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Maxi-stage nei tribunali: «Disperati, facciamo di tutto per rimanere nel progetto». Le proposte per “salvare” gli esclusi

«Siamo partiti in 50, nel maggio 2010, con la firma della prima convenzione dedicata a soggetti in cassa integrazione o mobilità appartenenti alla provincia di Roma. L’esperienza funzionava: si dava un rimborso spese a persone che venivano da imprese private e lavoravano negli uffici giudiziari. Venne estesa al distretto di Corte d’appello in tutta la regione Lazio; poi gli altri presidenti di regione decisero di estendere le convenzioni nelle varie province». Parte così la storia di Daniele De Angelis, 44 anni, da sette in tirocinio formativo negli uffici giudiziari, prima alla sezione fallimentare del Tribunale civile di Roma e dallo scorso anno, con l’inizio del tirocinio presso l’ufficio del processo (udp), alla cancelleria civile della Corte di appello. Uno stage prolungato nel tempo contro tutte le normative in materia, che ne vieterebbero la reiterazione oltre la durata massima di 12 mesi.  E perdipiù senza avere mai un vero e proprio periodo formativo: «Abbiamo sempre e solo lavorato».Nel maggio 2010 De Angelis è tra i fondatori dell’“Unione precari giustizia”, un collettivo informale creato per «cercare di avere una configurazione nelle compagini delle organizzazioni sindacali» e riuscire a dialogare con il mondo politico. L’unica a non tirarsi indietro è la Fp Cgil di cui, con il tempo e sopratutto dopo lo scioglimento dell’Upg, De Angelis diventa referente nazionale, coordinando le varie regioni.Oggi la Repubblica degli Stagisti gli chiede di far luce sui numeri che riguardano questi tirocinanti. Quante persone sono coinvolte? «La prima cifra totale l’ho trovata io stimata a percentuale: 3.500 persone in tutta Italia. Ma nemmeno il ministero della Giustizia è stato mai in grado di contare le singole convenzioni e capire quanti eravamo». Non era un compito facile: alle convenzioni per singole province, partite su iniziativa dei presidenti dei tribunali e destinate a lavoratori disoccupati in cassa integrazione o mobilità, con il tempo se ne sono aggiunte altre. In alcune regioni infatti, vista la mancanza cronica di personale, si era estesa la stessa esperienza anche a soggetti inoccupati grazie a particolari progetti di “work experience” e a convenzioni con le università.Cosa avevano in comune questi tirocini? «Usavano fondi sociali europei dell’asse II occupabilità per il reinserimento e l’inserimento lavorativo, perciò c’erano sia disoccupati sia inoccupati» spiega De Angelis. «Dovevano dare occupazione, ma non si riusciva a darla se non si creava un bacino». Così i tirocinanti nel dicembre 2012 creano un blog per facilitare l’aggregazione, proprio nello stesso periodo in cui il ministero della Giustizia con la legge 228 prende in carico la gestione di questi tirocini formativi. E qui si ha finalmente una cifra ufficiale: 2.524 tirocinanti. «È il primo numero preciso che rientra in un’unica convenzione nazionale. Da lì cominciamo un “tirocinio di completamento” pagato tramite rimborsi spesa dati dalle stesse corti di appello. Poi il ministero, che non vuole farci un contratto, decide di farci fare per un altro anno il “perfezionamento del completamento”, con la legge 147 del 2013». Il percorso, come la Repubblica degli Stagisti ha ampiamente documentato, subisce delle interruzioni per poi concludersi nel marzo 2015, quando sopravvengono nuovi sviluppi.Il ministro della giustizia Orlando, infatti, per smaltire l’arretrato degli uffici giudiziari pensa a un nuovo istituto, l’ufficio del processo. E stabilisce di inserirci «un magistrato e un tirocinante del magistrato, le famose figure dell’articolo 37, poi un componente di ruolo della cancelleria e un suo tirocinante». Ed è qui che entrano in gioco i 2.524 tirocinanti della giustizia, che vedono aprirsi nuovamente la possibilità di un prosieguo dei precedenti stage, sempre contra legem.Ma nella nuova tranche di tirocini c'è posto solo per 1.502 persone. «Avevo scritto una lettera al ministro in cui dicevo: 1502 è il 60% del totale, allora se vuoi questa cifra prendila per ogni singola regione, così avranno tutte lo stesso danno. Gli altri tirocinanti portali in conferenza stato regioni e tienili a galla con progetti regionali prima di trovare una selezione professionale. Ma Orlando non ci ha voluto ascoltare. Ha fatto la selezione e sono passati in 1.115». Dunque in realtà ancora meno della capienza prestabilita.Quello che De Angelis critica è la ratio, se ce n’è una, dietro a quel numero. «Il bacino era di 2.500. Si vuole fare metà? 1250. Chi è stato a decidere, invece, 1.502 e a stabilire dove metterli? Non si capisce perché il tribunale di Milano debba avere così tanti progetti pilota dell’ufficio del processo e invece Catanzaro, dove ci sono processi di mafia e camorra, no». Critica la distribuzione geografica: dai 200 posti dell’Emilia Romagna ai 150 della Campania fino alla decina in Puglia e Sicilia. «Più scendiamo lungo lo Stivale, più diminuiscono. Dal nord al sud l’ufficio per il processo è spalmato in maniera non proporzionale».Il rappresentante Cgil allontana però ogni ipotesi di volontà di dividere questi tirocinanti. Se quello fosse stato l'obiettivo, «avrebbero preso i più giovani e i più preparati, quindi oltre alla minore età valeva anche il titolo di studio più alto. Mentre i requisiti sono, nell'ordine, l’aver fatto il percorso formativo nella regione dove si era fatta domanda, poi il titolo e infine la minore età. Altrimenti in Lombardia, dove ho 300 posti e il gran numero delle persone sono over 50 con la terza media, non sarebbero riusciti a rientrare tutti senza il requisito della regione».De Angelis non ravvisa una volontà precisa di far fuori qualcuno, nemmeno nel caso calabrese dove si è passati da circa 670 a 23 stagisti previsti dal bando per l'ufficio del processo, quanto piuttosto una gestione sbagliata dell’intero progetto. «Il ministero non ha scelto di avere tutti quei tirocinanti in Calabria. Se li è “trovati” dalle convenzioni regionali. E da un emendamento di legge che diceva che tutti quelli che avevano fatto progetti formativi negli uffici giudiziari da marzo 2010 rientravano in quel bacino». Ma perché in Calabria c’erano così tanti stagisti? «Lo può sapere solo l’amministrazione regionale. E poi se in questa regione sono stati assegnati 23 posti e un’altra ottantina di calabresi è rientrata nelle altre regioni, perché il primo progetto per gli esclusi, bocciato, era calcolato per mille tirocinanti? In una nota agli uffici giudiziari calabresi il ministero ha scritto che il bando sarebbe stato accettato se rimodulato per massimo 650 unità. Mentre l’amministrazione rispondeva che 23 erano pochi: avrebbero potuto incontrarsi a metà. La soluzione va cercata prima per quei famosi 2.500, non si può continuare ad aumentare il numero». Nel frattempo un incontro c'è stato. E il 9 marzo, presso la sede del ministero a Roma, si è giunti alla definizione di uno schema di convenzione che sarà stipulato a breve in cui dovrebbero essere stati confermati i 650 tirocinanti iniziali.  Una decisione in linea con le altre regioni in cui c'erano esclusi dall'ufficio del processo e il numero di stagisti per le convenzioni regionali non è stato aumentato. «La Basilicata è partita con un progetto per una quindicina di lavoratori, terminato a dicembre che ora deve ripartire per il secondo anno. Abruzzo e Campania hanno ricevuto l’ok dal ministero alla convenzione e devono partire, sempre per un numero leggermente più basso degli esclusi. In Emilia e Lombardia, i bacini più grandi, il 100% dei tirocinanti è nell’ufficio del processo, le altre regioni del nord avevano più posti rispetto agli stagisti e qualche collega dal sud si è trasferito lì». Le difficoltà si stanno trovando in regioni come le Marche, l’Umbria e la Toscana, dove gli esclusi sono pochi e «non sono riusciti a coordinarsi per far partire il progetto regionale. Anche perché all’inizio c’era sempre l’articolo 12 del decreto secondo il quale i posti non assegnati, circa 400, sarebbero stati redistribuiti. Quindi questi bacini hanno prima aspettato, poi si è cominciato a parlare del concorso e sono stati fermi al palo per capire cosa fare».Una delle regioni che invece si sta muovendo diversamente è il Lazio, con i suoi 427 tirocinanti, di cui 197 selezionati per l’ufficio del processo. Per una parte degli esclusi, 158, nel giugno 2016 è partito un progetto regionale che si concluderà al giugno di quest’anno. E ora, con un ordine del giorno di inizio febbraio, i consiglieri di maggioranza «hanno preso l’impegno di dire basta alla parola tirocini. Questi soggetti dovranno avere da giugno una reale opportunità lavorativa, con un reddito, i contributi e la malattia. Un contratto che li porti in un progetto di stabilizzazione». Una volontà precisa della giunta Zingaretti, che ha detto di non voler più sentir parlare di formazione e tirocini. Un’opportunità che secondo De Angelis potrà poi essere sfruttata anche dagli altri stagisti.Sullo sfondo resta sempre il concorso per 800 posti per assistenti giudiziari, per cui le domande valide sono 320mila. Non una reale opportunità secondo De Angelis: «Le preselettive le passano in 2.200 persone. E do per scontato che tra i 320mila candidati ci siano 800 “geni” che supereranno il concorso, più bravi di noi 2.500 tirocinanti». Perciò è convinto che «non è un concorso per gli stagisti». Quando poi, obietta, si cercano risorse esterne nonostante siano 30 anni che bisogna riqualificare il personale. E si potrebbero coprire i ruoli di ausiliario con figure che sono già state formate a spese del ministero della Giustizia. «Forse però la soluzione è troppo semplice e il costo minimo, perciò non viene applicata». Ma se il ministero non vuole applicare questa opportunità, c’è sempre un’altra proposta avanzata dalla Cgil: utilizzare delle selezioni pubbliche attraverso i centri per l’impiego per le figure come l’ausiliario. «L’articolo 16 della legge 56/87 dice che il livello più basso con un titolo di studio inferiore può essere assunto attraverso selezioni nei cpi, e tra le figure possibili mette l’ausiliario. Ci siamo fatti sette anni di formazione a 400 euro al mese, abbiamo una competenza, gli strumenti, le password, le utenze, una professionalità acquisita. Se anche il ministero ci assumesse full time per i prossimi sette anni è come se fossimo part time visti i precedenti. L’unica cosa che manca è la volontà politica».Invece la politica fino ad ora ha preferito chiudere entrambi gli occhi, e trovare sempre un modo per prorogare questi tirocini extracurriculari nonostante la normativa di riferimento, il dm 142/98 e le successive leggi regionali, lo vietassero e tuttora lo vietino. «Certo, credo sia sbagliato riproporre un tirocinio formativo per il settimo anno consecutivo. Credo sia illegale proporre lo stesso stage da parte dello stesso ente. È assolutamente fuorilegge: e lo è in casa del ministero». Perché quindi continuare a farlo? De Angelis non fa giri di parole: «Se gente disperata continua a fare di tutto per rimanere nel progetto è per la speranza di riuscire a entrare. Non faccio altri 12 mesi a 400 euro per essere occupato, ma per questa aspettativa. Che è la stessa che distrugge la compagine: i 1.115 dell’udp non saranno mai compatti: per vicissitudini, difficoltà, dinamiche familiari». Nel frattempo, il 4 marzo è stata posticipata per la seconda volta, al 4 aprile, la pubblicazione delle date per la prima prova del concorso per assistenti giudiziari. Ed è chiaro che in base allo svolgimento del concorso si svilupperanno eventuali nuove proteste dei tirocinanti che, fino a quando il nuovo personale non sarà assunto, potranno continuare a sperare nelle proroghe delle proroghe dei tirocini. Ma su questo punto De Angelis è diretto: «La campagna di mobilitazione partirà per tutti gli iniziali 2.500 tirocinanti». Le proposte sul piatto ci sono: le pubbliche selezioni attraverso i centri per l’impiego. O la riqualificazione del personale che porterebbe i tirocinanti a occupare i posti liberati alla base della piramide. Ora è solo il ministero che deve assumersi l’onere della decisione.Marianna Lepore

Stage in Europa a più di mille euro al mese: ecco i bandi aperti fino a fine marzo

Tempo di candidature per chi pensa a uno stage in una istituzione europea. Tra quelle in cerca di giovani leve c'è il Comitato Ue delle regioni (Cor), ovvero l'assemblea dei rappresentanti locali dell'Unione europea composta da 350 tra presidenti di regione e sindaci. Qui si aprono due sessioni all'anno di tirocini. Quella primaverile, che va metà febbraio a metà aprile, con candidature aperte da aprile a settembre; e poi l'autunnale – attiva ora – con tirocini che durano dal 15 settembre al 15 febbraio. Per le application, aperte già da ottobre, c'è tempo fino al 31 marzo. La sede è Bruxelles, e i rimborsi spese ben superiori alla media italiana: si aggirano infatti intorno ai 1080 euro (pari a circa «il 25% dello stipendio di un funzionario AD 5» specifica il regolamento), al lordo di eventuali tasse da pagare in fase di dichiarazione dei redditi. A cui va aggiunto il rimborso per le spese di viaggio per raggiungere la capitale belga e la copertura dei costi degli abbonamenti al trasporto pubblico, per circa la metà dell'importo; e anche maggiorazioni in caso di soggetti sposati, con figli, oppure disabili. Ragioni che potrebbero spiegare perché le application arrivate dall'Italia per la sessione primaverile sono state 1.264 - come spiega alla Repubblica degli Stagisti Annabel Talavera de Schyrbock, dell'ufficio tirocini Cor - su 3.166, quindi più della metà del totale!, e addirittura 1.905 su 3.835 nel blocco successivo.Per partecipare serve – oltre alla nazionalità europea - una laurea (anche solo triennale) e una forte conoscenza di almeno una delle lingue ufficiali Ue, più una seconda lingua. E una delle due deve essere l'inglese o il francese. Sono esclusi coloro che abbiano già prestato servizio presso un organo europeo per più di otto settimane percependo un compenso. I selezionati, di solito una ventina a sessione, vengono ripartiti tra i vari dipartimenti del Comitato (gruppi politici, segretariati gabinetto del presidente, ufficio legislativo solo per citarne alcuni), «di cui alcuni a stampo più politico altri improntati a mansioni più amministrative», spiega il sito. È possibile specificare la propria preferenza all'atto di candidatura (qui la lista dei dipartimenti), che va sottoscritto in inglese, tedesco o francese e inviato insieme a una lettera motivazionale. La procedura per l'application è spiegata nel dettaglio qui. Saranno ricontattati via mail solo i preselezionati, preannunciano le faq, e per chi si candida alla prossima sessione annuale il limite di avviso è il 30 giugno. A seguire il Mediatore europeo (European Ombudsman), ovvero l'organo che indaga sulle denunce relative a casi di cattiva amministrazione da parte delle istituzioni o di altri organi dell'Ue. I tirocini, che possono svolgersi sia a Bruxelles che a Strasburgo, sono suddivisi in due tornate, una con inizio il primo settembre, e la seconda con partenza il primo gennaio. Per entrambi le sessioni 2017-2018 ci si può fare avanti entro il 31 marzo. La durata iniziale è di sei mesi, ma «se l'esperienza risulta soddisfacente» si chiarisce sul sito, «c'è una proroga di altri quattro mesi, fino a un massimo di un anno». I requisiti per essere ammessi al bando aperto adesso sono – oltre alla nazionalità europea – una laurea anche triennale in giurisprudenza, scienze politiche o informatica. Fondamentale però «un'eccellente padronanza della lingua inglese» si legge ancora sul sito, oltre alla conoscenza delle politiche Ue, del funzionamento del Mediatore europeo e ottime capacità comunicative. Il rimborso è di circa 1.250 euro mensili e a corredo – di nuovo – la copertura dei costi di viaggio. Alla application, da spedire qui, va allegata la domanda con lettera motivazionale, curriculum, lettera di referenze e copie dei diplomi. Il processo di selezione prevede poi la richiesta di un testo scritto per i primi selezionati e un'intervista telefonica per i finalisti, mentre la comunicazione ufficiale dell'ammissione avviene – per entrambe le tornate di tirocinio – entro il 30 giugno.Infine l'Esma (European Securities and Markets Authority), authority Ue con sede a Parigi che contribuisce alla stabilità del sistema finanziario dell’Unione. Al momento sono tre le cosiddette open call, cioè avvisi per la ricerca di stagisti senza chiusura dei termini. E i settori coinvolti sono il legale, il finanziario e un profilo trasversale. Sono tutti semestrali con proroga e rimborso di 1.000 euro per chi non è ancora laureato, e di 1.500 per chi invece ha concluso l'università. Per tutti è necessaria la cittadinanza Ue, almeno livello B2 di inglese, laurea triennale (per candidarsi ai graduates traineeships) o altrimenti un certificato che attesti l'iscrizione a un ateneo, e conoscenze informatiche. E poi, a seconda del profilo per cui ci si candida, i requisiti si fanno più stringenti, e serviranno quindi una specializzazione in legge o in amministrazione pubblica, come meglio specificato nei singoli bandi (con relativi link sopra). Ci si candida inviando cv e lettera motivazionale in inglese all'indirizzo mail vacancies [chiocciola] esma.europa.eu, con l'indicazione del numero di riferimento della vacancy prescelta. Vanno allegati anche alcuni documenti come carta di identità, diplomi e così via. E, al solito, solo per chi arriva in finale arriverà una chiamata per una intervista telefonica.Ilaria Mariotti 

Attivare dall'Italia uno stage all'estero: poche regole e tanta confusione

Ottenere una convenzione per fare uno tirocinio in un paese estero, anche europeo, è un affare complicato. Un po’ come imparare una lingua di cui non è mai stata scritta una grammatica. Questo perché la regolamentazione degli stage attivati in Italia ma da svolgersi all’estero è opaca e frammentata.Il forum di questa testata ospita spesso richieste di delucidazioni sull’argomento. Una delle ultime riguarda la vicenda di un ragazzo al quale il Comune di Milano ha rifiutato di attivare la convezione per uno stage presso il Palazzo dell’Eliseo, a Parigi. La Repubblica degli Stagisti ha cercato di capire il perché di questo “no” e di far luce sulle regole che disciplinano i tirocini in paesi stranieri.«Per i tirocini extracurriculari che si svolgono all’estero il tirocinante è soggetto alle normative del paese ospitante, ad eccezione di quelli presso le ambasciate». A chiarirlo è Giuseppe Iuzzolino, ricercatore dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), ex Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori), e tra gli autori del Manuale dello Stage in Europa, un testo che contiene informazioni utili sia a livello normativo che logistico per chi è interessato a svolgere uno stage in uno dei paesi membri dell’Unione europea.Iuzzolino fa riferimento alla risposta del ministero del Lavoro e a un interpello dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia dall’oggetto “tirocini formativi e di orientamento non curriculari da svolgersi all’estero”. In virtù del principio di territorialità, il tirocinante al di fuori dei confini nazionali e in territorio straniero deve rispettare la normativa del paese dove ha luogo il tirocinio, oppure le specifiche convenzioni stipulate tra l’Italia e il paese in questione. Al contrario, se il tirocinio si svolge all’esterno dei confini nazionali ma in territorio italiano, ovvero presso le ambasciate, si applica la disciplina interna (art. 18 della legge 196/1997 e relativo decreto ministeriale 142/1998).«Sotto il profilo normativo non ci sono invece indicazioni specifiche circa l'attivazione di tirocini curriculari all'estero. La situazione italiana» spiega Iuzzolino «è in controtendenza rispetto a quella di quasi tutti i paesi europei, che hanno disciplinato i tirocini curriculari, mentre gli extracurriculari non sono stati ancora regolamentati o lo sono stati in modo parziale e incompleto».Ad esempio, la Francia e l’Olanda ammettono esclusivamente i tirocini curriculari. Inoltre, se alcuni paesi hanno emanato leggi ad hoc, altri non hanno regolamenti specifici in materia di tirocini. Tra questi ultimi, spiccano l’Irlanda e il Regno Unito, che pure utilizzano molto la formula dello stage. In Irlanda, per sopperire a questo vuoto, il Congresso dei Sindacati (Congress Trade Union) ha stilato il documento The Workplace Rights of Interns, che fissa i principali diritti dei tirocinanti, quali salario minimo, ferie, sicurezza. Nel Regno Unito, invece, alcune strutture organizzatrici di tirocini hanno concepito dei codici deontologici (code of practice), contenenti regole e diritti a cui attenersi per il buon funzionamento di un tirocinio.Riprendendo il caso del giovane che si è rivolto alla Repubblica degli Stagisti, la negazione della convezione da parte del Comune di Milano diventa spiegabile se attribuita al fatto che il soggetto richiedente non risulta iscritto ad alcun percorso di istruzione o formazione, a differenza di come la normativa francese richiede. Inoltre il 21enne parla di uno “stage non retribuito di 3 mesi rinnovabili” mentre «in Francia i tirocini superiori a 2 mesi - o 308 ore - devono obbligatoriamente prevedere una indennità di importo minimo di 3,60 euro l’ora», specifica Iuzzolino.«Ma il problema si pone soprattutto se nel paese ospitante non sono garantiti quei diritti da cui in Italia non si può prescindere» aggiunge il ricercatore Inapp «come ad esempio le coperture assicurative, la presenza di un tutor che segua il tirocinante o la definizione chiara dei contenuti formativi dello stage. In questi casi l’Italia deve trovare un accordo con il paese in questione, in modo da garantire le condizioni minime di sicurezza e qualità dell'esperienza di stage».Proprio al fine di uniformare la disciplina in materia di tirocini extracurriculari il 10 marzo 2014 l’Unione europea ha emanato la Raccomandazione del Consiglio su un quadro di qualità per i tirocini, che raccomanda agli stati membri di applicare determinati principi: formalizzare un contratto scritto di tirocinio, stabilire obiettivi di apprendimento e di formazione e diritti e obblighi del tirocinante, garantire adeguate condizioni di lavoro, fissare una durata ragionevole (quella suggerita è di 6 mesi, salvo proroga finalizzata all’inserimento lavorativo), promuovere l’adeguato riconoscimento dei tirocini.Raccomandazioni rispetto alle quali l’Italia, almeno formalmente, risulta già allineata, per effetto delle Linee guida in materia di tirocini del 24 gennaio 2013, frutto di un accordo tra Governo, Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano. In più «il nostro è uno dei pochi paesi europei che nel tirocinio extracurriculare prevedono il coinvolgimento di tre soggetti. Oltre al tirocinante e al soggetto ospitante, è previsto infatti un soggetto promotore» spiega Iuzzolino «il quale ha la responsabilità di garantire la regolarità e la qualità dell’esperienza formativa. Tra le altre eccezioni, ci sono la Finlandia, dove ad attivare le convenzioni sono i servizi pubblici per l’impiego; e il Belgio, dove sono soggetti promotori o l’istituzione formativa o il servizio per l’impiego».In attesa di una regolamentazione più omogenea, l’Inapp nei prossimi mesi fornirà uno strumento interattivo che possa fare da supporto a chi voglia partire per uno stage in uno dei paesi dell’Ue e non solo. «Stiamo lavorando ad un’app, Stage4eu, che rappresenta la versione digitale del Manuale dello Stage in Europa» anticipa alla Repubblica degli Stagisti Iuzzolino «dove oltre ai contenuti tradizionali - come consigli per scrivere il curriculum e per trovare uno stage - pubblicheremo offerte di stage all’estero attraverso siti specializzati. Sarà inoltre un modo per poter aggiornare periodicamente le schede sui paesi europei alla luce delle novità normative».Insomma, la confusione sulle regole del gioco non deve frenare la curiosità dei giovani verso un’esperienza formativa all’estero, preziosa opportunità di confronto e crescita. E ciascuno stato dovrebbe avere tutto l’interesse a favorire l’arricchimento delle proprie menti, tanto quanto dovrebbe averlo successivamente a trattenerle e valorizzarle.Rossella Nocca 

Il brand non basta: i giovani chiedono candidature più semplici e chiarezza sulla carriera futura

Aziende che si confrontano sempre più spesso con i professional e i social network, più intuitivi per la ricerca di lavoro e per inviare la propria candidatura, e candidati sempre più dinamici ed esigenti che chiedono trasparenza ma soprattutto semplicità per la candidate experience digitale: è questa la sintesi dello studio annuale OTaC, Online Talent communication per l’Italia, ad opera di Potentialpark.L’istituto di ricerca con sede a Stoccolma specializzato nello studio delle esigenze dei candidati nella ricerca online di lavoro ha presentato il 2 marzo a Milano lo studio OtaC 2017 alla presenza di Marco Del Canale e Silvia Cugno, responsabile e key account manager Italia, di Elisabeth Wicklin, CEO, di Funda Lundgren e Guillaume Caramalli, responsabili Germania e Francia, e di Pamela Chavez, marketing e media. L’indagine svolta dal settembre 2016 al gennaio di quest’anno ha coinvolto 28mila studenti e laureati in tutto il mondo, 4mila in più rispetto all’anno precedente. Di questi il gruppo più numeroso e rappresentativo dei millennials è quello degli italiani: oltre 8mila quelli interpellati, 3mila in più del 2016, provenienti da tutte le facoltà universitarie con un focus particolare su business e ingegneria, al momento tra le più richieste sul mercato.Le aziende mostrano una grande adattabilità nella loro comunicazione verso i candidati ma questo non basta. Quello che i giovani cercano principalmente, secondo l’indagine di Potentialpark, è un maggior coinvolgimento. Ecco perché le aziende si affidano ai propri dipendenti che diventano ambasciatori della cultura aziendale verso i candidati. Grazie alle proprie risorse interne riescono a dare maggiori dettagli sulle competenze necessarie per il ruolo lavorativo e sulle mansioni che dovranno poi essere svolte nella vita di tutti i giorni.«L’amore per il brand non basta: è richiesta sempre maggiore chiarezza sulla carriera in azienda, così come un processo di candidatura semplice» spiega alla Repubblica degli Stagisti Marco Del Canale, responsabile Italia per Potentialpark, «altrimenti i migliori talenti con un solo click passeranno a un altro sito carriera e saranno assunti dai competitor». I candidati italiani non chiedono però solo più autenticità alle aziende, ma anche una maggiore capacità attraverso i canali social. Il 92% del campione, infatti, è presente su Facebook, il 61% su Instagram e poco più della metà del totale su LinkedIn. Ed è proprio affidata a internet la ricerca di informazioni per trovare un lavoro. Otto giovani su dieci visitano direttamente il sito carriera dell’azienda, che quindi dovrebbe essere costantemente aggiornato e curato, quasi sei su dieci preferiscono affidarsi ai career portal, mentre metà del campione usa i professional network. In coda, usato solo da quattro giovani su dieci, ci sono i social network come Facebook, scelti quindi sì per condividere la vita di tutti i giorni ma non per farlo in ambito lavorativo. Nella classifica di Potentialpark trovano posto anche Nestlé, EY, Ferrero, PwC, Elica, Bosch e Bip, sette aziende che aderiscono all’RdS network e che, quindi, offrono un rimborso spese per gli stagisti di almeno 500 euro al mese e garantiscono trasparenza sul tasso di assunzione alla fine del tirocinio. Se la performance migliore nella classifica generale è quella di Ferrero, oggi al 17mo posto ma in risalita di ben 29 posizioni rispetto all’anno precedente, nelle classifiche per singolo canale Ferrero si attesta al sesto posto per quanto riguarda le candidature online, PwC all’ottavo per i social network e Bosch al nono per i siti carriera.A incidere sulla scelta del candidato nel mandare o meno la propria candidatura c’è poi la semplicità del processo che deve essere agile e intuitivo. Metà degli intervistati, infatti, preferisce una candidatura tramite un form semplice e senza la necessità di precedenti lunghe registrazioni. Lo studio individua anche quelle che sono le maggiori frustrazioni degli studenti quando partecipano a una candidatura online: il database aziendale viene percepito come una black box in cui non sanno dove il proprio curriculum vada a finire e se mai qualcuno lo leggerà, una percentuale in lieve calo rispetto allo scorso anno che si attesta al 76%. Il dato che subisce un’impennata rispetto al 2016 è quello relativo alla frustrazione di non sapere quanto tempo l’application impiegherà, sensazione condivisa da metà degli intervistati. Scende, invece, lievemente il disagio nel non sapere sin dall’inizio del processo quali informazioni e documenti andranno caricati e di scoprirlo all’ultimo momento quando il tempo per l’application sta per scadere. Lo studio Otac 2017 mostra però dei miglioramenti: «Le aziende in Italia si stanno adattando alle nuove tecnologie e la fotografia di oggi è decisamente migliore rispetto all’anno precedente» spiega alla Repubblica degli Stagisti Marco Del Canale. «Un esempio? Nel 2016 solo il 56% delle aziende studiate aveva un sito mobile friendly, già in crescita rispetto all’anno precedente, mentre quest’anno siamo al 73%. Però sul campo dei social media siamo ancora molto lontani dalle esigenze dei candidati». Delle 81 aziende analizzate in Italia, 461 in tutto il mondo, è Roche quella i cui canali online sono più in linea con le aspettative dei candidati. Il suo posizionamento è buono su tutti i canali ma eccelle soprattutto nella fase di candidatura online e in quella da smartphone, una caratteristica molto importante per i millennial, basti pensare che otto intervistati su dieci hanno visitato un sito carriera dal telefono, contro i sei del 2016, e quasi tre hanno anche mandato la propria candidatura dallo smartphone. Secondo posto per Accenture, vincitore l’anno scorso, e terzo per L’Oreal.     Marianna Lepore   (nella foto in alto il Team Italia 2017, da sinistra Elisabeth Wicklin, Marco Del Canale, Silvia Cugno, Guillame Caramalli)  

Stage di qualità al Parlamento europeo, l'impegno dell'intergruppo giovani

Oggi a Bruxelles c'è la sessione plenaria: Juncker presenta il Libro bianco sul futuro dell'UE e Commissione e Consiglio una relazione sulla differenza retributiva di genere. Ma non solo. C'è anche un evento dedicato ai tirocini, per rendere pubblici i dati di una ricerca interna sulle condizioni dei giovani che fanno stage all'interno del Parlamento UE. Si tratta di una iniziativa dell'intergruppo Gioventù del Parlamento europeo. «è un Intergruppo giovane, ça va sans dire» spiega l'eurodeputato PD Brando Benifei, che ne è uno dei tre co-presidenti: «Non solo per l’età media, non solo per la sensibilità che dimostrano i colleghi dell’Intergruppo verso le politiche europee maggiormente orientate verso le esigenze delle nuove generazioni; ma anche perché questa è solo la seconda legislatura in cui l’Intergruppo è attivo». Giovani da molti punti di vista, insomma, e sopratutto molto motivati.  «Fin dallo scorso mandato una delle priorità politiche è stata proprio quella di lanciare una iniziativa sugli stage e i tirocini offerti dalle istituzioni europee, la #FairInternship campaign» dice Benifei. All'epoca, la Repubblica degli Stagisti lo ricorda bene, la “paladina degli stagisti” era l'europarlamentare danese - all'epoca nemmeno trentenne - Emilie Turunen: «L’iniziativa aveva riguardato in prima istanza la raccolta di dati, quantitativi e qualitativi, per ricostruire un quadro delle condizioni che le istituzioni comunitarie offrivano ai ragazzi che svolgevano un’esperienza di tirocinio» continua Benifei: «Con la nuova legislatura abbiamo intenzione di fare qualche passo in più. Di nuovo, abbiamo chiesto agli stagiaire dei deputati e dei gruppi politici del Parlamento europeo di sottoporsi ad un questionario anonimo, in modo da verificare in prima istanza se e cosa sia cambiato rispetto alla scorsa legislatura in relazione all’offerta di tirocini all’interno del Parlamento Europeo».  Oggi dunque tocca la presentazione dei risultati durante un evento pubblico a Bruxelles. Sarà l'occasione anche per «chiedere ai colleghi deputati di sottoscrivere un Manifesto per i tirocini di qualità al Parlamento europeo», e per sottoporre ad Antonio Tajani, da poco più di un mese presidente del Parlamento europeo, la proposta di «modificare le regole di reclutamento dei tirocinanti, in ragione dei loro diritti che fino ad oggi troppo spesso sono sviliti e non considerati».  Benifei e gli altri giovani deputati dell'Integruppo partono dal presupposto che il Parlamento europeo non possa «legiferare o comunque chiedere un cambiamento alla società, se non è esso stesso esemplare nell'offerta di tirocini di qualità che si propone di offrire». Primo passo dunque, guardarsi dentro: monitorare le condizioni quotidianamente vissute dagli stagisti del Parlamento UE. «Ci confrontiamo tutti i giorni con le distorsioni del mercato del lavoro e con gli ostacoli che i giovani dei nostri territori incontrano lungo il loro percorso di accesso al lavoro» conferma Benifei: «Non possiamo lanciare accuse e chiedere cambiamenti alla società e alle istituzioni nazionali, se non siamo i primi a mantenere un comportamento virtuoso quando si tratta di facilitare la transizione dalla formazione al lavoro vero e proprio». C'è sempre chi obietta, in questi casi, che “i giovani dovrebbero essere grati di poter fare un'esperienza così, altro che avanzare rivendicazioni”. «É un difetto terribile quello di pensare che un tirocinio al Parlamento Europeo sia un favore che accordiamo ai giovani, e che per questo non possa venirci anche chiesto di assumerci delle responsabilità verso i ragazzi che scegliamo, con la scusa che nel contesto della crisi e del livello di disoccupazione giovanile nel nostro paese un tirocinio - anche non pagato e senza un chiaro progetto di apprendimento - sia meglio di niente» ribatte convinto Benifei: «Non ha senso pensare di aggredire tramite legislazione il problema della disoccupazione giovanile, se noi per primi non siamo in grado di auto-imporci regole di reclutamento chiare e trasparenti e di offrire garanzie e tutele precise per i tirocinanti al PE». I risultati dell’indagine sono piuttosto soddisfacenti: «Sempre meno numerosi sono i casi di tirocinio sprovvisti di un progetto formativo oppure privi di indennità». Nel caso degli stage al Parlamento UE, alcuni programmi codificati di internship sono pagati benissimo, ma ci sono anche tirocini completamente gratuiti. «Siamo riusciti a far passare il messaggio fra i colleghi europarlamentari che chiedere alle autorità pubbliche di investire nei giovani e in politiche giovanili, ma poi mantenere un comportamento che li svilisce e li trascura - quando non ne abusa - è un comportamento insostenibile». C'è ancora molto lavoro da fare per diffondere capillarmente una corretta cultura del tirocinio di qualità, ma «abbiamo ottenuto un primo riscontro» sottolinea l'eurodeputato: «Da questo questionario emerge infatti chiaramente che siamo riusciti a marginalizzare i comportamenti scorretti, mentre dobbiamo ora concentrarci sulla codificazione e sulla regolarizzazione di percorsi di formazione di qualità».  A cominciare dal grande tema della lotta agli stage gratuiti: non a caso uno degli slogan delle associazioni che si battono in tutto il mondo per i diritti degli stagisti è “unpaid is unfair”. «I tirocini istituzionali offerti dal Parlamento europeo - borse Schuman, tirocini per traduttori e per giornalisti - sono tutti ben ricompensati, così come larghissima parte dei tirocini offerti dai gruppi politici. La “zona grigia” riguarda principalmente quelli offerti dai deputati». Cioè attivati singolarmente dagli europarlamentari, senza passare attraverso le selezioni gestite dall'ufficio apposito del Parlamento EU. Paradossalmente il Parlamento europeo per policy interna si è preoccupato di porre un tetto massimo ai compensi degli stagisti (quando lo stage è effettuato in una delle sedi del Parlamento Europeo, non si può pagare uno stagista più di quanto prevede il salario base di un assistente parlamentare; se invece lo stage avviene nello stato membro di elezione del deputato dove sia determinato per legge un salario minimo, il compenso del tirocinante non può superare il livello del salario minimo applicabile.), ma non un importo minimo. «Questa situazione ha creato le condizioni per una generale deregulation degli stage» riflette Benifei: «Ora per fortuna le cose sembrano migliorate in quanto, come accennavo, dal questionario anonimo che abbiamo voluto sottoporre agli stagisti pare che siano diminuiti i casi in cui i deputati non prevedono un rimborso per i loro tirocinanti». È ora di avviare un dibattito diverso, ovvero «quale sia il livello di indennità che consenta al tirocinante di sopravvivere autonomamente e dignitosamente a Bruxelles, dove il costo della vita è mediamente superiore che in Italia. Si tratta di un passo avanti di notevole importanza, che noi ambiamo però a rendere strutturale; chiediamo infatti nuove regole che bandiscano gli stage gratuiti dentro al PE».  In Italia, in generale, le istituzioni non hanno la buona abitudine di prevedere congrue indennità per i propri tirocinanti: salvo rare eccezioni, prevedono programmi di stage gratuiti o con indennità davvero minime - giusto per rientrare nei parametri imposti da tre anni a questa parte dalle nuove leggi sugli extracurriculari. Si potrebbe cercare di esportare la best practice dei tirocini al Parlamento UE anche al Parlamento e altre istituzioni italiane? «Il nostro obiettivo è proprio questo: poterci innanzitutto presentare come una “best practice”, per poi cercare di influenzare altri policy-maker a livello nazionale e nel mondo privato» risponde Benifei: «L’UE ha purtroppo competenze molto ristrette nel campo delle politiche per il lavoro, e dunque non possiamo aspettarci proposte legislative, da parte della Commissione europea, per modificare le attuali norme nazionali e regionali che regolano gli stage. Ma il messaggio è chiaro: c’è bisogno di tirocini di qualità in Europa. Senza qualità, l’esperienza dello stage non forma il ragazzo e non ne emancipa talenti e capacità, anzi al contrario finisce con il sostenere il lavoro precario e lo sfruttamento».  Benifei conosce e ammira il lavoro della società civile che a livello europeo ha prodotto, «grazie anche al lavoro di coordinamento dello European Youth Forum, la Carta europea per la qualità dei tirocini e dei praticantati», cui anche la Repubblica degli Stagisti naturalmente, unica voce in rappresentanza dell'Italia, aveva all'epoca contribuito. «Se le cose stanno cambiando, anche se molto lentamente, si deve in misura enorme al lavoro dei movimenti. É infatti grazie a loro, alle campagne di sensibilizzazione e al lavoro di advocacy, che siamo finalmente riusciti a stigmatizzare socialmente l’offerta di tirocini gratuiti e non di qualità. Dal 2011, anno in cui la Carta fu presentata la prima volta pubblicamente, essa è rimasta un punto di riferimento prezioso, anche se mai adottata formalmente a livello europeo. Noi membri dello Youth Intergroup vogliamo che il Parlamento europeo sia in grado di rispettare la Carta, sottoscriverla e farsene promotore all’esterno».  In effetti la trafila terminata nel marzo del 2014, con l'approvazione da parte del Coreper del documento finale di indirizzo della UE sugli stage, è stata molto deludente: la proposta originaria formulata dal Parlamento europeo, di passaggio in passaggio, è finita depotenziata da tutti i punti di vista. «Ripartiamo dalla Carta, allora: nel tempo non ha perso merito» rilancia Benifei: «É essenziale sviluppare una piattaforma di valori condivisi in merito ai tirocini. Quindi innanzitutto è necessario lavorare perché la Carta, anche se non “obbligatoria”, sia adottata da quante più realtà possibili. Poi bisognerà lavorare, diciamo così, di sponda, approfittando dei margini di manovra che rimangono aperti all’intervento delle istituzioni comunitarie. Parlamento in primis».  Insieme a Benifei, degli oltre 100 membri dell'Intergruppo giovani al Parlamento europeo ve ne sono alcuni in prima linea sul tema dei diritti degli stagisti: in particolare la tedesca Terry Reintke dei Verdi e il ceco Tomáš Zdechovsky dei Popolari. «Ci aspettiamo un forte supporto del Manifesto anche da altri colleghi, e che saranno in tanti a sottoscrivere il Manifesto e firmare la nostra richiesta formale di un cambio delle regole di reclutamento. Si tratterebbe di un traguardo importante, e raggiungerlo significherebbe dialogare con le autorità nazionali e regionali e coi soggetti privati da un nuovo punto di partenza, con una posizione negoziale molto più forte. Lavoreremo per questo con il massimo impegno nei prossimi mesi». Senza dimenticare la peculiarità della situazione italiana: «Dobbiamo essere realisti e non cadere in un ottimismo retorico» conclude Benifei: «La creazione di nuovi posti di lavoro è molto difficoltosa, e i disastrosi tassi di disoccupazione giovanile ben li conosciamo. In questo panorama sconfortante, senza peraltro che sia stato eseguito alcun intervento normativo risolutivo, la situazione degli stagisti non è in generale ne rosea né felice; tuttavia, esistono alcune grosse realtà che sempre più si impegnano per un’offerta di tirocini e stage di qualità. E questo, appunto, perché grazie alle rivendicazioni delle iniziative degli stagisti, la difesa dello status quo si è fatta impossibile. Parlare di futuro significa parlare delle nuove generazioni; i giovani stanno re-imparando a chiedere che su di loro si investa, e questa è certamente un’ottima notizia. Siamo ancora agli inizi di un percorso lungo e difficile, ma coniugando gli sforzi e collaborando fra noi, creando sinergie, si può costruire una piattaforma programmatica seria e condivisa in Europa».

«La gratuità non paga l'affitto»: a Bruxelles gli stagisti reclamano i loro diritti

«Nella vita ho fatto 11 stage: non ci credete? Guardate il mio profilo LinkedIn». Così dice Nikolay, 26enne bulgaro e trainee nelle istituzioni dell’Unione Europea, mentre sfila sotto la pioggia alla manifestazione del Global Intern Strike. In mezzo ai tanti giovani schierati per protestare contro gli stage gratuiti o sottopagati il 20 febbraio a Bruxelles c’era anche la Repubblica degli Stagisti, venuta per raccogliere le loro testimonianze e unire la propria voce a quella dei ragazzi e delle ragazze che ogni giorno devono barcamenarsi tra le mille peripezie del mercato del lavoro. Dei rappresentanti istituzionali, invece, non si è presentato nessuno: un'occasione persa per manifestare solidarietà ai giovani in difficoltà, che spesso sono costretti a rinunciare ad un'opportunità di formazione perché non avrebbero le risorse per sostenersi da soli. L'unico riscontro è arrivato dall'Ombudsman, il mediatore europeo che riceve e indaga i reclami diretti agli organi dell'UE e che da sempre corrisponde buone indennità i suoi stagisti, che in una nota ha scritto: «la pratica dei tirocini non pagati può condurre ad una situazione discriminatoria e risultare controproducente nell'individuazione dei candidati migliori».La storia di Nikolay è simile a quella di molti altri suoi coetanei. È arrivato a Bruxelles a marzo 2016 per iniziare uno dei tanto ambiti percorsi di traineeship di cinque mesi alla Commissione Europea. Laureato in legge, racconta di aver costellato i suoi studi di esperienze di stage, che quasi mai prevedevano un rimborso spese, in Ong, negli uffici della pubblica amministrazione bulgara e perfino all’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L’ha fatto per aggiungere esperienze al CV e perché vivere all’estero è sempre una buona carta da giocare, dice. Lo stage all’Unione Europea è soprattutto un modo per rendersi più appetibili sul mercato del lavoro, oltre che garanzia di una buona, seppur temporanea, indennità. Allo scadere della traineeship, è riuscito a farsi arruolare per altri sei mesi su un progetto specifico presso uno dei DG (Directorate General, uffici di direzione generale) dell’Unione. Ma anche questa esperienza si concluderà tra un paio di settimane, e cosa succederà dopo, Nikolay ancora non lo sa. Vorrebbe restare a Bruxelles, qui ha trovato una ragazza – con cui oggi convive – e si è creato un bel giro di amicizie, non vuole pensare di dover cercare fortuna altrove. Ma sebbene si sia attivato già da mesi per trovare lavoro, finora non è stato fortunato. Pur avendo inviato il proprio curriculum a più di 200 diverse realtà, non è stato chiamato a colloquio nemmeno una volta. Eppure il ragazzo sembra sveglio, difficile che sia caduto nell'errore comune di inviare curriculum a tappeto, senza criterio; cosa che, lo sanno tutti, è pressoché inutile per trovare lavoro. La situazione di Nikolay fa riflettere. Se gli chiediamo perché pensa di non essere mai stato chiamato, fa spallucce. Magari qualcosa potrà aver sbagliato per davvero (e forse gonfiato un po’ il numero di candidature, per fare scena), ma sicuramente questo è l’ennesimo esempio di una disfunzione strutturale nel mercato del lavoro, a Bruxelles come nel resto d’Europa. Anche per questo giovani di ogni provenienza si sono radunati per protestare davanti all’edificio dell’EEAS (European External Action Service), l’istituto avente a capo l’italiana Federica Mogherini che gestisce le relazioni diplomatiche dell’Unione con altri Paesi. Qui i percorsi di traineeship non prevedono una indennità: una contraddizione non da poco all’interno delle istituzioni europee, dalle quali ci si aspetterebbe invece una condotta esemplare, a quattro anni dal lancio della Garanzia Giovani, e un’offerta di stage di qualità sia da un punto di vista contenutistico che da quello della sostenibilità economica. Eppure, le falle nel programma persistono, al punto da spingere la Global Intern Coalition, il network di enti impegnati nella difesa dei diritti degli stagisti e nel miglioramento delle loro condizioni in tutto il mondo, a organizzare uno sciopero globale in diverse città. La richiesta è semplice: che gli stagisti siano pagati  equamente. Una causa per cui la Repubblica degli Stagisti si batte in Italia già da quasi un decennio – e sono stati raggiunti buoni risultati, con il cambiamento normativo che tre anni fa ha introdotto in tutte le Regioni l'obbligo di una congrua indennità mensile per tutti i tirocinanti extracurriculari. Ma anche in Italia gli stage gratuiti non sono stati ancora debellati: quelli "curriculari" infatti, cioè svolti durante il percorso di studi, non hanno alcuna protezione da questo punto di vista.Tra i manifestanti del 20 febbraio si incontrano naturalmente anche ragazzi italiani. Stefania, per esempio, è arrivata a Bruxelles a ottobre 2016 per svolgere una traineeship nel DG per l’innovazione e la ricerca. Triestina di 28 anni, vanta una laurea in relazioni pubbliche, un Erasmus in Germania e un Master in economia e cultura europea. Anche lei, come Nikolay, ha svolto diversi stage, sia in Italia (alla regione Friuli) che all’estero. È stata selezionata per il programma al terzo tentativo (gli italiani sono primi per numero di application per gli stage in UE, quindi la competizione è fortissima) e anche per lei adesso l’esperienza sta per concludersi. Vorrebbe rimanere a Bruxelles oppure fare un dottorato a Mosca, ma «tutto dipende dalle mie finanze», racconta alla Repubblica degli Stagisti. Finora è stata sostenuta dalla benevolenza dei parenti, che le hanno periodicamente elargito degli aiuti economici, ma il domani resta incerto. «Bisogna però essere sempre ottimisti», aggiunge: se ci si dimentica di guardare avanti, si rimane indietro.Il sentimento di Stefania sembra essere condiviso, e sui volti dei partecipanti si legge tanto entusiasmo. Sono un centinaio, una porzione minima del numero di stagisti che, dentro e fuori dalle istituzioni europee, popolano Bruxelles. Ma poco importa, loro sono lì a nome di tutti, e tanto basta per farsi filmare dalle telecamere e intervistare dai giornalisti accorsi sul posto. Sorridono tenendo alti i cartelli e gridando i loro diritti: “Non posso permettermi di lavorare gratis”, “uno stage non retribuito non mi paga l’affitto”, “provate a immaginare un giorno senza stagisti”, si legge sui fogli che sventolano. Nonostante le difficoltà legate all’essere stranieri in un Paese che è diverso e lontano dal proprio, la fatica nel trovare un impiego che li faccia crescere e l’indeterminatezza del futuro, sono uniti come le loro voci, fiduciosi verso quello che verrà.Si disperdono poco dopo la fine del raduno, il freddo e la pioggia non consentono di restare all’aperto troppo a lungo. Vanno via veloci, ma in qualche modo si percepisce che non sono di passaggio. Sono venuti per restare, e la cosa non stupisce: nonostante l’aria grigia e poco allettante della città, a Bruxelles si vive bene, l’offerta culturale è ricca e c’è un bel viavai di gioventù. Questo 20 febbraio è, per loro, solo uno dei tanti giorni spesi nella “capitale d’Europa”, così accogliente e scomoda al tempo stesso, tra sogni da coltivare e speranze che vengono spesso disilluse. Ma sono venuti chiedendo di essere ascoltati e rispettati nel proprio lavoro e nelle proprie ambizioni: un compenso equo è non solo sinonimo di dignità e di opportunità, ma anche la prima condizione per creare un mercato del lavoro in cui il merito venga riconosciuto e incoraggiato, consentendo alle nuove generazioni di dare il proprio contributo all’intera società, oltre allo sviluppo dei singoli. Se questo obiettivo non verrà raggiunto, lo scenario che si prospetta è buio: pagare di meno non significa occupare di più, ma piuttosto contribuire ad una spirale di disoccupazione e povertà da cui diventerà sempre più difficile scappare e che non compromette solo il benessere dei più giovani, ma di tutta la società. Un rischio che bisogna scongiurare ad ogni costo: ne va del futuro di tutti.Irene Dominioni

Your first Eures job, più di mille posti di lavoro in due anni

Sono 1112 le opportunità che si sono aperte in Europa per giovani europei attraverso il progetto 'Your first Eures Job 4.0', nato nel 2014 da una costola di Eures – portale per la mobilità professionale – in partnership con Città metropolitana di Roma capitale e Anpal, agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Obiettivo è favorire l'occupazione nella Ue. Con quei numeri lo scopo è centrato, perché in partenza si era parlato di un minimo di 900 contratti da stipulare. Settanta di quei mille sono tirocini, mentre il resto contratti di lavoro «almeno semestrali e coerenti con la legislazione nazionale del paese di destinazione» conferma alla Repubblica degli Stagisti Dario Manna, project manager dell'iniziativa. «Siamo noi poi a occuparci della verifica di tutti i requisiti».I dati sono stati presentati qualche giorno fa nel più grande centro per l'impiego romano - Porta Futuro – con una conferenza di chiusura del biennio che è valsa anche come lancio dell'edizione che si concluderà a febbraio 2019 (e a cui si aggiungerà 'Reactivate', piattaforma di matching professionale per over 35). «Resteranno invariate sia la natura che la finalità» chiarisce Marinella Colucci, coordinatrice di Eures, a parte qualche intervento di semplificazione, specie «per l'accesso ai benefits».YfEj è un servizio per l’impiego che raccoglie tramite una piattaforma «il curriculum di candidati dai 18 ai 35 anni provenienti dai 28 Stati Ue, oltre a Islanda e Norvegia, interessati a una esperienza professionale all’estero, insieme alle offerte di impiego, apprendistato, tirocinio provenienti da datori di lavoro europei che ricercano giovani risorse» si legge sul sito. Il percorso prevede fasi di «informazione, reclutamento, matching, collocamento e finanziamento», e non si esaurisce sul territorio italiano. I ragazzi presi in carico, precisa Manna, «sono per il 65% stranieri». I contratti di lavoro attivati rappresentano insomma un incrocio di nazionalità, con destinazioni che vedono prevalere soprattutto la Germania, l'Inghilterra, il Regno Unito e l'Olanda. E gli inserimenti sono per lo più stabili perché in Europa «è la modalità a tempo indeterminato quella che va per la maggiore». I settori più quotati sono «l'Ict, la salute, il turismo, con picchi sulla logistica e il costumer care», con candidature che provengono per il 70% dei casi da giovani laureati.Per il lancio del nuovo biennio sono 2 milioni e 260mila euro i fondi stanziati, tutti provenienti dal fondo Easi, programma della Commissione Ue per l'occupazione e innovazione sociale (la dotazione 2014-2020 è di circa 919 milioni). E di questi il 70%– assicura Manna – «sarà utilizzato per i contributi finanziari ai ragazzi e alle pmi». Una delle caratteristiche di Your first Eures job è infatti l'erogazione di benefits ai partecipanti, con contributi di quattro tipologie. «Ci sono quelli per mandare qualche candidato a sostenere un colloquio di lavoro all'estero, quindi le spese di viaggio»  prosegue, che possono arrivare fino a 1200 euro. «Ci sono poi i forfait per chi ha già firmato un contratto ma ha bisogno di un piccolo budget per sistemarsi una volta arrivato». E qui si arriva fino a 1400 euro, dipendendo dal paese di destinazione. E ancora, circa 3mila euro per costi relativi a corsi di lingua, spese per riconoscimento di diplomi o altre esigenze specifiche legate al trasferimento. Anche le piccole e medie imprese sotto i 250 dipendenti ricevono un contributo. «Che non corrisponde a uno sgravio fiscale» sottolinea Manna, «ma è una indennità per sostenere l'azienda nella formazione del candidato che abbiamo scelto per questa, ad esempio per istruirlo su come maneggiare un software». Transport manager in Austria, Head Chef in Francia, Costumer specialist in Bulgaria, Insegnante di francese in Spagna: sono alcuni delle posizioni vacanti al momento attive sul sito. Chi ha utilizzato il servizio sembra apprezzare. Ad esempio Federica, stagista per una associazione portoghese dove «al momento si sta concretizzando una proposta lavorativa», spiega che il progetto «ti dà una spinta in più perché ti permette di spostarti con una sicurezza economica, che è spesso la scusa dietro cui ci nascondiamo per non partire». Per Luca ha significato il trasferimento in Austria, con un impiego nella logistica a tempo indeterminato dopo una laurea in Scienze politiche. «Avevo iniziato un percorso con Garanzia giovani e Torno subito ma la strada più veloce è stata con Eures». Anche per i datori di lavoro è un servizio utile. Parola di Nicola Winkler di Transped, compagnia austriaca di trasporti: «Non ci sono carte da scannerizzare con la nuova piattaforma, e il processo di selezione è molto più facile e corto. E così si arriva anche al personale giusto».  Ilaria Mariotti 

20 febbraio, una giornata per dire no agli stage-sfruttamento: basta una foto a sostegno del Global Intern Strike

Il 20 febbraio sarà un giorno importante per gli stagisti di tutto il mondo. Dopo l'International Interns Day – la “Giornata internazionale degli stagisti” di un anno e mezzo fa – la coalizione che raggruppa la maggior parte delle realtà che in tutto il mondo si battono per i diritti dei tirocinanti – tra cui ovviamente vi è anche la Repubblica degli Stagisti per l'Italia – ha annunciato una nuova giornata di mobilitazione.Stavolta il titolo è “Global intern strike”, uno sciopero globale degli stagisti: una modalità tradizionale, scelta per rappresentare i bisogni di figure non tradizionali nel mercato del lavoro.La finalità principale dello Strike è quella di protestare contro gli stage non pagati, una piaga che purtroppo persiste in molti Paesi e anche in realtà blasonate come l'ONU: non a caso una delle manifestazioni più importanti si terrà a Ginevra, dove ha sede il quartier generale europeo dell'Onu.«Come Repubblica degli Stagisti naturalmente aderiamo a questa giornata di mobilitazione» dice Eleonora Voltolina, la giornalista che ha fondato e dirige da quasi dieci anni la testata online che perora i diritti degli stagisti in Italia: «Lanciamo a tutti gli stagisti la proposta di farsi una foto con un cartello con la scritta Global intern strike e poi farla circolare sui social network e postarla sulla nostra pagina Facebook, per dare forza alla protesta internazionale».«Noi in Italia abbiamo parzialmente risolto la piaga degli stage gratuiti» continua Voltolina: «Tra il 2012 e il 2014 sono state approvate in tutte le Regioni nuove normative che hanno introdotto una indennità mensile minima obbligatoria a favore di tutti i tirocinanti extracurriculari, cioè quelli che fanno uno stage al di fuori di un percorso formativo».Dunque gli stage gratuiti in Italia sono illegali? «Non del tutto» precisa Voltolina: «Resta al di fuori di questa protezione un buon 50% degli stage che ogni anno vengono attivati nel nostro Paese: i curriculari, cioè quelli che vengono svolti mentre si sta facendo per esempio l'università, o un corso di formazione, o un master».Per questi stagisti dunque il diritto al rimborso spese è ancora un miraggio: «Noi combattiamo gli stage gratuiti per molte ragioni. La più importante è che sono classisti: una opportunità di formazione on the job che non prevede un compenso è infatti preclusa a tutti coloro che non hanno una famiglia abbiente, disponibile a mantenerli per la durata dello stage - magari addirittura in un'altra città».La Repubblica degli Stagisti chiede al Parlamento e al ministero dell'Istruzione (a differenza dei tirocini extracurriculari, che sono di competenza regionale, quelli curriculari sono infatti di competenza statale), di introdurre una nuova normativa che mandi definitivamente in pensione quella attuale (il dm 142/1998), ormai obsoleta e troppo vaga. «La nostra proposta è di prevedere una indennità obbligatoria anche per i tirocini curriculari, magari un po' più bassa di quella prevista per gli extracurriculari» specifica la direttrice della Repubblica degli Stagisti: «Un compenso minimo per tutti i tirocini di durata superiore alle 200 ore, che equivalgono a poco più di un mese».Ovviamente vi sono poi molti altri aspetti che determinano la qualità di uno stage: «Noi siamo fortemente contrari, per esempio, alla possibilità di usare questo strumento per mansioni semplici e ripetitive: non dovrebbero essere permessi stage di 6 mesi, o addirittura di più, per fare i commessi nei negozi o i cassieri al supermercato. Eppure non solo questi stage sono molto comuni, ma scavando un po' si scopre che spesso e volentieri sono inseriti in programmi statali e pagati con fondi pubblici, come è accaduto e ancora accade con Garanzia Giovani» si rammarica Voltolina.La situazione degli stagisti italiani è ancora molto critica: per questo la Repubblica degli Stagisti abbraccia il Global Intern Strike del 20 febbraio, e sarà presente con una sua rappresentante alla manifestazione di Bruxelles.

Erasmus Plus, i nuovi bandi del 2017: oltre 5700 opportunità

Continuano anche con il nuovo anno le opportunità di mobilità all’estero offerte dai bandi Erasmus Plus di atenei e associazioni. Dal 2014 Erasmus Plus è il programma che raccoglie sotto un unico cappello tutti i progetti di mobilità in ambito europeo relativi a istruzione, formazione, gioventù e sport. Ecco quelli con scadenza più imminente.Sono 25 le borse di mobilità della durata di tre mesi ciascuna messe a bando dall’università del Molise. Gli studenti dei corsi di laurea o di dottorato dell’ateneo che si aggiudicheranno le borse avranno diritto a tre mensilità per un totale di 1440 euro, importo valido per tutte le destinazioni: Belgio, Grecia, Germania, Austria, Francia, Romania, Spagna, Slovenia, Slovacchia, Regno Unito, Cipro, Croazia, Bulgaria, Lituana, Macedonia. L’ultimo giorno utile per presentare la propria candidatura è il 20 febbraio. Il modulo per la candidatura è disponibile sul sito dell’università e può essere inviato tramite raccomandata all’ufficio Relazioni Internazionali dell’università, tramite posta elettronica oppure a mano all’ufficio protocollo dell’ateneo. Le borse di mobilità sono destinate a studenti di tutte le facoltà.26 febbraio invece ultimo giorno utile per provare ad aggiudicarsi una delle borse di mobilità messe a bando dal consorzio SEND, di cui sono partner 9 atenei italiani: 440 mensilità, per un budget complessivo di 200mila euro, per un’esperienza all’estero nel settore dell’europrogettazione, intesa come insieme di attività finalizzate alla produzione, presentazione e gestioni di progetti indirizzati all’UE, da effettuare tra il 15 marzo e il 31 dicembre 2017, per una durata che può andare da due mesi a un anno. Possono partecipare alle selezioni giovani iscritti a un corso di laurea, master o dottorato di uno dei 9 atenei appartenenti al consorzio (università di Venezia, Cagliari, Catania, Macerata, Padova, Palermo, Roma Sapienza, Trieste), in possesso di un livello di conoscenza dell’inglese pari almeno a B1. Il contributo mensile per le borse di studio può variare dai 480 ai 430 euro a seconda del paese ospitante. La candidatura deve essere inoltrata online attraverso la compilazione di un formulario, disponibile al link indicato nel bando.Fino al 27 febbraio è possibile candidarsi per una delle oltre 1700 borse di mobilità stanziate dall’università di Modena e Reggio-Emilia e destinate agli studenti di laurea triennale, magistrale, a ciclo unico e di dottorato. I soggiorni all’estero vanno da un minimo di tre mesi a un massimo di 12, con partenza previste tra il primo giugno 2017 e il 30 settembre 2018. Le destinazioni variano a seconda delle facoltà e gli importi vanno dai 280 euro mensili per paesi con costo della vita alto, come Danimarca, Finlandia, Francia e Irlanda ai 230 di paesi come Belgio, Spagna, Turchia, Bulgaria. La domanda di partecipazione può essere presentata esclusivamente online tramite la pagina dedicata.Il 6 marzo prossimo è fissato il termine per concorrere a una delle oltre 900 borse di mobilità messe a bando dall’università di Udine e distribuite tra le facoltà di ingegneria, matematica, agraria, economia, giurisprudenza, medicina, scienze della formazione, lettere, lingue e relazioni pubbliche. Di durata variabile tra tre mesi e un anno, con partenze previste tra giugno 2017 e settembre 2018, le borse di mobilità sono destinate a studenti di corsi di laurea e dottorato dell’ateneo di Udine, in regola con il pagamento delle tasse.Nella domanda di partecipazione lo studente può indicare fino a un massimo di quattro destinazioni, a scelta dall’elenco disponibile per ciascuna facoltà sul sito dell’ateneo. Anche in questo caso le borse hanno importo variabile a seconda del costo della vita dei paesi di destinazione: si va dai 280 euro mensili per paesi con costo della vita alto (tra cui Austria, Danimarca, Finlandia o Norvegia) ai 230 di quelli con costo della vita più basso (come Belgio, Grecia o Bulgaria). Sono previsti dal bando anche ulteriori contributi per studenti in condizioni economiche svantaggiate. La richiesta di partecipazione può essere inoltrata online, attraverso la registrazione all’area dedicata del sito dell’università, oppure può essere cartacea e deve essere spedita all’Ufficio Protocollo dell’università di Udine, indicando obbligatoriamente sulla busta la seguente dicitura: “candidatura Erasmus+ studio 2017/2018, Astu / ufficio mobilità”.Un giorno in più, la scadenza è il 7 marzo, per le oltre 3mila borse di mobilità rivolte agli studenti di qualsiasi facoltà dell’università di Padova, di durata tra i 3 e i 12 mesi e con destinazioni europee ed extra europee. I soggiorni devono essere effettuati tra il primo luglio 2017 e il 30 settembre 2018.Gli importi vanno dai 280 euro mensili per paesi come Austria, Danimarca, Finlandia, Francia ai 230 di destinazioni come Belgio, Lettonia, Lituania, Spagna. Per le destinazioni extra europee l’importo mensile è di 650 euro, più un contributo per le spese di viaggio variabile a seconda dei km di distanza tra l’ateneo di origine e quello di destinazione. In entrambi i casi la candidatura va inoltrata esclusivamente online tramite la registrazione al sito. La deadline è infine fissata al 31 marzo per i giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni e i disoccupati e inoccupati tra i 18 e i 35 anni domiciliati in Piemonte che intendono partecipare all’assegnazione di una delle 12 borse di mobilità nell’ambito del progetto EMPIT. Destinazione: Lituania. Indispensabile aver acquisito esperienza di studio o lavoro in ambito IT. Oggetto del bando sono infatti tirocini in questo settore, con partenze previste tra aprile 2017 e febbraio 2018 e copertura delle spese di viaggio per e dal paese di destinazione e di vitto e alloggio. Le domande vanno compilate esclusivamente online tramite il modulo disponibile sul sito www.euroformrfs.it. Alla domanda firmata dovranno essere allegati copia della carta di identità fronte retro, CV formato Europass e lettera di motivazione. Le candidature dovranno pervenire esclusivamente presso Euroform RFS (Corso Umberto I n° 31 -Torino), a mezzo posta o a mano entro e non oltre la data ultima di presentazione.Chiara Del Priore  

L'industry 4.0 è il futuro: 15 opportunità di apprendistato di alta formazione in Bosch, candidature fino a fine febbraio

Assunti subito, senza bisogno di stage. Assunti con un contratto vero, subordinato: un apprendistato di due anni. E non un apprendistato qualsiasi: un apprendistato di alta formazione, che implica un enorme investimento dell'azienda perché prevede che una parte della durata del contratto sia dedicata a formazione in aula. E poi, ancora, l'opportunità di passare sei mesi all'estero, nel paese "casa madre". Specializzandosi in quelle competenze che sono già oggi il futuro della produzione industriale.Il nuovo programma di assunzione di talenti del gruppo Bosch in Italia, che fa parte dell'Rds network, racchiude tutto questo. Si chiama "Bosch Industry 4.0 Talent Program" ed è una opportunità aperta a 15 laureati di eccellenza. Neoingegneri, matematici e fisici sono i potenziali partecipanti; il requisito principale, oltre alla competenza in queste materie, è ovviamente una passione per il tema dell'Industry 4.0 e delle nuove tecnologie. Buone conoscenze di informatica e dei principali linguaggi di programmazione, disponibilità alla mobilità nazionale e internazionale e ottima conoscenza dell'inglese completano il profilo del (o della!) "candidato/a ideale".Le candidature sono aperte da meno di tre settimane e sono già oltre mille i giovani che hanno compilato l'application form. «Siamo molto soddisfatti dalla qualità delle candidature» commenta Angelo Formenti, employer branding manager di Bosch: «Purtroppo alcuni non hanno i requisiti base, penso sopratutto ai laureandi: per questo specifico programma di assunzioni possiamo infatti considerare solo chi è già in possesso di laurea magistrale. Inoltre è bene ricordare che vi è un limite anagrafico, posto dalla normativa sull'apprendistato, per cui alla data del 10 aprile bisognerà che i partecipanti non abbiano ancora compiuto 30 anni».Il graduate program si basa sulla collaborazione tra Bosch, Cefriel e il Politecnico di Milano: «Dopo una iniziale scrematura sulla base dei prerequisiti e un primo colloquio conoscitivo, che svolgiamo al telefono oppure via Skype, scegliamo la rosa di candidati da chiamare per gli assessment, i colloqui di gruppo: proprio ieri abbiamo fatto il primo, nella sede di Cernusco, e oggi ne faremo un altro a Milano».  Le selezioni si svolgeranno anche presso le sedi Bosch di Torino, Bergamo, Offanengo in provincia di Cremona, Udine, Bari e Modena ma anche in Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna, Lazio, Piemonte, Toscana e Marche, per dare a tutti l'opportunità di provarci.L'ultima prova di selezione sarà un hackathon, per testare le capacità informatiche, di programmazione e sviluppo software dei candidati. I 15 che arriveranno in fondo alla selezione saranno inizialmente assunti con un contratto di apprendistato di alta formazione di due anni, durante i quali frequenteranno un master esclusivo presso il Politecnico di Milano. «Durante il percorso formativo i neoassunti saranno impegnati per circa 50 giorni in aula» conferma Formenti «e per altri 50 giorni in un progetto Industry 4.0 ad hoc legato all'innovazione». Nello specifico qui si parla di digitalizzazione delle macchine, data mining (il processo di estrazione di conoscenza da banche dati di grandi dimensioni tramite l'applicazione  di algoritmi), IoT (acronimo di "Internet of things", neologismo riferito all'estensione di Internet al mondo degli oggetti e dei luoghi concreti: gli oggetti acquisiscono intelligenza grazie al fatto di poter comunicare dati e accedere ad informazioni aggregate - gli impianti di riscaldamento che interagiscono con clima esterno, per dirne una). «È previsto un periodo di formazione di sei mesi in Germania, a Blaichach, uno dei plant d'eccellenza per l'Industry 4.0 di Bosch» aggiunge Formenti. Blaichach è un sito produttivo; vi lavorano 3.400 persone e rappresenta la più importante realtà industriale dell'Allgäu, una regione situata nella parte meridionale della Germania, al confine con Austria e Svizzera. A Blaichach vengono prodotti sistemi elettronici di controllo dei freni (ABS e ESP), sistemi per veicoli ibridi, componenti della catena cinematica come la tecnologia di iniezione, turbocompressori e sensori di gestione del motore, sensori video, e le linee di produzione per la rete di produzione internazionale. Si tratta di uno stabilimento completamente proiettato verso l'innovazione e l'Industry 4.0, dove vengono costantemente sperimentati nuovi strumenti e modalità di lavoro.«Ai neoassunti questa esperienza internazionale permetterà di sviluppare soluzioni pratiche per migliorare le performance aziendali attraverso la digitalizzazione delle macchine e IoT» spiega Formenti: «Al termine del percorso, conosceranno in modo approfondito le realtà del gruppo Bosch e seguiranno progetti trasversali in ambito produttivo, commerciale entrando a far parte del team di riferimento per tutte le tematiche riguardanti l'Industry 4.0». C'è tempo fino a martedì 28 febbraio per provare a cogliere questa opportunità; l'ufficio HR di Bosch ha deciso di posticipare l'avvio dei contratti e dunque del master dal 20 marzo al 10 aprile, per avere più tempo per vagliare tutti i cv. «Un ultimo messaggio? Vorremmo sempre più giovani donne candidate, dunque il nostro appello alle ingegnere e alle matematiche è sicuramente quello di candidarsi!»Ci si candida al Bosch Industry 4.0 Talent Program attraverso il sito Bosch o utilizzando i canali partner di employer branding come Glickon. Chi ha i requisiti adatti si faccia sotto!