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Regole sui tirocini, balzo in avanti del Lazio: il rimborso minimo sale a 800 euro

Buone notizie per i futuri stagisti laziali, che a partire dal 1° ottobre potranno contare su un rimborso spese mensile non inferiore agli 800 euro. È la principale novità introdotta dalla nuova disciplina sui tirocini extracurriculari - ovvero i tirocini formativi e di orientamento o di inserimento/reinserimento lavorativo - approvata il 9 agosto dalla giunta regionale laziale.E proprio la regione Lazio è stata la prima ad approvare la delibera di adeguamento  alle “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento” contenute nell’accordo adottato dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano il 25 maggio scorso.Una delibera che evidenzia una clamorosa eterodossia rispetto alle linee guida nazionali, ancor più significativa se si pensa che la funzione delle linee guida dovrebbe essere quella di uniformare le normative regionali. In particolare, se a livello nazionale il rimborso spese minimo era stato fissato a 300 euro, il Lazio ha deciso di elevarlo a 800 euro, il doppio rispetto alla cifra contenuta nelle precedenti linee guida della regione, risalenti al 2013. Ma la regione Lazio non si è discostata solo nell’ammontare del rimborso spese. Ha anche ridotto il periodo massimo di durata del tirocinio da 12 a 6 mesi.«Con un rimborso economico così basso e con un periodo così lungo il rischio è quello che si assista a uno sfruttamento del tirocinante. Il tirocinio» spiega Lucia Valente, assessore al Lavoro, Pari opportunità e Personale della regione Lazio «è una misura di politica attiva finalizzata all’orientamento, all’arricchimento delle conoscenze e all’inserimento lavorativo e non deve mai sostituire un contratto di lavoro».Da qui la scelta di intervenire sulle linee guida nazionali. «Riteniamo che sei mesi siano un arco temporale sufficiente» aggiunge Valente «per garantire al tirocinante l’acquisizione delle competenze necessarie per la sua occupabilità. A fronte dell’inserimento in un’organizzazione produttiva, riteniamo necessario che al tirocinante, che può essere chiunque, dal giovane inoccupato al disoccupato adulto, sia corrisposto un contributo economico che sia dignitoso».In effetti, già stando alle linee guida in attesa di aggiornamento, la situazione era piuttosto frammentata. Il rimborso spese minimo variava dai 300 euro della Sicilia e della provincia autonoma di Trento - ovvero la stessa cifra contenuta nelle linee guida nazionali del 2013 - ai 600 di Abruzzo e Piemonte. Tra le altre novità del testo regionale, ente promotore ed ente attuatore potranno rinnovare lo stesso progetto formativo solo per una volta nell’ambito di sei mesi complessivi. Le uniche deroghe sono previste per i soggetti svantaggiati e per le persone con disabilità, per i quali la durata massima del tirocinio è rispettivamente di 12 e 24 mesi. Inoltre, vigerà il divieto di svolgere il tirocinio nelle ore notturne; e a partire dai 16 anni gli studenti potranno svolgere mini tirocini da un minimo di 14 giorni a un massimo di 3 mesi, ma solo durante l’estate.Importante sottolineare anche l’aspetto delle sanzioni: chi non rispetterà le regole potrà incorrere nell’interdizione fino a 24 mesi dall’ospitare tirocinanti. Un chiaro deterrente contro gli abusi. Inoltre, tutti i soggetti promotori, pubblici e privati saranno tenuti a sottoscrivere un codice etico a garanzia della qualità dei tirocini.«Con queste regole vengono inserite nella disciplina regionale maggiori garanzie: l’ingresso o il reinserimento nel mondo del lavoro. Il tirocinio» conclude l’assessore «deve rappresentare un'esperienza incoraggiante, positiva e tutelata e non una forma di sfruttamento in danno di giovani e disoccupati».Anche i sindacati - Cgil di Roma e del Lazio, Cisl del Lazio e Uil di Roma e del Lazio - hanno espresso la propria soddisfazione in una nota, affermando che «la nuova impostazione riduce considerevolmente le degenerazioni a cui abbiamo assistito in questi anni; sei mesi infatti sono un tempo congruo per imparare qualsiasi mestiere, anche quelli con un contenuto professionale elevato; gli 800 euro di rimborso scoraggiano inoltre chi intende sfruttare i ragazzi o chi ha perso il lavoro. Roma e il Lazio avevano bisogno di una simile inversione di tendenza perché i dati sull’occupazione delineano un aumento consistente del lavoro povero».Le altre regioni hanno tempo fino al 25 novembre per approvare la propria delibera in materia di tirocini extracurriculari. La curiosità è ora quella di capire se ci saranno nuove regioni divergenti rispetto alle linee guida. Rossella Nocca

Giovani disposti a tutto pur di lavorare. E non disdegnano neppure i mestieri manuali

A differenza di quello che si tende a credere, «i giovani sono disposti a tutto pur di lavorare, anche a farlo in nero». A denunciare questa stortura è Annamaria Parente [nella foto sotto], capogruppo Pd in commissione Lavoro al Senato, parlando dei risultati del report 'Lavoro Consapevole' presentato nei giorni scorsi alla Camera dei deputati. L'indagine è stata elaborata dal Censis in collaborazione con Assolavoro e Jobsinaction, think tank del mercato occupazionale, e ha coinvolto un migliaio circa di 15-34enni. La fotografia è quella di una platea che per la quasi totalità accetterebbe, pur di essere occupata, anche un lavoro molto diverso da quello per cui ha studiato, oppure lavori discontinui e perfino manuali e pesanti.«Sono soprattutto le donne a essere disponibili», prosegue Parente; una caratteristica di tutti gli intervistati è che manifestano interesse «non tanto per il reddito quanto proprio per il lavoro in sé». Anche perché «avere un lavoro che piace e corrisponde alle proprie aspirazioni» è secondo il 30% degli intervistati una delle «chiavi che rendono felice una persona». Il motivo è che «è soprattutto al lavoro che si affida il compito di realizzare e sostanziare un progetto di vita» conferma lo studio. O forse anche perché – come osserva Giuseppe De Rita, presidente del Censis, al dibattito di presentazione – «oggi i giovani possono contare su un livello di consumo non paragonabile al passato». «Andare a New York può costare 100 euro», per questo secondo De Rita il reddito potrebbe scemare nella graduatoria degli interessi. Sono giovani che scelgono il lavoro più che per denaro «per desiderio e ambizione personale» gli fa eco Stefano Scabbio, presidente di Assolavoro.«Dopo l'attenuazione della caduta dell'occupazione dei giovani nel 2015, nel 2016 in Italia per la prima volta aumentano gli occupati di quasi un punto» si legge nello studio. Una crescita che vale soprattutto per i laureati, «a conferma del ruolo dell'istruzione quale fattore protettivo». In agguato ci sono però le cifre sul tasso totale di disoccupazione per questa fascia di età, che è del 17,6%, e quello dei Neet, per cui l'Italia vanta un triste primato in Europa e che si colloca a quota 21,8%. Un dato che trova il proprio riflesso nelle modalità di ricerca di un'occupazione: oltre la metà di chi è occupato dichiara di essersi rivolto a amici e parenti per trovare lavoro, anche se Internet e app restano l'azione principale di ricerca (le usa il 64%). E non a caso lo stesso gruppo di occupati ritiene – per oltre la metà – «il network» come uno degli elementi che contano davvero nella ricerca di un lavoro. Chi non è parte dei circuiti socialmente più importanti è penalizzato, e resta a spasso. Il lavoro è percepito come il fulcro delle ingiustizie sociali: «l'indagine è nata anche per far luce sul perché in Italia si cerca lavoro soprattutto tramite canali informali, a differenza di altri paesi, specie anglosassoni» spiega Marco Baldi, curatore del report. Per Gianluigi Petteni, responsabile del settore lavoro della Cisl, «bisogna creare un sistema di presa in carico proprio per chi è figlio di nessuno e vive una maggiore insicurezza». Con l'obiettivo di «investire in questo ambito, in modo selettivo». Questa la direzione da prendere confermata dall'opinione dei partecipanti alla ricerca, secondo cui – a pensarlo è un giovane su tre, a prescindere dal ceto di provenienza – l'accesso all'impiego è garantito «solo chi è in possesso delle conoscenze giuste». Lo stesso livello di iniquità si percepisce anche riguardo la ricchezza: un terzo di quelli che provengono da famiglie disagiate ritengono il reddito «molto alto per pochi e sotto il livello di sopravvivenza per troppi». Ma nonostante questa rappresentazione, «nei giovani non si riscontra rancore» commenta De Rita. Per questi figli «del ceto medio e di un'Italia dall'ascensore sociale bloccato», c'è sì frustrazione, ma essa non sfocia in un'accusa contro i padri: «Come potrebbero avere rancore per i padre che non vanno in pensione?».Se è infatti vero che gli intervistati giustificano un tasso di disoccupazione giovanile superiore alla media europea con il mancato «incontro tra domanda e offerta di lavoro», a pesare più di tutto «lo spostamento dell'età pensionabile» e quindi la scarsità di posti liberi per i giovani. E non sono certo scuse se solo un microscopico 0,6% dei disoccupati ammette di provare disinteresse nei confronti del lavoro (cifra che sale al 3% per gli inattivi), mentre quasi la metà dichiara di fallire nell'intento di trovarne uno, nonostante pratichi una ricerca attiva.Una delle strade per uscirne secondo Scabbio di Assolavoro è seguire l'esempio dei paesi con il minor tasso di disoccupazione giovanile in Europa, la Germania e la Svizzera, dove si può contare su «ottimi sistemi di apprendistato e alternanza scuola-lavoro». E poi, propone Alessio Rossi, presidente di Confindustria giovani, puntare tutto su una «decontribuzione totale dei nuovi assunti under 30». Perché «è tempo di dare segnali forti, e qui non è questione di delineare una politica per le imprese bensì per le famiglie: sono i loro figli che si andrebbe ad assumere».Se il «lavoro negato» è percepito come «la maggiore delle ingiustizie sociali, superiore per gravità ai divari di ceto, di reddito, di mancanza di servizi» come riporta Parente nell'introduzione all'indagine, la lotta dei nostri giorni «diventa la promozione del diritto all'accesso, un concetto che racchiude uguaglianza di opportunità e valorizzazione dei talenti». Dunque politiche attive per il lavoro, ma che siano comprensibili e «visibili»: solo il 30% degli intervistati riconosce di sapere esattamente cosa siano!Ilaria Mariotti   

Bando tirocini in Sardegna: «Non devono esistere disoccupati di serie A e B»

Disoccupati, inoccupati, inattivi, residenti in Sardegna, senza sostegni economici e over 30: soggetti a cui si dedica l’avviso pubblico per l’attivazione di progetti di tirocinio 2017 pubblicato dalla Regione, per cui sono stati messi a disposizione 3 milioni di euro. Apparentemente una buona notizia... se non fosse per l’indennità di tirocinio prevista: 450 euro mensili, di cui 300 a finanziamento pubblico e 150 erogati direttamente dall’azienda. Una cifra che non  è passata inosservata a Confintesa Sardegna, che ha provato a chiedere spiegazioni alla Regione, definendo questa situazione una «guerra tra poveri».Questo perché Confintesa ha confrontato questo bando con un bando precedente, Flexicurity 2015, per il quale i destinatari erano sempre lavoratori svantaggiati, disoccupati che non potevano più usufruire di ammortizzatori sociali, e per cui si prevedeva un tirocinio di sei mesi con un monte orario di 30 ore settimanali e un compenso lordo di 600 euro mensili. Motivo per cui il sindacato ha voluto vederci chiaro ritenendo che non ci sia alcuna giustificazione per cui si imporre ai tirocinanti 2017 trenta ore alla settimana a 300 euro lordi erogati dalla Regione (più la quota dell’azienda) contro i 600 dell’anno precedente distribuiti dallo stesso ente.Per questo motivo all’inizio di luglio Anselmo Piras, segretario Confintesa Sardegna, ha presentato all’assessora al lavoro, al direttore generale Aspal e al presidente della Regione una richiesta di modifica del bando tirocini 2017. «Ad oggi non abbiamo ricevuto ancora nessuna risposta alla nostra richiesta», spiega alla Repubblica degli Stagisti il segretario. «Forse a loro 450 o 600 euro sembra una differenza di poco conto. C’è poca sensibilità a trattare con il popolo» rincara la dose, aggiungendo che il sindacato spera sempre di ottenere una risposta ma, in caso contrario, Confintesa «è pronta a dare assistenza legale gratuita a tutti i giovani esclusi che lo richiederanno. Abbiamo già contattato degli avvocati che hanno accettato di farlo e ricevuto tantissime telefonate di giovani che non hanno già fatto ricorso solo perché hanno paura, ed è umano, che non gli vengaconfermato il tirocinio».Piras però non si è fermato alla sola richiesta ad assessora e presidente, ma ha cercato di coinvolgere su questo tema anche altri politici, inviando la sua lettera a tutti i 70 consiglieri regionali. Alla fine il supporto è arrivato dall’opposizione, con il gruppo di Forza Italia che ha presentato un’interrogazione sulle modalità previste dal bando. «In Sardegna, più che nel resto d’Italia, stiamo vivendo una forte disoccupazione giovanile. E se i giovani trovano già delle disparità di trattamento prima ancora di entrare a far parte del mondo del lavoro, beh non è giusto» spiega Alessandra Zedda, prima firmataria. «Noi chiediamo intanto che si possano riconoscere uguali diritti e doveri a tutti i tirocinanti, che possano essere rispolverati i criteri del Flexicurity con regole che erano più favorevoli ai partecipanti, in particolare un’indennità superiore e la possibilità di effettuare assenze senza essere così penalizzati come in questo secondo bando. E poi chiediamo di conoscere quali azioni si possano attivare per fare in modo che il bando 2017 garantisca eguali diritti e doveri a inattivi, inoccupati e disoccupati della Sardegna».Non c’è però solo un occhio agli stagisti, perché Zedda critica anche il criterio di adesione delle aziende, che in effetti sono in numero molto esiguo. «Secondo il bando l’azienda può prendere un tirocinante se non ha licenziato nessuno, e questo ci può stare, e se ha almeno un occupato. Il che vuol dire Inps, Inail, contributi sociali e previdenziali. Ma io lo vorrei togliere quel limite. Fino agli anni d’oro l’azienda con a capo solo un imprenditore non era ritenuta un’azienda. Ma oggi tante aziende che sono sul mercato non hanno bisogno di personale ma solo di un commercialista. E queste stesse aziende un tirocinante potrebbero anche averlo». C’è da aggiungere, poi, che la Regione Sardegna è tra quelle in cui la normativa regionale non specifica se gli stage in aziende prive di dipendenti siano possibili o no. Mentre secondo le nuove linee guida, che dovrebbero essere recepite entro fine novembre di quest’anno, si specifica proprio all’articolo 6 la possibilità di svolgere tirocini in aziende senza dipendenti.L’interrogazione comunque non avrà proprio tempi brevissimi. Sarà discussa a settembre, ma non è stata ancora calendarizzata. Zedda è però fiduciosa che grazie a questo testo si smuovano le acque e inizi un confronto.L’altro punto sottolineato sia nell’interrogazione presentata al Consiglio Regionale sardo, sia nella lettera di modifica bando inviata all’assessora dal sindacalista Piras, è quella riguardante la questione delle assenze. Entrambi evidenziano la poca chiarezza nel calcolo delle ore e quindi dell’indennità. Sul bando, infatti, all’articolo 2 si puntualizza che «l’indennità di tirocinio sarà ridotta proporzionalmente alle ore di assenza ingiustificata riportate nel libretto delle presenze considerando il mese convenzionale stabilito in 130 ore. Nel calcolo delle ore di presenza sono incluse le ore di assenza giustificate come identificate dal Regolamento provvisorio per l’attivazione dei progetti di tirocinio. La giornata di assenza giustificata è quantificata in sei ore». Frase che viene giudicata da Piras e dalla Zedda come «poco chiara». Il sindacalista Confintesa, infatti, nella sua lettera scrive che così com’è «non può avere un senso logico se si considera che anche svolgendo il massimo delle 30 ore il mese convenzionale dovrebbe indicare 120 ore e non 130!» Non solo, nella lettera si evidenzia anche che le ore di assenza ingiustificate riportate nel libretto delle presenze dovrebbero essere sottratte in base all’orario di frequenza stabilito nel progetto di tirocinio. «Orario che possa tener conto di un minimo di 80 ore e un massimo di 120 ore al mese, senza variazione dell’esigua indennità annunciata».Se poi si vanno ad analizzare le offerte al momento presenti sul portale, bisogna riconoscere che qualcosa evidentemente non ha funzionato visto che... sono soltanto undici. Un punto che la Zedda sottolinea. Ma se Piras si augura che almeno la metà dei partecipanti una volta concluso il tirocinio possa avere la possibilità di essere assunto dall’azienda, l’esponente di Forza Italia crede invece che nonostante questi tirocini siano «molto formativi» e oltre a dare un minimo di rimborso ai partecipanti sono anche utili alle aziende, non siano «assolutamente uno strumento ai fini occupazionali».Certo i dati si potranno scoprire soltanto una volta chiuso il bando e soprattutto terminati gli stage. Ma più che investire ancora una volta sulle indennità dei tirocini, sia Piras sia Zedda sono convinti ci sarebbe solo una cosa che il governo regionale dovrebbe fare per risolvere il problema occupazionale dei giovani in Sardegna: incentivare le aziende. «Se la regione aggiunge alle leggi nazionali qualcosa in più per le imprese, allora queste assumono. Ne sono convinto. Perché se per tre anni ho un abbattimento dei costi sociali e sono contento del risultato della nuova risorsa, e questa è diventata un bene per l’azienda, alla fine me la tengo. Servono incentivazioni di supporto a quelle nazionali». Un’idea ancora più precisa ce l’ha Zedda: «abbattere il quantum fiscale, cosa che noi in Sardegna potremmo fare agendo su settori come i trasporti, il turismo e l’agricoltura. Dovremmo poter assumere e incentivare le imprese con abbattimento dei costi previdenziali. O dare contributi a fondo perduto sulle assunzioni di personale. L’unica cosa che può funzionare è questa: meno tasse e più incentivi su occupazione».Nel frattempo si aspetta che il governo regionale dia un segnale. Forse c'è qualche spazio di manovra per migliorare le condizioni previste per gli stagisti.Marianna Lepore

Anno di superiori all'estero, crescono le domande. Identikit di una generazione in movimento

«I miei orizzonti si sono ampliati in modi che non avrei mai potuto immaginare». Parola di Samantha Cristoforetti, la prima donna italiana nello spazio, che grazie a un programma Intercultura, ha frequentato un anno di superiori negli Stati Uniti d’America, presso l’High School di St.Paul (Minnesota).Sarà proprio per allargare i propri orizzonti – soprattutto oggi che quelli di “casa nostra” appaiono così nebulosi – che sempre più giovani si candidano per partecipare a progetti di mobilità internazionale scolastica e trascorrere all’estero una parte o un intero anno scolastico, di solito il quarto. Un fenomeno che riguarda all'incirca 4mila 17enni all'anno. La “via maestra” sono i programmi di Intercultura, associazione nata nel 1955, inizialmente a scopi umanitari, come costola italiana dell’American Field Service (AFS), e poi apripista e promotrice degli scambi scolastici internazionali. Sono 2.162 i “fortunati” che sono stati selezionati attraverso l’ultimo bando Intercultura per partire durante l’anno scolastico 2017/18 per 65 paesi del mondo. 1.200 per il programma annuale, 200 per quello semestrale e 700 per i programmi trimestrali e bimestrali e per quelli estivi di lingua di quattro settimane. I programmi annuali sono i più numerosi e i più gettonati perché l'esperienza è completa - per Natale si fa giusto in tempo ad adattarsi - e al ritorno si ha tutta l'estate per recuperare il programma dell'anno trascorso all'estero.  Le domande totali erano state ben 7mila, ovvero mille in più di un anno fa e quasi il doppio rispetto all’anno scolastico 2012/13 (quando si erano registrate 4.100 candidature). Ciò vuol dire che i posti disponibili con Intercultura non riescono a coprire tutte le richieste. E così questo vuoto viene spesso riempito da agenzie specializzate in viaggi di studio, come EF (Educational First) e YouAbroad.Con EF Italia partiranno nel prossimo anno scolastico circa 600 studenti, di cui il 70 per cento per programmi annuali e il 30 per cento per programmi semestrali. Il 90 per cento dei ragazzi preferiscono gli Stati Uniti, seguiti da Gran Bretagna e Irlanda, le altre due destinazioni trattate dall'agenzia. Con YouAbroad, invece, studieranno all'estero circa 1000 studenti: poco più della metà per un anno, un altro 30% per un semestre, e un 15% per un trimestre e periodi affini. In questo caso, le destinazioni più richieste sono state: Stati Uniti (60%), Canada (19%) e Australia (9%). Ciò vuol dire che, solo considerando i principali circuiti, nel prossimo anno scolastico partiranno per un'esperienza di studio all'estero quasi 3.800 studenti di quarto superiore. «In Italia c’è una grossa richiesta, mentre nel resto del mondo c’è stagnazione. Vorremmo mandare più studenti, ma non li accettano», spiega alla Repubblica degli Stagisti Alda Protti, presidentessa volontaria di Intercultura, che oggi conta 4mila volontari e 155 centri locali sparsi per l’Italia e coinvolge annualmente nei suoi progetti circa 900 scuole.«Le domande riguardano soprattutto i paesi dove si parla inglese: Stati Uniti d’America in primis, ma anche Canada, Nuova Zelanda, Inghilterra» racconta Protti «tuttavia negli ultimi anni c’è stata una diversificazione, ad esempio sono aumentate le richieste per Asia, America latina ed Est Europa». Nel prossimo anno scolastico il 35% dei ragazzi partiranno per l'Europa, il 24% per l'America latina, il 22% per Stati Uniti e Canada, il 4% per l'Australia e la Nuova Zelanda e l'1% per l'Africa. La crescita più significativa riguarda l'Asia: nel 2000 le partenze per questo continente rappresentavano solo l'1%, oggi sono al 14%.Secondo la presidentessa di Intercultura il valore dell’esperienza all’estero oggi più che mai può andare oltre la crescita formativa personale, perché «visto quello che sta succedendo nel mondo, partire serve a imparare che esistono culture diverse di cui non bisogna avere paura».Per partecipare alle selezioni Intercultura occorre compilare un application form in cui si valutano il curriculum scolastico (no a bocciature e debiti significativi negli ultimi due anni), le capacità psico-attitudinali e le conoscenze linguistiche. Seguono colloqui individuali con i volontari di Intercultura, attività di gruppo con ex partecipanti e un incontro con i genitori degli studenti. La domanda va presentata con circa un anno di anticipo, quindi all’inizio del terzo anno di superiori per partire all’inizio del quarto.Ma la mobilità internazionale è un’esperienza che tutti si possono permettere? Con Intercultura potenzialmente sì. «Per i programmi annuali e semestrali» spiega Alda Protti «il 78% dei ragazzi hanno una borsa di studio parziale pari al 20, al 40 o al 60% oppure totale, sovvenzionata dell’Inps e da altri enti. Il restante 22% dei ragazzi parte con la quota piena a proprio carico, di cui una parte viene usata per sostenere gli studenti con meno possibilità».Le quote di partecipazione, per i prossimi programmi annuali di Intercultura, vanno da un minimo di 10.800 euro per paesi come Russia, Portogallo e Ungheria a un massimo di 15.500 euro per gli Stati Uniti. Per i semestrali, da un minimo di 8.400 euro per Thailandia, Argentina, Brasile, Cile e Costarica, a un massimo di 15.000 euro per la Nuova Zelanda. I trimestrali e i bimestrali oscillano fra i 7mila e gli 8.400.Per l'anno scolastico 2017/18 saranno 1.545 gli studenti che usufruiranno di borse di studio a copertura totale o di contributi parziali, di cui 624 offerti da aziende, banche, fondazioni ed enti pubblici e 23 riservate a studenti stranieri che trascorreranno un periodo in Italia. Potevano concorrere a una borsa gli studenti i cui genitori dichiarassero un reddito lordo complessivo dai 22mila euro (copertura totale) ai 95mila euro (borsa parziale al 20%). Inoltre, per ottenere la borsa totale, era necessario aver riportato almeno la media del 7 negli ultimi due anni e nessuna bocciatura; per la borsa parziale era sufficiente non essere stati bocciati.Diversa è la situazione per le agenzie private. Qui i programmi sono tutti a carico delle famiglie, ma c'è la possibilità di scegliere la destinazione esatta e, con un costo supplementare, persino la scuola da frequentare all'estero. Un programma annuale negli Stati Uniti ha un costo tra i 12.750 euro (EF Italia) e i 10.900 (YouAbroad). Le quote comprendono una serie di servizi, ad esempio YouAbroad fornisce: ricerca e selezione della famiglia ospitante, tasse scolastiche, pick-up da/per l'aeroporto del paese ospitante, assistenza nelle pratiche di rilascio dei visti, volo A/R da Roma/Milano con le migliori compagnie di linea, assistenza del team 24h etc.Ma al ritorno in Italia cosa succede? Come si legge nella nota 843/2013 del ministero dell'Istruzione, «le esperienze di studio o formazione compiute all’estero dagli alunni italiani appartenenti al sistema di istruzione e formazione, per periodi non superiori ad un anno  scolastico e da concludersi prima dell’inizio del nuovo anno scolastico, sono valide per la riammissione nell’istituto di provenienza» in quanto «parte integrante dei percorsi di formazione e istruzione». Ai singoli consigli di classe è lasciata la discrezionalità sul metodo di riammissione: ad esempio possono decidere di sottoporre lo studente a prove integrative per le materie trascurate. Inoltre i docenti hanno la possibilità di equiparare l’esperienza all’estero al percorso dell'alternanza scuola lavoro, riconoscendone i crediti formativi corrispondenti.Le iscrizioni al prossimo programma Intercultura per l’anno scolastico 2018/19 si apriranno il 1° settembre 2017 e potranno candidarsi gli studenti nati tra il 1° luglio 2000 e il 31 agosto 2003.Rossella Nocca

Legge sugli stage: come la vorrebbero i giovani? Diccelo tu

Se fossero i giovani a decidere, a quanto fisserebbero l'indennità minima per lo stage? E la durata massima? E permetterebbero gli stage in aziende senza dipendenti?La Repubblica degli Stagisti ha deciso di chiederlo a voi, i diretti interessati, dato che proprio in queste settimane le Regioni si stanno muovendo per aggiornare le loro normative sugli stage.Sono state approvate a fine dalla Conferenza Stato Regioni, infatti, le nuove linee guida in materia di tirocini, e contengono parecchie modifiche rispetto alla vecchia versione, quella del gennaio 2013, dalla quale sono discese tutte le normative regionali che dal 2013 ad oggi hanno regolamentato diritti e doveri degli stagisti extracurriculari.Come nel 2013 queste Linee guida non hanno alcun valore di per sé. Devono essere declinate in atti normativi dalle singole Regioni, chiamate a recepire «con propri atti le presenti linee guida entro 6 mesi».Eppure le linee guida non sono prescrittive, e le Regioni possono scegliere di normare questa materia in maniera differente da quanto concordato. Ciò peraltro è specificamente ammesso nelle linee guida stesse, con la dicitura che vincolerebbe le regioni a poter porre delle condizioni differenti solo in un'ottica di miglioramento e quindi di maggior tutela dello stagista («Le linee guida indicano taluni standard minimi di carattere disciplinate la cui definizione lascia, comunque, inalterata la facoltà per le Regioni e province autonome di fissare disposizioni di maggior tutela»), anche se non è chiaro chi stabilisca in cosa consistano miglioramenti e peggioramenti.In queste settimane le Regioni si stanno muovendo per approntare le nuove normative. Per questo la Repubblica degli Stagisti ha deciso di raccogliere la voce dei giovani: partecipa al nostro sondaggio e dicci la tua opinione!

Youthpass, questo sconosciuto: la sfida europea per il riconoscimento delle competenze non formali

Un “passaporto” per i giovani che hanno partecipato a progetti europei di mobilità internazionale. Uno strumento di rappresentazione dell’apprendimento derivato dallo youth work. Sono alcune delle possibili definizioni dello Youthpass, punto chiave della strategia della Commissione europea finalizzata a promuovere il riconoscimento dell’educazione non formale. Ancora sconosciuto ai più, questo strumento esiste in realtà da oltre un decennio: ideato nel 2006, nel 2007 è stato inserito nel Programma Gioventù in Azione. Oggi può essere rilasciato in forma facoltativa ai partecipanti al Programma Erasmus Plus settore Gioventù da tutte le organizzazioni ospitanti, che per farlo devono registrarsi sul sito dedicato.«Il tema del riconoscimento delle competenze non formali è cruciale per il futuro dei giovani italiani ed europei» dice alla Repubblica degli Stagisti Giacomo D’Arrigo, direttore generale dell’Agenzia nazionale per i giovani (Ang), ente attuatore in Italia del capitolo Youth del Programma Erasmus Plus: «Prima il tempo della scuola e il tempo del lavoro erano distanti e non si incrociavano mai, oggi non è più così: sono sempre più vicini e connessi. Essere pronti o non esserlo farà la differenza».Lo Youthpass è un documento di quattro pagine, di cui due dedicate all’anagrafica del partecipante e alla descrizione del progetto e altre due alle competenze chiave, che si può allegare al curriculum vitae come ulteriore strumento di narrazione. Le competenze chiave sono otto: comunicazione nella lingua madre, comunicazione nella lingua straniera, competenze matematiche di base e scienze tecnologiche, competenze digitali, apprendere ad apprendere, competenze sociali e civili, senso di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale. Per la compilazione il giovane può contare sull’assistenza di una figura di riferimento del progetto, come ad esempio il mentore nel caso del Servizio volontario europeo (Sve).«Lo Youthpass risponde a due obiettivi» spiega Adele Tinaburri, funzionaria dell’Agenzia nazionale per i giovani e da due anni responsabile per l’Italia della diffusione dello strumento «di cui uno pedagogico, perché invita a ragionare su quello che si è appreso; e un altro funzionale alla visibilità e alla disseminazione delle competenze acquisite, di cui si fa “ambasciatore”».Il suo punto di forza, ovvero il rilevamento e l’autovalutazione delle competenze, rappresenta allo stesso tempo il suo principale limite. Come si legge nella guida fornita dalla Commissione europea, infatti, lo Youthpass non è “un accreditamento ufficiale delle competenze”. Ciò vuol dire che non è un certificato “spendibile”, perché non è riconosciuto da un ente certificatore.Lo scorso marzo le trentatré agenzie nazionali europee per i giovani si sono riunite, come ogni diciotto mesi, per discutere dell'implementazione dello strumento. «È emersa, in particolare, la difficoltà di promuoverlo senza poter contare su fondi aggiuntivi» aggiunge Tinaburri, presente in rappresentanza dell’Agenzia italiana «e di poterci lavorare solo nei ritagli di tempo».Nonostante la scarsità di risorse, il nostro è uno dei paesi europei ad aver maggiormente recepito lo Youthpass. «Gli enti cominciano a rendersi conto che il riconoscimento delle competenze non deve essere solo un obiettivo calato dall’alto» racconta il funzionario Ang «e promuovono il desiderio da parte dei giovani di imparare e di raccontare quello che apprendono. Molti lo fanno sotto forma di attività ludiche, attraverso percorsi animati, come può essere una caccia al tesoro per capire il livello di conoscenza dell’inglese». Inoltre alcune istituzioni, come le università di Padova e Cagliari ma anche molti istituti scolastici, riconoscono crediti formativi per le competenze dichiarate nello Youthpass.Tuttavia la diffusione dello strumento resta ancora troppo debole. «Attraverso incontri in giro per l’Italia» conclude il dg Ang D’Arrigo «l’Agenzia incentiva gli enti a rilasciarlo e i giovani ad usarlo. È determinante tuttavia fare in modo che sia diffuso attraverso iniziative governative e che cominci ad essere applicato anche ad altri percorsi di educazione non formale, come ad esempio il servizio civile».A fine aprile l’Agenzia nazionale per i giovani ha lanciato un sondaggio rivolto alle organizzazioni beneficiarie di finanziamenti Erasmus + settore Gioventù, per capire quante di esse rilasciano lo Youthpass, ma anche la qualità del suo utilizzo, così da poter elaborare una strategia efficace e vincere la sfida per il riconoscimento delle competenze non formali.Rossella Nocca 

Cosa fare dopo le superiori? Push to Open, il programma che orienta su quale strada prendere

L'alternanza scuola lavoro include anche servizi di orientamento, non solo formazione in azienda. Ne fa parte Push To Open, «un programma dove aziende, professionisti e istituzioni spiegano e raccontano che cos’è il lavoro e come scegliere l’università in base alle  prospettive occupazionali» si legge sul sito della start up Jointly. Un centro che offre servizi di welfare condiviso e che, a tre anni dall'avvio, ha coinvolto 2.500 studenti del penultimo e ultimo anno delle superiori, di cui 1.500 solo nell'ultima tornata. In base a un sondaggio interno «quasi un ragazzo su tre, tra i 15 e 24 anni, è un Neet e il 75% dei ragazzi al termine delle scuole superiori compie le proprie scelte di studi universitari senza conoscere nulla riguardo al lavoro e alle possibilità occupazionali». L'idea nasce da qui, spiega la ceo di Jointly Francesca Rizzi: «I giovani vanno incontro a un futuro di collaborazioni a partita Iva, o di on demand economy se vogliamo dirlo con un termine che suoni meglio». A loro che devono costruirsi un futuro professionale così complicato viene proposto «un viaggio attraverso un programma di orientamento che li aiuta a scegliere cosa fare al termine della scuola, dopo il diploma». Con una prospettiva di lungo termine, che non si limita «a guardare a subito dopo l'università ma oltre: 16 anni non è un'età troppo giovane per farlo, la pensano così sia i ragazzi che i loro genitori». Gli studenti ricevono così «una cassetta degli attrezzi» aggiunge la Rizzi, «che poi dovranno imparare a usare». In cosa consiste? Il programma prevede un percorso interattivo, sviluppato per lo più in digitale, che si estende tra ottobre e gennaio di ogni anno con il coinvolgimento di circa 25 aziende. In questa fase si può usufruire delle guide di specialisti dell’orientamento, di consigli di psicologi adolescenziali, del punto di vista di esperti su temi specifici, e anche di testimonianze di under 35 inseriti in azienda. «Abbiamo assistito a dirette online, ricevuto consigli su come parlare e gesticolare durante i colloqui di lavoro e su come mettere in luce le esperienze acquisite» ha raccontato Bianca Bucciarelli, 17 anni, partecipante al progetto.«C'è una piattaforma online interattiva e suddivisa in canali tematici con contenuti come interviste, lezioni teoriche, simulazione di colloqui, canali per la ricerca del lavoro, proposte di business game provenienti dagli stessi ragazzi» spiega Barbara Demichelis, responsabile della ricerca Universo 18 di Jointly. «Tutto per far capire cosa cerca un'azienda e a cosa ci si deve preparare». Alla fine del percorso un workshop aziendale. Il risultato «è a che a 17 anni si trovano con un bagaglio di conoscenze che di solito si acquisisce non dopo l'università, ma dopo anni di lavoro» ha proseguito Demichelis. A guadagnarci sono tutti. I ragazzi «che raggiungono così un notevole vantaggio competitivo sui coetanei» ragiona la ricercatrice, e le aziende, che possono «contare su un servizio di welfare aziendale come tale meritevole di agevolazioni fiscali». E anche le scuole, a cui il programma permette di scontare 50 ore di alternanza, un quarto del monte ore previsto dalla legge. «L'alternanza ha creato un sacco di lavoro» commenta Raffaella Massaccesi, preside del Liceo Montale di Roma.La scuola è uno degli istituti scelti per 'Adotta una classe', una della possibilità nell'ambito di Push to open che consente alle aziende di mettersi in contatto con una determinata classe di diplomandi e farsi conoscere dall'interno. «Una sfida grande» dice ancora la preside, «contando che l'anno prossimo l'alternanza impegnerà più di 1 milione e mezzo di studenti di tutti gli indirizzi». E il problema sono anche le «tante resistenze da vincere: l'impatto sui licei ha scatenato pregiudizi, si assimila l'azienda al profitto e all'economia, qualcosa che sembra stare da tutt'altra parte rispetto alla cultura». Sace, società assicurativa del gruppo Cassa depositi e prestiti che ha ospitato qualche settimana fa a Roma la presentazione del progetto, ha proposto il servizio ai figli dei dipendenti, includendo poi anche gli amici – «fino a cinque per ognuno» specifica Roberta Marracino, direttrice della Comunicazione. Il compito è «aiutare un paese che vive una situazione meno fortunata di quella che abbiamo avuto noi». Venticinque anni fa, «quando mi sono laureata, era il 1992: anno in cui c'era la crisi economica, la disoccupazione era comunque al 12% come oggi», racconta. «Ma dopo il titolo in un ateneo di periferia di Trieste potevo contare su tre offerte di lavoro: era un altro mondo». Ilaria Mariotti 

Cento posti alla Scuola di politiche, aperto il nuovo bando

Mancano ancora due settimane alla chiusura delle iscrizioni ad una delle opportunità più interessanti per tutti quei giovani che sognano di mettersi in gioco e diventare parte attiva della realtà pubblica e istituzionale. Scade infatti il 16 luglio il bando per le candidature alla Scuola di Politiche dell’Arel, il progetto nato dall’idea di Enrico Letta e diretto dal deputato Marco Meloni che ha l’obiettivo di «offrire un’opportunità di formazione a giovani di talento» per creare «una nuova classe dirigente autorevole, aperta ed europea». La scuola, attiva dal 2015, offre ogni anno a 100 ragazzi di età compresa tra i 18 e i 26 anni – nati tra il 1° gennaio 1991 e il 31 dicembre 1998 – la straordinaria possibilità di partecipare ad un corso annuale di formazione politica in modo totalmente gratuito: il costo di iscrizione di 2mila euro a studente per l’intero corso è, infatti, interamente coperto da erogazioni liberali e donazioni. Ai ragazzi sarà inoltre offerta la possibilità di usufruire di un contributo alle spese di viaggio, data la presenza, all’interno del corso, non soltanto di lezioni frontali ma anche di visite ad organi e istituzioni nazionali ed europee.Il corso è affidato ad oltre 70 docenti di profilo internazionale e si articola in più parti, così da permettere a ciascun ragazzo di acquisire un bagaglio di conoscenze e competenze variegate, frutto di studio ma anche di esercitazioni in aula ed importanti momenti di confronto. Il tassello principale è quello costituito dai moduli formativi, ossia lezioni su macrotemi quali Unione Europea, Costituzione e pubblica amministrazione, economia italiana e internazionale, innovazione, società e comunicazione. «Considerata la diversa provenienza accademica degli studenti» si legge «lo scopo dei moduli formativi è fornire una base comune di conoscenza su un ampio spettro di discipline». Ad integrare i macromoduli ci sono poi le lezioni monografiche, dedicate ad approfondire un argomento o un particolare aspetto dell’attualità, le simulazioni e le esercitazioni in aula, che coinvolgono in maniera interattiva gli studenti, e le conferenze di importanti personaggi del panorama politico come Giorgio Napolitano, Emma Bonino, Marc Lazar e tanti altri. Estremamente stimolanti, infine, gli appuntamenti al di fuori della scuola, che porteranno i ragazzi a conferenze e visite presso le principale istituzioni italiane (come la Camera dei deputati o il Senato della Repubblica) e ad una “tre giorni” a Bruxelles nel mese di giugno, a conclusione del corso, dove gli studenti avranno la possibilità di partecipare ad incontri e dibattiti con i vertici istituzionali e amministrativi dell’Ue. Il corso va da ottobre a maggio ed è articolato in lezioni da otto ore al giorno (10-18) che si tengono, un venerdì al mese, a Roma, presso la sede dell’Arel. Un impegno pensato, dunque, come perfettamente compatibile con qualsiasi altra attività lavorativa o di studio. Per chi fosse interessato a candidarsi, l’unico requisito è quello dell’età. Se la fascia è quella giusta, basta andare sul sito e compilare il form che richiede, oltre ai classici dati sul percorso formativo, l’invio di un video di un minuto in cui il candidato si presenti e spieghi le ragioni per cui vorrebbe avere l’opportunità di frequentare la scuola. Ad esaminare le candidature sarà un comitato guidato da Emma Bonino e Pascal Lamy, che selezionerà i 100 studenti secondo «criteri di diversità e inclusione (di genere, territoriale, di cultura politica), di performance negli studi e di passione per la cosa pubblica».Un progetto ambizioso quanto innovativo: gli obiettivi che la scuola si propone per gli anni a venire sono quello di costruire un network «integrato e proattivo» grazie alla collaborazione tra studenti – ed ex studenti – e professori, potenziare le partnership con le università e, soprattutto, creare una scuola europea che permetta ogni anno a giovani provenienti da tutta Europa di frequentare corsi nella stessa lingua e partecipare ad esperienze di studio nei paesi coinvolti e a Bruxelles: «Un progetto per la costruzione di una classe dirigente effettivamente europea». Giada Scotto

StraJob, l’app che aiuta i lavoratori sfruttati ad ottenere giustizia

Uno stage che “nasconde” un rapporto di lavoro? Un contratto a progetto gestito con le stesse condizioni,escluse quelle economiche, di un tempo indeterminato? Per la legge italiana è possibile fare ricorso. Ma per questo servono le prove. E ora c’è un’app che è in grado di fornirle.O meglio, è lo stesso diretto interessato a costruirle. Intanto, con ordine: l’applicazione si chiama StraJob e si può scaricare sia su iOS che su Android. Ad idearla un imprenditore, Franco Fontana (57 anni, a sinistra nella foto sotto), un avvocato che si occupa di diritto del lavoro, Luca Daminzio (29), e un’esperta di marketing e comunicazione, Silvia Pugi (45). «Mi chiedono sempre perché un datore di lavoro come me abbia creato un’app come questa», spiega Fontana, «il fatto è che le aziende che non pagano i loro lavoratori, o li pagano male, per me sono dei concorrenti sleali».Ecco spiegato l’impegno nello sviluppare una soluzione digitale che permette a chi è sfruttato di ottenere delle prove per poi ricorrere al giudice del lavoro. Ma come si fa? Intanto, attraverso la geolocalizzazione: il gps integrato all’interno degli smartphone. «L’applicazione effettua una rilevazione della posizione ad intervalli regolari». Ad esempio, una volta ogni venti minuti. In questo modo è possibile dimostrare di essere in azienda. Magari anche al di fuori dell’orario previsto.Una persona  potrebbe però – è l’obiezione – lasciare volutamente il cellulare in ufficio, così da risultare presente anche durante il tempo libero. «Attraverso l’accelerometro degli smartphone l’app è in grado di capire se la posizione è registrata mentre si sta camminando o si è fermi», spiega Fontana. Per questo “dimenticarlo” sulla scrivania serve a poco. Più utile, invece, accendere la connessione wi-fi. «Nel database viene inserito l’ip di quella alla quale ci si connette. Ma anche tutte le altre reti delle quali si riceve il segnale». Ad esempio, se si lavora in un palazzo, anche quello degli uffici vicini.Non solo. È possibile scattarsi delle foto: un selfie che può dimostrare la propria presenza sul posto di lavoro. E anche utilizzare l’applicazione per registrare conversazioni o telefonate. Ad esempio «se il datore di lavoro dice cose sgradevoli, che possono configurare il mobbing. O se fa affermazioni che possono confermare lo sfruttamento del lavoratore».Ora, tutte queste funzionalità sono possibili grazie alle caratteristiche di ogni smartphone in commercio. Quello che offre StraJob in più è la possibilità di trasmetterli criptandoli e di conservarli sui server di questa start-up innovativa. L’idea, insomma, è quella di creare un dossier, «mettere insieme tanti elementi in modo coerente che permettano di dare un quadro credibile, forte e significativo in caso di opposizione al datore di lavoro». Se cioè si arriva ad una causa di fronte al giudice del lavoro. Non solo: la testimonianza di un collega o di un cliente può confermare se si è presenti in azienda. Ma non per quanto tempo. Elemento, quest'ultimo, che incide sul calcolo di un'eventuale indennizo. L'app di StraJob, che registra la presenza ogni 10 minuti, consente anche di stabilire quanto tempo si trascorre in azienda.Certo, non è detto che si debba per forza arrivare in tribunale. È possibile che, riconoscendo il torto, l’azienda decida di offrire una soluzione stragiudiziale al contenzioso. Ma questo sta all’autonomia dei singoli. Il fatto è che StraJob si pone come un player innovativo sul mercato del lavoro. Col rischio, ad esempio, di mettere in secondo piano il ruolo delle organizzazioni sindacali.«Intanto diciamo che, fino ad oggi, i sindacati sono rimasti un po’ lontani dai lavoratori atipici», la critica di Fontana. Detto questo, l’idea è quella di collaborare. «Hanno accolto con molto interesse la possibilità di avere uno strumento che consenta di ottenere un quadro probatorio più completo e raffinato». E che non richiede nemmeno la necessità di ricorrere alle testimonianze di altri colleghi, magari reticenti a parlare per paura di ritorsioni. In particolare è stato stretto un accordo con Cisl Lombardia che prevede tariffe ridotte per l'utilizzo dell'applicazione.Al momento «una cinquantina di persone stanno utilizzando l’app, un paio hanno già risolto la situazione in via stragiudiziale. Ma in soli due mesi abbiamo già registrato più di 500 download». Scaricare l’applicazione e utilizzarla è completamente gratuito. Ma allora, dove ci guadagnano i founder? «Abbiamo previsto una tariffa molto popolare nel caso si chieda di poter utilizzare i dati». Un report con il materiale raccolto dall’utente ha un costo di 90 euro. Se poi si va a giudizio ci saranno quelli per la perizia legale. «Ma anche in questo caso vogliamo stare su prezzi decisamente inferiori a quelli di mercato». Il tutto in linea con la mission di un’app sviluppata per aiutare i lavoratori sfruttati ad ottenere giustizia.Riccardo Saporiti 

100mila euro in premi di laurea, tutti bandi dell'estate

Un’estate ricca di opportunità per chi intende concorrere per uno dei premi di laurea banditi per i prossimi mesi da atenei e associazioni. Da giugno a settembre una serie di scadenze da appuntare. Il 30 giugno è la data più vicina. Si tratta dell’ultimo giorno utile per l’invio della candidatura per il premio di laurea del valore di 3.500 euro bandito da Acat Italia sul tema «Tortura e pena di morte: una laurea per abolirle», indirizzato a due studenti che abbiano conseguito una laurea magistrale o specialistica sull’argomento presso università statali e non e atenei pontifici. La documentazione va inviata ad «Acat Italia, premio di laurea, via della Traspontina 15 – 00193 Roma» e comprende copia cartacea e copia digitale della tesi, sintesi di lunghezza non superiore alle due cartelle, copia ufficiale del certificato di laurea, lettera di accompagnamento firmata dal relatore della tesi e contatti del candidato.  Stesso giorno di scadenza per il premio dell'importo di 6mila euro dedicato alla contessa Caterina De Cia Bellati Canal e dedicato a tesi in ambito linguistico, storico, letterario, giuridico, architettonico, scienze naturali e sociologico. Per partecipare è sufficiente inviare il proprio lavoro in doppia copia cartacea alla segreteria del premio, presso l'Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali - piazza Piloni 11 - 31 200, Belluno.  Entro il 5 luglio è possibile candidarsi ai tre premi di laurea del valore di mille euro ognuno promossi dall'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, rivolti ad autori di tesi di primo e secondo livello o di vecchio ordinamento, discusse tra il primo luglio 2016 e il 30 giugno 2017. Sarà assegnato un premio per un elaborato in disciplina giuridica, uno per elaborati in discipline umanistiche e un terzo per elaborati in altre discipline. La domanda è disponibile sul sito del premio.Scade il prossimo 15 luglio il termine per provare ad aggiudicarsi il premio di laurea ICD, Italian Cruise Day, promosso da Risposte Turismo, società di ricerca e consulenza a servizio della macroindustria turistica. Al premio, del valore di mille euro, possono concorrere neolaureati che hanno conseguito un titolo di studio triennale o specialistico o un master incentrati sull’industria crocieristica nel periodo primo giugno 2016- 31 maggio 2017.Per inoltrare la domanda è sufficiente compilare il modulo online, allegando indice e un abstract della tesi di massimo 2.500 caratteri. Il processo di selezione prevede che i 5 candidati più meritevoli inviino il file elettronico completo della tesi così da procedere alla valutazione finale e alla selezione del vincitore.Il 31 luglio è invece l’ultimo giorno utile per l’edizione 2017 del premio Valeria Solesin per tesi di laurea magistrali o di vecchio ordinamento sul tema «beni relazionali, nuovi modelli sociali, culturali, politici ed economici», organizzato dalla Fondazione EllePì (Lavoro per la Persona). Il premio è rivolto a tutti i candidati nati a partire dal primo gennaio 1991 che abbiano discusso in qualsiasi università italiana una tesi nei seguenti ambiti: filosofia, economia, management, architettura, agraria, sociologia, giurisprudenza, psicologia, bioetica, scienze politiche, scienze ambientali, pedagogia, scienze della comunicazione, scienze umane, conservazione dei beni culturali. L'importo del premio è pari a 41.400 euro, tra somme in denaro e offerte di stage.Le domande, redatte in carta semplice, insieme all’elaborato in forma digitale, dovranno essere inviate tramite raccomandata A/R entro la data indicata all’indirizzo Fondazione Lavoroperlapersona (EllePì), Via Ferdinando Fabiani 24, 63073 Offida (AP).Stessa scadenza per i tre premi dell'importo rispettivamente di 5mila euro per il primo classificato, 4mila per il secondo e 3mila per il terzo, banditi dalla fondazione Artemio Franchi. I premi sono destinati ad autori di tesi su argomenti di natura giuridica, economica e sociale e di medicina sportiva relative alle società sportive e allo sport in genere. Possono concorrere autori di testi magistrali o di vecchio ordinamento discusse dopo il primo gennaio 2013. La candidatura può essere inviata online all'indirizzo www.fondazioneartemiofranchi.org, compilando la domanda di partecipazione.Sempre il 31 luglio è l'ultimo giorno utile per concorrere al premio di laurea intitolato a Neda Agha Soltan, studentessa iraniana uccisa in seguito alle proteste per le elezioni presidenziali del 2009. Si tratta di due premi del valore rispettivamente di 2mila e mille euro dedicati ad autori di tesi di laurea magistrale di facoltà umanistiche. La domanda può essere inviata tramite PEC all'indirizzo comune.pordenone@certgov.fvg.it, tramite raccomandata all'indirizzo presente sul bando oppure a mano presso gli uffici servizi scolastici o relazioni per il pubblico del comune di Pordenone.Il 31 luglio è anche l'ultima data utile per il premio di laurea del valore di mille euro per autori di tesi triennali e magistrali discusse in atenei del Triveneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, discusse tra il primo ottobre 2015 e il 31 luglio 2017. Le tesi dovranno essere relative ai temi inerenti lo sport, tra cui panathlon e sue finalità, sport e disabilità, lotta al doping. La domanda di partecipazione va consegnata a mano o tramite raccomandata alla sede del Collegio Didattico di Scienze Motorie in Via Casorati 43 - 37131 Verona, con l’indicazione “Premio Panathlon”. Stessa data di scadenza per il bando relativo ai premi per le tesi di laurea magistrale e di dottorato sul tema del contrasto alla violenza contro le donne, indetto dalla Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, in collaborazione con la Presidenza del consiglio dei ministri – Dipartimento per le pari opportunità, con il ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale, con la Crui e il Consiglio d’Europa. Possono partecipare gli autori di tesi di laurea discusse tra il primo agosto 2015 e il 31 luglio 2017. Il premio di 5mila euro per la migliore tesi di laurea magistrale consiste nell’effettuare un periodo di perfezionamento presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo. Quello per la migliore tesi di dottorato prevede sia un periodo di perfezionamento grazie a un contributo di 4200 euro lordi, oltre alla corresponsione di un ulteriore premio in denaro di 4200 euro lordi da parte del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri.La domanda di partecipazione va inviata via email entro e non oltre la data indicata all’inidirizzo premiotesi2017 [chiocciola] camera.it indicando nell’oggetto «nome – cognome – premio tesi di laurea convenzione Istanbul 2017» e allegando copia della tesi in pdf, autocertificazione di laurea, autocertificazione di conoscenza della lingua inglese o francese.C'è poi un'azienda, la Sapa srl, attiva nella produzione e lavorazione di materie plastiche per il settore automative, bandisce tre premi dell'importo rispettivamente di 10mila, 7mila e 5mila euro per tesi di laurea e dottorato nei settori dell'ingegneria e della chimica discusse nel 2015 e 2016. La candidatura va inviata esclusivamente online collegandosi al sito e seguendo le indicazioni contenute nel bando. Le candidature anche in questo caso sono aperte fino al 31 luglio.Deadline fissata invece un mese più tardi, al 31 agosto, per chi volesse competere per uno dei 4 premi «Calcio: disabilità, benessere e inclusione» banditi dall’Associazione Italiana Allenatori Calcio Onlus, dell’importo di 1.500 euro ciascuno, destinati a laureati delle facoltà di Scienze motorie, Giurisprudenza, Economia e Commercio e Psicologia che abbiano discusso una tesi sul tema negli anni accademici 2014/2015 e 2015/2016. La domanda di partecipazione, scaricabile dal sito ufficiale, può essere inviata via posta tramite raccomandata A/R all’indirizzo Aiac onlus, viale G. D'Annunzio,138 - 50135 Firenze, direttamente alla segreteria AIAC di Coverciano, tramite email all’indirizzo aiaconlus [chiocciola] pec.assoallenatori.it. Alla domanda vanno allegati una serie di documenti elencati nel bando. Sono infine sei i premi, dell'importo di 500 euro ciascuno, messi a bando dall'Associazione Italiana Sindrome di Pitt-Hopkins - Insieme di più, per le migliori tesi di laurea dedicate alle sindrome di Pitt-Hopkins discusse nel periodo agosto 2015-agosto 2017. I candidati al premio possono inviare tramite raccomandata A/R la domanda di ammissione in carta libera diretta al coordinatore del comitato scientifico, la professoressa Marcella Zollino, presso l'Istituto di Genetica medica dell'università Cattolica del Sacro Cuore del Policlinico A. Gemelli di Roma in largo F. Vito,1 00168. Scadenza: primo settembre.Chiara Del Priore