Categoria: Interviste

Unitalk, la parola ai presidi: Federico Masini, facoltà di Studi orientali della Sapienza di Roma

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk”. Ogni settimana un colloquio con un preside per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.Federico Masini, laureato in Filosofia, quarantanove anni, a ventitrè è partito per Pechino, dove è rimasto per un paio d’anni a studiare e dove è tornato poi nel 1987, come contrattista presso l'ufficio stampa dell'ambasciata d'Italia. A trent’anni, rientrato in Italia, ha vinto il premio nazionale per la Traduzione del ministero dei Beni culturali e ha iniziato la sua carriera accademica come professore a contratto di Filologia cinese presso la facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza. Dal novembre del 2000 nello stesso ateneo è professore ordinario di Lingua e letteratura cinese presso la facoltà di Studi orientali, di cui nel 2001 – a soli quarant’anni – è diventato preside. Gli iscritti sono attualmente circa 3500, con un ritmo di immatricolazioni di 7-800 l’anno.Professore, chi è il "neoiscritto-tipo" di Studi orientali?Per un neodiplomato, diciamolo, è più facile iscriversi a giurisprudenza o medicina piuttosto che alla nostra facoltà, incentrata su materie che non sono presenti nelle scuole superiori. Per questo noi dobbiamo organizzare molti incontri per informare i ragazzi riguardo alle materie e ai corsi di studio. In generale, le donne rappresentano la percentuale più alta dei nuovi iscritti perché hanno una propensione per lo studio delle lingue, soprattutto inglese e francese, e una sviluppata curiosità culturale. Quali sono gli sbocchi professionali? Non essendo una laurea professionalizzante gli sbocchi lavorativi sono molto vari, assimilabili alle lauree umanistiche con in più la conoscenza approfondita della lingua e della cultura di un altro Paese. E poi il lavoro i vostri studenti non lo trovano solo in Italia, giusto?È vero: per completare la formazione dei nostri studenti puntiamo sui viaggi. Per approfondire, completare e migliorare la conoscenza della lingua, consigliamo sempre di fare un viaggio, normalmente di un semestre, nel paese oggetto degli studi – Cina, Giappone, Corea, Paesi arabi. Il meccanismo funziona, perché i ragazzi hanno la possibilità di migliorare la conoscenza della lingua e della cultura del paese, di accumulare crediti che poi gli verranno riconosciuti alla fine del percorso didattico e d’avere una competenza linguistica specifica; il problema è comprendere come spenderla al meglio nel mercato del lavoro. Solitamente il laureato trova un impiego stabile proprio nel paese oggetto di studio, altri hanno lavori più saltuari e meno retribuiti in Italia. Quindi abbiamo sia il laureato che lavora nel negozio al centro di Roma perché sa il giapponese o il cinese, sia il manager nel settore dell’import export. La vera sfida del mondo del lavoro è capire che la preparazione di una facoltà come Studi orientali può completare un percorso di studi tecnico-scientifici e quindi formare, ad esempio, avvocati che conoscono il giapponese o economisti con competenze linguistiche specifiche! Su questo, forse, l’Italia è più arretrata rispetto ad altri paese europei.Prevedete tirocini formativi e/o curriculari?Abbiamo i tirocini didattici nel paese oggetto di studio, sostenuti dall’università e finanziati in piccola parte da borse di studio – che però sono solo un centinaio e non riescono a coprire la domanda dei circa 250 studenti. Abbiamo anche una cinquantina di convenzioni con aziende o associazioni italiane, ad esempio con l’Agi (Agenzia Giornalistica Italiana) la quale ha aperto, insieme a noi, un portale dedicato, gestito da due tutor senior retribuiti che coordinano una decina di tirocinanti. Il vero pericolo che vedo all’orizzonte è che i nuovi ordinamenti lascino tendenzialmente meno spazio agli stage. Siamo passati da una situazione, quella del vecchio ordinamento, nella quale i tirocini non erano contemplati, ad un sistema della 509 in cui i tirocini erano magnificati fino all’attuale 270, in cui per una serie di motivi, si rischia di non apportare grandi miglioramenti così come è successo per l’Erasmus.Che tipo di cambiamento nelle aspettative professionali possono generare, nei giovani neolaureati, la mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica?È più facile oggi trovare un impiego in Cina che in Italia! I nostri laureati si dedicano alla studio di quei paesi in cui la crisi è meno forte e che, probabilmente, avranno una ripresa molto più rapida della nostra. È evidente che, in un mercato del lavoro sempre più competitivo, avere competenze spendibili in questi paesi è sicuramente una risorsa importante che potrebbe permettere di sfuggire dall’ambito italiano ed europeo. Quali potrebbero essere le iniziative destinate ad un maggiore coinvolgimento degli studenti e del corpo docente rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?Incontri con le aziende, career day, eventi e convegni sul tema del lavoro. Rispetto al passato i giovani di oggi da una parte hanno necessità economiche più pressanti, dall’altra sono tempestati da tantissime opportunità: si pensi solo alle borse di studio! È necessario dare un coordinamento a tutto questo, permettere agli studenti di trovare in un unico luogo virtuale offerte di lavoro, di tirocinio e borse di studio – razionalizzando la gestione delle informazioni e organizzando eventi periodici per presentare le scadenze delle borse di studio e le offerte attive.Per chiudere, un pregio e un difetto della facoltà di Studi Orientali.Pregio: fare delle cose nel momento giusto e forse nel posto giusto, perché la nostra è una bella sede. Difetto: abbiamo un rapporto docenti-studenti veramente al limite, il peggiore della Sapienza. Ci troviamo ad un punto in cui la domanda è talmente alta che avremmo necessità di un notevole incremento dei corsi di studio e dei professori altrimenti il rischio è quello di dover immettere il numero chiuso.Eleonora Rossicon la collaborazione di Eleonora VoltolinaIl testo integrale dell’intervista su: www.jobsoul.itPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma- Roberto Nicolai, facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma- Franco Piperno, facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza di Roma

Unitalk, la parola ai presidi: Franco Piperno, facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza di Roma

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk”. Ogni settimana un colloquio con un preside per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.Franco Piperno, 56 anni, musicologo, nel 1977 si è laureato presso la facoltà di Lettere e filosofia dell'università La Sapienza che oggi presiede. Diplomato in pianoforte e composizione, ha iniziato la sua carriera insegnando nei conservatori. Oggi è membro del Comitato scientifico della rivista "Ricercare. Rivista per lo studio e la pratica della musica antica" e del Consiglio artistico della IUC - Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma.Professore, chi è il vostro "neoiscritto-tipo"?Un ragazzo che ha svolto il percorso di studi nella scuola superiore con la consapevolezza dell’importanza dello studio ed ha una buona conoscenza delle materie umanistiche. Chi decide di iscriversi deve sapere che questo non è un parcheggio, qui si studia duramente. Dobbiamo sfatare l’idea che la facoltà di Lettere e filosofia sia facile, un refugium peccatorum dove ci si iscrive non avendo nessun’altra idea: siamo orgogliosi di affermare che questa è una facoltà impegnativa. Nel percorso universitario lo studente si relaziona con professori esigenti, corsi difficili e vaste bibliografie.Quali sono gli sbocchi lavorativi?L’insegnamento è l’impiego standard di questa facoltà,  nei modi in cui oggi è possibile accedere alle scuole di formazione, ai corsi preparatori e ai concorsi abilitanti. Poi ci sono infiniti altri sbocchi: questa facoltà, che è definita generalista, propone una moltitudine di competenze che aprono prospettive diverse e difficilmente prevedibili. I nostri laureati sono molto richiesti anche in contesti industriali o di impresa per svolgere attività legate alle pubbliche relazioni, alla programmazione ed all’organizzazione del lavoro interno: la mentalità di un laureato in lettere gli permette di affrontare determinati problemi da una prospettiva diversa rispetto a quella di un tecnico. La mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica  che tipo di cambiamento possono generare nei giovani neolaureati?La crisi pesa sull’economia nazionale e la nostra facoltà si pone il problema di quali concrete prospettive lavorative proporre ai propri studenti. È ovvio che  ci sono settori che avranno sempre un mercato, come ingegneri e  medici, ma bisogna vedere quanto le politiche dei futuri governi aiuteranno i giovani e soprattutto quelli che hanno svolto studi umanistici a trovare lavoro. Non me la sento però di dire che dalla crisi noi siamo colpiti più di altri: ritengo che sia un problema di carattere nazionale ed internazionale. Cosa pensa del sistema Soul?La presenza di una struttura di incontro tra domanda e offerta di lavoro ha una sua utilità perché funge da collettore fra le richieste e le offerte di lavoro e tirocinio. Anche se poi oggi, con internet, gli studenti e le aziende usano il “fai-da-te”: su qualsiasi sito c’è la pagina “Lavora con noi” e se navigando i ragazzi trovano qualcosa di interessante si candidano direttamente lì.Prevedete tirocini per i vostri studenti?Sì, ne abbiamo di obbligatori e tendenzialmente gli studenti li svolgono presso aziende esterne: in questo modo entrano in contatto con il mondo del lavoro. Abbiamo un servizio stage piuttosto efficiente e una lunga lista di aziende convenzionate con la facoltà. Talvolta sono gli stessi studenti a proporci enti e imprese presso i quali vorrebbero svolgere un tirocinio.Quali potrebbero essere le iniziative destinate ad un maggiore coinvolgimento degli studenti e del corpo docente rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?Il problema sta nell’informazione. Un bollettino mensile di iniziative, concorsi, convenzioni destinato alla mailing list dell’ateneo permetterebbe di far circolare le notizie. Soul è una struttura alla quale gli studenti devono fare riferimento, ma raggiungerli nelle loro caselle di posta elettronica con un agile bollettino mensile potrebbe essere utile. Così come sarebbe utile mettere un link a Soul nel sito di ogni facoltà.Per chiudere, un pregio e un difetto della sua facoltà.Il difetto: è molto grande, e purtroppo è sottodimensionata dal punto di vista delle strutture messe a disposizione degli studenti - soprattutto per didattica quotidiana. Il pregio è che è una facoltà estremamente vivace. Sul sito vengono segnalati quotidianamente iniziative ed eventi, seminari, conferenze, convegni, incontri e dibattiti: una risorsa importante per gli studenti. Come ho detto alle matricole, l’università non è soltanto un altro posto dove si studia. La ricerca è un percorso di studi e di approfondimento che si applica a tutti i campi dello scibile umano, ed è fondamentale per conoscere realtà sconosciute.Eleonora Rossicon la collaborazione di Eleonora VoltolinaIl testo integrale dell’intervista su: www.jobsoul.itPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Unitalk, la parola ai presidi: Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Unitalk, la parola ai presidi: Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma- Unitalk, la parola ai presidi: Roberto Nicolai, facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma- Un anno di Soul, il servizio di placement pubblico delle università del Lazio

Unitalk, la parola ai presidi: Roberto Nicolai, facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk”. Ogni settimana un colloquio con un preside per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.Roberto Nicolai, romano, 50 anni compiuti da poco, ha cominciato a insegnare nei licei classici. Appassionato di letteratura e filologia greca, la sua carriera universitaria si è svolta tra l’università di Cassino, quella di Sassari e la Sapienza di Roma, dove dal 2006 guida la facoltà di Scienze umanistiche. Quasi un gineceo: degli oltre 8mila iscritti, tre quarti sono femmine.Professore, chi è il vostro "neoiscritto-tipo"?La prima competenza di base è quella logico-linguistica. Quest’anno abbiamo introdotto i test d’ingresso per verificare la preparazione iniziale: sarebbe quasi superfluo chiedere questa competenza, ma la preparazione della scuola secondaria ha a volte delle lacune. Il requisito fondamentale per entrare in una facoltà di questo genere è comunque la passione unita alla curiosità. Questa è la base: tutto il resto si può imparare. Quali sono gli sbocchi professionali? Abbiamo due corsi triennali particolarmente professionalizzanti, Mediazione linguistica e interculturale e Scienze del turismo: il primo può essere seguito da una laurea magistrale in Lingue e letteratura moderna, ma anche al livello di triennale può dare opportunità lavorative. Gli altri corsi di Lettere, Storia, Archeologia e Storia dell’arte offrono una preparazione di base che può si può sfruttare in varie  direzioni. Da una statistica recente ho ricavato che  oltre il 50% degli occupati attuali svolge professioni che dieci anni fa non c’erano: questo significa che occorre una certa creatività da parte di chi si propone, per individuare professioni nuove. Per esempio i contenuti di siti internet, a volte così deludenti, avrebbero bisogno di persone competenti non solo nell’ambito informatico ma anche e soprattutto in ambito linguistico e culturale! E anche nelle televisioni e nelle redazioni dei documentari scientifici ci sarebbe un gran bisogno dei nostri laureati. Poi c’è l’insegnamento: per anni c’è stato un ricambio continuo, che adesso si è un po’ rallentato a causa dei tagli alla scuola pubblica, ma comunque rimane una prospettiva. Prevedete tirocini per i vostri studenti?Sì, molti: alcuni danno anche sbocchi lavorativi, come le case editrici o le redazioni. Adesso, anche grazie al progetto Soul, ci sarà un maggior controllo: uno dei problemi infatti è lo sfruttamento del ragazzo da parte di aziende che hanno solo l’obiettivo di procurarsi manodopera a basso costo. Si potranno monitorare meglio sia l’offerta da parte dell’azienda sia le competenze che il tirocinante acquisisce in concreto con lo stage: ci deve essere un rapporto più stretto tra le aziende e le università. Noi adotteremo il “gestionale tirocini” di Soul proprio perché sentiamo molto forte il problema del monitoraggio e della valutazione dei tirocini attivati.Come si possono coinvolgere di più sia gli studenti sia il corpo docente rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?Stiamo lavorando sul recupero dei fuori corso: se lo studente arriva alla laurea troppo tardi ha maggiore difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro. Attraverso i tutor cerchiamo di recuperare questi studenti, di indirizzarli al part-time se sono studenti lavoratori, insomma di cercare di far concludere gli studi nei tempi ordinari. Bisogna ridurre i tempi: arrivare alla laurea a 29-30 anni è sicuramente troppo tardi per poi avvicinarsi al mercato del lavoro. Poi è importante mettere a disposizione dei laureati, in facoltà, orientatori formati e competenti: l’orientamento è un punto fondamentale. C’è ancora uno scollamento tra le indagini tipo Almalaurea e la reale condizione dell’università, anche perché sono indagini per grandi blocchi, per facoltà o per corso di laurea. Per una realtà come la nostra, con corsi di laurea diversi – si va dal corso in Spettacolo digitale che dà lavoro a moltissimi giovani al corso di Lettere – servirebbero invece indagini mirate. Anche le categorie Istat le trovo inadeguate, fuori dalla realtà. Bisogna smettere di fare discorsi astratti e cercare di fotografare la realtà così com’è.Per chiudere, un pregio e un difetto della sua facoltà.Il pregio: la capacità di proporre novità nel campo delle scienze umanistiche. Stiamo lavorando molto sul Progetto Mediateca: raccogliere immagini, filmati, documenti per poi inserirli nella rete europea di digitalizzazione del patrimonio culturale. Il nostro dipartimento di spettacolo ha vinto un progetto europeo e questo credo che sia un tratto distintivo della facoltà: la voglia di innovazione. Il difetto invece sta nei problemi logistici: la facoltà è divisa in più sedi. Ma su questo stiamo lavorando, di concerto con il Rettore.Eleonora Rossicon la collaborazione di Eleonora VoltolinaIl testo integrale dell’intervista su: www.jobsoul.it Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Unitalk, la parola ai presidi: Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Unitalk, la parola ai presidi: Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma- Un anno di Soul, il servizio di placement pubblico delle università del Lazio

Unitalk, la parola ai presidi: Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk” . Ogni settimana un colloquio con un preside per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.Luciano Zani, romano, 59 anni, è docente di Storia contemporanea presso la facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma, che dirige dal novembre del 2008. E’ anche membro del consiglio scientifico della rivista Mondo contemporaneo e autore di molte pubblicazioni tra cui Italia Libera, il primo movimento antifascista clandestino, 1923-25 (Laterza 1975) e  Fra due totalitarismi. Umberto Nobile e l’Unione Sovietica 1931-1936 (Aracne, 2005). Il suo ultimo libro è Resistenza a oltranza – Storia e diario di Federico Ferrari, internato militare italiano in Germania, pubblicato da Mondadori. La facoltà conta quasi 3mila iscritti e oltre 500 laureati ogni anno.Professore, chi si iscrive alla sua facoltà?C’è una fascia di studenti molto motivati, specialmente tra quelli che hanno una preparazione socio-pedagogica. E poi c’è chi la sceglie come ripiego, magari perchè non è riuscito ad entrare in altre facoltà a numero chiuso. La scienza sociologica non gode di grande visibilità: abbiamo bisogno di far capire cos’è, ricostruirne e a volte costruirne l’identità. Per questo abbiamo intensificato l’orientamento nelle scuole superiori già a partire dal terzo anno, e registriamo sempre un buon ritorno. Il quadro forse è anche migliorato perché, in base alla riforma degli ordinamenti, per la prima volta abbiamo dovuto mettere un test d’ingresso. Rispetto ai 350 immatricolati al corso triennale dell’anno scorso,  quest’anno abbiamo avuto 548 iscritti al test del 30 settembre. Mi auguro che alla fine le immatricolazioni di quest’anno siano superiori: comunque, al di là dei numeri, l’orientamento in ingresso nelle scuole superiori è una delle chiavi di una buona riuscita della facoltà e anche un impegno della mia presidenza.Quali sono gli sbocchi professionali? Ad ogni corso corrispondono sbocchi diversi. Abbiamo una triennale in Sociologia che forma specialisti in scienze sociali, ricercatori sociali ed esperti nella gestione e nell’organizzazione del personale che potranno lavorare in strutture pubbliche o private, organizzazioni del terzo settore, associazioni internazionali. Gli sbocchi non si limitano alla figura del sociologo: noi forniamo figure duttili, che possono essere assorbite in diversi ambiti del mercato del lavoro. Abbiamo poi tre lauree magistrali: Sociologia e ricerca sociale avanzata, Politiche e servizi sociali, Analisi sociale e progettazione territoriale. Attraverso le prime due si approfondiscono meglio le competenze sociologiche; l’ultima è svolta in collaborazione con la facoltà di architettura Valle Giulia, un’innovazione che testimonia la versatilità del ruolo del sociologo. Se si deve progettare il quartiere di una città bisogna tener conto delle compatibilità ambientali ma anche di quelle sociali: l’urbanista quindi non potrà essere "solo" un architetto, dovrà essere capace di progettare una casa ma anche di creare un ambiente sociale adeguato. Resta infine il filone del servizio sociale, rappresentato dalla triennale in Scienze e tecniche del servizio sociale. Qui formiamo assistenti sociali che possono fare gli operatori socio-assistenziali, operatori per l’infanzia e per l’adolescenza. I piani di studio prevedono stage formativi, curriculari e non?Il tirocinio è uno strumento importantissimo per avvicinare laureandi e laureati al mondo del lavoro. Noi abbiamo tirocini curriculari previsti dal corso di laurea in Scienze e tecniche del servizio sociale, e abbiamo attivato molte convenzioni con enti e strutture a Roma e provincia – soprattutto con ASL, Comune di Roma, Municipi e  associazioni. Attualmente abbiamo oltre 120 tirocini obbligatori in corso. La collaborazione con Soul è stretta: il nostro sportello di facoltà è collegato al sistema Soul e noi abbiamo per la facoltà circa 400 offerte di tirocinio in enti pubblici o privati. Il nostro responsabile, il professor Chiodi, insieme ai suoi collaboratori cura con passione e professionalità lo sportello Afe della facoltà. Che tipo di cambiamento nelle aspettative professionali possono generare, nei giovani neolaureati, la mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica?La crisi c’è, è forte e probabilmente incide più in profondità di quanto i mezzi di comunicazione di massa ci facciano sapere. Bisogna capire che alcune professioni tradizionali e consolidate non offrono sbocchi decenti perché sono numericamente sature, quindi bisogna inventarsi qualcosa di nuovo. La facoltà di sociologia  fornisce una formazione flessibile e duttile, in grado di adattarsi ai cambiamenti ed interpretarli. In momenti come questo la società si interroga sui motivi, le cause, le conseguenze della crisi: e chi meglio di un sociologo può cercare risposte a questi interrogativi? Noi poi facciamo molta didattica innovativa: a volte durante i corsi simuliamo situazioni lavorative, aiutando gli studenti a immedesimarsi nel ruolo di un sindaco o di un presidente di municipio che deve prendere delle decisioni per il bene della società. Questo aiuta e alimenta la creatività e la fantasia dei nostri laureati.Quali potrebbero essere le iniziative destinate ad un maggiore coinvolgimento degli studenti e del corpo docente rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?Gli stessi studenti che fanno un tirocinio potrebbero diventare "messaggeri", raccontando la loro esperienza. Bisogna quindi intervistare gli ex stagisti, farli diventare testimonial dell’utilità dei tirocini, metterli in contatto con quelli che ancora non l’hanno fatto, far circolare le informazioni.Per chiudere, un pregio e un difetto della sua facoltà.Il pregio: siamo una facoltà giovane e dinamica e ci facciamo carico dello studente da quando entra a quando esce Da quest’anno per esempio avremo un tutorato obbligatorio e non più a richiesta, per ridurre il problema dell’abbandono dell’università. L’obiettivo è quello di creare una comunità di studenti, quest’estate abbiamo attivato un help desk attivo anche a ferragosto con un docente pronto a dare informazioni.  Il difetto: gli spazi fisici in cui fare lezione. Soffriamo di una carenza di aule: il mio sogno è quello di possedere una sede adeguata.Eleonora Rossicon la collaborazione di Eleonora VoltolinaIl testo integrale dell’intervista su: www.jobsoul.it Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Unitalk, la parola ai presidi: Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Roberto Nicolai, facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma- Franco Piperno, facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza di Roma- Un anno di Soul, il servizio di placement pubblico delle università del Lazio

Unitalk, la parola ai presidi: Benedetto Todaro, facoltà di Architettura Valle Giulia della Sapienza di Roma

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk” . Ogni settimana un colloquio con un preside per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi. Benedetto Todaro [foto], classe 1943, è preside della facoltà di Architettura Valle Giulia e coordinatore del dottorato di ricerca in Architettura e costruzione - spazio e società.Professore, che tipo di cambiamento nelle aspettative professionale possono generare nei giovani neolaureati la mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica?La percezione delle difficoltà  che il  tessuto sociale ha ad assorbire competenze qualificate può generare, nei neolaureati, una pericolosa demotivazione ed una disponibilità a forme di sott’occupazione, con influssi negativi sull’immagine pubblica e sull’autorevolezza dell’istituzione universitaria.Cosa può l'università preparare meglio i propri studenti al mondo del lavoro?Innanzitutto agire all’ingresso, attraverso forme di valutazione preventiva delle motivazioni e delle attitudini; poi con una doverosa revisione della propria efficacia formativa, e attraverso collegamenti diretti con le strutture operative destinate ad impiegare i laureati. Senza dimenticare la necessità di una reale selezione in itinere: non è detto che chiunque si iscrive debba necessariamente laurearsi. Dal 2003 le università sono diventate protagoniste nell’attività di intermediazione. Cosa ne pensa del servizio Soul? Quali ritiene che possono essere i suoi punti di forza e di debolezza?Il Soul è un servizio fondamentale, da incrementare rafforzandone il ruolo attraverso il potenziamento informatico/informativo fino a delineare profili personalizzati dei singoli laureati e delle strutture esterne dalle quali potrebbero essere valorizzati.È attivo, in Soul, il “Gestionale Tirocini”, una nuova piattaforma informatica che consente di snellire ed informatizzare le procedure amministrative necessarie per l’attivazione di un tirocinio curriculare e/o post lauream alla quale partecipa la facoltà di Architettura Valle Giulia.  Gli stage, facilitati dal Gestionale Tirocini, sono utili per accompagnare i laureati verso il mondo del lavoro?Ritengo che il “Gestionale Tirocini” possa e debba essere uno strumento di rilevanza nodale per accompagnare i laureati verso il mondo del lavoro.Le difficoltà che i giovani incontrano dopo la laurea dipendono solo dalle dinamiche interne al mondo del lavoro, o possono essere il frutto di alcuni atteggiamenti da parte dei giovani stessi, a volte poco attivi o con aspettative superiori alle reali richieste del mondo del lavoro? L’origine prima delle difficoltà di inserimento sta nella distanza tra istituzione universitaria, fino ad un decennio fa concentrata solo sui temi della ricerca e del trasferimento delle conoscenze – senza responsabilità sulla professionalizzazione – ed una società sempre più miope ed orientata alla logica del profitto, poco sollecita alle istanze di qualità reale.Quali potrebbero essere le iniziative per sensibilizzare di più studenti e corpo docente rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?Coinvolgere studenti e i docenti nelle problematiche di inserimento lavorativo sarebbe forse possibile incentivando l’attività conto terzi delle università, così da sperimentare già nella fase di formazione il lavoro di qualità organizzato in equipe miste di docenti e studenti.Eleonora RossiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Unitalk, la parola ai presidi: Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Un anno di Soul, il servizio di placement pubblico delle università del Lazio

Unitalk, la parola ai presidi: Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma

Con la rubrica “Unitalk” la Repubblica degli Stagisti inaugura oggi una collaborazione con Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro. Ogni settimana un colloquio con un preside (ma non solo: sentiremo anche professori e ricercatori) per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi. Una panoramica utile non solo per chi è già laureato ma anche per i tanti giovanissimi che cercano informazioni (non a caso una delle parole-chiave nell’intervista di Morcellini) per orientarsi nella scelta della facoltà.Mario Morcellini, 63 anni, è dal 2005 alla guida della facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma. Una facoltà che conta più di 5500 iscritti e oltre 1350 laureati ogni anno, in prevalenza ragazze (60%), e che propone un’offerta formativa che spazia dal corso di laurea in Comunicazione pubblica e d'impresa a quello in Comunicazione istituzionale, pubblicità e marketing sociale, da quello in  Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo a quello in Design, comunicazione visiva e multimediale. Tra i suoi libri più noti La tv fa bene ai bambini (Meltemi) e Il mediaevo italiano (Carocci).Professor Morcellini, di cosa parliamo quando diciamo “precarietà”?Si dice “Sento parlar bene del lavoro flessibile, ma tutte quelli che me ne parlano hanno il posto fisso”… La flessibilità diventa precarietà quando la si vive come tale. Non necessariamente per colpa della società: possono entrare in gioco fattori psicologici legati ad un'incapacità di mettersi in movimento, di crearsi un percorso lavorativo. Ma è vero anche che nel tempo che stiamo vivendo la società chiude le porte ai giovani. Questa non è una società per giovani, bisogna ammetterlo con dura fermezza, lo devono ammettere soprattutto quelli che hanno un lavoro stabile e i docenti universitari, perché sono quelli che più crudamente vedono le conseguenze disastrose del rigonfiamento eccessivo della precarietà. C'è una precarietà percepita che è quasi più sconvolgente di quella reale, che si traduce anche in un indebolimento psicologico e morale della formazione universitaria. Quanto effettivamente le conoscenze e il capitale sociale contano per un buon inserimento e una buona realizzazione in ambito professionale?Moltissimo, e questa è la prova di quanto l'università andrebbe fatta seriamente. Quando proviamo a dirlo ai nostri studenti sembra sempre un discorso pedagogico, mentre è un discorso economicamente competitivo. Il modo in cui ti metti in gioco educa la tua performance ed educa la tua capacità di relazione. I governi che si sono alternati hanno quasi sempre affermato che l'università non è in grado di preparare i giovani al mercato del lavoro ma questo è vero solo in parte. La mancanza di prospettive e l'attuale congiuntura economica  che tipo di cambiamento possono generare nei giovani neolaureati?Alcuni esiti possibili sono la sottovalutazione della propria forza contrattuale che comporta l'accontentasi del primo lavoro che si trova purché si guadagni qualcosa: in momenti di crisi si rischia di pensare che il primo treno sia anche l'unico e quindi ci si accontenta, ma non conviene, è un errore – anche se le esperienze sono sempre educative. Uno degli elementi che indebolisce la trasparenza del mercato del lavoro è l'assenza di corretta informazione. Una parte della crisi è una crisi di comunicazione, questo deficit è legato ai meccanismi provinciali o ultra tradizionali  di acquisizione di informazioni sul mercato del lavoro. I giovani italiani tendono a delegare  alla famiglia: il familismo, quasi mafioso, è un'interdizione allo sviluppo dei ragazzi. A volte mandano i genitori a parlare con il professore: questa è già una prova di debolezza, i genitori non si rendono conto del danno che fanno. Qual è il contributo ed il ruolo che l'università deve assumersi per avvicinare i propri laureati al mondo del lavoro?L'università deve riuscire di più a far capire qual è la capacità di placement dei curricula e su questo è fondamentale la diffusione del manifesto degli studi. Una facoltà che non mette l'analisi degli sbocchi lavorativi nel manifesto degli studi è una facoltà che ha qualcosa di cui vergognarsi. Secondo elemento: durante il corso di studi ci devono essere più possibilità di fare esperienze lavorative. Terzo elemento: devono essere potenziate le politiche di accompagnamento verso il mondo del lavoro, Soul è una di queste, un'iniziativa coraggiosa e anche molto innovativa perché è riuscita a fare rete. In generale la cultura dell'università deve essere più sensibile, abbiamo pensato di fare dei kit di aggiornamento culturale dei laureati ogni due anni, questa è la funzione dell'università. Internet può servire per mettere in contatto i laureati con le aziende?Due patologie rendono il mercato del lavoro difficilmente accessibile: la difficoltà comunicativa e il fatto che è oggettivamente difficile la comunicazione dei lavori strani. Il generalismo non ha la cultura e non ha gli strumenti per raccontare il lavoro che cambia. L'affinamento delle specificità e dell'eccentricità del mercato del lavoro lo può fare solo la Rete, perché è il mezzo più individualistico e quindi ecco dov'è che Internet può fare la differenza, come riduttore di distanze e facilitatore dell'accesso.Eleonora Rossicon la collaborazione di Eleonora VoltolinaIl testo integrale dell’intervista su: www.jobsoul.it Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stagisti e figli della riforma universitaria, l'identikit di Almalaurea - Dalla parte dei laureati - lo stage serve per trovare lavoro?

Pasquale Carrozzo, animatore del blog dei praticanti commercialisti: «Per evitare lo sfruttamento servono più controlli»

Pasquale Carrozzo, detto Doc, 30 anni, è un praticante commercialista di Taranto. Circa un anno e mezzo fa ha dato vita a un blog animato dedicato ai praticanti commercialisti. Nel sito si discute di novità utili alla professione, ma anche dei problemi dei praticanti. Doc, che cosa ha dedotto dalla frequentazione virtuale dei praticanti? Qual è l’umore medio dei praticanti commercialisti? L’umore è molto basso, molti praticanti si sentono all’inizio sfruttati. Appena laureati si ha la prospettiva di fare tre anni di gavetta.  Quelli che sono più motivati insistono, ma hanno comunque difficoltà economiche da affrontare. Dopo un anno e mezzo o due l’umore si solleva e cominciano ad avere dei benefici economici. E dopo la pratica? A quel punto bisogna fare una scelta: continuare a fare il lavoro dipendente presso lo studio o mettersi in proprio. Molti decidono di rimanere negli studi, spesso non si mette a frutto fino in fondo quello per cui si è studiato ma si ha la certezza di guadagnare 1.000-1.200 euro al mese. Per chi si mette in proprio, invece, le prospettive di guadagno sono maggiori, visto che il reddito medio è di circa 36mila euro all’anno.  Quanto guadagnano i praticanti? Lei ha anche lanciato un sondaggio sul blog in cui ciascuno ha dato una cifra diversa. Cosa accade in un caso tipo? La prassi dovrebbe essere: all’inizio si fa la pratica gratis o al massimo per 300 euro. Il secondo anno il rimborso sale a 5-600 euro. Alla fine si arriva a mille euro. Suppergiù avviene così in tutta Italia: al nord chiaramente si prende di più, a volte mille euro già alla fine del secondo anno. I praticanti hanno modo di pagarsi i contributi previdenziali? Sì, è possibile iscriversi alla cassa previdenziale e recuperare i tre anni di praticantato versando volontariamente i contributi. In pochi però lo fanno. Cosa fa un praticante commercialista?Svolge attività molto varie. In genere si parte con la registrazione degli eventi contabili più semplici per arrivare alle cose più complesse come redazione dei bilanci, dichiarazioni dei redditi, valutazione di un’azienda, finanza agevolata, cause tributarie ed operazioni da curatore fallimentare. Il dominus fa un inserimento graduale del praticante. Difficilmente a un praticante all’inizio viene data una pratica da seguire. Il rappresentante dell’Unione giovani avvocati ha detto che bisogna evitare che il praticantato sia un modo per avere lavoratori dipendenti sottopagati.  Vede il rischio di abusi da parte dei domimus o le sembra un percorso in genere virtuoso di apprendimento? Percorso virtuoso direi di no. È doloroso dirlo, ma sarebbe necessario che ci fossero più controlli da parte dell’Ordine. Già ora i praticanti devono compilare un libretto e riportare che cosa si è fatto, ma sarebbero auspicabili controlli meno formali. Ci sono situazioni spiacevoli in cui per tre anni si fa solo lavoro dipendente sottopagato e si impara poco. Cosa ne pensa della proposta di poter svolgere la pratica anche presso un dominus iscritto da meno di 5 anni all’albo? Io credo che il vincolo di 5 anni di iscrizione minima per avere praticanti sia giusto. Perché bisogna dimostrare sul campo di essere preparati prima di insegnare agli altri. L’esame. Gli ultimi dati parlano di una estrema differenza tra le sedi. Che tu sappia ci sono casi di turismo professionale? Forme di “turismo” certamente ci sono. Si cerca in tutti i modi di trovare le sedi più “appetibili” in cui svolgere l’esame che, faccio notare, è molto complesso. L’esame si può sostenere in tutte le sedi e non solo in quella in cui si è svolta la pratica [come avviene per gli avvocati, ndr]. Cosa cambierebbe lei nel sistema di praticantato attuale? Innanzitutto maggiori controlli dell’Ordine sulla qualità della pratica. E poi credo che si dovrebbe riconoscere una retribuzione minima ai praticanti. Non dico dal primo anno, ma sicuramente dal secondo, per a quel punto il praticante diventa produttivo per lo studio. Sarebbe anche un incentivo per continuare la professione. In ogni caso lo stato dovrebbe intevenire con aiuti economici, per esempio borse di studio, almeno in favore dei più meritevoli che non hanno la possibilità di completare la loro formazione professionale.   Fabrizio PattiPer saperne di più su questo argomento, vedi anche l'articolo «Commercialisti, l'esame è una scommessa - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / seconda puntata»

«Un ponte tra scuola e lavoro, ma vigili contro gli abusi»: parla Tiziano Treu, il «papà» degli stage

Nel 1997 Tiziano Treu, all'epoca ministro del Lavoro, firma la legge 196 dando vita a un corpo di Norme in materia di promozione dell’occupazione. Tra queste, contenute in quello che ancora oggi chiamiamo «pacchetto Treu», ci sono anche le linee di indirizzo per la nascita degli stage. Oggi Treu [foto] è senatore nelle fila del Partito Democratico e presidente della Commissione permanente che si occupa di lavoro e previdenza sociale. Senatore, lei è un po' il «papà» degli stage: a dodici anni dalla legge che porta il suo nome, che bilancio può fare?Quando è usato nel modo corretto, lo stage risulta una buona formula. Ma si deve fare di più e meglio, seguendo l’obiettivo indicato dall’Europa: rendere queste esperienze lo strumento ponte tra scuola e lavoro, una sorta di passaggio obbligato per gli studenti.Ogni anno sono almeno trecentomila gli stagisti italiani. Dalle loro esperienze emerge che lo stage è usato sempre meno come pura formazione e sempre più come espediente per avere manodopera a basso costo. Cosa ne pensa?È vero: spesso si fa un uso abnorme di questo strumento, sia in termini di orientamento professionale sia in termini di formazione, dimenticando il fatto che non si tratta di rapporti di lavoro subordinato. E’ chiaramente un utilizzo distorto dello stage, che invece deve servire agli studenti per prepararsi ad entrare nel mondo del lavoro.E gli stagisti trenta-quarantenni?Purtroppo rientrano in quello che ho definito un uso distorto di questo strumento.Come mai per le aziende poco virtuose la legge non ha previsto sanzioni? Non crede che oggi ce ne sarebbe bisogno? Qualcuno a questo proposito propone di multare le aziende, o almeno impedire di ospitare stagisti per un certo periodo.Non è vero che le sanzioni non ci sono. Se lo stage maschera un rapporto di lavoro subordinato automaticamente si trasforma in lavoro nero, e come tale viene punito. Il vero problema semmai è quello dei controlli, che mancano e che dovrebbero essere fatti prima di tutto dalle scuole e dalle università. Anche perché in un Paese che soffre un tasso così alto di lavoro sommerso è difficile che i controlli di tipo ispettivo vengano fatti anche sugli stage. Per quanto riguarda multe o divieti temporanei per le aziende se ne può discutere, ma il problema è diffondere di più e meglio lo stage, non bloccarlo. Pensiamo invece a dare incentivi o premi a chi fa bene. Voglio citare l’esempio di un gruppo di istituti tecnici di Treviso, che ha costruito un percorso virtuoso per gli studenti dell’ultimo anno. I ragazzi si avvicinano alle aziende prima con sei mesi di stage orientativo, poi fanno quattro mesi in formazione e infine un anno di apprendistato. Alla fine del percorso la maggior parte di questi ragazzi resta in azienda a lavorare.Lo stage deve avere finalità esclusivamente formative o può essere usato come prima fase di un processo di recruiting e di inserimento lavorativo?Le due cose non sono incompatibili. Lo stage è un tirocinio, ma può essere collegato con l’inizio di un percorso professionale.In quanto «formazione», lo stage può essere normato dalle Regioni. Questo genera casi discutibili, come quello del «Programma stages» avviato dal consiglio regionale della Calabria emerso proprio grazie a un'inchiesta della Repubblica degli Stagisti. Lì sono stati avviati e sono tuttora in corso tirocini di addirittura 24 mesi, destinati a laureati anche occupati. È accettabile?Non molto: è chiaro che la competenza regionale in materia di formazione non può violare o tradire i principi del diritto del lavoro, la cui regolamentazione spetta esclusivamente allo Stato. Per quanto riguarda la Calabria, credo che sia un caso estremo. E non è certo l’unico esempio di cattivo utilizzo dei fondi europei destinati alla formazione professionale.La Repubblica degli Stagisti ha definito di recente nove punti fondamentali per definire un buono stage, riassunti nella Carta dei diritti dello stagista. Suggerendo per esempio che gli stage non debbano durare più di sei mesi e che gli stagisti ricevano un minimo di rimborso spese. Che ne pensa?Per quanto riguarda la durata massima dello stage direi che va bene quella attualmente prevista. Sui rimborsi bisogna stare attenti: secondo me dovrebbero essere riconosciuti solo sulla base delle effettive spese sostenute dallo stagista, e non stabiliti invece in modo forfettario, perché rischierebbero di avallare gli abusi.Giuseppe Vespo

«Praticanti, ora la retribuzione è obbligatoria: ma è giusto non fissare un minimo» - Intervista al presidente dei giovani avvocati

Tra i problemi dei praticanti avvocati ci sono la retribuzione ridotta, se non nulla, e la lotteria dell’esame di abilitazione alla professione, con percentuali di superamento estremamente variabili da provincia a provincia. Ne parliamo con Giuseppe Sileci, 41 anni, presidente nazionale di Aiga, Associazione italiana giovani avvocati. Presidente, la proposta di riforma della professione elaborata dalle associazioni dell’avvocatura e ora in discussione al Senato prevede l’obbligo della retribuzione per i praticanti. Non è però fissato un salario minimo. Come mai? Innanzitutto è importante che sia stato introdotto l’obbligo di retribuzione, che scatta dopo il primo anno di pratica. C’era già un’indicazione in questo senso nel Codice deontologico, ma era disattesa. La mancata indicazione di un minimo salariale si deve al fatto che la retribuzione dipende da fattori come la dimensione dello studio e l’apporto dato dal praticante. Detto questo, così come il compenso per un avvocato deve essere dignitoso e decoroso, lo stesso principio deve valere per i praticanti. Come andrebbe cambiato il percorso per diventare avvocati? Una cosa che cambierà con la riforma è l’obbligo di frequentare delle scuole, oltre a svolgere la pratica negli studi. In questo contesto, l’attuale incognita dell’esame di abilitazione sarebbe sostituita da verifiche durante i due anni di scuola. L’esame rimarrebbe ma sarebbe semplificato. Ci sarebbe però da cambiare molto anche per quanto riguarda gli stage. Che cosa in particolare? Attualmente gli studenti di Giurisprudenza hanno la minore percentuale di frequenza di stage. Si dovrebbe mettere gli studenti nelle condizioni di frequentare stage formativi all’ultimo anno. Questo permetterebbe loro di avere più consapevolezza, prima della laurea, di cosa significhi lavorare in uno studio. Molto spesso chi consegue la laurea ha un bagaglio di nozioni enorme, ma uno scarsissimo senso pratico e ben poche competenze tecniche per avviarsi a una professione liberale. Da quando le prove d’esame sono corrette in città diverse da quelle dove si svolge l’esame, si sono ridotti i “casi Catanzaro”, cioè le disparità di trattamento dei candidati e il conseguente  “turismo  forense”. Che giudizio dà dell’esame attuale e che cosa cambierebbe? La riforma Castelli voleva risolvere due problemi: il turismo forense, permetteva di fare l’esame in una provincia dove le promozioni erano alte spostando la propria sede di tirocinio nell’ultimo semestre. Su questo aspetto un risultato è stato conseguito. Invece sul secondo obiettivo della legge, quello di garantire una valutazione omogenea in tutta Italia, il risultato non è stato ancora raggiunto [si veda anche questa analisi sul tema realizzata dal Sole 24 Ore, ndr]. Le percentuali di ammessi agli orali sono o troppo basse o troppo alte. La nostra proposta era che gli elaborati venissero portati a Roma, mescolati e ridistribuiti in maniera casuale alle varie commissioni distrettuali. A proposito di turismo forense, impazzano sui siti che trattano di avvocatura e su quelli di società come Cepu le offerte che aiutano  a ottenere l’abilitazione in Spagna.  Omologando la laurea italiana e ottenendo una laurea spagnola, infatti, si diventa avvocati in Spagna e ci si può iscrivere all’albo italiano degli avvocati come avvocato “stabilito”. Dopo tre anni, si viene integrati nell’albo italiano come avvocato a tutti gli effetti. Non le sembra scandaloso? È un fenomeno diffuso? Ho difficoltà a confermare che sia diffuso,  di certo è una pratica che contesto. Si tratta di una falla nel sistema, oggi la Spagna è un’anomalia in Europa. Non c’è troppo da preoccuparsi, tuttavia, perché la falla sarà turata nel 2011, quando anche in Spagna chi vorrà abilitarsi dovrà sostenere un esame. Fabrizio PattiPer saperne di più su questo argomento, vedi anche l'articolo «Da grande voglio fare l'avvocato - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / prima puntata»

Crisi e mercato del lavoro, Tito Boeri: è il momento che i giovani si facciano sentire e lancino delle proposte

Sulla crisi economica c’è un assordante silenzio: quello dei giovani. Lo denuncia Tito Boeri [nella foto] nel suo ultimo editoriale, pubblicato l’altroieri sul quotidiano La Repubblica. Nell’articolo  l’economista, docente alla Bocconi, autore insieme a Pietro Garibaldi del saggio Un nuovo contratto per tutti  (Chiarelettere) e fondatore del sito lavoce.info, analizza criticamente il «pullulare di associazioni» dei «giovani di»: da quelli di Confindustria fino agli ultimi nati in seno all’Italia dei Valori, i Giovani di valore. «Riserve indiane», le definisce Boeri, che non lanciano «nessun campanello d’allarme» di fronte alla «redistribuzione silenziosa che si sta operando in questo difficile 2009». Il riferimento è all’aumento della spesa prevista in Italia per le pensioni e alle stime sulla decrescita del Pil. Dati aggravati dalle ultime previsioni Ocse e Confindustria (Pil a -5% e disoccupazione all’8,6% nel 2009), per far fronte ai quali crescerà la spesa pubblica a danno dei precari e di chi è in cerca di lavoro.Professore, lei ha scritto che i giovani, quelli senza «di», forse torneranno a contare quando si libereranno di tutti questi «giovani di». Ma visto che in Italia con la parola giovani si indica spesso un’entità imprecisa, cominciamo col definire chi sono quelli che non fanno parte delle «riserve indiane».Mi fa piacere che il mio articolo abbia suscitato una discussione: già questa è una reazione positiva. Perché penso che i giovani possano contare nel dibattito pubblico solo se escono fuori da queste riserve, create per far vedere che si pensa ai loro problemi ma che in realtà sono associazioni per gli amici degli amici. Ad ogni modo per giovani intendo gli studenti, i futuri lavoratori e chi è da poco nel mercato del lavoro. E che soffre, per questo, gli svantaggi di un sistema retributivo e pensionistico diverso da chi lo ha preceduto. Lei sostiene che oggi a disposizione di queste persone ci sia un’arma in più: internet. Quest’arma basta per uscire dal silenzio? E come andrebbe usata?Oggi internet è usato per lo più come strumento di dibattito, per esempio attraverso i forum. Credo invece che debba diventare spazio di proposta e di organizzazione collettiva. I giovani potrebbero usare la Rete come mezzo per emergere e diventare classe dirigente. Pensi alle primarie di un partito: si può creare il consenso organizzando una base elettorale attraverso il web, candidandosi alla dirigenza ed entrando dalla porta principale, senza sperare di essere cooptati e senza rischiare di cadere vittime della sindrome del principe Carlo d’Inghilterra. Cioè?Visto che ci si ritira sempre più tardi dalla vita attiva, per i giovani il rischio è che si allontani sempre di più il giorno in cui diventeranno classe dirigente.Torniamo al suo articolo. Ha lamentato il silenzio di fronte all’invito a non licenziare fatto alle azienda dal ministro Sacconi. Ha scritto a questo proposito che il blocco dei licenziamenti in una congiuntura come quella attuale si traduce in due cose: che a perdere il lavoro saranno i lavoratori con contratti a tempo e che non ci saranno più assunzioni. Dovremmo sperare nei licenziamenti? Non diventerebbe una guerra fra poveri?È chiaro che non auspico questo. Capisco di aver sollevato temi che evidenziano le contraddizioni del nostro mercato del lavoro e del nostro sistema pensionistico. Ma non dimentichiamo che agire solo in una direzione, quella del blocco dei licenziamenti, ci costringerà al blocco delle assunzioni. In questo modo tutte le risorse andranno a quelle imprese che non sono in grado di reggere le difficoltà, innovare, e che lasceranno fuori i giovani, appunto. Quindi?Bisogna creare le condizioni affinché si possa competere su basi uguali, valorizzando le risorse di chi – e generalmente sono i giovani – è più qualificato. E’ dimostrato che i lavoratori qualificati creano lavoro anche per chi lo è meno. Non accade mai l’inverso. Per questo dico che se chiudiamo le porte ai più preparati distruggiamo posti di lavoro.Nel suo editoriale punta anche il dito contro chi non ha protestato per i tagli alla scuola, «l’unica istituzione che toglie ai vecchi per dare ai giovani». E il movimento dell’Onda? Infatti mi riferivo ai «giovani di». L’Onda è un’esperienza importante: ma dovrebbe fare anche delle proposte, perché è questo il momento. Dalla crisi si esce superando l’immobilismo.Dalla scuola agli stage. Cosa ne pensa?Avrebbero senso se fossero solo dei brevi periodi inframmezzati allo studio. Lo stage andrebbe inteso come esperienza da tradurre in tesi e lavoro di ricerca. Oggi, invece, spesso se ne abusa, con le aziende che ne fanno ricorso per risparmiare sul costo del lavoro. Il fatto che poi queste esperienze si traducano in situazioni croniche di instabilità lavorativa è un’altra patologia del nostro mercato del lavoro. Anche per questo ho proposto l’istituzione di un contratto unico per tutti.Giuseppe VespoPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»