell'attività formativa svolta, a consuntivo. E saranno dolori per tutti. Ha più sentito qualcuno della Regione Calabria rispetto alla proposta di mandare i superstagisti a fare un'esperienza nelle pubbliche amministrazioni di altri Paesi? No: dopo i primi consensi iniziali nessuno ne ha più parlato. E la cosa più triste è che da alcuni dei giovani interessati si sono levate voci di rifiuto preventivo: "ci avete offerto gli stage vicino a casa e qui dovete darceli"! Molti superstagisti in effetti hanno rigettato la proposta di andare all'estero, anche in ragione del fatto che alcuni di loro accanto allo stage svolgono attività cui dovrebbero per forza di cose rinunciare se si allontanassero dalla Calabria. Il grave errore della politica si è tradotto in una vicenda profondamente antieducativa. La cattiva politica alimenta comportamenti perversi nel mercato del lavoro. Alcuni superstagisti hanno scritto che andare in una pubblica amministrazione di un altro Paese a vedere come funziona non servirebbe a niente, perchè poi in Italia tornerebbero a doversi adeguare alle nostre normative. E' un'obiezione pertinente? Ma come pensano di contribuire, questi giovani, alla riscossa della loro Regione, se non cercando di importare in essa il meglio delle esperienze europee? Non si rendono conto del fatto che, crogiolandosi in questo modo nella loro inerzia personale, perpetuano le condizioni di arretratezza della loro terra? Molti hanno accettato questi stage solo per avere un'entrata sicura per un paio d'anni: in Calabria trovare lavoro non è facile. La disoccupazione è all'11,2%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale e quasi il quadruplo rispetto a regioni come Lombardia ed Emilia Romagna. Lasciando perdere tentativi che anche altri giuslavoristi hanno giudicato impropri e controproducenti, come questo del "Programma Stages", cosa si può fare per creare più buona occupazione in Calabria? Una strategia efficace dovrebbe puntare ad attirare in Calabria il meglio dell'imprenditoria mondiale. Per questo occorrerebbe l'azione congiunta di un governo regionale affidabile, che creasse il massimo possibile di agevolazione e sicurezza per l'investitore straniero, e un sindacato capace di valutare i piani industriali più innovativi, negoziandone le condizioni a 360 gradi. Un sindacato capace di agire come intelligenza collettiva dei lavoratori calabresi e, se la valutazione sul piano industriale è positiva, capace di guidarli in una scommessa comune con l'imprenditore. Cos'ha in mente di preciso, professore? Il discorso potrebbe - per esempio - essere questo: sappiamo che investire qui è un po' più scomodo e più pericolosco che altrove; ma siamo convinti che l'investimento avrà successo; quindi siamo pronti a "investire" nella scommessa una parte delle nostre retribuzioni. Tu, imprenditore, ora ci paghi solo il 70% del minimo tabellare previsto dai contratti collettivi nazionali; poi, passati due anni, se le cose saranno andate bene, come siamo convinti che andranno, e lo start up si sarà consolidato, recupereremo la differenza; e fra quattro anni, quando l'investimento incomincerà a dare i suoi frutti, ce li divideremo così e così. Ma per far questo occorre saper andare a cercare gli imprenditori da ingaggiare in giro per il mondo, saper parlare loro nella loro lingua, saper far proprie le loro esigenze organizzative, anche quando urtano contro i vincoli dei nostri contratti. In altre parole: conoscere il mondo e saper contrattare a tutto tondo. Anche per questo sarebbe stato utile alla Calabria che i suoi laureati migliori, invece che tenuti per due anni attaccati alle gonne delle mamme, venissero inviati a fare esperienza fuori dall'Italia.Eleonora Voltolina Per saperne di più vedi anche: - In Calabria il consiglio regionale attiva i superstage- Michele Tiraboschi e Michel Martone sui superstage calabresi: «Per i giovani sono un boomerang»- Francesco Bonsinetto, dalla cattedra allo stage- Francesco Luppino, l'ingegnere stagista- Serena Carbone: una proposta al consiglio regionale per valorizzare davvero noi superstagisti- Pietro Canale, il commercialista stagista  

Due parole con Andrea Martina, ideatore della campagna di comunicazione Master dei Talenti 2009

Andrea Martina, classe 1984, è saltato sul treno del Master dei Talenti appena finita la laurea triennale in Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione al Politecnico di Torino. Il suo tirocinio l’ha fatto alla mecca del cinema, Los Angeles: prima un corso di grafica 3D alla prestigiosa Gnomon School di Hollywood e poi catapultato su progetti cinematografici e televisivi presso la "Look Effects". Ora sta lavorando alla tesi per la laurea specialistica: si è inventato un progetto in collaborazione con il Politecnico di Torino, l’università di Las Vegas e l’UCLA, e ad aprile tornerà a Torino per laurearsi. È lui il creativo che ha ideato la nuova campagna di comunicazione del MdT (qui sotto). Come ti è venuta l'idea della lampadina con la ventiquattr’ore? Ho pensato che il simbolo doveva essere qualcosa di divertente, fuori dai soliti schemi. La lampadina vuole rappresentare le idee e anche i famosi "cervelli" che spesso fuggono. Una lampadina che però non sa esattamente cosa fare: è pronta per il mondo del lavoro, già con la valigetta nuova, ma non sa dove andare, si gratta la testa… Il MdT dovrebbe aiutare i cervelli a trovare una strada! Tre aggettivi per la tua esperienza MdT a Los Angeles. Unica! Senza il MdT non avrei mai potuto vivere a LA per mesi, senza aiuti esterni, frequentando una scuola famosa in tutto il mondo. Un altro aggettivo: formativa. La possibilità di vivere lontano dall'Italia, tra persone che ragionano in un modo completamente diverso, aiuta tantissimo ad aprire la mente e le prospettive. Infine, incoraggiante. Verso il futuro, intendo: il MdT permette di applicare immediatamente i propri studi all'interno del proprio campo di lavoro e di acquistare crediti sul cv, ma soprattutto sicurezza di fronte al futuro. Quali sono le caratteristiche più importanti che un neolaureato deve avere per "vincere" il MdT? Sicuramente si deve essere ambiziosi. Non arrivisti, ma ambiziosi: cercare di migliorarsi sempre – nel caso del MdT, facendo una esperienza importante e formativa all'estero. Non bisogna avere paura ad affrontare una situazione nuova... Provare e "buttarsi" significa mettersi in gioco, cosa fondamentale per sentirsi realizzati, anche nelle piccole cose quotidiane. Andare all'estero oggi per un giovane italiano è una opportunità o una conditio sine qua non per trovare occasioni di crescita professionale? Un’opportunità. Chiunque può scegliere se affrontare un’esperienza all'estero o lavorare solamente entro i confini italiani. Ovviamente questo pone le persone su piani differenti. Lo studente che passa anche solo qualche mese all'estero vive un’esperienza molto importante, e vede come si lavora in un ambiente diverso da quello italiano. Poi magari, tornato in "patria", saprà utilizzare bene le conoscenze acquisite altrove. Non credo che andare all’estero sia una conditio sine qua non per un’esperienza formativa, ma la trovo un’enorme opportunità: chi si sente di affrontarla dovrebbe cercare in tutti i modi di ottenerla. Soprattutto oggi che qualunque lavoro è globale.Intervista di Eleonora Voltolina

Paolo Citterio: stage sì, anche di un anno. Ma mai gratis!

Paolo Citterio è il fondatore e presidente di Gidp, Gruppo intersettoriale dei direttori del personale: un network che riunisce 2200 dirigenti dell’area risorse umane di aziende con oltre 250 dipendenti. Lo strumento dello stage è molto usato dalle grandi aziende: secondo l'indagine Excelsior di Unioncamere, sette su dieci ospitano tirocinanti. Sì, e si tratta di stage di qualità: nella maggior parte dei casi l'azienda offre un congruo rimborso spese e un percorso formativo serio; e dopo aver investito sulla nuova risorsa, se i risultati del periodo di stage sono stati buoni non se la lascia scappare, e la assume. Cosa che accade meno spesso nel caso delle imprese più piccole? Direi di sì. In quel caso gli stagisti spesso vengono presi per brevi periodi, per coprire i periodi di ferie o malattia del personale, senza progetti formativi nè tutor seri; ed è raro che ci sia una concreta possibilità di assunzione dopo lo stage [ma ci sono anche pmi e addirittura microimprese che utilizzano bene i loro stagisti: vedere la Lista dei Buoni DOC per credere, ndr]. Una grande azienda utilizza lo stagista in maniera completamente diversa. Il Gidp esegue un’indagine annuale* sugli stagisti. Quali sono gli ultimi dati? Per quanto riguarda la durata dello stage, per esempio, emerge che la maggioranza delle aziende (il 69%) preferisce i 6 mesi. Personalmente, dissento: lo stage migliore è quello da 12 mesi. Ma non è un periodo troppo lungo? Lungo, sì, ma orientato all'assunzione. La maggior parte dei contratti di categoria prevede per i neolaureati un periodo di prova al massimo di 3 mesi: troppo breve! Ecco quindi che lo stage va a supplire, diventando una sorta di periodo di prova in cui le aziende possano formare e valutare la risorsa prima di prendersi l’impegno di assumerla. Perché ciò non accadesse, bisognerebbe prevedere periodi di prova molto più lunghi: è una convinzione che condivido anche con Ichino. Insomma paghiamoli bene, questi stage, ma facciamoli lunghi: è un vantaggio per tutti, sopratutto per i tirocinanti. Ecco, paghiamoli bene. Su questo punto l'indagine Gipd che dice? Che nelle grandi aziende il rimborso spese medio è di 621 euro al mese più i buoni pasto. Nello specifico, 4 su 5 retribuiscono i loro stagisti con almeno 500 euro al mese, una su 4 andando addirittura sopra i 700. E una punta di diamante del 7% li paga più di 1000 euro al mese! Una miriade di aziende che potrebbero essere inserite nella Lista dei Buoni! Però ci sono migliaia di ragazzi che ogni anno fanno stage senza prendere un centesimo. Io dico che queste proposte andrebbero rifiutate: la prestazione gratuita non dovrebbe esistere! I giovani che accettano di fare stage gratis spesso hanno poca fiducia in sé stessi. Bisogna fare la gavetta, certo: ma mai gratis. A me dispiace che molti cadano nella trappola di questi stage non retribuiti, magari col miraggio di essere assunti che però raramente diventa realtà. Sul punto della percentuale di assunzione dopo lo stage i risultati del vostro studio sono ben più alti di quelli indicati dall'indagine Excelsior (13% circa). Direi di sì: oltre la metà delle aziende assume un tirocinante su due; il 27% delle aziende si attesta addirittura sul 70%! *l'indagine è effettuata su un campione di 130 imprese del network Gidp

Michele Tiraboschi e Michel Martone sui superstage calabresi: «Per i giovani sono un boomerang»

Stage lunghi due anni, destinati a laureati e aperti anche a ultratrentenni: il consiglio regionale della Calabria ne ha appena attivati 500, e già pensa di aggiungerne altri 250. Ma con queste caratteristiche, si può davvero dire che siano stage?La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto a due docenti eccellenti di Diritto del lavoro: Michele Tiraboschi [nella foto a sinistra], direttore scientifico della Fondazione Marco Biagi presso l'università di Modena e Reggio Emilia, e Michel Martone, uno dei più giovani professori ordinari in Italia (ha appena compiuto 35 anni).«Laureati di oltre trent'anni impegnati in stage di due anni e retribuiti mille euro al mese: dove starebbe lo stage, qui?», esordisce subito Martone: «Questo a me sembra un contratto di lavoro subordinato! L'età e la professionalità delle persone coinvolte, sommate alla durata degli stage e alla retribuzione così alta, rendono ben difficile considerare questo un progetto di stage formativi».Dello stesso avviso Tiraboschi: «Più che a stage, questi assomigliano a rapporti di lavoro remunerati». E spiega: «Mi pare che sia la classica "trappola del precariato". Si illudono questi ragazzi, dirottando i loro sforzi dalla ricerca di un lavoro vero a una sorta di lavoro socialmente utile che finirà paradossalmente per danneggiare i migliori».In effetti il bando calabrese proprio ai migliori mira, premiando con punti aggiuntivi master, dottorati, iscrizione a ordini professionali etc. Anche Martone [nella foto qui a destra] mette in guardia sull'effetto boomerang: «Qui la professionalità anzichè essere valorizzata viene penalizzata, perchè si costringono persone già formate a piegarsi a uno stage, fino addirittura all'età di 37 anni, rinunciando ai contributi e a un modello contrattuale adeguato alle loro competenze».Ma perchè tutti questi giovani hanno aderito al progetto? Perchè mille euro al mese possono fare la differenza, specialmente in Calabria. Riflette Martone: «Accettano perché il dramma della disoccupazione fa paura. Ma lo Stato dovrebbe creare buona occupazione per i migliori, invece che limitarsi a offrire lavori con data di scadenza – in questo caso, per giunta, camuffandoli da stage per poter risparmiare su tutti gli oneri indiretti».Alcuni di questi superstagisti hanno davvero un curriculum strepitoso: avvocati, docenti universitari... Ma si può accettare, dal punto di vista del diritto, di considerare "stagisti" ricercatori e professionisti? «È un modo per aggirare i vincoli di utilizzo di precari e co.co.co nella pubbliche amministrazioni», risponde Tiraboschi: «In questo modo sono studenti e la legge è elegantemente aggirata».Conclude Michel Martone: «Spererei che il consiglio regionale calabrese ci ripensasse, e che cercasse di fare a questi ragazzi dei contratti di lavoro a termine, con i contributi e le tutele dovuti». Qualcuno lo ascolterà?Eleonora Voltolina  

Ginevra Benini: ecco cosa fa l'Isfol per gli stagisti italiani

Anche l'Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione dei lavoratori) si occupa di stage. Ecco cosa racconta alla Repubblica degli Stagisti Ginevra Benini, responsabile della sezione «Young» di Orientaonline e della collana «Minlavoro-Isfol orientano alla scoperta delle professioni». Quando l'Isfol ha iniziato a occuparsi di stage? Nel 1999, all'indomani della legge. Pubblicammo allora un manuale dedicato alle scuole superiori: «Lo stage e il tirocinio nei percorsi scolastici e formativi - Guida alla progettazione». Fu diffuso sopratutto negli istituti tecnici. Poi ci accorgemmo che il settore più scoperto restava quello degli stage promossi dai centri per l'impiego; così nel 2006 preparammo il «Manuale di orientamento per il tirocinante in cerca di lavoro» [a cura della stessa Benini, ndr - nell'immagine, la copertina]. Il libro venne presentato nel corso di un convegno a cui avevamo invitato i rappresentanti degli oltre 600 centri per l'impiego sparsi sul territorio. A chi era rivolto questo secondo manuale? A chiunque fosse uscito da un percorso formativo e volesse avvicinarsi al mondo del lavoro attraverso un tirocinio. Anche se poi questa, a dirla tutta, è un'anomalia italiana: in altri Paesi gli stage vengono fatti principalmente durante il percorso formativo, e non dopo! In ogni caso, i ragazzi italiani lo stage lo fanno prima, durante e dopo: e avevano davvero bisogno di un guida, se si pensa che il libro è arrivato alla terza edizione con una tiratura di oltre 20mila copie. L'ultimo arrivato, «Progetta il tuo stage in Europa», a che quota è? Già quasi esaurito: e la tiratura era di circa 5mila copie [il manuale è anche scaricabile qui gratuitamente]. L'Isfol dispone di dati propri sugli stagisti italiani? No, per la rilevazione sul numero degli stagisti ci affidiamo all'indagine Excelsior di Unioncamere. E' una fonte che consideriamo affidabile, dato il consistente numero di aziende coinvolte nel monitoraggio. Secondo questa indagine, l'anno scorso in Italia sono stati attivati oltre 250mila stage. La normativa che regola gli stage qui in Italia è adeguata alle esigenze dei giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro? Sarebbe il caso che venissero diversificati anche a livello normativo i vari tipi di stage: quelli fatti durante le scuole superiori sono ben diversi da quelli fatti durante l'università, e così via. In più, il periodo dei «18 mesi dalla laurea» è davvero lungo, e rischia di intrappolare e danneggiare i ragazzi meno intraprendenti. Ed è vero anche che dello stage oggi molti abusano. Come Isfol noi non possiamo chiaramente sostituirci al legislatore: possiamo però stimolare politiche attive e dare consigli utili ai giovani, affinché traggano il massimo beneficio dagli stage e sappiano come evitare le truffe.

Massimo Livi Bacci: stage all'età giusta e 20mila euro a ogni 18enne perché diventi autonomo

Massimo Livi Bacci, autore del libro Avanti giovani alla riscossa (Il Mulino), è professore di Demografia, promotore del sito Neodemos.it e oggi anche senatore. Con la Repubblica degli Stagisti ha fatto il punto sulla situazione dei giovani italiani.Professore, c'è chi dice che i laureati che escono oggi dall'università non sappiano niente e non siano in grado di produrre se non dopo una formazione "aggiuntiva" - spesso, appunto, lo stage. Questa critica è fondata? Davvero l'università non riesce più a rendere i giovani capaci di affrontare il mondo del lavoro?C'è molta esagerazione e autoflagellazione in queste critiche. Il numero di laureati tra il 2000 e il 2007 è più che raddoppiato, da 140mila a 300mila: questa "democratizzazione", naturalmente, ha comportato diversi costi. L'offerta formativa si è diversificata oltre il giusto; la didattica si è frammentata in modo esagerato. Occorre sicuramente una riqualificazione, un diverso modo di percorrere - con passo cadenzato sulla durata legale dei corsi - il ciclo formativo. Ma il laureato "medio" è, probabilmente, non molto diverso dal laureato medio di dieci anni fa.Nel suo libro lei afferma che in Italia «si può essere apprendisti in senso tecnico-giuridico fino a trent’anni, distorcendo il significato di un termine che indicava, per un ragazzo non ancora uomo, la fase dell’apprendimento artigianale a bottega». Questo ragionamento si può applicare anche agli stage?Il paragone calza: come l'apprendistato, anche lo stage deve essere fatto al momento e all'età giusta, e non deve diventare una forma surrettizia di lavoro dipendente gratuito o semi gratuito offerto anche a trentenni! Quello che manca però in Italia è la propensione a mescolare le esperienze di studio con esperienze di lavoro, cosa che invece accade in altri Paesi d'Europa.A quale età - o dopo quanto tempo dalla fine degli studi - un giovane dovrebbe dire STOP agli stage, e accettare solo offerte di lavoro "vere"?Difficile dirlo. Un giovane che avesse completato il ciclo triennale in tempo, a 22 anni, potrebbe dedicare i successivi 2-3 anni ad esperienze varie: viaggi, stage, lavori a termine per “esplorare” il mondo circostante - ma poi credo sia tempo di cercar lavoro. Altro discorso è per chi si laureasse a 27 o 28 anni...A livello normativo, gli stage possono essere non pagati e possono durare anche fino a 24 mesi. La legge andrebbe rivista?Penso proprio di sì.Lei ha presentato qualche mese fa un disegno di legge che prevede di dotare ogni italiano di un piccolo capitale al compimento della maggiore età, per «incentivare il conseguimento dell’autonomia finanziaria da parte dei giovani». Quali sono i punti-cardine di questa proposta? In quali Paesi si utilizza questo metodo?La proposta consiste in un contributo pubblico annuale ("fondo"), intestato ad ogni nuovo nato. Al compimento dei 18 anni il fondo – pari a un po' più di 20mila euro - entra nelle disponibilità del giovane: se questi intende avviare un'attività professionale, imprenditoriale, completare la formazione ecc., il fondo può essere integrato da un prestito garantito dallo Stato (prestito di autonomia). Tre sono gli obbiettivi: 1) sostenere i giovani nella ricerca dell'autonomia; 2) sollevare i genitori dall'ansia e dai costi che la dipendenza del giovane oramai adulto determina; 3) se l'autonomia viene raggiunta prima, anche le scelte di vita vengono accelerate - e tra di esse unione e riproduzione, oggi sempre più schiacciate verso i 35-40 anni e causa non ultima della bassa natalità.Qualcosa di analogo accade in Inghilterra; negli Stati Uniti, invece, è molto diffuso il sistema del "prestito d'onore" con le banche. Purtroppo però il ddl non è stato ancora calendarizzato, e giace nella polvere dei cassetti della Commissione Lavoro.   Eleonora Voltolina