Categoria: Interviste

Per chi sogna di lavorare nella moda, un libro per scoprire tutte le professionalità

È uscito da pochi giorni in libreria Trova lavoro subito nella moda!, sottotitolo «Dallo stilista all’e-commerce manager, dal make-up artist al visual merchandiser, tutte le professioni più ricercate». Una guida per giovani che vogliono entrare nel mondo del fashion scritta da Paola Occhipinti e Barbara Nicolini, la prima giornalista specializzata nella moda e in beauty & wellness e attualmente collaboratrice dei settimanali Io Donna e Gente; la Nicolini invece è una head hunter specializzata nel settore moda, conduttrice in passato del programma «Non aprite quell’armadio» sul canale «La 5» di Mediaset. A lei la Repubblica degli Stagisti, in vista della presentazione del libro a Milano (lunedì 8 febbraio alle 18:30 al Mondadori Store di Piazza Duomo, con la presenza di Federico Rocca di Vanity Fair, Michele Rossi di Femme, Riccardo Sciutto di Hogan e Simone Dominici di Bottega Veneta moderati dal nostro direttore Eleonora Voltolina), ha chiesto qualche riflessione e consiglio extra per chi sogna di entrare in questio settore professionale.Nel primo capitolo voi definite la moda un mercato «spietato». In effetti anche noi sulla Repubblica degli Stagisti abbiamo spesso notato come i mestieri "glamour" siano quelli che attirano di più i giovani, e dunque dove si verifica più concorrenza. Come si deve affrontare allora un settore così riuscendo a non farsi stritolare?Bisogna essere sicuri di sé e consapevoli delle proprie capacità, non farsi mettere i piedi in testa e difendere il proprio lavoro. Essere “yes man” non paga! Il web fashion editor di Vanity Fair, Federico Rocca, che ha firmato la prefazione del vostro libro, scrive che «lo studio non basta mai». Avete avuto l'impressione di scontrarvi contro una generazione di giovani poco disposta a impegnarsi e a faticare?Assolutamente sì, questo è il fulcro del problema: spesso i ragazzi non si presentano ai colloqui di lavoro e non avvisano o si inventano scuse che nemmeno mio figlio di 12 anni si inventa!  Sono poco disponibili agli spostamenti, pensa che proprio in queste settimane stiamo cercando personale su Varese e abbiamo difficoltà a trovarlo perché molti giovani milanesi preferiscono stare senza lavoro che non fare 50 minuti di treno. Quando ad un colloquio mi chiedono “ma quanto ci vuole ad arrivare? ma alle 18 posso uscire?”, capite che il candidato si è già autoeliminato Sempre Rocca scrive che i ritmi di lavoro nel settore della moda spesso sono «umanamente, psicologicamente e fisicamente insostenibili». C'è quasi un'epica della durezza di questo mondo: una delle vostre intervistate, la stylist Vanessa Giudici, racconta che mentre faceva l'università andò ad assistere una stylist di Amica e ricorda che al primo appuntamento questa le disse: «Non credere di poter far questo lavoro. Non sarai mai pagata e si lavora duro». Ma poi la richiamò. Dunque per lavorare in questo settore bisogna essere d'acciaio e non avere una vita privata?Assolutamente no, tutti possono e devono avere una vita privata, vero è che spesso il proprio compagno o compagna lavora nel settore e quindi comprende con maggior facilità esigenze lavorative diverse dal classico lavoro che ti impegna dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18. Quando si è impegnati in una campagna vendita si lavora per molte ore e week end compresi. Vi consiglio di leggere le interviste che abbiamo fatto a Claudia e ad Allegra, venditrici di showroom. Non occorre essere d’acciaio ma avere una grande passione che ti sostiene: ma questo vale poi per tutti i lavori.Perché, secondo voi, varie volte nelle interviste che impreziosiscono il vostro libro emerge il consiglio, ai giovani, di accettare di non essere pagati?Ci sono molti giovani che si pongono in modo arrogante e che pretendono ad un primo lavoro uno stipendio già importante solo perché hanno una laurea o un master , occorre umiltà anche in questo.  Consigliamo di accettare anche senza essere pagati inizialmente o meglio di accettare un piccolo rimborso spese perché è un investimento a lungo termine. Forse difficile comprenderlo inizialmente. Federico Rocca dice che la moda non è fatta solo per gli esibizionisti, e sottolineate che ci sono moltissime professionalità, in questo settore, che restano in un cono d’ombra. Siete d'accordo? Come ho detto in un’intervista alla radio con Santo Versace, il motivo per cui abbiamo scritto questo libro è proprio per far capire ai giovani che i protagonisti della moda in realtà non sono solo gli stilisti che stanno davanti ai riflettori ma sono proprio quei professionisti che stanno dietro le quinte, che tagliano, che producono, che commerciano … E che spesso sono le professionalità più richieste dal mercato, quelle che le aziende del fashion cercano e non trovano. Come si possono convincere i ragazzi che non tutti devono per forza fare gli stilisti - e che  i sarti, i modellisti e figurinisti, o ancora i visual merchandiser, i buyer, gli scenografi di sfilate, per esempio sono mestieri altrettanto gratificanti?Grazie per questa domanda. Noi pensiamo di convincerli proprio facendo leggere le interviste di questi professionisti, portando quindi alla ribalta chi non lo è mai. Inoltre queste figure hanno dei percorsi di carriera molto stimolanti e raggiungono anche dei salari importanti.Colpisce il fatto che, nel vostro libro, il primo ventaglio di mestieri della moda ad essere scandagliato non sia quello "artistico" degli stilisti e affini, ma quello commerciale di chi deve poi vendere i prodotti. Portate una nota di sano realismo, mettendo subito in chiaro che quello della moda è un business: del resto lo conferma anche uno degli intervistati più famosi del vostro libro, lo stilista Alessandro Dell'Acqua, quando dice che «oggi vince chi vende». Ma i ragazzi secondo voi sono consapevoli che oltre alle figure creative c'è molto altro?Mi fa piacere che abbiate colto questo aspetto del nostro libro perchè fondamentale. Innanzi tutto le figure commerciali sono quelle che più ci vengono chieste e che più selezioniamo, oggi sono una parte strategica dell’azienda, vero è che se non c’è poi il prodotto da vendere un commerciale può essere molto bravo ma cosa vende? Mi sembra corretto anche sottolineare che normalmente il percorso professionale commerciale è quello che poi ti porta ad una direzione generale, e questo dice tutto… Quando dei giovani vengono da me a colloquio e mi dicono che vogliono lavorare nella moda rimangono piacevolmente stupiti dal ventaglio di occasioni che in realtà questo settore può dare, continuerò sempre a ripetere che moda non è uguale a stilista.Voi consigliate «a ogni studente, di qualunque scuola o facoltà universitaria, un’esperienza lavorativa in uno shop». Qual è il valore aggiunto che vedete in questa esperienza?Se un giovane vuol lavorare nel mondo della moda deve innanzi tutto conoscere il prodotto: e non c’è modo migliore di conoscere il prodotto che venderlo.Uno dei vostri intervistati, Nicola Antonelli di Luisaviaroma.com, sottolinea il grande tema della valutazione delle scuole, università e corsi realmente utili, senza nascondere che negli anni il settore è diventato «terreno fertile per tanti falsi professionisti senza una vera esperienza». Come si può riconoscere un percorso formativo di qualità? Secondo voi c'è differenza, in questo senso, tra l'offerta formativa tradizionale e quella focalizzata sulla moda?Assolutamente sì. L’offerta formativa sulla moda richiede un percorso particolare, scuole studiate ad hoc, come ad esempio la Marangoni o lo IED, scuole poi di modellismo o scuole sartoriali.Un altro, l'export manager di Tory Burch Francesco Vergani, rassicura i giovani affermando che il mondo «non è mai stato così ricco di opportunità come in questo momento storico», e spiegando che «la ricchezza si è solo spostata verso nuovi mercati e il giovane di oggi deve essere lì, pronto a coglierla». Dunque i ragazzi dovrebbero puntare a Cina, Russia e Medio Oriente?Sì, Francesco ha spiegato perfettamente cosa sta succedendo nel mercato della moda. Vi consigliamo di leggere anche le riflessioni di manager come Jean Luc Battaglia, Simone Dominici, Riccardo Sciutto. Abbiamo la grande fortuna che il made in Italy è stimato in tutto il mondo: mercati come la Cina e il Medio Oriente offrono ancora grandi opportunità. Per questo consiglio ai giovani di studiare il cinese, io all’università ho studiato hindi e questo ha fatto la differenza. Un cv differente viene sempre guardato con occhio curioso, e apprezzato.Tra i mestieri di domani citate anche quello del fashion blogger. Ma a parte i casi da prima pagina, come Chiara Ferragni, davvero può diventare un lavoro remunerativo?Sì, può diventare un lavoro remunerativo, e se fatto con costanza e serietà può dare piacevoli risultati. A parte le solite note ce ne sono molti altri e molte altre in tutto il mondo... Non ci si improvvisa blogger però! In un libro come il vostro non poteva mancare un tocco cool alla domanda sul colloquio: voi non solo suggerite come rispondere, ma anche come presentarsi vestiti - anche perché, scrivete, «per quel che se ne dica, è proprio vero che è la prima impressione quella che conta». Qualche suggerimento passe-partout?Togliete gioielli ai colloqui, andate vestiti senza marche appariscenti, meglio essere “no logo”. Non sfoggiate orologi costosi se li possedete, non truccatevi troppo. Sempre in ordine. Fate emergere la vostra personalità ma non eccedete mai. Il famoso consiglio “meglio togliere che aggiungere” vale sempre. Sì al tubino nero ma magari con delle sneakers. Ok ai jeans rotti ma non esagerate, magari con una giacca destrutturata. Non mettete più la cravatta, non state andando a fare un colloquio per diventare un investment banker.

Stagisti infortunati, se l'assenza è lunga sta al buon cuore dell'ente ospitante interrompere lo stage o meno

Continua l'approfondimento della Repubblica degli Stagisti sulle conseguenze legali post infortunio da stage. Che succede quando un tirocinante ospitato in azienda è vittima di un incidente? In linea di massima interviene l'ente italiano per gli infortuni sul lavoro, ovvero l'Inail, con meccanismi di indennizzo simili a quelli dei lavoratori veri e propri. Ma non sempre la copertura è garantita, per esempio quando il sinistro avviene nel percorso casa-lavoro e lo stage è curriculare (la Repubblica degli Stagisti lo ha chiarito nel precedente articolo). In questa nuova puntata fa ulteriore chiarezza Francesco Capaccio, della Fondazione studi consulenti del lavoro, spiegando quali diritti e doveri intercorrono in capo alle due parti, stagista e ente ospitante. Che potrebbe anche decidere di allontanare lo stagista infortunato.Può un ente ospitante annullare uno stage a seguito di incidente, quando cioè lo stagista si fa male?  Una premessa: lo stage non è un rapporto di lavoro subordinato, vale a dire una messa a disposizione di energie psico-fisiche sotto la costante direzione e supervisione del datore, ma un'esperienza lavorativa finalizzata alla conoscenza delle parti in vista di una possibile futura assunzione vera e propria. Pertanto, nessun obbligo di conservazione del rapporto grava sul soggetto ospitante, eccetto quelli contenuti nella convenzione stipulata. Questo vuol dire in buona sostanza che non esiste una regola per cui se lo stagista si fa male l'ente ospitante è tenuto a mantenere in vita il rapporto o viceversa a concluderlo, ma che ci si basa sul buon senso. Salvo ovviamente quanto pattuito nella convenzione. Per capire meglio, è necessario distinguere fra le due ipotesi di 'sospensione' momentanea e reversibile dello stage da quelle di 'interruzione', che è invece definitiva e irreversibile.Qual è la differenza tra le due? La prima ricorre quando l’assenza è di durata tale da mantenere in essere l’interesse delle parti e la finalità formativo-conoscitiva dello stage. Episodi di breve durata e fino a un massimo di 60 giorni, come spesso si trova specificato nella convenzione di tirocinio, sono considerati idonei a dare luogo a una 'sospensione'. Parliamo però sempre di periodi che non sono determinati per legge, ma solo per prassi e ancora una volta buon senso. Ciò significa che dopo un'assenza relativamente breve, il tirocinante può rientrare presso il soggetto ospitante e la durata iniziale del tirocinio si allunga per un tempo esattamente pari a quello della sospensione. Qualora, invece, la durata dovesse superare questi limiti temporali, che talvolta sono fissati nella convenzione - per esempio per un infortunio che costringe a una lunga degenza - ci si troverebbe di fronte a un'ipotesi che potrebbe causare un'interruzione definitiva del rapporto. Se lo stagista si rompe il femore, deve stare a casa tre mesi magari nell'ambito di uno stage che ne dura sei, a quel punto salterebbe il progetto formativo alla base dello stage e l'ente ospitante potrebbe perdere interesse alla prosecuzione del tirocinio. Nell'eventualità, lo stagista ha in mano qualche strumento legale per potersi difendere contro l'azienda ospitante che lo "caccia" dopo un infortunio?Anche qui bisogna fare delle distinzioni. Se uno stage è genuino, quindi non maschera un rapporto di lavoro, e a seguito di un infortunio il rapporto viene interrotto, non esistono mezzi legali per essere reintegrati. Certo, anche qui a prevalere è il buon senso. Se per esempio si viene cacciati per un'assenza di pochi giorni o di appena una settimana, allora lo stagista potrebbe tentare in extremis di richiedere un risarcimento danni per vie legali. Ma sono ipotesi limite. Lo stagista che invece ritenga violati i suoi diritti, creda cioè di essere utilizzato come un lavoratore vero e proprio, potrebbe sempre e comunque, e dunque anche in caso di infortunio, presentare una denuncia ai servizi ispettivi del lavoro quali direzioni territoriali del lavoro, Inps e Inail per ottenere – con immediatezza – una conversione del rapporto in lavoro subordinato; oppure indipendentemente dall'azione amministrativa rivolgersi a un legale per avanzare in sede giudiziaria, con onere della prova a proprio carico, le rivendicazioni richieste.In caso di infortunio, come deve comportarsi l'ente ospitante nei confronti dello stagista?La circolare 16/2014 dell'Inail prevede al punto quattro che l'assicurazione infortuni e i relativi adempimenti siano a carico del soggetto promotore, ma che per convenzione sia possibile derogare facendo ricadere l'obbligo sull'ente ospitante. In assenza di indicazioni nella convenzione comunicare l'infortunio all'Inail è un'incombenza che spetta dunque in generale al soggetto promotore.Quali sono le tempistiche per l'erogazione dell'indennizzo?I tempi variano da sede a sede dell’Inail. In generale però sono molto celeri: mediamente 15-20 giorni dalla denuncia di infortunio.Sempre in tema di infortuni: che differenze di trattamento ci sono tra un lavoratore vero e proprio e uno stagista?C'è una differenza a livello di indennità: in caso di infortunio allo stagista viene corrisposto l'indennizzo Inail, motivo per cui per l'ente ospitante si interrompe l'obbligo di corrispondere il rimborso per il periodo di assenza. Anche qui, naturalmente, salvo diversa previsione all'interno della convenzione. Per i lavoratori esiste invece anche un obbligo di integrazione dell'indennità da parte del datore di lavoro a partire dal quarto giorno. Ma lo stage, ribadiamo, non configura un rapporto di lavoro subordinato, pertanto lo stagista non ne avrà diritto. Così come non potrà godere più in generale di altri benefici come il trattamento previdenziale dopo la cessazione dello stage - l'indennità di disoccupazione oggi denominata Naspi -, dell'accredito contributivo valido ai fini pensionistici, o di una retribuzione vera e propria parametrata ai contratti collettivi di lavoro.intervista di Ilaria Mariotti 

A 27 anni amministratore delegato di una realtà da 6 milioni di euro all'anno: «Ecco chi cerchiamo in ScuolaZoo»

Un'idea nata sui banchi di scuola che diventa in pochi anni un business da 6 milioni di euro. Il giovane padovano Paolo De Nadai incarna un po' il sogno di tutti gli startupper: dal progetto di ScuolaZoo, forte di una community online enorme - oltre 2 milioni di fan su Facebook, 1 milione e mezzo su Instagram - è riuscito a costruire un'impresa di successo, e a soli 27 anni guida come amministratore delegato il Gruppo One Day dando lavoro a oltre 40 persone. La crescita non accenna a fermarsi: anche per questo l'azienda è entrata a far parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti, con l'obiettivo di far conoscere ai giovani le opportunità di stage e di lavoro al suo interno. Da questa intervista con Paolo De Nadai emerge infatti sopratutto una cosa: che ScuolaZoo è un'azienda per giovani fatta da giovani.Non sono molti, in Italia, gli amministratori delegati di 27 anni, tantomeno quelli che la propria azienda se la sono fondata da soli. Ci racconta la sua storia?Fin dalle scuole superiori le mie passioni sono stati i numeri e i nuovi media. Nel 2001 ho partecipato alle finali delle Olimpiadi della matematica di Parigi da campione nazionale, cosa di cui sono particolarmente orgoglioso. Il 2007 è stato l’anno della nascita di ScuolaZoo; nel 2009 mi sono laureato in Economia e ho trasformato ScuolaZoo in un’impresa a tutti gli effetti.Com'è venuta l'idea?ScuolaZoo nasce nel 2007 per raccontare la scuola dal punto di vista di chi era davanti alla cattedra, ovvero gli studenti. All’inizio era un blog dove io e Francesco Fusetti, oggi presidente, caricavamo i video e i messaggi che ci inviavano i ragazzi. Nel 2009 diventa una vera e propria digital company con l’obiettivo di essere la principale community per studenti in Italia. Ad oggi con oltre 2 milioni di fan su Facebook, il diario ScuolaZoo sul banco di più di 200mila ragazzi e una rete di rappresentanti di istituto su tutto il territorio nazionale, ci piace pensare che ScuolaZoo sia un vero e proprio punto di riferimento per gli studenti italiani. Noi continueremo a lavorare per una scuola più giusta e divertente per i ragazzi.Perché avete deciso di ampliare il vostro raggio di azione, creando le altre aziende che ad oggi compongono il gruppo One Day? One Day nasce per offrire una possibilità a quelle idee che oggi, sono quello che ScuolaZoo è stato dal 2007 al 2009. One Day vuole essere il più grande gruppo indipendente ad offrire struttura istituzionale, finanziaria e operativa a tutte le startup ad alto potenziale che cercano la strada per rivoluzionare un mercato. In tre parole: “Your Business Mate”. Aziende come ScuolaZoo Viaggi Evento e ZooCom sono nate negli anni, ampliando il raggio d’azione di ScuolaZoo e mettendo a frutto quella che era la nostra esperienza con il target 14 – 25 anni. La divisione viaggi nasce nel 2009 quando è stato realizzato il primo “viaggio evento”: l’idea era quella di creare una vacanza perfetta per giovani come noi, non abbiamo fatto altro che riportare per un gruppo più grande di persone quello che avremmo voluto vivere nella nostra vacanza perfetta. Oggi le settimane di vacanza sono diventate 27 e i ragazzi che abbiamo fatto viaggiare sono più di 30mila. ZooCom è nata nel 2013 per “esportare” B2B il know-how dell’esperienza ScuolaZoo, affiancato da asset e specifiche expertise che rendono più completa l’offerta commerciale: fornisce consulenza attraverso strumenti innovativi nel campo del social media marketing.L'età media del management e dei dipendenti di OneDay è molto bassa, sotto i trent'anni. Come scegliete chi assumere? Il nostro processo di selezione parte con la richiesta di un video: può sembrare una richiesta strana, e per molti lo è, ma si possono capire molte cose. Per noi è fondamentale reclutare i migliori talenti, giovani creativi ed innovativi che possano stare al passo con il mutevole e dinamico contesto in cui lavoriamo. Il video è un ottimo strumento per testare la creatività delle persone ed il loro approccio a un sistema non convenzionale.Le è mai capitato di subire delle “umiliazioni” per la giovane età, magari da manager, o banche, o interlocutori istituzionali che non l'hanno presa sul serio, considerandola troppo giovane?Umiliazioni? No, non direi. E se ci fossero state non credo sarebbe elegante mettersi a raccontarle. Di sicuro ho trovato interlocutori che facevano e fanno fatica a capire quale sia il modello di business dietro a ScuolaZoo: per questo ho fondato One Day.Certamente, con 3 milioni di euro di fatturato nel 2013 e 6 milioni nel 2014, eventuali “anziani scettici” si sarebbero comunque dovuti giocoforza ricredere. Com'è andato questo 2015 che si sta per chiudere?Il 2015 è stato un anno importante per noi: la creazione di One Day come casa comune per tutti i brand è solo l’apice dei traguardi che abbiamo raggiunto. Abbiamo mantenuto invariato il posizionamento come interlocutore principale degli studenti, il nostro diario è il terzo più venduto in Italia, abbiamo rinnovato il sito internet ScuolaZoo.com e raggiunto quota più di due milioni di fan su Facebook.  ScuolaZoo Viaggi Evento ha portato in vacanza più di 10mila ragazzi e, grazie a ZooCom, sono state chiuse importanti partnership con grandi player del mondo entertainment. Nel 2015 anche il network di editori di ZooCom si è ingrandito aggiungendo importanti novità come Calciatori Brutti, Orgoglio Nerd, Smartweek, e molti altri talenti protagonisti del mercato digitale italiano. Cosa fa in concreto chi entra nella squadra di OneDay, e quali sono le figure maggiormente presenti nel vostro organico?Le professionalità che ricerchiamo maggiormente sono in ambito digital con diverse seniority: dal giovane specialist geniale nel cavalcare i trend del mercato, al manager con 3-4 anni di esperienza che possa portare expertise e menthorship nei confronti delle risorse junior. Le risorse maggiormente presenti sono: media specialist, account, copywriter, web developer e marketing specialist. Ci sono delle figure che fate fatica a reperire sul mercato?La fatica, se di fatica si può parlare, non sta tanto nelle lauree o nelle competenze tecniche, quanto nell’attitudine ad avere un approccio unconventional, creativo ed innovativo.Chi entra nel vostro quartier generale, a Milano, resta a bocca aperta: arredamento da videogame, una sala riunioni con tavolo a forma di enorme Risiko, addirittura un palo da pompieri per chi vuole scendere da un piano all'altro senza il noioso tramite delle scale... C'è un messaggio che volete trasmettere?Il tema del gioco è presente in ogni angolo del nostro quartier generale. Il motto di ScuolaZoo è Work Hard Party Hard ed è con questa filosofia che abbiamo creato il C32. Il lavoro occupa la maggior parte della nostra vita e così abbiamo voluto un ufficio che fosse stimolante e capace di generare creatività. Il pensiero divergente si sviluppa attraverso la creazione di una seconda via, ognuno ha la sua identità e il suo personale modo di declinare e interpretare lo spirito “Zoo”, ma tutti devono lavorare divertendosi. La vita è una sola e lavorare nel nostro gruppo significa venire in ufficio con il sorriso e con entusiasmo, voglia di fare e curiosità, interesse e spirito di collaborazione, in altre parole essere: normalmente fuori dal comune.All'inizio del 2016 lancerete la Job Marathon, una due giorni di selezione e formazione alla fine della quale selezionerete i migliori e li inserirete in stage presso ZooCom. Ci dà qualche anticipazione?La parola chiave sarà “Candidate experience”: saranno due giorni interamente incentrati sulle potenzialità dei ragazzi selezionati. Un percorso di orientamento, formazione e selezione che porterà non solo all’identificazione dei talenti più idonei a far parte di ZooCom e delle realtà che collaboreranno, ma anche volto a fornire ai ragazzi gli strumenti per poter essere consapevoli delle proprie capacità e competenze ed i feedback necessari per metterle a frutto nel migliore dei modi.Come gestite gli stage in One Day e qual è stata la “molla” che vi ha fatto scegliere di aderire al network di aziende della Repubblica degli Stagisti?In One Day, così come nelle altre tre realtà del gruppo, l’obiettivo principale è quello di garantire un percorso formativo alla risorsa inserita in stage. Questo avviene, oltre al training tecnico on the job, attraverso la partecipazione ed al coinvolgimento a 360° gradi a tutte le iniziative del gruppo: dall’annuale Business Plan Meeting in cui si condividono successi passati ed obiettivi futuri, alle feste di ritrovo organizzate per le migliaia di ragazzi che ogni anno scelgono di partire e vivere un’esperienza unica con noi. In quest’ottica la Repubblica degli Stagisti ci è sembrata la giusta vetrina per condividere, con chiunque fosse interessato a fare uno stage presso le nostre realtà, i nostri valori, i nostri spazi e le nostre emozioni.Avete sfruttato gli incentivi per il tempo indeterminato messi in campo dal governo Renzi?Abbiamo vissuto le novità contenute nel JobsAct come un’enorme opportunità per l’azienda e per i giovani di talento di cui amiamo circondarci. Nel 2015 abbiamo fatto diversi inserimenti e stabilizzato molte figure a tempo indeterminato grazie anche agli incentivi in termini di sgravi fiscali e all’utilizzo di Garanzia Giovani e della Dote Unica della Regione Lombardia. Unico neo, la trasformazione dei contratti di apprendistato: un’ulteriore incentivo nell’usufruire degli sgravi fiscali anche per la trasformazione degli apprendistati avrebbe sicuramente permesso alle aziende, inserite in un contesto sempre più dinamico, di “accelerare” il periodo di formazione delle risorse ed inserirle in azienda con un ruolo maggiormente riconosciuto e spendibile anche sul mercato stesso.One Day ha anche una funzione di “incubatore” per start-up: come si possono candidare le start-up ad essere ospitate da voi, e cosa offrite loro?Il migliore consiglio che possiamo offrire loro è di mettersi in contatto con noi, o ancora meglio di venirci al trovare al C32. Se pensano di essere un realtà ad alto potenziale e hanno la precisa volontà di rompere gli schemi di un mercato, e saranno convincenti, potranno trovare in One Day Group la casa che le aiuterà a crescere e a diventare la prossima ScuolaZoo.Intervista di Eleonora Voltolina

L'ICT un mestiere da maschi? Ma quando mai! «Ragazze, fatevi spazio con tenacia»

Nel panorama del mercato del lavoro italiano, le donne in posizioni apicali non sono moltissime. Specialmente nel campo dell'ICT, l'Information & Communication Technology. Tra i nomi di #DigiWomen, la lista delle donne italiane più influenti nel digitale, spicca quello di Maria Grazia Filippini, direttore generale di Insiel, la prima azienda di proprietà pubblica ad aderire al network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti: per la precisione, si tratta di una società ICT privata a capitale pubblico, con la Regione Friuli Venezia Giulia quale socio unico. Insiel sarà anche presente, il prossimo sabato 14 novembre, alla Fiera del Lavoro organizzata da Alig-Università di Udine che si terrà al Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Con il direttore Filippini la Repubblica degli Stagisti ha approfondito il tema dello spazio che il mercato del lavoro italiano riserva alle donne nel campo ICT.L'ICT è un "mestiere da maschi"?L’ICT è il mestiere delle persone, di tutte quelle persone che hanno l’interesse per la materia e non si stancano mai di stare al passo con l’evoluzione tecnologica e dei suoi modelli: uomini e donne possono concorrere in egual misura al successo in questa professione.Facciamo un passo indietro: perchè le materie scientifiche sono così poco “popolari” tra le ragazze? Pesa ancora troppo il fattore culturale che vorrebbe le donne portate per le materie umanistiche, e poi per i mestieri di accudimento e insegnamento, e gli uomini portati per le materie tecniche?Di certo il fattore culturale ha ancora un peso importante. In realtà è un peso che grava più sulle famiglie che sulle ragazze - le quali, se lasciate libere di scegliere,  mirano ad avvicinarsi sempre di più alle materie scientifiche. Grande importanza hanno le azioni di orientamento nella scelta dei percorsi di studio. Bisognerebbe sostenere le ragazze ad esprimere le loro capacità logico-matematiche fin da piccole eliminando anche gli stereotipi di genere che sono purtroppo ancora molto presenti e pressanti nella nostra società; basta entrare in un negozio di giocattoli per capire cosa intendo dire. Lei si è laureata alla fine degli anni Ottanta, a Milano, in Scienze dell'Informazione, cioè Informatica. Perché scelse questa facoltà?Volete la verità vera? Per fuggire all’egida familiare che mi voleva odontoiatra o medico. Per fuggire dalla dimensione troppo locale della mia città, Brescia, presso la quale erano rappresentate tutte le facoltà universitarie con la sola eccezione di Scienze dell’informazione che ha rappresentato per me l’appiglio per sbarcare nella grande Milano. Di fondo mi sento e resterò un’umanista prestata all’informatica… In ogni caso molte erano le colleghe iscritte ed anche particolarmente  capaci nonché ambiziose. Con una in particolare rivaleggiavo ed entrambe, stimolate dalla competizione, siamo riuscite a laurearci in tempissimo.Pensa che la situazione delle studentesse italiane, rispetto alla “attrattività” delle lauree scientifiche, sia rimasta immutata da allora? Ritengo che la situazione sia in mutamento costante,  anche se non siamo ancora al passo con l’Europa. Le ragazze, oggi, vengono incoraggiate dal sistema scolastico e dagli organismi di parità a seguire le proprie attitudini e  ad intraprendere  percorsi di studio scientifici che concludono con grande entusiasmo e successo, sfatando con i fatti la presunta inidoneità alle materie “Steam”. Poi però spesso il mondo del lavoro, in Italia,  non è abbastanza pronto per accoglierle e può accadere, in linea generale, che cedano e si adattino ricoprire ruoli di  livelli inferiori rispetto al titolo di studio conseguito.  Cosa potrebbe fare l'università italiana per convincere più ragazze a instradarsi verso queste materie? L'apporto del mondo delle aziende in questo caso potrebbe aiutare, per evidenziare gli sbocchi professionali che queste materie possono offrire?Credo molto nell’università italiana e penso che possa fare moltissimo: spetta proprio al mondo universitario dare il buon esempio riequilibrando per genere sia il mondo della ricerca, sia quello della docenza per poi arrivare ad un buon 50% tra scienziati e scienziate e ruoli di responsabilità a livelli apicali. A parità di competenze oggi, in questo mondo, c’è ancora un rapporto asimmetrico  e  squilibrato a favore degli uomini e questo non contribuisce ad incoraggiare le donne ad intraprendere impegnative carriere scientifiche. L’università potrebbe anche promuovere la cultura della parità nelle aziende, aiutando i manager  a riconoscere e superare pregiudizi che portano allo spreco di talenti femminili a scapito della produttività. Il settore dell’ICT, da questo punto di vista, si presta perfettamente a sperimentare nuove modalità di gestione delle risorse umane che si avvalgano di processi inclusivi e sostenibili, in grado di valorizzare talenti e diversità che accrescono la competitività delle aziende e possono costituire un buon volano della crescita del Paese.  Nel suo cv c'è anche una esperienza all'estero, alla Thunderbird University di Phoenix, in Arizona. Fu una scelta personale concordata con l’azienda dove lavoravo all’epoca, su proposta di un capo davvero illuminato. L’ho vissuta come una grande opportunità: Thunderbird era l’università - mi sia consentito di dire - dei Top Gun.Come Top Gun?É il temine che la definisce meglio. É molto lontana dall’immagine che normalmente si ha di una università classica: di fatto era una base militare di addestramento riconvertita in campus universitario. Si trova nel deserto, ambiente arido, temperature elevate. Nel campus, seppur grande, bisognava sperimentare una convivenza molto stretta e non si poteva uscire per un momento di relax. Sarebbe stato difficile con un panorama di solo montagne e terra per chilometri tutto intorno. Solo studio e confronto in situazioni al limite - proprio come top gun - dove viene fuori il carattere, dove si impara a superare i propri limiti. Un'esperienza dura.Sì, e, sfidante. Comunità miste fatte di uomini e donne dalle provenienze più disparate. Lingue e culture diverse. Competitività per conseguire il titolo, il certificato … per diventare il leader top gun in aziende globali o multinazionali. Impossibilità di fare squadra in modo profondo, un confronto “uno contro tutti”. Una grande prova di forza, di robustezza ma anche tanta solitudine. Ad ogni modo penso che imparare una lingua differente da quella madre ci arricchisca interiormente. Non si apprendono solo vocaboli ma sensazioni, emozioni, capacità di ragionamento e veri e propri stili di vita diversi. All'estero abbiamo la grandissima possibilità di confrontarci, di comunicare, di non vivere in un contesto autoreferenziale e possiamo renderci conto di essere semplicemente una tessera di quel bellissimo mosaico che ci fa veri cittadini e cittadine del mondo.Da pochi mesi lei guida come general manager Insiel: dei vostri dipendenti, quanti sono donne? E quante nel management?Su 690 dipendenti  in Insiel ci sono 236 donne (34,2%) e 454 uomini (65,8%), nella quasi totalità diplomati e laureati, per lo più in materie scientifiche. Su 39 manager ci sono 12 donne e 27 uomini, mentre tra i 25 team leader, figura  a supporto del manager,  troviamo  6 donne e 19 uomini. Un buon punto di partenza, tenuto conto che l’azienda ha superato il 40° anno della sua fondazione. Dal punto di vista organizzativo le donne sono presenti in tutti i comparti aziendali e svolgono ruoli impegnativi come Project Manager, Business Analyst, Software Developer… ma sono presenti anche in profili più  tradizionalmente declinati al maschile, come l’area sistemi o le infrastrutture che vedono la presenza di  donne preparatissime provenienti dalle facoltà di ingegneria, matematica, informatica, fisica. Quali politiche volete implementare per favorire l'ingresso di più giovani donne in Insiel? Proprio lo scorso mese Insiel ha aderito alla Carta delle pari opportunità e l’uguaglianza sul lavoro, promossa dall’Unione Europea e dal ministero del Lavoro.  Con questo atto ho inteso trasmettere un segnale forte in azienda sui temi della parità e di attenzione della Direzione sui fenomeni di  discriminazione. Sono state attivate da subito azioni concrete volte a contrastare l’uso sessista del linguaggio nelle comunicazioni aziendali, abbiamo attivato convenzioni con asili nido e ampliato la flessibilità negli orari di lavoro. Prossimamente l’intenzione è di avviare percorsi formativi diretti ai manager sui temi della parità, in quanto sono proprio i manager ad avere la responsabilità di valorizzare le potenzialità dei loro collaboratori e delle loro collaboratrici e di garantirne il ben-essere lavorativo. Per quanto riguarda i processi di assunzione, formazione e sviluppo di carriera, la Direzione HR intende ispirarsi ai nuovi valori aziendali e ai principi di parità di trattamento: le competenze, le esperienze e il potenziale delle persone saranno gli elementi cardine di azione. L’intero processo verrà costantemente monitorato da un osservatorio specifico su queste tematiche. Nel vostro progetto Insiel4Young, fino ad oggi quali risultati state riscontrando in termini di candidature? Il progetto Insiel4Young è assolutamente aperto e paritetico da questo punto di vista. La nostra promozione si rivolge in egual misura a ragazze e ragazzi. Di conseguenza si avvicinano all’azienda in maniera libera, e posso dire molto entusiasta, tutte le persone che intendono accedere al mondo del lavoro in questo settore così specifico. Aggiungo che accanto a Insiel4Young è stato attivato anche il progetto Insiel4School, rivolto al sistema di alternanza scuola-lavoro previsto nella riforma della ‘Buona Scuola’. Si sta rilevando un’iniziativa davvero interessante e degna di attenzione in quanto costituisce senz’altro uno strumento molto efficace di orientamento verso le professionalità tecniche. La fase prototipale appena conclusa ha visto la partecipazione di una cinquantina di studenti  e studentesse  del terzo anno di un istituto tecnico, ed un terzo erano ragazze. Qualche tempo fa al Fortune Brainstorm, una “tech conference” ad Aspen, negli Stati Uniti, la Ceo di YouTube Susan Wojcicki ha contestato il moderatore, che anziché farle domande sulle sue aree di competenza si era dilungato a chiederle come facesse a conciliare lavoro e carriera, con 5 figli. Chi aveva ragione?  Le donne in carriera, specialmente nei campi “maschili”, sono vittime di una sorta di “condiscendenza”?Non è una questione di torto e ragione, è un atteggiamento che riguarda il costume. La stessa domanda probabilmente l’avrebbe fatta anche una donna. Il punto è che a un uomo certe cose non si chiedono perché nella mentalità comune è solo la donna a dover conciliare il tempo di accudimento con quello del lavoro, un uomo è ritenuto mediamente libero di dedicare la giornata alle sole questioni lavorative.  Ecco, sarebbe stato molto istruttivo e interessante chiedere al moderatore come fa lui a conciliare lavoro e famiglia facendosi dare anche qualche suggerimento pratico… É una trappola mentale di retaggio maschilistico dalla quale è ancora molto difficile uscire.    
Eppure il 97% dei premi Nobel scientifici sono stati finora assegnati solo a uomini...… in effetti esistono studi che dimostrano che le produzioni, in particolare quelle  scientifiche, vengono giudicate in modo più favorevole se vengono presentate da un uomo piuttosto che da una donna. Bisogna ancora fare dei passi notevoli per contrastare l’antico pregiudizio secondo il quale le competenze delle donne valgono meno di quelle maschili. Molto spesso una donna deve faticare il doppio per affermarsi in quanto può essere costretta a dar prova costante, a se e agli altri, di esserne pienamente all’altezza.    Parlando alle studentesse di oggi, quale messaggio desidererebbe portare?Da Ipazia, prima donna scienziata del IV secolo, a Rita Levi Montalcini, alle straordinarie donne che lavorano con impegno e professionalità  nei nostri atenei, la tenacia e l’intelligenza femminile ha illuminato i sentieri dell’umanità in molteplici discipline. Alle ragazze direi che oggi hanno un’occasione straordinaria per valorizzare le doti scientifiche di cui possono essere portatrici. Direi di percorrere con tenacia la strada in cui credono, di farsi spazio, di esprimere liberamente la propria creatività disegnando uno stimolante progetto di vita, scevro da costrizioni mentali e da antichi stereotipi e soprattutto direi loro di accrescere le proprie competenze per essere, a testa alta, protagoniste pel proprio futuro.   Allora speriamo di avere, nei prossimi dieci anni, tante giovani donne emule di Samantha Cristoforetti?Samantha è sicuramente per tutti noi orgoglio nazionale e un grande esempio per molte ragazze. A loro voglio dire che non occorre andare nello spazio, bisogna saper far volare la mente per avere, quella che io amo chiamare la big picture, il disegno grande, con la mappa delle proprie capacità e delle variegate opportunità che il mondo, la tecnologia e la scienza ci offrono. Dall’alto gli ostacoli sembrano scomparire e si può puntare dritte all’obiettivo libere da vincoli e da preconcetti. Mi piace citare  Alda Merini: ‘E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali’.Intervista di Eleonora Voltolina

In tenda per lo stage all'Onu: «inconcepibile a 22 anni farmi mantenere dai miei»

Nelle ultime ore la vicenda ha avuto risonanza mondiale: David Hyde, 22enne neozelandese laureato in Scienze internazionali e attivista in erba, accetta uno stage gratuito all'Onu, ma non potendosi permettere l'affitto escogita di dormire in tenda, approfittandone per riportare in prima linea la causa degli stagisti. In Italia ne hanno parlato molte testate (Corriere, Huffington Post, Libero, Panorama...). La Repubblica degli Stagisti, oltre ad aver dedicato già l'altroieri alla notizia un approfondimento in inglese, è stata la prima ad intervistare il protagonista della storia: fuori di casa e autonomo dall'età di 19 anni, non ha intenzione di rassegnarsi al ruolo - nel suo Paese inconcepibile - di "bamboccione". L'Onu da parte sua ha replicato citando una presunta risoluzione dell'Assemblea generale che impedirebbe di pagare gli stagisti, cambiando poi versione e parlando di una direttiva amministrativa. Verosimilmente, si tratta invece di una questione puramente economica: inserire una cifra per coprire i grant delle migliaia di stage che hanno luogo ogni anno nei vari organismi dell'Onu è ora l'obiettivo di tutte le realtà che a livello nazionale e internazionali si occupano di diritti degli stagisti e di occupazione giovanile (Repubblica degli Stagisti, InternsGoPro, Youth Forum, Brussels Interns NGO, Génération Précaire, Interns Australia, Plattform Generation Praktikum, Intern Aware, Intern Labor Rights, Dinamo).Confermi di aver vissuto in una tenda durante il tuo tirocinio grauito all'Onu?Sì, l'ho fatto. Cercando un monolocale o un appartamento in condivisione mi è stato subito chiaro che si trattava di prezzi assolutamente fuori dalla mia portata. Avevo bisogno di una soluzione in fretta e l'ho trovata, abbastanza semplice: vivere in una tenda. In questo modo sarei riuscito a prendere due piccioni con una fava: vivere a Ginevra con i miei fondi limitati e contribuire alla battaglia per i diritti degli stagisti. Il fatto che uno stagista Onu non pagato vivesse in tenda era un fatto piuttosto potente. Il mio tirocinio è iniziato lo scorso 3 agosto, e il 12 l'ho interrotto.I tuoi genitori, amici o colleghi, ne erano a conoscenza? I miei genitori non erano pienamente consapevoli della mia situazione. Sapevano che avevo ottenuto uno stage nelle Nazioni Unite, ma non ho mai raccontato loro la storia completa, né le mie intenzioni. Non ho mai chiesto aiuto. Non l'ho fatto con i miei colleghi, che per tutto il tempo mi sono stati comunque  di grande supporto morale, né ho accettato le gentili offerte di tutte quelle persone che si sono fatte avanti, dopo che la mia storia è diventata pubblica. Questo perché non credevo e non credo che questa responsabilità debba spettare alle singole persone, quanto piuttosto alle organizzazioni e alle aziende che ci ospitano come stagisti.Cosa avevi in mente esattamente per contribuire alla causa degli stagisti?L'idea originale era abbastanza semplice. Fare lo stage gratuito e poi farci un breve documentario. Mi sembrava un buon modo per coniugare il mio desiderio di intraprendere una carriera nel campo delle relazioni internazionali e contribuire alla battaglia per i diritti degli stagisti. Alla fine l'attenzione mediatica ha fatto più di quanto qualsiasi documentario avrebbe potuto fare! Non avrei mai potuto prevedere un simile riscontro. Il mio tentativo di sensibilizzazione a livello locale si è trasformato in qualcosa di molto più grande.Inizialmente volevi mantenere segreto il tuo attivismo, perché? Dopo la reazione dei media alla mia storia, ho pensato che se avessi subito e pienamente espresso la mia intenzione di sensibilizzare l'opinione pubblica, avrei compromesso la grande opportunità che veniva data ai giovani di essere ascoltati. Volevo che i media avessero la possibilità di parlare dei problemi degli stagisti. Alla fine, ho deciso di spiegare pubblicamente la mia posizione per evitare che la storia reale potesse essere contaminata da rumors.Eri in contatto con qualche organizzazione giovanile? No, ho operato in totale autonomia. E aggiungo che il lavoro che le organizzazioni giovanili hanno fatto per tanti anni non ha ricevuto la meritata attenzione: mi aspetto che questa nuova attenzione mediatica sulla questione degli stagisti serva loro per dare propulsione al cambiamento.Quanto spende uno stagista a Ginevra?Ginevra è notoriamentemente costosissima ed è molto difficile trovare un alloggio a prezzi accessibili. Un giornalista del Guardian ha recentemente sottolineato che per uno stage non pagato di sei mesi a Ginevra i costi totali variano dai 9 ai 18mila euro.Che tipo di tirocinio avevi accettato all'Onu, in termini di durata, assegnazione ad un ufficio, mansioni?Ho accettato un tirocinio non pagato di sei mesi. Per rispetto verso i miei ex colleghi di lavoro, non voglio entrare nello specifico. Posso però aggiungere che non avevo assolutamente idea che dopo solo una settimana e mezzo avrei interrotto il percorso.Si trattava del tuo primo stage o hai avuto altre esperienze?Si, questo era il mio primo stage. Durante tutta l'università invece ho lavorato la sera e i weekend per mantenermi.A che età di solito i giovani sono in grado di sostenersi autonomamente nel tuo Paese? In Nuova Zelanda l'idea che i genitori sostengano i figli anche dopo le superiori non è così comune come in altri Paesi. La maggior parte dei neozelandesi chiede un prestito per potersi pagare gli studi universitari: è raro che i ragazzi ricevano un "fondo università" dai propri genitori. Io sono uscito di casa a 19 anni e da allora sono stato sempre pienamente indipendente dai miei genitori.Adesso, interrotto lo stage, cosa hai intenzione di fare? Se solo una settimana fa mi avessero detto che sarebbe successo tutto questo, non ci avrei mai creduto. Mi ci vorrà un po' per capire cosa fare adesso.Intervista di Annalisa Di Palo

Garanzia Giovani, il sottosegretario: «Siamo entrati a regime. Presto 25 milioni all'Inps per le indennità dei tirocinanti»

Luigi Bobba è il sottosegretario al Lavoro con delega ai Giovani. Sabato mattina sarà a Palermo, al Festival del Lavoro, per partecipare alla tavola rotonda “Lʼimpresa di fare impresa in Italia”, al Teatro Massimo. Intanto, la Repubblica degli Stagisti lo ha sottoposto un “fuoco di fila” di domande sulla Garanzia Giovani (GG), per chiedergli ragione dei ritardi nei pagamenti delle indennità e di molte altre questioni che preoccupano i giovani iscritti. Il Parlamento europeo ha approvato un aumento del prefinanziamento della Garanzia Giovani, che per l'Italia vuol dire 175 milioni di euro cash, per dare nuovo slancio al progetto. Questi 175 milioni a fine maggio sono arrivati alla Ragioneria dello Stato. Il ministero li ha già messi in circolo?C'è stato già un nuovo passaggio: adesso le risorse le abbiamo noi, ed è stata comunicata proprio la settimana scorsa alle Regioni e agli organismi intermedi la ripartizione del prefinanziamento. Nel giro dunque di pochi giorni, con i tempi necessari per espletare la procedura amministrativa, queste risorse arriveranno sia all'Inps per i tirocinanti sia alle Regioni per le diverse misure.Quanti di questi 175 milioni andranno in particolare all'Inps?L'Inps riceverà 25 milioni, provenienti da questo prefinanziamento, per erogare le indennità per i tirocinanti di Garanzia Giovani. Questi 25 milioni si vanno ad aggiungere agli altri 20 che il ministero aveva già trasferito all'Inps precedentemente. C'è da sperare che questi 25 milioni contribuiscano a risolvere il problema dei ritardi nel pagamento delle indennità degli stagisti GG in alcune Regioni. Noi della Repubblica degli Stagisti ancora non siamo riusciti a capire di chi sia la responsabilità. Sono le Regioni che non hanno trasferito abbastanza denaro – la famosa "provvista finanziaria" – all'Inps, o è l'Inps che dopo averlo incamerato ha inspiegabilmente tardato a erogarlo ai legittimi percettori, cioè gli stagisti?È stato effettuato un monitoraggio sul pagamento delle indennità da parte dell'Inps, e attualmente risulta che rispetto alle richieste di pagamento pervenute dalle Regioni è stato erogato circa l'80% delle indennità, a favore di circa 10mila tirocinanti. Le restanti somme sono al momento oggetto di verifica da parte delle Regioni e in parte sono state già autorizzate al pagamento da parte delle stesse.Per dare una rassicurazione a questi tirocinanti e alle loro famiglie: entro quando l'Inps si rimetterà in pari?Non appena l'Inps riceverà le richieste dalle Regioni, saranno pagati anche i restanti. Nella prima fase ci sono state un po' di problematiche, ma ora il meccanismo è entrato a regime.Ad aprile voi del ministero del Lavoro avete diramato un documento in cui dite che non è possibile attivare tirocini in Garanzia Giovani negli uffici pubblici. Un mese dopo, il ministero della Giustizia firma un protocollo con la Regione Campania intitolato «Protocollo d’intesa per l’utilizzo di tirocinanti presso gli uffici dei distretti delle corti di appello di Napoli e Salerno nell’ambito del piano regionale “Garanzia giovani in Campania”» per attivare 150 tirocini GG negli uffici giudiziari campani, che sono ovviamente uffici pubblici. Com'è possibile?Perché finora il titolo V della Costituzione prevedeva che nell'ambito della autonomia decisionale delle Regioni non fosse esclusa la possibilità che i tirocini potessero essere attivati nelle pubbliche amministrazioni. Però il ministero, in considerazione delle finalità del provvedimento Garanzia Giovani, ha raccomandato fortemente agli enti pubblici di non attivare tirocini, in quanto la finalità dovrebbe essere quella dell'inserimento nel mondo del lavoro, in questo caso impossibile dato che nella pubblica amministrazione si entra per concorso.  Ha parlato con il ministero della Giustizia e con la Regione Campania di questa contraddizione? Il protocollo verrà revocato?No, non verrà revocato. Capisco che c'è una piccola contraddizione, ma essa è motivata come dicevo dall'autonomia delle Regioni prevista dal titolo V. Questo accordo specifico è stato peraltro definito relativamente a una situazione in cui ci sono gravi carenze di personale; insomma va considerato più una “eccezione” che una “regola”. Nel protocollo il presupposto è quello di re-inserire in un percorso di formazione soggetti che abbiano già partecipato ad attività formative in quegli uffici giudiziari, in modo da non disperdere le conoscenze acquisite. Comunque il protocollo prescrive anche che la durata non può andare oltre il 31 dicembre 2015. Ma questi 150 giovani, quasi tutti laureati, già dal 2012 sono impegnati in maxi tirocini presso i Tribunali campani: continuare a usarli per rimediare ai buchi di organico non crea poi irrimediabilmente delle aspettative di stabilizzazione?Qui il tirocinio è giustificato appunto dalla situazione di grave carenza di personale. D'altra parte deve essere chiaro a tutti nella pubblica amministrazione si entra per concorso, non perché si è fatto un tirocinio. E un tirocinio non può mai essere considerato un contratto di lavoro. Adesso comunque, con il cambiamento che interessa le amministrazioni provinciali, una linea privilegiata è che le persone che sono nelle liste di mobilità delle diverse province siano impiegate in primo luogo negli uffici giudiziari, per sopperire alla carenza di personale. Ma se manca personale, perché non si fa un concorso?Eh, questo bisognerebbe chiederlo al ministero della Giustizia.Tornando nello specifico a Garanzia Giovani, anche qualche giorno fa nel corso dell'evento “Best Stage” della Repubblica degli Stagisti lei ha sottolineato che molti hanno voluto subito affossarla, decretandone anzitempo il fallimento. Adesso che è passato oltre un anno, qual è il suo bilancio?La mia osservazione vale in generale: anche il governo adesso potrebbe trarre subito un bilancio sul Jobs Act, dicendo che i numeri sembrano darci ragione. Però io dico: aspettiamo la fine dell'anno. Allo stesso modo, solo adesso su Garanzia Giovani si può fare un primo bilancio, seppur non definitivo, quantomeno più equilibrato. Intanto hai raggiunto 600mila persone che si sono iscritte, intanto ne hai più del 55% che sono state già convocate, hanno fatto il colloquio di orientamento e il patto di servizio; intanto ne hai 115mila che hanno ricevuto una offerta effettiva di una delle misure previste. Non sono certo dati che si potevano avere dopo un paio di mesi. In secondo luogo c'è anche un altro aspetto importante: il 73% delle risorse a disposizione delle Regioni è stato impegnato, il che vuol dire che l'obiettivo di impegnare il 100% delle risorse entro la fine del 2015 è sostanzialmente alla nostra portata. Guardando questi due macrodati, fare un bilancio sommario mi sembra un atteggiamento liquidatorio che non coglie la realtà. Che poi l'avvio sia avvenuto con qualche lentezza, che la convocazione non abbia sempre rispettato il termine dei 4 mesi, che il sistema di messa a punto delle offerte abbia avuto bisogno di una tempistica non velocissima, sono dati di fatto. Però insomma il suo bilancio in itinere è positivo.Sì, sopratutto perché abbiamo mobilitato 600mila giovani: l'obiettivo del programma era innanzitutto non farli rimanere inerti. Abbiamo creato un collegamento tra questi giovani e i centri per l'impiego e le agenzie accreditate. Vedremo poi alla fine se saremo stati capaci di offrire a tutti gli iscritti una delle misure previste. Semmai la problematica sarà che, essendo il costo medio di ogni misura intorno ai 3mila euro, forse le risorse non saranno sufficienti rispetto a tutti quelli che si sono iscritti e che hanno i pre-requisiti per beneficiarne: tanto che il governo italiano ha chiesto all'Unione europea di rifinanziare questo programma e di farlo diventare stabile. La transizione dalla scuola al lavoro, lo scoraggiamento di tanti giovani che abbandonano la scuola, il fenomeno dei Neet non sono una “emergenza”: l'avvicinamento al lavoro e l'occupabilità devono essere un obiettivo di servizio ordinario, non eccezionale. E dobbiamo puntare a formare i giovani su quelle competenze che effettivamente il mercato richiederà nel prossimo futuro: come per esempio stiamo facendo, sempre all'interno di Garanzia Giovani, con il progetto “Crescere in digitale” promosso da Google e Unioncamere. Tremila opportunità per dare ai giovani una formazione specifica nell'ambito delle competenze digitali, che saranno preziose da qui ai prossimi anni e sopratutto spendibili presso le aziende.Una indagine pilota sul grado di soddisfazione dell’utenza della Garanzia Giovani, svolta dall'Isfol a marzo su un campione di 40mila giovani, offre un quadro abbastanza roseo: oltre il 70% dichiara che GG “risponde alle aspettative” e che “dà maggiore opportunità di trovare lavoro in seguito”. Dobbiamo però dire, per onestà, che l'Isfol ha svolto questa indagine scegliendo il campione all'interno del gruppo dei 154mila giovani che nella prima settimana di marzo risultavano già essere presi in carico presso un servizio competente per la GG e avevano già sottoscritto il patto di servizio. In realtà il totale di iscritti a GG a quella data era 441mila (oggi siamo arrivati quasi a 620mila), e probabilmente interpellando anche quelli ancora non presi in carico le risposte sarebbero state diverse.Se si vanno a vedere i report settimanali da marzo – quando è stata iniziata questa indagine – in poi, si vede come i numeri sia dei convocati sia delle offerte proposte abbiano avuto sempre un incremento medio tra il 10% e il 20%. Il che vuol dire che mentre il numero dei giovani che si registrano a Garanzia Giovani si è stabilizzato intorno ai 10-12-15mila alla settimana, le altre due variabili hanno avuto una galoppata. Il sistema si sta mettendo a regime. È chiaro che probabilmente se avessimo ascoltato i giovani che non sono stati convocati magari avremmo avuto risultati meno incoraggianti. Però io credo che se adesso facessimo l'indagine su un campione più largo rispetto a quello composto da coloro che sono già stati convocati e a cui è stata proposta una misura, probabilmente i risultati consoliderebbero i dati fin qui raccolti. Prevedete di dare mandato all'Isfol di ripetere prossimamente questa indagine?L'Isfol ha un compito generale di monitoraggio di tutte le applicazione delle misure, dunque sicuramente più avanti ci sarà una nuova verifica per capire tutto l'andamento del programma, magari prima che si arrivi al termine del 2015, così da poter fare delle riflessioni rispetto alle scelte future. Credo infatti che questo gigantesco esperimento ci debba dare delle indicazioni anche rispetto alla riforma prevista nel decreto legislativo con le politiche attive del lavoro e con la nascita dell'Agenzia del lavoro; suggerimenti importanti su come organizzare i servizi per il lavoro come elemento ordinario nella vita delle persone e nel governo del mercato del lavoro. Non possiamo più pensare che l'elemento preminente per orientarsi, per formarsi, per collocarsi siano le reti social-familiari-amicali. Se ci abbandonassimo a questa tradizione italica vorrebbe dire che non abbiamo capito nulla di cosa questo esperimento così importante di Garanzia Giovani ci può consegnare.L'indagine dell'Isfol evidenzia che la criticità maggiore nella fase di avvio della Garanzia Giovani è stata la difficoltà, da parte dei servizi per l’impiego, di garantire tempi certi ai giovani. Il surplus di lavoro generato dalla GG sui cpi non poteva essere previsto, magari usando parte dei fondi per assumere temporaneamente del personale in più, altamente qualificato, per gestire gli iscritti a GG? I centri per l'impiego peraltro soffrono non solo per la scarsa quantità di personale, ma spesso anche per un deficit di competenze degli addetti.Io in tutti i centri per l'impiego che ho incontrato, girando per l'Italia, ho trovato persone molto motivate, preparate, competenti, quindi non avrei una visione così negativa del personale dei cpi. Si stanno mettendo a punto delle misure, per esempio nel decreto enti locali, che vanno a coprire i costi entro la fine del 2014; poi si vedrà anche come questo complesso di attività sarà articolato tra risorse nazionali e risorse territoriali. In particolare si pensa di usare le risorse del Programma nazionale occupazione, perché una delle finalità principali è proprio quella di sviluppare e consolidare i servizi per l'impiego. Evidentemente questa strada è in qualche modo collegata anche alla tendenza, come già accade in molte Regioni, di utilizzare tutta la rete non solo dei centri per l'impiego ma anche delle agenzie accreditate, sia quelle interinali sia quelle di collocamento e di formazione. Credo che la specificità italiana e una forte possibilità di successo di questo esperimento starà nel far lavorare insieme tutti questi soggetti, pubblici e privati. Pensare che possiamo copiare la Germania secondo me è una illusione; ma neanche possiamo essere simili alla Danimarca, dove praticamente tutti i servizi all'impiego sono dati a soggetti privati accreditati. Noi potremmo avere un sistema misto, una “via italiana ai servizi per il lavoro”, se saremo capaci di organizzare in modo efficace questa rete. Cosa desidera dire ai giovani iscritti a GG che ancora stanno attendendo di essere convocati?Che questa attesa che non sarà né lunga né vana. Poco per volta, nel giro di qualche mese, tutti i giovani che si sono iscritti verranno convocati, e quindi avranno l'opportunità da un lato di prendere consapevolezza sulle loro potenzialità e sulle possibilità di percorso futuro; dall'altro lato di vedersi effettivamente indicata una strada per avvicinarsi a una occupazione vera. Se poi si aggiunge che la Garanzia Giovani si è interrelata con quanto è scritto nel JobsAct, credo che qualche luce – anche se non vicinissima, certo – si stia accendendo. Per esempio, dai dati della Regione Piemonte emerge che nell'ultimo quadrimestre le assunzioni si sono concentrate maggiormente nel segmento giovani. Bisogna comunque mantenere un atteggiamento attivo. Ai ragazzi direi di non rinunciare a cercare e a muoversi, di non scoraggiarsi, anche se qualche volta ne avrebbero le ragioni. Di cercare testardamente il proprio sentiero professionale.Intervista di Eleonora Voltolina

Tirocinanti nelle corti d'appello, ok del ministero alla Regione Campania: ma nessuna stabilizzazione

I tirocini negli uffici giudiziari si sono rivelati negli ultimi anni molto utili per lo smaltimento degli arretrati all’interno dei tribunali. In particolare, ci sono oltre 2mila persone che dal 2010 in quasi in tutta Italia sono state coinvolte in uno speciale programma di stage di questo tipo, che è andato oltre ogni ragionevolezza: proroga dopo proroga, ci sono persone - anche cinquantenni - "tirocinanti" da 4 anni. Si sono autodefiniti "precari della giustizia" e per loro le proroghe sono terminate (sembrava in maniera definitiva) lo scorso 30 aprile. Qualcosa però si è mosso ultimamente in Campania: la Regione ha firmato un protocollo d’intesa con il ministero della Giustizia e le corti di appello di Napoli e Salerno per un nuovo utilizzo di queste persone, sempre in veste di "tirocinanti". La Repubblica degli Stagisti ha cercato di capirne di più intervistando Cosimo Maria Ferri, 44 anni, magistrato, dal 2006 eletto membro del Consiglio superiore della magistratura, poi segretario generale di Magistratura indipendente nel 2011 fino alla nomina nel maggio 2013 a sottosegretario al ministero della Giustizia. Ferri ha sottoscritto insieme a Severino Nappi per la Regione Campania il «Protocollo d’intesa per l’utilizzo di tirocinanti presso gli uffici dei distretti delle corti di appello di Napoli e Salerno nell’ambito del piano regionale “Garanzia giovani in Campania”», ma nell’intervista sembra disconoscere l'argomento chiave del protocollo: i tirocini non sarebbero tirocini, infatti il sottosegretario parla quasi sempre di “lavoratori”. Qual è innanzitutto il numero dei tirocinanti che saranno ammessi nell'ambito di questo protocollo d’intesa?Il numero emerso durante l’incontro mi pare sia stato aumentato, quello finale dovrebbe essere 242.La Garanzia Giovani è un'iniziativa aperta a giovani disoccupati fino a 29 anni: anche in questo caso i tirocini saranno attivati solo per under 30? No, anche per quelli sopra i 30 anni. Riguarda i lavoratori che erano già presso gli uffici giudiziari. La Regione nello stipulare la convenzione ha voluto prevedere non solo la nostra ma anche altre, quindi la platea di quelli coinvolti potrebbe essere allargata. Per noi vale questa convenzione, di cui 140 persone sotto i 30 anni e il restante centinaio sopra. Ma così andrebbe contro il piano Garanzia Giovani che è diretto a una platea più giovane… Al ministero interessa il percorso di questi lavoratori che vengono utilizzati negli uffici giudiziari. Il requisito dell’età deve essere stabilito dalla Regione nel bando, che dovrà utilizzare correttamente i fondi. Abbiamo fatto la convenzione per cercare di consentire a tutte le persone che erano negli uffici giudiziari di continuare un percorso formativo. Quindi il fattore età è una cosa che deve ancora essere stabilita?Deve deciderlo la Regione, non è oggetto della convenzione. Oggetto dell’intesa è il protocollo che abbiamo stipulato rafforzando la volontà anche degli uffici giudiziari di far continuare un percorso formativo che contenga anche un inserimento graduale nel mondo del lavoro. Per noi va bene che questi lavoratori vadano negli uffici giudiziari e li autorizziamo. Poi i criteri di selezione e chi ha diritto deve stabilirlo la Regione, perché i soldi sono i loro. È chiaro che auspichiamo che tutti quelli che hanno iniziato questo percorso formativo lo continuino. Questo nuovo tirocinio non rischia di creare nuove false aspettative di assunzione? A me piace non illudere le persone ed essere molto chiaro. Oggi non penso si possa pensare a una stabilizzazione, nemmeno giuridicamente. Quindi illudere lavoratori e famiglie che possa esserci non è corretto. Quello che posso dire è che il ministero ha a cuore la situazione. So personalmente, perché ho svolto per tanti anni l’ufficio di magistrato, che negli uffici giudiziari la presenza di questi lavoratori è molto efficace, corretta, professionale e che dobbiamo ringraziarli. Quello che possiamo offrire, anche giuridicamente, sono questi progetti di lavoro, di formazione, perciò siamo andati avanti con delle proroghe. Nessuno, tantomeno io, ha mai parlato di stabilizzazione.  Come ministero avete firmato questo protocollo con la regione Campania: ci saranno tirocini attivati allo stesso modo anche in altre Regioni? Auspichiamo che questo modello, che ha comunque degli aspetti positivi, possa essere stipulato anche in altre Regioni. Se andiamo a vedere come questi tirocinanti si sono inseriti nel mondo degli uffici giudiziari, è stato attraverso bandi provinciali o regionali. Perciò credo che questo percorso vada condiviso con le altre Regioni. Il  ministero del Lavoro ha espressamente vietato con una circolare del 3 aprile i tirocini attivati attraverso la Garanzia Giovani negli enti pubblici. Come si pongono questi nuovi tirocini in confronto a questo divieto?Innanzitutto questo non è un tirocinio. Giustamente lei dice che c’è una norma, e anche giornalisticamente voi li chiamate tirocini, ma qui non è un problema di tirocinio. Loro sono entrati come stagisti, ma poi il tirocinio deve avere un inizio e una fine, anche giuridicamente. Quindi condivido la circolare del ministero del Lavoro. È un problema giuridico e non si può parlare di tirocinio. Non ho usato quest’espressione. È un progetto che comunque vuole coinvolgere questi soggetti che avevano fatto un percorso con il ministero della Giustizia. Siamo in una fase successiva al tirocinio. Ha detto che sarà poi la Regione Campania a stabilire le regole sull'utilizzo dei fondi della Garanzia Giovani. Ma poiché il programma funziona con un rimborso a consuntivo, se poi l’Unione europea dovesse rifiutare di rimborsare questi tirocini perché in contrasto con le sue linee guida, chi li pagherà? Dal punto di vista economico e della gestione del fondo è tutto rimesso alla Regione Campania che avrà fatto le sue valutazioni. Il ministero non entra in nessun modo. Noi dobbiamo autorizzare perché loro entrano nei nostri uffici. Nel frattempo si è inserita la Regione, come possono farle altre, che ha deciso di offrire questa situazione e ci ha chiesto l’autorizzazione. L’abbiamo data con dei protocolli: diciamo che per noi va bene che questi soggetti continuino il rapporto però poi la gestione dei fondi, la retribuzione e il titolo per accedere, a tutto risponde la Regione Campania.  Ci sono altri progetti al momento in fase di studio? Grazie a questo governo e al ministro della Giustizia, oggi siamo ente intermedio e quindi possiamo beneficiare dei fondi comunitari. E infatti stiamo lavorando per vedere se possiamo iniziare un percorso anche con i fondi sociali europei. Nel protocollo d’intesa si legge che le Corti di appello hanno aderito al progetto con «la finalità di non disperdere le conoscenze acquisite e porre parziale rimedio alle criticità funzionali degli uffici, dovute anche a una situazione di grave carenza di personale»… Questo è un problema serio che va affrontato. Non è un caso che nei dodici punti della riforma della giustizia per la prima volta questo governo ha parlato del problema di gestione del personale amministrativo, che è una criticità che va assolutamente risolta. Forse è la priorità delle priorità. Oggi c’è più bisogno di cancellieri e personale amministrativo che di magistrati. Arrivo a dire questo. Perché il personale amministrativo è il cuore dei problemi.Quali sono i punti da affrontare?Sono tre: dobbiamo motivare e riqualificare il personale amministrativo che è negli uffici giudiziari. Abbiamo un personale enorme che è il dipartimento dell’organizzazione giudiziaria che è l’unico dipartimento che non ha riqualificato il proprio personale. Farlo vuol dire valorizzare, riconoscere ai dipendenti una gratificazione. Il secondo punto, invece, è il problema dei vuoti di organico. Ogni giorno mi chiamano i presidenti dei tribunali e mi dicono: ci manca il personale. Abbiamo attivato due bandi interni di mobilità e un bando esterno per le province da cui prenderemo 1038 persone. Secondo me dovremmo ribadire una norma, fatta già nella finanziaria del 2007, per consentire agli uffici giudiziari di chiedere in comando i dipendenti delle altre amministrazioni. Abbiamo un sovrannumero di personale dalle province superiore ai mille che già transiteranno. L’unico modo è fare un bando di mobilità con altre amministrazioni. E il terzo punto? È il problema dei tirocinanti della giustizia. Finora siamo andati avanti con proroghe e progetti formativi e anche su quello occorre trovare delle risposte. È certamente il problema più delicato e difficile da risolvere. Ma non ci siamo fermati. Sono temi su cui stiamo lavorando e che mi stanno molto a cuore. Poi vogliamo creare l’ufficio del processo, in cui il ministero crede e su cui stiamo lavorando. Vogliamo investire risorse in questo ufficio del processo: ciò significa anche trovare delle soluzioni per quanto riguarda il personale, e iniziare a pensare a una selezione per alcuni di questi tirocinanti. È chiaro che dobbiamo dare delle risposte. Sono il primo a riconoscere che se andiamo insieme a Napoli Nord o a Nola ci dicono che c’è il problema del personale: è la priorità delle priorità e stiamo cercando di risolverla. Quali saranno i tempi per la realizzazione dell’ufficio del processo?Sulla carta già esiste: dobbiamo concretizzarlo. Non mi piace dare delle date che poi magari non vengono rispettate. Stiamo provando a migliorare la qualità e stiamo andando veloci. A ciò si aggiunge anche l’entrata in vigore del processo civile telematico: una rivoluzione non solo organizzativa e tecnologica ma anche culturale, che presuppone la formazione e il coinvolgimento di tutti. Intervista di Marianna Lepore

Politiche giovanili in Europa, Silvia Costa: «Mi impegno a dare seguito alle proposte dei giovani italiani»

Il dibattito che lo scorso 6 maggio ha chiuso a Bruxelles la Settimana europea della gioventù, come denunciato proprio qui sulle pagine della Repubblica degli Stagisti,  non è stato all’altezza delle aspettative. In particolare i rappresentanti degli Ideas Lab - proposte dei giovani su vari temi, tra cui lavoro e imprenditorialità - sono stati avvisati all'ultimo momento di un cambio di programma, e inoltre hanno avuto solamente 7 minuti a disposizione, in tutta la giornata, per poter esporre ai politici le idee emerse dai loro focus group. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto chiarimenti sull’accaduto a Silvia Costa, parlamentare europeo e presidente della Commissione Cultura e istruzione, che avrebbe dovuto partecipare al dibattito del 6 maggio, ma ha dovuto dare forfait - «Sono dovuta tornare di corsa in Italia per problemi famigliari» - ed è stata sostituita da Krystyna Łybacka, «un’altra componente della Commissione esperta del tema». La Costa conosce l’argomento perché in seguito, l’8 maggio, ha partecipato a Roma al confronto con i giovani sugli Ideas Lab organizzato dall’Agenzia nazionale per i giovani.Cosa ne pensa dei due progetti  ideati dai ragazzi italiani, «3L - Living Lab to Learn» e «JOY: Job Opportunities 4 #Youth»?Queste idee non solo sono serie, ma sono coerenti con il lavoro della Commissione che presiedo. Stiamo infatti preparando un rapporto di indirizzo da inviare al Parlamento sul rafforzamento dell’alternanza scuola-lavoro: vogliamo che durante gli studi i giovani abbiano maggiori possibilità di fare esperienza in ambiti professionali per ottenere competenze chiave trasversali, come l’auto-imprenditorialità e la capacità di lavorare in gruppo. Bisogna consentire a tutte le scuole di costruire più collaborazioni con il mondo esterno, per dare vita a un’«alleanza della conoscenza». In Commissione abbiamo già discusso di questo circa tre mesi fa, confrontando i vari modelli esistenti nei Paesi europei: è emerso che dove si riesce a integrare attività di studio e pratica lavorativa, c’è minore  disoccupazione giovanile e maggiore capacità di offire competenze trasversali ai ragazzi. Germania, Austria e in parte la Francia e la Repubblica Ceca sono i Paesi con le esperienze più interessanti al riguardo. Al momento l’Italia su questo tema non si posiziona bene, ma devo dire che con la riforma della «buona scuola» il nostro Paese si è incamminato sulla strada giusta. Quando sarà pronto il rapporto della sua Commissione?Vorremmo farlo votare al Parlamento entro luglio. Con questo studio vogliamo suggerire alla Commissione europea e agli Stati membri, prendendo ad esempio i modelli positivi già esistenti, le linee guida per rafforzare la capacità dei sistemi educativi di formare i giovani sia attraverso lo studio, sia attraverso le esperienze di lavoro. Inoltre il 10 giugno ci sarà a Bruxelles un’altra iniziativa importante riguardo le politiche giovanili. Verrà presentata l’Erasmus students and alumni association, che tra i membri ha la fondazione «garagErasmus», un progetto nato a Pisa per mettere in rete tutti i laureati che hanno fatto l’Erasmus. Adesso l’obiettivo è allargare l’idea e costruire una banca dati che raccolga tutti i soggetti, anche le associazioni e le istituzioni, coinvolte nelle esperienze di mobilità in Europa per studio o lavoro. Sono contenta che la Commissione europea abbia deciso di appoggiare questa iniziativa.Tornando agli Ideas Lab, l’evento del 6 maggio non ha rispettato le aspettative: nel panel debate non si è discusso di lavoro. Si è ipotizzato che la Commissione europea abbia voluto dare un altro taglio politico al confronto con i giovani: è così?Le istituzioni stanno cercando di dedicare più attenzione alle tematiche giovanili, ma secondo me non c’è ancora uno sforzo sufficiente. Mi spiace sapere che i ragazzi sono rimasti un po' delusi. Ho già chiesto un report sul panel debate, me lo devono consegnare. Non credo che la Commissione europea non abbia voluto affrontare la questione dal punto di vista politico, forse c’è stato un errore nell’organizzazione: se era di lavoro che si voleva discutere, bisognava invitare il commissario al Lavoro. Credo che invece, probabilmente, ci sia stato imbarazzo da parte del commissario all’Educazione e cultura, Tibor Navracsics, a parlare di impegni che non è lui a dover prendere in questo momento. Pensiamo alle dieci priorità del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: non c’è una parola su educazione e cultura. Allora il mio timore è che su questi temi si dedichi un’attenzione di basso profilo. Spero non sia così, perché se continueremo a considerare lavoro ed educazione come due aspetti separati, non andremo da nessuna parte. La Commissione europea deve avere un approccio più orizzontale nell’affrontare le politiche giovanili. Bisogna però aggiungere che adesso si sta discutendo di un piano di investimenti europeo, per il quale l’Italia tramite la Cassa depositi e prestiti ha già messo 8 miliardi di euro, che tra l’altro prevede azioni per combattere la disoccupazione e in particolare quella giovanile.I rappresentanti degli Ideas Lab sono stati avvisati del cambiamento di programma via email, pochi giorni prima dell’evento, scoprendo che si sarebbe parlato di intolleranza e antidiscriminazione.Quel che è accaduto mi stupisce molto, mi sembra strano e cercherò di capire cosa sia successo. Bisogna dire che dopo i fatti di Parigi [la strage nella redazione di Charlie Hebdo, ndr], ad aprile si è tenuto un Consiglio dei ministri straordinario sul tema dell’educazione alla convivenza pacifica, al superamento degli estremismi, e quindi si era chiesto alla Commissione di organizzare iniziative su questi temi.Ma allora forse i ragazzi non sarebbero dovuti essere informati prima che i risultati dei loro laboratori su lavoro e imprenditorialità non sarebbero stati discussi? Può rassicurare i giovani degli Ideas Lab italiani sul fatto che le loro idee saranno prese in considerazione?È vero, bisognava impostare il confronto in altro modo, da subito. La mia Commissione non era tra gli organizzatori del dibattito, ma mi informerò sull’accaduto. Assolutamente io terrò conto delle idee dei ragazzi. D’altronde sul dialogo strutturato ci sono stati miglioramenti nell’ultimo anno. E per il prossimo autunno  vorrei organizzare a livello europeo un incontro con le associazioni giovanili e le agenzie nazionali per fare una verifica di come stanno andando nei vari Paesi i progetti che abbiamo lanciato, come ad esempio la Garanzia Giovani. I ragazzi stiano tranquilli. A Roma ho visto la serietà con cui hanno posto i temi, quindi è nostro dovere rispondere alle loro questioni e io mi sento impegnata a farlo. Certo rimane il rischio che, non essendo le politiche giovanili tra le priorità di Juncker, esse vengano lasciate in secondo piano.intervista di Daniele Ferro@danieleferro

«In bici senza sella», un film manifesto della vita da precari

«Abbiamo preso tante sberle in questi anni, ma credo ci abbiano rafforzato. Siamo tanti, non ci arrendiamo e nonostante tutto abbiamo ancora voglia di ridere e di far ridere». Alessandro Giuggioli è romano, ha 33 anni ed è produttore e attore «precarissimo», come sottolinea, di «In bici senza sella». Non si tratta di una web serie, ma di un vero e proprio film per episodi, ideato due anni fa e destinato al cinema. Il curioso titolo nasce dalle parole di un ciclista durante le ultime Olimpiadi: arrivato al traguardo senza la sella della bicicletta, affermò in un’intervista che correre senza sella è «un po’ come stare in Italia». Strano scherzo del destino perché proprio Alessandro il giorno prima aveva paragonato la condizione dei precari alla corsa di un ciclista su una bici senza sella. Profetico. Tanta, forse troppa fatica, ma non solo: la corsa sfinisce perché «quando sei in bici senza sella devi stare sui pedali e spingere fintanto che c’è la salita e non puoi sederti neanche per un attimo sapendo di non avere un appoggio, come ben sanno i giovani italiani che probabilmente non vedranno la pensione», spiega alla Repubblica degli Stagisti Luca Di Martino, quarantenne palermitano, tra gli sceneggiatori del film.  Allo stesso tempo il cammino non scoraggia, ma lascia sempre la voglia di andare avanti, di crederci malgrado le difficoltà. Ed è per questo che il film non è un’autocommiserazione dei precari, ma una rappresentazione della realtà dove sorriso e ironia trovano però sempre spazio. Un filone per la verità già inaugurato da altri film di registi emergenti, su tutti il celebre «Smetto quando voglio», uscito lo scorso anno con un grande successo di pubblico. Rappresentazione che è prima di tutto il ritratto della vita «reale» dei protagonisti di questo progetto: un gruppo di circa 25 persone, di cui 9 registi e 12 autori con precedenti esperienze nel cinema e nel teatro e di età compresa tra i 30 e i 40 anni, «quelli cresciuti tra gli anni ’80 e ’90, quando la crisi ancora non si vedeva all’orizzonte, pieni di fiducia nel futuro», ricorda Giuggioli. Protagonisti del film non sono naturalmente solo i precari del cinema, ma anche quelli di tanti altri settori lavorativi. Requisito fondamentale per la partecipazione «è che tutti fossero guidati dalla stessa voglia e rabbia che provavo io. E soprattutto che fossero disposti a fare di tutto. Io ho fatto anche i panini e il runner per questo film, i registi a volte si sono occupati persino di riconsegnare un furgone e questo è solo un esempio. Ne potrei fare a decine».Il progetto a oggi ha visto la realizzazione di tre episodi di durata variabile tra i 10 e i 15 minuti, su un totale di otto, per finanziare i quali è stata aperta una raccolta di crowdfunding sul sito Indiegogo. In poco  più di un mese sono stati accumulati oltre 11mila euro, versati da circa 110 contributors, a fronte di un obiettivo minimo di 90mila euro. «Il progetto è stato accolto benissimo, solo il trailer ha ottenuto più di 8mila visualizzazioni in tre settimane. Non abbiamo un ufficio stampa perché non possiamo permettercelo e i giornali ci stanno chiamando, più di così cosa si può desiderare?», commenta il produttore. La scelta di puntare sul crowdfunding «è un escamotage molto onesto perché non c’è una commissione statale che decide cosa e chi finanziare. In questo modo il pubblico, letta l’idea e il prospetto, può decidere in prima persona se aderire o no. C’è molta curiosità nei confronti del film e del finanziamento, vedremo come finirà. Comunque è già un successo poter interloquire direttamente con la gente su un tuo progetto», aggiunge Di Martino. Gli ostacoli legati a questo tipo di scelta però non mancano: «Il crowdfunding in Italia non è molto conosciuto e devo ammettere che anche la difficoltà di effettuare la donazione attraverso PayPal non ci facilita», aggiunge Giuggioli. Obiettivo è puntare sulla quantità dei donatori attraverso piccole donazioni, «anche solo due euro, il prezzo di un caffè e di un cornetto», conclude. Fondamentale, sia per il produttore che per lo sceneggiatore, è riuscire a far gruppo. Creando un bacino d’utenza sempre più ampio e vicino al progetto e provando a dare vita a un vero e proprio «film manifesto», come lo definisce Giuggioli, identificativo di una massa consistente di cittadini - e potenziali spettatori: «Per noi è importantissimo ascoltare chiunque. È il momento di mettersi insieme, in una società che sta diventando sempre più individualista e chiusa in se dobbiamo tornare a guardarci in faccia, a riconoscerci». Solo facendo squadra si può provare insomma a farsi sentire: «Se potessi consigliare una ricetta credo che In bici senza sella sarebbe emblematico: ognuno ha messo qualcosa della sua opera, affidandosi ad altri affinché qualcosa di tangibile prendesse vita» chiude Di Martino: «I protagonismi, il tirare a fregarsi tipico della mentalità italiana sono davvero uno scoglio insormontabile per il nostro paese». Chiara Del Priore

Cento assunti in otto anni, è lo Young Talent Program di Tetra Pak

Ci sono aziende in Italia che investono sulle risorse umane, e che assumono. In tempi di crisi i media danno di solito più spazio alle storie - ugualmente importanti, è chiaro - di fallimenti, licenziamenti, vertenze. Ma è importante anche raccontare quel che va bene, per dare un benchmark e offrire ai giovani la possibilità di conoscere le buone opportunità che il mercato del lavoro italiano è in grado di offrire. Oggi la Repubblica degli Stagisti vuole raccontare un programma specifico di assunzioni realizzato da Tetra Pak, multinazionale di matrice svedese che in Italia ha la sua sede in Emilia Romagna - e che peraltro fa parte dell'RdS network ottenendo fin dal 2010, anno dopo anno, il nostro riconoscimento Bollino OK Stage. Il programma di recruiting si chiama Young Talent Program e dal 2007 ad oggi ha portato all'inserimento di un centinaio di neolaureati. A coordinarlo è Giulia Manzini, in Tetra Pak da venticinque anni - dapprima nell'area Ricerca e sviluppo, poi in quella delle Risorse Umane in particolare nell'ambito People Development, dove ha ricoperto anche il ruolo di responsabile della formazione aziendale per le sedi italiane del gruppo. Oggi nella sua attività di "Young Talent Program Manager" agisce non solo sulle due sedi centrali a Lund in Svezia e a Modena in Italia, ma anche su tutti gli altri Paesi dove Tetra Pak è presente.In cosa consiste lo Young Talent Program?Si tratta di un programma formativo della durata di due anni, che dà l’opportunità a giovani neolaureati di iniziare il proprio percorso di sviluppo professionale e personale all'interno di una realtà multinazionale. Abbiamo iniziato il programma nel 2007, quando ancora poche erano le aziende che offrivano questo tipo di percorso. Tutti i ragazzi e le ragazze inseriti nel programma contribuiscono fin da subito, con il proprio talento e le proprie capacità, allo sviluppo e alla crescita della nostra azienda. Una peculiarità della nostra realtà  aziendale è l’importanza che diamo alle persone e al contributo che possono dare a prescindere dalla loro età. Il programma YT inizia con l’inserimento dei ragazzi nella posizione scelta in fase di candidatura, nell’area di business aziendale che fungerà da punto di riferimento per il loro piano di sviluppo individuale. Un tutor li segue nel loro percorso di crescita professionale. Il programma è caratterizzato da diverse job rotation di durata variabile - tra i 2 e i 5 mesi - presso alcuni dei 170 paesi in cui siamo presenti. In questo modo gli YT Trainees hanno l'opportunità di costruire una visione d'insieme dell'azienda e di sviluppare un network internazionale di persone, nonché di accelerare il loro percorso di carriera. A chi si rivolge il vostro Young Talent Program?Quando si parla di candidati, è difficile riuscire a creare un identikit perché apprezziamo il valore della diversità di ciascuna persona. Tuttavia nel candidato ideale valutiamo la conoscenza della lingua inglese, la voglia di lavorare in un contesto internazionale e multiculturale, il lavorare in team, la curiosità e la voglia di imparare anche al di fuori della propria area di competenza dovendosi interfacciare coi diversi ambiti della ricerca e sviluppo. I nostri candidati ideali sono ottimisti e perseveranti di fronte alle difficoltà, sono proattivi e sanno prendersi la responsabilità delle scelte fatte all’interno della loro area di competenza. Hanno il giusto livello di umiltà che li avvantaggia nel confronto con gli altri. Per il 2015 come si struttura lo YTP? Nel 2015 prevediamo di inserire 12 figure professionali sia in ambito Ricerca e sviluppo che Management. Le aree geografiche coinvolte saranno Svezia, Italia, Europa Centrale e Sud-Est Asiatico. Tutti i trainees faranno comunque riferimento alle due sedi di Tetra Pak in Svezia e in Italia. Perché per questo YTP avete scelto di "saltare" la fase "preventiva" dello stage?Il programma Young Talent è un investimento sulle persone: è per questo che abbiamo scelto la forma contrattuale dell’apprendistato, un contratto a tempo indeterminato che ben rappresenta l’impegno aziendale verso I nostri YT Trainees. La nostra intenzione infatti è quella di arricchire le persone con le competenze tecniche e trasversali che ci permetteranno di rispondere prontamente alle esigenze attuali e future del mercato. Per noi l’azienda sono le persone che ne fanno parte. Per il momento non ci sono altre forme contrattuali, anche tra le più recenti, che secondo noi possano sostituire l’apprendistato, ribadendo il concetto che si tratta già di una tipologia di contratto a tempo indeterminato e che noi lo intendiamo per tale. Siamo comunque pronti a valutare alternative se e quando disponibili. Come mai la scelta di pubblicare degli annunci interamente in inglese per pubblicizzare questo YTP?La scelta è data dal fatto che trattandosi di una realtà aziendale di orientamento internazionale, tutti i nostri dipendenti devono essere in grado di parlare fluentemente la lingua inglese per poter lavorare con colleghi provenienti da ogni parte del mondo. Il nostro lavoro prevede spostamenti internazionali frequenti sia durate il programma che dopo.Siete soddisfatti della preparazione universitaria dei candidati italiani? In generale sì. In particolar  modo siamo molto ben colpiti da alcuni atenei che riescono ad allineare le competenze degli studenti alle reali necessità aziendali attraverso programmi di internazionalizzazione - corsi di laurea in lingua inglese, programmi di scambio internazionale, collaborazioni con università estere. Tutto questo permette agli studenti di sviluppare alcune abilità necessarie per lavorare in un contesto strutturato come quello di una multinazionale. Siamo convinti del beneficio di una collaborazione attiva tra università e imprese attraverso un canale diretto tra docenti e professionisti per riuscire a dare continuitá tra teoria e pratica. Ospitiamo o collaboriamo spesso con studenti che ci aiutano nella ricerca. Quest’anno poi siamo stati presenti in una decina di atenei - tra cui le università di Lecce, Bergamo, Trento, il Politecnico di Bari... - per farci conoscere ed avvicinarci maggiormente ai professori e agli studenti. Durante le visite abbiamo cercato di dare un’idea il più reale possibile della nostra azienda attraverso immagini e racconti del quotidiano. Abbiamo inoltre portato con noi professionisti e trainees del programma YT che hanno testimoniato la loro vita professionale in Tetra Pak.  L’esperienza è stata entusiasmante e ci ha dato una carica di energia. L’entusiasmo degli studenti ci ha incoraggiato parecchio anche se in alcuni casi, soprattutto al Sud, abbiamo notato che a volte i ragazzi non comprendono appieno l’importanza degli incontri con le aziende organizzati presso le università e quindi la partecipazione non e’ stata quella che ci aspettavamo.Un bilancio degli anni passati?Uno degli obiettivi principali di Tetra Pak è la qualitá e questo si manifesta anche nei programmi e attività rivolte alle persone che vi lavorano. Il programma YT è ritagliato su misura sulle persone, i trainees. L’investimento non e’ solo monetario ma anche di risorse dedicate a seguire la crescita professionale dei ragazzi a partire dal tutor, un Program Manager dedicato, fino a tutti i professionisti che ospitano i trainees nelle loro organizzazioni con l’impegno di inserirli nelle attivitá di business. Finora sono stati inseriti circa un centinaio di giovani, di cui piu’ di un terzo donne. I nostri YT Trainee provengono dai principali atenei italiani come l’università di Bologna, Modena-Reggio Emilia, i Politecnici di Bari, Torino e Milano, l’università Federico II di Napoli. Di coloro che hanno terminato il programma, il 60% ha già raggiunto una posizione manageriale o specialistica o la raggiungerá entro i prossimi cinque anni. Durante il programma gli YT Trainees sono basati principalmente nelle due sedi centrali di Tetra Pak a Lund in Svezia e a Modena in Italia. Di questi il 10% proviene da altre geografie quali la Cina, la Thailandia, il Pakistan.