Categoria: Interviste

Cento assunti in otto anni, è lo Young Talent Program di Tetra Pak

Ci sono aziende in Italia che investono sulle risorse umane, e che assumono. In tempi di crisi i media danno di solito più spazio alle storie - ugualmente importanti, è chiaro - di fallimenti, licenziamenti, vertenze. Ma è importante anche raccontare quel che va bene, per dare un benchmark e offrire ai giovani la possibilità di conoscere le buone opportunità che il mercato del lavoro italiano è in grado di offrire. Oggi la Repubblica degli Stagisti vuole raccontare un programma specifico di assunzioni realizzato da Tetra Pak, multinazionale di matrice svedese che in Italia ha la sua sede in Emilia Romagna - e che peraltro fa parte dell'RdS network ottenendo fin dal 2010, anno dopo anno, il nostro riconoscimento Bollino OK Stage. Il programma di recruiting si chiama Young Talent Program e dal 2007 ad oggi ha portato all'inserimento di un centinaio di neolaureati. A coordinarlo è Giulia Manzini, in Tetra Pak da venticinque anni - dapprima nell'area Ricerca e sviluppo, poi in quella delle Risorse Umane in particolare nell'ambito People Development, dove ha ricoperto anche il ruolo di responsabile della formazione aziendale per le sedi italiane del gruppo. Oggi nella sua attività di "Young Talent Program Manager" agisce non solo sulle due sedi centrali a Lund in Svezia e a Modena in Italia, ma anche su tutti gli altri Paesi dove Tetra Pak è presente.In cosa consiste lo Young Talent Program?Si tratta di un programma formativo della durata di due anni, che dà l’opportunità a giovani neolaureati di iniziare il proprio percorso di sviluppo professionale e personale all'interno di una realtà multinazionale. Abbiamo iniziato il programma nel 2007, quando ancora poche erano le aziende che offrivano questo tipo di percorso. Tutti i ragazzi e le ragazze inseriti nel programma contribuiscono fin da subito, con il proprio talento e le proprie capacità, allo sviluppo e alla crescita della nostra azienda. Una peculiarità della nostra realtà  aziendale è l’importanza che diamo alle persone e al contributo che possono dare a prescindere dalla loro età. Il programma YT inizia con l’inserimento dei ragazzi nella posizione scelta in fase di candidatura, nell’area di business aziendale che fungerà da punto di riferimento per il loro piano di sviluppo individuale. Un tutor li segue nel loro percorso di crescita professionale. Il programma è caratterizzato da diverse job rotation di durata variabile - tra i 2 e i 5 mesi - presso alcuni dei 170 paesi in cui siamo presenti. In questo modo gli YT Trainees hanno l'opportunità di costruire una visione d'insieme dell'azienda e di sviluppare un network internazionale di persone, nonché di accelerare il loro percorso di carriera. A chi si rivolge il vostro Young Talent Program?Quando si parla di candidati, è difficile riuscire a creare un identikit perché apprezziamo il valore della diversità di ciascuna persona. Tuttavia nel candidato ideale valutiamo la conoscenza della lingua inglese, la voglia di lavorare in un contesto internazionale e multiculturale, il lavorare in team, la curiosità e la voglia di imparare anche al di fuori della propria area di competenza dovendosi interfacciare coi diversi ambiti della ricerca e sviluppo. I nostri candidati ideali sono ottimisti e perseveranti di fronte alle difficoltà, sono proattivi e sanno prendersi la responsabilità delle scelte fatte all’interno della loro area di competenza. Hanno il giusto livello di umiltà che li avvantaggia nel confronto con gli altri. Per il 2015 come si struttura lo YTP? Nel 2015 prevediamo di inserire 12 figure professionali sia in ambito Ricerca e sviluppo che Management. Le aree geografiche coinvolte saranno Svezia, Italia, Europa Centrale e Sud-Est Asiatico. Tutti i trainees faranno comunque riferimento alle due sedi di Tetra Pak in Svezia e in Italia. Perché per questo YTP avete scelto di "saltare" la fase "preventiva" dello stage?Il programma Young Talent è un investimento sulle persone: è per questo che abbiamo scelto la forma contrattuale dell’apprendistato, un contratto a tempo indeterminato che ben rappresenta l’impegno aziendale verso I nostri YT Trainees. La nostra intenzione infatti è quella di arricchire le persone con le competenze tecniche e trasversali che ci permetteranno di rispondere prontamente alle esigenze attuali e future del mercato. Per noi l’azienda sono le persone che ne fanno parte. Per il momento non ci sono altre forme contrattuali, anche tra le più recenti, che secondo noi possano sostituire l’apprendistato, ribadendo il concetto che si tratta già di una tipologia di contratto a tempo indeterminato e che noi lo intendiamo per tale. Siamo comunque pronti a valutare alternative se e quando disponibili. Come mai la scelta di pubblicare degli annunci interamente in inglese per pubblicizzare questo YTP?La scelta è data dal fatto che trattandosi di una realtà aziendale di orientamento internazionale, tutti i nostri dipendenti devono essere in grado di parlare fluentemente la lingua inglese per poter lavorare con colleghi provenienti da ogni parte del mondo. Il nostro lavoro prevede spostamenti internazionali frequenti sia durate il programma che dopo.Siete soddisfatti della preparazione universitaria dei candidati italiani? In generale sì. In particolar  modo siamo molto ben colpiti da alcuni atenei che riescono ad allineare le competenze degli studenti alle reali necessità aziendali attraverso programmi di internazionalizzazione - corsi di laurea in lingua inglese, programmi di scambio internazionale, collaborazioni con università estere. Tutto questo permette agli studenti di sviluppare alcune abilità necessarie per lavorare in un contesto strutturato come quello di una multinazionale. Siamo convinti del beneficio di una collaborazione attiva tra università e imprese attraverso un canale diretto tra docenti e professionisti per riuscire a dare continuitá tra teoria e pratica. Ospitiamo o collaboriamo spesso con studenti che ci aiutano nella ricerca. Quest’anno poi siamo stati presenti in una decina di atenei - tra cui le università di Lecce, Bergamo, Trento, il Politecnico di Bari... - per farci conoscere ed avvicinarci maggiormente ai professori e agli studenti. Durante le visite abbiamo cercato di dare un’idea il più reale possibile della nostra azienda attraverso immagini e racconti del quotidiano. Abbiamo inoltre portato con noi professionisti e trainees del programma YT che hanno testimoniato la loro vita professionale in Tetra Pak.  L’esperienza è stata entusiasmante e ci ha dato una carica di energia. L’entusiasmo degli studenti ci ha incoraggiato parecchio anche se in alcuni casi, soprattutto al Sud, abbiamo notato che a volte i ragazzi non comprendono appieno l’importanza degli incontri con le aziende organizzati presso le università e quindi la partecipazione non e’ stata quella che ci aspettavamo.Un bilancio degli anni passati?Uno degli obiettivi principali di Tetra Pak è la qualitá e questo si manifesta anche nei programmi e attività rivolte alle persone che vi lavorano. Il programma YT è ritagliato su misura sulle persone, i trainees. L’investimento non e’ solo monetario ma anche di risorse dedicate a seguire la crescita professionale dei ragazzi a partire dal tutor, un Program Manager dedicato, fino a tutti i professionisti che ospitano i trainees nelle loro organizzazioni con l’impegno di inserirli nelle attivitá di business. Finora sono stati inseriti circa un centinaio di giovani, di cui piu’ di un terzo donne. I nostri YT Trainee provengono dai principali atenei italiani come l’università di Bologna, Modena-Reggio Emilia, i Politecnici di Bari, Torino e Milano, l’università Federico II di Napoli. Di coloro che hanno terminato il programma, il 60% ha già raggiunto una posizione manageriale o specialistica o la raggiungerá entro i prossimi cinque anni. Durante il programma gli YT Trainees sono basati principalmente nelle due sedi centrali di Tetra Pak a Lund in Svezia e a Modena in Italia. Di questi il 10% proviene da altre geografie quali la Cina, la Thailandia, il Pakistan.

Stanno per ripartire gli stage al ministero degli Esteri: si chiameranno Maeci-Crui e ci sarà un rimborso

Gli stage Mae-Crui stanno per tornare. O quantomeno una loro nuova edizione, aggiornata e corretta. Attenzione, non è vero - come alcuni siti hanno subito sparato - che siano già tornati. Ma è quasi sicuro che nei prossimi mesi verrà pubblicato un bando contenente alcune centinaia di opportunità di fare tirocini alla Farnesina e in ambasciate, consolati e istituti di cultura italiani in giro per il mondo. Merito di una giovane deputata del Partito democratico, Lia Quartapelle, classe 1982, che per mesi ha lavorato per ripristinare il programma, cercando la quadra tra le nuove normative in materia di stage, la decisione del Mae di sospendere nel 2012 il programma, le aspettative dei tanti giovani interessati a questi stage, e la necessità di creare una forma nuova e più sostenibile, prevedendo un sostegno economico per gli stagisti. Del resto, la Quartapelle conosce bene l'importanza delle esperienze internazionali, anzi si potrebbe dire che ce l'abbia nel Dna: alle superiori ha studiato a Llantwit Major, in Galles, al Collegio del Mondo Unito dell’Atlantico, arrivando al Baccalaureato Internazionale; ha una laurea in Economia dello sviluppo e un Master in Economia alla School of Oriental and African Studies di Londra. Dal 2009 è ricercatrice all’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, come responsabile del programma Africa; ed è cultrice della materia presso la cattedra di Storia e istituzioni dell’Africa dell’università di Pavia. Onorevole Quartapelle, a che punto siamo col Mae-Crui - anzi, col Maeci-Crui? A buon punto. Per la riattivazione dei tirocini organizzati dalla Farnesina e dalle università italiane abbiamo intrapreso un lungo percorso, non senza ostacoli. Ho depositato una proposta di legge e diversi emendamenti. Ora, finalmente, il lavoro in Parlamento ha dato i suoi frutti. La norma è stata approvata e possiamo tornare ad offrire questa importante opportunità ai nostri studenti più meritevoli, perché siamo convinti che la loro integrazione nel mercato del lavoro passi da grandi riforme di sistema come il Jobs Act, ma anche da piccoli interventi mirati come la riattivazione dei tirocini con la nuova denominazione Maeci-Crui, perché il Ministero degli Esteri ha cambiato nome, diventando Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. La Farnesina e le università devono ancora stipulare una convenzione, indispensabile per l’attuazione della norma. Stiamo lavorando, affinché sia sottoscritta quanto prima e i tirocini siano pienamente operativi entro l’autunno. Le prime notizie trapelate parlano di un numero di stage compreso tra 300 e 500. Da cosa dipenderà la definizione del numero esatto?Il numero esatto dei partecipanti si potrà sapere soltanto dopo la stipula della convenzione tra la Farnesina e le università e la pubblicazione del bando. Non può essere definito da una norma, perché ovviamente dipende non soltanto dalle risorse messe a disposizione, ma anche dalle esigenze delle università e dalle disponibilità e dai bisogni delle nostre ambasciate. La stima, attorno ai trecento partecipanti, è relativa all'anno in corso, cioè ai mesi restanti del 2015, una volta firmata la convenzione e aperto il bando per i posti. Poi potrebbe variare. Sono certa che l’aiuto dei tirocinanti si rivelerà molto prezioso per le nostre rappresentanze all’estero. L’auspicio è quindi che una volta rientrati a regime, negli anni a venire si possa estendere la platea dei tirocinanti e aumentarne il numero, inserendo il finanziamento per i tirocini in modo strutturale nel bilancio dello Stato.  300-500 opportunità di stage sono certamente tante, infatti, ma il "vecchio" Mae-Crui permetteva di fare questa esperienza a circa 1800 ragazzi ogni anno. Non si poteva davvero fare di più?Intanto, partiamo. Anche perché il programma quest'anno inizierà in fase sperimentale, e per solo i mesi restanti dell'anno. I nostri uffici di rappresentanza all’estero – tra Ambasciate, Consolati e Istituti di cultura – sono complessivamente poco più di 300. Anche suddividendo i partecipanti in cicli trimestrali, non credo sia possibile in una fase iniziale che la rete diplomatico-consolare assorba un numero così elevato di tirocinanti. Tanto più che il nostro obiettivo non è mandare i ragazzi a farsi un giro all’estero e a fare fotocopie. Vogliamo fare partire i giovani davvero interessati alla diplomazia e alle relazioni internazionali e vogliamo che siano seguiti. Devono potere sfruttare l’esperienza del tirocinio per capire se il loro è un reale interesse per carriere con proiezione internazionale o, di converso, per prendere consapevolezza di non essere realmente interessati o tagliati per intraprendere la carriera diplomatica o di cooperazione e imboccare nuove strade che meglio si confanno alle loro aspirazioni. Negli anni in cui il Mae-Crui era un programma avviato, e quindi non nei primi anni, partivano circa mille tirocinanti ogni anno. Ora il numero degli studenti che potranno accedere sarà inferiore, ma è intervenuta un’altra differenza fondamentale, poiché ai tirocinanti sarà corrisposto un piccolo rimborso. Infatti, la differenza più importante rispetto al "vecchio" Mae-Crui è che gli stagisti finalmente riceveranno un compenso: anche qui le indiscrezioni parlano di 500 euro al mese. È così? E chi erogherà questi soldi, il Mae o le singole università di partenza?Questo è il fulcro della questione e il cuore del nuovo impianto dei tirocini. Nella scorsa legislatura, la riforma Fornero stabilì il giusto principio della congrua corresponsione di un rimborso anche per i tirocini. Non disponendo dei fondi necessari per lo stanziamento dei rimborsi, la Farnesina dovette sospendere il programma Mae-Crui. In realtà, la riforma Fornero e le successive Linee Guida concordate in Conferenza Stato Regioni introdussero un rimborso spese minimo obbligatorio di 300 euro, ma solo per i tirocini extracurriculari. Se il Mae avesse voluto, cioè avrebbe potuto non sospendere il programma, limitarlo agli studenti, escludendo i neolaureati, e continuare ad ospitare stagisti gratis. Dopo l’approvazione della riforma ci furono alcune settimane di assestamento. Con non pochi disagi, che voi prontamente denunciaste, per i tirocinanti che erano già stati selezionati ed assegnati negli uffici all’estero. Alla fine la sospensione fu revocata sia per i tirocini curriculari che per gli extra-curriculari, ma si pose la questione di capire come rivedere il regime dei tirocini e la relativa convenzione.Comunque lei ha lavorato per prevedere un rimborso spese per questi tirocini, anche se curriculari: evidentemente pensa, come la Repubblica degli Stagisti, che sia importante prevedere un sostegno economico per i giovani che fanno questo tipo di stage.Infatti, la decisione è anche politica. Il principio di una congrua corresponsione di un rimborso è un principio che, a mio giudizio, deve essere esteso il più possibile. Adesso abbiamo reperito un piccolo fondo, e al rimborso dovrebbero concorrere sia la Farnesina che le università. Le quote e le modalità saranno definite nella convenzione. Bisognerà valutare, per esempio, se diversificare l’ammontare del rimborso in base alla destinazione. Un’altra idea in discussione è di premiare i ragazzi che hanno ottenuto migliori risultati accademici assicurando loro una piccola gratificazione in più. Va precisato, infatti, che non si tratta di una retribuzione. Nella logica dei tirocini curriculari, il vantaggio per gli studenti è quello della formazione e di fare nuove esperienze. Vogliamo premiare la curiosità di tante ragazze e di tanti ragazzi che hanno voglia di varcare i confini, di osservare il mondo e di esprimere il loro impegno personale a livello europeo ed internazionale. Ciò non toglie che l’importo minimo dei rimborsi abbiamo voluto stabilirlo per legge. Non potrà essere inferiore ai 300 euro mensili. Quindi, chiamerei questa seconda fase dei tirocini Maeci-Crui: sia per il cambio di nome del dicastero, che ora non è più solo il Ministero degli Affari esteri, ma anche della Cooperazione internazionale, sia perché i tirocini sono diversi, prevedendo un rimborso.Coprire la spesa per 500 stage della durata di 4 mesi erogando a ciascun tirocinante 500 euro al mese di rimborso spese costerebbe 1 milione di euro. Dove siete riusciti ad attingere il denaro? Come ho detto, al rimborso dovrebbero concorrere sia le università che la Farnesina, con quote e modalità da stabilire nella convenzione. Per quello che riguarda la Farnesina, attingiamo a un fondo con dotazione di 500 mila euro. Ammettendo che anche solo la metà di esso possa essere destinato ai tirocini, e che le università tutte insieme mettano a disposizione lo stesso importo – inferiore allo 0,004% del fondo per il funzionamento ordinario delle università – avremmo gli strumenti per assicurare 500 euro mensili a 250 studenti per quattro mesi. Come ho detto però, si potrebbe prevedere rimborsi un po’ più bassi per alcune destinazioni e aumentare il numero di partecipanti. Inoltre, nella norma ci siamo premurati di dare la possibilità di commutare il rimborso in tutto o in parte in forma di facilitazioni o benefìci non monetari, come vitto e alloggio, nelle ambasciate che dispongono di tali strutture, spesso inutilizzate. Questa opportunità dovrebbe permettere di accrescere sensibilmente il numero di partecipanti, perché si aggiungono anche risorse "in kind" allo stanziamento del Maeci.  Cioè i vantaggi per gli stagisti, come l'alloggio o il rimborso del viaggio, non sarebbero aggiuntivi rispetto ai 500 euro di rimborso spese mensile, bensì "sostitutivi". Sì: la possibilità di alloggiare presso le ambasciate andrebbe a sostituire, almeno in parte, il rimborso. Altrimenti si creerebbero disparità di trattamento tra chi è assegnato alle rappresentanze che dispongono delle strutture e coloro a cui questa facilitazione non può essere offerta. Inoltre, abbiamo cercato di seguire davvero una logica di efficienza e di massima razionalizzazione delle risorse, che non sono tante.  Qual è stato l'iter parlamentare per riattivare questi tirocini?La norma sui tirocini negli uffici diplomatico-consolari è stata introdotta attraverso un mio emendamento al decreto terrorismo e missioni internazionali, che è ormai stato approvato sia alla Camera che al Senato ed è anche stata pubblicato in Gazzetta Ufficiale appena tre giorni fa. È legge, e ne sono molto contenta. Ho ricevuto messaggi di apprezzamento da tantissimi giovani. Non solo degli aspiranti tirocinanti, ma anche da coloro che hanno avuto il privilegio di fare questa esperienza anni fa. Molti di loro oggi sono professionisti affermati, e ricordano l’esperienza del Mae-Crui come un primo passaggio fondamentale del loro percorso. Ci sono stati parlamentari che l'hanno supportata in questo lavoro?Alla mia proposta di legge e ai miei emendamenti hanno aderito più di cinquanta colleghe e colleghi, per lo più del Pd, ed è stata accolta con favore in commissione. Mi sarei aspettata una più ampia adesione e maggiore sostegno da parte delle opposizioni, e in particolare dei 5Stelle. La lotta alla disoccupazione dei giovani e la loro integrazione professionale nel mercato del lavoro non dovrebbero essere una priorità soltanto del Pd e del governo, ma di tutti. La riattivazione dei tirocini nelle ambasciate è a vantaggio delle ragazze e dei ragazzi che ne beneficeranno, delle università e della nostra amministrazione. In questa fase delicata per il rilancio strategico della nostra politica estera, la nostra rete diplomatica è impegnata anche per la campagna di promozione della candidatura italiana al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale sa che potrà raccogliere il contributo di idee e di collaborazione dei tirocinanti, e infatti è stato efficacemente collaborativo lungo tutto l’iter parlamentare del provvedimento. Una volta approvato definitivamente il provvedimento, come accennava, dovrà essere sottoscritta la convenzione tra il Ministero degli Affari Esteri e la Crui. Quando potrebbe essere firmata?C'è una bozza in elaborazione e proprio la settimana prossima mi incontrerò al Maeci anche con la Crui e il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca. Tutte le parti si sono dichiarate e dimostrate molto interessate e disponibili a far ripartire i tirocini quanto prima.Realisticamente, quando verrà pubblicato il primo bando del primo Maeci-Crui? Sarà un unico bando annuale, oppure come in precedenza sarà spezzettato in più sessioni?Per quest’anno non ci sono certamente i tempi per organizzare più cicli. L’obiettivo è sottoscrivere la convenzione quanto prima e organizzare un primo unico ciclo “sperimentale” per l’autunno/inverno. Dall’anno prossimo la riattivazione dovrebbe poi rientrare a regime. Si sa già quali saranno i requisiti necessari per accedere a questo "nuovo" Mae-Crui?I requisiti non sono definiti per legge e saranno individuati nella convenzione e indicati nei singoli bandi. Non credo che saranno dissimili da quelli che valevano in precedenza. Giovani under-30, con ottimi risultati accademici, che dimostrino reali interessi per le relazioni internazionali e abbiano buone conoscenze delle lingue straniere. Si sa già se il programma sarà aperto solo a laureandi, dunque stage curriculari, o anche neolaureati, dunque stage extracurriculari? Per il momento saranno attivati soltanto i tirocini curriculari, ma sia per i laureandi di primo che di secondo livello. Quando entrerà a regime il "nuovo" Mae-Crui, che ne sarà delle forme "spurie" che sono state create in questi ultimi due anni da alcune singole università? Queste tipologie di tirocinio verranno cancellate, reindirizzando tutti i candidati al bando, oppure persisteranno?L’autonomia delle singole università nel costruire opportunità per i loro studenti non deve certamente essere inficiata. Questo però è un programma nazionale che ha l’ambizione di coinvolgere studenti da tutta Italia e da tutti gli atenei, senza escludere, in particolare, i ragazzi delle università che non offrono altre possibilità di fare esperienza all’estero.Intervista di Eleonora Voltolina

Garanzia Giovani, 1 miliardo di euro dall'Ue per rilanciarla. L'eurodeputato Benifei: «Grillini grandi assenti»

La Garanzia Giovani, il programma per aiutare i giovani disoccupati europei nelle regioni maggiormente colpite dalla crisi, finanziato con 6 miliardi di euro, non sembra essere partito col piede giusto. E non solo in Italia: in molti Paesi le iniziative a favore dell'occupazione e dell'occupabilità degli under 30 sembrano andare a rilento. Ma mal comune non fa certo mezzo gaudio. L'Unione europea sta lavorando al miglioramento di un particolare aspetto che potrebbe far finalmente partire la macchina: quello dell'iter - e sopratutto dei tempi - di trasferimento dei soldi dall'Ue ai singoli Paesi. Proprio pochi giorni fa è arrivato il primo voto favorevole in Commissione Lavoro del Parlamento europeo: il voto finale, in plenaria, è calendarizzato per maggio ma forse si riuscirà addirittura, dato il carattere di urgenza, ad anticiparlo alla sessione di aprile prevista nei prossimi giorni. A spiegare cosa sta succedendo alla Repubblica degli Stagisti è il democratico Brando Benifei, con i suoi 29 anni uno dei più giovani europarlamentari eletti l'anno scorso, che di Garanzia Giovani si occupa in maniera intensiva fin da prima del suo arrivo a Bruxelles.La commissaria europea al lavoro, Marianne Thyssen, aveva annunciato a febbraio dalle pagine del Corriere della Sera un incremento immediato di 1 miliardo di euro per la Garanzia Giovani: sembra che la promessa stia diventando realtà. E di questi soldi, 175 milioni arriverebbero all'Italia.Sì, ma attenzione: non si tratta di un miliardo in più. Quel miliardo fa parte dei 6 già stanziati: la notizia è che verrà anticipato. Il meccanismo finora infatti si è basato su un regolamento, emanato all'avvio della Youth Employment Initiative, che prevede che gli Stati ricevano solo l'1,5% dell'importo a loro assegnato: un "prefinanziamento" bassissimo. In pratica gli Stati devono anticipare l'intera cifra, e poi richiedere il rimborso all'Unione europea. Ma questo meccanismo non ha funzionato, tanti Paesi si sono arenati e non sono riusciti a far partire i programmi operativi perché non hanno i fondi per anticipare le spese. Dunque adesso la proposta è di innalzare il prefinanziamento dall'1,5% al 30%: un aumento enorme.E certamente non facile da far digerire a tutti. A livello di Ue le questioni di bilancio sono sempre molto faticose, e quindi il fatto di dover sborsare denaro "cash" dalle casse dell'Unione europea, anticipandolo invece che diluirlo, potrebbe creare problemi di liquidità. Ma con solo 1,5% di anticipo, il rischio è che l'intera Youth Guarantee finisca in un flop. Bene dunque che arrivi un correttivo. Di chi è stata la prima idea di aumentare questa percentuale?Il vecchio commissario Andor era convinto della necessità di avere un prefinanziamento più alto, ma le condizioni politiche non lo permettevano: non c'era accordo nel collegio dei commissari. Ora, di fronte a una presa d'atto della impossibilità di funzionare di Garanzia Giovani senza un incremento del prefinanziamento, la commissaria Thyssen ha attuato questa scelta, anche a fronte della spinta di alcuni gruppi politici – S&D in testa, ma anche parte del PPE – per superare questo problema della scarsità di risorse immediatamente disponibili. Questa decisione viene presa che in base a qualche report sull'attuazione della Garanzia Giovani nei vari Paesi europei?Quando la commissaria ha presentato in Aula questa proposta di modifica del regolamento del Fondo sociale europeo - perché legalmente si tratta di questo - per aumentare il prefinanziamento della Youth Employment Initiative, ha dovuto ovviamente motivarlo. In quell'occasione ha detto chiaramente che la Commissione ha deciso questa modifica in quanto si è resa conto che gli Stati membri hanno avuto difficoltà nel fare i kickstart dei progetti. La Commissione ha ritenuto di rispondere a una delle problematiche, cioè quella che poteva più direttamente attuare: l'aumento del prefinanziamento. Ci sono ovviamente altri problemi burocratici, o di comunicazione del progetto, ma quelli sono nelle mani degli Stati membri e nel caso italiano delle Regioni. La Commissione è andata a fare ciò che poteva fare meglio: cambiare il funzionamento del finanziamento che viene dalle sue casse. In che modo procede questo iter di modifica del regolamento?Abbiamo cercato di accelerarlo, preparando degli emendamenti unitari di tutti i gruppi politici. Io sono il relatore “ombra” per gruppo S&D: il relatore principale è del PPE. Una cosa un po' sconcertante è che il gruppo EFDD, cioè il gruppo del Movimento 5 Stelle e di Farage, per tutto il periodo della discussione in Commissione di questo provvedimento non ha nominato nessun relatore. Insomma i grillini, che parlano tanto di disoccupazione, sono l'unico gruppo che a Bruxelles non ha avuto il relatore su questo tema della Garanzia Giovani. Abbiamo scoperto qualche giorno fa che alla vigilia della votazione in Commissione, dunque il 15 aprile quando la votazione era il 16, il gruppo ha nominato il suo relatore, peraltro proprio un italiano del Movimento 5 Stelle. Non lo non abbiamo mai visto alle riunioni; ha perso la fase più importante, quella di cercare emendamenti e soluzioni comuni. Ma comunque la nomina, pur tardiva, gli consentirà di avere tempo di parola in plenaria. Vedremo poi per dire cosa. Cosa avete ottenuto attraverso il lavoro in Commissione?Abbiamo dovuto fare ovviamente un lavoro di limatura con il PPE, che è sempre prudente rispetto alle misure in cui si spendono soldi. Discutendo siamo arrivati a far valere un principio molto importante: cioè che è giusto che la Commissione europea preveda che se non viene utilizzato il 50% di questo nuovo prefinanziamento aumentato entro 12 mesi, i fondi vadano restituiti - come dire: vi togliamo l'alibi di non poter avviare i progetti perché non avete i soldi, ma dovete dimostrare che siete capaci di usarli in maniera efficace. Ma bisogna anche essere certi che ci siano effettivamente 12 mesi per utilizzare la metà del prefinanziamento, cioè che la Commissione paghi entro una settimana al massimo gli Stati. La Commissione europea dovrà rispettare tempi strettissimi nel versare il denaro, perché se ci mette due mesi – come spesso ci mette per i fondi agricoli – poi i mesi per utilizzare i soldi da 12 diventano 10. Cioè il countdown dei 12 mesi partirà da quando i soldi arriveranno?Questo è quello che noi avremmo voluto. Ma non bisogna dimenticare che per questo programma ci sono dei contributori netti, come Danimarca e Germania, che ne beneficiano in misura ridotta, e che di questa torta anticipata non ottengono quasi nulla. Questi Paesi vogliono delle rigidità nell'utilizzo da un punto di vista temporale dei fondi, e non vedono favorevolmente modifiche che potrebbero ai loro occhi allungare i tempi. È una posizione non ragionevole, perché noi non chiediamo più tempo: chiediamo che il countdown per l'utilizzo dei fondi inizi dal momento in cui sono effettivamente versati. Abbiamo rinunciato a proporre emendamenti del testo legislativo, ma a livello politico abbiamo posto le questioni più importanti nelle premesse, chiedendo una lettera con una presa di posizione pubblica della Commissione europea che garantisca che il versamento di questi nuovi fondi dell'anticipo avverrà in tempi brevissimi. A noi è stato assicurato in via privata "in a couple of days", ma vogliamo rassicurazioni sostanziali. Inoltre, chiederemo al Consiglio, tramite un'interrogazione orale, un impegno pubblico a sbloccare finalmente i programmi operativi e un'efficiente realizzazione dei progetti, ora che il problema iniziale della mancanza di liquidità è stato risolto dalla proposta della Commissione. Se questi soldi si sbloccassero, i 175 milioni di euro italiani andrebbero al ministero del Lavoro che poi li dovrebbe smistare alle Regioni, oppure l'UE farebbe 21 versamenti diversi alle varie Regioni?La Commissione europea dà i soldi a ogni Stato membro. Poi è una questione di contabilità di ognuno per l'allocazione delle risorse finanziarie al suo interno: l'Italia smisterà i soldi alle Regioni. E lì allora bisognerà vigilare affinché non si creino sacche di ritardo. Tornando all'Europa, il provvedimento potrebbe vedere la luce già nelle prossime settimane?Esatto. A marzo in Commissione abbiamo avuto il dibattito generale sul provvedimento, e il 16 aprile il voto. In plenaria il voto finale è stato fissato per la sessione di maggio: è veramente un iter rapidissimo: se ci riuscissimo, in tre mesi avremmo approvato una modifica a una fonte legislativa primaria. Dato che in Italia un freno alla buona implementazione della Garanzia Giovani è il funzionamento farraginoso dei centri per l'impiego, è verosimile che parte di questi 175 milioni di euro possa essere dedicata esplicitamente e direttamente al potenziamento del personale?Direttamente, no. Indirettamente però sì, nel senso che i progetti che si potranno far partire potrebbero anche servire - si spera - per rimettere in moto le strutture, ed essere occasioni di crescita del personale interno. Però obiettivamente serve una politica del governo nazionale per implementare i centri per l'impiego. L'Europa su questo non ha una competenza diretta. In un recente report della Corte dei conti europea su Garanzia Giovani, uno dei rilievi è che dentro il programma si faccia riferimento a offerte di buona qualità, ma non venga specificato che cosa si intende per buona qualità, e quindi non ci sia il modo di valutare.Questo è un problema che noi abbiamo posto alla commissaria Thyssen nel momento delle audizioni. Lei ha promesso che si impegnerà in questi mesi a specificare meglio che cosa si intende per offerta di buona qualità, in modo da rendere questa dicitura più vincolante anche per gli Stati membri. Credo che il report della Corte sarà un ulteriore stimolo per la commissaria a fare quello che si è impegnata a fare. Quando ha preso avvio Garanzia Giovani in Italia c'era il governo Letta, che andò a Bruxelles e riuscì a ottenere che i fondi di GG potessero essere spesi in un solo biennio, quindi 2014-2015, anziché spalmati su 7 anni. Questo vuol dire che con la fine del 2015 in Italia la GG finirà? Cosa devono pensare i giovani italiani?No. Innanzitutto i fondi 2014-2015 dispiegheranno i loro effetti fino al 2016; poi sarà necessario stanziare delle nuove risorse. La partita si giocherà con la revisione di medio termine del quadro finanziario pluriennale che affronteremo nel 2016. È il grande tema, per noi socialisti e democratici, di aprire questo dibattito per cambiare le linee del bilancio europeo. E se gli Stati membri, come si spera, saranno stati in grado di utilizzare i nuovi fondi anticipati, noi in quella occasione avremo gli argomenti per dire che, pur con qualche difficoltà iniziale, la GG sta dando dei frutti – e per proporre di rifinanziarla. Abbiamo chiesto che ci siano altri 20 miliardi per GG per gli anni successivi al 2016 e Junker l'ha scritto nel suo programma, quello su cui abbiamo poi votato: a patto che gli Stati membri utilizzino i 6 miliardi che sono già stati stanziati. Dunque non c'è scelta: bisogna usare i soldi presto e bene.intervista di Eleonora Voltolina 

Passa il blocco dei contributi per i freelance, ora le associazioni chiedono a Renzi un tavolo di confronto

Al popolo delle partite Iva quel che sta facendo il governo Renzi in materia di lavoro non piace molto. I lavoratori autonomi, i cosiddetti "freelance", si lamentano sopratutto per la forte pressione fiscale e contributiva e contrastano ogni tentativo - avviato, a dir la verità, anche dai governi precedenti a quello in carica - di innalzare l'aliquota a carico degli iscritti alla Gestione separata dell'Inps. Per sabato a Milano è in programma un evento organizzato da Alta partecipazione, che riunisce molte associazioni attive su questi temi, il cui titolo è una sorta di gioco di parole: "Riapriamo la partita". Quattro gruppi di lavoro si riuniranno ad altrettanti tavoli (diritti e tutele per i professionisti per legge e per contratto; compensi minimi e previdenza, formazione e fisco) mettendo uno di fronte all'altro esponenti della società civile e parlamentari. Nel pomeriggio è previsto un dibattito cui parteciperanno tra gli altri Cesare Damiano, già ministro del lavoro e oggi presidente della Commissione lavoro della Camera, il sottosegretario al ministero dell'Economia Paola de Micheli, il presidente di Confassociazioni Angelo Deiana e Anna Soru, presidente di Acta. La Repubblica degli Stagisti ha fatto il punto della situazione con Giorgia D'Errico, tra i coordinatori di Alta Partecipazione. Trentaquattro anni, piemontese, sui social network la D'Errico si autodefinisce «mamma, assistente parlamentare, coordinatrice della sezione Giovani di LavoroWelfare» aggiungendo di fare «della conciliazione dei tempi una missione di vita».Per i lavoratori autonomi non ci sarà un aumento dei contributi: l'emendamento passato la settimana scorsa prevede che almeno per quest'anno restino al 27,72%. Un risultato che Alta partecipazione porta a casa con soddisfazione, ve lo aspettavate?É un risultato ottenuto, oltre che da Alta Partecipazione, dai lavoratori, dai parlamentari dei diversi gruppi e dalle associazioni. Lo speravamo ma fino all’ultimo temevamo che l’esecutivo  si tirasse indietro. Da un lato il premier si era molto speso su una possibile retromarcia da parte del governo rispetto alla possibilità di bloccare l'aliquota previdenziale, ma dall'altro sembrava non ci fosse la volontà di trovare la copertura finanziaria per poterlo fare. Ora  siamo contenti, ma consapevoli che su questi temi la strada è ancora lunga.Però d'altra parte versare meno contributi oggi equivale a ricevere una pensione minore domani.Per questo diciamo che la strada è ancora lunga. Tant’è che  l'emendamento approvato nel Milleproroghe mantiene al 27% la contribuzione Inps per il 2015, ma prevede che passi al 28% per l'anno 2016 e al 29% per l'anno 2017, garantendo così una certa gradualità.Il sistema contributivo è meno vantaggioso per chi va in pensione, perché prevede assegni pensionistici direttamente proporzionali a quanto versato durante il periodo lavorativo. Considerando che per i lavoratori dipendenti i contributi sono molto alti - oltre il 40% - e quasi interamente versati dall'azienda, mentre i lavoratori autonomi si devono pagare tutto di tasca loro, Alta partecipazione ritiene che il contributivo puro sia accettabile o propone qualche correttivo?Il sistema contributivo di per sé potrebbe anche non essere un problema, anzi, là dove le retribuzioni sono alte risulterebbe anche più vantaggioso. Il problema infatti sta proprio nei bassi compensi e la soluzione sta nel rivedere le retribuzioni che, come si può immaginare, non sono solo una mera questione di sopravvivenza. Anche il mondo delle partite iva e del lavoro autonomo è un mondo diseguale.La prossima battaglia su cui vi concentrerete è la tutela della maternità per le lavoratrici autonome. Cosa proponete?Assolutamente: cambia il lavoro e necessariamente vanno riviste le tutele, soprattutto per le lavoratrici donne nei periodi di maternità. Va  garantita e sostenuta la facoltà di astensione totale o parziale dal lavoro delle lavoratrici iscritte alla gestione separata dell’Inps alle stesse condizioni previste per le altre lavoratrici autonome e per le libere professioniste.La differenza con la maggior parte delle lavoratrici private è che un'autonoma quasi mai stacca completamente, nemmeno appena dopo aver partorito. Come focalizzate questo aspetto peculiare della conciliazione maternità / lavoro per le lavoratrici autonome?Le tutele per la maternità vanno ripensate. Riteniamo che su questi temi il nostro Paese, in passato, abbia avuto molto da insegnare; ma ora la società dei lavori è assolutamente cambiata e con lei dovrebbero essere riadattate anche le tutele. Personalmente ritengo che il periodo che una donna dedica alla cura del proprio figlio, in una società giusta ed equa, non dovrebbe essere oggetto di trattativa. Lo Stato dovrebbe “farsi carico” per un certo tempo di mamma e figlio rispondendo alle esigenze di entrambi. Sappiamo che non è così. Siamo consapevoli del fatto che una professionista non può permettersi di rimanere lontana dal lavoro per tre mesi consecutivi e che il suo modo di organizzare il lavoro sarà sicuramente diverso da una lavoratrice dipendente quindi va garantita alla prima un sostegno al reddito senza l’obbligo di astensione dall’attività professionale.Per quanto riguarda la malattia, Acta sta da tempo sostenendo lo sciopero contributivo di una freelance malata di cancro, per portare avanti una campagna per permettere ai lavoratori autonomi di sospendere il pagamento dei contributi in caso di gravi malattie. Voi su questo punto cosa proponete?Conosciamo bene la realtà di Acta perché molte della battaglie che hanno portato i risultati dei quali abbiamo discusso sono state condotte insieme. Alta partecipazione propone di definire la costituzione e la vigilanza di un fondo bilaterale interprofessionale a contribuzione volontaria con finalità di tutela sanitaria, di sostegno al reddito, formative e in generale di sostegno all’attività professionale.In ultima analisi, il governo Renzi ha cambiato rotta e sta dimostrando una attenzione maggiore al mondo dei lavoratori autonomi?Il presidente Renzi ha iniziato a parlare di lavoratori autonomi fin dai primissimi giorni di  insediamento del suo governo. È stata una boccata di ossigeno che però ci ha fatto tornare in apnea molto presto. Nella battaglia che in questi mesi abbiamo sostenuto ferocemente con Acta e Confprofessioni non possiamo assolutamente negare la vicinanza di molti parlamentari: e ora è evidente lo sforzo che il governo ha fatto per trovare una soluzione al blocco dell’aliquota stanziando 120 milioni. Adesso però chiederemmo all’esecutivo un ulteriore passo in avanti: ci era stato promesso che presto sarebbe stato convocato un tavolo con le associazioni dei lavoratori autonomi e dei professionisti per valutare insieme le priorità e condividere le soluzioni. Ecco, i tempi sono maturi perché questo avvenga.Intervista di Eleonora Voltolina

L'assessore al lavoro della Campania: «Il Jobs Act da solo non basta, ci vogliono i fact»

Se tutti parlano di Jobs Act lui sdogana provocatoriamente un personalissimo neologismo: Jobs f(Act). Questo il titolo del libro dato alle stampe pochi mesi fa da Severino Nappi, assessore al Lavoro della Regione Campania. Testo in cui espone senza mezzi termini la sua idea: meno regole e burocrazia e più investimenti e incentivi allo sviluppo. La Repubblica degli Stagisti ha provato a capire dall’autore come tutto questo possa essere realizzato in Italia e perché a suo avviso il Jobs Act non può essere l’unico rimedio ai problemi del nostro mercato occupazionale.Nel libro afferma che le riforme degli ultimi quattro anni hanno «toppato» perché focalizzate  sul contratto di lavoro individuale e responsabili di aver ulteriormente complicato il mare magnum della nostra legislazione del lavoro. Perché è tutto sbagliato?Perché oltre all’inutilità di intervenire sul contratto individuale e non su quello collettivo trovo inutile e talvolta dannoso operare sulle regole senza alcun tipo di intervento sugli investimenti e sullo sviluppo. Sulle leggi e sulle tipologie contrattuali potremmo discutere per ore e ognuno, ovviamente, avrebbe la sua ricetta, ma gli investimenti, specie al Sud, sono i grandi assenti degli ultimi quarant'anni. E poi francamente sono stufo delle riforme a costo zero. Ecco perché ho auspicato provocatoriamente nel titolo un ritorno ai «fact». Anche il Jobs Act ha un focus su un contratto individuale, quello a tutele crescenti, e a suo avviso non guarda alle condizioni e aspettative del mercato. Fornire degli sgravi alle aziende che assumono non è però comunque un modo per dar loro supporto e provare a ripartire? Quello degli incentivi alle assunzioni è un altro falso mito. Vi racconto un aneddoto che poco ha di simpatico e divertente. Come prima misura di contrasto alla crisi, la Regione Campania già nel 2010 aveva fissato diverse risorse sugli incentivi alle aziende in caso di assunzione. Non siamo andati oltre i dati noti. Aldilà di qualche caso patologico di sfruttamento della misura fine a se stessa, molte aziende non  erano interessate all’incentivo, piuttosto volevano  fossero date delle condizioni per la sopravvivenza. E un’azienda sana, per sopravvivere, non ha bisogno soltanto dell’incentivo all’assunzione del lavoratore ma di tante altre garanzie, innanzitutto a tutela del lavoratore stesso. Poi questi incentivi li ha messi anche in campo il Governo, che poco è riuscito a fare rispetto alle Regioni, tant’è che adesso li ha riproposti alle regioni stesse. Un po'di tempo fa ha affermato che quelli campani sono «giovani concreti che cercano di costruirsi da soli il proprio futuro, privilegiando la flessibilità e mettendosi in proprio». Più che una scelta non si tratta di una strada legata a mancanza di alternative, laddove con un 47% di disoccupazione i giovani hanno rinunciato al posto fisso?La rinuncia al posto fisso, come dimostra anche un’indagine che ho diffuso di recente, è dettata da un cambiamento di mentalità di giovani che osservano il mercato che, a sua volta, si muove e muta. E questa coscienza c’è molto più al Sud che al Nord. Poi i dati sull’autoimprenditorialità che abbiamo raggiunto anche con la misura regionale del microcredito ci dicono che i nostri giovani non sono proprio dei bamboccioni o degli sfaticati ma che spesso, partendo proprio da questo micro-prestito di 25mila euro, si sono rimboccati le maniche e un lavoro se lo sono inventato. A proposito di occupazione la Campania ha il 14% di iscritti sul totale alla Garanzia Giovani e lei ha dichiarato che oltre 5mila persone hanno trovato lavoro grazie a essa. Il monitoraggio informale condotto dalla nostra testata non sta però facendo emergere risultati confortanti…I dati sono mensilmente pubblicati attraverso un bollettino diffuso dall’Arlas, l’Agenzia regionale per il lavoro. Non si tratta di tendenze, ma di dati reali e pubblici. Lì ci sono anche tutti i settori, come pure tutte le iscrizioni dei ragazzi, classificati per età, sesso, provenienza e tipologia di candidatura, così come le iscrizioni delle aziende per tipologia di vacancies. Naturalmente concordo sul fatto che occorrerebbe far molto di più e molto più in fretta. Ma la Garanzia Giovani è anche lotta contro la burocrazia, i tempi morti, lo scarso entusiasmo di alcuni funzionari pubblici ad andare oltre l’ordinario. Però per questo occorre uno sforzo corale e una presa di coscienza. Anche per questo pubblichiamo i dati. Tutti possono vedere dove le cose marciano di più e dove ci sono rallentamenti. Nel libro spiega che una delle strade per migliorare la ricerca di lavoro potrebbe essere quella di creare un'agenzia federale che sfrutti i fondi comunitari destinati alle regioni. Ci sono sviluppi sul tema? Il Governo sta lavorando a questa agenzia unica che, secondo me, deve in qualche modo essere collegata anche al territorio e fare da raccordo tra le regioni. Al momento siamo ancora in una fase embrionale in quanto le politiche del lavoro, in base alla riforma del titolo V, hanno competenze frammentate tra lo Stato centrale, le Regioni e, nel caso dei centri per l’impiego, ancora alle Province. Ragion per cui bisogna capire come il Governo intenderà muoversi in concomitanza con la riforma costituzionale che pure riguarderà un riassetto degli uffici provinciali. Quali competenze in materia di lavoro deciderà di lasciare in capo alle Regioni e quali conservare in mano allo Stato. In base a questo, e in tempi mi auguro rapidissimi, si definirà anche il ruolo dell’Agenzia unica nazionale. Su questo tema posso solo dire che la posizione delle Regioni è molto chiara e che, con i colleghi delle altre Regioni, in sede di Commissione stiamo elaborando una serie di proposte che stiamo sottoponendo di volta in volta sia al Ministro Poletti sia alle preposte Commissioni parlamentari. Lei propone una rivisitazione del motto degli anni 70 in «lavorare meglio, lavorare tutti», cercando di favorire la flessibilità. Ma è più  colpa delle aziende che non riescono a farlo o del fatto che non ci sia adeguata preparazione a questo tipo di situazioni da parte del lavoratore?Ritorniamo al tema del rapporto tra  contratto individuale e contratto collettivo. Lavorare meglio passa necessariamente per un riassetto a livello contrattuale, a volte tutoriale o aziendale, cosa che abbiamo fatto in Campania più volte, salvando molte aziende dalla chiusura e comunque scongiurando numerosi licenziamenti. Solo che anche questo riassetto è complicato perché per farlo ci vogliono molte ore di confronto, a volte nottate intere, trattative sindacali con le aziende, con le delegazioni dei lavoratori, che nel tempo della eliminazione dei corpi intermedi sembrano a dir poco passate di moda. Per me restano invece l’unica strada possibile. Gli ultimi dati di dicembre sull'occupazione sono meno negativi dei precedenti. Quali sono le sue previsioni per il prossimo anno, in vista anche dell'approvazione della normativa sul contratto a tutele crescenti e degli effetti delle altre disposizioni previste dal Jobs Act?La partita si gioca sulla fiducia e su molte altre cose. Lo ripeto, il Jobs Act da solo non è risolutivo. E anche i contenuti del Jobs Act di per sé sono insufficienti. Solo con un serio piano di investimenti si potrà far risalire l’occupazione e, di conseguenza, i consumi. Smettiamo di pensare esclusivamente ai numeri e alle regole finanziarie, per giunta con animo burocratico, e stimoliamo la crescita e l’occupazione. Ha funzionato in America dopo la grande depressione e sta funzionando di nuovo ora. Perché non possiamo faro anche noi? Chiara Del Priore

Donna, lavoratrice e madre: in un libro l'esperienza atipica di una expat

Non è solo una testimonianza, ma un vero e proprio manuale di istruzioni per studenti e lavoratori espatriati. Vivere all’estero (editore Egea) è un racconto "di vita vissuta" di tre anni lontano dal nostro Paese scritto Francesca Prandstraller, che oggi ha 52 anni ed è docente di organizzazione e risorse umane all’università Bocconi di Milano, città dove vive e si occupa proprio di mobilità internazionale. Incarico ottenuto anche grazie alla perfetta conoscenza della lingua inglese e al possesso di un titolo di studio estero.Quattordici anni fa - correva l'anno 2000 - la Prandstraller si trasferisce a Washington per seguire il marito manager, scelto dalla sua azienda per realizzare una missione internazionale. All’epoca è una libera professionista e lavora come docente a contratto e consulente. Al momento della partenza deve interrompere le sue attività e negli Stati Uniti non può lavorare, dato che il visto non prevede il permesso di lavoro per i coniugi al seguito di espatriati. Per questo decide di riprendere a studiare, conseguendo il Master of Art alla Georgetown University, prestigiosa università di Washington. Con lei e il marito ci sono le due figlie, allora di 11 e 5 anni, non proprio entusiaste della partenza. Per il genere femminile la situazione all'estero non è certo facile, anche perché nella maggior parte dei casi si ritrovano, come l'autrice, ad essere "accompagnatrici". Il numero delle professioniste impegnate direttamente in lunghe trasferte all'estero infatti, anche se è aumentato negli ultimi dieci anni, è comunque ancora molto ridotto: «Le donne sono  ancora troppo poche rispetto al totale degli espatriati. Le barriere sono innanzitutto organizzative: le aziende fanno fatica a scegliere i candidati secondo criteri oggettivi e quindi escludono spesso a priori le donne dalle missioni internazionali. Poi ci sono le difficoltà legate al work life balance, specie dai 35 anni in su, quando sia figli sia genitori anziani diventano ostacoli alla mobilità. E poi sono ancora un'esigua minoranza i partner maschi che si spostano al seguito di mogli in carriera internazionale. In termini di performance nella posizione all'estero invece non ci sono differenze tra uomini e donne, anzi». Tornando alla storia: la Prandstraller è in America per accompagnare il marito, una condizione come si diceva comune a molte donne: «Per ora l'assoluta maggioranza dei partner al seguito è donna e ha problemi di interruzione della propria carriera e difficoltà di lavorare all'estero per problemi di lingua, di visti, di continuità con quello che faceva prima. Inoltre le donne hanno un impatto diretto con la società estera nella vita di tutti i giorni fin dal primo giorno, senza la mediazione dell'azienda: questo ruolo è molto stressante e può influire in modo positivo o negativo sul benessere dei figli e del partner, e quindi anche sulla performance lavorativa di quest'ultimo». Il libro raccoglie anche le testimonianze di persone che hanno vissuto o vivono l’esperienza di un trasferimento all'estero, dagli studenti agli auto espatriati, dai manager che vanno in missione internazionale per l'azienda alle famiglie al seguito. Ma se la Prandstraller ha vissuto "di riflesso" la situazione di un manager che va all'estero per un periodo di tempo determinato, con una serie di benefit garantiti dall'azienda del marito, gli auto espatriati sono proprio coloro che non hanno un'azienda al momento della partenza e di conseguenza né uno stipendio né un alloggio garantiti, così come incerta è la data di rientro, a patto che ci sia un ritorno.Vivere all’estero è un mix riuscito di queste voci e di approfondimenti sociologici legati a tutte le fasi dell’espatrio, dalla preparazione della partenza fino al rientro in Italia. La scelta della formula narrativa «nasce da studi precedenti ma anche dalla voglia di rendere accessibili gli strumenti, le idee e le teorie che circolano in accademia a chi si appresta ad andare a vivere all'estero per un periodo più o meno lungo, studenti compresi». E allora, quali sono le principali difficoltà per un espatriato? «Ovviamente ci sono una serie di variabili individuali che influiscono sull'adattamento, come la personalità, l'età, il reddito, la conoscenza della lingua e il supporto familiare e aziendale». Anche il paese e la città che ospitano l’espatriato influiscono non poco sulla maggiore o minore difficoltà di adattamento. Le differenze tra paese e paese sono evidenti anche nella vita professionale: «Le pratiche lavorative e manageriali sono influenzate dalla cultura, quindi sarà diverso lavorare con manager giapponesi o con americani o indiani», spiega l'autrice. Oggi quello degli expat è un universo complesso e in continua evoluzione. Innanzitutto capire come si compone la «comunità» degli espatriati non è facilissimo: il libro ad esempio non presenta né dati né statistiche, perché in realtà mancano cifre «istituzionali» del fenomeno: «questi dati non ci sono. Il nostro ministero degli esteri non fa questo lavoro. Quelli che abbiamo sono solo numeri su aziende private rilevati attraverso survey di società di consulenza che sono difficili da ottenere perché molto costosi. Anche a me sarebbe piaciuto avere dei dati quantitativi, ma non li ho trovati». Inoltre le stesse caratteristiche dell’espatrio sono cambiate rispetto a prima, dove prevalevano periodi lunghi di permanenza all’estero: «Le tendenze attuali parlano di  espatri più brevi, pendolarismo internazionale, gestione di team  e personale multiculturali anche in Italia» conferma la Prandstraller: «Cresce il numero delle donne, anche se come detto gli ostacoli sono ancora tanti, sia nelle organizzazioni che in famiglia».  Pur mettendo in luce problemi e difficoltà legati all’espatrio, Vivere all’estero lascia però un messaggio positivo: il trasferimento non è una fase circoscritta nel tempo e nello spazio ma un’opportunità per portare con sé anche al rientro un bagaglio di valori e conoscenze utili per la vita di tutti i giorni. «Sapere cosa significa sentirsi stranieri, affrontare il percorso di adattamento e integrazione, imparare a comunicare in un ambiente estraneo, sono tutti esercizi che ci portano a diventare individui più ricchi, a capire la diversità anche quando la vediamo sotto le finestre di casa nostra e a non cedere né alla chiusura etnocentrica né al relativismo eccessivo». In una fase come questa una conclusione tutt’altro che banale.Chiara Del Priore

Lavoro, crisi, neet: il Rapporto Giovani rivela cosa pensano gli under 30

Cosa pensano i giovani italiani? In quali valori credono, come affrontano la vita, lo studio, le tappe verso l'età adulta? Cosa pensano della situazione politica ed economica? Vanno a votare? Hanno fiducia nelle istituzioni? Come vivono la precarietà? Che rapporto hanno con le loro famiglie d'origine, quanto a lungo restano dipendenti da mamma e papà, come vivono la questione dell'autonomia? La Repubblica degli Stagisti ho ha chiesto ad Alessandro Rosina, docente di Statistica all'università Cattolica di Milano e tra i coordinatori del “Rapporto giovani”, un monitoraggio che da due anni fotografa in maniera approfondita e costante la situazione giovanile in Italia. Concentrandosi sul tema più scottante: il lavoro.Il Rapporto Giovani è forse la più imponente ricerca sui giovani italiani mai effettuata. Quanto impegno comporta, in termini di risorse umane, di strumenti di ricerca e anche di fondi economici, realizzare un progetto del genere?L’indagine è iniziata nel 2012 su un campione di 9mila giovani. Si tratta della più ampia e solida rilevazione sulla condizione dei giovani in Italia. L’impegno in termini di risorse è stato molto consistente. Il progetto è partito dall’Istituto Toniolo ma per continuare ha avuto il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo. I risultati sono stati subito incoraggianti consentendo di fornire un quadro empirico approfondito e dettagliato della condizione delle nuove generazioni in Italia che ha aiutato a sgomberare il campo da molti stereotipi e far emergere sia aspetti positivi sia criticità emergenti.Dopo la prima ampia rilevazione avete ricavato un panel di 5mila giovani. Per quanto tempo seguirete queste persone?Dopo il ritratto sulla condizione dei giovani abbiano deciso di proseguire costituendo un panel di 5000 intervistati, rappresentativi della popolazione italiana nella fascia 18-29 anni, da seguire nel tempo con l’obiettivo di arrivare a monitorare l’evoluzione della loro vita fino ai 35 anni di età. Ogni anno viene effettuata una rilevazione principale che aggiorna caratteristiche, progetti di vita e comportamenti. Nel corso dell’anno vengono poi realizzate cinque rilevazioni più leggere di approfondimento su temi di attualità - l’ultima sulla Garanzia giovani, la prossima su Expo.Con quale periodicità l'Istituto Toniolo pubblica gli aggiornamenti del Rapporto Giovani?Con cadenza annuale esce un volume edito da il Mulino. Il primo è stato pubblicato nel 2013 con il titolo “La condizione giovanile in Italia - Rapporto giovani 2013”. E’ in uscita, alla fine di questo mese, il Rapporto giovani 2014. Vengono, poi, durante l’anno pubblicati approfondimenti attraverso ebook liberamente scaricabili dal portale unitamente a schede e commenti su dati direttamente di interesse per il dibattito pubblico. Ogni mese si svolgono diversi eventi in giro per l’Italia di presentazione dei dati e dei temi trattati, promossi da scuole, realtà associative, istituzioni pubbliche. Il prossimo appuntamento è quello del 15 novembre al Future Forum di Udine.Rispetto al tema del lavoro - uno dei sei che il Rapporto indaga in profondità - emerge che tra chi ha un impiego solo il 20% ne è pienamente soddisfatto, mentre oltre il 25% è poco o per nulla soddisfatto. I giovani accettano spesso lavori lontani dalle proprie aspettative: alcuni potrebbero erroneamente considerare positivo questo risultato, una prova che gli italiani non sono "choosy" come qualcuno diceva.Si, questo è uno dei vari luoghi comuni che, con dati alla mano, abbiamo sfatato. In risposta alle difficoltà che attraversa il nostro paese e alla crisi economica, è in crescita la disponibilità dei giovani ad adattarsi e fare un lavoro anche non pienamente in linea con le proprie aspettative. Due giovani su tre dicono che più che piangersi addosso ed aspettare grandi cambiamenti dall’alto, bisogna rimboccarsi ancor più le maniche.C'è poi l'aspetto del salario: secondo il Rapporto un giovane su due si adegua a un salario sensibilmente più basso rispetto a quello che considera adeguato. I casi sono due: o i giovani italiani si aspettano stipendi molto più alti di quello che realisticamente dovrebbero sperare, oppure sono sottopagati… "La seconda che hai detto". Stiamo preparando un’analisi dettagliata su questo tema. Quello che emerge è che, quando ancora stanno studiando, le aspettative sul salario che pensano arriveranno a percepire a 35 anni sono del tutto ragionevoli. Via via che poi si confrontano con quanto offre il mercato del lavoro aggiustano progressivamente al ribasso il tiro accettando remunerazioni che spesso non consentono una piena autonomia. Ricordiamo poi che ci sono vari studi che mostrano che chi decide di andare all’estero si trova a percepire in media un salario del 50 percento più elevato.Una quota molto alta di giovani, il 47%, si adatta a svolgere un’ attività che non è coerente con il suo percorso di studi. Questo è un fallimento del nostro sistema scolastico e universitario, o è una conseguenza normale della crisi? Negli altri Paesi lo scollamento tra le materie studiate e il lavoro svolto è simile o minore?Alla base di tutto questo c’è una conclamata incapacità del sistema paese di valorizza il capitale umano specifico delle nuove generazioni. A tre anni dal diploma o dalla laurea la quota di occupati è di 20 punti percentuali sotto rispetto alla media europea. Quindi se in positivo i giovani stanno adattandosi sempre di più, c’è però anche il rischio di trovarsi poi intrappolati su percorsi professionali dequalificanti. Anche qui vari studi mostrano che chi ha alte qualifiche, quando va all’estero riesce molto di più a trovare un lavoro soddisfacente e in linea con i suoi studi.Secondo il vostro Rapporto quasi il 50% dei giovani si dichiara pronto ad andare all’estero per migliorare le proprie opportunità di lavoro: attraverso la rilevazione riuscite a separare chi se ne va per libera scelta da chi parte sentendosi "costretto" a farlo?Anche qui sono in corso analisi più approfondite e dettagliate su questo tema. Possiamo però dire che rispetto agli altri paesi è più alta da noi la quota di chi si sente “costretto” ad andare all’estero per mancanza di adeguate opportunità nel luogo di origine.Come valuta quel 20% che dichiara di non essere disposto a trasferirsi?Non positivamente. La mobilità per studio o per lavoro è comunque un fenomeno positivo perché consente di arricchire formazione, competenze, fare esperienze e aprirsi al mondo. I giovani devono essere disposti a muoversi per cercare le opportunità migliori anche lontano da casa. Ma allo stesso tempo l’Italia deve diventare un luogo più attrattivo, che consenta con la stessa facilità ai giovani sia di andare che di tornare.Nella sezione dedicata al lavoro c'è anche il non-lavoro: il problema dei Neet. Voi affermate che i giovani che non studiano e non lavorano sono oltre il 20% degli under 30: questo deriva dal vostro campione o dai dati Istat?L’universo dei Neet è molto sfaccettato. Ci sono quelli che cercano lavoro, ma anche chi sta facendo un’attività che non risulta ufficialmente come lavoro. Ci sono poi coloro che non lo cercano secondo gli stringenti criteri Istat e Eurostat ma sarebbero subito disponibili a lavorare. Ci sono poi, infine, anche gli scoraggiati, soprattutto dopo essere diventati disoccupati di lunga durata. Quel 20% è il dato della nostra indagine che comprende chi non studia e dichiara di non fare alcuna attività remunerata. Rispetto ai Neet il Rapporto Giovani lancia un allarme preciso: questi giovani inattivi sono più demotivati e disillusi rispetto ai propri coetanei, vedono il futuro pieno di rischi e sono meno in grado di progettare positivamente il proprio futuro. La politica finora non sembra aver affrontato in maniera efficace questo problema: quali sarebbero le politiche da implementare anche in Italia per ridurre significativamente il numero dei Neet?Per ridurre il numero di Neet bisogna agire sia sullo stock, ovvero su chi si trova già da tempo in tale condizione e fatica ad uscirne, sia sul flusso, ovvero sui neo entranti nel mercato del lavoro dopo la conclusione del percorso formativo. Nel primo caso servono azioni che contrastino lo scadimento sia delle competenze che delle motivazioni, oltre a solidi strumenti di accompagnamento al reingresso nel mondo del lavoro. Qui il ruolo dei servizi per l’impiego, da rilanciare con il Piano “Garanzia giovani” finanziato dall’Europa, è cruciale. Nel secondo caso servirebbe un più stretto rapporto tra scuola e aziende sia per potenziare le competenze direttamente spendibili sul mercato del lavoro sia per favorire un orientamento efficace. Molto di più bisognerebbe inoltre fare, a partire dalle ultime classi delle superiori, per promuovere lo spirito di intraprendenza e la cultura del fare impresa. I giovani sono un terreno fertile. Con stimoli e strumenti adeguati, la voglia di fare e di mettersi in campo con le proprie idee può dare ottimi frutti.Intervista di Eleonora Voltolina

«Garanzia giovani, in Campania non funziona»: la denuncia della Cisl

Molti iscritti, ma meno dei potenziali destinatari, e poche offerte delle aziende, per lo più di basso profilo e poco in linea con le aspettative dei giovani: è ormai certo che la Garanzia giovani in questi primi mesi di applicazione non ha prodotto i risultati sperati. In particolare in Campania - seconda regione per numero di iscritti - dove mancano le offerte ed è assente un processo che premi le aziende che offrono posti di lavoro, in modo da disincentivare la formazione mascherata da esperienza occupazionale. Sono le accuse che la Cisl Campania fa al governo regionale, a cui nei prossimi giorni chiederà un nuovo incontro per capire lo stato reale di attuazione della Garanzia. La Repubblica degli Stagisti ha intervistato Lina Lucci, segretario generale della Cisl Campania dal 2009 e prima donna a ricoprire questo incarico in regione, per farsi illustrare i punti oscuri dell’attuazione della Garanzia. Lucci è stata la più giovane leader regionale della Cisl in Italia, diventando a soli 22 anni la prima responsabile delle donne di comparto per la Cisl funzione pubblica di Napoli presso il comando regione militare sud. Nel 2000 è diventata poi responsabile del dipartimento donne e giovani della Cisl Campania e nel 2005 segretario regionale con delega al mercato del lavoro. Una platea potenziale di circa 400mila persone per la Garanzia giovani in Campania, ma al momento solo 33mila iscritti: come mai?  Lo spiego con due grosse preoccupazioni. La prima è che purtroppo i centri per l’impiego funzionano a macchia di leopardo. È una questione che denunciamo da sempre: sia sul piano nazionale che locale i vari governi che si sono succeduti non hanno mai investito seriamente nei cpi con il risultato che oggi, utilizzando la Youth Guarantee, abbiamo immaginato di potenziare con quelle risorse l’operatività dei centri. La Germania ha 150mila dipendenti nei centri per l’impiego, noi 7mila in tutto il Paese, il che la dice lunga anche sull’approccio dei nostri addetti che non è né quello tedesco, né anglosassone né francese. Negli altri Paesi i dipendenti dei cpi hanno un comportamento di aggressione nei confronti delle imprese, vanno a verificare quali sono i posti vacanti, qual è la domanda dei settori produttivi e su quello costruiscono l’offerta. I nostri addetti ai centri per l’impiego, invece, fanno sforzi enormi perché non hanno risorse per poter andare avanti, proprio perché non ci sono investimenti da parte degli enti pubblici o delle province.E la seconda preoccupazione…È legata al fatto che le aziende sono le grandi assenti. Ora è pur vero che c’è una crisi che morde ai polpacci per non dire alla giugulare ma è anche vero che c’è un vizio a monte da troppo tempo. Abbiamo provato a sollecitare l’assessore Nappi, ma fino ad ora non abbiamo avuto riscontri, perché la programmazione regionale è ancora molto distante dal tenere assieme tutti i soggetti titolati a partecipare al dinamismo del mercato del lavoro. Penso a università, agenzie per l’impiego, scuole, ma anche agli enti bilaterali. Avevamo proposto di tenere dentro questi organismi costituiti da sindacato e associazioni datoriali: purtroppo l’assessore ha condiviso l’idea ma non l’ha concretizzata.  Un dato allarmante è il numero di adesioni delle aziende: in tutto il sud sono disponibili poco meno del 14% delle offerte… Esatto e il più delle volte assumono senza rivolgersi ai centri per l’impiego e questo non agevola il processo di inserimento. Ripeto, credo che la Regione non abbia fatto abbastanza e che l’assessore Nappi debba dare un segnale di discontinuità e recuperare subito evitando di dare queste risorse ai centri di formazione. Perché il dramma della Campania, come di molte altre regioni del sud, è che si continuano a dare soldi agli enti di formazione monitorando poco e pagando tutta l’attività di formazione a processo quindi senza il raggiungimento del risultato. Noi, invece, chiediamo di pagare a traguardo raggiunto. Non basta mettere in formazione qualcuno, se ti impegni a collocare almeno il 10% di quei soggetti che hanno partecipato a corsi di formazione dovrai premiare e quindi pagare l’ente solo dopo che questo è avvenuto. Altrimenti non c’è un risultato in termini di incremento occupazionale né qualità della formazione. È la Garanzia giovani che non funziona e non attira o c’è solo poca conoscenza del programma?C’è un problema enorme nel Paese che riguarda la mancanza di crescita. Siamo in recessione e questo vuol dire che i consumi sono fermi. Il Paese ha perso negli ultimi due anni circa 25 punti di produzione. Voglio ricordarlo, perché significa che si possono destinare risorse all’impresa in termini di incentivi per creare nuova occupazione, o modificare l’articolo 18 come meglio si crede, ma se non ripartono i consumi e l’economia, le aziende continueranno a non assumere. Come Cisl Campania avete intenzione di proporre qualcosa per incentivare l’adesione di aziende e giovani?Intanto, come già detto, chiediamo di considerare anche gli enti bilaterali, presenti nell’artigianato, nell’industria e nel commercio. Poi spingere sui centri per l’impiego: servono persone fisiche che entrino in tutte le aziende e con queste costruiscano un dialogo. Dietro la garanzia giovani ci sono, infatti, misure economiche complicate che innescano un meccanismo di sfiducia tra l’azienda e il livello istituzionale e anche questo incide. Crede che la scarsa adesione al programma dei giovani campani – rispetto ai potenziali destinatari - sia dovuta al fatto che la maggior parte delle offerte sono al nord, quindi comportano spese di viaggio per selezioni e colloqui? Non credo: i giovani campani sono molto dinamici da questo punto di vista e sfidano un po’ la sorte pur di trovare un lavoro. Qualche mese fa ero a Berlino per il congresso internazionale del sindacato e ho avuto il piacere, o meglio dovrei dire il dispiacere, di incontrare molti campani che si trasferivano in Germania per lavorare. Non credo ci sia questo problema di costi. Invece mi preoccupa molto l’assenza di domanda da parte delle imprese. Confindustria avrebbe dovuto presentare un elenco delle aziende destinatarie del programma ma non l’ha fatto. Così oggi mancano all’appello tutte le imprese dell’artigianato o quelle dei servizi.Confindustria come ha risposto alla richiesta Cisl di ricevere questo elenco delle aziende?Non ha risposto, non c’è nulla. Ma non solo a livello regionale. Quando si è iniziato a discutere di Garanzia giovani, la Cisl nazionale aprì un dibattito con le venti regioni per evitare che si procedesse in maniera disomogenea. Abbiamo invitato sia l’onorevole Treu, sia l’allora sottosegretario del governo Letta, Carlo dell’Aringa, e a entrambi io stessa dissi: «Avete intercettato il target di destinazione delle risorse, i giovani, ma come vi ponete rispetto al fatto che mancano le imprese?» Risposero che effettivamente c’era questa grande preoccupazione, perché le indagini Excelsior individuano i settori produttivi in cui c’è una domanda inevasa di lavoro. Ma quelle stesse aziende non si pronunciano sui territori in cui quella domanda è  indispensabile. Questo evidenzia ancora una volta come politica e istituzioni continuino a parlare di cose poco reali. Perciò chiediamo di partecipare alla discussione, perché siamo quelli che conoscono il mercato del lavoro molto meglio di tanti altri tecnici che si sono succeduti negli ultimi governi. Quali sono le risorse ad oggi stanziate per la Regione Campania nell’ambito della Garanzia giovani? Sono tante: 200milioni di euro quelle nazionali e 400milioni messi sul tavolo dalla regione Campania. Il problema non è la disponibilità delle risorse ma capire come evitare che vadano disperse. Chiederemo un nuovo confronto con la Regione per capire qual è lo stato dell’arte e in quell’occasione faremo anche un quadro di quanti sono quelli espulsi dalla Garanzia. Non parlo solo degli under 30 ma anche di quanti fino a questo momento non sono stati presi in considerazione, come gli over 40. È importante spendere queste risorse dando una risposta al Paese, evitando di buttare dalla finestra un bel po’ di danaro.Se i fondi non dovessero essere utilizzati entro i termini prescritti andrebbero irrimediabilmente persi?No, non succederà, per quello che riguarda la mia organizzazione sarò ben lieta di comunicarle che avremo ottenuto il tavolo e riaperto la discussione. Non si può lasciare nulla al caso e esercitare ognuno per la propria parte un ruolo in termini di competenza molto più elevato di quanto fatto fino a questo momento.Oggi se dovesse trarre un bilancio della Garanzia giovani in Campania cosa direbbe? Non ha funzionato e non sta funzionando. Dobbiamo chiamare le imprese a un’assunzione di responsabilità e capire di che cosa hanno bisogno per cominciare ad agevolare questi ingressi nel mercato del lavoro locale. Vale per tutti i settori: la Confindustria, il mondo dell’artigianato, il terziario avanzato, come anche Confagricoltura. intervista di Marianna Lepore

Cambiare l'Italia si può, ecco la ricetta di Alessandro Rimassa

Nella vita pubblica italiana si parla sempre di cambiare l’Italia, ma si illustrano solo idee e mai metodi per mettere in pratica realmente il cambiamento. Prova a farlo Alessandro Rimassa nel suo libro «È facile cambiare l’Italia, se sai come farlo», recentemente pubblicato da Hoepli. Direttore della Scuola di management e comunicazione di Ied, già scrittore, conduttore televisivo e giornalista professionista, Rimassa, 38 anni, è stato anche uno degli autori del bestseller «Generazione mille euro», tradotto in sette lingue e diventato un film. La Repubblica degli Stagisti lo ha intervistato per capire quali siano i metodi per cambiare l’Italia. Com’è nata l’idea di scrivere «È facile cambiare l’Italia, se sai come farlo»?Mi capitava spesso, occupandomi di formazione e consulenza, di trattare all’interno di conferenze o dibattiti alcuni argomenti di cui poi ho scritto nel libro: vedevo che c’erano una serie di temi legati al cambiamento in atto che risultavano interessanti e suscitavano dibattito. Non c’erano però testi di riferimento per chi voleva approfondire queste cose.Dei dieci metodi per lanciare la rivoluzione culturale in Italia elencati nel libro, qual è il più importante? Credo che i più importanti siano il primo e l’ultimo. Non si produce vero cambiamento se non si è in grado di avere una visione di quale può essere il proprio obiettivo e la propria strategia, e quindi senza di questo non si può costruire il futuro di un paese. Dall’altra parte senza la rete e la possibilità di condividere in maniera virale i propri valori e obiettivi, non si riesce a mettere in atto un reale cambiamento.Il primo metodo è costruire una visione: oggi c’è qualche leader politico capace di farlo? Nella storia recente del nostro Paese siamo stati ingannati forse più di una volta da leader che apparentemente avevano una visione: Berlusconi da un lato e Nichi Vendola dall'altro. Oggi la stessa situazione c’è con Matteo Renzi, che per molti è il politico in grado di cambiare davvero il Paese perché sembra avere un’idea di quello che vuole costruire. Sostengo il cambiamento che propone e la proattività che ha nel farlo. Credo però che si debba passare da una fase propagandistica a una concreta di cambiamento del metodo con cui si fanno le cose. Non basta dire partiamo dal basso anziché dall’alto. Il suo quinto metodo per il cambiamento è dedicato alla formazione continua, eppure in Italia è deprimente anche solo guardare ai programmi di aggiornamento professionale organizzati dagli Ordini...Sono un giornalista, così ho deciso di capire come funzionava la formazione continua del mio Ordine e sono agghiacciato. Il giornalismo è in fase di totale rivoluzione e vengono proposti corsi tenuti da persone in pensione da dieci anni. Vuol dire che non si è capito proprio niente. Serve una formazione continua differente, proattiva e che non debba sempre generare un costo da sostenere. Oggi abbiamo n-mila opportunità per aggiornarci: con la lettura, con i corsi online di grandi università che li propongono in maniera gratuita. Credo che il successo personale nel mondo professionale sia legato a una formazione continua, ma sia necessaria un’enorme operazione culturale in questo senso. Spiegare che in un mondo in cui si progredisce solo se si innova, non si sarà mai in grado di innovare se non si continua a studiare.Lei sostiene che bisognerebbe mettere i giovani al centro del sistema: il cambiamento che c’è stato nel parlamento italiano e nel governo Renzi,  i più giovani di sempre, è reale o solo di facciata? È sicuramente un primo passo di immagine, e in un mondo che con l’immagine ha a che fare mi sembra sia importante. Non credo che mettere i giovani al centro del sistema significhi semplicemente sostituire un vecchio con un giovane, non ne faccio una mera questione generazionale. Credo si debbano liberare spazi affinché i giovani possano autoaffermarsi, non che si debbano cooptare giovani in spazi prima occupati da vecchi. Altrimenti ci perdiamo un meccanismo meritocratico che è sostanziale: tra un 60enne bravo e un 20enne non bravo saremmo stupidi a scegliere il secondo. Dobbiamo creare un sistema all’interno del quale i giovani possano mettere davvero in mostra le proprie competenze. Nel libro lei cita una frase di Tito Boeri, «Un Paese che dimostra di non saper investire nei giovani non ha proprio futuro».La frase Boeri l’ha detta quando stavo chiudendo il libro: la condivido totalmente e credo che, da quando ho iniziato a scriverlo con un lavoro di analisi, ricerca e studio due anni fa, qualcosa sia iniziato a cambiare. Stiamo vivendo una fase di cambiamento, basti pensare alle tante startup che nascono, agli spazi di co-working, alle social script, alla diffusione della sharing economy. Tutto questo sta accadendo per volontà di persone che si mettono insieme per farlo accadere. Ma a questa fase dal basso deve unirsene una dall’alto. Chi governa e guida le imprese dovrebbe essere maggiormente protagonista di questo cambiamento.Mario Monti aveva definito i trenta-quarantenni una generazione perduta.Sono parte di quella generazione, avendo 38 anni. Siamo una generazione sfortunata, cresciuta con un modello socioeconomico che pensava di poter continuare a interpretare. Era quello del posto fisso totale: sul lavoro, sulla casa di proprietà, sul matrimonio. Una vita tutta in discesa o quantomeno abitudinaria. Poi mentre entravamo nel mondo del lavoro abbiamo scoperto che quel sistema si stava disgregando. Chi ha vent'anni oggi, invece, lo ha visto disgregarsi quando era piccolo, quindi sa di dover giocare senza regole, o costruendone nuove. Noi siamo più in difficoltà perché ci aspettavamo qualcosa che di fatto non abbiamo trovato. Però dire che siamo una generazione perduta o un esperimento sociale fallito, intanto mi fa pietà che lo dica chi quell’esperimento l’avrebbe portato avanti e, poi, non credo che una società possa progredire lasciando indietro un’intera generazione. Credo, però, che la responsabilità dei 30-40enni oggi sia enorme. Possiamo occupare posti di responsabilità e far progredire questa società, ma dobbiamo farlo in maniera diversa da chi ci ha preceduti: a tempo determinato, in maniera condivisa, senza lasciare indietro nessuno. Se faremo questo, riusciremo a far progredire il Paese e arriverà velocemente lo spazio anche per i più giovani. Se invece faremo i finti incavolati, prenderemo il potere e poi ce lo terremo fino a 70anni allora la colpa della distruzione totale di questo Paese sarà tutta nostra. In un capitolo dedicato alle start up - esplose in Italia negli ultimi tempi – viene evidenziata la mancanza della cultura del fallimento nel nostro Paese. In questo senso stiamo facendo qualche passo avanti?Credo di sì ed è il punto fondamentale. In Italia fallire è considerato un che di personale che ti mette ai margini della società quando, invece, nel mondo anglosassone fallire è una parte del percorso, un rischio che si può correre. Credo che tra i giovani sia più diffusa, ma visto che siamo una società anziana si deve fare ancora tantissimo. Dobbiamo riabituarci a dire che la cosa fondamentale è rischiare, provare, fare, agire: si può anche sbagliare, si fallisce e poi ci si rialza in piedi più forti. In America dicono fail fast, fallisci velocemente, se devi farlo e sei a rischio. Quello di cui abbiamo veramente bisogno è una grande rivoluzione culturale, ma non si fa in tre mesi o due anni: si hanno risultati in 15-20 anni. La cultura del - possibile - fallimento. Una persona che intervistammo pochi mesi fa nella nostra rubrica Startupper ci disse “Fallire è un immane lusso nella vita, ma noi non siamo abituati a farlo”. Di gestione del fallimento parla anche lei.Sì: dobbiamo imparare che la ricerca del successo nel mezzo ha degli ostacoli. A volte si cade e ci si rialza, a volte no e bisogna cambiare strada. Ma il nostro obiettivo deve essere più grande, deve portarci lontano. Il fallimento nel mezzo ci sta tutto. Dobbiamo smettere di aver paura di fallire, perché se hai paura, poi sbagli. Come nel calcio: se vai sul dischetto per tirare un rigore e hai paura, sicuramente lo tirerai male. Se non ce l’hai o hai la giusta dose che diventa adrenalina allora quel rigore lo tiri con tutta la tua convinzione. Chiude il libro una frase di Adriano Olivetti datata 1949. Quanto dista l’Italia di oggi da quella del dopoguerra?Credo che oggi dobbiamo ricostruire una società con al centro l’essere umano e questo non significa negare il successo o la ricchezza. La società teorizzata e tentata da Adriano Olivetti, in particolare poi con il progetto Comunità, sapeva includere e anche premiare i migliori. Mi sarebbe piaciuto che avesse avuto a disposizione l’incredibile potenza della rete, la rapidità, la sua condivisione e collaborazione, perché magari il suo progetto con gli strumenti e la possibilità di contatto tra le persone che c'è oggi avrebbe avuto successo.Ma dovendo trarre una conclusione, è davvero possibile cambiare l’Italia? È chiaro che se non ci provi di certo non ci riesci. Qualche settimana fa ero ospite a Omnibus e un giornalista diceva che fare impresa in Italia è impossibile per la burocrazia, le tasse, il cuneo fiscale. Ho risposto: in Italia c’è una burocrazia folle e un cuneo fiscale insensato. Questa è la situazione, possiamo decidere di non fare impresa o di farla e denunciare la situazione, provando a cambiarla. Le condizioni di base restano, sta a noi decidere cosa fare. Credo sia il momento di provarci e se questo movimento del cambiamento che è in atto prosegue, allora ci saranno condizioni per disegnare un Paese nuovo. Forse non sarà rapidissimo e  semplice, ma dobbiamo intimamente credere che sia davvero facile cambiare l’Italia. Marianna Lepore

Legge elettorale, il giorno degli emendamenti sul voto fuori sede

Il dibattito sulla legge elettorale è al centro della scena politica; ieri è stato il giorno degli emendamenti sulla parità di genere, clamorosamente bocciati alla Camera malgrado l'impegno delle deputate. Tra oggi e domani dovrebbero essere messi ai voti invece gli emendamenti sul cosiddetto "voto fuori sede", per permettere anche a chi è temporaneamente lontano dalla sua residenza di non perdere il diritto di voto. La Repubblica degli Stagisti ha dedicato la scorsa settimana un articolo di aggiornamento a questo tema, citando l'emendamento presentato dal deputato di Scelta Civica Pierpaolo Vargiu e cofirmato da dieci deputati del Partito Democratico, basato sul modello dell’advanced voting. Oggi approfondisce la questione con una intervista a Marco Meloni, deputato Pd da anni attivo sul voto ai fuori sede, primo firmatario di un altro degli emendamenti presentati in Parlamento su questo tema.Il modo più giusto per permettere ai fuorisede di poter votare è quello dell'emendamento proposto dall'onorevole Vargiu?Non credo. Dico però subito che non vorrei che fosse una concorrenza, perché ne ho presentato uno io che riprende una proposta di legge elaborata da noi del Pd ormai quasi un anno fa. Non è che non sia d'accordo con quell'emendamento, semplicemente sono dell'idea che dobbiamo predisporre una norma capace di essere approvata come parere dal governo, trattando quindi con l'esecutivo, e che sia una norma che funzioni: ossia che dia la possibilità di votare ai nostri fuorisede a partire da quelli residenti temporaneamente all'estero – cioè gli studenti e i lavoratori – e al contempo dia certezza del diritto e del procedimento elettorale, e sia realizzabile. Nella nostra proposta il meccanismo sarebbe quello di andare a votare presso le strutture diplomatiche e consolari, essendosi registrati prima. Il voto si proietterebbe sulla circoscrizione di appartenenza. Un meccanismo funzionale e funzionante, che assicura il risultato che vogliamo ottenere. Io considero un po' eccessive le estremizzazioni assolute per cui o si ottiene “tutto”, cioè che anche qualsiasi cittadino domiciliato in un luogo diverso dalla sua residenza in Italia possa votare, oppure è un fallimento. Quest'ultimo meccanismo si presta peraltro a fortissime obiezioni del ministero degli Interni, perché in pratica è un voto per corrispondenza generalizzato. Io credo che ci siano problemi molto seri ad adottare un meccanismo di quel genere proprio per la certezza del processo elettorale: c'è un tema di legalità che è di tutta evidenza, e di complessità organizzativa altrettanto grande.Dunque la sua prima obiezione è legata all'utilizzo del voto per corrispondenza, che al momento è quello che viene utilizzato per gli italiani residenti all'estero iscritti all'Aire; l'altra obiezione è che sostanzialmente la proposta Vargiu, differentemente dalla sua, permetterebbe a una persona domiciliata a Roma ma residente poniamo a Reggio Calabria, di votare a Roma per corrispondenza.Sì. Nella nostra proposta, oltre al cosiddetto "emendamento Erasmus", c'è comunque anche il cosiddetto "Emendamento fuorisede". Nel primo caso è previsto che si possa votare all'estero, non per corrispondenza ma recandosi nelle strutture diplomatiche e consolari con un'urna, con le stesse modalità di segretezza del voto espresso in Italia. Per quanto riguarda invece il voto in Italia, noi lo restringiamo ai fuorisede, nel senso che ci deve essere un albo certo di persone che possono usufruire di quella modalità.Per esempio gli studenti universitari iscritti?Esatto. Si tratta di una categoria più definita. Altrimenti, ripeto, si rischia di avallare un voto per corrispondenza generalizzato, una cosa molto complessa. Io sono residente a Cagliari, oggi sono a Roma, a chi lo dichiaro? Verrebbero messi in forte pressione i principi di segretezza del voto, di regolarità del processo elettorale, di certezza di espressione del voto da parte del titolare del diritto di voto. Secondo me dobbiamo fare le cose giuste e possibili per assicurare da un lato agli studenti e ai lavoratori temporaneamente all'estero e dall'altro ai fuorisede in Italia il diritto di votare. Dico già che sui fuorisede in Italia il parere del governo credo non sarà positivo: ci sono difficoltà di natura organizzativa, logistica e devo dire anche culturale. Ma voglio precisare che la battaglia su cui ci eravamo impegnati lo scorso anno in campagna elettorale è quella per il voto cosiddetto Erasmus, che si estende anche poi ai lavoratori, e io su quella spero che si possa ottenere un risultato positivo.Ha avuto modo di confrontarsi su questo punto con il nuovo ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini?Sì. Lei e il suo ufficio ci hanno assicurato un sostegno, eventualmente anche migliorando il testo secondo le esigenze che sono corrispondenti alla necessità di avere una sorta di albo degli aventi diritto all'esercizio del voto in questa modalità. Sia lei che il ministro delle riforme si stanno impegnando a risolvere delle obiezioni che vengono da altre strutture dello Stato e che lo scorso anno impedirono, come molti ricorderanno, l'adozione della norma prima della campagna elettorale.Si riferisce sopratutto al ministero dell'Interno?Sopratutto degli Esteri in questo caso, per quanto riguarda il voto Erasmus loro sono essenzialmente preoccupati di come assicurare la funzionalità delle strutture consolari, perché secondo questa modalità di voto sarebbero loro i riferimenti organizzativi.Se questa cosa andasse in porto, si procederebbe a una uniformizzazione per cui anche i residenti Aire comincerebbero a dover andare a votare presso le strutture consolari, oppure rimarrebbero comunque due modalità di voto distinte?Resterebbero due modalità distinte, e anche due destinazioni del voto e due sistemi territoriali. Gli iscritti Aire votano e continueranno a votare all'estero per le liste dei residenti all'estero, i temporaneamente residenti all'estero voterebbero nella loro circoscrizione italiana di residenza.A livello parlamentare qual è la sua sensazione rispetto al favore che questi emendamenti trovano?Non so dirlo. Non so quale sia il parere del governo su Vargiu, e voglio ripetere, io non sono contro quell'emendamento. Io voterò a favore del suo e lui voterà a favore del mio, spero bene. Rispetto all'emendamento che ho scritto io, sto chiedendo al governo di dare un parere favorevole. Sull'emendamento Erasmus mi pare che tutti i gruppi - li ho consultati - siano a favore. Sto cercando di fare in modo che questa non sia una battaglia politica da compiere a prescindere dall'esito, ma di raggiungere il risultato massimo possibile, e la possibilità dipende dalla volontà del governo in questo caso. Dal mio punto di vista so che se il governo darà parere favorevole al mio emendamento, tutti i gruppi mi sembra che siano favorevoli e pronti a votarlo, compresi Sel e Cinque Stelle.Ieri gli emendamenti sulla parità di genere sono stati tutti bocciati, qual è la sua posizione?Noi dobbiamo certamente trasferire nella legge elettorale nazionale i principi costituzionali stabiliti dall'articolo 51 sulla parità di accesso alle cariche elettive. Credo che si debba conciliare questo obiettivo con quello di restituire ai cittadini la libertà di scegliere i propri parlamentari. Per me è essenziale che gli uomini e le donne siano messi nelle pari condizioni per competere. Che si sia donna o uomo vale lo stesso, non dobbiamo accontentarci di una parità di genere “concessa”, attraverso la scelta effettuata da un capo partito, ma vorrei pari condizioni per competere. Quindi serve una parità di genere immessa in meccanismi di scelta degli eletti da parte dei cittadini. Imporre per legge un esatto numero di eletti pari di ciascun genere non è sufficiente, è la condizione minima se rimangono le liste bloccate. Siccome per ora ci sono liste bloccate, si può anche richiedere che ci sia una proporzione di uomini e donne nelle liste o fra i capilista. Ma il punto fondamentale è chi decide chi sono le donne. Non conta solo il genere, conta anche la persona. L'importante è costruire meccanismi che portino al risultato. Dove c'è la doppia preferenza di genere (col 50% dei candidati per ciascun genere), le donne sono sempre tra il 30 e il 50% degli eletti, in particolare nelle liste molto piccole. Quindi il risultato sarebbe anche migliore in questo caso, con in più l'enorme beneficio di avere la scelta da parte dei cittadini. La vera battaglia è trasferire nei meccanismi di scelta degli eletti da parte dei elettori le opportunità che consentano di raggiungere il risultato della parità di genere.Si riferisce a stabilire per legge che ciascun partito debba fare le sue primarie, oppure è un invito a Renzi a rivedere l'accordo con Berlusconi rispetto alle preferenze?In entrambi i casi, sia che ci siano le preferenze nelle liste, sia che ci siano primarie statali obbligatorie per legge –  quindi fatte nelle scuole, con le forze dell'ordine, con il ministero degli Interni che vigila – le liste composte al 50% da uomini e donne e la doppia preferenza di genere rappresentano un risultato certamente molto positivo rispetto alla composizione dell'assemblea che viene poi eletta. Ovviamente su questi punti come su altri l'accordo di Renzi e Berlusconi è  drammaticamente carente: e io penso penso che si debba combattere per migliorare la situazione.Intervista di Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Legge elettorale, il voto fuori sede appeso a un filoE anche:- Voto impossibile per studenti Erasmus, la rabbia dei 25mila da Facebook a Palazzo Chigi- Stefano La Barbera: «Con delle semplici mail ci siamo fatti sentire in Parlamento. E in risposta abbiamo ottenuto quattro proposte di legge» - Io voto fuori sede, quando la partecipazione politica passa per la rete