Categoria: Interviste

Pietro Ichino: il reddito minimo può funzionare solo a certe condizioni

La misura che è comunemente indicata come reddito di cittadinanza presenta costi che il sistema Italia oggi non sarebbe in grado di sostenere, mentre il reddito minimo garantito, volto a garantire un reddito minimo a chi non ne abbia altri, è molto meno costoso, ma deve essere accompagnato da una assistenza intensiva nel mercato del lavoro che è ben lontana dai servizi offerti attualmente dai centri per l’impiego. È questa l'opinione di Pietro Ichino, 64 anni, giuslavorista, che dopo aver lasciato il Pd lo scorso dicembre per sostenere il partito di Mario Monti è stato eletto senatore con Scelta civica. Proprio sul terreno del welfare si è giocato il graduale allontanamento del professore, da anni sostenitore del progetto “Flexsecurity” per la sperimentazione di un nuovo modello di protezione della sicurezza economica e professionale dei lavoratori, con il Partito democratico.  Professor Ichino, lei pensa che il basic income costituirebbe un disincentivo al lavoro e che incoraggerebbe l’ozio o l’assistenzialismo?Se per basic income intendiamo il reddito di cittadinanza universale e incondizionato, ovvero l’erogazione di un importo minimo – per esempio, 500 euro al mese – a ciascun cittadino, indipendentemente dalla sua ricchezza e dal fatto che abbia altri redditi, il problema non è tanto il disincentivo al lavoro, quanto il costo enorme di una misura di questo genere per l’erario. Siamo molto lontani dal potercela permettere. D’altra parte, qualcuno potrebbe chiedersi se sia giusto che lo Stato dia 500 euro al mese anche a chi non ne ha alcun bisogno.Davvero il reddito di cittadinanza lo percepirebbe anche Lapo Elkann, come hanno scritto Tito Boeri e Roberto Perotti su La Voce?Questa è la natura del reddito di cittadinanza. Se non fosse così, diventerebbe una “garanzia di reddito minimo”, che opera solo quando un altro reddito non ci sia. Ma in questo caso chi accetta un lavoro rinuncia al “reddito minimo garantito”: scatta quindi un disincentivo al lavoro. Ospite a Servizio Pubblico, Boeri ha lanciato la proposta di istituire un ibrido tra salario e reddito minimo: un salario minimo ma coi soldi dello Stato, cioè con lo Stato che paga la differenza tra la retribuzione troppo bassa di alcuni lavoratori e un minimo che verrebbe stabilito dalla legge.Quella di cui parla Boeri è un employment subsidy, una misura di “sostegno marginale” del reddito, nei casi di retribuzione oraria inferiore a un minimo, che consente l’attivazione di rapporti di lavoro fuori standard per determinate categorie di lavoratori: per esempio giovanissimi, disabili, pregiudicati nel primo periodo dall’uscita dal carcere. Questa la si potrebbe praticare anche in Italia, sì, ma sempre a condizione di una capacità di controllo dei casi molto da vicino.Pensa che il reddito minimo garantito in Italia incoraggerebbe il lavoro nero?Nel caso in cui la misura consistesse nel garantire un reddito minimo a chiunque si trovi a essere privo di altri redditi, sì, l’incentivo a nascondere gli altri redditi ci sarebbe e occorrerebbe coniugare questa misura con altre, di controllo circa la disponibilità effettiva del beneficiario per la ricerca di una occupazione e per tutto quanto è necessario per porsi in grado di ottenerla.In che cosa dovrebbero consistere gli strumenti per combattere questa possibile deriva?Assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione, con affidamento del lavoratore in difficoltà a un tutor che lo segue quotidianamente: lo guida e lo aiuta, ma al tempo stesso verifica la disponibilità effettiva. Poi ci sono le misure contro l’evasione fiscale che sono al tempo stesso, per loro natura, misure di contrasto al lavoro nero. Per esempio quelle tendenti alla riduzione della circolazione di contante.Pensa che il reddito minimo minerebbe il “principio di reciprocità”, secondo il quale solo coloro che apportano un contributo alla società attraverso il lavoro meritano il sostegno della società stessa?Non è questo il problema. Il basic income potrebbe giustificarsi così: la terra in cui una nazione vive è proprietà di tutti i cittadini di quella nazione; ciascuno di essi ha diritto a percepire la propria quota di una sorta di canone di locazione, che la nazione paga per occupare quella terra. Certo, poi c’è anche il dovere di contribuire al benessere e al progresso della nazione con il proprio lavoro, che in Italia è sancito dall’articolo 4 della Costituzione; ma i due principi potrebbero anche operare l’uno indipendentemente dall’altro.Non pensa che l’introduzione del reddito minimo garantito avrebbe conseguenze positive, cioè al rialzo, sulle retribuzioni offerte dai datori di lavoro, soprattutto nel caso dei lavoratori atipici? Non crede cioè che renderebbe i lavoratori (specie precari) meno ricattabili e finalmente non più “disposti a tutto”?No: la protezione contro i possibili abusi dei datori di lavoro non può essere questa. La vera protezione più efficace dovrebbe essere data da un mercato del lavoro funzionante bene, con buoni servizi di assistenza intensiva e di formazione mirata agli sbocchi occupazionali esistenti, che consenta a qualsiasi lavoratore di andarsene dall’azienda in cui è trattato male perché ce ne è un’altra che valorizza meglio il suo lavoro. Insomma, un mercato del lavoro che funziona bene vale molto di più di un reddito minimo per garantire il buon trattamento dei lavoratori.In sostanza, analizzando la proposta del “sussidio di disoccupazione garantito” attraverso le parole di Grillo, si capisce che essa è un ibrido tra un reddito di inserimento e una indennità di inoccupazione-disoccupazione. Il sussidio di mille euro verrebbe erogato per 3 anni a condizione che il beneficiario si impegni a cercare attivamente lavoro. Ma la Repubblica degli Stagisti ha calcolato che su una platea ipotetica di 5 milioni di persone tra neet, inoccupati e disoccupati, la misura costerebbe 60 miliardi di euro all'anno. Che ne pensa?Penso che in questo momento quei 60 miliardi non li abbiamo. Ma se anche li avessimo, spenderli in quel modo sarebbe possibile soltanto attivando la “condizionalità” dell’erogazione di cui abbiamo parlato prima.Anna GuidaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche gli articoli:- Radiografia del reddito minimo garantito: cos'è, quanto costa, come funziona- Reddito minimo garantito, le proposte dei partiti- Luca Santini: sì al reddito minimo per affrontare la precarietàE anche:- Pietro Ichino: «Bisogna rompere i tabù e introdurre anche in Italia il salario minimo»

Emergency exit, col crowdfunding ciascuno può contribuire al docu-trip sui giovani italiani in fuga

Da una parte la voglia di capire le ragioni profonde della "fuga" dei giovani dall'Italia. Dall’altra la passione per i documentari e il sogno di una carriera da videomaker e regista. Brunella Filì, classe ’82, ha così deciso di partire per un road trip in giro per l’Europa e realizzare un documentario sulle storie dei nostri connazionali "emigrati": a Vienna, Parigi, Bergen, Londra, Berlino e Tenerife. Il progetto, che si intitola Emergency exit (sottotitolo: «Storie di giovani italiani all’estero») è stato realizzato anche col sistema del crowdfunding, cioè del finanziamento dal basso, e ha già richiamato l’attenzione dei media stranieri (in particolare inglesi: Guardian e Bbc).  Ancora per pochi giorni, fino al 17 marzo, è aperta sul portale indiegogo la raccolta fondi avviata per finanziare il progetto: su questo sito si può vedere un video di presentazione del lavoro e donare una somma, anche piccolissima, per contribuire alla realizzazione e soprattutto alla distribuzione del documentario. Il documentario si focalizza su quella che è ormai una vera e propria emergenza nazionale: in base ai dati Istat, nel 2011 oltre 50mila connazionali hanno spostato la propria residenza in un Paese straniero, superando di gran lunga quelli che sono tornati a vivere in patria (31mila). Più di un quarto di chi parte è laureato. Secondo Eurispes, inoltre, quasi il 60 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni, seguiti a poca distanza dai 25-34enni, si dice disposto oggi a intraprendere un progetto di vita all’estero.Perché tanti ragazzi vanno via?Ovviamente la ricerca di un lavoro è il motivo prevalente. Anche in altri Paesi esiste la flessibilità sul lavoro come da noi, ma gli stipendi sono più alti e i contributi sempre pagati. Quello che poi fa la differenza sono gli ammortizzatori sociali: in Norvegia non si pagano le tasse universitarie e si ha diritto a un cospicuo assegno di disoccupazione. In Francia lo Stato sociale è molto forte e aiuta i residenti con sussidi per la casa e copertura totale delle spese sanitarie. In Inghilterra, se diventi mamma, lo Stato ti offre un alto sussidio per tuo figlio, che così non è un ostacolo per la carriera. Nel Regno Unito, inoltre, gli stage sono realmente formativi e sono una via reale di accesso al mondo del lavoro, almeno per chi riesce a dimostrare le proprie capacità. Un’archeologa italiana che ho intervistato, Patrizia, e una sua amica hanno fatto uno stage di 2 mesi al Museum of London e poi sono state assunte. Come loro, tanti altri. Chi sono i giovani italiani raccontati nel documentario?Alcuni sono miei amici, come Anna di Vienna e Nicola di Tenerife. Altri li ho conosciuti in varie circostanze. Sono tutti laureati tra i 25 e i 40 anni, anche se alcuni hanno scelto un lavoro che non ha nulla a che vedere con i loro studi. Marco per esempio si è messo a vendere il pesce in un mercato norvegese, a Bergen. È stato il primo lavoro che ha trovato, sfruttando la sua conoscenza delle lingue. Guadagna 5mila euro al mese e nel tempo libero si dedica alla sua passione, la creazione di fumetti. Lavora per quattro mesi ogni anno e quando non lavora percepisce l’assegno di disoccupazione.   Nel documentario, oltre ai ragazzi, ho intervistato anche personaggi autorevoli della cultura sul tema della nuova emigrazione: tra questi il sociologo Franco Ferrarotti, il giornalista Bill Emmott, Gianni Minà, Daniele Silvestri  e Claudia Cucchiarato,  autrice di “Vivo altrove”.«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che, anche quando non ci sei, resta ad aspettarti». Questa frase di Cesare Pavese rappresenta bene il progetto? Sì, perché spiega l’amore che non si può cancellare per il proprio Paese, nonostante la felicità di trovarti altrove. Resta sempre un velo di tristezza e un lieve senso di colpa per il fatto di non poter tornare. E’ un sentimento comune tra le persone che ho intervistato. Andare a vivere all’estero è una scelta importante perché ha in sé tanti aspetti positivi di crescita umana e lavorativa, ma sarebbe bello che si potesse scegliere di vivere all’estero. Invece la triste verità è che la nostra Italia non offre le stesse opportunità degli altri Paesi.  Dal punto di vista emotivo, come descriverebbe lo stato d’animo di un giovane 30enne italiano in Italia e quello di un suo coetaneo all’estero?Credo che in Italia prevalgano due sentimenti:  il primo è la rabbia di chi si impegna ma non vede riconosciuto questo suo impegno; il secondo è un senso di frustrazione, che spesso porta alla perdita di fiducia in se stessi. Io conosco anche ragazzi che sono stati in analisi perché non avevano un lavoro, vivevano a casa dei genitori a trent'anni e sono finiti in depressione. Appena si esce dall’Italia, almeno per quello che mi hanno raccontato, si rasserena un po’ tutto, le cose iniziano a ripartire, si riacquista autonomia e autostima,  si iniziano ad avere piccole conferme, per esempio delle proprie capacità nei colloqui di lavoro. Cosa manca dell’Italia ai giovani emigrati?Quasi a tutti dell’Italia manca la vita sociale e il calore delle persone. I Paesi in cui si trovano funzionano bene, ma a volte sono carenti dal punto di vista dei rapporti umani autentici. In più c’è da dire che stare fuori risveglia l’attaccamento all’Italia. Il giorno delle elezioni politiche ero a Londra per l’ultima tappa del mio documentario e ho seguito i risultati elettorali con un gruppetto di italiani. C’è stato un silenzio surreale, un crollo psicologico quando sono stati ufficializzati i risultati. Sembrava che non ci fosse più speranza.  Una ragazza era quasi in lacrime perché sperava di  tornare in Italia ma, per come si sono messi i risultati, le è sembrato impossibile che le cose riuscissero davvero a cambiare. Ha persino ripreso a fumare! Al momento questo è lo stato d’animo, ma c’è un forte amore per l’Italia e voglia di tornare.Perché ha scelto di finanziare il documentario con il crowdfunding?Questo sistema consente a chi ha un’idea da realizzare e un budget limitato di presentare il proprio progetto online. Il pubblico può leggerlo o può vedere, come nel mio caso, un video di presentazione. Se lo reputa interessante, può decidere di finanziarlo.  Ogni finanziatore alla fine riceve in cambio l’opera completa o contenuti integrativi, a seconda della cifra versata per la realizzazione del progetto, ma molta gente ha contribuito senza volere nulla in cambio. Indiegogo.com, il sito che ho scelto di utilizzare, è una piattaforma internazionale: negli Stati Uniti quasi tutti i documentari sono fatti col crowdfunding e sta nascendo una legislazione intorno a questo sistema. In Italia è ancora una novità, ma c’è da dire che il panorama dei finanziamenti pubblici e privati ai documentari non è per niente florido: proprio per questo abbiamo pensato di ricorrere a un sistema di finanziamento dal basso, col vantaggio ulteriore di rimanere indipendenti, senza dover aspettare per anni un produttore che voglia credere in te. Quando e dove sarà distribuito il documentario?Dopo un anno di riprese, stiamo per iniziare il montaggio finale, che durerà circa un mese. Proveremo a distribuire il lavoro nei festival di documentari di tutto il mondo, ovviamente se sarà selezionato. Poi speriamo di distribuirlo in televisione. Proprio pochi giorni fa, inoltre, una produttrice americana ci ha manifestato il suo interesse. Il progetto Emergency exit inoltre ha vinto il bando Principi Attivi della Regione Puglia: questo ci consentirà di ricevere fondi per continuare a realizzarlo sotto forma di serie web, creando un portale con brevi storie di italiani da ogni città in giro per il mondo.Cosa le ha lasciato quest’esperienza?Un  grande arricchimento a livello umano perché sono entrata in contatto e ho fatto amicizia con ragazzi davvero in gamba. E’ incredibile che l’Italia non sia capace di trovare uno spazio per loro.In definitiva, cosa perde l’Italia costringendo tutti questi ragazzi ad emigrare?C’è una perdita culturale perché vanno via i ragazzi più dinamici, con più qualità, e poi c’è una perdita economica perché l’Italia ha investito molto sulla loro formazione per poi regalarli ad altri Paesi, che sono anche i concorrenti sul mercato. Mi arrivano lettere da tanti giovani che vogliono farsi sentire e raccontare la loro storia: mi riempie di gioia il fatto che il mio progetto sia un veicolo per dare voce a questi ragazzi. Soprattutto per questo spero che il documentario abbia successo: per far sentire a più gente possibile le loro ragioni, per rompere il silenzio sulla generazione dimenticata.Antonio SiragusaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Giovani in fuga, ecco l'ebook che aiuta a dire una volta per tutte «Goodbye mamma»- Fuga dei cervelli, il 73% dei ricercatori italiani all’estero è felice e non pensa a un rientro- «Non voglio fuggire all'estero, ma realizzarmi professionalmente qui in Italia»- Claudia Cucchiarato, la portavoce degli espatriati: «Povera Italia, immobile e bigotta: ecco perché i suoi giovani scappano»- Bandi e progetti per finanziare le start-up. In attesa che il crowdfunding diventi realtà

Mirko Pallera di Ninja Marketing: «Startupper, contagiate la rete con le vostre idee»

È l’ingrediente fondamentale per ogni campagna pubblicitaria di successo: il passaparola è da sempre ritenuto un elemento imprescindibile per far conoscere un prodotto. Il tamtam può diffondersi come un virus che contagia velocemente la rete, anche e soprattutto attraverso le comunità virtuali. Ne è convinto Mirko Pallera, stategic planner, giornalista, sociologo e copywriter, che nel 2004 ha fondato con il suo collega di master Alex Giordano il blog Ninja Marketing per condividere idee e considerazioni sul marketing del futuro. Oggi è una web company che fra le sedi di Milano e Cava de’ Tirreni (Salerno) dà lavoro a una sessantina di persone fra esperti di marketing, comunicazione e social network. Un punto di riferimento del marketing non convenzionale che viene studiato e sviluppato adottando la filosofia ninja – gli antichi guerrieri che, non avendo alcuna possibilità contro le formazioni regolari, utilizzavano le tecniche della guerriglia, dell’attacco improvviso e del mimetismo con l’obiettivo di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Primo comandamento del marketing non convenzionale, il viral dna: la natura contagiosa di un prodotto. Ma come rendere un contenuto contagioso? La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a Pallera, che ha progettato campagne di comunicazione per diverse multinazionali, come sfruttare le potenzialità delle piattaforme social per pubblicizzare la propria start-up adottando la filosofia ninja: minimo budget e massima diffusione.  Partiamo dal libro Create! Progettare idee contagiose (e rendere il mondo migliore), che ha scritto l’anno scorso per Sperling & Kupfer: in questo testo si condensano le caratteristiche del viral dna.Tutto si basa sull’assunto di fondo che la progettazione e il contenuto di un messaggio sono oggi gli elementi più importanti mentre in passato era il budget a  determinare il successo di una campagna pubblicitaria. In un ambiente digitale non è utile la diffusione a tappeto ma diventa cruciale la capacità di un prodotto di diventare contagioso. Ho dedicato quindi Create! all’approfondimento delle caratteristiche che rendono un messaggio virale.Elementi che ha racchiuso nel titolo, perché Create! è l’acronimo degli elementi del viral dna.Esattamente. I contenuti virali alleviano tensioni psico-culturali producendo un effetto catartico (da qui la C di ‹‹Create!»), la liberazione di emozioni che si traduce in condivisione e diffusione del contenuto in rete. R sta per Riusabilità: ognuno deve poter arricchire il messaggio con propri significati in base a un’interpretazione personale. Imprenscindibili sono le Emozioni, le molle che attivano l’energia della diffusione. Poi ci sono gli Archetipi, un contenuto virale deve incarnare forme psichiche comuni a tutti e identificare una Tensione, cioè riferirsi a un tema di attualità o a un importante fatto di cronaca, insomma a un argomento di ampia rilevanza sociale. Chiude l’acronimo la «E» di Elevazione con la quale introduco il concetto di marketing spirituale, i messaggi devono cioè produrre un’elevazione facendo leva non sugli stati vitali, come vengono chiamati nel buddhismo, più bassi quali animalità o collera ma su quelli più alti come apprendimento, sete di conoscenza o amore. Credo che il marketing del futuro, dopo aver occupato gli spazi del reale, deve avventurarsi nel mondo interiore.Un concetto abbastanza complesso: qualche esempio concreto per capire il marketing virale?Il primo che mi viene in mente è il videogame Ruzzle che sta spopolando su Facebook senza pubblicità ma solo con il passaparola degli utenti: sempre più persone ne parlano e ci giocano. Un altro esempio è il caso pazzesco del Pulcino Pio, il brano orecchiabile lanciato da Radio Globo con un video virale postato su You Tube che ha collezionato in pochissimo tempo decine di milioni di visualizzazioni. In questa semplice canzone si possono rintracciare alcuni elementi del viral dna, innanzitutto la catarsi nel finale a sorpresa quando l’ormai diventato odioso pulcino viene schiacciato da un trattore con grande e sadico piacere dello spettatore. Poi c’è l’elemento emozionale: la gioia delle filastrocche sugli animali che ci fanno tornare bambini attivando l’archetipo dell’Innocente. È un contenuto riusabile: puoi cantarlo facilmente o interpretarlo, su quelle note puoi inventarti un balletto o una parodia.La diffusione di massa avviene per caso o dietro i prodotti contagiosi c’è un approfondito studio di tutte queste variabili?A volte alcuni fenomeni diventano virali praticamente per caso. Ma è ovvio che chi si occupa di comunicazione ha una certa sensibilità su cosa funziona in rete, si sta sviluppando sempre più consapevolezza sul tipo di contenuti che hanno energia sociale. Del resto ognuno di noi quando pubblica un contenuto sui social network si rende conto dell’apprezzamento della comunità virtuale in termini di like o condivisioni.Rispetto alle potenzialità dei social network in termini di diffusione dei contenuti, l’Italia com’è messa?La maggior parte delle aziende italiane non ha compreso l’enorme potenziale delle piattaforme social e utilizzano in modo discontinuo le loro pagine come delle vetrine statiche. La rete permette una diffusione a macchia d’olio in pochissimo tempo ma è necessario lavorare con continuità, integrare questo tipo di marketing negli apparati delle aziende lavorando costantemente, senza aspettarsi risultati immediati nel breve periodo perché chiaramente non è una bacchetta magica.Quanto costa questo tipo di marketing rispetto a quello convenziale?Spesso si identifica il marketing virale come un prodotto a costo zero, ma non è così. È necessario investire su menti brillanti che progettino e realizzano il contenuto. Di sicuro però ha dei costi più ridotti, accessibili anche alle piccole e media imprese che non avrebbero i mezzi per una campagna pubblicitaria in Tv o sui giornali. Chiaramente il successo dipende anche dal budget a disposizione: ma anche con investimenti limitati è possibile diffondere un contenuto efficace, il vero elemento cruciale e imprescindibile del viral dna.Quindi anche per i giovani che hanno idee innovative e decidono di dar vita ad una start-up il viral dna può essere un utile strumento per diffondere contenuti a costi limitati. Che suggerimento si sente di dare agli sturtupper?Innanzitutto non considerare i profili sui social network della propria start-up come un aspetto poco rilevante in cui si postano messaggi meccanicamente. È necessario un linguaggio più fresco che sia in grado di trasmettere all’esterno tutto il lavoro etico e eroico che si sta svolgendo all’interno. Bisogna dare autenticità e umanità a queste pagine attraverso la pubblicazione anche dei contenuti del backstage.Per esempio pubblicando le varie fasi di lavoro…È bello seguire gli sviluppi di un progetto work in progress, la storia della start-up deve iniziare prima della sua registrazione perché agli utenti interessa il racconto, il percorso. L’ho sperimentato in prima persona: prima di pubblicare il libro avevo mille fan che mi seguivano, che leggevano le riflessioni che postavo mentre scrivevo. Questo ha messo in circolo energie sociali e, una volta pubblicato, il volume ha venduto migliaia di copie perché già in tanti conoscevano il prodotto.Quali sono invece i contenuti che non vanno assolutamente condivisi?La paura può giocare brutti scherzi e in questi casi può essere il nemico peggiore. Consiglio agli startupper di diffondere sulle piattaforme digitali le proprie idee, i propri contenuti e le varie fasi della loro avventura senza sentirsi meno bravi di altri, avere il timore di ricevere critiche o sperimentare nuovi strumenti. Sfruttare la rete per creare delle collaborazioni con altre realtà, attivare sinergie e imparare dalle esperienze degli altri. Non ci sono regole precise da seguire, l’importante è costruire un racconto coerente che trasmetta fiducia. Le pagine sui social non sono degli spazi privati ma una vetrina di quello che si è, per questo suggerisco a chi cerca lavoro di considerare il proprio profilo come un curriculum. È molto probabile che chi seleziona il personale vada a vedere le pagine dei candidati, è chiaro che trovare cose interessanti o solo le foto delle uscite con gli amici fa la differenza.Sui social network si stanno affermando nuove forme di pubblicità, non solo il behaviour advertising che consente di arrivare facilmente ad un determinato target ma anche sistemi alternativi basati su un ritorno simbolico come «Pay-with-a-tweet». Anche questi sono strumenti che potrebbero aiutare una start-up a diffondere i propri contenuti?«Pay-with-a-tweet» è un tipico caso di successo e eccellenza basato sul concetto di riusabilità: pago un contenuto condividendolo sui social network. È un sistema molto efficace perché sfrutta la capacità di aggregazione della rete ed è facilmente utilizzabile sia dagli utenti che dalle aziende. Poi ha un altro punto di forza: può veicolare qualunque tipo di prodotto, da un libro a un buono sconto, insomma qualsiasi cosa si può facilmente vendere con un tweet o con un «Mi piace» su Facebook ricevendo un ritorno in termini di visibilità. È una pubblicità a costo zero che può sicuramente aiutare le start-up ma che fatica a prendere piede nelle aziende «classiche» perché è un aspetto indissolubilmente legato all’economia della reputazione. È chiaro che ci si fida di più - in questo caso si compra condividendo - di chi ha una buona reputazione che vuol dire ottima immagine, influenza e autorevolezza nel proprio campo. La reputazione non ha un ritorno immediato, è piuttosto un processo che si costruisce nel tempo, un concetto che chi è legato a una vecchia visione del marketing fa più fatica a comprendere e di conseguenza è più scettico verso questi strumenti. Il crowdfunding è una soluzione che può risolvere il problema del finanziamento per tanti startupper. Cosa deve avere una buona idea per avere successo nella raccolta fondi online?Gli stessi elementi del marketing virale: tensione psico-culturale, emozione, catarsi e riusabilità. Sono gli ingredienti che permettono di stimolare entusiasmo nelle persone che si traduce in sostegno da un punto di vista economico. Non solamente per i prodotti del crowdfunding, queste caratteristiche dovrebbero accompagnare tutto il percorso di una start-up di successo.  E se marketing virale fosse una parabola, un fenomeno capace di propagarsi in pochissimo tempo ma anche di cadere nel dimenticatoio alla stessa velocità?Questo è un grande rischio. Per evitarlo è importante essere sempre presenti e attivi, coccolare il proprio pubblico proponendo costantemente cose di valore sia in termini di prodotto che di emozioni. La rete è piena di idee interessanti, la difficoltà sta nel catturare e mantenere l’attenzione su di sé. Per stimolare la condivisione di contenuti è necessario un investimento continuo sia di energie che di creatività: non basta avere una buona idea, è necessario saperla diffondere bene. Annalisa AusilioPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Fattelo!, la start-up sostenibile nata dalle donazioni online- Non solo mele, con TechPeaks a Trento si coltiveranno anche start-up- H-Farm. Boox e Nanabianca, un'«alliance» per sostenere le start-up- Solwa, la start-up padovana che purifica l'acqua con l'energia solare 

Flessibilmente giovani: la teoria dei giochi applicata al mercato del lavoro di oggi

Sulla bilancia della «flexicurity» oggi in Italia il piatto della flessibilità pesa più di quello della sicurezza. Ad aggravare la situazione ci si mette anche il calendario incerto della legge 92/2012: con la caduta del governo e la fine anticipata della legislatura alcuni capitoli fondamentali della riforma Fornero rischiano di restare in sospeso e di finire in un nulla di fatto tra revisioni e ritardi nei decreti attuativi.Eppure in questo momento di crisi la domanda di politiche attive per il lavoro è più che mai alta. Proprio sulla necessità di politiche attive nel sistema del welfare italiano fa il punto Sonia Bertolini, 43 anni, docente di sociologia del lavoro alla facoltà di Scienze politiche dell'università di Torino e autrice del libro Flessibilmente giovani uscito pochi mesi fa con la casa editrice il Mulino.Perché in Italia la flessibilità è spesso sinonimo di precarietà?Il lavoro flessibile è stato introdotto in Italia in maniera selettiva, rinforzando la segmentazione del mercato del lavoro ed ha colpito alcuni gruppi sociali nello specifico: i giovani e le donne. Avrebbe dovuto costituire una fase di transizione nel percorso di inserimento di un giovane nel mondo del lavoro, invece in Italia non è avvenuto questo: per i giovani i percorsi lavorativi concepiti come transitori si prolungano per anni. Si crea così il circolo vizioso della precarietà. La «fine del posto fisso» ha prodotto importanti conseguenze culturali e strutturali, non sempre previste e sulle quali non si è ancora riflettuto abbastanza. Nel mio libro ho scelto di analizzare l’impatto dell’introduzione delle forme di lavoro atipiche sulla relazione di lavoro: le nuove forme di lavoro a termine possono far nascere nuove possibilità di opportunismo tra datore di lavoro e lavoratore. La scadenza del contratto può, infatti, innescare dei giochi che vanno al di là di quello che c'è scritto nel contratto.Perché ha scelto di usare la teoria dei giochi per interpretare gli esiti dei percorsi lavorativi?Con qualche aggiustamento la teoria dei giochi ben si presta ad interpretare le relazioni di lavoro a termine: si presuppongono infatti due attori che abbiano interessi in parte convergenti e in parte divergenti. I due possono scegliere se cooperare o venire meno agli accordi. Gli esiti di ogni scelta sono strettamente connessi alla scelte compiute dall'altro attore. Ogni “giocata” può corrispondere ad un rinnovo contrattuale o a un’interruzione dello stesso.Un esempio?Il datore di lavoro potrebbe promettere di rinnovare il contratto al lavoratore, chiedendogli in cambio un impegno che va oltre quello previsto contrattualmente, per esempio di svolgere compiti non previsti o di fermarsi a lavorare più ore. Il problema nasce dal fatto che il lavoratore che decida di accettare lo fa in un momento precedente a quello in cui il datore di lavoro deciderà se rinnovargli o meno il contratto, ovvero, solo in un momento successivo il lavoratore scoprirà se i termini della promessa sono stati rispettati o meno. La stessa cosa potrebbe farla il lavoratore, soprattutto se possiede un livello di professionalità elevata.Nella seconda parte del suo libro spiega come il lavoro atipico sia per sua natura eterogeneo: quanto pesa, per esempio, la differenza di genere?Gli effetti del lavoro flessibile dipendono dalle variabili che entrano in gioco. Rispetto al genere non vale l'idea diffusa che il lavoro flessibile sia più conciliabile con la vita e i progetti delle donne rispetto a un impiego stabile. Le ricerche mostrano che spesso le donne che lavorano con contratti flessibili si trovano più in difficoltà di altre perché i contratti a scadenza le obbligano a riprogrammare l'organizzazione famiglia-lavoro ogni volta che intraprendono un contratto nuovo. Eppure qualche forma positiva si intravede con i contratti di collaborazione. Quando vengono usati in maniera corretta offrono margini di conciliazione utili.Come lei sottolinea già nel titolo del libro, la flessibilità riguarda soprattutto i giovani. Perché nel nostro paese un 30/35enne viene considerato giovane? Non è così nel resto d'Europa.Questo in parte avviene perchè i forti legami familiari vengono spesso richiamati come forma di protezione in assenza di adeguate riforme del sistema di welfare state e delle politiche sociali. La flessibilizzazione del mercato del lavoro riduce ulteriormente la propensione all’autonomia abitativa, come mostrano le analisi dei dati delle forze di lavoro nel mio volume. Le conseguenze della tardiva transizione possono essere gravi: lasciare tardivamente la casa dei genitori innesca un ritardo anche nelle altre transizioni, con ripercussioni che possono essere molto pesanti per la società e il suo sviluppo, come la bassa fecondità.Quali condizioni consentono ai lavoratori parasubordinati di aumentare il proprio valore sul mercato del lavoro?Dipende dai giochi che si innescano tra datori di lavoro e lavoratori: in certi casi si promuove la crescita del lavoratore. Altre volte no. La flessibilità ha effetti diversi sui soggetti a seconda, per esempio, del titolo di studio. In Italia il sistema del welfarestate non è mai stato riformato, e con esso quello degli ammortizzatori sociali. I giovani si appoggiano alle famiglie di origine mentre sono alla ricerca del lavoro desiderato. Quelli che dispongono dei fondi necessari per provare diverse esperienze di lavoro, pur attraverso percorsi molto faticosi, possono sperare di affermarsi. Per chi invece ha titoli di studio bassi e una scarsa protezione della famiglia di origine è tutto più difficile.Quali politiche potrebbero riformare il lavoro valorizzando la flessibilità?In Italia mancano le politiche attive. O meglio, in parte ci sono ma sono portate avanti in modo poco efficace. Ciò che manca di più è da un lato l’orientamento allo studio e al lavoro, dall’altro sono gli strumenti per favorire la socializzazione agli ambienti di lavoro cioè il passaggio del giovane dall'ambiente universitario a quello lavorativo. In questo senso bisognerebbe investire di più su un rapporto forte tra istituti di formazione e mondo delle imprese.Ha parlato di carenza delle politiche attive in Italia. Cosa pensa delle soluzioni previste dalla riforma Fornero? E dell'introduzione della MiniAspi, e dell'una tantum per i parasubordinati?La nuova riforma del mercato del lavoro rischia di ridurre le protezioni di coloro sulla cui sicurezza lavorativa e sul cui reddito poteva contare il resto della la famiglia in Italia, i maschi adulti procacciatori di reddito, mettendo indirettamente in discussione il cosiddetto sistema male breadwinner. Se oggi si decide di eliminare quella protezione, occorrerebbe al contempo muoversi verso un nuovo modello. Un modello che investa pesantemente nell’inserimento dei giovani e delle donne sul mercato del lavoro. E su questo la riforma non incide più di tanto: la MiniAspi, sussidio per chi rimane senza lavoro dopo un contratto a tempo determinato di tipologia subordinata, non appare sufficiente come protezione. Occorrerebbe sostenere l'occupazione dei giovani affinché diventino il prima possibile indipendenti e magari anche capaci di sostenere i loro genitori. Inoltre servirebbero politiche di conciliazione per incentivare la partecipazione continua delle donne al mercato del lavoro. Ma questo è un cambiamento molto forte in un Paese che in Europa ha la più elevata età media di uscita dalla famiglia di origine e dove ancora è molto radicata l’idea che nei primi anni di vita del bambino sia esclusivamente la mamma a doversi occupare di lui. Se simili provvedimenti non saranno presi il sistema ne uscirà troppo disequilibrato. E un sistema in bilico tende sempre all’instabilità sociale.Sofia Lorefice Per saperne di più su questo argomento leggi anche gli articoli:- Riforma del lavoro inutile senza quella degli Stage- Riforma del lavoro approvata e adesso che succede?- Abolire gli stage post formazione: buona idea ministro, ma a queste condizioniE anche:- Interinali, 226mila sono under 30 «Buona flessibilità e diritti» garantisce Assolavoro- Riforma del lavoro: ecco punto per punto cosa riguarda i giovani- Università come agenzie per il lavoro a costo zero: una deriva da scongiurare

Giovani transfughi liberali: da Pd, Pdl e Fli tre candidati si ritrovano nella "Scelta Civica" di Monti

Simone Montermini, Piecamillo Falasca e Gabriele Picano hanno storie politiche diverse e provengono da tre partiti distanti tra loro: Pd, Fli e Pdl. Ma ora si trovano riuniti dall'agenda Monti e candidati - uno in Emilia, il secondo in Abruzzo, l'ultimo in Lazio - in nome di un obiettivo comune: le riforme.«Punto primo: tornare a crescere». Simone Montermini ha 33 anni e fino a un mese fa era sindaco di Castelnovo di Sotto, un comune di Reggio Emilia. Un anno fa ha lasciato il Partito Democratico e oggi è candidato alla Camera nella lista di Scelta Civica. Quando è stato eletto sindaco del Pd alle amministrative nel 2009 era responsabile economia e lavoro a Reggio Emilia. Poi per contrasti politici si è dimesso dalla carica e ha fondato un'associazione di cultura politica che si chiama Riformisti insieme: «una specie di lista Monti», ante litteram e in «salsa reggiana» come dice lui, «che aveva lo scopo di far dialogare le politiche riformiste sia di centrosinistra che di centrodestra». Montermini spiega la distanza presa dal suo vecchio partito: «Il Pd individua la causa della crisi nel liberismo sfrenato, ma io credo che in Italia non ci siano mai state riforme davvero liberali. Anzi, è a tutt'oggi un Paese di caste e corporazioni che avrebbe bisogno di una vera riforma liberale per liberare le energie inespresse. La lista Monti ha il compito di unire le spinte riformiste per destrutturare il bipolarismo politico che negli ultimi vent'anni ha visto le forze politiche contrastarsi l'una contro l'altra nei dibattiti ma fallire insieme nella prova del governo». In Parlamento Montermini vorrebbe che fosse data la priorità a tutte le politiche per lo sviluppo e la crescita: «quelle per il credito, l'energia e la nuova imprenditorialità». Per riavvicinare i cittadini alla politica si ripromette di lavorare alla riforma elettorale e al dimezzamento dei parlamentari, magari passando a un monocameralismo che permetta una legiferazione più snella e l'abbattimento della burocrazia. Sul tema lavoro assume in toto la proposta del professor Pietro Ichino, quella del cosiddetto contratto unico. E la riforma Fornero? «Tutto sommato è una buona proposta, ma andrebbe migliorata. In ogni caso la legge non serve a creare lavoro, ma ad accompagnare una fase di trasformazione economica. Oggi servono riforme che guidino la crescita dei settori su cui l'Italia potrebbe già essere forte, ma di fatto non lo è: cultura, ambiente, turismo. E altre che incentivino lo sviluppo di nuovi settori. La riforma del mercato del lavoro dovrebbe invece servire a fare in modo che il passaggio dai settori maturi a quelli nuovi sia possibile e non traumatico per i lavoratori». Montermini fa l'esempio degli ammortizzatori sociali: «Riguardano tutte le categorie di lavoro, anche quelle atipiche che restano fuori dalla cassa integrazione. L'Aspi è una sorta di reddito minimo perché equivale al 70% dell'ultima retribuzione percepita. Un ammortizzatore così pensato e collegato a un sistema di formazione permetterebbe il passaggio dei lavoratori da un settore all'altro. Ciò significa che in caso di fallimento di un azienda in un settore maturo l'Aspi sarebbe di fatto un investimento sulla riqualificazione delle persone in settori più evoluti del mercato e non una mera misura assistenziale». Montermini è convinto che l'unica vera riforma che la politica italiana abbia fatto negli ultimi 15 anni sia stata l'entrata nell'euro: «Grazie a persone come Prodi e Ciampi. Però abbiamo raggiunto quell'obiettivo importante senza diventare veramente europei. Nonostante i sacrifici l'Europa continua ad essere una risorsa. Anche se a sua volta dovrebbe essere riformata perché è un'unione soprattutto monetaria. E non basta. Ci vorrebbe un'Europa più politica, vissuta per convinzione e non per forza». Fino a un mese fa Simone Montermini guadagnava 1600 euro; che farebbe con i molti soldi in più dello stipendio da deputato? Prima che «l'auspicata riforma per il ridimensionamento degli stipendi dei parlamentari entri in vigore», promette che la utilizzerebbe per fare politica: «Una politica liberale per davvero». «La Lista Monti? La cosa più simile al partito che non c'è». Piercamillo Falasca ha 32 anni, ha studiato economia all'università Bocconi di Milano, ma è di origini abruzzesi dove è al secondo posto nella lista di Scelta Civica. Non ha mai avuto un contratto a tempo indeterminato, ma solo cocopro, collaborazioni e partita Iva: «Mi sono fatto tutte le formule precarie senza lamentarmi mai». Una delle sue prime iniziative politiche è stata una campagna lanciata su Facebook nel 2008, attraverso la pagina «Io non voglio il posto fisso. Voglio guadagnare». In pochi giorni 3mila aderenti: «che nel 2008 erano proprio tanti, perché FB non era così diffuso come oggi». Dal allora a oggi la situazione si è evoluta, e in peggio: «Allora il problema era il precariato. Oggi è l'assenza di lavoro». Ha aderito alla lista di Scelta Civica dopo essere passato per Futuro e libertà, dove aveva cominciato collaborando nel 2006 con l'attuale capogruppo alla Camera Benedetto della Vedova: «Condivido la filosofia di Monti sul mercato del lavoro con il superamento dell'attuale dualismo in favore di contratti a tempo indeterminato, con maggiore flessibilità in uscita e con uno Stato che interviene in seconda battuta in caso di licenziamento per valorizzare il capitale in vista di una transizione da un settore a un altro». Alle domande sulle ragioni del passaggio da Fli a Scelta Civica, Falasca risponde con una punta di amarezza: «Io non sento di aver cambiato, ho semplicemente fatto la cosa che mi sembrava più coerente. Credevo che Udc e Fli, che sostenevano il governo Monti, sarebbero stati più coerenti sciogliendosi per confluire in un nuovo soggetto politico. Ma i leader non hanno fatto il passo indietro che serviva. Da parte mia credo di avere aderito alla cosa più simile al partito che non c'è. Per il momento. Ed auspico che dopo il voto riprenda il dialogo tra tutte le forze riformatrici, perché l'Italia ha ancora bisogno di un vero partito liberal-democratico». Se arriverà a Montecitorio, Falasca anticipa che si concentrerà anzitutto sulla promozione del venture capital con politiche capaci di attrarre risorse, anche internazionali, che aiutino la nascita di nuove start up. Proporrà investimenti sulle infrastrutture tecnologiche a partire dalla banda larga di ultima generazione. E infine vorrebbe rivedere il sistema della formazione: «A questo riguardo penso che sia stata una scelta nefasta la riforma del titolo V° della Costituzione che ha affidato la formazione alle regioni: dovrebbe tornare ad essere di competenza statale perché la formazione professionale è la chiave di volta di una economia in transizione come quella italiana». Forse un po' a sorpresa, Falasca si dimostra molto "avanti" in tema di diritti civili: è infatti favorevole ai matrimoni tra omosessuali. «Lo dico da conservatore: li considero una politica di stabilità: tutti dovrebbero avere il diritto di vivere in una situazione familiare protetta. Accetterei per ragioni di pragmatismo le unioni civili, ma penso che siano formule intermedie quando i paesi con cui ci confrontiamo in Europa e nel mondo hanno scelto la linea più lineare del matrimonio gay». Dalla fine del 2012 Piercamillo Falasca non percepisce stipendio, quanto guadagnasse prima di allora preferisce non dirlo, comunque sostiene che se arrivasse a Montecitorio non avrebbe bisogno dell'intero reddito parlamentare e che i soldi in più li investirebbe in due modi. Primo, finanziare attività di diffusione della cultura liberale in Italia. Secondo, sostenere una start up: «Vorrei fare il business angel, come avviene già in America». «Il lavoro è sacro, ma rimettiamo in discussione il concetto di posto fisso». Gabriele Picano ha 31 anni, è sposato con un bimbo di 17 mesi ed è candidato in seconda posizione nella lista di Scelta Civica in Lazio 2. È un avvocato con un trascorso nel Partito della Libertà; è stato assessore provinciale ai trasporti e ai rapporti con le università nella provincia di Frosinone per oltre un anno, e fino a prima di candidarsi presidente pro tempore della società interporto di Frosinone, una società per la progettazione dell'aeroporto da cui si è dimesso «per non cumulare le poltrone». È anche consigliere comunale di Cassino, dove è stato il secondo più votato di tutta la coalizione del centrodestra. Nel Pdl era vicino all'ex ministro degli esteri Franco Frattini, poi si è legato al ministro per la cooperazione internazionale Andrea Riccardi e ha deciso di abbandonare la coalizione berlusconiana per la lista Monti: «Ritengo che la politica del Pdl non abbia fatto nessun rinnovamento. Monti invece sì: mettendo nella sua agenda proposte come l'abolizione dei finanziamenti ai partiti, la riduzione del numero dei parlamentari e la nuova legge elettorale. Tutte cose che si sarebbero potute fare prima». A Montecitorio dice le sue priorità saranno le politiche per incentivare il lavoro dei giovani e la defiscalizzazione delle imprese. «La riforma Fornero va migliorata, perché è stata fatta in fretta a causa della situazione di emergenza in cui si trovava il Paese», ma bisogna rimettere in discussione anche il concetto di posto fisso: «Deve rimanere a lavorare solo chi produce. Serve portare avanti il concetto che chi lavora bene deve avere più opportunità di chi lo fa male». Picano è consulente legale presso la Presidenza del consiglio, per l'ufficio nazionale anti discriminazioni razziali (Unar) e segnala il ritardo italiano nell'adeguamento alla normativa internazionale e comunitaria contro la discriminazione razziale: «Non abbiamo ancora ratificato la convenzione europea sul cyber crime. C'è stato ostruzionismo da parte dei partiti fino ad ora al governo: eppure si tratta di provvedimenti importanti, perché molti insulti contro gli stranieri arrivano via internet». Alla domanda sulle leggi Bossi-Fini e il Pacchetto Sicurezza della Lega Nord, approvati dalla maggioranza del Parlamento quando ancora lui faceva parte del Pdl, Picano risponde: «Mi ritengo una persona moderata. Io credo che in alcuni casi il Pdl sia stato ostaggio di persone troppo estremiste di destra». Però, da moderato, si dice contrario ai matrimoni gay: «Per me gli omosessuali non sono un problema, ho rispetto per loro, però concepisco la famiglia fondata sul matrimonio nel rapporto tra uomo e donna». Gabriele Picano guadagna circa 70mila euro l'anno: con i soldi in più che prenderebbe da parlamentare non esclude la possibilità di fare beneficenza. Quel che è sicuro è che i suoi assistenti sarebbero ben pagati: «Chi lavorerà per me non lo farà in nero o sottopagato: i miei assistenti saranno in regola perché sono convinto che il lavoro sia sacro».Sofia Lorefice Se vuoi saperne di più su questo argomento leggi anche:   Grillini in Parlamento, tre futuri deputati si raccontanoPolitiche 2013: due ritrattie (uno mancato) a giovani candidati del PdLe giovani candidate Sel più votateOppure anche:Politiche 2013: tre giovani deputati di centrodestra (ricandidati)Riforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta

Trappolino, Madia, Picierno: cos'hanno fatto (e cosa promettono di fare) tre giovani deputati PD

Giovani, impegnati e parlamentari. Carlo Emanuele Trappolino, Marianna Madia e Pina Picierno rientrano tra i pochi deputati under 35 che siano già stati eletti nella passata legislatura, oggi ricandidati per le politiche del 2013, tutti e tre nelle fila del Partito Democratico. E tutti loro si sono sottoposti alle primarie del partito, ottenendo così una legittimazione popolare alla loro candidatura nelle prossime elezioni, dribblando l'accusa di essere «paracadutati dall'alto» grazie alla legge elettorale vigente che non permette ai cittadini di esprimere preferenze. La Repubblica degli Stagisti li ha intervistati per descrivere la loro esperienza in Parlamento e i loro obiettivi per il futuro. Carlo Emanuele Trappolino: «I parlamentari facciano i parlamentari al 100%». Trappolino è nato nel 1977 a Orvieto, dove vive ancora oggi con la compagna e il figlio. Si è laureato in Lettere e filosofia presso la Sapienza di Roma prima di frequentare un dottorato di ricerca a Perugia. Ha lavorato in Cgil e in Sviluppumbria ed è diventato segretario dei DS nel 2007 e coordinatore comunale del PD di Orvieto sino al 2010. «Fino a cinque anni fa ero precario. Dal 2000 al 2008 ho collezionato una lunga serie di contratti da 700 euro al mese quando andava bene», racconta alla Repubblica degli Stagisti. Nel 2008 è stato eletto deputato nella circoscrizione XIII Umbria, divenendo un componente della Commissione agricoltura con l'89% di presenze. «Certo, la mia funzione oggi mi consente di fare una vita dignitosa e di vivere bene. Ma non sono diventato ricco con la politica: la mia dichiarazione dei redditi è pubblica e visibile dal sito della Camera». Secondo Trappolino la strada intrapresa per ridurre gli emolumenti dei parlamentari è quella giusta. Ma non è sufficiente: «Bisognerebbe riequilibrare le indennità dei parlamentari, dei sindaci delle città importanti e di altri amministratori, che hanno impegni e responsabilità gravose ma percepiscono importi inferiori. Chi guadagna di più sono i deputati che fanno anche i professionisti e magari, proprio per questo, trascurano il lavoro alla Camera. credo che queste due attività dovrebbero essere incompatibili». Nei suoi anni da deputato Trappolino si è concentrato sulle esigenze del territorio: «Lo scorso novembre ci fu l’emergenza alluvione in Umbria e Toscana. In quell’occasione fummo rapidi nell’ottenere 350 milioni di euro di finanziamenti per la messa in sicurezza del territorio». Arrivato al secondo posto alle primarie del centrosinistra nella provincia di Terni con 2403 voti, Trappolino promette di tornare su questi temi nella prossima legislatura: «È fondamentale prevenire il rischio idrogeologico cui è sottoposto l’85% del territorio umbro. Per non parlare della salvaguardia delle infrastrutture sul fiume Paglia, uno dei principali affluenti del Tevere su cui passano autostrada e ferrovie». Sul fronte dell’attività svolta in Commissione agricoltura, l’impegno del giovane parlamentare  si concentra nella promozione dell’imprenditoria agricola giovanile. «Mi sono battuto per il rifinanziamento del fondo del ministero dell’Agricoltura destinato al ricambio generazionale, per il quale erano stati stanziati 50 milioni di euro tra 2007 e 2011». Abbiamo inoltre depositato alla Camera una legge per organizzare i produttori, in modo da ridistribuire i rapporti di forza all’interno della filiera agricola, sinora sbilanciati in favore di pochi, ma forti, distributori».Marianna Madia, neomamma in Parlamento. Trentadue anni, romana, la Madia proviene dal mondo accademico. Dopo essersi laureata in Scienze politiche alla Sapienza di Roma, ha continuato gli studi in economia presso l’Imt di Lucca. Nel 2008 ha conseguito un dottorato per poi proseguire l’attività di ricerca presso l’Agenzia di ricerca e legislazione Arel (di cui, dal 2012, è membro del comitato direttivo). Nel 2011 ha pubblicato un libro sul tema: Precari. Storie di un'Italia che lavora, e nel settembre dello stesso anno ha avuto un bimbo, trovandosi così a dover conciliare l'attività di deputato con il ruolo di neo-mamma. Negli ultimi anni Madia ha lavorato alla Camera tra le file dell’opposizione, registrando circa l'85% di presenze. «Un primo risultato importante, conseguito insieme al Pd, consiste nell’aver ritardato l’aumento dei contributi per le partite Iva. È una norma paradossale: chi fattura più di 18mila euro lordi l’anno si è visto aumentare i contributi senza ricevere nulla in cambio. I 30-40enni precari, che la riforma avrebbe dovuto tutelare, sono stati usati per fare cassa. Mi auguro che l’aver rimandato l’aumento ci permetta di cambiare la norma durante la prossima legislatura», dichiara la giovane deputata alla Repubblica degli Stagisti. Lo scorso dicembre Madia si è presentata alle primarie Pd di Roma in ticket con Fassina, con cui condivide la stessa sensibilità sui temi legati al lavoro, per arrivare poi al sesto posto con quasi 5mila voti. Nei prossimi anni di legislatura vorrebbe concentrarsi su due temi paralleli: «Prima di tutto, la ricostruzione di un sistema di welfare equo, certo e universale. Bisogna tutelare le persone che lavorano, indipendentemente dalla tipologia di contratto e di impiego». Il secondo tema individuato da Madia consiste invece nella creazione di nuova occupazione: «Come? Scegliendo dei settori strategici da incentivare. Penso sia ai comparti innovativi, come quello delle energie rinnovabili, della ricerca, del turismo, dei beni archeologici e culturali, della produzione audiovisiva, sia ai settori tradizionali come il tessile, il manifatturiero e l’industria automobilistica. Penso a Melfi, dove ci sono già un polo dell’auto, uno della ricerca, e un indotto già sviluppato: sarebbe folle non pensare a rilanciarli». Pur propugnando in prima persona una maggiore attenzione ai settori innovativi, Madia non ritiene che i deputati più giovani siano più sensibili a questo tema rispetto ai colleghi anziani: «Credo che l’attenzione alla cultura e all’innovazione sia propria non dei deputati giovani, ma di tutti i parlamentari e politici che abbiano una visione di lungo termine per il futuro del Paese». Per quanto riguarda infine la questione dei costi della politica, Madia concorda sulla necessità di un’azione complessiva volta a ridurli. E ammette: «Certamente lo stipendio da parlamentare mi ha cambiato la vita. Sono entrata alla Camera quando ero molto giovane, prima avevo dei contratti a progetto come molti miei coetanei. Penso però che ci siano molti parlamentari per cui è cambiato poco, perchè partivano da una situazione ben diversa». Pina Picierno, dal precariato al Parlamento con una priorità: il Mezzogiorno. Nata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, nel 1981, Pina Picierno ha cominciato a militare in politica da giovanissima e nel marzo del 2003 è stata eletta quale Presidente nazionale dei giovani della Margherita. «Prima di diventare parlamentare» racconta Picierno alla Repubblica degli Stagisti «coordinavo la campagna dei volontari per Veltroni, ma dal punto di vista lavorativo ero precaria. Mi sono laureata a 23 anni in Scienze della comunicazione, ho avuto tanti contratti con scadenza a tre mesi come autrice di testi televisivi per Raisat, insegnante nella scuola superiore. Poi sono stata candidata come deputato. È chiaro che diventare parlamentare mi ha cambiato la vita, ma la politica non è un lavoro, è più una passione». Nella legislatura passata Picierno è stata ministro ombra delle politiche per i giovani e, dal 2009, responsabile del settore legalità per il Pd. Alla Camera è stata componente delle commissioni Cultura e Giustizia, con un tasso complessivo di presenza dell’88,45%. Picierno riassume così gli ultimi anni da parlamentare: «La mia attività negli anni passati è stata caratterizzata dall’impegno sul Mezzogiorno, in particolar modo sulla questione della lotta alla mafia. Tra i risultati più importanti cui ho contribuito vi è l’istituzione della stazione unica appaltante a Caserta, strumento di controllo degli appalti pubblici che spesso sono gravemente infiltrati dalla malavita organizzata. L’applicazione concreta della stazione unica, però, è risultata poco efficace perchè annacquata nella sua realizzazione da parte delle istituzioni locali. Servirebbe un controllo ancor più stringente». Un secondo provvedimento importante che Picierno rivendica con orgoglio consiste nella norma che permette alle cooperative di giovani di gestire i beni confiscati alla mafia, anche a scopo turistico. «Questa iniziativa significa creare un modello di economia sociale alternativa, permettendo ai ragazzi under 30 di recuperare quelli che un tempo erano i simboli del potere della mafia. Ed è anche una misura in favore dell’occupazione giovanile in un territorio in cui questa esigenza si avverte particolarmente. Il binomio tra lotta al potere criminale e riaffermazione dei diritti dei cittadini, secondo me, è indissolubile». Dopo essersi qualificata al terzo posto nelle primarie del Pd per la provincia di Caserta con 4.505 voti, Picierno conta di poter continuare nella legislatura a venire il lavoro già iniziato nella precedente: «All'opposizione abbiamo potuto fare ben poco. Ricordo che erano gli anni in cui Berlusconi dichiarava che chi scriveva di mafia avrebbe dovuto essere strozzato. Se il Pd vincerà le elezioni avremo invece un governo sensibile su questi temi e pronto a recepire ed attuare iniziative concrete». Per quanto riguarda le differenze tra parlamentari giovani e senior, Picierno affronta così l’argomento: «Sicuramente i giovani contribuiscono alla politica portando innovazione e diversità di tematiche. Ma per garantire un cambiamento in positivo non conta il fattore anagrafico, quanto l’amore per la propria terra. Io ho un assistente parlamentare con regolare contratto e poi ci sono tanti ragazzi con i quali ho trascorso insieme gli anni di militanza politica e che mi seguono ancora, non con un rapporto di dipendenza ma di condivisione di obiettivi e ideali».di Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Politiche 2013: tre candidate Pd under 35 più votate alle primarie - Politiche 2013: tre candidate Sel più votate alle primarieE anche:- «Precari. Storie di un’Italia che lavora» Il libro di Marianna Madia accende il dibattito tra Tremonti e Camusso sul welfare per gli atipici- Riforma del lavoro: rilanciare l'apprendistato non basta- Garantiamo il futuro dei giovani

Grillini in Parlamento, tre futuri deputati si raccontano

Nella prima settimana dello scorso dicembre il Movimento 5 Stelle ha lanciato le «Parlamentarie», una forma di primarie online in cui gli utenti hanno votato in ogni regione i candidati che avrebbero voluto far arrivare a Montecitorio. Da Torino a Palermo passando per Imola, la Repubblica degli Stagisti ha intervistato tre di loro che con ogni probabilità da lunedì saranno in Parlamento.    Mara Mucci: «Voglio un asilo a Montecitorio». Ha trent'anni, un figlio piccolo e una laurea in informatica. Nel dicembre scorso si è aggiudicata il terzo posto alle parlamentarie del Movimento 5 Stelle in Emilia Romagna con 201 voti. La futura deputata è preparata e determinata eppure l'aspetto che la sta mettendo più in crisi è come fare a conciliare la maternità con il Parlamento. Non è la prima volta che si trova di fronte a un problema del genere: quando rimase incinta l'azienda per cui lavorava da tre anni come sviluppatrice di software decise di non rinnovarle il contratto a tempo determinato, come invece le era stato promesso prima che dicesse di aspettare un bambino. O meglio: l'azienda glielo rinnovò per un mese e mezzo, giusto per darle il tempo di finire un progetto in scadenza; e poi la lasciò a casa a «godersi suo figlio». La prospettiva di entrare in politica è arrivata proprio quando, a un anno dalla nascita di "Richi", la Mucci aveva appena ricominciato a cercare lavoro. «Ho chiesto per l'asilo a Montecitorio, all'inizio avevo capito che ce n'era uno all'interno, o comunque convenzionato, ma poi ho scoperto che non era vero. Questo è uno di quegli ostacoli che a tutti i livelli rende difficile per le donne conciliare il lavoro con la famiglia. Qui a Imola ho un asilo nido, so che a Roma le commissioni si svolgono dal martedì al giovedì. Devo capire se starò a Roma tre giorni e poi tornerò a lavorare a casa, o se mi toccherà prendere un altro asilo nido a Roma. Ma sarebbe un problema, visto che come Movimento 5 Stelle abbiamo deciso di ridurci lo stipendio a 2mila e 500 euro netti al mese. Devo pensarci bene e trovare una soluzione». La Mucci non sarà l'unica giovane donna a entrare a Montecitorio nella prossima legislatura: chissà che insieme alle altre mamme in arrivo alla Camera si riesca a svecchiare anche le strutture della politica. «In Italia siamo messi bene come scuole materne ma come asili nido siamo insufficienti. Il nostro tasso di inattività femminile è tra i più alti a livello europeo, con il 48,5% siamo secondi solo a Malta. L'occupazione invece è al 47%, inferiore di 12 punti rispetto all'Europa, c'è molto da lavorare in questo senso. La carenza di asili nido è uno dei problemi da risolvere, la flessibilità del lavoro un altro e poi c'è lo scarso tasso di presenza di donne nelle stanze dei bottoni: perché se tra coloro che decidono le politiche aziendali non ci sono donne che capiscono il mondo che rappresentano difficilmente ci potranno essere politiche che ci vengono incontro». Ma la giovane mamma di Imola non ha in mente solo iniziative ad hoc per l'occupazione femminile. Pensa piuttosto a incentivi che valgano per i lavoratori under 35 in generale - di cui le donne, in particolare, potrebbero usufruire: «Per esempio un potenziamento del telelavoro sarebbe utile per tutti, non solo per le donne che in gravidanza o appena dopo la nascita del bambino vogliano continuare a lavorare da casa». E anche agevolazioni di tipo fiscale dei contratti under 35 a favore delle imprese: «Alcune ditte di Imola ci raccontano che spesso sostengono corsi di formazione all'interno dell'azienda e poi arriva la multinazionale o la ditta che offre uno stipendio più elevato e perdono le persone su cui avevano investito. Si può pensare a una forma di tutela per le imprese che investono risorse per la formazione dei dipendenti». Sull'altro fronte, quello dei giovani lavoratori, la proposta è investire su meccanismi di agevolazione del passaggio dalla scuola al lavoro. Quanto alla riforma Fornero, la Mucci valuta che non sia adatta alle condizioni economiche in cui si trova l'Italia oggi: «Sarebbe tutta da rivedere, perché provoca difficoltà per le aziende stesse. Mentre toglie alcune forme di precariato determina altre problematiche». Delle misure previdenziali per lavoratori a tempo determinato e cocopro come la MiniAspi e l'una tantum pensa che in linea teorica siano giuste: «Io ho avuto contratti cocopro, la disoccupazione non c'era e mi sarebbero stati utili sussidi simili nel periodo in cui cercavo lavoro. Ma come Movimento 5 Stelle abbiamo una proposta diversa: il reddito minimo di cittadinanza». Per tutti? «Sì». E di quanto? «Mille euro». Quando la Repubblica degli Stagisti fa notare che si parlerebbe di una misura carissima per le casse dello Stato, oltre 30 miliardi di euro all'anno, la Mucci «su due piedi» non sa quantificare però sostiene di sapere da dove prendere tutti quei soldi: «Con i tagli agli sprechi. Pensiamo a un tetto massimo per gli stipendi, le pensioni e i vitalizi ingiustificati. Stop ai grandi investimenti come la Tav e le altre infrastrutture non necessarie. Abolizione delle province e nessun rimborso elettorale, né finanziamenti a partiti e giornali. Riduzione delle spese militari: i caccia F35 e i sommergibili non ci servono, è la Costituzione stessa a dire che siamo a favore della pace. Lotta alla corruzione con una legge ad hoc, riduzione del numero dei parlamentari e dei loro stipendi in linea con la media di quelli europei, taglio delle auto blu... Può bastare?».Riccardo Nuti: da Palermo a Roma con la legalità in testa. Planner e analista di processi aziendali in una società di telecomunicazioni, ha 31 anni e un diploma di perito tecnico informatico. Appena maggiorenne ha cominciato a lavorare come operatore di call center, poi a pianificare attività per l'azienda di telecomunicazioni per cui lavora. Coi suoi 147 voti alle Parlamentarie online è stato l'attivista 5 Stelle che ha ottenuto più preferenze nella sua parte di Sicilia. Nuti è entrato nel Movimento a 26 anni, a trenta era il candidato più votato alle elezioni comunali palermitane, con ben 3.228 consensi. Eppure non riuscì a entrare nel consiglio comunale perché i grillini non raggiunsero la percentuale di sbarramento che in Sicilia è pari al 5%. Oggi è capolista alla Camera del M5S per la Sicilia occidentale. «Trasparenza e legalità» sono i temi che gli stanno più a cuore; in cima alla lista delle priorità c'è la lotta alla corruzione, un tema che il Movimento 5 Stelle sostiene con forza già da tempo nell'Ars - cioè il parlamento siciliano - in cui nell'ultima assemblea generale i grillini hanno piazzato ben 15 deputati. Banda larga e open data, cioè i dati liberamente accessibili a tutti, sono strumenti che Nuti considera necessari per attivare il processo virtuoso che nel giro di breve tempo dovrebbe portare la pubblica amministrazione ad essere sempre più efficace e realisticamente aperta ai cittadini in termini di trasparenza e partecipazione. E affinché diventi sempre più moderna insiste sull'utilizzo delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione. A partire dalla rete, che per passione professionale e politica è il refrain del movimento che Nuti fa suo. Alla rete affida la comunicazione con gli elettori e dice che lo farà anche dopo l'arrivo a Montecitorio: «Come Movimento vogliamo comunicare su una pagina online ogni decisione presa a Montecitorio, ogni scelta di voto sulle leggi e qualsiasi altra discussione che sarà aperta in Parlamento: affinché gli elettori siano informati e partecipi». Ma limitandosi alle pagine web del Movimento non si rischierà di far passare le informazioni senza confronto e contraddittorio? Nuti risponde assicurando che non interpreta in modo assoluto la regola di Grillo di non andare mai in tv e che ha già accettato, e intende farlo anche in futuro, di partecipare a trasmissioni radiofoniche e televisive per confrontarsi sui temi di interesse pubblico. «Personalmente però preferisco le reti locali in cui si affrontano davvero le tematiche che stanno a cuore alle persone. In questi giorni mi è capitato di partecipare a più trasmissioni di emittenti sul territorio e nazionali: considero le seconde meno efficaci perché procedono per slogan, sono più interessate alla presenza fine a se stessa e non a quello che l'ospite ha da dire. Non viene dato neanche il tempo di argomentare». I tagli ai costi della politica e «i giovani che tentano di entrare nel mondo del lavoro e che di questi tempi non ci riescono» sono altri due temi cruciali su cui Nuti vorrebbe lavorare alla Camera. «Bisognerebbe procedere su due fronti: liberare la pubblica amministrazione da coloro che vivono la tranquillità del posto fisso senza impegnarsi e penalizzare quelle aziende private che non assumono perché preferiscono alimentare il circolo vizioso degli stagisti e tirocinanti a rotazione continua». Nuti ha in mente un «cambiamento radicale del mercato del lavoro», pensa che la riforma Fornero vada migliorata ma nello specifico «non si sente abbastanza preparato», quindi per il momento non ha politiche attive da proporre. E anche sulla riforma dice che entrerà nel merito dopo essere arrivato in Parlamento e avere studiato meglio la materia. In questo momento guadagna un po' più di mille euro al mese e si dice pronto a rinunciare a buona parte del compenso previsto per i parlamentari in linea con quanto deciso dal Movimento 5 Stelle: non più di 5mila euro lordi, più o meno 2mila e 500 euro netti, il resto faranno in modo di restituirlo allo Stato. Assistenti? «Decisamente sì», dichiara Nuti, ma ancora non sa quanti: «avrò bisogno di studiare e di essere seguito per essere all'altezza del ruolo. Una cosa però è certa: non ci saranno parenti e amici con me».Laura Castelli, passione per il M5S grande almeno quanto l'antipatia per i giornalisti. È la capolista del Movimento 5 Stelle in Piemonte 1. Nel dicembre scorso ha vinto le «parlamentarie» online con 273 preferenze e un distacco di quasi 100 voti dalla seconda. Ha una laurea triennale in Economia aziendale, 26 anni e pochissimo tempo da dedicare alle interviste in campagna elettorale. Alla Repubblica degli Stagisti ha concesso 5 minuti «non di più», al secondo appuntamento telefonico (al primo aveva dato buca). Massima coerenza, insomma, con la linea adottata dal leader del suo movimento nei confronti dei giornalisti: antipatia manifesta. Però almeno lei alla fine l'intervista, seppur breve, la concede. Nonostante la giovane età la Castelli vanta un certa esperienza di lavoro nel settore fiscale dove ha lavorato per qualche anno prima di iniziare nel 2010 l'attività per il Gruppo consiliare regionale del Piemonte, nello staff del consigliere di M5S Davide Bono. Negli anni è stata referente della Commissione Bilancio, della commissione Economia, commercio e industria, e della commissione Cultura: «Ho tenuto, inoltre, la contabilità del Gruppo e rendicontato tutto secondo quei criteri di trasparenza che contraddistinguono il Movimento 5 Stelle». Se ci si azzarda a chiederle le tappe del suo percorso politico la risposta è netta: «Noi del M5S non facciamo gavetta politica. Sono la capolista perché alle parlamentarie sono stata la più votata». Le preferenze ricevute se le spiega con l'attivismo portato avanti negli anni nel suo comune di Collegno e con l'impegno che da tre anni ha portato avanti in consiglio regionale. Dice di preferire alle priorità personali da portare a Montecitorio l'aderenza assoluta al programma deciso con il movimento. Segnala però che i punti a cui tutto il M5S tiene di più - e quindi, di conseguenza, anche lei - si trovano in Rete: «In questi giorni abbiamo pubblicato un post sul sito di Grillo con l'abolizione dei rimborsi elettorali, la cessazione delle missioni di pace che sono tutt'altro che di pace. Il recupero dei soldi dell'evasione e delle slot machine che sono stimati intorno ai 96 miliardi di euro. Vogliamo lavorare sulla Rai per farla diventare una televisione pubblica senza nomine di partito e magari venderne due canali. E poi puntiamo a tagliare le pensioni d'oro sopra i 5mila euro lordi. I punti sono tanti e comuni a tutto il Movimento: non esistono priorità singole». A una 26enne che sta per fare il suo ingresso a Montecitorio viene voglia di chiedere quali misure abbia in mente per i giovani, ma con la Castelli questo è un errore da non fare:«La nostra politica non può essere distinta per genere o per categoria. Quindi se mi chiede quale è la nostra politica giovanile le dico che non esiste. È tutto "politica giovanile", perché parlare di scuola e di istruzione significa occuparsi di tutto. Così anche collegare il mondo del lavoro alla ricerca e alle università non è una politica per i giovani ma per tutto il mercato del lavoro. Noi non “settorializziamo”, siamo convinti che le buone politiche si riferiscano a tutti e non a categorie specifiche». Fino all'anno scorso la Castelli guadagnava 1400 euro al mese; ora non percepisce più stipendio perché si è dimessa per dedicarsi alla campagna elettorale. Cosa farà con il compenso previsto per i parlamentari a Montecitorio? «Forse lei non lo sa, ma il Movimento 5 Stelle si riduce gli stipendi: noi prenderemo 2mila e 500 euro netti e tutto il resto lo restituiremo allo Stato così come fanno già ora i nostri consiglieri regionali in tutta Italia. Rinunceremo anche ai rimborsi elettorali, quindi continueremo ad essere persone normali come siamo oggi». Se e quanti assistenti porterà con sé a Roma non lo sa ancora: «Lo decideremo tutti insieme nel movimento: noi amiamo la democrazia diretta e quando decidiamo lo facciamo insieme. Per cui fateci passare il 25 febbraio e poi capiremo come organizzarci». Sofia LoreficePer saperne di più su questo argomento leggi anche:Politiche 2013: Due ritratti (e uno mancato) a giovani candidati PdPolitiche 2013: Tre giovani candidati di centrodestra (ricandidati)Politiche 2013: le giovani candidate Sel più votate alle primarieE anche:Nuove leve della LegaRiforma del lavoro, rilanciare l'apprendistato non basta  

Politiche 2013: due ritratti (e uno mancato) a giovani candidati del PD diretti a Montecitorio

Sono tra i giovani democratici più votati alle primarie del PD dello scorso dicembre e si stanno preparando ad andare a Montecitorio. Sono Giuditta Pini, la più votata d'Italia, e il toscano Marco Donati. La Repubblica degli Stagisti avrebbe voluto intervistare anche la napoletana Michela Rostan, risultata vittoriosa a Napoli con 5.728 voti, di cui 1.872 solo a Milito: quasi un plebiscito, specie considerando che il totale dei votanti era 2018. La Repubblica degli Stagisti ha provato e riprovato a contattarla in ragione dell'eccezionale suo risultato alle primarie e anche per chiederle conto delle polemiche sulla sua candidatura, legate ai ricorsi e alle accuse di mancata trasparenza sulle operazioni di spoglio del suo comune. Ma è stato letteralmente impossibile raggiungerla, malgrado settimane di tentativi. Insomma: ancora non è nemmeno entrata a Montecitorio, e già la Rostan non ha tempo per le interviste. Meno male che ci sono gli altri due: ecco i loro ritratti. Giuditta Pini, in Parlamento a 28 anni: ma non chiamatela ragazzina. È già laureata in mediazione culturale, avrebbe dovuto prendere la seconda laurea in Storia contemporanea a febbraio, ma per via dei 7103 voti che la hanno fatta stravincere a Modena ha dovuto saltare questa sessione per dedicarsi alla campagna elettorale. Ha appena finito di fare uno stage non rimborsato all'istituto storico della resistenza di Modena, città dove vive insieme ai suoi, ma non per molto ancora, perché è quasi certo che arriverà a Montecitorio: «Il lavoro precario meglio pagato al mondo», come lo chiama lei. «La cosa che mi spaventa di più è rimanere inviluppata nel meccanismo della politica, non essendo riuscita a costruirmi una professionalità prima, anche perché con la riforma Gelmini con le mie due lauree non posso nemmeno insegnare». La Pini tutti quei voti non se li aspettava. Sa bene che una parte è dovuta all'ondata emotiva che c'è stata in tutta Italia per il rinnovamento. Ma un'altra buona parte di preferenze se le spiega con la priorità data dai giovani del Pd di Modena ai temi della riforma del lavoro e quella della scuola. E con l'insistenza sulla promozione di un'idea di ricostruzione che passa attraverso i diritti civili e il lavoro: «Siamo sempre stati a contatto con le persone. Eravamo conosciuti a Modena dopo la "limonata collettiva" che avevamo fatto sotto casa dell’ex ministro Carlo Giovanardi, nostro concittadino. Aveva dichiarato che due donne che si baciavano facevano schifo come una persona che fa la pipì in pubblico: così avevamo organizzato un ritrovo sotto casa sua, eravamo più di 500 persone etero e gay che si baciavano contemporaneamente». Il percorso politico di Giuditta Pini è iniziato alle superiori e in modo più costante all'università, con il collettivo dell'onda contro la riforma Gelmini nel 2008. Nel 2009 è entrata a far parte dei Giovani Democratici, il settore giovanile del PD, arrivando a ricoprire il ruolo di segretaria provinciale. Dichiara di non far parte di nessuna corrente ma di trovarsi molto d'accordo con Orsini, Fassina e i cosiddetti giovani turchi di Rifare l'Italia. Sui matrimoni gay e l'affido dei minori alle coppie omosessuali pensa «che sia meglio avere due mamme e due papà che non averne nessuno. Bisognerà discuterne seriamente però è una cosa che già esiste, solo che non è regolamentata». Alcuni giornali, come il Fatto quotidiano, l’hanno ribattezzata la «futura deputata ragazzina», ma la Pini non si considera giovanissima: «A 28 anni non si è bambini. Il paradosso è che in Italia si è considerati giovani fino a 40 anni, in realtà lo si dovrebbe essere fino a 20-22 o 25 al massimo, quando scatta la possibilità di votare per il Senato. Ci si sente giovani perché fino a una certa età non si riesce ad avere un posto di lavoro sicuro né una stabilità. Ma poi c'è anche un problema culturale: vediamo uomini e donne di 50 anni che si vestono come ragazzini, ma è una favola che ci raccontiamo, ad una certa età non si è più giovani». Si dice contraria alle politiche giovanili e in generale ad affrontare i temi per compartimenti stagni: «Finché si parla di politiche per gli immigrati, per il lavoro, per i gay, per i giovani non si va tanto lontano. Sarebbero necessarie politiche per la crescita della società nel suo complesso». Per far ripartire la macchina dell'istruzione e della cultura la Pini comincerebbe dai fondi alla scuola pubblica. Per poi intervenire sulla la legge 30 sul mercato del lavoro. Ma non lo ha già fatto la riforma della Fornero? «Ma insomma, mica tanto», risponde la Pini facendo notare che sembrava che la legge della ministro uscente volesse tagliare le troppe forme di contratti «ma, in realtà, non è stato così. Serve una strategia che guardi ai prossimi vent’anni e non ai prossimi 6 messi: già questa prospettiva sarebbe una buona politica giovanile». La Pini fa notare che lo statuto dei lavoratori italiano viene smantellato di continuo: «Ce ne vorrebbe uno generale europeo che almeno metta un salario minimo garantito e che disincentivi lo sfruttamento del lavoro precario». Non esclude a priori i contratti flessibili, «penso agli stagionali per esempio, però serve che ci sia un limite a questo numero di contratti e che siano fatti in un'ottica di inserimento al lavoro». A suo avviso la flexicurity può funzionare in Danimarca o in Finlandia perché c'è un altro tipo di stato sociale: «Il contratto unico di Ichino che permette di licenziare quando si vuole è ancora peggio di quello che c'è adesso, sarebbe necessaria una riforma che tenga conto dello stato delle cose in Italia e che tolga e superi la legge Biagi». In questo momento Giuditta Pini non ha entrate, le danno una mano i suoi: «Non ho fatto ancora i conti di quanto sia lo stipendio a Montecitorio, sarà tanto però». Cosa ne farà? «So per certo che i parlamentari del Pd danno la metà dello stipendio al partito. Ma mi aspetto a breve una riforma per il taglio degli stipendi dei parlamentari». Dice che i deputati modenesi non hanno mai fatto uso di assistenti: «anche io personalmente, se posso, eviterò». Marco Donati, la sfida è portare l’innovazione tecnologica a Montecitorio. Ha 33 anni ed è un commerciante. È stato segretario regionale del movimento giovanile della Margherita in Toscana dal 2005 al 2008. Quasi in contemporanea era stato eletto consigliere comunale nel suo comune di Arezzo e poi segretario comunale del Pd. Quindi è diventato assessore al bilancio, allo sport e all'innovazione ed è fino ad ora in carica. Ma niente doppie poltrone per lui: se entrerà alla Camera, promette che abbandonerà gli impegni politici sul territorio. Bersaniano o renziano? Donati strizza l’occhio a tutti e due: «Se si considera la rottamazione politica dei modelli nell'amministrazione dell'azione pubblica che non hanno consentito a questo paese di essere moderno e solidale allora sì, sono rottamatore. Ma se lo si intende solo nel senso di far spazio ai giovani, allora no, credo che sia fine a se stesso». Un tema che a Donati interessa particolarmente è quello della banda larga: «Il territorio italiano è coperto solo per il 50% da internet veloce ed è un problema, significa non essere nel mondo. Inutile poi pensare di semplificare la pubblica amministrazione o i processi, l’informazione o i servizi avanzati della sanità. Non credo sia un caso che nel nostro Paese nessuno si sia preoccupato in questi anni di sviluppare le reti informatiche. L'innovazione significa tante altre cose, però questo è un aspetto importante». Tra le prime cose che vorrebbe portare in Parlamento c'è quindi una proposta di legge per la banda larga come servizio universale: «credo che sia un diritto come la luce, l'acqua, il gas». Un altro tema è la difesa del made in Italy della piccola e media impresa intervenendo soprattutto sulla tracciabilità: «però questo si fa in sede europea, il legislatore italiano può dare solo degli indirizzi e quindi tutelare ciò che c'è già». Secondo Donati occorrerebbe poi favorire la nascita di nuove imprese: «Con facilitazioni di accesso al credito e semplificazione amministrativa». Infine il giovane candidato di Arezzo punta alla tutela del lavoro dei giovani sia nella qualità sia nelle opportunità professionali offerte, facendo suo il refrain di partito: «Un'ora di lavoro precario dovrebbe costare di più di un'ora di lavoro stabile: ma non al lavoratore, all'azienda». Il giudizio sulla riforma Fornero è moderato: «Si tratta di una proposta complessa, nata da una necessità impellente che ha finito per creare dei problemi. C'è la volontà da parte del Pd di rivederne alcuni aspetti, non sarà semplice ma in alcuni casi certi correttivi andranno fatti soprattutto per quanto riguarda le pensioni». Sui matrimoni gay e l'affido dei minori riconosce che in questo momento la società è più avanti del legislatore. Sarebbe favorevole all'estensione dei diritti del matrimonio alle coppie omosessuali, ma, sull'affido confessa di avere delle remore: «C'è un dibattito anche all'interno del partito, nel momento in cui questi temi entreranno all'ordine del giorno si svilupperà un discorso e sarò capace di dare una risposta più puntuale». Oggi Marco Donati guadagna intorno ai 1500 euro. Di tutti soldi in più che prenderà alla Camera dice di non aver ancora pensato cosa fare. «Sarebbe bene che la politica lanciasse un messaggio di sobrietà e che i partiti facessero insieme la scelta di ridurre parte di queste spese. Un parlamentare non dovrebbe prendere più di un sindaco di una media città, che peraltro si trova ad operare su un fronte più difficile rispetto a quello dei deputati: questi hanno un ruolo di grande responsabilità ma sono meno esposti al contatto diretto dei cittadini e delle loro istanze». Sofia Lorefice Per saperne di più su questo argomento leggi anche: - Politiche 2013: tre giovani candidati di centrodestra (ricandidati) - Politiche 2013: tre candidate Pd under 35 più votate alle primarie - Le giovani candidate Sel più votate alle primarie E anche:- Nuove leve della Lega - Garantiamo il futuro dei giovani

Politiche 2013: tre giovani deputati di centrodestra (ricandidati) alla prova dei fatti

Hanno già acquisito una notevole esperienza in Parlamento nella legislatura in corso. Ma non sono gli anziani e navigati professionisti della politica italiana. I deputati Gabriella Giammanco e Nino Minardo (Pdl), e Massimiliano Fedriga (Lega Nord), hanno meno di 35 anni. Sono tra i più giovani parlamentari del centro-destra, ricandidati alla prossima tornata elettorale e dunque pronti a tornare alla Camera per un nuovo round. E giurano che faranno sentire la propria voce, sia che provenga dalle file della maggioranza sia che si levi invece dall’opposizione. Impossibile essere più giovani di così senza essere davvero alle prime armi: la Costituzione fissa infatti a 25 anni l’età minima per essere eletti alla Camera e quindi non possono esserci under 30 tra le fila di chi ha già una legislatura piena (o quasi) alle spalle. Gabriella Giammanco, dal Tg4 al Parlamento.  Classe 1977, originaria di Palermo, Giammanco proviene dal mondo del giornalismo. Si è laureata in Scienze della comunicazione per poi svolgere il praticantato professionale presso l’Ansa della sua città. Dal 2004 al 2008 ha lavorato come redattrice per il Tg4, prima di accettare la candidatura per il Popolo delle Libertà nella circoscrizione della Sicilia occidentale. Nei suoi anni di attività parlamentare è stata componente della Commissione Cultura e della Commissione Lavoro della Camera, con un tasso di presenze del 92%. «Un grande traguardo, per me, è stato contribuire a far sì che l’Imu venisse estesa a tutti gli immobili delle Fondazioni bancarie» dice alla Repubblica degli Stagisti. Giammanco infatti ha presentato al governo Monti l’ordine del giorno, approvato alla Camera, che è diventato al Senato un emendamento al decreto Salva-Italia. «Sarebbe stata un’ingiustizia far pagare l’Imu agli anziani, ai pensionati che vivono nelle case di riposo e a chi non è ancora padrone di casa perchè sta pagando il mutuo, e non prevederla anche per l'immenso patrimonio delle Fondazioni che sono azioniste di maggioranza dei grandi gruppi bancari italiani. Ho sollevato con forza anche il problema dell’Imu per gli immobili commerciali della chiesa». Nella prossima legislatura Giammanco conta di impegnarsi ancora sul fronte del lavoro. «Io sono siciliana, vedo tutti i giorni la portata dell’emergenza occupazionale. Col governo Monti la disoccupazione è passata dall'8 all'11% e la disoccupazione giovanile ha toccato il picco storico del 37 per cento. Per questo il Pdl vuole introdurre crediti di imposta per le aziende che assumono giovani a tempo indeterminato e agevolazioni fiscali per gli imprenditori under 35 nei primi tre anni di attività dello loro azienda, gli anni più importanti e difficili per dare avvio con successo a un'attività imprenditoriale». Parlando di giovani, Giammanco ritiene che il Parlamento debba rispecchiare la composizione della società italiana:«È giusto che ci siano deputati anziani e meno anziani. I primi contribuiscono con l’esperienza, i secondi con l’entusiasmo e la voglia di fare. Io stessa, comunque, ho uno staff di ragazzi giovanissimi tra i 25 e i 26 anni». Ma i collaboratori sono ben pagati? «Li pago il giusto, uno stipendio dignitoso per dei ragazzi. Credo che il lavoro debba sempre essere riconosciuto», risponde Giammanco, senza però specificare con precisione l'inquadramento contrattuale e la retribuzione che assicura ai membri del suo staff. E il salario da parlamentare? «È sicuramente un buono stipendio, ma non posso dire che mi abbia cambiato la vita. Ci sono molte spese che i parlamentari devono sostenere e che non sono coperte dall'indennità. In passato abbiamo già ridotto le indennità e abolito il vitalizio. Come candidati del Pdl abbiamo anche firmato un impegno per la prossima legislatura a dimezzare gli emolumenti dei parlamentari e a votare una legge che azzeri il finanziamento pubblico ai partiti».Nino Minardo, deputato a Roma con salde radici in Sicilia.  Sposato e già padre di tre bambine, Minardo è nato a Modica nel 1978. Si è laureato in Scienze politiche a Catania e ha perseguito con decisione la carriera politica, dapprima come assessore provinciale allo sport (nel 2004), quindi come commissario di Forza Italia a Modica e, nel 2007, come presidente del Consorzio per le autostrade siciliane. [A questo ruolo è peraltro legata una vicenda giudiziaria che l'anno scorso l'ha visto subire una condanna in primo grado a 12 mesi per abuso d'ufficio e rifiuto d'atti d'ufficio, in un procedimento relativo a una nomina illegittima al Consorzio. La Corte d'Appello ha ridotto la condanna a otto mesi assolvendolo dal reato di rifiuto d'atti d'ufficio. Al momento Minardo è in attesa dell'esito del ricorso in Cassazione]. Dal 2008 è deputato nazionale del Pdl, nel collegio Sicilia 2, è componente della Commissione lavoro e della Commissione sugli errori in campo sanitario e ha un tasso di presenze dell'82,6%. Come Giammanco, anche Minardo non ritiene che lo stipendio da parlamentare gli abbia cambiato in meglio la vita. Ma, come spiega alla Repubblica degli Stagisti, c’è una ragione ben precisa: «Ho la fortuna di provenire da una famiglia di imprenditori, non ho mai fatto politica per denaro: ringraziando il cielo non ne ho bisogno. Anzi, si potrebbe dire che la vita del politico sia decisamente più complicata di quella che facevo prima». Il Gruppo Minardo, infatti, è attivo nel settore petrolifero e controlla una fitta rete di aree di servizio nel Sud Italia. Nel 2009 la società Giap del gruppo era in tredicesima posizione nella classifica delle prime 50 aziende siciliane per fatturato. «Credo che in tempi di crisi ci sia bisogno di dare il buon esempio, quindi sono più che favorevole ai tagli agli stipendi dei parlamentari», aggiunge il giovane deputato. L’impegno di Minardo è saldamente radicato sul territorio. «La mia attività si è concentrata sulla provincia di Ragusa. Ovviamente in epoca di tagli pubblici non ho potuto realizzare tutto ciò che speravo, però ci sono dei risultati di cui vado fiero, soprattutto nello stanziamento di fondi per la realizzazione di infrastrutture locali e il recupero dei centri storici in stato di degrado: un milione e mezzo di euro per il completamento del parcheggio interrato in Piazza del Popolo a Ragusa, 1,3 milioni per l’arredo urbano del centro storico di Acate, 1,2 milioni di euro per la strada Carcanella di Monterosso Almo. E poi ancora altri finanziamenti per la provincia, come i cinque milioni per l’ampliamento del cimitero di Scicli e gli 1,7 milioni per l’impiantistica sportiva. Per non parlare dei piccoli finanziamenti per le scuole della mia provincia, gli interventi di manutenzione straordinaria necessari, la realizzazione per 800mila euro della biblioteca comunale di Santa Croce Camerina, le proposte di legge in favore dei comuni costieri siciliani, i 600mila euro di fondi destinati al comune di Pozzallo per adeguare l’immobile ex-dogana all’accoglienza dei clandestini. In particolare, poi, abbiamo fatto dei passi avanti per l’apertura dell’aeroporto di Comiso, uno scalo in grado di portare sviluppo turistico e commerciale per il territorio, soprattutto se si considera che i prodotti ortofruttiferi locali vengono ancora trasportati su strada». In effetti l'aeroporto di Comiso, costato più di 45 milioni di euro, è rimasto a lungo bloccato a causa della carenza di risorse per i servizi di assistenza ai voli. Per la legislatura a venire, Minardo conta di «completare i lavori già iniziati nella precedente, in modo che non restino fermi in un libro dei sogni, e favorire lo sviluppo occupazionale locale nel mondo dell’artigianato, dell’agricoltura e in altri settori che possono offrire sbocchi ai giovani».Le preferenze elettorali? Strumento della malavita. Massimilano Fedriga è diventato parlamentare a soli 28 anni e vanta un tasso di presenze alle votazioni pari al 97%. Nato a Verona nel 1980, dopo la laurea in Scienze della comunicazione e un master ha iniziato a lavorare nel settore del marketing. «Sono stato stagista presso un’agenzia pubblicitaria, poi analista di mercato a Treviso e poi ancora responsabile di marketing per un’azienda di Trieste specializzata in servizi alle imprese. Mi sono iscritto alla Lega nel ’95, a quindici anni: non pensavo di diventare parlamentare, ma di certo credevo, e credo ancora, nella possibilità di cambiare il Paese. Penso che i giovani deputati si distinguano proprio per l’entusiasmo e per la voglia di migliorare le cose», racconta il parlamentare alla Repubblica degli Stagisti. Fedriga va fiero dei propri risultati: «La battaglia che ho portato avanti insieme a tutta la Lega, e che mi dà più orgoglio, è sicuramente quella per l’emendamento alla legge Fornero che taglia le pensioni e le indennità di disoccupazione ai condannati per mafia e terrorismo. Un successo economico, certo, ma soprattutto morale. E poi ho lavorato a una norma, passata nel Collegato lavoro, che permette ai residenti di avere la precedenza nei concorsi pubblici. E le nostre misure nel Milleproroghe e nei decreti successivi hanno salvaguardato complessivamente più di 130mila esodati su 400mila». Proprio su questo punto Fedriga ha intenzione di insistere nel corso della prossima legislatura. «Prima di tutto bisogna salvare anche i 260mila esodati restanti. Questa è una battaglia che porteremo avanti sia dalla maggioranza sia dall’opposizione. Una misura in cui credo molto, inoltre, è lo sgravio fiscale e contributivo per chi assume giovani a tempo indeterminato. Condivido, inoltre, la proposta di lasciare il 75% delle tasse ai territori d’orgine». Da dove recuperare le risorse necessarie? «L’introduzione di un reale federalismo fiscale permetterà di risparmiare, ad esempio, più di cinque miliardi dalla sanità pubblica. Bisogna poi recuperare i 92,5 miliardi di evasione nel settore delle slot machine. Gli evasori sono già stati individuati ma sinora hanno pagato solo 2,5 miliardi di euro. E poi bisogna dire basta agli aiuti a pioggia alle imprese, che non sono efficaci: meglio i finanziamenti mirati». Infine, Fedriga commenta così le liste bloccate e la questione degli elevati stipendi dei parlamentari: «Il sistema elettorale perfetto non esiste. Ma le preferenze erano utilizzato dalla malavita come fonte di potere, di scambi di favori, anche per indirizzare le elezioni. E questo lo dicevano i magistrati. Per quanto riguarda lo stipendio, penso che sarebbe meglio portare a 200 il numero dei parlamentari, introducendo un Senato federale. Così si avrebbe un Parlamento più efficiente e meno costoso».di Andrea CuriatPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Politiche 2013: tre candidate PD under 35 più votate alle primarie- Politiche 2013: tre candidate Sel più votate alle primarieE anche:- Riforma del lavoro: rilanciare l'apprendistato non basta- Garantiamo il futuro dei giovani

Nuove leve nella Lega: due lombardi e un veneto puntano a Montecitorio

Il voto delle politiche si avvicina e si intensifica la campagna elettorale di tutti i partiti: Lega Nord compresa. Sono tanti i giovani in gioco anche qui, ma poche donne. La Repubblica degli stagisti ha cercato tra i primi posti delle liste, scoprendo che in posizione eleggibile ci sono solo uomini. Ecco l'intervista a tre di loro: un veneto e due lombardi.          Politica espressione del territorio? Con questa legge elettorale è difficile. Emanuele Prataviera, 28 anni, si è laureato in Storia e politica internazionale a Padova. In questo momento è in aspettativa nell'azienda paterna per fare a tempo pieno l'assessore alla viabilità della provincia di Venezia. Il suo percorso politico è iniziato a 16 anni, dopo l'11 settembre 2001. È entrato nel movimento dei giovani padani spinto anche dall'emotività di quei giorni che sono stati per lui «una presa di coscienza sulla centralità della politica nella vita delle persone». Ha cominciato volantinando nei gazebi della Lega Nord e nelle manifestazioni. Poi è diventato coordinatore provinciale del movimento giovanile e si è candidato a sindaco del comune di San Stino di Livenza a 23 anni: «Ero giovanissimo, sapevo che non sarei stato eletto ma serviva per scompaginare gli schemi». L'anno successivo è stato spinto dal partito a candidarsi alle elezioni provinciali. All'epoca era concentrato soprattutto sull'università e sul lavoro, ma è stato eletto ed è diventato assessore alla viabilità della provincia di Venezia. Poi segretario provinciale della Lega Nord veneziana e ora si trova in posizione eleggibile nelle liste per la Camera. «La politica dovrebbe tornare ad essere espressione del territorio anche se con questa legge elettorale è difficile», dice Prataviera, per il quale l'obiettivo più importante da perseguire a Montecitorio è la defiscalizzazione in favore delle assunzioni dei giovani, il potenziamento degli incentivi alle start up e l'agevolazione dell'accesso al credito da parte dei giovani. Poi a seguire ci sono i provvedimenti che riguardano il mondo dell'università, le giovani coppie e tutte «le persone che non sono più giovani e che hanno perso il lavoro». «È evidente che la riforma Fornero non ha aiutato i ragazzi, anzi, ha reso più precari quelli con un grado di istruzione elevato». Secondo il giovane leghista veneto la riforma «si commenta da sola». Anche i provvedimenti introdotti dalla Fornero come la MiniAspi, la cassa integrazione per i lavoratori a tempo determinato e la una tantum che riguarda i cocopro «sono scelte non riuscite». Sui temi etici si considera «un conservatore: credo che il matrimonio sia una parola che contiene mater e quindi la possibilità di procreare. Ma credo che sia utile ragionare in termini concreti sulle coppie di fatto a prescindere che siano omosessuali o meno perché ormai è così. Ma sull'affido non sono d'accordo». Tra l'attività politica e quella nell'azienda di marmo del padre Prataviera oggi percepisce circa 3mila euro netti al mese «a cui devo detrarre le spese in favore del mio partito». Guardando a Montecitorio e agli stipendi da capogiro che percepirebbe a Roma sostiene che come 28enne «sarebbe una retribuzione troppo alta e difforme rispetto a quella dei miei coetanei». Quindi propone la discussione su una legge che vincoli lo stipendio di un onorevole a quello che percepiva prima di arrivare in Parlamento. Metterebbe un tetto massimo «per esempio 8mila euro e un compenso inferiore per chi, come me, entra con un'altra fonte di reddito». Comunque ciò che farà del suo compenso da onorevole lo stabilirà «con il partito». Così come per gli assistenti parlamentari a suo seguito:«Al momento devo ancora decidere, sto lavorando molto alla campagna elettorale e non mi sto ancora preoccupando dello staff». Il mio stipendio da parlamentare? Devoluto alle opere pubbliche del mio comune. Matteo Luigi Bianchi, classe 1979, geometra, è sindaco del comune di Morazzone (Va) e lavora nell'impresa di costruzioni edili fondata dal nonno. Ha cominciato a frequentare la sezione locale della Lega Nord a 16 anni come semplice militante. Alle elezioni comunali del suo paese è stato eletto consigliere a 19 anni. A 24 è diventato assessore, a 28 consigliere provinciale e a 29 sindaco. Si è dimesso dal consiglio provinciale nel settembre nel 2012 quando è stato eletto segretario della Lega Nord di Varese:«Tre cariche erano troppe». È quasi certo che arriverà a Montecitorio e lì le sue priorità saranno quelle «legate all'ideologia leghista: l'autonomismo, cioè più soldi e più risorse ai territori, l'identità culturale ossia più attenzione alla cultura e alla storia locale e i tagli ai costi della politica». Nella busta paga del giovane sindaco di Morazzone oggi ci sono 671 euro netti al mese: «ovviamente non vivo di politica». Bianchi percepisce anche il reddito per la sua attività privata:«La mia ultima dichiarazione dei redditi a memoria è di circa 60mila euro lordi». Non male per un 33enne oggi in Italia. Ma comunque meno di quanto prenderebbe in Parlamento. Con i soldi in più Bianchi ha in mente di finanziare il partito e di destinarne una parte per pagare una rata del mutuo di un'opera pubblica del suo comune. Bianchi si considera giovane per lo standard italiano: «Purtroppo la politica ha un'età media troppo alta. In molti paesi del nord e della Mitteleuropa a 33 anni si è adulti per formazione professionale e culturale, qui purtroppo non è così». Nonostante l'età Bianchi risponde alla domanda su stage e tirocini facendo appello alla sua esperienza di datore di lavoro: «Credo che le aziende e gli enti locali dovrebbero investire di più sulla formazione per cercare di creare la nuova classe dirigente, imprenditoriale e di manager pubblici in vista della crescita delle aziende e delle realtà locali». Per il resto considera la riforma Fornero «pura accademia: perché fino a quando le aziende non saranno messe in condizione di assumere, quanto previsto dalla ministro del Lavoro uscente sarà inconcludente». Il giovane sindaco lombardo ha in mente forme contrattuali di lavoro flessibile ma supportate da una sistema d'imprenditoria diverso dall'attuale: «Le aziende dovrebbero essere messe nelle condizioni di lavorare in un contesto di dinamicità del mercato del lavoro. Tutto ciò dovrebbe essere accompagnato da una maggiore flessibilità del sistema creditizio: i mutui, soprattutto quelli legati alla prima casa, non dovrebbero essere legati necessariamente a un contratto di lavoro a tempo indeterminato». Circa il lavoro femminile Bianchi insiste sul bisogno di sviluppare la conciliazione tra lavoro e famiglia: «Credo che avere un figlio per una donna sia un evento straordinario che non dovrebbe essere vissuto dall'imprenditore come uno svantaggio per la struttura aziendale. Ma affinché questo avvenga occorre che lo Stato intervenga così come avviene nei Paesi del Nord Europa». E quando la Repubblica degli Stagisti fa notare che nelle liste della Lega per la Camera i giovani in posizione eleggibile sono tutti uomini, Bianchi risponde: «Non è vero che non si dà spazio alle donne, anzi, credo che il mondo femminile sia adeguatamente rappresentato nella Lega. Ma non sono favorevole alle quote rosa a prescindere: perché si rischia di avere l'effetto contrario in questo momento storico, cioè di marginalizzare gli uomini». A Montecitorio in sinergia con Piemonte, Veneto e Lombardia. Eugenio Zoffili, 33 anni, giornalista pubblicista è portavoce del presidente del consiglio regionale della Lombardia. Titolo di studio: maturità classica. E una lunga militanza nel partito. A marzo staccherà la tessera numero 20 della Lega Nord: ha iniziato a frequentare il movimento a 13 anni, dopo un incontro pubblico a Como in cui erano intervenuti Gianfranco Miglio e Umberto Bossi. Oggi è coordinatore lombardo dei giovani padani. Ha cominciato la sua attività nel movimento a partire dalla sua città, Erba. Poi è passato al livello provinciale a Como e oggi è arrivato alla regione. È stato per otto anni consigliere comunale nel comune comasco di Ponte Lambro e per cinque anni presidente del consiglio comunale di Erba, ora è consigliere allo stesso Comune ma all'opposizione. È sempre in giro per tutta la Lombardia per organizzare il movimento giovanile della Lega, quando Repubblica degli Stagisti lo ha contattato si trovava in un mercato rionale. Se dovesse arrivare a Montecitorio la sua priorità sarebbe lavorare in sinergia con Roberto Maroni, che si augura vinca le regionali lombarde, Roberto Cota in Piemonte e Luca Zaia in Veneto. Zoffili vorrebbe portare avanti su scala nazionale il progetto di tenere nelle regioni almeno il 75% delle tasse:«la Lega vorrebbe dare incentivi agli imprenditori che prendono i giovani e togliere l'Irap alle imprese con lo scopo di favorire chi assume. Con i soldi delle tasse trattenuti in regione si potrebbe anche cancellare il bollo auto, il ticket sanitario per tutti e garantire libri gratuiti nelle scuole dell'obbligo». Della gestione Fornero del ministero del Lavoro critica soprattutto la riforma delle pensioni: «Un problema che si ripercuote su tutte le altre categorie di lavoratori o aspiranti tali, perché allungare gli anni di lavoro influisce anche sui tempi dell'inserimento nel mondo del lavoro da parte dei giovani». Zoffili non risponde alla domanda su quanto guadagni: «Ho anche un'attività imprenditoriale e preferirei non rispondere». Repubblica degli Stagisti avrebbe voluto saperlo per calcolare la differenza con quanto guadagnerebbe se arrivasse a Montecitorio. «Se mi sta chiedendo la mia posizione sui dei costi della politica le rispondo che nel nostro programma abbiamo l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e il dimezzamento del numero degli onorevoli e sono d'accordo sulla diminuzione del loro stipendio. Se dovessi diventare parlamentare destinerei parte del mio compenso al volontariato, lo faccio già adesso e continuerei a farlo».interviste di Sofia Lorefice  Per saperne di più su questo argomento leggi anche:-Politiche 2013: tre candidate Pd under35 più votate-Politiche 2013: tre candidate Sel più votate alle primarieE anche:-Riforma del lavoro: rilanciare l'apprendistato non basta-Garantiamo il futuro dei giovani