Categoria: Interviste

Crisi e mercato del lavoro, Tito Boeri: è il momento che i giovani si facciano sentire e lancino delle proposte

Sulla crisi economica c’è un assordante silenzio: quello dei giovani. Lo denuncia Tito Boeri [nella foto] nel suo ultimo editoriale, pubblicato l’altroieri sul quotidiano La Repubblica. Nell’articolo  l’economista, docente alla Bocconi, autore insieme a Pietro Garibaldi del saggio Un nuovo contratto per tutti  (Chiarelettere) e fondatore del sito lavoce.info, analizza criticamente il «pullulare di associazioni» dei «giovani di»: da quelli di Confindustria fino agli ultimi nati in seno all’Italia dei Valori, i Giovani di valore. «Riserve indiane», le definisce Boeri, che non lanciano «nessun campanello d’allarme» di fronte alla «redistribuzione silenziosa che si sta operando in questo difficile 2009». Il riferimento è all’aumento della spesa prevista in Italia per le pensioni e alle stime sulla decrescita del Pil. Dati aggravati dalle ultime previsioni Ocse e Confindustria (Pil a -5% e disoccupazione all’8,6% nel 2009), per far fronte ai quali crescerà la spesa pubblica a danno dei precari e di chi è in cerca di lavoro.Professore, lei ha scritto che i giovani, quelli senza «di», forse torneranno a contare quando si libereranno di tutti questi «giovani di». Ma visto che in Italia con la parola giovani si indica spesso un’entità imprecisa, cominciamo col definire chi sono quelli che non fanno parte delle «riserve indiane».Mi fa piacere che il mio articolo abbia suscitato una discussione: già questa è una reazione positiva. Perché penso che i giovani possano contare nel dibattito pubblico solo se escono fuori da queste riserve, create per far vedere che si pensa ai loro problemi ma che in realtà sono associazioni per gli amici degli amici. Ad ogni modo per giovani intendo gli studenti, i futuri lavoratori e chi è da poco nel mercato del lavoro. E che soffre, per questo, gli svantaggi di un sistema retributivo e pensionistico diverso da chi lo ha preceduto. Lei sostiene che oggi a disposizione di queste persone ci sia un’arma in più: internet. Quest’arma basta per uscire dal silenzio? E come andrebbe usata?Oggi internet è usato per lo più come strumento di dibattito, per esempio attraverso i forum. Credo invece che debba diventare spazio di proposta e di organizzazione collettiva. I giovani potrebbero usare la Rete come mezzo per emergere e diventare classe dirigente. Pensi alle primarie di un partito: si può creare il consenso organizzando una base elettorale attraverso il web, candidandosi alla dirigenza ed entrando dalla porta principale, senza sperare di essere cooptati e senza rischiare di cadere vittime della sindrome del principe Carlo d’Inghilterra. Cioè?Visto che ci si ritira sempre più tardi dalla vita attiva, per i giovani il rischio è che si allontani sempre di più il giorno in cui diventeranno classe dirigente.Torniamo al suo articolo. Ha lamentato il silenzio di fronte all’invito a non licenziare fatto alle azienda dal ministro Sacconi. Ha scritto a questo proposito che il blocco dei licenziamenti in una congiuntura come quella attuale si traduce in due cose: che a perdere il lavoro saranno i lavoratori con contratti a tempo e che non ci saranno più assunzioni. Dovremmo sperare nei licenziamenti? Non diventerebbe una guerra fra poveri?È chiaro che non auspico questo. Capisco di aver sollevato temi che evidenziano le contraddizioni del nostro mercato del lavoro e del nostro sistema pensionistico. Ma non dimentichiamo che agire solo in una direzione, quella del blocco dei licenziamenti, ci costringerà al blocco delle assunzioni. In questo modo tutte le risorse andranno a quelle imprese che non sono in grado di reggere le difficoltà, innovare, e che lasceranno fuori i giovani, appunto. Quindi?Bisogna creare le condizioni affinché si possa competere su basi uguali, valorizzando le risorse di chi – e generalmente sono i giovani – è più qualificato. E’ dimostrato che i lavoratori qualificati creano lavoro anche per chi lo è meno. Non accade mai l’inverso. Per questo dico che se chiudiamo le porte ai più preparati distruggiamo posti di lavoro.Nel suo editoriale punta anche il dito contro chi non ha protestato per i tagli alla scuola, «l’unica istituzione che toglie ai vecchi per dare ai giovani». E il movimento dell’Onda? Infatti mi riferivo ai «giovani di». L’Onda è un’esperienza importante: ma dovrebbe fare anche delle proposte, perché è questo il momento. Dalla crisi si esce superando l’immobilismo.Dalla scuola agli stage. Cosa ne pensa?Avrebbero senso se fossero solo dei brevi periodi inframmezzati allo studio. Lo stage andrebbe inteso come esperienza da tradurre in tesi e lavoro di ricerca. Oggi, invece, spesso se ne abusa, con le aziende che ne fanno ricorso per risparmiare sul costo del lavoro. Il fatto che poi queste esperienze si traducano in situazioni croniche di instabilità lavorativa è un’altra patologia del nostro mercato del lavoro. Anche per questo ho proposto l’istituzione di un contratto unico per tutti.Giuseppe VespoPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»

Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli»

Chi sono i trentenni italiani? Come vivono, cosa sognano, quanto guadagnano? Concetto Vecchio, giornalista di Repubblica, ha provato a scoprirlo. Si è messo sulle loro tracce, li ha intervistati, osservati, seguiti. Ne è venuto fuori un libro-reportage, Giovani e belli, sottotitolo «Un anno fra i trentenni italiani all'epoca di Berlusconi», pubblicato da Chiarelettere e uscito in libreria il 9 aprile.Concetto Vecchio, nel suo libro il mondo dei giovani italiani appare come fratturato in due: da una parte quelli che si fanno il mazzo, dall'altra quelli a cui le opportunità cadono in testa dal cielo, come le belle parlamentari descritte nel capitolo «Forza Gnocca».È così: peccato che nel secondo gruppo ci sia una piccolissima minoranza, e che la stragrande maggioranza sia rappresentata da chi fa una fatica enorme. Ho voluto anche smascherare la favola secondo cui Berlusconi metterebbe al potere i giovani: ma quali giovani? Quelli belli, telegenici e con un buon cv, da piazzare in parlamento prestissimo, senza che abbiano né vocazione né esperienza politica. Volevo raccontare questo mondo perchè poi fuori ce n’è un altro, fatto di altri ragazzi, che possono contare solo sul proprio talento e a cui le opportunità sono precluse, costretti a una vita di stage e concorsi. E sottolineo che il libro è uscito quando ancora non erano scoppiati il caso Noemi e quello delle veline candidate alle Europee!Nel capitolo «Toghe sfruttate» tocca il tema del praticantato per diventare avvocato.Questo capitolo è nato ascoltando le storie di tanti amici e conoscenti che venivano utilizzati dagli studi legali come portaborse, galoppini, spesso a zero lire. Ho cercato storie significative e ne è emerso uno spaccato desolante e moralmente ripugnante, sopratutto considerando che questi studi fatturano moltissimo. È sicuramente il risultato di un atteggiamento culturale italiano secondo cui i giovani bisogna tenerli un po' bassi,  in una condizione  subalterna, della serie «è già tanto che impari un lavoro». Come Sandra, che a 34 anni quando fa il colloquio in uno studio legale ha «l'ardire di chiedere a quanto ammonterebbe il rimborso spese» e si sente rispondere «Veramente noi pensavamo a un praticante, a un giovane da non pagare...». Ma come si può modificare questa situazione?Ho paura che i giovani l'abbiano accettata: non si vedono all'orizzonte tentativi di riscossa, è come se vivessimo in Paese cloroformizzato. Durante la stesura del libro parlavo con ragazzi che mi raccontavano condizioni di vita durissime, e però dicevano tutti «Vabbè, in Italia è così…». Il sentimento dominante è l’accettazione dell'esistente. Sicuramente c'è chi cerca di cambiare la situazione, si dà da fare, si impegna nel volontariato e nella politica - ma la maggioranza sta altrove. Il dato saliente è che i giovani non sono riusciti a «fare rete»: nel Sessantotto [al quale Vecchio ha dedicato il suo primo libro, Vietato obbedire] ci fu un'intera generazione che si coalizzò e riuscì a far saltare il tappo. Questa invece è una generazione di individualisti: e lì sta la ragione della sua debolezza.Un capitolo si intitola «Dottori d'illusioni» e punta il dito contro il sistema universitario italiano che funziona per cooptazione e dove va avanti solo chi si può permettere di lavorare gratis, col risultato che moltissimi cervelli scappano.Investiamo pochissimo in ricerca e istruzione: il nostro sistema di reclutamento dei cervelli è inadeguato. Se non si proviene da una famiglia abbiente e con un buon network di conoscenze, è ben difficile trovare uno spazio in questo mondo. Quando uno dei ricercatori che ho intervistato, che oggi vive in Olanda, si è lamentato col suo professore, quello gli ha risposto desolato: «Fare lo studioso è da figli di papà». Il che è agghiacciante, perchè se uno dimostra di avere i numeri lo Stato dovrebbe sostenerlo, non costringerlo ad emigrare! All'estero i giovani vengono pagati meglio e rispettati di più come persone: i professori magari aiutano i nuovi arrivati anche su cose pratiche, come la ricerca di una casa. Ve lo immaginate uno dei nostri baroni a fare la stessa cosa? C’è sempre la retorica del «La gavetta l’abbiamo fatta tutti…» Certo, bisogna farla: ma a condizioni dignitose, non a 500 euro al mese! È giusto essere umili, imparare lavorando, consumarsi le suole delle scarpe, ma non si deve per forza accettare di essere umiliati e mortificati. Però i giovani dovrebbero anche darsi una mossa, e non limitarsi a dare la colpa al sistema. Se la situazione è così grave e compromessa c'è anche una loro responsabilità, che sta nell'individualismo esasperato: ognuno pensa solo a se stesso. Anche l’utilizzo di Internet, da Facebook in giù, nasconde un pericolo: convincersi che si possa fare rete stando davanti al proprio computer, senza uscire di casa. Questo non è abbastanza, io lo vedo anche nel mio lavoro: trovare una notizia al telefono è molto diverso da cercarla per strada. Anche per scrivere il libro ho dovuto scarpinare, conoscere le persone, impegnarmi per ottenere la loro fiducia. Non basta stare davanti al computer.Nel libro c’è anche la storia di Annarita, laureata in lettere, che lavora per tre anni come redattrice cocopro in una casa editrice per 600 euro al mese e poi si sente fare la proposta: tramutiamo il tuo contratto in uno stage a 500 euro al mese. Sa se ha denunciato questo comportamento scorretto?No, non lo ha fatto. Probabilmente perchè non si è sentita tutelata, perchè ha pensato magari che la sua denuncia avrebbe potuto nuocerle.Lei ha fatto stage nella sua vita?Io ho cominciato a lavorare giovanissimo, nel 1990, e gli stage ai miei tempi non c'erano. Ho avuto una grande alleata, la vocazione: è da quando so leggere e scrivere che voglio fare il giornalista. È stata la mia fortuna. A 19 anni mi presentai alla redazione del Giornale di Sicilia, ebbi fortuna e mi presero subito per dei contratti a termine. Poi fui assunto in un giornale locale, la Cronaca di Verona, dove feci il praticantato. A Repubblica sono arrivato a 35 anni, dopo una gavetta di quindici anni nei giornali locali: e questo mi aiuta a tenere i piedi per terra.Come vede gli stagisti che passano nella sua redazione?Quelli che arrivano dalle scuole di giornalismo più serie, come l'IFG, la Luiss, la Cattolica sono molto preparati. Secondo me chi è veramente bravo ce la fa: però essere bravo vuol dire anche avere un buon carattere, essere maturo, sapersi comportare adeguatamente. Non bisogna nascondersi che questi sono anni molto duri per la stampa: ormai è dannatamente difficile entrare in un giornale. Nessuno ti regala niente, e oggi la sfida è più ardua che mai: occorre un supplemento di determinazione.I «giovani» che racconta nel libro hanno circa trent'anni. Il «giovane e bello» che ha ispirato il titolo, Gianni Chiodi, oggi presidente della Regione Abruzzo, ne ha addirittura 48. Oggi si è giovani in eterno?In Italia pare proprio di sì. Lo vedo anche su me stesso: quando vado a presentare i libri mi dicono «Ah, ma lei è giovanissimo!», ma io non credo proprio di essere giovanissimo: ho 38 anni! È un altro degli aspetti della regressione in atto nel nostro Paese: Chiodi viene ritenuto giovane, ma dobbiamo chiederci: da chi? Da Berlusconi, che è un settantaduenne! Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Crisi e mercato del lavoro, Tito Boeri: è il momento che i giovani si facciano sentire e lancino delle proposte- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»

Centro per l'impiego di Frosinone: il posto «magico» dove uno stagista su due trova lavoro

Rispolverando il sempreverde Trilussa, se in media nella vita a ognuno spetta un pollo, ci sarà sempre il fortunato che se ne mangia due, e il poveraccio che resta a bocca asciutta... E così, parlando dell'attività dei centri per l'impiego, è interessante andare a scoprire come vanno le cose in uno di quelli che funzionano meglio - almeno per quanto riguarda la promozione di tirocini: quelli che portano alla media nazionale di assunzione dopo lo stage (26,5%) i famosi due polli, e contribuiscono a innalzarla.I due polli in questo caso sono rappresentati da un dato percentuale: 44%. Che tradotto vuol dire: mentre in media in Italia chi fa uno stage attraverso un centro per l'impiego ha poco più di una possibilità su quattro di ottenere un contratto, a Frosinone le possibilità salgono a quasi una su due.«Questi risultati sono il frutto di un lavoro che parte da lontano» spiega alla Repubblica degli Stagisti Gerardo Segneri, coordinatore dei centri per l'impiego della provincia di Frosinone: «Agendo sempre su due versanti, quello delle aziende e quello dei lavoratori, in questo caso tirocinanti». In tutto nel 2007 sono stati attivati dai quattro centri della provincia - Frosinone, Sora, Cassino e Anagni - 1548 stage (di cui 19 a persone disabili). Qualche dato sull'età degli stagisti: la parte del leone la fanno i 20-24enni (36%) e i 25-29enni (23%). Un 22% degli stage ha coinvolto persone ultratrentenni e infine un 18% ragazzi con meno di 19 anni. Nella maggioranza dei casi (quasi 6 su 10) il titolo di studio è il diploma: «Ma siamo anche riusciti a collocare in stage ben 460 persone che avevano solamente la licenza media, e oggi come oggi non è facile: questo titolo di studio è ormai davvero molto debole» puntualizza Segneri.E dove sono andati a finire, questi stagisti? In oltre la metà dei casi in microimprese (con meno di dieci dipendenti); un 23% è stato inserito in piccole imprese con 10-15 dipendenti, un altro 17% in piccole imprese con 16-49 dipendenti. Solo il 4% hanno trovato posto in medie imprese (da 50 a 249 dipendenti) e come fanalino di coda un 1% nelle grandi imprese. Ma come, si dice che le microimprese sono quelle meno inclini ad assumere dopo lo stage... «Beh, nel nostro territorio no» ribatte Segneri: «Anzi noi, a differenza di altri centri per l'impiego, attiviamo stage anche ad aziende che non hanno nemmeno un dipendente. E non lo facciamo a caso: siamo persuasi che il titolare abbia la possibilità di seguire molto da vicino il suo stagista, non avendo altri dipendenti. E i fatti ci danno ragione: non di rado è capitato che alla fine dello stage l'impresa passasse da zero dipendenti a un dipendente!»: assumendo cioè l'ex stagista.Il centro per l'impiego di Frosinone è poi molto presente nel monitoraggio in itinere dello stage: svolge per ogni tirocinio tre verifiche presso l'impresa ospitante - una all'inizio, un'altra a metà e la terza poco prima della fine - parlando con lo stagista e con il tutor aziendale per accertarsi che tutto proceda bene: «In questo modo riusciamo sempre ad avere un quadro preciso dell'andamento dello stage, della capacità dell'azienda di trasmettere competenze, e della reale utilità del percorso formativo per il tirocinante». Qualche caso problematico può capitare, ma in percentuale sono davvero pochi: «Solo un 12% interrompe lo stage prima del previsto» spiega Segneri «ma nella maggior parte dei casi lo fa perchè ha trovato  un'occasione di lavoro migliore, o per motivazioni personali». Se però emergono problemi concreti con l'impresa, la convenzione non viene rinnovata: «Come ente promotore, noi abbiamo la discrezionalità di decidere se un'azienda è adatta o no ad accogliere stagisti. E questa discrezionalità la usiamo: a un'azienda che si è dimostrata incapace di condurre in modo corretto un tirocinio non mandiamo   più stagisti».  Insomma, il centro per l'impiego di Frosinone ha una ricetta magica per trasformare lo stage in lavoro? «Più che una ricetta, abbiamo alle spalle un gran lavoro» conclude Segneri: «Ci siamo impegnati negli anni per diffondere e radicare  una cultura dello stage, spiegando bene sia alle persone in cerca di lavoro sia alle aziende quali sono le finalità dello stage, cercando di prevenire gli abusi e gli usi distorti di questo strumento. E poi abbiamo fatto e continuiamo a fare un oculato lavoro di preselezione: cerchiamo insomma di mandare la persona giusta al posto giusto». Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, vedi anche l'articolo «Stage attivati dai centri per l'impiego: ecco la radiografia annuale dell'Isfol»

Generazione 1000 euro, il regista: «Ragazzi, ricominciate a indignarvi e a lottare per i vostri diritti»

Seguire il proprio talento ed essere condannati alla precarietà o forzare la propria natura per un lavoro relativamente sicuro? È probabilmente la domanda chiave per molti neolaureati o laureandi. Ed è quella che, mettendo il dito nella piaga, pone il film “Generazione mille euro”, da qualche giorno nelle sale (nella foto a destra, Alessandro Tiberi e Carolina Crescentini in una scena). Al centro del film, tratto dal libro omonimo di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, c’è Matteo, trentenne matematico che in attesa di un concorso universitario non truccato lavora in un ufficio marketing senza la minima motivazione. E che a un certo punto è chiamato a una scelta di vita. La Repubblica degli Stagisti ha girato la domanda direttamente al regista, Massimo Venier, già noto per il sodalizio con il trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Chi oggi sta per uscire dall’università probabilmente dovrà scegliere, come il protagonista Matteo, tra un lavoro per cui si sente portato e uno che troverà facilmente. Vale la pena di seguire il talento?Ovviamente sì. Io penso che il tema non sia tanto quello di seguire il talento, quanto di non uccidere la propria natura. Moltissime persone seguirebbero la prospettiva di un lavoro scintillante in una città altrettanto scintillante, magari tradendo la propria passione, perché pensano che essere adulti voglia dire fare scelte di questo tipo. E io ho molto rispetto per questo tipo di approccio, il film non vuole dare lezioni a nessuno. Ma non a caso il protagonista sceglie di non tradire se stesso. Io dico che se siamo in un’epoca in cui si dice “non puoi permetterti di essere te stesso”, la situazione è molto grave. Dal punto di vista professionale, inoltre, ho il sospetto che paghi di più seguire il proprio talento.Il mercato del lavoro si è fatto più arduo: crede che la generazione dei neolaureati di oggi sia incapace di accettare i compromessi?No. Non voglio naturalmente generalizzare, ci sarà pure qualcuno viziato, ma esistono tante altre persone che col compromesso ci nascono. Una gran parte di persone si impedisce persino di pensare alcune cose. Si accettano come normali situazioni per cui bisognerebbe indignarsi, a partire dal nepotismo.  Credo che dire che i ragazzi non sono capaci di accettare dei compromessi sia troppo a favore di qualcuno. Pensare di avere dei diritti è considerata una cosa borghesoccia, da figli di papà. Invece ci sono dei diritti che sono stati conquistati duramente e che stiamo buttando via.Non ci sono stage in questo film.Ecco, lo stage è un esempio di come si accettano situazioni ancora meno tutelate. Non ho voluto inserirne nel film perché ho pensato che la scelta del protagonista dovesse essere tra due possibilità lavorative comparabili, e non tra un vero lavoro e uno stage. A proposito di scelte, le due giovani donne sembrano avere le idee molto più chiare degli uomini.Non è un caso. Credo che sia così anche nella vita reale. Ho una stima a prescindere per le donne - per il loro modo di affrontare e risolvere le cose. Se dovessi scegliere di affidare qualcosa a qualcuno, sceglierei una donna.Non mi sembra neanche casuale la presenza di Paolo Villaggio (nella foto, in una scena del film) nell cast. È un omaggio alla feroce rappresentazione del mondo aziendale che fece con Fantozzi?Sì, è vero. Visto che stiamo parlando di un grandissimo attore, mi sono stupito che nessuno finora l’abbia osservato. Anche senza i livelli di Fantozzi, nel film raccontiamo la “nuova alienazione”. Il fatto che lui interpreti un personaggio importante è senz’altro una citazione.L’azienda è rappresentata come una somma di insipienza, pesantezza, perfino sadismo. Non è possibile essere umani?Qualcuno lo è, diamo comunque una piccola speranza. Dopo i graffi non infieriamo e lasciamo che prevalga l’amore per i personaggi.Nel film Milano non è solo uno sfondo: è molto protagonista. Questo film si sarebbe potuto girare anche altrove?Secondo me no. Milano è il luogo dove il fenomeno della precarietà nasce e dove è più forte. È una città poco generosa, dove non esiste più la “solidarietà del quartiere”. Al massimo c’è un controllo sociale. E poi è una città carissima: l’aspetto economico è pesante.A Milano con mille euro si riesce a vivere?È difficile, perché la città è organizzata in modo da chiedere soldi ossessivamente, in tutti i modi. Si può vivere con mille euro rinunciando a molto. Per questo una battuta dice che è la prima volta che le persone se ne tornano in Molise. Non è per mancanza di rispetto ai molisani, che hanno frainteso il senso e se la sono presa, ma è perché per la prima volta ci sono giovani che pensano che in provincia si viva meglio. Fabrizio Patti  

Social network delle mie brame, come trovo il lavoro migliore del reame? Su Internet

Marco Scaloni, classe 1975, è un ingegnere elettronico col pallino di Internet. Nell’ambito del progetto «Senigallia 2.0» ha portato una testimonianza di come la Rete si possa utilizzare non solo per l’informazione o lo svago, ma anche per mettere in circolazione il proprio cv e tessere quelle preziose relazioni professionali che servono a trovare lavoro – o magari a trovarne uno migliore.Insomma, Internet è diventato un’enorme bacheca di annunci di lavoro?Si, ma è molto di più. È uno strumento utilissimo, che si può utilizzare a vari livelli.Partiamo dal primo, allora.Le classiche bacheche di annunci, quelle affisse nei centri per l’impiego oppure pubblicate sulla stampa cartacea, hanno trovato in Internet un luogo ideale dove crescere e migliorare. Una delle più frequentate è Trovolavoro, creata dal Corriere della Sera. Ma esistono anche motori di ricerca focalizzati sugli annunci di lavoro, che offrono la possibilità di cercare le inserzioni in centinaia di siti specializzati. Un esempio è JobCrawler.Passiamo al secondo livello.Oltre a cercare lavoro, è bene farsi trovare da chi il lavoro lo offre. Siti come Monster oppure Emurse sono enormi vetrine in cui inserire il proprio cv, con la speranza che questo sia prima o poi «pescato» da qualche selezionatore.Capita davvero?Assolutamente sì. Qualche tempo fa sono stato contattato dall’ufficio Risorse umane di un’importante compagnia telefonica che aveva scovato il mio cv su uno di questi siti. Ho fatto il primo colloquio, poi il secondo, finché non mi hanno formalizzato una vera e propria proposta di contratto. Insomma, dal virtuale al reale: mettendo un semplice cv su Internet ho trovato lavoro. Anzi, avrei, perché ho rifiutato l’offerta. Altri siti utili?Tutti quelli che permettono di caricare il proprio cv vanno bene, l’importante è che poi questo sia facilmente rintracciabile. Mentre un sito personale o il proprio blog spesso hanno una bassa popolarità, esistono servizi - anche gratuiti - che godono di un ottimo trattamento da parte dei motori di ricerca, e ciò aumenta di molto la possibilità che il cv venga “scovato”. Io, ad esempio, utilizzo ClaimId, un servizio nato per offrire un luogo rappresentativo della propria identità online: una semplice pagina dove presentarti al mondo, professionalmente e non solo, con il link al proprio blog, le gallerie di foto, i siti preferiti, e naturalmente il cv - magari tradotto in più lingue. Insomma un biglietto da visita, pubblico e ben piazzato su Google.E i social network?Sono utilissimi. Certamente tutti conoscono Facebook, il social network «generalista» che moltiplica contatti e relazioni con persone più o meno lontane. Ciò che è sempre stato vero - e lo è a maggior ragione oggi - è che sono proprio i cosiddetti “legami deboli” a rivelarsi importanti nel trovare lavoro. Ex colleghi, compagni di scuola persi di vista, amici degli amici. Chi non ha mai detto che il lavoro si trova con le “conoscenze”? I social network aiutano in maniera efficace a mantenerle e rafforzarle. Se dovessi consigliare un social network a scopo professionale, senz’altro direi LinkedIn. Da lì ho ricevuto nel giro di un anno una decina di messaggi da parte di selezionatori del personale, “cacciatori di teste” che scandagliano il sito in cerca di persone con specifiche competenze. Le offerte mi sono giunte per lo più dall’estero, anche da multinazionali molto importanti. Quando ho voluto approfondire ho risposto, facendo poi colloqui. Il sistema funziona davvero. Certo, per aiutarlo bisogna avere qualche accortezza.Per esempio?Consiglio di mettere più dettagli possibile nel cv. I selezionatori che si servono di LinkedIn fanno ricerche per parola chiave: più dettagliata sarà la descrizione delle proprie esperienze, più saliranno le possibilità che il cv «emerga» dalla massa.Ma chi ha già un lavoro non rischia di infastidire i suoi superiori apparendo su LinkedIn?Forse in passato, oggi sempre meno. In realtà il sistema serve a creare relazioni, e creare relazioni è proficuo per te e per la tua azienda. Dopo tutto su LinkedIn sono in buona compagnia: tra i miei contatti ci sono il proprietario e il responsabile delle Risorse umane dell’azienda dove lavoro!Intervista di Eleonora Voltolina

Master dei Talenti CRT, Angelo Miglietta: «Quest'anno è stato boom di candidature: ecco perché»

Il Master dei Talenti è un progetto della Fondazione CRT rivolto ai neolaureati delle università piemontesi e valdostane. Oltre due milioni di euro vanno a finanziare ogni anno una settantina di stage in giro per il mondo: i fortunati vincitori percepiscono un rimborso spese - erogato dalla Fondazione - che varia da 1400 a 3300 euro al mese, e hanno l'opportunità di fare esperienze nei quattro angoli del pianeta. La percentuale di assunzione dopo lo stage, per quelli svolti in strutture private, è superiore al 90%: una vera autostrada verso l'occupazione.Quest'anno al bando hanno risposto oltre settecento ragazzi, con un incremento del 40% rispetto alle precedenti edizioni: un boom che rende comprensibilmente orgoglioso Angelo Miglietta, docente di Economia aziendale alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Torino, che della Fondazione è segretario generale dal luglio del 2006.Professore, quest'anno per voi è stato boom di candidature: ne avete ricevute 723 per 67 stage. Cosa è successo?Innanzitutto Torino era letteralmente tappezzata di manifesti: la campagna di comunicazione ideata dal nostro ex borsista Andrea Martina era sicuramente azzeccata e ha convinto molti a provarci. E poi un aspetto tecnico che finalmente abbiamo risolto, quello del limite temporale di attivazione dei tirocini: fino all'anno scorso potevamo accettare solo candidati che non solo iniziassero, ma anche terminassero lo stage entro i 18 mesi dalla laurea. Ora il termine viene interpretato in senso più ampio, e basta che inizi entro i 18 mesi.Forse c'entra un po' anche la crisi?Può essere. Magari i neolaureati sentono che ci sono meno opportunità lavorative rispetto al passato, scoprono che questo Master dei Talenti non è poi così male e decidono di candidarsi. Diciamocelo: le opportunità che diamo sono eccezionali, e i ragazzi se ne sono accorti! Chi sono questi ragazzi? Proviamo a fare un identikit dei candidati.In media, si sono laureati a 24 anni e 2 mesi, con un voto medio di poco inferiore al 108. Tre su quattro hanno una laurea specialistica. Nella maggior parte dei casi (quest'anno il 58%) sono residenti in provincia di Torino, o comunque in Piemonte: c'è però un 13% di candidati residenti in altre province, formato da chi si trasferisce negli atenei piemontesi per studiare. E' giusto ricordare che questo progetto è riservato a chi si sia laureato da non più di un anno e mezzo in un'università del Piemonte o della Valle D'Aosta.Possiamo fare un prospetto degli atenei di provenienza?Quello di Torino fa sempre la parte del leone: quest'anno il 71% dei candidati proveniva da lì. Poi il Politecnico al 25%, in leggera flessione (l'anno scorso era al 26,2%, e nel 2007 al 29,3%). Un 3,7% si è laureato all'università del Piemonte orientale. E poi abbiamo anche ricevuto una candidatura dall'università della Valle d'Aosta e una dall'Accademia albertina.In cosa sono laureati i candidati?Parlando in generale, per il 57% in materie umanistico/sociali e per il 43% in materie tecnico/scientifiche. In particolare abbiamo una buona percentuale di candidati laureati in Ingegneria (15%), Economia (13,5%), Scienze matematiche, fisiche e naturali (11,4%) e Architettura (10,2%). Ma anche Lettere e Scienze Politiche non se la cavano male, rispettivamente con l'11,6% e il 10,3%. E poi seguono a ruota Lingue e letterature straniere, Giurisprudenza, Psicologia, Medicina... Insomma, ci sono opportunità per tutti. Però bisogna saperle cogliere al volo.intervista di Eleonora Voltolina Per saperne di più su questo argomento, vedi anche gli articoli - «Master dei Talenti 2009, è boom di richieste per gli stage a 5 stelle»- «Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Paola Laiolo, da Torino a Bruxelles inseguendo l'Europa» - «Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Francesco Imberti, dalla Cina con amore (per il cibo italiano)» - «Master dei Talenti CRT - Le voci degli stagisti più fortunati d'Italia»

Superstage calabresi, ancora nessuna risposta all'interrogazione parlamentare. Pietro Ichino: il governo non sa che pesci pigliare

Li abbiamo chiamati superstage. Sono partiti l'anno scorso, per iniziativa del consiglio regionale della Calabria, e finora hanno coinvolto 500 laureati delle tre università calabresi. Sono stage abnormi, prima di tutto per la loro durata: 2 anni. Peccato che la normativa vigente (dm 142/1998) preveda che per i laureati gli stage possano durare al massimo 1 anno, e che 2 anni siano concessi solo per i portatori di handicap. In più questi superstage sono aperti non solo a giovani, ma anche ad adulti: il bando accettava candidature fino a 37 anni, e anzi attribuiva punteggi aggiuntivi per chi fosse già iscritto ad albi professionali o avesse conseguito master e dottorati. Risultato: tra i superstagisti ci sono dottori commercialisti 36enni con studi avviati, ingegneri 30enni, professori universitari 32enni. Questo snaturamento dello strumento dello stage, portato sotto i riflettori proprio dalla Repubblica degli Stagisti, è stato contestato dal senatore e giuslavorista Pietro Ichino [nella foto], che il 15 gennaio ha presentato un'interrogazione parlamentare per chiedere conto al governo di questa iniziativa. Ma sembra che in questi due mesi e mezzo né Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e del welfare, né Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, né Andrea Ronchi, ministro per le Politiche comunitarie, abbiano trovato il tempo di dare una risposta. Professor Ichino, dai ministri interpellati ancora nessuna risposta. Com'è possibile che il governo ignori una richiesta di chiarimenti su una questione che muove non pochi spiccioli, ma ben 6 milioni di euro all'anno? E' il segno di un imbarazzo grave. Evidentemente i ministri competenti non sanno che pesci pigliare. Anche perché in questa vicenda è fortemente coinvolto anche il centro-destra. Alcuni esponenti del consiglio regionale calabrese hanno cercato di dire che il "Programma Stages" non promuoverebbe stage, ma qualcos'altro di diverso, e pertanto di non assoggettabile alla normativa vigente sugli stage formativi in azienda. E' credibile? Hanno sostenuto che non si tratterebbe di stage, ma - nientemeno - di un master universitario di secondo livello! Non sanno di che cosa parlano. Non sanno, in particolare, che un master universitario deve rispondere a requisiti didattici ben precisi, che qui difettano totalmente. Considerando che la metà dello stanziamento, 3 milioni di euro, proviene da fondi europei, si potrebbe chiedere anche all'UE un parere in proposito? Ci penserà comunque il Fondo Sociale Europeo a chiedere conto dell'attività formativa svolta, a consuntivo. E saranno dolori per tutti. Ha più sentito qualcuno della Regione Calabria rispetto alla proposta di mandare i superstagisti a fare un'esperienza nelle pubbliche amministrazioni di altri Paesi? No: dopo i primi consensi iniziali nessuno ne ha più parlato. E la cosa più triste è che da alcuni dei giovani interessati si sono levate voci di rifiuto preventivo: "ci avete offerto gli stage vicino a casa e qui dovete darceli"! Molti superstagisti in effetti hanno rigettato la proposta di andare all'estero, anche in ragione del fatto che alcuni di loro accanto allo stage svolgono attività cui dovrebbero per forza di cose rinunciare se si allontanassero dalla Calabria. Il grave errore della politica si è tradotto in una vicenda profondamente antieducativa. La cattiva politica alimenta comportamenti perversi nel mercato del lavoro. Alcuni superstagisti hanno scritto che andare in una pubblica amministrazione di un altro Paese a vedere come funziona non servirebbe a niente, perchè poi in Italia tornerebbero a doversi adeguare alle nostre normative. E' un'obiezione pertinente? Ma come pensano di contribuire, questi giovani, alla riscossa della loro Regione, se non cercando di importare in essa il meglio delle esperienze europee? Non si rendono conto del fatto che, crogiolandosi in questo modo nella loro inerzia personale, perpetuano le condizioni di arretratezza della loro terra? Molti hanno accettato questi stage solo per avere un'entrata sicura per un paio d'anni: in Calabria trovare lavoro non è facile. La disoccupazione è all'11,2%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale e quasi il quadruplo rispetto a regioni come Lombardia ed Emilia Romagna. Lasciando perdere tentativi che anche altri giuslavoristi hanno giudicato impropri e controproducenti, come questo del "Programma Stages", cosa si può fare per creare più buona occupazione in Calabria? Una strategia efficace dovrebbe puntare ad attirare in Calabria il meglio dell'imprenditoria mondiale. Per questo occorrerebbe l'azione congiunta di un governo regionale affidabile, che creasse il massimo possibile di agevolazione e sicurezza per l'investitore straniero, e un sindacato capace di valutare i piani industriali più innovativi, negoziandone le condizioni a 360 gradi. Un sindacato capace di agire come intelligenza collettiva dei lavoratori calabresi e, se la valutazione sul piano industriale è positiva, capace di guidarli in una scommessa comune con l'imprenditore. Cos'ha in mente di preciso, professore? Il discorso potrebbe - per esempio - essere questo: sappiamo che investire qui è un po' più scomodo e più pericolosco che altrove; ma siamo convinti che l'investimento avrà successo; quindi siamo pronti a "investire" nella scommessa una parte delle nostre retribuzioni. Tu, imprenditore, ora ci paghi solo il 70% del minimo tabellare previsto dai contratti collettivi nazionali; poi, passati due anni, se le cose saranno andate bene, come siamo convinti che andranno, e lo start up si sarà consolidato, recupereremo la differenza; e fra quattro anni, quando l'investimento incomincerà a dare i suoi frutti, ce li divideremo così e così. Ma per far questo occorre saper andare a cercare gli imprenditori da ingaggiare in giro per il mondo, saper parlare loro nella loro lingua, saper far proprie le loro esigenze organizzative, anche quando urtano contro i vincoli dei nostri contratti. In altre parole: conoscere il mondo e saper contrattare a tutto tondo. Anche per questo sarebbe stato utile alla Calabria che i suoi laureati migliori, invece che tenuti per due anni attaccati alle gonne delle mamme, venissero inviati a fare esperienza fuori dall'Italia.Eleonora Voltolina Per saperne di più vedi anche: - In Calabria il consiglio regionale attiva i superstage- Michele Tiraboschi e Michel Martone sui superstage calabresi: «Per i giovani sono un boomerang»- Francesco Bonsinetto, dalla cattedra allo stage- Francesco Luppino, l'ingegnere stagista- Serena Carbone: una proposta al consiglio regionale per valorizzare davvero noi superstagisti- Pietro Canale, il commercialista stagista  

Due parole con Andrea Martina, ideatore della campagna di comunicazione Master dei Talenti 2009

Andrea Martina, classe 1984, è saltato sul treno del Master dei Talenti appena finita la laurea triennale in Ingegneria del cinema e dei mezzi di comunicazione al Politecnico di Torino. Il suo tirocinio l’ha fatto alla mecca del cinema, Los Angeles: prima un corso di grafica 3D alla prestigiosa Gnomon School di Hollywood e poi catapultato su progetti cinematografici e televisivi presso la "Look Effects". Ora sta lavorando alla tesi per la laurea specialistica: si è inventato un progetto in collaborazione con il Politecnico di Torino, l’università di Las Vegas e l’UCLA, e ad aprile tornerà a Torino per laurearsi. È lui il creativo che ha ideato la nuova campagna di comunicazione del MdT (qui sotto). Come ti è venuta l'idea della lampadina con la ventiquattr’ore? Ho pensato che il simbolo doveva essere qualcosa di divertente, fuori dai soliti schemi. La lampadina vuole rappresentare le idee e anche i famosi "cervelli" che spesso fuggono. Una lampadina che però non sa esattamente cosa fare: è pronta per il mondo del lavoro, già con la valigetta nuova, ma non sa dove andare, si gratta la testa… Il MdT dovrebbe aiutare i cervelli a trovare una strada! Tre aggettivi per la tua esperienza MdT a Los Angeles. Unica! Senza il MdT non avrei mai potuto vivere a LA per mesi, senza aiuti esterni, frequentando una scuola famosa in tutto il mondo. Un altro aggettivo: formativa. La possibilità di vivere lontano dall'Italia, tra persone che ragionano in un modo completamente diverso, aiuta tantissimo ad aprire la mente e le prospettive. Infine, incoraggiante. Verso il futuro, intendo: il MdT permette di applicare immediatamente i propri studi all'interno del proprio campo di lavoro e di acquistare crediti sul cv, ma soprattutto sicurezza di fronte al futuro. Quali sono le caratteristiche più importanti che un neolaureato deve avere per "vincere" il MdT? Sicuramente si deve essere ambiziosi. Non arrivisti, ma ambiziosi: cercare di migliorarsi sempre – nel caso del MdT, facendo una esperienza importante e formativa all'estero. Non bisogna avere paura ad affrontare una situazione nuova... Provare e "buttarsi" significa mettersi in gioco, cosa fondamentale per sentirsi realizzati, anche nelle piccole cose quotidiane. Andare all'estero oggi per un giovane italiano è una opportunità o una conditio sine qua non per trovare occasioni di crescita professionale? Un’opportunità. Chiunque può scegliere se affrontare un’esperienza all'estero o lavorare solamente entro i confini italiani. Ovviamente questo pone le persone su piani differenti. Lo studente che passa anche solo qualche mese all'estero vive un’esperienza molto importante, e vede come si lavora in un ambiente diverso da quello italiano. Poi magari, tornato in "patria", saprà utilizzare bene le conoscenze acquisite altrove. Non credo che andare all’estero sia una conditio sine qua non per un’esperienza formativa, ma la trovo un’enorme opportunità: chi si sente di affrontarla dovrebbe cercare in tutti i modi di ottenerla. Soprattutto oggi che qualunque lavoro è globale.Intervista di Eleonora Voltolina

Paolo Citterio: stage sì, anche di un anno. Ma mai gratis!

Paolo Citterio è il fondatore e presidente di Gidp, Gruppo intersettoriale dei direttori del personale: un network che riunisce 2200 dirigenti dell’area risorse umane di aziende con oltre 250 dipendenti. Lo strumento dello stage è molto usato dalle grandi aziende: secondo l'indagine Excelsior di Unioncamere, sette su dieci ospitano tirocinanti. Sì, e si tratta di stage di qualità: nella maggior parte dei casi l'azienda offre un congruo rimborso spese e un percorso formativo serio; e dopo aver investito sulla nuova risorsa, se i risultati del periodo di stage sono stati buoni non se la lascia scappare, e la assume. Cosa che accade meno spesso nel caso delle imprese più piccole? Direi di sì. In quel caso gli stagisti spesso vengono presi per brevi periodi, per coprire i periodi di ferie o malattia del personale, senza progetti formativi nè tutor seri; ed è raro che ci sia una concreta possibilità di assunzione dopo lo stage [ma ci sono anche pmi e addirittura microimprese che utilizzano bene i loro stagisti: vedere la Lista dei Buoni DOC per credere, ndr]. Una grande azienda utilizza lo stagista in maniera completamente diversa. Il Gidp esegue un’indagine annuale* sugli stagisti. Quali sono gli ultimi dati? Per quanto riguarda la durata dello stage, per esempio, emerge che la maggioranza delle aziende (il 69%) preferisce i 6 mesi. Personalmente, dissento: lo stage migliore è quello da 12 mesi. Ma non è un periodo troppo lungo? Lungo, sì, ma orientato all'assunzione. La maggior parte dei contratti di categoria prevede per i neolaureati un periodo di prova al massimo di 3 mesi: troppo breve! Ecco quindi che lo stage va a supplire, diventando una sorta di periodo di prova in cui le aziende possano formare e valutare la risorsa prima di prendersi l’impegno di assumerla. Perché ciò non accadesse, bisognerebbe prevedere periodi di prova molto più lunghi: è una convinzione che condivido anche con Ichino. Insomma paghiamoli bene, questi stage, ma facciamoli lunghi: è un vantaggio per tutti, sopratutto per i tirocinanti. Ecco, paghiamoli bene. Su questo punto l'indagine Gipd che dice? Che nelle grandi aziende il rimborso spese medio è di 621 euro al mese più i buoni pasto. Nello specifico, 4 su 5 retribuiscono i loro stagisti con almeno 500 euro al mese, una su 4 andando addirittura sopra i 700. E una punta di diamante del 7% li paga più di 1000 euro al mese! Una miriade di aziende che potrebbero essere inserite nella Lista dei Buoni! Però ci sono migliaia di ragazzi che ogni anno fanno stage senza prendere un centesimo. Io dico che queste proposte andrebbero rifiutate: la prestazione gratuita non dovrebbe esistere! I giovani che accettano di fare stage gratis spesso hanno poca fiducia in sé stessi. Bisogna fare la gavetta, certo: ma mai gratis. A me dispiace che molti cadano nella trappola di questi stage non retribuiti, magari col miraggio di essere assunti che però raramente diventa realtà. Sul punto della percentuale di assunzione dopo lo stage i risultati del vostro studio sono ben più alti di quelli indicati dall'indagine Excelsior (13% circa). Direi di sì: oltre la metà delle aziende assume un tirocinante su due; il 27% delle aziende si attesta addirittura sul 70%! *l'indagine è effettuata su un campione di 130 imprese del network Gidp

Michele Tiraboschi e Michel Martone sui superstage calabresi: «Per i giovani sono un boomerang»

Stage lunghi due anni, destinati a laureati e aperti anche a ultratrentenni: il consiglio regionale della Calabria ne ha appena attivati 500, e già pensa di aggiungerne altri 250. Ma con queste caratteristiche, si può davvero dire che siano stage?La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto a due docenti eccellenti di Diritto del lavoro: Michele Tiraboschi [nella foto a sinistra], direttore scientifico della Fondazione Marco Biagi presso l'università di Modena e Reggio Emilia, e Michel Martone, uno dei più giovani professori ordinari in Italia (ha appena compiuto 35 anni).«Laureati di oltre trent'anni impegnati in stage di due anni e retribuiti mille euro al mese: dove starebbe lo stage, qui?», esordisce subito Martone: «Questo a me sembra un contratto di lavoro subordinato! L'età e la professionalità delle persone coinvolte, sommate alla durata degli stage e alla retribuzione così alta, rendono ben difficile considerare questo un progetto di stage formativi».Dello stesso avviso Tiraboschi: «Più che a stage, questi assomigliano a rapporti di lavoro remunerati». E spiega: «Mi pare che sia la classica "trappola del precariato". Si illudono questi ragazzi, dirottando i loro sforzi dalla ricerca di un lavoro vero a una sorta di lavoro socialmente utile che finirà paradossalmente per danneggiare i migliori».In effetti il bando calabrese proprio ai migliori mira, premiando con punti aggiuntivi master, dottorati, iscrizione a ordini professionali etc. Anche Martone [nella foto qui a destra] mette in guardia sull'effetto boomerang: «Qui la professionalità anzichè essere valorizzata viene penalizzata, perchè si costringono persone già formate a piegarsi a uno stage, fino addirittura all'età di 37 anni, rinunciando ai contributi e a un modello contrattuale adeguato alle loro competenze».Ma perchè tutti questi giovani hanno aderito al progetto? Perchè mille euro al mese possono fare la differenza, specialmente in Calabria. Riflette Martone: «Accettano perché il dramma della disoccupazione fa paura. Ma lo Stato dovrebbe creare buona occupazione per i migliori, invece che limitarsi a offrire lavori con data di scadenza – in questo caso, per giunta, camuffandoli da stage per poter risparmiare su tutti gli oneri indiretti».Alcuni di questi superstagisti hanno davvero un curriculum strepitoso: avvocati, docenti universitari... Ma si può accettare, dal punto di vista del diritto, di considerare "stagisti" ricercatori e professionisti? «È un modo per aggirare i vincoli di utilizzo di precari e co.co.co nella pubbliche amministrazioni», risponde Tiraboschi: «In questo modo sono studenti e la legge è elegantemente aggirata».Conclude Michel Martone: «Spererei che il consiglio regionale calabrese ci ripensasse, e che cercasse di fare a questi ragazzi dei contratti di lavoro a termine, con i contributi e le tutele dovuti». Qualcuno lo ascolterà?Eleonora Voltolina