Categoria: Editoriali

Post referendum e centri per l'impiego, come affrontare l'emergenza

Il quadro post-refendum pone il tema delle politiche attive del lavoro e servizi pubblici del lavoro: un enigma. Vediamo le poche cose certe:  le coperture previste in finanziaria dovrebbero garantire gli stipendi degli attuali dipendenti dei centri per l'impiego e un piano di rafforzamento di 1000 unità a tempo determinato (provenienti probabilmente dagli esuberi di altri settori della Pubblica amministrazione, come i vigili del fuoco).Rimane confermata la concorrenza in tema di politiche attive del lavoro tra Stato e Regione, ovvero la presenza in Italia di venti modelli diversi tra accreditamento e progetti di politiche del lavoro. Questo fatto entra direttamente in conflitto, un domani, con la generalizzazione dell’assegno di ricollocazione, mentre è opinione di chi scrive che non ci dovrebbero essere problemi con la sua sperimentazione, dato che si tratta di un numero contenuto di destinatari .Il vero problema sono le Province, troppo dissestate economicamente per tornare ad essere titolari della delega sul lavoro; inoltre, in assenza della definizione di Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) da realizzare su tutto il territorio nazionale, esse non possono neppure rivendicare la garanzie economiche per garantire tali prestazioni.A questo punto bisogna essere pragmatici: cosa fare data la situazione appena descritta? È probabile che una pianificazione di medio periodo inevitabilmente si fonderà su un ruolo centrale delle Regioni, non solo per supplire alle carenze economiche delle Province, ma soprattutto come anello di congiunzione con l'Anpal.Proprio il fatto che rimanga la concorrenza tra Stato e Regioni nel realizzare le politiche del lavoro significa che il “potere” decisionale di Anpal sarà piuttosto limitato e affidato ad una sorta di “geometria variabile”: in certi casi assumerà un ruolo chiave per il riassetto regionale dei centri per l’impiego e dell’erogazione delle politiche, mentre in altri sarà quasi assente. In ogni caso  dovrà essere concordato con le Regioni un eventuale accordo “quadro”.  Inoltre, è certo che l’esito negativo del referendum rende ancora più  difficile l’attuazione del decreto legislativo 150/2015: si rischiano numerosi ricorsi e lo stallo su molte questioni, a partire dalla mobilità di parte dei dipendenti Isfol.Bene, queste sono le buone notizie; passiamo a quelle cattive. Lo stato attuale dei Centri per l’impiego non è pessimo: è terrificante. D'altronde si tratta di strutture completamente abbandonate a se stesse, mai sostenute negli ultimi vent’anni (da qualsiasi governo di qualsiasi colore politico) dove, soprattutto per complicità e influenza dei sindacati, si è sempre preferito destinare le risorse a sussidi e anticipi di pensione piuttosto che a programmi di ricollocazione.I dipendenti attuali hanno una consolidata esperienza, ma spesso non adeguata competenza perché rispetto al passato servono nozioni tecniche di analisi dei dati, di psicologia, di analisi comparativa di modelli internazionali ed una elevata padronanza della lingua inglese. Non ne faccio una colpa agli attuali dipendenti – ad eccezione dell’esercito di lottizzati LSU della Sicilia – perché al momento di essere assunti erano assegnati a compiti completamente diversi da quelli attuali e in questi anni non si è mai speso un centesimo per garantirne un adeguato aggiornamento professionale.Tornando all’accreditamento e al ruolo delle Regioni nella programmazione, qui il rischio di avere un’eccessiva burocratizzazione è evidente, senza la possibilità di una “cabina” di regia potrebbe produrre una vera e propria anarchia – come si è in parte visto con il programma Garanzia Giovani, dove molte regioni non sono state in grado di gestire la programmazione nazionale.La soluzione più plausibile per evitare errori del passato e sbloccare una situazione che rischia uno stallo a tempo indeterminato dunque non può che essere quella di un modello a “geometrie variabili” adattato ai singoli contesti territoriali. Chi scrive non è a favore di un modello di questo tipo, però è necessario essere pragmatici e valutare effettivamente quello che si può fare nei prossimi mesi, con le risorse e gli spazi normativi messi a  disposizione.Francesco Giubileo**esperto di servizi per l'impiego e consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana

Referendum, un voto che cambia anche il mondo del lavoro

Se ne parla davvero troppo poco, ma per i giovani che andranno a votare domenica 4 dicembre sul quesito referendario costituzionale uno dei temi cruciali che dovrebbe pesare nella scelta – ben più delle ideologie di partito, che finiscono per inquinare e distrarre dagli argomenti di merito – è il contenuto delle modifiche che la riforma apporta alle competenze in tema di lavoro.In effetti, per ciascuno di noi nell'infinito dibattito c'è un doppio livello di coinvolgimento e di opinione.  Il primo livello è quello sui temi più grandi e notiziabili, su cui ognuno ha un'idea di massima, una posizione. È giusto o sbagliato diminuire il numero dei parlamentari? È giusto o sbagliato superare la forma di bicameralismo “paritario” evitando che la stessa legge debba essere approvata da ciascuno dei due rami del Parlamento? È giusto o sbagliato intervenire sulle modalità di partecipazione dei cittadini alla produzione legislativa, modificando le regole del quorum per i referendum?Poi c'è un secondo livello che definirei più “pratico”, in cui si analizzano i costi/benefici rispetto ad alcuni argomenti particolarmente importanti per la vita quotidiana di ciascuno, in modo da fare una più che legittima valutazione sulle proprie priorità e i propri interessi.Per me per esempio, che dirigo una testata che si occupa di occupazione giovanile e mercato del lavoro, questo livello riguarda il caos che si è creato, negli ultimi 15 anni, con la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni a livello costituzionale.Per capire di cosa parliamo: circa mezzo milione di persone, prevalentemente – ma non solo – giovani, fanno stage ogni anno in Italia. Lo stage è diventato il principale anello di congiunzione tra formazione e lavoro, e – a torto o a ragione – anche il maggior strumento di politiche attive del lavoro.Dunque da una parte abbiamo mezzo milione di persone che hanno bisogno di uno strumento – lo stage – normato in maniera chiara, semplice, che possibilmente garantisca un trattamento equo allo stagista ed eviti abusi e sfruttamento.Dall'altra abbiamo la Costituzione attuale. Che dice che, pur essendo le norme generali sull'istruzione e la previdenza sociale competenze esclusiva dello Stato, non lo sono le politiche attive sul lavoro e la formazione professionale.Risultato. Negli ultimi anni, grazie anche a una particolare sentenza della Corte costituzionale, si sono consolidate 21 normative diverse sugli stage. 21 normative diverse: e parliamo solo di quelle per i percorsi extracurriculari. Un tirocinante di Milano ha diritti e doveri diversi da un tirocinante di Torino, di Roma, di Palermo. Cambia la durata massima dello stage. Cambia la possibilità o non possibilità di farlo in aziende prive di dipendenti. Cambia la cifra minima dell'indennità mensile, in alcune Regioni questo minimo è 300, in altre arriva a 600. Non sono inezie, sono aspetti fondamentali.Ventuno leggi diverse sullo stesso argomento: non è delirante?Questo frastagliamento del quadro normativo e delle strategie di politiche attive del lavoro ha creato dei mostri, complicando e rallentando anche programmi di respiro europeo come Garanzia Giovani.Questo merita una riflessione aggiuntiva. Garanzia Giovani era ed è un progetto europeo, finanziato con fondi europei, comunicato a livello europeo e poi implementato da ciascuno Stato a suo modo. Noi – ça va sans dire – abbiamo avuto una ventina di implementazioni della Garanzia Giovani, con differenze abissali tra Regione e Regione. Così abbiamo avuto giovani fruitori di serie A, di serie B e perfino di serie C (basti pensare agli under 30 calabresi, che hanno visto attivarsi la GG nella loro Regione solo l'anno scorso). La “regia” avrebbe dovuto essere affidata al ministero del Lavoro, ma che regia forte può esistere di fronte a interlocutori che rivendicano ciascuno la propria inappellabile competenza esclusiva in materia di politiche attive e formazione?Per non parlare dell'istituto “diabolico”, della competenza legislativa concorrente, secondo cui su alcuni temi il legislatore statale fissa – dovrebbe fissare – i principi generali di una certa materia, e ciascuna Regione detta – dovrebbe dettare – la disciplina organica della medesima materia, nel rispetto dei principi generali fissati dalla legge nazionale.Tra le materie devolute al regime di competenza concorrente nell'ultima riforma del titolo V, nel 2001, c’è anche la “tutela e sicurezza del lavoro”. Cosa voglia dire la definizione, non lo si sa esattamente. Le molte incertezze interpretative suscitate da queste parole hanno prodotto volumi di carta, indirizzati alla Corte costituzionale, che si è a più riprese pronunciata asserendo che la competenza in materia di “tutela e sicurezza del lavoro” voglia dire che le regioni siano titolate a regolare il mercato del lavoro: l’incontro tra domanda e offerta, i servizi per l’impiego, le politiche attive del lavoro – con la programmazione e il coordinamento di iniziative volte ad incrementare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, gli incentivi alle assunzioni di soggetti appartenenti a fasce deboli o svantaggiate, i sostegni alla nuova imprenditoria giovanile e femminile, i lavori socialmente utili, le politiche per l’inserimento al lavoro di soggetti disabili o svantaggiati, i tirocini formativi e di orientamento.Su tutti questi temi, 21 bocche diverse che possono dire la loro. 21 orientamenti differenti. 21 organizzazioni diverse dei servizi offerti ai cittadini. 21 regolamentazioni.La nuova formulazione dell'articolo 117 della Costituzione prevede che «previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull'istruzione e formazione professionale» siano di nuovo di competenza statale.Dal punto di vista del mio lavoro quotidiano, della tutela dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, del monitoraggio dell'occupazione giovanile, questo è senz'altro un ottimo motivo per votare sì. E sono del parere che dovrebbe esserlo anche per i molti giovani che con grandissima difficoltà tentano di trovare il loro posto nel mercato del lavoro italiano.* l'articolo prende spunto dall'intervento di Eleonora Voltolina all'evento “Riformisti, milaneSì e di sinistra - Incontro sulle ragioni del Sì al Referendum Costituzionale del 4 dicembre” che ha avuto luogo a Milano, al Teatro dal Verme, domenica 27 novembre

“Venite in Italia, gli ingegneri costano meno”: davvero vogliamo attirare investimenti così?

Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di imprese straniere che aprano in Italia, creando posti di lavoro? Certamente sì.Per attirare queste imprese in Italia dobbiamo giocarci tutte le carte, evidenziando il più possibile i vantaggi che il nostro sistema Paese può offrire e sperando che riescano a controbilanciare tutti gli aspetti negativi che solitamente vengono associati all'Italia – dal costo dell'energia all'inefficienza della pubblica amministrazione (con annessa impenetrabilità della burocrazia), dalla lentezza della giustizia all'incertezza del diritto? Giusto, dobbiamo giocarci tutte le carte.O forse no. Non proprio tutte.Magari, ecco, cercare di convincere le aziende straniere a venire ad insediarsi da noi magnificando il basso costo dei nostri cervelli, anche no. Citare tra i vantaggi competitivi il fatto che un laureato costi un quarto in meno rispetto ad altri Paesi europei, anche no. Sottolineare che i nostri salari sono bassissimi, anche per le persone con alto grado di scolarizzazione… Ehi, davvero vogliamo puntare su questo?Davvero vogliamo proporre il nostro come un Paese da terzo mondo, rincorrendo un modello di competitività indiano invece che puntare a modelli europei?Perché é quello che appare in una brochure distribuita pochi giorni fa, all'evento di presentazione del piano nazionale Industria 4.0. Il presidente del consiglio Matteo Renzi sul palco a snocciolare i progetti per rilanciare l'economia, e in cartella stampa questa brochure dal titolo “Invest in Italy”, sottotitolo “The right place, the right time for an extraordinary opportunity”. Si elencano le riforme “pro business” del mercato del lavoro, gli incentivi agli investimenti, i distretti industriali, il capitale umano e il talento…Ecco, appunto: il capitale umano e il talento. «L'Italia offre un livello di retribuzione competitivo, che cresce meno che nel resto d'Europa, e una forza lavoro altamente qualificata». Insomma la brochure – peraltro, fatta bene nel complesso: chiara, esaustiva e ben impaginata, si vede che non ci ha messo le mani il ministero della Salute... – presenta come un dato positivo il fatto che in Italia abbiamo stipendi bassi. «Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800». Con tanto di grafici (v. a lato).Anche perché c'è un vero e proprio paradosso: un governo che presenta all'estero come “vantaggio” un dato che all'interno, per i cittadini, é un dramma – e tra le prime cause della nuova emigrazione. Che i lavoratori italiani siano pagati troppo poco è un dato politicamente negativo, che chi governa deve impegnarsi a mutare attuando politiche che abbiano come obiettivo quello di dare a tutti, specialmente a chi ha un'alta formazione, opportunità di impiego più eque e dignitose dal punto di vista della retribuzione. Dato questo presupposto, “vendere” i bassi salari come fattore competitivo dell'Italia è ben poco sensato, se contemporaneamente si dovrebbe lavorare per farli salire!Qualcuno dirà: per portare a casa il risultato non si deve andare troppo per il sottile. Se qualche azienda, allettata anche dalla possibilità di poter pagare poco i dipendenti, sceglierà di stabilirsi in Italia, noi ci avremo guadagnato posti di lavoro – tanti disoccupati, pure gli ingegneri, avranno contratti e stipendi, e pazienza se sono più bassi che nel resto d'Europa e crescono pure di meno. Dunque tutti contenti.Io capisco questa visione “utilitaristica”. Giuro, comprendo il ragionamento. Ma il costo del lavoro non è un fattore di competitività! Se così fosse, la Svizzera sarebbe ultima nel panorama mondiale – invece è ai primi posti. La battaglia sul costo del lavoro non è solo una battaglia ingiusta, è sopratutto una battaglia persa: un ingegnere indiano costa e continuerà a lungo a costare un decimo di uno italiano. Non è quello il punto.La riforma del lavoro che sosteniamo serve a permettere alle aziende di fronteggiare con maggiori strumenti le variazioni ormai vertiginose del mercato, per permettere loro di fare investimenti che un domani non le affondino, per aiutarle a rischiare di più in innovazione.Il costo del lavoro non è e non potrà mai essere un nostro asset, perché attrae aziende che non investono in innovazione.Lavoriamo invece tutti insieme per valorizzare l'università e la ricerca, riformare la fiscalità in modo che sia chiara e semplice, lavoriamo sui costi dell'energia e sulle infrastrutture, prevediamo incentivi intelligenti rivolti alle aziende straniere che scelgano di stabilirsi da noi. Questa è la chiave per convincerle a venire in Italia.Che il fine giustifichi i mezzi non mi è, francamente, mai andato giù. Ora arriviamo al punto di fare brochure dicendo “Venite in Italia, i nostri ingegneri sono bravissimi e costano poco”: perdonatemi, ma siamo proprio fuori strada. Eleonora Voltolina

Garanzia Giovani, se oltre mezzo miliardo di euro non cambia di una virgola la percentuale di assunzione post stage

Uno dei modi per capire se la Garanzia Giovani è efficace o no è andare a vedere quanto i tirocini siano stati utili per l'inserimento lavorativo. Gli stage sono infatti in Italia lo strumento principe di questa iniziativa: secondo il recente rapporto dell'Isfol, tra le misure messe a disposizione, circa il 70% dei giovani iscritti ha beneficiato proprio di quella. E infatti a causa della Garanzia Giovani il numero dei tirocinanti extracurriculari è aumentato tra il 2014 e il 2015 di quasi il 60%. La percentuale di assunzione post stage è però rimasta invariata: il risultato 2015, aiutato dagli incentivi, è identico a quella rilevato nel 2014, quando essi non erano ancora attivi. La differenza sta in centinaia di milioni di euro investiti – soldi pubblici, europei e nostrani – per coprire (in tutto o in parte) le indennità a favore degli stagisti, e poi per premiare le aziende che hanno assunto. Si sperava che assumessero di più: invece hanno assunto uguale a prima, ma intascando molti soldi. In particolare, dall'ultimo Rapporto del ministero del lavoro sulle Comunicazioni obbligatorie emerge che nel 2015 gli stage extracurriculari sono aumentati in un solo anno del +53,5%. La notizia più incredibile è che in Sicilia si è registrato un +714,7%: in questa regione il numero degli stage è dunque letteralmente esploso con Garanzia Giovani. Ma una impennata si è verificata anche in in altre Regioni, prevalentemente del sud e centro Italia: Basilicata (+164,7%), Campania (+110,6%), Calabria (+92,1%), Umbria (+87,4%), Lazio (+79,3%), Molise (+75,8%), Abruzzo (+75,0%).A questo punto la domanda è: quanti di questi tirocini extracurriculari si trasformano in lavoro? Certamente quasi nessuno nella pubblica amministrazione: ma in generale, invece?La risposta è: un quarto. Nel 2015, su 348mila stage extracurriculari, «il numero dei rapporti di lavoro attivati a seguito di una precedente esperienza di tirocinio è stato pari a 92mila» – cioè una media del 26,4%. Non si tratta, di per sé, di una percentuale irrilevante: vuol dire appunto che uno stagista su quattro viene assunto, anche se dentro questo dato ci sono sia i contratti di lavoro intermittente di un giorno (“a chiamata”) sia i contratti a tempo indeterminato. Il ministero del Lavoro ha fornito però alla Repubblica degli Stagisti importanti dettagli in più: circa il 40% di queste assunzioni – dunque poco meno di 37mila – è stato realizzato attraverso contratti a tempo indeterminato, e la quota di contratti precari (collaborazioni o altre tipologie) è tutto sommato molto ridotta, poco più del 3%.  Questa percentuale di assunzione post stage però esisteva già, anche prima di Garanzia Giovani. La domanda è: è aumentata grazie a questo programma, parallelamente al decollo del numero dei tirocini attivati? La risposta, come anticipato, è no. Infatti l'anno precedente (2014), sui 227mila stage extracurriculari attivati, per 60mila c'era stata assunzione. La media fa 26,4%. È quasi impressionante che sia assolutamente identica da un anno all'altro, considerando che nel 2014 non erano ancora stati attivati, di fatto, gli incentivi economici alle assunzioni di stagisti – una delle "chiavi di successo" della Garanzia Giovani.Certo, è possibile che i giovani che hanno visto attivare il loro stage nella seconda metà del 2015 possano aver ricevuto la proposta di assunzione nei primi mesi del 2016, uscendo dal raggio di monitoraggio del Rapporto sulle comunicazioni obbligatorie 2015. C'è ovviamente da sperarlo, ma questo si potrà sapere solo con rilevazioni successive.  Del resto è inevitabile che, ogni anno, chi fa stage a cavallo tra un anno e l'altro sfugga alle rilevazioni che si basano sui dati dal 1° gennaio al 31 dicembre di uno stesso anno: dunque anche la rilevazione 2014 ha con tutta probabilità lasciato fuori degli stagisti 2014 assunti poi nel 2015. Perciò questo aspetto è irrilevante, in quanto il confronto con i dati del rapporto dell'anno precedente è omogeneo.«Destinare i fondi della Youth Guarantee per un maxi-reclutamento di stagisti pagati dallo Stato non servirà a niente. Le aziende non li assumeranno, dopo. I giovani si ritroveranno, dopo 6 mesi, nella maggior parte dei casi ancora disoccupati: e lo Stato ci avrà perso centinaia di milioni di euro». Nell'ottobre del 2013, quasi tre anni fa, scrivevo su queste pagine un articolo diretto all'allora ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, che stava avviando le pratiche per attivare Garanzia Giovani e aveva appena lanciato un appello alle aziende italiane: di fare un gesto di "responsabilità sociale" nei confronti del Paese attivando 100mila stage. Ricordavo al ministro che l'Italia aveva già mezzo milione di stagisti all'anno (metà curriculari e metà extracurriculari), e che concretamente lo stage aveva dimostrato di essere tutto tranne che un canale privilegiato per l'accesso al lavoro. Se la percentuale di assunzione post stage fosse aumentata grazie al programma Garanzia Giovani, anche solo limitatamente ai tirocini extracurriculari, le mie profezie sarebbero state smentite dai fatti. Quanto vorrei aver avuto torto!Invece si può calcolare che sia stato finora speso oltre mezzo miliardo di euro per "regalare"  170mila stagisti alle aziende e purtroppo anche agli enti pubblici italiani (in quanto l'indennità di 500 euro al mese, quantomeno nella prima fase di attuazione del programma, è stata quasi in tutte le Regioni pagata interamente dal programma Garanzia Giovani, senza co-finanziamento da parte dei soggetti ospitanti: e 3mila euro per 170mila stagisti fa 510 milioni), più qualche altro centinaio di milioni per i bonus all'assunzione, variabili da 1.500 a 6mila euro a seconda del grado di occupabilità del giovane. Un dispendio enorme di risorse, per un risultato tutto sommato modesto.Un innegabile effetto positivo è però che circa 120mila giovani italiani hanno avuto una opportunità in più di fare uno stage extracurriculare, che probabilmente non avrebbero avuto se Garanzia Giovani non fosse esistita. Dunque, pur restando ferma la percentuale, in valori assoluti nel 2015 si sono realizzate 32mila assunzioni post stage in più rispetto al 2014, con una incidenza maggiore di contratti post stage a tempo indeterminato. Resta aperta la discussione: un tale dispendio di risorse non avrebbe dovuto avere come obiettivo anche quello di aumentare la propensione all'assunzione post stage?Eleonora Voltolina

Elezioni comunali alle porte, andate a votare ed esprimete la preferenza: ecco perché è così importante

Andate a votare. Scegliete accuratamente chi votare. È il mio consiglio a tutti, e in special modo ai giovani. Alle elezioni comunali si può esprimere la preferenza, cioè votare una persona. Anzi due: una donna e un uomo. Sprecare questa occasione, votando genericamente un partito o una lista, è un po' come votare a metà. Le persone, anche nella stessa lista, non sono "tutte uguali": questa banalizzazione uccide la buona politica, cancella chi di fatto si dedica anima e corpo alla propria missione per la collettività.Io vivo a Milano da oltre un decennio: ho vissuto pienamente il corso di due amministrazioni, e sono assolutamente certa che la Milano degli ultimi 5 anni sia stata migliore di quella di prima. Più innovativa, più inclusiva, più attenta ai deboli, più internazionale, più efficiente, non corrotta. Da cittadina milanese voterò convintamente il candidato sindaco Beppe Sala, che ho sostenuto fin dalle primarie, perchè prosegua e implementi il lavoro avviato da Giuliano Pisapia. Non voglio che si torni indietro, tantomeno con un candidato di centrodestra, Parisi, che se eletto sarebbe un burattino nelle mani di Salvini... Aiuto. La mia preferenza - preziosa quanto quella di ciascuno di voi - andrà a Cristina Tajani, assessore al lavoro uscente, candidata nella lista "Beppe Sala Sindaco": una giovane donna che ha guidato un assessorato con molte deleghe, e lo ha fatto in maniera brillante, ascoltando le varie anime della città, attivando partnership, facendo partire progetti sperimentali interessanti sui temi dell'innovazione, delle start-up, dei coworking, e molto altro. Se non avete ancora deciso chi votare, se non avete le idee chiare, mi sento di dire: su Cristina Tajani metterei la mano sul fuoco.  Anche nella lista di candidati del Partito Democratico ci sono tante persone che conosco valide e intelligenti, che mi auguro di vedere in consiglio comunale a fine giugno. In particolare Filippo Barberis, consigliere comunale uscente, molto attivo sopratutto sui temi del lavoro e della cultura, capace di portare avanti anche il fondamentale processo di "empowerment" della città metropolitana, affinché non resti solo sulla carta ma diventi una forza per la "grande Milano". Ma non posso non nominare Daniele Nahum, un grande amico, indispensabile sui temi dell'integrazione e, da esponente della comunità ebraica, del dialogo interreligioso.A Milano corrono anche i Radicali. Come ho già avuto modo di dire, mi è molto spiaciuto che abbiano deciso di non sostenere fin dal principio Beppe Sala; e voglio ragionevolmente credere che in caso di ballottaggio si schiereranno al suo fianco. Ma non posso non nominarli perché tra i candidati c'è una delle persone più integre e oneste che conosca. Per cui, se avete già deciso di votare radicale, anche qui non fatelo genericamente: usate la vostra preferenza, e datela a Valerio Federico.A favore dell'importanza di esprimere la propria preferenza dico solo una cosa: chi non la esprime deve essere consapevole che così facendo favorisce, di fatto, gli insiders. Chi è più incline a votare i giovani e gli outsiders, infatti, di solito ha poca dimestichezza con i meccanismi del potere e gli equilibri della rappresentanza, e quindi spesso dimentica il fattore fondamentale della preferenza. Al contrario, chi ha i capelli bianchi ha imparato in decenni di elezioni a portare avanti il proprio candidato. Dunque chi vota senza dare la sua preferenza non fa altro che avvantaggiare i soliti noti, che torneranno in consiglio comunale ancora una volta, forti delle proprie reti amicali e delle truppe cammellate che li votano. Per cambiare, per dare una spinta anche al ricambio generazionale, per portare in consiglio comunale e si spera anche in giunta - come assessori - persone innovative, è dunque indispensabile che anche i giovani esprimano la propria preferenza!Eleonora Voltolina

«Il Jobs Act è davvero una riforma di sinistra», il commento di Francesco Giubileo

Sul fatto che la riforma del governo Renzi sia o meno di sinistra si sono scritti chilometri di pagine: spesso  studi preliminari che poco hanno a che vedere con valutazioni empiriche  (per esempio quelli dell'Ocse e della Banca D’Italia) o “colorite” storie personali che in certi casi non hanno nulla a che vedere con il Jobs Act, vedi la situazione dell’ abuso dei voucher lavoro, oggi regolamentati con la tracciabilità digitale da decreto legge.Iniziamo con il rispondere a coloro che vedono nel Jobs Act un aumento della precarietà, dettato dal fatto che è stata introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Su questo sottolineo un tipico problema che spesso accompagna i critici: ovvero dimenticare da dove si è partiti. Così descriveva il mercato del lavoro nel 2013 il Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie 2014, quando ancora il primo ministro era  Enrico Letta: sinteticamente si può evidenziare come nell’anno 2013 emerga l’associazione “incertezza economica” e “tipologia contrattuale”, con un ruolo preminente dei rapporti di lavoro a termine ed un mancato risvolto reale degli interventi normativi per facilitare l’istaurarsi del rapporto a tempo indeterminato.  Insomma gli stessi tecnici dell’allora ministro Giovannini – ancora prima che un serio dibattito sull’articolo 18 prendesse piedi (si parlava soprattutto della proposta di Boeri e Garibaldi) – sottolineavano come, analogamente a quanto avveniva negli anni precedenti, i nuovi rapporti nel mercato del lavoro fossero caratterizzati da “precariato dirompente”.Ad eccezione delle modifiche del Decreto Poletti sul contratto a tempo determinato – giurisprudenza comunitaria permettendo – il governo Renzi ha cercato in tutti i suoi interventi di favorire la stabilità dei rapporti di lavoro, a partire dalla sostanziale eliminazione del contratto a progetto, strumento normativo che era già stato parzialmente migliorato dalla Riforma Fornero ma che restava oggetto di abusi, mascherando spesso veri e propri rapporti di lavoro subordinati. Il problema è sempre stata la verifica dell’attuazione delle regole.A ciò aggiungo che ad accompagnare il Jobs Act c’è anche la riforma del codice degli appalti, la quale si spera permetta il “concreto” rispetto della “clausola sociale” – anche in questo caso il problema è sempre stata la verifica dell’attuazione delle regole – riducendo il rischio dei classici “furbetti” che vincevano al massimo ribasso a danno delle retribuzione e del lavoro delle persone coinvolte in questi appalti.Tornando al Jobs Act, il tema centrale non è tanto quello di aver o meno creato più lavoro, cosa che empiricamente – ovvero un’associazione causale tra norma e incremento occupazionale – non è mai stata dimostrata da nessuno studio, dimenticando però il probabile effetto prodotto da centinaia (se non migliaia) di ulteriori variabili socio-economiche come export, spesa pubblica, mercato finanziario, e così via.Piuttosto la vera domanda centrale è se la riforma abbia favorito o meno la stabilizzazione dei lavoratori precari, certo anche per effetto del combinato disposto (ovvero la combinazione con gli esoneri contributivi); d'altronde il “mix” aveva proprio questo obiettivo e la tabella seguente non lascia dubbi. Sì, c’è stata una maggiore stabilizzazione dei lavoratori. Qualcuno obietterà che gli incentivi potevano essere più selettivi, ma proprio il caso “fallimentare” degli incentivi proposti dal governo Letta dovrebbe farci riflettere. Se si fossero messi dei paletti,  a parte il rischio di un possibile effetto sostituzione, probabilmente avremmo ottenuto un risultato nettamente inferiore.Resto convinto che l’affermazione di Renzi che il Jobs Act è una riforma di sinistra sia assolutamente condivisibile: coloro che criticano la legge dovrebbero ricordarsi del livello di precariato presente nel 2013 , un livello insostenibile, dove la stabilizzazione si poteva considerare più come un “premio alla lotteria” piuttosto che la conferma delle proprie capacità mostrate.Riforma o no, vorrei spronare l’esercito dei giovani disoccupati: più di una “garanzia del lavoro”, dovrebbero fare proprio il principio “ti trovi o ti crei un lavoro”, utilizzando appieno la mobilità all'estero che non va vista come fuga dei cervelli, ma piuttosto come possibilità di diventare cittadini del mondo e che, non dimentichiamolo, è aperta a profili professionali medio-bassi. A chi pensa di avere notevoli competenze, e almeno un minimo di esperienza, suggerisco invece di considerare la via dell’auto-impiego. Francesco Giubileo**esperto di servizi per l'impiego e consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana

A cinquant'anni non è giusto essere stagisti, per almeno cinque ragioni

Uno stage a 40 anni, magari anche a 50. Perché si è perso il lavoro e ci si deve riqualificare. Per non restare a ciondolare per casa con le mani in mano. Perché in assenza di stipendio anche un minimo di indennità mensile fa comodo. Perché piuttosto che niente, meglio piuttosto: e molto spesso l'unica proposta avanzata dai centri per l'impiego come politica attiva è proprio quella di un tirocinio.Sono spiegazioni sensate. Eppure, no: uno stage a 40 anni, o addirittura a 50, anche no. A meno di situazioni molto particolari – che possono per esempio coinvolgere persone adulte con fragilità psichiche, o con dipendenze da alcol o altre sostanze, o ancora rimesse in libertà dopo aver scontato una pena in  carcere – lo dice il buon senso: a cinquant'anni non è giusto essere stagisti. Va bene, Robert De Niro ci ha fatto un film e certo, siccome è De Niro, la cosa lì risultava perfino divertente. Ma in realtà non lo è: per almeno cinque ragioni.La prima è che il tirocinio è uno strumento pensato per addestrare al lavoro giovani senza esperienza. Persone che non solo non hanno conoscenze professionali specifiche, ma hanno anche bisogno di imparare le “competenze trasversali” necessarie per stare nel mondo del lavoro: imparare a gestire la puntualità e le tempistiche, i rapporti con colleghi e superiori. Tutte cose che chi ha 40-50 anni sa già grazie alle precedenti esperienze lavorative.Seconda ragione, lo stage non è un contratto di lavoro: le somme mensili attribuite agli stagisti sono delle “indennità”, da non confondere mai con una retribuzione. Invece le persone adulte, ancor più dei giovani, hanno bisogno di un lavoro vero e di uno stipendio vero. Inoltre non solo il tirocinio (che sia “formativo e di orientamento“” o “di inserimento / reinserimento lavorativo”, è indifferente) non è di per sé un contratto di lavoro, ma la sua efficacia e la percentuale media di successivo inserimento lavorativo è scarsissima. Solo 13 stage su 100 si trasformano in assunzione. E squi irrompe il terzo punto: se già stagisti 40-50enni in imprese private hanno scarsa probabilità di essere assunti, le probabilità precipitano a zero in caso vengano piazzati in enti pubblici. Il caso dei “precari della giustizia”, oltre 2mila disoccupati adulti inseriti negli anni scorsi in tirocinio nei tribunali e negli uffici giudiziari – più per tappare i buchi di organico, a ben guardare, che per ricevere una formazione utile per trovare lavoro... – è un chiaro esempio di quanto usare lo strumento dello stage nella pubblica amministrazione sia rischioso, e finisca per generare frustrazione e far perdere tempo prezioso agli stagisti attempati (fornendo di solito, peraltro, competenze specifiche difficilmente spendibili altrove).Quarta ragione, gli stage non danno luogo a contribuzione. Lo stage cioè non prevede che vengano pagati i contributi: ciò vuol dire che se un 40-50enne viene coinvolto in un periodo di stage, nella sua posizione previdenziale si creerà un buco contributivo, che sarà poi un problema quando la persona andrà in pensione.Il quinto e ultimo punto è psicologico. Essere inquadrati come stagisti quando si hanno 40 o 50 anni, e si è magari padri e madri di famiglia, può risultare umiliante. Ancor di più se magari si hanno figli che fanno a loro volta uno stage. Nessuno dice che un adulto non possa aver bisogno di formazione - anzi, viviamo in un'epoca in cui progresso e innovazioni tecnologiche rendono indispensabile la formazione continua, intesa come aggiornamento professionale periodico. Nei casi più radicali è vero anche che si può aver bisogno di una riconversione professionale: per esempio se si viene licenziati da un'impresa che operava in un settore in declino, che non offre la prospettiva di poter trovare lavoro in un'azienda simile. Un minatore che perde il lavoro, per esempio, dovrà per forza imparare un altro mestiere, perché non troverà nuove miniere disposte ad assumerlo. Ma per questo esistono i corsi di formazione. Lo stage, limitiamolo ai giovani.Eleonora Voltolina

Centri per l'impiego, «Per una riforma davvero efficace servono tanti soldi»: l'analisi di Francesco Giubileo

I servizi pubblici per l’impiego e le politiche attive del lavoro sono radicalmente modificati dal dlgs 150/2015, meglio noto come Jobs Act. L’aver introdotto una norma nazionale in una materia che stando ad una sentenza della Corte Costituzionale è di competenza concorrente delle Regione (in attesa delle modifiche del Titolo V e del successivo esito referendario) significa produrre un complesso intreccio tra regolamenti nazionali e regionali. Tale complessità si è trasformata, dopo un acceso confronto tra Stato e Regioni, in una fase di transizione dove le competenze restano a livello regione per un periodo di almeno due anni, nel quale si spera di attuare quanto previsto dalla riforma. Ma cosa prevede la riforma? Un percorso di attivazione dei disoccupati, sintetizzata nello schema qui sotto (l'immagine rappresenta il percorso “idealtipico” previsto nel Jobs Act), dove giocano un ruolo strategico il sistema informativo del lavoro e i Centri per l’impiego.Sotto diversi punti vista quanto definito dalla riforma dei servizi pubblici per l’impiego è senza dubbio rivoluzionario, ma  constatato il fallimento della Garanzia Giovani - a meno che si consideri la semplice presa in carico un successo - impone perlomeno di porsi non pochi dubbi sull’effettiva attuazione di questo percorso. Vediamo in dettaglio le criticità.Le criticità della riforma sul Portale Unico e i centri per l’impiego ed eventuali soluzioni. Il Jobs Act attribuisce al sistema informativo del lavoro un ruolo chiave nelle politiche del lavoro, nel quale andranno ad integrarsi: gli attuali sistemi regionali, le fonti amministrative di diversa natura, e soprattutto dove tutti i disoccupati si registreranno - nel cosiddetto Portale Unico - per accedere ad una serie di servizi, ad esempio il profiling e la determinazione dell’offerta di lavoro congrua. A questo si aggiunge una serie di funzionalità strategiche in tema di servizi alle imprese come l’azione di marketing territoriale attraverso l’analisi delle Comunicazioni obbligatorie.Attività certamente condivisibili, peccato che al momento quasi nulla di questo è attualmente realizzato dal portale ClickLavoro - in parte solo il profiling, oggetto tra l’altro di ampie critiche - e pertanto sorgono notevoli dubbi sui tempi necessari per realizzare il nuovo portale. In particolare, non si comprende perché  non utilizzare piattaforme oggi già disponibili in grado da realizzare, con poche modifiche, quanto previsto dalla Riforma, in modo da essere operativi in un paio di mesi (si veda il Dynamic Labour Market Analyzer). Il secondo problema è la sostenibilità economica dei cpi. In tal senso non è ancora certa la cifra esatta destinata a questa spesa; si è appena raggiunto un accordo di massima tra Stato e Regioni, a spanne servono non meno di 400 milioni all’anno per far andare avanti la “macchina”. In realtà, il rischio è che buona parte di questi servizi sia finanziata con fondi comunitari, camuffando le attuali mansioni in “servizi” in modo da poter utilizzare quelle fonti. Il problema è che utilizzando tali risorse, il sistema nel suo complesso mancherebbe totalmente di progettualità di lungo periodo, perché è vincolato da bandi temporanei più interessati alla rendicontazione economica che dell’effettiva efficacia delle politiche del lavoro.Anche in questo caso, non è chiaro perché non si sia sviluppato una sorta di Sportello unico del lavoro mettendo insieme gli sportelli territoriale dell’Inps, i Cpi e le Camere di Commercio: attraverso una ristrutturazione e riorganizzazione si sarebbe ottenuta una struttura capillare sul territorio totalmente in mano all’Inps che ne avrebbe garantito la corretta copertura economica. Un progetto analogo a quanto realizzato in Gran Bretagna, dove i cpi (Jobcentre Plus) svolgono un ruolo fondamentale nell’erogare tutte le politiche del lavoro - e soprattutto a differenza del caso italiano, la condizionalità è garantita da un programma molto più articolato e scandito da tempi e servizi proporzionali alla difficoltà di ricollocazione del disoccupato (nell'immagine qui sotto, il Pacchetto integrato di politica del lavoro in Gran Bretagna; la fonte è il Department for Work and Pensions)Infatti il rischio se compariamo il modello Italia con quello della Gran Bretagna è che questa riforma nasca già vecchia. Ad esempio, nell’attuazione della condizionalità verrà utilizzato il Voucher di ricollocazione, ma sempre dall’esperienza anglosassone si evince come l’efficacia di uno strumento analogo, il Job Entry Target (European Commission 2012 - Performance management in Public Employment Services, Brussels), sia stata piuttosto modesta: si collocavano soprattutto i più bravi e in prevalenza in contesti economici favorevoli. Verso i disoccupati più difficili da collocare sarebbe invece opportuno costruire meccanismi più complessi, come il Work Programme, un modello di lungo periodo focalizzato sulla sinergia tra pubblico e privato.Il vero problema per attuare un programma del genere sta nel fatto che nel Regno Unito i dipendenti dei cpi sono 70mila e si spendono per questi servizi più di 5 miliardi di euro all’anno. Tra gli obiettivi di  Matteo Renzi, alle primarie del Partito Democratico, c’era quello di rendere efficaci i cpi italiani come gli analoghi uffici svedesi: ma ora per mantenere la promessa servono soldi, tanti soldi.Francesco Giubileo** Francesco Giubileo, dottore di ricerca in Sociologia, è stato di recente nominato nel consiglio di amministrazione di AFOL Metropolitana, l'Agenzia per la formazione, l'orientamento e il lavoro di Milano. È stato consulente sul tema delle politiche attive del lavoro per la Regione Lombardia e la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, docente a contratto alla Statale di Milano ed è autore di numerose pubblicazioni focalizzate su welfare, politiche occupazionali, efficientamento dei servizi per l'impiego e sinergia tra servizi pubblici e servizi privati.L'immagine di anteprima è tratta dall'intervista che la giornalista Rosanna Santonocito, responsabile della sezione Lavoro del sito del Sole 24 Ore, ha realizzato qualche tempo fa a Francesco Giubileo proprio sul tema della riforma dei servizi per l'impiego.

500 giovani per la cultura, sono stagisti o no? Il ministero della Cultura va in confusione

I tirocini al ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo non sono tirocini. O almeno questo vorrebbero sostenere dal suddetto ministero. Il "caso" è quello dei 500 tirocini messi a bando due anni fa, i "500 giovani per la cultura" passati dalle mani del ministro Bray a quelle del ministro Franceschini.Quei 500 tirocini, banditi tra le polemiche, attivati tra mille ritardi e attualmente in corso, secondo il direttore generale Caterina Bon Valsassina non sarebbero (più) tirocini: «il programma "500 giovani per la cultura" non rientra nelle casistiche indicate […] in quanto non si tratta di forma di lavoro né di tirocinio di formazione e orientamento» si legge infatti nero su bianco in una circolare emessa pochi giorni fa, il 15 ottobre, dalla Direzione generale Educazione e ricerca del Mibact.E allora come dovrebbero essere chiamati questi 500 "giovani" (tra molte virgolette, dato che alcuni hanno superato i trent'anni)? Se non sono lavoratori e non sono stagisti, cosa diavolo sono? Il ministero non lo specifica, limitandosi ad affermare nella circolare 62/2015 che si tratterebbe invece «di un programma formativo straordinario che non è equiparabile ad alcuna forma di lavoro dipendente e per il quale non è previsto un contratto bensì la sottoscrizione di un progetto». Il Mibact non dovrebbe ignorare il fatto che i tirocini rispondono proprio a questa descrizione: non sono lavoro dipendente, non vengono attivati tramite contratto, bensì attraverso la sottoscrizione di un progetto formativo (e una convezione).In effetti, come noi sulla Repubblica degli Stagisti avevamo notato immediatamente, riferendosi ai "500 giovani per la cultura" il Mibact aveva fatto ben attenzione a usare sempre la perifrasi «percorsi formativi»: in tutto il bando, pubblicato a dicembre 2013, non si trovava infatti mai scritta la parola stage, o tirocinio, e noi avevamo infatti rilevato che era come se come se si volesse accuratamente evitare di chiamare le cose con il loro nome.   Ma nel nostro ordinamento non ci si può inventare di sana pianta «un programma formativo straordinario» pretendendo che non sia «equiparabile ad alcuna forma di lavoro» e collocandolo in un limbo privo di nome e di quadro normativo: perché questo vorrebbe dire collocarlo al di fuori del perimetro del diritto del lavoro, cosa ovviamente impossibile. E infatti anche il ministero dei Beni culturali, pur non nominando mai la parola «stage» o «tirocinio», alla fine del bando (datato dicembre 2013), facendo il dovuto «rinvio alla normativa vigente», aveva dovuto ammettere come tutto il programma formativo spiegato fino a quel punto si appoggiasse sulla «normativa vigente in materia di tirocinio formativo e di orientamento». Lo stesso ministro dell'epoca - Massimo Bray - aveva parlato apertamente di tirocini sul suo sito web in un post intitolato proprio Perché 500 giovani per la cultura. «Abbiamo la possibilità di impegnare 2,5 milioni di euro in formazione» spiegava Bray, dopo aver messo in chiaro l'impossibilità di procedere con assunzioni malgrado la carenza di personale: «Con il decreto “Valore Cultura” abbiamo pensato di dedicarli a 500 giovani, per offrire a neolaureati l’opportunità di una specializzazione che li portasse dentro il patrimonio culturale».  E rispondendo alle critiche rispetto all'esiguità della indennità, specificava come essa fosse «quella prevista per i tirocini» e che dunque non ci fosse «nessuna volontà di sfruttare il lavoro dei giovani laureati bensì di offrire loro un’opportunità unica di formazione», aggiungendo anche che «i posti di tirocinio» non sarebbero stati a Roma bensì «distribuiti su tutto il territorio italiano, in modo da non obbligare nessuno che non possa permetterselo ad andare fuori sede».Dunque che senso ha emettere, a due anni di distanza, una circolare in cui il Mibact - smentendo sé stesso - sostiene che «non si tratta di forma di lavoro né di tirocinio di formazione e orientamento»? Il tema è rilevante; basti pensare che all'interno delle Linee guida sui tirocini extracurriculari concordate in sede di Conferenza Stato-Regioni all'inizio del 2013 è chiaramente specificato che esse «rappresentano standard minimi di riferimento anche per quanto riguarda gli interventi e le misure aventi medesimi obiettivi e struttura dei tirocini, anche se diversamente denominate». Messaggio molto chiaro: evitate di fare i furbi, cambiando semplicemente nome agli stage nel tentativo di sfuggire alle prescrizioni. La Repubblica degli Stagisti da sempre ritiene, coerentemente con questo punto, che si debba in ogni contesto fugare ogni dubbio sulla impossibilità di inventare nuovi nomi per attività simili ai tirocini.Non esistono, quando si parla di formazione e lavoro, «programmi formativi straordinari» o altre diciture che permettano di esulare dalla normativa vigente. Se una persona entra in un ufficio, tutte le mattine, svolgendo delle mansioni, deve essere inquadrata con precisione. Può essere un lavoratore: un dipendente subordinato oppure un collaboratore autonomo (un cococo, un cocopro, un consulente a partita Iva...). Oppure può essere uno stagista, cioè una persona che svolge un periodo di "training on the job", e allora si fa riferimento alla normativa sui tirocini (a proposito, ministero dell'Istruzione, a quando l'emanazione di una nuova legge su quelli curriculari? Siamo in vacatio legis da ormai tre anni!). Tertium non datur, con buona pace del ministero dei Beni Culturali. Anche perché, quale potrebbe essere il motivo per non qualificare correttamente uno stage? Per non uniformarsi ai dettami della normativa? Per erogare un rimborso spese inferiore ai minimi obbligatori? Per far durare i percorsi formativi più a lungo del consentito? Perché? La Repubblica degli Stagisti spera vivamente che corra ai ripari, annullando quella circolare e sostituendola con una più conforme non solo al bando cui fa riferimento, ma anche e sopratutto al diritto del lavoro italiano.Eleonora Voltolina

Nuovo Mae-Crui, i tirocini del ministero degli Esteri: una vittoria ancora incompleta

Lo voglio dire: la notizia del nuovo bando per gli stage al ministero degli Esteri mi ha emozionato. Chi ci segue da più tempo ricorderà che la battaglia della Repubblica degli Stagisti sui Mae-Crui è iniziata tanti anni fa. Già nel 2010 cominciammo a pressare il Mae affinché introducesse una indennità a favore degli stagisti: ci pareva allucinante che centinaia di giovani ogni anno facessero stage alla Farnesina ma anche nelle ambasciate, nei consolati e negli istituti di cultura in giro per il mondo senza ricevere neanche un euro. Il Mae-Crui diventava sotto questo punto di vista un impegno economico non indifferente - l'alloggio, il vitto, il viaggio a volte molto costoso, per chi era destinato ad alcuni Paesi addirittura l'assicurazione sanitaria - e di conseguenza era precluso a tutti i giovani che non avessero alle spalle una famiglia abbiente, in grado di pagare qualche migliaia di euro per permettere al pargolo lo stage all'ambasciata a NY o al consolato a Delhi.Siamo stati poi i primi e praticamente gli unici a seguire l'evolversi, quasi kafkiano, della sospensione dei Mae-Crui nel 2012, a seguito delle novità sugli stage contenute nella riforma Fornero e poi delle linee guida concordate in Conferenza Stato-Regioni in materia di tirocini. Abbiamo dato voce ai 555 giovani che si erano candidati all'ultimo bando, bloccato senza una vera ragione e poi fortunatamente sbloccato in extremis; e poi abbiamo lavorato incessantemente per convincere il Ministero degli Esteri a far ripartire il programma, per tornare a offrire questa opportunità di formazione ai giovani, trovando però i fondi per garantire finalmente un dignitoso rimborso spese.Oggi i Mae-Crui sono tornati. E prevedono una indennità. Per me è una piccola grande vittoria della Repubblica degli Stagisti, ottenuta - è giusto e anzi indispensabile attribuire chiaramente il merito della riuscita di questa operazione - grazie alla attenzione che a questo tema ha dimostrato nell'ultimo anno la giovane parlamentare democratica Lia Quartapelle. I giovani possono d'ora in poi tornare a candidarsi per queste opportunità, per la prima volta contando su un sostegno economico.Si tratta di 400 euro al mese. Sono pochi, lo so. Noi suggerivamo che fosse molto di più. Pensiamo che l'emolumento "giusto" sarebbe dovuto essere di almeno 500 euro al mese per i tirocini in Europa, e di almeno 1000 euro per i tirocini extraeuropei. Abbiamo martellato il Ministero degli Esteri, spulciato i bilanci, lanciato appelli a tutti i ministri che si sono in questi anni avvicendati - Franco Frattini, Emma Bonino, Federica Mogherini. Non siamo riusciti a portare a casa il risultato. Sarebbero serviti tra i 3 e i 4 milioni di euro, ci sembrava un risultato raggiungibile su un bilancio complessivo del Mae di 2 miliardi all'anno. Invece il ministero non li ha trovati, o non ha voluto trovarli. Ne ha trovati una piccolissima parte. Per questi primi 82 tirocini che partiranno il 1° ottobre il Mae mette sul tavolo circa 50mila euro, un po' meno in realtà perché in alcuni casi anziché il denaro contante offrirà agli stagisti l'alloggio gratuito. Altri 50mila li mette il Ministero dell'istruzione. Di più, per ora, non si è riusciti a fare. Ma è un inizio.Ci sono altri punti critici di questo bando: la ripartenza dei Mae-Crui non è tutta rose e fiori. Innanzitutto vengono esclusi tutti i neolaureati: adesso si possono candidare solo gli studenti universitari. Questo è un grave danno per tutti coloro che si sono laureati di recente, sopratutto nel 2014 e nella prima metà del 2015. Tutti questi giovani sono capitati in un momento sfortunato, quello della sospensione dei Mae-Crui, e avrebbero avuto diritto a una chance. Sarebbe stato molto più responsabile, da parte degli organizzatori, prevedere almeno per questo primo bando una sorta di "platea allargata", a mò di sanatoria, permettendo anche ai neolaureati di candidarsi. Invece sono rimasti fuori.La platea dei candidabili, per giunta, si è ulteriormente ridotta perché rispetto al vecchio Mae-Crui alcune facoltà sono state depennate. Il caso più eclatante è quello degli studenti di Lingue, che erano degli "aficionados" del Mae-Crui: conteggiando tutti i partecipanti delle edizioni dalla prima, nel 2002, all'ultima nel 2012, gli studenti (e in quel caso anche i neolaureati) di Lingue rappresentavano ben il 12% del totale. Cioè oltre un maecruino su 10 era un linguista. Ora invece la facoltà di Lingue non appare tra quelle ammesse. Probabilmente perché la lista delle facoltà di provenienza, in questo nuovo corso del Mae-Crui - ora si chiama Maeci-Crui - è stata pedissequamente ricalcata sulla lista delle facoltà ammesse al concorso per diplomatici, in cui effettivamente Lingue non c'è.Un altro problema è il numero. 82 posti sono davvero pochissimi. È solo un inizio, certo: ma un inizio in sordina, che inevitabilmente delude un po' gli aspiranti maecruini, dopo tre anni di "dieta". Questo numero così scarso è certamente da legare alla volontà di tenere al minimo l'esborso per le indennità: 300 posti, che era il numero che prudenzialmente Lia Quartapelle aveva anticipato alla Repubblica degli Stagisti nell'intervista di aprile, sarebbero costati 180mila euro al Mae e altrettanti al Miur. Riducendo drasticamente il numero, i due ministeri invece se la sono cavata con 50mila a testa. Inoltre, si sono ridotte anche le sedi. Se il vecchio Mae-Crui distribuiva gli stagisti partecipanti tra ambasciate, consolati e istituti di cultura in giro per il mondo, il nuovo Maeci-Crui apre esclusivamente le sedi di ambasciata e le rappresentanze permanenti, in quanto almeno per ora il programma è legato a doppio filo alla campagna a sostegno della candidatura italiana al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e questa campagna prevede un coinvolgimento attivo solamente delle ambasciate e delle rappresentanze. Restano perciò escluse dal Maeci-Crui tutte le altre sedi e dunque diminuiscono le opportunità per i giovani.Infine, la tempistica: questo bando è stato pubblicato a fine giugno e chiuderà lunedì 13 luglio, offrendo dunque agli aspiranti stagisti solamente due settimane per compilare la documentazione necessaria per candidarsi. Un paradosso è però che le candidature non verranno valutate subito: la graduatoria finale verrà comunicata indicativamente nella prima settimana di settembre, dando poi solo pochissimi giorni alle università per comunicare ai candidati prescelti la vittoria e solamente 3 giorni ai candidati stessi per confermare di voler partire. Una conferma che arriverà dunque, giorno più giorno meno, a sole 2 settimane dall'inizio effettivo dello stage. Cioè in due settimane i prossimi maecicruini dovranno riorganizzare la propria vita, acquistare eventualmente un biglietto aereo (e con così poco anticipo, si può facilmente immaginare che non saranno disponibili tariffe vantaggiose), arrangiarsi alla meglio per trovare un alloggio nella sede di destinazione. Non è una tempistica degna di un programma così importante.C'è da sperare che il Mae, il Miur e la Crui vogliano valutare attentamente, dopo questo primo bando "sperimentale", come portare avanti il Maeci-Crui nel migliore dei modi, correggendo la rotta e rimediando agli errori commessi. Per i giovani italiani, specialmente quelli che aspirano alla carriera diplomatica, questi stage sono molto importanti. Noi con la Repubblica degli Stagisti continueremo a vigilare su questo programma e a sensibilizzare incessantemente tutti gli attori coinvolti affinché vengano offerte ai giovani partecipanti le condizioni migliori possibili.Eleonora Voltolina