Categoria: Interviste

La precarietà sul lavoro distrugge anche le coppie: l'allarme di Alessia Bottone

Dopo cinque anni di esperienza all'estero, tra stage e tirocini soprattutto in Svizzera, una 28enne veneta torna in Italia e scrive un libro. Questa in estrema sintesi è la storia di Alessia Bottone, laureata in Scienze politiche, e del suo Amore ai tempi dello stage, da poco pubblicato dalla piccola casa editrice Galassia Arte. E adesso? La Bottone vorrebbe restare, ma trovare un lavoro in questo momento e nel settore di sua competenza è molto difficile. La Repubblica degli Stagisti l'ha intervistata per approfondire la tematica della coppia all'epoca della precarizzazione e, rispetto ai contenuti un po' naif del libro, ha scoperto idee sorprendentemente chiare ed eterodosse sulle riforme da attuare per migliorare le condizioni di lavoro giovanile in Italia.       Perchè ha deciso di tornare? Ho trascorso cinque anni all'estero. Se devo essere sincera sono tornata perché avevo finito i risparmi. Ho iniziato a lavorare a 16 anni come cameriera perché già a quell'età coltivavo il sogno di viaggiare e studiare all'estero e volevo farcela da sola, con i miei soldi. Li ho investiti in numerosi stage, purtroppo mai retribuiti, e nel 2011 sono tornata per scrivere la tesi e per smettere di pagare l'affitto in Svizzera. Ho messo tutto nelle mani di questo libro che ho chiamato" Un libro per restare in Italia", l'ultima chance che voglio darmi in questo Paese. Se non andrà allora vorrà dire che dovrò nuovamente partire.Che differenze ha notato tra i rapporti di coppia in Italia e all'estero?Le relazioni in sé non differiscono di molto. Sicuramente le donne all'estero non subiscono il ruolo di madre / moglie/ fidanzata crocerossina che ci hanno affibbiato in Italia. Gli uomini sono molto indipendenti e non attendono che siano le donne ad occuparsi della casa e dei figli: raramente si litiga per questioni legate alla gestione della quotidianità domestica. Poi ogni mondo è Paese: e posso confermare che i problemi e le gioie sono le medesime.  Secondo l'Istat la difficoltà dei giovani italiani nel formare una famiglia è principalmente causata dalla prolungata permanenza a casa dei genitori. Cosa ne pensa?Sicuramente negli ultimi tre anni la crisi economica ha avuto un ruolo preponderante anche nelle relazioni di coppia e ha avuto un pesante impatto sulle scelte dei giovani e meno giovani. Vedo trentenni desiderosi di uscire di casa per iniziare a pianificare il loro futuro, impossibilitati perché stretti nella morsa di un contratto a progetto, stage o tempo determinato. Vedo anche genitori insofferenti che arrivati ad una certa età desiderano vedere i loro figli sistemati e godersi la pace e la solitudine della loro casa.  Poi c'è anche da dire che stiamo vivendo un periodo molto delicato per ciò che riguarda la vita di coppia. L'individualismo, le ansie e le paure spesso si interpongono tra due persone che potrebbero avere un futuro insieme. Ci sono donne insoddisfatte e uomini soli. Mi chiedo anch'io cosa stia succedendo nel profondo.
La precarietà lavorativa e l'incertezza per il futuro danneggiano  la coppia o la rafforzano?Certamente la precarietà lavorativa può accentuare la crisi all'interno della coppia. Lì dipende da quanto il rapporto è collaudato e soprattutto dallo spirito di sacrificio. Ho visto coppie rafforzate dopo la tempesta, la risposta è soggettiva dipende dalla capacità di reazione del singolo. Quali sarebbero le cose da fare per migliorare la situazione lavorativa dei giovani in Italia?Riforma del lavoro subito. Riduzione del cuneo fiscale e per le nuove assunzioni abbattimento del costo del lavoro. È paradossale pensare che su mille  euro netti in busta paga ve ne siano altri 2mila versati in tasse, per un totale di quasi 3mila euro mensili a dipendente. Oltre al costo del lavoro ci vorrebbero incentivi per i mutui e per gli affitti come del resto esistono in altri Paesi d'Europa. Come si immagina il futuro suo e della sua generazione?Siamo in pochi ad immaginarci un futuro in questo momento. Si vive giorno per giorno, contratto dopo contratto, in attesa che qualcosa migliori. Potrei raccontare che andrà tutto bene, ma se non ci saranno le condizioni che ho elencato prima penso che ci sarà una nuova ondata migratoria verso altri Paesi per non parlare poi di un capovolgimento all'interno della coppia. Ancora una volta sono le donne a pagare lo scotto maggiore con un tasso di disoccupazione maggiore rispetto alla componente maschile.  Qual è il messaggio che voleva trasmettere ai lettori quando ha scritto questo libro?Amore ai tempi dello stage racconta le vicende di uomini e donne incastrati nelle loro manie, paure tra uno stage e l'altro, tra un contratto a progetto e la voglia di crescere. In chiave ironica racconto il mondo delle donne e degli uomini, della necessità di continuare a sognare, di ironizzare, di guardare alla vita con quell'ottimismo di cui tutti oggi abbiamo bisogno. Perché se la vita è a progetto non vuol dire che lo debbano essere anche le relazioni.Andrea Coccia  Per saperne di più su questo argomento leggi anche:- L'amore ai tempi dello stage, in libreria un manuale di sopravvivenza per coppie di precariE anche:- Tirocini Schuman, un giurista precario tra Napoli e resto del mondo: la storia di Giuliano  - Un tarantino a Cambridge: «Qui in Inghilterra se vali ti assumono, perchè in Italia no?» - «Londra non è l'Eldorado: tra stage gratis e costo della vita alto, è davvero dura»: una expat si racconta

Stagisti in massa (e da casa loro) alla Curcio, la vicepresidente: «Formazione di base»

Cristina Siciliano, vicepresidente della casa editrice Armando Curcio Editore, fa parte della famiglia proprietaria della società: come presidente e fondatore dell'azienda figura agli atti Fortunato Siciliano, classe 1946, mentre il terzo amministratore è Pierfrancesco Siciliano, del 1971. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a lei chiarimenti sul reclutamento di stagisti in azienda, negli ultimi mesi, per la realizzazione di un progetto Curcio-Microsoft. Non è stata impresa facile: dopo una serie di tentativi la vicepresidente si è resa disponibile per un'intervista telefonica, chiarendo però fin da subito di non essere disponibile fornire informazioni giudicate «sensibili» sulla sua società. Durante la prima "puntata" dell'intervista telefonica è improvvisamente caduta la comunicazione (dall'azienda hanno fatto sapere che sono in corso lavori di manutenzione ai cavi), lasciando senza risposta alcune domande. Da lì i contatti sono diventati ancora più complicati. Solo dopo alcuni giorni sono arrivate le ultime risposte via mail, e un ultimissimo confronto telefonico sugli enti promotori.  Dottoressa Siciliano, può spiegare in cosa consiste e quanto è previsto che duri il vostro accordo con Microsoft? Siamo una casa editrice che tocca tutti i canali dell'editoria (librerie, edicole, grandi opere, scuola). Microsoft ci ha quindi contattato per il progetto scuola digitale avviato dal Miur. Loro mettono a disposizione una piattaforma digitale dove poi noi andiamo a inserire i contenuti. Il 90% di questi è costituita dal nostro patrimonio culturale raccolto in 80 anni di storia. Ora siamo in fase di start up, ci vorranno tre anni almeno fino al completamento dell'operazione. Quanto è coinvolto nel progetto l'organico?Tutta la redazione e la grafica è normalmente occupata nei canali commerciali, per cui solo una sezione si dedica alla scuola digitale. Dalla visura della vostra società risulta che essa conti un totale di 11-12 dipendenti a tempo indeterminato. È così? Le devo dare nomi e cognomi? Dentro il gruppo - ci sono anche delle società controllate - lavorano circa 13 freelance, quindi in totale siamo 25. A parte c'è il personale amministrativo. E infine il personale commerciale, composto da circa 300 persone.  Quanti stagisti avete inserito finora e quante candidature sono arrivate?La nostra casa editrice riceve mediamente 50-60 curriculum al giorno e così è successo per l'inserzione sulla scuola digitale (tuttora attiva, ndr). Complessivamente sono arrivati 400 curriculum. Avevamo bisogno di ampliare l'organico e così abbiamo pensato di selezionare stagisti, scegliendoli in base a una valutazione meritocratica. All'inizio abbiamo preso venti persone, ma ci siamo accorti subito che alcuni elementi non erano all'altezza quindi cinque di loro sono stati allontanati dopo un periodo di prova... Se dalle prime prove vediamo che non c'è talento cerchiamo di far capire loro che quella non è la professione futura. Serve una penna felice per l'editoria. Ci è stato segnalato da alcuni stagisti che il lavoro assegnato è stato di ricopiare pagine scannerizzate...Sì, nelle mansioni del redattore c'è anche il lavoro di scansione (c'è un programma informatico apposito). Gli stagisti sono sperimentati in tutto. Negli stage talvolta si fanno anche fotocopie, sa? Ma nella maggior parte dei casi si è trattato di puro lavoro redazionale. Noi puntiamo a verificare se i singoli soggetti hanno cultura di base, facilità di penna, fessibilità progettuale. Dalle segnalazioni emerge che la presenza presso la vostra casa editrice era episodica, legata solo alla ricezione del materiale cartaceo, e che poi il lavoro lo stagista lo svolgeva a casa propria...Lo stage viene fatto principalmente in forma interinale. La maggior parte degli stagisti sta ultimando dottorati o specializzazioni, raggiungere la sede per loro è un impedimento. Molti lavorano per mantenersi, per cui dedicano allo stage solo dei ritagli di tempo. Ci si incontra però almeno una volta a settimana per confrontarsi.  In generale, un corretto tirocinio richiede che sia impartita allo stagista una formazione. Dove la ravvisate in un lavoro di copiatura di pagine e correzione di bozze? La chiave è dare una prima formazione, quella basilare, verificando la preparazione delle persone sulla base di curriculum e colloquio. La vera formazione avviene poi nel caso si venga contrattualizzati.  Avete ancora stagisti al momento? Alcuni hanno già concluso il periodo di stage, altri hanno appena iniziato.E qualcuno è stato contrattualizzato come promesso nei colloqui?Finora tre persone hanno avuto un contratto a progetto di un anno, pagato circa mille euro al mese. Poi ci sarà per loro la possibilità di un contratto a tempo indeterminato in accordo ai parametri previsti dal contratto collettivo dell'editoria. Chi non è stato inserito ha comunque ricevuto un attestato di partecipazione, spendibile come opportunità. La ragazza che ci ha inviato la segnalazione racconta che voi le avete assicurato di averla selezionata tra le cinque migliori. Ma nonostante questo non le è stato offerto un contratto...Non so di chi sta parlando; del resto noto una certa ingiusta asimmetria informativa visto che c’è tanta precisione nel sapere informazioni sulla Curcio, che peraltro fa tutto alla luce del sole, e nessuna su chi segnala. Comunque le posso indicare la nostra politica in questi casi: la ragazza sarà stata selezionata tra i curricula migliori ma se dopo lo stage non è stata contrattualizzata è sicuro che la responsabile della redazione non abbia reputato la prestazione soddisfacente. Perché non affidate questo lavoro a dei professionisti? Utilizzare solo stagisti non può essere rischioso ai fini della bontà del risultato finale, o perfino controproducente per l'immagine aziendale?Forse non mi sono spiegata: i testi che abbiamo commissionato agli stagisti sono una minima parte e sono solo embrionali; questi lavori vengono rimodellati e revisionati dalla redazione interna o dai nostri collaboratori esterni. Non stagisti ma professionisti freelance. Ribadisco che i tre mesi di stage servono a valutare il candidato ai fini di una assunzione e questo viene chiaramente indicato in sede di colloquio. Il problema è che non si più abituati a comportamenti ispirati all’onestà, alla lealtà e alla trasparenza.E in una seconda telefonata:Chi sono gli enti promotori dei vostri stage?Spesso veniamo contattati dalle università per collaborazioni di formazione e periodi di stage. Tor Vergata e Roma Tre sono due enti promotori, peraltro ragazzi molto seri, volenterosi e motivati.Purtroppo, nessun altro dettaglio su questo fronte.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stagisti-correttori di bozze alla Armando Curcio Editore: il «lavoro» è da casa e senza rimborso - Stage alla Curcio: chi sono gli enti promotori? E anche: - Les 4 di Promuovi Italia, una ex collaboratrice denuncia: «Migliaia di stage senza sbocchi»- Stage gratuiti, Caterina versus Flash Art: il botta e risposta con Giancarlo Politi. E il web si rivolta- Trenta centesimi per tradurre un articolo, l'associazione interpreti: «un'offesa alla dignità professionale». Ma l'impresa ribatte: «così si tengono allenati»- «Qui alla Fondazione DNArt siamo in troppi stagisti»: e scatta il reclamo all'ufficio stage dell'università

La pacchia è finita, giovani: ma potete farcela lo stesso. Basta crederci, come Elvis Presley

Sebastiano Zanolli, 48 anni, vicentino, è un nome conosciuto dell'industria italiana dell'abbigliamento, ma anche un appassionato scrittore e vocational speaker, a suo agio di fronte a platee tanto di professionisti quanto di giovani studenti. Il suo ultimo libro, «Dovresti tornare a guidare il camion Elvis» è per metà sprono per metà guida pratica alla scoperta e realizzazione del proprio talento - leggi "felicità propria e della collettività" - e la Repubblica degli Stagisti, incuriosita dal tema, ha intervistato l'autore. Zanolli, abbiamo tutti un talento? Domanda difficile... È probabile di sì, anche se molti non lo troveranno. Creare una fenomenologia del talento, spiegarlo in termini assoluti e generali, è impossibile; ma la mia esperienza mi porta a credere che tutti abbiamo potenzialità speciali. Il fatto che non si realizzino, o che nessuno le veda, non vuol dire che non esistano - un po' come con il cigno nero. Secondo lei esistono, per così dire,  talenti "di serie A" - per la vendita, gli affari, le relazioni pubbliche ad esempio - e talenti "di serie B" - poniamo, per l'arte figurativa?Assolutamente no, esiste solo la capacità di fare in maniera eccezionale una certa attività, quale che sia. Che poi la società a talenti diversi attribuisca un diverso valore, sia economico che morale, è un altro discorso. Che comunque vale per qualsiasi tipo di società: ad esempio se Picasso fosse nato e cresciuto in una tribù dell'Amazzonia invece che in Spagna e Francia, probabilmente non sarebbe stato apprezzato come da noi. Va tutto letto in relazione alle convenzioni sociali, ma il talento non conosce serie e categorie. Lei ritiene che l'Italia, insieme a tutto l'Occidente industrializzato, sia molto fortunata ad occupare la parte più prospera del pianeta. Pensa che i trentenni di oggi, che ad esempio non conoscono guerre e non hanno dovuto lottare per studiare, siano "fortunati tra i fortunati"? Crede al paradigma della generazione viziata? Affatto. È una banalizzazione. Credo però che chi non ha termini di paragone non riesca ad apprezzare il fatto che l'istruzione - come pure il cibo, la casa, l'assistenza sanitaria - sia un diritto, o che la doccia la si faccia con l'acqua potabile, mentre altrove il primo pensiero della mattina è recuperare un bicchiere d'acqua per vivere. Questo non è un problema generazionale, è un problema di coscienza individuale.Però rimane il fatto che quelle che per i giovani di quarant'anni fa  erano grandi conquiste, oggi sono appunto diritti. E qualcuno ipotizza che ciò abbia creato una generazione incapace di affrontare le difficoltà, una su tutte quella - obiettiva - di trovare lavoro.L'osservazione può essere corretta, ma il rimprovero ai giovani che spesso ne deriva è sbagliato. O per lo meno è incredibilmente mal indirizzato. È parte della natura umana sforzarsi di dare alla generazione successiva ciò che è mancato alla propria; cercare di migliorare la propria condizione e quella dei propri figli non è un male in sè. Ma bisogna pensare a spese di chi e di cosa avviene questo miglioramento. Il rimprovero quindi va fatto ad un'intera società, che non si è accorta che nell'accumulare conquiste per sè e i propri figli stava andando a credito, non solo verso le generazioni successive, ma anche verso le popolazioni più povere e verso le risorse ambientali. Quando il sistema ad un certo punto non è più stato in grado di alimentare questo enorme mutuo, ha ceduto. Non a caso il titolo provvisorio di «Dovresti tornare a guidare il camion, Elvis» era un altro: «La pacchia è finita». Ecco, è finita.  E adesso?Bisogna assumersi la responsabilità collettiva - tutti, a qualsiasi età - di gestire una crisi che si è contribuito a generare o che si è ricevuto in eredità, senza per questo farlo scontare ad altri. A te, giovane, è capitata la "sfiga" di essere viziato? Fa niente, fai del tuo meglio con quello che ti è capitato, non con quello che vorresti ti fosse capitato. Come racconto nel libro, ci sono comunque ampi margini di azione e miglioramento. I mezzi non mancano.Lei oggi dirige una nota linea di moda giovanile, oltre a scrivere un libro ogni due anni e fare coaching. È stato difficile trovare la sua strada?Diciamo che ho dovuto picchiare duro e cambiare gioco varie volte. Ho fatto diversi lavori in cui sono durato poco, perché non mi piacevano. All'inizio della mia carriera ad esempio vendevo software per la pubblica amministrazione. Poi ho mollato e sono andato a vendere condizionatori, ma neanche lì mi trovavo bene.  Alla fine, dopo molti tentativi, sono entrato nel settore dell'abbigliamento, ma non di certo dall'ingresso principale. Ho iniziato dal basso e ho dovuto lavorare sodo per affermarmi. E va spesso in scuole ed università per condividere con i giovani  le lezioni che ha imparato. Ha in programma a breve  qualche incontro? Sì, certo, ce ne sono sempre. Il modo migliore per tenersi aggiornati è iscriversi alla newsletter tramite il mio sito. Infine, ci tolga una curiosità: come mai la nota introduttiva al suo libro è firmata da Donatella Rettore? L'ho conosciuta in treno, tornando da Milano. Parlando del tema del talento mi ha colpito perché mi ha detto: «Guarda, io non so fare niente nella vita se non intrattenere le persone da un palco. Da quando ho quattro anni, se mi dai un palco riesco a tenere ferma l'attenzione della gente che mi guarda. A un certo punto ho pensato che visto che non sapevo fare nulla, almeno potevo guadagnarmi la vita con questo». Mi è piaciuta la sua onestà intellettuale.  Intervista di Annalisa Di Palo [foto:Yorick Photography]Per saperne di più su questo argomento leggi anche: - Talento x investimento = risultati: la formula anticrisi per i giovani - Altro che choosy: un'indagine su giovani e lavoro smentisce il ministro Fornero- Non è un paese per bamboccioni: un libro per chi è stufo di piangersi addosso- I giovani secondo Pier Luigi Celli? Una «generazione tradita»

Rita Ghedini: il mio lavoro in Senato per il lavoro delle donne

Rita Ghedini, classe 1960, dal 2008 è parlamentare del Partito democratico. Arrivata in Senato dopo una ventennale esperienza nel settore delle cooperative sociali nella sua Emilia Romagna, nella scorsa legislatura è stata incaricata dal gruppo Pd dei rapporti con le commissioni economiche all’interno della Commissione Lavoro. Lo scorso dicembre si è presentata alle primarie Pd e oltre 6mila preferenze le hanno permesso di tornare in Senato.      Si aspettava un risultato elettorale così? No. Sapevamo di giocare una partita difficile, ma francamente non immaginavamo la situazione di paralisi. Ma in questi giorni il Parlamento può davvero lavorare?Noi siamo una Repubblica fondata sull'esistenza di tre poteri, indipendenti ma fortemente relazionati fra loro per l'equilibrio complessivo delle istituzioni: quindi non è vero che un parlamento può lavorare senza governo. Il parlamento però può fare, come sta facendo in questi giorni, delle attività di sostegno e di verifica all'ordinaria amministrazione del governo che continua ad essere in carica, e può occuparsi di questioni urgenti. Ma è evidente che senza governo tutte le misure ad esempio di politica economica e del lavoro, di cui c'è un bisogno drammatico, non possono essere assunte.Lei ha presentato nei giorni scorsi al Senato una serie di ddl: per contrastare le dimissioni in bianco, per estendere l'Aspi ai precari e la maternità alle lavoratrici atipiche. Questi ddl hanno lei come primo firmatario e poi una serie di altri senatori Pd, o hanno avuto una genesi bipartisan?In questa fase, nei primi giorni della legislatura, io ho presentato alcuni disegni di legge che sono il frutto di una gestazione all'interno del nostro gruppo parlamentare della precedente legislatura, riveduti e corretti sulla base delle istanze che noi abbiamo portato avanti in campagna elettorale. Dunque in questa fase sono stati presentati come ddl sottoscritti da senatori del Pd. Tutti i disegni di legge in questo momento sono in fase di drafting ed è ovviamente mia intenzione sottoporli anche alla valutazione dei colleghi degli altri gruppi parlamentari. Nutro alcune aspettative, positive o negative, rispetto alle forze che erano già in Parlamento: per esempio sulla estensione delle norme di contrasto alle dimissioni in bianco per i parasubordinati il confronto con il Pdl l'avevamo già fatto al giro precedente e loro non erano favorevoli. Riproverò a sottoporglielo, ma non mi aspetto grande disponibilità. Mentre ho qualche aspettativa nei confronti degli altri partiti della coalizione e perché no, se dovessero cadere le preclusioni tattiche della fase, anche nei confronti di esponenti del Movimento 5 Stelle. Per quel che riguarda l'estensione delle tutele per maternità, spero che quantomeno la componente femminile - largamente presente in questa legislatura - possa aderire trasversalmente. Mentre per l'estensione dell'Aspi l'aspettativa si limita alla compagine di centrosinistra, e forse - con la premessa che facevo già prima - al Movimento 5 Stelle.Una sua proposta per sostenere il lavoro femminile è un investimento per l'avvio di asili nido e servizi all'infanzia. Oggi la copertura dei posti nei nidi è circa al 10% in Italia, cioè un posto ogni 10 neonati, contro il 30% della media europea. Avete calcolato quanto un intervento del genere potrebbe far salire l'occupazione femminile?Io sono emiliana, e la mia regione ne è la prova provata. L’Emilia Romagna centra gli obiettivi di Lisbona con un 33% di copertura nidi e più del 60% di occupazione femminile. È chiaro che dove non ci sono nidi le donne restano a casa perché non possono fare altrimenti; l'ultimo ministro che si è occupato della questione è stata la Bindi, nel 2007, con il piano straordinario per la creazione di nuovi nidi. Piano che non è stato più rifinanziato dai successivi governi e che il Pd nelle sue proposte è pronto a far ripartire. Avete fatto un calcolo rispetto a quanti posti di lavoro si aprirebbero aprendo asili nido? L’investimento si tradurrebbe anche in nuovi posti di lavoro?Mi piace richiamare alcuni indicatori elaborati dalla Banca d’Italia: se il tasso di occupazione maschile e femminile fossero uguali si avrebbe un aumento del Pil di 17 punti percentuali; 100 posti di lavoro femminili ne generano in realtà 115 grazie al processo di esternalizzazione del lavoro di cura. È chiaro il meccanismo: se una donna lavora non solo c'è un più uno nelle statistiche degli occupati ma quelle cose che generalmente faceva a casa in termini di cura della casa, della prole e degli anziani dovranno essere affidate ad altri: e quindi nuovi asilo, case per anziani, centri diurni, personale che viene a casa per fare pulizie. Passiamo a un elemento limitrofo, la copertura della maternità. Lei propone una copertura del periodo di maternità per le lavoratrici autonome parasubordinate e le imprenditrici. Dall’approfondimento della Repubblica degli Stagisti su questo tema è emerso che mentre chi è iscritto alle casse previdenziali di categoria è abbastanza tutelato, chi fa riferimento alla gestione separata Inps ha un percorso molto più difficoltoso per ottenere l'indennità, che peraltro ha un importo anche più basso. Come si incide su questa sperequazione?Il tentativo del disegno di legge è esattamente questo: estendere innanzitutto alle lavoratrici iscritte alla gestione separata le stesse tutele delle dipendenti. Quindi una pari copertura del periodo di astensione obbligatoria e dell'accesso ai congedi parentali, quelli che una volta si chiamavano "astensione facoltativa", che in questo momento sono del tutto inaccessibili per le iscritte alla gestione separata. La questione poi delle lavoratrici autonome iscritte alle casse ordinistiche e delle imprenditrici è variegata e dipende dai trattamenti previsti dalle singole casse: qui l'idea è quella di fare interventi di omogeneizzazione e di compensazione. Per le imprenditrici il tema è sopratutto quello della facilitazione delle modalità di gestione del periodo di maternità: non parlo in questo caso di "astensione", qui la priorità è legata sopratutto al mantenimento dell'attività professionale / imprenditoriale. Ci sono poi alcuni casi specifici di totale scopertura sui quali occorre intervenire, per esempio le mediche di medicina generale non hanno nessun tipo di copertura.  Ma non sono le uniche: anche le assegniste di ricerca sono prive di tutele. Tutelare vuol dire dare dei soldi alla neomamma, per non lasciarla senza reddito nel momento in cui partorisce e si prende cura del neonato, ma anche non farle perdere il posto di lavoro. Però come si fa coi cocopro e le collaborazioni a partita Iva? Questi contratti per loro natura possono essere sciolti senza problemi: tutelare queste lavoratrici per quanto riguarda la continuità del posto di lavoro quando restano incinte è dunque impossibile?No, io credo che ci sia un modo. In un ddl che avevo presentato nella legislatura precedente e che sto rielaborando ho inserito il concetto di "giusta causa" tradotto in termini civilistici anche per i rapporti autonomi, con riferimento in particolare alle condizioni di maternità anche per i contratti parasubordinati e per le committenze legate al lavoro autonomo. Il tema è quello di non annoverare tra le cause di impossibilità a rendere la prestazione - perché questa è l'attuale disciplina - la condizione di maternità. Quindi proteggere la condizione di maternità dalla possibilità di revoca della committenza. Per quanto riguarda il congedo di paternità, lei propone nel suo ddl di introdurre 15 giorni obbligatori. E quell'unico giorno previsto dalla riforma Fornero ha comunque un suo senso o è una foglia di fico?Tentiamo di leggere il bicchiere mezzo pieno e diciamo che quel giorno ha posto il tema. Poi è ovvio che, in una situazione di arretratezza terribile rispetto alla condivisione delle responsabilità, è stato letto quasi come una provocazione. La battuta che circolava è "abbiamo regalato un giorno di ferie in più agli uomini". Però io continuo a pensare che siccome c'è una situazione di forte arretratezza culturale rispetto a questo problema, almeno abbiamo "postato un titolo". Dopodichè l'obiettivo minimo è quello di arrivare alla misura europea, ed è quello che proponiamo nel disegno di legge. Vorrei aggiungere due cose che il tema del congedo obbligatorio di paternità richiama. È considerato ovvio - e questo dice molto della diversa considerazione degli obblighi e delle responsabilità di cura e della loro condivisione - che nel predisporre la misura del congedo di paternità obbligatorio sia stata prevista l'entità della copertura economica dei giorni di distacco al 100%. Nella mia proposta considero indispensabile calcolare al 100% anche l'indennità per il distacco delle madri, e aumentare almeno al 50% quella per i periodi di congedo parentale. Perché altrimenti la fruizione di quest'ultima modalità rimarrà inaccessibile ai più e alle più e sicuramente e continuerà a costituire ostacolo per la scelta delle donne. Il tema è quello di rendere possibile la scelta di maternità. La maggior parte delle giovani donne ormai non è più in condizione di praticare questa scelta. La valorizzazione della scelta di maternità come valore collettivo passa anche attraverso - e questo è il terzo pilastro della proposta - lo spostamento sulla fiscalità generale di una quota del costo. Qualcuno potrebbe obiettare: tutto belle queste proposte, ma tutte costose. Avete calcolato quanto costerebbero e come potrebbero essere finanziate?Calcolando sui cinque anni, la proposta che riguarda l'estensione delle tutele di maternità, compresi i 15 giorni di paternità obbligatoria, costa circa 2 miliardi. Includendo anche l'intervento sui nidi il costo raddoppia: 200 milioni all’anno, dunque un miliardo, per i nidi in sé e un altro complessivo per l'incremento delle tutele per i periodi di astensione facoltativa. E per l'apertura dell'Aspi ai parasubordinati?Per questa estensione, contenuta in un altro ddl, il costo dipende dalle platee. Il calcolo è più approssimato, ed è in questo momento, considerando solo l'estensione agli iscritti alla gestione separata, intorno ad altri 2 miliardi circa. Le modalità di finanziamento che abbiamo immaginato in questo momento lavorano tutte su una variazione delle poste fiscali, cioè su una diversa distribuzione della fiscalità, su un aumento del prelievo sui patrimoni e su una diversa modulazione delle aliquote fiscali. Diciamo che la copertura di queste proposte - la maternità, gli ammortizzatori sociali - trova il suo finanziamento nella proposta di riforma fiscale del Partito democratico.Su Facebook da qualche giorno gira un'immagine che rappresenta graficamente le proposte di legge presentate dai vari gruppi parlamentari in queste prime settimane di legislatura: la denuncia è che il M5S non ne abbia presentata nemmeno una. Adriano Zaccagnini, deputato grillino, si è difeso su Fb dicendo che in questa fase il Movimento  non ha personale amministrativo e legislativo adeguato alla presentazione di proposte di legge. E ha contrattaccato denunciando che se volessero assumere delle persone, sarebbero obbligati a sceglierle in due elenchi prestabiliti di persone già dipendenti delle Camere. Ma quindi le leggi non le scrivete voi parlamentari?Le leggi le scriviamo noi parlamentari, ovviamente supportati da esperti di legislazione per la formalizzazione dell'estensione, e da esperti di settore per i vari ambiti. Ognuno utilizza le forme di consulenza che ritiene. Con me hanno lavorato come collaboratrici nella precedente legislatura una esperta di diritto del lavoro e una di diritto costituzionale, e quest'ultima sta continuando a lavorare con me anche in questa nuova legislatura.E queste due esperte erano dentro gli elenchi di persone prestabiliti?No. La questione posta dagli eletti del M5S riguarda personale che aveva rapporti di collaborazione con la struttura del Senato o della Camera, e che dovrebbe andare in priorità rispetto alle nuove assunzioni che fanno riferimento alla struttura delle due Camere. Parliamo dei collaboratori dei deputati e dei senatori che fanno parte degli uffici di presidenza piuttosto che dei gruppi parlamentari. Non si tratta dunque dei collaboratori dei singoli parlamentari. Io come singolo parlamentare mi avvalgo di collaboratori che remunero con la quota che viene trasferita sia ai deputati sia ai senatori esattamente per la retribuzione dei collaboratori. Se i deputati o i senatori 5 stelle volessero fare contratti e assumere ciascuno un paio di collaboratori, avrebbero le risorse per farlo.intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Occupazione femminile, Alessia Mosca: «Buoni spunti nella riforma, ma si può fare di più»- Ma le lavoratrici precarie hanno diritto all'assegno di maternità?E anche:- Dolce attesa per chi? In una commedia la maternità ai tempi del precariato- Maternità precaria: per avere un sussidio meglio essere ragazza madre

Luca Santini: sì al reddito minimo per affrontare la precarietà

La crisi economica odierna viene combattuta a colpi di austerity. Ma questa non è l’unica soluzione: ci sono strumenti per la politica economica, come il reddito minimo garantito, che sono in grado di ripristinare un sistema economico con un maggior livello di equità e di tutelare la dignità di ogni persona in quanto tale, senza abbandonarla a un welfare di tipo familistico. È questa l'opinione di Luca Santini, avvocato e presidente del Basic Income Network (BIN) Italia, un’associazione di sociologi, economisti, giuristi e ricercatori che si occupano di studiare e promuovere interventi indirizzati all’introduzione del reddito minimo in Italia. Immaginiamo che passi la proposta di legge di iniziativa popolare che vuole garantire il sussidio a tutti coloro che hanno un reddito personale imponibile sotto i 7.200 euro. Quante persone ne beneficerebbero in Italia?Secondo la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale il numero dei poveri relativi (con reddito inferiori ai 600 euro al mese) è pari a quasi 8 milioni di persone. A tutte queste persone andrebbe il sussidio, ma per la maggior parte di loro si tratterebbe solo di un'integrazione al loro reddito. Infatti i poveri assoluti, con reddito inferiore a 385 euro mensili, sono circa 3 milioni. L’Italia, con il suo 29,8% di spesa sociale sul totale del Pil, si colloca nella media europea (29,5%). Tuttavia se analizziamo l’efficacia dei sistemi di protezione nel combattere la povertà e l’emarginazione sociale il nostro Paese sembra mostrare un enorme deficit rispetto agli altri Stati. Come mai?La spesa sociale totale è assimilabile alla media europea, ma se osserviamo le singole voci notiamo un vistoso scostamento. L’Italia riserva ben il 60% delle sue risorse per le spese sociali all’assistenza agli anziani e ai superstiti. Mentre il nostro sistema pensionistico è relativamente generoso (si pensi alle pensioni totalmente sganciate da qualsiasi ammontare contributivo, ma anche alle pensioni di reversibilità concesse a persone ancora giovani o già titolari di altri redditi propri), siamo ultimi in Europa nel contrasto all’esclusione sociale e nell’assistenza abitativa, spendiamo circa la metà degli altri Paesi in tutela della famiglia e dei minori, e oltre il 60% in meno in sostegno ai disoccupati. In Italia un esperimento di reddito minimo garantito c’è stato qualche anno fa nella Regione Lazio. Ci può raccontare quest’esperienza?Il reddito minimo garantito è stato introdotto nel Lazio nel marzo 2009 con legge regionale. Il sussidio era destinato a disoccupati, inoccupati e “precariamente occupati” tra i 30 e i 44 anni il cui reddito imponibile non superasse gli 8mila euro. L’importo massimo del sussidio era fissato in 7mila euro, ma era integrato da misure di sostegno indiretto (trasporto pubblico gratuito, contributi per l’affitto ecc.). La risposta è stata sorprendente: per il 2009 sono state presentate 115mila domande, a fronte di una previsione di 60mila. La sperimentazione ha contribuito in primo luogo a far emergere un bisogno di tutela che sarebbe altrimenti rimasto inespresso. La discrepanza tra dati previsti e reali è il sintomo tangibile di una crisi sociale misconosciuta, che la politica non è stata fin qui in grado di intercettare e men che meno di affrontare.Quali sono stati i limiti di quest'esperienza?Purtroppo l’investimento economico è stato molto limitato, per cui si sono dovute redigere delle graduatorie e questo è stato uno degli aspetti più dequalificanti, perché contravviene agli stessi principi universalistici alla base di tutte le forme di reddito minimo garantito. Ma il limite più evidente è stata la sua brevissima durata: la sperimentazione laziale è durata un solo anno, perché nel maggio 2010 è cambiata la maggioranza del governo regionale e la legge non è stata rifinanziata. Secondo lei è giusto che il reddito minimo garantito sia dato non solo ai disoccupati o agli inoccupati, ma anche a i precari a basso reddito?Assolutamente sì. Le divisioni nette fra lo stato di occupazione e quello di disoccupazione oggi non sono più adeguate a descrivere la realtà del lavoratore flessibile, precario e costantemente a rischio di emarginazione sociale. Alla deregolamentazione contrattuale che ha caratterizzato il lavoro precario sono spesso seguiti salari insufficienti a garantire livelli di vita che si collochino al di sopra della soglia di povertà, anche per molti lavoratori. Quali sono gli aspetti più rivoluzionari del reddito minimo garantito?Il reddito minimo garantito è un diritto soggettivo: la situazione economica da osservare è quella strettamente individuale e non quella della famiglia di appartenenza. La norma deve infatti tutelare la dignità di una persona in quanto tale, senza abbandonarla alla “carità” parentale o coniugale. Un cambiamento di prospettiva particolarmente significativo per i giovani e le donne, in un Paese in cui il welfare è tradizionalmente di tipo familistico.Pensa che l’introduzione del reddito minimo garantito avrebbe conseguenze positive, cioè al rialzo, sulle retribuzioni offerte dai datori di lavoro, soprattutto nel caso dei lavoratori atipici? Penso proprio di sì. Garantendo al lavoratore un livello minimo e intangibile di diritti, anche fuori dal rapporto contrattuale con l'impresa, lo si porta a un livello di maggiore forza nel momento della contrattazione delle condizioni di lavoro. Un incontro finalmente più bilanciato tra domanda e offerta potrebbe dare luogo a dinamiche sociali fortemente innovative, capaci di coniugare le esigenze di flessibilità delle imprese con le incomprimibili esigenze vitali dei lavoratori.Pensa che il reddito minimo garantito costituirebbe un disincentivo al lavoro?Attribuire un reddito, ad esempio di 600 euro mensili, non disincentiverebbe il disoccupato a lavorare per raggiungere soglie più alte, disincentiverebbe esclusivamente lo sfruttamento del lavoro, l'abuso di contratti precari, le simulazioni contrattuali. Il lavoratore avrebbe un'altra scelta, mentre alle imprese irregolari verrebbe a mancare lo strumento con il quale fare concorrenza sleale a quelle regolari. Nel valutare la platea dei possibili beneficiari quanto peso avrebbe la situazione patrimoniale? Per esempio, se una persona si trovasse senza lavoro ma avesse una casa di proprietà, verrebbe inclusa o esclusa? E riceverebbe lo stesso sussidio di chi, oltre a non avere reddito da lavoro, deve anche pagarsi un affitto?Il testo della proposta di legge di iniziativa popolare prevede che per beneficiare del reddito minimo garantito non si debba essere in possesso di un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a una certa soglia, ancora da stabilire, ma afferma già con decisione che nella determinazione di questa soglia non si tenga conto della prima casa, né degli altri beni necessari ai bisogni primari della persona. Detto questo, in molti Paesi europei accanto all'erogazione del sussidio economico si prevedono anche agevolazioni e contributi extra per le spese sostenute per l'affitto o per il mutuo, che ovviamente non spettano a chi non debba sostenere queste spese. Qual è l'obiettivo culturale che avete in mente quando ponete il reddito garantito al centro della vostra riflessione economica e politica?Credo che tra le tutele universalistiche da introdurre per legge vi sia certamente la garanzia di un reddito minimo in tutte le fasi della vita produttiva e non. Solo quando sarà realizzato questo obiettivo si potrà dire superata la condizione di precarietà esistenziale che oggi affligge gran parte della popolazione. Occorre insomma che al lavoratore sia garantito, anche al di fuori del rapporto contrattuale con l'impresa, un livello minimo e intangibile di diritti.Anna GuidaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche gli articoli:- Radiografia del reddito minimo garantito: cos'è, quanto costa, come funziona- Reddito minimo garantito, le proposte dei partiti- Pietro Ichino: il reddito minimo può funzionare solo a certe condizioniE anche:- «Per garantire a tutti 600 euro al mese bastano 18 miliardi di euro all'anno»

Pietro Ichino: il reddito minimo può funzionare solo a certe condizioni

La misura che è comunemente indicata come reddito di cittadinanza presenta costi che il sistema Italia oggi non sarebbe in grado di sostenere, mentre il reddito minimo garantito, volto a garantire un reddito minimo a chi non ne abbia altri, è molto meno costoso, ma deve essere accompagnato da una assistenza intensiva nel mercato del lavoro che è ben lontana dai servizi offerti attualmente dai centri per l’impiego. È questa l'opinione di Pietro Ichino, 64 anni, giuslavorista, che dopo aver lasciato il Pd lo scorso dicembre per sostenere il partito di Mario Monti è stato eletto senatore con Scelta civica. Proprio sul terreno del welfare si è giocato il graduale allontanamento del professore, da anni sostenitore del progetto “Flexsecurity” per la sperimentazione di un nuovo modello di protezione della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, con il Partito democratico.  Professor Ichino, lei pensa che il basic income costituirebbe un disincentivo al lavoro e che incoraggerebbe l’ozio o l’assistenzialismo?Se per basic income intendiamo il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, ovvero l’erogazione di un importo minimo – per esempio, 500 euro al mese – a ciascun cittadino, indipendentemente dalla sua ricchezza e dal fatto che abbia altri redditi, il problema non è tanto il disincentivo al lavoro, quanto il costo enorme di una misura di questo genere per l’erario. Siamo molto lontani dal potercela permettere. D’altra parte, qualcuno potrebbe chiedersi se sia giusto che lo Stato dia 500 euro al mese anche a chi non ne ha alcun bisogno.Davvero il reddito di cittadinanza lo percepirebbe anche Lapo Elkann, come hanno scritto Tito Boeri e Roberto Perotti su La Voce?Questa è la natura del reddito di cittadinanza. Se non fosse così, diventerebbe una “garanzia di reddito minimo”, che opera solo quando un altro reddito non ci sia. Ma in questo caso chi accetta un lavoro rinuncia al “reddito minimo garantito”: scatta quindi un disincentivo al lavoro. Ospite a Servizio Pubblico, Boeri ha lanciato la proposta di istituire un ibrido tra salario e reddito minimo: un salario minimo ma coi soldi dello Stato, cioè con lo Stato che paga la differenza tra la retribuzione troppo bassa di alcuni lavoratori e un minimo che verrebbe stabilito dalla legge.Quella di cui parla Boeri è un employment subsidy, una misura di “sostegno marginale” del reddito, nei casi di retribuzione oraria inferiore a un minimo, che consente l’attivazione di rapporti di lavoro fuori standard per determinate categorie di lavoratori: per esempio giovanissimi, disabili, pregiudicati nel primo periodo dall’uscita dal carcere. Questa la si potrebbe praticare anche in Italia, sì, ma sempre a condizione di una capacità di controllo dei casi molto da vicino.Pensa che il reddito minimo garantito in Italia incoraggerebbe il lavoro nero?Nel caso in cui la misura consistesse nel garantire un reddito minimo a chiunque si trovi a essere privo di altri redditi, sì, l’incentivo a nascondere gli altri redditi ci sarebbe e occorrerebbe coniugare questa misura con altre, di controllo circa la disponibilità effettiva del beneficiario per la ricerca di una occupazione e per tutto quanto è necessario per porsi in grado di ottenerla.In che cosa dovrebbero consistere gli strumenti per combattere questa possibile deriva?Assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione, con affidamento del lavoratore in difficoltà a un tutor che lo segue quotidianamente: lo guida e lo aiuta, ma al tempo stesso verifica la disponibilità effettiva. Poi ci sono le misure contro l’evasione fiscale che sono al tempo stesso, per loro natura, misure di contrasto al lavoro nero. Per esempio quelle tendenti alla riduzione della circolazione di contante.Pensa che il reddito minimo minerebbe il “principio di reciprocità”, secondo il quale solo coloro che apportano un contributo alla società attraverso il lavoro meritano il sostegno della società stessa?Non è questo il problema. Il basic income potrebbe giustificarsi così: la terra in cui una nazione vive è proprietà di tutti i cittadini di quella nazione; ciascuno di essi ha diritto a percepire la propria quota di una sorta di canone di locazione, che la nazione paga per occupare quella terra. Certo, poi c’è anche il dovere di contribuire al benessere e al progresso della nazione con il proprio lavoro, che in Italia è sancito dall’articolo 4 della Costituzione; ma i due principi potrebbero anche operare l’uno indipendentemente dall’altro.Non pensa che l’introduzione del reddito minimo garantito avrebbe conseguenze positive, cioè al rialzo, sulle retribuzioni offerte dai datori di lavoro, soprattutto nel caso dei lavoratori atipici? Non crede cioè che renderebbe i lavoratori (specie precari) meno ricattabili e finalmente non più “disposti a tutto”?No: la protezione contro i possibili abusi dei datori di lavoro non può essere questa. La vera protezione più efficace dovrebbe essere data da un mercato del lavoro funzionante bene, con buoni servizi di assistenza intensiva e di formazione mirata agli sbocchi occupazionali esistenti, che consenta a qualsiasi lavoratore di andarsene dall’azienda in cui è trattato male perché ce ne è un’altra che valorizza meglio il suo lavoro. Insomma, un mercato del lavoro che funziona bene vale molto di più di un reddito minimo per garantire il buon trattamento dei lavoratori.In sostanza, analizzando la proposta del “sussidio di disoccupazione garantito” attraverso le parole di Grillo, si capisce che essa è un ibrido tra un reddito di inserimento e una indennità di inoccupazione-disoccupazione. Il sussidio di mille euro verrebbe erogato per 3 anni a condizione che il beneficiario si impegni a cercare attivamente lavoro. Ma la Repubblica degli Stagisti ha calcolato che su una platea ipotetica di 5 milioni di persone tra neet, inoccupati e disoccupati, la misura costerebbe 60 miliardi di euro all'anno. Che ne pensa?Penso che in questo momento quei 60 miliardi non li abbiamo. Ma se anche li avessimo, spenderli in quel modo sarebbe possibile soltanto attivando la “condizionalità” dell’erogazione di cui abbiamo parlato prima.Anna GuidaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche gli articoli:- Radiografia del reddito minimo garantito: cos'è, quanto costa, come funziona- Reddito minimo garantito, le proposte dei partiti- Luca Santini: sì al reddito minimo per affrontare la precarietàE anche:- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo»

Emergency exit, col crowdfunding ciascuno può contribuire al docu-trip sui giovani italiani in fuga

Da una parte la voglia di capire le ragioni profonde della "fuga" dei giovani dall'Italia. Dall’altra la passione per i documentari e il sogno di una carriera da videomaker e regista. Brunella Filì, classe ’82, ha così deciso di partire per un road trip in giro per l’Europa e realizzare un documentario sulle storie dei nostri connazionali "emigrati": a Vienna, Parigi, Bergen, Londra, Berlino e Tenerife. Il progetto, che si intitola Emergency exit (sottotitolo: «Storie di giovani italiani all’estero») è stato realizzato anche col sistema del crowdfunding, cioè del finanziamento dal basso, e ha già richiamato l’attenzione dei media stranieri (in particolare inglesi: Guardian e Bbc).  Ancora per pochi giorni, fino al 17 marzo, è aperta sul portale indiegogo la raccolta fondi avviata per finanziare il progetto: su questo sito si può vedere un video di presentazione del lavoro e donare una somma, anche piccolissima, per contribuire alla realizzazione e soprattutto alla distribuzione del documentario. Il documentario si focalizza su quella che è ormai una vera e propria emergenza nazionale: in base ai dati Istat, nel 2011 oltre 50mila connazionali hanno spostato la propria residenza in un Paese straniero, superando di gran lunga quelli che sono tornati a vivere in patria (31mila). Più di un quarto di chi parte è laureato. Secondo Eurispes, inoltre, quasi il 60 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni, seguiti a poca distanza dai 25-34enni, si dice disposto oggi a intraprendere un progetto di vita all’estero.Perché tanti ragazzi vanno via?Ovviamente la ricerca di un lavoro è il motivo prevalente. Anche in altri Paesi esiste la flessibilità sul lavoro come da noi, ma gli stipendi sono più alti e i contributi sempre pagati. Quello che poi fa la differenza sono gli ammortizzatori sociali: in Norvegia non si pagano le tasse universitarie e si ha diritto a un cospicuo assegno di disoccupazione. In Francia lo Stato sociale è molto forte e aiuta i residenti con sussidi per la casa e copertura totale delle spese sanitarie. In Inghilterra, se diventi mamma, lo Stato ti offre un alto sussidio per tuo figlio, che così non è un ostacolo per la carriera. Nel Regno Unito, inoltre, gli stage sono realmente formativi e sono una via reale di accesso al mondo del lavoro, almeno per chi riesce a dimostrare le proprie capacità. Un’archeologa italiana che ho intervistato, Patrizia, e una sua amica hanno fatto uno stage di 2 mesi al Museum of London e poi sono state assunte. Come loro, tanti altri. Chi sono i giovani italiani raccontati nel documentario?Alcuni sono miei amici, come Anna di Vienna e Nicola di Tenerife. Altri li ho conosciuti in varie circostanze. Sono tutti laureati tra i 25 e i 40 anni, anche se alcuni hanno scelto un lavoro che non ha nulla a che vedere con i loro studi. Marco per esempio si è messo a vendere il pesce in un mercato norvegese, a Bergen. È stato il primo lavoro che ha trovato, sfruttando la sua conoscenza delle lingue. Guadagna 5mila euro al mese e nel tempo libero si dedica alla sua passione, la creazione di fumetti. Lavora per quattro mesi ogni anno e quando non lavora percepisce l’assegno di disoccupazione.   Nel documentario, oltre ai ragazzi, ho intervistato anche personaggi autorevoli della cultura sul tema della nuova emigrazione: tra questi il sociologo Franco Ferrarotti, il giornalista Bill Emmott, Gianni Minà, Daniele Silvestri  e Claudia Cucchiarato,  autrice di “Vivo altrove”.«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti». Questa frase di Cesare Pavese rappresenta bene il progetto? Sì, perché spiega l’amore che non si può cancellare per il proprio Paese, nonostante la felicità di trovarti altrove. Resta sempre un velo di tristezza e un lieve senso di colpa per il fatto di non poter tornare. E’ un sentimento comune tra le persone che ho intervistato. Andare a vivere all’estero è una scelta importante perché ha in sé tanti aspetti positivi di crescita umana e lavorativa, ma sarebbe bello che si potesse scegliere di vivere all’estero. Invece la triste verità è che la nostra Italia non offre le stesse opportunità degli altri Paesi.  Dal punto di vista emotivo, come descriverebbe lo stato d’animo di un giovane 30enne italiano in Italia e quello di un suo coetaneo all’estero?Credo che in Italia prevalgano due sentimenti:  il primo è la rabbia di chi si impegna ma non vede riconosciuto questo suo impegno; il secondo è un senso di frustrazione, che spesso porta alla perdita di fiducia in se stessi. Io conosco anche ragazzi che sono stati in analisi perché non avevano un lavoro, vivevano a casa dei genitori a trent'anni e sono finiti in depressione. Appena si esce dall’Italia, almeno per quello che mi hanno raccontato, si rasserena un po’ tutto, le cose iniziano a ripartire, si riacquista autonomia e autostima,  si iniziano ad avere piccole conferme, per esempio delle proprie capacità nei colloqui di lavoro. Cosa manca dell’Italia ai giovani emigrati?Quasi a tutti dell’Italia manca la vita sociale e il calore delle persone. I Paesi in cui si trovano funzionano bene, ma a volte sono carenti dal punto di vista dei rapporti umani autentici. In più c’è da dire che stare fuori risveglia l’attaccamento all’Italia. Il giorno delle elezioni politiche ero a Londra per l’ultima tappa del mio documentario e ho seguito i risultati elettorali con un gruppetto di italiani. C’è stato un silenzio surreale, un crollo psicologico quando sono stati ufficializzati i risultati. Sembrava che non ci fosse più speranza.  Una ragazza era quasi in lacrime perché sperava di  tornare in Italia ma, per come si sono messi i risultati, le è sembrato impossibile che le cose riuscissero davvero a cambiare. Ha persino ripreso a fumare! Al momento questo è lo stato d’animo, ma c’è un forte amore per l’Italia e voglia di tornare.Perché ha scelto di finanziare il documentario con il crowdfunding?Questo sistema consente a chi ha un’idea da realizzare e un budget limitato di presentare il proprio progetto online. Il pubblico può leggerlo o può vedere, come nel mio caso, un video di presentazione. Se lo reputa interessante, può decidere di finanziarlo.  Ogni finanziatore alla fine riceve in cambio l’opera completa o contenuti integrativi, a seconda della cifra versata per la realizzazione del progetto, ma molta gente ha contribuito senza volere nulla in cambio. Indiegogo.com, il sito che ho scelto di utilizzare, è una piattaforma internazionale: negli Stati Uniti quasi tutti i documentari sono fatti col crowdfunding e sta nascendo una legislazione intorno a questo sistema. In Italia è ancora una novità, ma c’è da dire che il panorama dei finanziamenti pubblici e privati ai documentari non è per niente florido: proprio per questo abbiamo pensato di ricorrere a un sistema di finanziamento dal basso, col vantaggio ulteriore di rimanere indipendenti, senza dover aspettare per anni un produttore che voglia credere in te. Quando e dove sarà distribuito il documentario?Dopo un anno di riprese, stiamo per iniziare il montaggio finale, che durerà circa un mese. Proveremo a distribuire il lavoro nei festival di documentari di tutto il mondo, ovviamente se sarà selezionato. Poi speriamo di distribuirlo in televisione. Proprio pochi giorni fa, inoltre, una produttrice americana ci ha manifestato il suo interesse. Il progetto Emergency exit inoltre ha vinto il bando Principi Attivi della Regione Puglia: questo ci consentirà di ricevere fondi per continuare a realizzarlo sotto forma di serie web, creando un portale con brevi storie di italiani da ogni città in giro per il mondo.Cosa le ha lasciato quest’esperienza?Un  grande arricchimento a livello umano perché sono entrata in contatto e ho fatto amicizia con ragazzi davvero in gamba. E’ incredibile che l’Italia non sia capace di trovare uno spazio per loro.In definitiva, cosa perde l’Italia costringendo tutti questi ragazzi ad emigrare?C’è una perdita culturale perché vanno via i ragazzi più dinamici, con più qualità, e poi c’è una perdita economica perché l’Italia ha investito molto sulla loro formazione per poi regalarli ad altri Paesi, che sono anche i concorrenti sul mercato. Mi arrivano lettere da tanti giovani che vogliono farsi sentire e raccontare la loro storia: mi riempie di gioia il fatto che il mio progetto sia un veicolo per dare voce a questi ragazzi. Soprattutto per questo spero che il documentario abbia successo: per far sentire a più gente possibile le loro ragioni, per rompere il silenzio sulla generazione dimenticata.Antonio SiragusaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Giovani in fuga, ecco l'ebook che aiuta a dire una volta per tutte «Goodbye mamma»- Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro- «Non voglio fuggire all'estero, ma realizzarmi professionalmente qui in Italia»- Claudia Cucchiarato, la portavoce degli espatriati: «Povera Italia, immobile e bigotta: ecco perché i suoi giovani scappano»- Bandi e progetti per finanziare le start-up. In attesa che il crowdfunding diventi realtà

Mirko Pallera di Ninja Marketing: «Startupper, contagiate la rete con le vostre idee»

È l’ingrediente fondamentale per ogni campagna pubblicitaria di successo: il passaparola è da sempre ritenuto un elemento imprescindibile per far conoscere un prodotto. Il tamtam può diffondersi come un virus che contagia velocemente la rete, anche e soprattutto attraverso le comunità virtuali. Ne è convinto Mirko Pallera, stategic planner, giornalista, sociologo e copywriter, che nel 2004 ha fondato con il suo collega di master Alex Giordano il blog Ninja Marketing per condividere idee e considerazioni sul marketing del futuro. Oggi è una web company che fra le sedi di Milano e Cava de’ Tirreni (Salerno) dà lavoro a una sessantina di persone fra esperti di marketing, comunicazione e social network. Un punto di riferimento del marketing non convenzionale che viene studiato e sviluppato adottando la filosofia ninja – gli antichi guerrieri che, non avendo alcuna possibilità contro le formazioni regolari, utilizzavano le tecniche della guerriglia, dell’attacco improvviso e del mimetismo con l’obiettivo di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Primo comandamento del marketing non convenzionale, il viral dna: la natura contagiosa di un prodotto. Ma come rendere un contenuto contagioso? La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a Pallera, che ha progettato campagne di comunicazione per diverse multinazionali, come sfruttare le potenzialità delle piattaforme social per pubblicizzare la propria start-up adottando la filosofia ninja: minimo budget e massima diffusione.  Partiamo dal libro Create! Progettare idee contagiose (e rendere il mondo migliore), che ha scritto l’anno scorso per Sperling & Kupfer: in questo testo si condensano le caratteristiche del viral dna.Tutto si basa sull’assunto di fondo che la progettazione e il contenuto di un messaggio sono oggi gli elementi più importanti mentre in passato era il budget a  determinare il successo di una campagna pubblicitaria. In un ambiente digitale non è utile la diffusione a tappeto ma diventa cruciale la capacità di un prodotto di diventare contagioso. Ho dedicato quindi Create! all’approfondimento delle caratteristiche che rendono un messaggio virale.Elementi che ha racchiuso nel titolo, perché Create! è l’acronimo degli elementi del viral dna.Esattamente. I contenuti virali alleviano tensioni psico-culturali producendo un effetto catartico (da qui la C di ‹‹Create!»), la liberazione di emozioni che si traduce in condivisione e diffusione del contenuto in rete. R sta per Riusabilità: ognuno deve poter arricchire il messaggio con propri significati in base a un’interpretazione personale. Imprenscindibili sono le Emozioni, le molle che attivano l’energia della diffusione. Poi ci sono gli Archetipi, un contenuto virale deve incarnare forme psichiche comuni a tutti e identificare una Tensione, cioè riferirsi a un tema di attualità o a un importante fatto di cronaca, insomma a un argomento di ampia rilevanza sociale. Chiude l’acronimo la «E» di Elevazione con la quale introduco il concetto di marketing spirituale, i messaggi devono cioè produrre un’elevazione facendo leva non sugli stati vitali, come vengono chiamati nel buddhismo, più bassi quali animalità o collera ma su quelli più alti come apprendimento, sete di conoscenza o amore. Credo che il marketing del futuro, dopo aver occupato gli spazi del reale, deve avventurarsi nel mondo interiore.Un concetto abbastanza complesso: qualche esempio concreto per capire il marketing virale?Il primo che mi viene in mente è il videogame Ruzzle che sta spopolando su Facebook senza pubblicità ma solo con il passaparola degli utenti: sempre più persone ne parlano e ci giocano. Un altro esempio è il caso pazzesco del Pulcino Pio, il brano orecchiabile lanciato da Radio Globo con un video virale postato su You Tube che ha collezionato in pochissimo tempo decine di milioni di visualizzazioni. In questa semplice canzone si possono rintracciare alcuni elementi del viral dna, innanzitutto la catarsi nel finale a sorpresa quando l’ormai diventato odioso pulcino viene schiacciato da un trattore con grande e sadico piacere dello spettatore. Poi c’è l’elemento emozionale: la gioia delle filastrocche sugli animali che ci fanno tornare bambini attivando l’archetipo dell’Innocente. È un contenuto riusabile: puoi cantarlo facilmente o interpretarlo, su quelle note puoi inventarti un balletto o una parodia.La diffusione di massa avviene per caso o dietro i prodotti contagiosi c’è un approfondito studio di tutte queste variabili?A volte alcuni fenomeni diventano virali praticamente per caso. Ma è ovvio che chi si occupa di comunicazione ha una certa sensibilità su cosa funziona in rete, si sta sviluppando sempre più consapevolezza sul tipo di contenuti che hanno energia sociale. Del resto ognuno di noi quando pubblica un contenuto sui social network si rende conto dell’apprezzamento della comunità virtuale in termini di like o condivisioni.Rispetto alle potenzialità dei social network in termini di diffusione dei contenuti, l’Italia com’è messa?La maggior parte delle aziende italiane non ha compreso l’enorme potenziale delle piattaforme social e utilizzano in modo discontinuo le loro pagine come delle vetrine statiche. La rete permette una diffusione a macchia d’olio in pochissimo tempo ma è necessario lavorare con continuità, integrare questo tipo di marketing negli apparati delle aziende lavorando costantemente, senza aspettarsi risultati immediati nel breve periodo perché chiaramente non è una bacchetta magica.Quanto costa questo tipo di marketing rispetto a quello convenziale?Spesso si identifica il marketing virale come un prodotto a costo zero, ma non è così. È necessario investire su menti brillanti che progettino e realizzano il contenuto. Di sicuro però ha dei costi più ridotti, accessibili anche alle piccole e media imprese che non avrebbero i mezzi per una campagna pubblicitaria in Tv o sui giornali. Chiaramente il successo dipende anche dal budget a disposizione: ma anche con investimenti limitati è possibile diffondere un contenuto efficace, il vero elemento cruciale e imprescindibile del viral dna.Quindi anche per i giovani che hanno idee innovative e decidono di dar vita ad una start-up il viral dna può essere un utile strumento per diffondere contenuti a costi limitati. Che suggerimento si sente di dare agli sturtupper?Innanzitutto non considerare i profili sui social network della propria start-up come un aspetto poco rilevante in cui si postano messaggi meccanicamente. È necessario un linguaggio più fresco che sia in grado di trasmettere all’esterno tutto il lavoro etico e eroico che si sta svolgendo all’interno. Bisogna dare autenticità e umanità a queste pagine attraverso la pubblicazione anche dei contenuti del backstage.Per esempio pubblicando le varie fasi di lavoro…È bello seguire gli sviluppi di un progetto work in progress, la storia della start-up deve iniziare prima della sua registrazione perché agli utenti interessa il racconto, il percorso. L’ho sperimentato in prima persona: prima di pubblicare il libro avevo mille fan che mi seguivano, che leggevano le riflessioni che postavo mentre scrivevo. Questo ha messo in circolo energie sociali e, una volta pubblicato, il volume ha venduto migliaia di copie perché già in tanti conoscevano il prodotto.Quali sono invece i contenuti che non vanno assolutamente condivisi?La paura può giocare brutti scherzi e in questi casi può essere il nemico peggiore. Consiglio agli startupper di diffondere sulle piattaforme digitali le proprie idee, i propri contenuti e le varie fasi della loro avventura senza sentirsi meno bravi di altri, avere il timore di ricevere critiche o sperimentare nuovi strumenti. Sfruttare la rete per creare delle collaborazioni con altre realtà, attivare sinergie e imparare dalle esperienze degli altri. Non ci sono regole precise da seguire, l’importante è costruire un racconto coerente che trasmetta fiducia. Le pagine sui social non sono degli spazi privati ma una vetrina di quello che si è, per questo suggerisco a chi cerca lavoro di considerare il proprio profilo come un curriculum. È molto probabile che chi seleziona il personale vada a vedere le pagine dei candidati, è chiaro che trovare cose interessanti o solo le foto delle uscite con gli amici fa la differenza.Sui social network si stanno affermando nuove forme di pubblicità, non solo il behaviour advertising che consente di arrivare facilmente ad un determinato target ma anche sistemi alternativi basati su un ritorno simbolico come «Pay-with-a-tweet». Anche questi sono strumenti che potrebbero aiutare una start-up a diffondere i propri contenuti?«Pay-with-a-tweet» è un tipico caso di successo e eccellenza basato sul concetto di riusabilità: pago un contenuto condividendolo sui social network. È un sistema molto efficace perché sfrutta la capacità di aggregazione della rete ed è facilmente utilizzabile sia dagli utenti che dalle aziende. Poi ha un altro punto di forza: può veicolare qualunque tipo di prodotto, da un libro a un buono sconto, insomma qualsiasi cosa si può facilmente vendere con un tweet o con un «Mi piace» su Facebook ricevendo un ritorno in termini di visibilità. È una pubblicità a costo zero che può sicuramente aiutare le start-up ma che fatica a prendere piede nelle aziende «classiche» perché è un aspetto indissolubilmente legato all’economia della reputazione. È chiaro che ci si fida di più - in questo caso si compra condividendo - di chi ha una buona reputazione che vuol dire ottima immagine, influenza e autorevolezza nel proprio campo. La reputazione non ha un ritorno immediato, è piuttosto un processo che si costruisce nel tempo, un concetto che chi è legato a una vecchia visione del marketing fa più fatica a comprendere e di conseguenza è più scettico verso questi strumenti. Il crowdfunding è una soluzione che può risolvere il problema del finanziamento per tanti startupper. Cosa deve avere una buona idea per avere successo nella raccolta fondi online?Gli stessi elementi del marketing virale: tensione psico-culturale, emozione, catarsi e riusabilità. Sono gli ingredienti che permettono di stimolare entusiasmo nelle persone che si traduce in sostegno da un punto di vista economico. Non solamente per i prodotti del crowdfunding, queste caratteristiche dovrebbero accompagnare tutto il percorso di una start-up di successo.  E se marketing virale fosse una parabola, un fenomeno capace di propagarsi in pochissimo tempo ma anche di cadere nel dimenticatoio alla stessa velocità?Questo è un grande rischio. Per evitarlo è importante essere sempre presenti e attivi, coccolare il proprio pubblico proponendo costantemente cose di valore sia in termini di prodotto che di emozioni. La rete è piena di idee interessanti, la difficoltà sta nel catturare e mantenere l’attenzione su di sé. Per stimolare la condivisione di contenuti è necessario un investimento continuo sia di energie che di creatività: non basta avere una buona idea, è necessario saperla diffondere bene. Annalisa AusilioPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Fattelo!, la start-up sostenibile nata dalle donazioni online- Non solo mele, con TechPeaks a Trento si coltiveranno anche start-up- H-Farm. Boox e Nanabianca, un'«alliance» per sostenere le start-up- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare 

Flessibilmente giovani: la teoria dei giochi applicata al mercato del lavoro di oggi

Sulla bilancia della «flexicurity» oggi in Italia il piatto della flessibilità pesa più di quello della sicurezza. Ad aggravare la situazione ci si mette anche il calendario incerto della legge 92/2012: con la caduta del governo e la fine anticipata della legislatura alcuni capitoli fondamentali della riforma Fornero rischiano di restare in sospeso e di finire in un nulla di fatto tra revisioni e ritardi nei decreti attuativi.Eppure in questo momento di crisi la domanda di politiche attive per il lavoro è più che mai alta. Proprio sulla necessità di politiche attive nel sistema del welfare italiano fa il punto Sonia Bertolini, 43 anni, docente di sociologia del lavoro alla facoltà di Scienze politiche dell'università di Torino e autrice del libro Flessibilmente giovani uscito pochi mesi fa con la casa editrice il Mulino.Perché in Italia la flessibilità è spesso sinonimo di precarietà?Il lavoro flessibile è stato introdotto in Italia in maniera selettiva, rinforzando la segmentazione del mercato del lavoro ed ha colpito alcuni gruppi sociali nello specifico: i giovani e le donne. Avrebbe dovuto costituire una fase di transizione nel percorso di inserimento di un giovane nel mondo del lavoro, invece in Italia non è avvenuto questo: per i giovani i percorsi lavorativi concepiti come transitori si prolungano per anni. Si crea così il circolo vizioso della precarietà. La «fine del posto fisso» ha prodotto importanti conseguenze culturali e strutturali, non sempre previste e sulle quali non si è ancora riflettuto abbastanza. Nel mio libro ho scelto di analizzare l’impatto dell’introduzione delle forme di lavoro atipiche sulla relazione di lavoro: le nuove forme di lavoro a termine possono far nascere nuove possibilità di opportunismo tra datore di lavoro e lavoratore. La scadenza del contratto può, infatti, innescare dei giochi che vanno al di là di quello che c'è scritto nel contratto.Perché ha scelto di usare la teoria dei giochi per interpretare gli esiti dei percorsi lavorativi?Con qualche aggiustamento la teoria dei giochi ben si presta ad interpretare le relazioni di lavoro a termine: si presuppongono infatti due attori che abbiano interessi in parte convergenti e in parte divergenti. I due possono scegliere se cooperare o venire meno agli accordi. Gli esiti di ogni scelta sono strettamente connessi alla scelte compiute dall'altro attore. Ogni “giocata” può corrispondere ad un rinnovo contrattuale o a un’interruzione dello stesso.Un esempio?Il datore di lavoro potrebbe promettere di rinnovare il contratto al lavoratore, chiedendogli in cambio un impegno che va oltre quello previsto contrattualmente, per esempio di svolgere compiti non previsti o di fermarsi a lavorare più ore. Il problema nasce dal fatto che il lavoratore che decida di accettare lo fa in un momento precedente a quello in cui il datore di lavoro deciderà se rinnovargli o meno il contratto, ovvero, solo in un momento successivo il lavoratore scoprirà se i termini della promessa sono stati rispettati o meno. La stessa cosa potrebbe farla il lavoratore, soprattutto se possiede un livello di professionalità elevata.Nella seconda parte del suo libro spiega come il lavoro atipico sia per sua natura eterogeneo: quanto pesa, per esempio, la differenza di genere?Gli effetti del lavoro flessibile dipendono dalle variabili che entrano in gioco. Rispetto al genere non vale l'idea diffusa che il lavoro flessibile sia più conciliabile con la vita e i progetti delle donne rispetto a un impiego stabile. Le ricerche mostrano che spesso le donne che lavorano con contratti flessibili si trovano più in difficoltà di altre perché i contratti a scadenza le obbligano a riprogrammare l'organizzazione famiglia-lavoro ogni volta che intraprendono un contratto nuovo. Eppure qualche forma positiva si intravede con i contratti di collaborazione. Quando vengono usati in maniera corretta offrono margini di conciliazione utili.Come lei sottolinea già nel titolo del libro, la flessibilità riguarda soprattutto i giovani. Perché nel nostro paese un 30/35enne viene considerato giovane? Non è così nel resto d'Europa.Questo in parte avviene perchè i forti legami familiari vengono spesso richiamati come forma di protezione in assenza di adeguate riforme del sistema di welfare state e delle politiche sociali. La flessibilizzazione del mercato del lavoro riduce ulteriormente la propensione all’autonomia abitativa, come mostrano le analisi dei dati delle forze di lavoro nel mio volume. Le conseguenze della tardiva transizione possono essere gravi: lasciare tardivamente la casa dei genitori innesca un ritardo anche nelle altre transizioni, con ripercussioni che possono essere molto pesanti per la società e il suo sviluppo, come la bassa fecondità.Quali condizioni consentono ai lavoratori parasubordinati di aumentare il proprio valore sul mercato del lavoro?Dipende dai giochi che si innescano tra datori di lavoro e lavoratori: in certi casi si promuove la crescita del lavoratore. Altre volte no. La flessibilità ha effetti diversi sui soggetti a seconda, per esempio, del titolo di studio. In Italia il sistema del welfarestate non è mai stato riformato, e con esso quello degli ammortizzatori sociali. I giovani si appoggiano alle famiglie di origine mentre sono alla ricerca del lavoro desiderato. Quelli che dispongono dei fondi necessari per provare diverse esperienze di lavoro, pur attraverso percorsi molto faticosi, possono sperare di affermarsi. Per chi invece ha titoli di studio bassi e una scarsa protezione della famiglia di origine è tutto più difficile.Quali politiche potrebbero riformare il lavoro valorizzando la flessibilità?In Italia mancano le politiche attive. O meglio, in parte ci sono ma sono portate avanti in modo poco efficace. Ciò che manca di più è da un lato l’orientamento allo studio e al lavoro, dall’altro sono gli strumenti per favorire la socializzazione agli ambienti di lavoro cioè il passaggio del giovane dall'ambiente universitario a quello lavorativo. In questo senso bisognerebbe investire di più su un rapporto forte tra istituti di formazione e mondo delle imprese.Ha parlato di carenza delle politiche attive in Italia. Cosa pensa delle soluzioni previste dalla riforma Fornero? E dell'introduzione della MiniAspi, e dell'una tantum per i parasubordinati?La nuova riforma del mercato del lavoro rischia di ridurre le protezioni di coloro sulla cui sicurezza lavorativa e sul cui reddito poteva contare il resto della la famiglia in Italia, i maschi adulti procacciatori di reddito, mettendo indirettamente in discussione il cosiddetto sistema male breadwinner. Se oggi si decide di eliminare quella protezione, occorrerebbe al contempo muoversi verso un nuovo modello. Un modello che investa pesantemente nell’inserimento dei giovani e delle donne sul mercato del lavoro. E su questo la riforma non incide più di tanto: la MiniAspi, sussidio per chi rimane senza lavoro dopo un contratto a tempo determinato di tipologia subordinata, non appare sufficiente come protezione. Occorrerebbe sostenere l'occupazione dei giovani affinché diventino il prima possibile indipendenti e magari anche capaci di sostenere i loro genitori. Inoltre servirebbero politiche di conciliazione per incentivare la partecipazione continua delle donne al mercato del lavoro. Ma questo è un cambiamento molto forte in un Paese che in Europa ha la più elevata età media di uscita dalla famiglia di origine e dove ancora è molto radicata l’idea che nei primi anni di vita del bambino sia esclusivamente la mamma a doversi occupare di lui. Se simili provvedimenti non saranno presi il sistema ne uscirà troppo disequilibrato. E un sistema in bilico tende sempre all’instabilità sociale.Sofia Lorefice Per saperne di più su questo argomento leggi anche gli articoli:- Riforma del lavoro inutile senza quella degli Stage- Riforma del lavoro approvata e adesso che succede?- Abolire gli stage post formazione: buona idea ministro, ma a queste condizioniE anche:- Interinali, 226mila sono under 30 «Buona flessibilità e diritti» garantisce Assolavoro- Riforma del lavoro: ecco punto per punto cosa riguarda i giovani- Università come agenzie per il lavoro a costo zero: una deriva da scongiurare

Giovani transfughi liberali: da Pd, Pdl e Fli tre candidati si ritrovano nella "Scelta Civica" di Monti

Simone Montermini, Piecamillo Falasca e Gabriele Picano hanno storie politiche diverse e provengono da tre partiti distanti tra loro: Pd, Fli e Pdl. Ma ora si trovano riuniti dall'agenda Monti e candidati - uno in Emilia, il secondo in Abruzzo, l'ultimo in Lazio - in nome di un obiettivo comune: le riforme.«Punto primo: tornare a crescere». Simone Montermini ha 33 anni e fino a un mese fa era sindaco di Castelnovo di Sotto, un comune di Reggio Emilia. Un anno fa ha lasciato il Partito Democratico e oggi è candidato alla Camera nella lista di Scelta Civica. Quando è stato eletto sindaco del Pd alle amministrative nel 2009 era responsabile economia e lavoro a Reggio Emilia. Poi per contrasti politici si è dimesso dalla carica e ha fondato un'associazione di cultura politica che si chiama Riformisti insieme: «una specie di lista Monti», ante litteram e in «salsa reggiana» come dice lui, «che aveva lo scopo di far dialogare le politiche riformiste sia di centrosinistra che di centrodestra». Montermini spiega la distanza presa dal suo vecchio partito: «Il Pd individua la causa della crisi nel liberismo sfrenato, ma io credo che in Italia non ci siano mai state riforme davvero liberali. Anzi, è a tutt'oggi un Paese di caste e corporazioni che avrebbe bisogno di una vera riforma liberale per liberare le energie inespresse. La lista Monti ha il compito di unire le spinte riformiste per destrutturare il bipolarismo politico che negli ultimi vent'anni ha visto le forze politiche contrastarsi l'una contro l'altra nei dibattiti ma fallire insieme nella prova del governo». In Parlamento Montermini vorrebbe che fosse data la priorità a tutte le politiche per lo sviluppo e la crescita: «quelle per il credito, l'energia e la nuova imprenditorialità». Per riavvicinare i cittadini alla politica si ripromette di lavorare alla riforma elettorale e al dimezzamento dei parlamentari, magari passando a un monocameralismo che permetta una legiferazione più snella e l'abbattimento della burocrazia. Sul tema lavoro assume in toto la proposta del professor Pietro Ichino, quella del cosiddetto contratto unico. E la riforma Fornero? «Tutto sommato è una buona proposta, ma andrebbe migliorata. In ogni caso la legge non serve a creare lavoro, ma ad accompagnare una fase di trasformazione economica. Oggi servono riforme che guidino la crescita dei settori su cui l'Italia potrebbe già essere forte, ma di fatto non lo è: cultura, ambiente, turismo. E altre che incentivino lo sviluppo di nuovi settori. La riforma del mercato del lavoro dovrebbe invece servire a fare in modo che il passaggio dai settori maturi a quelli nuovi sia possibile e non traumatico per i lavoratori». Montermini fa l'esempio degli ammortizzatori sociali: «Riguardano tutte le categorie di lavoro, anche quelle atipiche che restano fuori dalla cassa integrazione. L'Aspi è una sorta di reddito minimo perché equivale al 70% dell'ultima retribuzione percepita. Un ammortizzatore così pensato e collegato a un sistema di formazione permetterebbe il passaggio dei lavoratori da un settore all'altro. Ciò significa che in caso di fallimento di un azienda in un settore maturo l'Aspi sarebbe di fatto un investimento sulla riqualificazione delle persone in settori più evoluti del mercato e non una mera misura assistenziale». Montermini è convinto che l'unica vera riforma che la politica italiana abbia fatto negli ultimi 15 anni sia stata l'entrata nell'euro: «Grazie a persone come Prodi e Ciampi. Però abbiamo raggiunto quell'obiettivo importante senza diventare veramente europei. Nonostante i sacrifici l'Europa continua ad essere una risorsa. Anche se a sua volta dovrebbe essere riformata perché è un'unione soprattutto monetaria. E non basta. Ci vorrebbe un'Europa più politica, vissuta per convinzione e non per forza». Fino a un mese fa Simone Montermini guadagnava 1600 euro; che farebbe con i molti soldi in più dello stipendio da deputato? Prima che «l'auspicata riforma per il ridimensionamento degli stipendi dei parlamentari entri in vigore», promette che la utilizzerebbe per fare politica: «Una politica liberale per davvero». «La Lista Monti? La cosa più simile al partito che non c'è». Piercamillo Falasca ha 32 anni, ha studiato economia all'università Bocconi di Milano, ma è di origini abruzzesi dove è al secondo posto nella lista di Scelta Civica. Non ha mai avuto un contratto a tempo indeterminato, ma solo cocopro, collaborazioni e partita Iva: «Mi sono fatto tutte le formule precarie senza lamentarmi mai». Una delle sue prime iniziative politiche è stata una campagna lanciata su Facebook nel 2008, attraverso la pagina «Io non voglio il posto fisso. Voglio guadagnare». In pochi giorni 3mila aderenti: «che nel 2008 erano proprio tanti, perché FB non era così diffuso come oggi». Dal allora a oggi la situazione si è evoluta, e in peggio: «Allora il problema era il precariato. Oggi è l'assenza di lavoro». Ha aderito alla lista di Scelta Civica dopo essere passato per Futuro e libertà, dove aveva cominciato collaborando nel 2006 con l'attuale capogruppo alla Camera Benedetto della Vedova: «Condivido la filosofia di Monti sul mercato del lavoro con il superamento dell'attuale dualismo in favore di contratti a tempo indeterminato, con maggiore flessibilità in uscita e con uno Stato che interviene in seconda battuta in caso di licenziamento per valorizzare il capitale in vista di una transizione da un settore a un altro». Alle domande sulle ragioni del passaggio da Fli a Scelta Civica, Falasca risponde con una punta di amarezza: «Io non sento di aver cambiato, ho semplicemente fatto la cosa che mi sembrava più coerente. Credevo che Udc e Fli, che sostenevano il governo Monti, sarebbero stati più coerenti sciogliendosi per confluire in un nuovo soggetto politico. Ma i leader non hanno fatto il passo indietro che serviva. Da parte mia credo di avere aderito alla cosa più simile al partito che non c'è. Per il momento. Ed auspico che dopo il voto riprenda il dialogo tra tutte le forze riformatrici, perché l'Italia ha ancora bisogno di un vero partito liberal-democratico». Se arriverà a Montecitorio, Falasca anticipa che si concentrerà anzitutto sulla promozione del venture capital con politiche capaci di attrarre risorse, anche internazionali, che aiutino la nascita di nuove start up. Proporrà investimenti sulle infrastrutture tecnologiche a partire dalla banda larga di ultima generazione. E infine vorrebbe rivedere il sistema della formazione: «A questo riguardo penso che sia stata una scelta nefasta la riforma del titolo V° della Costituzione che ha affidato la formazione alle regioni: dovrebbe tornare ad essere di competenza statale perché la formazione professionale è la chiave di volta di una economia in transizione come quella italiana». Forse un po' a sorpresa, Falasca si dimostra molto "avanti" in tema di diritti civili: è infatti favorevole ai matrimoni tra omosessuali. «Lo dico da conservatore: li considero una politica di stabilità: tutti dovrebbero avere il diritto di vivere in una situazione familiare protetta. Accetterei per ragioni di pragmatismo le unioni civili, ma penso che siano formule intermedie quando i paesi con cui ci confrontiamo in Europa e nel mondo hanno scelto la linea più lineare del matrimonio gay». Dalla fine del 2012 Piercamillo Falasca non percepisce stipendio, quanto guadagnasse prima di allora preferisce non dirlo, comunque sostiene che se arrivasse a Montecitorio non avrebbe bisogno dell'intero reddito parlamentare e che i soldi in più li investirebbe in due modi. Primo, finanziare attività di diffusione della cultura liberale in Italia. Secondo, sostenere una start up: «Vorrei fare il business angel, come avviene già in America». «Il lavoro è sacro, ma rimettiamo in discussione il concetto di posto fisso». Gabriele Picano ha 31 anni, è sposato con un bimbo di 17 mesi ed è candidato in seconda posizione nella lista di Scelta Civica in Lazio 2. È un avvocato con un trascorso nel Partito della Libertà; è stato assessore provinciale ai trasporti e ai rapporti con le università nella provincia di Frosinone per oltre un anno, e fino a prima di candidarsi presidente pro tempore della società interporto di Frosinone, una società per la progettazione dell'aeroporto da cui si è dimesso «per non cumulare le poltrone». È anche consigliere comunale di Cassino, dove è stato il secondo più votato di tutta la coalizione del centrodestra. Nel Pdl era vicino all'ex ministro degli esteri Franco Frattini, poi si è legato al ministro per la cooperazione internazionale Andrea Riccardi e ha deciso di abbandonare la coalizione berlusconiana per la lista Monti: «Ritengo che la politica del Pdl non abbia fatto nessun rinnovamento. Monti invece sì: mettendo nella sua agenda proposte come l'abolizione dei finanziamenti ai partiti, la riduzione del numero dei parlamentari e la nuova legge elettorale. Tutte cose che si sarebbero potute fare prima». A Montecitorio dice le sue priorità saranno le politiche per incentivare il lavoro dei giovani e la defiscalizzazione delle imprese. «La riforma Fornero va migliorata, perché è stata fatta in fretta a causa della situazione di emergenza in cui si trovava il Paese», ma bisogna rimettere in discussione anche il concetto di posto fisso: «Deve rimanere a lavorare solo chi produce. Serve portare avanti il concetto che chi lavora bene deve avere più opportunità di chi lo fa male». Picano è consulente legale presso la Presidenza del consiglio, per l'ufficio nazionale anti discriminazioni razziali (Unar) e segnala il ritardo italiano nell'adeguamento alla normativa internazionale e comunitaria contro la discriminazione razziale: «Non abbiamo ancora ratificato la convenzione europea sul cyber crime. C'è stato ostruzionismo da parte dei partiti fino ad ora al governo: eppure si tratta di provvedimenti importanti, perché molti insulti contro gli stranieri arrivano via internet». Alla domanda sulle leggi Bossi-Fini e il Pacchetto Sicurezza della Lega Nord, approvati dalla maggioranza del Parlamento quando ancora lui faceva parte del Pdl, Picano risponde: «Mi ritengo una persona moderata. Io credo che in alcuni casi il Pdl sia stato ostaggio di persone troppo estremiste di destra». Però, da moderato, si dice contrario ai matrimoni gay: «Per me gli omosessuali non sono un problema, ho rispetto per loro, però concepisco la famiglia fondata sul matrimonio nel rapporto tra uomo e donna». Gabriele Picano guadagna circa 70mila euro l'anno: con i soldi in più che prenderebbe da parlamentare non esclude la possibilità di fare beneficenza. Quel che è sicuro è che i suoi assistenti sarebbero ben pagati: «Chi lavorerà per me non lo farà in nero o sottopagato: i miei assistenti saranno in regola perché sono convinto che il lavoro sia sacro».Sofia Lorefice Se vuoi saperne di più su questo argomento leggi anche:   Grillini in Parlamento, tre futuri deputati si raccontanoPolitiche 2013: due ritrattie (uno mancato) a giovani candidati del PdLe giovani candidate Sel più votateOppure anche:Politiche 2013: tre giovani deputati di centrodestra (ricandidati)Riforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta