Categoria: Editoriali

La Repubblica degli Stagisti cambia il mondo del lavoro: arriva il riconoscimento di Ashoka

Cos'è Ashoka? Fino a un paio d'anni fa, anch'io non lo sapevo. Dico “anch'io” perché Ashoka non è ancora conosciuta, in Italia, così come lo è invece all'estero. Eppure si tratta di qualcosa di straordinario: un'organizzazione non profit che opera come una sorta di talent scout degli imprenditori sociali. Cerca in tutto il mondo coloro che lavorano per risolvere un problema che interessa la società – in qualsiasi ambito: ecologia, educazione, diritti. Li individua, li valuta, li passa al microscopio. E chi passa la selezione diventa “Ashoka Fellow”: entra nel network e da quel momento in poi l'associazione offre il suo supporto per sviluppare l'attività, renderla ancor più efficace e diffusa, talvolta anche esportarla in altri Paesi.Il motto di Ashoka è “Everyone a changemaker”: gli imprenditori e le imprenditrici sociali sono «changemaker che mirano ad un cambiamento sistemico, affinché prosperi l'intera comunità». In estrema sintesi: individuano un problema, si inventano una soluzione nuova, la strutturano in una modalità imprenditoriale, coinvolgono il loro target di riferimento, elaborano e promuovono proposte da sottoporre ai politici per migliorare il contesto di riferimento a livello normativo.Ashoka è attiva dal 1980; l'headquarter é a Washington ma i 3.300 fellow selezionati in questi trent'anni sono sparsi in tutto il mondo. La sede italiana è stata aperta un paio d'anni fa. Quasi un anno fa ho ricevuto una telefonata e ho saputo che ero stata “segnalata”. Ho cominciato il primo step di selezione con curiosità e timore, mantenendo le aspettative al minimo – perché era chiaro che il procedimento era lungo, complesso, e le probabilità di arrivare alla fellowship molto scarse. Invece, step dopo step, sono arrivata alla fine: Ashoka si è convinta che la Repubblica degli Stagisti potesse davvero essere un esempio forte di come si può aggredire un problema sociale che riguarda i giovani – le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro, gli stage che da opportunità rischiano di trasformarsi in trappola, se non gestiti in maniera responsabile – con un'idea nuova. Una testata giornalistica online che diventa luogo di incontro, informazione, denuncia, proposta; un meccanismo inclusivo che coinvolge il mondo delle imprese, valorizzandole e responsabilizzandole, e attraverso questa collaborazione garantendo anche la sostenibilità economica del progetto (fattore importantissimo per Ashoka: non si sostengono sognatori tout court, ma imprenditori sociali).Così, Ashoka ha detto sì. Ha detto che quel che ho fatto finora con la Repubblica degli Stagisti è importante, innovativo, e merita di essere sostenuto. Da oggi, e nei prossimi anni, Ashoka sarà dunque al mio, al nostro fianco. Valuterà con noi le strategie per rinforzare la Repubblica degli Stagisti, ampliare gli orizzonti di attività, consolidare il legame con i giovani, aumentare le imprese coinvolte, proseguire nel lavoro di proposta politica per migliorare il quadro normativo. Ipotizzare anche repliche in altri paesi dove la situazione degli stagisti sia simile all'Italia.Dire Ashoka vuol dire sopratutto il grande network di Ashoka, con tante possibili sinergie con i fellow italiani (io sono l'undicesima), ma anche con quelli stranieri che hanno realizzato progetti e iniziative su temi vicini al nostro. Da oggi ne faccio parte anch'io. E dico grazie. A chi ci ha creduto, a chi ci ha aiutato, a chi ha collaborato. Sono passati otto anni da quando presentammo il progetto al Circolo della Stampa di Milano, con le prime nove aziende pioniere che avevano creduto in noi. Con Ashoka a fianco a noi, i prossimi otto saranno una sfida entusiasmante per crescere ancora!Eleonora VoltolinaL'immagine è di © Alessandro Lorenzelli

Se il ministro dice che é più probabile trovare lavoro giocando a calcetto che mandando cv

In effetti, Giuliano Poletti non ha detto proprio questo. La sua frase originale aveva una sfumatura un po' diversa; sottolineava il fatto che le opportunità di lavoro spesso nascono da rapporti di fiducia, e che è più facile costruire questo rapporti in occasioni informali (la metafora del calcetto) piuttosto che formali (inviando un cv).Dunque il ministro ha detto una cosa sostanzialmente vera, sopratutto in un mercato del lavoro imperfetto e opaco come quello italiano: che il networking conta moltissimo, a volte addirittura più delle competenze. Un dato di fatto, suffragato da dati e ricerche che dimostrano che nella maggior parte dei casi le posizioni di lavoro vacanti vengono occupate grazie al passaparola, alle conoscenze, alle segnalazioni, e non mettendo un bell'annuncio e valutando in cv in maniera imparziale (ed efficiente).Dunque tutto ok? Ha fatto bene Poletti a dire quello che ha detto? No. Non ha fatto bene per niente – per almeno tre ragioni. Per il suo ruolo. Per la platea che aveva di fronte. E per la responsabilità politica.Il suo ruolo è quello di ministro del Lavoro. Lui al momento rappresenta, in Italia, la persona che più di tutte ha competenze e poteri in tema di occupazione. Non é un semplice cittadino: è il ministro della Repubblica incaricato dal presidente del Consiglio di occuparsi di questo tema. Se queste stesse parole fossero state pronunciate da un manager, magari in forma di consiglio ai ragazzi, per suggerire loro di non sottovalutare i contesti informali nella loro azione di ricerca di lavoro, non ci sarebbe stato nessun problema. Ma un ministro è un ministro. Deve essere continente. Deve misurare le parole col bilancino, stando attento al fatto che quel che dice assume inevitabilmente una valenza politica. Con quelle parole - effettivamente poste come un dato di fatto, senza una nota di biasimo o rammarico - è come se lui avesse posizionato il suo ministero, avesse avallato questo stato di cose. Non è opportuno che l'abbia fatto, perché appunto è il ministro del Lavoro.Secondo, perché si rivolgeva per giunta a giovanissimi. La frase é stata pronunciata a Bologna, durante un incontro con gli studenti di un istituto tecnico a cui il ministro era andato a parlare di alternanza scuola - lavoro. Un contesto delicato, una platea delicatissima: adolescenti alle prime armi, ancora digiuni di esperienze di lavoro, ma già bombardati da una narrazione a tinte fosche, in cui trovare un lavoro decente e guadagnare uno stipendio degno sono descritti come obiettivi difficili da raggiungere. Giovani sfiduciati, a cui non di rado cattivi maestri insegnano che studiare non porta a niente e che con la cultura non si mangia. Un ministro del Lavoro, di fronte a una platea come questa, deve scegliere con cura e con senso di responsabilità i messaggi da lanciare. Anche se magari é vero che attraverso gli amici del calcetto qualche volta si viene a sapere di qualche opportunità di lavoro, non sta al ministro occuparsi di questo aspetto. Altri lo faranno. A lui sta il compito di sottolineare quanto le competenze siano importanti nel mondo del lavoro, quanto la fatica sui banchi di scuola, magari intervallata da work esperience, abbia senso e non vada sottovalutata. Lui è la figura che più di tutte le altre dovrebbe rappresentare una guida per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro: il suo ruolo non è quello di indicare strade secondarie, nell'implicita ammissione che quelle maestre (quelle su chi lui ha potestà) non funzionano a dovere. Perfino io, nel mio piccolo, ho cura di modulare il registro a seconda delle diverse platee che mi trovo di fronte; e tengo sempre bene a mente che, quanto più giovani sono coloro che ho davanti, tanto più devo sforzarmi di modulare i messaggi dosando realismo e ottimismo, e sopratutto trasmettendo i valori più importanti. Qui il valore più importante è che bisogna studiare tanto, perché le competenze sono la chiave di tutto. Il terzo punto è che una frase così equivale ad abdicare. Cosa aggiunge alla situazione dei giovani italiani che attraversano il guado tra formazione e lavoro? Niente. Nella frase non c'è una analisi critica, ma sopratutto non c'è non dico una proposta politica, ma nemmeno una rivendicazione del proprio operato. Non c'è un rendiconto di ciò che sta facendo questo ministero, e più in generale questo governo, per sanare la situazione, per rendere più vivo e fluido e meritocratico il mercato del lavoro. È come se si dicesse: la situazione é questa, prendetene atto e agite di conseguenza. Personalmente non ho nulla contro il pragmatismo: essere concreti e non millantare sono qualità che apprezzo. Ma di fronte a una situazione critica, a un malcostume, un esponente del governo non può cavarsela con una battuta. E' il miglior regalo all'antipolica.Eleonora Voltolina

Qualche idea (non richiesta) per creare centomila posti di lavoro

Ecco qui una serie di proposte, non certamente rivoluzionarie, da tempo in circolazione, ma incomprensibilmente mai prese in considerazione.Primo, inserire nel sito di Anpal, l'agenzia nazionale delle politiche attive per il lavoro, un “modello informativo” che carichi tutte le vacancies attive in Italia. Come? Basta imporre per legge che qualsiasi instaurazione di rapporto di lavoro (o meglio, qualsiasi comunicazione obbligatoria) debba essere precedentemente dichiarata dal datore o ente intermediario – non si esclude così il ruolo di attori terzi che possono caricare la vacancy mantenendo l'anonimato del datore di lavoro – sul sito di Anpal.  L’obiettivo è quello di permettere che tutte le persone interessate possano candidarsi, senza che questo vada a pregiudicare la scelta da parte del datore di lavoro. Il modello garantirebbe, a spanne, quasi un milione di opportunità caricate ogni anno; questa proposta aspira al fatto che nel breve-medio periodo si realizzi un più efficace macthing tra domanda e offerta di lavoro. Così finalmente andando sul sito di Anpal o in un centro per l'impiego si troverebbero delle opportunità di lavoro nel proprio territorio.Secondo, in pochissimi casi c’è la vera necessità di fornire nuove competenze ai neo-laureati – nulla che in poche settimane non si riesca ad ottenere tramite formazione interna – mentre a questi giovani serve esperienza. Invece, spesso sono gli adulti lavoratori over 50 che dovrebbero formarsi (pensiamo alle nuove competenze nella web analysis): a volte le loro competenze sono obsolete e questo è purtroppo soprattutto vero nella pubblica amministrazione. Quindi i lavoratori della PA con più di 50 anni con titoli di studio bassi o non più coerenti con la professione svolta, potrebbero prendersi un anno sabbatico per consolidare nuove competenze e contemporaneamente al loro posto giovani neolaureati potrebbero venir assunti a tempo determinato per un anno, con la totale trasparenza che tale contratto non comporti la successiva stabilizzazione. Il modello di Job-Rotation verrebbe replicato a scaglioni tutti gli anni: a spanne, 30mila soggetti l’anno.Terzo, in tema di mobilità occupazionale va generalizzato il sistema Eures, ovvero si deve replicare in almeno tutti i capoluoghi di Regione il  modello presente oggi a Milano. Circa 4-5 persone lavorano in questo ufficio, si punta a triplicare il numero di giovani che trovano lavoro all’estero con Eures: stiamo parlando di 30mila persone che vanno all’estero per lavoro, non sono numeri altisonanti ma sicuramente importanti.Quarto, nel nuovo piano di rafforzamento dei centri per l'impiego previsti da Anpal (sperando che si realizzi veramente), vogliamo assumere qualche agente commerciale che finalmente vada nelle aziende – proponendo anche tirocini extracurriculari e contratti in apprendistato duale – in modo che non sia sempre l’azienda a doversi rivolgere ai CPI? Sono consapevole che alcuni di questi uffici fanno già marketing, ma con tutto il rispetto solo in certi casi (rarissimi) questa attività è fatta bene; in altri è  auto-referenziale o una balla colossale. Bene, si può arrivare ad altri 5mila vacancy.Quinto, usiamo in altro modo parte (ripeto: parte) dei soldi dell’Inail. Gli infortuni sul lavoro sono drasticamente cambiati, dato che è cambiato il modello produttivo: ormai il 90% delle persone lavora nel settore terziario/impiegatizio (e il rischio di chi oggi fa la “badante” o l'addetto alle “pulizie” non è certamente paragonabile a quello dell'operaio in fonderia di quarant'anni fa) e svolge attività meno rischiose del passato. Non dico che non ci siano incidenti, ma permettetemi di evidenziare che stiamo parlando di un modello produttivo certamente più sicuro rispetto a quello del 1950. Quindi usiamo questi soldi per formare e sostenere l’attività di cura ai non autosufficienti: qui siamo almeno 20mila collocati, dedicati all’attività di RSU. Sesto e ultimo, vogliamo realizzare – nel concreto intendo – 'sta benedetta partnership tra Camera di Commercio e CPI per favorire l’auto-impiego? Attenzione, non sto parlando di start-up o incubatori: se tralasciamo l’ambiente del core metropolitano milanese e qualche bell’esempio di hamburgheria/birreria artigianale, il resto è un mezzo disastro, e soprattutto non riguarda giovani o disoccupati ad alto rischio di esclusione. Sto intendendo il mondo dei professionisti, delle partite Iva che potrebbero rientrare nel regime forfettario (e il suo altissimo coefficiente di redditività), ma per scarsa informazione non hanno idea di cosa devono fare o come funziona, né a chi chiedere. Questa proposta vuole essere un’alternativa al commercialista, oppure si pagano dei consulenti tramite forme analoghe al “paniere” dei servizi offerti dalla Dote Unica Lavoro della Regione Lombardia. In sintesi, formiamo e aiutiamo nuovi professionisti - qui chiudiamo con altri 10mila.  Francesco Giubileo

23 gennaio, in memoria di Roberto Franceschi

Se Roberto fosse vissuto oggi, sarebbe probabilmente un lettore della Repubblica degli Stagisti. Brillante studente di economia alla Bocconi, ventenne colto e idealista, impegnato in politica.Invece Roberto Franceschi ha vissuto i suoi vent'anni nel 1973. E nel 1973, in una fredda sera di gennaio, è morto. Ucciso da un proiettile sparato dalla polizia, di fronte all'ingresso della sua università – la Bocconi – mentre con altri compagni manifestava contro il divieto imposto dal rettore all'ingresso di esterni a un'assemblea del Movimento Studentesco prevista per quella sera all'interno dell'università.Oggi, 23 gennaio 2017, ricorre il 44esimo anniversario di quella tragedia. E come ormai da molti anni, alla Bocconi si celebra il ricordo di questa ricorrenza attraverso una serata speciale, un dibattito su un tema importante dell'attualità (quest'anno, quello dei foreign fighters, con la proiezione del film-documentario “Our war” dei registi Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampaglia) organizzata dalla Fondazione Franceschi.Da pochi mesi ho l'onore di far parte del consiglio di amministrazione di questa Fondazione creata dalla famiglia Franceschi, con il fondo ricevuto come indennizzo, per onorare la memoria di Roberto sostenendo i giovani e la ricerca sui temi sociali che tanto lui aveva a cuore.La Fondazione Franceschi si prodiga in molte attività che hanno come fulcro i giovani. Dispensa borse di studio, sia per studenti di scuola superiore, meritevoli ma privi di mezzi, per permettere loro di proseguire gli studi all'università, sia per ricercatori universitari. Organizza nelle scuole percorsi formativi sul diritto al lavoro. E ogni 23 gennaio, nell'auditorium della Bocconi, rinnova il ricordo dell'impegno di Roberto coinvolgendo il pubblico - con uno sguardo particolare agli studenti - in un dibattito su un tema importante dal punto di vista sociale e di interesse per la collettività.Per me, stasera, sarà il primo 23 gennaio alla Bocconi. La serata è aperta al pubblico, e il mio invito a tutti i milanesi è quello di partecipare, e di sostenere questa Fondazione. Alle 20 ci sarà la proclamazione dei vincitori dei fondi di ricerca Roberto Franceschi, elargiti con il sostegno di Intesa Sanpaolo, e dello Young Professional Grant. A seguire, un dibattito di introduzione alla tematica e alla proiezione del film coinvolgerà i tre registi, il produttore Riccardo Annoni, il giornalista Kovan Alshawish e l'ex magistrato Gherardo Colombo, moderati dalla scrittrice Benedetta Tobagi. Una serata non solo per non dimenticare il passato, ma per capire meglio il nostro presente, e il futuro.Eleonora Voltolina

Post referendum e centri per l'impiego, come affrontare l'emergenza

Il quadro post-refendum pone il tema delle politiche attive del lavoro e servizi pubblici del lavoro: un enigma. Vediamo le poche cose certe:  le coperture previste in finanziaria dovrebbero garantire gli stipendi degli attuali dipendenti dei centri per l'impiego e un piano di rafforzamento di 1000 unità a tempo determinato (provenienti probabilmente dagli esuberi di altri settori della Pubblica amministrazione, come i vigili del fuoco).Rimane confermata la concorrenza in tema di politiche attive del lavoro tra Stato e Regione, ovvero la presenza in Italia di venti modelli diversi tra accreditamento e progetti di politiche del lavoro. Questo fatto entra direttamente in conflitto, un domani, con la generalizzazione dell’assegno di ricollocazione, mentre è opinione di chi scrive che non ci dovrebbero essere problemi con la sua sperimentazione, dato che si tratta di un numero contenuto di destinatari .Il vero problema sono le Province, troppo dissestate economicamente per tornare ad essere titolari della delega sul lavoro; inoltre, in assenza della definizione di Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) da realizzare su tutto il territorio nazionale, esse non possono neppure rivendicare la garanzie economiche per garantire tali prestazioni.A questo punto bisogna essere pragmatici: cosa fare data la situazione appena descritta? È probabile che una pianificazione di medio periodo inevitabilmente si fonderà su un ruolo centrale delle Regioni, non solo per supplire alle carenze economiche delle Province, ma soprattutto come anello di congiunzione con l'Anpal.Proprio il fatto che rimanga la concorrenza tra Stato e Regioni nel realizzare le politiche del lavoro significa che il “potere” decisionale di Anpal sarà piuttosto limitato e affidato ad una sorta di “geometria variabile”: in certi casi assumerà un ruolo chiave per il riassetto regionale dei centri per l’impiego e dell’erogazione delle politiche, mentre in altri sarà quasi assente. In ogni caso  dovrà essere concordato con le Regioni un eventuale accordo “quadro”.  Inoltre, è certo che l’esito negativo del referendum rende ancora più  difficile l’attuazione del decreto legislativo 150/2015: si rischiano numerosi ricorsi e lo stallo su molte questioni, a partire dalla mobilità di parte dei dipendenti Isfol.Bene, queste sono le buone notizie; passiamo a quelle cattive. Lo stato attuale dei Centri per l’impiego non è pessimo: è terrificante. D'altronde si tratta di strutture completamente abbandonate a se stesse, mai sostenute negli ultimi vent’anni (da qualsiasi governo di qualsiasi colore politico) dove, soprattutto per complicità e influenza dei sindacati, si è sempre preferito destinare le risorse a sussidi e anticipi di pensione piuttosto che a programmi di ricollocazione.I dipendenti attuali hanno una consolidata esperienza, ma spesso non adeguata competenza perché rispetto al passato servono nozioni tecniche di analisi dei dati, di psicologia, di analisi comparativa di modelli internazionali ed una elevata padronanza della lingua inglese. Non ne faccio una colpa agli attuali dipendenti – ad eccezione dell’esercito di lottizzati LSU della Sicilia – perché al momento di essere assunti erano assegnati a compiti completamente diversi da quelli attuali e in questi anni non si è mai speso un centesimo per garantirne un adeguato aggiornamento professionale.Tornando all’accreditamento e al ruolo delle Regioni nella programmazione, qui il rischio di avere un’eccessiva burocratizzazione è evidente, senza la possibilità di una “cabina” di regia potrebbe produrre una vera e propria anarchia – come si è in parte visto con il programma Garanzia Giovani, dove molte regioni non sono state in grado di gestire la programmazione nazionale.La soluzione più plausibile per evitare errori del passato e sbloccare una situazione che rischia uno stallo a tempo indeterminato dunque non può che essere quella di un modello a “geometrie variabili” adattato ai singoli contesti territoriali. Chi scrive non è a favore di un modello di questo tipo, però è necessario essere pragmatici e valutare effettivamente quello che si può fare nei prossimi mesi, con le risorse e gli spazi normativi messi a  disposizione.Francesco Giubileo**esperto di servizi per l'impiego e consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana

Referendum, un voto che cambia anche il mondo del lavoro

Se ne parla davvero troppo poco, ma per i giovani che andranno a votare domenica 4 dicembre sul quesito referendario costituzionale uno dei temi cruciali che dovrebbe pesare nella scelta – ben più delle ideologie di partito, che finiscono per inquinare e distrarre dagli argomenti di merito – è il contenuto delle modifiche che la riforma apporta alle competenze in tema di lavoro.In effetti, per ciascuno di noi nell'infinito dibattito c'è un doppio livello di coinvolgimento e di opinione.  Il primo livello è quello sui temi più grandi e notiziabili, su cui ognuno ha un'idea di massima, una posizione. È giusto o sbagliato diminuire il numero dei parlamentari? È giusto o sbagliato superare la forma di bicameralismo “paritario” evitando che la stessa legge debba essere approvata da ciascuno dei due rami del Parlamento? È giusto o sbagliato intervenire sulle modalità di partecipazione dei cittadini alla produzione legislativa, modificando le regole del quorum per i referendum?Poi c'è un secondo livello che definirei più “pratico”, in cui si analizzano i costi/benefici rispetto ad alcuni argomenti particolarmente importanti per la vita quotidiana di ciascuno, in modo da fare una più che legittima valutazione sulle proprie priorità e i propri interessi.Per me per esempio, che dirigo una testata che si occupa di occupazione giovanile e mercato del lavoro, questo livello riguarda il caos che si è creato, negli ultimi 15 anni, con la ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni a livello costituzionale.Per capire di cosa parliamo: circa mezzo milione di persone, prevalentemente – ma non solo – giovani, fanno stage ogni anno in Italia. Lo stage è diventato il principale anello di congiunzione tra formazione e lavoro, e – a torto o a ragione – anche il maggior strumento di politiche attive del lavoro.Dunque da una parte abbiamo mezzo milione di persone che hanno bisogno di uno strumento – lo stage – normato in maniera chiara, semplice, che possibilmente garantisca un trattamento equo allo stagista ed eviti abusi e sfruttamento.Dall'altra abbiamo la Costituzione attuale. Che dice che, pur essendo le norme generali sull'istruzione e la previdenza sociale competenze esclusiva dello Stato, non lo sono le politiche attive sul lavoro e la formazione professionale.Risultato. Negli ultimi anni, grazie anche a una particolare sentenza della Corte costituzionale, si sono consolidate 21 normative diverse sugli stage. 21 normative diverse: e parliamo solo di quelle per i percorsi extracurriculari. Un tirocinante di Milano ha diritti e doveri diversi da un tirocinante di Torino, di Roma, di Palermo. Cambia la durata massima dello stage. Cambia la possibilità o non possibilità di farlo in aziende prive di dipendenti. Cambia la cifra minima dell'indennità mensile, in alcune Regioni questo minimo è 300, in altre arriva a 600. Non sono inezie, sono aspetti fondamentali.Ventuno leggi diverse sullo stesso argomento: non è delirante?Questo frastagliamento del quadro normativo e delle strategie di politiche attive del lavoro ha creato dei mostri, complicando e rallentando anche programmi di respiro europeo come Garanzia Giovani.Questo merita una riflessione aggiuntiva. Garanzia Giovani era ed è un progetto europeo, finanziato con fondi europei, comunicato a livello europeo e poi implementato da ciascuno Stato a suo modo. Noi – ça va sans dire – abbiamo avuto una ventina di implementazioni della Garanzia Giovani, con differenze abissali tra Regione e Regione. Così abbiamo avuto giovani fruitori di serie A, di serie B e perfino di serie C (basti pensare agli under 30 calabresi, che hanno visto attivarsi la GG nella loro Regione solo l'anno scorso). La “regia” avrebbe dovuto essere affidata al ministero del Lavoro, ma che regia forte può esistere di fronte a interlocutori che rivendicano ciascuno la propria inappellabile competenza esclusiva in materia di politiche attive e formazione?Per non parlare dell'istituto “diabolico”, della competenza legislativa concorrente, secondo cui su alcuni temi il legislatore statale fissa – dovrebbe fissare – i principi generali di una certa materia, e ciascuna Regione detta – dovrebbe dettare – la disciplina organica della medesima materia, nel rispetto dei principi generali fissati dalla legge nazionale.Tra le materie devolute al regime di competenza concorrente nell'ultima riforma del titolo V, nel 2001, c’è anche la “tutela e sicurezza del lavoro”. Cosa voglia dire la definizione, non lo si sa esattamente. Le molte incertezze interpretative suscitate da queste parole hanno prodotto volumi di carta, indirizzati alla Corte costituzionale, che si è a più riprese pronunciata asserendo che la competenza in materia di “tutela e sicurezza del lavoro” voglia dire che le regioni siano titolate a regolare il mercato del lavoro: l’incontro tra domanda e offerta, i servizi per l’impiego, le politiche attive del lavoro – con la programmazione e il coordinamento di iniziative volte ad incrementare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, gli incentivi alle assunzioni di soggetti appartenenti a fasce deboli o svantaggiate, i sostegni alla nuova imprenditoria giovanile e femminile, i lavori socialmente utili, le politiche per l’inserimento al lavoro di soggetti disabili o svantaggiati, i tirocini formativi e di orientamento.Su tutti questi temi, 21 bocche diverse che possono dire la loro. 21 orientamenti differenti. 21 organizzazioni diverse dei servizi offerti ai cittadini. 21 regolamentazioni.La nuova formulazione dell'articolo 117 della Costituzione prevede che «previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull'istruzione e formazione professionale» siano di nuovo di competenza statale.Dal punto di vista del mio lavoro quotidiano, della tutela dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, del monitoraggio dell'occupazione giovanile, questo è senz'altro un ottimo motivo per votare sì. E sono del parere che dovrebbe esserlo anche per i molti giovani che con grandissima difficoltà tentano di trovare il loro posto nel mercato del lavoro italiano.* l'articolo prende spunto dall'intervento di Eleonora Voltolina all'evento “Riformisti, milaneSì e di sinistra - Incontro sulle ragioni del Sì al Referendum Costituzionale del 4 dicembre” che ha avuto luogo a Milano, al Teatro dal Verme, domenica 27 novembre

“Venite in Italia, gli ingegneri costano meno”: davvero vogliamo attirare investimenti così?

Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di imprese straniere che aprano in Italia, creando posti di lavoro? Certamente sì.Per attirare queste imprese in Italia dobbiamo giocarci tutte le carte, evidenziando il più possibile i vantaggi che il nostro sistema Paese può offrire e sperando che riescano a controbilanciare tutti gli aspetti negativi che solitamente vengono associati all'Italia – dal costo dell'energia all'inefficienza della pubblica amministrazione (con annessa impenetrabilità della burocrazia), dalla lentezza della giustizia all'incertezza del diritto? Giusto, dobbiamo giocarci tutte le carte.O forse no. Non proprio tutte.Magari, ecco, cercare di convincere le aziende straniere a venire ad insediarsi da noi magnificando il basso costo dei nostri cervelli, anche no. Citare tra i vantaggi competitivi il fatto che un laureato costi un quarto in meno rispetto ad altri Paesi europei, anche no. Sottolineare che i nostri salari sono bassissimi, anche per le persone con alto grado di scolarizzazione… Ehi, davvero vogliamo puntare su questo?Davvero vogliamo proporre il nostro come un Paese da terzo mondo, rincorrendo un modello di competitività indiano invece che puntare a modelli europei?Perché é quello che appare in una brochure distribuita pochi giorni fa, all'evento di presentazione del piano nazionale Industria 4.0. Il presidente del consiglio Matteo Renzi sul palco a snocciolare i progetti per rilanciare l'economia, e in cartella stampa questa brochure dal titolo “Invest in Italy”, sottotitolo “The right place, the right time for an extraordinary opportunity”. Si elencano le riforme “pro business” del mercato del lavoro, gli incentivi agli investimenti, i distretti industriali, il capitale umano e il talento…Ecco, appunto: il capitale umano e il talento. «L'Italia offre un livello di retribuzione competitivo, che cresce meno che nel resto d'Europa, e una forza lavoro altamente qualificata». Insomma la brochure – peraltro, fatta bene nel complesso: chiara, esaustiva e ben impaginata, si vede che non ci ha messo le mani il ministero della Salute... – presenta come un dato positivo il fatto che in Italia abbiamo stipendi bassi. «Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800». Con tanto di grafici (v. a lato).Anche perché c'è un vero e proprio paradosso: un governo che presenta all'estero come “vantaggio” un dato che all'interno, per i cittadini, é un dramma – e tra le prime cause della nuova emigrazione. Che i lavoratori italiani siano pagati troppo poco è un dato politicamente negativo, che chi governa deve impegnarsi a mutare attuando politiche che abbiano come obiettivo quello di dare a tutti, specialmente a chi ha un'alta formazione, opportunità di impiego più eque e dignitose dal punto di vista della retribuzione. Dato questo presupposto, “vendere” i bassi salari come fattore competitivo dell'Italia è ben poco sensato, se contemporaneamente si dovrebbe lavorare per farli salire!Qualcuno dirà: per portare a casa il risultato non si deve andare troppo per il sottile. Se qualche azienda, allettata anche dalla possibilità di poter pagare poco i dipendenti, sceglierà di stabilirsi in Italia, noi ci avremo guadagnato posti di lavoro – tanti disoccupati, pure gli ingegneri, avranno contratti e stipendi, e pazienza se sono più bassi che nel resto d'Europa e crescono pure di meno. Dunque tutti contenti.Io capisco questa visione “utilitaristica”. Giuro, comprendo il ragionamento. Ma il costo del lavoro non è un fattore di competitività! Se così fosse, la Svizzera sarebbe ultima nel panorama mondiale – invece è ai primi posti. La battaglia sul costo del lavoro non è solo una battaglia ingiusta, è sopratutto una battaglia persa: un ingegnere indiano costa e continuerà a lungo a costare un decimo di uno italiano. Non è quello il punto.La riforma del lavoro che sosteniamo serve a permettere alle aziende di fronteggiare con maggiori strumenti le variazioni ormai vertiginose del mercato, per permettere loro di fare investimenti che un domani non le affondino, per aiutarle a rischiare di più in innovazione.Il costo del lavoro non è e non potrà mai essere un nostro asset, perché attrae aziende che non investono in innovazione.Lavoriamo invece tutti insieme per valorizzare l'università e la ricerca, riformare la fiscalità in modo che sia chiara e semplice, lavoriamo sui costi dell'energia e sulle infrastrutture, prevediamo incentivi intelligenti rivolti alle aziende straniere che scelgano di stabilirsi da noi. Questa è la chiave per convincerle a venire in Italia.Che il fine giustifichi i mezzi non mi è, francamente, mai andato giù. Ora arriviamo al punto di fare brochure dicendo “Venite in Italia, i nostri ingegneri sono bravissimi e costano poco”: perdonatemi, ma siamo proprio fuori strada. Eleonora Voltolina

Garanzia Giovani, se oltre mezzo miliardo di euro non cambia di una virgola la percentuale di assunzione post stage

Uno dei modi per capire se la Garanzia Giovani è efficace o no è andare a vedere quanto i tirocini siano stati utili per l'inserimento lavorativo. Gli stage sono infatti in Italia lo strumento principe di questa iniziativa: secondo il recente rapporto dell'Isfol, tra le misure messe a disposizione, circa il 70% dei giovani iscritti ha beneficiato proprio di quella. E infatti a causa della Garanzia Giovani il numero dei tirocinanti extracurriculari è aumentato tra il 2014 e il 2015 di quasi il 60%. La percentuale di assunzione post stage è però rimasta invariata: il risultato 2015, aiutato dagli incentivi, è identico a quella rilevato nel 2014, quando essi non erano ancora attivi. La differenza sta in centinaia di milioni di euro investiti – soldi pubblici, europei e nostrani – per coprire (in tutto o in parte) le indennità a favore degli stagisti, e poi per premiare le aziende che hanno assunto. Si sperava che assumessero di più: invece hanno assunto uguale a prima, ma intascando molti soldi. In particolare, dall'ultimo Rapporto del ministero del lavoro sulle Comunicazioni obbligatorie emerge che nel 2015 gli stage extracurriculari sono aumentati in un solo anno del +53,5%. La notizia più incredibile è che in Sicilia si è registrato un +714,7%: in questa regione il numero degli stage è dunque letteralmente esploso con Garanzia Giovani. Ma una impennata si è verificata anche in in altre Regioni, prevalentemente del sud e centro Italia: Basilicata (+164,7%), Campania (+110,6%), Calabria (+92,1%), Umbria (+87,4%), Lazio (+79,3%), Molise (+75,8%), Abruzzo (+75,0%).A questo punto la domanda è: quanti di questi tirocini extracurriculari si trasformano in lavoro? Certamente quasi nessuno nella pubblica amministrazione: ma in generale, invece?La risposta è: un quarto. Nel 2015, su 348mila stage extracurriculari, «il numero dei rapporti di lavoro attivati a seguito di una precedente esperienza di tirocinio è stato pari a 92mila» – cioè una media del 26,4%. Non si tratta, di per sé, di una percentuale irrilevante: vuol dire appunto che uno stagista su quattro viene assunto, anche se dentro questo dato ci sono sia i contratti di lavoro intermittente di un giorno (“a chiamata”) sia i contratti a tempo indeterminato. Il ministero del Lavoro ha fornito però alla Repubblica degli Stagisti importanti dettagli in più: circa il 40% di queste assunzioni – dunque poco meno di 37mila – è stato realizzato attraverso contratti a tempo indeterminato, e la quota di contratti precari (collaborazioni o altre tipologie) è tutto sommato molto ridotta, poco più del 3%.  Questa percentuale di assunzione post stage però esisteva già, anche prima di Garanzia Giovani. La domanda è: è aumentata grazie a questo programma, parallelamente al decollo del numero dei tirocini attivati? La risposta, come anticipato, è no. Infatti l'anno precedente (2014), sui 227mila stage extracurriculari attivati, per 60mila c'era stata assunzione. La media fa 26,4%. È quasi impressionante che sia assolutamente identica da un anno all'altro, considerando che nel 2014 non erano ancora stati attivati, di fatto, gli incentivi economici alle assunzioni di stagisti – una delle "chiavi di successo" della Garanzia Giovani.Certo, è possibile che i giovani che hanno visto attivare il loro stage nella seconda metà del 2015 possano aver ricevuto la proposta di assunzione nei primi mesi del 2016, uscendo dal raggio di monitoraggio del Rapporto sulle comunicazioni obbligatorie 2015. C'è ovviamente da sperarlo, ma questo si potrà sapere solo con rilevazioni successive.  Del resto è inevitabile che, ogni anno, chi fa stage a cavallo tra un anno e l'altro sfugga alle rilevazioni che si basano sui dati dal 1° gennaio al 31 dicembre di uno stesso anno: dunque anche la rilevazione 2014 ha con tutta probabilità lasciato fuori degli stagisti 2014 assunti poi nel 2015. Perciò questo aspetto è irrilevante, in quanto il confronto con i dati del rapporto dell'anno precedente è omogeneo.«Destinare i fondi della Youth Guarantee per un maxi-reclutamento di stagisti pagati dallo Stato non servirà a niente. Le aziende non li assumeranno, dopo. I giovani si ritroveranno, dopo 6 mesi, nella maggior parte dei casi ancora disoccupati: e lo Stato ci avrà perso centinaia di milioni di euro». Nell'ottobre del 2013, quasi tre anni fa, scrivevo su queste pagine un articolo diretto all'allora ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, che stava avviando le pratiche per attivare Garanzia Giovani e aveva appena lanciato un appello alle aziende italiane: di fare un gesto di "responsabilità sociale" nei confronti del Paese attivando 100mila stage. Ricordavo al ministro che l'Italia aveva già mezzo milione di stagisti all'anno (metà curriculari e metà extracurriculari), e che concretamente lo stage aveva dimostrato di essere tutto tranne che un canale privilegiato per l'accesso al lavoro. Se la percentuale di assunzione post stage fosse aumentata grazie al programma Garanzia Giovani, anche solo limitatamente ai tirocini extracurriculari, le mie profezie sarebbero state smentite dai fatti. Quanto vorrei aver avuto torto!Invece si può calcolare che sia stato finora speso oltre mezzo miliardo di euro per "regalare"  170mila stagisti alle aziende e purtroppo anche agli enti pubblici italiani (in quanto l'indennità di 500 euro al mese, quantomeno nella prima fase di attuazione del programma, è stata quasi in tutte le Regioni pagata interamente dal programma Garanzia Giovani, senza co-finanziamento da parte dei soggetti ospitanti: e 3mila euro per 170mila stagisti fa 510 milioni), più qualche altro centinaio di milioni per i bonus all'assunzione, variabili da 1.500 a 6mila euro a seconda del grado di occupabilità del giovane. Un dispendio enorme di risorse, per un risultato tutto sommato modesto.Un innegabile effetto positivo è però che circa 120mila giovani italiani hanno avuto una opportunità in più di fare uno stage extracurriculare, che probabilmente non avrebbero avuto se Garanzia Giovani non fosse esistita. Dunque, pur restando ferma la percentuale, in valori assoluti nel 2015 si sono realizzate 32mila assunzioni post stage in più rispetto al 2014, con una incidenza maggiore di contratti post stage a tempo indeterminato. Resta aperta la discussione: un tale dispendio di risorse non avrebbe dovuto avere come obiettivo anche quello di aumentare la propensione all'assunzione post stage?Eleonora Voltolina

Elezioni comunali alle porte, andate a votare ed esprimete la preferenza: ecco perché è così importante

Andate a votare. Scegliete accuratamente chi votare. È il mio consiglio a tutti, e in special modo ai giovani. Alle elezioni comunali si può esprimere la preferenza, cioè votare una persona. Anzi due: una donna e un uomo. Sprecare questa occasione, votando genericamente un partito o una lista, è un po' come votare a metà. Le persone, anche nella stessa lista, non sono "tutte uguali": questa banalizzazione uccide la buona politica, cancella chi di fatto si dedica anima e corpo alla propria missione per la collettività.Io vivo a Milano da oltre un decennio: ho vissuto pienamente il corso di due amministrazioni, e sono assolutamente certa che la Milano degli ultimi 5 anni sia stata migliore di quella di prima. Più innovativa, più inclusiva, più attenta ai deboli, più internazionale, più efficiente, non corrotta. Da cittadina milanese voterò convintamente il candidato sindaco Beppe Sala, che ho sostenuto fin dalle primarie, perchè prosegua e implementi il lavoro avviato da Giuliano Pisapia. Non voglio che si torni indietro, tantomeno con un candidato di centrodestra, Parisi, che se eletto sarebbe un burattino nelle mani di Salvini... Aiuto. La mia preferenza - preziosa quanto quella di ciascuno di voi - andrà a Cristina Tajani, assessore al lavoro uscente, candidata nella lista "Beppe Sala Sindaco": una giovane donna che ha guidato un assessorato con molte deleghe, e lo ha fatto in maniera brillante, ascoltando le varie anime della città, attivando partnership, facendo partire progetti sperimentali interessanti sui temi dell'innovazione, delle start-up, dei coworking, e molto altro. Se non avete ancora deciso chi votare, se non avete le idee chiare, mi sento di dire: su Cristina Tajani metterei la mano sul fuoco.  Anche nella lista di candidati del Partito Democratico ci sono tante persone che conosco valide e intelligenti, che mi auguro di vedere in consiglio comunale a fine giugno. In particolare Filippo Barberis, consigliere comunale uscente, molto attivo sopratutto sui temi del lavoro e della cultura, capace di portare avanti anche il fondamentale processo di "empowerment" della città metropolitana, affinché non resti solo sulla carta ma diventi una forza per la "grande Milano". Ma non posso non nominare Daniele Nahum, un grande amico, indispensabile sui temi dell'integrazione e, da esponente della comunità ebraica, del dialogo interreligioso.A Milano corrono anche i Radicali. Come ho già avuto modo di dire, mi è molto spiaciuto che abbiano deciso di non sostenere fin dal principio Beppe Sala; e voglio ragionevolmente credere che in caso di ballottaggio si schiereranno al suo fianco. Ma non posso non nominarli perché tra i candidati c'è una delle persone più integre e oneste che conosca. Per cui, se avete già deciso di votare radicale, anche qui non fatelo genericamente: usate la vostra preferenza, e datela a Valerio Federico.A favore dell'importanza di esprimere la propria preferenza dico solo una cosa: chi non la esprime deve essere consapevole che così facendo favorisce, di fatto, gli insiders. Chi è più incline a votare i giovani e gli outsiders, infatti, di solito ha poca dimestichezza con i meccanismi del potere e gli equilibri della rappresentanza, e quindi spesso dimentica il fattore fondamentale della preferenza. Al contrario, chi ha i capelli bianchi ha imparato in decenni di elezioni a portare avanti il proprio candidato. Dunque chi vota senza dare la sua preferenza non fa altro che avvantaggiare i soliti noti, che torneranno in consiglio comunale ancora una volta, forti delle proprie reti amicali e delle truppe cammellate che li votano. Per cambiare, per dare una spinta anche al ricambio generazionale, per portare in consiglio comunale e si spera anche in giunta - come assessori - persone innovative, è dunque indispensabile che anche i giovani esprimano la propria preferenza!Eleonora Voltolina

«Il Jobs Act è davvero una riforma di sinistra», il commento di Francesco Giubileo

Sul fatto che la riforma del governo Renzi sia o meno di sinistra si sono scritti chilometri di pagine: spesso  studi preliminari che poco hanno a che vedere con valutazioni empiriche  (per esempio quelli dell'Ocse e della Banca D’Italia) o “colorite” storie personali che in certi casi non hanno nulla a che vedere con il Jobs Act, vedi la situazione dell’ abuso dei voucher lavoro, oggi regolamentati con la tracciabilità digitale da decreto legge.Iniziamo con il rispondere a coloro che vedono nel Jobs Act un aumento della precarietà, dettato dal fatto che è stata introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Su questo sottolineo un tipico problema che spesso accompagna i critici: ovvero dimenticare da dove si è partiti. Così descriveva il mercato del lavoro nel 2013 il Rapporto annuale sulle comunicazioni obbligatorie 2014, quando ancora il primo ministro era  Enrico Letta: sinteticamente si può evidenziare come nell’anno 2013 emerga l’associazione “incertezza economica” e “tipologia contrattuale”, con un ruolo preminente dei rapporti di lavoro a termine ed un mancato risvolto reale degli interventi normativi per facilitare l’istaurarsi del rapporto a tempo indeterminato.  Insomma gli stessi tecnici dell’allora ministro Giovannini – ancora prima che un serio dibattito sull’articolo 18 prendesse piedi (si parlava soprattutto della proposta di Boeri e Garibaldi) – sottolineavano come, analogamente a quanto avveniva negli anni precedenti, i nuovi rapporti nel mercato del lavoro fossero caratterizzati da “precariato dirompente”.Ad eccezione delle modifiche del Decreto Poletti sul contratto a tempo determinato – giurisprudenza comunitaria permettendo – il governo Renzi ha cercato in tutti i suoi interventi di favorire la stabilità dei rapporti di lavoro, a partire dalla sostanziale eliminazione del contratto a progetto, strumento normativo che era già stato parzialmente migliorato dalla Riforma Fornero ma che restava oggetto di abusi, mascherando spesso veri e propri rapporti di lavoro subordinati. Il problema è sempre stata la verifica dell’attuazione delle regole.A ciò aggiungo che ad accompagnare il Jobs Act c’è anche la riforma del codice degli appalti, la quale si spera permetta il “concreto” rispetto della “clausola sociale” – anche in questo caso il problema è sempre stata la verifica dell’attuazione delle regole – riducendo il rischio dei classici “furbetti” che vincevano al massimo ribasso a danno delle retribuzione e del lavoro delle persone coinvolte in questi appalti.Tornando al Jobs Act, il tema centrale non è tanto quello di aver o meno creato più lavoro, cosa che empiricamente – ovvero un’associazione causale tra norma e incremento occupazionale – non è mai stata dimostrata da nessuno studio, dimenticando però il probabile effetto prodotto da centinaia (se non migliaia) di ulteriori variabili socio-economiche come export, spesa pubblica, mercato finanziario, e così via.Piuttosto la vera domanda centrale è se la riforma abbia favorito o meno la stabilizzazione dei lavoratori precari, certo anche per effetto del combinato disposto (ovvero la combinazione con gli esoneri contributivi); d'altronde il “mix” aveva proprio questo obiettivo e la tabella seguente non lascia dubbi. Sì, c’è stata una maggiore stabilizzazione dei lavoratori. Qualcuno obietterà che gli incentivi potevano essere più selettivi, ma proprio il caso “fallimentare” degli incentivi proposti dal governo Letta dovrebbe farci riflettere. Se si fossero messi dei paletti,  a parte il rischio di un possibile effetto sostituzione, probabilmente avremmo ottenuto un risultato nettamente inferiore.Resto convinto che l’affermazione di Renzi che il Jobs Act è una riforma di sinistra sia assolutamente condivisibile: coloro che criticano la legge dovrebbero ricordarsi del livello di precariato presente nel 2013 , un livello insostenibile, dove la stabilizzazione si poteva considerare più come un “premio alla lotteria” piuttosto che la conferma delle proprie capacità mostrate.Riforma o no, vorrei spronare l’esercito dei giovani disoccupati: più di una “garanzia del lavoro”, dovrebbero fare proprio il principio “ti trovi o ti crei un lavoro”, utilizzando appieno la mobilità all'estero che non va vista come fuga dei cervelli, ma piuttosto come possibilità di diventare cittadini del mondo e che, non dimentichiamolo, è aperta a profili professionali medio-bassi. A chi pensa di avere notevoli competenze, e almeno un minimo di esperienza, suggerisco invece di considerare la via dell’auto-impiego. Francesco Giubileo**esperto di servizi per l'impiego e consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana