Categoria: Interviste

«Non abbiamo ispettori da mandare nelle aziende»: parla il responsabile dell'ufficio stage dell'università Cattolica

Quando al museo gli hanno messo in mano le locandine, chiedendogli di andare a distribuirle per la città, Denis [nome di fantasia] ha subito contattato l’ente promotore dello stage – la sua università, la Cattolica di Milano. Che ha però deciso di non intervenire, limitandosi a ricordare al neolaureato che poteva interrompere lo stage in qualsiasi momento se lo riteneva opportuno. E anche quando lui, dopo aver seguito il consiglio, ha inviato un dettagliato fax in cui elencava le mansioni "improprie" che gli erano state affidate, l’ufficio stage ha scelto di non mettersi in contatto con il museo per chiarire la situazione. Come mai questo comportamento? La Repubblica degli Stagisti lo ha chiesto a Roberto Reggiani, da oltre dieci anni responsabile dei servizi Stage e placement e Orientamento e tutorato della Cattolica. Come mai non siete intervenuti, magari anche semplicemente facendo una telefonata esplorativa al museo?Noi preferiamo evitare di fare maternage ai nostri stagisti. Una persona maggiorenne ha il diritto e il dovere di gestire i rapporti con l’ente ospitante in completa autonomia.E non controllate che gli stagisti ricevano una formazione adeguata e che gli enti ospitanti rispettino la normativa?No. Nell’attivare uno stage abbiamo alcuni vincoli: dobbiamo occuparci della posizione Inail e dell’assicurazione rc, assolvere l’obbligo di comunicazione a sindacati e ispettorati del lavoro. Ma non abbiamo poteri ispettivi nei confronti dell’ente ospitante. Cosa fate allora quando i vostri studenti vi segnalano che qualche azienda si comporta male?Possiamo arrivare a sospendere la convenzione, ma solo dopo reiterate segnalazioni, almeno tre. In questi casi, spediamo una lettera all’ente ospitante invitandolo ad attivare tirocini con altre università e non più con la nostra. A volte l’ente si difende facendo testimoniare gli ex  stagisti felici, magari anche assunti. Insomma, se qualcuno non si trova bene in un posto a volte è per un problema suo: magari non è in grado di lavorare, di gestire una certa situazione. Io non ho ispettori da inviare per fare verifiche e scoprire se davvero c’è qualcosa che non va. Talvolta c'è anche il dubbio che i tirocinanti si possano mettere d’accordo per fare segnalazioni false. Ma penso che questo, tranne qualche mitomane, succeda raramente. Rispetto al museo Macro quindi voi non avevate mai ricevuto segnalazioni.No, non avevamo mai avuto segnalazioni. Ma il problema, comunque, è un altro. E cioè?Il decreto che regolamenta i tirocini, il dm 142/1998, ormai ha più di dieci anni ed ha una lacuna enorme: non ha dato la possibilità di verifiche incrociate sui dati anagrafici e finanziari delle aziende. Capita che aziende con trenta dipendenti prendano addirittura 6-7 stagisti, quando il massimo sarebbe tre. E come fanno? Ne prendono uno di qua e uno di là, da ogni università, e nessuna può sapere delle altre. Qui sarebbe il tirocinante a dover segnalare la situazione, ma non tutti lo fanno, e quindi le verifiche scattano raramente. Ogni università, Inail, Regione, sindacato ha il suo database, e gestisce i suoi dati a livello locale anziché nazionale. Il controllo ne risulta inevitabilmente parcellizzato; l’ispettorato del lavoro riceve tutte le informazioni e dovrebbe andare a fare qualche controllo, anche solo sul livello numerico del rispetto della norma, ma lo fa di rado. Si potrebbe risolvere il problema con un database comune con un flusso di dati costantemente aggiornato.Il ragazzo si è lamentato anche del progetto formativo, molto generico.In nessun contratto vengono scritte tutte le mansioni con precisione. Insomma, qui non stiamo parlando di bambini a cui tenere la manina, stiamo parlando di laureati! Andando avanti di questo passo, a cinquant’anni anni ancora penseranno che ci debba essere qualcuno che li deve tutelare. È evidente che siamo tutti d’accordo che non è il massimo che un neolaureato faccia volantinaggio. Ma il controllo non deve passare attraverso l’università. Coordino una struttura in cui siamo in sette, di cui due part-time, e dobbiamo gestire 6mila tirocini all'anno. Siete troppo pochi, dunque.E sul nostro portale solo l’anno scorso sono stati pubblicati 12mila annunci. Abbiamo migliaia di inserzionisti, non possiamo controllarli tutti. Sta a ciascun giovane verificare se le condizioni sono rispettate. Ai ragazzi possiamo dare la canna da pesca, non il pesce: cioè gli strumenti, non il risultato. Invece loro spesso non solo consapevoli, non partecipano agli incontri propedeutici che organizziamo qui in ateneo, vengono dicendo semplicemente «ho un foglio da far firmare». Sono annoiati dalle nostre raccomandazioni e indicazioni: attivano un tirocinio quasi con meno attenzione di quella che prestano a dove andare in vacanza.E poi quando si trovano in difficoltà non sanno come comportarsi. Il neolaureato che non si trovava bene al Macro ha fatto bene ad andarsene?Certo: ci sono costi psicologici nel trascinare avanti un’esperienza di tirocinio che non dà costrutto, bisogna avere coraggio. Se stai facendo delle cose che non ti fanno crescere, meglio interrompere. Non val la pena di perdere tempo: un po’ come lasciare una fidanzata a cui non si vuole più bene. Il ragazzo quindi ha fatto benissimo a interrompere lo stage, una mansione come il volantinaggio non era certo finalizzata all’acquisizione di ulteriori competenze. La cosa che mi dispiace di più è anzi quando ci mettono troppo a reagire, e perdono tempo. Ultimamente ho ricevuto una segnalazione da un ex studente che per nove mesi ha continuato uno stage che non lo convinceva. Avrebbe dovuto interromperlo molto prima! Anche un’esperienza negativa può risultare utile?Sì, perchè almeno il giovane imparerà la lezione e starà ben attento, in futuro, a non fare altre esperienze frustranti: sarà più preparato per fronteggiare le situazioni. Il tirocinante che trova l’ombrello che lo protegge, invece, probabilmente non svilupperà queste capacità di difesa.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage al museo con volantinaggio, la richiesta di help di un lettore arrabbiato- «E’ vero, abbiamo mandato i nostri stagisti a volantinare: ma eravamo in buona fede. E non lo faremo più». La replica del direttore del Macro di RomaE anche:- La Repubblica degli Stagisti al servizio dei lettori: al via la nuova rubrica «Help»- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- I controlli degli ispettori del lavoro sull’utilizzo dello stage nelle imprese – la grande inchiesta della Repubblica degli Stagisti

Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro della Bocconi: «L'emendamento ai superstage avrà ricadute negative sulla Calabria»

Non c’è alcun dubbio che nel caso della Calabria ci sia un vizio iniziale di forma e sostanza, che si sta trascinando nel tempo a prescindere dalla forma che verrà adottata per stabilizzare i  cosiddetti "voucheristi". Lo strumento dello stage è stato impiegato al di fuori della sua finalità e c’è tutta una serie di elementi che ne snaturano l’essenza». Maurizio Del Conte, docente di diritto del lavoro presso l’università Bocconi di Milano, commenta così per i lettori della Repubblica degli Stagisti gli ultimi sviluppi della vicenda dei superstage calabresi: un emendamento alla legge di bilancio pensato per favorire la prosecuzione del rapporto lavorativo tra i partecipanti al progetto e gli enti pubblici locali. In pratica gli enti riceverebbero 10mila euro l’anno per ogni ragazzo inserito con contratti a tempo determinato o di altro genere; nel frattempo avrebbero modo di riorganizzare le mappe dell’organico e indire i concorsi per l’assunzione definitiva, aperti a tutti ma pensati per ricalcare perfettamente i profili dei futuri ex stagisti. Costo complessivo dell’operazione, oltre 9 milioni di euro.Professore, in cosa consiste questo "vizio di forma e di sostanza"?Anzitutto nella platea di stagisti, gente che in molti casi ha già una sua professionalità e che non va presso l’ente ad acquisire competenze nuove o specifiche, ma semplicemente nella prospettiva di ottenere un posto di lavoro fisso. I tirocini formativi dovrebbero dare una specializzazione ulteriore a giovani laureandi o neolaureati: il Programma voucher, invece, segue un processo opposto di “appiattimento” dei talenti all’interno della pubblica amministrazione, e per di più ha davvero una durata abnorme. In linea di massima, poi, gli stage sono solitamente retribuiti con indennità di importo contenuto: qui parliamo di mille euro, che in Calabria sono ben più che un rimborso spese. Chi difende il Programma Stages - poi ribattezzato Programma Voucher - e il successivo emendamento sostiene che serva a creare occupazione in un contesto sociale difficile.Il programma, alla fine, porterà pure in Calabria occupazione per 300 persone, ma parte da presupposti sbagliati e avrà un effetto negativo per il territorio. Si andranno a sottrarre dei giovani con curriculum di eccellenza al tessuto produttivo della regione, inserendoli negli enti locali grazie a un intervento dalla logica assistenzialista. Se si arrivasse a delle assunzioni a pioggia, per assorbire gli ex-tirocinanti le pubbliche amministrazioni bloccheranno per chissà quanto tempo la creazione di altri posti di lavoro. Al tempo stesso, il mercato locale del lavoro sarà prosciugato delle sue migliori risorse, che dovrebbero invece competere sulla scena locale e nazionale. Ritiene che le forme specifiche adottate dall'emendamento possano sanare questa situazione?Faccio fatica a immaginare un qualsiasi disegno che non sia portatore di questo vizio iniziale, anche attraverso un concorso pubblico. Gli enti locali dovranno creare criteri di selezione che guarda caso vadano a includere proprio queste 300 persone e non altre. Certo, è evidente che si può sempre creare una corsia privilegiata per attribuire un punteggio più alto in graduatoria ai “voucheristi”, e poi costruire un percorso ad hoc che faccia di questo punteggio proprio la base per arrivare all’assunzione. Chi ne resta fuori, però, potrebbe fare ricorso e chiedere alla Regione: “Perché non apri anche a me un percorso di stage di 24 mesi?”.Andrea Curiat Per saperne di più, leggi anche: - Superstage calabresi, in arrivo un emendamento-traghetto verso l'assunzione- Superstagisti calabresi assunti? Una bella notizia solo in apparenza - l'editoriale di Eleonora Voltolina- I consiglieri Giamborino e Borrello: «Niente proroghe ai superstage, i ragazzi vanno assunti: ci riduciamo lo stipendio per incentivare gli inserimenti»

I consiglieri Giamborino e Borrello: «Niente proroghe ai superstage, i ragazzi vanno assunti: ci riduciamo lo stipendio per incentivare gli inserimenti»

«I fondi per far assumere i ragazzi? Vengono da tagli alle indennità dei consiglieri e alla struttura del consiglio regionale». Così il consigliere regionale della Calabria Pietro Giamborino [nell'immagine], fra i promotori dell’emendamento che propone di finanziare la prosecuzione del rapporto lavorativo tra “superstagisti” ed enti locali, spiega la provenienza del maxi-fondo da 9 milioni di euro che sarebbe stanziato in caso di approvazione. «Abbiamo ridotto i nostri stipendi e quelli dei vari dipendenti e collaboratori sino anche al 25%, con un risparmio pari a circa 3,5 milioni di euro l'anno». I 10mila euro l’anno, previsti dall’emendamento come incentivo, costituiranno la base per lo stipendio di ciascun ex stagista: «Gli enti potranno aggiungere idealmente altri 2-3mila euro l’anno per garantire ai ragazzi uno stipendio dignitoso», aggiunge il consigliere. «Certo, la stabilizzazione diretta è impossibile per legge. L’importante è che gli enti si impegnino concretamente a fare delle assunzioni a tempo indeterminato, indicendo concorsi che vadano a selezionare proprio le figure ricoperte dai ragazzi in fase di stage. Dopo aver lavorato per tanto tempo presso le pubbliche amministrazioni, i ragazzi del “Programma voucher”, già dotati di curriculum di eccellenza, avranno acquisito un’esperienza e un punteggio tali da essere praticamente inarrivabili in sede di concorso», afferma Giamborino. Dello stesso avviso il consigliere del PD Antonio Borrello [qui a sinistra], che insieme a Giamborino ha firmato una nota congiunta per rispondere a chi ancora propone una proroga ufficiale dei superstage. «I tirocini devono avere un inizio e una fine», afferma. «La nostra proposta vuole incentivare gli enti locali ad assumere dei ragazzi che altrimenti potrebbero essere rimandati a casa allo scadere dei due anni di voucher. Ogni accusa di clientelismo in vista delle elezioni è ridicola e infondata, perché di fatto nessuno del consiglio conosce personalmente alcuno stagista. Il merito del progetto è anche di potenziare la burocrazia locale, andando a coprire dei posti vuoti e sostituendo il criterio dell'appartenenza politica con quello della meritocrazia». Entrambi i consiglieri preferiscono liquidare le polemiche del passato. «La legge prevede una durata massima dei tirocini pari a 12 mesi, è vero. Ma anche la possibilità di chiedere una proroga. Quando è stato approvato un progetto formativo della durata di 24 mesi, avevamo già messo in conto questa dilazione», affermano concordi Borrello e Giamborino. Peccato che il decreto ministeriale 142 del 1998 preveda espressamente che «le eventuali proroghe dei tirocinio sono ammesse entro i limiti massimi di durata» già indicati, senza sommarsi ad essi. «è vero», ammette Giamborino, «i tirocini formativi dovrebbero avere dei limiti temporali precisi. Ragion di più per non ammettere alcuna proroga ulteriore». E il cambio di nome da “Programma stage” a “Programma voucher”? «Insignificante», secondo Giamborino. Andrea Curiat Per saperne di più, leggi anche: - Superstage calabresi, in arrivo un emendamento-traghetto verso l'assunzione - Superstagisti calabresi assunti? Una bella notizia solo in apparenzaE anche:- Consiglio regionale calabrese, la lettera aperta di una superstagista al presidente Bova: non siamo altro che manovalanza per enti assetati di personale- Superstage calabresi, ancora nessuna risposta all'interrogazione parlamentare. Pietro Ichino: il governo non sa che pesci pigliare- Superstage calabresi, l'interrogazione parlamentare di Ichino- Serena Carbone: una proposta al consiglio regionale per valorizzare davvero noi superstagisti- Francesco Luppino, l'ingegnere stagista- Francesco Bonsinetto, dalla cattedra allo stage- Michele Tiraboschi e Michel Martone sui superstage calabresi: «Per i giovani sono un boomerang»- In Calabria il consiglio regionale attiva i «superstage»

Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»

Roberto Natale, 48 anni [nella foto], dal dicembre del 2007 è alla guida della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), il sindacato unitario dei giornalisti. La Repubblica degli Stagisti gli ha chiesto di commentare i risultati dell'approfondimento sulla situazione dei praticanti giornalisti italiani.Presidente, ogni anno circa mille persone sostengono l’esame per diventare giornalisti professionisti: ma soltanto il 10% dei candidati proviene da un contratto di praticantato, e un 20% dalle scuole di giornalismo. La maggior parte dei praticanti sono “d’ufficio”: è accettabile?No. Con tutto il rispetto per chi arriva dal praticantato d'ufficio, lo squilibrio di questi dati dimostra quanto sia urgente una profonda riforma dell'accesso alla professione. C'è una proposta approvata all'unanimità dal consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti nell'autunno del 2008 che ha avuto la piena condivisione della Fnsi, che mira a introdurre in Italia una sola modalità di accesso alla professione attraverso i percorsi universitari. In questo modo, salvo piccole eccezioni, si andrebbero a cancellare il praticantato in redazione e quello d'ufficio.In quanti anni dovrebbe diventare operativa questa riforma, se partisse? Cinque anni per arrivare a regime: un tempo che permetterebbe di sistemare le situazioni pendenti, in modo che tutti coloro che hanno svolto o stanno svolgendo lavoro di fatto giornalistico ottengano, com'è giusto, il riconoscimento del loro diritto ad essere chiamati giornalisti professionisti. Ma bisogna mettere un punto a questa situazione. Quindi questo conto alla rovescia è partito nell'autunno del 2008?No. Nel 2008 la proposta è stata varata dall'Ordine, e nei mesi successivi condivisa dalla Fnsi. Ma per ora rimane sulla carta: per diventare operante dev'essere trasformata in legge, quindi c'è bisogno che il Parlamento si pronunci. Dato che le modalità per accedere alla professione giornalistica sono regolate da una legge, la 69/1963, per modificarle c'è bisogno di una norma di pari livello. Però la buona notizia è che la proposta è già diventata la base di una proposta di legge, primo firmatario Pino Pisicchio, che ha appena cominciato il suo iter. Dato che è sostenuta da tanti deputati – perlopiù giornalisti – di tutti gli schieramenti, l'ambizione per poter accelerare i tempi sarebbe quella che il Parlamento potesse dare la sede legislativa alla Commissione Cultura della Camera, senza bisogno di andare in aula.Dal futuro torniamo al presente. Che oltre il 70% dei neogiornalisti professionisti arrivi da un praticantato d'ufficio e quindi improprio, "di serie C" come l'ha ribattezzato la Repubblica degli Stagisti, è quantomeno preoccupante. Che fine ha fatto il contratto di praticantato art. 35? Le aziende editoriali hanno fatto la scelta, economicamente vantaggiosa ma editorialmente e professionalmente devastante, di puntare su una precarizzazione spinta della categoria, di non far entrare quasi più nessuno in redazione, e di estendere a dismisura l'area dei collaboratori cocopro, autori testi, contratti a progetto –  le mille forme che ha assunto lo sfruttamento. Preferiscono avere una manovalanza giornalistica molto numerosa e pochissimo pagata, piuttosto che pagare percorsi di accesso regolare. Noi continuiamo a incalzare gli editori, anche durante la discussione contrattuale abbiamo cercato di coinvolgerli in un tavolo triangolare con noi del sindacato e con l'Ordine, per riformare l'accesso alla professione. Per fare in modo che gli editori si convincano che è anche loro interesse ridurre l'area delle collaborazioni così polverizzate e sfruttate, e investire di più in un accesso regolare alla professione. In cambio siamo disponibili a dare agli editori voce in capitolo sull'organizzazione delle scuole. Il che chiaramente non significa che ciascuno si debba fare la scuola sua: ma ragionare sulle quantità di giornalisti di cui l'editoria italiana ha bisogno.Ogni anno all'albo "professionisti" dell’Ordine si aggiungono 800-1000 nuovi iscritti: a fronte di questi ingressi vi sono in media 300 professionisti vanno in pensione o sospendono l’attività. Insomma, per ogni posto che (teoricamente) si libera ci sono due o tre new entry che ambiscono a occuparlo. E l'ondata di prepensionamenti non sta migliorando la situazione, perché molte testate hanno bloccato le assunzioni e quindi chi va in pensione non viene rimpiazzato. Si prospetta una progressiva riduzione del numero dei giornalisti in Italia?Una progressiva riduzione sarebbe più che sensata: il progetto di riforma che punta al canale unico di accesso alla professione dovrebbe essere anche un modo per ridurre il numero di chi diventa giornalista ogni anno. Non ha senso continuare a sfornare una quantità così smisurata di giornalisti in presenza di un mercato del lavoro che ha i problemi che ha: anche da questo punto di vista sarebbe utile fare un ragionamento comune sulle necessità del settore e sulla base di questo tarare i nuovi accessi. Una testata che non fa un contratto di praticantato, preferendo altri tipi di collaborazione, risparmia molto e agisce in maniera scorretta.  Per ogni praticante d'ufficio in un certo senso c'è una testata che lo ha sfruttato.E' vero, però non è facile agire, perché in questi casi lo sfruttato ha interesse – almeno temporaneamente – ad essere sfruttato. Non possiamo quindi intervenire in itinere: se il praticante sta accumulando con tenacia i suoi 18 mesi, con l'obiettivo di arrivare all'esame, non è popolarissimo l'intervento del sindacato che voglia stroncare la sua pratica, andando a interrompere il praticantato. E se invece che in itinere, si agisse ex post? Non basterebbe che per ogni praticantato d'ufficio venisse data una multa alla testata – o alle testate – che si sono comportate in maniera scorretta?Nella realtà la situazione è molto vischiosa, perché anche dopo l'esame il giornalista può essere interessato a mantenere un buon rapporto con quella testata, e quindi è il primo a non volere che venga sanzionata. Abbiamo toccato con mano la difficoltà ad intervenire in maniera troppo rigida in situazioni nelle quali spesso sono gli stessi interessati a dire «Perfavore non intervenite», perché hanno la speranza di continuare a lavorare lì. Il sindacato non può agire a prescindere dal volere delle persone che tutela. Per questo il taglio netto che vogliamo dare a questo sistema ha bisogno di una legge. Una legge che riporti l'accesso al canale unico delle scuole di giornalismo – che però oggi come oggi costano care: da 5mila a 9mila euro all'anno. Per questo che alcuni le criticano, dicendo che così «ci si compra il praticantato». Come si risolve questa situazione?Incrementando il numero delle borse di studio. I finanziamenti potrebbero essere reperiti negli istituti di categoria, per esempio parte dei fondi dell'Ordine potrebbero essere dirottati lì. Per una scuola di giornalismo si dovrebbe pagare quel che si paga in media nelle università italiane: bisogna riallineare i costi delle scuole di giornalismo a quelli di una normale facoltà universitaria. Uno non può dover essere ricco di famiglia per poter studiare da giornalista!Delle mille e più persone che ogni anno sostengono l’esame, ne passano più o meno sette su dieci: una percentuale molto alta rispetto a quella dell'esame per diventare commercialista, quattro su dieci, o avvocato, dove solo un candidato su quattro ce la fa. Per non parlare del concorso notarile, superato soltanto da un aspirante su 15. L'esame per diventare giornalista professionista è troppo facile?Non so fare valutazioni di raffronto con le altre categorie. Negli anni l'attenzione dell'Ordine dei giornalisti verso la formazione dei giovani è cresciuta, e questo è un segnale positivo. Per fortuna si fa sempre meno il riferimento romantico a quando si diventava giornalisti «sulla strada», ed è stata incrementata l'attenzione al multimediale. Insomma, i giornalisti oggi studiano di più. Non so ancora se studino abbastanza, ma la riforma dell'accesso alla quale pensiamo dovrebbe incidere anche su questo versante, e la direzione di marcia della categoria è quella buona.In media i giornalisti guadagnano 40mila euro l’anno lordi, cioè 2500 euro netti al mese. Però ci sono quasi 5mila giornalisti che ne guadagnano meno di 14mila, cioè neanche mille euro netti al mese. Con una retribuzione così bassa, il giornalista può riuscire a mantenere la sua indipendenza?Prima che la sua indipendenza, non riesce a mantenere né la sua famiglia né se stesso! C'è un problema grandissimo di autonomia minacciata, ma è soprattutto minacciata l'ordinaria possibilità di avere una vita economicamente dignitosa. E' ancora troppo presente nel discorso pubblico l'idea sottintesa che il giornalismo sia una professione anche economicamente prestigiosa. Quest'idea non corrisponde più alla realtà, da tanto tempo e per un numero sempre maggiore di persone. Assieme alle ristrettezze economiche, l'altra conseguenza è quella di un'informazione più facilmente ricattabile. L'altro giorno un freelance in un'assemblea qui in Fnsi raccontava: «Mi danno 3 euro a pezzo: guadagnando così poco, cerco di stare lontano dalle grane». La tentazione può essere quella di mettere da parte i temi giornalisticamente più sensibili, temi delicati, magari legati alla criminalità organizzata o alle inchieste della magistratura, per scansare polemiche politiche e contestazioni. Uno si dice: per tre euro, chi me lo fa fare?Per svolgere alcune professioni essere iscritti all'albo è obbligatorio. Nessuno, per dire, può andare in udienza se non è avvocato, o operare se non è un medico. I confini per il giornalismo sono più labili: di fatto, sui giornali può scrivere chiunque. Questo è una libertà da difendere o un rischio per la qualità dell'informazione? E' una libertà da difendere. A noi l'articolo 21 della costituzione piace molto. Garantisce non solo il nostro diritto-dovere di informare, ma più in generale il diritto di ogni cittadino a esprimersi. E non abbiamo un'idea così grettamente corporativa da pensare che possa esprimersi solo chi ha il tesserino da pubblicista o da professionista. Questo non significa che chiunque scrive possa essere equiparato a un giornalista: è importante distinguere tra lo fa occasionalmente, per esprimere il suo punto di vista, e chi scrive perché come professione deve informare gli altri. Ma questo i lettori già lo sanno. C'è infatti un dato confortante: gli studi su come l'informazione viene cercata su Internet, realizzati da Enrico Finzi per l'Ordine dei giornalisti della Lombardia, confermano che la gente cerca informazione sulla Rete andando sui siti riconosciuti e riconoscibili, come quelli dei grandi quotidiani della carta stampata. Internet non è quell'oceano indistinto in cui i navigatori si aggirano smarriti tra miliardi di dati. Certo, però, si può rendere ancora più chiara la distinzione: noi da anni parliamo di una sorta di «bollino blu» da applicare ai siti di informazione che si registrano come testata giornalistica online, e che sottoscrivono con i propri lettori un patto di correttezza e trasparenza.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E tre storie di praticantato vissuto- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista- Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Benevento, i commenti della Cgil: «Mesi terribili che sono costati molto a chi sperava in un futuro assicurato». Dalla Regione: «Impossibile un controllo preventivo»

Dopo il sequestro amministrativo dei beni per 2,5 milioni delle aziende Eurocalzature e Tranceria Tomaificio, la Repubblica degli Stagisti ha interpellato Regione e sindacati per capire le ragioni di un fallimento che ha lasciato a casa quasi 300 tirocinanti che già versavano in condizioni di disoccupazione. Le tappe della vicenda e il provvedimento della Procura sembrano infatti raccontare una storia di malversazione, di cui i primi a fare le spese sono stati proprio i giovani coinvolti nei tirocini formativi. Le aziende coinvolte avevano messo in piedi un'attività "fantasma", con strutture, capannoni e macchinari affittati e non di proprietà, un piano industriale evanescente e un capitale sociale ridotto all'osso, almeno stando ai risultati delle ispezioni regionali. Le attività formative, e le successive assunzioni, non sarebbero state altro che una facciata di cartapesta costruita alla bell'e meglio dalle aziende coinvolte, interessate in primo luogo ai fondi pubblici. La fiducia dei 290 giovani tirocinanti è stata carpita dal miraggio di un impiego sicuro, con tanto di sostegno della Regione Campania e inaugurazione in pompa magna da parte delle autorità locali. I ragazzi di allora non hanno perso soltanto gli arretrati non ancora retribuiti, ma due anni di vita, due anni di potenziali attività lavorative in altre realtà ben più sane, e senza bisogno di sperperi pubblici.«Sono stati mesi durissimi», racconta Luciano Valle [nella foto], segretario generale della Flai-Cgil di Benevento. «Sin dal principio, non ci convinceva l'idea che due aziende con un capitale sociale nell'ordine dei 10mila euro ciascuna fossero in grado di insediare una realtà produttiva da 300 dipendenti in una zona difficile come Benevento e in un settore già in crisi come quello manifatturiero. Quando il progetto è partito e si sono presentati i primi problemi, abbiamo provato la strada del dialogo, abbiamo organizzato scioperi, io stesso ho denunciato alla Asl di competenza le condizioni di lavoro in cui versavano i dipendenti. Alla fine abbiamo chiesto di visionare un progetto industriale: le aziende ci hanno risposto con un documento scarno, di poche pagine appena. Allora abbiamo avuto la certezza che i dirigenti erano interessati soltanto ai 4 milioni di euro di finanziamenti pubblici, non certo allo sviluppo di un'attività imprenditoriale solida né tantomeno al benessere economico della provincia. Quando la regione ha ritirato i finanziamenti e ha chiesto l'intervento della Guardia di Finanza, era già troppo tardi: 290 lavoratori, perlopiù giovani, avevano visto svanire il proprio impiego. Qualcuno si era trasferito a Benevento dalla provincia di Napoli, molti avevano lasciato un impiego precedente per il miraggio di un posto migliore assicurato».Francesco Girardi, coordinatore d’area della Regione Campania per l’istruzione, educazione e formazione professionale, rileva: «Ricordo la riunione in prefettura con i sindacati e le maestranze per arrivare allo sblocco della seconda tranche di finanziamenti, a ottobre del 2006. Il fatto è che spesso i lavoratori tendono a difendere il posto di lavoro, anche quando i pagamenti non arrivano, nella speranza che un domani le cose migliorino. Noi stessi ricorriamo alla revoca completa dei finanziamenti soltanto come extrema ratio; ove possibile, preferiamo ricontrattare i termini degli accordi in modo da garantire almeno la creazione di una certa percentuale dei posti di lavoro promessi inizialmente». Alla fine, però, ogni speranza di compromesso si è dimostrata vana. «Fermo restando che le indagini della procura sono ancora in corso e ogni responsabilità legale è tutta da appurare», aggiunge Girardi, «a livello puramente amministrativo le nostre attività ispettive hanno stabilito che, nel caso delle due aziende Eurocalzature e Tranceria Tomaificio, non c’era assolutamente la possibilità di impiantare con successo un’attività produttiva che portasse anche un minimo di occupazione. Per questo abbiamo ritirato i fondi e chiesto l’intervento della Guardia di finanza».Una strategia di intervento ex-post che, però, ha illuso e danneggiato gli stessi lavoratori che l’Accordo Aifa si proponeva di aiutare. Anche alla luce di queste considerazioni, il dubbio sulla valutazione iniziale della Regione Campania circa l’opportunità di concedere circa 4 milioni di euro a due aziende con un capitale sociale di 20mila euro appare legittimo. «Il nostro territorio è soggetto a pratiche predatorie di soggetti malintenzionati», ammette Girardi, «ma se concedessimo fondi soltanto ai grandi gruppi consolidati paralizzeremmo di fatto le operazioni, perché questi ultimi hanno sede in realtà ben differenti e se devono delocalizzare preferiscono farlo all’estero. Noi siamo responsabili per i piani di formazione, non siamo tenuti alla verifica specifica del piano d’impresa. In fase di start-up, non possiamo che approvare i progetti su carta limitandoci a verificarne il rispetto formale dei requisiti. In seguito, però, è nostro dovere vigilare sull’attuazione dei piani formativi e di assunzione, e credo che in questo caso abbiamo fatto del nostro meglio. I finanziamenti, inoltre, sono garantiti da polizze fideiussorie, così da escludere ogni perdita da parte della Regione proprio quando si verificano casi del genere».Andrea CuriatPer saperne di più, leggi anche:- Benevento, così 300 giovani hanno perso il lavoro. Le indagini della procura su una (presunta) truffa da 2,5 milioni di euro- Benevento, progetto Aifa e calzaturifici fantasma: tutte le tappe di un fallimento annunciato E anche:- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Le (poche ma buone) DPL che si occupano (anche) di stage

Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»

Paolo Weber, 41 anni, triestino, è a capo della Direzione provinciale del lavoro di Milano. Con lui la Repubblica degli Stagisti fa il punto su cosa possono fare le DPL in materia di tirocini formativi.La vostra DPL conta un centinaio di ispettori: effettuate controlli anche sugli stage?Sì, ne facciamo, anche se il grosso del lavoro gli ispettori chiaramente lo svolgono per smascherare il lavoro nero e controllare che siano rispettate le normative, per esempio in materia di sicurezza. Sugli stage ci muoviamo quando abbiamo segnalazioni precise, per non andare a vuoto.Rispetto agli stage, quand’è che le DPL possono intervenire?La giurisprudenza indica che per considerare uno stage “improprio” bisogna che sia stata completamente stravolta la finalità formativa. Quando parte un accesso ispettivo, l’accertamento si svolge così: gli ispettori acquisiscono la documentazione e sentono i lavoratori – o gli stagisti – e i datori di lavoro.  Alla fine stendono un verbale conclusivo degli accertamenti: se ritengono che lo stage sia stato usato dall’azienda in maniera impropria, per avere un dipendente a basso costo, lo segnalano in questo verbale che viene trasmesso anche all’Inps per permettere il recupero dei contributi evasi. L’azienda a quel punto cosa può fare?Può accettare il verbale, pagando le eventuali sanzioni amministrative e se richiesto regolarizzando lo stagista attraverso un’assunzione, oppure può fare ricorso al procedimento amministrativo interno, cioè rivolgersi alla DPL e dire: “Secondo me i vostri ispettori hanno sbagliato, controllate”.E qui cosa succede?Che noi ricontrolliamo passo per passo il lavoro dei nostri ispettori, e decidiamo se adottare una “ordinanza ingiunzione” o una “ordinanza archiviazione”. Nel primo caso cioè confermiamo l’operato degli ispettori e il contenuto del verbale, ingiungendo all’impresa di seguire le indicazioni ricevute; nel secondo caso, più raro, diamo ragione all’impresa e lasciamo cadere le accuse.Prendiamo come esempio un caso in cui le conclusioni degli ispettori vengano riconfermate.La palla a quel punto passa al Tribunale, con un procedimento davanti al giudice del lavoro che dovrà pronunciarsi in merito. In questi anni voi avete smascherato almeno cinque stage che camuffavano lavoro dipendente.Sì, e in alcuni casi l’illegalità era proprio clamorosa: mancava addirittura l’ente promotore, quindi tecnicamente si trattava di stage in nero! Visto che il fenomeno dello stage è in costante crescita, nella seconda metà del 2009 abbiamo messo a punto anche un progetto sperimentale per controllare in maniera più sistematica gli stage a rischio, basandoci non solo sulle richieste di intervento – che sono sempre pochissime – ma anche sulla nostra iniziativa. Proseguiremo nel 2010, e anzi ci sarà utile l’aiuto della Repubblica degli Stagisti per orientare le nostre antenne.Non dev'essere facile per gli ispettori distinguere il confine tra stage e lavoro, anche perché per i giovani la formazione spesso prosegue nel primo lavoro.In effetti è così. Per formare una nuova risorsa le aziende dovrebbero usare il contratto di apprendistato che invece usano poco, specialmente per le persone con titoli di studio alti: l’apprendistato di alta formazione stenta a decollare. Così lo stage viene ad assumere un ruolo surrogato. Di volta in volta, insomma, l’ispettore deve avere la sensibilità di capire se le mansioni affidate allo stagista sono adeguate o no, se sono “formazione” o “lavoro”. E non è l’unica difficoltà.Quali sono le altre?Per esempio, cosa possiamo fare se rileviamo che un’impresa utilizza un numero di stagisti superiore alla normativa? La normativa non è chiara in proposito.Nei casi di stage farlocco smascherati dalla vostra DPL – presso l'agenzia di grafica, la società di ricerca e l'asilo – voi avete richiesto l'assunzione a tempo indeterminato degli stagisti usati come dipendenti?Qui è necessaria una premessa: il nostro ordinamento dall’agosto del 2006 non prevede una sanzione specifica per l’erronea qualificazione – stage, co.co.pro., associato in partecipazione anziché lavoro subordinato –  di un rapporto di lavoro. In questi casi, peraltro, sono previste delle sanzioni indirette. Nel momento in cui il nostro ispettore acquisisce elementi probatori tali da far ritenere che un determinato rapporto, formalmente inquadrato come stage, sia in realtà un rapporto di lavoro subordinato – ravvisando per esempio l’eterodirezione, il vincolo di subordinazione, la soggezione al potere direttivo e disciplinare – avvia il procedimento sanzionatorio. In sintesi: se lo stage è ancora in atto, la DPL diffida il datore di lavoro a rettificare, nella parte relativa alla tipologia di rapporto di lavoro, la comunicazione di assunzione – prevista anche per i tirocini – già inoltrata al momento dell’instaurazione del rapporto di tirocinio, e a consegnare al lavoratore la dichiarazione di assunzione e i prospetti paga per il periodo in cui si è svolto il tirocinio. E quindi trasformando lo stagista in un dipendente: con quale tipo di contratto, sarà l’impresa a sceglierlo. Se invece lo stage si è già concluso, magari da tempo, la DPL diffida comunque il datore di lavoro a rettificare la comunicazione di assunzione, anche se solo per il passato, e contesta le sanzioni previste per la mancata consegna della dichiarazione di assunzione e dei prospetti paga. In ogni caso, l’ispettore trasmette il suo verbale all’Inps per i recuperi contributivi e per la ricostruzione della posizione contributiva del lavoratore.Insomma un ispettore non può “costringere” il datore di lavoro ad assumere nessuno a tempo indeterminato.Giusto. Se però emergono elementi per una soluzione conciliativa, l’ispettore può avviare quella che viene chiamata “conciliazione monocratica”: in questo caso può succedere che il datore di lavoro, per sfuggire al rischio delle sanzioni, scelga di assumere – normalmente a tempo indeterminato – lo stagista con un contratto di lavoro subordinato. Ed è quello che a noi è successo, appunto, con il caso della diplomata in Conservatorio che faceva lo stage all’asilo nido.Se un tirocinante decide di venire alla DPL a segnalare di essere sfruttato, può farlo in forma anonima?No. Le direttive ministeriali indicano che gli ispettori si devono muovere sulla base di segnalazioni con nome e cognome, salvo rarissimi casi. C’è da dire, però, che in sede ispettiva noi abbiamo l’obbligo del segreto d’ufficio, cioè nel momento in cui andremo a trovare l’azienda non diremo certo «Abbiamo ricevuto dal vostro stagista Mario Rossi una segnalazione…». Però certo se quel Mario Rossi è l’unico stagista, perché magari fa il tirocinio in una piccola impresa, anche se gli ispettori non faranno il suo nome non ci saranno molti dubbi sulla sua identità. È giusto tenere questo aspetto in considerazione. Permette un ultimo appello?Certamente.Agli stagisti che ritengono di venire sfruttati: se volete segnalarci la vostra situazione, fatelo subito, mentre state ancora facendo lo stage. Per gli ispettori, infatti, è molto più difficile dal punto di vista probatorio dimostrare l’inappropriatezza dello stage, se questo è già concluso.Gli uffici della DPL di Milano, in via Macchi 9 (zona stazione Centrale) sono aperti dal lunedì al venerdì  dalle 9:15 alle 12:30 e il lunedì, martedì e mercoledì anche di pomeriggio dalle 14:30 alle 15:30.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- I controlli degli ispettori del lavoro sull’utilizzo dello stage nelle imprese – i risultati dell'inchiesta- Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze- La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Le (poche ma buone) DPL che si occupano (anche) di stage- Controlli sugli stage, tutti i numeri dell'inchiesta della Repubblica degli Stagisti  

Nicola Zanella, autore del libro "Il brainstorming è una gran caxxata": «Gli stage servono a far lavorare gratis la gente»

«Come avrei intitolato un ipotetico capitolo dedicato agli stage? Semplice: “Gli stage servono a far lavorare gratis la gente”, ecco come».  Nicola Zanella, autore del polemico libriccino Il brainstorming è una gran caxxata (edito da Sperling&Kupfer), non perde certo il suo spirito caustico, neanche quando si parla di giovani e tirocini. Ma poi aggiunge, quasi ripensandoci: «Sia ben chiaro, voglio essere deliberatamente provocatorio. In fondo, il mio obiettivo è sempre stato quello di smitizzare i modelli e le teorie tanto in voga al giorno d’oggi presso grandi e piccole aziende, per tornare a fare discorsi pratici e con i piedi per terra. Ma se è vero che non si possono fare generalizzazioni, certe cose bisogna pur dirle chiaramente». Zanella, 37 anni, si è laureato in economia aziendale alla Bocconi di Milano, ha lavorato nel marketing per Wella e dal 2000 ha avviato uno studio per fornire servizi di consulenza e formazione manageriale. In effetti, il suo libro è un po' un “anti-manuale”, ricco di consigli che stupiscono per il loro essere del tutto controtendenza e, al tempo stesso, apparentemente fondati sul semplice buon senso («le presentazioni powerpoint sono dannose», «I capi bastardi sono i migliori», «fare utili e ridurre i costi porta al fallimento»). La Repubblica degli Stagisti gli ha chiesto di applicare questa sua ricetta per dare ai lettori un parere spassionato sulla “questione stage”. I capitoli del suo libro si compongono di una parte destruens, ferocemente critica, e di una serie di consigli più costruttivi. Vogliamo partire proprio dalle critiche? Mi è capitato di conoscere manager che inserivano gli stagisti sotto la voce “manodopera a costo zero” nel bilancio dei progetti. Tutto qui: i ragazzi non rappresentavano altro che questo per l’azienda. È chiaro che un sistema del genere non è ammissibile: danneggia gli stagisti, che dovrebbero sempre e comunque essere retribuiti e avere né più né meno gli stessi diritti degli altri dipendenti,  ma anche le aziende, che si ritrovano con manodopera ad altissimo turnover, poco preparata e priva di motivazioni. E i giovani in cosa sbagliano? I ragazzi sopravvalutano l’importanza di uno stage: quando possibile, è meglio accontentarsi di un lavoro un gradino al di sotto rispetto a quello al quale si avrebbe diritto, piuttosto che sprecare mesi in tirocini per posizioni più elevate ma difficilmente raggiungibili. Il modo migliore per apprendere è cominciare a lavorare, e bisogna farlo il prima possibile. Troppo spesso, poi, i neolaureati si lasciano attrarre da master che pubblicizzano gli stage come parte integrante del corso. Nella maggior parte dei casi, inviando per conto proprio un curriculum alle aziende è già possibile ottenere uno stage, senza bisogno di spendere migliaia di euro in master inutili e di rimandare di anni l’ingresso sul mondo del lavoro. Esistono stage "buoni"? Naturalmente sì, e sono quelli in cui l'azienda vuole veramente formare i ragazzi. Bisognerebbe ispirarsi al modello dell’apprendistato di bottega, ovviamente con le debite differenze. Il tutor dovrebbe essere quanto più possibile vicino a un “mastro” per il suo apprendista: laddove nelle botteghe si apprendeva per imitazione, nelle aziende bisognerebbe cercare di coinvolgere i ragazzi nelle riunioni importanti e nei processi decisionali, chiedere il loro parere e trasmettere loro il patrimonio di conoscenze dell’impresa. È bene tenere a mente che le aziende di maggior successo sono quelle con il grado di fedeltà più alto da parte dei dipendenti e con il turnover più basso. Quale modo migliore per raggiungere questi risultati se non seguire la carriera dei ragazzi sin dallo stage? Qualche consiglio? Informatevi sin dal principio sulle prospettive di assunzione dopo lo stage. Qualche selezionatore del personale probabilmente ve lo sconsiglierebbe, ma secondo me è bene che i rapporti di lavoro siano chiari sin dal principio, almeno quando vi è serietà da parte delle aziende. Cercate anche di capire se i progetti ai quali lavorerete potranno insegnarvi qualcosa di utile da riproporre in altre aziende, qualora lo stage non dovesse andare a buon fine.   Andrea Curiat Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il brainstorming? Una gran caxxata: in libreria un manuale che demolisce manager e aziendeE anche: - Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no» - Trentenni italiani, la sottile linea rossa tra umili e umiliati nel libro «Giovani e belli» - Generazione 1000 euro, il regista: «Ragazzi, ricominciate a indignarvi e a lottare per i vostri diritti»  

«Giovani e lavoro, il mercato oggi cerca profili tecnici e commerciali»: intervista a Laura Cassetta, project manager di Fiera Incontro

Laura Cassetta, padovana, ha 31 anni e una laurea in Conservazione dei beni culturali all'università Ca' Foscari di Venezia. Dal 2006 è project manager di Incontro, la fiera del lavoro in questi giorni in corso a Vicenza. Un ruolo le ha permesso un contatto diretto e quotidiano con giovani e imprese: la Repubblica degli Stagisti le ha chiesto di dare qualche consiglio a tutti coloro che in questo periodo si mettono alla ricerca di un lavoro, magari partecipando proprio ad una fiera per lasciare il proprio curriculum e sperare che il contatto si trasformi in un colloquio e poi in una proposta.Alla vostra fiera partecipano sia aziende private sia enti pubblici: c'è differenza nell'offerta occupazionale di queste realtà?Attualmente anche gli enti pubblici del Veneto soffrono il blocco delle assunzioni imposto dai provvedimenti dell’esecutivo nazionale e dai tagli di bilancio; dall’altro lato, è tutt’ora in corso un lento processo di stabilizzazione dei lavoratori a tempo determinato impiegati negli anni scorsi. Per cui, in definitiva, la domanda di lavoro espressa dalla pubblica amministrazione è davvero residuale. Anche le imprese purtroppo soffrono la crisi: la domanda di lavoro oggi si concentra su ingegneri, fisici, laureati in materie economiche e scientifiche, periti industriali, profili professionali tecnici e commerciali. C'è una buona richiesta poi anche nel settore dei servizi alla persona, come per esempio infermieri e operatori socio sanitari.Come sta reagendo il nordest alla crisi?Si è momentaneamente arrestata la dinamica occupazionale che aveva caratterizzato il nordest dalla seconda metà degli anni novanta  al primo semestre del 2008. La regione nordestina però sta “resistendo”, utilizzando al meglio gli ammortizzatori sociali e tentando di mantenere il proprio patrimonio di risorse umane. Dall’altro lato, è alla ricerca di nuovi prodotti e nuovi mercati.Come possono affrontare la crisi i giovani in cerca di lavoro?Tenendo conto della prevalente domanda di lavoro del mercato e adeguando le proprie competenze professionali. Ma anche con un notevole spirito di adattamento... almeno in questa fase.Un consiglio ai giovani che devono scegliere a quale scuola o università iscriversi.Sapere coniugare la propria vocazione con le dinamiche e le tendenze del mercato del lavoro. Impegnarsi sulla conoscenza delle lingue, la capacità e lo spirito di relazione e comunicazione, la disponibilità  a imparare, cercando di fare più esperienze - con un'attenzione particolare alle professioni tecniche e commerciali. E per completare il quadro, io consiglierei a tutti di usare al meglio i siti di recruitment e orientamento e le fiere di settore.Un suggerimento invece a chi il percorso formativo l'ha già terminato, e si affaccia al mondo del lavoro.Per loro è utile condurre un'analisi sul mercato del lavoro della propria regione e individuare quelle aziende e quelle realtà imprenditoriali o professionali che possono costituire uno sbocco coerente rispetto al proprio corso di studi. Bisogna sempre vagliare più proposte ed essere disponibili a fare più esperienze, anche di stage, ma con la determinazione e la volontà di sfruttarle per orientarsi e formarsi in un contesto lavorativo utile.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Fiera Incontro a Vicenza giovedì 3 e venerdì 4 dicembre: la Repubblica degli Stagisti al convegno «I contratti del primo lavoro di neodiplomati e neolaureati»

Unitalk, intervista a Gianfranco Dore della Uil: «Pagare di più i contratti atipici è l'unico modo perchè la flessibilità non si trasformi in precariato»

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk”. Per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.UniTalk allarga il suo raggio d'azione: oggi Soul e Repubblica degli Stagisti raccolgono le riflessioni di Gianfranco Dore, sardo classe 1951, sindacalista della Uil  (Unione italiana del lavoro) che da quasi quarant'anni si occupa di politiche del lavoro e formazione professionale. Dore ha iniziato a lavorare nel sindacato nel 1973: dal 1978 al 1987 è stato segretario provinciale della Uil di Viterbo, poi dal 1989 al 1992 segretario generale Enti Locali di Roma e del Lazio. Oggi è segretario Uil di Roma e del Lazio e fa parte della Commissione regionale di concertazione per il lavoro.Di cosa parliamo quando diciamo “precarietà”?Il termine precarietà è sempre esistito nel mondo del lavoro: il precario era una persona che alternava periodi di lavoro a brevi o prolungate interruzioni. Oggi questo termine ha cambiato il suo significato, inglobando oltre al concetto di scarsa continuità anche quello di bassa qualità. Un’operazione necessaria e condivisibile come quella di flessibilizzare un mercato del lavoro diventato estremamente rigido attraverso l’introduzione di strutture contrattuali più adatte alle esigenze di imprese e mercato, è stata applicata in maniera scorretta, causando spesso un peggioramento generalizzato della condizione lavorativa, senza alcuna forma di compensazione dal lato del salario. Alcune forme contrattuali “atipiche” seppur adeguatamente congegnate dal legislatore, non sono state sorrette da  un sistema di ammortizzatori sociali in grado di garantire a tutti i lavoratori le stesse tutele – spaccando di fatto il mercato in ipergarantiti e precari.E quindi quali sono state le ripercussioni sui lavoratori?Ovviamente a pagare il conto sono stati gli "atipici". Gli effetti dell’attuale congiuntura economica lo dimostrano: con la crisi sono stati i primi ad essere esclusi dal mercato del lavoro e spesso senza alcuna forma di sostegno. C'è chi dice che l’Italia ha registrato un tasso di decrescita dell’occupazione inferiore ad altri paesi: peccato che questo dato, apparentemente positivo, sia semplicemente un effetto della diffusa presenza dei contratti di lavoro atipici, in particolare i contratti a progetto. Non abbiamo avuto lo stesso ritmo di decrescita dell’occupazione semplicemente perché c’era una platea di lavoratori atipici che dalle statistiche del mercato del lavoro erano praticamente esclusi; è "lavoro sommerso", e quindi non registrato nei dati ufficiali. A volte i giovani iniziano a rendersi conto delle difficoltà del mondo del lavoro solo dopo aver terminato gli studi. Come si potrebbe coinvolgere di più gli studenti rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo?Forse l’unico aspetto positivo della crisi è quello di aver dimostrato ai giovani, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che il mercato del lavoro è cambiato: il posto fisso non è più all’ordine del giorno né deve diventare l’obiettivo. È necessario essere consapevoli che il lavoro viene conquistato e mantenuto grazie alle capacità e professionalità acquisite; non si studia una sola volta per raggiungere, come un tempo, l’impiego definitivo ma si studia tutta la vita; c’è bisogno di un aggiornamento continuo delle proprie conoscenze sia durante l’università che dopo. L’università deve attrezzarsi per mettere in collegamento il laureato con il mondo del lavoro: questa purtroppo è da sempre una delle principali carenze del sistema universitario pubblico. Ritengo che tutti gli strumenti che vanno nella direzione di far fare ai ragazzi delle esperienze durante o immediatamente dopo la fine degli studi siano positivi. Da questo punto di vista Soul è un’esperienza estremamente interessante sulla quale Cgil, Cisl e Uil si sono immediatamente impegnate. Soul infatti ospita il servizio ZTL (Zona Tutela Lavoro),  creato dalla collaborazione fra Cgil, Cisl e Uil, dove studenti, tirocinanti e neolaureati possono trovare strumenti di tutela per districarsi nel complesso mondo dei diritti dei lavoratori. Quali sono le problematiche più diffuse che possono incontrare i neolaureati?Quando abbiamo avuto il primo contatto con Soul, che all’epoca si chiamava ancora Blus, eravamo entusiasti delle finalità del progetto e come sindacato abbiamo subito fatto notare la preoccupante mancanza di conoscenza, nei giovani, dei propri diritti. ZTL risponde a questa intuizione e aiuta i ragazzi a conoscere i loro diritti contrattuali. Tra l’altro oggi la situazione è ulteriormente peggiorata perché l’estensione dei lavori atipici, l’apprendistato, il contratto a tempo determinato richiedono una profonda conoscenza della materia. Lo sportello serve proprio a spiegare ad un ragazzo qual’è, ad esempio, la differenza fra un contratto a tempo determinato tradizionale e il rapporto di lavoro a collaborazione continuata e continuativa.  Sono entrambi dei contratti a tempo determinato: la differenza è sui diritti, così come la differenza che c’è fra il lavoro interinale e il co.co.pro.: si pensa che sia peggiore il primo ma in realtà l’interinale è un lavoro garantito a 360 gradi. Questo esempio per far capire le carenze conoscitive di un giovane neolaureato, che magari è brillante sul piano accademico ma su queste cose è completamente indifeso. Come si pone il sindacato di fronte ad alcune questioni che affliggono il mondo del lavoro nel nostro paese, come il riconoscimento legale o contrattuale dei diritti del lavoratore e la sempre più difficile messa in pratica di questi diritti?Questa è la principale anomalia del sistema italiano. Altre nazioni hanno adottato il sistema dei contratti atipici anche con grande anticipo rispetto all’Italia: la differenza è che noi li abbiamo adottati nel modo più sbagliato possibile. Il lavoro atipico negli altri paesi è remunerato più del lavoro ordinario: per usufruire della flessibilità le imprese la devono pagare. La  nostra particolarità è che flessibilità è anche sinonimo di minor retribuzione. Questo penalizza le giovani generazioni che escono dall’università: è una delle storture più evidenti e violente del nostro paese. A me capita spesso di incontrare giovani che dicono «Che stupido sono stato a studiare: i miei amici che dopo il liceo sono andati a lavorare ora hanno la possibilità di costruirsi un futuro». L’assurdità è questa: si corre il rischio di penalizzare i giovani con alte professionalità, pur essendo l’Italia uno dei paesi europei con la percentuale più bassa di laureati. Bisogna correggere questa stortura e fare in modo che la flessibilità venga pagata. Questo è l’unico modo per far sì che diventi un valido strumento a disposizione del sistema produttivo.Eleonora Rossicon la collaborazione di Eleonora VoltolinaQuesta intervista è online anche sul sito www.jobsoul.itPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma- Alide Cagidemetrio, facoltà di Lingue di Ca' Foscari - Venezia- Federico Masini, facoltà di Studi orientali della Sapienza di Roma  

Unitalk, la parola ai presidi: Alide Cagidemetrio, facoltà di Lingue di Ca' Foscari - Venezia

Prosegue la collaborazione tra la Repubblica degli Stagisti e Soul - Sistema Orientamento Università Lavoro attraverso la rubrica “Unitalk”. Ogni settimana un colloquio con un preside per capire le luci e le ombre del sistema universitario italiano, l’offerta formativa e gli sbocchi lavorativi.Alide Cagidemetrio, piacentina, ha studiato alla facoltà di Lingue e letterature straniere dell'università Ca' Foscari di Venezia, dove si è laureata e ha ottenuto anche il suo primo impiego come docente di Letteratura anglo-americana. È poi diventata professore ordinario a Udine e ha insegnato negli Stati Uniti, al Wellesley College nel 1998 e ad Harvard dal 1998 al 2001. I suoi interessi scientifici si sono concentrati sul romanzo americano otto-novecentesco e sui rapporti tra letteratura e cultura. Dirige la collana bilingue Le Frecce presso la casa editrice Marsilio e dal 2005 è preside della facoltà di Lingue di Ca' Foscari, che conta quasi 5mila iscritti e circa 900 laureati ogni anno.Professoressa, chi è il "neoiscritto-tipo" di Lingue?Nella maggior parte dei casi proviene da un liceo: dal linguistico prima di tutto, poi dal classico e dallo scientifico. C'è anche un numero rilevante di matricole che ha alle spalle una maturità tecnica per turismo. In generale, è un giovane interessato ai processi di globalizzazione, consapevole dell'importanza centrale della conoscenza delle lingue nel mondo di oggi, determinato a tenersi al passo coi tempi. Alla nostra facoltà si iscrivono soprattutto ragazze: la percentuale sul totale degli iscritti oscilla, di anno in anno, tra il 75 e l'80%. Penso che questo sia dovuto al fatto che tradizionalmente le donne sono più portate a scegliere le facoltà umanistiche. Studiare le lingue ha poi da sempre esercitato un fascino su di loro perché era ed è un modo per esporsi al mondo, viaggiare, andare a conoscere culture differenti, operare in contesti multiculturali. Il fatto che ci siano più donne che uomini tra i nostri studenti non ha rilevanza: noi siamo una struttura aperta a tutti, al di là del genere, della religione, dell'orientamento sessuale o culturale.La facoltà conta oltre ottanta accordi con atenei stranieri.È vero. Tutto è partito ormai 20 anni fa, con la "mitica" internazionalizzazione realizzata nel sistema accademico italiano soprattutto attraverso il progetto Erasmus. Noi poi abbiamo anche tanti accordi anche con paesi extraeuropei - dal Brasile al Cile agli Stati Uniti, dal Giappone alla Cina alla Corea - per scambi di docenti e di studenti, con l'obiettivo di rafforzare le competenze linguistico-culturali. Talvolta queste iniziative sono sostenute da fondi del Miur, è il caso per esempio di un nostro importante accordo con l'Argentina; in altri gli studenti devono pagarsi questi scambi di tasca propria. Il nostro sforzo costante è certamente quello di trovare fondi, per poter rendere l'università il meno costosa possibile; però da un altro punto di vista io sono convinta che una buona formazione non possa prescindere da un investimento anche da parte dello studente. Diventa difficile capire il valore dell'offerta, se tutto è gratuito. Sono una sostenitrice del sistema pubblico, perché è la nostra tradizione europea: ma una buona scuola e una buona università devono avere un riconoscimento del loro costo sociale.Uno dei progetti internazionali che non riguarda solo la vostra facoltà, ma tutto l'ateneo, è la Ca' Foscari Harvard summer school di cui lei è direttore.Sì, si tratta di un modello di internazionalizzazione a cui teniamo molto: una scuola estiva, qui a Venezia, gestita in collaborazione con Harvard, l'università più prestigiosa degli Stati Uniti, con docenti provenienti in egual numero dalla nostra università e dalla loro. I corsi sono frequentati, anche qui in numero uguale, da studenti di Ca' Foscari e Harvard, 65 per ciascuna università, e danno diritto a crediti riconosciuti da entrambi gli atenei. Nel 2010 avremo la quinta edizione, e non nascondo che le precedenti ci hanno portato grandi soddisfazioni. Per esempio, due nostri studenti delle edizioni passate sono stati ammessi al dottorato ad Harvard con una borsa di studio completa, vale a dire circa 35mila dollari all'anno.Quali sono gli sbocchi professionali per i vostri laureati?I laureati in Lingue e letterature straniere oggi sono molto più presenti nel mercato del lavoro rispetto al passato, perché il mercato stesso ha esigenza di nuove figure professionali che abbiano lingue e culture come loro bagaglio di conoscenze. Trovano lavoro nell'insegnamento ma anche anche nelle imprese, in musei e fondazioni, in organizzazioni interculturali. Negli ultimi anni, per esempio, i laureati in cinese e giapponese sono stati molto richiesti. Un altro aspetto da marcare è che la nostra facoltà è nata nel 1868 con l'idea precisa di intersecare l'insegnamento delle lingue e culture straniere a quello delle materie giuridiche ed economiche. Certo noi non formiamo avvocati ed economisti: ma i nostri piani di studio aggiungono all'aspetto umanistico delle lingue anche competenze di tipo economico e giuridico.Prevedete tirocini, curriculari o extracurriculari?Certamente. I dati non sono suddivisi per facoltà, però per l'intero ateneo di Ca' Foscari, quindi sommando tutte e quattro le facoltà che lo compongono, sono attive 7737 convenzioni in Italia e all'estero. I nostri studenti fanno stage in imprese, musei, scuole; abbiamo anche corsi di laurea per i quali è previsto un tirocinio obbligatorio, per esempio per Interpretariato e traduzione.Come si potrebbero a suo avviso coinvolgere di più sia gli studenti sia il corpo docente rispetto alle problematiche dell'inserimento lavorativo? E quanto incide la crisi sul passaggio dalla formazione al lavoro?L'università organizza già, una volta all'anno, una giornata aperta dedicata ai rapporti tra imprese e studenti: un'occasione, per gli studenti di Lingue come per tutti gli altri, di entrare in contatto con varie imprese. Per quanto riguarda il placement, specie in questo momento di crisi, è importante sottolineare che il rapporto tra formazione universitaria e impiego non è immediato: a una buona formazione purtroppo non corrisponde immediatamente un buon impiego. Un aspetto positivo, invece, è che oggi le aziende collaborano sempre di più con gli atenei per la creazione delle figure professionali di cui hanno bisogno.Un pregio e un difetto della sua facoltà. Il pregio è il numero delle lingue che noi offriamo, quaranta: un patrimonio nazionale, che in questo momento è particolarmente fragile a causa dei tagli imposti dalla riforma dell'università. Noi abbiamo addirittura il 30% degli studenti che vengono da fuori regione: questo dovrebbe essere un indicatore, in un'epoca in cui i ragazzi tendono a scegliere l'università sotto casa anche per la penuria di residenze universitarie, della qualità e del valore della nostra offerta formativa… E dovremmo quindi essere sostenuti. E invece no, anche noi subiamo tagli che mettono a rischio il nostro patrimonio di lingue. E parlo di francese e tedesco, non di urdu o ucraino! Nel caso delle lingue in cui c'è un solo docente, se quello va in pensione non c'è modo di rimpiazzarlo: il turnover è bloccato. Un altro esempio: il 1° novembre di quest'anno abbiamo finalmente assunto un ricercatore di lingua e cultura hindi. Il concorso per questo posto era stato bandito nel 2006, ma è stato espletato solo tre anni dopo! E da questa situazione discende il difetto che io individuo nella nostra facoltà: non siamo riusciti a espandere ulteriormente la nostra offerta formativa alle lingue e culture africane, che saranno centrali per il nostro prossimo futuro. Ecco il mio sogno: portare in facoltà lo swahili, che è parlato da 80 milioni di persone ed è la lingua ufficiale dell'Unione Africana.Eleonora Voltolinacon la collaborazione di Eleonora RossiQuesta intervista è online anche sul sito www.jobsoul.itPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Mario Morcellini, facoltà di Scienze della comunicazione della Sapienza di Roma- Luciano Zani, facoltà di Sociologia della Sapienza di Roma- Roberto Nicolai, facoltà di Scienze umanistiche della Sapienza di Roma- Franco Piperno, facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza di Roma- Federico Masini, facoltà di Studi orientali della Sapienza di Roma