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Buon compleanno Erasmus: si fa festa per i 30 anni del programma europeo più amato dai giovani

È stata una grande festa dell’Europa ma anche e soprattutto dei giovani quella organizzata dall’Agenzia nazionale giovani all'inizio di maggio presso le Officine Farneto di Roma. L’iniziativa “La formula dell’Europa”, nata nell’ambito dell’ottava edizione della Settimana europea della gioventù e della celebrazione dei 30 anni di Erasmus, ha infatti permesso a 200 ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia di arrivare nella Capitale per festeggiare e conoscere meglio i valori, le idee e i progetti messi a disposizione non soltanto dal programma Erasmus ma soprattutto dalla sua versione ampliata, Erasmus+, pensato per tutti coloro, universitari e non, che sono animati dal desiderio o dalla curiosità di fare un programma di scambio europeo.Tanti, oltre ai giovani, anche i volti noti che hanno portato parole d’incoraggiamento e testimonianze in favore di un’Europa e di una gioventù europea unita, che trova nei programmi di mobilità e di scambio un valore e un arricchimento imprescindibile: dal Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro Luigi Bobba alla campionessa olimpica di fioretto Elisa di Francisca, che sul podio di Rio 2016 anziché quella italiana ha scelto di sventolare la bandiera europea: «Volevo mandare un messaggio per far capire alle persone che non bisogna avere paura gli uni degli altri ma essere uniti, perché è l’unione a far paura».Due giornate di festeggiamenti, dunque, ma anche di approfondimento e di riflessione all’insegna dei temi che la Commissione europea ha scelto come caratterizzanti quest’edizione delle Settimana europea della gioventù, ossia la solidarietà, la partecipazione e la cittadinanza. Per condividere tutto questo, per «invitare i giovani a mettersi in gioco, a provarci, a vedere il bicchiere mezzo pieno», dice il presidente Giacomo D’Arrigo, l’Ang ha scelto di affiancare all’illustrazione dei vari progetti messi a disposizione da Erasmus+ il racconto delle storie di coloro che, grazie a uno scambio europeo o a un’esperienza all’estero, sono riusciti a cambiare la propria vita, trasformandola in un’opportunità per se stessi e per gli altri. I changemaker, così sono stati chiamati questi giovani che, scrive l’Ang, «hanno ispirato il cambiamento», hanno rischiato e, nel loro piccolo, hanno vinto.C’è Marco Meloni, un ex volontario Sve che ha lavorato nei quartieri più poveri di Rosario per costruire case di emergenza a coloro che non potevano permetterselo: «Ciascun abitante aiutava a costruire la propria casa ma anche quella del vicino, così da costruire un quartiere migliore». Lì ha sperimentato i valori di una «democrazia partecipativa», di «una società dove il mio è anche un po’ il nostro e il nostro è anche un po’ il mio» e chiede adesso, alla fine del suo intervento «Se il sogno fosse collettivo, non sarebbe forse più forte? Non ci farebbe sentire meno soli? Allora appassionatevi anche ai sogni degli altri!». C’è Michele Tranquilli, che dopo alcuni campi di volontariato in Tanzania è riuscito a dar vita alla rete solidale Youaid, grazie alla quale sono stati costruiti nel paese una scuola, un ospedale e una fabbrica, e c’è Susanna Vita, che con il Servizio civile nazionale e uno Sve in Francia ha capito che «la mobilità è vivere la vita con entusiasmo» ed esorta i giovani ad «attivarsi, a lasciarsi alle spalle le paure, perché questa è un’esperienza che cambia la vita».Le testimonianze sono accomunate da un punto fondamentale: un programma di scambio non permette d’incrementare e migliorare soltanto le cosiddette hard skills, ossia le proprie competenze tecniche specifiche, ma soprattutto le soft skills, cioè tutte quelle capacità che ineriscono alla persona stessa, al suo modo di essere e di relazionarsi. Fare un programma di mobilità, mettersi in gioco con uno dei progetti Erasmus+, dice Lara Mastrogiovanni, rappresentante dell’Italia a Bruxelles per la Settimana europea della gioventù, è «lo strumento migliore per scoprire se stessi e costruire la vita che vuoi veramente vivere»; è stato infatti Erasmus+ a «permettermi», continua «di trasformare le mie passioni nel mio lavoro».I progetti messi a disposizione da Erasmus+ sono in costante crescita e il “+” accanto a Erasmus fa capire come questo programma non sia diretto soltanto agli universitari ma sia invece, sostiene D’Arrigo, «molto di più», dando «la possibilità a tutti, indipendentemente dalla scolarizzazione, di incrociare quella dimensione europea che forse, altrimenti, non avrebbero incontrato». Oltre al Servizio volontario europeo (Sve), che da vent'anni permette ai giovani tra i 17 e i 30 anni di vivere fino a 12 mesi all’estero operando in un’organizzazione no-profit, è stato presentato all’evento di Roma il Corpo europeo di solidarietà, un’iniziativa lanciata nel settembre 2016 dal presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker, che prendendo struttura e principi dello Sve mette a disposizione dei ragazzi dai 17 (ma devono averne compiuti 18 per poter iniziare un progetto) ai 30 anni progetti di lavoro o di volontariato nel proprio paese o all’estero. La durata dei progetti varia da 2 a 12 mesi e le attività proposte spaziano dal settore dell'istruzione a quello dell'assistenza sanitaria, dell'integrazione sociale e della protezione ambientale. L'unico requisito necessario alla candidatura, oltre quello dell'età, riguarda la residenza: per potersi candidare bisogna infatti risiedere legalmente o essere cittadini di uno degli stati membri Ue o di Norvegia, Islanda, Turchia, Liechtenstein ed ex repubblica jugoslava di Macedonia.Per chi fosse interessato, gli step da compiere per candidarsi sono piuttosto semplici: bisogna registrarsi sul portale e compilare l'apposito form indicando dati personali, il tipo di progetto al quale si è interessati (se a un'esperienza di lavoro, di tirocinio o di volontariato) e l'ambito d'interesse. Dopodiché si inserisce il proprio Cv. Saranno a questo punto le organizzazioni accreditate che, accedendo alla banca dati del Corpo, selezioneranno i candidati ritenuti più idonei, lasciando poi a questi ultimi la possibilità di accettare la proposta da loro sentita più vicina. A seconda del tipo di progetto varia chiaramente anche il tipo di compenso: i volontari non percepiranno alcuna retribuzione, ma potranno beneficiare di una copertura completa per quanto riguarda le spese di viaggio, vitto e alloggio, di un'assicurazione medica e di un pocket money giornaliero per far fronte alle piccole spese; i lavoratori avranno invece un contratto di lavoro e verranno retribuiti in base al tipo d'inquadramento all'interno dell'organizzazione promotrice, al relativo contratto collettivo nazionale e alle norme in materia di retribuzione del paese in cui presteranno servizio. È consigliato per questo consultare la pagina web  aggiornata con tutte le info sulle disposizioni per ciascun paese.I giovani che si sono iscritti sul portale a partire da dicembre 2016 sono già 30mila ma l’obiettivo, fanno sapere i responsabili dell’Ang, è quello di arrivare a 100mila giovani iscritti entro il 2020.L’atmosfera che si respira nel corso dell’evento sembra in effetti poter confermare queste speranze. Tanti giovani che mostrano entusiasmo e voglia di condividere, di scambiarsi storie e di programmare insieme il futuro.È Luigi Bobba a sottolineare come «anche in questo periodo così faticoso e pieno di insidie e pericoli per l’Europa, i giovani vedono nello stare insieme più possibilità che nel dividersi. Programmi come Erasmus e Erasmus+ aiutano a sconfiggere i sentimenti di divisione attraverso l’imparare un’altra lingua, l’entrare in contatto con un’altra cultura e lo svolgere un’esperienza di studio, di lavoro o di volontariato in un altro paese». Trent'anni fa, ricorda il sottosegretario, i giovani che avevano iniziato a studiare anche in un altro paese dell’Unione Europea erano poco più di 3mila; adesso si parla addirittura di una “generazione Erasmus”, con 3 milioni e mezzo di giovani che hanno fatto l’Erasmus e 9 milioni di persone coinvolte complessivamente con i vari progetti del programma Erasmus+, che continua ad arricchirsi di nuove possibilità.Tanti sono stati gli interventi e le testimonianze pro-Europa e pro-mobilità europea anche nella seconda giornata dell’evento, con un “talk show” condotto dal conduttore televisivo e commentatore sportivo Pierluigi Pardo che ha visto protagonisti, tra gli altri, un gruppo di ragazzi del comune di Rieti che, grazie ad uno scambio europeo, ha avviato un progetto di riqualificazione urbana nel proprio paese, e Fabrizio Bitetto, direttore di garagErasmus,una fondazione che mira a riunire coloro che hanno avuto esperienze internazionali con l’obiettivo di facilitare la ricerca lavorativa all’estero e di dare la possibilità di «influire sulle politiche a livello europeo a chi l’Europa l’ha proprio vissuta».E ciò che l’Ang ha tentato di fare con “La formula dell’Europa” è stato proprio questo: dare voce ai giovani, riunire, raccogliere per condividere, per sviluppare una coscienza europea, un’attenzione per l’Europa che, sottolinea D’Arrigo, «oggi più che mai ha bisogno di forza».L’evento romano – informano i responsabili dell’Ang – pur essendo l’evento nazionale ufficiale, non sarà tuttavia l’unico a celebrare i 30 anni di Erasmus e i progetti di scambio di Erasmus+: eventi e festeggiamenti saranno infatti organizzati in Italia e in Europa per tutto l’anno e basta andare sul sito ufficiale di Erasmus 30 della Commissione Europea per conoscere le prossime attività o segnalare i futuri eventi a livello locale.Giada Scotto  

European Job Days, la piattaforma per colloqui di lavoro online in tutta l'Unione Europea

Nata nel 2011 all’interno del già affermato network europeo Eures e finanziata dall’Unione Europea, la piattaforma digitale European Job Days si inserisce in maniera originale nel panorama dei servizi messi a disposizione di giovani – e meno giovani – per la ricerca di opportunità lavorative nei 28 paesi dell’Ue. A contraddistinguerla è infatti la possibilità d’iscriversi e partecipare gratuitamente a eventi di selezione e reclutamento che si tengono non soltanto “on-site” – cioè in qualche città dell’Unione – ma anche online, senza la necessità di doversi spostare, parlando con imprenditori e potenziali datori di lavoro tramite chat o seguendo l’evento in diretta grazie al livestreaming.Gli European Job Days sono dunque vere e proprie giornate di recruiting, in cui domanda e offerta s’incontrano personalmente (on-site, appunto) o virtualmente al fine di facilitare e velocizzare, ma anche rendere più efficace, il processo di conoscenza e selezione. Le offerte sono rivolte sia a lavoratori già in possesso di una certa esperienza, sia a giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. Le posizioni aperte riguardano infatti vere e proprie figure professionali ma anche stage e apprendistati per ragazzi alla prima esperienza, dando così la possibilità a tanti giovani di fare un percorso formativo che possa in futuro valorizzare anche il proprio CV. Per chi fosse interessato a candidarsi, la procedura è piuttosto semplice: bisogna andare sulla pagina del progetto, creare un profilo con dati personali e curriculum vitae, e selezionare poi gli eventi ai quali si intende partecipare.Per visualizzare le prossime giornate di recruiting basta cliccare sulla sezione “events”, dove risultano al momento un online “job day” organizzato da Cork, in Irlanda, il 4 maggio, un online e onsite job day a Treviri il 4-5 maggio, un online job day organizzato dalla Camera di Commercio francese in Germania il 30-31 maggio e un online job day a tema Germania il 1° giugno.Cliccando invece sulla casella “jobs” è possibile visionare tutte le opportunità lavorative e l’evento di recruiting corrispondente a ciascuna di esse. La stessa prassi vale per i datori di lavoro, che dovranno però chiaramente inserire, al posto del curriculum vitae, i dati e le caratteristiche della propria azienda e del candidato ricercato, e scegliere poi il prossimo evento a cui prendere parte. Compiuto questo primo step, non resta che recarsi in loco, qualora l’evento scelto si svolga solamente on-site, o collegarsi in rete, laddove vi sia la possibilità di assistere alle presentazioni e comunicare con gli eventuali datori di lavoro comodamente da casa: la piattaforma EJD ha infatti apposite chat rooms in cui datori di lavoro e lavoratori possono scrivere, porre quesiti o filmare le loro domande durante gli eventi, ricevendo risposte istantanee, un po’ come su Skype.Ad agevolare le intermediazioni, gestendo direttamente la piattaforma e rimanendo sempre a disposizione di chiunque – imprenditore o lavoratore – necessiti di maggiori informazioni online e onsite è lo staff Eures che, pur essendo supportato e diretto a livello europeo dall’Eco (Ufficio europeo di coordinamento), si occupa di amministrare sempre più autonomamente il progetto. È infatti grazie all’interazione e alla collaborazione degli staff Eures dei vari paesi membri che gli EJD vengono continuamente organizzati e supportati in ogni loro fase.Requisiti per partecipare? Ce n’è solo uno: essere cittadini europei. O meglio, cittadini di uno dei 28 paesi membri Ue o di Islanda, Norvegia, Liechtenstein e Svizzera, che hanno potuto aderire ugualmente al progetto in quanto facenti parte dell’Efta (Associazione europea di libero scambio). A differenza del programma Il tuo primo lavoro Eures (YfEj) – disponibile per giovani dai 18 ai 35 anni – quindi gli EJD non pongono limiti di età (nel form da compilare al momento della creazione del profilo è presente anche la categoria 55+), e permettono un contatto lavorativo tra richiedente e offerente semplice e diretto.Stando ai numeri presenti al momento sul sito, le aziende registrate sulla piattaforma sono 2.218 (di cui 96 italiane), le offerte attive 1.810 e quelle “archiviate” 9.175. La maggior parte delle opportunità riguarda i settori del turismo e dell’ospitalità, ma anche dell’ingegneristica e della sanità: si cercano cuochi, camerieri, baristi, infermieri, ingegneri, elettricisti. Insomma, ce n’è – quasi – per tutti.Secondo i dati pubblicati sulla brochure informativa del progetto i cittadini europei che, a partire dal 2011, hanno trovato lavoro in un altro stato membro grazie a questa piattaforma sono circa 2mila. Le opportunità di lavoro all’interno dell’Ue, stando ai dati Eurostat, non mancano: ci sono circa 2-3 milioni di posti di lavoro che attendono di essere “occupati”, anche se il tasso medio di disoccupazione si attesta intorno al 10%. «Promuovere attivamente la mobilità lavorativa» si legge sulla brochure «è dunque anche un aiuto alla risoluzione dello squilibrio, nei nostri mercati di lavoro, tra domanda e offerta».Dal report annuale sulla mobilità lavorativa all’interno dell’Ue per il 2014 emerge come in testa ai paesi più quotati tra quelli in cui cercare lavoro ci sia (com’era facilmente prevedibile) la Germania, con 2,5 milioni di lavoratori provenienti da Ue ed Efta. Al secondo posto la Gran Bretagna, con 2 milioni, seguita dal milione e mezzo della Spagna e dall’Italia che si piazza, con 1,2 milioni, al quarto posto. Un’Italia che però è, contemporaneamente, anche tra i Paesi da cui proviene la maggior parte di coloro che cercano lavoro: il 10% infatti sono italiani, superati solamente da polacchi e romeni, entrambi al 18%.EJD si presenta però come un’iniziativa che può e deve ancora crescere, soprattutto per quanto riguarda la “pubblicizzazione” degli eventi: «In futuro dovrà esser fatto un utilizzo maggiore dei “Facebook events”, una pagina che, tra le altre cose, informi gli utenti Facebook sulle prossime occasioni e permetta a lavoratori, datori di lavoro e staff Eures di comunicare su una bacheca in cui è possibile scambiarsi messaggi» sostiene Denis Vandercruyssen, che si occupa proprio di questo all’interno dell’Eco: «Presto sarà inoltre attivata una pagina FAQ, frequently asked questions» scrivono sulla brochure «che offrirà risposte mirate a domande specifiche». Per coloro che fossero interessati, la pagina web è comunque costantemente aggiornata con i prossimi eventi di recruiting e mette a disposizione degli utenti un helpdesk per richieste e informazioni.  Giada Scotto

Flop Garanzia Giovani in Campania, mobilitazione per denunciare i pagamenti in ritardo e molte altre criticità

Le storie  sono molto diverse: «Ci sono quelli che hanno finito il tirocinio e hanno avuto ritardi nei pagamenti, ragazzi inseriti in graduatoria ma esclusi senza motivi validi dalla Regione, altri che hanno cominciato lo stage senza aver mai stipulato il Piano di intervento personalizzato con l’insicurezza, quindi, di non ricevere una misura tra quelle previste del PIP e magari svolgere un tirocinio non pagato» racconta alla Repubblica degli Stagisti Carlo Leonangeli, 28 anni, fondatore del gruppo Facebook «Garanzia Giovani Campania Vogliamo i nostri soldi». In comune hanno i tempi di attesa: lunghissimi.«Ti iscrivi al portale e già hai problemi, dopo mesi vieni contattato dal cpi, poi devi cercarti i tirocini. E le graduatorie arrivano dopo altri mesi ancora: un processo lungo di cui a volte non sai nulla. Nemmeno se sei entrato in graduatoria». Tutto decisamente in antitesi con gli obiettivi della Garanzia, che mirava in quattro mesi dall’iscrizione del giovane alla sua collocazione in un progetto, mentre in Campania dopo quattro mesi si è ancora alla fase di registrazione. «Questo progetto come è stato realizzato qui non è risolutivo del problema della disoccupazione» dice sconfortato Carlo.Per questo l'altroieri, venerdì 21 aprile, i ragazzi del gruppo Facebook, con il sostegno degli attivisti dell'associazione sindacale Clap Napoli - Camera del Lavoro Autonomo e Precario, hanno organizzato un sit in davanti alla sede della Regione, come primo atto  per cercare di attirare l’attenzione dei politici e risolvere i loro problemi.Dopo una lunga attesa sotto al palazzo della Giunta regionale, una delegazione dei giovani manifestanti è stata ricevuta da alcuni dirigenti. «Abbiamo ricevuto risposte abbastanza vaghe e la conferma, da parte loro, della pessima organizzazione del progetto, con la confusione e le accuse di reciproca responsabilità tra Regione Campania, centri dell’impiego e Inps. Abbiamo però strappato un risultato: la disponibilità da parte degli organi competenti della Regione a risolvere le problematiche di ogni singolo ragazzo», raccontano i giovani usciti dall’incontro. Che hanno quindi deciso di continuare il loro lavoro di informazione e mobilitazione.Tutto comincia quando Carlo Leonangeli condivide la sua storia relativa al programma e, contattato da un ragazzo che sta facendo una tesi sulla Garanzia, pensa «di riunire tutti quelli che in Campania hanno avuto problemi con questo piano. Ci siamo incontrati varie volte per raccontare le nostre storie e dare vita a questo comitato partecipanti alla Garanzia Giovani». Un progetto che secondo Carlo non ha funzionato a dovere. «Alla pagina Facebook “Garanzia Giovani Campania. Vogliamo i nostri soldi” ad oggi sono iscritte un centinaio di persone, ma siamo qui per ottenere maggiore visibilità: sappiamo che ci sono molti altri ragazzi in questa situazione e vogliamo dimostrargli che è possibile ottenere delle risposte».Ecco perché si sono presentati davanti alla sede della Regione Campania e con megafoni, striscione, slogan e volantini hanno ravvivato le strade del Centro direzionale. Urlando di essere «giunti al bivio dell’insostenibilità» e di aver scelto «di mutare la nostra rabbia e unirci in forma collettiva. Sperando che con il nostro esempio, tanti come noi in giro per la Campania e l’Italia si pongano le stesse domande e rivendichino i propri diritti e le proprie garanzie».Che a Carlo non sono state date, visto che la sua esperienza si è chiusa con un pugno di mosche. «Tramite la Garanzia ho fatto un corso di formazione di livello molto basso come tecnico hardware, nessuna indennità o rimborso» racconta alla Repubblica degli Stagisti. «Poi sono stato selezionato per un tirocinio presso il tribunale di Napoli ma sono stato rifiutato. Il mio corso è finito a maggio 2016. E solo a ottobre è arrivata una nota agli uffici che diceva che è possibile ricevere una sola politica attiva, senza che io lo sapessi o qualcuno me lo avesse mai detto». Altrimenti, con tutta probabilità, Carlo non avrebbe accettato di fare il corso di formazione proposto.La rabbia dei giovani è tanta: nella lettera che leggono sotto la sede del consiglio regionale dicono che «I tirocini sono una specie di incubo che ci insegue dai tempi delle scuole. Ce li hanno presentati da ragazzini quale necessario strumento di formazione per trovare un lavoro, ma si configurano come veri e propri lavori, con turni da otto ore al giorno dal lunedi al venerdì. Questioni concrete come diritti, malattie, ferie o continuità di reddito sono molto lontani. Il problema è alla radice: di questo parlate quando dite lavoro?» Perché alla fine in pochissimi ne hanno trovato uno dopo questi tirocini per cui, in alcuni casi, hanno aspettato oltre un anno per ricevere l’indennità di partecipazione.Simona Cifariello, 28 anni, è da quattro mesi in stage come responsabile marketing social media per una ditta che vende prodotti all’ingrosso per la casa. «Non ho visto ancora alcuna indennità di tirocinio e alle richieste di sollecito mi è stato detto di decidere di andare avanti sapendo che i tempi saranno lunghi o rinunciare a due mesi dalla fine. Ho continuato: non sarebbe professionale a livello di curriculum interrompere uno stage e in sede di un nuovo colloquio motivarne il perché». Simona però è quasi fortunata: il suo stage non è molto lontano da casa e il suo datore di lavoro le eroga 50 euro al mese come rimborso spese viaggio, «ma è una sua concessione, non c’è scritto da nessuna parte». Una situazione talmente negativa che la ragazza si pente «di aver partecipato alla Garanzia giovani: questo tempo che spreco avrei potuto usarlo in maniera diversa».Come ha fatto, ad esempio, Roberta Fausta Ilaria Visone, 28 anni, che ha avuto un’esperienza brevissima con il programma europeo – da settembre a novembre 2015 – per poi abbandonare dopo essersi vista assegnare una supplenza. «Sono qui per solidarietà: il mio stage era presso un’agenzia di tour operator a Napoli. Ho ricevuto l’indennità dopo un anno e quattro mesi. Sono qui a supporto di chi sta vivendo lo stesso incubo». Ci tiene a sottolineare che il suo nome intero è senza virgole, perché sono state le virgole mancanti a farla penare così a lungo per ricevere i soldi. «Ho chiesto spiegazioni ad Arlas, all'Inps, all'assessore Palmieri. Dicevano che a causa dei miei tre nomi non potevano darmi il rimborso per questioni burocratiche. Ancora non capisco perché, visto che il codice fiscale è univoco! Solo dopo aver raccontato la mia storia alla stampa nazionale, l’assessore si è messa a disposizione e alla fine ho ottenuto la mia indennità». Una soddisfazione di poco conto, visto che oggi definisce la sua esperienza «Garanzia sfruttamento giovani».E il 25 aprile i giovani saranno presenti alla Festa della liberazione dei Beni Comuni, alla mostra d’Oltremare, con un Info Point per condividere le proprie storie. Infine una nuova riunione, da fissare, per confrontarsi e organizzare le prossime iniziative. L’obiettivo è cercare soluzioni. Per provare a cambiare qualcosa ed evitare che questa sia una «Disgrazia giovani, solo sfruttamento ed illusione», come recitava lo striscione orgogliosamente mostrato durante la manifestazione. Dopo l’incontro di venerdì ora è partita una raccolta delle singole storie, attraverso  l'indirizzo email disgraziagiovani [chiocciola] libero.it.La strada non sarà in discesa, visto che perfino la Corte dei conti europea ha recentemente affermato che la Garanzia Giovani, così com'è attuata, non corrisponde alle aspettative iniziali. Anzi, ha rilevato «una mancanza di strategie con tappe intermedie e obiettivi chiari per raggiungere tutti coloro che necessitano di offerte di lavoro, istruzione o formazione». Aggiungendo che «il costo globale e la disponibilità di fondi non sono stati valutati dagli Stati membri e la scarsa qualità dei dati disponibili ha reso difficile valutare i risultati».La Corte europea dice quello che i giovani campani già sanno: questa iniziativa volta a favorire l’occupazione giovanile ha apportato finora un contributo limitato. Gli oltre 200 giovani che in poche settimane hanno iniziato a condividere le loro storie e delusioni, non hanno però più voglia di aspettare. Vogliono risposte. Dovrà essere la politica ora a fornirle.Marianna Lepore

Padri sempre più attivi e presenti, ma il mercato del lavoro è poco pronto a valorizzarli: e allora «Diamo voce ai papà»

Cambiano pannolini, preparano pappe, prendono i bimbi al nido: è un dato di fatto che il ruolo dei papà si sia modificato negli ultimi anni. Eppure troppo spesso è come se la necessità di conciliare vita e lavoro, e le trasformazioni che la paternità comportano sull’uomo, fossero un tema in secondo piano su cui non soffermarsi. Ne è esempio il fatto che ad oggi non sia prevista una legislazione uniforme: negli ultimi anni c'è stato un vero e proprio balletto di giorni per la durata del congedo obbligatorio (vale a dire: separato e in aggiunta a quello per la madre) e di quello facoltativo (in alternativa, cioè attingendo ai giorni di congedo materno). In particolare, notizia degli ultimi giorni è che per i papà di bimbi nati nel 2017 il congedo facoltativo non ci sarà, come ha precisato l'Inps sul suo portale: la misura per l'anno 2017 non è stata rifinanziata.Sofia Borri, direttore generale di Piano C, è indignata. Già in partenza «il congedo obbligatorio di 2 giorni è un compromesso rispetto alla proposta iniziale, che ne prevedeva 15 lavorativi, un compromesso dovuto al fatto che le risorse necessarie per attivare la misura sono importanti e, alla resa dei conti delle tante priorità, sono mancate. Un compromesso mal digerito da chi, come noi di Piano C, è convinto che la diffusione della cultura della genitorialità condivisa così come l'aumento della partecipazione socioeconomica delle donne siano un'urgenza che attiene al presente e al futuro del nostro paese. Un'urgenza che parla di lavoro, crescita economica, parità di opportunità».A Piano C, associazione di co-working nata per rispondere alle esigenze di conciliazione delle donne italiane,  infatti si pensa che ci sia un aspetto troppo poco analizzato: il ruolo dei papà. Da qui parte l'idea di un sondaggio nazionale in partnership con Alley Oop – Il Sole 24 ore, Maam – maternity as a master, Generali Italia e Ikea che ha indagato la gestione vita-lavoro, l’identità e i desideri dei papà italiani. Risultato: la campagna Diamo voce ai papà, basata su un assunto fondamentale: la costruzione di nuovi modelli di equilibrio tra vita e lavoro deve coinvolgere tutti i portatori di interesse. Non si possono quindi tralasciare gli uomini, che vanno anzi coinvolti per ascoltarne bisogni e desideri.La campagna, presentata a metà marzo alla Camera dei deputati, è stata costituita da più fasi. Nella prima, condotta da luglio a settembre 2016, sono stati coinvolti solo gli uomini della community di Piano C. Questa fase è servita per stimolare i papà a parlare di sé e raccogliere informazioni da usare in seguito. In particolare nella terza fase, quando con i risultati raccolti si è deciso di lanciare un sondaggio a livello nazionale.L’indagine è partita a fine novembre 2016 ed è durata tre mesi, coinvolgendo quasi 1.500 papà, oltre il 30 per cento tra i 40 e i 45 anni, la maggior parte con due figli e quasi la metà con bimbi piccolissimi, fino a 2 anni. Ne esce una visione della paternità come esperienza molto positiva in termini di felicità, crescita personale e apertura mentale verso il futuro. Una volta padri, gli uomini sviluppano più pazienza, una migliore gestione del tempo e una maggiore capacità di problem solving. Non mancano però le conseguenze a questo nuovo “lavoro”: il peso di maggiori responsabilità, anche finanziarie, e la ricerca di un nuovo equilibrio nell’organizzazione quotidiana. Nonostante questo, solo quattro papà su dieci pensano che la paternità significhi ridimensionare le proprie ambizioni professionali. Anzi, sono più attenti di prima alla propria stabilità lavorativa proprio in funzione delle necessità della famiglia. E badano di più agli orari per dedicare la giusta attenzione ai figli.A usare i congedi sono in particolare i papà più giovani, sotto i 40 anni. Sia per passare più tempo con i figli sia per condividere con la compagna la gestione della quotidianità. Tra quelli che, invece, non l’hanno usato – la maggioranza del campione - la motivazione principale è perché lo ha usato interamente la madre. Ma praticamente tutti, quasi il 90 per cento, sono d’accordo con la proposta di congedo obbligatorio di paternità per due settimane retribuito al 100% entro i primi cinque mesi di vita del figlio. Con addirittura due su dieci convinti che dovrebbe essere anche più lungo.Questa prima analisi mette in evidenza come il problema della conciliazione tra vita lavorativa e familiare esista anche per gli uomini. Per questo Piano C ha voluto eseguire un’ulteriore ricerca su questo tema e sulle opportunità di congedo parentale a disposizione per gli uomini. In questo caso gli intervistati da Doxa sono stati 215 papà con almeno un figlio tra gli 0 e i 10 anni, la maggior parte tra i 35 e i 45 anni e la stragrande maggioranza lavoratori dipendenti.Da questa analisi si è scoperto che ben sette papà su dieci sono a conoscenza del congedo parentale e quindi della possibilità di usufruire di 180 giorni retribuiti al 30% nei primi otto anni di vita del bambino, e otto su dieci sanno anche che questo diritto può essere usufruito da entrambi i genitori. Tra il dire e il fare, però, c’è l’abisso – perché, pur a conoscenza della legge, i papà non l’hanno usata. Soltanto un quinto degli intervistati, infatti, ha usufruito del congedo parentale e non per tutti i figli. A farlo in particolare i papà del Nord est e del Sud e la scelta, alla fine, non ha avuto per ben nove casi su dieci ripercussioni sul lavoro.L’analisi non si ferma, però, soltanto ai papà “virtuosi” che hanno scelto il congedo. Ma anche a chi non l’ha fatto. Così si scopre che il principale motivo è, semplicemente, che sono le madri o i nonni a occuparsi della gestione della quotidianità. Tre papà su dieci, però, vorrebbero usare il congedo parentale ma non possono o perché lo usa interamente la madre o perché temono ripercussioni sul lavoro. Nonostante questa eventualità si sia raramente manifestata per chi l’abbia fatto. La stragrande maggioranza è però convinta che usare questo congedo sarebbe un’opportunità per avere più tempo da dedicare al figlio.Per quanto riguarda invece il congedo obbligatorio di due giorni per i padri retribuito al 100% da usare entro i primi cinque mesi di vita del bambino, solo un papà su due è a conoscenza di questo diritto e solo un quinto del campione ne ha usufruito. Probabilmente «perché è più facile semplicemente prendere ferie quando nasce tuo figlio», lanciando quindi un messaggio decisamente sbagliato, spiega Riccarda Zezza, Ceo di Piano C. In realtà poi sette papà su dieci trovano molto apprezzabile che ci sia questo diritto, sia per aiutare la neo mamma dopo il parto ad alleggerire i nuovi compiti sia perché lo ritengono un momento importante nella vita del genitore. E quasi tutti sceglierebbero la possibilità di un congedo di almeno 15 giorni. Ma c’è un altro motivo per cui i padri non sono a conoscenza dei loro diritti ed è il continuo cambiamento, fatto da un anno all’altro, dei giorni disponibili di congedo che crea grande confusione. «Non aiuta minimamente a diffondere la misura e a far sì che i padri in modo sempre più massiccio ne facciano uso e lo richiedano» spiega Sofia Borri alla Repubblica degli Stagisti. «E per giunta diffonde l’idea di una misura eccezionale, non necessaria, che può variare a seconda del momento politico e non vitale per il futuro della nostra società. Il rischio è che si pensi che sia una misura non necessaria quando invece la nostra campagna Diamo voce ai papà ci racconta di una voglia di protagonismo dei padri a cui l’obbligatorietà del congedo permette di autorizzarsi a prendersi il loro spazio e a rivendicare del tempo con i propri figli».E infatti i papà sono convinti, sette su dieci, di non essere abbastanza tutelati sul luogo di lavoro. Tanto che il 90% vorrebbe che gli venissero concesse agevolazioni lavorative, part time o telelavoro, per riuscire a passare più tempo con i figli piccoli.Cosa raccontano quindi questi dati? Lo spiega bene Zezza: i papà, come le mamme, dimostrano «che la paternità ha migliorato molte delle loro competenze. Prima fra tutte la pazienza, che però si declina in tante competenze trasversali, essenziali anche sul lavoro, come la capacità di ascolto, di attesa, di gestione del tempo». Se quindi i padri stanno imparando a stare al passo con i tempi, è la società invece a rimanere indietro e a non vedere che grazie alla paternità gli uomini scoprono di sbagliare e di continuare ad apprendere e, proprio per questo, sul lavoro possono avere una marcia in più.Lo studio evidenzia che è necessario un riposizionamento del tema della conciliazione che non deve essere solo per la donna e che deve coinvolgere anche i luoghi di lavoro, le scuole, le istituzioni. La novità dell’ultima legge di bilancio che prevede per il 2018 non due ma quattro giorni di astensione obbligatoria dal lavoro per i padri lavoratori dipendenti si pone quindi in questa direzione. Ma come Sofia Borri fa notare, «quattro giorni di congedo di paternità obbligatorio entro i primi cinque mesi di vita del bambino sono pochissimi». Senza contare che il continuo cambiamento nel corso degli anni dei giorni obbligatori e facoltativi per i papà sono segno del fatto «che al di là delle dichiarazioni manca una volontà precisa di intraprendere in modo chiaro la strada della condivisione della gestione della cura familiare. Il tutto è segno che non è chiara la necessità dell’introduzione di queste misure come leva per agire su varie emergenze, dalla disoccupazione delle donne alla crisi della natalità alla crisi economica». Insomma nuovamente «una politica miope che non capisce che non stiamo parlando di “solo” due giorni in più o in meno di congedo per i padri, ma stiamo parlando di futuro».I quattro giorni introdotti per il 2018 obbligano, però, il mondo del lavoro a considerare la paternità come un fenomeno naturale. Che quindi non va ignorato. Perché, come dimostra il sondaggio, solo parlandone, diffondendo e condividendo le immagini dei nuovi padri, si può provare a distruggere un po’ di pregiudizi e a valorizzare tutti i ruoli all’interno delle famiglie.Marianna Lepore

3.500 aziende già iscritte al Registro nazionale per l'alternanza scuola-lavoro, ma c'è ancora molto da fare

Fornire alle scuole una mappa delle imprese disposte ad ospitare gli studenti per un’esperienza formativa curriculare. È l’obiettivo del Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro, lanciato a fine 2016 per rafforzare l’asse scuola/imprese.L’elenco è gestito dalle Camere di commercio d’intesa con il Ministero dell’Istruzione (Miur), quello dello Sviluppo economico (Mise) e quello del Lavoro. Come si legge nell’“Intesa istitutiva” del 12 dicembre 2016, esso nasce «al fine di favorire l’individuazione, da parte dei dirigenti scolastici e dei responsabili degli enti formativi, delle imprese e degli enti pubblici e privati disponibili all’attivazione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro e di apprendistato di primo e terzo livello, nonché la stipula di apposite convenzioni, allo scopo di potenziare il raccordo tra scuola e mondo del lavoro».Il Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro è costituito da due parti. La prima è un’area aperta e consultabile gratuitamente da tutti gli utenti della rete, che permette di accedere alla lista delle imprese, degli enti pubblici e degli enti privati che offrono percorsi di alternanza scuola-lavoro e apprendistato. L’utente può consultarla mediante vari criteri di ricerca: “nome/parola chiave”, “provincia percorso”, “attività economica prevalente” e “figura professionale”. Per ogni soggetto ospitante si possono conoscere il numero massimo degli studenti ammissibili e i periodi dell’anno in cui è possibile svolgere l’attività. La seconda parte del registro è invece la sezione speciale riservata a imprese, enti pubblici, enti privati e professionisti, e istituti scolastici. Tale area consente la condivisione di informazioni più dettagliate relative all’anagrafica, all’attività svolta, ai soci e agli altri collaboratori, al fatturato, al patrimonio netto, al sito Internet e ai rapporti con gli altri operatori della filiera delle imprese che attivano percorsi di alternanza o di apprendistato.L’iscrizione al Registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro è aperta a tutti i soggetti iscritti al Registro Imprese: imprese individuali, società di capitali e di persone, enti pubblici e privati, professionisti. Per essere inseriti bisogna iscriversi online, quindi attendere l’e-mail di conferma nella propria casella Pec (posta elettronica certificata). Ad oggi il registro conta 3.520 strutture iscritte, per un totale di 83.747 posti disponibili (nel momento in cui scriviamo) nei settori più disparati: coltivazioni agricole; commercio all’ingrosso; attività editoriali, creative, artistiche e di intrattenimento; produzione di software e consulenza informatica; attività di servizi finanziari, legali e contabilità; pubblicità; istruzione; servizi di assistenza sociale etc.I numeri sono ancora bassi, se si pensa che nell’anno scolastico 2015/16 le strutture ospitanti erano state 151.200, e 652.641 gli studenti coinvolti, provenienti da 5.911 istituti. In realtà l’iniziale ritrosia da parte delle aziende è da attribuirsi al dubbio che si dovessero far carico delle spese di iscrizione. Tuttavia, con l’approvazione del decreto legislativo per la riforma delle Camere di Commercio, è stata definitivamente chiarita la gratuità dell’iscrizione, e ora l’elenco si sta progressivamente popolando.Un altro scoglio alla diffusione del registro può essere quello dell’informazione. In che modo e in quale misura il mondo delle imprese è messo a conoscenza di questo strumento? «Unioncamere ha predisposto una campagna di comunicazione con vari strumenti, che ha previsto tra l'altro uno spot radio che è stato diffuso per un paio di settimane nel mese di ottobre» spiega alla Repubblica degli Stagisti Alessandra Altina dell’ufficio stampa: «È stato inoltre realizzato un kit per la comunicazione, che è stato messo a disposizione delle Camere di commercio e che le Camere hanno utilizzato autonomamente per i loro eventi o per le loro iniziative sul territorio». Vi sono anche strumenti online, come la “Guida per l’impresa”, una sintesi normativa e pratica sul funzionamento del Registro per l’alternanza; e le pagine informative disponibili sui siti delle Camere di commercio.E le associazioni di categoria che ruolo hanno? Nell’ambito dell’incontro “Alternanza scuola-lavoro. Risultati, problematiche, obiettivi”, tenutosi il 28 marzo scorso presso il Miur, Gabriele Toccafondi, sottosegretario di Stato con delega all’alternanza, ha fornito alcuni numeri sul raccordo tra scuola e imprese: «Sono stati già firmati circa 60 protocolli nazionali e 70 regionali con le rappresentanze di categoria e altri accordi continuano a essere stipulati». Ad esempio il Protocollo d’intesa con Confindustria, che ha assunto l’impegno di incrementare il numero di aziende associate disponibili all’alternanza attraverso un piano rivolto al coinvolgimento delle Pmi. Sulla stessa linea il Protocollo d’Intesa con Confartigianato, che si è impegnata a informare i propri associati sulle opportunità offerte dall’alternanza, a promuovere servizi a supporto dell’ampliamento delle imprese ospitanti nonché a svolgere iniziative di monitoraggio e valutazione delle attività di alternanza, per misurarne l’efficacia.E dal “fronte scuola”? Ai dirigenti scolastici – come stabilito dall’art.40 comma 1 della legge n.107/2015 (“La Buona Scuola”) – è affidato il compito di individuare le imprese e gli enti più idonei ad ospitare gli studenti del proprio istituto, quindi di stipulare con essi apposite convenzioni. Infine, al termine di ogni anno scolastico, essi sono tenuti a redigere una scheda di valutazione sulle strutture in questione, evidenziando il potenziale formativo nonché le eventuali difficoltà incontrate durante la collaborazione. Ma i dirigenti scolastici in questione sanno di potersi servire del Registro per l’alternanza scuola-lavoro? Proprio al fine di evitare che scuola e impresa restino due mondi slegati, il Miur – d’intesa con l’Agenzia nazionale per le Politiche attive del lavoro (Anpal) – ha stabilito l’invio alle scuole di 1.000 tutor esperti, incaricati di fare da collante tra istituti superiori e aziende.L’anno scolastico 2017/18 segnerà il passaggio dalla fase sperimentale dell’alternanza scuola-lavoro a quella strutturale, che coinvolgerà ben 1,5 milioni di ragazzi all'anno. Proprio per supportare questo decisivo frangente, il Miur ha ufficializzato lo stanziamento di 140 milioni di euro di fondi per il Pon 2014-2020 sull’alternanza scuola-lavoro (adesioni entro il 20 giugno 2017), in integrazione ai 100 milioni l’anno dati alle scuole, per favorire lo sviluppo di progetti di alta qualità (in filiera, in rete, in mobilità). Tra le novità annunciate per il prossimo anno scolastico ci sarà la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza, che fra le altre cose introdurrà la possibilità per i ragazzi di esprimere la propria valutazione sulle aziende. Inoltre il ministro Valeria Fedeli ha comunicato che «il ministero del Lavoro e il Miur istituiranno una cabina di regia per monitorare e sostenere la qualità e l’innovazione dell’esperienza».Per facilitare questo compito sarà lanciato un portale specifico sull’alternanza. «Integrerà il sito dell’alternanza scuola-lavoro dove sono presenti gli aspetti normativi e le buone pratiche, per stimolare progetti di qualità» ha spiegato Fedeli «e per vigilare sul corretto svolgimento dell’iter formativo. Sarà infatti anche lo strumento attraverso il quale si potranno segnalare, quasi in tempo reale, a scuole, uffici scolastici Regionali, e anche al Ministero, le discordanze su qualità e percorsi dell’alternanza». Il ministro ha poi aggiunto: «Laddove venissero segnalate attuazioni improprie, interverremo per rimuoverle. Anche se la maggior parte delle iniziative di alternanza scuola-lavoro sono positive, qualcuno ci ha segnalato che ci sono aziende che chiedono soldi per l’alternanza: questa cosa non esiste».Il vero banco di prova, per il registro e per l’intero progetto dell’alternanza scuola-lavoro, sarà insomma il prossimo anno scolastico, che già si preannuncia particolarmente “caldo”.Rossella Nocca

Dal cinema allo sport, l'Agenzia Giovani fa conoscere ai ragazzi di periferia le storie di chi ce l'ha fatta nonostante tutto

Esempi positivi da offrire a quei ragazzi che non ne trovano molti intorno a sé. Parte da qui l'idea dell'Agenzia nazionale giovani di lanciare 'A model to dream'. Una mattinata con i giovanissimi del Corviale, tra le periferie più disagiate di Roma (oggi in fase di riqualificazione), di quelle che sembrano non lasciare scampo da giri di delinquenza e malavita. A loro hanno fatto visita personaggi noti, tutti accomunati da un percorso di riabilitazione scattato per condizioni di disagio fisico, sociale o economico, e poi coronato dal successo personale. Un'iniziativa che si inserisce nelle celebrazioni per i sessant'anni dalla firma dei Trattati di Roma e il trentennale del progetto Erasmus, patrocinata da più istituzioni tra cui il Comune di Roma e la Regione Lazio. All'evento decine di ragazzi delle superiori, tra loro anche un piccolo gruppo di immigrati della cooperativa Isola Verde, sbarcati in Italia nel 2014 dopo ostacoli indicibili. La conduttrice del dibattito, Andrea Delogu, cerca di coinvolgerli nella discussione ma non se la sentono di condividere quei racconti. Troppa emozione. La stessa che si respira durante la proiezione del film Il più grande sogno, per la regia di Michele Vannucci, pluripremiata pellicola del 2016 che racconta la storia reale - «anche se a tratti romanzata» specificherà poi il protagonista nel dibattito – di Mirko Frezza. Romano, 43enne, finito in carcere ai 32 anni (ne ha scontati 7). Finale prevedibile dopo anni di strada e guai collezionati in un'altra zona difficile di Roma, La Rustica. Finita la detenzione, tenta il riscatto, partendo dalla compagna e i tre figli. Oltre al successo al cinema, per cui continua a lavorare dopo l'incontro fortuito con Vannucci («Era venuto da noi per girare un documentario»), è oggi presidente del comitato di quartiere. «Quando me l'hanno chiesto ho pensato fossero disperati», scherza con la platea. Ma grazie al suo impegno nel nuovo centro «vengono distribuiti 650 pasti gratuiti, e forniamo anche assistenza medica». I suoi vecchi amici non l'hanno né capito né accettato, dopo quella scelta «mi hanno sparato due proiettili». «Ma non ho denunciato» fa sapere Frezza, «non avrei risolto niente: così ci sono andato a parlare». «Il cinema per me ha significato recupero sociale, meglio degli istituti penitenziari» continua. «Venite da un posto in cui c'è assenza di tutto» ha detto ai ragazzi, «ma adesso avete l'età per fare quello che volete: prendete in mano la vostra vita e costruite qualcosa, perché poi a 40 anni è complicato farlo». C'è anche il giornalista minacciato dalla mafia Paolo Borrometi, da tre anni sotto scorta dopo una brutale aggressione a Ragusa, «dove viene girato Montalbano», ricorda. «Era l'aprile del 2014, a una manifestazione stavo parlando di criminalità, ribattendo a chi diceva che nella nostra città la mafia non esistesse. Avevo appena pubblicato un'inchiesta che aveva portato all'arresto di un boss e allo scioglimento per mafia del Comune di Scicli». L'agguato è subito dopo, per mano di due incappucciati. «Ancora oggi ne porto le conseguenze, con una menomazione alla spalla del 30 per cento». Ma Borrometi non si è mai arreso, neppure dopo il secondo tentativo di intimidazione «quando mi bruciarono la porta di casa». Eppure «non mi sento un eroe, né un esempio: ho solo fatto il mio lavoro». Che significa «informare di quello che si vede perché si ha la responsabilità di farlo». Missione portata avanti nonostante «mi dicessero che me la stavo andando a cercare, e mi avessero isolato». Ma la libertà «non l'ho persa, perché ho preservato quella di scrittura e di pensiero, quindi ne è valsa la pena». Tra i personaggi anche Federico Morlacchi, nuotatore paraolimpico. Ha un femore più corto, ma a 23 anni conta dieci ori europei e due mondiali vinti. «Non mi sento un campione ma un ragazzo che fa quello che lo fa divertire» ha spiegato. E ancora Lucia Annibali, avvocata finita nelle cronache per il terribile attacco con l'acido subito su mandato dell'ex, Luca Varani, poi condannato a vent'anni per tentato omicidio. Convive con un volto sfregiato che – dopo numerose operazioni – sta lentamente ricostruendo. «L'ustione e la fatica di sopportare un dolore fisico quotidiano sono diventati importanti per me». Ci sono lo sguardo costante degli altri e una sofferenza che «oggi ringrazio perché mi aiuta a dare il meglio e a essere una persona concreta, che vive senza troppe sovrastrutture».Nell'educare a distinguire il bene dal male e a non idealizzare icone del crimine anche i media hanno una fetta di responsabilità. Per Borrometi «il problema non è fare le interviste a personaggi come il figlio di Totò Riina, ma il modo in cui si fanno». Il punto è «far capire cosa sbagliano. E lo stesso devono fare le fiction». Raccontare ad esempio storie come quella del piccolo Di Matteo, il bambino rapito da scuola e sciolto nell'acido per mano mafiosa. «Bisogna capire che questa è gente che non ci pensa due volte a compiere atti simili solo per arricchimento personale». Lo ribadisce Delogu, moglie di uno dei protagonisti di Romanzo Criminale, il Libanese, al secolo Francesco Montanari, spesso fermato dagli ammiratori «perché identificato con quel personaggio». «Ma come si fa a prendere a modello uomini simili, che magari mandano a prostituire la moglie e le sparano in testa?» ragiona Frezza. I ragazzi sono attenti, ascoltano silenziosi. E Delogu li congeda con una speranza: «Che quando uscirete di qui qualcosa vi ronzi nella testa». Ilaria Mariotti 

Stagisti spagnoli sfruttati come gli italiani: nasce Becarios S.A., il progetto «per informarli sui loro diritti»

Se gli stagisti italiani piangono, quelli spagnoli non ridono di certo. Almeno stando ai dati rilevati dal progetto Becarios S.A., che tradotto significa 'Stagisti spa', ovvero «la più grande azienda spagnola» secondo la definizione dei fondatori. L'idea nasce un anno fa a Madrid, da un gruppo di studenti reduci da un master in comunicazione, approfittando di un centro culturale – Media Lab Prado – che la capitale spagnola ha messo a disposizione per progetti di innovazione e partecipazione cittadina. Uno spazio gratuito per chi avesse bisogno di un luogo in cui riunirsi per sviluppare idee. E a cui i ragazzi di Becarios si appoggiano per mandare avanti l'iniziativa. «Un giorno chiacchierando davanti a una birra ci siamo resi conto che eravamo tutti nella stessa condizione di tirocinanti se non gratis a poche decine di euro al mese» racconta Maria Navarro, 26enne laureata in giornalismo con una specializzazione in datajournalism. Il gruppo conosceva l'esperienza italiana della Repubblica degli Stagisti: «ne avevamo sentito parlare, e l'abbiamo scoperto documentandoci su Internet!». Così decide di mettere in piedi un progetto, «con l'obiettivo di indagare fino a stilare una mappa che raccolga tutti i numeri sugli stage in Spagna». «Ci rivolgiamo alle università perché non esistono dati ufficiali che dicano quali e quanti siano i casi in tutto il paese». Ognuno si documenta in proprio a seconda degli impegni personali, salvo poi incontrarsi di tanto in tanto. «L'idea è consentire a chi vive questa situazione di conoscere quali sono i propri diritti e superare la paura che si sperimenta nel rivendicarli».Comprensibile in un paese in cui la disoccupazione giovanile è al 40%, uno dei valori massimi in Europa. Ma l'utilizzo dello strumento dello stage non sembra raggiungere le vette italiane. Secondo i dati del governo spagnolo forniti a Becarios S.A. gli stagisti spagnoli sono stati più di 68mila nel 2015, un numero che è triplicato rispetto al 2013. In Italia il numero è invece di gran lunga più elevato: si parla nello stesso anno di 345mila attivazioni per 329mila tirocinanti, raddoppiando sull'anno precedente anche per effetto dell'applicazione di Garanzia giovani. E parliamo solo di tirocini extracurriculari! A rendere però la vita degli stagisti spagnoli più dura sono altri fattori. In primis la mancanza di una legge che renda obbligatoria un'indennità. E in tal senso gli italiani possono ritenersi fortunati. «In base a un rapporto della Commissione europea che abbiamo studiato, il 61% degli spagnoli tra i 18 e i 35 anni non ha ricevuto un rimborso spese nel corso della sua ultima volta come stagista», prosegue Navarro. Una percentuale che tocca l'83% in Belgio e il 77 nel Regno Unito.Anche in Spagna esiste una distinzione tra stage curriculari e extracurriculari, ma per quanto riguarda i primi ogni università o scuola si regolamenta da sé. Solo per i tirocini che iniziano dopo gli studi esiste una legge nazionale, il Real Decreto 592/2014, de 11 de julio. Becarios S.A. ha stilato sul proprio sito un elenco di diritti e doveri che la legge prevede e quello che di solito stabiliscono i regolamenti universitari in tema di stage. Quello che si propongono è «porre dei paletti, perché la legge è ambigua e lascia molta libertà alle università e alle aziende di stabilire le condizioni che preferiscono» precisa la Navarro. Una possibile misura è ad esempio «fissare un rimborso spese minimo affinché i tirocinanti possano contare su un sopporto economico per poter vivere, e anche che il numero dei contratti proposti agli stagisti alla fine del percorso arrivi al livello degli altri paesi». Un altro elemento di spicco è che gli spagnoli sono anche gli stagisti più titolati d'Europa – il 67% ha iniziato un tirocinio dopo il diploma o la laurea, peggio solo della Slovenia. E la nota davvero dolente è il tasso di assunzione una volta concluso il periodo formativo: «solo al 33% degli stagisti spagnoli viene offerto un contratto» fa sapere la giornalista, «e agli italiani va ancora peggio: a loro capita nel 25% dei casi» secondo un report del 2013 di Eurobarometro. Ma al di là delle cifre, lo scoglio principale per gli italiani come per i cugini spagnoli «è riuscire a mettere insieme un reddito che consenta una vita dignitosa» commenta. Per Maria infatti, prima di riuscire a entrare in una radio spagnola «e ottenere così il mio contratto dignitoso», c'è stato più di un anno di gavetta in ambito giornalistico senza vedere un euro e dopo un corso pagato 250 euro. «Tutto a carico dei miei genitori». Tanto da dover rinunciare «perché lavorare implicava un costo troppo salato». E non è la sola: «Abbiamo lanciato una piccola indagine sui social rivolta agli stagisti» spiega la cofondatrice di Becarios S.A. Hanno risposto in 250 e le loro testimonianze delineano uno scenario di grande difficoltà.«Due mesi dopo essere entrata in azienda, si è prepensionata la persona che mi faceva da tutor» racconta sul sito uno studente con un master in Relazioni Internazionali dell'università dell'Andalusia. «Io stesso ero entrato per coprire il prepensionamento di un altro dipendente: così mi sono ritrovato da solo nel dipartimento di amministrazione di una multinazionale senza nessuna persona di riferimento». E nonostante la legge spagnola chiarisca che i compiti assegnati a uno stagista «non possano mai sostituire quelli di un dipendente» si legge nel testo, per una laureata in Psicologia di Madrid, «i compiti sono stati sempre di grande responsabilità, alla pari di quelli di altri dipendenti».Ancora peggio l'esperienza di un'altra studentessa catalana con un master in Gestione strategica delle risorse umane: «Mancava personale, per cui lavoravo dalle 12 alle 14 ore, senza pause e mangiando davanti al computer. Il tutto per un rimborso spese di 200 euro al mese». E ancora, un'altra testimonianza da una laureata in Comunicazione all'università Rey Juan Carlos: «Ho lavorato per una radio svolgendo mansioni di redattrice, quindi interviste, gestione dei social, produzione di programmi. Non ho mai ricevuto nessun rimborso, neppure per gli spostamenti che dovevamo fare per qualche intervista». Testimonianze che ricordano molto da vicino la condizione dei giovani italiani impegnati in uno stage. Almeno adesso c'è Becarios S.A che combatterà per i loro diritti. Ilaria Mariotti 

Mese delle Stem, le donne ingegnere progettano il futuro

Dall'8 marzo all'8 aprile il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), in collaborazione con il Dipartimento delle Pari opportunità della Presidenza del Consiglio, ha indetto il Mese delle Stem. L’obiettivo dell’iniziativa, al suo secondo anno, è quello di incoraggiare le bambine e le ragazze allo studio delle discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), attraverso una serie di attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado, supportate da università, associazioni, imprese.Una delle materie dove oggi lo scarto di genere risulta più evidente è l’Ingegneria. In Europa tre ingegneri su quattro sono uomini (Rapporto Eurostat 2016). E c’è solo un paese dove il numero di donne ingegnere supera quello dei colleghi: il Liechteinstein. Se la media europea di laureati di sesso maschile nelle facoltà ingegneristiche è del 72,8%, in Italia il dato scende al 66%. Ma in ogni caso la parità è ancora lontana, anche perché bisogna considerare che una certa percentuale di donne, alle prese con una professione talvolta troppo impegnativa da conciliare con la vita familiare, vi rinuncia prematuramente.«Oggi il Consiglio Nazionale Ingegneri conta 238.260 iscritti, di cui 33.433 sono donne, che rappresentano circa il 14%, ancora troppo poco rispetto ad altre professioni». A parlare è Ania Lopez, unico consigliere donna del Cni, nonché ideatrice di “Ingenio al Femminile. Storie di donne che lasciano il segno”, evento annuale nato nel 2013 per valorizzare il ruolo delle donne nel settore ingegneristico, la cui prossima edizione si terrà nella seconda metà dell’anno. Il progetto è supportato dalle indagini del Centro Studi del Cni, che fotografano le difficoltà del mondo femminile nella professione, dalla conciliazione lavoro/vita privata al gap salariale.«Il nostro obiettivo è favorire la presenza delle donne nei Consigli» afferma l’ingegnere Lopez «affinché ci sia una maggiore apertura anche culturale. Finché chi comanda non ha problemi nel portare avanti la professione e la famiglia ci sarà meno sensibilità a tali difficoltà». La parità accrescerebbe il valore del settore: «Le donne ingegnere quasi sempre sono le prime a laurearsi, ma poi fanno troppa fatica, non ci sono politiche sociali in grado di soddisfare le esigenze di un part-time, soprattutto per chi svolge la libera professione», denuncia Ania Lopez. Che poi conclude: «Mi auguro che con le politiche sul lavoro agile ci sia un supporto maggiore a tante donne che cercano di dare un contributo importante al futuro di questo paese».Anche perché, con lo sviluppo inarrestabile delle nuove tecnologie, sempre più alla portata di tutti, le opportunità si moltiplicano. E le donne devono convincersi che possono diventarne protagoniste tanto quanto gli uomini.«L’ingegneria è uno di quei campi in cui la meritocrazia è molto forte: solo chi è bravo va avanti» dice alla Repubblica degli Stagisti Stefania Zinno, 30 anni, ingegnere delle telecomunicazioni «e questo in altri settori è meno diffuso. Perciò se avessi una figlia che mi dicesse “Vado a fare Ingegneria” ne sarei felice, perché saprei che ogni sforzo sarebbe ripagato».Stefania Zinno è una delle quattro donne che compongono il corpo docenti (quindici in tutto) del centro di formazione Apple a Napoli, grande scommessa per l’Italia e per il Mezzogiorno. Insegna il linguaggio di programmazione Swift, che permette di sviluppare app per iOS, Mac, Apple TV e Apple Watch. E, parallelamente, frequenta il Dottorato in Information Technology and Electrical Engineering presso il Dipartimento di ingegneria elettrica e tecnologie dell’informazione (Dieti) dell’Università “Federico II” di Napoli.L’iOS Developer Academy, progetto nato in partnership con l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ambisce a formare le nuove generazioni di sviluppatori. Cento ragazzi hanno cominciato il loro percorso a ottobre, altri cento sono partiti a inizio 2017. E la partecipazione delle donne sta crescendo «Nel primo round erano solo tre/quattro, nel secondo sono diventate una ventina» racconta la giovane docente «ed è un fatto positivo, perché i gruppi misti lavorano meglio e l’ambiente è più frizzante».La “sfida” di Stefania Zinno è stata doppia. Non solo quella di farsi strada in un settore a predominanza maschile, ma anche di riuscirci al Sud, dove tutto è un po’ più complicato. «Ho rifiutato offerte di lavoro a Milano e a Torino. A Napoli abbiamo un polo formativo eccezionale e i talenti devono essere reindirizzati a lavorare e a fare impresa qui». L’ingegnere ne è convinto, ancor più oggi che anche il colosso di Cupertino se ne è reso conto: «Sono felicissima di vedere che qualcosa sta nascendo. In questo momento sono già in avvio incubatori e collaborazioni, sono venute a trovarci grandi aziende e tutte sono rimaste colpite. Siamo fiduciosi che l’Academy non resti qualcosa di teoretico».Se a Napoli si pensa alle tecnologie del futuro, a Genova c’è chi parte dai banchi di scuola per combattere i pregiudizi di genere e favorire le naturali inclinazioni delle menti di domani. Stiamo parlando della Scuola di Robotica, un’associazione non profit che si occupa di ricerca sulla relazione robot/umani e di integrazione e inclusione, per intervenire nelle aree dell’educazione più sensibili, tra cui la bassa presenza di donne nelle carriere scientifiche e il loro presunto scarso interesse verso le materie Stem.La Scuola di Robotica è referente nazionale di “Roberta, le ragazze scoprono i robot”, un progetto partito dalla Germania per avvicinare le bambine e le ragazze alla scienza attraverso la robotica educativa. L’associazione collabora con trecento scuole, dall’infanzia fino alle superiori, appartenenti alla Rete Nazionale di Robotica Educativa e promuove attività come la Nao Challenge, una competizione dedicata alla robotica umanoide, volta a far conoscere le potenzialità sociali della robotica di servizio.«Abbiamo sviluppato una metodologia di lavoro più affine all’universo femminile, che ad esempio considera meno le gare e le competizioni fisiche, a favore di altri settori della robotica», spiega alla Repubblica degli Stagisti Fiorella Operto, presidente del Consiglio Direttivo della Scuola.  Come la sezione “rescue”, che – attraverso vermi robotici  - sviluppa interventi in occasione delle catastrofi per individuare le persone ancora vive; oppure la sezione che riguarda la simulazione del comportamento degli animali attraverso i robot, che aiuta a riconoscere i comportamenti di varie specie.Favorire l’avvicinamento ai nuovi strumenti della scienza è importante a prescindere dalla strada che ciascuno deciderà di intraprendere. Secondo l’ultimo Rapporto Eurispes, il 37% della popolazione europea (6-75 anni) è ancora analfabeta digitalmente, quindi non sa usare il computer: lo stesso dato di quattro anni fa. Per questo «è importante rendere accessibile a tutti aspetti come la programmazione, che sono presenti in ogni campo del quotidiano» sostiene Fiorella Operto «e non servono solo a chi vuole intraprendere una carriera scientifica. Andiamo verso l’Internet delle cose: gli oggetti diventano intelligenti e controllabili via Internet e una parte della popolazione rischia di essere tagliata fuori».Non sempre la passione per la scienza, soprattutto nelle femmine, segue un percorso lineare. «Sono cresciuta con un padre ricercatore e sin da piccola seguivo gli sviluppi dell’applicazione ingegneristica e della fisica, ma ero anche innamorata di personaggi come Platone, Leibniz, Pascal, Newton, che erano tutti sia matematici che filosofi. È un peccato che oggi cultura scientifica ed umanistica siano così rigidamente separate», racconta la co-fondatrice della Scuola di Robotica. Lei alla fine per i suoi studi aveva scelto la filosofia, ma un giorno la scienza è tornata a cercarla. «Lavoravo per una casa editrice italiana che aveva una collana dedicata ai dialoghi con grandi scienziati, ed ebbi modo di seguire la robotica e l’intelligenza artificiale. Mi sembrò un esempio di avvicinamento tra cultura umanistica e ingegneristica, e infatti ormai non c’è tutta questa distanza: i suoi campi di applicazione vanno dall’antropologia alla psicologia all’arte».Insomma, ci sono tanti buoni motivi per scegliere un indirizzo scientifico. «Le materie Stem sono belle, divertenti, non hanno niente di meno affascinante della filosofia. Ed è difficile che un ingegnere sia disoccupato. Inoltre» conclude Operto «con una maggiore presenza femminile aumenterebbe la considerazione delle donne, ad esempio nelle commissioni, e aumenterebbero anche gli stipendi, perché ci sarebbero più donne a combattere la battaglia per la parità». Rossella Nocca

Maxi-stage nei tribunali: «Disperati, facciamo di tutto per rimanere nel progetto». Le proposte per “salvare” gli esclusi

«Siamo partiti in 50, nel maggio 2010, con la firma della prima convenzione dedicata a soggetti in cassa integrazione o mobilità appartenenti alla provincia di Roma. L’esperienza funzionava: si dava un rimborso spese a persone che venivano da imprese private e lavoravano negli uffici giudiziari. Venne estesa al distretto di Corte d’appello in tutta la regione Lazio; poi gli altri presidenti di regione decisero di estendere le convenzioni nelle varie province». Parte così la storia di Daniele De Angelis, 44 anni, da sette in tirocinio formativo negli uffici giudiziari, prima alla sezione fallimentare del Tribunale civile di Roma e dallo scorso anno, con l’inizio del tirocinio presso l’ufficio del processo (udp), alla cancelleria civile della Corte di appello. Uno stage prolungato nel tempo contro tutte le normative in materia, che ne vieterebbero la reiterazione oltre la durata massima di 12 mesi.  E perdipiù senza avere mai un vero e proprio periodo formativo: «Abbiamo sempre e solo lavorato».Nel maggio 2010 De Angelis è tra i fondatori dell’“Unione precari giustizia”, un collettivo informale creato per «cercare di avere una configurazione nelle compagini delle organizzazioni sindacali» e riuscire a dialogare con il mondo politico. L’unica a non tirarsi indietro è la Fp Cgil di cui, con il tempo e sopratutto dopo lo scioglimento dell’Upg, De Angelis diventa referente nazionale, coordinando le varie regioni.Oggi la Repubblica degli Stagisti gli chiede di far luce sui numeri che riguardano questi tirocinanti. Quante persone sono coinvolte? «La prima cifra totale l’ho trovata io stimata a percentuale: 3.500 persone in tutta Italia. Ma nemmeno il ministero della Giustizia è stato mai in grado di contare le singole convenzioni e capire quanti eravamo». Non era un compito facile: alle convenzioni per singole province, partite su iniziativa dei presidenti dei tribunali e destinate a lavoratori disoccupati in cassa integrazione o mobilità, con il tempo se ne sono aggiunte altre. In alcune regioni infatti, vista la mancanza cronica di personale, si era estesa la stessa esperienza anche a soggetti inoccupati grazie a particolari progetti di “work experience” e a convenzioni con le università.Cosa avevano in comune questi tirocini? «Usavano fondi sociali europei dell’asse II occupabilità per il reinserimento e l’inserimento lavorativo, perciò c’erano sia disoccupati sia inoccupati» spiega De Angelis. «Dovevano dare occupazione, ma non si riusciva a darla se non si creava un bacino». Così i tirocinanti nel dicembre 2012 creano un blog per facilitare l’aggregazione, proprio nello stesso periodo in cui il ministero della Giustizia con la legge 228 prende in carico la gestione di questi tirocini formativi. E qui si ha finalmente una cifra ufficiale: 2.524 tirocinanti. «È il primo numero preciso che rientra in un’unica convenzione nazionale. Da lì cominciamo un “tirocinio di completamento” pagato tramite rimborsi spesa dati dalle stesse corti di appello. Poi il ministero, che non vuole farci un contratto, decide di farci fare per un altro anno il “perfezionamento del completamento”, con la legge 147 del 2013». Il percorso, come la Repubblica degli Stagisti ha ampiamente documentato, subisce delle interruzioni per poi concludersi nel marzo 2015, quando sopravvengono nuovi sviluppi.Il ministro della giustizia Orlando, infatti, per smaltire l’arretrato degli uffici giudiziari pensa a un nuovo istituto, l’ufficio del processo. E stabilisce di inserirci «un magistrato e un tirocinante del magistrato, le famose figure dell’articolo 37, poi un componente di ruolo della cancelleria e un suo tirocinante». Ed è qui che entrano in gioco i 2.524 tirocinanti della giustizia, che vedono aprirsi nuovamente la possibilità di un prosieguo dei precedenti stage, sempre contra legem.Ma nella nuova tranche di tirocini c'è posto solo per 1.502 persone. «Avevo scritto una lettera al ministro in cui dicevo: 1502 è il 60% del totale, allora se vuoi questa cifra prendila per ogni singola regione, così avranno tutte lo stesso danno. Gli altri tirocinanti portali in conferenza stato regioni e tienili a galla con progetti regionali prima di trovare una selezione professionale. Ma Orlando non ci ha voluto ascoltare. Ha fatto la selezione e sono passati in 1.115». Dunque in realtà ancora meno della capienza prestabilita.Quello che De Angelis critica è la ratio, se ce n’è una, dietro a quel numero. «Il bacino era di 2.500. Si vuole fare metà? 1250. Chi è stato a decidere, invece, 1.502 e a stabilire dove metterli? Non si capisce perché il tribunale di Milano debba avere così tanti progetti pilota dell’ufficio del processo e invece Catanzaro, dove ci sono processi di mafia e camorra, no». Critica la distribuzione geografica: dai 200 posti dell’Emilia Romagna ai 150 della Campania fino alla decina in Puglia e Sicilia. «Più scendiamo lungo lo Stivale, più diminuiscono. Dal nord al sud l’ufficio per il processo è spalmato in maniera non proporzionale».Il rappresentante Cgil allontana però ogni ipotesi di volontà di dividere questi tirocinanti. Se quello fosse stato l'obiettivo, «avrebbero preso i più giovani e i più preparati, quindi oltre alla minore età valeva anche il titolo di studio più alto. Mentre i requisiti sono, nell'ordine, l’aver fatto il percorso formativo nella regione dove si era fatta domanda, poi il titolo e infine la minore età. Altrimenti in Lombardia, dove ho 300 posti e il gran numero delle persone sono over 50 con la terza media, non sarebbero riusciti a rientrare tutti senza il requisito della regione».De Angelis non ravvisa una volontà precisa di far fuori qualcuno, nemmeno nel caso calabrese dove si è passati da circa 670 a 23 stagisti previsti dal bando per l'ufficio del processo, quanto piuttosto una gestione sbagliata dell’intero progetto. «Il ministero non ha scelto di avere tutti quei tirocinanti in Calabria. Se li è “trovati” dalle convenzioni regionali. E da un emendamento di legge che diceva che tutti quelli che avevano fatto progetti formativi negli uffici giudiziari da marzo 2010 rientravano in quel bacino». Ma perché in Calabria c’erano così tanti stagisti? «Lo può sapere solo l’amministrazione regionale. E poi se in questa regione sono stati assegnati 23 posti e un’altra ottantina di calabresi è rientrata nelle altre regioni, perché il primo progetto per gli esclusi, bocciato, era calcolato per mille tirocinanti? In una nota agli uffici giudiziari calabresi il ministero ha scritto che il bando sarebbe stato accettato se rimodulato per massimo 650 unità. Mentre l’amministrazione rispondeva che 23 erano pochi: avrebbero potuto incontrarsi a metà. La soluzione va cercata prima per quei famosi 2.500, non si può continuare ad aumentare il numero». Nel frattempo un incontro c'è stato. E il 9 marzo, presso la sede del ministero a Roma, si è giunti alla definizione di uno schema di convenzione che sarà stipulato a breve in cui dovrebbero essere stati confermati i 650 tirocinanti iniziali.  Una decisione in linea con le altre regioni in cui c'erano esclusi dall'ufficio del processo e il numero di stagisti per le convenzioni regionali non è stato aumentato. «La Basilicata è partita con un progetto per una quindicina di lavoratori, terminato a dicembre che ora deve ripartire per il secondo anno. Abruzzo e Campania hanno ricevuto l’ok dal ministero alla convenzione e devono partire, sempre per un numero leggermente più basso degli esclusi. In Emilia e Lombardia, i bacini più grandi, il 100% dei tirocinanti è nell’ufficio del processo, le altre regioni del nord avevano più posti rispetto agli stagisti e qualche collega dal sud si è trasferito lì». Le difficoltà si stanno trovando in regioni come le Marche, l’Umbria e la Toscana, dove gli esclusi sono pochi e «non sono riusciti a coordinarsi per far partire il progetto regionale. Anche perché all’inizio c’era sempre l’articolo 12 del decreto secondo il quale i posti non assegnati, circa 400, sarebbero stati redistribuiti. Quindi questi bacini hanno prima aspettato, poi si è cominciato a parlare del concorso e sono stati fermi al palo per capire cosa fare».Una delle regioni che invece si sta muovendo diversamente è il Lazio, con i suoi 427 tirocinanti, di cui 197 selezionati per l’ufficio del processo. Per una parte degli esclusi, 158, nel giugno 2016 è partito un progetto regionale che si concluderà al giugno di quest’anno. E ora, con un ordine del giorno di inizio febbraio, i consiglieri di maggioranza «hanno preso l’impegno di dire basta alla parola tirocini. Questi soggetti dovranno avere da giugno una reale opportunità lavorativa, con un reddito, i contributi e la malattia. Un contratto che li porti in un progetto di stabilizzazione». Una volontà precisa della giunta Zingaretti, che ha detto di non voler più sentir parlare di formazione e tirocini. Un’opportunità che secondo De Angelis potrà poi essere sfruttata anche dagli altri stagisti.Sullo sfondo resta sempre il concorso per 800 posti per assistenti giudiziari, per cui le domande valide sono 320mila. Non una reale opportunità secondo De Angelis: «Le preselettive le passano in 2.200 persone. E do per scontato che tra i 320mila candidati ci siano 800 “geni” che supereranno il concorso, più bravi di noi 2.500 tirocinanti». Perciò è convinto che «non è un concorso per gli stagisti». Quando poi, obietta, si cercano risorse esterne nonostante siano 30 anni che bisogna riqualificare il personale. E si potrebbero coprire i ruoli di ausiliario con figure che sono già state formate a spese del ministero della Giustizia. «Forse però la soluzione è troppo semplice e il costo minimo, perciò non viene applicata». Ma se il ministero non vuole applicare questa opportunità, c’è sempre un’altra proposta avanzata dalla Cgil: utilizzare delle selezioni pubbliche attraverso i centri per l’impiego per le figure come l’ausiliario. «L’articolo 16 della legge 56/87 dice che il livello più basso con un titolo di studio inferiore può essere assunto attraverso selezioni nei cpi, e tra le figure possibili mette l’ausiliario. Ci siamo fatti sette anni di formazione a 400 euro al mese, abbiamo una competenza, gli strumenti, le password, le utenze, una professionalità acquisita. Se anche il ministero ci assumesse full time per i prossimi sette anni è come se fossimo part time visti i precedenti. L’unica cosa che manca è la volontà politica».Invece la politica fino ad ora ha preferito chiudere entrambi gli occhi, e trovare sempre un modo per prorogare questi tirocini extracurriculari nonostante la normativa di riferimento, il dm 142/98 e le successive leggi regionali, lo vietassero e tuttora lo vietino. «Certo, credo sia sbagliato riproporre un tirocinio formativo per il settimo anno consecutivo. Credo sia illegale proporre lo stesso stage da parte dello stesso ente. È assolutamente fuorilegge: e lo è in casa del ministero». Perché quindi continuare a farlo? De Angelis non fa giri di parole: «Se gente disperata continua a fare di tutto per rimanere nel progetto è per la speranza di riuscire a entrare. Non faccio altri 12 mesi a 400 euro per essere occupato, ma per questa aspettativa. Che è la stessa che distrugge la compagine: i 1.115 dell’udp non saranno mai compatti: per vicissitudini, difficoltà, dinamiche familiari». Nel frattempo, il 4 marzo è stata posticipata per la seconda volta, al 4 aprile, la pubblicazione delle date per la prima prova del concorso per assistenti giudiziari. Ed è chiaro che in base allo svolgimento del concorso si svilupperanno eventuali nuove proteste dei tirocinanti che, fino a quando il nuovo personale non sarà assunto, potranno continuare a sperare nelle proroghe delle proroghe dei tirocini. Ma su questo punto De Angelis è diretto: «La campagna di mobilitazione partirà per tutti gli iniziali 2.500 tirocinanti». Le proposte sul piatto ci sono: le pubbliche selezioni attraverso i centri per l’impiego. O la riqualificazione del personale che porterebbe i tirocinanti a occupare i posti liberati alla base della piramide. Ora è solo il ministero che deve assumersi l’onere della decisione.Marianna Lepore

Stage in Europa a più di mille euro al mese: ecco i bandi aperti fino a fine marzo

Tempo di candidature per chi pensa a uno stage in una istituzione europea. Tra quelle in cerca di giovani leve c'è il Comitato Ue delle regioni (Cor), ovvero l'assemblea dei rappresentanti locali dell'Unione europea composta da 350 tra presidenti di regione e sindaci. Qui si aprono due sessioni all'anno di tirocini. Quella primaverile, che va metà febbraio a metà aprile, con candidature aperte da aprile a settembre; e poi l'autunnale – attiva ora – con tirocini che durano dal 15 settembre al 15 febbraio. Per le application, aperte già da ottobre, c'è tempo fino al 31 marzo. La sede è Bruxelles, e i rimborsi spese ben superiori alla media italiana: si aggirano infatti intorno ai 1080 euro (pari a circa «il 25% dello stipendio di un funzionario AD 5» specifica il regolamento), al lordo di eventuali tasse da pagare in fase di dichiarazione dei redditi. A cui va aggiunto il rimborso per le spese di viaggio per raggiungere la capitale belga e la copertura dei costi degli abbonamenti al trasporto pubblico, per circa la metà dell'importo; e anche maggiorazioni in caso di soggetti sposati, con figli, oppure disabili. Ragioni che potrebbero spiegare perché le application arrivate dall'Italia per la sessione primaverile sono state 1.264 - come spiega alla Repubblica degli Stagisti Annabel Talavera de Schyrbock, dell'ufficio tirocini Cor - su 3.166, quindi più della metà del totale!, e addirittura 1.905 su 3.835 nel blocco successivo.Per partecipare serve – oltre alla nazionalità europea - una laurea (anche solo triennale) e una forte conoscenza di almeno una delle lingue ufficiali Ue, più una seconda lingua. E una delle due deve essere l'inglese o il francese. Sono esclusi coloro che abbiano già prestato servizio presso un organo europeo per più di otto settimane percependo un compenso. I selezionati, di solito una ventina a sessione, vengono ripartiti tra i vari dipartimenti del Comitato (gruppi politici, segretariati gabinetto del presidente, ufficio legislativo solo per citarne alcuni), «di cui alcuni a stampo più politico altri improntati a mansioni più amministrative», spiega il sito. È possibile specificare la propria preferenza all'atto di candidatura (qui la lista dei dipartimenti), che va sottoscritto in inglese, tedesco o francese e inviato insieme a una lettera motivazionale. La procedura per l'application è spiegata nel dettaglio qui. Saranno ricontattati via mail solo i preselezionati, preannunciano le faq, e per chi si candida alla prossima sessione annuale il limite di avviso è il 30 giugno. A seguire il Mediatore europeo (European Ombudsman), ovvero l'organo che indaga sulle denunce relative a casi di cattiva amministrazione da parte delle istituzioni o di altri organi dell'Ue. I tirocini, che possono svolgersi sia a Bruxelles che a Strasburgo, sono suddivisi in due tornate, una con inizio il primo settembre, e la seconda con partenza il primo gennaio. Per entrambi le sessioni 2017-2018 ci si può fare avanti entro il 31 marzo. La durata iniziale è di sei mesi, ma «se l'esperienza risulta soddisfacente» si chiarisce sul sito, «c'è una proroga di altri quattro mesi, fino a un massimo di un anno». I requisiti per essere ammessi al bando aperto adesso sono – oltre alla nazionalità europea – una laurea anche triennale in giurisprudenza, scienze politiche o informatica. Fondamentale però «un'eccellente padronanza della lingua inglese» si legge ancora sul sito, oltre alla conoscenza delle politiche Ue, del funzionamento del Mediatore europeo e ottime capacità comunicative. Il rimborso è di circa 1.250 euro mensili e a corredo – di nuovo – la copertura dei costi di viaggio. Alla application, da spedire qui, va allegata la domanda con lettera motivazionale, curriculum, lettera di referenze e copie dei diplomi. Il processo di selezione prevede poi la richiesta di un testo scritto per i primi selezionati e un'intervista telefonica per i finalisti, mentre la comunicazione ufficiale dell'ammissione avviene – per entrambe le tornate di tirocinio – entro il 30 giugno.Infine l'Esma (European Securities and Markets Authority), authority Ue con sede a Parigi che contribuisce alla stabilità del sistema finanziario dell’Unione. Al momento sono tre le cosiddette open call, cioè avvisi per la ricerca di stagisti senza chiusura dei termini. E i settori coinvolti sono il legale, il finanziario e un profilo trasversale. Sono tutti semestrali con proroga e rimborso di 1.000 euro per chi non è ancora laureato, e di 1.500 per chi invece ha concluso l'università. Per tutti è necessaria la cittadinanza Ue, almeno livello B2 di inglese, laurea triennale (per candidarsi ai graduates traineeships) o altrimenti un certificato che attesti l'iscrizione a un ateneo, e conoscenze informatiche. E poi, a seconda del profilo per cui ci si candida, i requisiti si fanno più stringenti, e serviranno quindi una specializzazione in legge o in amministrazione pubblica, come meglio specificato nei singoli bandi (con relativi link sopra). Ci si candida inviando cv e lettera motivazionale in inglese all'indirizzo mail vacancies [chiocciola] esma.europa.eu, con l'indicazione del numero di riferimento della vacancy prescelta. Vanno allegati anche alcuni documenti come carta di identità, diplomi e così via. E, al solito, solo per chi arriva in finale arriverà una chiamata per una intervista telefonica.Ilaria Mariotti