Expat, nel 2024 record di partenze tra i giovani: tutti i nuovi dati nel Rapporto Italiani nel mondo
«È profondamente sbagliato insistere con l’espressione “cervelli in fuga”». Delfina Licata [nella foto a destra], sociologa della Fondazione Migrantes lo ha ribadito più volte alla presentazione del Rapporto italiani nel mondo 2025, di cui è curatrice fin dalla prima edizione (siamo giunti alla ventesima). Innanzitutto perché chi emigra dall’Italia, i cosiddetti expat, non sono solo ricercatori e laureati. Anzi, a prevalere sono proprio le persone che come ultimo titolo di studio conseguito hanno un diploma di scuola superiore. I dati Istat sui flussi del 2024 mostrano come chi espatria è per meno di un terzo laureato o dottore di ricerca (31,8%). La maggioranza, il 36,1%, è diplomato, mentre un altro terzo, il 31,1%, è composto da persone che si sono fermate alla scuola dell'obbligo.Forse non sarebbe neppure corretto parlare di “fenomeno”, perché nelle partenze non c'è nulla di eccezionale. L’Italia, ricorda il Rapporto, è da sempre crocevia di movimenti. Tuttavia un dato è cruciale: nel 2024 si è toccato il record storico di 155.732 partenze. Tra il 2006 e il 2024 l’emigrazione italiana è diventata strutturale e dopo la crisi del 2008 gli espatri sono cresciuti costantemente. Il totale ammonta a 1,6 milioni di espatri e 826 mila rimpatri in vent'anni; altro dato da aggiungere è che anche i rimpatri sono aumentati, in particolare dopo l’entrata in vigore del decreto legge 34/2019, che ha dato continuità alle agevolazioni fiscali per chi rientra (avviate nel 2010 con la legge detta Controesodo).Si è così creato un saldo negativo tra entrate e uscite di oltre 817mila cittadini italiani, sopratutto concentrato tra Lombardia, Nordest e Mezzogiorno. E in contemporanea è spuntata una nuova regione al di fuori dell’Italia, la ventunesima, composta da quelle 6,4 milioni di persone, quasi un italiano su nove, che al 1° gennaio 2025 risulta iscritta all’Anagrafe per gli italiani all’estero (Aire). Una «Italia fuori dell’Italia».La mobilità internazionale è diventata «un tassello ordinario dei percorsi di avvio carriera e spesso si parte per consolidare competenze e reti che in Italia faticano a valorizzarsi con la stessa velocità». L’estero «diventa un’opportunità di crescita personale, formativa e professionale». Prova ne sia l’età media: l’aumento nelle partenze riguarda in particolare la classe di età 18-34 anni, tra cui si rileva un +47,9% rispetto all’anno scorso. Il «cuore della mobilità più recente», come lo definisce il RIM, è però la fascia dei 25-34enni, che rappresentano oltre un terzo – per la precisione, il 37,5% – del totale espatri del 2024. La stessa fascia anagrafica in cui peraltro, dal 2012 al 2024, la percentuale dei laureati è progressivamente salita, attestandosi a circa la metà delle partenze dal 2022.L’Italia è un Paese ripiegato su stesso che fatica a scrollarsi il peso di persistenti fragilità, sintetizza il RIM. E così ogni partenza è sì «una scelta, ma anche una spia». Non partono «solo gli spiriti avventurosi, ma anche – e soprattutto – chi non trova in Italia spazio per vivere con dignità». Lo ha spiegato nel suo intervento anche Paolo Pagliaro, direttore dell’agenzia di stampa 9 Colonne: «Dietro ogni comune che si svuota c’è una politica pubblica che non ha funzionato, e dietro ogni giovane che parte un sistema educativo che non ha saputo accoglierlo». Si può partire per amore o apertura mentale ma anche per necessità». Conseguenza di «un sistema bloccato, senza lavoro stabile e riconoscimento di merito». Espatriare è «una forma di reazione al senso di esclusione e invisibilità».«Il Rapporto sta ai fatti per come sono» gli fa eco Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Si delinea «un’altra Italia rispetto a quella da cartolina”, dove «la staffetta tra giovani e anziani si è inceppata, con un incremento dell’occupazione solo nella fascia over 50» è la riflessione di Manuela Perrone [nella foto a sinistra], giornalista del Sole 24 Ore. Ma non è una novità: «Già nel 2011 Pietro Ichino aveva parlato dell’esistenza di un apartheid del mercato del lavoro: uno dei padri, protetto, sindacalizzato e a tempo indeterminato. E poi un altro, precario: quello dei figli». L’estero diventa una via di sopravvivenza. “Quando andai alle Olimpiadi di Londra nel 2012 c’erano gli italiani che facevano i camerieri» ricorda Paolo Lambruschi di Avvenire: «Non lo spifferavano in giro per imbarazzo, ma già allora guadagnavano 3mila sterline al mese». È il lavoro precario “che spinge le persone ad andarsene».C’è poi tutto il capitolo delle donne, che rappresentano ormai quasi la metà – il 48,3% – degli iscritti Aire. La crescita nelle partenze nel loro caso viaggia a un ritmo più sostenuto: dal 2006 si registra un +115,9% delle donne rispetto al +98,3% degli uomini. E numerose sono anche le famiglie: su quasi 6,5 milioni di italiani residenti all’estero, quelli in famiglia risultano quasi 3 milioni 857mila. La spiegazione è concentrata in queste righe dello studio: «Dalle tante interviste raccolte in questi anni grazie al RIM, traspare come la famiglia riesca a sentirsi all’estero più forte e a vivere più serenamente, più supportata dal legislatore e accompagnata da un welfare più attento alle donne, madri e lavoratrici, ai bambini dalla nascita al completamento del percorso formativo e a volte anche oltre, e al benessere generale del nucleo».In Italia quasi la metà delle donne tra i 15 e i 64 anni è invece priva di occupazione. E nel frattempo calano drasticamente le nascite. «Le donne partono per vedersi riconoscere competenze, ma anche per realizzare quel desiderio genitoriale che in Italia sono costrette a posticipare o abbandonare del tutto» è la visione di Perrone. Tutt’altro che il racconto «che vorrebbe le ragazze italiane senza desiderio di fare figli perché egoiste». In fin dei conti la storia si ripete da anni: si va all’estero perché in Italia non si vede futuro. «Noi lo avevamo» considera Roberto Inciocchi, giornalista Rai. «E se non attraiamo eccellenze il motivo è semplice: pensiamo a chi si laurea in Medicina e non vede un bisturi prima di due anni».Ilaria Mariotti